La malafede e la buona fede (ep. 1081)

Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Le alte sfere (ep. 1079)

audio mp3

Trascrizione

Tutti noi abbiamo studiato, almeno un po’, matematica. Giusto? Tutti allora conosciamo la sfera, che ha la forma di una palla, ma parliamo del nome geometrico. La palla ha una forma sferica. Quindi la sfera è una figura geometrica tridimensionale.

Qualunque oggetto di forma sferica può venire in realtà detta sfera. Esistono molti usi frequenti nella lingua italiana:

La sfera celeste, cioè il cielo stellato, che ha una ipotetica superficie sferica sulla quale sembrano disposte le stelle. Esiste la “penna a sfera”, che ha una sfera metallica sulla punta. A parte questi usi, in senso figurato il termine sfera si può usare in diversi modi.

Da una parte può indicare una condizione sociale o professionale, un certo ambiente in cui si vive o si lavora.

Si dice ad esempio che una persona può appartenere a una sfera elevata.

Oppure, riferito anche ad organizzazioni di qualunque tipo, che una persona occupa le alte sfere militari, economiche, politiche, finanziarie.

Altre volte in modo molto simile si usa la parola cerchia, ma se usiamo cerchia, generalmente si tratta di  un gruppo ristretto di persone che si conoscono e si frequentano regolarmente, creando legami di amicizia, collaborazione o scambio di informazioni, come la “cerchia di amici”.

I termini “sfera” e “cerchia” possono avere alcune somiglianze nell’uso figurato, soprattutto quando si riferiscono a gruppi di persone o contesti sociali. Entrambi i termini possono suggerire un senso di appartenenza, coesione e condivisione di interessi comuni.

Le “alte sfere” si usa spessissimo in modo ironico, soprattutto in contesti politici o sociali. In questo senso, assume un significato simile a “luoghi elevati”. Si usa per sottolineare la distanza tra le persone comuni e coloro che le governano, e per criticare la loro presunzione o incompetenza.

Es:

Ma che ne sanno le alte sfere dei problemi della gente comune?

Le solite manovre delle alte sfere per accaparrarsi i posti di potere.

Non è che per caso alle alte sfere qualcuno ha deciso di aumentare le tasse?

In alcuni casi, l’ironia può assumere una sfumatura di sarcasmo o addirittura di rabbia, soprattutto quando l’espressione viene usata per denunciare ingiustizie o soprusi da parte dei potenti.

Non tutti gli usi dell’espressione “alte sfere” sono ironici. Può essere usata anche per indicare effettivamente i luoghi dove si esercita il potere o le persone che lo detengono. Tuttavia, l’uso ironico è sicuramente il più frequente.

A parte le sfere elevate e le alte sfere, gli altri usi figurati possono indicare anche semplicemente un ambito circoscritto, un determinato settore di attività o di competenza. Somiglia alla parola “ambito” (attenzione all’accento).

La sfera affettiva, ad esempio, è tutto ciò che riguarda l’ambito affettivo. Possiamo usare il verbo racchiudere (essendo una sfera): la sfera affettiva racchiude le nostre emozioni, sentimenti e passioni. È il regno dell’amore, della gioia, della tristezza, della rabbia, della paura e di tutte le sfumature emotive che colorano la nostra esistenza. Es: 

La sfera d’influenza invece cosa racchiude? Racchiude tutte le persone e i contesti in cui abbiamo potere. Rappresenta il nostro potere di agire e condizionare il mondo che ci circonda. Racchiude, cioè comprende, le nostre capacità, risorse, relazioni e il contesto sociale in cui viviamo.
E la sfera sessuale? Qui parliamo dell’ambito del sesso. Comprende la nostra sessualità, il nostro corpo, i nostri desideri e le nostre esperienze intime. È legata al piacere e alla riproduzione.
Esistono anche altre sfere chiaramente, come la sfera cognitiva, cioè il mondo del pensiero, dell’apprendimento, della memoria e della conoscenza. La sfera spirituale invece si riferisce alla dimensione trascendentale dell’esistenza, ai valori, alle credenze e al senso di connessione con qualcosa di più grande di noi stessi. Può includere esperienze religiose, mistiche o filosofiche.
La sfera sociale racchiude le nostre relazioni con gli altri.
La sfera economica, la sfera politica, sfera ecologica, la sfera mediatica eccetera. L’importante è che descriviamo ambiti specifici, come anche la sfera artistica, la sfera sportiva, la sfera culinaria o la sfera letteraria.
Ditemi di voi adesso. Parlatemi di una sfera a vostra scelta.
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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
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Jennifer Nella mia sfera sociale, qui in Abruzzo, è un miscuglio fra italiani che parlano italiano, quelli che parlano solo il dialetto e degli stranieri che, essendo ancora a carissimo amico con la lingua italiana, hanno cioè solo un’infarinatura. Potete immaginare come le nostre conversazioni siano alquanto divertenti. Quando ci ritroviamo in un mare di confusione siamo costretti ad usare gesticolazioni creative per farci capire, e di quelle in Italia ce n’è in abbondanza.
Marcelo:  Nella sfera sportiva e soprattutto nel mondo calcistico, si discute su chi sia il miglior giocatore mai esistito. Pelé, Maradona, Messi e nei circoli dei giornalisti, si aggiunge anche Alfredo Distefano. Secondo me, una discussione bizantina che sicuramente lascia il tempo che trova!
Segue una breve canzone dal titolo: “le sfere della vita”

Profuso, profondere e profusamente (ep. 1078)

audio mp3

Trascrizione

Trascrizione

È un verbo un po’ strano il verbo profondere.

Anche un italiano, se gli venisse chiesto di fare una frase con questo verbo, avrebbe qualche esitazione all’inizio. Non sarebbe un problema invece usare il participio passato “profuso” che è anche un aggettivo.

Infatti il verbo profondere suona un po’ strano, perché nella forma dell’infinito si usa pochissimo.

Una particolarità è che ad essere profuso solitamente è una cosa: l’impegno. Questo nel 90 percento dei casi.

Oltre all’impegno, si può definire profuso o profusa anche la collaborazione, la scrittura, la salivazione, i complimenti, le lodi, il sangue, le lacrime ma anche le spese e il denaro. Può essere profusa anche una chioma, quindi la capigliatura o la barba di una persona.

In generale profondere significa spargere, versare largamente, dare abbondantemente. Il senso è anche figurato chiaramente.

Dunque, ad esempio:

L’impegno profuso da Giovanni è stato notevole.

L’Impegno, quando si dice “profuso” ci si trova in genere in ambito formale, professionale.

Profondere impegno significa dedicare grande sforzo, energia o attenzione a qualcosa.

Si usa questa modalità per indicare il grande lavoro o l’impegno che qualcuno ha messo in una determinata attività o compito.

Quando si fanno dei ringraziamenti, specie se pubblicamente, si usa molto spesso. Altrimenti, in altri contesti, basterebbe dire ad esempio:

Vi ringrazio per l’impegno che avete messo in questa attività.

Ma in occasioni pubbliche molto più diffuse sono frasi tipo la seguente:

Desidero infine esprimere un caloroso ringraziamento alle organizzazioni per l’impegno profuso (o per il profuso impegno)

Riguardo agli altri usi, ad esempio:

Il papa ha voluto elogiare l’encomiabile opera di beneficenza profusa dalle associazioni.

Quanto denaro profuso per cose inutili nella mia famiglia

Nel caso del denaro, quando viene profuso è come dire che è stato sprecato. Si tratta di sperpero, spreco, scialo di soldi. Si tratta di uno scialacquamento di soldi. In alternativa posso anche parlare di profusione di denaro.

Marito e moglie si sono separati nonostante le lacrime profuse da parte dei figli.

C’è stata quindi una grande quantità di lacrime che sono state versate.

L’uomo aveva una profusa barba che scendeva sul petto.

Evidentemente era una lunga barba che scendeva sul petto.

Era una barba fluente, sciolta.

I membri dell’associazione mi hanno profuso amicizia, accoglienza e sostegno.

Evidentemente c’è stata una grande accoglienza, amicizia e sostegno da parte di tutti.

Le energie profuse da tutti meritano i miei complimenti.

Esiste anche l’avverbio profusamente, che significa abbondantemente, diffusamente, ampiamente, copiosamente; solo un po’ più formale.

Es:

Nelle due guerre mondiali il sangue è stato profusamente sparso.

Abbiamo discusso profusamente del nostro rapporto tutta la serata.

Lo abbiamo fatto abbondantemente allora, in modo diffuso, ampio.

Quando capita di ferirsi, se la ferita continua a sanguinare profusamente nonostante le cure iniziali, bisogna cercare assistenza medica.

Maria aveva litigato con l’amica, di cui mi ha parlato profusamente tutta la sera.

Anche profusamente suona un po’ più formale rispetto ad avverbi simili, ma non preoccupatevi perché non c’è niente di male ad usare il verbo o l’aggettivo o l’avverbio anche in famiglia o fra amici.

È tutto per oggi.

Ripassiamo adesso qualche parolina o espressione che non abbiamo ancora profusamente utilizzato.

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Il mio tentativo:
nell’intento di fare il ripasso, all‘improvviso ho ricordato il tranello che mi aveva fatto Gianni a ragione, visto che lo sbagliavo sempre, per farmi capire l’uso della parola intento, e non lo dimenticherò mai…
Ho imparato la lezione!

Ulrike: Complimenti a Marcelo per l’impegno profuso in fatto di ripassi. Appena vista la richiesta di Gianni, si mette all’opera e da lì a poco se ne esce con un bel ripasso, così comprovando la sua inclinazione e passione per l’apprendimento della lingua italiana. Ce ne fossero di studenti come lui, proprio merce rara direi.

Estelle: Non ho la stoffa per sfoderare di punto in bianco un ripasso degno di nota.
Per abbozzare un ripasso, prima devo rispolverare le lezioni e scervellarmi un po’.
Poco a poco il testo sta prendendo forma, visto?
Niente di trascendentale ma che volete, sono ancora in alto mare con la padronanza della lingua italiana.

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Segue una breve canzone dal titolo “profusamente te”.

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Ha ragione, a ragione (ep. 1077)

Ha ragione, a ragione

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Trascrizione

La lettera h sarà pure muta (la cosiddetta “mutina”, come veniva chiamata la lettera h nel gergo scolastico di un tempo), però con o senza di essa, anche il senso della frase muta! (cioè cambia).

Permettetemi questa battuta come inizio di questo episodio in cui l’obiettivo è spiegare soprattutto l’utilizzo della locuzione “a ragione” con “a” senza la lettera h.

Tutti sapete usare infatti “ha ragione” con la lettera h. Es:

Giovanni ha ragione

Tua madre ha ragione a dire che devi studiare si più

Eccetera.

Si tratta quindi del verbo avere.

Ma “a ragione“- senza acca, è, come dicevo, una locuzione italiana che si usa per indicare che qualcosa è giusto o corretto. Parliamo sempre del fatto che una persona ha ragione (con l’acca), ma non stiamo usando il verbo avere.

Usiamo invece la preposizione semplice a.

Può essere utilizzata per sottolineare non che una persona “ha ragione”, ma che una persona ha una buona ragione o un valido motivo per pensare o agire in un certo modo. È importante specificare. Stiamo solitamente valutando una situazione a posteriori.

Ad esempio:

Gianni ha parlato a ragione quando ha detto che la situazione era pericolosa.

Significa che Gianni ha detto qualcosa che poi si è dimostrato essere corretto, poiché la situazione era effettivamente pericolosa. In altre parole, le sue preoccupazioni avevano fondamento.

Oppure:

Chi parla a ragione ha sempre ragione

Potremmo sostituire “a ragione” con “giustamente” e a volte anche con “a maggior ragione“, di cui ci siamo già occupati.

Altro esempio, immagina che Maria abbia criticato un progetto di lavoro perché pensava che non fosse abbastanza dettagliato. Successivamente, il progetto ha avuto problemi proprio a causa della mancanza di dettagli.

In questo caso, si potrebbe dire:

Maria ha parlato a ragione quando ha sollevato dubbi sulla completezza del progetto, poiché i problemi che abbiamo incontrato confermano effettivamente le sue preoccupazioni.

Chiaramente esiste anche la locuzione “a torto“, che esprime il senso opposto. Ne abbiamo parlato in un episodio dedicato proprio al “torto“.

Si usa per indicare che qualcuno si è sbagliato o ha agito in modo errato senza una valida ragione. Anche questa osservazione viene fatta solitamente a posteriori.

Ad esempio:

Luisa ha criticato il nuovo film senza vederlo, quindi possiamo dire che ha criticato a torto. Il film, perché non l’aveva ancora visto.

Significa che la critica di Luisa non era giustificata perché non aveva esperienza diretta del film. Infatti non l’aveva visto.

Oppure:

Il dittatore, a torto, pensava di conquistare il mondo, e invece il suo esercito e i suoi sogni sono stati distrutti.

Ricordate l’espressionea ragion veduta“? Anche in questo caso, come anche in “a maggior ragione” , l’utilizzo della preposizione a è esattamente lo stesso. Tutte indicano un ragionamento o un’azione che è giustificata o ben ponderata. “A ragion veduta”, come ricorderete, si riferisce a un giudizio o a un’opinione formata dopo un’attenta considerazione dei fatti o delle circostanze, magari perché si aveva già avuto quell’esperienza. Si era già visto (o “veduto”) il possibile risultato.

Con “A maggior ragione“, invece, sempre senza acca, si fa un confronto e si esprime un motivo aggiuntivo per giustificare un’azione o un pensiero.

Parlatemi di voi adesso. Potrete rispondermi, a ragione, che dovete pensarci un po’. Pensateci pure e poi fatemi sapere.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

marceloMarcelo:

Come la vedi questa storia? Durante questi tre ultimi giorni, ho dovuto affrontare un’aspra battaglia legale con l’ente che si occupa della mia pensione. È stata un’esperienza frustante! Veramente un incubo! Il calcolo della pensione iniziale a mio avviso é stato effettuato in modo errato, come avevo detto a ragione in tempi non sospetti con le mie indagini. Sono più di 10 anni che ci rimpalliamo con sta benedetta pensione. Vai a capire i meandri della burocrazia!

Segue una canzone dal titolo “lo dicevo a ragione

Mi hai mai amato? Non lo so
a ragione lo dicevo
Le tue parole
Confondevo
Quando dicevo “Io ti amo”
Tu dicevi no
a torto però

Mi hai mai amato? Non capisco
Le tue azioni
Mi rendo conto
Mi hai fatto credere a un sogno
Che era solo un gioco

Mai amato
Mai amato
Le tue parole erano false
Mai amato
Mai amato
Mi hai spezzato il cuore
Oh no

Essere in alto mare (ep. 1076)

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Trascrizione

landscape photograph of body of water
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Quando siamo molto lontani dal trovare una soluzione o dal raggiungere un obiettivo possiamo usare una bella espressione: essere in alto mare.

L’espressione “essere in alto mare” ha chiaramente un senso letterale. Significa trovarsi lontano dalla costa, lontano dalla terra. Quando una nave ad esempio si trova in alto mare, la terra è molto lontana e non si vede neanche.Il fatto di usare l’aggettivo “alto” non si riferisce quindi alla profondità dell’acqua, ma alla distanza dalla terra. E’ pur vero però che, normalmente, più siamo in “mare aperto” (altra modalità per indicare una notevole distanza da terra) e più il mare è profondo.

Il fatto di usare l’aggettivo “alto” non si riferisce quindi alla profondità dell’acqua, ma alla distanza dalla terra. E’ pur vero però che, normalmente, più siamo in “mare aperto” (altra modalità per indicare una notevole distanza da terra) e più il mare è profondo.

Vediamo qualche esempio in senso proprio:

La nave da crociera ha avuto un guasto al motore ed è rimasta in alto mare per giorni.

I pirati hanno assalito il mercantile in alto mare.

A parte il senso proprio, decisamente più utilizzato è l’uso figurato, per indicare il trovarsi in una situazione difficile e incerta, senza una chiara via d’uscita.

Esempi:

I negoziati per il nuovo contratto di lavoro sono ancora in alto mare.

Non so quando uscirò stasera. Devo terminare il mio lavoro ma sto ancora in alto mare

Il progetto è ancora in alto mare perché mancano i finanziamenti.

Il processo di digitalizzazione della Pubblica amministrazione è in alto mare. Ci vorranno anni

In questi casi, l’espressione “essere in alto mare” evoca un senso di instabilità, incertezza e difficoltà. Spesso c’è anche un senso di scoraggiamento derivante dal fatto che non si riesce a “vedere la fine”, come si dice. Lo scoraggiamento è uno stato mentale negativo caratterizzato da una sensazione di svogliatezza, demotivazione e pessimismo.

C’è un’espressione simile che abbiamo già incontrato: essere a carissimo amico“, che esprime lo stesso concetto, solo in modo più simpatico.

Adesso ripassiamo. Parlatemi di quando vi siete trovati in alto mare.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Non occorre fare mente locale per ricordare tutte le volte che mi sono trovato in situazioni scoraggianti, demoralizzato e pessimista, dunque quando mi sono sentito in alto mare. Però tranquilli, con tutto che me ne sono capitate di cotte e di crude, essendo un ottimista per natura e uomo dalle mille risorse, dico sempre che, presto o tardi, tutto passa!

Ulrike: Essendo ancora a carissimo amico con l’apprendimento della lingua inglese, sarebbe un bel passo in avanti se un giorno speriamo non troppo lontano, riuscissi a raggiungere lo stesso livello del mio l’italiano. Ad oggi però non la vedo così facile.

Marguerite: Da parte mia devo dirvi che mi vedo costretta ad imparare un po’ d’informatica, diciamo almeno il minimo sindacale. Lungi da me infatti l’idea di diventare una smanettona! In merito a quest’impegno sono decisamente in alto mare!

 

La preposizione di: errori comuni degli stranieri

La preposizione di: errori comuni degli stranieri (scarica audio)

Trascrizione

Credete che ci sia il bisogno di fare un episodio dedicato agli errori degli stranieri sull’uso della preposizione “di”?

Serve approfondire?

Occorre fare un episodio su questo argomento?

Notare che non ho detto: occorre di fare, serve di approfondire…

Allora facciamolo questo episodio!

Ci sono già in realtà alcuni episodi sul sito di Italiano Semplicemente dedicati alla preposizione “di” ma oggi vorrei parlarvi proprio degli errori più comuni che fanno gli stranieri.

Si tratta, come avrete capito, di un uso sbagliato di questa preposizione. La preposizione non andrebbe usata ma invece viene inserita nella frase ugualmente.

Mi riferisco soprattutto alla circostanza in cui una persona deve dare un consiglio, un suggerimento, deve suggerire una regola, o fare una raccomandazione, oppure esprimere una preferenza ma anche quando si dà un giudizio. Ci sono comunque anche altre circostanze in cui si fa questo errore.

Vediamo qualche esempio. Chiaramente io vi dirò le frasi corrette. L’errore, nella maggior parte dei casi, consiste nel mettere “di” prima del verbo all’infinito.

È facile dire la verità

Potrebbe essere difficile riuscire a arrivare in tempo all’appuntamento

È giusto essere onesti con tutti

Sarebbe possibile prenotare un tavolo per 4 persone?

È normale sbagliare la prima volta.

Serve avere più pazienza

È necessario essere più puntuali.

Sarebbe meglio aiutare prima chi ha più bisogno.

È importante imparare divertendosi

A me sembra stupido fare questo

È fondamentale capire le spiegazioni

È necessario studiare per superare l’esame.

È preferibile chiedere informazioni

È consigliabile fare attenzione

È divertente uscire con gli amici

Preferisco cenare fuori stasera

Desidero fare un viaggio

È giusto punire i colpevoli

Sarebbe stato meglio rimanere zitto

Ci conviene rimanere a casa con questa pioggia

A tutti importa rimanere in salute

Mi interessa molto sapere com’è andata a finire.

Non è giusto pagare così tanto

È bello stare con te

È possibile pagare con la carta di credito?

Bisogna andare, è tardi!

Ho notato che l’errore arriva soprattutto quando si parla in modo impersonale.

Però spesso gli errori ci sono anche in frasi non impersonali, tipo:

Mi piace girare per la città di notte

desidero fare una vacanza

Dove sta il problema? Il problema è che, in frasi simili, ci sono occasioni in cui invece la preposizione “di” ci vuole.

Es:

C’è bisogno di studiare maggiormente

C’è necessità di essere obiettivi

Cerca di mangiare appena puoi

Ricordati di chiudere la porta

Non dimenticare di chiamare a casa

Dubito di arrivare per le 20.30

Quindi dipende anche dal verbo, quello che precede, eventualmente, la preposizione.

Notate, ad esempio, che lo stesso bisogno si può esprimere in modi diversi, senza usare la preposizione “di”. Es:

Serve studiare maggiormente

È necessario studiare maggiormente

Occorre studiare maggiormente

Quindi è chiaro che bisogna fare molta pratica per non fare errori.

Volendo c’è un modo alternativo che posso consigliarvi per non sbagliarvi. Quando si può, potete usare “che” e non usare il verbo all’infinito. Il prezzo da pagare è l’uso del congiuntivo.

Es:

È importante che tu impari…
È fondamentale che capiamo…
È necessario che studino…
È meglio che evitiate…
È preferibile che chieda…
È consigliabile che facciamo..

È importante che tu vada…

È necessario che ci vediamo…

Occorre che tu studi maggiormente.

Dovete scegliere il male minore!

Vi consiglio di ascoltare questo episodio più volte (è consigliabile ascoltare più volte). Ad ogni modo, provate a rispondere a queste domande:

Cos’è più facile? Dire la verità o mentire?

È facile dire la verità

Arriveremo in tempo? Sarà facile o difficile?

Potrebbe essere difficile riuscire a arrivare in tempo

È più giusto essere onesti o disonesti?

È più giusto essere onesti con tutti

Chiedi se puoi prenotare un posto al ristorante iniziando con “è possibile”.

È possibile prenotare un tavolo?

Chiedimi se è normale fare errori continuamente, usando il verbo sbagliare.

È normale sbagliare continuamente?

Dimmi che c’è bisogno di avere pazienza usando il verbo servire.

Serve avere pazienza

Sgridami dicendo che occorre essere più puntuali. Inizia con “è necessario

È necessario essere più puntuali.

Sottolinea l’importanza della puntualità iniziando con “è importante”.

È importante essere puntuali

Dimmi che è inutile che io parli quando nessuno ascolta. Usa “parlare” all’infinito.

È inutile parlare quando nessuno ascolta

Sottolinea l’importanza dell’ascolto delle lezioni di italiano. Inizia con “è fondamentale”.

È fondamentale ascoltare le lezioni

Evidenzia la necessità dello studio. Inizia con “è necessario”.

È necessario studiare

Dimmi che preferisci chiedere informazioni.

Preferisco chiedere informazioni

Dimmi che ti piace stare con me. Inizia con “è bello” oppure con “mi piace”

È bello stare con te

Mi piace stare con te

L’episodio di oggi è stato inserito all’interno dell’audiolibro dal titolo “Non vi spiego la grammatica italiana, ma la imparerete lo stesso“. Lo potete richiedere qui, sul sito, anche tramite email, oppure su Amazon in versione cartacea o Kindle. Volendo anche su altri siti, tipo Google books.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Il minimo sindacale (ep. 1075)

Il minimo sindacale (scarica audio)

Descrizione

Il “minimo sindacale” è quel livello di sforzo o impegno appena sufficiente per dire “ho fatto il mio”. È la soglia che separa il “ci ho provato” dal “sono andato oltre”, ed è la filosofia che guida chi cerca di fare il meno possibile senza finire nei guai. Nell’episodio scopriamo come il “minimo sindacale” si nasconde un po’ ovunque: sul lavoro, nella vita e nelle piccole abitudini quotidiane. Perfetto per chi vuole ridere, riflettere e riconoscersi nelle piccole, pigre scelte di ogni giorno. Non perdertelo su Spotify – potresti scoprire che il minimo può essere… molto di più!

Trascrizione

Ieri sera siamo andati al ristorante e abbiamo speso 25 euro a testa. Non molto vero?

Il propretario ha detto che per quello che abbiamo mangiato, 25 euro sono il minimo sindacale.

Questa è un’espressione chiaramente idiomatica, che si può utilizzare in particolari occasioni, per indicare un valore o un livello minimo indispensabile di qualcosa.

Nel caso del prezzo da pagare al ristorante sarebbe come dire che meno di così non si poteva pagare, considerata la quantità di cibo consumata.

“Sindacale” fa riferimento ai sindacati dei lavoratori, cioè alle organizzazioni create per difendere i diritti dei lavoratori, sia in termini di salario sia per la tutela della loro condizione lavorativa in generale: ambiente di lavoro, sicurezza e salubrità.

I sindacati fanno dunque attività sindacale, e il “minimo sindacale”, nel senso proprio, rappresenta il salario minimo orario che il datore di lavoro deve corrispondere (cioè pagare) al lavoratore per la sua attività lavorativa. Si sente continuamente parlare di salario orario minimo, anche recentemente, e la cifra che viene stabilita contrattualmente come valore minimo al di sotto del quale non si può scendere viene detta minimo contrattuale o anche minimo retributivo o minimo sindacale.

Si fa una contrattazione collettiva nazionale di reparto e viene stabilito questo valore minimo come valore di “equa retribuzione” applicabile a tutti i rapporti di lavoro subordinato.

Si hanno chiaramente tanti valori minimi, a seconda del livello.

Esiste il concetto di “giusta retribuzione” e per capire se la propria retribuzione è giusta, si guardano i cosiddetti “minimi tabellari” stabiliti per ciascuna categoria e qualifica dei c.c.n.l. (contratti collettivi nazionali di lavoro).

Questi contratti collettivi sono stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative.

Questa è l’origine del “minimo sindacale”, però come accade molto spesso nella lingua italiana, una espressione nata in un certo campo sì finisce per utilizzare in senso figurato anche in altri contesti.

Si fa quasi sempre riferimento alla sfera dei diritti in qualche modo. Non sempre comunque, perché a volte si tratta semplicemente di ridurre qualcosa, ma questa riduzione ad un certo punto deve fermarsi, perché non si può andare oltre.

Vediamo qualche esempio aggiuntivo.

La Roma batte il Milan con il minimo sindacale. Finisce 1-0.

Qui parliamo del minimo possibile per poter parlare di vittoria.

Anche 2-1 o 3-2 sarebbero vittorie con il minimo sindacale. Ciò che conta è la distanza tra i gol segnati e quelli subiti.

Altro esempio:

Offerta imperdibile: 10 bottiglie di spumante al prezzo minimo sindacale.

Impossibile abbassare ancora il prezzo. Questo il senso della frase.

Ancora:

Non voglio così tanto da te. Almeno una telefonata al giorno per sapere come sto. Chiedo il minimo sindacale, altrimenti perché stiamo insieme?

Oppure:

Non sei mai stato molto affettuoso con me. Mi ha sempre solo dato il minimo sindacale.

Qui siamo in un contesto sentimentale, ma anche in questo caso, sempre in modo figurato, possiamo parlare di minimo sindacale. Si parla di un minimo al di sotto del quale non vogliamo andare, non è possibile andare, o il minimo indispensabile, il minimo necessario.

Nel linguaggio formale però non si usa l’espressione in modo figurato. In contesti professionali si preferisce parlare di “minimo possibile” o “minimo indispensabile”.

Adesso ripassiamo parlando proprio di minimo.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Marcelo: Ho fatto mente locale, e all’improvviso ho ricordato la scuola, dove si studiava il minimo comune multiplo o anche di come ridurre una espressione ai minimi termini.

Hartmut: Era doveroso studiare attentamente queste cose in matematica. Io avevo difficoltà, con tutto che dedicavo molto tempo alla matematica.

André: a me vengono in mente i colleghi che facevano il “minimo indispensabile”, al lavoro. Ho sempre predicato nel deserto. Non riuscirò mai a farci il callo.

Il condono e la sanatoria – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 47)

Il condono e la sanatoria – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 47)

Durata file mp3: 9 minuti

Descrizione: Informazioni utilissime per uno straniero che deve acquistare un appartamento in Italia. Vediamo le differenze tra un condono edilizio e la sanatoria.

Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

ENTRAADERISCI

Un uso particolare delle preposizioni dal, dallo, dai, dalle, dagli.

Un uso particolare delle preposizioni dal, dallo, dai, dalle, dagli (scarica audio)

Trascrizione

Recentemente nel gruppo whatsapp dell’associazione Italiano Semplicemente è stata posta una domanda molto semplice e al contempo molto interessante. Parlo di un utilizzo particolare delle preposizioni articolate dal, dallo, dai, dalle e dagli.

Ad esempio:

La gallina dalle uova d’oro

La ragazza dal vestito rosso

Il ragazzo dai capelli biondi

Il filo dall’anima d’acciaio

La donna dagli occhi blu

Avete già capito che utilizzare queste preposizioni articolate è esattamente come utilizzare la preposizione “con”. Seguita da un articolo, ma meglio ancora se uso “che”.

Quindi, usando “con” o “che” abbiamo le frasi equivalenti:

La gallina con le uova d’oro

La gallina che fa le uova d’oro

La ragazza con il vestito rosso

La ragazza che indossa/ha il vestito rosso

Il ragazzo con i capelli biondi

Il ragazzo che ha i capelli biondi

Il filo con l’anima d’acciaio

Il filo che ha l’anima d’acciaio

La donna con gli occhi blu

La donna che ha gli occhi blu

Utilizziamo la modalità da+articolo quando vogliamo indicare una caratteristica di una persona o di qualcosa, oppure quando vogliamo specificare o distinguere. La caratteristica quindi è distintiva. Serve generalmente a distinguere.

Quale ragazza delle due? Quella dagli occhi verdi? Oppure quella dagli occhi blu?

Quale tavolo vuoi tra quei due che hai visto? Quello dalla forma quadrata o quello dalla forma rotonda?

Questo si può fare quasi sempre, ma spessissimo la scelta di usare le preposizioni dal, dagli, dalle eccetera, si preferisce nei titoli dei film, dei libri, delle serie televisive eccetera.

Es:

La ragazza dal vestito rosso

La ragazza dal pigiama giallo

Questi sono i titoli di due film.

“La ragazza dal cuore d’acciaio” è invece il titolo di un romanzo.

Ciò non toglie, come dicevo, che in una normale conversazione posso dire ad esempio che Pietro è un ragazzo dal cuore d’oro o dal carattere esuberante.

Nessun problema.

Pietro ha un carattere esuberante, Pietro è un ragazzo con un carattere esuberante, Pietro è un ragazzo che ha un carattere esuberante. Stesso significato.

Allora facciamo un giochino adesso.

Usate queste preposizioni per riformulare le seguenti frasi. Vi lascerò il tempo necessario e poi io vi darò la risposta.

Pronti? Via!

Giovanni fa sempre episodi che hanno uno scarso contenuto grammaticale.

Giovanni fa sempre episodi dallo scarso contenuto grammaticale.

Vorrei una matita con la punta morbida.

Vorrei una matita dalla punta morbida.

Italiano Semplicemente è un sito con i fiocchi.

Attenzione: in questo caso non posso dire “dai fiocchi”, perché questa è una espressione idiomatica.

Questa era una classica domanda a trabocchetto! Inoltre manca qualcosa. Manca un aggettivo.

Infatti anche se dicessi:

Di quale dei due uomini stai parlando? Di quello con i capelli?

Non posso dire “quello dai capelli” .

Posso farlo se invece dicessi:

Quello con i capelli rossi

Che può diventare:

Quello dai capelli rossi.

Adesso posso farlo perché ho aggiunto l’aggettivo “rossi”.

Per questo motivo dicevo prima che si può fare quasi sempre. .

Quindi continuiamo il gioco:

La casetta con il tetto rosso

La casetta dal tetto rosso.

Mi piace la pasta con il parmigiano reggiano.

Altro trabocchetto!

Sto parlando di aggiungere il parmigiano. Non posso pertanto dire: “mi piace la pasta dal parmigiano reggiano”. Non ha senso questa frase. Il parmigiano reggiano non è una caratteristica che appartiene alla pasta.

Più in generale, si usa da+articolo per fornire dettagli su caratteristiche che appartengono a quella cosa o persona, che sono propri di quella cosa o persona.

Quando invece si forniscono dettagli su altre caratteristiche, si può usare solamente “con” oppure “che”.

Ad esempio con cose che sono state aggiunte (come il parmigiano sulla pasta) o acquistate dalla persona in questione.

Quindi, analogamente, se parlo del “ragazzo con le lenti colorate verdi” non posso dire “Il ragazzo dalle lenti colorate verdi”.

Quindi ricordate: caratteristiche proprie e aggettivi.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!

Risiedere – VERBI PROFESSIONALI (n. 95)

Risiedere

Descrizione

Vediamo come si usa il verbo RISIEDERE con numerosi esempi.

Il verbo risiedere ha diversi utilizzi. Si usa in modo simile a abitare, stare, trovarsi, ma anche a basarsi, consistere e trovare fondamento.

Il file audio, la spiegazione completa e gli esercizi sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Durata audio mp3: 8:46 minuti

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Attivisti e arrivisti – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 46)

Attivisti e arrivisti (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo di due termini che si possono usare in diverse circostanze, tra cui quando si parla di questioni legate alla politica. I termini in questione sono attivista e arrivista, che al plurale diventano attivisti, attiviste, arrivisti ed arriviste.

“Attivista” e “arrivista” sono entrambi utilizzati nel contesto della politica italiana, ma hanno significati e connotazioni molto diverse.

Un attivista è una persona che si impegna attivamente per promuovere cause o ideali politici, sociali o ambientali. Generalmente, gli attivisti sono mossi da un forte senso di impegno civico e dedicano tempo ed energie alla difesa di ciò in cui credono. Sono persone “attive”, cioè si danno da fare, si impegnano per una motivazione politica, impiegano il loro tempo per questa loro causa. Non sono remunerate per questo, cioè non ricevono un pagamento. Semplicemente vogliono portare avanti, aiutare a diffondere la loro idea politica.

Esempi:
Gli attivisti per i diritti civili manifestano pacificamente per chiedere maggiori garanzie di libertà e uguaglianza.

L’associazione ambientalista ha organizzato un evento per sensibilizzare l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici, coinvolgendo numerosi attivisti.

“Attivista” non è limitato esclusivamente al contesto politico. Può essere utilizzato in una vasta gamma di contesti per descrivere persone impegnate attivamente in cause o movimenti sociali, ambientali, umanitari o di qualsiasi altra natura.

Un arrivista invece è una persona che agisce principalmente per ottenere vantaggi personali, spesso a discapito degli altri o dei valori etici. Gli arrivisti, o meglio le persone arriviste, tendono a perseguire il proprio interesse personale senza riguardo per principi o ideali, e possono essere visti come opportunistici e privi di scrupoli. Un arrivista vuole “arrivare” da qualche parte, ma l’obiettivo è personale, egoistico.

Esempi:
Il politico è stato accusato di essere un arrivista, poiché sembra interessato solo alla carriera politica senza una reale passione per il servizio pubblico.
Il nuovo dirigente del partito è stato criticato per il suo comportamento arrivista, cercando solo di accrescere il proprio potere anziché lavorare per il bene del partito e dei cittadini.

Stai promuovendo questa campagna per la sensibilizzazione sull’educazione ambientale, ma hai chiesto finanziamenti solo per il tuo progetto personale anziché per l’intera causa. Non credi che questo sia un atteggiamento arrivista?

In sintesi, mentre gli attivisti si impegnano per promuovere cause altruistiche e ideali con cui si identificano, gli arrivisti tendono a cercare solo il proprio interesse personale, senza curarsi degli altri o dei principi morali. Non è una bella cosa essere etichettati come arrivisti.

C’è da dire che un attivista può anche essere arrivista. È possibile, ma nella pratica è meno comune. Un attivista è generalmente visto come una persona che si impegna per una causa o un’idea altruistica, spesso sacrificando il proprio tempo e le proprie risorse per promuoverla. Tuttavia, nulla impedisce a una persona di essere sia un’attivista che un arrivista, poiché questi concetti si riferiscono a sfere diverse della personalità e del comportamento.

Un individuo potrebbe essere coinvolto attivamente in attività di attivismo per promuovere una causa, ma al contempo potrebbe avere obiettivi personali che si concentrano sul proprio vantaggio individuale, senza necessariamente considerare l’impatto sociale o il benessere degli altri. In questo caso, potremmo considerare quella persona come un “attivista arrivista“.

Tuttavia, l’atteggiamento arrivista è sempre visto in modo negativo, poiché implica un’attenzione eccessiva ai propri interessi personali a discapito delle motivazioni altruistiche o degli obiettivi condivisi dalla comunità di attivisti.

In generale, la maggior parte degli attivisti è spinta da un forte senso di impegno sociale e non è motivata principalmente da desideri egoistici.

Anche carrierista si usa a volte, con lo stesso senso di arrivista. Il carrierista vuole fare carriera, cioè vuole progredire nel mondo del lavoro, vuole andare avanti, assumere cariche più importanti e guadagnare di più. La sua carriera è la cosa più importante. Carrierista è più specifico se vogliamo in ambito lavorativo ma si usa meno rispetto ad arrivista. Nel linguaggio politico sono più o meno equivalenti, ma secondo me ha più senso usare arrivista in quanto si può riferire anche al guadagno di una posizione sociale di rilievo o a diventare più ricco eccetera. In comune i due termini hanno che entrambi a volte non si fanno troppi scrupoli nell’agire, chi per un motivo (una causa, un ideale) chi per un altro (interessi personali).

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.

Con tutto che – contuttoché (ep. 1074)

Con tutto che (contuttoché)

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Trascrizione

Avrei giurato che con tutti gli episodi che ho pubblicato su italiano semplicemente, ci fosse anche almeno una citazione, almeno un utilizzo di “con tutto che”. Invece, con tutto che ad oggi gli episodi sono più di 2000, non avevo mai usato finora questa congiunzione. Veramente strano.

Generalmente si scrive in tre parole: “con tutto che” . ma si può anche scrivere tutto in una parola: contuttoché, con l’accento acuto sulla e. Si usa comunque prevalentemente all’orale e forse è per questo motivo che non l’ho mai usato. Ma quando si parla con una persona, anche io lo uso molto di frequente.

Per iscritto invece preferisco usare sebbene, nonostante, quantunque, ancorc (su cui c’è un episodio) malgrado, anche se. Pensate che con tutto che ho persino fatto un episodio dedicato anche a “per quanto“, neanche in quell’episodio ho citato questa equivalente modalità. E dire che c’è anche un terzo episodio episodio su “benché“.

Sto giocando un po’, ma ciò che voglio dirvi è che è comunque utile conoscere e saper usare anche questa modalità, quantunque sia usata in prevalenza all’orale.

Ad ogni modo contuttoché viene utilizzata per esprimere un’idea di concessione o contrasto, in modo simile a “nonostante” o “benché” eccetera

Viene usata per introdurre una frase che contraddice o limita ciò che è stato detto precedentemente.

Vediamo qualche esempio.

Mia sorella fa la segretaria da 20 anni, con tutto che è laureata.

Non mi è mai piaciuta la pizza, con tutto che sono nato a Napoli.

