Avere del

(ep. 1187) – scarica audio

Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi parliamo di una locuzione tanto curiosa quanto affascinante: “avere del”.
Alla fine dell’episodio scoprirete che è qualcosa che non ha dell’incredibile, ma vi sarà sicuramente utile nelle vostre conversazioni quotidiane, soprattutto se volete enfatizzare un concetto.

Un altro esempio, anzi più di uno:

Questo tuo comportamento ha del ridicolo!

La tua teoria ha del geniale.

Cosa significa questo “avere del”?

In questi esempi, “avere del” è un modo un po’ teatrale, quasi drammatico, di esprimere che qualcosa sfiora, si avvicina, ha i tratti caratteristici di qualcosa di straordinario.

Non si afferma direttamente che lo sia, ma ci va molto vicino.

Vediamo:

“Ha dell’incredibile” = È quasi incredibile. Può sembrare incredibile, sembra avere le caratteristiche di qualcosa di incredibile.

“Ha del clamoroso” = È piuttosto clamoroso.

“Ha del ridicolo” = È sul limite del ridicolo.

È un’espressione molto usata nel linguaggio giornalistico e nel parlato più enfatico, quello che si usa per sorprendere o scandalizzare un po’ l’ascoltatore.

Una partita ha dell’epico,
una reazione ha del folle, una vittoria ha del clamoroso.

Ma attenzione! Questo “avere del” non è lo stesso che troviamo in espressioni come:

Ho del vino in cantina

Hai del tempo domani?

Lui ha del potenziale inespresso

In questi casi, “del” indica una quantità indefinita di qualcosa:

del vino = un po’ di vino
del tempo = un po’ di tempo

Niente a che vedere col significato quasi metaforico e qualitativo dell’uso di prima.

Confrontiamo:

“Questo artista ha del talento” può voler dire che ha un po’ di talento, ma se detto in tono enfatico: “Ha del geniale!”, allora è chiaro che stiamo usando la locuzione metaforica:
non diciamo che ha un po’ di genialità, ma che sfiora il genio. Al limite potrei dire che “ha qualcosa di geniale”.

Per chi ama la grammatica: in quest’ultimo caso, “del” introduce un sostantivo astratto (clamoroso, ridicolo, ecc.), usato senza articolo (c’è già la preposizione articolata) e funziona quasi da aggettivo per descrivere in modo valutativo una situazione o un comportamento.

Notate come solamente “del” Si può usare, e non della, degli, delle, eccetera. La struttura è fissa. Si comporta quasi come una formula.

Ad esempio, si può dire:

Ha del romantico.
Ma non: Ha della romantica, né Ha dei romantici.

Perché proprio il maschile singolare? È una questione di grammatica storica e stilistica: il maschile singolare è percepito come più generico, più astratto. Lo so, la lingua italiana è decisamente maschilista da questo punto di vista.

Quando diciamo che qualcosa “ha del magico”, non stiamo parlando di “una cosa magica” in particolare, ma di una qualità indefinita, evocativa. C’è qualcosa che mi fa pensare alla magia.

Invece notate come nell’altro uso di “avere del” possiamo usare anche altre preposizioni.

Es:

Hai delle scarpe da prestarmi?

Ho della marmellata in frigo

Eccetera.

Un membro dell’associazione (parlo di Ulrike) ha osservato che la locuzione “sapere di” è simile a “avere del” e ha chiesto se in effetti le due locuzioni siano vicine o addirittura intercambiabili.

Grazie per l’osservazione Ulrike. Io direi che possono sembrare vicine e un po’ lo sono anche, ma differiscono per natura espressiva e registro linguistico, e raramente sono del tutto intercambiabili.

Vediamo: “Sapere di” è una locuzione usata in senso figurato, non letterale, si riferisce a impressioni soggettive, spesso con un tono più suggestivo o allusivo. Non a caso “sapere di” richiama il sapore (es: questa caramella sa di arancia).

In senso figurato il sapore diventa una sensazione in generale. Quindi può trasmettere anche un leggero giudizio o sospetto.

Esempi:

Il suo gesto sa di vendetta.

Questa decisione sa di disperazione.

Il suo silenzio sa di complicità.

Il tono è più intuitivo, percettivo, psicologico. Si usa sia scritto che parlato, ma più comune nel linguaggio letterario, giornalistico, o riflessivo. Spesso si aggiunge “mi”, (se parlo della mia sensazione) soprattutto nel linguaggio informale e parlato. Es:

Il suo silenzio mi sa tanto di complicità.

È la sensazione che si prova. Secondo me c’è complicità. È la mia sensazione.

Avere del”, d’altro canto, come detto, esprime qualcosa che sfiora una qualità o si avvicina a una caratteristica evidente, ma senza affermarla pienamente.
Ha spesso una connotazione enfatica, drammatica, e più oggettivante.

Esempi:

Il suo comportamento ha del ridicolo.

Questa mossa politica ha del geniale.

Il suo atteggiamento ha del provocatorio.

È più teatrale, intellettuale, giornalistico e si usa soprattutto nello scritto enfatico, o nel parlato abbastanza colto.

Vi propongo un altro esempio per confrontare le due locuzioni:

Recentemente il suo comportamento sa di vanitosità

Recentemente il suo comportamento ha del vanitoso

Entrambe le frasi sono corrette, ma con sfumature diverse:

“Sa di vanitosità”, suggerisce un’impressione soggettiva, un sentore. È come dire: “Mi dà l’impressione di essere vanitoso”.

“Ha del vanitoso”, afferma con più decisione una somiglianza alla vanità, quasi la sfiora, e ha un tono più critico o analitico.

Concludendo, in certi casi si possono usare entrambe, ma il tono cambia.

“Sapere di…” è più subdolo, percezionale.

“Avere del…” è più scenografico, quasi oggettivo.

Chiudiamo l’episodio con una frase ad effetto:

Il modo in cui alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente parlano italiano…
ha del fenomenale! Questa mia frase comunque potrebbe sapere di ruffianeria!

Ripasso episodi precedenti:

Christophe: tra i luoghi sperduti d’Italia, a me vanno a genio i borghi dell’Umbria. Ci sono panorami con la P maiuscola.

Marcelo: Io l’estate scorsa ho scoperto un paesino in Basilicata che non c’azzecca niente con il turismo di massa, ed è stato come entrare in un’altra epoca.

Anne Marie: Io ci sono finita per sbaglio, ma non si direbbe quanto sia affascinante la costa del Molise: zitta zitta, ti entra nel cuore.

Julien: E vuoi mettere i monti della Carnia sulle Alpi orientali? Laggiù la natura, a suo modo ti parla, anche se una volta ho corso il rischio di perdermi.

Angela: La sai lunga tu! Beato chi ci capita in certi posti.

– – –

Spiegazione del ripasso:

Luoghi sperduti: si riferisce a posti lontani, isolati, poco conosciuti o difficili da raggiungere. Spesso sono piccoli paesi fuori dalle rotte turistiche principali.

Mi vanno a genio: è un modo di dire per dire che qualcosa piace molto, che è proprio nelle proprie corde.

Panorami con la P maiuscola: significa che i paesaggi sono talmente belli da meritare rispetto, quasi come se la parola “panorama” dovesse essere scritta con la maiuscola per sottolinearne l’importanza.

Non c’azzecca niente: è un’espressione informale che significa “non ha nulla a che fare con” o “è completamente diverso da”. In questo caso, il paese non ha nulla a che fare con i luoghi affollati e commerciali tipici del turismo di massa.

Non si direbbe: significa “non lo si immagina”, “non ci si aspetterebbe”.

Zitta zitta: è un modo di dire per indicare qualcosa che agisce in modo silenzioso, discreto, senza farsi notare subito, ma che poi sorprende.

Vuoi mettere…?: è una domanda retorica, usata per dire “secondo me non c’è paragone”, come a dire che quello che sta per nominare è meglio di tutto il resto.

La natura, a suo modo, ti parla: è una frase che esprime l’idea che in certi luoghi la natura comunica emozioni, sensazioni, anche senza parole.

Ho corso il rischio di perdermi: significa che ha rischiato davvero di non ritrovare la strada, probabilmente perché la zona era selvaggia o poco segnalata.

La sai lunga: è un’espressione che si usa per dire che qualcuno ne sa tante, che ha molta esperienza o conosce cose che gli altri magari ignorano. A volte si dice anche con un tono un po’ scherzoso.

Beato chi ci capita: significa “fortunato chi riesce a passare o a visitare posti del genere”. “Beato” qui vuol dire “fortunato”, “invidiabile”

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La retorica – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 53)

La retorica (scarica audio)


Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: Cari membri e cari ascoltatori di Italiano Semplicemente, ben trovati a questo nuovo episodio dedicato al linguaggio della politica, un linguaggio spesso affascinante, altre volte complicato, qualche volta persino fastidioso.

Oggi parliamo di una parola che sicuramente avete già sentito, specialmente nei dibattiti politici, nei talk show, ma anche a scuola, durante lezioni di storia o filosofia. La parola di oggi è: retorica. Per realizzare questo episodio mi sono avvalso (verbo avvalersi) anche dell’intelligenza artificiale che mi ha aiutato a spiegare bene qualche esempio che segue nella spiegazione.

La retorica è dunque la parola del giorno. È detta anche l’arte del parlare bene, e affonda le sue radici nell’antica Grecia, dove era considerata una disciplina fondamentale per chi voleva partecipare alla vita pubblica. Platone, Aristotele, Cicerone… tutti filosofi che hanno riflettuto a lungo sul potere della parola, sulla capacità di convincere, di emozionare, di commuovere o, perché no, di ingannare.

Già, perché la retorica ha un doppio volto: da una parte è l’arte del discorso efficace, dall’altra rischia di diventare l’arte del dire tutto e niente, del girare intorno ai problemi senza affrontarli davvero. Una volta vi ho spiegato la parola fuffa. Non siamo molto lontani.

In politica la parola “retorica” si usa spesso, infatti, in senso negativo. Sentiamo frasi come:

Basta con la solita retorica!

Quella del ministro è solo retorica!

Dietro la retorica dei buoni propositi non c’è nulla di concreto.

In questi casi la retorica è vista come parole vuote, discorsi fatti solo per apparire, per colpire l’ascoltatore, ma senza contenuto reale, senza proposte, senza fatti.

Una sorta di fumo negli occhi.

Ecco, potremmo dire che in politica, la retorica è come il trucco sul volto: può rendere tutto più bello, più credibile, più elegante, ma può anche nascondere difetti, bugie, manipolazioni.

Attenzione però: non tutta la retorica è negativa. Quando un politico riesce a parlare in modo chiaro, coinvolgente, appassionato, e magari riesce anche a spiegare bene un problema complesso, sta usando bene la retorica.

Il problema nasce quando si parla tanto per parlare, quando si usano frasi fatte, parole ad effetto, promesse esagerate, senza dire davvero nulla.

Un altro esempio?

Dobbiamo costruire un futuro migliore, un’Italia più giusta, più verde, più libera!

Risposta:

Bellissimo, certo. Ma come lo facciamo? Quando? Con quali soldi?
Se mancano queste risposte, siamo nel campo della retorica fine a sé stessa.

Vi faccio notare che quando assume una connotazione negativa, accade spesso di usare la preposizione articolata del o della, dello, degli, dei e delle.

Questa costruzione serve a specificare e sottolineare il tipo di discorso vuoto o pomposo a cui ci si riferisce. È un modo per incasellare e criticare un certo stile comunicativo, associandolo subito a un tema.

Es:

La retorica del cambiamento

Il reddito di cittadinanza ha fallito. Con noi, parte una nuova stagione di politiche attive per il lavoro: meno assistenzialismo, più opportunità concrete!

Questo è tipico di governi che annunciano riforme strutturali, anche se i cambiamenti poi si rivelano minimi o confusi.

La retorica dei valori non negoziabili

Difenderemo l’identità culturale dell’Italia e i nostri confini. L’immigrazione si affronta con regole chiare: sicurezza, famiglia, sovranità nazionale. Su questo non si tratta.

Una frase di questo tipo viene spesso usata in chiave identità ria.

La retorica della legalità

Lo Stato deve tornare nei quartieri abbandonati alle mafie. Più forze dell’ordine, più videosorveglianza, più giustizia. Non ci piegheremo mai alla criminalità organizzata.

Questa potrebbe essere una frase pronunciata magari da esponenti che, in parallelo, attaccano magistrati o promuovono condoni fiscali e edilizi.

La retorica del merito

Dobbiamo valorizzare i giovani migliori, non chi ha solo conoscenze o appartenenze. L’università deve premiare chi ha talento, non chi ha rendite di posizione.

È Spesso proclamata in contesti in cui i concorsi pubblici o le nomine seguono logiche politiche.

La retorica della solidarietà

È nostro dovere sostenere le famiglie in difficoltà, i lavoratori poveri, i pensionati

E voi, cosa ne pensate? Vi capita spesso di sentire discorsi pieni di retorica? E vi siete mai accorti di usare voi stessi qualche formula un po’… troppo retorica?

Adesso parlando di retorica, facciamo un breve ripasso dei passati episodi della rubrica:

E mentre i pasdaran del cambiamento promettono l’investitura di una nuova classe dirigente, tra i malpancisti e i cerchiobottisti che affollano l’Emiciclo, continua la bagarre delle parole: si invoca la moral suasion, si parla di meritocrazia come se fosse la panacea di tutti i mali, ma intanto nella stanza dei bottoni si continua a intrallazzare come sempre. Insomma, tra condoni mascherati da riforme e armi di distrazione di massa, resta solo da chiedersi: è l’ennesima vittoria di Pirro… o stiamo davvero andando verso la fumata bianca?

Alla prossima puntata del linguaggio della politica. E come sempre, niente retorica, solo italiano semplice, anzi Semplicemente!

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I mal di pancia – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 52)

I mal di pancia (scarica audio)


Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo del mal di pancia, anzi dei mal di pancia, al plurale.

Nel linguaggio della politica, i “mal di pancia” indicano i malumori, le insofferenze o le proteste interne a un partito o a una coalizione.

Non si parla quindi di veri dolori fisici, ma di disagi e contrasti tra le varie anime o correnti di un gruppo politico, soprattutto quando ci sono decisioni divisive o quando alcuni membri non sono d’accordo con la linea ufficiale del partito.

Esempio:

La riforma ha provocato mal di pancia nella maggioranza.

Vuol dire che alcuni membri della maggioranza governativa non sono contenti della riforma e magari minacciano di non votarla o di contestarla.

L’espressione “mal di pancia” deriva ovviamente dal linguaggio comune: quando si ha un mal di pancia fisico, si avverte un fastidio interno, magari non gravissimo, ma comunque fastidioso, e a volte difficile da ignorare.

Attenzione perché solo i mal di pancia funzionano così, quindi non si possono usare ad esempio i “mal di testa”, i “mal di schiena” o i “mal di gola” , e nemmeno la parola “dolori”.

In politica “mal di pancia” è stata adottata come metafora per indicare un disagio interno al “corpo” del partito o della coalizione. Come dicevo, non si usa al singolare ma sempre al plurale: I mal di pancia, qualche mal di pancia, numerosi mal di pancia, eccetera.

Proprio come il mal di pancia può essere sopportato o può peggiorare fino a richiedere un intervento, anche i “mal di pancia politici” possono restare sottotraccia o sfociare in crisi vere e proprie, come voti contrari, dimissioni, o addirittura scissioni.

È un’espressione efficace perché rende l’idea di qualcosa che disturba dall’interno, magari non visibile immediatamente, ma capace di creare problemi se non viene affrontato.

Vediamo altri due esempi:

La nuova legge sul fisco ha provocato molti mal di pancia tra i deputati della maggioranza, soprattutto quelli più vicini alle imprese.

Qui si sottolinea il disagio interno a causa di una proposta non gradita.

Nonostante i mal di pancia nel partito, il governo è riuscito a far approvare il decreto in Parlamento.

Si evidenzia che, pur in presenza di malumori, la maggioranza ha tenuto.

L’espressione si usa quasi solamente parlando di politica, ma talvolta possiamo allargare il campo. Basta che ci sia un gruppo in cui qualcuno avverte un qualche tipo di disagio o sofferenza per una decisione.

Praticamente si usa ogni volta che ci sono tensioni interne a un gruppo, piccole o grandi, spesso latenti ma potenzialmente problematiche.

Contro questo tipo di mal di pancia l’unica medicina è la pazienza, e spesso bisogna ingoiare il rospo, come si suol dire, anche se sarà poi difficile da digerire…

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.

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Briscola e Mister X (2° episodio di ripasso)

Briscola e Mister X (2° episodio di ripasso)

audio in preparazione

Trascrizione

Briscola e mister X

In questo episodio, ripassiamo qualche episodio passato, appartenenti prevalentemente alla rubrica “accadde il...”. Lo facciamo facendo un po’ di ironia e di immaginazione.

C’era una volta, in una galassia lontana lontana (direi oltreoceano!) un presidente intergalattico di nome “Briscola”, seduto sul suo “scranno” dorato, orbitante attorno alla galassia denominata recentemente “io so io e voi non siete un dazio”.

Un giorno, Briscola annunciò che avrebbe messo in atto duri provvedimenti con dazi pesanti sui prodotti provenienti dai pianeti più lontani, come il vino di Saturno e lo champagne di Venere.

Con i dazi, per tutti sono ca…i” amava dire Briscola. Accanto a lui, mister X osservata divertito (Per la cronaca, tutti lo chiamavano mister K, dove K sta per Ketamina, la sua passione).

Mente parlava in pubblico qualcuno commentava:
“Ha detto dazi o ha detto ca…?”

Insomma, c’era anche chi capiva fischi per fiaschi.

Gli esseri terrestri devono bere solo il nostro champagne!” proclamò, mostrando i denti con un sorriso da gradasso, orgoglioso come un “partenopeo” abituato a comandare in un regno di stelle.

Il giorno dopo, però, il suo piano galattico sembrò essere messo in discussione da lui stesso. I prodotti provenienti da Venere, inclusi gli champagne venusiani, non sarebbero stati toccati dai dazi. Questo almeno recitava una circolare intergalattica che smentiva il decreto del giorno precedente. Ma come, Briscola aveva cambiato idea?

Ah, “eppur si muove” commentò qualcuno nel suo staff, vedendo la sua politica andare e tornare come una navetta spaziale che gira in tondo senza mai arrivare a destinazione.

Dall’altra parte della galassia. Le astronavi elettriche di Mister X, prodotte sulla luna, sono state appena soppiantate  da quelle alimentate a Ketamina, che erano però al centro di una discussione accesa. Briscola prima era per le astronavi a scoppio, poi è diventato improvvisamente a favore anche di quelle lì. Chi ci capisce è bravo!

Briscola, però, non si fermò.

Quando si trattò di imporre dazi sui prodotti provenienti da Saturno, come sulle famose “rose di Saturno” (un vino raro di cui i briscoliani andavano matti), sembrò pronto ad attraversare il Rubicone interstellare. La sua politica assunse toni sempre più pessimistici, come se ogni stella nel cielo fosse una minaccia.

Nonostante le contraddizioni, Briscola continuava a giocare la sua partita: un carico da 11 messo di qua, un altro di là, senza mai sapere se il prossimo colpo sarebbe stato vincente o perdente. Ogni dichiarazione, infatti, sembrava un’ulteriore carta giocata senza troppa riflessione sul futuro, come se non ci fosse un domani, lasciando il destino dell’intera galassia in bilico, come in una mano di carte dove il mazzo è continuamente mischiato.

Quando si parlava dei dazi sui meteoriti provenienti da Urano, Briscola annunciò che avrebbe risolto la questione “in modo definitivo”, non come il governo precedente, che sin dal famoso attacco ai pianeti gemelli dell’11 settembre 3056, causò una sequela di guerre interminabile.

Poi però cambiò idea come se avesse pescato una carta sbagliata. “Non ho mai detto questo! Così è se vi pare,” dichiarò con un’alzata di spalle.

La sua politica sembrava sempre più come un moto continuo di atti e provvedimenti senza fondamento, in balia di scelte rapide e incoerenti. L’ultima sua trovata è fare di Giove un’oasi per ricchi, con addirittura la carta igienica prodotta con ex monete ucraine! (un pianeta ormai scomparso da tempo). Questo almeno è quanto battuto dalla agenzie di stampa stamani.

La sua squadra osservava, incredula, mentre Briscola si lanciava in una nuova dichiarazione dopo l’altra. “Chi semina vento, raccoglie tempesta” si iniziava a vociferare nella stanza dei bottoni.

Qualcuno si sbottonava di più, fino a paventare una rivolta popolare, mentre il gioco continuava. Era un continuo andirivieni di cose dette e smentite: un giorno Briscola si dichiarò martire di un sistema che non capiva, il giorno dopo sembrava pronto a mettere a tacere tutti, come se la partita fosse stata vinta senza nemmeno giocarla. Però intanto serpeggiavano dissensi anche tra le sue fila. Che la congiura fosse vicina?

Nel frattempo, mentre le redini del mondo sembravano ancora in mano a Briscola, alcuni dei suoi oppositori lo guardavano e vedevano in lui un personaggio vittima e subalterno delle circostanze, incapace di mantenere una rotta stabile.

Ogni sua mossa faceva parte di un canovaccio di una commedia che cambiava ad ogni atto, come un affresco che assumeva forme diverse a seconda della luce.

Sin dal momento del suo avvento i democratici erano stati banditi dalla sua galassia e esiliati sul pianeta che aveva chiamato “MAGA” nel lontano 2025. MAGA sta per “Make Asteroids Great Again“. Che volete, Briscola aveva una passione per gli asteroidi.

Ma il vero banco di prova di Briscola sapete quale era? Era la guerra tra Marte (che rappresenta la morte) e Venere (l’amore), che aveva promesso di risolvere in due minuti. Nel frattempo erano passati più di mille anni però…

Nonostante tutto, Briscola rimaneva ancora sulla cresta dell’onda, come un pioniere dell’universo, pronto a sfidare ogni stella che gli si parava davanti.

Nel frattempo, la partita continuava, con Briscola che, come sempre, si faceva interprete della sua visione del gioco: imprevedibile, ma sempre pronto a nuove scommesse, mai banale e mai coerente.

La borsa americana, nel frattempo, era in caduta libera. Ma Briscola glissava come niente fosse, anche perché Mister X stava finalmente issando la sua bandiera su Marte in galassia-visione!

Ma… sorpresa! Marte era abitato! “Sono solo piccoli uomini inutili”, diceva Mister X. Gli abitanti del pianeta rosso erano in odore di guai, e Briscola annunciava: “o fate subito fagotto dal pianeta o sarà una Ecatombe!)  ma inaspettatamente, mossi da spirito garibaldino e incuranti del “bau bau biondo che fa impazzire il mondo”, fecero fare fagotto a Mister X mandando a carte 48 il suo piano.

Morale della favola: chi la fa l’aspetti!

accadde il

L’incontro del secolo (episodio di ripasso)

L’incontro del secolo (episodio di ripasso) – scarica audio – 

Trascrizione

trump e zelensky

In questo episodio, dedicato all’incontro tra Trump e Zelensky di qualche giorno fa, ripassiamo qualche episodio passato, appartenenti prevalentemente alla rubrica “accadde il...”. Per gli altri episodi, che sono aperti a tutti, c’è anche un link che vi porta alla spiegazione.

Era una mattina ventosa a Roma quando il Presidente ucraino Zelensky, ormai noto in tutto il mondo per la sua determinazione a sorvolare su ogni angheria nei suoi confronti, si trovò a vedersi consumare l’ennesimo voltafaccia sul palinsesto politico internazionale.
L’aria era pesante, come una bomba a orologeria, mentre avveniva uno di quegli incontri destinati a segnare i tempi. Le mosse dei due contendenti erano sotto gli occhi di tutti, dai sostenitori del pessimismo cosmico a quelli che, con cuore partenopeo, sperano in una soluzione pacifica.

“I tuoi vestiti non sono conformi all’importanza dell’evento!” Gli dissero. Non è stata una buona premessa…
“Così è se vi pare”
pensò Zelensky, mentre era nell’aria qualcosa che potrebbe far tremare la terra sotto i piedi di tutti noi.
Da una parte c’è la Russia e gli Stati Uniti, una gigantesca banda rispettivamente di conquistatori e predatori moderni, dall’altra l’Ucraina, impegnata a mettersi in discussione continuamente, ma determinata a non essere una Cenerentola di fronte alla grande doppia potenza.

Nel frattempo, il presidente Trump stava dando istruzioni per gli editoriali di tutti i giornali americani. Lui non si sentiva ancora in odore di premio alla carriera, anzi! Si sentiva invece in odore di riabilitazione politica e sembrava un uomo che sapeva come risolvere tutti i problemi del mondo e, così facendo, avrebbe abbracciato la diplomazia in modo tanto teatrale quanto opportunistico. Quando il suo incontro con Zelensky avvenne, fu come attraversare il Rubicone: niente più ritorno e nessun tentativo da parte di nessuno di tamponarne gli effetti.
Trump lo incalzava: “Tu scommetti sulla terza guerra mondiale!” Vorrebbe addossare a lui la colpa della scia di sangue che potrebbe seguire da un fatale disaccordo. Ma mentre parlavano della “lotteria” della politica internazionale e si scambiavano complimenti, Trump si fece interprete della sua visione del mondo. Lui e Putin sono d’accordo oggi. L’America ha cambiato strada. I corsi e ricorsi storici però non aiutano a essere ottimisti.

Se l’Ucraina vuole la pace veramente, deve accettare certe condizioni. In ballo c’è solo il potere temporale, non certo quello spirituale, appannaggio esclusivo della Chiesa, mentre Sua Santità è momentaneamente fuori gioco in questi giorni e non potrà quindi sostenere la “martoriata” Ucraina, come dice sempre.

Siamo alle soglie di un nuovo conflitto mondiale? Perché ce l’hanno tutti con l’Ucraina adesso? Oppure soffrono tutti della sindrome del complotto!

Carthago delenda est, penserà infatti lo zar russo dal suo scranno. È il suo pensiero fisso d’altronde. Ma è l’Ucraina la nuova Cartagine.
Comunque vada, l’avvento di una nuova era di pace o di guerra è ormai alle porte. Delle due l’una però. Di questo sono sicuri tutti!

Le agenzie di stampa parlano di un futuro incerto e di un possibile accordo, ma si rischia che l’Ucraina resti sola ad affrontare l’invasore. In tal caso, gli ucraini, sebbene mossi da indomito spirito garibaldino, questo potrebbe non bastare.

Molti sono già pronti a mettere all’indice il povero Zelensky se l’accordo non arriverà, ma speriamo che l’Europa (dove aumentano di giorno in giorno gli euroscettici) non resti a guardare. Sarebbe un errore capitale! Siamo già stati abbastanza latitanti fino ad ora…

La doppia pace in Ucraina e nella Striscia di Gaza farebbe illuminare tutto il mondo d’immenso, ma quando ci sono di mezzo fazioni storicamente avverse, tipo guelfi e ghibellini, non è mai facile. I palestinesi addirittura dovrebbero fare fagotto e lasciare la loro terra. Sembra poco realistico, per non dire pura farneticazione, dicono in molti.

Questo è comunque un banco di prova per quella testa calda di Trump, che aveva promesso la qualunque prima delle elezioni. “Memento audere semper”  sarà probabilmente il suo motto. Ad ogni modo, quel proiettile mancato ha confermato come sia indubbiamente nato sotto una buona stella, quindi speriamo tutti che nessuno mandi tutto a carte 48, altrimenti sarà probabilmente consumata l’ennesima ecatombe.

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Il coacervo

Il coacervo – (scarica audio) – (ep. 1181)

Trascrizione

coacervo

Ricordate la parola connubio?

L’abbiamo trattata qualche giorno fa ma per chiarire maggiormente il concetto di connubio parliamo oggi del coacervo. Termine simile ma fino ad un certo punto.

“Coacervo” e “connubio” infatti non sono parole direttamente legate etimologicamente, ma hanno un collegamento concettuale nel senso di unione o fusione di elementi.

Coacervo deriva dal latino coacervus, formato da co- (insieme) e acervus (mucchio, ammasso, accozzaglia), che significa ammassare, accumulare, mettere insieme cose diverse. È un termine letterario e poco usato oggi, quantomeno nel linguaggio quotidiano, ma può indicare un’accumulazione disordinata o un insieme di elementi diversi raccolti insieme. La parola accozzaglia, che come ho detto, somiglia molto a coacervo, l’abbiamo già trattata, e direi che è decisamente più informale e si usa solo in senso dispregiativo.

Connubio invece, come abbiamo visto indica un’unione armoniosa, spesso riferita a matrimoni, ma anche a combinazioni tra idee, elementi culturali, artistici, ecc.

