Accadde il 9 settembre 1908: il modus operandi

Il modus operandi (scarica audio)

Trascrizione

Il 9 settembre 1908 nasceva, in Piemonte, Cesare Pavese. Scrittore, poeta, traduttore: una delle voci più importanti della letteratura italiana del Novecento.

Perché è importante conoscerlo? Perché Pavese non è stato solo un autore di romanzi e poesie, ma anche un ponte tra la cultura americana e quella italiana.

Tradusse Melville, Faulkner, Dos Passos, e con i suoi testi – da La luna e i falò a Dialoghi con Leucò – ci ha lasciato pagine che raccontano i drammi esistenziali e la forza del mito nella vita quotidiana.

Ma qual era il suo modus operandi? Potrebbe essere interessante conoscerlo no?

Questa locuzione latina significa letteralmente “modo di operare”, cioè metodo, stile abituale di azione.

Il modus operandi di Pavese come scrittore si riconosce subito:

uno stile limpido, essenziale, senza eccessi;
l’intreccio costante fra la realtà contadina e il mito classico;
l’attenzione ai silenzi, all’introspezione, più che alle azioni rumorose.

Conoscere Pavese significa anche riconoscere il suo modus operandi: parliamo di modo di scrivere in questo caso, una combinazione di rigore linguistico e profondità psicologica che ha segnato un’epoca.

Naturalmente, modus operandi non si usa soltanto parlando di scrittori.
Per esempio:

In cucina: “Il modus operandi di mia nonna era semplice: pochi ingredienti, tanta pazienza e niente orologio.”

Nella cronaca: “La polizia ha riconosciuto il ladro dal suo modus operandi: sempre finestre forzate sul retro.”

Infatti in ambiente giudiziario, l’espressione si usa spesso a proposito dei comportamenti ricorrenti dei pregiudicati.

Nella vita quotidiana: “Il suo modus operandi al lavoro è fare prima una lista di compiti e poi procedere con ordine.”

È dunque anche un modo di lavorare, cioè l’insieme di quelle scelte e di quei comportamenti diretti sia a programmare che a svolgere una certa azione.

E se vogliamo usare sinonimi? Possiamo dire: metodo di lavoro, approccio, procedura, stile di azione, linea di condotta.
Modus operandi, però, resta più incisivo, soprattutto quando vogliamo sottolineare la ripetitività di un comportamento o la sua riconoscibilità.

Volete sapere il mio modus operandi nel comporre gli episodi di Italiano semplicemente?

Beh, quasi sempre scrivo gli episodi e poi li registro. Ma non finisce qui. Se volessi andare nel dettaglio, cerco espressioni simili o comunque modalità alterative per esprimere lo stesso concetto, sinonimi, contrari e poi è importante secondo me il tono da usare, e poi mi piace chiarire la frequenza d’uso e il contesto ogni volta.

Per questa espressione, ad esempio, bisogna dire che può comparire più facilmente in un linguaggio più formale o giornalistico, per indicare il modo normalamente usato nel fare qualcosa da una persona o anche un ministero o una struttura organizzativa.

Non potete pretendere che i più giovani usino questa espressione però. Un professore universitario di contro sì.

Se un ragazzo dicesse “il modus operandi del mio prof è noioso”, suonerebbe un po’ forzato o ironico. Loro preferiscono sinonimi più immediati: modo, stile, approccio..

Invece un professore della facoltò di giurisprudenza potrebbe dire che quando analizziamo una sentenza, dobbiamo osservare il modus operandi del giudice, cioè la logica argomentativa che lo ha portato alla decisione.

Un magistrato potrebbe invece dire che Il modus operandi delle organizzazioni terroristiche non si limita all’azione violenta: comprende anche la comunicazione e il reclutamento.

Vabbè, avete capito no? Pensate al vostro modus operandi al lavoro quindi. Penso che se ne aveste uno non dovreste vergognarvi, anzi!

Un modus operandi è un modo di agire con logica, che riflette una certa personalità e una esperienza che vi ha portato a crearne uno. ben venga dunque!

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Accadde il 4 settembre 476: de facto

De facto (scarica audio)

Trascrizione

Siamo al 4 settembre dell’anno 476, quando l’imperatore romano Romolo Augusto viene deposto da Odoacre, che si proclama re d’Italia: l’Impero romano d’Occidente cessa de facto di esistere.

Intanto, questa frase appare un po’ ostica da comprendere quindi ve la spiego meglio.

Dunque, 476 è l’anno in cui avvenne il fatto.

L’imperatore è il capo supremo di Roma.

Romolo Augusto è il nome dell’ultimo imperatore romano d’Occidente.

Viene deposto significa che fu tolto dal potere, cacciato dal trono.

Odoacre è il capo militare barbaro, non romano.

“Si proclama” significa che si dichiara da solo qualcosa, senza essere eletto da altri.

Si proclama re d’Italia, cioè il sovrano della penisola italiana.

L’Impero romano d’Occidente è la parte occidentale dell’Impero romano (con capitale Ravenna), diversa da quella d’Oriente (con capitale Costantinopoli).

Si, avete capito bene. Ravenna era a quel tempo la capitale dell’impero romano d’Occidente.

Dall’anno 402 da Milano venne spostata a Ravenna perché la città era più facile da difendere perché circondata da paludi e vicina al mare (quindi protetta e collegata ai rifornimenti via nave).

Poi chiaramente Roma restava il cuore simbolico e culturale dell’impero.

Poi, l’Impero romano d’Occidente “cessa di esistere” significa che smette di esistere, finisce.

Cessa de facto di esistere.

Locuzione latina questa: sarebbe come “di fatto”, cioè nella realtà concreta (anche se non sempre ufficialmente riconosciuto).
Vediamo altri esempi di uso di “de facto” che significa “nella pratica”, “in realtà”, anche se non sempre in modo ufficiale o riconosciuto formalmente.

Si può usare oggi anche nel linguaggio comune, ma maggiormente in quello giuridico e politico.

Durante la Guerra Fredda, Berlino era divisa: la città era una sola de jure (per legge), ma de facto esistevano due città separate.

Odoacre governava come “re d’Italia” de facto, pur essendo formalmente un funzionario dell’imperatore d’Oriente.

Una coppia che vive insieme stabilmente è una coppia de facto, anche senza matrimonio.

Lavoriamo insieme da anni: siamo una famiglia de facto.

Quella stanza è de facto diventata un ripostiglio, anche se era nata come studio.

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Accadde il 7 settembre 1860: rifuggire

Rifuggire (scarica audio)

Trascrizione

Il 7 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi entrava a Napoli alla guida dei celeberrimi Mille. Avete presente la spedizione dei Mille?

Garibaldi in questo modo completava una delle tappe più importanti del Risorgimento italiano.
In quel periodo, molti esponenti del governo borbonico, temendo le conseguenze della rivoluzione, rifuggivano la città: cioè cercavano di evitarla, di tenersi lontani da ciò che li spaventava o li metteva in pericolo.

Attenzione. non ho detto che scappavano dalla città cioè che fuggivano ma che la rifuggivano.

Il verbo rifuggire indica proprio questo: allontanarsi da qualcosa di sgradevole, pericoloso o indesiderato. Non è quindi semplicemente “fuggire”, perché rifuggire ha spesso un senso morale o psicologico: si evita qualcosa perché suscita paura, disgusto o rifiuto, non solo per salvarsi la vita.

Per capire meglio, immaginiamo alcuni esempi:

Nel 1860, molti nobili e funzionari borbonici rifuggirono Napoli, lasciando la città nelle mani di Garibaldi.

Chi ama la violenza rifugge i conflitti e preferisce vivere in pace.

Alcuni cittadini rifuggono le bugie e cercano sempre la verità.

Insomma, rifuggere non significa scappare fisicamente, ma evitare con decisione qualcosa che ci provoca disagio o pericolo.

Ecco perché possiamo dire che i borbonici rifuggirono Napoli quando Garibaldi avanzava con i suoi Mille.

Non si rifugge solo un luogo come avrete capito, ma si riferisce anche a situazioni, comportamenti, idee o persone che suscitano rifiuto, paura o disgusto.

È un verbo più ampio di “scappare” o “fuggire”: implica evitare attivamente qualcosa che si percepisce come negativo o pericoloso, sia materiale sia morale o psicologico.

Luigi rifugge le discussioni inutili, perché lo stress lo infastidisce.

Maria rifugge le ingiustizie, impegnandosi invece per fare del bene.

I cittadini rifuggivano la corruzione, cercando di vivere onestamente.

La Generazione Z rifugge carriera e ruoli da manager: troppo stress. Meglio vivere (e diventare influencer).

“Rifuggere” è un verbo piuttosto formale e letterario, e nella lingua parlata dai giovani oggi non è molto comune. In contesti quotidiani si preferiscono verbi più semplici come “evitare”, “scappare da”, “tenersi alla larga da”, oppure espressioni colloquiali come “non voglio averci a che fare”.

Per esempio:

Formale/letterario: “Rifugge la violenza e cerca la pace”

Parlato/giovanile: “Evita la violenza” o “Non vuole avere a che fare con la violenza”

Quindi i giovani lo riconoscono, ma lo usano poco: tende a comparire più in testi scritti, articoli di giornale, libri o discorsi ufficiali.

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Accadde il 6 settembre 1791: al quale, ai quali…

Al quale, ai quali… (scarica audio)

Trascrizione

Il 6 settembre non è un giorno qualsiasi nella storia d’Italia.

Nel 394, l’imperatore Teodosio I affrontò l’usurpatore Flavio Eugenio nella battaglia del Frigido, combattuta nelle Alpi Giulie, al confine orientale dell’Impero romano.
Fu uno scontro durissimo, in seguito al quale il cristianesimo divenne la religione dominante nell’impero.

Qui vediamo l’uso di al quale, che riprende il sostantivo “scontro”.

Potremmo dire: “dopo quello scontro”, ma usare al quale rende la frase più elegante e poi sarebbe una ripetizione che si cerca sempre di evitare.

Un altro 6 settembre, ma nel 1791, la città di Fano fu teatro di una rivolta popolare: la gente scese in piazza contro l’aumento del prezzo della farina e il calo del peso del pane.

Gli scontri durarono diversi giorni, al termine dei quali la rivolta venne soffocata nel sangue.

In questo caso i quali si riferisce a giorni, e significa “alla fine di quei giorni”.

Vediamo esempi in altri contesti

Ora allarghiamo lo sguardo e vediamo altri tre casi in cui il quale, i quali, le quali possono risultare utili.

“Ho seguito un corso di tedesco di 70 ore, al termine del quale sono riuscito a sostenere una breve conversazione di base.”
del quale = di quel corso.

“Dante scrisse la Divina Commedia, opera monumentale, grazie alla quale la lingua italiana acquisì prestigio e diffusione.”
alla quale = a quell’opera.

“La finale di Champions League terminò con una vittoria clamorosa, a seguito della quale l’allenatore fu osannato da tutta la stampa.”
della quale = di quella vittoria.

Come hai visto, questi pronomi relativi – il quale, la quale, i quali, le quali – servono a collegare un nome a una nuova informazione senza ripeterlo, dando un tono più solenne e scorrevole al discorso.

Che si tratti di una battaglia antica, di una rivolta popolare, di un corso di lingua, di un poema medievale o di una partita di calcio, la logica non cambia:

in seguito al quale = “dopo quello”,

al termine dei quali = “alla fine di quelli”,

grazie alla quale = “grazie a quella”.

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Accadde il 5 settembre 1827: la pudicizia e il pudore

La pudicizia e il pudore (scarica audio)

Trascrizione

Avete presente l’inno d’Italia? Lo ha scritto Goffredo Mameli, nato il 5 settembre 1827.

Questo mi offre un ottimo spunto per parlarvi di una caratteristica umana: la pudicizia.

Il termine indica un atteggiamento di riservatezza, pudore, ma anche discrezione, soprattutto nei confronti della sfera sessuale.

Si usa per descrivere una persona riservata, modesta, che non ostenta, soprattutto riguardo al corpo o alla sfera sessuale, ma può estendersi anche al comportamento in generale.

Non si tratta solo di imbarazzo: è una virtù interiore, una misura rispettosa e composta, quasi una forma di eleganza morale.

Ora, immaginiamo Mameli, giovane idealista, poeta e patriota, immerso nella lotta per l’identità e l’onore del suo paese.

Il suo impegno, la sua dedizione, e persino la tragicità del suo destino (morì giovanissimo a soli 22 anni) suggeriscono una sensibilità profonda, un’intima dignità... insomma, un animo che rifugge la vanità e desidera restare fedele a se stesso fino all’estremo sacrificio.

Questo è un modo poetico per associare la pudicizia alla figura di Mameli:

Il 5 settembre nasceva dunque Goffredo Mameli, poeta e patriota, anima ardente e discreta. La sua pudicizia, anziché rivolgersi alla sfera privata, si incarnò nella purezza dei suoi versi e nella forza dei suoi ideali.

Più che di un sentimento parliamo di una disposizione d’animo, caratterizzata da riserbo, riservatezza.

La pudicizia è la qualità di chi è pudìco/pudìca.

Es:

La sua pudicìzia le impediva di parlare apertamente di certi argomenti.

Quel gesto è stato interpretato come un segno di pudicìzia.

Lei è molto pudìca: indossa sempre un costume intero invece del bikini.

Non fare lo spiritoso, sii un po’ più pudìco nelle tue battute.

La nuova collezione propone abiti pudìci, con gonne lunghe e maniche coperte.

Luca è troppo pudìco, arrossisce ogni volta che si parla di certe cose.

Mia nonna era una donna pudìca, non avrebbe mai accettato di mostrarsi in pantaloncini.

Attenzione alla differenza tra pudicizia e pudore.

Il pudore è un sentimento, quindi può essere momentaneo.

La pudicizia è una virtù, una /abitudine del carattere, quindi più duratura. Come detto prima, è una disposizione d’animo.

Se volessi spendere più parole direi che il pudore è il sentimento interiore di riservatezza e vergogna che si prova quando si espone il corpo o la sfera più intima. È un atteggiamento spontaneo, quasi istintivo (“arrossì per pudore”).

La pudicizia come detto è una virtù che al rifiuto di impurità sessuale, in quanto motivo di morbosità e di scandalo, associa il culto di una franca riservatezza e di una composta modestia.

Due esempi finali per chiarire:

Si è coperta d’istinto per pudore quando qualcuno è entrato all’improvviso nella stanza.

Era una donna di grande pudicìzia, sempre riservata nei modi e nell’abbigliamento.

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Ritroso, ritrarsi, ritrosia

Ritroso, ritrarsi, ritrosia (scarica audio)

episodio 1203

Trascrizione

ritrosia, ritroso, ritrarsi

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi vi voglio parlare della ritrosia.

Bel termine vero? È una caratteristica delle persone. Esistono infatti persone che a volte si mostrano ritrose verso qualcosa. Cioè?

Quando diciamo che una persona è ritrosa (se donna) o ritroso (se uomo), stiamo parlando di qualcuno che tende a tirarsi indietro, cioè a ritrarsi, mostrando timidezza, pudore o anche una certa resistenza nell’esporsi, soprattutto sul piano dei sentimenti e delle relazioni. Attenzione alla differenza tra ritirarsi e ritrarsi.

Il verbo ritrarsi infatti significa proprio “spostarsi all’indietro, allontanarsi da qualcosa o da qualcuno”.

Si può anche ritrarre la propria mano, quando ad esempio non voglio stringere la mano ad una persona che ci sta antipatica. Ma ritrarsi è riflessivo.

In senso figurato ritrarsi vuol dire non lasciarsi coinvolgere, non esporsi troppo.

Non è un termine che si usa molto spesso nella lingua parlata comune, e proprio per questo ha un sapore un po’ elegante, letterario.

Se dico: “Maria è una ragazza ritrosa”, intendo dire che non ama mettersi al centro dell’attenzione, tende a ritrarsi davanti agli sguardi, è un po’ riservata, forse anche pudica. Della puficizia parliamo casomai in un prossimo episodio.

Oppure: “Lui è sempre stato ritroso nel manifestare i suoi sentimenti”.

Quindi non è che non li abbia, i sentimenti, ma tende a ritrarsi, a non mostrarli apertamente. Attenzione, è lui che si ritrae, non sono i sentimenti ad essere ritratti.

Ritrarsi è abbastanza simile a essere restio, ma mentre essere restio si riferisce ad una azione che si fatica a fare, perché diffidenti, preoccupati o anche per carattere, essere ritroso si riferisce alla natura della persona, che tende a ritrarsi, a non esporsi.

Da qui nasce il sostantivo ritrosia, che indica proprio questo atteggiamento: la timidezza, la riservatezza o la riluttanza a lasciarsi andare.

Esempio: “Con molta ritrosia accettò l’invito a parlare in pubblico”.

Dunque questa persona si è mostrata ritrosa quando si trattò di parlare in pubblico.

Oppure: “Superata la sua naturale ritrosia, Gianni iniziò a raccontare la sua storia”.

Inizialmente è stato ritroso, poi Gianni ha evidentemente superato questa sua naturale ritrosia.

Attenzione: la ritrosia non va confusa con la semplice timidezza, perché la ritrosia può avere anche un lato più complesso. A volte non è soltanto insicurezza, ma anche pudore, vergogna, o persino una forma di orgoglio che trattiene. È il riflesso, potremmo dire, del ritrarsi non solo fisicamente, ma anche emotivamente.

Immaginate una persona che non vuole sembrare troppo disponibile o troppo audace: non per paura, ma per decoro, per misura. Quella è ritrosia.

Quindi possiamo dire che ci sono alcuni sinonimi parziali,come riservatezza, pudore, timidezza.

I termini contrari sono invece: spigliatezza, sfrontatezza, sfacciataggine, disinvoltura.

A questo punto vi ricordo anche dell’esistenza della locuzione “a ritroso”, di cui ci siamo già occupati. Non descrive un carattere ma un movimento o un procedimento all’indietro.

Ad esempio “camminare a ritroso” vuol dire camminare all’indietro.

Figurativamente invece possiamo usare l’espressione “Ragionare a ritroso”, che significa partire dalla fine e tornare indietro, ripercorrere i passaggi in senso inverso.

Oppure: “Guardando a ritroso nella sua vita, Gianni si accorse di quanto era cambiato”.

Vediamo che il legame con ritrarsi e con l’aggettivo ritroso è chiaro: sempre qualcosa che non procede in avanti, ma che arretra o si richiude.

Esempi finali:

“Si mostrò ritroso di fronte a quell’abbraccio improvviso” vuol dire che si ritrasse, un po’ sorpreso, un po’ imbarazzato.

“La sua ritrosia era evidente, ma nascondeva una grande dolcezza”.

“Camminava a ritroso per non perdere di vista i bambini che lo seguivano”.

“Ripensando a ritroso agli ultimi mesi, capì dove aveva sbagliato”.

Adesso guardiamoci ancora indietro e andiamo a ritroso a ripercorrere alcuni episodi passati.

Lucia: Avete visto Giovanni? Ogni volta che qualcuno prova a presentargli una persona per farlo fidanzare, lui va in bambola e, anziché buttarsi, mostra una ritrosia che rasenta il patologico!

Ulrike: C’era da aspettarselo: con la sua nomea di tipo titubante, non poteva che rifugiarsi dietro una sequela di scuse.

Carmen: Questa mi giunge nuova, perché pensavo solo fosse un po’ timido, non così riluttante da non sentire ragioni in merito.

Anne Marie: Suvvia, una buona volta dovrebbe lasciarsi andare, altrimenti rischia di toccare il fondo del barile delle occasioni mancate.

Marcelo: Io direi che gli converrebbe smettere di edulcorare la sua condizione: gli appuntamenti non sono proibitivi, anzi potrebbero essere propedeutici a un po’ di felicità.