Io in questi esempi ho sempre usato il verbo all’indicativo, ma si può usare anche il congiuntivo.

Es:

sono stato bocciato, con tutto che avessi studiato notte e giorno per mesi.

Contuttoché Giovanni sia guarito dalla malattia del Covid, continua a indossare sempre la mascherina.

Posso aggiungere che rispetto soprattutto a sebbene e benché, di solito si usa il tono della voce per enfatizzare e spesso si dedica una frase a parte, sempre per enfatizzare.

Es:

non amo fare scherzi il primo di aprile, con tutto che sono un tipo che ha sempre in mente gli scherzi.

Invece benché e sebbene si mettono soprattutto all’inizio della frase, sebbene questa non sia una regola.

Adesso, ripassiamo parlando di umorismo.

Marcelo: Oggi, primo di aprile, è il giorno del pesce d’aprile, una giornata umoristica la cui nascita si crede risalga al sedicesimo secolo in Francia e consiste nello scambiarsi scherzi che non causino conseguenze negative. Quanto al concetto di umorismo, consiste nel ridere “con” le persone, e non “di” loro. Se qualcuno inciampa e cade, non è carino deriderlo. Un esempio? Una volta un uomo mentre ballava scivolò e cadde sulle terga. Tutti ridevano “di” lui. Con prontezza di riflessi, mentre si alzava disse: “La prossima volta lo farò meglio!” E tutti risero “con” lui! Questo sì che è vero umorismo!

Il prestanome – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 45)

Il prestanome

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

prestanome - testa di legno

Descrizione: Il prestanome è una persona il cui nome compare al posto di quello di un’altra persona, che per qualche motivo non può utilizzare il proprio nome. Vediamo anche alcuni sinonimi e come si usano nel linguaggio comune.

Segue una breve canzone dal titolo “hai la testa di legno?”

Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

ISCRIVITIENTRA

Prontezza di riflessi (ep. 1073)

Prontezza di riflessi

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Trascrizione

Ho una domanda per voi. La sfida è che dovete rispondere entro due secondi.

Immaginate di avere tre pulsanti davanti a voi. Dovete premere il pulsante giusto prima del vostro avversario.

Un pulsante è per rispondere si, uno è per rispondere no, il terzo è “forse, ci devo pensare”.

Ecco la domanda: sapete cosa significa essere pronti di riflessi?

Tempo scaduto.

Se avete risposto in tempo, evidentemente siete persone pronte di riflessi. Anche se non ne conoscete il significato.

Essere pronti di riflessi significa proprio questo: essere preparati a reagire rapidamente e spesso anche istintivamente. A reagire a cosa? In genere a situazioni impreviste o pericolose.

Si può usare però anche in senso più ampio, come ho fatto io all’inizio.

I riflessi, tecnicamente, sono delle risposte automatiche del corpo a stimoli esterni o interni, che si verificano senza coinvolgimento cosciente. Ad esempio, il riflesso di retrazione del piede quando si tocca la zona sotto il ginocchio. Il ginocchio reagisce muovendosi in avanti e questo accade anche senza la nostra volontà in quanto è una reazione automatica.

Chiaramente nell’esempio che ho fatto ho usato in senso figurato il termine riflessi.

In senso figurato, i “riflessi” possono indicare reazioni istintive o anche solamente immediate di una persona a determinate situazioni, senza necessariamente implicare un coinvolgimento cosciente o razionale.

Si può usare anche al singolare: riflesso. Da non confondere col riflesso relativo alla riflessione della luce.

I riflessi della luce sono fenomeni ottici in cui la luce si riflette su una superficie e cambia direzione.

Questo può avvenire su superfici lisce come uno specchio o su superfici rugose come un foglio di carta. Quando la luce riflette su una superficie abbiamo un riflesso.

Poi ci sono anche i riflessi ai capelli che si fanno dal parrucchiere.

I riflessi in questo caso si riferiscono a una tecnica di colorazione dei capelli in cui vengono aggiunti riflessi più chiari o più scuri per creare dimensione e profondità nel colore dei capelli. Questa tecnica può essere utilizzata per aggiungere luminosità e contrasto al colore naturale dei capelli o per creare effetti più audaci e creativi.

Tornando alla prontezza di riflessi, che può essere intesa sia nel senso proprio, riferendosi alla rapidità delle risposte fisiche automatiche del corpo, che nel senso figurato, indicando la prontezza nella risposta a situazioni o problemi anche in un contesto più ampio.

Vediamo altri esempi:

Ieri stavo cadendo dal mio monopattino perché ho preso in pieno una buca. Fortunatamente sono stato pronto di riflessi e sono riuscito a non cadere.

Stavo discutendo con un tizio in un parcheggio, lui voleva assolutamente parcheggiare al mio posto, ma l’ho visto arrivare con la coda dell’occhio e subito ho occupato il posto in un secondo prima che lo facesse lui.

Nel calcio, durante una partita, potremmo commentare una grande parata di un portiere che riesce a parare un tiro molto pericoloso e da distanza molto ravvicinata. Ci vuole una grande prontezza di riflessi da parte del portiere per parare quando un calciatore avversario tira da molto vicino.

Esiste anche un altro modo di riferirsi a questo tipo di reazione: il riflesso incondizionato. Il riflesso incondizionato è anch’esso una risposta automatica e innata a uno stimolo specifico. Non richiede apprendimento o esperienza per manifestarsi e avviene in modo naturale. Ad esempio, il riflesso di suzione nei neonati è un riflesso incondizionato in cui il neonato succhia automaticamente quando qualcosa tocca la sua bocca. Si usa il riflesso incondizionato anche quando una reazione viene spontanea, anche se magari, avendo a disposizione un tempo maggiore per pensare, si crede che la reazione sarebbe stata differente.

Un esempio ulteriore di riflesso incondizionato potrebbe essere quando qualcuno si ritrae istintivamente da una fonte di calore intenso, come mettere la mano su una superficie calda. In questo caso, il ritirarsi istintivo è una risposta automatica e innata al pericolo di scottarsi, senza bisogno di apprendimento o razionalizzazione, cioè senza bisogno di stare a pensare.

Voi invece cosa mi dite dei vostri riflessi? Rifletteteci e fatemi sapere.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Ulrike: Avete presente coloro che hanno sempre la battuta pronta? In quanto tali mi sa che si tratta di persone dotate di prontezza di riflessi, per lo meno in fatto di spiritosità. Io purtroppo non posso annoverarmi tra di loro, a me le idee argute e spiritose, semmai, mi vengono in differita, di rado dal vivo.

Marcelo: Vorrei in merito citare due pugili, per inciso, entrambi campioni mondiali! Il primo un americano arci conosciuto, Casius Clay, poi diventato Mohamed Ali. Ricorderete i suoi veloci riflessi per schivare i colpi immagino. Vabbè… almeno chi ha superato gli anta saprà di chi parlo.
L’altro è Nicolino Locche, argentino, famoso per abbassare la guardia e mostrare il volto al suo avversario, che non riusciva mai a colpirlo! Difficile centrare il bersaglio con questo tizio! Purtroppo, tutt’e due hanno avuto il Parkinson in età avanzata. Cercate su YouTube qualche video che li riguarda. Sono degni di nota! Quanto alla mia prontezza di riflessi, beh, meglio che ne parliamo un’altra volta!

Estelle: Avete presente quel diabolico strumento della cucina chiamato mandolina? Cucinare per gli altri è per me un piacere da sempre. Ero avvezzati a usarla frequentemente in modo quasi istintivo. Ineluttabilmente ciò che doveva accadere è accaduto, e il mio dito ha preso il posto della patata. Non vi dico lo stato di panico nella casa: i figli hanno subito attivato il campanello d’allarme. Da quel giorno ho sviluppato una certa prontezza di riflessi per ritirare le dita mentre la lama si avvicina. Conunque, a ragion veduta, senza voler demonizzare questa macchina, penso che il da farsi sia probabilmente dimenticarla. Dire che questa macchina è pericolosa è un eufemismo.

Smanettare (ep. 1072)

Smanettare

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Trascrizione

Sapete qual è l’abilità degli informatici? La loro abilità consiste nel fatto che sanno smanettare.

Smanettare nell’uso più comune, significa saper utilizzare il computer con grande abilità, con una certa disinvoltura.

In particolare si utilizza quando una persona riesce a risolvere problemi più o meno complessi, sperimentando soluzioni, cercando soluzioni usando i vari programmi del computer.

Si può usare anche quando si sa usare bene il cellulare con lo stesso senso. E non solo il cellulare.

È un verbo informale che chiaramente fa riferimento alle “mani”.

Come a dire che cliccando di qua e di là, provando prima una cosa e poi un’altra si riesce facilmente a risolvere dei problemi.

Vediamo qualche esempio:

Sono due ore che stai smanettando col telefonino. Ma cosa stai facendo così concentrato?

Il cancello automatico non funzionava bene. Ho dovuto smanettare un po’ col telecomando per capire come funzionasse.

Questo è uno smartphone molto adatto per chi riesce a smanettare e usare tutte le funzioni.

È un po’ complicato installare questo programma. Però se smanetti un po’ vedrai che ce la puoi fare.

È interessante che esiste anche l’aggettivo, che indica una persona appassionata di informatica, che riesce e si diverte a modificare le varie funzioni del proprio computer o dei software che vi sono installati, o a muoversi con disinvoltura tra le varie funzioni di un dispositivo elettronico e magari anche ad aggiungere funzioni nuove. Chi ha queste abilità viene chiamato “smanettone“.

Teoricamente però smanettare deriva anche da “manetta“, un termine associato alla velocità.

Infatti andare a manetta significa andare a tutta velocità. È chiaramente informale anche questa espressione.

Allora smanettare può anche significare andare molto velocemente, proprio come “andare a manetta”.

Infatti quando si guida una moto di usa la mano destra per accelerare.

Una modalità alternativa è “andare a tuffo gas” “o anche “andare a tutta birra“. Si tratta di forme alternative a “andare a tutta velocità“.

In realtà però, almeno personalmente, non mi pare di aver mai visto o sentito usare il verbo smanettare in questo modo, per indicare velocità.

E voi sapete smanettare? Siete degli smanettoni? Parliamo quindi di competenze informatiche. Come ve la cavate?

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Jennifer: Fra mio figlio ed io non c’è confronto quando parliamo di competenze informatiche. Lui smanetta gli aggeggi come se avesse sviluppato un sesto senso; è davvero uno smanettone. Purtroppo io sono un dinosauro perso nel mondo della tecnologia. È come se quasi mi mancassero le sinapsi necessarie per comprendere come funzionano le cose che utilizzano la tecnologia dei computer. Ce l’ho messa tutta per imparare ma sfortunatamente anziché diventare abbastanza competente i miei figli sono convinti che io possieda “un’energia storta” che non lascia indenne alcun dispositivo che è nelle mie vicinanze.

Marcelo: La competenza informatica è oggi un requisito fondamentale per quasi tutti i lavori. Un viatico indimenticabile direi! Non c’è colloquio di lavoro che non includa domande sul livello raggiunto. Non essendo nato nell’era digitale, il mio consiglio è lasciare la paura da parte e mettersi in gioco! All’inizio sembrerà duro, però man mano che ci impegniamo tutto diventerà liscio come l‘olio! Suvvia, non vi pentirete amici! Almeno così è stato il mio percorso. Bisogna seguire delle tappe, un passo alla volta, così di tappa in tappa Si diventa sempre un po’ più più bravi! Fatevi sotto!

L’aggettivo “atavico” (ep. 1071)

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Trascrizione

Sapete qual è il male atavico degli italiani? C’è chi dice sia l’individualismo.

Altri dicono che il male atavico degli italiani sia l’incoerenza.

Altri ancora dicono che sia il camaleontismo. Per altri ancora è l’indifferenza. Per alcuni siamo persino ondivaghi, cioè vaghi, imprecisi, che cambiano spesso opinione, quindi siamo mutevoli, instabili. Questi sarebbero tutti mali atavici di noi italiani.

Ma, prima di tutto, cosa significa male atavico?

Atavico è un aggettivo che non si usa per descrivere solo un male. Dentro alla parola atavico c’è “avi” che significa antenati, progenitori.

In generale atavico o atavica descrive una caratteristica, un tratto, un elemento, una radice. Qualcosa che dipende o è legato alla cultura e alla vita dei nostri progenitori, i nostri avi.

Insomma, atavico è qualcosa che è nel sangue, nel dna di un popolo, qualcosa che è stato trasmesso dalla cultura, dagli usi e dai costumi di un popolo.

Se qualcosa è atavico, vuol dire che risale agli antenati, che deriva dagli avi.

Quindi l’aggettivo viene associato a caratteristiche o comportamenti che sembrano risalire a tempi antichi, ereditati dai progenitori o dalle origini ancestrali di una persona o di una cultura.

Ho detto origini “ancestrali”. In effetti ancestrale è un sinonimo di atavico. Possiamo usarlo senza problemi al suo posto. In più la forma femminile è uguale a quella maschile.

Vediamo qualche esempio con atavico:

In Grecia, la pratica del teatro tragico ha radici ataviche che risalgono all’antica tragedia greca.

In Italia, la passione per il cibo e la convivialità sono tratti atavici che si riflettono nella cultura culinaria e nelle riunioni familiari.

In Francia, la tradizione del vino e della gastronomia è un elemento atavico che ha radici profonde nella cultura nazionale.

In Germania, la tradizione della birra e dei mercatini natalizi è un tratto atavico che riflette l’importanza della convivialità e delle festività nella cultura tedesca.

In Inghilterra, il folklore e le leggende antiche sono parte integrante della cultura, con origini ataviche, che risalgono ai tempi dei miti e delle leggende medievali.

In Norvegia, il legame con la natura e le tradizioni vichinghe sono elementi atavici che influenzano la cultura lo stile di vita norvegesi.

In generale, la pratica della superstizione è un tratto atavico che può essere riscontrato in molte culture, manifestandosi attraverso credenze e rituali che hanno radici antiche.

L’aggettivo “atavico” inevitabilmente si usa parlando di popoli e culture. Volendo si può usare anche per descrivere caratteristiche biologiche o comportamenti che sembrano avere radici profonde nella storia evolutiva di una specie.

Vi ricordo poi il termine “retaggio” che è chiaramente legato all’aggettivo “atavico”. Direi che atavico però viene da più lontano, è più radicato nel passato e si usa di più parlando di popoli.

Adesso parlatemi di un tratto atavico della vostra cultura usando qualche episodio passato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Estelle: La chiave di volta per capire il mio retaggio familiale risiede probabilmente nel valore che diamo al lavoro. Da sempre i miei genitori mi hanno trasmesso l’importanza dello sforzo per raggiungere gli obiettivi da prefiggersi.

Marcelo: Io, cari amici, come argentino, direi che la nostra eredità è senz’altro influenzata dalla cultura spagnola fin dalle origini. Così, tutto è stato tramandato per secoli. Ma nel secolo XIX e alle porte del secolo XX, i governi argentini hanno promosso una corrente migratoria molto importante. A quel tempo, l’Argentina era un paese ricco e promettente, e questo portò all’arrivo di tanti italiani, francesi, tedeschi, russi, britannici e di altri paesi. Questo ha implicato che l’Argentina si è trasformata in un crogiolo di culture e quindi è difficile individuare un unico retaggio.

Inoltrare e inoltrarsi (ep. 1070)

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Trascrizione

Cos’hanno in comune un bosco, la primavera e una email? La risposta risiede nel verbo inoltrare.

Infatti ci si può inoltrare in un bosco, la primavera può essere inoltrata e si può inoltrare una email.

Le tre frasi condividono il concetto di “avanzare” in qualcosa. Nel primo caso, ci si inoltra nel bosco, quindi si avanza, ci si addentra nel bosco, nel secondo caso si inoltra la stagione primaverile cioè ci troviamo nel pieno della stagione primaverile e nel terzo caso si inoltra un’email, cioè si invia una e-mail che abbiamo ricevuto.

Quindi c’è un legame tra le tre frasi. Tutte e tre implicano un movimento o un progresso in avanti in un determinato contesto.

Nel caso del bosco, inoltrarsi nel bosco significa penetrare all’interno del bosco, ma si può dire lo stesso di un territorio, quindi inoltrarsi è simile a addentrarsi in qualcosa. Es.

La ragazza si inoltrò nella foresta.

Quindi non solo la ragazza è entrata nella foresta ma è andata “oltre”. È entrata nella foresta ma è penetrata dentro e ha fatto anche un po’ di strada. C’è un po’ il senso del pericolo in questo caso.

Ad ogni modo ciò che conta è che la ragazza non si trova all’inizio del suo percorso. Si è inoltrata, cioè è andata avanti (oltre l’inizio) in modo significativo.

Quando è una stagione ad essere inoltrata stiamo invece usando il verbo il senso figurato.

Significa giungere a una fase avanzata della stagione, quindi ancora una volta non all’inizio ma la stagione è iniziata già da un po’ di tempo.

Es:

L’ultima volta che ci siamo visti era autunno inoltrato.

È primavera inoltrata e ancora non si vedono alberi fioriti. Che strano!!

Infine, l’unico uso transitivo del verbo inoltrare è relativo al linguaggio burocratico.

Nel linguaggio burocratico infatti inoltrare può significare due cose.

Significa trasmettere un messaggio in via gerarchica, quindi analogamente a diramare, distribuire ad altri.

Ma significa anche inviare a qualcuno una e-mail ricevuta.

Quest’ultimo è l’uso più comune.

Si può quindi inoltrare una direttiva (un tipo di comunicazione) agli uffici competenti, nel senso di inviare, trasmettere, diramare, ma molto più spesso si inoltra un’email a qualcuno a cui può interessare il contenuto di quel messaggio. Ci siamo già occupati della differenza tra inviare, mandare, spedire, inoltrare. Date un’occhiata se volete.

È bene ribadire che se si inoltra una email a qualcuno vuol dire che qualcuno quella e-mail l’ha inviata a noi, e noi a nostra volta la inviamo ad altri.

Es:

Ho ricevuto una email dal direttore. Te la inoltro, dimmi che ne pensi.

Avrete notato la somiglianza tra inoltro e inoltre. Falso allarme comunque.

“Inoltro” e “inoltre” sono due parole che hanno significati e utilizzi diversi.

Un “Inoltro” indica infatti l’azione di inviare qualcosa (simile a invio), come un messaggio o un documento, a un’altra persona o destinazione.
Inoltre” invece è un avverbio che significa “in aggiunta a quanto detto”, “oltre a ciò” o più semplicemenete “anche” e “poi”.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata. Parliamo di attività sportive.
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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Tra le attività che mi piacciono di più si trovano il campeggio e il trekking. Molte volte mi sono inoltrato nei meandri di boschi intricati, con pericoli dappertutto, però fortunatamente ne sono uscito indenne in tutte le occasioni.

Camille: Da annoverare tra le cose importanti in quegli sport ci sono i bastoni per l’arrampicata, una bottiglia per l’acqua, occhiali da sole, cappello e una gavetta con dei medicinali di base, il minimo imprescindibile.

Danielle: ma da avere sempre all’occorrenza c’è anche alcol, bende, aspirina, cerotti adesivo, ecc., è poi occorre buonumore: un buon viatico per tutte le attività.

Edita: Avete iniziato ad accarezzare l’idea di esordire in questa disciplina? Suvvia amici! Non esitate. Non ve ne pentirete mai!

L’aggettivo indenne (ep. 1069)

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Trascrizione

faceless firemen by building on fire
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Mi è stato suggerito da Camille, un membro dell’associazione Italiano Semplicemente, di fare un approfondimento sul termine “indenne“.

Ebbene, l’aggettivo indenne deriva dal termine “danno“. Come sapete, un danno è una diminuzione, più o meno grave di efficienza, di consistenza o di valore, dovuta a cause fortuite o anche volontarie. Esistono poi diversi tipi di danni. Esistono danni morali e danni materiali, ma anche e soprattutto danni economici. Quando subiamo un danno economico abbiamo un effetto economico negativo conseguente dall’azione di qualcuno o da un fatto e così “subiamo un danno” normalmente quantificabile in un certo numero di euro o altra valuta.

Esiste anche il danno fisico, relativo alla salute. In medicina, è un termine usato come sinonimo di lesione, disfunzione, alterazione.

Es: subire un danno celebrale o un generico danno al fisico.

Ebbene, “indenne” è un aggettivo che sta ad indicare un’assenza di danni. Quindi se io non subisco alcun danno dal verificarsi di un evento, posso dire che sono indenne o che sono uscito indenne da questo evento. Il prefisso negativo “in” è usato in questo caso per esprimere valore contrario, e viene premesso soprattutto ad aggettivi che esprimono concetti graduabili, tipo incapace, incerto, inefficace, insicuro, inutile.

Anche indenne è un esempio dell’uso di questo prefisso, anche se “danno” è un sostantivo,

Passiamo ai verbi che si utilizzano quando parliamo di danni.

Con i danni si può usare il verbo subire ma anche il verbo patire. Quindi indenne significa anche che una persona o qualcosa non patisce alcun danno:

Con indenne invece si usano principalmente i verbi: rimanere, restare e uscire:

Fortunatamente dal terremoto ne sono uscito indenne

La crisi finanziaria mondiale ha dimostrato che nessuna economia può rimanere indenne dalle conseguenze dei problemi globali.

Ho stipulato l‘assicurazione per restare indenne rispetto agli infortuni sul lavoro

Maria è uscita indenne dall’incidente

Comunque indenne fortunatamente ha anche dei sinonimi. A seconda dell’occasione possiamo usare incolume, illeso o sano e salvo. Oppure salvo, intatto, integro, e anche “perfetto”.

Dicevo che “indenne” si usa anche per le cose e non solo per le persone:

es:

L’incendio ha devastato la chiesa ma il quadro è rimasto indenne.

La pandemia ci ha insegnato inoltre che “indenne” è anche un sinonimo di “immune” quando si parla di contagio.

Es:

Ci sono alcune zone italiane risultate completamente indenni dall’epidemia

Quanto alle differenze con i termini simili, “illeso” può essere usato in contesti simili a “indenne” e “incolume“, ma talvolta porta con sé un senso di fortuna o miracolo nel non essere stato danneggiato, come “uscire illeso da un incidente automobilistico”. Intonso invece, sebbene abbia un suono simile, si usa generalmente in contesti diversi, come abbiamo visto, quando si tratta di qualcosa di mai utilizzato, più che di qualcosa di non danneggiato.

Anche “scampare da un pericolo” trasmette un senso simile. Si potrebbe dire lo stesso dei verbi cavarsela. Se invece riusciamo a prevenire questo pericolo prima che si manifesti, allora possiamo usare il verbo “scongiurare” a meno che non si tratti di qualcosa di ineluttabile

Oggi vorrei che il ripasso quotidiano vertesse sulla felicità. Pare che il paese più felice sia la Finlandia. E questo perché i finlandesi si godono appieno le piccole gioie della vita, come l’aria pulita, l’acqua cristallina e le passeggiate nei boschi. Che ne pensate?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Andrè: Da che mondo è mondo gli esseri umani cercano la felicità! Secondo me la definizione di felicità è soggettiva, anzi direi addirittura che la felicità non esiste ma che esistono i momenti felici! Per quanto riguarda la felicità dei finlandesi, che vuoi che ti dica, sarà perché non soffrono con il caldo soffocante? A proposito, qualche giorno fa la sensazione termica percepita era di 62 gradi a Rio de Janeiro! Non vi dico che sono morto, ma poco ci manca!

Lei vede o veda? (ep. 1068)

audio mp3

Trascrizione

Trascrizione

Quando si dà del lei a una persona, sapete tutti che in genere si tratta di una persona che non si conosce, oppure di una persona importante, come un professore, un dirigente o anche semplicemente un collega con cui per rispetto o per formalità o abitudine si è deciso di avere un rapporto di questo tipo.

Ai ragazzi normalmente non si dà mai del lei e neanche tra loro i ragazzi si danno del lei, conseguentemente fino all’età si 18-20 anni una persona difficilmente usa lei al posto di tu.

Oggi, in particolare, voglio parlarvi dell’uso del verbo vedere in una precisa circostanza legata proprio al “lei”.

Iniziamo dal “tu”.

Quando si dà del tu (ma anche del lei) e si sta cercando di spiegare bene un concetto, può capitare di usare il verbo vedere in senso figurato. Si usa senza soggetto davanti.

Es:

vedi Giovanni, se ti dico queste cose è solo per darti un consiglio da amico.

C’è da dire che i giovani difficilmente usano il verbo vedere in questo modo. È un modo di esprimersi poco giovanile, e “vedi”, seguito spesso dal nome della persona con cui si parla (vedi Giovanni, vedi amico, ecc.) è qualcosa che si può semplicemente omettere perché ciò che aggiunge alla frase è solamente un tentativo di ingentilire la frase, oppure si usa per fare una battuta ironica o per darsi un tono, per sembrare più colto o superiore al nostro interlocutore. Per questo motivo attenzione al tono che usate.

In effetti a volte a me dà fastidio quando una persona mi parla e inizia la frase con “vedi”. Sembra quasi che si senta il bisogno di spiegarmi meglio un concetto, come se non avessi capito o che io abbia bisogno di riflettere perché sono stato troppo impulsivo o precipitoso. Suona anche un po’ compassionevole a volte, come a dire: te lo spiego meglio….

Comunque non è un “vedi” che è legato alla vista, ma è un Invito all’ascolto o alla riflessione. Un uso simile, nel senso che è sempre figurato, è quando si dice “io la vedo così”, “tu come la vedi?.

Ci siamo già occupati di queste frasi.

Questo, se diamo del tu.

Invece se diamo del lei, “vedi” diventa “vede”, oppure “veda” .

Abbiamo due possibilità quando diamo del lei. Quale delle due forme è corretta? Vedi o veda?In realtà si ritengono corrette entrambe. Anche se “vede” è molto più diffusa.Vediamo qualche esempio con vedi, vede e veda.

Vedi Marco, ti dico questo perché ti voglio bene. Se continui a arrabbiarti sempre così per ogni stupidaggine, può salirti la pressione o anche prenderti un infarto.

Vedi Laura, ciò che voglio dirti è che non è giusto giudicare una persona solo per le sue azioni passate.

Se diamo del lei invece:

Vede signora Bianchi, io mi fido di Giovanni a differenza di lei semplicemente perché mi fido delle persone in generale.

Vede Dottor Rossi, se le dico questo è perché so come sono andate le cose, si fidi.

Veda Signor Presidente, credo che bisogna analizzare la questione da diversi punti di vista.

Come capite, si sta cercando di spiegare bene qualcosa e si invita a “guardare”, a “vedere” la realtà per come la vede chi parla. È anche un modo per sembrare più riflessivi.

Poi c’è anche un altro uso particolare. In questo caso “veda” non si utilizza.

Mi riferisco a quando dico all’interlocutore che le cose stavano o stanno proprio nel modo come dico io. Es:

Vedi che avevo ragione io?Vede? Avevo ragione io.

Vede che in fondo non era cosi difficile?

Anche in questi casi è un vedere figurato.

Poi a volte la vista però sembra entrarci un po’:

Vedi come come sei bella quando sorridi?

In questi casi veda, come ho detto, non si usa.

Poi invece c’è anche un caso in cui, quando si dà del lei, si usa solamente “veda”, ma il contesto è differente.

Parliamo della locuzione “vedere di”. Attenzione perché in questo caso non ci rivolgiamo con gentilezza. Ce ne siamo già occupati in un episodio, ma in quella occasione non ho fatto esempi dando del lei.

Esempio:

Veda di stare zitto!

Veda di sbrigarsi se non vuole essere licenziato!

Veda un po’ di farsi gli affari suoi!

Si tratta della forma imperativa presente del verbo vedere. Però stiamo dando del lei.

Riassumendo, quando si usa il “lei”, sia “vede” che “veda” sono corretti quando si dà una spiegazione, ma “vede” è più comune e si usa in situazioni più o meno formali, mentre “veda” è più letterario e ancora più formale.

Entrambe le forme sono considerate corrette nella lingua standard ma “vede” è decisamente più utilizzato.

Non si usa “veda” ma solo “vede”, però, quando invito una persona a osservare che qualcosa era proprio come dicevo io.

Infine si usa solamente “veda” nella locuzione “vedere di”.

Adesso vedete di fare un ripasso come si deve.

Parliamo dell’Italia. Quale luogo dell’Italia preferite e perché.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Scegliere il mio posto preferito dell’Italia, nevvero, è la decisione più difficile per un innamorato del bel paese. Quanto è vero Iddio che quest’estate prendo un aereo e ci vado! Però, se mi vedessi costretto a scegliere un posto, sceglierei la Toscana. È un posto che mi fa impazzire, perché? Per la belleza dei suoi tramonti, i suoi vigneti, la qualità del vino, i crostini di fegatini, il tartufo nero, il pecorino, e chi più ne ha più ne metta! E voi, che ne dite, mai stati in Toscana?

Jennifer: Vedi Gianni, per noi che amiamo l’Italia è difficile scegliere un posto specifico. L’Italia è gremita di posti bellissimi. Se mi permettete di predicare un po’, sceglierei il luogo dove vivo ora, l’Aruzzo. Fuori dalla finestra vedo gli infiniti uliveti punteggiati di case isolate. All’orizzonte c’è il Corno Grande, che fa parte del Grand Sasso, ancora innevato e ad est si vede il mare. Oggi sulla schiena sento il calore del sole. Scrivendo questo ignoro che il giardino è un disastro e che la schiena non vuole affrontare il lavoro che è un dovere. Nel momento in cui dovessi scegliere tra qui e Manchester non ci sarebbero dubbi, rimarrei qui. Ho già dato e sono felice in pensione.

Il verbo sbandare, andare allo sbando e la sbandata (ep. 1067)

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Trascrizione

Sbandare” è un verbo interessante con vari significati sia propri che figurato.

Riguardo al significato letterale, sbandare è ciò che accade quando un veicolo perde il controllo e va fuori strada.

Un veicolo in corsa può deviare bruscamente dalla direzione di marcia per cause accidentali es:

La mia auto ha sbandato a destra

Ho perso il controllo dopo una buca e la macchina ha iniziato a sbandare a destra e sinistra.

Anche una imbarcazione può sbandare quando il vento la fa inclinare su un fianco.

Quanto invece ai significati figurati, la perdita del controllo riguarda la via della vita.

C’è un allontanamento di una persona da un’ideologia o da una condotta ritenute giuste e ortodosse deviando verso teorie considerate errate e degne di biasimo.

Quella che è ritenuta la retta via, la direzione giusta da prendere nella vita viene quindi, almeno momentaneamente, persa.

Es:

Alcuni settori del partito stanno sbandando pericolosamente verso l’estremismo.

Parliamo del pericolo legato allo sbandamento, non di un veicolo stavolta, ma di una persona, della sua condotta morale, della sua fede, qualunque essa sia.

Anche “deviare dalla retta via” è un’espressione comune per indicare questo sbandamento morale o religioso.

Posso ad esempio dire che “molti ragazzi sbandano per colpa dei genitori” oppure che “molti ragazzi deviano dalla retta via per colpa dei genitori”.

Si usa spesso il termine “sbandato” proprio per indicare una persona, generalmente molto giovane, isolata o dispersa per aver perso o abbandonato il contatto con il proprio gruppo di appartenenza sia in senso militare, politico, sociale, familiare. Uno sbandato o una persona sbandata è quindi una persona che ha perso la “direzione”, in senso figurato.

Se voglio descrivere dei ragazzi che passano il loro tempo girando per strada senza un certo obiettivo, senza lavorare, senza sapere cosa vogliono dalla loro vita o comunque se voglio etichettarli negativamente associandoli ad una direzione sbagliata della vita che è stata presa, posso dire che sono degli sbandati.

Si dice anche che sono “ragazzi allo sbando”.

Non si dice invece che sono ragazzi che “sbandano” o che “hanno sbandato”. Si usa l’ausiliare essere nel caso si parli di persone che hanno perso la direzione di vita: essere sbandati, o anche essere allo sbando.

“Essere allo sbando” non è una condizione che si può associare solo ai ragazzi. E’ una situazione di perdita di orientamento che proviene dalla mancanza di punti di riferimento generalmente morali, spirituali o ideologici.

Anche un paese si può dire che è/sta allo sbando. Ciò può accadere quando si parla del governo e della situazione problematica delle istituzioni pubbliche che hanno perso il controllo del paese.

Il paese si trova in una situazione di caos organizzativo e amministrativo.

Si usa anche speso col verbo andare: “andare allo sbando”.

Es: Il paese sta andando allo sbando. Fate qualcosa prima che sia troppo tardi.

Si usa anche un’altra espressione volendo in questo casi, ma è più informale e anche scurrile: andare a puttane! es: il paese sta andando a puttane!

“Allo sbando” comunque si usa solo in questi casi. Non si usa con le automobili che sbandano per via della perdita del controllo. Solitamente è un paese, una nazione che va allo sbando, o anche un adolescente o una persona qualunque che ha difficolta economiche, magari non ha più una casa e non sa dove dormire. E’ completamente allo sbando!

Anche un ufficio può essere allo sbando perché magari ha perso il suo dirigente e c’è il caos organizzativo.  A volte si aggiunge anche qualcosa per rafforzare la frase, tipo:

Completamente allo sbando, allo sbando più completo, allo sbando più assoluto, allo sbando totale.

Prendere una sbandata” invece, se da una parte può descrivere la perdita del controllo dell’auto (si usa più frequentemente sbandare o anche “fare una sbandata” in genere in questo caso)  dall’altra si usa in modo figurato quando vogliamo indicare un innamoramento improvviso per qualcuno, o un forte interesse o attrazione improvvisa per qualcosa, come un hobby, un’attività o un’idea.

Es:

La macchina ha preso una sbandata a destra e ho avuto paura

Giovanni ha preso una sbandata per una compagna di classe e non sta più studiando.

Si tratta di un interesse improvviso e emotivamente molto coinvolgente che prende tutta l’attenzione della persona. Questa persona, quando prende una sbandata, non pensa ad altro.

Si usa la preposizione “per” ma solo quando parliamo di amori, passioni, emozioni, quindi non parlando di auto che sbandano in curva senza controllo.

Es:

Prendere una sbandata per una ragazza

Da adolescente ho preso diverse sbandate (per diverse ragazze).

Si può anche usare “prendersi una sbandata”.

Es:

Mi sono preso una sbandata per Maria

Solitamente si tratta di passioni intense, improvvise, ma spesso anche di passioni non corrisposte e quindi destinate a durare poco. Non meravigliatevi dell’utilizzo del verbo prendere, che come abbiamo detto più volte, si usa spessissimo in modo figurato. Date un’occhiata all’episodio che abbiamo dedicato a questo verbo.

Se vogliamo, prendere o prendersi una sbandata è simile a “prendere/prendersi una cotta“. Stesso significato.

L’espressione “prendersi una cotta” viene utilizzata per indicare un’attrazione romantica improvvisa o un innamoramento per qualcuno. E’ più romantico quindi rispetto a “prendere una sbandata”.

L’origine esatta dell’espressione non è del tutto chiara, ma si ritiene che possa derivare dal concetto di “cottura” o “cuocere” nel senso di un amore che “cuoce” dentro di sé.

Si dice spesso:

Sono cotto della la mia fidanzata!

Giovanni è innamorato cotto!

Sono innamorati cotti.

Non c’è in questo caso il senso dell’amore non corrisposto o della passione momentanea. C’è solamene il senso della passione amorosa. Si può essere innamorati cotti anche per altre cose, oltre che per una persona, ma in genere si usa per le relazioni amorose.

È voi avete mai preso una sbandata? Parlatene usando espressioni già spiegate.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Ulrike: Di persone che si trovavano in uno stato di confusione mentale, anche clienti totalmente sbandati, ne ho conosciuti a iosa quando, in un remoto periodo della mia vita lavorativa, mi sono dedicata al diritto familiare. Quante storie con postumi devastanti, soprattutto per i bambini, spesso causati da cotte adulterine, prese da uno dei coniugi. Dopo qualche anno ne avevo abbastanza e ho preso le distanze da questa materia.

Marcelo: Parlare di passioni intense e coinvolgenti… meglio non parlare a nome proprio, per carità!
Al lavoro è frequente trovare qualcuno che ha avuto una sbandata con un collega!
A volte si verificano comportamenti sopra le righe, con rapporti sessuali proibiti dalla politica aziendale! Sì, sì, hanno passato il segno, o come si dice a Roma, l’hanno fatto fuori del vasetto! Comportamenti davvero non condivisibili, ma un consiglio dato al tempo giusto li ha aiutati a rimettersi in carreggiata!

sbandata

Cosa bolle in pentola? (ep. 1066)

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Trascrizione

Cosa bolle in pentola?

Bollire in pentola è un’espressione che va letta in senso chiaramente figurato.

In senso proprio infatti è abbastanza chiaro.

La pentola è un semplice recipiente di materiale resistente al fuoco, di forma generalmente cilindrica ed è provvista di due manici e di coperchio. La pentola serve per cucinare, quindi è per uso culinario, specialmente per cucinare la pasta o per lessare la carne.

Bollire invece è ciò che accade ai liquidi quando raggiungono la temperatura di ebollizione.

I liquidi, infatti, a una certa temperatura sviluppano bolle di vapore che salgono tumultuosamente alla superficie e si aprono.

Riguardo alla temperatura di ebollizione, questa dipende dalla nostra altitudine rispetto al livello del mare, dove l’acqua bolle a 100 gradi.

Poi c’è la bollitura, diversa dall’ebollizione. Infatti la bollitura riguarda le vivande che cuociono nell’acqua bollente. La bollitura è la cottura in acqua bollente di qualcosa. Dunque l’ebollizione riguarda i liquidi, mentre la bollitura riguarda ciò che viene cucinato in un liquido che bolle.

Posso dire che, ad esempio, i ceci bollono, che la pasta bolle in acqua eccetera.

Dunque l’espressione bollire in pentola, in senso proprio, significa che c’è qualche vivanda che sta bollendo nella pentola, con un liquido che è arrivato alla temperatura di ebollizione.

In senso figurato invece, quando qualcosa bolle in pentola significa che c’è qualcosa in progetto, in preparazione. Proprio come la pasta che si sta cuocendo. L’immagine è questa.

Si tratta spesso di qualcosa che viene tenuto nascosto.

In questa immagine entra quindi in gioco anche quella del coperchi, che serve a coprire la pentola.

Se sulla pentola c’è il coperchio non si vede cosa sta bollendo in pentola.

Allora se c’è qualcosa che bolle in pentola, in senso figurato normalmente pensiamo che c’è un progetto nascosto, che c’è qualcuno che sta cercando di fare qualcosa. Noi non sappiamo cosa esattamente, ma abbiamo dei sospetti. Qualcosa è in fase di preparazione. Ma cosa?

Cosa bolle in pentola?

Non riesco a capire cosa bolle in pentola.

Esempi:

Negli ultimi giorni, il capo ha avuto molte riunioni private. C’era un viavai continuo di gente. Chissà cosa bolle in pentola.

Il mio collega ha portato dei documenti in segreteria ma non ha voluto dirmi cosa riguardassero. Sembra che ci sia qualcosa che bolle in pentola.