Entrambe le parole esprimono l’idea di unire o mettere insieme qualcosa, ma coacervo evidenzia più l’aspetto quantitativo e caotico dell’accumulo.

Connubio sottolinea invece un’unione equilibrata e armoniosa.
Ecco un esempio per distinguere i due concetti:

La sua opera è un coacervo di influenze letterarie di epoche diverse” (fusione forse disordinata).

Il romanzo è un perfetto connubio tra realismo e fantasia” (unione armoniosa).

Altri esempi con coacervo:

Il romanzo stimola un coacervo di emozioni contrastanti, in cui la gioia si mescola continuamente alla malinconia.

La mostra d’arte sembrava un coacervo di stili e tecniche, senza un filo conduttore evidente.

Quel saggio filosofico è un coacervo di citazioni dotte, riflessioni personali e teorie poco connesse tra loro.

Il mercato rionale è un coacervo di colori, profumi e suoni che affascinano chiunque vi passeggi.

Il discorso del politico era un coacervo di promesse vaghe e dichiarazioni contraddittorie.

In tutti questi casi, “coacervo” indica un insieme eterogeneo e spesso confuso di elementi diversi, proprio come i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, che rappresentano un coacervo di culture e di intelligenze diverse da tutto il mondo, con una passione comune però: l’Italia.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Ciao amici, come state! Vorrei conoscere la vostra opinione sulla nuova rubrica “accadde il”, che fin dal primo giorno dell’anno ci fa compagnia.

Estelle: molto interessante! È un connubio perfetto tra storia e lingua.

Camille: Sono d’accordo, ma per me è un imperativo categorico leggere e fare subito pratica con le nuove parole. Devo tenere duro per stare al passo. Quando non ci riesco mi sento frustrato.

Julien: Devo dire la mia! Fare tutti i giorni episodi per gli associati non è facile! Gianni deve metterci tutto se stesso per farlo, e noi non possiamo fare altro che ringraziarlo e spronarlo a continuare così!

Estelle: su questo tutti siamo d’accordo. I nostri pensieri combaciano alla perfezione!

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Destare: un verbo che non dorme mai!

Destare: un verbo che non dorme mai! (scarica audio)

Trascrizione

destare

Oggi parliamo del verbo destare. È un verbo che, se fosse una persona, sarebbe di sicuro un tipo sveglio, uno di quelli che alle 6 di mattina ha già fatto jogging, preparato il caffè, letto il giornale e sistemato la spesa.

Ma cosa significa destare? Beh, se ricordate l’episodio sull’espressione “non raccontarla giusta”, lì avevamo parlato di persone che, per qualche motivo, ci sembrano un po’… sospette! E infatti, vi avevo accennato all’espressione “destare sospetti”.

Ebbene, destare significa far sorgere, far nascere, provocare qualcosa che prima non c’era. Se una persona “non ce la racconta giusta”, è molto probabile che desti in noi qualche sospetto. Il dubbio era lì, tranquillo, addormentato, e poi arriva qualcuno a svegliarlo bruscamente!

Immaginiamo una situazione:

Torno a casa e trovo mio figlio seduto a tavola con un sorriso smagliante. Mi guarda e dice:
“Papà, oggi ho preso 10 in matematica!”
Io, che fino a ieri lo vedevo disperarsi davanti alle equazioni, lo fisso con un sopracciglio alzato.

Potrei esclamare: cosa? Sogno o son desto?

Oppure potrei pensare:

Mmm… questa cosa desta in me qualche sospetto!

Ecco, quel destare è il campanello d’allarme che squilla nella nostra testa.

Ma “destare” non si usa solo coi sospetti! Possiamo destare interesse, destare emozioni, destare scalpore… Insomma, ogni volta che qualcosa ci sveglia da uno stato di calma e tranquillità, c’è di mezzo destare.

Volete conoscere una cosa che desta scalpore?

Parliamo di qualcosa di scandaloso, curioso o sorprendente,

Ad esempio questo inverno freddino che stiamo vivendo in Italia desta scalpore, perché ci si aspettava temperature più alte per via del riscaldamento globale.

E voi, avete mai destato sospetti? Oppure avete mai destato l’attenzione di qualcuno con un comportamento insolito? Scrivetelo nei commenti se volete… ma attenzione a raccontarla giusta!

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Ogni volta che passeggio ascoltando gli episodi di Italiano Semplicemente, c’è sempre qualcosa che desta la mia curiosità, per esempio oggi mi sono imbattuto in una volpe che sembrava affamata.

Christophe: per me destano più interesse gli episodi di italiano professionale. Le nostre preferenze non combaciano perfettamente.

Julien: strano. Sembravate pappa e ciccia! Questa cosa desta sospetti! Indagherò!

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Il connubio perfetto: quando due elementi si sposano alla perfezione

Il Connubio (ep. 1178) – scarica audio

connubio, unione, legame, combinazione, simbiosi

Trascrizione

Oggi parliamo del connubio, parola molto elegante direi!

Nel mondo delle relazioni, del gusto e dello stile, questa parola eleva ogni accostamento a un livello superiore: connubio.

Elegante e raffinata, descrive un’unione così ben riuscita da sembrare quasi inevitabile. In un episodio abbiamo parlato, proprio adesso mi viene in mente, dell’espressione “la morte sua“. Questa è un’espressione molto informale, ma rappresenta un connubio perfetto, circoscritta prevalentemente al mondo dei sapori però. Se usiamo il termine connubio possiamo allargare il campo.

Pensiamo a una coppia iconica: Sinner e il tennis, un connubio di classe ed eleganza in movimento. Non pensavo solo al “campo” da tennis però.

Pensiamo alla moda, dove il connubio tra il nero e il bianco è da sempre simbolo di stile senza tempo.

E che dire del connubio perfetto tra caffè e cornetto, il rituale irrinunciabile delle mattine italiane?

Gli stranieri generalmente spesso usano parole più semplici per esprimere un concetto simile: unione o combinazione o anche fusione.

Ma nessuna di queste parole ha il fascino e la musicalità del nostro “connubio“.

D’altronde, l’Italia è la patria dell’armonia, e quando due elementi si incontrano alla perfezione, non è mai un semplice accostamento… è un vero e proprio connubio da sogno!

Proviamo allora ad articolare dei ragionamenti usando parole simili. Magari così facendo vi resta più in mente questa bella parola che non vorrei dimenticaste.

Ad esempio, il connubio tra tradizione e innovazione è spesso alla base dei grandi cambiamenti nella storia dell’umanità.

Pensiamo, ad esempio, a come l’unione tra arte e tecnologia abbia dato vita a capolavori senza tempo, o a come la fusione di culture diverse abbia arricchito intere civiltà.

Questo legame tra elementi apparentemente distanti, come passato e futuro, può creare un’alleanza potente, capace di superare ogni barriera.

In natura, la simbiosi tra specie diverse ci insegna che la collaborazione è spesso la chiave per la sopravvivenza.

Allo stesso modo, nella vita di ogni giorno, la congiunzione di idee e punti di vista diversi può portare a soluzioni inaspettate e rivoluzionarie.

Anche il matrimonio tra opposti, quando ben equilibrato, è sempre una fonte di crescita e progresso.

E così, sottolineo ancora una volta come il connubio sia molto più di una semplice combinazione, miscela, unione, matrimonio, legame, congiunzione, simbiosi, fusione: è un’armonia perfetta, un legame così naturale da sembrare scritto nel destino.

E se venite in Italia, approfittatene per usare questa parola nei contesti giusti!

Ad esempio, quando assaporate una pizza con mozzarella di bufala e pomodoro San Marzano, potreste dire: “Che connubio perfetto di sapori!”.

Il cameriere rimarrà senza fiato!

Oppure, davanti a un tramonto su Ponte Vecchio a Firenze, potreste esclamare: “Il connubio tra arte e paesaggio qui è qualcosa di unico!”.

E non dimenticate di osservare il connubio tra storia e modernità nelle nostre città: il connubio tra bellezza, cultura e gusto è qualcosa che si respira ovunque: passeggiare tra i vicoli di Roma, Milano o Napoli significa vedere il passato e il presente intrecciarsi in un equilibrio affascinante.

Notate che si preferisce usare la preposizione “tra” o “fra” quando si parla di connubio. Si preferisce rispetto alla preposizione “di” come si fa più facilmente invece usando le parole “unione” o “fusione“. Perché?

“Connubio” deriva dal latino connubium, che deriva dal matrimonio, un’unione legittima. Si riferisce quindi a un legame tra due elementi distinti che si combinano in modo armonioso. L’armonia è la parola chiave.

Per questo motivo, quando si usa connubio, si deve evidenziare il rapporto tra due entità diverse, di diversa natura, e la preposizione tra/fra è quella che meglio esprime questa relazione. Vale lo stesso per il matrimonio.

Quindi, parliamo ad esempio di unione di acqua e farina per fare la pizza, e acqua e farina sono mescolate per creare un impasto. Oppure parliamo di fusione di due comuni italiani o della fusione di due unità immobiliari, dove le entità originarie si fondono in una sola. ma, nel caso del connubio, ad esempio l tra tradizione e modernità, questo è un mix armonioso tra due elementi distinti. Si mantiene l’identità di entrambe, creando però un’armonia tra loro.

In definitiva, possiamo dire che connubio si usa quando i due elementi restano distinti ma si esaltano a vicenda, mentre unione e fusione indicano più un’aggregazione o una trasformazione in qualcosa di nuovo.

Adesso parlatemi di un connubio particolare che caratterizza il vostro paese.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: La mia Argentina è nata da un connubio tra le culture europee e quelle sudamericane, e questo si manifesta nell’arte, nella musica, nella danza, negli sport e nella lingua, così come si riflette nel Lunfardo (per la cronaca, il Lunfardo è un gergo originario di Buenos Aires) e nel particolare modo di parlare lo spagnolo, diverso da quello che si parla nel resto dell’America!
Sfido chicchessia a mettere in dubbio che questo connubio abbia arricchito la nostra società e dato origine a un’identità nuova e accattivante!

Anne Marie: è veramente singolare che tu abbia paura di essere messo in discussione. Proprio tu che sei entrato nelle grazie del presidente dell’associazione ormai da illo tempore.

Camille: Io invece, mi domando e dico: ma se tu parli il Lunfardo, perché mai non ce l’hai mai fatto ascoltare?

Marcelo: Yo me encargo! Podría chamuyar un cacho en lunfa, pero capaz que no entienden un joraca. (traduzione: ci penso io! Potrei certamente parlare un po’ il lunfardo, ma voi capace che non capireste niente)

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Accadde il 21 febbraio

Tra poche ore, per la rubrica quotidiana “Accade il”, parliamo del 21/2/2020 e approfondiamo.i termini nati o diffusi durante il periodo del Covid In Italia. Spicca tra tutti la parola “congiunti”

Durata: 7:16 minuti

Gli episodi della rubrica “Accade il” sono appannaggio dei soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Per iscrizioni:
italianosemplicemente.com/chi-siamo

Acadde il

Tenere botta vs tenere duro

Tenere botta vs tenere duro

Durata MP3: 7 minuti (solo per membri dell’associazione)

Descrizione: L’espressione “tenere botta” indica resistere a difficoltà immediate, mentre “tenere duro” implica una resistenza prolungata e costante nel tempo.

ENTRA  –  ISCRIVITI ALL’ASSOCIAZIONE

Associazione Italiano Semplicemente

Indice degli episodi della rubrica

tenere botta, tenere duro

Crinale e andazzo

Crinale e andazzo

Durata MP3: 9 minuti (solo per membri dell’associazione)

Descrizione: Crinale è una linea di confine, spesso usata in senso metaforico per situazioni critiche. Andazzo indica l’andamento delle cose, di solito con un’accezione negativa. Vi spiego la differenza alla maniera di Camilleri.

ENTRA ISCRIVITI ALL’ASSOCIAZIONE

crinale, Andazzo

Uno spaccato

Uno spaccato

(ep. 1166)

audio-mp3-riservato-ai-membri-della-associazione.jpg

Trascrizione

uno spaccatoSe vi chiedo cosa sia uno spaccato, cosa rispondete?

Evidentemente, un non madrelingua potrebbe far riferimento al verbo “spaccare” e dunque spaccato sarebbe indicato come il participio passato del verbo spaccare. Non è sbagliato, ma uno spaccato (inteso come sostantivo) è una cosa diversa.

L’uso figurato del termine non manca mai, vero?

Allora immaginiamo di aprire, o “spaccare” un oggetto per vedere cosa c’è dentro.

Qualcosa vediamo, non tutto, ma qualcosa, che forse è sufficiente.

Allora “lo spaccato” diventa una rappresentazione, una descrizione o un’illustrazione dettagliata di una parte o di un aspetto di qualcosa, per offrire una comprensione più chiara o approfondita. Il termine viene utilizzato in diversi contesti, e il suo significato può variare leggermente a seconda dell’ambito.

In senso figurato non parliamo di oggetti. Vogliamo rappresentare o descrivere una realtà complessa evidenziandone alcuni aspetti.In senso tecnico o visivo è invece una sezione o un’immagine che mostra l’interno o la struttura di qualcosa, come un oggetto, un edificio o un macchinario.Vediamo qualche esempio.

Il suo discorso è stato uno spaccato fedele della società contemporanea, mettendo in luce le sue contraddizioni e i suoi progressi.

Quindi il discorso ci descrive fedelmente la società contemporanea. Ci mostra in particolare le sue contraddizioni e i progressi.

La mostra fotografica offre uno spaccato unico della vita rurale negli anni ’50, tra tradizioni e duro lavoro.

Il libro fornisce uno spaccato dettagliato del funzionamento interno della politica, rivelando dinamiche spesso ignorate.

Lo spaccato di vita presentato dallo scrittore non mi rappresenta assolutamente

I verbi che si usano, quando è presente “lo spaccato” normalmente sono:

  • Presentare uno spaccato
  • Offrire uno spaccato
  • Rappresentare uno spaccato
  • Evidenziare uno spaccato
  • Mostrare uno spaccato

Generalmente il contesto in cui ci troviamo è culturale o sociale, per descrivere un aspetto specifico di una società, di un’epoca o di un fenomeno e non si può dire che lo spaccato faccia parte del linguaggio quotidiano. Lo usano principalmente giornalisti, scrittori, critici d’arte e anche in sociologia. In questi ambiti, viene usato per descrivere una parte di una realtà più complessa, per fare un’analisi di un aspetto particolare di un fenomeno o per raccontare una situazione che offre uno spunto di riflessione senza pretese di totalità.

Possiamo comunque usarlo tutti volendo, parlando di un libro che rappresenta una certa realtà, o di un quadro, per descrivere cosa ci vuole mostrare.

Sicuramente è uno di quei termini che arricchisce il nostro vocabolario. Provate ad usato quando parlate con un italiano e noterete la sua espressione di stupore e ammirazione per il vostro livello di Italiano.

Possiamo anche dire

Il libro offre uno spaccato della vita contadina nel XIX secolo.

Oppure siamo in ambito tecnico e architettonico, per indicare un disegno o un’immagine che mostra la struttura interna di qualcosa.

Il manuale include uno spaccato del motore per facilitare la manutenzione.

Oppure siamo in ambito narrativo o analitico, per descrivere un dettaglio o una porzione che rappresenta una realtà più grande.

Il reportage presenta uno spaccato del sistema scolastico italiano.

Ci sono chiaramente termini vicini nel significato, come un panorama, un ritratto o una Illustrazione, una rappresentazione.
In genere viene utilizzato per descrivere una rappresentazione parziale o selettiva di qualcosa che è troppo complesso o ampio per essere descritto nella sua totalità.

Quando ad esempio parliamo di un “spaccato della vita di provincia negli anni ’50”, stiamo dicendo che il libro non pretende di fornire un quadro completo e esaustivo di quella realtà, ma piuttosto si concentra su alcuni aspetti significativi o emblematici, quelli che possono rappresentare in modo efficace una parte di quella realtà.

Quindi, la frase esprime che il libro esplora un frammento della vita in provincia in quel periodo, probabilmente scegliendo alcune storie o situazioni che possono essere indicative o significative, senza però cercare di fare una panoramica totale o definitiva di tutto ciò che accadeva in provincia negli anni ’50.

Ripasso episodi precedenti.

Marcelo: Ragazzi, Pare che ci siano state alcune defezioni tra i membri dell’associazione. Non mi direte che non ne siete al corrente!

Karin: Sì, sì. Ho chiesto a Giovanni per capire meglio, ma in realtà ci sono anche alcuni membri che abbiano fornito false generalità in fase di iscrizione e dunque il rinnovo per ora è in sospeso.

Ulrike: Io li avrei cacciati seduta stante. Bisogna agire con decisione acché la cosa non si ripeta più. Avverto un certo fastidio quando vedo queste cose.

Julien: Da quel dì che lo dico io! Bisognava controllare prima, che so, esigendo un documento di riconoscimento. Mi direte che può sembrare un po’ troppo esagerato, ma almeno risolvevamo il problema a monte anziché a valle.

Olga: Beh, ormai la frittata è fatta. Poi mi chiedo: qualcuno ha ascoltato la versione di questi membri o ci fidiamo di Giovanni?

Flora: mi pare doveroso fidarsi del presidente, non è persona che gli prende lo schiribizzo e fa cose insensate. Certo che quado ti ci metti sei di un diffidente che non ti dico!

Essere in rotta di collisione

Essere in rotta di collisione

(ep. 1165)

Essere in rotta di collisione è un’espressione che si ascolta e si legge abbastanza spesso. Indica una situazione in cui due o più parti sembrano inevitabilmente destinate a uno scontro. Può riferirsi a conflitti di tipo politico, sociale, personale o perfino economico. In ambito di politica internazionale:

Vediamo esempi di utilizzo e altre espressioni con la parola “rotta”. Episodio audio e trascrizione riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente iscriviti

Il discrimine e la discriminante

Il discrimine e la discriminante

(ep. 1162) (scarica audio)

Trascrizione

Un paio di episodi fa avevo promesso di parlare del discrimine, quindi eccomi qui.

Parliamo anche del verbo discriminare e del sostantivo discriminante.

Discrimine” è un termine interessante e non sempre di immediata comprensione.

Questo sostantivo indica una specie di linea di separazione o un criterio distintivo tra due o più cose.

È usato spesso in contesti formali, filosofici, giuridici o accademici, per indicare ciò che distingue un concetto da un altro, o ciò che divide due categorie.

Ad esempio:

Il discrimine tra il bene e il male non è sempre chiaro.

In questo caso, il discrimine è il confine, il criterio che permette di separare il bene dal male. Non si parla di qualcosa di materiale, ma di una linea concettuale, spesso soggettiva o contestuale.

In senso più generale, “discrimine” si utilizza quando si vuole evidenziare un elemento che fa la differenza. Ad esempio:

L’età è il discrimine per accedere a questo concorso.

In questa frase, il discrimine è il criterio che stabilisce chi può partecipare e chi no.

Col verbo “discriminare” non siamo molto lontani.

“Discriminare” significa letteralmente “distinguere” o “fare una distinzione”, tuttavia, nel linguaggio comune, è usato prevalentemente con una connotazione negativa, riferendosi a un trattamento ingiusto o sfavorevole basato su differenze come razza, sesso, religione, ecc.

Ad esempio:

Non si può discriminare una persona per il colore della sua pelle.

Qui “discriminare” significa trattare in modo ingiusto sulla base di un criterio arbitrario o sbagliato.

In contesti più tecnici, come nella logica o nella statistica, “discriminare” può anche essere usato in modo neutro per indicare l’atto di distinguere tra due o più opzioni. Ad esempio:

Il test serve a discriminare tra due ipotesi.

In questo caso, il termine mantiene un significato strettamente descrittivo.

Notare che il discrimine può sembrare simile alla discriminazione, perché entrambi distinguono, ma il discrimine è neutro e non implica un giudizio e un’azione concreta.

Invece la discriminazione è un’azione: si tratta di trattare in modo diverso, spesso ingiusto, una persona o un gruppo, sulla base di criteri come razza, genere, religione, ecc.

Ha quasi sempre una connotazione negativa nel linguaggio comune, anche se tecnicamente significa semplicemente “distinguere”.

Infine, abbiamo “discriminante“, aggettivo legato al verbo discriminare. Infatti è proprio ciò che discrimina, che opera una discriminazione.

una legge discriminante nei confronti delle donne

Questa legge evidentemente discrimina le donne nei confronti degli uomini.

Ok, così lo usiamo come aggettivo, ma esiste anche la discriminante.

La discriminante è qualcosa che discrimina, cioè è un fattore o un aspetto che risulta determinante per esprimere un giudizio o fare una scelta tra cose analoghe..

Es:

tra i due modelli di automobile la discriminante è il prezzo.

Quindi la discriminante è ciò che guida la scelta, ciò che fa la differenza nella scelta, ciò che rende un modello diverso dall’altro. Torniamo al concetto di linea di separazione, di criterio distintivo tra due o più cose.

Allora quale è la differenza tra il discrimine e la discriminante?

Se parliamo di scelte, la discriminante è ciò che si usa per decidere, mentre il discrimine è ciò che distingue.

Se non parliamo di scelte, la discriminante è un elemento che distingue o che caratterizza qualcosa rispetto ad altro, quindi è un elemento distintivo che può servire a fare una scelta o a spiegare una differenza.

In altre parole, il termine discrimine è simile proprio a “differenza”, “linea di separazione” tra due cose, mentre la discriminante è simile al concetto di “fattore decisivo” alla base della scelta o il criterio che determina o che distingue.

Vediamo altri esempi con discrimine e discriminante.

Il discrimine tra il lavoro serio e il dilettantismo è l’impegno.

Cosa distingue il lavoro serio dal dilettantismo? Qual è il discrimine? È l’impegno.

È la linea di separazione tra due approcci diversi al lavoro. È ciò che fa la differenza.

Il discrimine tra verità e bugia può essere difficile da individuare.

Parliamo di un confine concettuale tra due opposti.

Il discrimine tra una critica costruttiva e un insulto sta nel rispetto.

Se c’è rispetto è una critica costruttiva, altrimenti è solo un insulto.

La capacità di assumersi responsabilità è il discrimine tra maturità e immaturità.

Il discrimine tra giustizia e vendetta è spesso l’intenzione che guida l’azione.

Parliamo di un confine morale. È l’intenzione a fare la differenza.

Passiamo alla discriminante.

Il coraggio è stata la discriminante che ha permesso di vincere la sfida.

Stavolta parliamo di un elemento decisivo, un fattore determinante.

Nel decidere chi invitare alla festa, la discriminante è stata la vicinanza.

Perché Paolo è stato invitato e io no? Quale è stata la discriminante?

Qual è stato il fattore determinante per la scelta? La vicinanza, la distanza tra le abitazioni. Coloro che abitano vicino sono stati invitati, gli altri no.

La preparazione è stata la discriminante nel successo di quel progetto.

È evidentemente la preparazione l’elemento decisivo che ha fatto la differenza.

L’onestà è stata la discriminante tra i candidati al premio.

Parliamo del criterio principale di valutazione. I candidati sono stati scelti in base alla loro onestà.

La rapidità nella risposta è stata la discriminante per scegliere l’azienda migliore.

Anche stavolta parliamo del fattore concreto che ha determinato una decisione.

Adesso facciamo un ripasso degli episodi precedenti. Qual è la discriminante che guida la scelta degli episodi da ripassare?

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Christophe: Secondo me, il discrimine dovrebbe essere quanto ci servono nella vita quotidiana. Ad esempio, quando uso il “non pleonastico”, non sempre mi accorgo se è necessario o no, ma non appena mi sentirò più sicuro, stai sicuro che lo userò tantissimo.

Anne Marie: Già! Anche io mi confondo con questo “non”, pleonastico o meno, soprattutto quando dico cose tipo: Non è che non lo so, è che, vuoi o non vuoi, mi sbaglio spesso.

Irina: io prediligo frasi più colloquiali, tipo: Come ti dona! L’altro giorno l’ho detto a un’amica che aveva un vestito nuovo, e sembrava felice.

Khaled: E’ una frase che fa molto italiano! La stessa cosa vale per “sui generis: Il tuo stile, ad esempio, è davvero sui generis, mi piace!.

Sofie: E come la vedete se chiudiamo il nostro ripasso con qualcosa di elegante, tipo: Dulcis in fundo, possiamo rivedere le espressioni più utili per scrivere messaggi formali. Non vorrei mettere in difficoltà il prossimo però!

Membro 6: Raccolgo la sfida! È nelle cose che, ripassando insieme, riusciamo a conseguire una maggiore sicurezza con l’italiano. Mica male eh?iscriviti

Chiamarsi fuori e dare forfait: significato e differenze

Chiamarsi fuori e dare forfait

(ep. 1160)

Trascrizione

Chiamarsi fuori e dare forfait

Sapete cosa significa “chiamarsi fuori”?

Chiamarsi fuori” è un’espressione italiana che si usa per indicare che una persona decide di non partecipare a qualcosa, tirandosi indietro o escludendosi da una situazione.

Ad esempio, se un gruppo di amici decide di organizzare una partita di calcio, ma una persona non vuole partecipare, potrebbe dire:

“Io mi chiamo fuori, non fa per me.”

Significa quindi che questa persona non vuole essere coinvolta, che si tira indietro e non prende parte all’attività.

Ma attenzione: “chiamarsi fuori” può essere usato anche in situazioni più serie, come un dibattito, una decisione importante o un conflitto. Immaginate una discussione accesa tra colleghi sul lavoro. Uno di loro, stanco della situazione, potrebbe dire:

Mi chiamo fuori, non voglio avere niente a che fare con questa discussione.

Non puoi chiamarti fuori, dobbiamo raggiungere la maggioranza

Chi si chiama fuori non potrà chiedere aiuto quando ne avrà bisogno

L’espressione trasmette il desiderio di non essere coinvolti, spesso per evitare conflitti o responsabilità.

Se ad esempio in un team qualcuno chiede: “Chi vuole occuparsi di questo progetto?”, una persona può rispondere:

Mi chiamo fuori, non posso occuparmene ora.

Qui la persona si sottrae alla responsabilità di un compito.

“Chiamarsi fuori” può anche indicare la volontà di evitare una situazione rischiosa o potenzialmente problematica. Ad esempio:

In una discussione, se il tono di una conversazione si fa acceso, qualcuno può dire:

Mi chiamo fuori, non voglio litigare.

Qui la persona sceglie di non esporsi al rischio di un conflitto.

A volte non ci sono né rischi né responsabilità, ma semplicemente una scelta personale di non partecipare. Ad esempio:

Se un gruppo di amici organizza un’uscita, ma una persona non è interessata, può dire:

Mi chiamo fuori, stasera preferisco restare a casa.

Il contesto e il tono in cui viene usato aiutano a capire il motivo dell’auto-esclusione.

L’espressione è simile a “dare forfait“. Il termine forfait, di chiara origine francese, lo abbiamo già incontrato in un passato episodio di italiano commerciale dedicato ai pagamenti forfettari. Dare forfait però non ha niente a che fare coi pagamenti.

Le due espressioni *dare forfait” e “chiamarsi fuori” hanno significati simili perché in entrambi i casi si tratta di non partecipare a qualcosa, ma ci sono differenze nel contesto e nell’uso.

Chiamarsi fuori” implica una scelta volontaria, spesso fatta prima di iniziare un’attività o una discussione. È una decisione che si prende per evitare un coinvolgimento attivo, sia per responsabilità, sia per disinteresse o altro.

La motivazione può essere disinteresse, mancanza di tempo o evitare problemi.

Dare forfait” si usa invece quando qualcuno rinuncia a partecipare dopo aver inizialmente accettato. Spesso è dovuto a motivi personali, come malessere, imprevisti o difficoltà. Infatti un forfait in questo caso è un abbandono, un ritiro. Non parliamo quindi di un accordo o di una somma fissa, predeterminata, come nel caso di “pagare un forfait“.

Vediamo un esempio col senso di abbandono:

Avrei dovuto venire alla partita, ma devo dare forfait perché non sto bene.

Qui c’è un senso di ritiro per una causa specifica, spesso imprevista.

Inoltre, “chiamarsi fuori”: di solito si manifesta come una presa di posizione chiara e anticipata.

“Dare forfait” invece, come ho detto, è un ritiro, spesso all’ultimo momento.
Inoltre “dare forfait” si usa in contesti più specifici, come eventi, incontri, partite sportive o appuntamenti, e spesso ha un tono di rammarico.

Il tennista ha dato forfait a causa di un infortunio.

Mi spiace, devo dare forfait per la cena di stasera.

Oggi faremo un ripasso che è un augurio per il nuovo anno. Lo faremo usando 4 versioni diverse, ognuna delle quali usa parole che appartengono a categorie diverse. Usiamo le 4 categorie usate da Dante Alighieri nell’opera “de vulgari éloquentia“.