Estelle: Finora ha sempre preferito attendere la manna dal cielo, ma a forza di farlo gli si sta ritorcendo contro.

Karin: Invero, più che un difetto è diventato un vero e proprio spauracchio: non gli sfiora neanche l’idea di fidarsi o confidarsi con qualcuno a fini sentimentali. La sua pasata esperienza ha lasciato evidenti strascichi!

Julien: vabbè dai, diamogli un’ultima occasione. Presentiamogli Margherita. Se rifiuta anche lei, che vada a farsi friggere!

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Correggere il tiro

Correggere il tiro  (scarica audio)

Episodio n. 1201

Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi parliamo di un’espressione che nasce dal linguaggio militare, ma che ormai usiamo tutti nella vita quotidiana: correggere il tiro.

Prima di tutto:

Correggere significa “aggiustare”, “rimediare a un errore”, “modificare per rendere giusto qualcosa”.

Il tiro invece è l’azione del tirare: tirare una freccia, tirare con una fionda, con una pistola, con un cannone, o anche tirare un pallone.

D’altronde del tiro abbiamo già parlato nell’episodio dedicato all’espressione alzare il tiro, e anche in capitare a tiro.

Dunque “correggere il tiro”, in senso letterale, significa aggiustare la mira dopo aver sbagliato un colpo.

Immaginate un arciere: lancia la prima freccia e colpisce… un albero accanto al bersaglio! Allora cambia posizione, prende meglio la mira e… corregge il tiro.

Nella lingua di tutti i giorni, però, non parliamo di frecce, palloni o proiettili. Usiamo correggere il tiro quando qualcuno cambia strategia, atteggiamento o comportamento, dopo aver capito che il modo in cui stava agendo non era efficace.

Esempi:

Uno studente che studia poco prende un brutto voto. Alla prova successiva decide di impegnarsi di più: sta correggendo il tiro.

Un politico fa una dichiarazione infelice, la gente si arrabbia, allora il giorno dopo prova a riformulare meglio le sue parole: anche lui sta correggendo il tiro.

Io che sto cercando di dimagrire seguendo la dieta a zona… ma se una sera mangio pizza e gelato, il giorno dopo devo assolutamente correggere il tiro!

Ci sono espressioni che somigliano molto a questa:

Aggiustare il colpo

Raddrizzare il tiro

Cambiare rotta (immagine marinaresca: se la nave va nella direzione sbagliata, cambio rotta)

Fare marcia indietro (se mi accorgo che sto andando proprio male, torno indietro e riparto).

Pensate a una persona che cerca di fare colpo a un appuntamento galante:

“Ciao, sei molto diversa dalla foto del documento d’identità!”

Ops… pessima battuta! Allora subito sorride nervosamente e dice:

“Beh, volevo dire che sei molto più bella dal vivo!”

Ecco, questo è un classico esempio di correggere il tiro in extremis!

Dunque ricordate: correggere il tiro è una di quelle espressioni nate in un contesto tecnico (armi, tiro al bersaglio, guerra) e poi migrate nella lingua comune. Oggi significa semplicemente “aggiustare il comportamento dopo un errore”.

E, alla fin fine, tutti nella vita dobbiamo imparare a correggere il tiro… specialmente quando sbagliamo con la nostra dolce metà: lì, amici miei, se non correggete il tiro subito… siete fritti!

Adesso ripassiamo.

Marcelo: Ieri ho provato a cucinare la carbonara con la panna. Oggi ho corretto il tiro e finalmente era commestibile.
Ieri era veramente un obbrobrio!

Ulrike: Io invece, alla faccia del tetto di spesa fissato per questo mese, ho esagerato con gli acquisti online. Non resta che correggere il tiro con il portafoglio chiuso a doppia mandata.

Anne Marie: A me capita nello sport: tiro dieci volte a canestro, sbaglio nove volte, poi correggo il tiro e finalmente segno.

Carmen: E sulle prime sembra insensato continuare, ma alla fine… funziona!

Christophe: Anche sul lavoro vale: se spieghi un progetto male e nessuno capisce, meglio correggere il tiro subito che aspettare l’errore finale. E lì bisogna anche metterci la faccia, non scaricare la colpa al primo capro espiatorio.

Mariana: Io studio l’italiano, e quando sbaglio i verbi… pazienza, correggo il tiro e li ripeto finché non mi entrano in testa. Certo, smanettare per cercare belle frasi col congiuntivo è un salasso di energie, ma con l’assiduità si migliora.

Julien: In politica poi è fondamentale: se fai una promessa impossibile, devi correggere il tiro o finisci nei guai. Altrimenti ti tocca fare mea culpa, prima che gli altri ti addossino la colpa di tutto.

Hartmut: Alla fin fine, correggere il tiro è l’arte di trasformare un errore in una lezione utile. È palese: sbagliando si impara.

Accadde il 15 agosto: a che

A che (scarica audio)

Trascrizione

Il 15 agosto in Italia è Ferragosto, ricorrenza che unisce l’antica pausa romana delle Feriae Augusti (volute da Augusto dopo i lavori nei campi) e la solennità cristiana dell’Assunzione di Maria.

È, insomma, una festa “pensata a che la gente riposi e celebri”.

Ho appena usato una locuzione: “a che”.

Che cos’è “a che”? Cosa vuol dire?

Forse è abbastanza intuitivo, ad ogni modo “a che” introduce uno scopo, una finalità, proprio come “affinché“.

E allora “a che” regge il congiuntivo (presente o passato), esattamente come affinché, perché, in modo che, in modo da.

Quindi, ad esempio “a che sia”, “a che fosse”, “a che abbia”, “a che avesse”,eccetera.

Devo dirvi che, benché si usi anche informalmente, suona abbastanza letterario o persino sostenuto. Nell’uso comune si usa ma si preferisce “affinché”, “perché“, “in modo che”.

Ne abbiamo già parlato in un episodio, ma in quella occasione vi ho parlato di acché, in una sola parola e con l’accento acuto sulla e.

Questo uso però è più raro rispetto alle due parole singole: a che. Viene più spontaneo usarlo in questo modo.

Esempi legati a Ferragosto:

Le Feriae Augusti nacquero a che i lavoratori potessero riprendersi dalle fatiche dei campi.
(= affinché potessero…)

Nel calendario cristiano la festa fu fissata il 15 agosto a che coincidesse con l’Assunzione di Maria.
(= affinché coincidesse…)

Organizziamo il pranzo di Ferragosto a che tutti si ritrovino in famiglia.
(= affinché si ritrovino…)

Mia madre, quando cucina, è molto attenta alle materie prime e a che il piatto risulti salutare.
(va benissimo anche “…e affinché sia salutare”: stesso significato, congiuntivo obbligatorio.)

Dobbiamo pulire tutto a che la casa sia pronta ad accogliere gli ospiti.
Non esitate a usare questa locuzione, a che chi vi ascolti possa pensare che la lingua italiana non ha più segreti per voi.

Termino l’episodio con un alert, che avevo già detto nell’episodio dedicato a “acché: in frasi come “Avere a che fare” e “avere a che dire/lamentarsi”, “avere a che vedere”, il significato è diverso. Lo vedremo in un altro episodio.

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Accadde il 13 agosto 1942: passarci

Passarci (scarica audio)

Trascrizione

Il 13 agosto 1942, nelle sale cinematografiche italiane, arrivava Bambi, il nuovo film d’animazione della Disney. Bambi, il cerbiatto. Ce l’avete presente?

Nel cartone, tratto dal romanzo “Bambi, una vita nel bosco” di Felix Salten, seguiamo la crescita di questo piccolo cervo dalla nascita all’età adulta, con momenti felici, momenti difficili (come la famosa scena della perdita della madre) e tante avventure nel bosco insieme ad altri animali, come il coniglio Tamburino e la puzzola Fiore.

All’epoca, andare al cinema era un piccolo lusso, e molti bambini ci andavano con i genitori la domenica pomeriggio. Qualcuno, ricordando quegli anni, potrebbe dire:

“Eh, sì… da bambino ci sono passato anch’io, davanti a quel cinema, con la locandina di Bambi esposta in vetrina”.

In questo episodio voglio parlarvi del verbo “passarci” di cui vi ho appena fatto un esempio:

Davanti a quel cinema ci sono passato anch’io.

Qui passarci significa andare o transitare fisicamente in un luogo.

Ma il verbo ha anche un uso figurato:

Quando Bambi impara a camminare e cade goffamente, ho riso tantissimo… d’altronde, da piccoli ci siamo passati tutti.

Qui “ci” non indica un luogo, ma l’esperienza comune di imparare a camminare e di fare inevitabilmente qualche caduta. Quindi parliamo di un’esperienza, anche emotiva, condivisa.

Lo stesso se dico:

Eh, per capire cosa vuol dire veramente patire la fame, bisogna passarci!

Qui si intende che bisogna vivere quella esperienza personalmente.

Che ne sai tu, che non ci sei passato, cosa vuol dire divorziare dopo 30 anni di matrimonio?

C’è anche l’uso idiomatico passarci sopra.

Es:

Una volta, durante la proiezione di Bambi, il proiettore si bloccò… ma ci passammo sopra, continuando a canticchiare le canzoni.

Passarci sopra sta a significare lasciare perdere, non dare importanza a qualcosa che ci ha infastidito, ferito o fatto arrabbiare.

In pratica, quando “ci passi sopra”, quando passi sopra a qualcosa (sempre in senso figurato) non ti soffermi sul problema, non lo porti avanti, lo superi senza rancore (o almeno cercando di farlo).

Non parliamo di investire qualcuno o qualcosa!

Ora, se avessi fatto qualche errore nella trascrizione dell’episodio spero siate disposti a passarci sopra.

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Accadde il 12 agosto 2025: sottotraccia

Sottotraccia (scarica audio)

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Oggi per la rubrica “Accadde il” dovrei togliere una “d”, perché n effetti l’evento si riferisce proprio ad oggi.

Il 12 agosto 2025, cioè proprio oggi, in occasione della Giornata internazionale della gioventù, l’Istat ha reso noto che “i giovani di 15-34 anni residenti in Italia sono circa 12,2 milioni, pari al 20,6% della popolazione”.

L’ Istat è l’istituto nazionale di statistica italiano quindi è la fonte ufficiale italiana per i dati statistici sulla popolazione.

I numeri dati dall’Istituto sono importanti perché fotografano la popolazione italiana e come cambia nel tempo ma evidenzia anche eventuali problematiche fa affrontare politicamente. Il fatto è che spesso questi dati pur rilevanti, restano sottotraccia nel dibattito pubblico: non occupano le prime pagine, non generano titoli sensazionalistici.

In questo senso, “sottotraccia”, la parola del giorno, indica ciò che agisce in modo nascosto o discreto, senza emergere apertamente ma con un impatto reale. Proprio come la presenza dei giovani nella società italiana: una forza silenziosa che, pur non apparendo sempre in superficie, contribuisce a modellare il futuro del Paese.

Un altro dato che resta ancor di più sottotraccia è l’emigrazione dei giovani. 367 mila giovani italiani (25–34 anni) sono emigrati tra il 2014 e il 2023, oltre un terzo dei trasferimenti complessivi; al momento della partenza, quasi 4 su 10 erano laureati.

Chiaramente sottotraccia viene da traccia, che indica qualcosa di visibile. Le tracce sono fatte per essere viste e spesso seguite (la polizia segue le tracce dei criminali) ma se qualcosa resta sottotraccia, evidentemente non è più tanto visibile. In senso proprio il concetto di sottotraccia viene usato ad esempio per gli impianti tecnici, cioè i tubi e cavi, che vengono posti sotto l’intonaco, non visibili quindi. Da lì, il passaggio al senso figurato è immediato.

Infatti in senso figurato se qualcosa passa in secondo piano, se non è immediatamente percepibile, ma continua a esistere e ad agire, si può dire che agisce sottotraccia.

È qualcosa di reale, ma non attira l’attenzione della maggioranza.

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Accadde l’11 agosto 1944: orgoglio e fierezza

Orgoglio e fierezza (scarica audio)

Trascrizione

L’11 agosto 1944 Firenze si svegliò con un silenzio diverso. Non era il silenzio della paura, ma quello che precede i momenti storici.
Le campane, finalmente, anche loro, libere di suonare, scandivano l’annuncio: la città era di nuovo in mano ai suoi abitanti.
Tra le strade, piene di macerie e di fiori, la gente si abbracciava.
Mario, giovane partigiano, guardava l’Arno e i ponti superstiti con le lacrime agli occhi.
Era fiero di ciò che lui e i suoi compagni avevano fatto: non solo avevano liberato una città, ma avevano difeso la sua dignità.

Poco più in là, la signora Rosa, con il grembiule ancora sporco di farina, diceva a chiunque incontrasse:
«Sono orgogliosa di voi ragazzi! Avete riportato la libertà a Firenze!»

Il suo era un orgoglio caloroso, fatto di riconoscenza, ma anche di un po’ di compiacimento nel sapere che proprio i giovani del suo quartiere avevano avuto un ruolo decisivo.

E così, tra la fierezza silenziosa di chi sa di aver fatto la cosa giusta e l’orgoglio aperto e rumoroso di chi non trattiene la gioia, Firenze tornò a respirare.

Allora spieghiamo oggi la sottile differenza tra l’orgoglio e la fierezza.

Quando Firenze e dintorni furono liberati dall’occupazione tedesca grazie all’insurrezione proclamata dal Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, “I fiorentini erano fieri di aver contribuito alla liberazione della loro città, dimostrando coraggio e unità.

La fierezza è una sensazione positiva, di soddisfazione e dignità per un risultato o per un comportamento, proprio o altrui, spesso con una sfumatura di nobiltà o coraggio.

Essere orgoglioso può avere un significato simile, ma è più ampio e può includere anche un senso di compiacimento personale. In certi contesti può avere una connotazione negativa, se sfocia in arroganza.

Es: Era talmente orgoglioso da non voler ammettere di aver sbagliato i calcoli, anche quando i dati lo dimostravano chiaramente.

Qui c’è testardezza nell’errore.
Oppure se parliamo di una persona troppo orgogliosa per chiedere aiuto, finì per peggiorare la situazione.
Oppure può esprimere una eccessiva competitività:

Orgoglioso dei suoi successi, guardava dall’alto in basso chi non riusciva a ottenere gli stessi risultati.

Orgogliosa delle sue tradizioni, rifiutava qualsiasi innovazione, anche quelle utili.

La fierezza invece è sempre positiva. Esprime dignità, coraggio, onore. È una qualità nobile.
In molti casi comunque è praticamente la stessa cosa dire ad esempio “sono fiero di te” e “sono orgoglioso di te”.

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Accadde il 10 agosto 1893: al di là di ogni ragionevole dubbio

Al di là di ogni ragionevole dubbio (scarica audio)

Trascrizione

Il 10 agosto 1893 l’Italia compì un passo importante nel mondo finanziario con la nascita della Banca d’Italia, frutto della fusione di quattro istituti bancari.

Questo evento arrivò dopo un periodo di grande instabilità e scandali, come quello della Banca Romana, che aveva minato la fiducia nel sistema bancario nazionale.

Per prendere una decisione così cruciale, il governo dovette raccogliere prove e testimonianze precise, valutare ogni elemento con attenzione e assicurarsi che la necessità di riforma fosse chiara al di là di ogni ragionevole dubbio.

Solo quando fu certo che il sistema bancario doveva essere unificato e regolamentato in modo efficace, si procedette alla creazione di una banca centrale capace di garantire stabilità e fiducia.

Questo esempio mostra come in ambito giuridico e politico si agisca solo quando la certezza supera ogni dubbio ragionevole, per evitare errori e ingiustizie.

L’espressione al di là/fuori di ogni ragionevole dubbio, tipica del linguaggio giuridico, indica che una determinata verità è stata accertata con un grado di certezza tale da rendere qualsiasi dubbio infondato e irragionevole.

Non si pretende la verità assoluta, ma si raggiunge un livello di prova così solido da escludere ogni ipotesi alternativa ragionevole.

L’espressione si può usare anche in altre circostanze ovviamente, ma in effetti se fate una ricerca prevalgono, nel suo utilizzo, le occasioni formali e giuridiche.

Ma stiamo parlando di dubbi, quindi nessuno mi vieta, ogniqualvolta bisogna essere sicurissimi, perché c’è una decisione importante da prendere, di dire ad esempio:

Che la carbonara si faccia senza panna è ormai un fatto assodato, direi al di là di ogni ragionevole dubbio.

Studiare solo la grammatica non basta per imparare l’italiano, e questo è chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio. È come voler imparare a nuotare leggendo il manuale… senza mai entrare in acqua!

Che fingesse il piacere era evidente al di là di ogni ragionevole dubbio: ha guardato l’orologio tre volte, ha risposto a un messaggio della madre e ha detto ‘Interessante’ nel momento clou.

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Accadde il 9 agosto 1866: rilanciare

Rilanciare (scarica audio)

Trascrizione

Durante la Terza guerra d’indipendenza, il 9 agosto 1866, Giuseppe Garibaldi era a capo delle sue truppe volontarie, impegnate sul fronte trentino.

Dopo alcune scaramucce e qualche successo, arrivò l’ordine dal governo italiano di sospendere le operazioni.

Un ordine secco, che Garibaldi accolse con il celebre telegramma di una sola parola: “Obbedisco”.

Quell’“Obbedisco” era tutto tranne che rassegnazione: era un atto di disciplina militare, ma anche una frase che, in poche lettere, rilanciava la sua immagine di uomo leale e combattente, pronto a rispettare la catena di comando pur avendo le capacità e il carisma per agire in autonomia.

Ed eccoci all’argomento di oggi: rilanciare.

In senso proprio, viene dal gioco o dallo sport: rilanciare la palla nel campo avversario in una partita di tennis o pallavolo, oppure rilanciare la pallina in un flipper.

In senso figurato, rilanciare significa però dare nuova forza, nuova visibilità o nuova spinta a qualcosa: si può rilanciare un progetto, un’idea, un’iniziativa o una persona.

Quindi siamo di fronte a persone, eventi o idee che ricevono nuova attenzione, spesso grazie ai media, a un successo improvviso o a un gesto significativo.
Es:

Un cantante è stato rilanciato dal festival di Sanremo.

Dopo un periodo di crisi, l’allenatore è riuscito a rilanciare la carriera del giovane attaccante, facendolo giocare titolare in partite decisive.

L’intervista in prima serata ha contribuito a rilanciare l’immagine dell’attore, che era sparito dalle scene da diversi anni.

Se vogliamo è simile a “rivitalizzare” o a “dare una nuova opportunità” o anche a rinascere.
Poi, un uso molto comune di rilanciare è nel poker e nei giochi d’azzardo: quando un giocatore aumenta la posta dopo la puntata di un avversario, sta “rilanciando”, cioè alzando la posta in gioco.

Es: 10 euro per vedere

Rilancio: 15 euro!

Adesso chi vuole giocare deve puntare 15 euro e non più dieci, perché qualcuno ha rilanciato.

Anche nella vita quotidiana possiamo dire “rilanciare” in questo senso: ad esempio, in una trattativa, quando una parte propone condizioni migliori per superare quelle dell’altro.
Es:

L’azienda mi ha offerto 1.800 euro al mese, ma un’altra società ha rilanciato proponendone 2.000 più i buoni pasto.

Avevo offerto 50 euro per quella bicicletta usata, ma un altro acquirente ha rilanciato arrivando a 60.

Posso usare il verbo persino così:

Durante la cena, Marco ha raccontato una storia divertente; subito dopo, Lucia ha rilanciato con un aneddoto ancora più incredibile.