Ci sono voci su delle trattative segrete della nostra società. Chissà cosa sta bollendo in pentola.

Se volessi usare espressioni meno informali potrei dire ad esempio che:

Le voci circolanti sulle trattative segrete hanno sollevato interrogativi. Oppure che queste voci hanno suscitato curiosità.

Chissà cosa c’è in progetto, chissà cosa sta accadendo. C’è qualcosa di sospetto, probabilmente abbiamo una sorpresa in serbo.

Chissà quale novità è all’orizzonte.

Chissà quali sviluppi ci riserva il futuro?

Chissà quali sorprese ci attendono?

Quali novità ci saranno in serbo per noi?

Cosa ci aspetta all’orizzonte?

Quali cambiamenti potrebbero manifestarsi?

Ancora più informalmente invece potremmo dire:

Qui gatta ci cova!!

Se “gatta ci cova” suggerisce che potrebbe esserci qualcosa di nascosto o di cui bisogna prestare attenzione. È un modo figurato e colloquiale per esprimere sospetto o curiosità riguardo a una situazione. È un’espressione questa che abbiamo incontrato nella lezione di italiano Professionale dedicata alla fiducia e alla diffidenza.

Adesso ripassiamo. Parliamo delle cose che secondo voi bollono in pentola.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marceloMarcelo la prima cosa che mi è venuta in mente è quella delle promesse elettorali che si fanno per raccogliere le simpatie dei votanti, almeno da queste parti! Questo è indicativo del tentativo di non agitare lo spauracchio con misure restrittive in tutti gli ambiti! Noi argentini stiamo attraversando questi chiari di luna per colpa del governo precedente. Se non stiamo raschiando il fondo del barile, poco ci manca!

Il verbo predicare, la predica e il predicozzo (ep. 1065)

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Trascrizione

Vediamo il verbo predicare.

Per predicare, prima di tutto, occorre che ci sia qualcuno vicino a voi. Altrimenti sembrerebbe che stiamo “predicando nel deserto”.

Questa è una simpatica espressione molto utilizzata.

Partiamo però dal significato del verbo predicare. Predicare significa spiegare pubblicamente una religione.

Ad esempio si può predicare il Vangelo.

Significa leggere e spiegare ciò che c’è scritto.

Predicare è ciò che fa il prete durante la messa cattolica e in generale ciò si fa in tutte le religioni per diffondere e spiegare la religione ai fedeli

C’è anche un senso figurato però.

Predicare può anche usarsi per sostenere pubblicamente un ideale, un’ideologia, un pensiero, quindi similmente a “promuovere”.

Es:
predicare la pace.

Predicare la pace significa promuovere la pace attraverso parole, azioni e comportamenti che favoriscono l’armonia, la comprensione e la risoluzione pacifica dei conflitti.

Le persone che predianno la pace sono spesso leader spirituali, attivisti per i diritti umani, pacifisti, leader politici impegnati nel dialogo e nella diplomazia, e organizzazioni internazionali che lavorano per la risoluzione dei conflitti e la promozione della cooperazione mondiale.

Il verbo “predicare” può essere conunque utilizzato in diversi contesti, non solo quello religioso o parlando di pace.

Si può predicare la parola di Dio o insegnare i principi di una religione, ma si possono anche
predicare ideali politici o promuovere determinate politiche.
Si può predicare la giustizia, l’onestà, la compassione, ecc., incoraggiando comportamenti virtuosi.
In ambito culturale c’è chi predica la tolleranza, il rispetto reciproco e altri valori culturali.
Possiamo anche predicare la nostra filosofia di vita o un approccio particolare a problemi o situazioni.
Un professore può anche predicare un concetto o un insegnamento.

Quando si predica si vuole insegnare qualcosa o si vuole spingere delle persone ad assimilare un concetto o una teoria, e l’obiettivo è diffondere questa idea in modo che tante persone la conoscano e possibilmente contribuiscano anche loro alla sua diffusione.

Il termine “predica” però se da una parte si può riferire a un discorso, solitamente di natura religiosa, in cui vengono esposti e spiegati insegnamenti morali o religiosi, dall’altra può anche essere utilizzato in senso più ampio per indicare un discorso moralizzatore o serioso su un argomento specifico, anche al di fuori del contesto religioso.

Es: mio padre mi ha fatto la solita predica perché sono tornato troppo tardi stanotte.

Questa è una sorta di “cazziatone” in questo caso. Niente di religioso. Piuttosto una cosiddetta “ramanzina” quindi un discorso sul modo corretto di comportarsi. Spesso si sente dire anche “predicozzo“.

Si usa questo termine per indicare un rimprovero paternalistico per lo più bonario. Si tratta sempre di una ramanzina ma è un ammonimento fatto in tono amichevole. Diciamo che si tratta di una amichevole paternale.

All’inizio ho parlato di “predicare nel deserto“. Questa è un’espressione idiomatica che non va interpretata alla lettera. Non significa essere soli nel deserto e parlare senza che nessuno ci ascolti.

Invece “predicare nel deserto” si riferisce a parlare o cercare di convincere qualcuno o un pubblico su qualcosa, ma senza ottenere alcun risultato o senza avere un’attenzione significativa. In pratica, significa parlare o agire senza essere ascoltati o senza che ci sia un impatto significativo sulle persone o sulla situazione.

Es:

Se il papa cerca di promuovere la pace in una zona dove c’è una guerra e il conflitto è così radicato che nessuno è disposto ad ascoltare o ad impegnarsi in negoziati, potrebbe sentirsi come se stesse predicando nel deserto:

Il papa predica nel deserto.

Oppure in ambito lavorativo può significare suggerire dei miglioramenti in un ambiente di lavoro ostile.

Se un dipendente propone costantemente idee per migliorare l’ambiente di lavoro in un’azienda dove la cultura aziendale è resistente ai cambiamenti e non c’è volontà da parte dei dirigenti di ascoltare, potrebbe sentirsi come se stesse predicando nel deserto.

Terzo esempio:

Cercare di sensibilizzare sul cambiamento climatico in un gruppo di scettici. Se una persona cerca di sensibilizzare i suoi amici su questioni ambientali, ma il gruppo è completamente indifferente o addirittura scettico sul cambiamento climatico, potrebbe sentirsi come se stesse predicando nel deserto.

Quanto alla lingua italiana ed al metodo proposto da Italiano Semplicemente, io spesso predico il rispetto delle sette regole d’oro e non credo affatto di predicare nel deserto.

Rispetto al verbo pontificare, qual è il confine tra predicare e pontificare?

Una cosa è esporre o insegnare principi, valori o credenze, spesso con l’intento di influenzare o persuadere gli altri. Un’altra cosa è parlare o esprimere opinioni in modo autorevole, dogmatico o presuntuoso, senza necessariamente avere un pubblico disposto ad ascoltare o senza tenere conto delle opinioni altrui. Quando si pontifica c’è in senso figurato una certa arroganza o supponenza nell’affermare le proprie idee.

Quindi mentre “predicare” implica spesso un intento di condividere insegnamenti o valori con altri, “pontificare” può avere una connotazione più negativa perché come si è visto anche lo scorso episodio, pontificare può significare parlare in modo autoritario o dogmatico, senza accettare opinioni diverse.

Ulrike: Si potrebbero anche menzionare i modi di dire: “predicare bene e razzolare male” e “da che pulpito viene questa predica”.

Certamente Ulrike, hai ragione. “Predicare bene e razzolare male” è un’espressione, sempre idiomatica, che si usa per indicare qualcuno che dà buoni consigli ma non segue i suoi stessi consigli nella pratica.

Quindi ad esempio Il mio amico mi ha sempre detto di risparmiare denaro, di mettere da parte i soldi perché sono preziosi, ma poi ho scoperto che è sempre indebitato, è pieno di debiti fino al collo. Insomma, il mio amico predica bene e razzola male!

Ma che verbo è razzolare? È un verbo che ndica un comportamento poco coerente o inefficace nel mettere in pratica ciò che si consiglia agli altri. “Razzolare” è ciò che fanno le galline nel pollaio, significa, nel senso proprio, raspare in terra con le zampe e col becco, simile a ruspare ma qui si usa in senso figurato per indicare un muoversi o agire in modo goffo, disordinato o poco efficace.

“Da che pulpito viene questa predica” è un’altra espressione interessante. Simile un po’ alla precedente.

Si usa quando si vuole far notare l’ipocrisia di qualcuno che critica gli altri per comportamenti che egli stesso ha.

Il pulpito è anch’esso un termine preso in prestito dalla religione. È una piattaforma sopraelevata, rialzata, dove va il sacerdote ad esempio per predicare in chiesa.

Il sacerdote sale sul pulpito per predicare la parola di Dio.

Allora l’espressione “da quale/che pulpito viene la predica” è a sua volta una predica, perché si rimprovera una persona, aspramente, come a dire: proprio tu ci dici queste cose? Tu non puoi permetterti di fare questa predica, non puoi permetterti di insegnare qualcosa che neanche tu rispetti.

Ad esempio:

Mia sorella continua a rimproverarmi per essere una persona disorganizzata, ma l’altro giorno ho visto il suo ufficio ed era un caos totale! Da che pulpito viene questa predica?

Adesso ripassiamo. Vi invito a parlarmi di quando avete predicato nel deserto, se vi è mai capitato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marceloMarcelo: Da parte mia, convincere qualcuno è sempre un’attività sfidante, specialmente con i figli adulti! Di volta in volta, quando discutiamo, sembra che non valutino a fondo tutte le alternative, e quando do loro un consiglio, ogni due per tre, per tutta risposta, mi fanno: “Sempre la solita predica!”

 

Farci il callo

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Farci il callo

Trascrizione:

“Farci il callo” è un modo di dire informale che significa diventare abituati o diventare insensibili a qualcosa, di solito a causa della ripetizione o dell’esposizione prolungata a una certa situazione, esperienza o comportamento.

Abbiamo un episodio interessante sulle abitudini. Questa però è un’abitudine che porta delle conseguenze, o meglio che non porta più le conseguenze delle prime volte.

In sostanza, l’espressione indica che una persona, quando fa il callo a qualcosa, è diventata indifferente o immune a qualcosa che inizialmente poteva essere sgradevole o fastidioso.

In realtà non necessariamente parliamo di cose fastidiose e negative.

Anche se spesso è usata per riferirsi a situazioni spiacevoli o fastidiose, il concetto di “farci il callo” può applicarsi anche a esperienze positive o neutre.

Ad esempio, potresti “farci il callo” a fare una determinata attività fisica, rendendoti meno sensibile al dolore o alla fatica nel tempo. Un esempio classico:

Se sono sempre trattato male da una persona e ormai mi sono abituato a questo, posso dire che c’ho fatto il callo.

Se una persona viene trattata male ripetutamente, potrebbe diventare insensibile o abituata a quel comportamento negativo, riducendo così la sua capacità di reagire emotivamente o di prendere provvedimenti per cambiare la situazione.

In pratica non c’è più una reazione emotiva perché ormai è accaduto tante volte.

Vediamo alltri tre esempi di utilizzo.

Se una persona vive in un ambiente rumoroso per molto tempo, potrebbe farci il callo al rumore e smettere di notarlo.

Possiamo anche dire “potrebbe fare il callo al rumore” perché sto specificando, ma solitamente si usa “farci”, che io specifichi o meno.

Tipo: ormai c’ho fatto il callo.

Un secondo esempio:

Un dipendente che riceve critiche costanti dal suo capo potrebbe fare il callo alle critiche e non reagire più emotivamente. Ormai non ci fa più neanche caso. È diventato normale.

Un ultimo esempio:

Se una persona mangia cibo piccante regolarmente, potrebbe farci il callo e iniziare a non percepirlo come particolarmente piccante.

Ma come, dici che non è piccante? Io mi sono ustionato la bocca!

Risposta: che sarà mai, ormai ci ho fatto il callo.

Notate che “ci ho” può diventare “c’ho” e vi capiterà più spesso la forma abbreviata perché l’espressione è colloquiale.

Io c’ho fatto il callo

Tu c’hai fatto il callo

Lui c’ha fatto il callo

Noi c’abbiamo fatto il callo

Voi c’avete fatto il callo

Loro c’hanno fatto il callo

In caso si volesse usare un’espressione meno informale potrei dire:

Ormai mi ci sono abituato

Ormai mi sono abituato

Ormai c’ho fatto l’abitudine

Ormai mi sono assuefatto

Oppure un’espressione meno informale potrebbe essere:

Ormai sono diventato insensibile alle critiche

o

Ho sviluppato una certa tolleranza al piccante.

Solitamente si usa “ormai” all’inizio della frase, solo per preparare l’ascoltatore, ma non è obbligatorio.

Poi c’è anche un’altra espressione dal senso simile: “non mi fa più né caldo né freddo” che ha lo stesso uso di “farci il callo” se ci metto il “più”. Altrimenti potrei parlare semplicemente di qualcosa che mi lascia indifferente, che non mi suscita alcuna sensazione o emozione.

Ma cos’è il callo?

Il “callo” è una dura formazione di tessuto cutaneo (quindi il callo viene sulla pelle, cresce sulla pelle) che si sviluppa in risposta a una costante pressione, attrito o irritazione sulla pelle. Se avete le scarpe strette all’inizio vengono delle vesciche che fanno molto male, ma prima o poi vi verranno dei calli sulle dita e allora sentirete meno dolore. “Ci farete il callo alle scarpe strette”, si potrebbe dire.

Anche alle mani possono venire i calli.

Io ad esempio ho fatto il pizzaiolo per più di dieci anni e ho ancora i calli alle mani. Il callo è dunque una risposta naturale del corpo per proteggere la pelle da danni ulteriori. Quando diciamo “farci il callo a qualcosa”, però, ci riferiamo metaforicamente al processo di sviluppare una sorta di protezione o insensibilità nei confronti di un’esperienza ripetuta o sgradevole.

Si usa il verbo fare e farci proprio analogamente alle abitudini:

Farci l’abitudine

Fare l’abitudine

Adesso facciamo un esercizio di ascolto e ripetizione. È importante. Ripetete dopo di me.

Farci il callo.

Bisogna farci il callo a certe cose per non soffrire.

Io c’ho fatto il callo.

Ancora non c’hai fatto il callo?

Non riesco a farci il callo a certi comportamenti.

Mica è facile farci il callo.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

Il verbo pontificare (ep. 1064)

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Trascrizione

Vi do una notizia. Avete mai pensa a costruire un ponte?

Domanda bislacca vero?

Purtroppo, qualora foste interessati a costruirne uno, non potete usare il verbo “pontificare

Infatti questo verbo è più adatto al papa o a un vescovo, ma non quando costruiscono ponti. Non è questo il significato del verbo pontificare. Pontificare significa invece celebrare una funzione religiosa con rito e paramenti solenni. I paramenti sono le vesti indossate durante la celebrazione. Questo chiaramente è il senso proprio di pontificare.

La pontificazione dunque è una cosa solenne, importante. È fatta dal papa addirittura! Non è un caso che il papa si chiama anche il pontefice. Il pontefice pontifica.

C’è però chi, pur non essendo così importante si atteggia a tale, crede di esserlo e così anche lui o lei, sapete cosa fa? Pontifica!

Il verbo chiaramente è usato in modo figurato in questo caso.

Il verbo “pontificare” ha diverse sfumature di significato, ma comunemente si riferisce all’atto di parlare o agire in modo autoritario, specialmente su argomenti di importanza religiosa o anche politica.

Può anche significare assumere un atteggiamento altezzoso, saccente o presuntuoso.

Questi aggettivi sono importanti per capire il senso figurato di pontificare.

Significa assumere toni di solenne superiorità, ad esempio parlando in modo saccente, altezzoso e sussiegoso.

Sussiegoso è un aggettivo non molto usato che significa contrassegnato da una rigida ma altezzosa compostezza.

Altezzoso e saccente sono abbastanza simili come aggettivi. Nel caso di altezzoso parliamo di un comportamento offensivo, parliamo di una boria, una presunzione, di chi si crede più importante degli altri.

Saccente è invece colui che ostenta (che mostra, che esibisce qualcosa con vanto, vantandosi) in modo irritante una cultura personale che crede di avere, ma è una superiorità culturale più presunta che reale. Saccente non è colui che sa, ma colui che crede di sapere.

Col verbo pontificare si usa spesso la preposizione “su” per indicare la questione sulla quale si pontifica.

Non è necessario però specificare.
Es:

Marcello quando si mette a pontificare è veramente insopportabile!

Antonio pontifica spesso sulle sue competenze tecniche

Es:

Il politico continua a pontificare sulle politiche economiche senza ascoltare le opinioni degli altri.

Il politico dunque continua a esprimere in modo presuntuoso e dogmatico le sue opinioni sulle politiche economiche senza ascoltare le opinioni degli altri.

Esprimersi in modo dogmatico significa che ciò che si dice è indubbiamente vero, è indubitabile, indiscutibile, indipendentemente dalla verifica nella realtà e nei fatti. Deriva da dogma, che è un’affermazione che deriva da una rivelazione di Dio. Se parliamo in modo dogmatico allora forse ci crediamo molto importanti e allora ci viene spontaneo pontificare.

Es:

Il capo ha passato la riunione a pontificare sulle regole aziendali senza dare spazio al dialogo.

Il capo cioè ha passato la riunione a esporre in modo autoritario le regole aziendali senza dare spazio al dialogo, alla discussione, al confronto.

Il giornalista ha scritto un articolo in cui pontifica sulla crisi politica internazionale.

Il giornalista ha scritto un articolo in cui esprime in modo presuntuoso le sue opinioni sulla crisi politica internazionale.

Si tratta di qualcosa di esagerato, di qualcuno che, pur non avendo la verità in tasca, si comporta come se l’avesse, esprimendo le sue idee con un tono solenne e autoritario o troppo enfatico.

Il predicatore ha pontificato sulla moralità durante il sermone domenicale.

Il predicatore pertanto ha esposto in modo dogmatico concetti di moralità durante il sermone domenicale.

Anche il sermone è qualcosa di sacro. E un discorso su un argomento sacro, ma d’altronde in questo ultimo esempio parliamo di un predicatore, di un uomo di chiesa che è deputato a predicare. Certo che quando si fa il predicatore è difficile resistere dalla tentazione di pontificare.

Comunque nel prossimo episodio ci occupiamo anche di questo verbo: predicare, e di alcune espressioni di uso comune.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando della prossima riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente in programma per fine giugno che si svolgerà in Sicilia, in provincia di Siracusa.

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Visitare la Sicilia? Bellissimo! Poi ancora meglio se in occasione della riunione annuale dei membri di IS. Ho visto nel programma delle visite interessanti, tra le quali quella alle rovine di Siracusa, e poi la spiaggia! A giugno poi non c’è rischio di incontrare un’ora di turisti!

Hartmut: senza contare il tour enogastronomico. Prevedo che qualcuno si sballerà con l’alcol e altri forse si godranno una bella scorpacciata!

Irina: la cosa più bella sarà sicuramente ritrovare gli amici e fare pratica delle 7 regole d’oro!

Julien: sono arcisicura che sarà un’esperienza da annoverare tra le migliori della mia vita.

Peggy: su questo non ci piove, vale a dire che questo non è opinabile. Ma non voglio apparire altezzosa e saccente. Vi racconteremo dopo come sarà andata.

Poco ci manca o ci manca poco? (ep. 1063)

audio mp3

 

Trascrizione
Qual è la differenza tra “ci manca poco” e “poco ci manca”? Potete provare a fare la domanda a qualunque intelligenza artificiale ma, almeno ad oggi, risponde che non c’è alcuna differenza.

Infatti ecco cosa risponde ChatGPT: “Ci manca poco” e “poco ci manca” sono due espressioni italiane simili che significano praticamente la stessa cosa: che si è vicini al raggiungimento di qualcosa o a una certa situazione. La differenza principale è nell’ordine delle parole, ma il significato è sostanzialmente lo stesso.

Ecco. Come volevasi dimostrare. In realtà però una differenza c’è.

La definizione di ChatGPT sarebbe anche giusta, ma il fatto è che “poco ci manca” raramente si utilizza quando ci parla di tempo o di spazio.

Si preferisce invece usare “poco ci manca” soprattutto quando parliamo in termini negativi di qualcosa o qualcuno, per sottolineare un difetto o una mancanza o per commentare un evento, sempre in termini negativi.

Questa connotazione negativa è un elemento importante da considerare nella scelta tra le due espressioni. Sembrerà un dettaglio, una sottigliezza di poco conto, ma la conoscenza di una lingua passa anche attraverso questi dettagli che però sono importanti.

Vediamo qualche esempio sia con “ci manca poco” che con “poco ci manca”.

Ci manca poco alla fine del film.

Mi riferisco al tempo in questo caso. Si può usare solamente “ci manca poco” = manca poco tempo.

Ci manca poco per arrivare a casa.

Qui potrei parlare di una distanza espressa in km, quindi in termini di spazio, ma anche in minuti e quindi in termini di tempo.

Non abbiamo ancora finito questo lavoro. Però ci manca poco.

In questo caso parlo di poco lavoro mancante, ma potremmo anche parlare di tempo rimanente.

Giovanni mi sta proprio antipatico. Non voglio dire che ogni volta che parla mi contraddice, ma poco ci manca.

Ecco. Stavolta sto parlando di una caratteristica negativa, riferita al carattere di Giovanni.

Notate che c’è una negazione all’inizio della frase, c’è un “non”, e questo è già un indizio importante. Non è detto sia sufficiente per poter usare “poco ci manca” ma quasi.

A proposito di “quasi“. Entrambe le forme posso sostituirle proprio con questa parola: quasi. Quasi è molto generica però.

Prima ho parlato anche di un giudizio negativo, ma in realtà non è neanche questo qualcosa di obbligatorio per usare “poco ci manca”.

Si parla in generale di un limite, un limite indicativo che, qualora raggiunto, dimostrerebbe pienamente una mia idea, una mia teoria su una persona o su qualcosa. Questo limite però non è stato raggiunto, ma quasi. Mi verrebbe da dire “poco ci manca”.

Esempi:

Filippo è un fenomeno. Quando si è laureato ha preparato tutti gli esami in pochissimo tempo. Non voglio dire che ha impiegato al massimo due settimane per ogni esame, ma poco ci manca.

Stavolta non sto parlando male di Filippo. Tutt’altro direi. Però ho voluto indicare qualcosa di estremo, un traguardo, un’impresa: al massimo ha impiegato due settimane per preparare un esame. No, non è stato così. Non sempre due settimane, ma poco ci manca.

Poi avrete notato che “poco ci manca” è praticamente sempre preceduto da “ma“.

Certo, potrei dire anche “ma ci manca poco”, o “ma quasi” o “ma c’è mancato poco”. Questo posso farlo, ma c’è meno enfasi in questi casi.

Un’altra cosa interessante è che “poco ci manca” si usa solo al presente.

Nessuno vieterebbe di dire “poco c’è mancato” o “poco ci mancava”, quando parlo di qualcosa accaduto in passato, ma questo non si fa mai. La forma passata si usa infatti nella prima parte della frase è questo è sufficiente.

Es:

Non dico che Giovanni è stato sempre il più bravo di tutti ma poco ci manca.

Oppure:

Ciò che ha scritto Matteo in questo libro e bellissimo. Se non è poesia, poco ci manca.

Sempre al presente quindi. Non voglio dire che è vietato, che non si possa dire “poco c’è mancato” ma in genere non si fa. Invece “c’è mancato poco” (una forma passata di “ci manca poco”) è utilizzatissima.

Provate a fare delle ricerche su Google e vedrete quanti esempi troverete con “c’è mancato poco”. Credo invece che sarà complicato trovare utilizzi di “poco c’è mancato”. La stessa considerazione vale per il futuro.

Un’ultima caratteristica di “poco ci manca” è che la particella “ci” non si riferisce a “noi” e questo anche quando sto parlando di noi.

Es:

Non voglio dire che (noi) non abbiamo ascoltato neanche una episodio di italiano semplicemente, ma poco ci manca!

Quel “ci” si riferisce sempre a quel limite, quel punto estremo quasi raggiunto. Questo è chiaramente più evidente quando non si parla di “noi” nella frase, ma il “ci” resta.

Adesso che l’episodio è finito vorrei che qualcuno di voi usasse qualche espressione già spiegata parlando di record mondiali.

Mi raccomando, mi piacerebbe che a fare questo tentativo partecipasse anche qualcuno poco avvezzo a costruire ripassi. Non voglio dire infatti che siano sempre gli stessi membri a formularli e registrarli, ma poco ci manca.

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Ripass a cura dei membri dell’associazione. A seguire la canzone dal titolo “poco ci manca

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Dorota: Ragazzi, ovviamente tutti conoscete il Guiness dei primati ossia il libro dei record, vero? Si dà il caso che vi siano pubblicati i più diversi e strani record! Allora io mi domando e dico: possibile mai che Gianni non abbia ancora registrato il record mondiale di episodi creati per insegnare una lingua straniera?

Christophe: I ricordi mondiali, per lo più sportivi, mi hanno sempre stupito. A volte sono stato un po’ invidioso, mettendo le cose in prospettiva e chiedendomi perché ci sono persone “normali” tra virgolette, che, anche allenandosi con serietà non brillano e quindi non sono in grado di competere con le persone più dotate, che invece non fanno nulla per migliorare. Alla lunga con ogni probabilità questo può risultare frustrante. Poi ci sono anche i record senza senso a mio avviso. Che so, a titolo di esempio il maggior numero di cannucce infilate contemporaneamente in bocca. Ma quale record d’Egitto! Comunque, competere penso sia una buona cosa in quanto aiuta a spingersi sempre oltre il limite, per poter raggiungere nuovi traguardi, soprattutto n
In campo scientifico e quello della salute. Questo può stimolare continuamente la ricerca di cure nuove.

I chiari di luna… (ep. 1062)

audio mp3

Trascrizione

Ecco un’espressione che potete usare quando le cose non vanno troppo bene: ” I chiari di luna”.

Strano vero? Infatti in realtà la luna ispira anche romanticismo, soprattutto la luce che viene dalla luna, specie quando è piena, cioè quando la luna è visibile completamente.

Fare una passeggiata al chiaro di luna infatti significa passeggiare con la luna che illumina il cammino. Molto romantico.

Ad ogni modo i “chiari di luna”, (usando dunque il plurale “chiari”) si utilizza per indicare l’attraversamento di un periodo difficile, economicamente o anche da altri punti di vista.

Vediamo come si usa ma prima spiego cosa sono materialmente i chiari di luna.

In astronomia, un “chiaro” è la luce che emette un corpo celeste o la luce che riflette un pianeta su un altro (ad esempio la Terra) anche se la luce non è emessa direttamente da questo pianeta ma è solo riflessa.

Questo “chiaro” , (sostantivo dunque), proviene dal sole, ma è riflesso dalla luna ed è in grado di illuminare il pianeta su cui è riflesso (la Terra). Parliamo della illuminazione notturna.

Esempio di utilizzo figurato dell’espressione “chiari di luna”.

Dobbiamo comprare una nuova casa, ma non abbiamo molti soldi. Un amico mi chiede: Come mai?

Io potrei rispondere:

eh, con questi chiari di luna sarà difficile riuscire a sostenere tutte le spese necessarie.

Parlo di difficoltà economiche in questo caso.

È un’espressione abbastanza comune in tutt’Italia, usata per indicare un particolare momento critico, un periodo difficile, soprattutto sotto il profilo economico, ma non solo. Un periodo passato o quello attuale.

Un secondo esempio:

Un futuro migliore per la città di Roma oggi è possibile, dopo certi chiari di luna…

Evidentemente la città di Roma ha affrontato in passato un periodo negativo. Probabilmente non c’erano abbastanza risorse per sostenere delle spese per via di una crisi economica. Adesso però sembra che le cose vadano meglio perché il periodo in questione è passato: “dopo certi chiari di luna”.

L’espressione si usa generalmente quando è evidente a cosa ci si riferisce, anche se di per sé l’espressione non è molto precisa.

Certi chiari di luna? Quali esattamente? Si intuisce solo che c’è stato un periodo difficile. Si dà per scontato che chi ci ascolta capisca al volo.

Probabilmente si utilizza l’immagine della luce riflessa dalla luna perché la sua luce è fioca, è debole, quindi sono poco visibili i particolari e si vede a malapena. Questa scarsità di luce rappresenta metaforicamente una scarsità di diversa natura.

Al di fuori del senso economico, legato ai soldi che non ci sono (o sono scarsi, appunto), potremmo anche parlare di una difficoltà diversa.

Es:

Sto per laurearmi in lettere e decido che non voglio fare l’insegnante nella mia vita, perché ultimamente secondo me, tra le altre cose, gli insegnanti non godono di molta considerazione.

I genitori dei ragazzi lì mettono sempre in discussione, poi è sempre più difficile trovare lavoro e infine gli insegnanti non sono neanche ben pagati. Poi ultimamente, ammettiamo che anche la classe politica ha annunciato che taglierà lo stipendio degli insegnanti.

Allora posso dire che, visti i recenti chiari di luna, forse è bene che io decida di fare un altro mestiere nella mia vita.

In questo caso si parla di difficoltà di vario tipo, economiche ma anche sociali e legate al mondo del lavoro.

Ultimo esempio:

Immaginate due adolescenti che parlano tra loro, e commentano il periodo del Covid dicendo che in quel periodo era difficile conoscere ragazze e avere esperienze amorose:

Es:

Adesso esco tutti i giorni e conosco sempre nuove ragazze, ma vi ricordate che chiari di luna qualche anno fa ai tempi del Covid?

In questo caso ci si riferisce chiaramente alle difficoltà nel conoscere ragazze e nel fare nuove avventure.

L’espressione è chiaramente informale e sapete una cosa? Mi stupirebbe molto se la sentissi usare da una persona non madrelingua.

Provare a farlo con un amico italiano e vedrete la sua reazione.

Adesso mi piacerebbe un ripasso degli episodi precedenti che verta sulla luna 🌙. A seguire ascoltiamo una breve canzone dedicata alla stessa luna.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Marcelo: Nessuno prese sul serio Armstrong quando disse la famosa frase “un piccolo passo per l’uomo ma un grande balzo per l’umanità”.

Anne Marie: Adesso con le guerre in corso di passi ne stiamo facendo parecchi, ma indietro. Qualcuno ha già pagato pesantemente lo scotto.

Ulrike: questo è sicuramente un tema controverso.

Hartmut: certo, ma si sono registrate già vittime a migliaia. Questi numeri non sono opinabili.

Peggy: per non parlare delle ricadute sociali, umane ed economiche di questi conflitti.

Trascendere (ep. 1061)

audio mp3

Trascrizione

Il verbo trascendere, come vi ho accennato nello scorso episodio, ha un senso simile a “passare il segno” e a “esagerare”.

Infatti uno dei suoi utilizzi è proprio questo: oltrepassare, superare un limite, si intende un limite non materiale, legato a qualche regola di comportamento ad esempio.

Es:

il tuo comportamento trascende la decenza.

Parliamo di un comportamento che va oltre la decenza, è al di là della decenza, al di là di un livello accettabile di decenza. Quindi parliamo di un comportamento indecente: che trascende la decenza.

È sicuramente un modo molto formale di esprimere un’esagerazione. È solitamente associato ai comportamenti, e si tratta quasi sempre di qualcosa di cui vergognarsi. Esprime una critica con tono severo e distaccato, con un senso spesso di condanna morale.

Non sempre però. Potrei anche dire che:

battendo un record del mondo ho compiuto un’impresa che trascende ogni aspettativa.

Si tratta ancora una volta di qualcosa (un’impresa) che va oltre (va oltre ogni aspettativa).

Sempre molto formale direi.

Si può usare anche in modo intransitivo con lo stesso senso: Andare oltre i limiti imposti dalla convenienza, eccedere in qualcosa. Es:

Se ho trasceso vi chiedo scusa

Sei solito trascendere, stai attento se non vuoi essere etichettato.

Il verbo “trascendere” non ha nulla a che fare con “scendere”. Il contrario piuttosto.

Deriva infatti dal latino: “trans” + “ascendere” cioè salire al di là. Ascendere infatti è proprio il contrario di scendere. Significa salire, ma solitamente non un salire normale, ma ad esempio salire in cielo. Al di là, appunto, di qualcosa. L’ascensore in qualche modo fa eccezione 🙂 per questo motivo alla fine di questo episodio dedicheremo una breve canzoncina proprio all’ascensore, ma inteso come metafora della vita.

Torniamo a “trascendere” che quindi si riferisce a superare o andare oltre i limiti o le barriere, mentre “scendere” si riferisce chiaramente al movimento verso il basso.

Se proprio vogliamo trovare un legame tra trascendere e scendere, posso dirvi che il basso, se vogliamo, possiamo interpretarlo come un qualcosa di negativo, un comportamento che abbassa la stima, che fa scendere il valore di una persona “che trascende”. Questo è solo qualcosa che può aiutare a ricordare il verbo. Dimenticatelo se volete.

La cosa interessante del verbo trascendere è che oltre a questo uso formale legato alle esagerazioni e al superamento di un limite, ha a che fare con la filosofia.

Trascendere” in filosofia si riferisce al concetto di andare oltre l’esperienza ordinaria o il mondo materiale per raggiungere una realtà più profonda o spirituale. In termini filosofici, può indicare il superamento dei confini della conoscenza empirica, materiale, per raggiungere una comprensione più elevata della realtà o dell’essenza delle cose. Questo concetto è centrale in molte tradizioni filosofiche e religiose.

La trascendenza può essere associata a concetti come l’assoluto, l’infinito o l’eterno. In breve, in filosofia, trascendere significa andare oltre (non è nel senso di esagerare però) i confini della realtà empirica per raggiungere una comprensione più profonda della natura dell’esistenza.

Ad esempio potrei dire:

Dio trascende il mondo

In effetti Dio, chiunque esso sia, va oltre i confini materiali. Dio sa tutto e sta ovunque. Decisamente trascendente.

Dio infatti è descritto come onnisciente (sa tutto) e onnipresente (è presente ovunque), caratteristiche che lo rendono trascendente rispetto alla nostra comprensione della realtà empirica, materiale.

Questa trascendenza è un concetto centrale in molte tradizioni religiose e filosofiche che cercano di comprendere la natura dell’esistenza.

Oltre a trascendente esiste anche trascendentale, che ha lo stesso significato ma trascendentale si usa soprattutto per indicare qualcosa che supera un certo grado di normalità, quindi qualcosa che va oltre la normalità.

Ricorderete che abbiamo già incontrato questo termine nell’espressione “niente di trascendentale” che ha un senso simile a “niente di speciale”.

In effetti si usa quasi sempre in questo modo.

Potrei anche dire che, ad esempio:

il compito non presenta difficoltà trascendentali.

Stesso significato.

Domanda: Com’era il compito?

Risposta: “niente di trascendentale“, cioè non era particolarmente difficile, non era un compito che andava oltre rispetto al concetto di normalità, riguardo alla difficoltà.

Adesso ripassiamo parlando di ascensori e per finire la canzone dal titolo “l’ascensore della vita”.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Danielle: Proprio di ascensori vuoi parlare? Per me non è il momento propizio per farlo, visto che fino a ieri non abbiamo potuto usare il nostro per quasi 3 settimane… Devi sapere che abitiamo al decimo piano e che soffro ancora dei postumi delle discese e delle salite. Capisco che potreste dirmi: suvvia in fondo c’è un rovescio della medaglia. È stato un bell’allenamento. Ma io ritengo che sia meglio parlarne fra qualche settimana…

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Segue la canzone del giorno dal titolo “l’ascensore della vita”

Passare il segno (ep. 1060)

audio mp3

Passare il segno

passare il segno

Trascrizione

Passare il segno” è una espressione idiomatica che significa esagerare, andare oltre, o, come diciamo a Roma, farla fuor dal vasetto.

Quest’ultima è di sicuro più attraente!

Restiamo però su “passare il segno”. Nell’episodio dedicato al termine segno (vi ricordate?) non si è parlato di questo uso particolare. Allora facciamolo ora.

Il verbo “passare” in questo caso sta per “superare”. Il superamento del segno indica che si è andati oltre il segno. Ma oltre quale segno?

Il segno in questo caso indica un limite massimo, un limite che possiamo indicare in modo figurato con un segno, con una linea immaginaria disegnata per indicare un punto al di là del quale non si può andare. Per questo motivo parliamo di qualcosa di esagerato, e quando reputiamo una cosa esagerata, che sia una parola detta o un’azione intrapresa, è come se avessimo disegnato una linea che è stata oltrepassata.

Il verbo oltrepassare sarebbe  in realtà il verbo più adatto per descrivere il superamento di una linea, ma in questa espressione si utilizza invece il verbo passare: passare il segno.

Ciò non toglie che quando parliamo di una esagerazione si possono usare anche altre modalità, che possono prevedere sia l’utilizzo del verbo superare sia oltrepassare.

Parliamo sempre della stessa cosa: del superamento di certi limiti, limiti della convenienza o della sopportazione. Parliamo di un eccesso di qualcosa.
Tipo:
Adesso basta, ormai hai oltrepassato ogni limite!
Hai superato il limite della sopportazione!
Sei andato oltre ogni limite
Non credi di esserti spinto troppo oltre?
Passare il segno, rispetto a queste modalità, è certamente meno informale.
Rappresenta sempre uno spingersi oltre il termine ultimo, o oltre un certo limite che non può o non deve essere superato, ma lo usano normalmente negli articoli di giornale, in TV. Comunque si può usare anche in famiglia senza problemi. Possiamo dire che passare il limite è simile anche a eccedere e anche a trascendere.
Vediamo qualche esempio:
La discussione si è riscaldata durante la riunione e qualcuno ha passato il segno, offendendo gli altri partecipanti.
Durante la cena del matrimonio, ho passato decisamente il segno con le porzioni e mi sentivo che sto scoppiando!
Avete presente i matrimoni che si svolgono nel sud Italia? Lì si passa sempre il segno nel mangiare!
Alcune persone, nella loro ricerca di successo, passano il segno e finiscono per danneggiare gli altri senza scrupoli.
Solitamente quando si passa il segno, lo avrete capito, ci sono delle conseguenze negative, proprio come quando si usa il verbo esagerare.
C’è da dire che l’espressione di oggi si usa più spesso in contesti sociali, quindi quando si parla di comportamenti, di morale, di offese personali. Potremmo collegarla anche ad un’altra espressione che abbiamo spiegato in passato. Anzi, a più di un episodio se vogliamo. Uno è quello dedicato al verbo sforare“. Un altro è quello sul verboinfieriree un altro ancora è l’episodio dedicato all’espressione “sopra le righe“.
Dicevo prima del verbo eccedere. Sebbene si possa sempre usare al posto di “passare il segno”, l’espressione rende maggiormente l’idea del superamento di un limite, e poi bisogna anche dire che in molte frasi il verbo eccedere suona male:
Es:
Devo aver ecceduto con il cibo stasera. Mi sento scoppiare
Sì, decisamente suona molto meglio,: “Devo aver passato il segno stasera con il cibo” anche perché dà l’idea di un limite massimo superato.

Ho citato anche il verbo trascendere.

Meglio occuparci di questo verbo nel prossimo episodio.