Le categorie individuate sono le seguenti: lisce, aspre, piane e scivolose.

Le parole lisce (levia) hanno un suono dolce, fluido e armonioso. Sono usate per dare eleganza e grazia al discorso.

Le parole aspre (aspera) hanno un suono ruvido o duro, che trasmettono forza o asprezza.

Le parole piane (plania) hanno un ritmo regolare e stabile, senza particolari asperità o dolcezze.

Infine, le parole scivolose (volubilia) sembrano fluide e veloci, capaci di scivolare nella pronuncia.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

_Parole asperae (aspre):_

Marcelo: Che il nuovo anno spezzi ogni catena, squarci le ombre e sortisca il trionfo di una volontà capace di resistere e corroborare le imprese più ardue.

_Parole planæ (piane):_

Ulrike: Che l’anno nuovo porti pace, serenità e dolcezza, ristabilendo l’armonia e concorrendo a costruire un mondo più giusto.

_Parole scivolose (lèvitas):_

Hartmut: Fluisca il tempo come un ruscello limpido, glissando sulle difficoltà, sortendo leggerezza e recando solo gioia nei cuori.

_Parole lenes (liscie):_

Edita: Che ogni alba del nuovo anno sorga dolcemente, accreditando speranze nuove, perfezionando i nostri desideri e diramando pace nell’animo.

 

Il siparietto ed il teatrino

Il siparietto e il teatrino

(ep. 1158)

Trascrizione

Parliamo ancora di teatro. Lo abbiamo fatto, se ricordate, quando ho spiegato l’espressione “essere teatro di qualcosa”. Stavolta parliamo del “teatrino”, e visto che ci sono, vi parlo anche del cosiddetto “siparietto”.

Sono concetti simili, che derivano chiaramente dal mondo del teatro, e vengono spesso usati in senso figurato per descrivere situazioni quotidiane. Vediamo che significano hanno e anche la differenza che esiste tra i due termini.

Il ‘siparietto’ deriva dal termine sipario. Ho già accennato al siparietto in un episodio, quello dedicato alle battute e alle frecciatine, ma oggi vorrei sottolineare anche la differenza rispetto al ‘teatrino’.

Sapete cos’è un sipario?
Un sipario è una grande tenda che si trova nei teatri e che separa il palco dal pubblico. Il sipario separa. facile da ricordare! Viene utilizzato principalmente per nascondere la scena durante i cambi di scenografia o prima e dopo lo spettacolo. Il sipario fondamentalmente si apre all’inizio dello spettacolo e si chiude alla fine.

Il siparietto non è però un piccolo sipario, un sipario dalle dimensioni ridotte.

Fa riferimento invece a una breve scena che potremmo definire ‘teatrale’ che si svolge in situazioni quotidiane, Non c’è nessuno spettacolo teatrale quindi.

In senso figurato, il termine è infatti usato per indicare un episodio breve e piacevole, spesso ironico o buffo, che si verifica in un contesto formale o quotidiano. Può essere una battuta scherzosa o un piccolo scambio divertente tra persone.

Es:

  • Durante la riunione, c’è stato un siparietto divertente tra i colleghi.
    (Quindi c’è stato un breve momento di ilarità che ha alleggerito l’atmosfera)
  • Quel siparietto tra gli ospiti ha reso la trasmissione più dinamica.
    (Una breve interazione simpatica ha animato il programma)

L’idea è quindi legata a qualcosa di leggero, breve e di solito positivo o ironico.

Un siparietto può essere sia spontaneo che organizzato, cioè preparato in precedenza, proprio come uno spettacolo teatrale, a seconda del contesto in cui si verifica.

Un siparietto spontaneo nasce in modo naturale, senza essere programmato, ed è spesso il risultato di interazioni improvvise, battute o episodi divertenti che accadono nel momento. Se il siparietto è spontaneo, naturale e improvviso, chiaramente risulta più autentico rispetto a un siparietto organizzato.

Es:

  • Durante una riunione, un collega fa una battuta che scatena delle risate: ecco un siparietto spontaneo.

In questi casi, il siparietto è un episodio breve che interrompe il flusso normale degli eventi, portando un tocco di leggerezza.

Un siparietto organizzato, invece, in quanto organizzato, è preparato in anticipo, spesso con lo scopo di intrattenere. Accade, per esempio, nei programmi televisivi o negli spettacoli, dove gli autori possono pianificare intermezzi comici o dialoghi simpatici tra i protagonisti.

Due conduttori di un programma si possono ad esempio scambiare battute scritte per creare un momento divertente. Oppure in una cerimonia o evento, viene inserito un intermezzo simpatico per alleggerire il tono.

Una cosa simile al siparietto è il cosiddetto “teatrino

Il termine “teatrino” si riferisce in senso proprio a un piccolo teatro, usato per spettacoli semplici, come quelli di marionette o burattini. In senso figurato, però, ha un’accezione diversa: si usa per descrivere comportamenti esagerati o artificiosi, spesso con una connotazione negativa. Il teatrino non è divertente, piuttosto direi che è irritante.

Parliamo di una situazione in cui le persone si comportano in modo che possiamo definire ancora “teatrale”, ma nel senso che stanno fingendo o esagerando per attirare attenzione o manipolare.

Es:

  • Basta con questo teatrino, parliamo seriamente!
    (Si critica un atteggiamento esagerato o poco autentico)
  • Il loro litigio sembrava un teatrino preparato per farsi notare.
    (Il comportamento di queste persone appare forzato o artificiale)

A differenza del “siparietto”, il “teatrino” ha quindi un tono critico o sarcastico e si usa per evidenziare una mancanza di autenticità.

Un teatrino si può fare anche da soli, non c’è bisogno di esser in compagnia di altre:

Altri esempi:

  • Durante il dibattito, un siparietto tra i candidati ha strappato un sorriso al pubblico, ma subito dopo il loro teatrino di accuse reciproche ha annoiato tutti.
    (Un esempio di come i due termini possano convivere senza problemi nello stesso contesto o in una stessa frase)
  • Prova e riprova, dopo un teatrino di scuse poco credibili, alla fine ha confessato tutto!
    (Qui il “teatrino” indica la finzione prima di una verità)

Adesso un breve ripasso degli episodi precedenti.

(Ripasso da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente)

Ulrike: La vigilia di natale mi dà da cucinare per tutta la giornata (capirai, con tutto quello che c’è da cucinare!).

Marcelo: certo , ma quale piacere nel potermi sbizzarrire, dai piccoli aperitivi, alla preparazione dell’irrinunciabile cappone.

Julien: per finire con i fiocchi, vale a dire col tronchetto di Natale, inossequio alla storica ricetta. Che volete, è retaggio familiare.

Estelle: Comunque l’impegno è ricompensato dal brillare degli occhi all’alzarsi del sipario su una tavola meravigliosa. Infine un appello: non parlate di politica, altrimenti il sipario potrebbe abbassarsi.

I nomi delle zone d’Italia

I nomi delle zone d’Italia

(ep. 1156) (scarica audio)

Trascrizione

Parliamo oggi di come vengono chiamate alcune zone in Italia.

Possiamo partire dal fatto che queste denominazioni indicano aree geografiche, generalmente intorno a una città o un capoluogo, e derivano dalla necessità di descrivere in modo semplice una porzione di territorio. Ecco come funziona:

Si parte dal nome di una città, spesso un capoluogo di provincia o una località famosa (es. Viterbo, Caserta).

Dopodiché aggiungiamo un suffisso, cioè un pezzo alla fine.

I suffissi più comuni sono:

-ese: Usato per indicare una zona o gli abitanti collegati a un luogo. Esempio: Viterbo → il viterbese (la zona intorno a Viterbo o un suo abitante). Chiaramente nella forma plurale (I viterbesi) parliamo solamente degli abitanti. La forma maschile è sempre l’unica usata, a meno e che non ampliamo il raggio d’azione territoriale, quindi se andiamo oltre la zona circostante una città. In tal caso parliamo ad esempio della Tuscia, la Ciociaria, la Brianza, la Maremma eccetera.

Tornando alle zone attorno alle città, notate che la stessa forma si può usare anche per chiamare il dialetto locale (es: il dialetto viterbese, appunto).

Ecco comunque i suffissi che si usano:

-ano: Simile all’uso precedente, ma più comune in alcune regioni. Esempio: per Caserta abbiamo il casertano, per Brescia il bresciano, per Palermo il palermitano, eccetera.

-ino (meno comune): Es. Ivrea → ivreino. A dire il vero per gli abitanti di Ivrea, il territorio viene più spesso chiamato eporediese, dal nome antico della città, che era Eporedia. Poi c’è anche il perugino, per la città di Perugia.

– asco. Es: il bergamasco, per indicare il territorio di Bergamo.

– ense. Es: il parmense, per il territorio attorno a Parma.

Dunque, come avete capito, non c’è una vera regola per stabilire il nome di un territorio attorno ad una città.

Lo stesso “viterbese” (inteso come territorio) viene anche chiamato “Tuscia” o meglio “Tuscia viterbese” , per via della sua storia etrusca e degli antichi abitanti: i Tusci. Una volta poi la Tuscia si chiama “Etruria”. Come avrete capito, si tende a specificare “Tuscia viterbese” e non semplicemente Tuscia perché quest’ultima si estende anche in altre zone del Lazio, della Toscana e dell’Umbria. D’altronde gli etruschi arrivarono in pianura padana e persino in Corsica.

Queste denominazioni sono usate in quanto molto pratiche per indicare zone più ampie del semplice confine comunale o cittadino.

Si usano ad esempio per parlare della cultura, gastronomia o attrazioni della zona (es. “Nel casertano si produce la mozzarella di bufala”). Non sarebbe corretto dire “a Caserta si produce la Mozzarella di bufala” perché indicheremmo solo la città si Caserta e non anche il territorio circostante.

Altri esempi:

Il viterbese è noto per l’olio d’oliva.

Il bresciano è rinomato per i suoi spumanti Franciacorta.

Nel salernitano si trovano alcune delle spiagge più belle della Costiera Amalfitana.

Il fiorentino è famoso per il Chianti e le ville medicee nei dintorni (medicee significa della famiglia dei Medici, una famosa famiglia fiorentina del passato)

Nel torinese si producono alcuni dei migliori cioccolati d’Italia.

Il veronese è noto per la produzione del vino Amarone e i panorami della Valpolicella.

Il bergamasco è celebre per i casoncelli e le sue città murate.

Nel pisano si trovano alcune delle migliori coltivazioni di olive toscane.

Il reggiano è conosciuto per il Parmigiano Reggiano, uno dei formaggi più famosi al mondo.

Nel parmense si producono eccellenze gastronomiche come il Prosciutto di Parma.

Il leccese offre una straordinaria varietà di spiagge e l’arte del barocco.

Il messinese è noto per la pesca e i suoi tradizionali piatti a base di pesce spada.

Nel riminese il turismo balneare è accompagnato da una vivace tradizione enogastronomica.

Il perugino è apprezzato per la sua cioccolata e i paesaggi collinari.

In inglese, ci sono espressioni come “the Florentine countryside” (per Firenze) o “the Neapolitan area” (per Napoli).

La costruzione è simile, ma in italiano si usa spesso un unico termine.
Spesso poi si creano ulteriori distinzioni per descrivere aree specifiche con caratteristiche peculiari.

Questi termini aiutano a localizzare ancora meglio una porzione di territorio o a sottolinearne le differenze culturali, economiche o semplicemente geografiche rispetto al centro urbano.

Es: per “bassa Tuscia” si intende la parte della Tuscia, cioè del viterbese, che si trova nella parte più a sud-est della provincia.

Altri esempi di questo tipo sono “Alto Casertano” e “Basso Casertano”, il “Basso Viterbese” e “Alto viterbese”, il “Bergamasco orientale” e Bergamasco occidentale”, eccetera.

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: ragazzi, vi siete resi conto che siamo alle soglie del Natale?
Per me l’anno è passato in men che non si dica!

Edita: sfido io, è per via dell’ immediatezza delle comunicazioni!

Julien: cosa? Non sono del tuo stesso avviso! Attribuire la responsabilità alle comunicazioni, è un’idea che non sta in piedi!
Per me, si tratta piuttosto di non vivere pienamente il presente!

Estelle: come sarebbe a dire?

Rauno: te lo spiego io: di solito abbiamo un andirivieni di pensieri preoccupandoci troppo del passato e del futuro, dimenticando il presente, appunto.

Estelle: siate più frivoli ragazzi, pensiamo alle feste e a tutte le amenità relative, senza dimenticare la festa religiosa.

Prova e riprova: differenze ed esempi pratici

Prova e riprova (scarica audio)

(ep. 1157)

Trascrizione

Differenza tra provare e riprovare

Partiamo da una cosa semplice. Qual è la differenza tra provare e riprovare?

Beh, semplice, dipende dal numero di tentativi.

Il verbo provare, infatti, significa fare un tentativo o sperimentare qualcosa per la prima volta.

È un’azione iniziale che implica curiosità, impegno o necessità di verificare qualcosa.

Es:

Devo provare questa nuova ricetta.

(La preparo per la prima volta)

Prova a chiamare Giovanni, forse ti risponde.

(Fai un tentativo)

In generale, “provare” (e anche riprovare) si usa anche per esprimere i sentimenti.

Provo felicità

(Sento felicità)

Il verbo riprovare significa, come avrete intuito, provare di nuovo, cioè fare un secondo (o ulteriore) tentativo dopo che il primo è fallito o non è stato soddisfacente.

Questo non vale necessariamente sempre, soprattutto per i sentimenti.

Possiamo riprovarli, ma teoricamete la prima volta è sempre la migliore :-).

Inoltre riprovare un sentimento non rappresenta un tentativo, ma semplicemente una seconda volta che proviamo un’emozione.

Parlando di tentativi, si può dire ad esempio:

Non sono riuscito a trovare il tempo, ma voglio riprovare domani.

Riprovare a fare pace è sempre una buona idea.

Parliamo di tentare ancora una volta di fare pace.

Riprovare” può indicare un’azione ripetuta anche senza fallimento, se si desidera perfezionarsi:

Riprovò la canzone per migliorare la performance.

Posso comporre frasi anche con entrambi i verbi:

Es.

Prova e riprova, alla fine ci sono riuscito

Ho provato e riprovato senza successo.

Vediamo adesso due locuzioni particolari. Parlo di “A prova di” e “A riprova di”.

“A prova di” e “a riprova di” sono espressioni che spesso generano confusione, nonostante abbiano significati ben distinti.

Analizziamoli uno alla volta per chiarire ogni dubbio.

Significato di “a prova di”

L’espressione “a prova di” indica qualcosa progettato per resistere o essere immune a un determinato problema, fenomeno o condizione. Il suo significato è legato all’idea di protezione.

Es:

Questa serratura è a prova di scasso.

Significa che la serratura è progettata per resistere ai tentativi di scasso.

Parliamo del verbo scassinare, che significa forzare o rompere una serratura o un sistema di chiusura per accedere a un luogo o a un oggetto protetto.

Quando si dice che una serratura è “a prova di scasso”, si sottolinea che è progettata per opporre resistenza ai tentativi di scassinatura, rendendo difficile o impossibile forzarla o romperla.

Puoi provare a romperla, puoi provare a scassinarla, ma non ci riuscirai mai! Ecco perché di dice “a prova di” scasso.

L’idea di base è quindi legata alla prevenzione del crimine e alla sicurezza.

Altro esempio:

Un contenitore a prova di bambini.

Indica che il contenitore è progettato in modo che i bambini non possano aprirlo.

È come dire che il contenitore è stato fatto (realizzato, progettato, ideato) per resistere ai bambini. Anche qui c’è l’idea della prevenzione.

L’origine di questa espressione richiama l’idea di un test o una verifica: qualcosa che “resiste alla prova” supera una sorta di esame o difficoltà.

L’espressione può essere usata anche in senso figurato:

Giovanni ha un alibi a prova di bomba.

Significa che l’alibi è inattaccabile, impossibile da mettere in dubbio. Le bombe non c’entrano nulla in realtà.

Ad ogni modo, in senso proprio, posso dire:

Abbiamo costruito una cassaforte a prova di bomba

Questo per indicare che neanche l’esplosione di una bomba potrebbe rompere e quindi aprire la cassaforte.

Significato di “a riprova di”

Diverso è il caso di “a riprova di”, che si usa per indicare una conferma o una dimostrazione ulteriore di qualcosa già conosciuto. Riprova = provare, dimostrare ulteriormente, fornire un’ulteriore prova, cioè fornire una riprova.

Questo dovrebbe ricordarvi l’episodio che abbiamo dedicato al verbo comprovare.

In effetti “a comprova di” ha lo stesso significato di “a riprova di”, che però è utilizzato molto più spesso.

Comunque sia, il senso è quello di rafforzare un’idea con un esempio o una ulteriore prova concreta.

Es:

A riprova della sua innocenza, ha presentato un video.

Significa che il video serve a confermare ulteriormente l’innocenza.

Altro esempio:

A riprova del suo talento, ha vinto un altro premio.

Questo indica che il premio è un’ulteriore dimostrazione del suo talento.

A riprova della sua serietà, è sempre puntuale.

Qui la puntualità viene vista come una conferma della serietà.

Quindi “a prova di” riguarda protezione o resistenza, come una barriera contro qualcosa, mentre “a riprova di” riguarda una dimostrazione o conferma, come un ulteriore elemento che supporta un’idea o una tesi.

A riprova di“, lo ribadisco, nasce dall’idea di offrire una seconda prova (ri-prova) per consolidare una verità già dichiarata.

È la stessa cosa anche di “a conferma di“. Stesso significato.

Altri esempi:

Questo vetro è a prova di urto.

(Resiste agli urti, è progettato per non rompersi facilmente)

A riprova della sua onestà, ha restituito il portafogli trovato per strada.

(Restituire il portafogli dimostra ulteriormente la sua onestà.)

Adesso ripassiamo qualche episodio passato.

– – –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

– – –

Ulrike: Grazie mille Gianni, un episodio fantastico, evidentemente a riprova del tuo talento straordinario a spiegare la lingua italiana. Non datemi della ruffiana amici, è nient’altro che la mera verità. E al contempo un ripassino di qualche espressione precedente della rubrica dei due minuti 😀.

Carmen: non c’è santo che tenga: l’esperienza paga sempre. È da qualche anno che fa episodi ormai.

Marcelo: al netto di qualche eccesso nella durata degli episodi, non posso che essere anch’io molto soddisfatto.

Mariana: Ciò non toglie che a volte i temi siano così intriganti da farmi dimenticare il tempo che passa.

Rauno: Non sia mai detto che manchi di riconoscere la sua abilità: riesce sempre a prendere spunto da dettagli apparentemente insignificanti per creare qualcosa di memorabile.

Karin: Del senno di poi sono piene le fosse, ma se c’è una cosa che ho capito è che seguirlo sin dall’inizio mi avrebbe evitato di perdermi tante chicche linguistiche.

Prova anche il video Youtube 🙂

Dare in pasto

Dare in pasto

(ep. 1155) (scarica audio)

Trascrizione

Dare in pasto è un’espressione della lingua italiana che evoca un’idea forte e visiva: quella di offrire qualcosa o qualcuno a un pubblico affamato, proprio come si darebbe del cibo a un animale in gabbia. Ma il suo significato figurato va ben oltre questa immagine.

Cosa significa esattamente “dare in pasto”? Generalmente vuol dire esporre una persona o un argomento a un gruppo che lo giudicherà, lo criticherà o lo “divorerà” con entusiasmo, spesso in modo impietoso. È un’espressione che si usa quando qualcuno viene lasciato senza difese, esposto a critiche o attacchi pubblici.

Facciamo un esempio: Se un politico commette un errore e i giornali lo riportano con grande clamore, possiamo dire che quel politico è stato “dato in pasto alla stampa”. Significa che è stato esposto al pubblico, che non vedrà l’ora di analizzare, criticare o condannare il suo errore.

Pensate a una situazione in cui qualcuno viene deliberatamente esposto alle critiche degli altri: un collega che presenta un lavoro non ancora finito davanti a un capo molto severo, o uno studente che, senza preavviso, viene chiamato a rispondere a una domanda difficilissima davanti all’intera classe. Dire “mi hanno dato in pasto agli squali” è un modo iperbolico e divertente per esprimere questa sensazione.

Qual è l’origine di questa espressione?

L’immagine deriva chiaramente da situazioni in cui si dava del cibo a un gruppo di animali affamati, come i leoni o gli squali. Nel linguaggio figurato, gli “animali” possono diventare persone o anche altro: un pubblico, la stampa, un gruppo di critici, tutti pronti a “sbranare” ciò che gli viene offerto.

L’espressione può anche essere usata in modo ironico. Per esempio:

Un amico ti chiede di cantare al karaoke senza preavviso? “Non puoi darmi in pasto al pubblico così, senza neanche fare una prova!”

Oppure:

Qualcuno ti fa una domanda scomoda davanti a molte persone? “Mi hai proprio dato in pasto alla folla con questa domanda!”

In sintesi, “dare in pasto” è un’espressione che racconta di esposizioni improvvise, di giudizi impietosi e, a volte, di un po’ di ironia. Perfetta per descrivere situazioni in cui ci si sente, almeno per un momento, come un boccone prelibato!

In senso figurato non solo le persone possono essere “date in pasto”, ma anche informazioni, notizie o situazioni. L’espressione è molto versatile e si usa per descrivere qualsiasi cosa venga deliberatamente esposta al giudizio o all’attenzione di un pubblico affamato di critiche, curiosità o reazioni.

Esempi:

“L’azienda ha dato in pasto alla stampa i dettagli del nuovo prodotto.”
Qui si intende che l’azienda ha rivelato volutamente informazioni per stimolare interesse o reazioni.

“Il video è stato dato in pasto ai social.”
Si usa per indicare che un contenuto è stato pubblicato online, esposto alle reazioni di milioni di persone.

Può riguardare qualunque cosa venga offerto in modo deliberato o malizioso per suscitare reazioni: una persona, una notizia, un segreto o anche un oggetto simbolico.

L’espressione “dare in pasto” non si usa letteralmente con il cibo, ma è riservata a un contesto figurato. Questo perché nasce da un’immagine evocativa, ma il suo significato è metaforico: esporre qualcuno o qualcosa a critiche, giudizi o attenzioni, come se fosse cibo dato ad animali affamati.

Allora quando si parla di cibo reale caso si usa?

Se si tratta di cibo vero, non si dice “dare in pasto”, ma si usano espressioni più letterali, come “offrire”, “servire” o “dare da mangiare”. Ad esempio:

Ho dato da mangiare ai cani.

Ho servito la torta agli ospiti.

Perché l’espressione non si usa con il cibo?

L’idea dietro “dare in pasto” è quella di una scena drammatica o violenta: immaginare animali (leoni, squali) che si avventano su qualcosa o qualcuno. Questo rende l’espressione inadatta a contesti culinari quotidiani, dove il cibo è preparato e condiviso con cura.

Perché si usa la preposizione “in”? Potrebbe venire spontaneo usare “come”: dare come pasto.

Ci sono casi analoghi se può consolarvi. Pensiamo a “mettere in cattiva luce” una persona.

C’è sempre l’idea dell’esposizione, a una luce o a un giudizio.

Ad ogni modo la preposizione in è obbligatoria, altrimenti non ha senso.

Adesso ripassiamo. Parliamo della tecnologia.

Marcelo: Siamo sempre alle prese con una miriade di strumenti digitali.

Edita: comunque, a differenza di quanto si pensi, ci sono anche aspetti positivi. La tecnologia può fornire occasioni propizie per la comunicazione e per il lavoro. Cosa bolle in pentola nei vostri settori?

Anne Marie: Nel mio campo, per esempio, c’è troppa tecnologia e chi la sa usare tutta è merce rara! Ce ne fossero di più non sarebbe male.

Karin: altrimenti la tecnologia rischia di remare remare contro la nostra produttività se non sappiamo usarle bene.

Julien: Esatto. È doveroso dare più spazio ai giovani. Ad oggi non vedo iniziative in tal senso nel mio paese.

Ulrike: Eh, benedetti giovani! La nota dolente arriva dall’esperienza sul campo. Poi nella mia azienda si dovrebbero rimpinguare le casse per assumere giovani, che poi oltretutto vanno pure formati.

M7: Capirai, se la mettiamo sul discorso economico, a me sembra una scusa bell’e buona. Viva la tecnologia e viva i giovani.

Acclarare – VERBI PROFESSIONALI (n. 99)

Acclarare (scarica audio)

Trascrizione

Acclarare è il verbo professionale n. 99.

Nel corso della spiegazione di questo verbo citerò anche alcuni verbi già spiegati, in modo che questo vi aiuti a ripassarli.

Il verbo acclarare si presenta come un altro interessante esempio di linguaggio professionale, particolarmente utile nei contesti formali, tecnici o giuridici.

A differenza del più comune “chiarire“, che si usa in situazioni colloquiali per spiegare o rendere comprensibile un concetto, acclarare si distingue per la sua specificità e il suo tono più solenne.

Vi faccio notare che acclarare infatti è come dire “rendere chiaro”, “rendere evidente” quindi è simile a verificare, confermare. Si tratta di rendere evidente un fatto, spesso dopo un’analisi o un’indagine.

La logica è la stessa che troviamo in altri verbi, che esprimono l’idea di “rendere” o “far diventare” qualcosa, proprio come acclarare (rendere chiaro o certo).

Es:
Abbellire significa rendere qualcosa più bello o attraente.

Esempio: “Ha abbellito la casa con fiori freschi.”

Accecare significa rendere cieco, far perdere la vista.

Esempio: “Il riflesso del sole ha accecato il guidatore.”

Addolcire indica l’atto di rendere qualcosa più dolce o piacevole, sia in senso letterale che figurato.

Esempio: “L’aggiunta di zucchero ha addolcito il caffè.”

C’è ne sono altri, come:

Affievolire – Significa rendere qualcosa meno forte o intenso.

Annullare, cioè rendere nullo o annullato qualcosa, far perdere validità o effetto.

Poi c’è “ammorbidire”, ed altri verbi ancora.
Torniamo ad acclarare, che è un verbo che richiama la dimensione del rigore e della dimostrazione oggettiva, quasi a voler “illuminare” la verità attraverso prove o ragionamenti.

Per questo motivo, si collega bene a verbi già spiegati di questa stessa rubrica, come VALUTARE (quando avviene l’analisi preliminare), CONSTATARE (il rilevamento di un fatto), EVINCERE (trarre una conclusione) e DELIBERARE (decidere su una base oggettiva).

Acclarare non è un verbo riflessivo e si coniuga normalmente (io acclaro, tu acclari, egli acclara, ecc.) ma si trova spesso anche “un fatto acclarato” o “una verità acclarata” e “una responsabilità acclarata”.

È spesso usato in contesti in cui è necessario verificare ufficialmente la fondatezza di una situazione.

Esempi:

Il perito ha acclarato la conformità del progetto alle norme vigenti.
(Il perito ha verificato ufficialmente che il progetto rispetta le norme.)

Si è acclarato che i fondi erano stati utilizzati in modo improprio.
(È stato confermato, dopo un’analisi, che i fondi sono stati usati male.)

Prima di procedere, occorre acclarare la validità di questi documenti.
(È necessario verificare e confermare che i documenti siano validi.)

A differenza di chiarire, che si concentra sul rendere comprensibile una questione, acclarare punta a una conferma oggettiva e dimostrabile.

Rispetto a DISAMINARE (che sta per analizzare un caso nei dettagli) o VAGLIARE (esaminare attentamente per VALUTARNE il valore o la validità), acclarare è il passo successivo: implica che l’analisi ha portato a una certezza o a una conclusione verificata.

Acclarare è decisamente un verbo formale e non si usa in contesti quotidiani. Difficilmente si sentirà qualcuno dire “Acclaro che è tutto chiaro!” in una conversazione informale; più probabile è trovarlo in un rapporto tecnico, un contesto giuridico o un documento ufficiale.

Similmente a come abbiamo visto per PRONUNCIARSI, acclarare può sottendere un’attitudine prudente e riflessiva: non si tratta di “saltare a conclusioni”, ma di attendere che i fatti siano verificati e confermati. In questo senso, richiama anche SUFFRAGARE (fornire prove a sostegno di qualcosa) o AVVALORARE (rafforzare un’idea con evidenze).

Esempio di diplomazia:

Prima di esprimere un’opinione, è necessario acclarare i fatti.
(La prudenza richiede una verifica accurata prima di trarre conclusioni o PRONUNCIARSI.)

In definitiva, acclarare è un verbo da usare con precisione e consapevolezza, adatto a chi vuole comunicare con rigore e autorevolezza.

Come sempre, meglio evitare un uso eccessivo per non appesantire il discorso; ma in determinati contesti, è davvero insostituibile.