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Accadde l’8 agosto 1848: il desiderio di rivalsa

Il desiderio di rivalsa (scarica audio)

Trascrizione

Immaginate Bologna nell’agosto del 1848. Avete immaginato?
Aggiungo qualche dettaglio allora…

Da tempo sotto il controllo austriaco, la città viveva un clima di tensione, rabbia e frustrazione.

Gli austriaci avevano imposto il loro potere con rigide restrizioni e la popolazione attendeva il momento giusto per reagire.

Quando scoppiò la rivolta popolare, che era nell’aria, non si trattò soltanto di un’azione militare o politica: fu il frutto di un desiderio di rivalsa coltivato per anni.

Vediamo meglio questa frase.
Il desiderio di rivalsa è la spinta a reagire, a riscattarsi dopo un torto subito o una sconfitta, per dimostrare il proprio valore o per riprendere ciò che è stato tolto.

Riscattarsi è anche questo un verbo importante da capire in questi contesti. Non é esattamente come vendicarsi.

La vendetta è un’azione punitiva mossa principalmente dalla rabbia o dal rancore, spesso sproporzionata e mirata a far soffrire l’altro quanto (o più di) quanto si è sofferto.

La rivalsa è invece il desiderio di recuperare un vantaggio perso, ristabilire l’equilibrio o affermare il proprio valore dopo un torto o una sconfitta. Può avvenire anche in modo positivo, legale o sportivo, e non implica per forza nuocere direttamente all’altro.

Infine, riscattarsi viene da riscatto. Il desiderio di riscatto esiste ugualmente, ma questo implica la volontà di migliorare la propria condizione o riacquistare onore e dignità dopo un errore, un fallimento o una situazione negativa, spesso guardando più al futuro che al passato. Ci si può riscattare anche dal proprio passato, senza che ci siano altre persone coinvolte.

Il verbo, quando parliamo del desiderio di rivalsa, è rivalersi.

Quindi parliamo del desiderio di rivalersi su qualcuno. La preposizione da usare è “su“.

Per i bolognesi, vincere significava non solo liberarsi degli occupanti, ma anche lavare l’onta dell’umiliazione subita. Di questa espressione ci occupiamo un’altra volta.

E infatti, con determinazione, riuscirono a costringere gli austriaci a ritirarsi a nord del fiume Po.

Usiamo l’espressione anche in contesti quotidiani:

Dopo la sconfitta dell’andata, la squadra è scesa in campo con un forte desiderio di rivalsa.

Licenziato ingiustamente, ha aperto un’attività tutta sua per rivalsa.

A Bologna, quell’8 agosto, il desiderio di rivalsa si trasformò in azione concreta, lasciando un segno nella storia del Risorgimento italiano.

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Il numeretto

Il numeretto (scarica audio)

Episodio n. 1199

Trascrizione

Benvenuti amici di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di numeri. Per essere più preciso, vi parlo di un numero particolare, il famoso numeretto.

Si tratta del diminutivo di numero? Parliamo di questo?

Letteralmente sì, il numeretto è un numero piccolo, ma nel linguaggio comune, in Italia, quando si parla di numeretto non ci si riferisce quasi mai a un numero matematico, bensì a un piccolo bigliettino, generalmente di carta, su cui è stampato un numero.

Il contesto tipico?

Avete presente quando entrate in un supermercato, nel reparto salumi, formaggi o gastronomia

Davanti al banco c’è una macchinetta. No, neanche questa è una piccola macchina…

Comunque sia, si preme un pulsante su questa macchinetta, e zac!, esce un foglietto con un numero. Ecco: quello è il numeretto. Spesso più che il pulsante si strappa il numeretto.

Il numeretto serve per stabilire un ordine di attesa, per evitare discussioni tra i clienti su chi fosse arrivato prima.

Infatti, grazie al numeretto, si sa subito a chi tocca essere servito: basta guardare il display luminoso (o ascoltare la voce dell’addetto) che annuncia “numero 48!”.

Quindi il numeretto non è importante per il valore numerico in sé, ma perché identifica la nostra posizione nella fila.

È un oggetto piccolo, ma molto utile, e in certi contesti è quasi sinonimo di “diritto di essere serviti” in ordine.

Il termine è usato anche in senso figurato, a volte con un po’ di ironia:

“Qui ormai per qualsiasi cosa bisogna prendere il numeretto!”
per dire che bisogna aspettare a lungo, come se si fosse al banco del supermercato.

Un’immagine che potete associare al numeretto è proprio quella di una fila ordinata di clienti, ognuno con il suo bigliettino in mano, in attesa che arrivi il proprio turno.

Esempio di uso:
Siamo arrivati al banco dei salumi, ma c’è tanta gente.

Hai preso il numeretto cara?

Sì, abbiamo il 72, e stanno servendo il 48…. meglio se ci mettiamo comodi…

Dunque, il numeretto è un piccolo numero che, per magia organizzativa, riesce a trasformare una folla confusa in una fila ordinata, sempre che non arrivi il cliente con un numero passato che dice:

Il 21 è stato già servito?

Siamo al 48 signore!

Scusate mi ero distratto un attimo!

Adesso ripassiamo un po’.

Per farlo, simuliamo un dialogo alla cassa di un supermercato.

Marcelo: Chiedo scusa, non che io abbia fretta, ma potete farmi passare? Ho solo questa bottiglia.

Anna: eh no! Si fa presto a dire “fatemi passare”. Ma la fila è questa e si rispetta.

Christophe: Ah, ben detto! Sono qui da un quarto d’ora, e non mi sconfinfera proprio l’idea che tu mi passi avanti.

Julien: Ma a che pro dovremmo farti passare? Se tutti pensassimo come te, non esisterebbe proprio la fila.

Marcelo: Che esagerazione! Non volevo sollevare un polverone!

Karin: Tu stai solo cercando un espediente per saltare la fila. Questo fa molto italiano.

Sofie: ma no, quale italiano d’Egitto, è una questione di principio, ragazzo, cerca di capire. Ci sono poi tanti furbetti che amano le. scorciatoie. Personalmente, Ne ho già visti troppi, non mi sfiora nemmeno l’idea di cedere.

Anne Marie: ragazzi ragioniamo, a quest’ora avrebbe già pagato il ragazzo. Passa ragazzo, passa pure.

Ulrike: va bene dai. Almeno abbiamo fatto la nostra buona azione della giornata. Anche se, a dirla tutta, avevo una certa fretta anch’io.

– – – –

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Il cetriolo e l’ammanco – RIPASSO

Il cetriolo e l’ammanco (scarica audio)

Descrizione: 

Un episodio per divertirsi e al contempo ripassare qualche episodio passato: la storia del cetriolo fruttivendolo che scoprì un ammanco.

Trascrizione

il cetriolo e l'ammanco

Un cetriolo piuttosto allegro gestiva un negozio di fruttivendolo. Ogni giorno, con chirurgica meticolosità, faceva un controllo della cassa.

Un giorno scoprì un ammanco importante di denaro e dalla sua faccia affiorò la sua incazzatura con un gesto eclatante. che non sto qui a dirvi

I commenti di tutti in paese puntavano nella stessa direzione. Un peperone rosso e impertinente che si metteva sempre in mostra era il primo sospettato. Si profilava un brutto quarto d’ora per lui.

Era arrivato il momento di fare il punto della situazione e di avviare il necessario regolamento dei conti.

Il negozio aveva chiuso e tutti se ne erano andati poco tempo prima. Il cetriolo dopo aver dato addosso al primo sospettato, si fermò trafelato a pensare prima di commettere una – consentitemi il termine – “ortoingustizia”.

Dopo aver trattenuto il respiro per un attimo si chiese: quel peperone era un vero ladro o aveva solo un’aria circospetta?
I commenti di tutti, in paese, puntavano però nella stessa direzione. ma il dubbio persisteva: era un ortaggio probo oppure no?
Il giudizio del cetriolo pendeva sulla testa del peperone, ma nonostante questo, il cetriolo si chiese se stesse solo mettendo zizzania nel negozio, piena di potenziali colpevoli, rovinando, tra l’altro, la reputazione di un ortaggio solo per un ammanco che, dopotutto, doveva ancora essere ancora provato.
Poteva esere stata un’astuta cipolla: l’intera bancarella la teme per la sua lingua tagliente che fa piangere tutti. Sarebbe un’ottima candidata per aver cercato di depistare le indagini, mettendo in cattiva luce il peperone per sviare l’attenzione da sé.
Altri potenziali indiziati?
Una schiera di carote in prima fila: un gruppo di ortaggi molto unito, noto per fare fronte comune in ogni occasione. Forse hanno agito come una squadra per il furto e ora la loro compattezza è una cortina di fumo per nascondere il vero colpevole.
Oppure?
Da un angolo buio della dispensa, i fagioli sono sempre stati una famiglia chiusa e un po’ misteriosa. Il cetriolo si chiede se sotto il loro apparente silenzio non si celi un intrigo ben più grande. Qualcuno sostiene che, se si sbottonasse anche solo uno di loro, si aprirebbe un vero e proprio vaso di Pandora di segreti. Potrebbero essere loro ad avere le mani in pasta, un affare oscuro che li ha spinti a determinare l’ammanco per non svenarsi per sbarcare il lunario .
E non dimentichiamo Il boss Carciofo: dalla posizione più in alto dello scaffale, il carciofo è l’ortaggio più assetato di potere di tutti. La sua filosofia è: il fine giustifica i mezzi. Per acquisire una posizione di prestigio tra i colleghi e porre in essere una nuova gerarchia all’interno del negozio, potrebbe aver rubato il denaro per porre la prima pietra di una nuova stagione di dispensa. Potrebbe aver usato il peperone come diversivo per depistare i sospetti.
C’è anche una ipotesi più remota: La congiura delle zucche: I cetrioli hanno sempre creduto che le zucche fossero solo belle e sode, ma ultimamente una voce serpeggia nella mente del fruttivendolo. Forse hanno tramato un colpo di mano per impossessarsi della cassa, agendo di comune accordo per non lasciare tracce. Questa teoria, se fondata, potrebbe spiegare la velocità e l’abilità con cui il denaro è sparito senza lasciare traccia.
Nonostante i dubbi che assalivano il cetriolo, il peperone continuava a fare buon viso a cattivo gioco, abbracciando l’idea di essere la Cenerentola della situazione, un ingiustamente sospettato.
Ma poi, a un tratto, tutti i sospetti caddero e la verità venne a galla . Quando il cetriolo decise di non mettere all’indice il peperone e di dare un’ultima possibilità a tutti, con sua enorme sorpresa, fu una timida patata a farsi avanti. Da sempre considerata dal cetriolo (ma sollo da lui) un po’ la più bonacciona tra gli ortaggi, si fece interprete del sentimento di tutta la comunità e confessò: aveva preso i soldi per comprare un costume da ballerina, il suo sogno segreto.

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Accadde il 18 luglio ’64 d.c.: defilarsi

Defilarsi (scarica audio)

Trascrizione

defilarsi

Roma brucia.

È la notte del 18 luglio dell’anno 64 d.C..

Le fiamme divorano tetti, templi, case, magazzini. La città è in ginocchio.

E lui, l’imperatore Nerone, dov’è?

Secondo alcuni… si è defilato.

Secondo altri… è rimasto a suonare la cetra, cantando versi tragici mentre le fiamme si alzavano verso il cielo.

Ma cosa vuol dire defilarsi?

“Defilarsi” è un verbo pronominale che significa allontanarsi in modo discreto,

Oppure evitare di esporsi, o tirarsi indietro, spesso per non assumersi responsabilità, o per non farsi coinvolgere in situazioni difficili, imbarazzanti o pericolose, come chi cerca di sparire dalla scena senza dare nell’occhio.

Il grande incendio di Roma rappresenta perfettamente questa idea:

mentre ci si aspetta che chi comanda prenda decisioni,

Nerone si defila — letteralmente o simbolicamente —

e lascia che la città si consumi tra le fiamme.

O almeno così racconta la leggenda.

Vediamo degli esempi più moderni:

Quando il progetto ha cominciato a scricchiolare, il capo si è defilato in un attimo.

Alla fine della cena, quando c’era da dividere il conto, qualcuno si è defilato

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Accadde il 14 luglio 1944: all’acqua di rose

All’acqua di rose (scarica audio)

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Nel linguaggio comune italiano, dire che qualcosa è fatto all’acqua di rose significa che è fatto in modo superficiale, blando, poco efficace, come se non volesse dare fastidio a nessuno, come se mancasse completamente di forza o decisione.

Una crema all’acqua di rose profuma, ma non cura. Una denuncia fatta all’acqua di rose non scuote le coscienze. Una reazione all’acqua di rose è una carezza, quando servirebbe un pugno (metaforico, si intende!).

E allora oggi, per capire quanto possa essere inadeguato affrontare certe cose all’acqua di rose, torniamo a un evento drammatico avvenuto il 14 luglio 1944, durante la Seconda guerra mondiale, nell’Italia del Nord.

Siamo ad Alagna Valsesia, in Piemonte. Un reparto di SS italiane fucila otto carabinieri e sette partigiani, arrestati nei giorni precedenti durante la riconquista della Repubblica partigiana della Valsesia, una delle tante zone liberate temporaneamente dai nazifascisti.

Un’esecuzione fredda, pianificata, senza processo, senza appello. Un atto brutale che lascia un segno profondo nella storia locale e nazionale.

Ecco: davanti a fatti del genere, parlare con mezze parole, fare commemorazioni leggere, usare toni sfumati o dimenticare, sarebbe un modo di agire all’acqua di rose.

Ma ci sono eventi che meritano invece la verità nuda e cruda, la memoria viva, il linguaggio forte, il rispetto pieno.

Per questo, quando si dice che un atto è stato fatto “all’acqua di rose”, si intende spesso una critica: qualcosa che avrebbe dovuto essere fatto con più serietà, più decisione, più coraggio.

E ricordiamolo: l’acqua di rose è profumata, delicata… ma non guarisce le ferite profonde della storia.

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Accadde il 13 luglio 1878: per sfregio

Per sfregio (scarica audio)

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Nel 1878, il 13 luglio, quando a Roma passava il corteo funebre di Papa Pio IX, la tensione era alle stelle. Il papato, fino a pochi anni prima, aveva governato Roma e parte dell’Italia centrale, ma ora il potere temporale era finito. L’Italia era diventata unita, e Roma era stata proclamata capitale.

Ma non tutti avevano voglia di riconciliarsi. Quel giorno, un gruppo di anticlericali scatenati si scagliò con rabbia contro il corteo funebre del defunto pontefice, colpendo con pietre e bastoni, urlando insulti e minacciando persino di buttare la bara nel Tevere.

Non fu un’azione politica. Non fu una protesta organizzata. Fu un gesto deliberato e offensivo. Fu fatto per sfregio.

Fare qualcosa per sfregio significa offendere intenzionalmente, per disprezzo, provocazione, o rabbia. Non si agisce per un vantaggio, ma per umiliare, per ferire l’altro simbolicamente o moralmente.

Gettare una bara nel fiume non ha senso pratico. Ma farlo al Papa, nel cuore della Roma che aveva appena smesso di essere papale, significava disprezzare tutta la Chiesa. Non bastava la vittoria politica. Si voleva infangare il nemico anche da morto.

Ecco, questo è proprio ciò che si chiama “un gesto fatto per sfregio”.

Dunque, l’espressione del giorno è: “Per sfregio” e si usa per descrivere un’azione fatta per disprezzo, per offendere deliberatamente o semplicemente per il gusto di farlo.

Esempio moderno: “Mi ha parcheggiato davanti al cancello di casa solo per sfregio!”..

D’altronde lo Sfregio indica una ferita al volto o a una parte del corpo, spesso fatta per umiliare (es. “gli hanno fatto uno sfregio con un coltello”).

E però anche una offesa grave, gesto di disprezzo o umiliazione (es. “quello che ha fatto è stato uno sfregio alla sua dignità”).

Sfregiare invece, come è ovvio, significa ferire il volto di qualcuno, solitamente con uno strumento tagliente.

Oppure umiliare o offendere gravemente qualcuno con un’azione simbolica o provocatoria (es. “ha sfregiato la memoria del defunto con quel gesto”).

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Accadde il 6 agosto 1863: dare addosso

Dare addosso (scarica audio)

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dare addosso

C’è un posto, poco fuori Napoli, che pochi conoscono ma che un tempo fu il cuore pulsante della modernizzazione industriale del Regno delle Due Sicilie: l’opificio di Pietrarsa.

Affacciato sul mare, tra Portici e San Giovanni a Teduccio, questo grande complesso fu inaugurato nel 1840 da Ferdinando II di Borbone per costruire locomotive, binari e carrozze ferroviarie, in un’epoca in cui l’Italia ancora non era unita. Era un vanto, un simbolo di progresso, il primo stabilimento ferroviario italiano.

Ma ventitré anni dopo, nel 1863, proprio il giorno 6 agosto, qualcosa cambiò drasticamente. L’Italia era ormai unificata da poco, e Pietrarsa era passata sotto il controllo dello Stato italiano. Alla direzione dell’opificio venne messo Jacopo Bozza, un uomo tutto d’un pezzo, rigoroso, forse troppo. Bozza decise di riorganizzare l’azienda: riduzione dei salari, aumento dell’orario di lavoro e… licenziamenti a pioggia. Una riforma, diceva lui, necessaria. Un attacco, dissero gli operai.

È a questo punto che si può usare con precisione chirurgica l’espressione italiana “dare addosso”. Sì, perché quegli operai, che avevano costruito con fatica e orgoglio il futuro del Mezzogiorno, cominciarono uno sciopero pacifico per protestare contro queste nuove condizioni insostenibili. La risposta dello Stato non fu il dialogo, ma la violenza.

I soldati arrivarono a Pietrarsa e diedero addosso agli scioperanti: aprirono il fuoco. Sette morti, più di venti feriti gravi. Non si trattava solo di “punire” o di ristabilire l’ordine. Si trattò di una vera aggressione, una repressione che passò alla storia come uno degli episodi più tragici e meno conosciuti del primo periodo postunitario.

Ecco un esempio forte, concreto, drammatico di cosa vuol dire dare addosso a qualcuno. Non solo aggredirlo fisicamente, ma anche attaccarlo in modo sproporzionato, senza possibilità di replica. E non serve arrivare ai fucili: si può “dare addosso” anche con le parole, con le critiche continue, con l’ostilità gratuita.

l’espressione “dare addosso a qualcuno” si usa quindi per indicare un attacco, una forma di aggressione, che può essere fisica, ma anche verbale o psicologica. È un modo di dire molto comune e può essere usato in tanti contesti quotidiani, non solo in casi drammatici come quello dell’opificio di Pietrarsa.

Può riferirsi a un datore di lavoro che tratta male un dipendente, a un gruppo di persone che critica qualcuno ingiustamente, o anche semplicemente a un amico che ci accusa senza motivo. Basta che ci sia un’azione dura e insistente contro qualcuno.

La prossima volta che qualcuno ti critica in modo esagerato, potrai dire: “Perché mi stai dando addosso?”
O magari, ascoltando un telegiornale, capirai meglio espressioni come: “La stampa ha dato addosso al politico” o “I tifosi hanno dato addosso all’allenatore dopo la sconfitta”. Dopo l’espressione si può usare la preposizione a (dare addosso a qualcuno) oppure usare la parola “contro” (dare addosso contro qualcuno).

Pensateci la prossima volta che, in ufficio, vi danno addosso per un ritardo o per un errore che magari nemmeno avete commesso. E ricordate quei lavoratori di Pietrarsa, che con il loro sacrificio hanno scritto, loro malgrado, una delle prime pagine amare dell’Italia unita.

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Accadde il 5 agosto 1938: l’oblio

L’oblio (scarica audio)

Trascrizione

oblio

C’è stato un tempo in cui la parola razza compariva nelle leggi italiane.