Adesso ripassiamo parlando indovinate di cosa? Parliamo di eccessi e limiti.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Albéric: è risaputo che oggigiorno la moderazione sia considerata come una virtù: non mangiare troppo, non bere troppo, non offendere la gente e chi più ne ha più ne metta.
Per gli antichi greci e romani però non fu sempre così. Si dà il caso che darsi ai bagordi e fare bisboccia durante il baccanale era uno sport collettivo. Non abbiatene a male ma questa nostra epoca è davvero noiosa.

marceloMarcelo: In via amichevole, personalmente, posso dirvi che gli eccessi sono da sconsigliare, anzi sono da prevenire in tutto e per tutto!
Riguardo ai limiti, credo che questi vadano sempre fissati affinché ognuno sappia cosa può fare e cosa no.
So che fissare dei limiti non è cosa facile e vedo nei giovani genitori me stesso quando ero giovane: per accattivarsi i loro figli, non sono capaci di stabilire dei limiti. Non c’è da che stupirsi, però c’è da riflettere. Possibile mai che si debba essere sempre così accondiscendenti?

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a seguire dell’episodio una breve canzone dal titolo “sono esagerata”

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Opinabile, soggettivo, controverso, discutibile, contestabile (ep. 1059)

Opinabile, soggettivo, controverso, discutibile, contestabile

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

Vorrei sapere la vostra opinione sull’aggettivo “opinabile“. Qualunque sia la vostra opinione, di sicuro questa è opinabile.

Infatti l’opinione è, come diceva il filosofo Eraclito, una falsa visione personale della realtà.

Non è un caso che opinione è opinabile siano termini simili.

Opinabile è infatti un aggettivo che indica dei fatti o delle questioni che si possono opinare, su cui cioè si può avere un’opinione propria, o diversa da altre.

Se qualcosa è opinabile, allora non è indiscutibile. Non esiste una verità assoluta.

Tu puoi avere una tua opinione e io una mia. Ciascuno può avere la propria opinione.

Ok ma perché si dovrebbe usare in una frase? Perché scegliere proprio questo aggettivo?

Se vogliamo esprimere una nostra opinione personale su un fatto o una qualunque questione e non crediamo sia possibile pensarla in un solo modo, allora possiamo dire che questa è una materia opinabile, una questione opinabile, una soluzione opinabile.

Es: coloro che non vanno a votare dicono che tanto è inutile, perché tutti i politici sono uguali e nessuno pensa ai problemi reali delle persone. Decisamente opinabile vero?

Spesso opinabile è sinonimo di discutibile, quindi possiamo usarlo al posto di questo aggettivo.

Opinabile è comunque più formale.

Possiamo parlare di una teoria opinabile, di un’affermazione opinabile.

A volte usiamo opinabile per contestare una persona che crede di avere la verità in tasca.

Non necessariamente per contestare però.

Opinabile” può essere utilizzato per indicare che qualcosa è soggetto a interpretazione o discussione, senza necessariamente contestare la verità di qualcuno.

Un esempio potrebbe essere:

Secondo te questo film è stupendo? Questo è opinabile, poiché ho sentito persone che lo hanno trovato noioso.

In questo caso, si sta suggerendo che le opinioni sul film possono variare da persona a persona, senza implicare che qualcuno abbia la verità assoluta sull’argomento, senza che ci sia una protesta o una contestazione.

Capite come l’aggettivo si presti a qualunque questione, qualunque cosa su cui si può esprimere la propria opinione.

Ci sono parecchi aggettivi simili a opinabile.

Vediamo le differenze.

Alcuni sinonimi di “opinabile” includono:

Discutibile: usando questo aggettivo potrei anche sottolineare il fatto che si possano avere opinioni diverse, ma semplicemente si parla di qualcosa che non ha basi logiche, quindi che è poco credibile. Se usiamo questo aggettivo quando si descrive un’opinione altrui, è diciamo “ciò che hai detto è discutibile” può anche essere offensivo, perché non si sta dicendo necessariamente che si possono avere opinioni diverse, ma piuttosto che quella cosa non è vera, è poco credibile, non è logica, o è qualcosa che non si può dimostrare.

Contestabile: abbastanza simile a discutibile. Questo aggettivo viene utilizzato quando si vuole sottolineare che qualcosa può essere messo in discussione o contestato. Ad esempio, si potrebbe dire: “La sua teoria è contestabile, ci sono molte prove che la contraddicono”. Appare meno emotivo come aggettivo. Si potrebbe usare anche per consigliare ad un amico che meglio non dire una certa cosa perché questa cosa ha dei punti deboli, quindi è contestabile, qualcuno potrebbe contestarla.

Soggettivo: viene utilizzato per indicare che qualcosa dipende dalle opinioni, ma più ancora dalle esperienze o punti di vista personali di una persona, piuttosto che essere basato su fatti oggettivi. Ad esempio, si potrebbe dire: “La bellezza di un’opera d’arte è un concetto soggettivo, ognuno ha la propria opinione su di essa, perché dipende dai gusti personali di ciascun individuo. Direi che “opinabile” è meno neutro rispetto a “soggettivo”. Infatti dire che qualcosa è soggettivo è come dire “dipende dalle persone”, mentre opinabile somiglia di più a “questa non è la verità assoluta”, “non è detto che sia così” quindi a volte potrebbe sembrare un attacco personale, sebbene non informale. “Soggettivo” è meno pericoloso da questo punto di vista. Non c’è il rischio di una contestazione” se si usa il tono giusto.

Controverso: viene utilizzato per descrivere qualcosa su cui ci sono opinioni contrastanti o dibattiti accesi. Ad esempio, si potrebbe dire: “Il nuovo libro dell’autore è stato molto controverso, diviso tra chi lo ha apprezzato e chi lo ha criticato aspramente.” In questo caso, si sottolinea che il libro ha suscitato dibattiti intensi e opinioni contrastanti da parte del pubblico. Se qualcosa è controverso allora è oggetto di controversia, un termine simile a litigio, dissidio, contesa, contrasto, disaccordo, discussione, disputa, lite.

Poi controverso può essere associato anche a una persona o al suo carattere:

Giovanni è un tipo controverso, ha un carattere controverso. Vuol dire che Giovanni è difficilmente interpretabile, ha un carattere difficile, con caratteristiche che sembrano opposte. Non è facile capire bene il suo carattere.

Opinabile invece, oltre che più formale, non si usa per descrivere direttamente le persone.

Come ripasso, vi propongo di parlare di discussioni.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ulrike: Indiscutibilmente si tratta di un episodio utilissimo. Non permetto a chicchessia di mettere in discussione questo mio Ferno giudizio. Davanti a eventuali contestazioni, che indubbiamente sarebbero prive di fondamento, resterei imperterrita. Questo è quanto. 😉

Estelle: Benché l’argomento possa essere opinabile la tua opinione come ripasso lascia poco spazio a controversie. Dunque concordo pienamente con te. Non vorrei ci fossero ricadute sul nostro rapporto 😂

Marcelo: Ragazze, capisco benissimo che vi piace questo episodio e che lo trovate utile!
Però dobbiamo ricordare che c’è sempre il rovescio della medaglia!
Le opinioni sono sempre soggettive, quindi possono essere soggette a revisione!
Almeno questo è la mia opinione . Mi aspetto di non essere frainteso!

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Segue la canzone dal titolo “tra le onde dell’opinione

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Cadute e ricadute (ep. 1058)

Cadute e ricadute

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

Emanuele: Il termine ricaduta è “interessante”. Chiaramente deriva dalla “caduta”.

Allora cominciamo dalla caduta.

La caduta deriva a sua volta da “cadere“.

La caduta, in senso proprio, è ciò che accade quando qualcosa cade, quindi rappresenta il movimento, il moto dall’alto verso il basso, che spesso ha conseguenze dannose.
Ad esempio, con una caduta da cavallo ti puoi far male, ma anche con una caduta dal tetto. Ci si può far male anche con una caduta dal letto a dire il vero. Specie se si tratta di un letto a castello.Non parliamo degli effetti della caduta di un fulmine…

Anche la caduta di un dente chiaramente può provocare dolore.
Poi ci sono anche altre tipologie di cadute.
In atletica leggera ad esempio rappresenta l’ultima fase del salto con l’asta: la caduta sul tappeto.

Nel paracadutismo, poi, esiste la “caduta libera”, che è una fase anch’essa. È quella fase compresa tra il lancio dall’aereo e l’apertura del paracadute.
Ci sono gli utilizzi figurati. Quando un titolo azionario è in caduta, o anche “in caduta libera”, vuol dire che c’è un forte ribasso, un crollo improvviso e veloce.La caduta quando è definita “libera” vuol dire che è veloce e sembra inarrestabile. Ma anche la semplice “caduta” è comunque più forte rispetto ad esempio a “discesa” quando si usa per indicare una diminuzione di qualcosa.

Es:Euro in caduta libera sui mercati internazionali.
Oppure:
La nostra relazione adesso è in caduta libera.
La caduta del governo è anch’essa molto negativa, chiaramente solo per il governo :-)Quando si usa in senso figurato, la caduta somiglia, in alcuni usi, alla cosiddetta capitolazione, termine simile a “sconfitta. Si tratta di una sconfitta dopo una lunga resistenza. Per chi vince potrebbe trattarsi anche di una vittoria di Pirro, ma questo è un altro discorso e anche un altro episodio.

Quando, ad esempio, in una battaglia, una città finisce di resistere agli attacchi del nemico e si arrende, possiamo dire che c’è la caduta della città, cioè la sua resa o la sua capitolazione. Si usa anche nello sport questo termine.

Es:
La città capitola dopo un anno di assedio. La squadra è capitolato solo ai tempi supplementari.
Un altro uso figurato della caduta è il seguente.
Antonio ha spesso cadute di stile. Appena beve un po‘ e inizia a dire parolacce.
Ci sono anche altri usi di “caduta”, ma passiamo alla ricaduta.

Il prefisso “ri” suggerisce che si tratta di una nuova caduta. Questo è possibile, anzi è molto frequente questo utilizzo.

Es:
Elettra è ricaduta, cioè è caduta nuovamente, un’altra volta.
Però la ricaduta si utilizza anche in altri due modi.

Parlando prima di tutto di malattie.

In tale ambito una ricaduta è ciò che accade quando, in caso di malattia, sembra essere arrivata la guarigione, ma, dopo un iniziale miglioramento, avviene un nuovo peggioramento, dovuto alle conseguenze della malattia.

Si dice ad esempio che bisogna curarsi bene, perché “le ricadute sono peggio delle cadute”.

Si tratta, in altre parole, di una cosiddetta riacutizzazione di una malattia apparentemente guarita.

Es:
La malattia sembrava essere sparita e invece era solo in via di guarigione. Il corpo era ancora debole e così c’è stata una ricaduta.
Uscendo dall’ambito medico, ma sempre in senso figurato, parlando più in generale, una ricaduta è una nuova caduta, cioè una successiva caduta.

Es.
Mario ha avuto una ricaduta nel vizio del fumo. Sono nuovamente ricaduto nell’errore. Accidenti!
Ricadere nell’errore” è molto utilizzato.

Vediamo il secondo uso interessante del termine ricaduta.

Si tratta sempre di una conseguenza, come la conseguenza di una malattia, ma in un altro ambito; una conseguenza sotto un altro punto di vista, un altro aspetto legato a quello principale.

S tratta di conseguenze a volte anche inaspettate, proprio come le ricadute dopo una malattia.

Es:le proteste degli studenti hanno portato delle ricadute politiche.
Quindi ci sono state conseguenze politiche, causate, cioè provocate dalle proteste degli studenti.

Si tratta di conseguenze o effetti indesiderati che derivano da un’azione o da una situazione particolare.

Ecco alcuni altri esempi:
L’abuso di sostanze stupefacenti può portare a una serie di ricadute sulla salute fisica e mentale.Una relazione instabile può avere ricadute emotive durature su entrambi i partner.Un disastro naturale come un terremoto può avere ricadute devastanti sull’ambiente e sull’economia locale.
Quanto al ripasso del giorno, che ne dite se parliamo proprio di cadute e ricadute? Inizio io.

Mio nonno diceva che gli anziani devono stare attenti alla salute, non solo per evitare ricadute, ma raccomandava di stare attenti la alle “tre c“: cadute, catarro e cacarella. Mio suocero era un medico. Evidentemente nella sua vita professionale ha registrato una lunga sequela di cadute e altrettante ricadute.

– – – –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Eh sì! Tuo nonno aveva proprio ragione. Quando ti tocca una qualsiasi delle tre C da lui menzionate, se si è anziani, vuol dire che è prossima la caduta del sipario sul teatro della tua vita, in cui tu sei stato l’attore principale!

La fuga del Pomodoro – storia per principianti

La fuga del pomodoro – la storia

La fuga del pomodoro – Storia, domande e risposte

Trascrizione

La storia:

C’era una volta un pomodoro di nome Pachino che viveva in un orto con tanti altri pomodori come lui. Pachino era un pomodoro molto curioso e un giorno decise di scappare dall’orto per esplorare il mondo.

Pachino rotolò per un lungo tratto, finché non arrivò in una strada trafficata. Pachino era spaventato, ma vide un semaforo rosso e si fermò. Aspettò pazientemente che il semaforo diventasse verde e poi attraversò la strada.

Pachino continuò a rotolare, sognando un mondo privo di insalate. In quel momento un’auto sfrecciò davanti a lui e.. splash!

Pachino si sentì schiacciare e tutto divenne nero. Quando aprì gli occhi, Pachino era di nuovo nel suo orto, circondato dai suoi amici pomodori che lo guardavano con aria preoccupata.

Pachino si sentì sollevato. Era vivo e vegeto! Era solo un brutto sogno.

Domande e risposte

C’era una volta un pomodoro di nome Pachino che viveva in un orto con tanti altri pomodori come lui.

1. Come si chiama il pomodoro della storia?

Si chiama Pachino. Il pomodoro della storia si chiama Pachino.

2. Dove viveva pachino?

Pachino viveva in un orto:

3. Era l’unico pomodoro dell’orto? Era solo nell’orto?

No, non era l’unico pomodoro dell’orto. Non era solo nell’orto. C’erano tanti altri pomodori come lui. Nell’orto Pachino stava con tanti altri pomodori come lui.

Pachino era un pomodoro molto curioso e un giorno decise di scappare dall’orto per esplorare il mondo.

4. Cosa ha fatto Pachino un giorno?

Ha deciso di scappare dall’orto per esplorare il mondo.

5. Perché Pachino è scappato dall’orto?

Perché era un pomodoro molto curioso.

6. Cosa decise di fare?

Decise di scappare dall’orto

7. Per esplorare cosa?

Per esplorare il mondo, per scoprire il mondo.

8. Pachino era un pomodoro esploratore?

Sì, Pachino era un pomodoro esploratore.

9. Pachino restò nell’orto?

No, non restò nell’orto. Pachino scappò dall’orto. Pachino decise di scappare dall’orto.

10. Quando decise di scappare dall’orto?

Un giorno. Un giorno Pachino decise di scappare dall’orto.

Pachino rotolò per un lungo tratto, finché non arrivò in una strada trafficata.

11. Pachino camminava?

No, non camminava. Pachino rotolava.

12. Perché rotolava?

Perché era un pomodoro.

13. Per quanto rotolò?

Rotolò per un tratto. Rotolò per un pezzo di strada, un tratto di strada.

14. Quanta strada fece Pachino rotolando? Fece molta strada Pachino quando rotolò?

No, non molta. Solo un tratto. Rotolò solo per un tratto di strada.

15. E poi dove arrivò?

Arrivò in una strada trafficata.

16. Com’era la strada in cui arrivò Pachino?

Era molto trafficata.

17. C’erano delle automobili in quella strada? Oppure non cera neanche un’auto?

Sì, c’erano molte auto. Era una strada molto trafficata.

18. C’era traffico?

Sì, cera molto traffico.

19. Quindi Pachino fin quando rotolò?

Rotolò finché non arrivò in una strada trafficata

20. Ci arrivò oppure no nella strada trafficata?

Sì, certo ci arrivò.

Pachino era spaventato, ma vide un semaforo rosso e si fermò.

21. Era tranquillo Pachino?

No, non era tranquillo Pachino.

22. E com’era Pachino?

Era spaventato. Aveva paura.

23. Di cosa aveva paura?

Delle automobili. Aveva paura delle automobili.

24. Cosa vide?

Vide un semaforo.

25. Era verde il semaforo?

No, non era verde ma rosso.

26. Quindi? Pachino attraversò la strada?

No, non la attraversò, perché il semaforo era rosso.

27. Cosa fece Pachino quando vide che il semaforo era rosso?

Si fermò.

28. Si è fermato?

Sì, si è fermato perché il semaforo era rosso.

29. Si può attraversare quando il semaforo è rosso?

No, non si può attraversare la strada quando il semaforo è rosso.

Aspettò pazientemente che il semaforo diventasse verde e poi attraversò la strada.

30. Pachino cosa aspettò?

Aspettò che il semaforo diventasse verde.

31. Aspettò che il semaforo diventasse rosso?

No, non rosso, ma verde. Pachino ha aspettato che il colore del semaforo fosse verde.

32. Di che colore deve essere il semaforo per poter attraversare?
Deve essere verde.

33. Pachino aspettò pazientemente oppure nervosamente?

Aspettò con pazienza, quindi pazientemente.

34. Era nervoso pachino mentre aspettava che il semaforo diventasse verde?

No, non era nervoso. Era calmo. Aspettò pazientemente.

35. E poi cosa fece?

Poi attraversò la strada

Pachino continuò a rotolare, sognando un mondo privo di insalate. In quel momento un’auto sfrecciò davanti a lui e… splash!

36. Pachino smise di rotolare?

No, non smise di rotolare. Continuò a farlo.

37. Cosa sognava Pachino mentre rotolava?

Sognava un mondo privo di insalate. Sognava un mondo senza insalate. Sognava un mondo dove non esistono le insalate.

38. Nel mondo che sognava, esistevano insalate?

No, non esistevano. Il mondo che sognava era privo di insalate.

39. Sognava un mondo pieno di insalate Pachino?

No, non pieno, ma privo di insalate.

40. C’erano insalate nel mondo che sognava Pachino?

No, non c’erano. Il mondo che sognava Pachino era privo di insalate. Il mondo che sognava Pachino ne era privo di insalate.

41. Cosa è successo a Pachino mentre rotolava?

Un’auto sfrecciò davanti a lui.

42. Correva l’auto? Andava veloce? Oppure andava lentamente?

Sì, correva moltissimo. L’auto sfrecciò davanti a lui.

43. Andava veloce come una freccia?

Sì, esatto, l’auto andava veloce come una freccia.

44. E poi cosa accadde?

E poi splash! Quell’auto lo ha investito. Lo ha colpito.

45. Chi ha colpito quell’automobile?

Pachino. Quell’auto che sfrecciava ha colpito Pachino.

Pachino si sentì schiacciare e tutto divenne nero.

46. Pachino è stato schiacciato?

Sì, certo. Pachino è stato schiacciato dall’auto che sfrecciava.

47. Lui se ne accorse?

Sì, lui si sentì schiacciare. Pachino si accorse che l’auto lo aveva schiacciato.

48. Di quale colore divenne tutto?

Nero. Tutto divenne nero.

49. Quale colore vedeva Pachino adesso? Bianco?

Vedeva tutto nero. Non vedeva tutto bianco ma tutto nero.

Quando aprì gli occhi, Pachino era di nuovo nel suo orto, circondato dai suoi amici pomodori che lo guardavano con aria preoccupata.

50. Pachino era morto?

No, non era morto. era vivo.

51. Cosa aprì Pachino?

Aprì gli occhi.

52. E dov’era Pachino quando aprì gli occhi?

Era di nuovo nel suo orto.

53. Dove si trovava Pachino dopo aver aperto gli occhi?

Si trovava nuovamente nel suo orto.

54 Da chi era circondato? Chi c’era attorno a lui quando aprì gli occhi?

C’erano gli altri pomodori. Attorno a lui c’erano gli altri pomodori. Era circondato dagli altri pomodori dell’orto.

55. Erano suoi amici o nemici?

Era tutti suoi amici.

56. Come lo guardavano i suoi amici pomodori?

I suoi amici pomodori lo guardavano con aria preoccupata.

57. Erano tranquilli gli amici di Pachino?

No, non erano tranquilli. erano preoccupati.

58. Com’era il loro aspetto?

Il loro aspetto era preoccupato. Sembravano preoccupati. Non sembravano tranquilli.

Pachino si sentì sollevato. Era vivo e vegeto! Era solo un brutto sogno.

59. Pachino come si sentiva?

Si sentiva sollevato.

60. Perché si sentiva sollevato?

Perché era vivo e vegeto!

61. Pachino era stato investito veramente?

No, non era stato investito veramente.

62. Allora era solo un sogno?

Sì, era solo un sogno.

63. Un bel sogno?

No, non un bel sogno, ma un brutto sogno

64. Era contento Pachino di non essere morto?

Sì, era contento di essere vivo. Si sentiva felice e soddisfatto.

65. Era felice oppure no che quello fosse solo un brutto sogno?

Era molto felice di aver fatto solo un brutto sogno.

66. Si sentiva sollevato?

Sì, si sentiva sollevato perché non era morto veramente.

67. E’ finita la storia?

Sì, la storia è finita. Ciao!

68. Come finisce la storia? Bene o male?

Bene! La storia finisce bene!

Pendere dalle labbra (ep. 1057)

Pendere dalle labbra

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

Pendere dalle labbra di una persona è un’espressione idiomatica che significa essere estremamente interessati a ciò che qualcuno sta dicendo, essere completamente concentrati e desiderosi di ascoltare ogni parola che esce dalla sua bocca.

Ora, analizziamo le singole parole che compongono questa espressione:

Pendere significa essere sospesi o appesi, a volte in modo precario. In questo contesto, suggerisce che qualcosa (il nostro interesse o attenzione) è in bilico e dipende da qualcos’altro per essere mantenuto in equilibrio. Precisamente dipende dalle parole che pronuncerà questa persona.

Dalle” è la preposizione articolata “da” seguita dall’articolo determinativo “le”. Qui indica la direzione o l’origine di qualcosa. Nel contesto dell’espressione, si riferisce al punto di provenienza delle parole che stiamo ascoltando.

Le labbra invece sono le parti carnose che formano il confine esterno della bocca umana e sono coinvolte nella produzione dei suoni del linguaggio umano.

Nel contesto dell’espressione, rappresenta il punto da cui escono le parole che stiamo ascoltando.

Di chi sono le labbra da cui pende qualcuno? Può essere qualunque persona, dalla quale siamo molto interessati a sentire ciò che sta dicendo.

L’espressione crea un’immagine metaforica: qualcuno che resta sospeso o appeso alle parole che escono dalla bocca di una persona, sottolineando un forte interesse e attenzione verso ciò che viene comunicato.

Si usa spesso in modo ironico oppure per prendere in giro qualcuno, o perché non riesce a attirare l’attenzione perché non sa parlare oppure perché viene ammaliata da qualcuno, viene sottomessa, viene soggiogata, quasi stregata da una persona, o resta a bocca aperta ascoltando una persona che non lo merita.

Es: se qualcuno sta raccontando qualcosa di noioso o poco interessante, potresti dire ironicamente:

Oh, sì, sono letteralmente appeso alle tue labbra.

Oppure:

pendiamo tutti dalle tue labbra!

In questo caso, sto usando l’espressione per sottolineare il fatto che sto ascoltando, ma in realtà sono annoiato o poco interessato a ciò che viene detto.

Un altro esempio: durante una riunione di lavoro, il capo inizia a parlare e uno dei dipendenti, potrebbe dire con sarcasmo:

Guarda il dottor Rossi, sembra sospeso letteralmente dalle labbra del capo. Ogni sua parola è un’illuminazione.

In questo caso, l’uso dell’espressione sottolinea l’atteggiamento ipocrita e l’ostentata deferenza del dipendente nei confronti del capo.

Ho detto: ostentata deferenza del dipendente nei confronti del capo.

Ostentare” significa mostrare in modo esagerato o eccessivo, mentre “deferenza” si riferisce al rispetto o alla riverenza mostrata verso qualcuno, in particolare verso una figura di autorità o un superiore. Quindi, l'”ostentata deferenza” si riferisce a un comportamento in cui il rispetto verso il capo viene mostrato in modo esagerato o evidente.

Ad ogni modo, come ho detto, l’uso ironico o critico, come negli esempi fatti, è molto frequente quando si usa questa espressione, che però possiamo usare anche seriamente, per sottolineare le capacità e il fascino di un intellettuale che quando parla pendono tutti dalle sue labbra. Tutti ascoltano con attenzione, affascinati dal suo modo di parlare.

Es: Alla conferenza, Giovanni si levò in piedi e cominciò a parlare con tale eloquenza e profondità di pensiero che tutti in sala rimasero incantati. Le sue parole fluivano con grazia e chiarezza, e il suo fascino naturale catturava l’attenzione di ogni persona presente. Ogni sguardo era puntato su di lui, e tutti pendevano letteralmente dalle sue labbra, rapiti dalla sua capacità di comunicare in modo coinvolgente e persuasivo.

Quel Giovanni, purtroppo, non ero io. 🙂

Adesso ripassiamo? Che ne dite? Chiedo ai membri dell’associazione di dire ciò che pensano degli intellettuali.

– – – –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Camille: Molto spesso, quando sentivo parlare di un individuo definito intellettuale, avevo un giudizio negativo, ero prevenuto nei confronti di questa persona. Le associavo a coloro che, di solito, forniscono risposte elaborate a domande semplici. A volte avevo anche ragione, altre invece era solo un mio pregiudizio.

Khaled: io con gli anta ho imparato a tollerare e rispettare tutte le opinioni, anche quelle che non condivido. Che poi ti imbatti in falsi intellettuali e devi fare l’indiano e fingere di non capire per non passare per maleducato è un’altra storia!

Marcelo: studiare è appagante, questo è fuor di dubbio, ma la categoria non gode di ottima reputazione. Potrei fare alcuni nomi emblematici a riguardo, ma meglio evitare querele.

Giovanni: scusate, sono sempre io. Devo aggiungere un’ultima cosa importante. Nell’episodio ho parlato sia del verbo pendere che del verbo appendere. Però potrei anche usare appendere. In che modo? Sostituendo pendere con appendere? La Risposta è no.
Non si può dire infatti “appendo dalle tue labbra”, ma se si vuole usare il verbo appendere , bisogna dire “sono appeso alle tue labbra”, che esprime lo stesso significato di “pendo dalle tue labbra”. Questo perché appendere esprime l’azione di prendere qualcosa e attaccarla in alto, come quando si appende una giacca.

Io appendo la giacca, tu appendi la giacca eccetera.
Invece “pendere” è un verbo che esprime il fatto di stare appesi, di trovarsi appesi, di essere appesi a qualcosa.

Io sono appeso alle tue labbra

Tu sei appeso alle mie labbra. Eccetera. Fine del chiarimento.

Orda (ep. 1056)

Orda

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

people on sidewalk selective focal photo
Photo by Cameron Casey on Pexels.com

La parola “orda” è l’argomento di oggi. Orda al singolare, orde al plurale. Orda si pronuncia con la O aperta, come omega, osso, e non come orologio e ordigno, ad esempio.

In senso generale, orda può riferirsi a un gruppo numeroso e disordinato di persone o animali, spesso associato a un comportamento aggressivo.

Infatti in ambito storico, a tutti gli italiani vengono subito in mente le orde dei barbari.

In alcuni contesti però la parola orda può anche essere usata in senso dispregiativo per riferirsi a un gruppo di persone considerate volgari o selvagge.

Si indica col termine orda una massa umana spinta dalla violenza (come le orde dei barbari, appunto) o dalla miseria (orde di pezzenti). Si può usare anche scherzosamente, tipo:

Oggi in metropolitana ho incontrato con un’orda di ragazzi che usciva dalla scuola.

Il senso quindi è di creare l’immagine di un gruppo disordinato, che fa confusione e anche che non è molto rispettoso degli altri.

Più o meno è l’equivalente di “branco“, che si usa maggiormente per i gruppi di animali o anche di “frotta“, o “massa“. Si possono anche usare termini come accozzaglia, torma, stuolo, schiera, folla, caterva. Ognuno di questi termini può enfatizzare un aspetto diverso. L’orda indubbiamente trasmette un senso di caos, disordine o tumulto associato a un gruppo numeroso di persone.

Può implicare una mancanza di controllo, disciplina o civiltà, chiaramente con connotazioni negative. Si potrebbe parlare anche di un’orda di fan che si accalcano davanti a un concerto, suggerendo un gruppo di persone agitate e rumorose.

Vediamo altri esempi:

Orde di cani randagi si aggirano nei dintorni del quartiere.

Orde di vacanzieri affollano l’Italia nel mese di agosto.

Un’orda di fan è arrivata a Roma per il concerto di Vasco Rossi.

Adesso ripassiamo. Per restare in tema parliamo dell’autocontrollo e della disciplina. Mi piacerebbe se ci fosse un gruppo numeroso di membri, che non chiamerei mai orda, sia ben chiaro, disposto a creare dei ripassi. Mi accontento di un paio di frasi.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo Beh, certo che un ripassino a quest’ora non è mica facile direi! Dovrò proprio tenere a bada le mie emozioni, soprattutto quelle che mi fanno diventare adirato, anzi, imbestialito! Ma non per il ripasso di per se, fatte salve le notizie che si ascoltano del mio paese, che per inciso è l’Argentina! Dovrei pazientare, altrimenti corro il rischio di impazzire… dopo le revisioni fatte del nuovo governo. Quando pensavamo di aver raschiato il fondo del barile, hanno fatto emergere fondi fiduciari che fungevano da cassa per i politici in carica del precedente governo senza nessun controllo! E l’entità di questi fondi è di 3000 miliardi e passa! Poveri noi, onesti e disciplinati cittadini che lavorano e pagano le tasse! Autocontrollo? Manco per niente! Con questi tutto è poco o niente!

Deliberatamente (ep. 1055)

Deliberatamente

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

È interessante notare come “deliberatamente” sembri un avverbio apparentemente semplice, poiché indica, in fondo un’azione volontaria.

Parliamo cioè di qualcosa fatto di proposito, tanto per citare un’espressione che abbiamo affrontato recentemente (parlo di “fare di“).

Possiamo anche parlare di un’azione fatta volutamente, volontariamente, o con intenzione o anche consapevolmente.

C’è di più però, perché “deliberatamente” , benché possa essere sostituito da queste modalità alternative, aggiunge molto spesso qualcosa in più, qualcosa che non c’è, ad esempio, in “volontariamente“.

Si tratta di qualcosa che a un non madrelingua può sfuggire. Per questo ho pensato potesse essere utile approfondire l’uso di questo avverbio.

Deliberatamente” aggiunge un livello di consapevolezza e intenzionalità più forte rispetto a “volontariamente”. Perché più forte? Direte voi.

Allora: qualcosa è stato detto o fatto in modo consapevole e intenzionale, dopo aver pensato attentamente o preso una decisione volontaria. Non basta neanche questo però.

Se una persona fa qualcosa deliberatamente, lo fa intenzionalmente, ma forse è più adatto dire che lo fa premeditatamente.

Anche questo è abbastanza “forte” come avverbio.

Si tratta in genere di atti, quindi di comportamenti, di azioni deprecabili (ne parliamo meglio un’altra volta di questo aggettivo), diciamo negative, offensive, che ad esempio sono contro la morale o che infrangono qualche regola o che arrecano un danno a qualcuno.

Si utilizza generalmente per sottolineare che questa azione non è casuale, che quindi c’è stata l’intenzione, e che di conseguenza l’azione è da condannare o addirittura da demonizzare, tanto per citare un altro episodio.

Vi faccio qualche esempio:

La nave è stata colpita dai missili deliberatamente. Non c’è stato alcun errore. Altro che storie!

Questa frase sottolinea la volontarietà dell’attacco alla nave e si condanna questo attacco.

È un avverbio abbastanza formale come avrete capito.

Una mamma pertanto potrebbe anche dire, in teoria, ai figli di aver rotto deliberatamente i vetri della finestra del vicino di casa, ma indubbiamente preferirà dire che l’hanno fatto apposta o che l’hanno fatto di proposito o intenzionalmente o volontariamente.

I giornalisti e i politici invece usano spessissimo questo avverbio. Spesso si parla anche di “azione deliberata” o “scelta deliberata”.

Ad esempio, leggo su Google news che:

Il gasdotto che collega la Finlandia con l’Estonia potrebbe essere stato deliberatamente danneggiato.

Secondo questo giornalista quindi potrebbe trattarsi di un atto deliberato, quindi volontario, voluto e causato intenzionalmente da qualcuno.

Possiamo usarlo anche nello sport in caso di gravi infortuni. Ma attenzione.

Ad esempio, potremmo dire che un giocatore ha deliberatamente commesso un fallo grave in un’azione di gioco.

Tuttavia, è importante notare che l’uso di “deliberatamente” in situazioni di infortuni nello sport potrebbe implicare un’intenzione di causare danni, quindi va usato con cautela per evitare fraintendimenti. Se lo usiamo significa che il calciatore che ha commesso il fallo voleva far male all’avversario.

Un altro esempio potrebbe essere qualcuno che deliberatamente ignora una richiesta urgente di aiuto da parte di un amico.

In questo caso, “deliberatamente” suggerisce che la persona ha preso una decisione consapevole di non aiutare, nonostante fosse pienamente in grado di farlo e nonostante sapesse le conseguenze potenziali che potevano conseguire dalla mancanza di aiuto.

Anche “volutamente” si usa in genere per sottolineare azioni volontarie da condannare, ma l’intensità è più bassa.

Potrei dire ad esempio che “la mia richiesta è stata volutamente ignorata”. Non è detto che in questo caso ci siano conseguenze drammatiche conseguenti.

Si può dire lo stesso di “intenzionalmente”, che può essere utilizzato per sottolineare la volontarietà e la consapevolezza di un’azione. Anche questo avverbio è meno forte rispetto a deliberatamente.

“Volontariamente” è più innocente come avverbio. Ha spesso una connotazione più neutra o innocua rispetto a “deliberatamente” o “intenzionalmente”. Ciò non significa che non possa essere usato per azioni condannabili.

Es: una moto investe volontariamente un passante che attraversava sulle strisce pedonali.

Tuttavia è sufficiente che ci sia la volontà:

La ragazza si è allontanata da casa volontariamente. Nessuno l’ha costretta.

Il dipendente si è dimesso volontariamente.

Oppure:

L’industria dell’auto sta volontariamente rallentando la diffusione delle auto elettriche

Esiste anche “deliberatezza“, poco usata come parola, a dire il vero, ma stavolta non necessariamente in senso negativo.

Posso parlare ad esempio della “deliberatezza dell’uomo” che descrive il margine di scelta che ognuno di noi ha.

Ad esempio se voglio parlare della scelta che una persona può fare di non avere figli, allora posso dire, anziché “la libertà nella scelta di non avere figli”, “la deliberatezza della scelta di non avere figli”.

Se diciamo invece “la scelta deliberata di non avere figli” o “ho scelto deliberatamente di non avere figli” benché si possa fare senza problemi, sembra quasi di aver commesso un delitto :-).

Adesso ripassiamo qualche episodio passato, sperando che i membri dell’associazione Italiano Semplicemente non decidano deliberatamente di fare gli gnorri. Parliamo delle scelte importanti della vita.

– – –
Segue una breve canzone dedicata all’episodio
– –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Suvvia, animiamoci un po’ per scoprire ognuno le scelte importanti della vita! Per me, e dopo aver riflettuto un po’, scegliere il posto dove abitare è assai importante. Condiziona non solo te, ma anche tutta la famiglia, dalle opportunità di lavoro alla scuola, alle amicizie. Chissà come sarebbe la mia vita se invece di nascere nel mio paese, fossi nato dove sono nati i miei nonni! Vai a capire dove sarei adesso e cosa avrei fatto nella vita. Senza contare che il luogo della riunione annuale dei membri di IS, sarebbe a un tiro di schioppo!

Darsi ai bagordi

Darsi ai bagordi

Descrizione: “Darsi ai bagordi” significa indulgere in attività svaganti o piacevoli in modo eccessivo, spesso in maniera disordinata o senza riguardo per le responsabilità. Si tratta di trascorrere il tempo in divertimenti o svaghi senza preoccuparsi troppo delle conseguenze o dei doveri.

Per avere il file audio MP3 e la trascrizione completa in PDF di questo e di tutti gli altri episodi, anche in pdf, diventa membro di Italiano Semplicemente.

ENTRAADERISCI

 

Il bavaglio – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 44)

Il bavaglio – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 44)

Durata file mp3: 7 minuti

Descrizione: Espressioni come “mettere il bavaglio” o “legge bavaglio” sono molto diffuse sui giornali e dai media in generale. Nell’episodio spieghiamo anche la differenza tra il bavaglio e il bavaglino. Alla fine dell’episodio facciamo ascoltare una breve canzone dedicata al bavaglio.

Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

ENTRAADERISCI

bavaglino

Mettercela tutta

Mettercela tutta (scarica audio)

Giovanni: “Mettercela tutta“. Questa è l’espressione di cui ci occupiamo oggi.
“Mettercela tutta” significa impegnarsi al massimo, dedicare tutto il proprio sforzo e energie a qualcosa, fare del proprio meglio per raggiungere un obiettivo o affrontare una sfida. È un’espressione che sottolinea il massimo impegno e la determinazione nel perseguire un obiettivo.

E’ un’espressione del tutto equivalente ad altre, tipo: “dare tutto” o anche “dare tutto se stessi” o “dare l’anima” e simile anche a “sputare sangue”.

Ce ne sono anche altre abbastanza simili:

  • Dare il massimo
  • Sforzarsi al massimo
  • Impegnarsi al massimo
  • Fare del proprio meglio
  • Non risparmiarsi
  • Dare tutto quello che si ha
  • Dare tutto quello che si può

Ma torniamo all’espressione “mettercela tutta”, che utilizza il verbo “mettere”. Questo è chiaro.

Mettere nel senso di impiegare. In questo caso si parla di impegno, di energie, di sforzo, di fatica.
Si sottolinea l’azione di investire completamente se stessi in un’attività o in un obiettivo, indicando massimo impegno e dedizione.

Vediamo qualche esempio:

Nello studio:
“Sto studiando per gli esami e voglio davvero mettercela tutta quest’anno.”

Nello sport:
“L’atleta si è infortunato, ma vuole comunque mettercela tutta per tornare in forma.”

Nel lavoro:
“Ho un progetto importante da completare, e voglio mettercela tutta per consegnarlo entro la scadenza.”

Nelle relazioni:
“Dopo l’ultimo litigio, abbiamo deciso entrambi di mettercela tutta per far funzionare la nostra relazione.”

Nelle passioni personali:
“Ho iniziato a suonare la chitarra e voglio veramente mettercela tutta per migliorare la mia abilità musicale.”

Avrete notato che in “mettercela” c’è la particella “ce” che si riferisce al luogo o l’obiettivo. È anche possibile staccare ce dal verbo.

Es: ce la devi mettere tutta per superare l’esame

Cioè:

Devi mettercela tutta per superare l’esame.