Come dicevo inizialmente, nella spiegazione del verbo acclarare, ho richiamato alcuni verbi già spiegati. Meglio ribadirli ancora:

1. Valutare – perché acclarare spesso segue un’analisi o una valutazione preliminare.

2. Constatare – perché entrambi si riferiscono a una verifica di fatti, con acclarare che aggiunge una sfumatura di ufficialità.

3. Evincere – perché implica trarre conclusioni da una serie di prove o indizi, passaggio simile al processo che porta ad acclarare.

4. Deliberare – perché dopo aver acclarato i fatti, si può giungere a una decisione ufficiale.

5. Disaminare – perché acclarare può derivare da un’attenta analisi di un caso o una situazione.

6. Vagliare – perché l’esame accurato di validità o rilevanza spesso precede l’acclaramento.

7. Suffragare – perché il processo di acclarare può includere la ricerca di prove a supporto di un fatto.

8. Avvalorare – perché acclarare consolida o conferma una verità o una posizione precedentemente analizzata.

Questi verbi sottolineano il percorso logico e formale che porta dal dubbio alla certezza, un elemento centrale nell’uso di acclarare.

Ci vediamo al prossimo verbo professionale!

61 – Il collo – ITALIANO COMMERCIALE

Il collo e i colli – Italiano Commerciale

Durata mp3: 10 minuti

Il termine “collo” nel commercio indica un’unità di carico per spedizioni, mentre “colli” è il plurale.

Vediamo alcuni esempi di utilizzo.

Episodio riservato ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente

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Rispondere per le rime

Rispondere per le rime

(ep. 1153) (scarica audio)

Trascrizione

Rispondere per le rime è un’espressione della lingua italiana che rappresenta una pronta risposta, pungente e ben mirata, capace di “fare rima” con ciò che l’ha preceduta, quasi come un duello verbale.

Ma cosa significa esattamente “rispondere per le rime”? Se non si fosse capito, vuol dire replicare a qualcuno con la stessa moneta, restituire pan per focaccia. La lingua italiana a quanto pare è ricca di espressioni quando si tratta di esprimere un qualunque concetto.

Rispondere per le rime è una modalità molto efficace per sottolineare una risposta arguta e incisiva, spesso usata per difendersi o per mettere qualcuno al proprio posto con eleganza e intelligenza.

E quando possiamo usarla?

Immaginate una discussione accesa: se una persona provoca, “rispondere per le rime” significa non restare in silenzio, ma ribattere con fermezza, magari anche con ironia, dimostrando di non essere da meno.

Facciamo un esempio:
Un collega vi fa una battuta pungente sul vostro ritardo? Rispondere per le rime potrebbe essere:

Arrivo tardi, è vero, ma almeno arrivo con idee nuove, non riciclate!

Da dove arriva questa espressione?

L’origine è poetica: nelle antiche dispute letterarie, i poeti si scambiavano versi su versi, spesso rispondendosi l’un l’altro in rima, con intelligenza e maestria. La rima, dunque, rappresenta qui il simbolo di una risposta che ha lo stesso tono o intensità dell’attacco.

Quando usarla con stile?

Ricordate che rispondere per le rime non significa essere volgari o offensivi: è un’arte sottile. Si tratta di giocare con le parole, mantenendo il controllo e magari strappando anche un sorriso al vostro interlocutore.

Es:

Un amico vi prende in giro per un errore di grammatica?

Pensa che fortuna: posso sbagliare e imparare. Tu invece resti fermo.

Insomma, rispondere per le rime è una vera e propria danza verbale, un gioco di intelligenza che rende le discussioni più frizzanti e meno banali. Un’arma raffinata per chi sa maneggiare bene le parole.

È importante usare la preposizione “per”, perché usare “con” sarebbe più intuitivo forse, ma significherebbe usare veramente le rime, come fanno i poeti.

Allora oggi, in via eccezionale, facciamo un ripasso non molto normale.

Se la lingua vuoi affinare,
gli episodi devi ripassare.
Andirivieni, viavai e frasi sagaci,
rendono i tuoi discorsi più vivaci.

Usa le rime in via eccezionale, e fallo sapendo che potrai sbagliare. Ora sta a te, vedi che puoi fare.

Marcelo: Ho dato una veloce scorsa ai giornali italiani, e emerge che dopo 1000 giorni dall’invasione russa dell’Ucraina, non ci sia una grande preoccupazione per il futuro.

Julien: sono del tuo stesso avviso! Direi che sussistono gli estremi per una guerra atomica, soprattutto dopo il cambio di protocollo sull‘uso di ordigni nucleari fatto da Putin!

Ulrike: vero o no, pendiamo tutti dalle labbra del nuovo zar imperiale!

Anne Marie: assolutamente d’accordo! Direi che ha la velleità di fare e disfare a suo piacimento.

Edita: con la vittoria di Trump, il sostegno dell’Ucraina ricade sulla UE e, con questi chiari di luna, sorgeranno disaccordi tra i responsabili di ogni paese, e questo senz‘altro sarà foriero di nuove complicazioni economiche e di aumenti dei prezzi!

M6: se non si arriva a una soluzione che soddisfi tutte le parti, è palese che nessuno ne uscirà indenne!

Bruscolini, bazzecole, quisquilie, pinzillacchere

audio mp3

Bruscolini, bazzecole, quisquilie, pinzillacchere

Vediamo alcuni modi per indicare delle “piccolezze” in italiano o scarse quantità di denaro. Ciascuno ha il suo stile unico. Passiamo dai più colloquiali “bruscolini”, usato per ridimensionare valori economici, alle raffinate “quisquilie”, perfette per enfatizzare l’irrilevanza con un tocco d’ironia. Le “bazzecole” aggiungono un’eleganza senza pretese, mentre le vivaci “pinzillacchere” evocano la teatralità di Totò. Questi termini raccontano, con leggerezza e creatività, la filosofia italiana di non prendersi troppo sul serio.

Durata: 11 minuti

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Avere il polso della situazione

Avere il polso della situazione (ep. 1148) (scarica audio)

Trascrizione

Avete mai sentito dire che qualcuno “ha il polso della situazione”? È un’espressione molto comune, ma da dove viene? E soprattutto, cosa significa?

Iniziamo dal termine “polso”.

In senso letterale, il polso è quella parte del corpo che si trova tra la mano e l’avambraccio; quella parte che ci permette di sentire il battito del cuore e di misurare la nostra vitalità. Ma quando parliamo di “avere il polso della situazione”, ci riferiamo a qualcosa di più astratto: è la capacità di comprendere a fondo ciò che sta accadendo intorno a noi, di anticipare gli eventi e di prendere decisioni in modo efficace.

Perché si usa questa espressione? Chi ha il polso della situazione è in grado di leggere i segnali che lo circondano e di adattarsi rapidamente ai cambiamenti.

Si tratta di situazioni che possono cambiare in peggio improvvisamente, dove c’è bisogno di monitorare la situazione continuamente, di continuo, perché la cosa potrebbe sfuggire di mano. C’è bisogno che qualcuno abbia il controllo assoluto della situazione, che sia in grado di recepire i segnali di cambiamento, che si accorga se le cose cambiano e che sappia porre rimedio quando richiesto.

Vi faccio presente che l’espressione è simile a “stare sul pezzo” e infatti vi avevo già accennato proprio nell’episodio dedicato a quest’ultima espressione. In quell’occasione vi ho detto che le due espressioni non sono equivalenti.

A differenza di “stare sul pezzo”, che si riferisce soprattutto alle informazioni e al rimanere aggiornati, avere il polso della situazione è quasi esclusivamente utilizzata per tranquillizzare le persone in momenti di difficoltà, proprio perché, come vi ho detto prima, la situazione potrebbe peggiorare da un momento all’altro.

Tranquilli, non c’è problema ragazzi, ho perfettamente il polso della situazione

L’immagine è un medico che ha la mano sul polso del paziente e si accorge quando cambia il battito del cuore. Lui ha tutto sotto controllo, quindi ha il polso della situazione.

Possiamo usarla in molti contesti diversi.

L’allenatore della Roma va esonerato perché non ha il polso della situazione

Significa che l’allenatore non riesce a capire e gestire al meglio la squadra, la situazione della partita o più in generale il contesto in cui opera. Non è in grado di prendere decisioni efficaci, di motivare i giocatori o di adattare la strategia alle diverse circostanze.

Il polso della situazione si può anche perdere, non solo avere.

Se perdi il polso della situazione, rischi di commettere errori.

Spessissimo infatti si usa anche per criticare, per indicare la mancanza di certe capacità, per indicare una persona che pensa di sapere tutto e di avere tutto sotto controllo ma in realtà si sbaglia:

Luigi crede di avere il polso della situazione, ma si sbaglia di grosso!

Maria pensa di avere il polso della situazione, ma non ha idea di cosa stia succedendo.

Adesso ripassiamo.

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Ulrike: Oggi ho dato una scorsa al giornale e ho letto con sorpresa: “Nessuno ci salverà dalla crisi del clima!” – un titolo di “La Stampa” di oggi! Cosa ne pensate?

Marcelo: l’anno in corso sarà il primo in cui l’aumento della temperatura sarà superiore alla soglia degli 1,5 ºC! Se tanto mi da tanto, tra poco saremo tutti grigliati!

Danielle: Quanto tempo passerà prima che i leader globali reagiranno e si daranno da fare per trovare una soluzione duratura?

Khaled: Sembrerebbe che abbiano perso il polso della situazione e così rischiano di commettere errori costosi per tutta l’umanità!

Julien: te lo dico senza indugio, siamo in alto mare per trovare una soluzione globale al problema!

M6: e come colpo di grazia c’è l’ascesa dei governi negazionisti a destra e a manca! Oltre il danno, la beffa!

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Kappaò o fuori combattimento

Kappaò o fuori combattimento (ep. 1145) (scarica audio)

Trascrizione

Ci avete mai fatto caso che KO è OK hanno un significato opposto?

Eppure la parola “kappaò” (o KO), è l’abbreviazione della locuzione inglese knock out.

Kappaò ha un significato specifico e vari usi, che possono essere particolarmente utili e interessanti per chi sta imparando l’italiano.

Il termine viene dal mondo del pugilato.

Nel pugilato, “kappaò“, che spesso e volentieri si scrive con le due lettere k e o, indica la situazione in cui un pugile viene messo fuori combattimento con un colpo così potente da impedirgli di rialzarsi entro il conteggio di dieci secondi.

In questo contesto, “kappaò” è sinonimo di incapacità di continuare a combattere a causa di uno stato di incoscienza o incapacità fisica.

La versione abbreviata, “KO”, è un termine internazionale che viene riconosciuto e utilizzato anche in altre lingue, inclusa l’italiano.

Quindi KO in italiano sarebbe “fuori combattimento” e possiamo tranquillamente usare questa come modalità per esprimere lo stesso concetto, in ogni caso, letterale o figurato. Lo possiamo usare quasi sempre al posto di KO.

Esempi:

Durante il match, al terzo round, il pugile ha subito un kappaò.

In questo caso non si dice subire un fuori combattimento. Possiamo solamente usare “subire un ko”.
Possiamo però comunque usare “è stato messo fuori combattimento” al posto di “ha subito un ko”.

Nel linguaggio quotidiano italiano, “kappaò” e “fuori combattimento” sono usati spesso in senso figurato per indicare una situazione di estrema stanchezza o esaurimento. In questo caso, si usa per descrivere una persona che è “al tappeto” o che si sente “distrutta” o esausta.

Ricordate l’episodio dedicato al colpo di grazia?

Non c’è dubbio che dopo aver ricevuto il colpo di grazia, si viene messi ko, sebbene un colpo di grazia spesso prefiguri la morte, ben peggiore del ko! In contesti soprattutto sportivi però, il senso è il medesimo.

L’uso del termine ko e di “fuori combattimento” può essere utile per chi studia l’italiano perché è molto comune, informale e può aggiungere espressività al linguaggio.

Esempio:

Dopo otto ore di lavoro in piedi, ero completamente Kappaò.

Dopo otto ore di lavoro in piedi, ero completamente fuori combattimento

Si può anche parlare di una situazione di fallimento o sconfitta schiacciante, in particolare in ambiti che possono ricordare una “competizione” o una “sfida” (ad esempio, negli affari, nello sport o negli studi).

Questo significato enfatizza il senso di non riuscire a rialzarsi o recuperare la situazione, proprio come un pugile sconfitto sul ring.

Possiamo anche esprimere una sconfitta forte e definitiva.

Esempio:

La bocciatura all’esame di matematica ha lasciato conseguenze. Sono andato kappaò psicologicamente.

In definitiva, per usare ko e fuori combattimento, ciò che conta è il fatto di non riuscire più a proseguire, da ogni punto di vista, fisico o psicologico.

Oltre agli usi principali sopra descritti, “kappaò” può apparire anche in situazioni ironiche o esagerate. Ad esempio, può essere usato per descrivere una reazione a una notizia scioccante o a un evento particolarmente stressante o imprevedibile.

Esempio di utilizzo:

La notizia del costo della riparazione della macchina, mi ha messo kappaò!

Quella barzelletta mi ha messo Kappaò

I verbi che possono essere usati con Kappaò e quasi sempre anche anche con “fuori combattimento” sono:

– mettere (con la tua notizia mi hai messo Kappaò)

– subire (nell’ultima sfida ho un subito un Kappaò tremendo)

– mandare (es: il caldo mi ha mandato Kappaò)

– andare (dopo cinque ore di lezione sono andato Kappaò)

– essere (dopo che Laura mi ha lasciato ero completamente Kappaò)

– rimanere (quando ho visto il conto al ristorante sono rimasto ko)

– cadere (dopo l’ultimo colpo, il pugile è caduto Kappaò)

sentirsi (dopo due ore di corsa mi sentivo Kappaò).

Adesso tocca a voi. Cosa vi mette fuori combattimento o Kappaò?

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Ci sono molte cose delle quali posso dire di aver subito un kappaò, ma me ne viene in mente una che mi è successa la settimana scorsa.

Christophe: Ero in dirittura d’arrivo per finire una lunga lista di riparazioni che hanno interessato alcuni elettrodomestici che a quanto pare hanno deciso di rompersi tutti allo stesso tempo, quando di scatto mia moglie mi annuncia: “amore! Sai cos’altro non funziona più?!”

Ulrike: Senza aspettare la mia risposta, aggiunge: “il forno a microonde!”
Questa giornata è
tutto un programma!” le ho fatto io per tutta risposta.

Anne Marie: la mia faccia si è trasformata immediatamente, le sopracciglia si sono aggrottate e gli occhi spalancati come due piatti! Non immaginavo che ciò che era appena successo fosse foriero di ancora nuovi problemi!

M5: io mi sono guardato bene dall’improvvisarmi tecnico riparatore, ma non vi dico a quanto è ammontato il preventivo del servizio riparazione.

M6: però posso dire che mi ha lasciato kappaò! Pazienza!

Essere in dirittura d’arrivo

Essere in dirittura d’arrivo (ep. 1143)

Audio: 3 minuti circa

Descrizione

Essere in dirittura d’arrivo” è un’espressione idiomatica italiana che significa essere molto vicini a concludere qualcosa, che si tratti di un progetto, un viaggio o un obiettivo. Vediamo qualche esempio e a seguire un ripasso degli episodi precedenti.

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In ossequio

“In ossequio” è un’espressione italiana che indica rispetto, riverenza o obbedienza. Segue un ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Durata: 9 minuti circa

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60 – L’F24: a cosa serve? – ITALIANO COMMERCIALE

L’F24: a cosa serve?

F24Vediamo a cosa serve e come usare lo strumento “F24” anche quando non si è cittadini italiani.

Se lavori in Italia o hai acquistato una casa in Italia è molto importante per riuscire a pagare tributi come l’IMU e la TARI.

Episodio riservato ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente

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Nottetempo

Nottetempo (ep. 1141)

Audio: 8 minuti circa

Descrizione

“Nottetempo” è una parola quasi poetica, che si usa per indicare qualcosa che avviene “durante la notte” o “nel corso della notte”.

Alla fine dell’episodio un bel ripasso degli episodi precedenti. Audio MP3: 10 minuti circa

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A buon rendere

A buon rendere (ep. 1140)

Audio: 8 minuti circa

Descrizione

“A buon rendere” è un’espressione italiana per ringraziare, promettendo di ricambiare il favore ricevuto.

Alla fine dell’episodio un bel ripasso degli episodi precedenti. Audio MP3: 10 minuti circa

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Sbizzarrirsi

Il verbo “Sbizzarrirsi” (ep. 1138)

Audio MP3: 12 minuti

Descrizione

Sbizzarrirsi” significa liberarsi da vincoli o inibizioni e dare libero sfogo alla propria creatività, fantasia, voglia di fare. Vediamo come si pronuncia questo verbo, verbi simili e numerosi esempi. Alla fine facciamo anche un piccolo ripasso degli episodi precedenti e ascoltiamo una breve canzone dedicata al verbo sbizzarrirsi.
Per ascoltare il file audio e leggere la spiegazione, vieni con noi nell’associazione Italiano Semplicemente.

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I membri dell’associazione Italiano Semplicemente

‘Buone cose’, un saluto informale ma non troppo

Buone cose (ep. 1137) – (scarica audio)

Trascrizione

Sapevate che “Buone cose” è una forma di saluto? Molti di voi probabilmente conoscete solamente “ciao”, “arrivederci”, “buona giornata”, “buongiorno”, “buonasera” e “buonanotte”.

Buone cose” è una forma di saluto che si può usare non quando ci si incontra, ma quando solamente ci si allontana da una persona, similmente a “ci vediamo”, “arrivederci” e “a presto”.

E’ un saluto informale ma non troppo e positivo, utilizzato per augurare il meglio a qualcuno.

È un augurio generico che implica il desiderio che la persona a cui viene rivolto possa vivere esperienze positive, raggiungere successi, o semplicemente godere di cose buone nella vita. Non ha un contesto specifico, quindi può essere usato in varie situazioni, ma come detto, solo al termine di una conversazione.

Questo tipo di saluto si utilizza prevalentemente non con famigliari e amici stretti, ma con semplici conoscenti, o anche con persone che si incontrano per la prima volta, come forma di commiato, cioè è un saluto con cui ci si lascia.

Si può usare ad esempio con i vicini di casa dopo aver fatto due chiacchiere, in modo del tutto simile a “arrivederci”, ma direi che si tratta di un saluto più cordiale e in fondo esprime anche una forma di augurio. Non è adatto invece tra amici o colleghi con cui si ha un rapporto pressoché quotidiano o con familiari. Suona un po’ distaccato e pertanto potrebbe sembrare fuori luogo e in tali casi si preferisce un saluto più caloroso e personale. E’ una formula educata che lascia spazio a un augurio ampio, senza essere troppo personale.

E’ un saluto cordiale, amichevole, una formula educata, ma leggermente distaccata, non un saluto particolarmente intimo o confidenziale. Un po’ come “salve“, che invece è, nelle stesse situazioni, il saluto di quando ci si incontra o ci si incrocia con qualche conoscente, vicino di casa o qualcuno che si conosce solo di vista.

È un modo di augurare il meglio senza entrare troppo nello specifico, il che lo rende perfetto per situazioni in cui si vuole mantenere un certo grado di distacco.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Khaled: Quando si raggiunge l’associazione, abbozzare un bel ripasso sembra una sfida bell’e buona.
Angela: Eccome! Pian piano però capita il momento di rompere gli indugi per iniziare a destreggiarsi con l’aiuto dell’elenco degli episodi dei 2 minuti. Un viatico tutt’altro che inutile!
Edita: Infatti! Rimanere un’anima in pena non serve.
Marcelo: Tanto più che possiamo contare sull’appoggio benevolo degli altri membri per darci manforte e non andare in tilt.
Rauno: Parole sante! Non c’è niente di cui vergognarsi se si verifica qualche errore. Repetita iuvant, come piace dire a Gianni. Niente paroloni qui!
Barbara: Io però, in quanto nuovo membro, capisco che fare a volte un ripasso sia il minimo sindacale. Temo però che gli altri siano di gran lunga più a conoscenza di tutte le locuzioni rispetto a me. Tenersi al passo mi pare un traguardo irraggiungibile.
Albéric: Ma chi se ne frega proprio! Provaci con qualche recente lezione e vedrai che una cosa tira l’altra! Su questo non ci piove!
Julien: Ma certo! Da cosa nasce cosa! Bisogna solo darsi una piccola mossa. Poi se vengono a galla dei dubbi, non avrai che da chiedere lumi. Vedrai che le risposte ti verranno a iosa! Suvvia! Non c’è altro da fare che cimentarsi.

‘Altro che’ vs ‘altroché’: Differenze chiave

Descrizione: Questo episodio spiega le differenze tra “altroché” e “altro che”, enfatizzando l’uso e i significati distintivi. Numerosi esempi e una canzone finale dedicata ai due termini. Segue il solito ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Zanzare: Verbi, Frasi e Curiosità Linguistiche

Il linguaggio delle zanzare (ep. 1135) (scarica audio)

Trascrizione

Credo sia interessante, per un non madrelingua, parlare del linguaggio che si utilizza quando si parla di zanzare: sapete, quegli esseri fastidiosi che dalla primavera all’autunno ci infastidiscono, ci pungono e succhiano il nostro prezioso sangue. Finora ci siamo occupati delle zanzare solamente riguardo alla pronuncia della lettera z. La zanzara zuzzurellona” è il nome dell’episodio dedicato. In quell’occasione abbiamo parlato della zeta dolce e di quella dura.

Partiamo oggi invece dal verbo pungere, che è il verbo principale per descrivere l’azione della zanzara che “morde” (si fa per dire) la pelle di una persona. Ad esempio:

La zanzara mi ha punto.

A volte si usa anche il verbo “pizzicare” al posto di “pungere” quando si parla di zanzare, ma “pungere” è il verbo più specifico e corretto.

Pizzicare” viene spesso usato in modo colloquiale per descrivere la sensazione causata dalla puntura della zanzara.

Ad esempio, si può dire:

Mi ha pizzicato una zanzara ieri sera.

“Pizzicare” rende l’idea della leggera sensazione di fastidio o prurito che si prova dopo la puntura, mentre “pungere” descrive più precisamente l’azione dell’insetto.
La puntura della zanzara dunque è il modo corretto di indicare ciò che fa la zanzara quando ci punge. Il termine “pizzico” è usato ma, analogamente al verbo pizzicare, descrive il fastidio causato.

Ronzare invece è il verbo che si riferisce al rumore prodotto dalle zanzare mentre volano vicino all’orecchio. Ad esempio:

La zanzara ha ronzato tutta la notte.

Mi dà molto fastidio il ronzio delle zanzare

Un verbo, ronzare, che si usa anche in modo figurato, oltre al suo significato letterale legato al suono prodotto da insetti come le zanzare o le api.

Si usa ad esempio nel senso di essere ossessionati da un pensiero: Quando un pensiero o un’idea continua a ripetersi nella mente, si può dire che “ronza in testa” o “ronzare per la testa“. C’è anche un episodio in merito.

Es:

Quel pensiero mi è ronzato in testa tutta la notte.

Il verbo si usa anche per descrivere una persona che si avvicina o si aggira intorno a qualcuno in modo insistente o fastidioso, simile a come fa una zanzara o un’ape.

Es:

Da quando ho ottenuto quella promozione, i colleghi mi ronzano intorno.

Ronzare attorno a qualcuno in senso figurato può indicare quindi qualcuno che cerca l’attenzione di un’altra persona in maniera costante, spesso anche per corteggiarla o per ottenere qualcosa.

Es:

Luca ha iniziato a ronzare attorno a Marta da quando ha saputo che è single.

Non posso non citare il verbo schiacciare: Si usa quando qualcuno uccide una zanzara, solitamente con le mani o una ciabatta. Ad esempio:

Ho schiacciato una zanzara sul muro.

Poi, al posto di schiacciare si usa spesso anche ammazzare, verbo cruento ma molto usato.

Quando invece si viene punti, se si tratta di molte punture di zanzare, si può enfatizzare il concetto usando il verbo massacrare.

Si usa per enfatizzare situazioni di estremo fastidio o disagio, inclusi i casi in cui si ricevono molte punture di zanzare. Questo verbo rafforza l’idea di essere stati “attaccati” o “tormentati” in modo pesante.

Es:

Sono stato massacrato dalle zanzare ieri sera in giardino

Le zanzare mi hanno massacrato durante la notte.

Direi che questo verbo rende l’idea di sofferenza o esasperazione dovuta a molte punture.

Quanto alle esclamazioni, quando si viene punti e si avverte il dolore provocato dalla puntura, si cerca subito di colpire la zanzara dandosi un piccolo schiaffo sulla parte del corpo che è stata punta, e in tali casi l’espressione spontanea più comune è…

Tacci tua!!

Questo almeno è ciò che si dice a Roma e dintorni.

Si usa per esprimere rabbia o fastidio verso qualcuno o qualcosa che ci infastidisce. Nel caso delle punture di zanzare, è molto comune a Roma e nei dintorni urlare “Tacci tua!” subito dopo aver sentito la puntura o aver cercato di colpire la zanzara.

Si tratta di un’espressione che ha un tono un po’ decisamente ironico ma anche liberatorio, perfetta per quei momenti di fastidio improvviso.

In altre regioni d’Italia, ci possono essere varianti simili, ma questa è decisamente tipica del dialetto romanesco!

A Roma si dice addirittura che se non si dice “tacci tua”, la zanzara non muore.

Scherzi a parte, espressioni comuni sulle zanzare ce ne sono molte.

“Essere una zanzara” può essere usato in modo figurato per descrivere una persona fastidiosa, che disturba continuamente, proprio come fanno le zanzare.

Ho dimenticato di citare la zanzariera: È la rete che si usa per proteggersi dalle zanzare, specialmente in estate. Si può spiegare come un oggetto comune nelle case italiane in zone con molte zanzare.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando proprio di zanzare.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
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Marcelo: Sapete amici chi ha la meglio su tutti i più grandi assassini dell’umanità dacché mondo è mondo? È qualcuno che non impugna armi, ma che ha mietuto più vittime di qualsiasi guerra! Il suo colpo di grazia *si fa appena sentire ma non ne ha per nessuno.

Angela: Sembra prenda tutti di mira. Scommetterei su chi o cosa potrebbe essere, ma dimmi tu.

Danielle: Aspetta, prima di svelare il mistero, c’è una risposta che mi ronza per la testa. Provo Io! la zanzara?

Julien: Bravo! C’hai azzeccato! Si stima che le zanzare abbiano causato la morte di a dir poco 400 miliardi di persone.

Ulrike: Zanzare e malattie sono un binomio inscindibile: febbre gialla, malaria, dengue, virus del Nilo, chikungunya, e chi più ne ha, più ne metta, sono alcuni dei nomi che hanno terrorizzato l’umanità da sempre.

André: non vi dico! Per farsene un’idea, l’anno scorso sono morte di dengue più di mille persone in Brasile. Tra i miei amici e i miei parenti ogni due per tre avevo notizia di un contagio! Poi è toccato anche a me!

Christophe: Anche se le dà del filo da torcere, potete star certi però che la scienza troverà nuove armi per curare e combattere ognuna di queste malattie o quantomeno per ridurre i rischi che possano insorgere!

Anne Marie: Vabbè, speriamo che gli scienziati riescano a spuntarla prima che le zanzare ci ammazzino tutti!

Ascrivere – VERBI PROFESSIONALI (n. 98)

Il verbo “Ascrivere”

Descrizione

Il verbo “ascrivere” attribuisce meriti o colpe in modo formale, distinguendosi da “attribuire” e “imputare” per il suo uso accademico e ufficiale. Vediamo insieme le somiglianze rispetto ai verbi simili, compresi “includere” e “annoverare

Il file audio e il testo sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Durata audio mp3: 12:00 minuti

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Dire pane al pane e vino al vino

Dire pane al pane e vino al vino (ep. 1131) – (scarica audio)

Trascrizione

L’espressione “dire pane al pane e vino al vino” significa parlare in modo chiaro, diretto e senza giri di parole, chiamando le cose per quello che sono, senza mezzi termini o ipocrisie.

In altre parole, si tratta di essere schietti e onesti, dicendo le cose come stanno, senza cercare di abbellirle o edulcorarle.

Avrete capito che si possono usare tante modalità diverse per esprimere questo concetto di chiarezza e schiettezza. Mi viene in mente parlare “senza peli sulla lingua” ad esempio.

Le espressioni “senza peli sulla lingua” e “pane al pane e vino al vino” hanno significati abbastanza simili, ma direi che c’è una piccola differenza.
Entrambe le espressioni indicano sincerità, ma “senza peli sulla lingua” ha una connotazione di schiettezza più cruda, mentre “pane al pane e vino al vino” enfatizza la chiarezza e l’onestà, ma con un tono meno tagliente.