Era il 1938, e proprio il 5 agosto di quell’anno veniva pubblicato il Manifesto della razza, sul primo numero della rivista “La difesa della razza“. Era l’inizio di una delle pagine più buie della storia italiana, con l’introduzione delle leggi razziali fasciste che discriminavano gli ebrei e altri gruppi ritenuti “non ariani”.

Eppure, per molti anni dopo la fine della guerra, questo fatto è caduto nell’oblio. L’oblio lo abbiamo lincontrato solo due giorni fa e così mi sono detto: non vorrei che ci fosse bisogno di un approfondimento. Allora ho pensato di realizzare subito l’episodio prima che questa idea finisca nel dimenticatoio.

Cadere nell’oblio è un’espressione perfetta per questo evento, per dire che, nonostante la gravità e le conseguenze storiche enormi, se ne è parlato poco, è stato dimenticato o volutamente messo da parte.
Solo in tempi più recenti la memoria di quelle leggi è stata recuperata e affrontata con la dovuta serietà.

Cadere nell’oblio” (a proposito di cadere, attenzione a dove cade l’accento…) è quindi un modo elegante e grave per dire che qualcosa non viene più ricordato. È stato dimenticato.
Si potrebbe dire che questa cosa è caduta o finita nel dimenticatoio, ma sarebbe troppo leggera come termine. L’oblio spesso fa paura e difficilmente si torna indietro da questo luogo.
Lo si può usare per persone, eventi, opere d’arte, idee.

Qualche altro esempio:

Dopo la sua morte, il pittore è caduto nell’oblio, ma oggi i suoi quadri sono tornati alla ribalta.

Alcuni dialetti regionali rischiano di cadere nell’oblio, se non vengono più tramandati alle nuove generazioni.

La vicenda è stata a lungo taciuta e lasciata cadere nell’oblio, forse per imbarazzo o convenienza politica.

Essere dimenticato, sparire dalla memoria, finire nel dimenticatoio, non essere più ricordato, essere messo da parte, sono tutte modalità simili e spesso utilizzabili ma se vogliamo dare un’idea più cupa e più triste, l’oblio è certamente più adatto.
Quelle rare volte che si torna dall’oblio, come abbiamo visto, si può usare l’espressione tornare alla ribalta, oppure che qualcosa viene riscoperto o che riemerge nella memoria o che riaffiora alla memoria o altre modalità simili.

Accadde il 4 agosto 1983: marciarci

Marciarci – (scarica audio)

Trascrizione

marciarci

Il 4 agosto 1983 è una data che ha segnato un momento storico per la politica italiana: Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano, viene nominato Presidente del Consiglio. È la prima volta, nella storia della Repubblica, che un esponente socialista raggiunge la carica più alta del governo. Un evento simbolico, politico e anche culturale.
Craxi era un uomo deciso, autorevole, con una visione forte dell’Italia, dell’Europa e del ruolo del suo partito. Era considerato da molti un modernizzatore, uno che non aveva paura di mettersi in discussione e di sfidare le vecchie logiche. Ma, come spesso accade in politica, tra il dire e il fare… ci passa il mare.
Ecco che, negli anni successivi, proprio quel potere conquistato con fatica diventa anche una leva per ottenere favori, consensi, vantaggi personali e di partito. Il Partito Socialista cresce, ma insieme a lui crescono i sospetti, i privilegi, le spese pazze, gli appalti pilotati. E più avanti, con Tangentopoli, verrà fuori un sistema diffuso di corruzione di cui Craxi era uno degli ingranaggi principali. era un sistema diffuso e ne abbiamo gia’ parlato in questa rubrica. Non è stata solamente tutta opera sua.
Insomma, lui, come gran parte della classe politica del tempo, ci marciavano.
Ma che significa “ci marciavano”?
L’espressione “marciarci”, in italiano colloquiale, significa approfittare di una situazione in modo furbo, spesso esagerando o calcando la mano per ottenere qualcosa.
Quando diciamo:

Craxi ci ha marciato

intendiamo dire che ha sfruttato la sua posizione, ha tirato un po’ troppo la corda, si è approfittato del sistema, magari oltre ciò che era moralmente accettabile.
Vediamo altri esempi per capirlo meglio:
Un collega si prende una settimana di malattia per un semplice raffreddore?

Mah, secondo me ci sta marciando!

Un bambino cade, si fa un graffietto, e inizia a piangere per un’ora solo per farsi coccolare?

Dai, non ci marciare troppo, che non è niente!

Un amico riceve un piccolo rimborso per un disservizio… e ne approfitta per lamentarsi ancora, sperando in uno sconto extra?

Guarda che ci stai marciando… approfittatore!

Approfittarsi di qualcosa [ un modo alterntivo che spesso pu; sostituire marciarci, ma non funziona sempre. Dipende dal contesto.
es. “Te ne stai approfittando!”

Sfruttare la situazione è una seconda alternativa, ma siamo sempre nell’ambito dell’italiano standard, a differenza del verbo marciarci, che fa parte della lingua informale.
“Calcare la mano” può essere un’altra possibilità.
“Fare la vittima”, quando si esagera per ottenere compassione, è ancora un-altra alternativa.
“Fare il furbo” e molto piu adatta. Possiamo dire che funziona sempre come alternativa.
oppure “tirarla per le lunghe”, quando si prolunga una situazione comoda per non tornare alla normalità
In fondo, “marciarci” non ha sempre un valore gravissimo, ma implica sempre una certa furbizia e una mancanza di onestà. Si può usare per cose serie, come la politica e la corruzione, ma anche per episodi quotidiani e un po’ buffi.

Nel caso di Craxi, però, non si trattava di un raffreddore o di una lamentela in più. Era il potere stesso, gestito e sfruttato come un bene personale.

E quando si esagera, si sa, prima o poi la verità viene a galla.

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Accadde il 3 agosto 1778: gridare vendetta

Gridare vendetta – (scarica audio)

Trascrizione

gridare vendetta

Il Teatro alla Scala è uno dei simboli mondiali dell’opera lirica, un tempio dell’arte italiana. Tuttavia, c’è un fatto curioso: l’opera che inaugurò il teatro nel 1778 (il 3 agosto), “L’Europa riconosciuta” di Antonio Salieri, cadde presto nell’oblio.

Per oltre due secoli, quest’opera non fu più rappresentata. Non perché fosse scadente – anzi, è un’opera imponente e ricca di virtuosismi vocali – ma per motivi legati alla complessità scenica e forse anche per l’ombra ingombrante che la leggenda (e non la storia!) gettò su Salieri come presunto rivale invidioso di Mozart.

Una tale dimenticanza storica gridava vendetta!

Infatti, solo nel 2004, ben 226 anni dopo la sua prima esecuzione, L’Europa riconosciuta venne finalmente riproposta alla Scala per la riapertura del teatro restaurato. A dirigere quell’evento: Riccardo Muti. Fu un atto di giustizia artistica, una riparazione simbolica verso Salieri e verso un’opera dimenticata troppo a lungo.

L’espressione del giorno è “gridare vendetta“.

L’espressione gridare vendetta viene usata per indicare una situazione talmente ingiusta o scandalosa da suscitare un desiderio immediato di riparazione o rivalsa morale o simbolica. Non si tratta necessariamente di vendetta personale, ma di un senso diffuso di reazione giusta e necessaria.

In genere, si dice che un’ingiustizia “grida vendetta” (si può aggiungere “al cielo”), quando è talmente palese da non poter essere ignorata.

Altri esempi:

Il restauro della Fontana di Trevi durò anni, ma prima che lo facessero, il suo stato gridava vendetta: crepe, infiltrazioni e turisti che ci gettavano dentro di tutto!

Vedere ancora sui giornali “qual’è” con l’apostrofo grida vendetta! Possibile che nessuno corregga?

La scena d’amore nel film era talmente goffa e irreale che gridava vendettaperfino mia nonna ha cambiato canale!

L’espressione “gridare vendetta” serve dunque a sottolineare in generale un’ingiustizia evidente o qualcosa di brutto o negativo ed evidente che merita una soluzione o un migliorameento. Qualcosa che meriterebbe di essere corretta.

L’oblio dell’opera inaugurale della Scala, L’Europa riconosciuta, fu un’ingiustizia culturale che gridava vendetta, e solo dopo più di due secoli ha trovato finalmente giustizia.

Bene, vi faccio una domanda adesso. Poi vi lascio. Riuscite a capire il legame con lo scorso episodio, dove abbiamo visto l’espressione “adesso si ragiona“? Pensateci!

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Accadde il 2 agosto 1902: si ragiona

Si ragiona – (scarica audio)

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Per secoli, i detenuti nelle carceri italiane venivano spesso costretti a indossare catene ai polsi o alle caviglie, non solo per impedirne la fuga, ma anche come strumento di umiliazione e punizione. Una pratica arcaica, disumana, incompatibile con qualunque idea moderna di giustizia e rispetto della dignità della persona.

Il 2 agosto 1902, finalmente, lo Stato italiano decide di fare un passo avanti sul piano civile e giuridico, abolendo per legge l’obbligo delle catene. Non significa libertà, ma una detenzione più umana, più in linea con i tempi e con la Costituzione (che di lì a qualche decennio parlerà di “rieducazione del condannato”).

Un passo alla volta, diciamo!
Ecco allora che l’osservatore attento, davanti a questa riforma, potrebbe benissimo esclamare:

Così si ragiona!

oppure

Adesso si ragiona!

o

Finalmente si ragiona

Perché?

Queste solo le espressioni del giorno che voglio spiegarvi.
Perché finalmente si va nella direzione giusta: una giustizia che punisce, sì, ma con misura, che rispetta l’essere umano anche quando ha sbagliato.

L’eliminazione delle catene è il simbolo di un passaggio da una giustizia vendicativa a una giustizia civile.

“Così si ragiona!” si usa sempre in tono colloquiale per dire: “Questa sì che è una decisione sensata”, “È questa la direzione giusta”, “Finalmente una cosa fatta come si deve!”

Spesso si usa dopo tante proposte sbagliate o insufficienti, quando finalmente se ne fa una ben pensata, equilibrata, logica.

Esempio quotidiano:

Dopo la brutta vacanza dello scorso mese, adesso mi hai portato in vacanza in un agriturismo con piscina, aria fresca, cucina casalinga e zero connessione? Bravo! Adesso si ragiona!

Qui “ragionare” viene usato per esprimere approvazione nei confronti di un’azione, una decisione, una proposta o un comportamento.

In pratica significa:

Adesso si fa qualcosa che ha senso, che è giusto, che è ben fatto.

Finalmente si parla in modo sensato, si agisce come si deve.

È un modo per dire che qualcuno si è comportato in modo intelligente, proporzionato, razionale o efficace.

In alternativa si potrebbe dire ad esempio:

Questa sì che è una vacanza!

Stavolta sì che siamo sulla strada giusta

Oh, adesso sì che ci siamo!

Oppure anche:

Adesso sì che si ragiona!

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Accadde il 1º agosto 1865: fare il punto della situazione

Fare il punto della situazione (scarica audio)

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1º agosto 1865 – Esce il primo numero de Il Sole 24 Ore con l’obiettivo di fare il punto della situazione.
“Fare il punto della situazione” significa analizzare con chiarezza e precisione lo stato attuale di una questione, spesso per decidere come procedere. È una locuzione usata sia in ambito professionale che quotidiano.

La nascita del quotidiano economico Il Sole (che poi, con la fusione del 1965, diventerà Il Sole 24 Ore) risponde proprio a questa esigenza: fare il punto della situazione economica del Paese, cioè fornire aggiornamenti, analisi e interpretazioni per orientarsi in un mondo complesso come quello dell’economia, della finanza, del lavoro e delle leggi.

Allora come oggi, chi leggeva Il Sole lo faceva per “fare il punto”, cioè per capire dove si trovava — economicamente e politicamente — e dove stava andando.

Prima di prendere una decisione, facciamo il punto della situazione.

Il nuovo direttore ha convocato una riunione per fare il punto sul bilancio.

Si può anche omettere la parte finale (della situazione).

Alla fine della crisi, sarà importante fare il punto su quello che abbiamo imparato.

Molti stranieri potrebbero confondere “fare il punto” con “riassumere“, ma non è proprio lo stesso: “fare il punto” implica valutazione e strategia, non solo sintesi.

Il 1º agosto 1865 è una data significativa per chi ama la chiarezza: segnò la nascita di uno strumento pensato per aiutare cittadini e imprese a fare il punto della situazione, oggi come allora.

Fotografare la situazione” è simile a fare il punto? Simili ma non identiche. “Fare il punto della situazione”

Implica analisi, valutazione e strategia.

È come controllare una mappa per decidere dove sei e dove andare.

Richiede riflessione attiva. Come si è visto si usa spesso quando si vuole capire lo stato attuale per poi decidere cosa fare.

Esempio:

“Dopo sei mesi di progetto, è ora di fare il punto della situazione per capire se siamo in ritardo.”
“Fotografare la situazione” dignifica invece registrare o descrivere fedelmente un momento, senza commenti o strategie.

È come scattare una foto oggettiva e statica. È un’azione più neutra e descrittiva, meno coinvolta.
Esempio:

“I dati raccolti oggi fotografano una realtà economica difficile, ma non dicono ancora cosa fare.”

E “tirare le Somme”? Simile anche questa espressione che abbiamo incontrato nella lezione numero 8 del corso di Italiano Professionale, dedicato ai risultati.

La differenza sta nel fatto che in “tirare le somme” c’è una sfumatura diversa, più vicina alla conclusione o al bilancio finale. Implica riflessione e valutazione, ma dopo che tutto è avvenuto.

Es:

A fine anno tireremo le somme su come è andato il progetto.

Tiriamo le somme e vediamo se questa strategia ha funzionato.

È diversa anche da Fotografare la situazione, perché questa fotografia si può fare in qualsiasi momento.

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Accadde il 31 luglio 1498: il diversivo

Il diversivo (scarica audio)

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Correva l’anno 1498.
Sei anni dopo la scoperta dell’America. Colombo, nel bel mezzo del suo terzo viaggio verso le “Indie”, aveva ormai perso da tempo la rotta originaria.

Non aveva ancora imparato la strada! Il fatto è che senza navigatore è un bel problema.

Non posso biasimarlo!

Tempeste, marinai stanchi, tensioni a bordo… La situazione era al limite.

A quel punto, cosa fece? Avvistò un’isola. Una terra verde, mai vista prima da occhi europei. La chiamò Trinidad, perché vide tre cime all’orizzonte. Ma, più che una scoperta strategica, fu un diversivo.

In effetti, Colombo non stava cercando Trinidad, e nemmeno si trovava sulla rotta prevista.

Ma quell’isola rappresentò per lui e per il suo equipaggio una sorta di distrazione utile. Una pausa imprevista ma necessaria per deviare l’attenzione dai malumori della ciurma, dai problemi di navigazione, dalle preoccupazioni crescenti.

Diversivo è la parola del giorno.

Un diversivo è qualcosa che serve a distogliere l’attenzione da un obiettivo o da un problema. Può anche essere un espediente per cambiare il focus, l’attenzione. Qualcosa di diverso, insomma, come suggerisce la parola.

Può essere usato in ambito militare, strategico, ma anche quotidiano o ironico.

Ho organizzato una cena a sorpresa come diversivo, così Marco non penserà al suo licenziamento.

L’attacco al ponte era solo un diversivo. In realtà volevano colpire altrove.

Quel sorriso era un diversivo. Sapeva già tutto.

Può suonare colto o ironico, a seconda del tono:

Questa gita improvvisata è stata un ottimo diversivo, non trovi?

Un diversivo, lo avete capito, è anche qualcosa di curioso e inaspettato. Può essere anche qualcosa per deviare l’attenzione o una scappatoia.

La tua risposta alla domanda mi è molto piaciuta, ma sembrava più un diversivo che una risposta sul punto.

Così come Trinidad fu un diversivo geografico in una rotta ormai fuori controllo, anche nella vita spesso ci capita di deviare, volontariamente o no, verso qualcosa che ci distrae, ci salva, ci cambia prospettiva.

Adesso basta così. Ci vuole un bel caffè. Accidenti è finito!

Per oggi come diversivo anche un tè verde può andar bene!

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Accadde il 30 luglio 1511: ante litteram

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Il 30 luglio del 1511 nasceva ad Arezzo uno dei personaggi più poliedrici del Rinascimento italiano: Giorgio Vasari.

Pittore e architetto, certo, ma soprattutto scrittore e biografo d’arte. È infatti suo il celebre libro “Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, considerato la prima vera storia dell’arte italiana.

Ora, dire che Vasari fu uno storico dell’arte nel senso moderno del termine, forse sarebbe esagerato. Ma è indubbio che la sua opera abbia anticipato quel ruolo. Ecco perché si può dire, con piena ragione, che Vasari fu un critico d’arte ante litteram.

Mamma mia, questa sì che è una citazione colta!

Ma che significa “ante litteram“?

La locuzione significa letteralmente “prima della lettera”, ossia prima che la cosa in questione fosse formalizzata, definita o nominata con precisione.

In pratica, si usa per indicare una persona, un’opera, un’idea o un comportamento che anticipa un concetto, una tendenza o un’etichetta che verrà ufficialmente riconosciuta solo più tardi.

Esempi:

Vasari è un critico d’arte ante litteram.

Leonardo da Vinci fu uno scienziato ante litteram.

Quel film del 1930 è una commedia romantica ante litteram.

L’uso di questa espressione dà un tocco erudito, cioè colto, ma è ormai entrata anche nel linguaggio giornalistico e, appunto, colto di ogni giorno.

Quindi, se oggi parliamo di critici d’arte, di storytelling, di estetica e di narrazione artistica, non possiamo non pensare che Vasari, con le sue Vite, abbia dato un contributo enorme… ante litteram, appunto.

Un consiglio. Usate la locuzione con naturalezza, non troppo spesso e solo quando serve davvero.

Si può anche dire “prima del tempo” o “precursore”. Meglio usarla se in un contesto dove si parla di cultura, storia, arte, moda, cucina o personaggi italiani. Ciò non toglie che potreste anche parlare della nonna, dicendo che cucinava tutto a vapore. Era una salutista ante litteram.

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Accadde il 29 luglio 1900: eclatante

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Eclatante

Il 29 luglio 1900, l’Italia fu sconvolta da un gesto eclatante . Il re d’Italia, Umberto I, fu ucciso a colpi di pistola da Gaetano Bresci, un anarchico rientrato dagli Stati Uniti appositamente per compiere l’attentato. Il gesto – clamoroso, violento, plateale – fu compiuto in pubblico, davanti a una folla, e aveva lo scopo dichiarato di “vendicare il massacro di Milano” del 1898, quando il generale Bava Beccaris aveva represso con i cannoni una protesta popolare, sparando sulla folla affamata, con il consenso del re. Da quel momento la gente inizio a chiedersi: ma la monarchia è veramente un bene per l’Italia?
Nel 1898, l’Italia — e in particolare Milano — fu colpita da una grave crisi economica e alimentare. I raccolti del grano erano scarsi e il prezzo del pane aumentava troppo. La gente protestò contro il caro-vita e queste furono le conseguenze.
Ed è proprio questa l’occasione per spiegare la locuzione “un gesto eclatante”.
La parola eclatante viene dal francese éclatant, derivato di éclater (“scoppiare”, “esplodere”). In italiano, qualcosa è eclatante quando è clamoroso, vistoso, destinato a far rumore mediatico o emotivo, spesso per provocare una reazione forte.
Eclatante è:

un gesto plateale
una notizia che scuote l’opinione pubblica
un risultato fuori dall’ordinario

Potremmo dire anche clamoroso, spettacolare, scioccante, sensazionale.

L’assassinio del re fu un gesto eclatante che voleva attirare l’attenzione sulle ingiustizie sociali.