Oppure:

Dovrò mettercela tutta affinché io possa battere il record del mondo

Cioè:

Ce la dovrò mettere tutta affinché io possa battere il record del mondo.

Questo si può fare anche con altri verbi, non solo con mettere. C’è già un episodio in merito (anzi due) fortunatamente, quindi potete dargli un’occhiata se vi interessa.

Avrete anche notato che si usa la forma femminile: mettercela e non mettercelo. Lo abbiamo visto anche in altri episodi. “La” a cosa si riferisce quindi?

Questa cosa di usare il femminile nelle locuzioni e espressioni idiomatiche è una caratteristica della lingua italiana e la forma femminile non è legata in questi casi al genere del sostantivo.

Parliamo di impegno che è maschile, o di dedizione che è femminile, o di energia, ancora femminile, o di sforzo, stavolta maschile. Potreste impazzire se andiamo avanti così…

Ci sono pertanto molte altre espressioni idiomatiche in italiano che seguono la forma femminile. Qualcuna di queste li abbiamo già trattate. Abbiamo anche parlato dei verbi pronominali una volta.

Es:

Farla fuori dal vaso (che ha un senso simile a esagerare)

Prendersela comoda

Buttarla in vacca

Buttarla in caciara

Farla finita

Finirla, piantarla

Prendersela con qualcuno (accusare qualcuno per qualcosa di accaduto)

Farla franca

Buttarla sul ridere (un’espressione che si usa per sdrammatizzare)

Farsela sotto

Bersela

Farcela

Passarla liscia

Vedersela

In tutte queste espressioni il cambiamento al maschile ne compromette il significato. Non avremo più un’espressione o una locuzione.

Spesso accade invece che la stessa modalità possa usarsi anche per riferirsi a un sostantivo femminile, ma in quel caso il senso è quello materiale.

Es: quanta pasta devo mettere nell’acqua?

Risposta: metticela tutta

Oppure: devi mettercela tutta, ce la devi mettere tutta.

Sto parlando della pasta (la) che devo mettere nell’acqua (“ce” indica il luogo).

In questo caso, quando mi riferisco al sostantivo, la frase ha lo stesso uso della forma maschile.

Es:

Ho un etto di formaggio qui, quanto ne devo mettere nella pasta?

Risposta: “ce lo devi mettere tutto” o “metticelo tutto” o “devi mettercelo tutto“.

Stavolta uso il maschile perché il formaggio è maschile.

In altre locuzioni simili, cioè che sono alla forma femminile, a volte accade la stessa cosa, vale a dire che posso usare il maschile o il femminile in senso materiale per riferirmi a qualcosa di maschile o femminile, ma in altri casi non si fa.

Le espressioni citate prima ad esempio non si usano quasi mai al maschile neanche in senso materiale. A volte si può fare però.

Ad esempio “prendersela comoda” potrei usarla così:

Dovrei prendere una poltrona, hai qualche consiglio da darmi?

Risposta: prenditela comoda! In questi casi bisogna prendersela comoda.

Chiaramente sto parlando della poltrona che deve essere comoda, cioè confortevole.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me:

Ce la devi mettere tutta!

Stavolta ce la metterò tutta, caschi il mondo!

Metticela tutta mi raccomando!

Per mettercela tutta non ce la dobbiamo prendere comoda

Per farcela, dobbiamo mettercela tutta!

Se vuoi farla franca, devi mettercela tutta!

Mettetecela tutta se volete superare l’esame di italiano

Mi auguro che ce la mettano tutta i vostri figli per laurearsi in tempo.

Quantificare – VERBI PROFESSIONALI (n. 94)

Quantificare

Descrizione

Vediamo come si usa il verbo QUANTIFICARE con numerosi esempi.

In ambito lavorativo, in qualsiasi lavoro intendo, è molto importante saper quantificare, e questo anche se non si conosce il significato di questo verbo.

Il file audio, la spiegazione completa e gli esercizi sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Durata audio mp3: 8:16 minuti

LOG INADERISCI

Sei sprecato, ti sei sprecato (ep. 1035)

Sei sprecato, ti sei sprecato

 

Sprecare sé stessi è qualcosa che si può esprimere in due modi diversi. Il fatto è che “sprecarsi” e “essere sprecati” hanno due significati diversi. 

A partire dal numero 1001, gli episodi audio MP3 (con trascrizione e gli esercizi) di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 13 episodi precedenti.

ENTRAADERISCI

Il verbo distogliere (ep. 1034)

Il verbo distogliere (scarica audio)

Trascrizione

Distogliere l’attenzione si riferisce all’atto di spostare l’attenzione.

Dunque spostare, muovere l’attenzione, solitamente da qualcosa di scomodo o imbarazzante verso un altro argomento.

Ad esempio, in una situazione in cui si è coinvolti in qualcosa di spiacevole, si potrebbe cercare di distogliere l’attenzione dal problema principale parlando di qualcos’altro o incolpando qualcun altro.

L’attenzione che si vuole distogliere è quella degli altri, delle altre persone in questo caso.

È un modo per evitare di affrontare direttamente l’argomento scomodo. In politica avviene spesso, ma tutti noi possiamo in realtà distogliere l’attenzione su un fatto scomodo che ci riguarda perché magari abbiamo qualche colpa.

L’attenzione non è l’unica cosa che si può distogliere comunque.

Possiamo infatti distogliere lo sguardo. Stavolta riguarda il nostro sguardo solitamente.

Distogliere lo sguardo infatti significa spostare lo sguardo da qualcosa o da qualcuno. Può essere usato per evitare il contatto visivo in situazioni imbarazzanti o scomode, o per evitare di concentrarsi su qualcosa di specifico. È un modo per evitare di guardare qualcosa o qualcuno, sia intenzionalmente che involontariamente.

Es:

Guardami negli occhi, non distogliere lo sguardo!

Facciamo un gioco. Ci guardiamo negli occhi senza mai distogliere lo sguardo. Chi lo distoglie per primo perde.

Chiaramente distogliere lo sguardo si può anche usare al posto di distogliere l’attenzione, e allora mi potrei riferire agli altri.

Capite che distogliere è simile a togliere, ma si usa solo con gli sguardi, l’attenzione ma anche con le energie, le emozioni, l’interesse, la concentrazione, la responsabilità, spesso in modo involontario o intenzionale.

La logica è sempre la stessa: spostare qualcosa da un punto a un altro, ma non spostare cose materiali.

L’attenzione, l’energia, la concentrazione, l’interesse, sono cose che si spostano ugualmente ma in senso figurato.

In realtà anche gli occhi possono essere distolti, ma questo è come distogliere lo sguardo. Stesso significato.

Es:

Giovanni non ha mai distolto gli occhi da te, ti ha guardato tutto il tempo.

A dire il vero, oltre agli occhi possiamo anche distogliere una singola persona. Come si fa?

Anche qui il senso non è materiale.

Es:

qualcuno ha cercato di distogliermi dall’idea di insegnare l’italiano agli stranieri.

Significa allontanare qualcuno da un proposito, quindi dissuadere qualcuno.

Anche al plurale comunque si può usare.

Es.

Non voglio distogliervi dall’argomento principale di questo episodio

L’unica eccezione materiale che vale la pena di citare, oltre a distogliere una o più persone, è “distogliere dei fondi“. Infatti anche i fondi, cioè delle risorse finanziarie, possono essere distolte.

“Distogliere dei fondi” viene utilizzato per indicare l’atto di deviare o sviare fondi finanziari da un uso previsto, quindi legittimo, a uno scopo diverso o non autorizzato, o anche illegittimo.

Questo può avvenire in contesti come le finanze pubbliche, aziendali o in altri ambiti in cui dei fondi sono assegnati o destinati a uno specifico scopo ma vengono utilizzati in modo improprio o non autorizzato per altri fini. Si tratta anche in questo caso di allontanare qualcosa.

Si usa anche il verbo “distrarre” in questi casi: distrarre dei fondi.

Questo è un uso molto complicato di “distrarre” e non voglio che distogliate l’attenzione dal verbo di oggi.

Allora, proprio per questo, aspetto il ripasso del giorno dedicato al verbo distogliere.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Pochi giorni fa ho letto un articolo sulle cosiddette “fallacie argomentative”, che mi é risultato molto interessante. Parlava di sette fallacie logiche usate e abusate da chiunque ma soprattutto nel dibattito pubblico. Sette, numero magico, come le sette regole d’oro di IS. Ma torniamo a bomba.

Irina: Tra tali fallacie, sono annoverate l’argomento fantoccio, l’attacco alla persona, l’appello all’ignoranza, l’origine del populismo, l’appello all’autorità, la fallacia aneddotica e la falsa analogia.

Crostophe: Non vorrei che vi impelaghiate con l’articolo se non vi piace approfondire il tema, però si può vedere il filo conduttore tra le varie fallacie, che è distogliere l’attenzione di chi parla o chi ascolta, e questo si vede ogni due per tre nei dibattiti politici.

Hartmut: All’occorrenza, per non cadere nella trappola, c’è da armarsi di pazienza per arrivare al dunque e questo senz’altrodel filo da torcere!

Scaricare e addossare una colpa (ep. 1033)

Scaricare e addossare una colpa

DURATA MP3: 11 min. circa

Ci sono alcune differenze tra scaricare e addossare. Inoltre c’è qualche affinità anche col verbo accollare, di cui ci siamo già occupati. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 18 episodi precedenti.

ENTRAADERISCI

green blue and pink kettle bells on blue surface
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Il capro espiatorio (ep. 1032)

Il capro espiatorio

DURATA MP3: 11 min. circa

Il capro espiatorio è una persona o un gruppo su cui vengono scaricate colpe,per qualcosa, anche se queste persone non sono responsabili. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 16 episodi precedenti.

ENTRAADERISCI

Metterci la firma (ep. 1031)

Metterci la firma

DURATA MP3: 14 min. circa

L’espressione “metterci la firma” di cui vi avevo appena accennato nel corso dell’ultimo episodio, è legata alle aspettative. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 26 episodi precedenti.

ENTRAADERISCI

person signing in documentation paper
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Metterci la faccia (ep. 1030)

Metterci la faccia

DURATA MP3: 10:50

“Metterci la faccia” significa assumersi la responsabilità di qualcosa, mostrarsi pubblicamente o personalmente per difendere un’idea, una causa, un progetto o un’azione

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche 47 utilizzi di espressioni o termini spiegati in episodi precedenti. Questo rappresenta una forma di ripasso affinché non si dimentichi ciò che si è già imparato.

ENTRAADERISCI

 

Lacci e lacciuoli – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 43)

Lacci e lacciuoli

DURATA MP3: 7 min. circa

Lacci e lacciuoli” di trova abbastanza spesso utilizzata quando si parla di politica. Si usa per lamentarsi degli ostacoli eccessivi posti dalla burocrazia.

Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ENTRAADERISCI

Una contraddizione in termini, cadere in Contraddizione

Una contraddizione in termini, cadere in Contraddizione (scarica audio)

Giovanni:

Una volta ho sentito mia nonna che diceva a mio nonno:

Non ti fai mai la doccia, come mai?

“Solo le persone sporche si lavano”

Questa fu la risposta di mio nonno.

Mi fa sorridere ogni volta che la racconto.

È un tipo di frase che possiamo chiamare, tecnicamente, una contraddizione in termini, oppure anche un “paradosso” se volete, anche se i paradossi generalmente prevedono un ragionamento più complesso.
Una contraddizione in termini è semplicemente una situazione che si verifica quando le parole stesse di una frase sono tra loro in contrasto, sono in contraddizione, appunto.

In pratica le contraddizioni in termini sono frasi illogiche.

Non si può ascoltare il silenzio, o mangiare digiunando. Non esiste un famoso ignoto. Queste sono tutte contraddizioni in termini.

Così anche la frase di mio nonno, che però fa anche ridere, è una contraddizione in termini.

La parola contraddizione in realtà sarebbe di per sé sufficiente. Quando c’è una contraddizione c’è incoerenza, c’è un contrasto.

Il verbo contraddire è interessante, non solo per la doppia “d”.

Significa confutare (anche questo è interessante!) una affermazione di qualcuno opponendo prove che dimostrano il contrario di quanto sostiene.

Es: nessuno osa mai contraddire Giovanni

Se io ti contraddico, cioè se io contraddico te, praticamente sto dicendo che ciò che tu sostieni è falso, non è vero. Sto negando la tua affermazione, la sto confutando, la sto smentendo.

Ma la contraddizione non è solo una affermazione detta da una persona. Non riguarda solo il rapporto tra le persone.

Anche la realtà può contraddire le mie affermazioni o previsioni.

Questo accade quando accade qualcosa che contraddice ciò che io avevo detto o che io avevo previsto.
Poi, c’è da dire che una persona si può anche contraddire da sola. Per fare questo basta fare una affermazione e successivamente farne un’altra di senso opposto, oppure si può fare qualcosa (non dire, ma fare), un’azione che smentisce, che contraddice, che confuta ciò che ha detto.

Se dico: “ciao io esco” e poi resto a casa, mi sono contraddetto. Non ho fatto ciò che ho detto. I fatti mi hanno smentito.

Ma la “contraddizione in termini”, come ho detto, sta in una sola frase.

I termini sono le parole della frase, le parole che compongono la frase. Per questo si chiama così.

Confutare, rispetto a contraddire, è un verbo più “importante”, perché è solitamente riservato non a ciò che si dice nel corso di una conversazione, sebbene si possa fare, ma si usa solitamente per confutare una tesi, una teoria, un’accusa, una testimonianza, una calunnia. Ho confutato le sue dichiarazioni con la prova dei fatti. Riguarda una dimostrazione di qualcosa che si ritiene o che non si ritiene vero.

Esiste anche l’espressione “cadere in contraddizione“. Questa espressione equivale a contraddirsi, quindi dire o fare cosa contraria a quella detta o fatta prima. C’è chiaramente una prerogativa di questa espressione, una sua caratteristica peculiare.

Cadere in contraddizione infatti è qualcosa di involontario. Quando si cade in contraddizione non lo si fa apposta. Non è un caso che anche quando si cade, quando si cade a terra, quindi nel caso di una caduta, difficilmente si tratta di un’azione volontaria, che facciamo di nostra spontanea volontà.

Es: durante l’interrogatorio! l’uomo è caduto in contraddizione più volte.

Quindi l’uomo si è contraddetto più volte, ha detto cose che contraddicono ciò che ha detto in precedenza. Chiaramente non voleva farlo, ma è risaputo che le Bugie, come si suol dire, hanno le gambe corte.

Adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetizione.

Contraddizione (due “d” e una zeta – zeta dura, mi raccomando). Sembra che ci sono due z, ma ce n’è solamente una.

Contraddizione

La contraddizione, le contraddizioni

Contraddizione in termini

Cadere in contraddizione

Sei caduto in contraddizione

Ti sei contraddetta

È una contraddizione in termini

Le contraddizioni in termini sono frasi illogiche.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

Il verbo sguazzare (ep. 1029)

Il verbo sguazzare

DURATA MP3: 14 min. circa

“Sguazzarenel senso proprio indica il muoversi o giocare nell’acqua o in un liquido in modo piacevole. Figurativamente, ha un senso simile a godere o godersi qualcosa in modo rilassato e piacevole.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche 24 utilizzi di espressioni o termini spiegati in episodi precedenti. Questo rappresenta una forma di ripasso affinché non si dimentichi ciò che si è già imparato.

ENTRAADERISCI

Essere in forse o essere in dubbio? (ep. 1028)

Essere in forse o essere in dubbio? (scarica audio)

Essere in dubbio o essere in forse?

Nell’episodio dedicato ai dubbi che abbiamo realizzato qualche tempo fa non vi ho parlato della locuzione “essere in forse”.
“Essere in forse” è un’espressione comune che indica incertezza o dubbio riguardo a una situazione, una decisione o un evento futuro. Questa locuzione può essere applicata a diversi contesti della vita quotidiana e assume un significato di indecisione o mancanza di certezza riguardo a qualcosa.

La parola “forse” d’altronde fornisce un grosso aiuto per la comprensione di questa locuzione. “Forse” è un avverbio che indica una possibilità, ma non una certezza assoluta. Viene utilizzato per esprimere incertezza riguardo a una situazione o un’azione futura. Ad esempio, “Forse pioverà domani” suggerisce la possibilità di pioggia senza garantirne la certezza.

L’utilizzo del verbo “essere” insieme alla preposizione “in” in questa locuzione è importante perché stabilisce in questo caso lo stato di incertezza di qualcosa o qualcuno.

La combinazione di “essere” e “in” con altri sostantivi o aggettivi può creare espressioni simili. Ad esempio, “Essere in fermento” indica un periodo di agitazione o cambiamento. “Essere in pace” indica uno stato di tranquillità o serenità interiore. Si usa “In allegria” per indicare uno stato mentale simile alla felicità (quest’ultimo è un parolone, mentre l’allegria è più a portata di mano di tutti direi); “in fretta” per indicare un’azione svolta velocemente, “in silenzio” per indicare uno stato di assenza di rumore.

Potrei citare anche “essere in forma” che indica uno stato di buona salute fisica, “essere in ritardo” indica il non essere puntuali o il non rispettare un orario prestabilito, oppure “essere in grado” che indica la capacità di fare qualcosa.

Vediamo alcuni esempio con “essere in forse“:

La data della riunione è ancora in forse.

Ad esempio sono state proposte alcune date per la riunione, ma al momento è ancora in forse poiché stiamo aspettando la conferma della disponibilità di tutti i partecipanti.

Con questo tempaccio, la gita per domani è in forse!

E’ la gita ad essere “in forse”. Questo è importante, perché sostituire “essere in forse” con “essere in dubbio” non sempre è una buona idea. “Essere in forse” riguarda maggiormente la possibilità che avvenga un evento futuro. Questi eventi possono dipendere da una decisione di una persona, che però può dipendere a sua volta da circostanze esterne. Non è detto ci sia una indecisione, un dubbio. Ci si riferisce sempre direttamente all’esito: la festa è in forse (non si sa se si svolgerà). Oppure: “la mia presenza per domani alla festa è in forse. Vediamo se starò meglio“.

“Essere in dubbio” è più specifico per le persone e il loro pensiero, specie se ci sono più alternative: sono in dubbio se venire o meno, l’allenatore è in dubbio se giocare on due o tre attaccanti.

Spesso si usano indifferentemente, ma meno spesso per indicare il dubbio di una persona.

Es:

Il calciatore è in forse/dubbio per domani” significa che non si sa se giocherà, ma in genere non si sta parlando della sua indecisione. Non si sa se giocherà, ma questo dipenderà dal suo staff medico o dalle scelte tattiche dell’allenatore.

Lo stesso se dico “La nostra vacanza è in dubbio/forse”. Qui è più chiaro, perché una vacanza non è una persona, quindi non può avere un dubbio. E’ la vacanza ad essere in forse/dubbio. Posso usare entrambi i termini, anche “dubbio”, sebbene io non stia parlando del dubbio che può venire a una persona.

Ci sono casi in cui si può comunque indicare una indecisione:

Sull’acquisto della casa, siamo ancora in forse/dubbio.

Sto parlando di noi, quindi questo significa che evidentemente dopo aver valutato diverse opzioni, siamo ancora in forse riguardo all’acquisto della casa poiché non siamo sicuri se sia la scelta migliore per la nostra famiglia. Detto in altre parole, non è detto che acquisteremo, in tempi brevi almeno, una casa; la decisione non è stata ancora presa. Possiamo usare sia “in dubbio” che “in forse”. Ma usare “in forse”, come detto, non è molto comune quando parliamo di dubbi personali.

Un altro esempio di questo tipo:

Riguardo al piano delle vacanze estive, siamo ancora in forse/dubbio sulla destinazione da scegliere.

Vale a dire che non abbiamo deciso ancora dove andare in vacanza quest’estate. Siamo in forse tra una località al mare o un viaggio in montagna, entrambe sembrano attraenti e non riusciamo a prendere una decisione definitiva. In questi casi meglio usare “in dubbio” perché, quando parliamo esplicitamente di dubbi tra due o più alternative, non suona molto bene usare “in forse”.

Un altro esempio:

riguardo alla scelta tra andare al mare o in montagna sono molto in forse

In questi casi molto meglio usare “essere in dubbio“, quindi:

Riguardo alla scelta tra andare al mare o in montagna sono molto in dubbio.

In definitiva per gli eventi meglio usare “in forse” mentre per le indecisioni è decisamente preferibile “in dubbio”.

Come ripasso del giorno vi propongo di parlare di certezze e incertezze. Potete parlare di eventi futuri o di vostri pensieri. Se siete in dubbio su qualche espressione , chiedetemi pure un consiglio.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: Mi viene in mente la frase “ogni dubbio è lecito”. Infatti, parlando di dubbi e certezze, col senno di poi è sempre facile individuare le misure cautelative che sarebbero dovute adottarsi per rimediare a un danno o una situazione pericolosa.

Mariana: Hai ragione. In tempi non sospetti sono in pochi a vederci giusto prima che la frittata sia fatta.

Marcelo: Avevo un biglietto per la lotteria di Spagna e la certezza di ottenere il primo premio, ma nisba! Il vecchietto che me l’ha venduto mi aveva fatto l’occhiolino facendomi cenno di quale biglietto comprare! in compenso posso dire che mi sono fatto un nuovo amico, il vecchietto! Una magra consolazione direi!

Accollare (ep. 1027)

Il verbo accollare

DURATA MP3: 10 min. circa

Analizziamo il verbo accollare e vediamo le similitudini e le differenze con propinare, affibbiare, appioppare e rifilare. Vediamo 10 esempi e 10 alternative più formali, usando qualcuno dei verbi professionali che abbiamo già spiegato.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Propinare (ep. 1026)

Il verbo propinare

DURATA MP3: 9 min. circa

Propinare si usa sia in senso proprio che figurato, e significa somministrare o dare o costringere a sopportare qualcosa che non piace o che fa male o provoca un malessere di qualche tipo.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Rinfrancare e rifocillare (ep. 1025)

Rinfrancare e rifocillare

DURATA MP3: 9 min. circa

Un membro dell’associazione Italiano semplicemente, nella fattispecie Gèma dalla Spagna, mi ha chiesto la differenza tra i due verbi rinfrancare e rifocillare.

A partire dal numero 1001, I file audio e la trascrizione fegli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

ENTRAUNISCITI A NOI

Rifocillarsi è un po' anche rinfrancarsi

Subdolo e insidioso (ep. 1024)

Subdolo e insidioso

DURATA MP3: 9 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1024 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Subdolo e insidioso sono aggettivi simili, ma il primo presume una volontà, il secondo una difficoltà. 

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo la seguente frase di ripasso degli episodi precedenti formulata e registrata da uno dei membri dell’associazione:

Anthony: Come sarebbe a dire? Questa è una domanda a trappola bell’e buona!
Vuoi che non sappia dare seguito ad una richiesta cosi’ ovvia per darti manforte? Vabbè! Non voglio che la tua domanda passi in cavalleria. Ci mancherebbe altro. Sempre che tu non sia così suscettibile da non accettare la mia proposta!

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Rifilare, appioppare, affibbiare (ep. 1023)

Rifilare, appioppare e affibiare

DURATA MP3: 9 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1023 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Rifilare, appioppare e affibiare sono verbi da usare a Natale, ma non solo 🙂

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Rifilare, appioppare e affibiare sono verbi da usare a Natale, ma non solo :-)

Fervere, fervore, fervente, fervido

Fervere, fervore, fervente, fervido (scarica audio)

Giovanni: durante un periodo di festa, ad esempio durante le feste natalizie, è il momento giusto per usare il verbo fervere.

Non solo. Anche fervore, fervente e fervido/a sono termini che possiamo usare in queste occasioni.

In generale si sta parlando di una intensa attività. Tutti si preparano per qualcosa, ad esempio per festeggiare il Natale.

Fervono i preparativi”, ad esempio, significa che i preparativi sono in pieno svolgimento o in corso. Siamo in fase di preparazione, una intensa fase di preparazione.

Si usa il verbo “fervere” in questo contesto per indicare un’attività intensa, vivace e frenetica nella preparazione di qualcosa.

Fervente, invece, è un aggettivo che significa animato da una forte passione o intensità di sentimenti.

Dove c’è fervore, c’è sempre passione, c’è emozione, c’è un sentimento intenso, c’è una attività che sprigiona energia, ci possono essere idee che stanno nascendo.

Immaginare una pentola in ebollizione, immaginate un fuoco che arde.

Un effetti il verbo fervere, letteralmente significa proprio rovente, indica qualcosa che bolle, che fermenta, e qualcosa che mentre è in attività fa anche un rumore costante.

In senso figurato, come si utilizza praticamente sempre, si associa a tantissime cose, non solo alle feste.

Vediamo qualche esempio:

Hai veramente una fervida immaginazione, complimenti per questo libro fantasy che ha scritto!

È il fervore della passione per la lingua italiana che tiene uniti i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

La cucina di casa mia ferve di attività durante le feste.

Nella sala conferenze, la discussione ferveva tra gli esperti.

Sotto il sole cocente, l’asfalto ferveva come una piastra.

La passione dei tifosi della Roma per la squadra è sempre stata fervente.

Il discorso del politico ha generato un fervore di emozioni tra il pubblico.

La ricerca scientifica è stata accompagnata da un interesse fervente da parte degli studenti.

In autunno, la natura si presenta con colori fervidi e caldi.

La fede fervente della nonna l’ha sostenuta in momenti difficili.

Durante il concerto, l’energia della band creava un’atmosfera fervida.

L’entusiasmo fervente dei volontari ha reso possibile la realizzazione del progetto.

C’è stata una fervente discussione prima di trovare un accordo

Nel caso dei colori fervidi, parliamo dell’intensità dei colori, non certo di passione o entusiasmo.

Questi termini possono essere associati sia a qualcosa di positivo che di negativo, a seconda del contesto in cui vengono utilizzati.

In senso positivo “fervente” può indicare passione, oppure entusiasmo o anche devozione (Fervida fede) profonda, aspetti generalmente visti in modo positivo.
Fervere” può indicare attività intensa, movimento vivace o interesse marcato per un determinato argomento, aspetti che possono essere considerati positivi.

In senso negativo l’intensità eccessiva del fervore in determinate situazioni potrebbero portare a situazioni scomode, come un’agitazione eccessiva o un’eccessiva enfasi su qualcosa.
In certi contesti, un fervore eccessivo potrebbe indicare anche una situazione di tensione o stress.
Anche la guerra può fervere, o una battaglia: una fervente battaglia.

In questo contesto, si riferisce all’intensità delle azioni belliche, all’attività militare intensa e al fervore delle operazioni in corso. Si tratta di un utilizzo più descrittivo che riflette l’energia, la tensione e l’intensità di un conflitto bellico.

Ora facciamo un piccolo esercizio di ripetizione:

Fervente attività

Fervida immaginazione

Fervono le attività in preparazione della festa

Le fervide menti di Giovanni e Emanuele producono sempre idee brillanti

Ferve la battaglia

Nel nostro ufficio ferve il lavoro sin dalle prime ore del mattino

Il fervore delle notti estive attirava i turisti da tutto il mondo

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

Fare il bello e il cattivo tempo

Fare il bello e il cattivo tempo (scarica audio)

Giovanni: “Fare il bello e il cattivo tempo” è un simpatico modo di dire italiano che ha a che fare con il potere e la capacità di influire sugli eventi.

In poche parole significa influenzare gli eventi, avere il potere di decidere su tutto, influenzando anche gli umori in senso positivo e negativo.

L’espressione utilizza la metafora delle condizioni metereologiche, del “tempo” inteso in questo senso.

Se una persona fa il bello e il cattivo tempo ha il controllo assoluto su una situazione, senza che altri possano farci nulla.
Il motivo dell’associazione con il tempo atmosferico è soprattutto legato alle emozioni. Quando il tempo è bello, siamo solitamente felici e contenti; viceversa, il tempo cattivo può causare disagio o problemi. Si utilizza quindi questa metafora per trasmettere l’idea di influenzare le condizioni di una situazione in modo positivo o negativo.

Insomma questa persona fa come vuole e tutti devono adeguarsi, generalmente senza avere la possibilità di replicare o protestare. Questa persona ha completamente in pugno una situazione, detiene un potere e lo utilizza senza farsi scrupoli.

Es: Giovanni fa il bello e il cattivo tempo nella ditta. Se sì alza male la mattina non ne ha per nessuno. Se però sta di buon umore fa regali a destra e a manca.

In questo caso ho voluto invertire sia qualcosa riferito al bel tempo, sia al cattivo, ma generalmente quando si usa questa espressione si vuole enfatizzare soprattutto il potere decisionale senza opposizione, quindi il fatto che nessuno all’infuori di lui o lei possa far nulla, possa prendere decisioni o influenzare gli eventi. Oppure, in senso più ampio quando una persona è molto importante e da lui dipendono le sorti di un gruppo di qualunque tipo.

Es: il calciatore Romero Lukaku nella squadra della Roma fa il bello e il cattivo tempo

Evidentemente si vuole dire che le sorti della Roma dipendono dalla prestazione di questo calciatore. Se gioca bene la Roma vince, mentre se quel giorno non gira, la Roma ha molte difficoltà.

In questo caso più che di potere si parla di importanza.

Parlando di potere invece posso dire:

Es: all’interno dell’amministrazione comunale, c’era anche un boss della malavita che faceva il bello e il cattivo tempo.

Questo boss ad esempio controllava gli appalti pubblici, decideva lui chi doveva vincerli, controllava le assunzioni e non si muoveva paglia, come si suol dire, senza il suo parere.

Questa espressione, “non si muove paglia (o foglia) senza il suo parere”, si usa negli stessi contesti.

Significa che una persona ha un’enorme influenza o controllo su una situazione o su un gruppo di persone, tanto da essere a conoscenza e approvare ogni minimo dettaglio o azione che avviene all’interno di quell’ambito.

Significa che la persona ha un potere assoluto o una presa salda sulle decisioni e sull’andamento delle cose.

Spesso si fa anche la rima:

Non si muove foglia senza che lui lo voglia

Terrificante!

Questa è piu informale rispetto a “fare il bello e il cattivo tempo” e inoltre trasmette in modo più forte il potere assoluto all’interno di un determinato ambito.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione:

Fare il bello e il cattivo tempo

Mi piacerebbe fare il bello e il cattivo tempo

A casa mia non si muove foglia senza che mia moglie voglia

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

58 – Lo scontrino di cortesia – ITALIANO COMMERCIALE

Lo scontrino di cortesia (scarica audio)


lista degli episodi di italiano commerciale

paying with cash
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Emanuele: buongiorno, oggi parliamo di un argomento che può essere utile a tutti, soprattutto a chi sta per fare acquisti in Italia per regalare qualcosa ai propri cari o ai propri amici.

Chi sa cos’è lo scontrino di cortesia?

E’ importante conoscerlo, soprattutto per gli esercenti che gestiscono un negozio di articoli da regalo (e per i loro clienti) ma non solo.

Si usa moltissimo anche per i capi d’abbigliamento.

Lo scontrino cortesia (o scontrino di cortesia) è utilizzato da chi acquista un prodotto destinato ad un regalo e allo stesso tempo, desidera allegare lo scontrino per permettere al destinatario del regalo di usufruire della garanzia sull’oggetto o effettuare un cambio.

Quindi lo scontrino di cortesia viene consegnato al destinatario insieme al regalo.

Quando si fa un acquisto destinato ad un regalo è ormai consuetudine allegare al regalo lo scontrino di cortesia, perché in questo modo chi riceve il regalo potrà sostituirlo e quindi potrà usufruire della garanzia sull’oggetto ricevito.

Magari chi ha acquistato il regalo ha sbagliato la taglia o il colore preferito.

Quindi con quello scontrino si potrà effettuare un cambio della taglia o altro.

Lo scontrino di cortesia, notate bene, non è uno scontrino fiscale, poiché è aggiuntivo rispetto al vero scontino fiscale. Infatti quello di cortesia non riporta il prezzo ma comunque permette all’esercente di capire di quale acquisto si tratta.

Lo scopo principale dello scontrino cortesia è fondamentalmente quello di non mostrare il prezzo del regalo. Non sarebbe carino. Generalmente si preferisce mantenere il prezzo del regalo segreto, per evitare di far sentire l’altra persona in imbarazzo o per evitare di creare gelosie, o per evitare che si sia voluto volontariamente mostrare il costo del prodotto.

lo scontrino di cortesia riporta solo le informazioni essenziali, ovvero la data, l’ora, il prodotto acquistato e la quantità.

Il prezzo non è riportato. L’esercente, a seconda del software che utilizza, potrà decidere di stampare anche altre informazioni su questo scontrino, tipo la cassa chd è stata utilizzata e un numero identificativo che permette di risalire al prodotto.

Il destinatario del regalo, potrà cambiare il regalo ricevuto con qualunque altro prodotto che vende il negozio, ma generalmente si sceglie lo stesso prodotto ma di una taglia o un colore diverso, a meno che il regalo non sia stato completamente sbagliato.

Chiaramente uno sconrino di cortesia riporta anche la scadenza, quindi la data massima per effettuare il cambio della merce acquistata.

Importante sapere anche che lo scontrino di cortesia non permette di riavere l’equivalente in denaro! Va bene la cortesia, ma così si esagera…

È tutto per oggi.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio del commercio.

Va tutto bene madama la marchesa – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 42)

Va tutto bene madama la marchesa (scarica audio)

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.

Una simpatica espressione di cui voglio parlarvi è “Va tutto bene madama la marchesa“.

Questa espressione è usata in modo ironico per indicare che le cose non vanno affatto bene, anche se apparentemente sembra tutto sotto controllo. È un modo sarcastico per sottolineare una situazione in realtà problematica o complessa.

Questa espressione evidenzia il comportamento di minimizzare o sdrammatizzare situazioni difficili o drammatiche.

L’origine risale a una canzone francese. In italiano infatti si dovrebbe dire “va tutto bene signora marchesa”, ma in questo modo è sicuramente più originale.

In pratica la storia è questa: il marito della marchesa si era suicidato. Una Tragedia! Oltretutto era scoppiato un incendio nel palazzo ed è morto anche un cavallo.

Il servitore, cioè il maggiordomo della marchesa doveva rassicurarla. Così, nonostante la gravità degli eventi, viene tranquillizzata in modo eccessivamente ottimista e superficiale dal servitore.

Si sottolinea così ironicamente il tentativo di minimizzare una situazione disastrosa.

L’espressione “va tutto bene madama la marchesa” si usa spesso parlando di politica, poiché i governanti cercano sempre di dire che va sempre tutto bene, che non ci sono gravi problemi nel paese, così, chi invece sta all’opposizione commenta spesso dicendo:

Smettiamola di dire va tutto bene madama la marchesa, perché non va bene proprio niente in Italia!

Teoricamente si può usare anche al di fuori dell’ambito politico, ma bisogna trovare un’occasione in cui ci sia una sdrammatizzazione da parte di qualcuno oppure semplicemente si tratta di fare ironia su un fatto accaduto.

Es:

Oggi è stata una giornata Tranquilla: Abbiamo solo perso il treno, perso le valigie e piove a dirotto. Insomma, va tutto bene madama la marchesa!

Qui si evidenzia in modo ironico che è stata una giornata di… vabbè avete capito…

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.

Perfezionare – VERBI PROFESSIONALI (n. 93)

Perfezionare

Descrizione

Vediamo come si usa il verbo PERFEZIONARE con numerosi esempi.

Perfezionare significa migliorare o portare qualcosa a un alto livello di eccellenza, cercando di farlo divenire il più completo possibile.

Il file audio, la spiegazione completa e gli esercizi sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Durata audio mp3: 8:16 minuti

LOG INADERISCI

 

Diramare – VERBI PROFESSIONALI (n. 92)

Diramare

Descrizione

Vediamo come si usa il verbo DIRAMARE con numerosi esempi.

Un verbo che indica diffusione e propagazione, molto usato nel caso di comunicazioni aziendali. Vediamo la similitudine con altri verbi.

Il file audio, la spiegazione completa e gli esercizi sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Durata audio mp3: 6 minuti

LOG INADERISCI

diramare

Inter nos, in camera caritatis, dominio pubblico, a porte chiuse (ep. 1022)

Inter nos, in camera caritatis, dominio pubblico, a porte chiuse (scarica audio)

Emanuele: tra le varie locuzioni latine maggiormente usate, più o meno da tutti gli italiani, figura “Inter nos”, che significa “tra noi”.

Viene utilizzata per indicare che qualcosa è da considerarsi confidenziale, riservato a un gruppo ristretto di persone, non destinato a essere divulgato al di fuori di quel contesto. Parliamo di informazioni dunque.

Attenzione però, si usa solo in questi casi. Se ad esempio c’è un ostacolo tra noi, non posso dire che c’è un ostacolo inter nos. In compenso però si può dire, ad esempio:

Es:

Ricordati, questa è una questione inter nos, quindi per favore non divulgarla a nessun altro.

Posso dirti un segreto, ma ti prego, che resti inter nos.

Abbiamo discusso dei dettagli inter nos, quindi non è opportuno divulgarli al resto del team al momento.

Naturalmente non si usa solo questa modalità nelle stesse occasioni.

In italiano esistono espressioni che possono trasmettere lo stesso concetto di riservatezza senza ricorrere alla lingua latina, come:

Mi raccomando, resti tra di noi

Fra noi ce lo possiamo dire che questo governo fa schifo

Ne parleremo dopo in privato di questa questione

Posso dirti una cosa in confidenza?

Anche queste espressioni possono essere utilizzate per indicare che qualcosa è da considerarsi confidenziale e non deve essere divulgato al di fuori di due persone o comunque un determinato gruppo o contesto. Tra l’altro abbiamo già affrontato l’argomento in un episodio dedicato dedicato a “Fidarsi, confidare e confidarsi (ep. 989)

In camera caritatis” è un’altra espressione latina che letteralmente tradotta significa “nella stanza della carità”. In pratica si parla di un posto in cui nessun altro possa ascoltare. Possiamo anche dire che ciò che si dice in camera caritatis non deve diventare di dominio pubblico. Anche questa è una modalità molto usata.

Apriamo una parentesi sul dominio pubblico, o pubblico dominio, che dir si voglia. Quando si parla didominio pubblico“, si fa riferimento alla sfera di conoscenza, informazioni o risorse che appartengono al pubblico in generale, cioè a tutti, e non sono soggette a diritti di proprietà privata o restrizioni d’uso.

Si tratta di informazioni accessibili liberamente a tutti, senza limitazioni legali. Ma non solo le informazioni possono essere di dominio pubblico.

Ad esempio, lo stato di salute di una persona non è di dominio pubblico, e neanche le opere protette da diritto d’autore sono di dominio pubblico.

Parlando di un’informazione, dire che essa è di dominio pubblico vuol dire che tutti possono accedere a questa informazione o anche, più semplicemente che “tutti lo sanno“, “tutti ne sono a conoscenza”.

Si tratta di cose note a tutti e non ci sono segreti da nascondere. Almeno non più.

Tornando a “in camera caritatis” , l’espressione veniva originariamente utilizzata per indicare le discussioni o le decisioni prese da un consiglio ecclesiastico “a porte chiuse”, in un’atmosfera di riservatezza e discrezione.