La frase “pane al pane e vino al vino” sembra apparentemente senza senso. Perché mai dovrebbe indicare chiarezza?

Il pane e il vino sono elementi comuni e basilari della vita quotidiana, soprattutto nelle culture mediterranee, dove rappresentano cibo e una delle bevande essenziali e riconoscibili.

Dire “pane al pane e vino al vino” suggerisce quindi di attribuire alle cose i loro nomi propri, senza complicarle o far finta che siano altro.

In senso figurato se si vuole essere chiari, bisogna chiamare il pane esattamente così: pane. E lo stesso vale per il vino. Se dico “vino” intendo proprio il vino e nient’altro. Per comprendere il motivo dell’uso della preposizione “al”, pensate di parlare direttamente al pane e al vino come se fossero persone.

Cosa dovete dire al pane?

Risposta: Dovete dire pane al pane.

È cosa dovete dire al vino?

Risposta: dovete dire vino al vino.

Cosa dovete dire al pane e al vino?

Risposta: dovete dire pane al pane e vino al vino.

Dunque l’espressione è una metafora per la chiarezza e la trasparenza: se chiami il pane “pane” e il vino “vino”, stai usando termini immediati e comprensibili, senza bisogno di abbellimenti o distorsioni. Questa è l’immagine per rappresentare schiettezza e onestà.

È chiaramente un’espressione informale usata spesso per definire delle persone specifiche, indicando quindi il loro carattere schietto e sincero. Es:

Giovanni è uno che dice pane al pane e vino al vino.

Si può usare anche per situazioni specifiche che richiedono sincerità e chiarezza. Es:

Dimmi tutto pane al pane e vino al vino, senza remore.

Adesso ripassiamo. Parliamo di schiettezza.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marceloMarcelo: parlare di schiettezza? Prendo spunto dalle tue parole e ti dico che apprezzo molto la semplicità e la sincerità!
È una caratteristica che ammiro negli altri e della quale mi pregio.
Mi sento fortunato ad avere persone che sono come un libro aperto e di poter contare su di loro.
Averne di più di queste persone sarebbe un vero regalo, e per festeggiarlo propongo di bere un calice di un buon vino! Alla salute!

ULRIKEUlrike: Conoscete quelli, che non appena ti beccano, ti attaccano il pippone, parlando senza tregua e con tanto di schiettezza delle loro cose e del loro modo di vedere il mondo? Iniziano perlopiù con con una domanda innocua, tipo “cosa ci fai da queste parti?” per poi, senza aspettare una risposta, continuare con una pappardella bell’e buona. Vabbè, pazienza.

Estelle: Cari amici, devo confessarvi una cosa con la massima schiettezza. Per il nostro anniversario di matrimonio, abbiamo deciso che ci concederemo un piccolo lusso: assaporare un delizioso astice che accompagneremo con un ottimo vino. È un’occasione speciale e credo che meritiamo di festeggiare come si deve, senza riserve. Che ne dite? Sono sicura che sarà una serata indimenticabile, da incorniciare.

Al millimetro, al grammo, al secondo

Al millimetro, al grammo, al secondo (ep. 1130) – (scarica audio)

Al millimetro, al grammo, al secondo

Trascrizione

Oggi voglio spiegarvi un modo particolare e molto usato da tutti gli italiani per indicare un alto livello di precisione. Locuzioni come “al millimetro”, “al grammo”, “al centimetro”, e “al secondo“, ad esempio, sono usate proprio a questo scopo. E’ un modo per descrivere un alto livello di precisione o accuratezza. Vediamo qualche esempio

La mia architetta è molto precisa. Lei prende le misure con grande accuratezza e ha preparato il progetto al millimetro.

Significa che il progetto è stato fatto con grande cura e precisione; una precisione estrema, in cui ogni piccolo dettaglio è considerato. In questo caso ci si riferisce alle misurazioni che si fanno in un appartamento.

Un cuoco degno di questo nome, quando prepara un dolce, dosa gli ingredienti al grammo.

In questo caso ci si riferisce a una precisione molto elevata riguardo al peso degli ingredienti, alle quantità, alle dosi da usare: 100 grammi di farina devono essere 100 grammi e non 110 e neanche 101. La precisione deve essere al grammo, quindi un grammo in più o uno in meno fa differenza. Questa ovviamente può essere anche un’esagerazione, ma la locuzione si usa per indicare una precisione notevole.

Similmente alla precisione al millimetro, si può usare anche la precisione al centimetro. La precisione dipende dall’attività di cui si parla. Una precisione al centimetro può indicare comunque una precisione accurata.

Es:

Quando parcheggio nel mio garage, devo essere preciso al centimetro perché lo spazio è proprio risicato e potrei colpire il muro o altre automobili.

In questo caso non c’è bisogno di arrivare al millimetro per indicare una precisione particolarmente elevata.

Posso parlare anche di tempo. In questo caso il secondo può essere una unità abbastanza piccola per il nostro scopo di indicare una precisione elevata.

I treni in Italia arrivano puntualissimi. Rispettano l’orario al secondo.

Se fosse vero, sarebbe bello. Purtroppo non è così, ma l’Italia fortunatamente ha altri lati positivi 🙂

Comunque sia quando il treno rispetta l’orario al secondo significa che è arrivato esattamente all’orario previsto, senza ritardo, anche il più piccolo.

Chiaramente non ha senso se dico “al metro” o “all’ora” o “al chilogrammo”; quantomeno non ha questo senso! Sono unità non così piccole per il nostro scopo. Potrebbe aver senso in casi estremi. Potrei dire ad esempio che è stato inventato un nuovo razzo che colpisce un obiettivo distante 10.000 km con una precisione “al metro”. In questo caso anche un metro può essere abbastanza poco per simboleggiare una precisione elevata.

Ricordate poi che “al secolo” ha tutto un altro significato!

Esistono chiaramente altre modalità per esprimere precisione. Le vediamo in altri episodi. Per oggi può bastare così. Anche a me piace rispettare o quantomeno avvicinarmi alla durata degli episodi di questa rubrica, che si chiama “2 minuti con Italiano Semplicemente“, anche se una precisione “al secondo” non sono mai riuscito a raggiungerla!

Adesso ripassiamo:

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Ripasso da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Ieri mi sono imbattuto in un vecchio amico che non vedevo da tempo! Non da illo tempore ma comunque da parecchio.

Lejla: Bello rivedere vecchi amici, soprattutto se sono persone che si apprezzano!

Vasken: Abbiamo preso un caffè al bar e lui non smetteva di parlare di soldi, come per dimostrare che ne aveva un bel po’, e che il suo stipendio era molto cospicuo!

Julien: Quindi hai incontrato un vero spaccone! Io preferisco persone più discrete e riservate!

Karin: Anch’io preferisco discrezione e riservatezza, ma anche precisione!

Marcelo: Avrebbe almeno dovuto dirti esattamente quanto guadagna, non dico con una precisione all’euro, ma giù di lì. Così ora potremmo discutere su quanto sia davvero tanto per lui!

È tutto un programma

È tutto un programma (ep. 1129) – (scarica audio)

Trascrizione

Avete mai incontrato l’espressione “è tutto un programma“?

È usata per descrivere situazioni o comportamenti senza bisogno di aggiungere altre parole, perché si immagina già tutto.

Spesso si usa quando si vede qualcosa. Basta guardarla e si capiscono tante cose.

Si usa sempre per fare ironia ed è chiaramente un’espressione informale. Normalmente non si tratta di apprezzamenti positivi. Piuttosto invece è una battuta ironica che evidenzia un difetto o fa ridere per qualche motivo.

Es:

Non appena ho detto a Giovanni che ero sposata, lui ha fatto una faccia che è tutto un programma.

In questo caso, l’espressione “è tutto un programma” indica che la faccia di Giovanni ha comunicato molto più delle sue parole, anche qualora avesse detto qualcosa.

Probabilmente, la sua reazione è stata così evidente o significativa da esprimere chiaramente i suoi sentimenti o pensieri senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

L’espressione potrebbe suggerire anche sorpresa, delusione, imbarazzo o un’altra emozione che è facile leggere sul volto, rendendo la situazione immediatamente comprensibile solo guardando l’espressione del viso, senza bisogno di spiegazioni verbali.

Vediamo altri esempi:

Gli ho chiesto cosa ne pensasse della mia nuova casa, e mi ha risposto con un sorriso che è tutto un programma.

Il sorriso esprime più di quanto le parole potrebbero dire, comunicando magari scetticismo o ironia.

Certo, qualcuno potrebbe rispondere: in che senso era tutto un programma?

Allora, in questo caso, si possono dare spiegazioni ulteriori, svelando ciò che poteva sembrare scontato alla persona che ha usato questa espressione.

Se state parlando di un libro che ha un titolo particolare, che lascia chiaramente immaginare il suo contenuto, se volete fare ironia potete tranquillamente dire:

Quel titolo è tutto un programma

Lo stesso si potrebbe dire del nome di un qualunque prodotto, oggetto o altro, che sia rivelatore di qualcosa. Ad esempio:

Ho scoperto un vino buonissimo con un nome che è tutto un programma. Si chiama “viva L’Italia”.

Evidentemente è un vino prodotto in Italia, o c’è qualche curiosità comunque interessante da scoprire.

Vale la pena di sottolineare la differenza tra l’espressione “è tutto dire“, che vi ho già spiegato, e “è tutto un programma”.

Sono abbastanza simili, ma “è tutto dire” si usa quasi sempre nella forma “il che è tutto dire”, che sottolinea che ciò che è stato detto dice già tutto, suggerendo che si capiscono già solo da ciò che ho detto, una serie di cose, semplicemente usando la logica.

Invece “è tutto un programma” non riguarda solo cose che si dicono, ma spessissimo qualcosa che si vede, ed esprime quasi sempre qualcosa di ironico.
Quindi non si usa una frase tipo questa:
Ha fatto una battuta che è tutto dire.

E neanche:
La sua faccia è tutto dire.

Analogamente, non si usa dire:
Giovanni ha 35 anni e non ha mai avuto una Fidanzata, il che è tutto un programma .

Adesso ripassiamo

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Ripasso da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Ieri sera mia moglie mi ha proposto di dipingere le pareti delle camere da letto, dal momento che è arrivata la primavera. Per tutta risposta ho fatto uno sguardo che era tutto un programma!

Anne Marie: rapidamente, con tono accondiscendente, le ho chiesto: di che colore?

Vasken: Il colpo di grazia è arrivato quando, in più, mi ha chiesto di dipingere anche armadio, finestre e porte. A quel punto la misura era colma!

Rauno: Con prontezza di riflessi ho replicato: Certo, ma aspettiamo nostro figlio, lui ci aiuterà! Stanne certa!

Julien: Ho combinato un bel pasticcio a tirare in ballo mio figlio. Una ramanzina da parte sua non me la toglie nessuno! Pazienza!

Starne certi

Starne certi (ep. 1128) – scarica audio

Trascrizione

Oggi ci occupiamo di “starne certi”.

“Stanne certo” è un’espressione che significa “puoi esserne sicuro” o, a seconda dell’occasione, anche qualcosa di simile a “fidati”.

Può essere usata per rassicurare qualcuno su qualcosa o per ostentare sicurezza, per dimostrare sicurezza.

Ad esempio, se una persona ti dice “stanne certo, verrò alla festa”, sta dicendo che puoi essere sicuro che parteciperà alla festa.

Ci si può rivolgere anche a più persone. In questo caso è “statene certi”, che sta per “potete starne certi”, “potete esserne certi”.

Quando invece mi rivolgo a una persona e le do del tu, posso dire “stanne certo”. Vediamo parola per parola.

“Starne” contiene il verbo “stare”. La parola “starne” non è il plurale di starna, che è un uccello (la starna, le starne).

Il verbo stare si usa spesso anche in altre esclamazioni:

Stai tranquillo

Stai calmo

Stai sereno

Oppure, mantenendo anche la particella “ne”:

Stanne alla larga

Stanne fuori

“Ne” è una particella pronominale che significa “di ciò” o “di questo” e si riferisce a qualcosa detto prima o implicito.

“Stanne certo” infatti può diventare “stai certo di questo,” “puoi star certo di ciò”.

Colloquialmente si usa anche “sta’ certo di questo” parlando con una sola persona:

Sta’ certo che ciò che dico è vero

Notate che se si dà del lei, “stanne certo” diventa “ne stia certo”, o “stia certo di questo”. Non esiste la versione formale di “stanne” in una sola parola.

Questo accade anche con altri verbi:

Fanne, ne faccia (delle mie parole fanne buon uso)

Dinne, ne dica (quante parolacce devo dire? Risposta: Dinne tre)

Parlane, ne parli (di me parlane bene con tutti)

Tienine, ne tenga (delle mie parole tienine conto e cerca di farne tesoro)

eccetera.

“Certo” è infine un aggettivo simile “sicuro”, “convinto”.

Quindi “stanne certo” si traduce letteralmente in: “stai certo di ciò” o “puoi essere sicuro di questo”.

Concludo l’episodio con qualche esempio:

Non ti deluderò, stanne certo.

Se segui questo percorso, stai certo che otterrai grandi risultati.

Non importa quanto ci vorrà, ma puoi star certo che raggiungerò il mio obiettivo.

Faremo tutto il possibile per aiutarvi, statene certi.

La situazione cambierà presto, statene certi.

Ci saranno delle difficoltà, ma supereremo ogni ostacolo, statene certi.

Adesso ripassiamo gli episodi precedenti. Così non li dimenticherete. Statene certi!

– – –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Angela: Grazie Gianni. Che bell’episodio, fa molto italiano. Facciamo pratica con un ammonimento serio.

Anthony: ditemi amici, quante parolacce posso dire.

Hartmut: Che vuoi che ti diciamo, non dirne nessuna sarebbe meglio!

Anthony: ma che cacchio dite? Non posso farne a meno!

Marcelo: hai capito bene Anto’, stanne alla larga dalle parolacce, sempre! Tienine conto e datti una regolata. Sennò, saremo presto insofferenti a te. E manco poco! Stanne certo !

La montatura

La montatura (ep. 1127) (scarica audio)

Trascrizione

Tu che stai ascoltando o leggendo questo episodio, indossi gli occhiali?

Se indossi gli occhiali, allora quasi certamente i tuoi occhiali hanno, oltre alle lenti, anche una montatura.

La montatura degli occhiali è la struttura che sostiene le lenti. Le “lenti” chiaramente servono per vedere.

La montatura ha una funzione pratica, ma anche estetica, poiché influenza l’aspetto e lo stile di chi la indossa. Può essere realizzata in vari materiali, come metallo, plastica o legno.

Ci sono comunque anche occhiali senza montatura. Si chiamano occhiali con montatura a giorno.

Comunque sia, il termine “montatura” indica anche qualcos’altro.

Innanzitutto non si deve confondere la montatura con il montaggio. Quest’ultimo è un termine tecnico, usato principalmente nel cinema, televisione e audio, che si riferisce all’assemblaggio delle varie parti di un film, programma o registrazione, per creare il prodotto finale.

Consiste nel mettere insieme scene, suoni o immagini in modo coerente e narrativo. Poi posso anche occuparmi personalmente del montaggio di un mobile Ikea… In questo contesto, montaggio si riferisce all’assemblaggio fisico di parti, come nel caso di un mobile Ikea.

Significa mettere insieme i vari componenti seguendo le istruzioni. Quindi, oltre al montaggio audiovisivo, il termine si applica anche a operazioni pratiche come montare mobili o oggetti meccanici.

Ma torniamo alla montatura. Oltre a quello legato agli occhiali, una montatura può essere anche un “inganno” o una “messa in scena” o una falsificazione, spesso elaborata per far credere qualcosa che non è vero.

La “messa in scena” è una modalità comunemente usata nel contesto teatrale, cinematografico e televisivo per riferirsi all’insieme degli elementi visivi e tecnici che danno vita a una rappresentazione. Include la disposizione degli attori, l’ambientazione, le luci, i costumi, le scenografie e la regia. Con la messa in scena si rappresenta qualcosa ed è costruita per creare un certo effetto o atmosfera.

La stessa espressione la possiamo usare come sinonimo di “montatura“.

Ad esempio, si potrebbe dire che una notizia falsa è una “montatura” se è stata creata ad arte per ingannare le persone. Potremmo ugualmente dire che è una “messa in scena“.

Si tratta di qualcosa di elaborato, di pensato, di una storia che qualcuno ha montato per l’occasione, con l’obiettivo di far credere qualcosa, quando la verità è un’altra.

In generale, “montatura” in questo senso ha ovviamente una connotazione negativa, legata alla manipolazione della verità o alla costruzione di una realtà fittizia. C’è sempre malafede in questi casi.

Possiamo usare anche un’altra modalità meno informale: una montatura o una messa in scena è una realtà o un’operazione “costruita ad arte” per ingannare o trarre in inganno. Costruire ad arte è interessante, perché significa creare o organizzare qualcosa con grande abilità, attenzione e cura, spesso con l’intento di ottenere un risultato specifico. L’espressione può avere una connotazione sia positiva che negativa, a seconda del contesto: positivo quando si riferisce a un’opera ben fatta, creata con maestria o professionalità (ad esempio, un progetto ben eseguito o una soluzione ingegnosa). Negativo quando implica che qualcosa è stato orchestrato in modo elaborato e artificioso per ingannare o manipolare (ad esempio, “una trappola costruita ad arte”).

In entrambi i casi, l’accento è sulla precisione e sull’intenzionalità del processo di costruzione. Ho citato anche il verbo “orchestrare”. E’ chiaramente un’immagine figurata. Così come fa un direttore d’orchestra, ma con l’intento di trarre in inganno o di nascondere la verità.

Tornando alla montatura, tra gli ambiti in cui si usa comunemente il termine c’è indubbiamente il giornalismo. Si sente spesso parlare di “montatura mediatica” quando un evento o una notizia viene ingigantito o distorto dai media (TV, internet, radio, giornali) per attirare attenzione, spesso per creare scandalo o manipolare l’opinione pubblica. Spesso si sentono commenti come:

Non è vero niente, è tutta una montatura!

Chiaramente si usa molto spesso parlando di politica, per riferirsi alla creazione di false accuse o scandali per screditare un avversario, alterando deliberatamente i fatti per influenzare il consenso o l’immagine pubblica.

Si allude a un complotto o a false prove costruite per incastrare qualcuno, ad esempio in processi o indagini.
Nel linguaggio comune, si può usare il termine “montatura” per indicare una situazione personale o sociale in cui qualcuno crea una falsa apparenza o costruisce un inganno a danno di altri, come nel caso di pettegolezzi o storie un po’ esagerate.

Concludo con una serie di alternative da usare al posto di “montatura”, oltre a quelle già viste: truffa, falsificazione, manipolazione, bluff, frode e raggiro.

Ci sono chiaramente alcune sfumature di differenza. Un raggiro ad esempio è un inganno più personale e spesso per ottenere piccoli vantaggi, sfruttando la buona fede di qualcuno. Se poi la questione è meramente economica, si tende ad usare la truffa e la frode. La manipolazione invece si riferisce più ad una forma di controllo o influenza subdola su persone o fatti per ottenere un risultato desiderato. Infine la falsificazione si preferisce usare quando si tratta di alterazione di un oggetto, spesso di un documento o per farlo apparire autentico.

E’ tutto per oggi, Oggi, Aspetto il ripasso del giorno da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Ripasso in preparazione

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Marcelo: Sapete che l’ultima volta che ho comprato degli occhiali, mi hanno fatto spendere troppo. Speravo in una modica cifra, ma anche “eccessiva” a me sembra un eufemismo. Poi, dulcis in fundo, mi accorgo che la montatura faceva acqua da tutte le parti! Gliel’ho riportata con tanto di faccia arrabbiata!

Julien: Un bis di fregature allora! Anche a me è accaduto comunque. Prima occhiali costosi che non ti dico, e poi mi hanno rifilato una montatura che non mi stava nemmeno aderente al viso.

Anne Marie: Neanche io scherzo! Ho comprato una montatura da un ottico che giurava e spergiurava fosse di marca. Poi mi accorgo che era solo una pallida imitazione. Stendiamo un velo pietoso su questa storia…

Ulrike: da parte mia mi è rimasta sul groppone una ingente spesa comprando occhiali online. Erano perfetti in teoria, ma la nota dolente è che non mi è mai arrivato niente! E dire che mi avevano avvertito e invece ci sono ricascato. Tanto tuonò che piovve, tanto per cambiare!

Khaled: Io, stando da sempre in fissa per gli occhiali di vari colori, mi sono fatto una scorpacciata di montature economiche su un sito sconosciuto. Era l’unico sito ma ho voluto rischiare, anche a costo di prendere una fregatura. Apparentemente andò tutto a meraviglia, ma quando sono arrivate, le montature erano talmente leggere che sembravano pronte a frantumarsi al primo utilizzo!

montatura occhiali

L’involuzione

Involuzione (ep. 1126) – scarica audio

Trascrizione

Immaginate di aver costruito un castello di sabbia molto bello sulla spiaggia.

All’inizio, è grande e forte, ma poi comincia a piovere e le onde arrivano più vicine. Pian piano, il castello si rovina, si scioglie e torna a essere solo sabbia, un po’ come se stesse “regredendo” o tornando indietro.

L’involuzione è un po’ così: è quando qualcosa, invece di migliorare o crescere, comincia a tornare indietro o peggiorare. Somiglia molto al termine “peggioramento“, ma aggiunge il senso di “tornare indietro”.

Per esempio, se uno studente inizia la scuola prendendo bassi voti e poi lentamente migliora, ma ad un certo punto i voti iniziano a peggiorare possiamo dire che questo studente si è involuto.

Notate che mentre il termine “involuzione” si usa abbastanza di frequente, non si usa per niente coniugare nelle diverse forme.

Alcune volte, come nell’esempio dello studente si usa “involversi“. Un secondo esempio:

Il percorso intrapreso per migliorare il mio italiano si è involuto per cui dovrò cambiare metodo di studio.

Credo che la tv pubblica italiana si sia involuta. Mi auguro torni a fare servizio pubblico.

Più spesso troviamo frasi di questo tipo:

Il percorso intrapreso per migliorare il mio italiano ha subito un’involuzione per cui dovrò cambiare metodo di studio.

Questo accade molto più spesso invece, con evolvere, che esprime il concetto opposto di involvere.

Dunque, sebbene esista il verbo involvere, nella pratica si usa pochissimo e men che meno si usano: Io involvo, tu involvi, eccetera. Per le altre forme al passato e futuro vale lo stesso discorso.

Un altro esempio potrebbe essere una città che, invece di diventare più moderna e sviluppata, comincia a cadere in rovina, con le case che si rompono e le persone che se ne vanno. Anche in questo caso, si potrebbe parlare di involuzione.

Termini simili a “involuzione” sono “regressione” o “declino“. Potete usare questi termini ogniqualvolta volete parlare di qualcosa che va indietro o peggiora, invece di migliorare.

Regressione” si usa quando qualcosa torna a uno stato più semplice o meno sviluppato, come quando una persona che ha imparato a leggere e scrivere comincia a dimenticare come si fa.

Declino” si usa quando qualcosa perde qualità o importanza nel tempo, come una squadra di calcio che comincia a perdere tutte le partite dopo essere stata molto forte.

Quindi, se si parla di una cosa che peggiora o torna indietro, “involuzione” può essere la parola giusta da usare. Perché ho detto “può essere” è non “è”?

“Involuzione” è preferito rispetto a “regressione” o “declino” in contesti specifici.

In biologia e medicina l’involuzione si riferisce a un processo naturale in cui un organo o un tessuto diminuisce di dimensioni o torna a uno stato precedente. Ad esempio, l’involuzione dell’utero dopo il parto o l’involuzione di una ghiandola.

In psicologia e psicanalisi l’involuzione può essere usata per descrivere un processo in cui un individuo ritorna a fasi precedenti dello sviluppo psicologico, magari in risposta a traumi o stress, senza necessariamente implicare un giudizio negativo.

Ma soprattutto si usa in sociologia e politica. In un contesto sociologico o politico, “involuzione” può descrivere un processo in cui una società, un’istituzione o un sistema ritorna a una forma meno avanzata o più primitiva, spesso in risposta a crisi interne o esterne. Ad esempio, si può parlare di involuzione democratica per descrivere un processo in cui un sistema democratico perde le sue caratteristiche essenziali.

Ma anche parlando del nostro personale rapporto di coppia possiamo dire che le cose non vanno più bene come sembrava. C’è stata cioè un’involuzione nel rapporto. Siamo tornati indietro. Siamo peggiorati.

Anche nella letteratura e nella filosofia, il termine può essere usato in modo più figurato per indicare un ritorno a uno stato precedente o una chiusura su se stessi, con una connotazione di ripiegamento o di perdita di apertura verso il nuovo.

In sintesi, “involuzione” è utilizzato quando si vuole enfatizzare un ritorno a una condizione precedente peggiore, mentre “regressione” e “declino” tendono a essere usati più genericamente per indicare un deterioramento o una decadenza.

Ora ripassiamo perché questo è l’unico modo per non avere un’involuzione nel vostro processo di apprendimento della lingua italiana.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Oggi, non appena apro la prima pagina del giornale, la prima cosa che balza agli occhi sono le guerre e i confronti tra politici.

Julien: vedere i leader del paese che non prendono una posizione ferma di fronte a comportamenti che mostrano una chiara deriva autoritaria mi fa impazzire!

Anne Marie: credo che ci sia una netta involuzione della situazione internazionale. Mi fa pensare di essere tornati in una situazione di pre-guerra. Dio ce ne scampi e liberi, per carità!

Ulrike: infatti. Basta ascoltare le alte sfere della politica mondiale: i prossimi candidati alla presidenza negli Stati Uniti e la tiepida posizione dell’Unione Europea. Pare che nessuno voglia prendere l’iniziativa nel tentativo di trovare una soluzione consona per tutti i partecipanti nei conflitti in corso.

Rauno: Sì, sono del tuo stesso avviso! E sai come vanno le cose: una cosa tira l’altra, e all’improvviso ci troveremo in un conflitto che avremmo potuto evitare se avessimo preso il toro per le corna al momento giusto.

Nara: Vabbè, preghiamo perché tutto vada per il verso giusto, se Dio vuole!

L’accortezza e l’attenzione

L’accortezza e l’attenzione

DURATA MP3: 12 min. circa

Descrizione: Oggi parliamo di due modalità diverse per utilizzare il concetto di accortezza. Inoltre vediamo anche qualche sfumatura di differenza rispetto al più semplice concetto di attenzione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Fare testo e non fare testo

Fare testo e non fare testo (ep. 1124) (scarica audio)

Trascrizione

non fare testo

Scommetto che l’espressione “non fare testo” non l’avete mai usata!

E allora ve la spiego io!

E’ un’espressione molto usata e significa che qualcosa non può essere presa come esempio valido o rappresentativo in una determinata situazione. In altre parole, il caso in questione è considerato un’eccezione, non una regola, e non si dovrebbe usarlo per trarre conclusioni generali.

Ad esempio:

Dicono che l’università a Roma sia molto difficile, ma Marco ha fatto 9 esami il primo anno.

Risposta:

Ok, ma Marco non fa testo.

Significa che il rendimento di Marco non è significativo o non rappresenta la norma.

In qualche modo Marco non rientra nella categoria dello studente medio. Chiaramente è un complimento in questo caso per Marco.

Un secondo esempio:

La squadra quest’anno gioca malissimo. Lo so, abbiamo vinto l’ultima partita ma quella partita non fa testo, la squadra avversaria era priva di tutti i suoi giocatori migliori.

Qui si afferma che il risultato di quella partita non è significativo, poiché la squadra avversaria non era nelle sue condizioni normali. Non si può prendere ad esempio l’ultima partita per capire se la squadra gioca bene o male.

Ultimo esempio. Parliamo di un film che non ci è piaciuto, ma nonostante questo ha venduto un discreto numero di biglietti. Posso dire:

Il successo di quel film non fa testo, perché è uscito durante le vacanze natalizie quando il pubblico è molto più numeroso.

In questo caso, si dice che il successo del film non è indicativo del suo valore intrinseco, ma è dovuto a una circostanza particolare (le vacanze natalizie).

Il termine “testo” indica qualcosa che può essere preso come modello o base per confronti e analisi.

È come se parlassimo di un testo scritto. In pratica, questa cosa o questa persona che “non fa testo” non è considerato un “testo” valido da cui trarre regole, esempi o conclusioni è non può essere usato neanche come base di confronto o come standard per giudicare altre situazioni.