Il suo abbandono, dichiarato in diretta TV, fu un’uscita davvero eclatante.

La squadra ha ottenuto una vittoria eclatante, 5-0 in trasferta!

“Eclatante” non è neutro: può avere una connotazione positiva o negativa a seconda del contesto.
Una scoperta eclatante è una scoperta importante, rivoluzionaria, ma un crimine eclatante è un delitto che colpisce, che fa scandalo.
Spessissimo si associa al termine gesto.
“Compiere un gesto eclatante” quindi è fare qualcosa di clamoroso, spesso per attirare l’attenzione su un’idea o una causa.

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Accadde il 28 luglio 1976: significativo

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Il 28 luglio 1976 è una data significativa per l’Italia. Lo è davvero, in tutti i sensi. Proprio in quel giorno, la Corte Costituzionale ha sancito l’illegalità del monopolio della RAI (Radio televisione italiana) dando di fatto il via libera alla nascita delle emittenti televisive private.

Una sentenza che ha cambiato il panorama mediatico italiano. Una svolta.

Ecco perché oggi voglio spiegare la parola “significativo”, partendo proprio da questo evento.

La parola “significativo” deriva da significare, che a sua volta deriva dal latino signum (segno) e facere (fare): fare segno, cioè trasmettere un senso, un messaggio.

Quando diciamo che un evento è significativo, intendiamo dire che ha un peso, un’importanza, un valore particolare, o che rappresenta qualcosa di più profondo, anche simbolico.

Nel 1976, fino a quel momento, tutta la TV italiana era pubblica, cioè gestita dalla RAI. Nessuno poteva trasmettere legalmente via etere. Ma il 28 luglio, la Corte Costituzionale dichiara questo monopolio illegittimo.

Ed è così che nascono le prime TV private, le piccole emittenti locali… che negli anni ’80 diventeranno reti nazionali, come Canale 5, Italia 1, Rete 4. Oggi c’è anche LA7 e tante altre emittenti. Non si contano più direi.

Un evento che non ha solo effetti giuridici o economici. Cambia le abitudini, la cultura, perfino il linguaggio.

Ecco perché possiamo dire che è stato un passaggio significativo per l’Italia.

Es:

È stato un cambiamento significativo nella politica italiana.

Un gesto molto significativo da parte del Presidente.

In ambito scientifico però un risultato statisticamente significativo vuol dire che non è dovuto al caso.

Una costruzione molto usata è “È significativo che…”

Con questa espressione si introduce un fatto che ha un senso profondo, che fa riflettere.

Per esempio:

È significativo che proprio in quegli anni si parlasse sempre più di libertà d’espressione.

È significativo che dopo la sentenza siano nate subito emittenti locali.

Qui non stiamo solo raccontando un fatto. Lo stiamo valutando, interpretando. Per questo, il verbo che segue va al congiuntivo:

È significativo che i cittadini abbiano cominciato a cambiare abitudini proprio In quegli anni.

Devo dirvi però questa costruzione è abbastanza formale e giornalistica.

Allora vediamo le alternative:
Es:

Le adozioni sono state un cambiamento rilevante nella legge.

100 rose rosse sono un gesto emblematico di riconciliazione.

1 figlio di media per coppia è un dato indicativo della tendenza sociale demografica

Ricapitolando:
Significativo è ciò che ha senso, importanza, valore, effetto.

Si usa per eventi, dati, gesti, risultati, parole.

Infine, l’espressione “è significativo che…” introduce un fatto che merita attenzione e interpretazione.

E il 28 luglio 1976, con la fine del monopolio RAI, è senza dubbio una data significativa, perché segna l’inizio di una nuova epoca per la comunicazione italiana.

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Accadde il 27 luglio 1835: probo e probante

Probo e probante (scarica audio)

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C’era una volta un’Italia che si stava facendo. Un’Italia che ancora non esisteva, perché era il 1835 quando nasce Giosuè Carducci. Giosuè Carducci, poeta e patriota, visse di persona l’unità d’Italia e una delle sue odi più solenni, dal titolo “Piemonte”, fa capire quanto fosse importante per lui.

Un’ode patriottica, certo, ma anche malinconica e quasi religiosa. Perché il Piemonte, secondo Carducci, era la culla dell’Italia unita, la regione che aveva dato il via al Risorgimento.

Nel finale, la poesia si trasforma in preghiera. I grandi del Risorgimento accompagnano l’anima del re defunto davanti a Dio, chiedendo:

Rendi la patria, Dio; rendi l’Italia a gl’italiani.

Un grido che oggi, con il senno di poi, ci appare probante – e qui introduciamo il primo aggettivo – di quanto fosse forte, all’epoca, il desiderio di libertà e identità nazionale.

Probante” è un aggettivo che deriva dal latino probare, “dimostrare”.

Simile a provare, se vogliamo.

È un aggettivo che indica qualcosa che costituisce prova evidente.

Si usa spesso in ambito giuridico o logico. Non in altre circostanze a dire il vero.

Esempio:

La poesia di Carducci è probante del suo patriottismo autentico.

Ma attenzione: essere probante non significa essere probo, cioè giusto o buono. Significa soltanto che è una prova convincente.

Ecco perché oggi, 27 luglio, accanto a Carducci dobbiamo affiancare un altro uomo, nato più tardi, ma capace di parlare agli italiani con parole semplici e profondissime: Fabrizio De André. Un altro poeta, ma più moderno.

Nel 1966, molti anni dopo l’ode “Piemonte”, De André scrive “La ballata dell’amore cieco (o della vanità)”, che comincia così:

Un uomo onesto, un uomo probo

Come detto dignifica “onesto, retto, virtuoso”.

Si usa per descrivere una persona di grande integrità morale, spesso, anche stavolta, in ambiti formali e giuridici. Ma de André ha reso celebre questo aggettivo e così oggi tanti italiani né conoscono il significato.

Esempio:

Giovanni è un funzionario probo e rispettato da tutti.

Nel caso di De André, però, quell’”uomo probo” è talmente accecato dall’amore da diventare strumento di violenza e follia.

Uccide la madre, si taglia le vene, e infine muore – tutto per una donna che ride di lui. Il suo comportamento è probante del suo amore, sì… ma è anche tragicamente inutile.

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Accadde il 26 luglio 1805: scuotere

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Il terremoto del 26 luglio 1805 devastò il Molise centrale e l’area del Matese, provocando centinaia di morti e danni incalcolabili.

L’Italia è un paese sismico, e i terremoti scuotono il territorio da secoli, ma non solo: questi eventi scuotono anche le coscienze, le istituzioni, e spesso provocano cambiamenti sociali e culturali.

Scuotere” significa letteralmente agitare con forza, ma il suo uso figurato è molto diffuso in italiano:

Il terremoto ha scosso l’intera regione (uso fisico)

La notizia della sua morte ha scosso tutta la comunità (uso emotivo).

Questa esperienza mi ha scosso profondamente (uso psicologico).

Il discorso del presidente ha scosso il governo (uso metaforico-politico).
Viene dal latino excutĕre, composto da ex- (fuori) e quatĕre (battere, colpire).

Quindi “scuotere” significa colpire con forza da dentro o da fuori, come fa un terremoto, ma anche un trauma.

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Accadde il 25 luglio 1956: cedere il passo

Cedere il passo (scarica audio)

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Era la notte del 25 luglio 1956, nell’Atlantico, avvolto dalla nebbia.

Due navi gigantesche si stavano avvicinando: una era la Stockholm, battente bandiera svedese: significa semplicemente che la nave è registrata in Svezia e quindi sottoposta alle leggi e alla giurisdizione svedese. La nave, infatti, batte la bandiera del paese in cui è immatricolata.

L’altra era il fiore all’occhiello della navigazione italiana, l’elegante e maestosa Andrea Doria.

Nessuna delle due navi cedette il passo all’altra.

Il risultato? Una collisione tragica, che portò all’affondamento dell’Andrea Doria il giorno seguente.

Ed è proprio da questo evento che possiamo capire bene cosa significa “cedere il passo”.

L’espressione “cedere il passo” ha un significato letterale e uno figurato.

Letteralmente, vuol dire fermarsi o spostarsi per lasciare passare qualcun altro, proprio come si fa sulle strisce pedonali o su una strada a senso unico alternato.

In senso figurato, significa rinunciare a una posizione di vantaggio, arretrare, lasciare spazio a qualcun altro o a qualcos’altro, per prudenza, rispetto o necessità.

Torniamo a quella notte di nebbia.

Le due navi, secondo alcune ricostruzioni, avrebbero dovuto coordinarsi meglio per evitare la collisione.

Ma per vari motivi – tecnici, umani, forse anche culturali – nessuna delle due “cedette il passo”.

E quando si va dritti senza fermarsi mai, a volte si finisce per scontrarsi.

Nel traffico, molti incidenti accadono perché nessuno vuole cedere il passo.

Ma vediamo il senso figurato:

Quando arriva una nuova generazione, spesso quella precedente deve cedere il passo, anche se a malincuore.

Cedere il passo” non è sempre un segno di debolezza.

A volte è intelligenza, diplomazia, buon senso.

Capire quando è il momento di fermarsi, lasciare spazio, evitare lo scontro, è una forma di maturità – sia nella vita, sia tra le navi, sia nelle parole.

Ecco perché quell’espressione ci accompagna in molte situazioni quotidiane. Non solo in mare.

Dopo vent’anni di governo, il premier ha deciso di cedere il passo a una nuova generazione di leader.

In questo caso, figurato, significa fare un passo indietro per lasciare spazio ad altri.

Oppure:

Il fax ha ormai ceduto il passo all’email e ai servizi di messaggistica digitale.

Qui “cedere il passo” vuol dire essere superato, lasciare spazio a qualcosa di più moderno o efficace.

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Accadde il 24 luglio 1943: fardello

Il fardello (scarica audio)

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C’è una parola che non si usa tutti i giorni, ma che descrive alla perfezione certe situazioni pesanti, opprimenti, spesso insopportabili.

Questa parola è: fardello
Il termine viene dal francese antico fardel, che significa “carico“, e ancor prima dal germanico fard – viaggio, come a dire che è qualcosa che ci si porta dietro, sulle spalle, durante il cammino della vita.

Ma non è un semplice bagaglio: il fardello pesa, ci affatica, ci rallenta. È fisico, ma spesso anche psicologico, morale, emotivo.
Arriviamo alla notte del 24 luglio 1943.

In quella notte drammatica, al termine della famosa riunione del Gran Consiglio, Mussolini fu messo in minoranza dai suoi stessi gerarchi. L’Ordine del Giorno Grandi, approvato con 19 voti favorevoli, chiedeva il ritorno dei poteri al Re, segnando la fine del regime fascista.

Il fardello di vent’anni di dittatura, di una guerra disastrosa, di alleanze sbagliate e del malcontento crescente del popolo italiano, era diventato insostenibile anche per chi fino a poco prima aveva sostenuto il Duce. Era un peso troppo gravoso da sopportare ulteriormente.
Come chi si toglie uno zaino pesante dopo una lunga marcia.
Come chi si sente più leggero dopo un lungo inverno.

Il fardello della guerra era diventato insostenibile.

Dopo anni di paura, finalmente l’Italia si è liberata di quel fardello.

Si potrebbe dire questo, ad esempio, per la data del 25 aprile, festa della liberazione.

Il fardello, insomma, è qualcosa che ci portiamo dentro o addosso, che non si vede ma si sente. E liberarsene significa iniziare a respirare di nuovo, tornare a guardare avanti.

Una parola che per essere usata ha bisogno del giusto contesto, altrimenti sembrerà sempre esagerata. Ecco alcuni esempi appropriati:

Vivere con quel senso di colpa era un fardello troppo pesante da portare.

La solitudine può diventare un fardello, soprattutto con il passare degli anni.

Quel segreto, tenuto nascosto per anni, era un fardello che non riusciva più a sostenere.

Crescere cinque figli da sola non è stato facile: un fardello quotidiano, ma pieno d’amore.

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Giovanni

Accadde il 23 luglio 1946: fossilizzarsi

Fossilizzarsi (scarica audio)

Trascrizione

C’è un verbo italiano che si usa spesso per indicare chi resta fermo, immobile, incapace di cambiare. Questo verbo è fossilizzarsi.

Già la parola evoca un’immagine potente: quella del fossile. Un resto di qualcosa che un tempo era vivo, dinamico, ma che con il tempo è diventato pietra. Immutabile. Irrigidito.

Ebbene, proprio da lì viene il verbo fossilizzarsi: dal latino fossilis, cioè “che si estrae da sotto terra”, che a sua volta deriva da fodere, “scavare”.

I fossili, infatti, si trovano scavando sotto terra: sono ciò che rimane, pietrificato, di piante e animali vissuti milioni di anni fa.
In senso figurato, fossilizzarsi significa restare ancorati a idee, schemi, abitudini o metodi ormai superati.

Si dice ad esempio:
“Il professore si è fossilizzato su un solo metodo di insegnamento.”
“Non possiamo fossilizzarci su vecchie norme, il mondo cambia!”

E qui entra in scena un personaggio nato proprio il 23 luglio, anno 1946.

Edoardo Bennato. Chi è cresciuto negli anni ’80 lo ha visto… cantare, gridare, farsi beffe del potere.

Edoardo Bennato, noto per il suo spirito anticonformista, ha spesso criticato nelle sue canzoni proprio l’immobilismo della società, la burocrazia, la scuola, la politica, e in generale le regole imposte e mai messe in discussione. Questo rende l’idea del verbo fossilizzarsi.
Bennato ha mescolato rock, blues e musica popolare senza paura di rompere gli schemi.Ha continuato a produrre musica per decenni, senza mai diventare una “statua di sale” del passato. Non è certamente un fossile della musica lui, pur avendo ormai una certa età.

Nel linguaggio quotidiano, “fossilizzarsi” si può usare anche in modo più leggero:
– “Mia madre si è fossilizzata su quella marca di detersivo, non ne prova altri!”
“Ci siamo fossilizzati su quel ristorante… cambiamo ogni tanto!”

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— Giovanni

Accadde il 22 luglio 1927: divisivo o controverso?

Divisivo vs controverso (scarica audio)

Trascrizione

22 luglio 1927: nasce l’Associazione Sportiva Roma, cioè la As Roma, squadra che da allora ha fatto battere milioni di cuori, compreso il mio e fatto litigare altrettante persone!

Ma attenzione, perché questo evento ci aiuta a capire bene la differenza tra due termini spesso usati come sinonimi: divisivo e controverso.

Un argomento è divisivo quando spacca l’opinione pubblica in due o più schieramenti, spesso opposti e agguerriti.

Esempio:

La nascita dell’AS Roma è stata un evento divisivo: alcuni tifosi (i romanisti) l’hanno accolta come una nuova religione, altri (tipo i tifosi laziali) l’hanno vista come il principio della fine.

Un tema divisivo crea fazioni, genera passione, e spesso… accende le discussioni!

Le tifoserie calcistiche, per esempio, sono tra i fenomeni più divisivi in assoluto: o sei con me, o sei contro di me!

Un argomento è invece controverso quando si presta a discussioni, critiche o interpretazioni differenti, anche senza spaccare il pubblico in due.

Esempio:

La decisione di unire più squadre romane per creare l’AS Roma fu considerata controversa: c’era chi la vedeva come un’ottima strategia per competere col Nord, altri come un tradimento della propria squadra d’origine.

Un tema controverso suscita dibattiti e polemiche, ma non necessariamente schiera le persone in campi opposti con la sciarpa al collo.
Quindi:

Divisivo = genera divisioni nette, tifo acceso, identità contrapposte.

Controverso = genera discussione, perplessità, pareri discordanti.

Es:

Lo smart working è divisivo.
Alcuni lo adorano: “Finalmente lavoro in pigiama!”

Altri lo detestano: “Mi sento isolato e lavoro il doppio!”

Lo smart working divide le opinioni: è quindi un tema divisivo.

Il panettone con l’uvetta è divisivo.
“Con l’uvetta è il vero panettone!” gridano i puristi.
“Via l’uvetta, solo gocce di cioccolato!” ribattono i golosi alternativi.

Argomento decisamente divisivo.
L’arte contemporanea è spesso controversa.

Una banana attaccata al muro con lo scotch viene venduta per 100.000 euro. Alcuni gridano al genio, altri al bluff.

Nessuna tifoseria, ma tanti pareri discordanti:

L’intelligenza artificiale in classe Un tema controverso.

C’è chi dice: “Aiuta a imparare meglio.”

Altri: “Rovina il senso dello studio.”

Non c’è una divisione netta, ma un dibattito aperto: un tema controverso.

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Accadde il 21 luglio 1866: abbarbicarsi

(scarica audio)

Trascrizione

L’obiettivo di oggi è spiegare il verbo abbarbicarsi.

Dopo il verbo attecchire, vediamo un altro verbo “botanico” cioè che ha a che fare con le piante.
Per farlo, tra gli eventi del 21 luglio, quello che meglio si presta è la Battaglia di Bezzecca del 1866, durante la terza guerra d’indipendenza italiana.

Perché?

Abbarbicarsi” significa letteralmente attaccarsi, radicarsi saldamente a qualcosa, come fanno le piante rampicanti, ma in senso figurato indica anche aggrapparsi con tenacia a una posizione, a un’idea, a un luogo o a un obiettivo, resistendo ostinatamente. È spesso usato in ambito militare, politico o sociale.

In questa battaglia, i volontari garibaldini, pur meno equipaggiati, si abbarbicarono con coraggio alle posizioni montane del Trentino per respingere l’offensiva austriaca. Garibaldi e i suoi uomini sfruttarono il terreno impervio per difendersi strenuamente, senza arretrare.

Questa resistenza caparbia si può descrivere proprio con il verbo “abbarbicarsi“:

I volontari di Garibaldi si abbarbicarono sulle alture del Trentino, resistendo eroicamente all’assalto degli austriaci durante la battaglia di Bezzecca.
Altri esempi d’uso (figurati):

Nonostante le difficoltà, si è abbarbicato alla sua posizione dirigenziale rifiutando ogni cambiamento.

Il capo è abbarbicato alla poltrona da dirigente come nessuno prima!

Il partito si è abbarbicato a una linea ideologica ormai superata.

La famiglia si è abbarbicata alla casa d’infanzia, rifiutandosi di venderla nonostante le offerte.

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Accadde il 20 luglio: contestualmente

20 luglio 1860 (scarica audio)

Trascrizione

20 luglio 1860 – Battaglia di Milazzo.

Durante la celebre spedizione dei Mille, l’esercito guidato da Giuseppe Garibaldi affrontò le truppe borboniche nella città siciliana di Milazzo, nel tentativo di liberare l’isola dal dominio del Regno delle Due Sicilie.

Le truppe garibaldine, composte da volontari provenienti da tutta Italia, riuscirono a sconfiggere l’esercito borbonico, che contestualmente si ritirò dalla Sicilia, lasciando di fatto l’intera isola sotto il controllo dei patrioti italiani.

Il termine contestualmente, che è un avverbio, significa “allo stesso tempo”, “in contemporanea”, “al contempo“, ed è usato quando due (o più) eventi accadono simultaneamente e sono spesso collegati tra loro.

Benché non ci sia nulla di strano se usato in ogni contesto, si usa piu spesso in ambito lavorativo. Normalmente si preferisce usare altre forme equivalenti.

Vediamo qualche esempio:

Il dipendente dovrà firmare il contratto e contestualmente consegnare tutta la documentazione richiesta, compreso il certificato medico.

Durante l’aggiornamento del software verrà contestualmente eseguito un backup dei dati, per evitare la perdita di informazioni.

Abbiamo deciso di lanciare il nuovo prodotto e, contestualmente, avviare una campagna di marketing mirata per aumentare la visibilità.