Anche l’espressione “a porte chiuse” esprime lo stesso concetto. Non mettete la lettera “h” però davanti alla preposizione “a” !

Infatti “a porte chiuse” significa “con le porte chiuse” , un chiaro riferimento alla riservatezza.

In camera caritatis”, proprio come “a porte chiuse”, può oggi talvolta essere usata più ampiamente per indicare un contesto in cui le decisioni vengono prese con discrezione, senza l’intenzione di rendere pubblico ciò che è stato discusso o deciso.

Rispetto a “Inter nos“, “in camera caritatis” è più usata per questioni più importanti (anche rispetto a “a porte chiuse” e poi non si parla necessariamente di “noi”.

Es:

La riunione si è svolta in camera caritatis, quindi i dettagli della discussione non sono stati resi pubblici.

La commissione ha esaminato la questione in camera caritatis per garantire riservatezza e discrezione.

Le decisioni sulla gestione del fondo sono state prese in camera caritatis per mantenere la riservatezza dei dettagli finanziari.

I Consigli comunali svolti in camera caritatis sono un’offesa alla trasparenza amministrativa

Naturalmente quando si dice qualcosa in camera caritatis non è detto che qualche informazioni non trapeli ugualmente.
Bisogna stare attenti a non parlare troppo forte dietro le quinte, perché potrebbe esserci un ‘orecchio indiscreto’ a sentir ciò che diciamo ‘inter nos’ o in ‘camera caritatis’!

Ho usato il verbo trapelare.

Trapelare” indica il fatto che informazioni, notizie o segreti vengano divulgate o si diffondano, spesso involontariamente o in modo non autorizzato, raggiungendo il pubblico o persone non coinvolte nella situazione originaria. In pratica, significa che qualcosa che doveva essere tenuto segreto o confidenziale è diventato di dominio pubblico.

Questo, tra l’altro, non è un verbo solamente appannaggio delle informazioni, le notizie e i segreti. Anche l’acqua piovana può trapelare dal soffitto, e la luce può trapelare dalle fessure delle serrande. Un bel verbo indubbiamente questo.

Sapete che si usa anche con le emozioni, che possono trapelare. Es:

dal suo volto trapelava preoccupazione.

Oppure:

Giovanni era impassibile. Nonostante stesse attraversando un brutto periodo, dalla sua espressione non trapelava nulla.

Più in generale, in senso proprio o figurato, si sta parlando di qualcosa che esce o fuoriesce o che si manifesta nonostante un ostacolo di qualche tipo. È Un lento manifestarsi, a volte un debole manifestarsi.

Chiudiamo la parentesi su trapelare.

Inoltre ho parlato di “orecchie indiscrete” . Apriamo un’altra parentesi.

Le “orecchie indiscrete” sono una metafora per riferirsi a persone estranee che ascoltano qualcosa di segreto.

C’è la possibilità che informazioni private o confidenziali vengano ascoltate o intercettate da altri. Si può trattare di individui curiosi o attenti che potrebbero, anche accidentalmente, captare conversazioni o informazioni non destinate a loro e, In teoria, anche divulgarle, spifferarle a destra e a manca.

Degli aggettivi discreto e indiscreto ne abbiamo parlato in un episodio.

Chiusa la seconda parentesi. Parliamo adesso dei segreti usando le espressioni già imparate.

Zhao: C’è chi dice che non esista alcun segreto di sorta che possa essere tenuto nascosto a lungo. Tutto viene a galla un giorno o l’atro.

Albèric: Dici un segreto a un amico e a tua insaputa, neanche a farlo apposta, lo sanno tutti in men che non si dica.
L’unico modo per prevenire questo sarebbe di stare sulle proprie, alla larga dai pettegolezzi.

Danielle: Se ti aspetti davvero che ti raconti dei segreti, stai fresco! Puoi aspettare a lungo… I segreti sono sacri. Vorrei anche lasciare un ammonimento a chi pensa di divulgare un mio segreto: ti attenderei al varco!

Lejla: Da non dimenticare i segreti professionali, che riguardano segreti altrui e giocoforza vanno custoditi, quali che siano.

Ulrike: Se la mia fidanzata mi dice: “ma va, dimmelo, saro’ una tomba”, io le rispondo senza indugio: «Quel che alla donna ogni segreto fida, ne vien col tempo a far pubbliche grida». Campa cavallo!

Marcelo: Tra i segreti che mi stupiscono di più, ci sono quelli chiamati segreti di Stato!
Sicuramente sono cose che non si possono o non si devono rivelare!
Quando vengono a galla i segreti di cui sopra, mi portano in un mondo sconosciuto e accattivante. Penso quanto sia difficile tenere a bada le voglie di divulgarli fino alla loro scadenza. Possibile mai che nessuno faccia uno strappo alla regola?

Irina: A proposito Marcelo, ti rivelo un segreto. Non tutti i modi di dire rispondono al vero, spesso e volentieri riproducono solo pregiudizi privi di fondamento.

Peggy: Suvvia, un segreto è un segreto. Mica posso certo rivelarlo così e per niente. Tuttavia, dal momento che oggi mi gira bene, ve ne do un accenno. Circa un mese e mezzo fa, mentre frugavo nella scatola delle ricette (gremita di piatti forti e prelibati, per inciso) della mia bisnonna, ho trovato un assegno intestato a me con una cifra pari a …Segreto! Non vi dico quanto ho esultato di gioia! Prima riuscivo solo a malapena a sbarcare il lunario, e ora potrò persino permettermi di andare dalla mia amica estetista ogni due per tre.

Drin drin! Ah! La sveglia sta suonando. È l’ora di svegliarmi dal sonno e, mio malgrado, anche dal sogno.

Avvertire (ep. 1021)

Avvertire (scarica audio)

Emanuele: Oggi vediamo il verbo avvertire.

Ce ne siamo già occupati quando mio padre vi ha spiegato il verbo percepire, nella sezione dei verbi professionali.

Non fa male richiamare questo verbo anche in questa rubrica però, essendo di utilizzo molto frequente.

Tutti gli stranieri di livello intermedio sanno usare il verbo avvertire, ma immagino (smentitemi se sbaglio) solamente nel suo uso principale, vale a dire nel senso di “avvisare“.

Es:

ti avverto che non potrai tornare indietro

Avverti Gianni che il suo telefono è rotto

dobbiamo avvertirli subito

Spesso si tratta di pericolo o minacce, ma non è necessario in realtà. Ad ogni modo meglio usare “avvisare” in situazioni non pericolose.

In effetti, gli “avvertimenti” hanno spesso a che fare con le minacce o con qualcosa di cui preoccuparsi. Gli “avvisi” invece provocano generalmente meno ansia, a meno che non si riceva un avviso dall’agenzia delle entrate…

Dunque, il verbo avvertire generalmente si usa in modo simile ad avvisare, ma ha anche altri significati che si possono usare anche nel quotidiano.

Facciamo un esempio: se mi faccio male, posso dire che avverto un dolore.

In questo caso avvertire ha il significato di percepire, e si usa nello stesso modo.

Espressioni come “avverto qualcosa di strano” “avverto che sei arrabbiato”, “avverto dolore”, “avverto una certa tensione nell’aria” sono corrette e si possono usare senza problemi.

Nel quotidiano si preferisce usare il verbo sentire.

Senti dolore se ti tocco qui?

Sento che sei arrabbiato

Però “sentire” è spesso legato all’udito, similmente ad ascoltare. C’è un episodio anche su questo, mi ha detto mio padre.

Anche il verbo provare è spesso usato nelle stesse circostanze di avvertire, ma questo è un verbo più adatto per le emozioni personali.

Con le emozioni personali però, avvertire in genere non si usa. Non si usa dire “avverto rabbia” o “papà sta avvertendo tristezza”. Decisamente meglio usare “provare” in questi casi.

Posso farlo però se la sensazione viene dall’esterno.

Es:

Avverto tensione da parte vostra. Ditemi se sbaglio.

Avverto una certa mancanza di fiducia nei miei confronti

Avverto del pericolo

Si tratta di sensazioni sull’ambiente circostante, ma che potrebbero anche essere sbagliate.

Un ultimo modo di usare il verbo avvertire è con il significato di “considerare attentamente”, ad esempio: “avverti la tua decisione” o “avvertiamo ciò che ci sta per dire”

Vi avverto però che questa espressione non si usa quasi mai e qualsiasi italiano farebbe fatica a capirne il significato.

Ho voluto chiudere l’episodio con un avvertimento anziché con un avviso. Adesso l’episodio sarebbe terminato, ma mio padre mi ha avvisato che sarebbe il momento di fare un ripasso degli episodi precedenti.

Allora ciao e ci sentiamo presto.

– Ripasso in preparazione –

Membro1: Ho sentore che l’avviso di Marcelo sulle supposte sviste nell’esercizio sulla locuzione “vada per” sia passato in cavalleria, il che sarebbe un peccato. È possibile mai che Gianni non abbia visto l’avviso di Marcelo?

Membro 2 : Parlando di avvisi e avvertimenti, mi è venuto subito in mente il proverbio uomo avvisato mezzo salvato e anche un altro detto, meno famoso: “chi avvisa non tradisce” . Tra i due ci sono differenze? Eccome!

D’altra parte, siamo alla vigilia di due eventi importanti in famiglia: il primo è l’arrivo dalla Spagna di mia figlia, il secondo è il mio compleanno. Sì, sono un Sagittario con ascendente Toro e concordo pienamente con Gianni, cioè non sono di diverso avviso riguardo alle caratteristiche del mio segno descritte nel libro “Segni Zodiacali“, un’opera di Italiano Semplicemente che vi consiglio vivamente di leggere e rileggere!

Inoltre, va aggiunto che l’altra mia figlia, che abita in Uruguay, non è stata avvisata dell’arrivo della sorella dalla Spagna. Sarà un sorpresone per lei!

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Emanuele tour music fest 2023
Emanuele, in una foto recente, durante la sua esibizione (con vittoria finale) al Tour Music Fest 2023, categoria Pianisti Junior

Cenni e accenni. Qual è la differenza? (ep. 1020)

Cenni e accenni. Qual è la differenza?

DURATA MP3: 15 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1020 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

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A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione. Alla fine dell’episodio, come sempre, proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

Albèric (Francia): Con questa lezione mi è subito venuto in mente il verbo alludere. Poi ho pensato a una frase che ho letto tempo fa: un accenno di sorriso, proprio come un modo di abbozzare un sorriso. Mi risulta che un cenno possa sia essere un modo di acconsentire, sia all’opposto un modo tacito di nascondere un bel «che me ne frega», quando se ne ha fin sopra i capelli del bottone che ti ha attaccato qualcuno con la propria pappardella.

Marcelo (Argentina): Da che mondo è mondo abbiamo imparato a comunicare senza parlare, cioè per mezzo di segni. Anzi, direi che il primo linguaggio che conosciamo è quello dei cenni, e la stragrande maggioranza di essi è comune tra gli uomini.

Irina (Ucraina): Molte volte si scatenano reazioni negative per un cenno valutato come inopportuno, ma a volte si fanno errori nel percepire i cenni, e un’interpretazione diversa data al cenno ricevuto rischia di farti fare una figuraccia.

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Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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cenno con la mano vieni
Vieni

A meno che, a meno di (ep. 1019)

A meno che, a meno di

DURATA MP3: 16 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1019 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

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Alla fine dell’episodio, come l solito, proponiamo delle frasi di ripasso. In questa occasione parliamo di “privazioni”:

Sofie (Belgio): Oggi ho voluto togliermi lo sfizio di un bel pranzo. Poi mio marito se ne è uscito con un: «cara, non è che ti sarai ingrassata di recente?» Non volendo dare luogo a polemiche, gli ho risposto per le rime: la fai facile tu che hai appena fatto bisboccia con i tuoi soliti amici al circolo! Se tanto mi dà tanto, per una questione di parità, se non altro, stasera io me ne vado in enoteca. E poi ci vado con Gianni! Questo è quanto!. Altro che dieta!

Marcelo (Argentina): Per me le privazioni sono qualcosa di simile ai sacrifici, ovvero rinunciare a qualcosa di presente per ottenere un beneficio futuro. La nostra generazione, cresciuta dopo la guerra, è stata incalzata da austerità e il comandamento di non sprecare nulla.

Lejla (Bosnia Erzegovina): Ricordo quando mia madre mi metteva troppo cibo nel piatto, con l’intenzione di farmi abbuffare. Quando non ne potevo più e volevo lasciarne una parte, lei faceva: “Hai l’occhio più grande della pancia! Indi per cui ora te lo mangi tutto!”

Estelle (Francia): Le privazioni includevano l’utilizzo delle scarpe rimediate dai fratelli maggiori e l’abbigliamento regalato da altre famiglie. Nonostante ciò, ci piacevano e fingevamo di non accorgerci della loro usura. È possibile che i nostri figli e nipoti non credano che queste cose siano diventate un’abitudine per noi!
In ogni caso, non auguro a nessuno di passare attraverso questo tipo di privazioni. Al contrario, vorrei che ricevessero tutto il bene che meritano! A presto.

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A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione. Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle privazioni.

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Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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close up shot of scrabble tiles on a plate
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Attendere al varco (ep. 1018)

Attendere al varco

DURATA MP3: 11 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1018 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

Sapete cos’è un varco? È una sorta di passaggio, un luogo che permette un passaggio. Attendere al varco si usa quasi sempre in senso figurato. 

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A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle occasioni. Estelle dalla Francia 🇫🇷 ha proposto il ripasso seguente:

Khaled (Egitto): Buttando l’occhio ai messaggi, ho voluto cogliere al volo la richiesta di ripasso.

Ulrike (Germania): Mi sono detta: suvvia, non è così difficile, questa, tra l’altro, è una bella occasione per rispolverare un po’ gli episodi passati.

Danielle (Paesi Bassi): senza contare che un’assenza troppo lunga potrebbe farmi passare per qualcuno di indifferente al gruppo. Lungi da me quest’idea!

Marcelo (Argentina): un ripasso dà del filo da torcere, ma come si suol dire: Il lavoro paga sempre!

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Attendersi e aspettarsi (ep. 1017)

Attendersi e aspettarsi

DURATA MP3: 9 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1017 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Attendersi e aspettarsi si usano nel senso di prevedere. Quindi parliamo di qualcosa che deve ancora accadere e che qualcuno ritiene che accadrà. Oppure di qualcosa che è accaduto e che qualcuno aveva previsto.

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Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Attendo tue (ep. 1016)

Attendo tue

DURATA MP3: 5 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1016 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi voglio parlarvi di “attendo tue”, che è una forma colloquiale per dire attendo tue notizie, aspetto tue notizie.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Invero (ep. 1015)

Invero

DURATA MP3: 9 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1015 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Un avverbio interessante che nessuno straniero si sognerebbe mai di utilizzare è “invero”. Ci sarà, invero, una ragione…

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono appannaggio dei soli membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo alcune frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Aspettare, attendere o pazientare? (ep. 1014)

Attendere, aspettare o pazientare?

DURATA MP3: 11 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1014 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Aspettare, attendere e pazientare si somigliano molto ma ci sono alcune sfumature di differenza. A volte poi il senso è completamente diverso. 

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

A seguire le frasi di ripasso presenti nell’episodio, create e registrate dai membri dell’associazione.

Marguerite: agognavo da molto tempo di tornare in Italia. Però mio marito continuava a dirmi: “Hai atteso per un anno, poi aspettare ancora un po’.

Lejla: Ma io ero stufa di non avere voce in capitolo.
Così gli ho fatto: basta, Il troppo stroppia!

Danielle: Non avevo intenzione di disdire il mio viaggio. Essendo sbalordito dalla mia determinazione, mio marito all’improvviso si è arreso.

Irina: Mi sono fiondata seduta stante alla nostra agenzia di viaggi, e oggi faccio le valigie… Ma un pensiero mi ronza per la testa: “Cavolo, ma perché non gli ho detto “basta” prima? Potevo già stare a scatenarmi in Calabria!

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Che me ne faccio (ep. 1013)

Che me ne faccio

DURATA MP3: 12 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1013 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

“Che me ne faccio” è un modo informale di esprimere l’idea di inutilità di qualcosa per chi parla.. 

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo le seguenti frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili:

Estelle: Mi è venuto il magone perché per molte di queste avevo dovuto faticare molto per acquistarle. Dopo aver vagliato per ore alla ricerca di qualcosa da salvare, mi sono resa conto che mi ero impelagata in un vero casino.

Irina: era tutto pieno di materiali antidiluviani. Ho messo tutto in un sacco le cose da gettare via e all’improvviso ho trovato una chiave inglese che all’occorrenza mi avrebbe potuto aiutare a rimediare a qualche guasto alla macchina! Povera me! Non mi metterò più in queste faccende!

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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All’occorrenza, alla bisogna (ep. 1012)

All’occorrenza, alla bisogna

DURATA MP3: 120 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1012 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Voglio spiegarvi come si usano le locuzioni “all’occorrenza” e “alla bisogna”. 

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate  alla necessità .

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Vada per (ep. 1011)

Vada per

DURATA MP3: 13 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1011 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

“Vada per” è una locuzione informale simile a “aggiudicato” (di cui ci siamo già occupati), adatta per esprimere la conclusione di un accordo. Ci sono tuttavia alcune occasioni in cui non possiamo usare le due modalità indifferentemente.

Proponiamo anche una serie di esercizi in PDF per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate proprio di concessioni.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Vederci giusto (ep. 1010)

Vederci giusto

DURATA MP3: 8 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1010 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

“Vederci giusto” indica la capacità di fare valutazioni o previsioni accurate su una situazione o un argomento specifico.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate proprio all’intuizione.

Marcelo: grazie Gianni, ogni episodio arricchisce il nostro lessico ed è un prezioso viatico per affrontare le sfide del nostro apprendimento. avevo intuito che avresti spiegato questa locuzione, ma solo perché me ne avevi accennato ieri durante la videochat

Ulrike: Mio marito ha un aspetto malaticcio oggi, nonostante mi dica di sentirsi bene. Qualcosa non mi torna però, anzi, ho sentore che non me la racconti giusta. Penso che faccia il duro per non mancare allo stadio per la partita della sua squadra del cuore. Valli a capire i tifosi di calcio!

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Antidiluviano (ep. 1009)

Antidiluviano

DURATA MP3: 4:09

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1009 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

L’aggettivo “Antidiluviano” si riferisce a qualcosa che è estremamente antico o datato, risalente (si fa per dire) a prima del Diluvio universale. Si usa soprattutto per idee e concetti.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

Le frasi di ripasso degli episodi precedenti, che si trovano in fondo all’episodio, sono stati registrati da Marcelo (Argentina 🇦🇷), Ulrike (Germania 🇩🇪) e Irina (Ucraina 🇺🇦).

Marcelo: Cos’è la vecchiaia mi chiedeva mio nipote. Dopo qualche minuto per riflettere, gli ho detto: è uno stato dell’anima! Il passare del tempo è ineluttabile, ma l’anima dipende da te.

Ulrike: Si può essere un vecchio giovane o un giovane vecchio e per diventare un vecchio giovane, dei buoni viatici sono allegria, gratitudine, rispetto per il prossimo, una buona dieta e pratica sportiva.

Irina: Se fai così, le avvisaglie dell’età che avanza si allontaneranno. E a me come mi vedi?

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Se volete, Saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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57 – il disguido – ITALIANO COMMERCIALE

Il disguido

Descrizione: Chi ha un’attività commerciale deve assolutamente conoscere il termine disguido. Vi auguro che non sia mai necessario usarlo, ma…

Durata: 6:38

Episodio per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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lista degli episodi di italiano commerciale

disguido

Esteta o estetista? (ep. 1004)

Esteta o estetista?

DURATA MP3: 9 min. circa

 

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1004 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Ci occupiamo della differenza tra i due termini esteta ed estetista, entrambi legati alla bellezza ma da due punti di vista diversi.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

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esteta o estetista?

Destinare – VERBI PROFESSIONALI (n. 91)

Destinare

Descrizione

Vediamo come si usa il verbo destinare con numerosi esempi. Vediamo le preposizioni da usare in ogni circostanza.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare la comprensione della spiegazione.

Il file audio, la spiegazione completa e gli esercizi sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Durata audio mp3: 16 minuti

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Quella che segue è una fake news! 🙂

destinare

Suvvia (ep. 1002)

Suvvia

DURATA MP3: 7 min. circa

suvvia

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1002 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Spieghiamo come si utilizza il termine SUVVIA.

Suvvia” (che si scrive con la doppia “v”) è un termine che può essere usato in diversi contesti per esprimere incoraggiamento, per sollecitare qualcuno, per enfatizzare una richiesta o per esprimere un certo grado di impazienza o frustrazione.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Piove governo ladro (Ep. n. 41)

Piove governo ladro (scarica audio)

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.

Siete felici quando piove? In Italia non tanto, e da sempre esiste una simpatica rspressione per indicare questo dispiacere:

Piove, governo ladro!

È un’esclamazione che oggi si utilizza solamente in senso ironico, perché il Governo italiano non ha chiaramente nessuna colpa quando piove e nessun merito quando è bel tempo. È utilizzata quindi per esprimere insoddisfazione o malcontento verso il governo cogliendo l’occasione quando le condizioni meteorologiche sono avverse, come quando cade la pioggia.

Eppure all’origine (almeno questa è una delle ipotesi sull’origine di questa espressione) questa esclamazione aveva, eccome, a che fare con le decisioni del Governo, ma non perché questo aveva il potere di far piovere, quanto perché quando pioveva, i contadini lombardi (circa 200 anni fa) sapevano che il governo austriaco (c’era la dominazione austriaca a quei tempi) avrebbe aumentato la tassa sul seminato, perché con la pioggia sarebbe migliorato il raccolto.

La tassa sul seminato era un’imposta sulla macinazione del frumento e dei cereali in genere.

Dunque: più pioggia, più raccolto, più tasse. Questa decisione non era chiaramente ben accolta dai contadini che quindi, alla vista della pioggia, imprecavano:

Piove, governo ladro!

Non si sa se sia veramente questa l’origine dell’espressione, ma valeva la pena parlarvene perché oggi si usa spesso per esprimere, quasi sempre con il sorriso, un dissenso verso i governanti di turno. Oggi, tra l’altro, è bel tempo e non osso dire nulla contro il Governo!

Conseguire – VERBI PROFESSIONALI (n. 90)

Conseguire

Descrizione

Vediamo il verbo conseguire, che si avvicina a fare, ottenere, raggiungere e riuscire. Si usa spessissimo in ambito accademico. Vediamo soprattutto la differenza rispetto al verbo ottenere.

Il file audio e la spiegazione completa sono riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Durata: 14 minuti

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Il viatico (ep. 1001)

Il viatico

DURATA MP3: 10 min. circa

Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1001 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Spieghiamo come si utilizza il termine viatico, sia in senso letterale sia in senso figurato.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione.

 

A partire da questo numero gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Una parvenza (ep. 1000)

Una parvenza (scarica audio)

Giovanni: Episodio n. 1000 della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.

In questo speciale episodio dal numero roboante voglio parlarvi della parvenza.

Parvenza è simile a apparenza, sembianza.

La parvenza rappresenta l’aspetto visibile, l’apparenza esteriore di qualcosa o qualcuno.

Come appare una persona agli occhi degli altri? Come appare una cosa qualsiasi? Quella è la parvenza.

Voi direte: ma ciò di cui parli non è il termine “aspetto”? Non è questo il termine che si usa?

Avete ragione, e infatti l’uso del termine parvenza va riservato a specifiche occasioni.

Quindi è vero che stiamo parlando di ciò che si manifesta agli occhi, ma si usa quasi sempre in modo figurato.

Parliamo in particolare di una vaga apparenza. Se c’è una parvenza di qualcosa vuol dire che questa cosa (parliamo di una caratteristica) appare, ma vagamente, debolmente. E’ come se questa caratteristica non fosse molto evidente, ma vagamente apparente.

Possiamo parlare di qualunque cosa, sia qualcosa che si vede fisicamente, come la “pulizia”, sia di caratteristiche diverse, come la legalità, giustizia, amicizia eccetera. Si tratta di caratteristiche positive.

Si vuole evidenziare, usando il termine parvenza, che queste caratteristiche appaiono solo vagamente, che somigliano vagamente a qualcosa di positivo, ma siamo ancora lontani.

Vediamo qualche esempio:

Leggo le previsioni del tempo, che prevedono un abbassamento della temperatura nei prossimi giorni, dopo il caldo che ha fatto ultimamente. Pare però che questa parvenza di fresco e clima gradevole non durerà a lungo.

Che significa? Significa che il freddo che arriverà sarà abbastanza leggero, un lieve abbassamento della temperatura, che non si può chiamare “freddo” perché non durerà molto. Una leggera rinfrescata temporanea, potremo dire.

Oppure:

Se devo ospitare degli amici a cena ed ho la casa non molto pulita. forse è il caso che io mi dia da fare per dare alla casa una parvenza di pulizia.

Anche qui, il messaggio che si vuole dare è che la casa deve apparire un minimo pulita, non dico che deve luccicare e che il pavimento e i mobili devono essere brillanti e senza un granello di polvere, ma almeno deve sembrare pulita.
Dare una parvenza di” si usa molto spesso.

Notate come il senso sia quello di simulare o creare l’apparenza di qualcosa senza che sia necessariamente reale o autentico. In altre parole, si tratta di rendere qualcosa simile o apparentemente simile a qualcos’altro, anche se non corrisponde realmente a ciò che sembra. Questa espressione può essere utilizzata in contesti in cui si cerca di ingannare o di dare un’idea fuorviante di qualcosa.

Potremo dire “migliorare l’apparenza” di qualcosa, “cercare di sistemare un po’ le cose” affinché sembrino migliori di quello che sono.

Non sempre però si tratta di ingannare le persone. L’inganno è qualcosa di molto forte e in genere non basta dare una parvenza di qualcosa. Però certamente aiuta!

Vediamo qualche altro esempio:

Datti una sistemata, non puoi uscire così con la tua fidanzata! Almeno pettinati, giusto per darti una parvenza di decenza.

In pratica si chiede che questo ragazzo appaia decente, almeno un minimo decente, e pettinare i capelli sicuramente aiuta in questa direzione. Si potrebbe anche dire “giusto per darti un minimo di decenza”.

Finalmente la mia squadra di calcio sta mostrando una parvenza di gioco collettivo! Fosse la volta buona che riusciamo a fare qualche punto!

Evidentemente il gioco di questa squadra sta migliorando e sta iniziando a mostrare segnali positivi: una parvenza di gioco collettivo. Anche qui potrei dire “si è visto un minimo di gioco”, o “si è intravisto qualcosa che somiglia ad un gioco di squadra“.

In questo caso sto usando “intravedere” in modo ironico, ma d’altronde anche l’uso del termine “parvenza” è spesso ironico.

Adesso chi si occupa di fare il ripasso del millesimo episodio?

André: Poco più di quattro anni fa esordiva sul sito italianosemplicemente.com la rubrica “due minuti con IS”! Al netto della fantastica capacità creativa di Giovanni, neanche per sogno avrei immaginato che sarebbero già stati creati mille episodi! Pensate un po’! Gianni ha creato praticamente 250 episodi all’anno, senza contare le altre rubriche!
Complimenti, Gianni, con un insegnante come te siamo a cavallo!
Hanno il mio plauso anche i membri dell’associazione che spessissimo assolvono egregiamente al compito di fare i ripassi degli episodi precedenti con grande coraggio e capacità. Avercene altri 1000 di membri così!

parvenza

la parvenza - manifesto

Toccare il fondo e raschiare il fondo del barile (ep. 999)

Toccare il fondo e raschiare il fondo del barile (scarica audio)

Giovanni: Episodio n. 999 della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi vediamo l’espressione “toccare il fondo”, molto usata in tutt’Italia.

L’espressione “toccare il fondo” è un modo informale per indicare il raggiungimento del punto più basso in una situazione difficile o negativa.

L’espressione si utilizza quindi quando parliamo di una situazione già problematica, già negativa, quasi compromessa. Ma nel momento in cui si tocca il fondo, allora non si può ulteriormente peggiorare. Il fondo è proprio la parte più bassa.

Il termine “fondo” in questo contesto si riferisce metaforicamente al punto più basso o alla situazione peggiore in una determinata situazione. Non si riferisce letteralmente a un luogo fisico o a un oggetto concreto, ma piuttosto a un punto in cui una persona o una situazione si trova in una condizione estremamente difficile, negativa o critica. Ad esempio, quando si dice “toccare il fondo”, si intende che qualcuno ha raggiunto il punto peggiore in quella situazione, o sta affrontando una crisi profonda.

Si può esprimere lo stesso concetto in modo più formale o meno colloquiale utilizzando frasi come:

– Raggiungere il punto più basso.
– Trovarsi nella situazione peggiore possibile.
– Essere al culmine di una crisi.
– Essere in una situazione estremamente difficile.

Al limite anche:
– Trovarsi in un momento di grande difficoltà.

Queste alternative sono più adatte in contesti formali o professionali.

Quando si tocca il fondo, spesso c’è una colpa, altre volte invece no, e allora parliamo solamente di una situazione estremamente difficile.

Quando c’è una colpa, c’è stato un comportamento giudicato pessimo, che denota la mancanza assoluta di una qualità importante.

Es:

Quell’uomo non solo ha tradirlo la moglie, ma dopo averci fatto 5 figli l’ha abbandonata senza una lira per andare a divertirsi in Brasile. Ha veramente toccato il fondo!

Non sempre però c’è colpa. L’importante è la condizione in cui ci si trova:

La sua dipendenza da sostanze stupefacenti lo ha portato a toccare il fondo della disperazione.

Spesso si specifica, come in questo caso: “il fondo della disperazione”.

La società era sull’orlo del fallimento e ha toccato il fondo finanziariamente.

La squadra di calcio ha toccato il fondo della classifica, perdendo tutte le partite.

In questo caso il senso non è metaforico. Infatti il fondo della classifica è la parte più bassa, quindi questa squadra è arrivata a essere l’ultima in classifica, quindi ha toccato il fondo della classifica.

Dopo anni di lotta contro la depressione, finalmente Maria sembra stia uscendo da quel periodo in cui aveva toccato il fondo.

Dopo anni di cattiva alimentazione e sedentarietà, la salute di Fernando ha toccato il fondo, costringendolo a cambiare stile di vita.

C’è un’espressione simile: “raschiare il fondo del barile“, ma non è proprio uguale a “toccare il fondo”. Entrambe le espressioni indicano il raggiungimento del punto più basso o il peggioramento di una situazione, ma hanno sfumature leggermente diverse:

“Toccare il fondo” implica come detto che qualcuno o qualcosa ha raggiunto un punto molto basso in termini di condizione, situazione o stato d’animo. Si concentra sulla difficoltà o sulla crisi in atto.

“Raschiare il fondo del barile” si riferisce più specificamente a scavare o cercare in profondità per ottenere ciò che resta, spesso in riferimento a risorse o opportunità esaurite. Può indicare che si stanno cercando le ultime risorse disponibili, senza necessariamente sottolineare la difficoltà emotiva o la crisi. Quasi sempre si parla di soldi.

Questa è un’altra differenza rispetto a toccare il fondo, in cui non si parla necessariamente di problemi economici.

Se ad esempio mi restano pochi euro nel portafogli, e poi non avrò più nulla, posso dire che sto raschiando il fondo del barile, nel senso che ho quasi finito i soldi. Infatti “raschiare“, nel senso proprio, significa grattare una superficie con uno strumento appuntito o affilato per rimuovere detriti, sporco o sostanze attaccate alla superficie. Ad esempio, puoi raschiare il ghiaccio dal parabrezza dell’auto con un raschietto, o puoi raschiare il fondo di una pentola per rimuovere cibo bruciato.

Il barile in senso letterale, è il nome di un contenitore, usato normalmente quando si parla di petrolio o merci. Nel caso del petrolio infatti si parla normalmente di “prezzo al barile”, cioè il prezzo di un barile di petrolio.

In questo caso invece rappresenta un recipiente immaginario contenente risorse, opportunità, denaro, quindi quando si raschia il fondo del barile queste risorse sono praticamente terminate.

Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri dell’associazione di parlarmi di problemi economici, specie quelli in cui si tocca il fondo.

Marcelo: Non posso capacitarmi di come il mio paese (l’Argentina) sia arrivato a questa brutta situazione economica, la peggiore della sua storia. Un paese con molte risorse naturali, diversità di clima, vaste aree produttive. Nella Banca Centrale stanno raschiando il fondo del barile. Non ci sono più riserve di valuta estera, anzi sono negative| Vai a capire dove andremo a parare. Ci siamo veramente impelagati!

Ulrike: Che vuoi che ti dica Marcelo! So che non è nemmeno un contentino, ma devo dirti che anche in Germania c’è gente a iosa, e aumenta sempre di più, che si trova impelagata in problemi economici e non riesce a sbarcare il lunario. Per lo più si tratta di persone che subiscono salari irrisori. I problemi economici di chi lavora (diciamo pure la povertà) e le buste paga irrisorie sono un binomio inscindibile.

Irrisorio (ep. 998)

Irrisorio (scarica audio)

Gina: Episodio n. 998 della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.

Giovanni: eh sì, non è proprio una quantità irrisoria di episodi questa: 998!

Allora vediamo come usare questo aggettivo “irrisorio“, che al femminile è chiaramente “irrisoria“.

Si può usare sia con riferimento ad un numero, come ho appena fatto io, quindi una quantità di qualcosa, ma anche per qualcosa che non si esprime in termini matematici. Ciò che conta è che si tratti di una misura assolutamente inadeguata a qualche scopo, insufficiente e spesso anche offensiva.

Riguardo all’inadeguatezza, oltre all’esempio che ho fatto all’inizio, posso dire:

Ho una quantità irrisoria di anni rispetto a quanto tempo è necessario per diventare un esperto in questa materia.

In questo contesto, sto scherzando sul fatto che sono giovane o inesperto in un determinato campo.

Ma perché ho parlato di una misura “offensiva“?

Si sente spesso parlare di salari irrisori, di stipendi irrisori, di paghe irrisorie.

L’aggettivo “irrisorio” viene utilizzato in questo modo, cioè per esprimere che qualcosa è ridicolmente piccolo, insignificante, esiguo, o inadeguato rispetto a ciò che ci si aspetterebbe, rispetto a ciò che sarebbe giusto. Abbiamo visto in un episodio il termine “sparuto“, che esprime proprio una quantità irrisoria, e in particolare una quantità irrisoria di persone.

Il termine “valore” probabilmente è la parola chiave di questo episodio.

Se qualcosa è irrisorio è troppo piccolo rispetto ad un valore di riferimento, proprio come uno stipendio irrisorio.

Quel lavoro vale molto di più di quanto viene pagato. Per questo lo stipendio viene definito irrisorio.

E’ offensivo pagare così poco un lavoratore. Il valore del suo lavoro è molto più alto, molto più elevato di quanto non dica il suo esiguo stipendio.

Ecco un altro esempio:

Abbiamo intenzione di vendere il nostro appartamento, ma l’offerta che ci hanno fatto era così irrisoria che abbiamo rifiutato subito.

In questo caso, “irrisoria” viene utilizzato per enfatizzare che l’offerta era così scarsa da essere considerata ridicola o inadeguata. L’aggettivo viene utilizzato per indicare che il valore o l’importanza dell’offerta erano molto bassi. La casa ha un valore maggiore dell’offerta, che quindi è irrisoria. Quindi anche un prezzo, in generale, può essere irrisorio. Un prodotto che ha un prezzo irrisorio viene svalutato fino all’incredibile o al ridicolo.

Es:

Ho acquistato un appartamento a un prezzo irrisorio.

C’è una notevole discrepanza tra ciò che ci si aspetterebbe e ciò che è in realtà. “Discrepanza” si riferisce a una differenza, un divario o una incongruenza tra due cose. Parliamo di una quantità o una qualità di qualcosa che è così bassa o inadeguata che sembra sorprendente o fuori luogo.

Parliamo anche di qualità dunque: qualità che sono giudicate estremamente basse o inadeguate rispetto al contesto o alle aspettative.

Ad esempio, se qualcuno presenta un lavoro di scarsa qualità si potrebbe dire che:

La qualità del lavoro è irrisoria

sottolineando che è inadeguata rispetto alle aspettative o agli standard previsti per quella situazione.

Notate poi che non è che detto che parliamo di inadeguatezza. Una cosa irrisoria potrebbe anche essere positiva.

Ad esempio, se ho una azienda che produce mobili, potrei usare diversi materiali, più o meno costosi. Posso allora dire che:

La scelta di materiali più economici ha causato una perdita di qualità irrisoria nei mobili, ma ha permesso di ridurre i costi di produzione.

Quindi scegliendo materiali più economici si ottiene una diminuzione insignificante o trascurabile della qualità, sottolineando che, sebbene vi sia una perdita di qualità, questa è così piccola da non essere ritenuta significativa o grave.

Il termine “irrisorio” è però soggettivo, quindi può variare da persona a persona. Ciò che una persona considera irrisorio potrebbe non esserlo per un’altra.

Mi chiedo adesso: una persona può definirsi irrisoria? La risposta è sì.

es:

Non essere irrisorio!

Si può dire che una persona ha un comportamento irrisorio, in una certa circostanza, se è irriguardosa, cioè se manca di rispetto a una persona, se è irrispettosa nei suoi confronti, se ha un comportamento derisorio (si dice anche così), se cioè la prende in giro, se la deride, se la vuole ridicolizzare, se vuole mettere questa persona in imbarazzo, se vuole farla sentire inadeguata, se ha in generale un comportamento offensivo nei suoi confronti.
es:

Il comportamento irrisorio di Pietro durante la riunione aziendale ha offeso molte persone presenti, rendendo difficile qualsiasi discussione seria.

Il modo in cui si è comportato il direttore con il nostro collega è stato semplicemente irrisorio. Ha fatto commenti offensivi e ha cercato costantemente di metterlo in imbarazzo davanti agli altri.

Durante il colloquio di lavoro Emanuela, ad una domanda seria che le hanno fatto, ha dato una risposta irrisoria. In questo modo ha dimostrato una mancanza di rispetto e maturità, danneggiando le sue possibilità di essere assunta.

Adesso ripassiamo. Ditemi, cari membri dell’associazione, come fare secondo voi per esprimere una critica verso un vostro collega di lavoro che ha svolto un lavoro in modo pessimo.

Mi raccomando, siate irrisori!

Albèric: Gianni te lo dico in via amichevole, non ti ha mai sfiorato l’idea che così com’è, non possiamo assumere la paternità di questo lavoro? Io non ne avrei il coraggio e anche tu dovresti essere reticente a presentarlo ai clienti! Dai, so che non sei un nullafacente. Datti da fare prima che ci riduciamo all’ultimo!

Edita: Albèric, figurati se Gianni fosse l’unico dipendente al mondo irresponsabile! Un mio collega di recente, per l’ennesima volta non è riuscito a vincere la sua pigrizia e non ha fatto ciò che doveva fare nei tempi stabiliti. Così, anziché presentare al cliente un lavoro coi fiocchi, come dovuto, nisba! Mi accarezza sempre di più l‘idea di dirgli la mia in modo molto diretto perché oltre alla pigrizia che lo contraddistingue, come se non bastasse, è anche duro di comprendonio.