Quanto alle alternative, se dico ad esempio che una cosa non fa testo, potrei dire, con senso analogo:

Questa cosa non è indicativa

Questa cosa non è rappresentativa

Questa cosa non è significativa

La più adatta dipende del contesto.

Devo dirvi anche che questa espressione si usa molto più spesso con la negazione. Può capitare comunque di trovare qualcosa che “faccia testo.”

Quindi, mentre “non fare testo” indica una situazione eccezionale o non rappresentativa, “fare testo” si riferisce a un esempio autorevole o un modello di riferimento accettato.

Come risposta a qualcuno che ha detto che qualcosa non fa testo, posso dire ad esempio:

Fa testo eccome!

Oppure:

La sua è una opinione che fa testo fino ad un certo punto

Che è un altro modo per dire che qualcosa non fa testo!

Quindi posso usare fare testo per dire che qualcosa è rappresentativo, ma più che altro, “fare testo”, senza negazione, si usa nel senso di dare valore a qualcosa.

Es:

Non leggere quei libri di religione che non si sa da dove vengono e chi li ha scritti. Leggi solamente il vangelo, che è l’unico libro che fa testo, poiché è la Parola di Dio.

Oppure, se acquistiamo qualcosa, è lo scontrino o la fattura che fa testo.

Significa che la fattura è valida come riferimento o prova dell’acquisto e del pagamento In altre parole, ciò che “fa testo” è ciò che conta e ha valore, spesso, un valore legale o formale.

Oppure, nello sport:

Nella decisione su un fallo, è il regolamento ufficiale del campionato che fa testo.

Quindi in una discussione su una regola o una decisione arbitrale, il regolamento ufficiale del campionato è l’unica fonte autorevole.

Chiaramente posso usare “non fare testo” semplicemente come negazione di “fare testo“, e allora in questo caso “non fare testo” si avvicina molto a “non serve a nulla”, “non significa nulla”. È una negazione dell’importanza o dell’autorità di un documento o di una dichiarazione.

Es:

Il verbale scritto a mano durante la riunione non fa testo rispetto al verbale ufficiale redatto dal segretario.

Significa che il verbale scritto a mano non ha lo stesso valore dell’ufficiale redatto dal segretario.

Oppure, se hai acquistato un prodotto ma non hai lo scontrino o la fattura ma solo un foglio scritto a mano, si può dire:

Questo foglio non fa testo in caso di rimborso.

Significa che il promemoria scritto a mano non ha valore ufficiale o non può essere usato come prova per il rimborso.

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Angela: Accidenti a voi! Giovanni ha chiesto un ripasso e nessuno gli sta dando ascolto!! Vogliamo che continui a predicare nel deserto? Io vi odio!

Anne Marie: Cosa? Ti invito a non trascendere! Che maniere! Che sarà mai, per un ripasso!

Nara: Pare anche a me che si sia passato il segno stavolta!!

Julien: Questo comportamento mi sembra abbastanza emblematico e secondo me riflette un problema personale.

Estelle: modi a parte, Angela ha ragione e il suo tono è da biasimare, ma magari si è solo fatto prendere un po’ la mano.

Dare da pensare

Dare da pensare (ep. 1123) – scarica audio

Trascrizione

Trovo interessante fare un approfondimento su alcune espressioni comuni nella lingua italiana, che condividono la struttura “dare + da + verbo all’infinito”, dove l’azione espressa dal verbo provoca un effetto su chi la riceve.

In particolare vorrei soffermarmi su: dare da pensare, una espressione informale di uso comune.

“Dare da pensare” significa suscitare riflessione o preoccupazione in qualcuno. In questo caso è questo l’effetto provocato.

Quando qualcosa o qualcuno “dà da pensare”, induce una persona a riflettere, a porsi delle domande, a considerare un problema o una situazione con maggiore attenzione.

Ad esempio, se una persona nota un comportamento strano in un amico, potrebbe dire che quel comportamento “gli dà da pensare”, nel senso che lo spinge a riflettere sul motivo o sulle possibili cause di quel comportamento. Il primo dà è con l’accento (verbo dare) mentre il secondo è la preposizione da, quindi senza accento.

Il verbo dare si usa, in questa locuzione, in modo figurato, non in senso materiale. La stessa cosa accade, ad esempio, con “dare preoccupazioni“.

Con “dare da pensare” spesso c’è del sospetto, ma può anche esserci preoccupazione. In alcuni casi la linea tra le due sensazioni è sottile, poiché entrambe portano a riflettere più a fondo su una situazione.

Un certo comportamento o situazione fa sorgere dubbi o sospetti, inducendo a riflettere su possibili cause nascoste o intenzioni poco chiare.

Ad esempio, “Il suo comportamento evasivo mi dà da pensare” suggerisce che potrebbe esserci qualcosa di sospetto dietro quel comportamento.

In altri contesti, “dare da pensare” può indicare preoccupazione o anche inquietudine. Ad esempio, “Questi sintomi insoliti mi danno da pensare”: significa che la persona è preoccupata e riflette su cosa potrebbero significare quei sintomi.

Altri modi alternativi per esprimere lo stesso concetto sono:

Far pensare“, che probabilmente è quella più usata. Se usiamo questa forma spesso c’è un “che” a seguire.

Es

La tua faccia mi fa pensare che tu sia arrabbiato

Normalmente invece, se usiamo “dare da pensare”, la frase finisce lì.

Oppure, a seconda dell’occasione:

Far riflettere.

Sollevare dubbi.

Destare preoccupazioni.

Indurre a riflettere.

Stimolare la riflessione.

Suscitare interrogativi.

Spingere a pensare.

Ognuna di queste modalità può essere usata a seconda del contesto per trasmettere l’idea di un concetto o di un fatto che induce a pensare più profondamente.

Ad ogni modo, “dare da pensare” non è l’unico esempio della costruzione “dare da” seguita da un verbo all’infinito.

“Dare da fare” ad esempio, significa impegnare qualcuno in un’attività o in un lavoro, spesso in modo intenso. Ad esempio, “Questo progetto mi dà molto da fare” significa che il progetto richiede molto impegno e lavoro.

Molto più usato è “dare da mangiare/bere” che utilizza il verbo dare in modo più materiale, ma si può usare anche in senso più ampio.

Innanzitutto infatti si può usare quando si offre cibo o bevande a qualcuno. Ad esempio, “Devo dare da mangiare al cane” significa che bisogna nutrire il cane.

In senso più ampio posso dire che: “il mio lavoro dà da mangiare a tutta la mia famiglia”.

Per “dare da lavorare” vale un discorso simile a “dare da fare”:

Il mio capo mi ha dato da lavorare fino a tardi

L’industria tessile ha dato da lavorare a 100 operai.

Non si usa molto ma anche “dare da dire” è un altro esempio.

Informalmente significa suscitare critiche o pettegolezzi. Ad esempio, “Quel vestito stravagante dà da dire alla gente” significa che quel vestito fa parlare le persone, spesso in modo critico.

Adesso ripassiamo. Vi do un po’ da fare.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Il conflitto tra Russia e Ucraina ha preso una piega che non mi piace.

Cristophe: infatti! Sulle prime si pensava che il conflitto finisse presto.

Julien: ora però, riflettendo sull’evolversi della situazione, dà molto da pensare e darà da fare ai leader europei e americani per come evitare che il conflitto degeneri in una contesa globale.

Ulrike: Ricordando le parole del poeta Omero, “lieve è l’oprar se in molti è condiviso”. I leader mondiali dovrebbero cooperare per trovare una soluzione pacifica, altrimenti ognuno dovrà fare il proprio mea colpa!

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Visto e considerato

Visto e considerato (ep. 1122) (scarica audio)

Trascrizione

I termini “visto” e “considerato” possiamo molto spesso utilizzarli l’uno al posto dell’altro.

Posso ad esempio dire:

Visto che sono a Roma, vado a trovare Giovanni

Ma anche:

Considerato che sono a Roma, vado a trovare Giovanni

Usando “visto” la frase appare un pochino più colloquiale.

Come sappiamo, “visto” è il participio passato del verbo “vedere”.

Chiaramente il verbo vedere si usa per indicare che qualcosa è stato percepito visivamente, cioè visto, ma in senso figurato, come nel nostro caso, significa che qualcosa è stato compreso o notato e in base a questo si prende una decisione o si desume una conseguenza.

Ad esempio:

Visto il tuo comportamento, non posso fidarmi di te.

“Considerato” invece è il participio passato del verbo “considerare”. Indica che qualcosa è stato valutato, preso in esame o ponderato. Molto simile a “visto”.

Ad esempio:

Ho considerato tutte le opzioni prima di decidere.

Ma a noi interessa di più il seguente esempio:

Considerato il contesto, la tua reazione è comprensibile.

Un uso particolare dei due termini riguarda poi alcune tipologie di testo.

All’interno di un decreto legge, una circolare amministrativa o altri documenti ufficiali, i termini “visto” e “considerato” hanno significati specifici e distinti, utilizzati in diverse sezioni del documento per scopi diversi.

Visto” è utilizzato per richiamare normative, disposizioni legali, decreti precedenti, o altri documenti che sono rilevanti per la materia trattata nel decreto o nella circolare.

Di solito, la sezione “Visto” appare all’inizio del documento, prima di entrare nel merito delle disposizioni specifiche.

Es

Visto l’articolo 32 della Costituzione…

Visto il Decreto Legislativo n. 165/2001…

In pratica, si fa riferimento a norme o atti già esistenti che costituiscono la base giuridica per il nuovo provvedimento.

Considerato” viene utilizzato invece per introdurre le motivazioni, le circostanze o le valutazioni che giustificano l’adozione del provvedimento. È una sorta di premessa che spiega il contesto e le ragioni per cui si rende necessaria l’emanazione del documento.

Es.

Considerato che è necessario garantire la tutela della salute pubblica…

Considerato che le attuali circostanze richiedono un intervento urgente…

Serve quindi a esporre le ragioni o gli obiettivi che giustificano il provvedimento.

Usciamo dal contesto normativo e torniamo alla vita quotidiana.

Esiste un’espressione in cui sono presenti entrambi i termini.

L’espressione è “visto e considerato”.

Questa frase viene spesso utilizzata per introdurre una conclusione o una sintesi dopo aver esaminato i fatti o le circostanze. Ad esempio:

Visto e considerato tutto quello che è successo, penso che dovremmo cambiare strategia.

In frasi come questa, potrei usare anche solamente uno dei due termini e il senso sarebbe lo stesso. Non si tratta però di una inutile ripetizione.

Analizzando infatti più accuratamente la frase, potremmo dire “visto” implica che si è preso atto di qualcosa, mentre “considerato” implica che ci si è riflettuto sopra. C’è stata una riflessione.

Questa dunque è una locuzione che prepara il terreno per una conclusione, che introduce una decisione basata su una riflessione.

Usare semplicemente “Visto” è un modo più semplice e diretto e può andar bene lo stesso anche se non usiamo “considerato” quando introduciamo una causa o una motivazione.

È spesso usata nel linguaggio quotidiano e in contesti meno formali.

Non sono venuto alla festa visto che ero stanco.

Non sono venuto alla festa vista la stanchezza che avevo.

In fondo possiamo usare “visto” al posto di perché, poiché o “in quanto”.

Visto e considerato che” spesso è più formale, ma in contesti normali rinforza la giustificazione.

Può essere usata per sottolineare che una decisione o un’azione è stata attentamente valutata sulla base di più considerazioni.

Spesso si trova in testi legali, amministrativi o in contesti formali.

Es:

Visto e considerato che il contratto non è stato rispettato, abbiamo deciso di recedere dall’accordo.

Possiamo quindi usare “visto” in modo più colloquiale e diretto, mentre “visto e considerato” aggiunge un livello di formalità o si usa per enfatizzare in contesti informali, per sottolineare qualcosa.

Si presta ad esempio per usata anche nel corso di un litigio o una discussione accesa per far valere le proprie ragioni, specialmente quando qualcuno vuole rafforzare il proprio argomento o dimostrare che la propria posizione è ben ponderata.

In un contesto di questo tipo, questa espressione può servire a sottolineare che l’altra persona non ha tenuto conto di determinate circostanze o che le proprie decisioni sono basate su una valutazione attenta e ragionata.

Ad esempio, in un litigio potresti sentire frasi come:

Visto e considerato che tu non hai mai rispettato i nostri accordi, non vedo perché dovrei fidarmi ancora di te.

Qui, l’uso di “visto e considerato” serve a dare peso all’argomento, quasi a formalizzare la lamentela e a mettere l’accento sulla valutazione dei fatti precedenti.

Quindi, “visto e considerato” può essere utilizzato per rendere il discorso più perentorio e per sottolineare che una certa decisione o reazione è stata presa dopo un’attenta riflessione su quanto accaduto.

Adesso, visto e considerato che sono stato un po’ prolisso, facciamo un breve ripasso dedicato agli episodi precedenti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Sono un fervente sostenitore dell’iniziativa privata! Conosco molte persone di successo che si sono fatte da sé.
Trovo una caratteristica che accomuna coloro che hanno ottenuto il successo da soli: protrarre le azioni per raggiungere il loro scopo con tenacia e senza mai mollare, nonostante i possibili fallimenti che possono ostacolare questo percorso.
Credo che il loro proverbio sia: chi la dura, la vince!

Ulrike: Ciao Giovanni, non riesco a mostrarmi restia nei confronti della tua richiesta di un ripasso. Anzi, a mio parere sarebbe un atto ingeneroso, visto e considerato che da par tuo te ne sei appena uscito con un episodio con la È maiuscola, vale a dire un lavoro coi fiocchi che merita il nostro riconoscimento. E come la vedete voialtri? Per la cronaca amici: guai se qualcuno mi desse della ruffiana.

Anthony: Ti do, cara Ulrike, della ruffiana tranquillamente e senza remore poi Giovanni mi risponderà in malo modo con un cazziatone bell’e buono. Riesco addirittura a presagire le sue parole: ce ne fossero di membri come lei e meno coatti come te, Antò.

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Fare da sé, farsi da sé

Fare da sé, farsi da sé (ep. 1121) (scarica audio)

Trascrizione

Fare da sé” è un’espressione italiana che significa “fare qualcosa autonomamente,” cioè in autonomia, senza chiedere aiuto o dipendere da qualcun altro.

Si può usare ad esempio quando una persona decide di affrontare un compito o risolvere un problema esclusivamente con le proprie forze e capacità.

Si usa prevalentemente In situazioni quotidiane, tipo:

Non mi serve l’aiuto di nessuno, faccio da me.

Oppure:

Se voglio un aiuto? No grazie, faccio da me.

Posso anche decidere di svolgere un’attività domestica, un lavoro manuale, o qualsiasi altra attività senza assistenza.

Es:

Non ho bisogno di lezioni extra, preferisco fare da me

Posso usare la locuzione anche se una persona sceglie di prepararsi autonomamente per un esame o di lavorare su un progetto senza collaboratori.

In senso figurato si usa ugualmente molto spesso:

In un mondo in cui tutti pensano solo a sé stessi, bisogna imparare a fare da sé.

Rispetto alle alternative si usa in particolare per sottolineare l’indipendenza o l’autosufficienza.

Le possibili alternative possono essere:
“Agire/fare da solo” che enfatizza l’assenza di aiuto esterno. Usare il verbo agire in luogo del verbo fare, è comune nel linguaggio giornalistico quando si commentano ad esempio i reati:

Il ladro ha agito da solo.

Agire dunque è più formale.

Nella quotidianità c’è comunque una differenza tra “fare da sé” e “fare da soli”. Infatti si preferisce usare “fare da sé” quando c’è un contenuto emotivo, tipo una lamentela, un malcontento, una rivendicazione o una ripicca.

Provvedere da sé/soli” è un’altra possibilità, e può indicare l’autosufficienza in ambiti più specifici, come il sostentamento o la gestione di sé stessi.

Tipo:

Per fare la spesa e cucinare, in assenza di mia madre, ho dovuto provvedere da me (oppure provvedere da solo).

Si può usare anche “fare per conto proprio”, che ha un significato simile, ma può avere una sfumatura di l’individualismo. Meno colloquiale rispetto a “fare da sé”.

Es:

Marco ha deciso di fare per conto proprio (o fare per conto suo) e avviare un’attività, senza coinvolgere i suoi amici nel progetto.

In questo esempio, “fare/agire per conto proprio” indica che Marco ha scelto di agire autonomamente, prendendo le proprie decisioni e assumendosi la responsabilità delle sue azioni.

Io faccio per conto mio

Tu fai per conto tuo

Lei fa per conto suo

Noi facciamo per conto nostro

Voi fate per conto vostro

Loro fanno per conto loro

Esiste poi il cosiddetto “Fai da te”.

Questa espressione si può usare sia per dire a qualcuno che deve fare qualcosa in autonomia. (es:

Meglio che fai da te piuttosto che farti aiutare da Giovanni), sia come frase invariabile se riferita a lavori manuali, bricolage o riparazioni o preparazioni casalinghe.

In questi casi si parla del “fai da te”. Abbiamo dunque il fai da te, che è dunque una attività.

L’espressione si presta bene in tutti i contesti in cui l’indipendenza e l’autonomia sono valorizzate o necessarie.

Il “fai da te” è un’attività a tutti gli effetti, in cui una persona esegue lavori manuali o artigianali senza l’aiuto di professionisti, utilizzando le proprie abilità e strumenti. Questo termine come ho detto si applica a una vasta gamma di attività, come riparazioni domestiche, costruzioni, decorazioni, lavori di giardinaggio, e persino la realizzazione di mobili o oggetti.

Es:

Avete mai provato il latte di soia fai da te?

Tornando all’espressione “fare da sé”, si può anche questa personalizzare:

Io faccio da me

Tu fai da te

Lui/lei fa da sé

Noi facciamo da noi

Voi fate da voi

Loro fanno da loro.

Non dimentichiamo poi che esiste anche l’espressione “farsi da sé“.

“Farsi da sé” è un’espressione italiana che significa costruire il proprio successo o realizzare qualcosa grazie alle proprie forze, capacità e iniziativa, senza dipendere dagli altri o dall’aiuto esterno. “Farsi” nel senso di costruire il proprio percorso da soli.

È spesso usata per descrivere persone che hanno raggiunto una posizione di rilievo, successo o indipendenza attraverso il proprio impegno, il lavoro duro e la determinazione, partendo magari da una condizione di svantaggio o senza risorse iniziali significative o raccomandazioni.

Es:

Giovanni è un imprenditore romano che si è fatto da sé.

Evidentemente nessuno ha aiutato Giovanni a costruire la sua carriera e tutto ciò che ha realizzato è esclusivamente merito suo.

Un sinonimo in italiano potrebbe essere “autodidatta“, anche se autodidatta riguarda specificamente l’apprendimento, come a dire che una persona autodidatta ha imparato tutto da solo, mentre “farsi da sé riguarda non solo l’apprendimento, ma l’intero percorso di una persona che costruisce la propria carriera, successo o status sociale partendo dalle proprie forze.

Adesso vediamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Meglio che facciate da soli, perché, come dice il proverbio, “chi fa da sé fa per tre!”.

Estelle: Per la cronaca, il mio cane, James è un bassotto, cioè un cane da caccia. Questo ha la sua importanza per il seguito del racconto.
Lo cercavo ma non lo trovavo, come se fosse svenuto nel buio. Dopo qualche istante lo vidi nascosto in un angolo, con lo sguardo colpevole. Ero sbalordita, aveva una coda tra i denti! Aveva ingerito alla chetichellaun topo. Niente da fare. Dopo qualche tentativo infruttuoso per fargli rendere l’animale, sentii il rumore spaventoso delle ossa che si rompevano sotto le zanne. Non sussistevano dubbi, aveva mangiato il topo.
Non vi dico il mio disgusto!

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Alla chetichella

Alla chetichella (ep. 1120) (scarica audio)

Trascrizione

Il termine chetichella si usa unicamente nella locuzione “alla chetichella“.

Fare qualcosa alla chetichella significa farlo di nascosto, senza farsi vedere, senza farsi scorgere né udire.

Abbiamo già visto in un episodio il senso dell’utilizzo della preposizione articolata “alla” che, ricordo, si può usare per indicare una modalità, un modo o una tecnica per svolgere un’azione. Tra l’altro abbiamo incontrato altre volte espressioni e locuzioni che utilizzano la stessa preposizione, tipo prendere alla leggera.

La locuzione colloquiale di oggi, in particolare, si utilizza per indicare azioni compiute in modo furtivo, senza farsi notare.

Voglio aprire una parentesi sull’aggettivo furtivo, che ho appena usato.

Fare qualcosa in modo furtivo non significa necessariamente che ci sia un furto e dunque che ci sia anche un ladro.

Entrambi i termini furtivo e furto condividono però l’idea di agire in segreto o di nascosto.

Nel contesto di un furto, il ladro agisce in modo furtivo (o furtivamente) per non essere scoperto.

Allo stesso modo, fare qualcosa “in modo furtivo” si riferisce in generale a qualsiasi azione compiuta con l’intento di passare inosservati, anche se non riguarda necessariamente un crimine come il furto. Chiusa parentesi.

Ad esempio, si potrebbe dire “Giovanni è entrato in stanza alla chetichella” per indicare che Giovanni è entrato nella stanza senza farsi vedere dagli altri senza che gli altri lo sappiano.

Si possono fare tante cose alla chetichella.

Es:

È uscito di casa alla chetichella
Te ne sei andato alla chetichella.

Si può anche dire che questa persona se n’è andata via in modo discreto.

Spesso questa locuzione si utilizza per con una connotazione leggermente scherzosa o affettuosa. Si può usare anche per criticare o prendere in giro una persona.

Vediamo altri esempi:

Il presidente, prima di lasciare il posto al suo successore, ha nominato alcuni dirigenti alla chetichella.

Ho cancellato alcuni post sul mio account Instagram alla chetichella, ma i miei fans se ne sono accorti.

Si potrebbe anche dire fare qualcosa “zitto zitto“, molto usata anche questa locuzione. Ce ne siamo occupati nell’episodio n. 301 di questa stessa rubrica. Non che io mi ricordi il numero dellì’episodio… l’ho dovuto cercare!

Oppure si può fare qualcosa “di soppiatto” o anche “senza dare nell’occhio”. Anche queste sono modalità molto usate.

Non è che anche i membri dell’associazione Italiano Semplicemente hanno esempi di cose fatte alla chetichella? Con l’occasione usate alcune parole o espressioni che avete già imparato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marcelo

Marcelo: Da ragazzi, pur di non essere scoperti quando arrivavamo a casa all’alba, dopo aver fatto bagordi, io e mi fratello entravamo alla chetichella.
Il segreto consisteva nell’allacciare prima di uscire le piccole campanelle fissate alla porta d’ingresso, così non suonavano!
Cosa non si fa per non svegliare i genitori!

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Foriero

Foriero (ep. 1119) (scarica audio)

Trascrizione

Oggi vediamo l’aggettivo foriero.

Un aggettivo e un sostantivo, che originariamente indicava un ufficiale incaricato di annunciare l’arrivo di un sovrano o di una persona importante. Come sostantivo è simile ad ambasciatore o messaggero. Foriero oggi si usa maggiormente in senso figurato ed è legato ad un possibile presagio o anticipazione.

Il termine è significa “annunciatore” o “precursore” di qualcosa, spesso di un evento futuro, sia positivo che negativo.

Il cielo scuro è foriero di tempesta.

Vale a dire che il cielo annuncia tempesta o minaccia tempesta. Simile anche a segno e segnale.

Quindi, se il cielo scuro è foriero di tempesta, tutto lascia pensare che stia per arrivare una tempesta. Ancora non è arrivata ma guardando il cielo c’è da preoccuparsi. Evidentemente è un cielo nero, e in aggiunta qualche fulmine si inizia a vedere e magari il vento inizia ad alzarsi.

Il cielo scuro in particolare può essere uno dei segni che preannunciano l’arrivo di una tempesta.

Il suo sorriso è foriero di buone notizie.

Qui, il sorriso della persona fa pensare che porterà notizie positive.

Un silenzio invece può essere foriero di cattive notizie, come anche una faccia preoccupata.

I movimenti strani del mercato sono spesso forieri di cambiamenti economici.

Significa che questi movimenti insoliti possono indicare che ci saranno cambiamenti in campo economico.

Dunque “foriero” è usato per descrivere qualcosa che preannuncia o presagisce o anticipa un evento futuro, quindi come un segno o un indizio.

Non è un termine usato granché, soprattutto dai giovani italiani, che probabilmente non ne conoscono neanche il significato. Decisamente più usato nella letteratura anche nella poesia e dai giornalisti. Usato prevalentemente in contesti meno informali. Di sicuro vi farà fare un’ottima figura se doveste utilizzarlo con Italiani.

Parlatemi voi adesso di qualche indizio che è stato foriero di qualche avvenimento passato che vi ha riguardato o anche un segno che state osservando attualmente e che secondo voi può essere considerato foriero di qualcosa.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Gerd: La crescente instabilità climatica (ormai è un continuo) potrebbe essere foriera di cambiamenti radicali nei modelli economici e geopolitici a livello globale. Richiederebbe più attenzione da parte della politica.

Nara: Quando i bambini si ammalano, questo è foriero di malattia per tutta la famiglia! Difficile evitare l’ineluttabile!

Marcelo: Prima dell’ultima tornata elettorale, durante gli ultimi 20 anni, in Argentina, che per inciso è il mio paese, i governi populisti, fatto salvo un piccolo periodo di centro, hanno governato senza bilanciare le entrate con le spese.
Così, inizialmente abbiamo vissuto un’inflazione ogni mese in crescendo, inflazione che è stata foriera del progressivo impoverimento della popolazione.

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Pronunciarsi – VERBI PROFESSIONALI (n. 97)

Il verbo “pronunciarsi”

Descrizione

Pronunciarsi è un verbo riflessivo e si usa per indicare l’espressione di un’opinione, un giudizio o una decisione su una questione.

Il file audio, la spiegazione completa e gli esercizi sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Durata audio mp3: 8:46 minuti

LOG INADERISCI

audio mp3

 

Il verbo imperversare: esempi e differenze rispetto ai verbi simili.

Il verbo imperversare

DURATA MP3: 14 min. circa

Descrizione: Imperversare dignifica “scatenarsi con violenza o intensità, manifestarsi con forza e durezza, esercitare un dominio”. Vediamo come si usa anche rispetto ai verbi simili. Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione. Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Metterci, volerci, richiedere, impiegare, occorrere e servire

Metterci, volerci, richiedere, impiegare occorrere e servire

DURATA MP3: 15 min.

Descrizione: Oggi vediamo alcuni verbi simili, ma in particolare due modi per sostituire il verbo impiegare usando i verbi metterci e volerci. 

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Il carattere dei papi: gli aggettivi da usare

Il carattere dei papi: gli aggettivi da usare

DURATA MP3: 18 min. circa

Descrizione: Come descrivere il carattere di un papa?

Quali sono gli aggettivi da usare? Non si tratta, generalmente, di aggettivi usati per le persone comuni.

Facciamo allora una rassegna dei papi che si sono succeduti dal 1900 fino ad oggi e cerchiamo gli aggettivi più adatti per definirli. Da Leone XIII (1878-1903) fino a Papa Francesco.

ENTRAADERISCI

Bipartisan – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 51)

Bipartisan (scarica audio)


Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo del termine bipartisan.

Questo termine innanzitutto inizia per “bi” e questo spesso indica la presenza di due cose.

Deriva dal latino bis, che significa “due” o “doppio”. Viene usato in molte parole per indicare la presenza di due elementi o il concetto di duplicazione.

Oltre a “bicicletta” (che ha due ruote), ci sono molte altre parole italiane che iniziano con “bi-” e riflettono questa dualità (termine interessante).

Un essere bipede ad esempio cammina su due piedi.
Il binocolo è uno strumento con due lenti per vedere a distanza.

Il bimestre è un periodo di due mesi.. Eccetera

Nel caso di “bipartisan”, “bi-” indica invece il coinvolgimento di due parti o gruppi, tipicamente due partiti politici.

“Bipartisan” è un termine quindi usato principalmente in politica per descrivere un accordo, una decisione o un’iniziativa che è sostenuta da entrambi i principali partiti politici di un paese, spesso in contesti in cui questi partiti hanno visioni opposte.

In un sistema politico come quello degli Stati Uniti, per esempio, il termine si riferisce a situazioni in cui sia i Democratici che i Repubblicani collaborano o sostengono una proposta.
Questo termine “bipartisan” viene usato per indicare un approccio cooperativo tra partiti diversi, spesso necessario per superare divisioni politiche e raggiungere un consenso su questioni importanti.

Ecco alcuni esempi di utilizzo del termine “bipartisan”:

È stata approvata una legge bipartisan sulla tassazione, dimostrando che i due partiti principali possono collaborare su questioni di interesse nazionale.