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Accadde il 19 luglio: attecchire

19 luglio 1992 (scarica audio)

Trascrizione

Quando il 19 luglio 1992 un’autobomba esplose in via D’Amelio a Palermo, portando via con sé il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, l’Italia venne travolta da un’ondata di dolore, rabbia, ma anche di consapevolezza.

Era passato appena un mese e mezzo dalla strage di Capaci dove venne ucciso il giudice Falcone.
L’Italia, ancora sotto shock, si fermò di nuovo.

Sembrava che tutto stesse crollando. Che la mafia avesse vinto.

Eppure, proprio in quel momento tragico, qualcosa attecchì .

Sì, attecchì nelle coscienze. Nella gente comune.

Nei giovani che scesero in piazza senza bandiere.

Negli studenti che iniziarono a scrivere i nomi di Falcone e Borsellino sui muri delle scuole e dei quartieri più difficili. Nei docenti che trasformarono quelle stragi in lezioni di cittadinanza.

Che cosa significa “attecchire“?

Il verbo attecchire viene dal mondo della botanica: significa radicarsi, prendere vita in un terreno nuovo, iniziare a crescere.

Si dice ad esempio:

La pianta ha attecchito bene.

La nuova idea ha attecchito nel gruppo.

In senso figurato, si usa per parlare di idee, valori, movimenti, sentimenti, quando riescono a trovare spazio e a diffondersi in modo stabile, proprio come fa una radice nella terra.

Dopo la strage di via D’Amelio, l’idea di una società civile che dice no alla mafia cominciò ad attecchire davvero nel cuore di molti italiani.

Non bastarono le bombe a fermare quel seme. Anzi. Più si cercava di bruciare tutto, più la memoria, la legalità e l’indignazione si facevano strada.

E attecchivano.

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Tira e molla

Tira e molla (scarica audio)

Episodio n. 1198

Trascrizione

Benvenuti amici di Italiano Semplicemente. Oggi parliamo dell’espressione tira e molla.

L’espressione “tira e molla” è molto comune in italiano e si usa per descrivere una situazione piena di continui cambiamenti di direzione, come se si stesse partecipando a una specie di gioco in cui una persona tira da una parte e l’altra oppone resistenza, per poi cedere (cioè mollare) e ricominciare tutto da capo. È un’espressione figurata che può riferirsi a rapporti personali, trattative, decisioni politiche, contrattazioni e simili. L’importante è che ci sia un avanti e indietro di qualche tipo o come quando si va da una parte e poi dall’altra, tipo in una sfida.

L’espressione quindi indica un susseguirsi di incertezze, di cambi di idea, di contrasti; ma anche una dinamica in cui nessuno vuole cedere, ma alla fine qualcuno cede, poi si ricomincia. Oppure ancora, una situazione che si protrae nel tempo senza una soluzione definitiva.

Vi faccio alcuni esempi in vari contesti.

Relazioni sentimentali:

Marco e Giulia stanno insieme da anni, ma è sempre un tira e molla: si lasciano, poi si rimettono insieme, e poi di nuovo si lasciano…

Politica:

Anche sul nuovo decreto è stato un continuo tira e molla tra i partiti della maggioranza.

Trattative lavorative:

Dopo giorni di tira e molla con il datore di lavoro, alla fine hanno firmato il contratto.

Famiglia:

Non ce la faccio più con mia madre: ogni volta è un tira e molla per farle accettare le cose!

Espressioni simili:

“Prendersi e lasciarsi”
Può essere usata in ambito sentimentale, come sinonimo di “tira e molla”:

Sono due anni che si prendono e si lasciano, ormai non ci capisco più niente!

Oppure “essere in bilico
– si riferisce a situazioni incerte:

Il loro rapporto è sempre in bilico, mai una certezza.

Anche “Farsi desiderare”, in senso amoroso o strategico può
implicare una certa strategia nel concedersi o meno, simile al “molla e tira” nel corteggiamento.

Le espressioni “Giochi di potere” e “Braccio di ferro” possono invece essere usate in politica o nei negoziati:

Quello tra i sindacati e il governo è diventato un vero braccio di ferro.

Un tira e molla può poi generare un’altalena di emozioni.
Espressione più poetica.

L’espressione si presta bene anche a vignette umoristiche, dove due personaggi si contendono qualcosa (una valigia, una decisione, un bambino) tirando da lati opposti.

Adesso usiamo l’espressione in un ripasso delle espressioni precedenti.

Carmen: Quando Marta ha lasciato Gianni per la quarta volta, lui ha detto: “Basta, è finita, la misura è colma! Getto la spugna! E poi le ha scritto alle tre di notte!

Karin: Un classico! Lui fa la voce grossa, ma alla fine molla sempre per primo! Peccato! Da un pezzo ormai erano in rotta di collisione!

Estelle: Scommetto che lei l’ha tirato per la giacca con due storielle su quanto si sente incompresa, ma sulle vere ragioni, senz’altro, è restata sul vago!

Marcelo: E lui ha ceduto! È proprio un gioco di potere il loro: un colpo lei, un colpo lui. Sfido chicchessia a dire il contrario!

Ulrike: Non mi piace fare da bastian contrario, ma a me sembra più una strategia d’amore mal riuscita… ma funziona, a quanto pare. Dovrebbero farsi guidare dal buon senso.

Julien: Stamattina li ho visti baciarsi davanti al bar, stavano scegliendo insieme il menù del matrimonio! Dopo tutto questo tira e molla, ci ricascano sempre! Evidentemente, come si suol dire, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende!

Anne Marie: non amo i giochi di parole. Ve lo dico tout court: questi due sono un binomio inscindibile!

Estelle: Chiamasi strategia d’amore arzigogolata.

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Accadde il 17 luglio: drastico

17 luglio 1939 (scarica audio)

Trascrizione

Milva la conoscete?

Nata il 17 luglio 1939, è celebre per la sua carriera intensa e poliedrica: voce potente, presenza scenica marcata e interpretazioni spesso drammatiche.

Le sue esibizioni — sia nel teatro musicale che nella canzone d’autore — spesso vivevano di contrasti forti, scelte stilistiche decise e passaggi emotivi netti.

Tutti elementi che si prestano perfettamente a spiegare significati e sfumature legate all’aggettivo “drastico“.

Durante un suo spettacolo, Milva decise di cambiare drasticamente il repertorio: abbandonò melodie rassicuranti e fece scelte drastiche, introducendo canzoni cariche di tensione emotiva, testi impegnati e interpretazioni intense.

L’aggettivo drastico si presta perfettamente per descrivere un cambiamento. Ma deve essere un cambiamento vero, non un cambiamento all’acqua di rose, per intenderci.

Indica qualcosa di rigoroso, deciso, con conseguenze evidenti e radicali.

È un cambiamento netto rispetto a una situazione precedente.
Tra i sinonimi più prossimi, c’è infatti radicale, che descrive un cambiamento o una scelta fondamentale, totale, dalla radice.

Anche una scelta infatti spesso viene detta drastica. È una decisione presa con determinazione, senza ambiguità.

Un intervento drastico invece è un rimedio severo, che comporta delle scelte necessarie e dal quale non si torna indietro.

Un taglio drastico è altresi molto comune. È qualcosa di netto.

Es:

per risanare i conti dell’azienda c’è voluto un taglio drastico del personale.

Un taglio drastico della spesa pubblica è necessaria in periodi di crisi economica.

Si è deciso di accorciare drasticamente la lunghezza degli episodi della rubrica “Accadde il”.

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Accadde il 16 luglio: affiorare

16 luglio 1943 (scarica audio)

Trascrizione

Benvenuti! Oggi parliamo del verbo affiorare , un verbo ricco di sfumature, spesso usato sia in senso letterale che figurato.
Partiamo dal 16 luglio del 1943, quando durante lo sbarco alleato in Sicilia, la città di Agrigento cadde dopo giorni di durissimi scontri. Le forze statunitensi avevano già affrontato la resistenza italiana in tutta la regione.

I bombardamenti, le granate e gli scontri a fuoco lasciarono la città distrutta, coperta di macerie, silenziosa.
Nei giorni successivi, affiorarono — tra le rovine — i primi racconti dei civili, le testimonianze dei soldati, i documenti abbandonati in fretta.

Come acqua che riemerge dal terreno (riemergere è simile ma meno poetico), la verità su quei giorni tragici iniziò ad affiorare lentamente: non solo la cronaca della battaglia, ma anche le paure, i sospetti, i drammi vissuti nel silenzio.
Ecco dunque affiorare: qualcosa che riemerge alla vista (in senso proprio) dopo essere stato nascosto, coperto, sepolto — come i corpi, e in senso figurato i ricordi, le emozioni, o come un segreto che torna a galla.

Affiorare può essere:
fisico:

Affiorano resti umani tra le macerie.

emotivo o figurato:

Affiorano vecchi ricordi”, “Affiora un sorriso”,

“Affiorano le prime tensioni politiche.

Come nel caso di Agrigento: le rovine della guerra lasciarono affiorare molto più che pietre.
Il verbo affiorare deriva da “fiore”, cioè venire fuori, come un fiore.

Si usa per indicare qualcosa che riappare in superficie, compare dopo essere stato nascosto. È un verbo usato con “essere” nei tempi composti:
“Sono affiorati nuovi elementi nell’indagine.”
“sono affiorati i primi dubbi.”

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62 – Il bonifico – ITALIANO COMMERCIALE

Il bonifico

Audio in preparazione

lista degli episodi di italiano commerciale

Bonifico. Una parola che, detta così, suona quasi rassicurante.

“Le faccio subito un bonifico”, dice il cliente con la voce calma, mentre il tuo conto resta desolatamente immobile.

Già, perché il bonifico – in ambito commerciale – è quella modalità di pagamento tanto civile, tanto moderna, tanto tracciabile… ma anche così sfuggente.

Il bonifico, in teoria, è un ordine dato alla propria banca per trasferire una somma a un’altra persona o azienda. In pratica, però, spesso diventa una promessa vaga:
“Il bonifico è partito.”
“Lo abbiamo effettuato ieri, dovrebbe arrivare.”
“Controlli meglio, forse è già stato accreditato.”

In ambito commerciale si usa con disinvoltura, come se bastasse pronunciarlo per regolare i conti.

Ma attenzione: chi lavora nel settore sa bene che i bonifici possono essere:

ordinari (quelli “normali” che arrivano in 1-2 giorni lavorativi);

istantanei (per chi non ama aspettare e ha fretta di essere pagato);

internazionali (quelli che ti fanno imparare parole nuove come Swift, Iban, commissioni estere);

Il bonifico si accompagna spesso ad altre parole del linguaggio commerciale:
beneficiario, iban, versamento, valuta, disposizione, conferma dell’accredito…
Tutti termini eleganti, tecnici, che danno un tono professionale… anche quando il saldo resta a zero.

E il dubbio ti viene: ma perché si chiama bonifico?

Forse da bonus, cioè “buono”.

O forse perché il termine “ritardifico” sembrava brutto.

Alla fine, il bonifico arriva. E con lui, il sorriso.
Ma ormai è venerdì, la fattura era scaduta da giorni, e tu hai già scritto tre mail con oggetto:
“Gentile promemoria per il pagamento” – quel capolavoro di passivo-aggressività da ufficio.

Questo era l’argomento di italiano del giorno: bonifico.
Se non altro… adesso la parola è arrivata, anche se il pagamento ancora no.

Glossario utile:

Bonifico: trasferimento di denaro da un conto a un altro.

Valuta: giorno in cui il denaro diventa effettivamente disponibile.

Disposizione di pagamento: ordine impartito alla banca.

IBAN: codice internazionale del conto corrente.

Swift: codice della banca per i bonifici internazionali.

Beneficiario: chi riceve il denaro.

Ci vediamo al prossimo episodio dedicato alla lingua italiana in ambito commerciale

Accadde il 15 luglio: scartabellare

15 luglio 2015 (scarica audio)

Trascrizione

Oggi è il 15 luglio. Esattamente questa giornata, nel 2015, nasceva il sito di Italiano Semplicemente. Un progetto nato quasi per gioco, diventato ormai… un lavoro a tempo pieno!

Per festeggiare, ho deciso di fare ordine. Ho aperto vecchie cartelle, documenti, foglietti volanti, registrazioni dimenticate. Insomma, ho iniziato a scartabellare.

Ecco, questo è il verbo del giorno: scartabellare. Un verbo bellissimo, che ha dentro il suono della carta che gira, delle dita che scorrono nervose tra pile di fogli, alla ricerca di qualcosa che magari non troverò mai. Ma la carta non è obbligatoria, anche se conferisce fascino. Si può scartabellare anche tra i file.

Dunque, ho scartabellato tra più di mille episodi, trascrizioni, bozze, idee, messaggi vocali… roba che non finisce più.

Ed è proprio mentre scartabellavo che ho trovato il primo file audio del 2015: la voce emozionata, il microfono non era male, ma l’entusiasmo abbastanza alto. Vi do il Link dell’episodio.

E così, scartabellando, ho anche ritrovato l’emozione di dieci anni fa.

Buon compleanno, Italiano Semplicemente! E grazie a chi mi ha seguito, sostenuto, corretto e… sopportato.

Scartabellare è un bel verbo. Significa sfogliare o cercare in modo disordinato o frettoloso tra documenti, carte, fascicoli o archivi, alla ricerca di qualcosa. È un verbo piuttosto informale, spesso usato con una punta di insofferenza o impazienza.
Esempi:

Ho scartabellato tra vecchi documenti per trovare la ricevuta.

Sto scartabellando tra 10 anni di episodi per fare un po’ di ordine.

Ora ho finito di scartabellare e vi auguro una buona notte.

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Anelare

Anelare (scarica audio)

Episodio n. 1197

Trascrizione

Benvenuti amici di Italiano Semplicemente. Oggi parliamo di un verbo elegante, poetico, quasi nobile: anelare.

“Anelare” è un verbo che si usa per esprimere un desiderio intenso, profondo, quasi struggente, verso qualcosa che sembra lontano, ma che ci attira con forza. Abbiamo parlato dei desideri in un episodio passato, ma non avevo parlato del verbo anelare.

Non è un semplice “volere”. Non è neppure un “desiderare”. No, anelare è qualcosa di più sottile, più viscerale, più… romantico.

La parola deriva dal latino anhelare, che significava “ansimare, respirare affannosamente”. Da qui, col tempo, ha assunto il significato di “desiderare ardentemente qualcosa, al punto da ansimare, da perdere il fiato”.

Hai presente quando si dice “non vedo l’ora”? Ecco, anelare è un “non vedere l’ora”… ma con l’anima. Tra l’altro, cosa non trascurabile, se si usa anelare non è detto che questa cosa accadrà, come quando si usa non vedere l’ora, che in genere si dice quando si aspetta con ansia un evento positivo già in programma, e che quindi già sappiamo che accadrà. Non è lo stesso con anelare.

Facciamo qualche esempio:

Dopo anni di lavoro in ufficio, Giulia anelava alla libertà di una vita all’aria aperta in un’isola sperduta.

Non era solo un desiderio: era un sogno che la consumava dentro, un’esigenza dell’anima.

Tutti aneliamo alla felicità, ma spesso non sappiamo nemmeno dove cercarla.

L’Italia intera anelava alla pace, dopo anni di guerra.


Nota bene:
Il verbo anelare regge normalmente la preposizione “a”, similmente al verbo ambire.
Anelare a qualcosa

Non si dice: anelare qualcosa – anche se a volte può capitare nella lingua poetica o letteraria, ed anche a noi comuni mortali.

C’è qualcosa che tu aneli nella vita?

O meglio: c’è qualcosa a cui aneli nella vita?

Una meta, una persona, una condizione?

Prova a usare questa parola al posto di “desiderare”, e vedrai che effetto fa.

In definitiva, anelare è un verbo da usare quando vuoi dare forza, intensità e un tocco poetico ai tuoi desideri. È come dire: “Io non mi limito a volere… io anelo!”

Adesso, prima di ripassare, mi rivolgo a tutti i visitatori che anelano a diventare membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Spedite la vostra richiesta compilando il form sul sito e il vostro desiderio verrà esaudito.

Edita:
Io, sinceramente, anelo a una vita semplice, senza l’andirivieni degli imprevisti e dei teatrini che imperversano quotidianamente in questo ufficio… altro che carriera!

Sofie:
Gira gira, si finisce sempre lì: ci danniamo l’anima per fare il minimo sindacale, mentre dalle alte sfere continuano a inoltrare direttive a dir poco gravose, senza manco badare alla realtà.

Anna:
Con tutto che uno cerca di mostrare gli attributi e tenere botta, ma poi basta un qui pro quo e succede un casino!

Marcelo:
Io anelo a una scuola in cui non si debbano ogni volta appianare le controversie tra genitori a colpi di whatsapp inviati nottetempo

Karin:
A me invece basterebbe non ricadere nella solita velleità del cambiamento per forza: ogni riforma è un’involuzione, e noi qui a crogiolarci nel nostro orticello, mentre il mondo va allo sbando.

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Accadde il 12 luglio: le intemperie

12 luglio 1943 (scarica audio)

Trascrizione

Il 12 luglio 1943, durante la Seconda guerra mondiale, la bellissima città di Agrigento fu colpita da un bombardamento anglo-americano devastante.

In quella giornata, le bombe piovvero sulla città come una grandinata d’odio e fuoco, lasciando dietro di sé oltre 300 morti e centinaia di feriti. Le case, le strade, la vita stessa degli abitanti furono travolti.

Ecco: se pensate alla parola intemperie, forse vi vengono in mente pioggia, neve, vento, temporali.

Tutti fenomeni atmosferici che possono danneggiare cose e persone.

Ma c’è un senso più profondo, più simbolico.

Quel giorno, possiamo dire certamente ad Agrigento, la popolazione fu esposta alle intemperie della guerra.

In questo caso possiamo dire che questo è un eufemismo, ma è interessante notare che questo è un termine molto adatto per essere usato in senso figurato.

Es:
Per anni sono stato esposto alle intemperie della vita.

Nella città colpita dal terremoto ci saranno 2 giorni di festa per dimenticare le intemperie del presente.

Un termine abbastanza generico, se vogliamo, ma molto adatto proprio per questo per indicare le difficoltà, gli ostacoli, le divergenze, anche di opinioni, che spesso causano guai di diverso tipo.

La parola significa “cattiva mescolanza”, almeno nelle sue origini latine, e indica uno “squilibrio” di elementi naturali come caldo e freddo, secco e umido. Si usa sempre al plurale ed è un termine femminile.

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Il coccolone

Il coccolone (scarica audio)

Episodio n. 1196

Trascrizione

Oggi voglio parlarvi di una parola curiosa, familiare e vagamente spiritosa: coccolone.

Il coccolone, nel linguaggio colloquiale italiano, è un modo colorito e informale per indicare un malore improvviso, spesso serio, come un infarto o un ictus. Non è un termine medico, anzi, ha un tono quasi ironico o affettuoso, ed è spesso usato per sdrammatizzare una situazione potenzialmente grave. A volte si usa il termine “colpo” o “sincope“.

Ad esempio, se qualcuno riceve una brutta notizia all’improvviso, si potrebbe dire:

Quando ha visto la bolletta della luce gli è venuto un coccolone!

Quando ho vista la mia ex alla stazione mi è preso un colpo/una sincope!

Ovviamente, se uso la parola coccolone, non è affatto detto che la persona sia davvero finita in ospedale, ma si vuole esprimere lo shock e il disagio provato in quel momento.

Oppure:

Appena ha scoperto che il figlio aveva preso 4 in matematica, ha rischiato il coccolone!

Anche qui si tratta di una reazione esagerata, magari teatrale, ma in senso scherzoso.