Marcelo: Ragazzi, non arriveremo in tempo alla data di scadenza del progetto! Dobbiamo rifarlo da capo! È un lavoro fatto alla carlona! Peggio direi: è fatto a cazzo di cane! Ho un vago presentimento sul colpevole… Mettiti a capofitto dai, ragazzo. Alludevo proprio a te.

irrisorio

I verbi porre e porsi (ep. 997)

Porre e porsi (scarica audio)

Giovanni: il verbo porre non si usa moltissimo, ma ci sono alcune occasioni in cui diventa inevitabile.

Iniziamo con il dire che il significato di base di porre è “mettere” o “collocare” e viene utilizzato per descrivere azioni come:

Mettere un oggetto su un tavolo.

ES:

Porre una matita su un tavolo.

È più formale di mettere. Si usa ad esempio quando si fa un concorso e si danno istruzioni ai partecipanti:

Ponete cortesemente la carta d’identità sul banco

In senso figurato, mettere (e quindi porre) si può usare anche in questo modo:

Porre attenzione su qualcosa

Es

Adesso ponete attenzione su ciò che sto dicendo

Ponete attenzione quando state alla guida

Si pregano i gentili passeggeri di porre attenzione ai borseggiatori

Anche questo è un uso meno informale rispetto a “mettere”. Chiaramente anche “fare attenzione” è una possibilità, e tra l’altro è molto più utilizzata rispetto a mettere e porre parlando di “attenzione“.

Si usa come alternativa al verbo “fare” , ancora una volta meno informale, anche quando si “fa” una domanda.

Posso dire infatti:

Porre una domanda

Es: Se volete porre una domanda al professore, potete farlo al termine della lezione.

Porre si può usare anche per fare delle ipotesi: “poniamo che…” Equivalente ma più formale rispetto a “mettiamo che…” e equivalente anche a “ipotizziamo che…”. Per saperne di più date un’occhiata all’episodio di italiano professionale in cui si parla di situazioni ipotetiche. 

Es:

Poniamo che io vi insulti pesantemente. Come reagireste?

Altri modi di usare il verbo porre sono:

Porre in evidenza

Porre a confronto

Porre in relazione

Porre a rapporto

In tutti questi casi, il verbo “porre” viene utilizzato in senso figurato per esprimere l’idea di mettere o collocare qualcosa o qualcuno in una situazione specifica o per scopi particolari, diversi dall’uso letterale del verbo.

Quando si “pone in evidenza” qualcosa, si sta sottolineando, mettendo in risalto o enfatizzando un particolare aspetto o caratteristica. Ad esempio:

Il capo ha posto in evidenza i dettagli del suo programma

Quando invece si “pongono a confronto” due o più cose, si stanno valutando le loro differenze o somiglianze. Ad esempio:

È interessante porre a confronto le culture di questi due paesi.

“Porre a rapporto” ha lo stesso uso. Si usa però anche in matematica quando si fa una divisione; infatti ogni divisione si esprime attraverso il rapporto tra due valori o numeri o grandezze.

Porre in relazione” è leggermente diverso, perché qui, “porre” significa “mettere in una connessione” o “collegare”. Quando si “pongono in relazione” due o più elementi, si sta esaminando come essi sono legati tra loro o come interagiscono. Ad esempio:

Questo libro pone in relazione la storia e la cultura della Regione Lazio.

Adesso passiamo a porsi.

Quando si pone sé stessi, il verbo porre diventa “porsi“.

Porsi” è quindi una forma riflessiva di “porre“.

Si usa per esprimere l’atteggiamento o l’approccio nei confronti di una situazione.

Es:

Mi pongo obiettivi realistici

Mi pongo delle domande sulla mia vita

Quindi posso pormi degli obiettivi, nel senso di stabilire degli obiettivi che intendo raggiungere.

Nel caso delle domande posso ugualmente anche usare “fare” (o farmi) ma non se parlo di obiettivi.

Stavolta posso sostituire il verbo porsi con “stabilire“, o “fissare” ma con porsi c’è più l’idea dell’impegno personale, essendo riflessivo, e si usa più facilmente in tante occasioni poco formali. Stabilire e fissare suonano più professionali stavolta.

Posso anche usare “prefissarmi/prefiggermi di raggiungere un obiettivo” mantenendo la forma riflessiva e quindi il senso dell’impegno personale.

Un’altra cosa che normalmente si pone (quindi non in senso riflessivo) sono delle condizioni. Anche in questo caso “stabilire” è un adatto sostituto di porre.

I terroristi hanno posto delle condizioni alla base del rilascio dei prigionieri

Quindi porre delle condizioni equivale a stabilire, fissare delle condizioni.

Tornando a “Porsi“, anche col verbo riflessivo possiamo parlare di condizioni:

Porsi nelle condizioni

Quando qualcuno si pone nelle condizioni di fare qualcosa, sta creando le circostanze o le condizioni necessarie per svolgere un’azione o per affrontare una situazione specifica.

Es:

Per ottenere un prestito, devi porti nelle condizioni richieste dalla banca, adempiendo a determinati requisiti di credito e finanziari.

Anche in questo caso si può usare il verbo “mettere“.

Per aiutarti, mi devi mettere/porre nelle condizioni di poterlo fare!

Parliamo sempre di creare le condizioni necessarie per raggiungere un obiettivo o affrontare una situazione specifica.

Il verbo “porsi“, riguarda molto spesso  un atteggiamento personale di tipo interiore.

C’è infatti un altro modo per usare questo verbo.

Es:

Come ti poni con i tuoi clienti? Ti poni in modo aggressivo o come una persona riflessiva?

Giovanni non riesce a porsi nel modo giusto ogni volta che conosce una ragazza.

Il “modo di porsi” riguarda il modo con cui siamo percepiti dal prossimo, o meglio, l’impressione che facciamo verso gli altri.

Il “modo di porsi” si riferisce quindi all’atteggiamento, al comportamento o alla disposizione di una persona in una determinata situazione o verso qualcun altro. In altre parole, si tratta di come una persona si comporta o si presenta in relazione agli altri, alle circostanze o a un particolare contesto. Il modo in cui una persona si pone può essere riflessivo, amichevole, aggressivo, timido o in qualsiasi altro modo che descriva il suo atteggiamento o il suo comportamento.

Nel primo esempio, “Come ti poni con i tuoi clienti? Ti poni in modo aggressivo o come una persona riflessiva?”, si sta chiedendo come la persona interagisce con i suoi clienti e se mostra un atteggiamento aggressivo o riflessivo nel suo comportamento.

Nel secondo esempio, “Giovanni non riesce a porsi nel modo giusto ogni volta che conosce una ragazza,” si sta dicendo che Giovanni ha difficoltà a mostrare l’atteggiamento o il comportamento appropriato quando incontra una ragazza. In altre parole, potrebbe comportarsi in modo goffo, timido o inappropriato.

Non parliamo generalmente di vestiti e di aspetto esteriore, anche se a volte si usa anche in questo senso. Es:

Un dipendente di una banca che indossa una maglietta al posto di giacca e cravatta non si pone con i clienti in un modo professionale. Possiamo dire che si pone in modo sbagliato.

Sicuramente mi sto dimenticando altri modi di usare porre e porsi, perché sono veramente tanti.

Mi viene in mente ad esempio solo ora “porre in essere“. che significa mettere in atto o realizzare qualcosa. È spesso utilizzata per riferirsi all’atto di mettere in pratica un’azione, un progetto o un’idea. Ad esempio, se qualcuno dice di “porre in essere un piano” significa che sta mettendo in atto o attuando un piano specifico. In altre parole, si tratta di tradurre in azione ciò che è stato pianificato o progettato.

Es:

L’azienda porrà in essere una strategia di espansione globale, aprendo nuove filiali in diversi paesi

Il docente ha posto in essere un nuovo metodo didattico per coinvolgere gli studenti in attività più interattive e coinvolgenti

Il governo ha annunciato l’intenzione di porre in essere un piano di vaccinazione su larga scala per combattere la diffusione di una malattia contagiosa.

Poi c’è anche “porre rimedio” che significa agire per correggere o risolvere una situazione problematica o un errore. Quando qualcuno “pone rimedio a qualcosa” sta cercando di trovare una soluzione o prendere misure per affrontare un problema o mitigare un danno che è stato causato.

Es:

Come porre rimedio all’inquinamento?

Mi sono accorto degli errori fatti e ho cercato di porre rimedio

A volte si usa anche “porre riparo” con lo stesso senso, che ha un senso diverso di “porsi al riparo“, che si usa in senso simile a ripararsi o proteggersi o mettersi al sicuro prima che accada qualcosa:

Poiché il meteo prevedeva una forte tempesta, la famiglia ha deciso di porsi al riparo in casa anziché andare al picnic.

L’azienda ha cercato di porsi al riparo dagli effetti negativi dell’instabilità economica diversificando i propri investimenti

Quindi rispetto a “porre rimedio a qualcosa” che si usa dopo che è accaduto qualcosa di negativo, “porsi al riparo da qualcosa” è un’azione precedente all’evento negativo. Sta per “prendere misure per proteggersi da situazioni potenzialmente negative” o per evitare conseguenze dannose.

Ora posso porvi una domanda?

Poniamo che io vi chieda un ripasso (che volete, bisogna usare il congiuntivo) che parla del vostro modo di porvi. Cosa mi direste voi?

Andrè: Se sono al lavoro nel momento in cui si svolgono le videochat dell’associazione Italiano Semplicemente come potrei partecipare? Questa è la domanda che mi pongo! Essendo una domanda retorica, tra l’altro, nessuno risponde!

Albèric: Quanto a me, mi pongo spesso l’obiettivo di ripassare almeno due episodi al giorno, dicendomi: questa “sarà la volta buona” che mi metto in pari con le lezioni mancanti. Poi invece, come c’era da aspettarsi, scopro che ci sono 10 nuovi episodi e dico: vaffancina!!!!

Marcelo: Ogni giorno quando mi alzo, mi chiedo come sarà il nuovo giorno: sarà bello, sarà bel tempo oppure no? E non appena alzo la persiana avvolgibile, a prescindere dal tempo, vedo il solito paesaggio mozzafiato, allora ringrazio Dio e mi dico: avanti Marcelo, anche oggi il problema non si pone!

Impelagarsi, mettersi in un pelago (ep. 996)

Impelagarsi, mettersi in un pelago (scarica audio)

Giovanni: tutti noi, prima o poi nella vita, ci capita di impelagarsi in qualcosa.

Non è una cosa piacevole. Questo è bene dirlo subito.

Il verbo “impelagarsi” indica l’atto di coinvolgersi o ritrovarsi in situazioni complesse, in intricati affari, o difficoltà da cui è complicato uscire.

È un termine che esprime il concetto di essere intrappolati o coinvolti in modo involontario in situazioni problematiche. Alcuni sinonimi di “impelagarsi” potrebbero essere “avvilupparsi,” “avvolgersi,” “incastrarsi,” “coinvolgersi in complicazioni,” o “immergersi in situazioni intricate.”

Impelagarsi evidenzia chiaramente il concetto di difficoltà e complicazioni associate a tale avventura.

Si usa anche espressione “mettersi in un pelago.”

Un pelago di guai” è sicuramente quello più usato, ma non è necessario specificare.

Es:

Ti sei impelagato in una relazione con una donna sposata che ti porterà solo problemi.

Se continui a frequentare quelle persone, rischi di impelagarti in un mare di guai.

Non acquistare una casa troppo costosa. Rischi di impelagarti nei debiti.

Mi sono messo in un pelago da cui non uscirò mai.

Ma cos’è il pelago?

Avete presente l’Arcipelago? Si chiama così un gruppo di isole o isolette disposte in prossimità l’una dell’altra. Le galapagos, le Maldive, l’arcipelago delle Isole Hawaii, eccetera. Questi sono famosi arcipelaghi.

Invece il “pelago” rappresenta, nel senso proprio, una porzione di mare aperto. Deriva dal greco e significa proprio “mare”. Rappresenta la vastità del mare.

Posso allora dire, ad esempio:

Il professore si è specializzato nello studio dei vari ecosistemi che si trovano in un pelago

Parliamo quindi di una porzione di mare da qualche parte.

Ma nel senso figurato è simbolo di situazione o vicenda difficile, pericolosa, o anche di quantità eccessiva, che non serve a niente e anzi è qualcosa di nocivo.

Un pelago di guai è dunque una quantità di guai molto grande.

“Mettersi in un pelago di guai” (cioè impelagarsi) quindi significa entrare in una situazione difficilissima dalla quale si fa fatica a uscire.

Il termine pelago però può anche essere usato semplicemenete per indicare qualcosa di grande, vasto, senza confini, e non necessariamente essere legato a guai e problemi.

Es:

La mente dell’artista era come un pelago di creatività, sempre in fermento con nuove idee.

Il viaggiatore si sentì piccolo e insignificante quando contemplò l’immensità di un pelago di stelle nel cielo notturno.

Potete sbizzarrire la vostra creatività nell’uso di questo termine. Chiaramente l’obiettivo deve essere legato a qualcosa possibilmente di immateriale.

Possiamo anche parlare di un “pelago di persone” per indicare che sono tante, ma in genere si usa per dare un tocco di classe, di eleganza, di creatività o di romanticismo a una frase.

A seconda dello scopo della frase, potrei anche usare altri termini soprattutto se parlo di persone.

Ad esempio, Umberto Eco ha detto che con lo sviluppo dei social media si dà la parola a una “legione di imbecilli”.

Qui lo scopo è completamente diverso e Eco ha deciso di usare la “legione“, un termine militare che indica un gruppo molto numeroso di soldati.

In senso più dispregiativo potrei usare “mandria“, che in senso proprio indica un gruppo di “animali”.

Potrei usare anche “combriccola” in altre occasioni e altri termini ancora. Non voglio però impelagarmi in spiegazioni troppo lunghe e nell’evidenziare tutte le differenze che esistono tra i vari termini.

Tra l’altro ci sono anche altri verbi che si avvicinano al verbo impelagarsi, tipo perdersi o impantanarsi.

Vi lascio invece al ripasso di oggi dove i membri dell’associazione Italiano Semplicemente parlano del loro rapporto con la musica.

Anthony: Apprezzo un’ampia gamma di musica però non è mai stato nelle mie corde fare il musicista e quindi non ho mai dato seguito a questo mio apprezzamento. Rimane una fonte di rammarico nella mia vita. Fortunatamente però ho scoperto di essere votato alla medicina, e con queste competenze riesco almeno a campare. Sarà per la prossima vita!

Ulrike: Se penso al mio rapporto con la musica, in primo luogo mi viene in mente il lungo periodo della mia infanzia e adolescenza in cui suonavo il violino. Benché portata per lo strumento, almeno a parere dei miei insegnanti insistenti, dopo 8 anni di studio e competizioni musicali, per tutta risposta e senza remore ho chiuso per sempre la custodia del violino.

Marcelo: Da piccolo, alle scuole elementari, ero volto agli studi di musica e mi piaceva! Eccome! Ero parte di un complesso musicale e suonavo il tamburo. Col tempo e senza che nessuno caldeggiasse un mio futuro dedicato allo strumento, ho smesso il mio rapporto con la musica. Vai a capire perché! Ora, a posteriori e a ragion veduta, posso dire che è molto importante assecondare un bambino nello sviluppo dei suoi gusti e inclinazioni. Peccato!

Andrè: non so che ne pensate, ma quando esco con gli amici per una cena o per fare un aperitivo nel posto dove andiamo deve per forza esserci la musica dal vivo, sennò nisba! Non importa il ritmo, sebbene io sia un po’ nostalgico e preferisca le musiche degli anni 60 70 e 80! Se poi è anche musica brasiliana ben venga!

Una pallida e una fedele imitazione (ep. 995)

Una pallida e una fedele imitazione (scarica audio)

Giovanni: Sì, “pallida”, come avete letto nel titolo, è un aggettivo che può essere utilizzato anche per descrivere un’imitazione. Lo abbiamo già visto parlando di idee, ricordate l’espressione non avere la più pallida idea?

Ma cos’è una imitazione? Il termine “imitazione” può avere diversi significati a seconda del contesto in cui viene utilizzato:

L’Atto di imitare si riferisce ad esempio nel copiare o riprodurre il comportamento, l’aspetto, le azioni o le caratteristiche di qualcun altro. Questo può riguardare persone, oggetti, stili, suoni, ecc. In ogni paese ci sono imitatori, comici che imitano il presidente, l’attore, il personaggio famoso.

L”imitazione può essere una riproduzione che assomiglia o si avvicina all’originale, ma non è l’originale stesso.

Nel settore artistico, l’imitazione può riguardare l’arte di riprodurre o reinterpretare opere d’arte, stili o movimenti artistici esistenti.
Nel mondo del design, l’imitazione può riferirsi alla creazione di prodotti che assomigliano o sono ispirati a prodotti esistenti, spesso per scopi commerciali.

Noi in Italia ne sappiamo qualcosa, perché i prodotti italiani sono spesso imitati, e in genere con scarso successo. Parmigiano, scarpe, vestiti eccetera.

Quando una imitazione non si avvicina all’originale, potremmo usare diversi aggettivi o modalità per descrivere questo.
Uno dei modi è usare l’aggettivo “pallida“. Una pallida imitazione.

In genere, viene impiegato per sottolineare che l’imitazione non è molto convincente o non ha catturato adeguatamente le caratteristiche dell’originale. Ad esempio, se qualcuno fa un’imitazione di una celebrità e questa imitazione non è molto accurata (un aggettivo meno informale questo) potresti dire che è “pallida” nel senso figurato che manca di vivacità o dettagli. È importante notare che “pallida” è usato in senso critico e è considerato un termine negativo quando si parla di imitazioni.

Es: la crostata che ho fatto è una pallida imitazione di quella che sa fare mia moglie.

Cioè: è tutta un’altra cosa, non somiglia per niente, non ha niente a che vedere, ha un sapore e un aspetto totalmente diverso dalla crostata di mia moglie, ma mentre le modalità che ho appena usato possono significare sia che sono migliori, sia il contrario, dire che è una pallida imitazione non lascia spazio a alcun dubbio. La mia crostata è una ciofeca!

Al contrario, se somiglia moltissimo all’originale, potrei usare l’aggettivo “fedele“.

Una fedele imitazione è un complimento perché dimostra un alto livello di abilità nell’imitare o riprodurre qualcosa con grande precisione.

Una “fedele imitazione” si riferisce a un tipo di imitazione o riproduzione che è molto accurata e precisa nell’imitare l’originale. In questo caso, l’imitazione è così simile all’originale che cattura in modo dettagliato le caratteristiche, le qualità o le peculiarità dell’oggetto o del soggetto che si sta imitando.

Una fedele imitazione cerca di replicare l’originale nel modo più esatto possibile, in modo che possa essere difficile distinguerla dall’originale.

È proprio uguale all’originale, tale e quale, spiccicata, una fotocopia, pari pari all’originale, sputato. Alcune di queste sono più informali (pari pari, spiccicato, sputato) ma tutte implicano che non c’è alcuna differenza apprezzabile tra la riproduzione e l’originale.

Ma che ne pensano i membri dell’associazione Italiano Semplicemente delle imitazioni? Avete esempi da farmi per ripassare gli episodi passati?

Sofie: Spero che le imitazioni che si fanno di Papa Francesco, che a me piacciono molto, non siano un tabù da nessuna parte. Sono davvero divertenti. A proposito, di imitatore (involontario) di Sua Santità ne abbiamo uno anche noi dell’associazione.

Marcelo: Cari fratelli, forse Sofie allude al sottoscritto?
Scherzi a parte,
quando parliamo di imitazioni dobbiamo tener conto di diversi aspetti. Il primo è il più importante, e, se vogliamo, riguarda l’apprendimento. I bambini difatti imparano proprio per imitazione e anche gli adulti in fondo, ma in misura minore. Il problema è l’imitazione intesa nel senso di voler spacciare qualcosa per l’originale. Queste cose se le osservi nei dettagli, però, non sono mai perfettamente conformi all’originale. Qui gatta ci cova quasi sempre e se ci caschi! … povero te!
Ah dimenticavo di ricordarvi di pregare per me!

André: Avete mai visto Gianni giocare a calcetto? il nosso presidente conosce come pochi i segreti di questo sport! Durante le partite spesso ci regala una caterva di dribbling e assist. Mi chiedo se se la senta di fare l’imitazione di Leo Messi.

Rompere e sfatare un tabù (ep. 994)

Rompere e sfatare un tabù (scarica audio)

tabù

Giovanni: Per spiegare il termine tabù, vi ricordo che è stato usato in uno degli ultimi episodi, all’interno di un ripasso. La frase era la seguente:

Estelle (Francia): Non vorrei stigmatizzare tutto un popolo, ma è risaputo che i francesi sono reticenti a rivelare i loro stipendi. Parlare di denaro è tabù come se guadagnare denaro fosse qualcosa di sconveniente. Questo sebbene le persone lavorino tanto. in altri paesi invece è un simbolo di riuscita personale. Vai a capire!

Giovanni: evidentemente Estelle, di cui avete appena ascoltato la voce, conosce già il termine tabù.

Quando qualcosa è tabù, parliamo di un argomento sensibile. Parliamo di un tema delicato. Tabù somiglia a “vietato”, ma parliamo di qualcosa che ha a che fare con qualcosa che, in quel luogo, per quella persona, per quella determinata circostanza, pone un particolare tipo di ostacolo, e questo ostacolo ha normalmente a che fare con la “morale”.

Inizialmente, il termine “tabù” (che deriva dalla lingua polinesiana, in particolare dalla lingua tahitiana) era utilizzato per riferirsi a pratiche culturali o religiose che vietavano o proibivano determinati atti o oggetti per ragioni sacre o culturali. Nel tempo, il termine è stato adottato in altre lingue e ha assunto un significato più ampio, riferendosi a qualsiasi cosa che sia considerata proibita o vietata per motivi morali, sociali o religiosi.

Oggi è un termine ampiamente utilizzato per riferirsi a argomenti, pratiche o concetti considerati sensibili o vietati in una determinata cultura o società.

Un “argomento tabù“, ad esempio, è un argomento di cui non si parla, o si parla con estrema difficoltà. E’ un argomento o una questione che è meglio evitare o trattare con cautela in una determinata situazione o contesto.
Ci sono diversi modi alternativi per indicare questo tipo di argomenti:

  • Tema delicato.
  • Materia vietata.
  • Tema/Soggetto controverso.
  • Discorso proibito.
  • Materia off-limits.
  • Conversazione inappropriata.
  • Argomento non idoneo.
  • Discussione da evitare.
  • Argomento spinoso

Ciò che è considerato un argomento tabù in una determinata società o cultura può derivare dalle credenze morali e dalle norme etiche di quella società. Estelle poco fa parlava del fatto che parlare del proprio guadagno è tabù in Francia. C’è una sorta di barriera morale.

La morale è una guida per ciò che è considerato giusto o sbagliato da un punto di vista etico. Gli argomenti tabù spesso riguardano questioni che vengono percepiti come moralmente sensibili, e il desiderio di evitare tali argomenti può derivare dalla volontà di rispettare le convinzioni e i sentimenti degli altri o di evitare conflitti morali o etici.

Tuttavia, è importante notare che le concezioni di ciò che è morale o immorale possono variare notevolmente tra le culture e le persone. Quindi, ciò che è considerato un argomento tabù in una cultura potrebbe non esserlo in un’altra.

Tabù si usa spesso soprattutto in queste circostanze, per evidenziare particolarità, prerogative specifiche. Non si parla solamente di argomenti di cui si può o non si può parlare, ma anche di cose che non è accettato che vengano fatte. Vediamo qualche esempio:

  1. Per alcune religioni, c’è un forte tabù contro il consumo di carne di maiale.
  2. Per alcuni, la sperimentazione sugli animali è considerato un tabù etico, mentre per altri è accettata per scopi scientifici.
  3. Nella nostra famiglia, è da sempre considerato un tabù parlare delle questioni sessuali personali.
  4. Gli uomini possono portare la gonna? In Italia è tabù, ma gli scozzesi non la pensano allo stesso modo.
  5. La squadra della Roma andrà a giocare a Torino contro la Juventus. Un campo in cui la Roma non vince da 10 anni. Stavolta la Roma spera di rompere il tabù.

Rompere il tabù” ho detto. Infatti si usa dire così quando si cerca di superare questo ostacolo, questa restrizione. Nel caso della partita di calcio, chiaramente, non si tratta di una questione morale; semplicemente quello di Torino è da sempre un campo difficile per vincere per la Roma, dunque è proibitivo (più che proibito) vincere a Torino contro la Juventus.

Posso chiaramente usare anche “superare il tabù” con lo stesso senso. Oppure si può dire infrangere un tabù.

Ma lo sapete, a proposito, che le borsette da uomo – le cosiddette pochette – forse non saranno più un tabù?

Personalmente non sarò io a rompere questo tabù!

Posso fare altri esempi:

La società sta finalmente rompendo il tabù sull’uguaglianza di genere, promuovendo l’uguaglianza salariale e l’accesso alle opportunità professionali per uomini e donne.

Vi dirò che oltre che rompere o infrangere un tabù, si usa molto anche “sfatare un tabù“. C’è di mezzo il fato. Ma perché chiamare in causa il fato?

L’uso del termine “fato” suggerisce che ciò che è considerato un tabù è stato storicamente considerato immutabile o inevitabile, ma ora qualcosa o qualcuno sta cercando di modificarlo o superarlo. Sfatare infatti significa dimostrare inconsistente o falsa una credenza, una convinzione radicata nella massa.

Il senso è simile a rompere, ma è più legato alle credenze e al coraggio o alla forza che ci vuole per cambiare le cose. Si tratta in genere di superare ostacoli culturali, sociali o morali e di rendere accettabili discussioni o azioni che erano precedentemente considerate inaccettabili o proibitive (come la vittoria della Roma a Torino). Diciamo che “sfatare un tabù” è più o meno come “rompere un tabù” , ma si sottolinea maggiormente come delle persone o delle opere contribuiscano a rompere delle barriere sociali o culturali associate a determinati argomenti o questioni, aprendo la strada a una maggiore comprensione e accettazione.

Es:

Con una ricerca approfondita, uno scienziato potrebbe sfatare il tabù che circonda la medicina alternativa, dimostrando che alcuni trattamenti possono avere effetti benefici basati su prove scientifiche.

L’artista ha sfatato il tabù dell’arte erotica, esponendo opere provocatorie che sfidano i pregiudizi e promuovono la libertà di espressione.

La scrittrice ha scritto un libro che sfata il tabù del divorzio, offrendo una prospettiva compassionevole e realistica sulla fine di un matrimonio.

Il film ha sfatato il tabù dell’omosessualità nell’industria cinematografica, presentando con sensibilità storie d’amore tra persone dello stesso sesso.

Adesso chiedo ai membri dell’associazione se mi vogliono parlare dei loro tabù.

Marcelo: In famiglia abbiamo deciso di non scendere a compromessi riguardo a certi argomenti: parlare di politica, religione, educazione dei figli, vaccinazioni e via discorrendo: tutti argomenti rigorosamente tabù. Se nessun disattende questa norma, viviamo in pace. Altrimenti, apriti cielo!

Andrè: benché agli occhi del mondo possa sembrare una sciocchezza, parlare di sesso nel mio paese (il Brasile) è ancora un tabù.

Il verbo rimediare (ep. 993)

Il verbo rimediare (scarica audio)

Giovanni: oggi io e Elettra parleremo del verbo rimediare. Non è un caso che mi sia venuto in mente proprio questo verbo. Vedremo alla fine perché.

Rimediare è un verbo che ha due utilizzi diversi.

Elettra: Innanzitutto, rimediare significa aggiustare una situazione negativa o problematica. Ha un significato molto simile al verbo risolvere.

Giovanni: Il termine “rimedio” è chiaramente collegato a questo utilizzo di rimediare.
Infatti, ad esempio, se dico che occorre rimediare a una brutta situazione, significa che bisogna trovare un rimedio a questa brutta situazione, cioè bisogna risolvere un problema trovando una soluzione. Somiglia abbastanza a “recuperare“.

Il rimedio chiaramente arriva dopo che un problema si è verificato e serve a riportare la situazione allo stato precedente o quantomeno a attenuare gli effetti del problema.

Elettra: Dopo che si è rimediato a un problema, bene che va, siamo nelle stesse condizioni di prima che il problema si verificasse, non certamente in una situazione migliore.
Vediamo qualche esempio:

Ho dimenticato il mio portafoglio a casa, ma ho rimediato prendendo dei soldi in prestito da un amico.

In questo caso, il problema è rappresentato dall’aver dimenticato il portafoglio. Il rimedio è consistito nel farsi prestare dei soldi da un amico.

Giovanni: Oppure:

Se hai rotto il vaso, puoi rimediare incollandolo insieme

Certo, in questo caso il rimedio non è così efficace, ma meglio che niente. Ad ogni modo non si riuscirà ad ottenere un risultato migliore di prima. Al massimo non si vedrà la differenza rispetto a prima.

Mi sono dimenticato dell’anniversario di matrimonio. Come rimediare?

In questi casi basta un bel gioiello!

Elettra: Passiamo invece al secondo utilizzo, familiare ma molto diffuso.

Rimediare, in questo senso, significa riuscire a ottenere qualcosa, e normalmente si usa quando non si ha la più pallida di quanto si riuscirà a ottenere.

Una verbo equivalente ma meno informale è “racimolare“. Una terza opzione è “raccapezzare“. Anche “procacciarsi” è simile.

Es

Rimediare un po’ di soldi

I mendicanti chiedono l’elemosina nella speranza di rimediare qualcosa per poter mangiare

Oppure:

Ho dimenticato il mio ombrello, ma sono riuscito a rimediarne uno in prestito da un collega.

Non c’era alcuna garanzia di riuscire a trovarne uno.

Giovanni: Quando si rimedia qualcosa (attenzione, ho detto quando si rimedia qualcosa, non “a qualcosa” – ecco un modo per riconoscere il primo dal secondo utlizzo), o meglio, quando si cerca di rimediare qualcosa, è perché questa cosa ci serve e quindi si cerca. Dopo la ricerca, se si riesce ad ottenere un risultato, si può dire che si è riusciti a rimediare qualcosa. In genere il risultato non è troppo positivo, ma non è detto. A volte si usa anche al posto di “cercare” o “trovare“.

Es:

Mi serve un cacciavite, riesci a rimediarmelo?

Cioè: me ne riesci a rimediare uno, me lo trovi? Me ne trovi uno?

Un altro modo informale di esprimere lo stesso concetto, ma solo nel primo utilizzo del verbo, è attraverso l’espressione “metterci una pezza“. Anche “riparare” si usa spesso con lo stesso significato.

Comunque, tornando al secondo utilizzo, se non otteniamo nulla passiamo sempre dire di non essere riusciti a rimediare nulla.

Es:

Sono andato in cerca di funghi porcini oggi ma non ho rimediato nulla, se non un bel raffreddore.

Stavolta, la seconda volta, l’ho utilizzato in senso ironico: ho rimediato solo un bel raffreddore. Non era certamente questo ciò che stavo cercando. In questo caso, cioè nell’uso ironico, spessissimo si usa il verbo beccare.

Non ho trovato funghi ma in compenso mi sono beccato un bel raffreddore

Elettra: Spesso si usa in senso ironico.

Es:

Se non abbassi la musica a mezzanotte, rimedierai una bella denuncia per schiamazzi notturni.

Continua a prendere in giro la mia squadra e rimedierai un calcio nel sedere!

Credo che nella prossima partita l’Italia rimedierà una sonora sconfitta.

In senso non ironico, invece posso dire ad esempio:

Mi servono delle sedie perché ho ospiti cena. Vedo se riesco a rimediare qualcosa al mercatino dell’usato.

Giovanni: Ma perché vi ho detto, all’inizio, che mi è venuto non a caso in mente questo verbo?

Perché Elettra, per la sua collaborazione negli episodi di italiano semplicememte, ha rimediato ben 44 euro, grazie a due generose donazioni.

Due gentili signore che ringraziamo calorosamente hanno infatti risposto all’appello fatto nell’ultimo episodio.

Chi gradisce la collaborazione di Elettra puo chiaramente contribuire indicandolo nell’oggetto della donazione con paypal, oppure si può donare tramite indicando la mail italianosemplicemente@gmail.com

Elettra: grazie anche da parte mia. Adesso ripassiamo gli episodi passati parlando di rimedi. La parola ai membri dell’associazione.

Estelle: ragazzi come possiamo fare per rimediare agli errori quando componiamo i ripassi? Per quanto sto attenta, il mio tentativo è difficilmente scevro da errori.

Hartmut: meno male che Giovanni o qualche membro più avanzato ci mettono una pezza, altrimenti stiamo freschi…

Karin: però quantomeno non rimediamo mai cazziatoni da nessuno per questo!

56 – L’assegno – ITALIANO COMMERCIALE

L’assegno

Descrizione: Vediamo tutte le cose che un commerciante deve sapere sugli assegni. In particolare le varie tipologie di assegno, come quelli non trasferibili, scoperti, sbarrati, circolari eccetera.

Durata: 9:05

Episodio per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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lista degli episodi di italiano commerciale

Edulcorare (ep. 992)

Edulcorare (scarica audio)

Giovanni: chi di voi prende il caffè senza zucchero?Elettra: io non lo prendo proprio il caffè. Almeno non da solo. Non ancora.Giovanni: beh, tu a 17 anni ancora puoi farne a meno. Credi che lo prenderai con o senza zucchero?Elettra: credo che senza zucchero non ce la farei. È troppo amaro.Giovanni: dai, prova. L’ho fatto proprio adesso. È caldo caldo.Elettra: ok….Ah che amaro! Possibile edulcorare un po’?Giovanni: Edulcorare? Vuoi edulcorare il caffè?Elettra: Si, non mi piace così. Voglio metterci un po’ di dolcificante.Giovanni: ok, ma vuoi spendere qualche parola in più su questo verbo? Non credo che i nostri amici conoscono.Elettra: sì, va bene.Giovanni: ok, prego. Ti lascio la parola. Allora dovete sapere che Elettra ha deciso di aiutarmi con gli episodi di italiano semplicemente perché ha detto che vorrebbe una “paghetta”. Si chiama così la piccola somma di denaro che diamo periodicamente noi genitori ai figli, bambini o adolescenti, come nel caso di Elettra, affinché lei gestisca in autonoma le proprie spese.Allora ho pensato: fai un lavoretto per me, aiutami con gli episodi e se i visitatori vogliono farti un regalo, una piccola donazione, quella sarà la tua paghetta. Sennò, in alternativa, te la darò io, come sempre.Così le tue uscite con gli amici saranno meno “amare”. Possiamo dire così?Elettra: speriamo. Allora per edulcorare le mie uscite iniziamo con lo spiegare questo verbo.Edulcorare significa rendere dolce, cioè dolcificare, nel caso del caffè.Giovanni: perché? Cos’altro si può edulcorare, oltre al caffè, alle bevande eccetera? Cos’altro si può usare edulcorare?Elettra: perché questo verbo, stavolta l’ho usato in senso proprio, ma generalmente non si usa così.In genere, quando parliamo di “dolcezza” posso dire ad esempio:

Questa bevanda è stata edulcorata con aspartame o con altro dolcificante.

Con lo zucchero non si usa generalmente. Si usa zuccherare in quel caso.Invece il senso figurato è
rendere meno grave o sgradevole, quindi come attenuare.Allora posso edulcorare una notizia, posso edulcorare un fatto, possiamo cioè usare edulcorare per attenuare la gravità di un fatto, per farlo sembrare meno grave di quello che è.Magari posso farlo non dicendo alcuni particolari o dando un’interpretazione ottimistica di qualcosa che è accaduto o che è stato detto.Giovanni: facciamo qualche esempio che ne dici?Elettra: lo sento spesso usare in politica, tipo che un politico ha cercato di edulcorare una certa situazione, cercando di far sembrare meno gravi i problemi economici del paese.Quindi questo politico vuole far sembrare che le cose non vanno così male. I politici edulcorano spesso i fatti.Oppure possiamo parlare di un film, magari un film estremamente violento, così violento che così non andrebbe mai in TV.Allora la televisione fa una versione edulcorata di questo film per renderla adatta a un pubblico più giovane. Così vengono eliminate le scene più violente.Giovanni: bene, grazie mille Elettra, speriamo che la tua collaborazione duri a lungo. Allora ci vediamo al prossimo episodio. Chi vuole contribuire alla paghetta si Elettra basta indicarlo quando si fa la donazione con PayPal.Se volete potete usare il Link sul sito, altrimenti la e-mail è italianosemplicemente@gmail.com.Grazie a tutti per la generosità.Adesso ripassiamo parlando proprio di paghetta.André: Io ricordo la paghetta che mi dava mio padre, che non era molto alta. In compenso mi ha insegnato il valore dei soldi! Ho imparato anche a fissare il mio tetto di spesa. Tutto bello, fatto salvo quando dovevo tagliare l’erba d’estate, erba che cresceva in continuazione! Se ci ripenso, povero me!

Intento (ep. 991)

Intento (scarica audio)

Giovanni: Leggendo il titolo di questo episodio, che è “intento” molte persone non madrelingua forse diranno di sapere cosa significa. Però io non mi fido e ho chiesto ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente di fare qualche esempio. Ascoltiamo:

Natalia: Buongiorno a tutti, mi metto alla prova. Questa parola l’ho sentita ma mai usata.
“ieri ero in cucina, decisa a fare una roba che da tempo mi ero prefissata in mente: pulire il filtro della lavatrice. Mi sono rimboccata le maniche ed ero intenta a toglierlo, quando all’improvviso un getto d’acqua ha praticamente allagato la cucina. Aiuto che disastro!

Ulrike: Gianni, devo dirti una cosa. Nel mio ripasso hai cambiato quasi tutte le frasi, ora non lo riconosco più. Mi sa che non hai capito il mio intento. Se vuoi te lo spiego.

Marguerite: Studiare una lingua, quale che sia, nell’intento di poter parlare con la gente del paese.

Marcelo: Buongiorno. Piacerebbe anche a me fare l’intento di usare la parola “intento” nel modo giusto. Ci riuscirò?

Giovanni: bene, grazie a tutti per gli esempi. Allora, intanto vi spiego: “Intento” si può usare in due modi abbastanza simili. Può indicare una persona impegnata, concentrata al massimo in un’azione, oppure si usa per indicare un fine, uno scopo, soprattutto nelle forme seguenti: “con l’intento di” e “nell’intento di”, che posso sostituire con “al fine di“, “allo scopo di“, “per“. Si legge abitualmente anche “l’intento”, “il mio intento”, “il tuo intento”, eccetera. C’è qualche domanda?

Rafaela: Mi chiedo se ci sia una differenza fra i termini intento e intenzione. Sempre perseguo uno scopo no?

Giovanni: bella domanda Rafaela. “Intento” somiglia in effetti anche ad altri termini come finalità, fine, intendimento, mira, obiettivo, progetto, proponimento, proposito e anche intenzione. Quindi per rispondere alla domanda di Rafaela: sì, intenzione è un sinonimo di Intento. In fondo l’intenzione indica lo scopo da perseguire, l’obiettivo da raggiungere, come hai immaginato.

