710 Benedetto, ben detto e ben fatto

Benedetto, ben detto e ben fatto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: abbiamo già parlato di ben. Giusto?

In quell’episodio, tra le altre cose, ho utilizzato anche un’esclamazione:

Ben detto!

Che si usa quando si approva una affermazione con entusiasmo e soddisfazione, specie quando ce n’è veramente bisogno. Spesso poi si accompagna questa esclamazione con un’espressione del viso di compiacimento. Vale a dire che si esprime gradimento, si mostra e si sente un’intima soddisfazione.

Tutto questo però non l’avevo detto!

Meglio tardi che mai allora!

Se ad esempio sono stato licenziato, se cioè ho perso il lavoro, posso dire:

Non mi devo abbattere, devo mettermi subito a cercare un altro lavoro!

Qualcuno, che mi vuole bene ed apprezza le mie parole può dire:

Ben detto! Bravo, così mi piaci!

Che è un po’ come dire: è lo spirito giusto da avere in questi casi! Approvo pienamente ciò che hai detto.

Similmente si utilizza anche “ben fatto“:

Mio marito mi ha tradito e io sai cos’ho fatto? L’ho cacciato di casa!

Io, che sono tuo amico rispondo:

Ben fatto! Così impara ‘sto stronzo!

Oh, scusate, mi sono lasciato andare!

Notate che non c’è alcun verbo davanti. Se ci fosse, sarebbe il verbo avere:

Hai ben fatto!

Ma, generalmente, quando si mette il verbo avere, si inverte:

Hai fatto bene!

Hai fatto bene a lasciarlo!

Avete fatto bene a fare questo

Secondo te ho fatto bene a farlo?

Ma un conto è comunicare un concetto, un altro conto è comunicare un’emozione:

Ben fatto!

C’è approvazione, ma anche sostegno, entusiasmo. C’è emozione.

Che ne dite se adesso cambiamo il verbo ausiliare?

Questo lavoro è veramente ben fatto!

Adesso essere è il verbo usato.

Beh, questa frase è da leggere un po’ diversamente, cioè:

Questo lavoro è fatto veramente bene, è ben fatto. Anche qui se usiamo prima ben e poi fatto, c’è più emozione e coinvolgimento rispetto a “fatto bene”.

Torniamo a:

Ben detto!

Cioè: hai detto proprio bene, approvo pienamente ciò che hai detto. C’è entusiasmo e soddisfazione anche in questo caso.

Invece “hai detto bene” può indicare ugualmente una approvazione (con poco entusiasmo in genere) ma più spesso si usa quando qualcosa è corretto, è giusto, quando non ci sono errori:

Dico bene?

Sto dicendo bene?

Hai detto bene, nessun errore!

Per “hai fatto bene” vale lo stesso discorso.

Bene.

Adesso, dopo “ben detto” , passiamo a benedetto.

Notate per prima cosa che la prima “e” è chiusa e non più aperta. Sono tutte chiuse in realtà, anche se nel nord Italia spesso si sentono e aperte, specie la seconda e.

Ciao, mi chiamo Benedètta!

Benedetto comunque non c’entra proprio nulla con “ben detto“, questo lo avete capito già.

Tra l’altro è un’unica parola.

Infatti Benedetto, oltre ad essere un nome maschile (come anche Benedetta, che è un nome femminile) – e si scrive con l’iniziale maiuscola in questo caso – è anche un aggettivo.

Ha a che fare con le benedizioni, certamente. Anche questo lo sapete già.

In chiesa c’è l’acqua benedetta, ad esempio (o almeno prima del COVID c’era). Anche l’ostia è benedetta, perché rappresenta il corpo di Cristo.

Tutte cose che già sapete naturalmente.

Ma in senso figurato, l’aggettivo benedetto e benedetta si usano tantissimo nel linguaggio comune.

Infatti si utilizza generalmente per esprimere un affettuoso rimprovero, oppure quando si vuole evitare di dire parolacce, ma facendo capire chiaramente che c’eravamo quasi…

In questo caso l’affetto non c’entra granché!

Vediamo se sapete distinguere.

Vi faccio qualche esempio.

Un professore chiede a uno studente:

Oggi sei preparato? Vorrei interrogarti.