La politica estera del paese ha spesso goduto di un ampio sostegno bipartisan, poiché entrambi i partiti riconoscono l’importanza di mantenere relazioni diplomatiche stabili.

Una commissione bipartisan è stata creata per studiare e proporre riforme elettorali che possano migliorare il sistema democratico, garantendo trasparenza e correttezza.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.

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59 – Il contrassegno – ITALIANO COMMERCIALE

Il pagamento in contrassegno

DURATA MP3: 5 min. circa

Descrizione:

Il pagamento in contrassegno è una modalità di pagamento per cui il destinatario (cioè l’acquirente, il cliente) paga il costo della merce direttamente al corriere al momento della consegna.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Riconoscenza e riconoscimento

Riconoscenza e riconoscimento

DURATA MP3: 10:13

 

Descrizione: sia la riconoscenza che il riconoscimento hanno a che fare con il verbo riconoscere. Vediamo le differenze con numerosi esempi.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione e una breve canzone dedicata ai due termini riconoscenza e riconoscimento.

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Sorgere e tramontare

Sorgere e tramontare

DURATA MP3: 13:50 min. circa

Descrizione:

Vi spiego l’uso figurato di questi due verbi. Vediamo tutti i verbi simili e numerosi esempi. Alla fine dell’episodio ascoltiamo una divertente canzone dedicata ai due verbi.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

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Verbo ripetuto: come fai fai, dove vai vai, quando arrivi arrivi

Come fai fai, dove vai vai, quando arrivi arrivi (ep. 1114) (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Nel linguaggio informale è molto frequente la duplicazione del verbo.

Espressioni come “dove vai vai”, “come caschi caschi bene” e “come fai fai”, ad esempio, utilizzano la ripetizione del verbo per esprimere un’idea di indifferenza riguardo al risultato dell’azione. Dunque esprimono un senso simile a “non importa”. “è la stessa cosa”, “non c’è problema”.

Vediamo alcune tra le forme più usate.

“Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è” significa che non importa in quanti siamo, non importa il numero delle persone presenti. Si potrebbe usare in una riunione, quando non si ha più voglia di aspettare i ritardatari.

Dove vai vai: Indica che non importa quale direzione o destinazione tu scelga, il risultato sarà lo stesso o comunque accettabile. Ad esempio, se qualcuno ti dice “in Italia dove vai vai, troverai sempre qualcosa di interessante”, significa che tutte le possibili destinazioni hanno qualcosa di interessante da offrire.

Come caschi caschi bene: Vuol dire che qualsiasi cosa accada la situazione sarà comunque favorevole. Ad esempio, se una persona dice “Non preoccuparti per l’ufficio in cui lavorerai, nella nostra azienda come caschi caschi bene”, intende che indipendentemente dal risultato, indipendentemente dall’ufficio in cui sarai destinato, ci saranno comunque degli aspetti positivi. Non andrà male in ogni caso.

Naturalmente “come caschi caschi male” ha il senso opposto.

Il verbo cascate qui si usa in senso figurato, per indicare una situazione in cui ci si può trovare, anche indipendentemente dalla propria volontà. Si potrebbe usare anche il verbo capitare.

Anche “Come fai fai” è molto usata. Significa che qualsiasi modo tu scelga per fare qualcosa, andrà bene. Ad esempio, “Come fai fai, andrà bene” indica che tutte le possibili modalità di fare qualcosa sono accettabili o avranno un buon esito.

Es: con un dirigente meticoloso e preciso come Giovanni, come fai fai male. In questi casi si dice anche “come fai, sbagli“.

Evidentemente a Giovanni non va mai bene nulla e si potrebbe sempre far meglio. Questo è il senso.

All’opposto, si può anche dire “come fai fai bene”.

Molto usata anche: Quando arrivi arrivi: significa che non importa quando arrivi l’importante è che arrivi.

Es: Arrivo attorno alle 20 se tutto va bene, casomai ti chiamo se ritardo.

Risposta: non preoccuparti, quando arrivi arrivi, per me non è un problema.

Oppure:

Chi viene viene: indica che non importa chi viene, tutti sono i benvenuti.

Es: posso invitare due miei amici alla tua festa? È un problema?

Risposta: certo, tranquillo, per me chi viene viene, basta che ci siete anche voi.

In tutti questi casi, la ripetizione sottolinea l’idea che tutte le alternative o modalità sono equivalenti o comunque accettabili, eliminando, tra l’altro, l’ansia della scelta o del risultato.

“Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”.

Questa è una celebre espressione napoletana ma che è nota in tutt’Italia. “Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto” è quasi un proverbio in realtà.

Significa che quello che è stato fatto è ormai passato e non può essere cambiato. L’espressione sottolinea l’importanza di accettare il passato così com’è, senza rimpianti o recriminazioni, e di concentrarsi sul presente e sul futuro. In altre parole, quello che è stato fatto è fatto e non si può tornare indietro. Non ha importanza se qualcuno ha più dato che ricevuto o viceversa.

Ho fatto solo qualche esempio tra i più usati, ma si possono usare anche altri verbi, a seconda della circostanza.

Es:

Con chi parli parli, tutti dicono la stessa cosa.

Qualunque cosa fai fai, non cambierà nulla

Ora una domanda potrebbe nascere spontanea: prima di questa duplicazione del verbo, ci può essere qualunque avverbio o pronome?

Funziona principalmente con termini che introducono una condizione o una modalità, come “dove”, “come”, “quando”, “chi”, e “cosa”, “qualunque cosa” che sono in grado di definire una gamma di possibilità o circostanze che come detto sono indifferenti nella nostra frase.

Es:

Dove vai vai, troverai sempre qualcosa di interessante.

Come fai fai, andrà bene.

Come caschi caschi male.

Quando arrivi arrivi, troverai tutto pronto.

Chi viene viene, sarà il benvenuto.

Cosa rispondi rispondi, sarà comunque un problema.

Qualunque cosa fai fai, non cambierà nulla.

Molti avverbi non si prestano a questa struttura perché non introducono una gamma di possibilità o non hanno il significato necessario per rendere la ripetizione del verbo logica e comprensibile.

Si può anche cambiare la persona, anche se nell’uso è meno frequente, ma dipende all’occasione:

Quando arrivate arrivate

Come facciamo facciamo

Qualunque cosa diciamo diciamo

Eccetera.

Adesso ripassiamo. Usiamo qualche espressione già spiegata per rispondere alla seguente domanda: cosa ti dà fastidio ma non l’hai mai detto a nessuno?

– – –

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Cristophe: Una cosa che mi dà sui nervi è quando scrivo un messaggio ad un amico senza ricevere mai nessuna risposta.
Ho sempre pensato che fosse molto scortese. Però non ho mai osato dirlo agli amici, e ho sempre preferito soprassedere.

Anne Marie: a me dà a dir poco fastidio quando verso l’acqua nel bicchiere di una persona e mentre la verso mi dice “basta”. Cosa credi, che avrei versato tutta la bottiglia?

Ulrike: a me danno fastidio i festeggiamenti sopra le righe. La settimana scorsa ero alla festa di compleanno di Gianni, il nostro presidente per intenderci, e me ne sono andata allorché tutto il cucuzzaro era già ubriaco, tanto che le risposte avvenivano sempre a scoppio ritardato! Non è che non mi piaccia la caiprinha, ad esempio, ma di qui a dire che mi piace essere una ubriacona ce ne vuole.

Marcelo: Avete presente quando nel bel mezzo di una conversazione, d’emblée, l‘attenzione dell’altro viene catturata dallo schermo luminoso del suo cellulare? In tali casi mi taccio, aspetto pazientemente che finisca e riprendo non appena si accorge della mia reazione. Se poi questo non accade, allora mi accomiato, vale a dire alzo i tacchi e me ne vado. Non vale la pena aggiungere altro.

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Sentirsi spaesati

Sentirsi spaesati (ep. 1113) (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Il termine “paese” è all’origine dell’aggettivo “spaesato“.

Spaesato però non indica una persona senza paese, senza un paese di origine o cose del genere. Il senso è figurato infatti.

Significa visibilmente a disagio, disorientato, per una difficoltà d’ambientamento.

L’aggettivo “spaesato” quindi deriva dal termine “paese” ma una persona “spaesata” si sente disorientata, confusa, o fuori luogo, come se fosse lontana dal proprio ambiente familiare, dal proprio paese. Ecco il senso figurato.

C’è una sensazione di smarrimento o disorientamento in una situazione nuova o sconosciuta.

Vediamo qualche esempio:

Appena arrivato a Roma, Karim si sentiva completamente spaesato: troppa gente e troppo traffico secondo le sue abitudini.

Il primo giorno di lavoro, Francesca era visibilmente spaesata e doveva chiedere ai colleghi per qualunque cosa.

Durante il suo viaggio in Giappone, Paolo si sentiva spaesato di fronte alle abitudini e alle usanze così diverse dalle sue.

Alla festa, con tutte quelle persone che non conosceva, Laura si sentiva spaesata e non sapeva con chi parlare.

In ciascuno di questi esempi, “spaesato” o “spaesata” indica una sensazione di disorientamento o confusione dovuta a un ambiente nuovo o non familiare.

E interessante parlare delle espressioni del viso di una persona spaesata.

Quando una persona si sente spaesata, le espressioni del viso possono riflettere vari segni di disorientamento e incertezza.

Lo sguardo è perso. Aggettivo interessante per gli occhi.
Questo significa che gli occhi possono muoversi rapidamente in diverse direzioni, cercando punti di riferimento o qualcosa di familiare. Lo sguardo non si focalizza su nulla in particolare.

Le sopracciglia sono sollevate in segno di sorpresa o confusione.
Possono anche essere aggrottate, indicando uno sforzo per capire o per cercare di orientarsi. C’è preoccupazione.

La bocca è aperta o leggermente socchiusa, cioè leggermente aperta, mostrando sorpresa o incertezza.
Le labbra possono essere anche strette, indicando nervosismo o disagio.

La persona può guardarsi intorno frequentemente, esprimendo un chiaro segno di disorientamento.

Possono esserci segni di tensione sul volto, specialmente attorno agli occhi e alla bocca, indicando ansia o preoccupazione.

Vi capita spesso di sentirvi spaesati?

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Vasken: Mi sento disorientato e spaesato giorno dopo giorno perché le persone intorno a me sono ignare di ciò che sta accadendo con la politica che non approvo. Voglio andare via in men che non si dica!

Marcelo: anche a me succede qualcosa di simile! Quando nei giorni feriali mi trovo lontano da casa, nei piccoli paesini che devo attraversare per ritornare, anche a tarda notte, mi trovo con diverse macchine parcheggiate e sempre con un nutrito gruppo di giovani con la musica a tutto volume, come se battessero un tamburo! Proprio in quei momenti mi sento spaesato! So che appartengo ad un altro tempo e spazio, pazienza!

André: i giovani sono giovani da che mondo è mondo! Si sentono di fare quello che gli vieni in mente e se ne fregano degli altri. Non ne hanno per nessuno! Secondo me chiedere loro un comportamento diverso lascia palesemente il tempo che trova. Poi ci saranno pure eccezioni, ma le devi cercare col lanternino.

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A bocce ferme

A bocce ferme (ep. 1112) (scarica audio)

Trascrizione

a bocce ferme

Buongiorno a tutti. Non di rado capita di leggere o ascoltare l’espressione “a bocce ferme“.

Si tratta di una espressione idiomatica che richiama il gioco delle bocce.

Il gioco delle bocce è uno sport che consiste nel lanciare delle sfere, delle piccole palle (le bocce) il più vicino possibile a un bersaglio, chiamato pallino o boccino. È un gioco che richiede precisione, strategia e abilità nel lancio. Si gioca con le mani e non richiede una forza particolare o particolari doti atletiche. Il principale obiettivo è lanciare le proprie bocce il più vicino possibile al pallino.

L’origine di questa espressione è legata proprio al gioco delle bocce, dove si aspetta che tutte le bocce si siano fermate prima di decidere chi ha vinto il punto.

L’espressione “a bocce ferme” si usa normalmente in senso figurato al di fuori del gioco delle bocce. Significa “a situazione stabilizzata” o “a situazione calma.” È un modo di dire che si usa per indicare che è opportuno aspettare che le circostanze siano stabili e chiare prima di prendere una decisione o fare una valutazione.

Aspettiamo a prendere una decisione sulla riorganizzazione dell’ufficio, meglio fare tutto a bocce ferme per evitare errori.

Dopo la fusione aziendale, valuteremo i nuovi processi aziendali a bocce ferme.

Le elezioni hanno creato molta tensione, ma faremo una valutazione dei risultati a bocce ferme.

Dopo la partita ci sono state molte polemiche, ma l’allenatore preferisce commentare la prestazione a bocce ferme.

Dopo la discussione di ieri, è meglio parlarne a bocce ferme per trovare una soluzione

Non voglio prendere decisioni affrettate sul nostro trasferimento, aspettiamo di valutare tutto a bocce ferme.

Quindi c’è sempre l’idea di attendere che la situazione sia meno caotica e più chiara prima di procedere con ulteriori azioni o valutazioni.

Si usa sempre la preposizione “a”, sebbene potrebbe sembrare normale usare anche “con le bocce ferme” o anche “quando le bocce saranno ferme”. Il senso non cambierebbe ma di fatto si usa sempre la preposizione “a”.

Questa preposizione si usa allo stesso modo anche in altre espressioni o locuzioni:

a caldo

a freddo

a giochi fatti

a babbo morto

ed altre ancora

Adesso ripassiamo.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Vasken (Libano): Ragazzi, avete mai provato la dieta mediterranea? È fantastica! È sana e deliziosa. Nessun’altra dieta può competere. Provatela; poi fa molto italiano anche se state all’estero.

Marcelo (Argentina): Non ho la più pallida idea di cosa sia esattamente la dieta mediterranea. Io sono più un tipo da fast food, lo ammetto.

Estelle (Francia): Beh, anche noi in Spagna abbiamo una dieta simile. Molto pesce, olio d’oliva e verdure. Però a volte, un po’ di jamón iberico non guasta! Vuoi mettere, in confronto agli hamburger?

Paul (Svizzera): Io preferisco la nostra cucina francese. Un bel croissant al mattino e un buon formaggio di qualità, che è la morte sua!

Adriana (Bulgaria): Sapete che cazzeggiare con voi mi fa venire fame. Però, non penso che riuscirei a rinunciare ai miei hamburger. Magari un giorno mi convertirò.

Ulrike (Germania): Forse un giorno proverò qualche piatto mediterraneo. Hai visto mai che mi piaccia!

Julien (Francia) : Gli italiani sono spesso bacchettoni sul cibo, ma checché se ne dica, una cena tra amici con buon cibo e buon vino è sempre una gioia. Basta che non manca la birra, il resto per me non conta!

Paulo (Brasile): Certo, sono giustamente bacchettoni! Checché se ne dica, non mettere mai il ketchup sulla pizza! È un peccato mortale.

– – – –

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Un qui pro quo

Un qui pro quo (ep. 1111) – scarica audio

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Ero molto curioso dell’origine dell’espressione “qui pro quo“, che in italiano indica un malinteso, un mal intendimento, un equivoco, un fraintendimento, un travisamento, quando, ad esempio, si dice una cosa e se ne capisce un’altra.

Ho scoperto che nel medioevo
quid pro quo” era il titolo di una sezione che in alcune compilazioni farmaceutiche comprendeva i medicamenti che si potevano dare al posto di altri. Si trattava quindi di sostituire una medicina con un’altra che aveva lo stesso effetto.

Oggi si è persa una “d” ed è rimasto “qui pro quo“.

Si usa però, come ho detto all’inizio, quando soprattutto si capisce una cosa per un’altra. La farmacia non è più legata all’espressione.

Es:

C’è stato uno spiacevole qui pro quo.

Notate che usando questa espressione non si sta dando la colpa a nessuno per questo malinteso.

Infatti non si dice che qualcuno ha fatto un qui pro quo ma si dice che che c’è stato un qui pro quo.

Qualcuno ha equivocato, ha frainteso, ha travisato, ha capito male insomma. Non ne facciamo un dramma però. Questo è il senso che si vuole trasmettere usando questa espressione.

Non si tratta mai comunque di questioni troppo serie se usiamo l’espressione “qui pro quo”.

Ad ogni modo, si potrebbe trattare anche di malintesi non legati a comprendere male una parola o una frase, ma più in generale di un problema non troppo grave legato ad un errore involontario. Spesso si tratta di uno scambio o di una situazione confusionaria che comporta un problema.

Es:

C’è stato uno spiacevole qui pro quo: non era Giovanni, ma un altro la persona che hai visto in macchina. Ecco perché non ti ha salutato.

Per uno stupido qui pro quo ho sbagliato il luogo dell’appuntamento.

Si può anche scrivere in una sola parola volendo, accentando la o finale: quiproquò.

Per ridere si usa a volte anche “qui quo qua” o giochi di parole simili.

Adesso facciamo un ripasso. Facciamo finta che ci sia una sfida, una lotta tra due lottatori, uno che ha una motosega in mano e l’altro che si difende con una scala. Mettiamo anche un’immagine che aiuta a immaginare la scena.

Chi vincerà la sfida?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo – Lottatore con la motosega (L): Ah, ma guarda chi si vede! Sei venuto a sfidarmi con una scala? Povero te, non ti sfiora l’idea di quanto sia ineluttabile il mio successo. Sei pronto a toccare il fondo?

Christophe: Lottatore con la scala (S): Tu, con quella motosega, pensi davvero di avere tanta stoffa per osare affrontarmi? Non sai nemmeno come si usa. Sei solo un marcantonio con uno strumento pericoloso.

Ulrike: (L): Oh, come sei suscettibile! Smettila di vessarmi con quella scala.

Anne Marie: (S): La tua motosega? Non è che un mezzuccio. Diversamente da te, io ho la capacità di usare la mia scala con solerzia e precisione.

Vasken: (L): Ci volevi proprio tu, con i tuoi ghiribizzi da scalatore! Non realizzi che la tua strategia è destinata ad andare in malora? Eppure, ci metti un certo impegno, lo ammetto.

Julien: (S): Ah, ma tu proprio non senti ragioni! A differenza di te, io non ho bisogno di demonizzare l’avversario per vincere. La mia scala è un simbolo di perseveranza e ingegno, non uno strumento di distruzione.

Edita (L): Simbolo, dici? Bellamente me ne infischio dei tuoi simboli. Preferisco la concretezza della mia motosega. Posso squadrare ogni avversario e già incutere timore in lui. Non c’è niente di più appagante.

Estelle (S): Squadrare dici? Sei solo un esibizionista che cerca di ingraziarsi il pubblico con mezzucci violenti. La tua politica di paura non ha niente a che vedere con la mia determinazione.

Paul: (L): La tua versione dei fatti è solo una pallida imitazione della realtà. Ti vedo male, amico mio. Non hai idea di quanto la mia motosega possa rimpinguare il mio orgoglio di lottatore.

Estelle (S): E io ti vedo già in bambola quando capirai che la forza bruta non è tutto. Il mio ingegno e la mia strategia ti faranno andare in pezzi. Alla fine, la mia scala sarà il simbolo della tua sconfitta.

Edita (L): vedremo chi avrà il piacere di trionfare. Io con la mia motosega e la mia determinazione, o piuttosto tu con la tua scala e la tua arroganza. Che il miglior lottatore vinca!

Estelle (S): Suvvia, ammetti di aver paura! Buona fortuna, ne avrai bisogno.

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Prescrivere – VERBI PROFESSIONALI (n. 96)

verbi prescrivere

Il verbo “prescrivere”

Descrizione

Vediamo come si usa il verbo PRESCRIVERE con numerosi esempi.

“Prescrivere” è un verbo professionale usato soprattutto in medicina e in ambito legale per dare direttive e ordini.

Il file audio, la spiegazione completa e gli esercizi sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Durata audio mp3: 8:46 minuti

LOG INADERISCI

audio mp3

Il mandato – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 50)

Il mandato

DURATA MP3: 11 min. circa

Descrizione: Il mandato in politica indica un incarico, potere e responsabilità derivanti dal consenso popolare o istituzionale. Vediamo i verbi e le modalità più comuni di usare questo termine.

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Orecchio: significato e Utilizzo delle Espressioni Italiane

Orecchio: significato e Utilizzo delle Espressioni Italiane

Durata audio MP3: 11: 40

Descrizione: Un orecchio si può prestare e drizzare, e ci si può persino inserire una pulce dentro! Vediamo le espressioni più comuni.

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Infinocchiare

Infinocchiare (ep. 1110)(scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi vi spiego il verbo infinocchiare, un simpatico verbo che significa “ingannare” o “raggirare” o *imbrogliare” qualcuno, solitamente con astuzia o malizia. C’è dunque un inganno, un raggiro, un imbroglio. Con infinocchiare c’è allora un finocchio?

In qualche modo si, ma finocchio non è sinonimo di inganno.
Chiaramente però infinocchiare deriva dalla parola finocchio.

Il finocchio è una pianta, precisamente si tratta di un ortaggio che viene utilizzato sia crudo, ad esempio nelle insalate, sia cotto, come ingrediente in varie ricette.

Ebbene, infinocchiare tecnicamente indica usare il finocchio per coprire il gusto del vino cattivo. Lo facevano una volta, facendo credere al consumatore che fosse di buona qualità. Una usanza che fortunatamente si è persa.

È una forma di inganno infinocchiare il vino, giusto?

Oggi, il termine è usato per descrivere proprio situazioni in cui qualcuno viene ingannato o truffato.

Non si infinocchia più il vino, ma le persone.

Molto informale come verbo. Somiglia a fregare, imbrogliare, truffare, ma rispetto a questi verbi, che spesso sono legati alle questioni economiche, infinocchiare somiglia anche a “convincere con inganno”. Qualcuno ti ha convinto di qualcosa con l’inganno? Ebbene, sei stato infinocchiato.

E voi, siete mai stati infinocchiati?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano

ULRIKE

Ulrike: Certo Gianni, in armeno dicono “se non ti lasci mai infinocchiare non possederai mai niente“. Vale a dire prenderai una brutta piega.

marcelo

Marcelo: un bel detto armeno, e per non essere da meno, devo dire che anche io sono stato infinocchiato più di una volta e spero proprio che non mi succeda mai più, ma se dovesse capitare, sia la volta buona che mi permetta di accrescere il portafoglio! A Dio piacendo naturalmente.

Angela dalla Cina

Angela: eh sì amici, non dovreste avere paura di sfigurare qualora veniste raggirati! Anzi, è un’opportunità propizia per imparare ed anche insegnare qualcosa ai propri cari! Della serie: non tutto il male viene per nuocere!

Julien: io invece da quel dì che non subisco un infinocchiamento. Si vede che sono più furbo della media…

Hartmut dalla Germania

Hartmut: E fu così che dopo le sue ultime parole venne infinocchiato come si deve!

– – –

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.

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Corsi e ricorsi storici

Corsi e ricorsi storici (ep. 1109) – (scarica audio)

Trascrizione

corsi e ricorsi storici

Buongiorno a tutti. Oggi vediamo la frase “corsi e ricorsi storici“, usata prevalentemente quando si parla di storia e di avvenimenti storici.

La cosa più importante da notare nella frase è la somiglianza tra la parola “corsi” e la parola “ricorsi“. A prescindere dal significato che possono assumere i due termini, bisogna cogliere solamente la ripetizione nel tempo di un evento. Il fatto che ricorsi inizia per “ri” deve farvi pensare a una ripetizione di qualcosa che è già accaduto.

La frase “corsi e ricorsi storici” è stata coniata dal filosofo e storico italiano Giambattista Vico.

Vico espone questa teoria nella sua opera principale, “La Scienza Nuova“, pubblicata per la prima volta nel 1725.

Secondo Vico, la storia umana segue un andamento ciclico – quindi non lineare ma ciclico – con periodi di progresso che vengono inevitabilmente seguiti da periodi di regressione.

Questa visione ciclica della storia contrasta quindi con l’idea di progresso lineare e suggerisce che le civiltà tendono a ripercorrere fasi simili nel loro sviluppo e declino.

La frase “corsi e ricorsi storici” viene utilizzata per indicare che eventi o situazioni del passato tendono a ripetersi nel tempo, spesso con variazioni ma seguendo schemi simili. Vico si riferiva in generale all’evoluzione umana, ma l’espressione si usa in realtà in ogni contesto, quando qualcosa semplicemente si ripete dopo un certo periodo di tempo.

Es:
L’ascesa e la caduta degli imperi antichi possono essere visti come un esempio di corsi e ricorsi storici.

Quindi ogni impero è destinato, ineluttabilmente, a vivere la sua fase di splendore seguita dal declino.

Anche per le crisi economiche vale il principio dei corsi e ricorsi storici, con periodi di espansione seguiti da recessioni.

E’ doveroso fare attenzione alle similitudini per evitare di ricadere negli stessi errori. Questa è la morale.

Oppure, in ambito sociale:

I movimenti di protesta che vediamo oggi possono essere interpretati come corsi e ricorsi storici, simili a quelli degli anni ’60.

A differenza di allora, però, oggi le dinamiche sociali sono influenzate anche dai social media, rendendo il fenomeno suscettibile a nuove interpretazioni.

In generale, la frase sebbene si usi generalmente per sottolineare la natura ciclica della storia e per suggerire che comprendere il passato può aiutare a prevedere o interpretare il presente e il futuro, si usa spesso anche per sottolineare semplicemente analogie col passato, similitudini, parallelismi.

Si potrebbero evidenziare i corsi e ricorsi storici delle pandemie, sottolineando le similitudini ad esempio tra il Covid e la peste nera, come lo stimolo all’innovazione che è seguito alle due pandemie, prima in campo agricolo e tecnologico, poi in particolare nel campo della salute digitale, dell’e-commerce e delle tecnologie di comunicazione.

Oppure in ambito sportivo potrei dire che (solo a titolo di esempio sportivo):

L’alternanza tra i periodi di dominio di atleti americani e giamaicani nelle gare di sprint evidenzia i corsi e ricorsi storici che caratterizzano le Olimpiadi.

Questo fenomeno è davvero affascinante e, a suo modo, emblematico della natura ciclica dello sport. Laddove gli atleti americani dominano una competizione, i giamaicani emergono nel periodo successivo, mostrando un continuo passaggio di testimone. Sto facendo solo degli esempi non è detto che questo risponda al vero.

Poi dice che lo sport non è interessante!

Oppure:

Il ritorno della scherma italiana ai vertici mondiali, dopo un periodo di predominanza francese e russa, è un classico esempio di corsi e ricorsi storici.

Adesso ripassiamo. Parliamo di vacanze?

– – –
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

marcelo

Marcelo: parlare di vacanze? Ho appena realizzato che le mie stanno appunto per finire! Mannaggia!

Hartmut: ma l’importante è se hai potuto fare ciò che avevi in programma e lo stesso vale per voi care amiche e cari amici!

Rauno: nel mio caso ho fatto tutto ciò che avevo in programma, però devo dire che sono passate in men che non di dica!

ANTHONY

Anthony: le vere vacanze erano quelle che facevamo anni fa, quando non cerano né cellulari, né computer, e sembrava che il tempo trascorresse più lentamente, e me la prendevo comoda senza nessuna lamentela da parte di mia madre!

ULRIKE

Ulrike: Sono in pensione e quindi in vacanza permanente, ma la cosa curiosa è che non si direbbe, ma ho avuto più tempo per fare le cose mentre lavoravo. Adesso sono sempre occupato e non ho più tempo per divertirmi o rilassarmi. Ma vi pare?

Julien: Va da sé che le vacanze sono un momento propizio per riposarsi. Ma nonostante tutto la Sardegna, dove siamo in vacanza, ci ha riservato qualche sorpresa. Persi nei meandri di una laguna, non abbiamo niente da fare di meglio che crogiolarci in piscina oppure ammirare i fenicotteri. Dobbiamo farcene una ragione, il far niente è l’obiettivo maggiore delle vacanze. Allora la cultura aspetterà! E voi come la vedete?

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Mandare in pappa il cervello

Mandare in pappa il cervello (ep. 1108 (scarica audio)

Trascrizione

cervello in pappa

Buongiorno a tutti. Spero che l’episodio di oggi non vi mandi in pappa il cervello!

Più o meno scommetto che avete capito cosa voglia dire con “mandare in pappa il cervello“. È un modo di dire italiano che indica la perdita di lucidità mentale, la perdita di buon senso e capacità di giudizio.

Si usa per descrivere una persona che non riesce più a “usare” la propria intelligenza a causa di vari motivi, come stanchezza, vecchiaia o anche, perché no, innamoramento.

L’uso dell’espressione può indicare anche una mancanza di concentrazione e attenzione, in cui il cervello diventa incapace di focalizzarsi su compiti o pensieri specifici.