Dovete stare attenti solamente a non confondere “intento” con alcuni utilizzi del termine “tentativo“, come ha fatto Marcelo prima nella sua frase.

Questo episodio, non a caso, nasce proprio dalla sua abitudine a usare impropriamente, nelle conversazioni sul gruppo WhatsApp dell’associazione, la parola intento come sinonimo di tentativo.

Ho sopportato questo errore una volta, l’ho fatto altre due o tre volte in religioso silenzio, ma a un certo punto mi sono detto: adesso basta Marcelo! E’ giusto che tu adesso debba pagare per i tuoi reiterati errori!!

Scherzi a parte, adesso voglio commentare tutti gli esempi fatti dai membri.

Natalia ha detto di essersi rimboccata le maniche, intenta a togliere il filtro della lavatrice.

Bene, quindi Natalia era intenta a togliere il filtro per pulirlo, quindi Natalia era impegnata, era concentrata, con l’obiettivo di pulire il filtro. Vedete che i due significati di cui vi parlavo prima sono simili perché “essere intenti” significa che ci si propone di raggiungere un obiettivo, quindi si sta indicando l’intenzione, lo scopo a cui tende l’azione e il desiderio. Lo stesso scopo può chiamarsi “intento”, proprio come fa Ulrike nella sua frase.

Ulrike partecipa spesso, come avrete notato, alla composizione e registrazione di ripassi degli episodi precedenti e nella sua frase afferma che io, nel tentativo di correggere un suo ripasso, l’avrei modificato quasi completamente, tanto che ora non lo riconosce più. Ulrike ha il dubbio che io non abbia ben compreso il suo intento, cioè il suo scopo, il suo obiettivo. Evidentemente l’intento di Ulrike era esprimere un concetto diverso da quello espresso nella mia correzione. Ulrike dunque usa correttamente il termine intento, nel senso di scopo da raggiungere.

Bene, passiamo allora alla frase di Marguerite, secondo cui si studia una lingua nell’intento di poter parlare con la gente del paese.

Nell’intento di poter parlare con la gente, cioè con l’intento di riuscire a parlare con la gente, con lo scopo di comunicare con la gente, con l’obiettivo di poter parlare con la gente, per poter parlare con la gente, al fine di parlare con la gente.

Quindi anche Marguerite usa bene il termine intento, indicando l’obiettivo da raggiungere.

Fin qui tutto perfetto.

La nota dolente arriva con la frase di Marcelo, che è caduto miseramente nel mio tranello!

Vi faccio ascoltare nuovamente la frase di Marcelo:

Marcelo: Buongiorno. Piacerebbe anche a me fare l’intento di usare la parola “intento” nel modo giusto. Ci riuscirò?

Giovanni: avete sentito? Marcelo dice che gli piacerebbe fare l’intento di usare questa parola. Lui non sa che ciò che ha fatto è solamente un tentativo, vale a dire che lui ha provato a usare la parola “intento”, ma nel fare questo tentativo l’ha usata al posto di “tentativo”. Questo non si può fare se non in un caso: solo nella locuzione “nel tentativo di“. Infatti quando dico “nel tentativo di fare qualcosa”, sto indicando l’obiettivo, lo scopo. In tal caso allora posso dire “nell’intento di”, “con l’intento di”, forme che come già detto sono equivalenti a “al fine di”, “allo scopo di”, “con l’obiettivo di”.

Con l’occasione oggi abbiamo anche ripassato qualche episodio passato, quindi i membri sono esonerati da questo ulteriore compito. Ci vediamo al prossimo episodio. Non me ne voglia Marcelo per averlo preso in giro. Non era certamente questo il mio intento! Ero solo intento a non farvi annoiare!

L’aggettivo “Reticente” (ep. 990)

L’aggettivo “Reticente” (scarica audio)

Per spiegare il termine reticente, non posso certamente essere reticente, perché dovrei tacere, dovrei fare silenzio. Tacere è infatti all’origine del termine reticente.

La caratteristica di chiama reticenza.

Chi tace è reticente dunque?

Non esattamente.

Reticente significa, più precisamente, tendente a mantenere un cauto riserbo intorno a certi argomenti.

Il riserbo esprime anch’esso una tendenza a tacere o a non rivelare qualcosa, dovuta a prudenza o a un carattere abitualmente schivo.

Normalmente si usa il verbo mantenere col riserbo.

Generalmente poi è una caratteristica di una persona:

Maria si distingue per il suo riserbo

Evidentemente Maria non parla molto volentieri delle sue cose o mantiene facilmente un segreto.

Posso dire che Maria è reticente? Non esattamente. Manca un ingrediente.

Continuando a parlare del riserbo, posso anche usarlo per esprimere il fatto che su un certo argomento non voglio parlare più di tanto.

Voglio mantenere un minimo di segretezza.

Non è detto dunque che sia una mia caratteristica, che io mi distingua per il mio riserbo.

L’aggettivo “riservato” di adatta bene sia a descrivere la persona che mantiene un certo riserbo, sia l’argomento. Un argomento riservato, appunto. Ma qual è l’ingrediente che caratterizza la reticenza?

Reticente” non descrive solamente la persona che non vuole parlare granché di qualcosa.

Non si tratta, tra l’altro, necessariamente di un silenzio assoluto, ma si ha la netta sensazione che si tratti di un argomento piuttosto riservato.

Es:

Giovanni circa i suoi progetti è piuttosto reticente

Questo posso dirlo, nel senso che Giovanni non parla molto dei suoi progetti, ha cioè la tendenza a mantenere un un certo riserbo, una certa riservatezza. C’è quindi una certa elasticità nell’utilizzo.

Per capire l’ingrediente segreto vi dico che l’aggettivo reticente si usa anche per descrivere un testimone in un processo.

Un testimone si dice reticente quando mantiene il silenzio su fatti o circostanze di cui dovrebbe informare l’autorità giudiziaria.

Si usa quindi per descrivere il comportamento di una persona che che esita a dire un “certo” tipo di cose.

Potrebbe raccontare delle cose ma non lo fa.

Ricordate il termine restio? Restio è meno formale. Ma c’è almeno un’altra differenza. Sempre dell’ingrediente segreto sto parlando.

Ok vi svelo il segreto: la persona reticente non dice spesso per paura, oppure per qualche interesse personale. Sa qualcosa che potrebbe o dovrebbe dire ma non lo dice perché crede che non gli conviene. Ecco perché si usa nel linguaggio giudiziario.

Invece restio è più legato alla diffidenza, alla mancanza di fiducia. Una persona non del tutto convinta o mal disposta a cedere al volere altrui è restia a credere.

Sono restio a credere nelle tue parole

Cioè non sono convinto delle tue parole, sono diffidente, non ci credo, non ho fiducia. Si può essere restii anche quando si tratta di comportamenti da intraprendere.

Questa però è la peculiarità della reticenza: il motivo, legato alla paura o agli interessi personali.

Un’altra differenza è che restio si usa quando si ha difficoltà soprattutto a credere, non a parlare.

Anche “ricalcitrante” e “riluttante” sono più simili a restio che a reticente.

“Titubante” è un altro aggettivo simile, ma è più legato ai dubbi.

Se sono titubante, sono incerto nel prendere una decisione o nel fare una scelta. Sono indeciso, esitante; insomma non sono convinto.

Adesso vorrei che qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente mi facesse qualche esempio sull’utilizzo di tutti questi termini che ho spiegato oggi.

André (Brasile): l’attacco di Hamas a Israele, per essere spiegato è spiegato, comunque, tra spiegarlo e giustificarlo c’è di mezzo l’universo. Sono piuttosto riluttante nel credere che si troverà una soluzione a breve termine per la crise in medio oriente. detto questo, non me la sento nemmeno un po’ di mettermi in questo vespaio!

Ulrike (Germania): Avete presente quel tipo di persone che non dicono mai chiaro e senza giri di parole quello che pensano? Spesso e volentieri alludono a cose negative riferite ad amici o conoscenti comuni. Poi, se chiedete una spiegazione, di punto in bianco si mostrano reticenti e non disposti a scendere nei dettagli. Teniamoci alla larga da questi qua!

Estelle (Francia): Non vorrei stigmatizzare tutto un popolo, ma è risaputo che i francesi sono reticenti a rivelare i loro stipendi. Parlare di denaro è tabù come se guadagnare denaro fosse qualcosa di sconveniente. Questo sebbene le persone lavorino tanto. in altri paesi invece è un simbolo di riuscita personale. Vai a capire!

Erzsebet (Ungheria): Secondo il mio modesto parere l’argomento dello stipendio è molto intimo e sensibile dappertutto.
La gente non rivela volentieri l’entità del proprio reddito. Le persone sono reticenti su questo.

Marcelo (Argentina): Grazie per l’episodio! Dopo averlo letto, io mi domando e dico: perché ogni volta che i miei amici mi presentano persone di loro fiducia, anche se mi spronano e mi danno corda per parlare, io non riesco a farlo e rimango reticente, sarà riservatezza forse? Vai a capire cosa mi passa per la testa!

Dare corda, dare spago, tagliare corto

Dare corda, dare spago, tagliare corto (scarica audio)

Trascrizione

Dopo aver visto insieme “nelle corde”, dove si utilizza il plurale di “corda”, (la corda, le corde), oggi vediamo “dare corda“, dove chiaramente si utilizza il singolare. Non possiamo usare il plurale in questo caso.

Avete presente la corda, vero? Con una corda si possono fare tante cose.

È curioso perché per molti verbi che usiamo con la corda, esiste, oltre al senso proprio, quello figurato: tirare, dare, stringere, allentare, tagliare, e probabilmente anche altri verbi.

Dare corda” è l’espressione che voglio spiegarvi oggi.

Notate che non c’è l’articolo: “dare corda”, e non “dare la corda”.

Dicevo che con una corda si possono fare tante cose.

Legare ad esempio. Legare qualcosa serve a non far muovere questa cosa, e se leghiamo un animale ad esempio vogliamo limitare la sua libertà di movimento.

La corda allora si può lasciare lunga o corta, per concedere più o meno libertà di movimento. Poi si può tirare per accorciarla, per farla diventare più corta, diminuendo la libertà, oppure al contrario, si può lasciare più corda, concedendo quindi più libertà.

Si può anche dire “dare corda” per indicare questo movimento di concedere una corda più lunga per concedere una maggiore libertà di movimento. Più la corda è lunga, maggiore è lo spazio in cui ci si può spostare.

In senso figurato dare corda può allora significare incoraggiare qualcuno a parlare, spesso in modo che dica ciò che si vuole sapere, oppure può significare permettere a qualcuno di parlare senza restrizioni, anche se ciò potrebbe non essere del tutto conveniente o appropriato.

Si può usare anche riguardo alla libertà di agire, non solo di parlare, sebbene sia più raro. Potrei dire ad esempio che un marito geloso non concede troppa corda alla moglie.

Si, si può usare anche il verbo “concedere” al posto di “dare”. Stesso significato.

È un’espressione che implica sia l’incoraggiamento che la concessione di una certa libertà o spazio.

Si usa piu spesso con la negazione:

Non dargli corda

Cioè: non permettergli di continuare a parlare (o agire), non dargli la libertà di esprimersi, di dire ciò che vuole.

È lo stesso se diciamo “dare spago” a qualcuno.

D’altronde lo spago è una corda più sottile (come gli spaghetti, che tutti conoscete).

Una corda può avere infatti essere usata per sopportare degli sforzi di trazione, quindi per tirare qualcosa o anche per fare legature e imballaggi, proprio come lo spago.

Lo spago

Lo spago è in genere di colore grigio, e si usa soprattutto per gli imballaggi, per legare i pacchi.

Se è abbastanza resistente la corda si usa anche per sollevare e sostenere oggetti. Lo spago per questo non si utilizza.

Comunque dicevo che l’espressione “dare corda” è un modo di dire che significa incoraggiare, stimolare o sostenere (sempre in senso figurato) qualcuno.

Prima vi ho fatto l’esempio con la negazione perché si usa quasi sempre in frasi di in cui si invita qualcuno a non concedere troppa libertà di parola a una persona. Non bisogna usare la negazione necessariamente per questo:

Ho incontrato Giovanni ieri. Il mio errore è stato dargli corda. Da quel momento ha iniziato a parlare e ha smesso due ore dopo.

Quindi ho dato la possibilità a Giovanni di parlare, di dire delle cose; magari ho mostrato interesse a ciò che diceva. L’espressione “attaccare il pippone” l’abbiamo già spiegata, ma possiamo usarla negli stessi contesti.

Se qualcuno ti attacca il pippone, probabilmente gli hai dato troppa corda.

Dare corda può somigliare anche a dare confidenza, cioè a concedere una certa confidenza a una persona che si sentirebbe autorizzata a parlare perché qualcuno sembra interessato ad ascoltare.

Non dare corda, d’altro canto può somigliare a non dare comfidenza, e questo potrebbe essere indelicato. Ad un certo punto una persona potrebbe stancarsi e decidere di tagliare corto.

Se una persona “taglia corto” significa che interrompe una conversazione in modo brusco e improvviso, senza concluderla o senza dare spiegazioni dettagliate. In pratica, smette di partecipare o termina una situazione rapidamente e senza tanti fronzoli.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me.

Io taglio corto quando ho fretta

Non darle corda, è logorroica!

Io non do mai corda a nessuno.

Io taglio sempre corto se qualcuno mi attacca il pippone

Non devi dar corda agli uomini, sei troppo carina!

Dagli meno spago e taglia corto se insiste

Tagliare corto non è molto educato

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Nelle corde

Nelle corde (scarica audio)

Trascrizione

Come fare per esprimere in modo non offensivo che una persona non è capace a fare qualcosa?

Una possibilità è questa: “Non è nelle tue corde”.

Es:

Mia sorella è una brava artista, ma la matematica non è nelle sue corde.

Il mio amico è molto timido, parlare in pubblico non è nelle sue corde.

Lavoro nel settore della tecnologia. Ho provato a lavorare nell’agricoltura, come mio padre, ma gestire una fattoria e degli animali non è assolutamente nelle mie corde.

Si può usare anche senza negazione però:

La Roma secondo me può vincere lo scudetto quest’anno. Credo sia nelle sue corde.

Che è come dire: credo ce la possa fare, credo abbia le capacità necessarie, credo possa riuscirci. Parliamo di possibilità, capacità innate, predisposizione.

Un altro esempio:

Uno scrittore deve saper scrivere di tutto ma meglio che si occupi di ciò che è più nelle sue corde.

Cosa vuoi fare da grande? Cosa senti di avere più nelle tue corde?

Similmente potrei dire: dove sei più bravo? Cosa ti viene meglio? In quale ambito credi di avere le maggiori capacità? Dove hai più possibilità di emergere?

Quando si usa l’espressione “nelle corde” , si fa riferimento dunque a qualcosa che riguarda le abilità, le competenze o le inclinazioni naturali di una persona, come se fosse una melodia che può essere eseguita con facilità perché è nelle capacità di quella persona, proprio come un musicista suona le corde di uno strumento in modo competente.

Quindi, l’uso del termine “corde” è una metafora per rappresentare le abilità o le competenze personali.

Le mie corde possono riuscire a suonare questa melodia?

Di solito si usa il verbo essere:

Suonare non è nelle mie corde

Ma a volte si utilizza anche il verbo avere:

Non ho nelle mie corde la matematica.

Ad ogni modo, è un modo molto elegante per esprimere le abilità naturali di una persona o l’assenza di queste capacità.

Molto meglio che dire:

Gianni non è proprio capace a insegnare!

Sei proprio negato nella matematica.

Vi ricordo che esiste anche “essere portati per esprimere le competenze naturali, le predisposizioni, ma quella di oggi può avere persino un utilizzo più ampio.

Infatti parlando di materie o mestieri, essere portati o non essere portati in qualcosa è adattissima come modalità:

Sono molto portato in matematica

Non sono portato per questo mestiere

Invece posso usare “le corde”, sebbene più raramente, anche per esprimere semplici preferenze del momento, quando crediamo che qualche attività sarà più facile nell’esecuzione o per qualche motivo ci verrà bene, oppure il contrario, se non ce la sentiamo in quel momento di fare qualche cosa perché sappiamo o sentiamo che non riusciremo a farla bene.

Es:

Meglio che oggi non provi a battere il record. Non lo sento tra le mie corde. Magari domani.

L’uso principale comunque è quello di esprimere una propensione, inclinazione naturale verso determinate attività o situazioni, oppure, al contrario, la mancata propensione.

Facciamo adesso un piccolo esercizio di ripetizione:

Dovrei cantare? Lascia stare, non è proprio tra le mie corde.

Le lingue straniere pare siano nelle tue corde, quindi perché non ti iscrivi alla facoltà di lingue?

Occuparti di bambini non è tra le tue corde. Meglio che cerchi un lavoro come cameriere e non come baby sitter.

Non voglio lucenziarla dott. Rossi, solo farle considerare l’opportunità di occuparsi d’altro. La contabilità non sembra essere tra le sue corde.

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Maternità e paternità (ep. 988)

Maternità e paternità (scarica audio)

foto dal museo delle civiltà a Roma
Un’immagine rappresentante la maternità – museo delle civiltà di Roma

Trascrizione

Chi di voi, oltre ad essere figlio o figlia, è anche madre o padre?

L’argomento di oggi è proprio il concetto di maternità e paternità. Sapete la differenza? Certo… è evidente, ma ne esiste anche un’altra meno evidente.

Infatti mentre la maternità ha sempre a che fare con il fatto di essere madre e quindi con i figli, non è lo stesso per la paternità.

Il termine paternità, se da una parte indica il rapporto di parentela che unisce il padre al figlio (o figlia), sul piano sia affettivo che giuridico, dall’altra può indicare anche l’appartenenza di qualcosa.

Ad esempio, se io sono l’autore di un libro, posso dire che ho la paternità di quel libro. Sono io l’autore del libro. Badate bene, non significa che il libro è mio nel senso che appartiene a me (perché l’ho acquistato) ma che l’ho scritto io.

Lo stesso vale per qualunque opera, nel senso più ampio del termine.

Es:

la paternità di quest’opera è incerta, il che significa che l’autore non è sicuro, non si sa chi ha realizzato quest’opera.

Non posso usare “maternità” allo stesso modo.

Anche una semplice idea può avere una paternità:

Allora anziché dire: di chi è stata l’idea? Si può dire: “a chi appartiene la paternità dell’idea?”

Dei verbi che si usano spesso con questa particolare tipologia di paternità sono: appartenere, assumere, detenere e rivendicare. Non sono gli unici però come vedremo tra poco.

Questi verbi possono essere utilizzati ad esempio in riferimento ai diritti di autore e alla proprietà intellettuale. La proprietà intellettuale è un concetto legale che si riferisce alla protezione giuridica dei diritti legati a opere creative, invenzioni e idee.

La paternità comunque può non solo rispondere alla domanda: “chi è l’autore?”, ma anche più genericamente “chi è stato?”. Possiamo parlare di diritti ma anche di responsabilità.

Vediamo alcuni esempi:

L’autore ha rivendicato la paternità del romanzo bestseller.
Il regista discuteva della paternità dell’idea alla base del film durante un’intervista.
L’inventore vantava la paternità di una nuova tecnologia rivoluzionaria.
L’artista ha affermato la paternità dell’opera d’arte esposta nella galleria.

Il compositore ha confermato la paternità della colonna sonora dell’ultimo film.
L’ingegnere ha documentato la paternità del progetto di costruzione.
Il designer si è fregiato della paternità del nuovo logo aziendale.
Il creatore del videogioco ha difeso la paternità del gameplay innovativo.
L’autore dell’articolo ha discusso la paternità delle idee presentate.
Il produttore musicale ha condiviso la paternità del successo della canzone popolare.

In questi esempi, la parola “paternità” è utilizzata per indicare il possesso o il riconoscimento di una creazione o di un’opera.

Dicevo prima che “chi è stato?” può essere una seconda domanda legata al concetto di paternità. Parliamo di responsabilità e non di diritti.

Es:

La polizia sta indagando sulla paternità del delitto.

L’espressione “paternità del delitto” è utilizzata per riferirsi alla responsabilità o all’attribuzione di un crimine a una persona. Nella lingua comune e nel sistema giuridico, la “paternità del delitto” significa che una persona è considerata responsabile di aver commesso un reato specifico.

Quando, più in generale, qualcuno ha fatto qualcosa e questo comporta onori o oneri, possiamo parlare di paternità.

Es. Ascoltiamo questo dialogo tra Giovanni, uno studente un po’ birichino, e la preside di una scuola, interpretata da Danielle, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Preside: Chi ha fatto il gesto delle corna alla professoressa di italiano per aver assegnato il compito di grammatica? Qualcuno rivendica la paternità del gesto? Giovanni, sei stato tu? È tua la paternità?

Giovanni: No signora preside, non sono stato io! Lo giuro sul libro di grammatica!

Preside: sicuro? Non sei forse tu l’autore delle Sette regole d’oro di Italiano Semplicemente in cui non apprezzi lo studio della grammatica?

Giovanni: Si signora preside, rivendico la paternità delle sette regole d’oro ma…

Preside: allora ti attribuisco la paternità del gesto. Per punizione farai 1000 esercizi grammaticali.

Adesso ripassiamo parlando di responsabilità. Non è mica facile trovare gente capace di assumersi la responsabilità, vero?

Ulrike: Vi è gente che spesso e volentieri fa lo gnorri quando si presenta un problema da risolvere. Ho ben presente anche quelli avvezzati e abili nell’inventare pretesti di tutti i colori per restare lontano dal gioco. Lodiamo quei pochi sempre disposti ad assumersi la responsabilità di dare una mano ovunque ce ne sia bisogno.

Marcelo: Ogni volta che prendo un lavoro nuovo, lo faccio con responsabilità, assumendomi la paternità degli errori (nel caso), valutando i pro ed i contro con tutti gli annessi e connessi, e durante l’esecuzione mi adopero per dare il meglio di me. Non mi piace il pressapochismo e ho una massima che guida il mio lavoro, cioè: fare bene fin dall’inizio!

Andrè: io invece mi sono assunto la responsabilità di quasi tutte le procedure della mia azienda, sia quelle burocratiche che quelle organizzative e ho insistito in questo modello di amministrazione fino all’anno scorso, quando sono accadute un sacco di cose che mi hanno fatto rivedere il significato della vita! Oggi mi vedo costretto a confessare che spesso il modello fa acqua da tutte le parti! Attualmente sto valutando delle proposte, che se verranno suffragate dai miei soci attraverso prove convincenti potranno sortire diversi effetti positivi e rendere la mia vita molto più dolce! Non vedo l’ora di metterle in pratica!

Desiderare, bramare o agognare?

Desiderare, bramare o agognare? (scarica audio)

Trascrizione

In un episodio di qualche tempo fa ci siamo occupati dei desideri. 

In quell’occasione si è parlato anche dei verbi bramare e agognare, due modi per esprimere dei forti desideri.

In questo episodio voglio solo ricordarvi queste due modalità di esprimere i propri desideri, aggiungendo una piccola cosa che vi aiuta a usarli nel modo giusto.

Vi faccio prima alcuni esempi per ciascuno dei verbi. Vi invito a ripeterli dopo averli ascoltati.

Dopo tanti anni di studio, ha finalmente ottenuto quel premio agognato.

Il viaggio in Giappone era il suo sogno agognato sin da quando era bambino.

Con agognare descriviamo sempre qualcosa che è stato fortemente desiderato. Ascoltate e ripetete.

Lui bramava vendetta contro coloro che gli avevano fatto del male.

Dopo giorni di digiuno, iniziò a bramare un pasto abbondante.

Bramo il successo professionale più di ogni altra cosa nella mia vita.

Dopo anni di prigionia, bramava la libertà come mai prima.

Dopo l’ingiustizia subita, bramava con rabbia una giustizia che sembrava irraggiungibile.

Gli esempi mostrano come “bramare” possa essere usato in diversi contesti per esprimere desideri intensi, ardenti e profondi, tuttavia è da preferire a agognare quando vogliamo esprimere desideri negativi o insoddisfazione. Spesso la Bramosia (così si chiama questo desiderio esagerato) è associata alla rabbia, alla vendetta o al desiderio smodato di successo e denaro o potere.

Agognare” invece è più spesso associato a desideri positivi e aspirazioni.

La bramosia esprime in generale un desiderio intenso e impellente per qualcosa.

Questa forte e incontrollabile voglia di qualcosa, come cibo, piacere fisico o soddisfazione di un desiderio, è però spesso associata a desideri negativi e insoddisfazione.

Al prossimo episodio di italiano semplicemente.

PS: Dai un’occhiata, se vuoi, anche all’aggettivo “sospirato” e al verbo “anelare

Vaffancina (ep. 987)

Vaffancina (scarica audio)

Trascrizione

Le parolacce italiane hanno sempre un certo fascino.

Oggi voglio parlarvi di alcune parolacce, ma voglio farlo sia usando un modo più o meno informale, sia un linguaggio più formale. Così, tanto per divertirci.

Cominciamo con il mio consueto linguaggio.

Una delle parolacce più note, neanche a dirlo, è “Vaffanculo“, che letteralmente è un invito, una esortazione ad avere un rapporto anale (immagino in modo passivo). In teoria si invita ad andare in un luogo (anche detto “quel paese”).

Infatti si usa, che ve lo dico a fare, come un’esortazione ad andarsene genericamente e a non disturbare.

Molto maleducata e sgarbata, chiaramente, come esortazione. È, possiamo dire, una formula finale, perché dopo un “vaffa” può esserci solo un altro “vaffa” o termini equivalenti.

Non tutti però hanno voglia di dire parolacce, e tantomeno di impararle.

Vi propongo un’escamotage, perché ci sono alcune varianti interessanti che possono usarsi se non si desidera scadere nella volgarità.

L’utilità sta nel fatto che, anche se non li usiamo noi, almeno saremo in grado di capire se li usa qualcun altro.

Tra l’altro queste varianti, allegerendo il tono dell’invito, si possono usare anche in situazioni diverse da quella dal termine da cui derivano.

A volte non è neanche un invito ma solo un’espressione che manifesta malumore.

Intendo situazioni meno gravi, dove non si arriva necessariamente ai ferri corti con qualcuno, ma si può esprimere un semplice dissenso “colorato” o al limite una incredulità.

Sempre di linguaggio informale parliamo però. Beninteso.

Una delle varianti è “vaffancina“, un’altra è “vaffanbagno” (che sarebbe vai a fare il bagno).

Queste sono le più usate, poi vale la pena ci citare anche “Vaffanl’ovo” e “Vaffanbrodo” che sarebbe come dire “vai a fare l’uovo” e “vai a fare il brodo”.

Che fantasia eh?

Vi potete sbizzarrire comunque a inventarne altre.

C’entra qualcosa la CINA quando si dice vaffancina?

Voglio tranquillizzare i cinesi. Non c’entra nulla la Cina. A noi italiani ci piace solo fare varianti divertenti e curiose.

Vediamo qualche esempio.

Mi sto lamentando con un collega perché la posta elettronica non mi funziona da due giorni.

Questa posta elettronica non vuole proprio funzionare Vaffancina, chissà che problemi ci sono!

Vedete che la mia è solo un’esclamazione per manifestare in modo colorito il mio malumore. Abbastanza simile, sarebbe qualcosa come “porca miseria” o “porca miseriaccia”, “accidenti“, “accidentaccio”. Eccetera.

Oppure:

Sto a dieta da una settimana, quella che mi hai consigliato tu, e… indovina un po’? Ho perso solo 25 grammi! Vaffancina a te e alla dieta miracolosa!

Stavolta ci sono andato un po’ più pesante, perché l’invito è rivolto direttamente a te, seppure in compagnia dalla dieta 🙂

Ultimo esempio:

Domanda: Allora? Che ha fatto la Roma ieri? Ha vinto?

Risposta: ma vaffancina va! Lo sai bene che ha perso!

Bene, spero solo che adesso non userete queste nuove parole con me.

Vedremo…

Adesso ripassiamo qualche episodio passato ma prima ecco il testo riscritto in un linguaggio formale. Laddove possibile userò parole più consone ad un linguaggio forbito.

Le espressioni linguistiche italiane dal contenuto inappropriato esibiscono invariabilmente una sorta di affascino.

Tra le più riconoscibili, senza necessità di ulteriori precisazioni, si annovera l’invito a andare a farsi benedire nel modo più volgare possibile, che, in senso letterale, rappresenta un invito o una sollecitazione a intraprendere un atto sessuale di natura anale, implicitamente di natura passiva.

In linea teorica, questo invito allude ad una direzione geografica, spesso identificata come “quel paese.

In pratica, tuttavia, si fa un uso comune di questa espressione per invitare una persona a allontanarsi genericamente o a cessare di disturbare.

Si tratta, inequivocabilmente, di una modalità di espressione profondamente maleducata e sgarbata. È inoltre incontestabilmente una formula di chiusura, in quanto solo un “Vaffa” segue ad un altro “vaffa” o, al limite, altri termini di pari volgarità.

Purtuttavia, non tutti condividono il desiderio di fare uso di termini scurrili, né di impararli. Tantomeno da parte mia c’è quello di insegnarlo a voi.

Propongo tuttavia un artificio, poiché esistono alcune varianti interessanti, che consentono di evitare l’uso di volgarità.

La loro utilità risiede nel fatto che, sebbene non si adoperino personalmente, si è in grado di comprenderle qualora siano impiegate da altri.

Inoltre, queste varianti possono essere utilizzate in situazioni differenti rispetto all’originale.

In alcuni casi, tali termini sostitutivi non costituiscono nemmeno un invito, ma rappresentano semplicemente un’espressione di malcontento.

Possono usarsi anche in situazioni meno gravi, in cui non è necessario intraprendere un conflitto diretto con chicchessia, ma in cui è possibile esprimere un dissenso “colorato” o un senso di incredulità.

Va comunque precisato che si tratta sempre di un linguaggio informale.

Una delle suddette varianti è “vaffancina“, un’altra è “vaffanbagno” (un invito a fare il bagno). Queste due sono le varianti più comuni, ma è possibile inventarne di ulteriori a proprio piacimento.

Per quanto riguarda la domanda se “vaffancina” abbia qualche legame con la Cina, è opportuno rassicurare che non esiste alcuna correlazione tra la parola e il paese asiatico. Gli italiani spesso creano queste varianti in modo creativo e giocoso.

Ecco alcuni esempi:

Mi sto lamentando con un collega riguardo al fatto che la mia posta elettronica sembra fare le bizze da due giorni:

Questo servizio di posta elettronica sembra completamente inattivo, chissà dove risiede la causa. Vaffancina!

In questo contesto, la mia espressione rappresenta semplicemente un modo colorito per esprimere il mio disagio, in modo simile a espressioni come “per l’amor del cielo” o “non ci posso credere”.

Un altro esempio:

Ho seguito una dieta raccomandatami da te per una settimana, e prova a supporre un po’ cosa può essere accaduto? Ho perso solo 25 grammi!

La tua dieta che definivi miracolosa si è rivelata un vero flop. Vaffancina!

In questo caso, l’invito colorito è rivolto a te, anche se coinvolge parimenti la dieta.

Un altro esempio:

Domanda: “Allora, com’è andata ieri la Roma? Hanno vinto?”

Risposta: “Ma figurati! Sai benissimo che hanno perso!” Vaffancina va!

Spero sinceramente che in futuro non si faccia uso di queste nuove parole rivolgendole contro il sottoscritto. Sarebbe quantomeno irriconocscente nei miei confronti!

Per favore, adesso procediamo con il consueto ripasso.

Marcelo: Guarda, io non faccio uso di parolacce. Al massimo potrebbe scapparmene una senza volerlo. Che so, avete presente quando sbattete il mignolo del piede in uno spigolo?

L’anticamera del cervello (ep. 986)

L’anticamera del cervello (scarica audio)

anticamera del cervello

Trascrizione
Dopo avervi spiegato l’espressione “carezzare un’idea” e “sfiorare un’idea“, a questo punto devo necessariamente parlarvi dell’anticamera del cervello.

Il termine “anticamera” va spiegato.

Ve lo spiego.

Un’anticamera è una stanza o uno spazio che precede un ambiente principale, come una camera, appunto, o una sala.

È generalmente più piccola dell’ambiente che viene dopo.

L’anticamera si trova quindi in un punto precedente rispetto alla camera. Per entrare nella camera bisogna per forza passare per l’anticamera.

È un termine che si usa moltissimo in senso figurato. Continuiamo a parlare di idee.

Pensate adesso alla Camera come alla mente umana.

Chiaramente il nostro cervello non ha nessuna anticamera, ma pensiamo, per capire questa espressione, ad un pensiero, che anziché entrare nella mente ed essere elaborato, passa per l’anticamera e poi si ferma, oppure non passa neanche per l’anticamera del cervello.

Quindi, quando un pensiero non passa neanche nell’anticamera del cervello, è chiaro che è lontano dalla mente.

Allora se io dico ad esempio:

Non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello di avvisarmi quando hai un problema?

Vuol dire che sono arrabbiato perché tu hai avuto un problema e non mi hai avvisato.

Si usa il verbo passare.

È come dire: non hai neanche lontanamente pensato di avvisarmi; non ti è proprio venuto in mente questo.

Il pensiero di chiamarmi per avvisarmi non ti ha neanche sfiorato, potrei dirti.

Se però sono arrabbiato, usare l’espressione di oggi è più appropriato.

Si usa sempre e solo in espressioni negative, proprio come “sfiorare un’idea”; dunque generalmente anche questa espressione esprime irritazione e lontananza da un’idea. Qualcosa è lontanissima dalle intenzioni di qualcuno.

Al governo non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di ridurre le tasse sulla Benzina.

Cioè:

Al governo non ha nemmeno sfiorato l’idea di ridurre le tasse sulla Benzina.

Evidentemente anche qui sono abbastanza irritato. Sono irritato perché le intenzioni del governo non sono assolutamente quelle di ridurre queste tasse.

Quante volte avete sentito qualcuno dire:

È vero, l’ho letto su internet!

La prossima volta avete la risposta pronta:

Scusami, ma non ti passa neanche per l’anticamera del cervello l’idea che non tutto quel che viene pubblicato sui social sia vero?

In uno dei prossimi episodi vediamo meglio il senso figurato di “anticamera“, che si usa in tante situazioni diverse. Per ora facciamo un ripassino dedicato al’amicizia.

Danielle: Chi sono i veri amici? Di sicuro non sono quelli che cercano di ingraziarsi con te. Anzi, sono quelli che ti fanno notare i tuoi errori, ogni tanto persino spiattellandoti la verità in faccia, se ne hai bisogno…

Estelle: Secondo me i veri amici sono quelli che puoi chiamare per chiedere aiuto qualunque sia la situazione. È una relazione sincera e senza filtro. Sono persone sulle quali puoi contare anche dopo una lunga assenza.
Spesso non ci si vede da illo tempore, vuoi per percorso di vita, vuoi per imprevisti che accadono. Poi ci ritroviamo, magari per caso, e tutto si svolge come se ci fossimo lasciati il giorno prima.

Marcelo: Ogni volta che penso all’amicizia, mi chiedo se esiste un problema la cui entità possa rompere anche l’amicizia più solida. Preferisco però restare col dubbio.

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Sfiorare l’idea (ep. 985)

Non ti sfiora l'idea?

Sfiorare l’idea (scarica audio)

Trascrizione

L’espressione “carezzare un’idea“, che vi ho spiegato nell’ultimo episodio, potrebbe sembrare equivalente a “sfiorare un’idea”.

L’equivoco potrebbe nascere dal fatto che accarezzare e sfiorare sono verbi abbastanza vicini.

In realtà si tratta di due verbi che si usano raramente uno al posto dell’altro quando si parla di idee.

Carezzare un’idea” significa come detto riflettere o considerare attentamente un’idea, generalmente con interesse o curiosità, ma senza impegnarsi completamente in essa.

Sfiorare un’idea si utilizza esclusivamente in frasi negative. Es:

Ragazzo: Ciao, usciamo insieme stasera?

Ragazza: No grazie! Ho da fare stasera.

Ragazzo: Sicura? Guarda che io potrei non chiedertelo più!

Ragazza: Ah, ma non ti sfiora l’idea che tu a me non piaccia?

Dire: “non ti sfiora l’idea…” è un modo di esprimere sorpresa o incredulità nei confronti di qualcuno che non ha nemmeno considerato o pensato a qualcosa. In questo caso, l’accento è sul fatto che l’idea sembra così lontana o irrilevante per la persona con cui si parla non ha neanche sfiorato questa idea.

Solitamente, come nell’esempio sopra, c’è ironia e irritazione. La frase appare anche un po’ offensiva. Volutamente offensiva direi.

L’idea non solo non le è venuta, ma non le è neanche passata vicino. Questa è l’immagine.

Se non volessi appositamente esprimere irritazione userei il verbo “considerare” o “pensare” o “credere”.

In breve, mentre “carezzare un’idea” implica una riflessione delicata sull’idea, “non ti sfiora l’idea” sottolinea l’assenza di considerazione o pensiero sull’idea.

È un modo, come detto, per esprimere una leggera critica se rivolto direttamente ad un’altra persona. Ovviamente posso anche parlare di me stesso.

Es:

Sto raccontando la mia esperienza quando sono rimasto tre ore bloccato nel traffico per colpa di un incidente:

Non sembrava niente di grave, non mi ha nemmeno sfiorato l’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Chiaramente in questo caso non esprimo irritazione ma semplicemente sto dicendo che non ho minimamente pensato a qualcosa. “Pensare minimamente/lontanamente” è molto simile, ma meno adatta per esprimere irritazione, quindi in quest’ultimo esempio andrebbe benissimo:

Non sembrava niente di grave, non ho pensato minimamente all’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Non sembrava niente di grave, non ho pensato neanche lontanamente all’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Mi raccomando, evitate di usare “sfiorare l’idea” per esprimere vicinanza con un’idea, o che state iniziando a pensare qualcosa, come accade con “accarezzare un’idea” , perché come si è visto, usandosi solamente con la negazione, è adatta solamente a esprimere lontananza.

Non dite mai quindi a una ragazza:

Ti sfiora l’idea di baciarmi?

Perché sarebbe un assist perfetto per lei, che potrebbe replicare dicendo:

Non mi sfiora proprio guarda! Anzi, sto accarezzando l’idea di mandarti a quel paese!

A proposito di baci. Ripassiamo:
Irina: Ci sono baci e baci. È risaputo che vi sono quelli d’amore e quelli d’affetto fra amici, fra figli, genitori e parenti.

Edita: Conosciamo i baci capaci di scatenare forti emozioni, ma a differenza di essi quelli che vengono percepiti semplicemente come un gesto abituale per salutarsi non fanno battere il cuore.

Zhao: Da non dimenticare poi i baci non consentiti, in tal caso, mi raccomando, mettiamo subito dei paletti.

André: negli ultimi tempi gli unici baci che mi vengono in mente sono quei cioccolatini prodotti a Perugia e non direi che si tratta di una magra consolazione.

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