Lo studente dice che non ha potuto studiare e chiede di spostare ad un’altra occasione.

Il professore:

Ma, benedetto ragazzo, sono già tre volte che rimandiamo. Quando deciderai di metterti a studiare?

Allora? Rimprovero affettuoso o incazzatura mitigata?

Si tratta di un rimprovero affettuoso. Il professore rimprovera, sgrida il ragazzo ma lo fa con affetto, senza essere duro, senza punirlo o maltrattarlo. Se ci fosse solo affetto direi “caro ragazzo“.

Qusto professore probabilmente avrebbe potuto usare parole diverse, ben più pesanti e per niente affettuose:

Ma porca miseria! È già la terza volta!

È solo un esempio.

Secondo esempio:

Esco di casa con la solita fretta e come sempre c’è traffico.

All’ennesimo semaforo rosso che mi scatta sotto gli occhi dico:

Uff… Questi benedetti semafori! Sempre rossi mi capitano!

Lo so, vorremmo dire di peggio, ma stavolta ci tratteniamo.

Questo non è ovviamente un rimprovero affettuoso ma una leggera irritazione. Magari c’è qualcuno vicino a noi e non vogliamo mostrarci isterici di prima mattina!

In quest’ultimo caso al posto di benedetto potrei sbizzarrirmi con altri termini:

Ma guarda tu! Tutti rossi mi capitano!

Questo caspita di semaforo rosso!

E che cacchio!

Che diamine! Proprio adesso che ho fretta!

Questo cavolo di semaforo!

Avtrete notato che ho evitato termini ben peggiori!

Allora, ho fatto bene a fare un episodio di questo tipo?

Karin: veramente ben fatto direi, ma, benedetto presidente, so che sacrifichi il tuo tempo per il meglio di tutti noi, ma i due minuti sono passati da un bel pezzo.

Peggy: ma io mi domando e dico: a che pro criticare? Me lo vuoi fare un favore? Anziché dire castronerie, abbi la bontà di tacere. Per quello non c’è bisogno di imparare una lingua!

Sofie: ben detto Peggy! Gli hai dato un benservito bell’e buono! D’altronde ti ha fornito un assist perfetto criticando Giovanni. Tra l’altro lui non ha raccolto la provocazione. Un vero signore, no?

Ulrike: a me la vostra sembra una reazione un po’ sopra le righe. Cosa avrà detto mai Karin di così offensivo? A cosa si deve tanta acredine?

Irina: Acredine? Proprio a ridosso della fine dell’episodio te ne esci con le parole nuove? Sei proprio senz’appello! E dire che avevo quasi capito tutto…

Caro

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Caro amico ti scrivo…

Caro - aggettivo

Con queste parole iniziano spesso le lettere o una email ad un amico. Un caro amico. 

Oggi vediamo proprio i molteplici utilizzi di questo aggettivo italiano.

Caro è un termine che solitamente viene usato per esprimere affetto: caro amico, cara mamma, caro papà eccetera.

In realtà però ha molti utilizzi diversi e alcune volte l’affetto non c’entra nulla.

Giacomo Leopardi in una famosa lirica (l’Infinito) scriveva “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e lui si riferiva all’affetto che nutriva per un colle, che era il monte Tabor del comune di Recanati, nella regione Marche.

Tante cose possono essere definite come “care”.

Con “le persone care”, o “le persone più care“, ad esempio, si intendono i genitori, i parenti e gli amici più intimi. Si chiamano anche “i cari”:

Vorrei riabbracciare i miei cari.

Ha voglia di rivedere i suoi cari.

L’aggettivo diventa un vero e proprio nome in questi casi.

Che caro che sei stato a farmi un regalo per Natale

Sei stato gentile, amabile, anche simpatico.

Manda un caro saluto ai tuoi.

Anche questa è un modo ricorrente di usare caro.

Maria è una cara ragazza

Maria quindi è una ragazza gentile, affettuosa, amabile. Non c’entra con la parentela stavolta.

 Giovanni è un carissimo amico

  Giovanni è cioè una persona particolare per me, non un amico qualunque. Si usa spesso questa formula soprattutto quando si presenta una persona a cui teniamo molto ad un’altra oppure quando cerchiamo un aiuto per una persona per noi importante.