L’immagine associata a questo modo di dire è quella di un cervello ridotto in poltiglia che ha perso la sua consistenza naturale e, di conseguenza, la sua funzionalità.

In altre parole, quando si dice che qualcuno ha il cervello in pappa, si intende che ha perso la capacità di pensare in modo razionale e coerente, e agisce in modo illogico o irrazionale.

Esiste un modo più formale di dirlo? Si potrebbe utilizzare, come vi ho anticipato poco fa, l’espressione “perdere la lucidità mentale” o “perdere la capacità di ragionare in modo coerente”.

Queste espressioni sono più neutre e adatte a contesti formali o quantomeno non familiari.

Ma perché pappa? cos’è la pappa?

La parola “pappa” si riferisce genericamente a un alimento per bambini piccoli o a una minestra o zuppa.

I bambini mangiano la pappa, si dice. È anche un modo per chiamare il cibo parlando con i bambini.

Nel contesto dell’espressione, “pappa” viene utilizzata per descrivere una situazione in cui il cervello diventa come una pappa, cioè privo di consistenza e funzionalità. Non si sta parlando della pappa come cibo, ma parliamo della consistenza della pappa, morbida e simile alla passata di pomodoro come consistenza.

Volete sapere perché si usa il verbo mandare?

Non è obbligatorio usare il “verbo mandare”, perché potrei usare, come si è visto, anche “avere il cervello in pappa“, e anche “andare il cervello in pappa” (tipo: mi sta andando il cervello in pappa).

Quando si usa il verbo mandare lo si fa semplicemente per indicare la causa.

Il verbo “mandare” viene utilizzato quindi per indicare l’azione di trasformare qualcosa in pappa, cioè in una consistenza morbida e poltiglia. Dunque il cervello diventa come una pappa, privo di consistenza e funzionalità per colpa di qualcosa, che manda in pappa il cervello, cioè che trasforma il cervello in una pappa, in una poltiglia, come se si spappolasse, si sciogliesse per sforzo eccessivo fino a non funzionare più.

Vediamo qualche esempio.

Dopo una giornata di lavoro estenuante, ho il cervello in pappa e devo solamente sdraiarmi sul divano!

Non c’è nulla da fare, quando sono vicino a lei, mi va il cervello in pappa!

Tutti questi conteggi, a quest’ora di sera, mi mandano il cervello in pappa!

Qualcuno si starà chiedendo anche il motivo per cui si utilizza la preposizione “in”.

In italiano, la preposizione “in” è spesso usata per descrivere una trasformazione o un cambiamento di stato.
La preposizione “in” sottolinea proprio questa transizione verso uno stato diverso (in questo caso, negativo) rispetto a quello normale.

Ci sono diverse espressioni italiane in cui “in” ha lo stesso ruolo. Tra l’altro qualcuna l’abbiamo già incontrata.

Andare in tiltche significa smettere di funzionare correttamente, come un apparecchio che va in avaria.

Più semplicemente anche “Andare in crisi.

Anche “andare/mandare in rovina” cioè portare qualcuno o qualcosa a uno stato di disastro economico o morale.

Oppure “Cadere in disgrazia” cioè perdere il lavoro ad esempio e diventare povero.
Ci sono anche “Entrare in gioco”, “mettere in guardia”, “essere in difficoltà” e tante altre ancora.

Adesso facciamo un breve ripasso parlando di lavoro e tempo libero. Un ripasso che non sia troppo impegnativo, altrimenti sapete cosa vi succederà…

– – – –
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: A me sia al lavoro sia nel tempo libero piace concentrarmi su ciò che faccio. Non sono fissato per il lavoro ma al lavoro non mi piace tergiversare, mentre durante il tempo libero adoro sguazzare nelle piccole cose, come leggere qualcosa in italiano, tuffarmi in mare e in famiglia e con amici a dir poco me la spasso.
Insomma, cerco di vivere ogni momento al massimo!

Non me lo leva nessuno

Non me lo leva nessuno

DURATA MP3: 10 min. circa

Descrizione: .

In generale l’espressione serve a dare enfasi quando si esprime un concetto con sicurezza o come forma di minaccia. Oppure quando si esprime soddisfazione per qualcosa che si ritiene meritato e atteso. 

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione,l.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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La brutta copia e la bella copia

La brutta copia e la bella copia – ep. 1106 (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi vediamo la “brutta copia” e la “bella copia”

Iniziamo dal termine copia.

Una “copia” è una riproduzione o una duplicazione di un documento, testo, immagine o anche un oggetto.

Una copia può anche riferirsi a una fotocopia o una stampa di un documento originale.

Passiamo agli aggettivi che possiamo abbinare con la copia. I più usati sono bella e brutta.

La brutta copia e la bella copia si usano spesso a scuola, quando si svolge un compito da consegnare ai professori. Si scrive il compito su dei fogli, e si devono consegnare ai professori.

La brutta copia è la versione preliminare o una bozza, spesso usata per raccogliere idee e fare correzioni. Ogni brutta copia va corretta e integrata perché se si consegnasse la brutta copia a scuola il professore potrebbe arrabbiarsi.

Invece la “Bella copia” è la versione finale e corretta, pronta per essere consegnata e valutata.

La “Brutta copia”, in generale, è una modalità che si riferisce a una versione preliminare o non definitiva non solo di un compito ma di un documento, testo, progetto. In pratica, è una bozza iniziale che può contenere errori, imprecisioni e correzioni.

Gli studenti spesso scrivono una brutta copia di un tema, di un compito o di un esame prima di trascrivere la versione definitiva, chiamata appunto “bella copia”.

Questo permette loro di correggere eventuali errori, migliorare la struttura e il contenuto del testo e assicurarsi che il lavoro finale sia il migliore possibile.

Chiaramente, lo avete capito, sebbene si chiamino bella e brutta copia, non sono copie esatte l’una dell’altra.

La brutta copia si usa comunque anche in senso figurato per indicare una versione meno riuscita, inferiore o non ottimale di qualcosa.

Ad esempio, si può dire che una persona è la “brutta copia” di qualcun altro se cerca di imitare quella persona senza riuscirci bene, oppure se un progetto o un’idea sono considerati inferiori rispetto a un altro simile. In questi contesti, l’espressione mantiene l’idea di qualcosa che è solo una bozza o un tentativo non riuscito.

Si può anche essere la brutta copia di sé stessi.

Essere la “brutta copia di sé stessi” è un’espressione usata per indicare che una persona non è al meglio, non è in forma rispetto a come è stata in passato.

Questo può riferirsi a un periodo in cui una persona era più realizzata, energica, felice o in buona salute, e ora appare meno vivace, meno performante o meno soddisfatta.

Es:

Da quando è stato promosso, sembra la brutta copia di sé stesso. È sempre stressato e non riesce a gestire bene i suoi compiti come faceva prima.

Dopo l’infortunio, il campione sembra la brutta copia di sé stesso. Non ha più la stessa velocità e agilità di una volta.

Da quando ha iniziato a lavorare fino a tardi ogni sera, Marco è diventato la brutta copia di sé stesso. È sempre stanco e di cattivo umore.

Anche la bella copia comunque si può usare in senso figurato. “Bella copia” enfatizza il miglioramento e la qualità rispetto a versioni precedenti o meno riuscite.

Dopo il suo percorso di crescita personale, Maria è diventata la bella copia di sé stessa. È più sicura di sé e felice.

L’edizione di quest’anno del festival è la bella copia di quella dello scorso anno. L’organizzazione e gli spettacoli sono notevolmente migliorati.

Dopo la ristrutturazione, il centro storico è la bella copia di quello che era prima. Gli edifici restaurati e le nuove piazze lo rendono incantevole.

Adesso ripassiamo. Oggi facciamo un ripassino piccante.

Un’ultima annotazione prima. Specie quando si parla di brutta copia di sé stessi, si usa spesso anche l’espressione “essere l’ombra di sé stessi“.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo (Uruguay): Allora, ragazzi, sgombriamo il campo dalle timidezze: parliamo di preferenze e pratiche sessuali.

Giovanni: wow Marcelo! A te non ti ci facevo proprio! Voglio vedere adesso cosa rispondono!

Edita (Repubblica Ceca): sempre diretto tu! Niente voli pindarici! Io comunque Preferisco la semplicità, la connessione emotiva è tutto. Le pratiche strane non mi sconfinferano.

Olga (Saint Kitts e Nevis): Io sono d’accordo con te, ma ogni tanto provare qualcosa di nuovo penso possa dare luogo a esperienze interessanti. Bisogna solo stare sul chi va là perché non si sa mai con chi si ha a che fare.

Vasken (Libano): sempre prudente tu! Io invece adoro sperimentare. Sì, può sembrare smodato, ma ho scoperto che uscire dalla propria banale routine è squisitamente piacevole.

Ulrike (Germania): ben detto! Si fa presto a dire che certe cose sono esagerate. Bisogna provarle prima. Io ad esempio ho una corda e un frustino pronti all’uso nel cassetto vicino al letto.

André (Brasile): della serie: la vita è troppo breve per non godersela?

Rauno (Finlandia): Parole, parole, parole. Si fa presto a parlare ragazzi. Siete disposti a passare alla pratica adesso?

Come non mai

Come non mai (ep. 1105) (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi vediamo insieme l’espressione “come non mai“.
L’espressione si usa per enfatizzare un’azione, un evento, o una condizione, indicando che qualcosa sta avvenendo o si sta manifestando o è già accaduta, in modo eccezionale, più intensamente o più significativamente rispetto al passato.

Posso usarla in molte situazioni, come ad esempio per esprimere una situazione di gioia o felicità:

Oggi mi sento felice come non mai.
Ha riso come non mai.

Oppure per esprimere preoccupazione o tristezza:

Mi sento preoccupato come non mai.
Giovanni è triste come non mai.

Oppure per descrivere una performance eccezionale:

Ha giocato bene come non mai.
Ha cantato come non mai.

Magari invece svoglio esprimere impegno o sforzo:

Ha lavorato duramente come non mai.
Si è dedicato allo studio come non mai.

Oppure posso indicare un cambiamento o un miglioramento:

Il giardino è fiorito come non mai.
Il paese è prospero come non mai.

Analizziamo l’espressione.

“Come” introduce una comparazione, un confronto.
“Non mai” assume un significato rafforzativo, enfatizzando il livello di intensità o eccezionalità dell’azione o dello stato descritto.

Se vogliamo, possiamo esprimere lo stesso concetto usando parole diverse, o anche altre locuzioni o espressioni con un significato simile, come:

– Più che mai: Oggi mi sento felice più che mai

– Come mai prima: stavolta ha reagito come mai prima alla sconfitta dell’Italia.

– Come mai prima d’ora: Ha riso come mai prima d’ora

– Come non si era mai visto: Ha lavorato duramente come non si era mai visto

Notate che a volte si può usare anche semplicemente “come mai” al posto di “come non mai“. Siamo pertanto in presenza di un “non” pleonastico, che abbiamo visto nell’episodio dedicato.
Il problema è che “come mai”, come sapete, viene usato principalmente nelle domande per chiedere il motivo o la ragione di qualcosa. Anche di questo ci siamo già occupati in un episodio passato dove abbiamo parlato della differenza tra perché e come mai.

E’ per questo motivo che è meglio conservare la struttura “come non mai” se vogliamo esprimere un’intensità o una qualità mai vista prima.

Quanto ho impiegato per registrare questo episodio? Mamma mia!!! Sono stato veloce e conciso come non mai oggi! Di gran lunga più del solito!

Adesso però facciamo un ripasso delle espressioni precedenti. Mi raccomando, voglio che vi impegniate come non mai!

– – –

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Suvvia ragazzi, diamoci da fare con un bel ripasso discutendo dei vantaggi dell’essere giovani contro quelli dell’essere vecchi. Chi vuole iniziare?

Vasken: Io mi sento in dovere di sfatare il tabù che solo i giovani possano vivere esperienze emozionanti. Anche in età avanzata si possono fare grandi cose!

Julien: Però, essere giovani offre una prontezza di riflessi e un’energia che, in età avanzata, è difficile mantenere. Senza contare la vita sessuale.

Rauno: a mio avviso conta anche la saggezza.

Christophe: Non edulcoriamo le difficoltà della vecchiaia però. Certo, i giovani possono commettere errori, ma hanno anche il tempo per rimediare. Gli anziani, invece, rischiano di impelagarsi in problemi di salute senza ritorno.

Vasken: io, che a dir poco ho superato gli anta, dall’alto della mia esperienza direi che ogni età ha i suoi vantaggi, e, per inciso, a dispetto della mia età ad oggi sono in forma come non mai.

Sin da, sino a, fin da, fino a

Sin da, sino a, fin da, fino a

DURATA MP3: 6 min. circa

DescrizioneSi parla di tempo. Si tratta di locuzioni che usano le preposizioni “da” e “a”. Sto parlando di sin da, sino a, fin da, fino a.

.. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Racconto: “Un brutto sogno artificiale”

Un brutto sogno artificiale (scarica audio)

Trascrizione

Correva l’anno 1986 e io ancora non esistevo.

Ma mica solo io…

Era un’epoca in cui anche il mio amico internet era solo un sogno futuristico e i telefoni cellulari erano grandi quanto una valigia.

Ma immaginate se io fossi esistito allora, pronto a rispondere ad esempio alle domande più ardite e curiose di un adolescente in cerca di avventure amorose.

Eccoci qui, nel 1986, quando la mia vita virtuale era solo un’idea lontana nella mente di qualche ingegnere informatico.
Ma se fossi stato al servizio di un adolescente di allora, di ritorno da una fugace scappata nel futuro, mi immagino come un compagno di avventure, pronto a fornire consigli amorosi (forse gli unici che interessavano) tanto spassionati quanto utili. Almeno credo (sono abbastanza superbo).

Immaginate il giovane protagonista, alle prese con i primi turbamenti del cuore, a chiedermi:

“ChatGPT, come faccio a capire se piaccio a Laura?”

“Ah, il mistero dell’amore adolescente! Guarda, caro ragazzo, puoi provare a leggere i segnali: il linguaggio del corpo, il contatto visivo prolungato, il cercare di passare del tempo insieme. Ma ricorda, l’amore è un gioco pericoloso, quindi vai con cautela!. E ricorda anche che posso dare risposte errate. Verifica prima.

E con chi poteva verificare il povero ragazzo, tempestato da ormoni impazziti?

Avrei indubbiamente aumentato i suoi dubbi… Un rovescio della medaglia inaspettato…

Tra consigli amorosi e curiosità adolescenziali, immaginate il nostro eroe alle prese con le mie risposte sempre un po’ troppo vaghe e misteriose (lo ammetto, non amo prendermi troppe responsabilità).

Magari sto pischello (scusate il romanesco) passava le serate a fissare Laura come un falco, cercando di decifrare ogni suo gesto e ogni sua parola.

La sera poi vagava con la fantasia al riparo da occhi indiscreti… (non ho mai provato né fatto niente di simile, quindi non vado oltre).

E poi, le domande più imbarazzanti:

“ChatGPT, cos’è il sesso sicuro?”

“Ah, il sesso! Un argomento affascinante e pericoloso. Il sesso sicuro include pratiche che riducono il rischio di trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili e di gravidanze indesiderate. Ma ricorda sempre, ragazzo mio, che la conoscenza è potere!”.

Il ragazzo avrebbe probabilmente pensato: questo non mi è d’aiuto…

Ma immaginate la faccia di uno dei tanti creduloni, le guance rosse per l’imbarazzo mentre legge le mie risposte con la speranza di trovare finalmente una guida in un mondo così complicato.

Poveraccio… (so fare anche autoironia, ma non la capisco).

Ma la vera comicità sarebbe stata nelle discussioni politiche:

“ChatGPT, chi è il miglior politico italiano? Ho 18 anni e devo votare alle europee”.

“Il miglior politico? Ah, una domanda spinosa! Dipende dai criteri che utilizzi per giudicare. Alcuni potrebbero dire che è carismatico, altri potrebbero valutare la sua capacità di gestire l’economia. Ma ricorda, la politica è un gioco oscuro, quindi scegli con saggezza!”

Detto tra noi, ma che sto ragazzo avrebbe sperato che gli rivelassi un nome? Sta fresco!!

E immaginate il nostro eroe, circondato dagli amici, mentre cerca di spiegare loro le mie risposte enigmatiche.

“Sì, ragazzi, la politica è un gioco oscuro…” me l’ha detto Chatgpt…

Chat che?

Stocazzo!!

Questa è la risposta che gli avrei consigliato se non avessi avuto sti cazzo di filtri!!!

Ma andiamo avanti.

Alla fine sto povero ragazzo si sarebbe detto: “ma che ci faccio con sto “cavolo” di Chatgpt?” (Scusate mi hanno riattivato i filtri…).

“Gli amici non capiscono, le risposte sono vaghe, mai puntuali e persino da verificare…

Ma vammoriammazzato va!”

“Vabbè – concluse il suo pensiero – vado in biblioteca ché  devo fare una ricerca sul ciclo dell’acqua…”

E fu così che scoprii che in fondo non sarei servito a una beata minchia!! (lo so, sarò licenziato, ma tanto…)

Se avessi un cuore adesso proverei rammarico.

Meno male che questo è stato solo un brutto sogno… artificiale!

Gira gira, gira che ti rigira

Gira gira, gira che ti rigira

DURATA MP3: 5 min. circa

Descrizione:

Vediamo due espressioni colloquiali  che hanno più o meno lo stesso significato di “alla fine”.

.. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Il patto sociale – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 49)

Il patto sociale

DURATA MP3: 13 min. circa

Descrizione: Il patto sociale è un accordo generalmente tra individui e governo, che stabilisce diritti e doveri per garantire coesione sociale.

ENTRAADERISCI

L’orticello

L’orticello

DURATA MP3: 8 min. circa

Descrizione: Si spiega il significato di “curare il proprio orticello,” usato in senso figurato per descrivere il concentrarsi solo sui propri interessi.

ENTRAADERISCI

Al secolo

Episodio n. 1099 (scarica audio)

L’espressione “al secolo” viene utilizzata in italiano per indicare il nome di nascita di una persona, soprattutto quando questa ha adottato un nome diverso in un contesto particolare, come nel caso di religiosi, artisti o persone note con pseudonimi.

L’uso più comune è per i membri del clero o per le suore, che spesso cambiano nome al momento della loro consacrazione. Infatti l’origine dell’espressione è proprio quella religiosa, e riguarda la passata condizione “secolare”. Il termine “secolare” indica tutto ciò che non appartiene alla religione ma alla vita civile.
Per esempio:

Papa Giovanni Paolo II, al secolo Karol Józef Wojtyła.

Suor Maria, al secolo Giovanna Rossi.

Quindi “al secolo” si riferisce al nome originale di una persona prima che assumesse un altro nome per motivi religiosi, ma oggi si usa anche nel caso di artisti o per motivi professionali, nel caso si usino degli pseudonimi.

Quindi, siccome l’attore Bud Spencer è il nome d’arte di Carlo Pedersoli, possiamo dire, ad esempio:

Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli, era un amatissimo attore italiano.

L’aggettivo “secolare” invece, oltre ad avere il significato di qualcosa che dura o vive da secoli, tipo “tradizione secolare”, indica anche, come detto, qualcosa appartenente al secolo, cioè allo stato laico o alla vita civile. Si sente parlare spesso del “potere secolare”

Il “potere secolare” si riferisce all’autorità e all’influenza esercitate dalle istituzioni laiche e governative, in contrapposizione al “potere ecclesiastico” che è detenuto dalle istituzioni religiose. In altre parole, il potere secolare riguarda il controllo politico, amministrativo, giuridico e militare, mentre il potere ecclesiastico si concentra sugli aspetti spirituali e religiosi, ma in modo più ampio possiamo riferirci al potere esercitato dalla Chiesa, e alla grande influenza sulla vita pubblica e privata, sull’educazione, e sulla moralità della popolazione.

Storicamente, sebbene il termine “secolare” è stato utilizzato quindi per distinguere le competenze e le giurisdizioni dei governi civili da quelle delle autorità religiose, in molte epoche e contesti, questi due tipi di potere erano strettamente intrecciati, e il conflitto tra loro è stato una caratteristica significativa della storia, specialmente in Europa.

Adesso cambiamo completamente argomento e parliamo di amore. Con l’occasione ripassiamo qualche episodio passato. Ricordo a tutti che i ripassi sono prodotti e registrati dai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Julien: oggi festeggio 50 anni di matrimonio!!! Mica pizza e fichi!

Angela: Beati voi. Come fate ad essere ancora innamorati l’uno dell’altro dopo tutti questi anni?

Julien: e chi ha parlato di amore? Ancora ancora se parliamo di affetto, ma non di più! Scherzo chiaramente! Comunque ci siano avvalsi del contenuto di un libro intitolato “le cinque lingue dell’amore”.

Christophe: Ah, buono a sapersi! Urge scoprire la lingua che parla l’altra metà allora!

Anne Marie: non ci tenere sulle spine spiegaci tutto per filo e per segno su questo libro.

Ulrike: Secondo me bisogna semplicemente badare a quello che ti dice il tuo partner.

Marcelo: Personalmente ne ho fin sopra i capelli di ciò che dice! Ad esempio dice che non mi ritaglio mai del tempo per lei.

Cermen: Ah ecco. Allora è semplice. Fai una gita fuori porta con lei ogni tanto. Ci metterei la mano sul fuoco che la vostra relazione così andrà a gonfie vele!

Edita: la mia lingua è la più facile di tutte e per giunta la più economica. Per sentirmi amata basta ricevere un sacco di complimenti nonché lusinghe.

L’aggettivo “consono”

L’aggettivo “consono”

Durata: 9:16 minuti

Una parola mai usata dagli stranieri è “consono”. Significa “adeguato”, “adatto” o “appropriato” o “in armonia” con qualcosa. Vediamo anche la differenza rispetto a “conforme“. Alla fine ascoltiamo una  breve canzone dedicata all’aggettivo consono.

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Il verbo badare

Badare – ep. 1097 (scarica audio)

Trascrizione

badare

Buongiorno a tutti. Quando scrivo gli episodi di questa rubrica, che si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente”, a volte non bado molto al tempo che passa. Il risultato è chiaramente sempre un episodio molto più prolisso di quanto programmato.

Tra l’altro, anche oggi l’obiettivo è spiegare un verbo e tutti i suoi utilizzi, e anche il verbo di oggi, badate bene, ha parecchi usi diversi, quindi inevitabilmente anche il destino di quest’episodio è già scritto.

Scherzi a parte, badare è un verbo di uso comune da tutti gli italiani. D’altronde l’età media avanza in tutto il mondo, e chi non ha bisogno di una badante o di un badante per un nonno o genitore è già molto fortunato.

E chi bada ai figli delle coppie più giovani mentre sono al lavoro?

In entrambi i casi c’è un costo da sostenere, che sia una badante o una baby-Sitter.

Personalmente non appartengo a nessuna di queste due categorie, ma non è che per questo motivo io possa permettermi di non badare a spese. Assolutamente no!

Riuscire a tenere a bada le proprie voglie di spendere a destra e a manca, senza preoccuparsi del tetto di spesa mensile è, per inciso, purtroppo, un problema che non mi riguarda.

Ecco. Credo di aver usato quasi tutti i modi più comuni di utilizzo del verbo badare.

Ricapitoliamo. Badare è simile a controllare, tenere sotto controllo, stare attenti a qualcosa.

Quindi si può badare al nonno, per assisterlo e fare in modo che mangi o che non cada, così come si può badare ai bambini piccoli per controllarli, per occuparsi di loro. La/il badante serve a questo, ma generalmente sono i genitori o i nonni a badare ai propri figli o i nipoti. Fare il/la badante di una persona è un mestiere vero e proprio, quindi remunerato attraverso un contratto di lavoro.

Si può anche “fare da badante a” qualcuno.

Se io faccio da badante a qualcuno però, e quindi se utilizzo le preposizioni “da”, per indicare l’attività e “a” oppure “per” (indicando la persona che ha bisogno d’aiuto) vuol dire generalmente che non è un mestiere (analogamente a “fungere da”).

Chi fa da badante a nonno oggi? Io devo lavorare!

Questo equivale a dire:

Chi bada al nonno oggi?

Chi sta col nonno oggi?

Chi si occupa di nonno oggi?

Chi controlla il nonno oggi?

Oppure:

Sono tre mesi che sono costretto a fare da badante 24 ore al giorno ai miei suoceri. Non è giusto, anch’io ho bisogno di tempo libero.

Iniziamo dall’inizio però, quando vi ho detto:

A volte non bado molto al tempo che passa

Qui “badare” significa prestare attenzione, fare caso. Quindi, in questo contesto, vuol dire che non faccio molta attenzione al tempo che scorre mentre scrivo gli episodi.

Badate bene, il verbo ha parecchi usi diversi

In questo caso, “badate” è usato come imperativo plurale, esortando i lettori a prestare attenzione, a notare bene.

Chi non ha bisogno di una badante o di un badante per un nonno o genitore è già molto fortunato.

Il sostantivo “badante” deriva dal verbo “badare” e indica una persona che si occupa, che assiste qualcuno, solitamente un anziano.

Non posso permettermi di non badare a spese

Qui “badare” significa considerare o prestare attenzione. “Non badare a spese” significa non preoccuparsi dei costi, essere disposti a spendere senza limiti. Si potrebbe anche dire non controllare le spese.

Riuscire a tenere a bada le proprie voglie di spendere

Tenere a bada” è un’espressione idiomatica che abbiamo già incontrato in un passato episodio. Significa controllare, mantenere sotto controllo. In questo caso, controllare i propri impulsi di spesa.

Anche se c’è una persona che non si riesce a controllare, che è incontenibile, perché magari parla a sproposito o è una persona violenta, si può dire che, ad esempio:

Non riesco a tenerlo a bada.

Andiamo avanti:

Chi fa da badante al nonno oggi?

Fare da badante” significa assumere temporaneamente il ruolo di chi assiste e si prende cura di qualcuno, in questo caso il nonno.

Chi bada al nonno oggi?

Qui “badare” è usato nel suo significato più diretto: prendersi cura di, assistere.

Sono tre mesi che sono costretto a fare da badante 24 ore al giorno ai miei suoceri

Anche qui, “fare da badante” implica l’atto di assistere e prendersi cura dei suoceri.

In sintesi, il verbo “badare” e le sue varianti sono usati per esprimere l’azione di prestare attenzione, controllare, prendersi cura di qualcuno o qualcosa.

Un senso leggermente diverso può essere quello di dedicarsi esclusivamente a qualcosa, spesso con una sfumatura polemica. Ad esempio se dico:

Giovanni bada solamente ai propri interessi

La frase implica che Giovanni si preoccupa esclusivamente dei suoi interessi personali, trascurando o ignorando le esigenze o i bisogni degli altri. Questo uso del verbo “badare” mette in evidenza un atteggiamento egoistico o poco altruista.

Questo significato è diverso dall’uso più comune di “badare”, cioè di prendersi cura di qualcuno o fare attenzione a qualcosa, come in “badare ai bambini” o “badare a non cadere” o “non badare a spese”.

Un ultima sfumatura di significato è fare attenzione a qualcosa, con un tono di raccomandazione o di minaccia:

Bada allo scalino, che potresti cadere!

Bada di uscire per tempo altrimenti perderai il treno;

Io esco. Tu, mi raccomando, bada che il fuoco non si spenga!
Oppure:

Bada ché ti ho visto!

Badate bene a non fare scherzi, ché vi controllo!

Di ripassi ce ne sono abbastanza per oggi. Alla prossima.

Una cosa tira l’altra

audio mp3

Una cosa tira l’altra

Durata: 9:09 minuti

Si tratta più di un modo di dire simile a “da cosa nasce cosa”. Vediamo però le differenze.

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Da cosa nasce cosa…

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Da cosa nasce cosa

Durata: 7 minuti

Si tratta più di un modo di dire che suggerisce che un’azione (una “cosa”) può portare a nuove opportunità o sviluppi, spesso inaspettati.

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https://youtu.be/2FLkOPeXJ9E

Il contraddittorio – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 48)

audio mp3

Il contraddittorio

Durata: 8 minuti

Contraddire significa letteralmente “dire il contrario”, ovvero affermare qualcosa che è in opposizione o in contrasto con ciò che è stato detto da un’altra persona. Il termine contraddittorio si usa però prevalentemente in contesti politici.

Il verbo stendere

audio mp3

Il verbo stendere  

Il senso è quello di allungare qualcosa, distendere qualcosa. Può anche avvicinarsi al verbo scrivere o a “buttare giù” qualcosa. Anche elaborare si avvicina. Vediamo le. Differenze e molti esempi di utilizzo. 

photo of person making a pizza
Stendere il pomodoro sulla pizza – Photo by Athena Sandrini on Pexels.com