In altri casi, però, si può usare anche con un tono più serio, magari accompagnato da un aggettivo:

Mi hanno detto che al nonno è venuto un coccolone stanotte, ma ora sta meglio.

In questo caso, il termine indica un vero e proprio problema di salute, anche se il tono resta meno crudo rispetto a dire direttamente “infarto” o “ictus”.

Insomma, il coccolone è una parola che sta a metà tra la comicità e la preoccupazione, ed è molto usata nel parlato italiano, soprattutto in contesti informali o familiari. Si capisce facilmente dal tono con cui viene detto se si sta scherzando o meno.

Forse è bene chiarire, prima di passare al ripasso del giorno, che il coccolone in questi casi non ha niente a che vedere con le coccole, sia chiaro. In altri casi possiamo dare del coccolone o coccolona a una persona che ama le coccole, ma bisogna stare attenti alla chiarezza! In questo caso è aggettivo.

Marguerite: Ragazzi, stamattina, sul treno, ho avuto un coccolone tremendo: ho letto la notizia del rincaro del carburante e adesso sto elucubrando su come farò ad arrivare a fine mese.

Albéric: Oddio, ti capisco benissimo! Anche a me frullano in testa mille pensieri su come gestire le spese con questi continui aumenti. Il mio conto in banca fa acqua da tutte le parti ultimamente.

Estelle: Già, e non c’è verso! Il governo non vuole sentire ragioni. Sembra che non si rendano conto della situazione, e ogni tanto mi viene il dubbio che facciano orecchie da mercante.

Hartmut: Eh, a volte sembra di camminare sulle uova per non far saltare tutto. Vorrei solo che qualcuno si prendesse la briga di assumere una posizione chiara e definitiva su queste questioni.

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Accadde l’11 luglio: il vicolo cieco

11 luglio ‘472 (scarica audio)

Trascrizione

In italiano si dice “essere in un vicolo cieco” quando non ci sono più soluzioni, quando in una situazione non c’è via d’uscita.

Un vicolo è una strada molto stretta, spesso tra due file di case.

Un vicolo cieco, invece, è una strada che finisce contro un muro: non si può andare avanti, si può solo tornare indietro.

Metaforicamente, rappresenta quindi una condizione in cui non ci sono soluzioni possibili. Nessuna speranza, nessuna alternativa.

È ciò che accadde all’imperatore romano Antemio.

L’11 luglio del 472 dopo Cristo, l’imperatore Antemio era ormai finito.

Era ormai alla fine della sua corsa. Tradito, abbandonato, assediato a Roma dal generale Ricimero, cercò rifugio nel luogo più sacro della città: la basilica di San Pietro. Un gesto disperato, un estremo tentativo di salvarsi.

Sperava che, entrando in chiesa, sarebbe stato salvo. Ma fu trovato e decapitato lì, sul posto.

Antemio era davvero in un vicolo cieco: non poteva fuggire, non poteva trattare, non poteva più fare nulla.

Oggi, usiamo questa espressione anche in situazioni meno drammatiche, per esempio:

Con questo lavoro mi sento in un vicolo cieco. Devo assolutamente cambiare.

Oppure:

La relazione non funziona più, siamo in un vicolo cieco.

Quando lo sentite, ricordate Antemio… e magari cercate una via d’uscita prima che sia troppo tardi!

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Accadde il 10 luglio: forzoso, forzato e forzuto

10 luglio 1992 (scarica audio)

Trascrizione

forzuto, forzato e forzoso

Oggi voglio parlarvi della“ forza da tre punti di vista differenti.

Per farlo possiamo partire da un evento accaduto il 10 luglio 1992, quando il governo Amato applicò un prelievo forzoso retroattivo del 6‰ dai conti correnti degli italiani. Non ci credete? È veramente accaduto invece.
Un fatto rimasto impresso nella memoria collettiva.

Vediamo innanzitutto la differenza tra gli aggettivi forzato e forzoso.

Forzato indica qualcosa che è stato costretto a verificarsi o a essere fatto, ma non solo per via di una legge o regola. Può essere anche metaforico.

Usi tipici:
Un comportamento forzato è non spontaneo o poco naturale:
Un sorriso forzato (= non sincero)
Un addio forzato (= si è dovuti andare via)

Nel caso di “riposo forzato” o “esilio forzato“, siamo stati costretti, non avevamo scelta.

Forzato e forzata (al femminile) si usano nche quando si utilizza un termine, una parola, una espressione, ma l’occasione non sarebbe proprio quella ideale, oppure sarebbe più adatto un altro termine o un’altra espressione. ebbene, quello possiamo definirlo un “uso forzato”. Spesso negi episodi parlo di usi forzati, se ci avete fatto caso.

“Forzoso” invece indica qualcosa imposto da un’autorità, da una legge, da una norma, quindi obbligatorio o, si dice anche coattivo . È un aggettivo tipico del linguaggio giuridico e amministrativo.
Quindi un Prelievo forzoso è un prelievo imposto dallo Stato, come nel caso del 1992.
Un esproprio forzoso, analogamente, è quando lo Stato ti toglie un bene dandoti un determinato indennizzo.
Forzoso ha un tono molto più tecnico e impersonale rispetto a “forzato”.

Poi ci sarebbe anche l’aggettivo “forzuto” che è il terzo della lista, che spero non confondiate con i due precedenti, se non per l’origine della parola. Qui non si parla di obblighi o imposizioni, ma di muscoli. Un forzuto (e una forzuta) è una persona particolarmente forte, robusta, capace magari di sollevare pesi o spezzare catene. È un termine popolare, spesso usato con tono scherzoso o ammirato.

Se dici che qualcuno è forzuto, stai parlando della sua forza fisica, non certo di un decreto o di un provvedimento.

Ecco perché dire “prelievo forzuto” farebbe sorridere: sembrerebbe l’intervento di un energumeno in banca, piuttosto che un atto normativo dello Stato. Un prelievo forzato., invece, è un’azione imposta, senza il consenso del titolare del conto. Se un ladro ti convince a fare un prelievo di denaro da un ATM, quello è un prelievo forzato. ma se lo stato se li prende direttamente dal tuo conto, allora diventa forzoso.

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Accadde il 9 luglio: il plebiscito

9 luglio 1978 (scarica audio)

Trascrizione

plebiscito 9 luglio Sandro Pertini

Il 9 luglio del 1978, l’Italia viveva un momento difficile. Erano anni di tensione, di piombo, di terrorismo e di profonda sfiducia verso le istituzioni. Ne abbiamo parlato varie volte in questa rubrica.
Soltanto due mesi prima, il 9 maggio, era stato ritrovato il corpo di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse, proprio nel cuore della Capitale.

Un evento che come abiamo visto aveva scioccato il Paese.

Fu proprio in questo contesto drammatico che, il giorno successivo all’ottava votazione, il Parlamento elesse un uomo che riuscì a riavvicinare le istituzioni ai cittadini, a ridare fiducia a un’Italia ferita. Quell’uomo si chiamava Sandro Pertini, e venne eletto con 832 voti su 995, un plebiscito.
Chi era Sandro Pertini?

Nato nel 1896, Pertini era un uomo schietto, antifascista della prima ora, partigiano, esiliato, più volte incarcerato durante il regime di Mussolini, e poi protagonista della Resistenza. Dopo la guerra, aveva ricoperto vari ruoli istituzionali, ma fu soprattutto come Presidente della Repubblica (dal 1978 al 1985) che lasciò un segno indelebile nel cuore degli italiani.

Pertini non era il classico presidente “di rappresentanza”. Parlava alla gente, visitava le carceri, incontrava gli operai, andava dove nessun presidente era mai andato prima. E lo faceva con un tono diretto, semplice, empatico.

Forse l’immagine più viva che molti italiani conservano di lui è quella di Sandro Pertini in tribuna, l’11 luglio 1982, allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid, mentre l’Italia vinceva i Mondiali battendo la Germania per 3 a 1. Il presidente, con la pipa in mano, saltava in piedi, esultava come un tifoso qualunque.

Ad ogni modo, mettiamo le emozioni da parte per un attimo e focalizziamo l’attenzione sulla parola plebiscito.

La sua elezione, benché avvenuta all’ottava votazione, avvenne con un plebiscito: 832 voti su 995.
Plebiscito è un termine che, anche se nato in un contesto politico, oggi si usa in senso più ampio per descrivere qualunque scelta acclamata da una larghissima maggioranza.

Ma per capire bene di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro… di qualche millennio.
La parola plebiscito deriva dal latino “plebiscitum”, che significa deliberazione della plebe.
Era una decisione votata dai concilia plebis, cioè le assemblee popolari della plebe romana, il ceto più basso della Roma antica. All’inizio queste decisioni non avevano valore vincolante per i patrizi, cioè per la nobiltà, ma con la legge Hortensia del 287 a.C. i plebisciti ottennero valore di legge per tutti i cittadini.
Quindi, in origine, il plebiscitum era letteralmente una legge decisa dal popolo. Una manifestazione di democrazia diretta, in cui non c’erano intermediari: la volontà collettiva diventava legge.

La parola plebe quindi, che dà origine a plebiscito, indica in questo contesto il popolo in generale, ma si tratta di quella parte del popolo di Roma antica dedita un tempo ad attività commerciali, che nei primi secoli della Repubblica non godeva dei diritti dei cittadini, riservati invece ai patrizi (proprietari terrieri). Anche oggi si usa per indicare la parte peggiore del popolo, la più arretrata o abbrutita.
Oggi la parola plebiscito indica quindi una maggioranza schiacciante, un voto del popolo quasi all’unanimità, non più semplicemente il voto da parte dei cittadini.

Col tempo, il significato si è allargato. Oggi “plebiscito” si usa anche in contesti non politici, per indicare una scelta o un consenso quasi unanime.
Esempi:

La nuova presidente ha ricevuto un plebiscito di consensi: 50 voti a favore e una scheda bianca, la propria.
L’iniziativa ha ottenuto un plebiscito di consensi sui social.
Tra tutti i candidati, il preside ha scelto Marco con un plebiscito da parte della commissione.

In tutti questi casi, non c’è nessun voto ufficiale, ma il termine serve a rendere l’idea della forza e dell’unità del consenso.

Modalità simili?
Potremmo parlare di “acclamazione” cioè una approvazione corale, spesso spontanea, senza voto (es. “eletto per acclamazione”).
Anche “quasi unanimità” è simile, ma in questo caso c’è sempre un voto, l’espressione di una preferenza e questa, se è unanime è senza alcuna eccezione. Se invece è quasi unanime possiamo dire che è un plebiscito.
Possiamo anche dire “maggioranza schiacciante“, simile a plebiscito, ma più neutro e più numerico.
Volendo vanno bene anche “Successo travolgente/ trionfo/ trionfo popolare“, termini più enfatici, che suggeriscono entusiasmo, ma non sempre indicano una votazione.

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Accadde l’8 luglio: l’ammanco

8 luglio 1989 (scarica audio)

Trascrizione

ammanco

Per spiegare il significato della parola “ammanco“, la parola del giorno, possiamo prendere spunto da un evento accaduto in Italia l’8 luglio 1988: la conclusione della prima fase del processo per la Strage di Stava (avvenuta il 19 luglio 1985).

Partiamo dall’ammanco.
Il termine ammanco si usa per indicare una mancanza di denaro o di beni che avrebbero dovuto esserci, ma che risultano spariti, spesso a causa di un errore, di una cattiva gestione o, peggio, di un furto o una frode.

È una parola molto usata in ambito contabile o bancario, ma anche nei processi giudiziari quando si indagano responsabilità amministrative o finanziarie. Per chi lavora in Italia è importante conoscere questa parola, perché in caso di ammanchi di denaro, potreste essere accusati di furto. Vediamo il collegamento con la Strage di Stava.

La Strage di Stava fu una tragedia ambientale e umana causata dal crollo di due bacini di decantazione usati per raccogliere fanghi residui dell’estrazione mineraria.
Quel crollo provocò un’ondata di fango che distrusse tutto ciò che incontrava, causando ben 268 morti.
Durante il processo, vennero alla luce numerose negligenze e gravi mancanze nei controlli.

Notate che la parola mancanza è molto simile e molto più presente rispetto ad ammanco nel linguaggio comune. Se sbagliate a scrivere “ammanco”, notate infatti che neanche il correttore automatico vi aiuta…
Comunque, tra queste mancanze che ci sono state, sono presenti anche veri e propri ammanchi: soldi destinati alla manutenzione e messa in sicurezza dei bacini che non erano mai stati spesi, fondi pubblici scomparsi nel nulla, materiali di scarsa qualità utilizzati per risparmiare. Questo è un male abbastanza diffuso in Italia purtroppo.

Insomma, si parlò anche di ammanchi nei bilanci, di fondi mai arrivati a destinazione, che avrebbero potuto forse prevenire la tragedia.
Vediamo altri esempi:

> «Durante le indagini emerse un ammanco di oltre 100 milioni di euro, sottratti al fondo destinato alla messa in sicurezza dell’impianto.»

Risulta un ammanco di €50 euro incassa. Bisogna rifare i conti e se l’ammanco persiste, ti licenzio in tronco!

Insomma, un ammanco non è semplicemente una mancanza: è una mancanza sospetta (sempre di denaro o al massimo di beni), che lascia intendere un errore o una colpa. A volte si scopre troppo tardi, come accadde a Stava. Per la cronaca, Stava si trova in Trentino alto Adige.

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Accadde il 7 luglio: il regolamento di conti

7 luglio 1960 (scarica audio)

Trascrizione

Prima di cominciare, vale la pena ricordare brevemente un episodio chiave della storia politica italiana: il governo Tambroni, nato nel 1960 come esecutivo di transizione, ma che suscitò un’enorme crisi istituzionale. Tambroni, esponente della Democrazia Cristiana, ottenne la fiducia in Parlamento con il decisivo sostegno del Movimento Sociale Italiano, un fatto senza precedenti che fece esplodere proteste in tutto il Paese. In fondo erano solo 15 anni che era terminata la Seconda guerra mondiale.

Ci furono delle manifestazioni represse nel sangue in città come Genova e Reggio Emilia, che segnarono profondamente la coscienza democratica nazionale.

Il governo comunque cadde dopo poco più di tre mesi, ma la ferita lasciata da quell’alleanza innaturale restò aperta a lungo.
Eccoci allora all’episodio del 7 luglio del 1960, quello di Reggio Emilia, quando cinque operai furono uccisi dalla polizia durante una manifestazione sindacale contro il governo Tambroni.

La repressione fu brutale, e la giornata passò alla storia come la Strage di Reggio Emilia.

Gli operai scesero in piazza per protestare contro il governo che come detto era appoggiato dal Movimento Sociale Italiano, il partito erede del fascismo. Non dimentichiamolo.

La tensione era altissima. E quello che avvenne fu – a detta di molti – un vero regolamento di conti di tipo politico.
Siamo arrivati all’espressione del giorno.

Cos’è un regolamento di conti? Attenzione, “di” conti e non “dei” conti, altrimenti sembrerebbe che l’oggetto siano dei numeri.

Qui però parliamo dei conti in senso figurato. Parliamo dei conti da regolare, da saldare.
“Regolamento di conti” si usa quando due o più parti — spesso in contrasto da tempo — decidono di chiudere (di regolare) una questione in modo violento o definitivo.

È un’espressione che si sente spesso nei contesti di mafia o criminalità organizzata, ma può essere usata anche in senso figurato o politico.

Nel caso della strage di Reggio Emilia, si può dire che lo Stato e le forze dell’ordine “regolarono i conti” con i manifestanti, punendo duramente chi metteva in discussione l’ordine costituito, specialmente in un periodo turbolento della Repubblica.

Es:
Dopo anni di silenzi e sospetti, quel congresso di partito è stato un regolamento di conti tra le due anime storiche della sinistra.

Si può usare anche così, ma certamente l’espressione è forte e fa subito pensare a omicidi e criminalità organizzata.
Esempio concreto e molto più comune:

Quel delitto sembrava proprio un regolamento di conti tra clan rivali.

L’espressione contiene il verbo regolare, che in questo caso indica il mettere in ordine i conti, una sorta di “fare giustizia” o “chiudere una questione rimasta in sospeso”, ma materialmente anche “vendicarsi di qualcosa”.

I conti in che senso? Come ho detto, in questo caso non si tratta di calcolatrice e ricevute: i conti si chiudono a colpi di pistola, o di manganello, o di repressione.

Quindi, quando ascoltate questa espressione, fate attenzione: non si parla mai di pace, ma quasi sempre di vendette, ritorsioni o atti punitivi.

Il termine regolamento, è bene chiarirlo, non indica una norma, una regola da seguire, tipo il regolamento di condominio.

L’espressione è infatti simile anche a “fare i conti“, che però è molto più ingenua in genere. Fare i conti si può usare in matematica ma anche ad esempio con i propri figli.

Es:
Quando rientri a casa facciamo i conti!

Ora, definire questo specifico esempio un “regolamento di conti” appare effettivamente esagerato…

Fate attenzione quindi quando usate questa espressione.

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Accadde il 6 luglio: profilare e profilarsi

6 luglio 1970 (scarica audio)

Trascrizione

Il 6 luglio 1970, in Italia, cade il terzo governo Rumor. Era un periodo di forte instabilità politica in Italia: i governi cambiavano in fretta, i partiti si scontravano su riforme e alleanze, e ogni crisi faceva profilare all’orizzonte nuovi scenari.

Ma cosa significa profilare?

Letteralmente, vuol dire tracciare il profilo di qualcosa, delimitare i contorni, anche in senso figurato. Non a caso il profilo è proprio quello, la sagoma iniziale, il contorno di qualcosa che sta per prendere forma, ci delle nostre indicazioni, ma che ancora non è ben definito. D’altronde anche il nostro profilo su Facebook fornisce indicazioni su di noi ma non dice proprio tutto.

Da qui il verbo prifilare e profilarsi.

Quando si dice, ad esempio, che “si profila una crisi“, si intende che sta emergendo, inizia a delinearsi una situazione di crisi.

Dopo le dimissioni di Mariano Rumor, si profilava infatti un nuovo governo di transizione, ma anche la possibilità di elezioni anticipate. In quel momento, si profilavano varie ipotesi: un governo ponte, un esecutivo tecnico, o persino un’alleanza inedita.

Nel linguaggio politico, profilarsi è molto usato per indicare ciò che comincia a rendersi visibile, ma non è ancora chiaro o sicuro.
Vediamo qualche esempio altri esempi d’uso:
Dopo il calo nei sondaggi, si profila una sconfitta elettorale per il partito al governo.

All’orizzonte si profila un temporale: meglio rientrare!

Il nuovo candidato si profila come favorito per la presidenza.
Si profila una crisi economica.
Quindi, il 6 luglio 1970, più che un semplice cambio di governo, si profilava una fase politica turbolenta, fatta di incertezze e nuove possibilità.

Se non usiamo il verbo in modo riflessivo significa tracciare il profilo, definire i contorni, configurare qualcosa, anche in senso figurato. È transitivo, quindi regge un complemento oggetto.

Esempi:

Il tecnico ha profilato una nuova strategia per il campionato.

L’intelligenza artificiale può profilare gli utenti in base ai loro interessi.

Durante il colloquio, l’azienda ha cercato di profilare il candidato ideale.
In questo uso, qualcuno dà forma a qualcosa, lo modella, lo delinea.
Quanto a voi,

Adesso che conoscete questo bel verbo, si profila un nuovo rapporto tra voi e la lingua italiana.

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Accadde il 4 luglio: il verbo carpire

Descrizione:

Il 4 luglio 1944 diventa spunto per spiegare il verbo “carpire”, simile ad “estorcere”, “strappare”, “circuire” e “cogliere”  A differenza di “ragguagliare”, carpire implica astuzia o inganno nell’ottenere informazioni.