Sono le persone a noi più care, quelle per le quali si prova più affetto.

C’è un modo particolare di usare “caro”:

Caro mio!

Notate il tono che viene usato. E’ un modo familiare e spesso anche ironico. Ad esempio:

Caro mio, sapessi quanti momenti difficili ho vissuto io alla tua età.

 Oppure:

Caro mio, stavolta non mi freghi!

Esprime a volte impazienza, a volte si vuole esprimere saggezza o esperienza di vita, una lezione imparata, o si vuole insegnare qualcosa all’altro, facendo pensare che ci sarebbe molto altro da dire su questo argomento. E’ anche un modo per dare dei consigli, e “il caro” sta  a significare che il consiglio è il risultato dell’esperienza.

Caro mio, non sono mica scemo!

Se vuoi fare carriera, caro mio, devi lavorare meno e fare più politica!

Andiamo avanti: 

Ma che caro!

Questa esclamazione può esprimere affetto, ma anche l’esatto opposto, dipende molto dal tono che si usa. Può anche esprimere una antipatia per una persona.

Ma che cari i nostri zii, hanno detto che anche quest’anno vengono e trovarci per Natale e resteranno fino a  capodanno!

Anche un oggetto può essere molto caro. Lo può essere per due motivi: se ci teniamo molto, perché ha una particolare importanza per noi, oppure se ha un prezzo molto alto.

Quindi caro significa anche “costoso“. Un modo informale ma molto usato da tutti.

Un albergo caro, un ristorante caro hanno quindi dei prezzi alti rispetto alla media.

Anche una persona che esercita una professione può essere cara se si fa pagare molto.

Un parrucchiere caro ha dei prezzi più alti della media.

Com’è quel meccanico? E’ caro?

Equivale a dire: i prezzi sono alti?

Esiste anche “avere caro” che significa tenere a qualcosa o qualcuno. 

Ci tengo che ci sia anche tu domani a pranzo da mia madre

Avrei caro che ci fossi anche tu domani a pranzo da mia madre

Significa quindi gradire, apprezzare, desiderare.

C’è anche “tenere caro” che significa aver cura, custodire con cura.

Il mio diario di quando ero ragazzo è un oggetto che tengo molto caro.

Ho cura di questo diario, mi dispiacerebbe che venisse perduto o distrutto.

Simile è “tenersi caro qualcuno“. Si usa solo con le persone.

Tieniti caro il tuo amico Giovanni che potrebbe esserti utile in futuro

Quindi l’amico Giovanni è un amico che non devi perdere: tientelo caro (o tientelo stretto). A proposito, “tientelo” si usa spesso ma è corretto anche “tienitelo“:

Tientelo per te (non dirlo a nessuno)

Tientelo stretto

Tienitelo bene in mente (non dimenticarlo)

Tornando a “caro“:

Ci sono alcuni verbi che usati insieme a caro o cara hanno un significato particolare:

Vendere cara la pelle” significa perdere, essere sconfitti, soccombere, ma dopo essersi difesi con tutte le proprie forze.

La pelle rappresenta la vita, o anche una partita nello sport, e vendere cara la pelle significa che la propria vita costa molto, è cara, cioè costosa, quindi chi vende cara la pelle non si lascia sconfiggere facilmente, non perderà senza lottare.

Pagare caro un errore  invece significa che questo errore ha delle conseguenze molto importanti e negative per chi lo ha commesso.

Costare caro ha lo stesso significato. Sia pagare caro che costare caro usano la metafora del prezzo per indicare le conseguenze di un errore o di uno sgarbo fatto a una persona:

Mi hai detto che sono uno stupido e questo ti costerò caro!

Nel caso di sgarbi, di torti fatti ad una persona, si usa spesso anche al femminile:

La pagherai cara!

Questa è una minaccia vera e propria che si fa ad una persona per aver fatto qualcosa di grave, spesso con la volontà.

Chi non vorrà farsi vaccinare contro il Covid potrebbe pagarla cara: niente viaggi in aereo, niente alberghi, impossibile lavorare nel pubblico impiego.