Audio e trascrizione solo per gli iscritti.

(ENTRA)

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carpire

Accadde il 3 luglio: i ragguagli e ragguagliare

Descrizione:

3 luglio 1866: Garibaldi vince a Monte Suello e invia ragguagli. Da qui parte l’episodio per spiegare questa parola formale ma viva: resoconti precisi, dati ufficiali, aggiornamenti, non solo in guerra. Spiegazione anche del verbo ragguagliare.

Audio e trascrizione solo per gli iscritti.

(ENTRA)

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ragguagli garibaldi

Accadde il 2 luglio: la genuflettessione e la piaggeria

2 luglio 1871 – scarica audio

Trascrizione

Ieri in una trasmissione televisiva, dove si parlava di politica internazionale, si è utilizzato più volte il verbo giugno genuflettersi.

Allora, per spiegare il verbo “genuflettersi” in questa rubrica dedicata alla storia, posso prendere spunto da un evento storico accaduto il 2 luglio 1871, quando Vittorio Emanuele II di Savoia entrò solennemente a Roma dopo la conquista della città e la fine del potere temporale dei Papi.

Era un ingresso solenne, simbolico, ma soprattutto definitivo. Il Papa, ormai privo del suo potere temporale, non era più il sovrano della città eterna. Non a caso, quel giorno nessun inchino, nessuna genuflessione fu fatta davanti al potere religioso. Roma diventava la capitale dello Stato italiano. In questa rubrica diverse volte abbiamo parlato della Breccia di Porta Pia.

il verbo genuflettersi deriva dal latino genu (ginocchio) e flectere (piegare).

Genuflettersi, infatti, significa “inginocchiarsi per rispetto, devozione o sottomissione”, ma anche, in senso figurato, abbassarsi servilmente davanti a qualcuno. Quindi potremmo dire che quel 2 luglio 1871, fu il giorno in cui l’Italia smise di genuflettersi davanti alla Chiesa come istituzione temporale. Il verbo si usa spesso nel linguaggio della politica proprio perché vuole indicare una sottomissione servile.

“Davanti all’altare, i fedeli si genuflettono in segno di rispetto.”

“Non intendo genuflettermi di fronte ai potenti solo per compiacerli.”

Basta genuflettersi di fronte all’America. L’Italia deve mostrare dignità.

Oggi su google news si legge l’articolo di un famoso giornale italiano che titola:

La ricetta di Trump per ottenere la pace: genuflettersi a Putin.

È un po’ come dire che, secondo questo articolo, Trump vuole accontentare Putin in tutto e per tutto.

Difficile vedere usi del verbo genuflettersi nel linguaggio quotidiano. Si trova più spesso nel linguaggio religioso, usato in senso proprio ad esempio:

“I fedeli si genuflettono prima dell’altare.”

Oppure come dicevo in testi letterari o giornalistici, con uso figurato per indicare sottomissione servile o atteggiamenti di piaggeria, per esempio:

“Il ministro si è genuflesso alle richieste del partito.”

Nel parlato comune, useremmo espressioni più semplici come:

“inginocchiarsi” (nel senso fisico)

“abbassarsi”, “svendersi”, “leccare i piedi” (nel senso figurato, più colloquiale e spesso sarcastico).

Comunque, la caratteristica di chi si genuflette si chiama, come detto, piaggeria . La piaggeria quindi è il comportamento improntato a una remissività servile e adulatoria.

Es:

Questo tuo atteggiamento di piaggeria nei confronti dei professori di tuo figlio è irritante.

Ma io sono rispettoso. È rispetto, non piaggeria.

Un ultimo esempio:

ChatGpt ha mostrato una tendenza a fornire risposte eccessivamente accomodanti, ma poco sincere. Pare che questa piaggeria di Gpt è stata il frutto di un aggiornamento troppo incentrato sui feedback a breve termine.

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Accadde il 1 luglio: il plurare maiestatis

Descrizione:

Spieghiamo l’uso del “plurale maiestatis”, cioè l’uso del noi al posto dell’io, adottato da re, papi e alte cariche. ma oggi?

Audio e trascrizione solo per gli iscritti.

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Accadde il 30 giugno: il verbo “sviare”

Descrizione:

Nel 1963 a Ciaculli (Palermo), un’autobomba mafiosa uccise 7 agenti. La mafia cercò di sviare le indagini con depistaggi e omertà. Da qui, spieghiamo il verbo “sviare”: sviare l’attenzione, la verità, il discorso o una persona dalla sua strada. Audio e trascrizione solo per gli iscritti.

(ENTRA)

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Accadde il 28 giugno: la Panacea

Questo episodio è per i soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Se vuoi far parte dell’associazione puoi richiedere l’adesione alla pagina italianosemplicemente.com/chi-siamo

Ti aspettiamo!

La circospezione

La circospezione – (scarica audio)

Episodio n. 1195

Trascrizione

La parola di oggi è circospezione.

Di sicuro hai tante occasioni per utilizzarla nella vita di tutti i giorni e chissà quante volte anche tu hai avuto un fare circospetto.

Iniziamo proprio da questo.

Circospetto è un aggettivo che descrive una persona prudente, attenta, misurata nei comportamenti e nelle parole, che agisce con cautela, cercando di non esporsi troppo o di non creare problemi. Solitamente ad essere circospetto, nel linguaggio, è il comportamento, l’atteggiamento, il fare, il modo di fare; ma anche una persona può essere definita circospetta.

In altre parole, una persona circospetta valuta bene ogni cosa prima di agire o parlare, spesso per non offendere, non compromettere sé stessa, o non attirare attenzioni indesiderate.

Se una persona si comporta in modo circospetto, allora è prudente, cauta, riservata, accorta, avvenuta. Si guarda attorno. Non a caso “circo” indica proprio l’intorno, ciò che circonda la persona.

Al contrario sarebbe una persona impulsiva, avventata, spavalda, sconsiderata addirittura.

Si usa spesso quando si nota in una persona qualcosa che insospettisce, che suscita sospetto. Il sospetto ci porta alla seconda parte della parola circospetto.

Es:

Giovanni ha risposto con tono circospetto, evitando di dire troppo.

Era molto circospetto quando gli ho chiesto della sua vita privata.

Il diplomatico si mostrava circospetto durante l’intervista.

È questa la circospezione. Indica il modo di comportarsi proprio di una persona circospetta, cioè la prudenza, la cautela, la delicatezza e l’attenzione nel parlare o nell’agire.

Es:

Ha agito con grande circospezione, sapendo che ogni parola poteva essere fraintesa.

In questi casi ci vuole circospezione, non impulsività.

La sua circospezione era evidente: si guardava continuamente attorno prima di parlare.

Parlando di circospezione possiamo facilmente usare l’espressione “avere un fare“, che, come si è visto in un episodio passato, può indicare un atteggiamento di qualsiasi tipo. Dipende dall’aggettivo che segue.

Avere un fare circospetto, quindi, significa chiaramente comportarsi in modo prudente, cauto, riservato.
“Fare”, come abbiamo visto, in questo caso, indica l’atteggiamento, il modo di porsi, l’impressione che si dà, il modo di fare.

Quindi, un fare circospetto è un atteggiamento visibilmente attento e guardingo (un altro bell’aggettivo): chi si comporta così appare misurato nei gesti e nelle parole, spesso con un tono basso, lo sguardo attento, i movimenti controllati.

Entrò nella stanza con un fare circospetto, come se temesse di disturbare.

Aveva un fare circospetto e parlava sottovoce, guardandosi intorno.

Con quel suo fare circospetto, dava l’idea di sapere qualcosa che non voleva dire.

Tanto per usare qualche altra definizione, possiamo dire che in genere si usa per descrivere una persona che non vuole esporsi, oppure che teme qualcosa, o semplicemente è molto attenta e riservata.

Adesso ripassiamo.

Immaginate di stare in un bar italiano e di fare una domanda al barista. La domanda può riguardare il bar, un ordine particolare oppure una informazione qualunque. Potete immaginare anche la risposta.

Ulrike: Scusi, volevo chiederle una cosa: qui al bar siete avvezzi a servire anche caffè d’orzo freddo, oppure è un’abitudine più rara? E il barista, magari con un sorriso affabile, potrebbe rispondere: “Beh, in realtà siamo avvezzi a preparare un po’ di tutto, ma il caffè d’orzo freddo non è tra le richieste più comuni.

Estelle:
Allora, siete pronti a preparare un caffè su un letto di ghiaccio? Poi si potrebbe mettere il tutto su una torta con un po’ di liquore di mandorle. Con questo caldo della Madonna è lo stretto indispensabile per sopravvivere! Come ciliegina sulla torta ci mancava solo che si rompesse il condizionatore!

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26 giugno 363: la scaramuccia e l’apostata

Episodio n. 176 della rubrica “Accadde il

Descrizione: Sembra una bazzecola, ma nel 363 una “scaramuccia” costosissima porta via l’imperatore Giuliano! Pure i piccoli scontri possono cambiare il mondo… e la storia. Impariamo i termini scaramuccia, fatale, zuffa, schermaglia, mesopotamia, apostata.

Durata audio:  7:04

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scaramuccia fatale apostata 26 giugno

Accadde il 24 giugno: “precursore” e “predicare nel deserto”

Episodio n. 174 della rubrica “Accadde il

Descrizione: Vediamo l’uso del termine “precursore” e l’origine dell’espressione “predicare nel deserto“, prendendo spunto da un episodio accaduto il 24 giugno 2007 a Foggia, in Puglia.

Durata audio:  5:20

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Accadde il 22 giugno: fregiarsi, fregio e sfregio

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Accadde il 23 giugno: sommessamente o umilmente?

Descrizione: Nel giugno 1796, Napoleone costrinse il Papa a firmare un armistizio, imponendo pesanti condizioni. Con l’ocasione vediamo la distinzione tra “sommessamente” e “umilmente” attraverso diversi esempi.

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Accadde il 21 giugno: il verbo svenarsi e il salasso

Svenarsi e salasso

Descrizione:

Partiamo da un evento accaduto il 21 giugno di tanti anni fa per spiegare l’utilizzo del verbo svenarsi e del sostantivo salasso.

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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I massimi sistemi

I massimi sistemi (ep. 1193) – scarica audio

Trascrizione

Oggi per la rubrica denominata due minuti con Italiano Semplicemente, vi parlerò dei massimi sistemi. È chiaramente una espressione idiomatica.

L’espressione spesso si presenta in questa forma: “Parlare dei massimi sistemi“, o “discutere dei massimi sistemi“.

Un’espressione solitamente usata in modo ironico, ma abbastanza misteriosa per degli studenti non madrelingua: “i massimi sistemi”.
Cosa sono? A cosa servono? E perché tutti, prima o poi, ci caschiamo, e ne parliamo? Oddio, magari non proprio tutti..

L’espressione “parlare dei massimi sistemi” viene dalla filosofia antica, in particolare da Aristotele e poi da Galileo Galilei, che in un’opera del 1632 intitolata “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” parlava dei due principali modelli cosmologici: quello tolemaico e quello copernicano. Questo però è difficile che gli italiani lo sappiano! Resta il fatto che l’espressione è molto utilizzata. Però le stelle e il cosmo non c’entrano nulla con l’uso dell’espressione oggi.

Oggi, nel linguaggio comune, “i massimi sistemi” non sono più i modelli dell’universo. Sono invece i grandi temi, le questioni fondamentali dell’esistenza, della politica, della morale, della scienza, della religione… insomma, tutto ciò che è molto teorico, profondo, spesso anche un po’ inutile da discutere quando…. quando magari si ha fame o si è in ritardo per il lavoro.

Parlare dei massimi sistemi significa quindi filosofare, astrarre, divagare su temi troppo alti per la situazione concreta in cui ci si trova. C’è sempre un po’ di fastidio quando qualcuno parla dei massimi sistemi. Magari perché si crede chissà chi, oppure perché la situazione non richiede discussioni di alto livello teorico o tecnico.

Chi parla dei massimi sistemi non è certamente consapevole di farlo. L’espressione infatti si usa per fare ironia o per polemizzare contro qualcuno.

L’espressione è quindi usata perlopiù in tono ironico, o comunque distaccato, come per dire: “Ok, stai parlando di cose importanti, ma forse stai un po’ esagerando…”

Es:
“Dai, non metterti a parlare dei massimi sistemi adesso, dobbiamo solo decidere dove andare a cena!”

Oppure:
“Ieri sera con Marco abbiamo parlato dei massimi sistemi fino alle tre del mattino: politica, giustizia, il senso della vita…”

Ultimo esempio:
“A volte mi piace fermarmi e riflettere sui massimi sistemi… poi mi ricordo che ho la lavatrice da stendere.”

Chi parla dei massimi sistemi spesso filosofeggia – come si suol dire – fa della retorica, si perde in voli pindarici, si arrovella su problemi irrisolvibili. In alcuni casi si dice anche che sta menando il can per l’aia, cioè che parla tanto per parlare.

Potete usare questa espressione per descrivere chi si prende troppo sul serio o per ironizzare su te stesso quando vuoi sembrare profondo ma stai solo cercando di evitare di lavare i piatti.

Insomma, i massimi sistemi sono lì, in alto, a fluttuare sopra le nostre teste, sempre pronti a scendere sulla tavola quando siamo a cena con amici un po’ troppo intellettuali… o un po’ troppo ubriachi.

Adesso ripassiamo con un ripasso preparato da Marcelo, direttamente dall’Uruguay.

Hartmut. Ciao raga! …sapete che con la nuova rubrica denominata “Accadde il siamo arrivati a più di 160 episodi pieni di espressioni, modi di dire, verbi e vocabolario che hanno arricchito la nostra conoscenza della lingua del Sì?

Ulrike. Si certo, e ho dovuto arrovellarmi il cervello per stare al passo con questa valanga di roba nuova!

Anne Marie: era ora di smettere di girarsi i pollici, e iniziare a fare pratica!

Rauno: Altrimenti si rischia di vincere il premio come lavativo indefesso!

Kerin: Lasciamo gli scherzi da parte, e ricordate quel proverbio che dice: guardare il fuscello del prossimo e non la trave nel proprio!

Christophe: Hai ragione, ma non dimentichiamo le altre rubriche: quella dei 2 Minuti, il linguaggio del calcio, i verbi professionali eccetera, che continuano senza fermarsi.

Edita: Certo, tra diversi siti per imparare italiano, IS è molto divertente. Te lo dico con cognizione di causa e posso dire che IS si distingue perché si fonda sulle sette regole d’oro, vere colonne portanti del metodo.

Carmen. Io direi che è un connubio perfetto tra apprendimento e divertimento. Detto ciò, i responsabili di tutto questo sono Gianni e la rosa di associati che appartengono a molti paesi diversi e che si impegnano a dare il meglio di sé. Io mi annovero tra di essi.

Julien: Amici, adesso metterei la parola fine a questo il dialogo, altrimenti contravveniamo alle regole poc’anzi citate.

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Detto ciò

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Ciao core!

(ep. 1188) – scarica audio

Trascrizione

Sono molte le espressioni romanesche che hanno travalicato i confini della città e si usano oggi in tutto lo stivale.

Tra queste sicuramente figura “ciao core”.

È una esclamazione che, detto in poche parole, esprime una forma particolare di lontananza, di sarcasmo e di frustrazione allo stesso tempo.

Core, come potete immaginare, è la versione romanesca di “cuore” mentre “ciao” è chiaramente un saluto, ma è da intendere in modo figurato.

In questo senso, “ciao core” non è tanto un saluto, né un’espressione affettuosa, ma piuttosto una frase tagliente, detta quando si capisce che una persona non ci sta proprio capendo niente, o sta andando completamente fuori strada, magari anche dopo mille spiegazioni.

È come dire:

Ma dove vai? Sei lontano anni luce!

Quando fai così mi fai cadere le braccia!

Sei proprio senza speranza!

Continua pure, ma sei proprio fuori rotta

O semplicemente:

Sì, vabbe’!

Sì, ciao!

È uno sfogo ironico, che mette insieme disillusione, frustrazione e una risata amara.

Es:

Un collega propone una soluzione assurda a un problema complesso che riguarda un PC che non funziona bene: “Secondo me basta spegnere e riaccendere tutto.”
Risposta (con mezzo sorriso amaro): “Ciao core!”
Spesso si accompagna l’esclamazione con un gesto con la mano, una sorta di saluto, alzando la mano dal basso verso l’alto, con palmo della mano rivolto in su. Il gesto va ripetuto due volte.

Questo indica che la persona a cui è rivolta l’espressione “si sta allontanando”.

Es:

Un amico ti dice che dopo aver ricevuto numerosi rifiuti da una ragazza, crede di conquistarla con un comportamento infantile e afferma:

“Stanotte la chiamo alle tre di mattina, vedrai che capisce il mio amore per lei.”
Reazione inevitabile: “sì, ciao core…”

Evidentemente questo tuo amico è proprio una testa dura!

Uno studente di lingua italiana sbaglia completamente la pronuncia di una parola dopo molte spiegazioni e tentativi. Dopo l’ennesimo fallimento, il professore commenta in modo sconsolato: “Ciao core, continua così”.

Al professore pare siano cadute le braccia!

Espressioni simili (stesso tono ironico e rassegnato)

“Seee…” – allungato, con tono sarcastico.

“Se vabbè!” – per chiudere un discorso assurdo.

“Buonanotte!” – usato per dire “ormai è inutile”, in modo ironico.

“Ma de che?” – tipico romano per esprimere incredulità e disillusione.

“Ma annamo, su!” – per dire che qualcosa non sta né in cielo né in terra.

Il tono è fondamentale: “ciao core” va detto con un misto di ironia, rassegnazione e un po’ di stanchezza, come se si dicesse:
“Non c’è speranza, fai pure, ma sappi che sei completamente fuori strada.”

Potete star certi che in tutt’Italia si usa e si comprende questa esclamazione. È chiaramente informale e colloquiale. Non la usate in occasioni formali o con persone che non conoscete, mi raccomando!

In realtà si usa anche in modo diverso, quando non si vuole più avere a che fare con una persona, che sia un collega, un amico, un fidanzato o una fidanzata. In quest’ultimo caso il “ciao core” esprime un legame affettuoso che finisce in modo brusco, perché evidentemente si è raggiunto un livello non più sopportabile da chi pronuncia l’espressione.

Es:

Dopo l’ennesimo tradimento, Giovanni mi aveva promesso fedeltà e sembrava veramente pentito. Poi un bel giorno ho trovato la sua camicia sporca di rossetto. E allora gli ho detto: ciao core!

A proposito di relazioni, ripassiamo un po’ parlando del rapporto uomo-donna.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Angela dalla CinaAngela: Io dico solo che, quando si tratta di comunicazione, molti uomini sono restii a mettersi davvero in gioco. Parlano poco in generale e chi lo fa sbaglia. salvo poi accusare il colpo quando li metti a posto con due parole.

Hartmut dalla GermaniaHartmut: Sarà pure così, ma non è che tutte le donne debbano essere sempre creature accondiscendenti e di buon senso: quindi a forza di sopportare spesso e volentieri, sanno sfoderare ripicche con i fiocchi!

ULRIKEUlrike: Appunto, ma non facciamo di tutta l’erba un fascio. Mica sono così diversi poi uomini e donne. Il pretesto della “diversità biologica” è un’ipotesi peregrina.

marceloMarcelo: io sarei di diverso avviso: è una faccenda di aspettative sociali più che di natura, e finché non mettiamo a punto un nuovo modo di relazionarci, stiamo freschi!

Ulrike:
E dire che una volta bastava poco per sentirsi complici… ora pare che chicchessia debba passare per un manuale d’istruzioni prima di azzardare un complimento, o rischia di finire nel mirino! Che tempi!

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