Edulcorare (ep. 992)

Edulcorare (scarica audio)

Giovanni: chi di voi prende il caffè senza zucchero?Elettra: io non lo prendo proprio il caffè. Almeno non da solo. Non ancora.Giovanni: beh, tu a 17 anni ancora puoi farne a meno. Credi che lo prenderai con o senza zucchero?Elettra: credo che senza zucchero non ce la farei. È troppo amaro.Giovanni: dai, prova. L’ho fatto proprio adesso. È caldo caldo.Elettra: ok….Ah che amaro! Possibile edulcorare un po’?Giovanni: Edulcorare? Vuoi edulcorare il caffè?Elettra: Si, non mi piace così. Voglio metterci un po’ di dolcificante.Giovanni: ok, ma vuoi spendere qualche parola in più su questo verbo? Non credo che i nostri amici conoscono.Elettra: sì, va bene.Giovanni: ok, prego. Ti lascio la parola. Allora dovete sapere che Elettra ha deciso di aiutarmi con gli episodi di italiano semplicemente perché ha detto che vorrebbe una “paghetta”. Si chiama così la piccola somma di denaro che diamo periodicamente noi genitori ai figli, bambini o adolescenti, come nel caso di Elettra, affinché lei gestisca in autonoma le proprie spese.Allora ho pensato: fai un lavoretto per me, aiutami con gli episodi e se i visitatori vogliono farti un regalo, una piccola donazione, quella sarà la tua paghetta. Sennò, in alternativa, te la darò io, come sempre.Così le tue uscite con gli amici saranno meno “amare”. Possiamo dire così?Elettra: speriamo. Allora per edulcorare le mie uscite iniziamo con lo spiegare questo verbo.Edulcorare significa rendere dolce, cioè dolcificare, nel caso del caffè.Giovanni: perché? Cos’altro si può edulcorare, oltre al caffè, alle bevande eccetera? Cos’altro si può usare edulcorare?Elettra: perché questo verbo, stavolta l’ho usato in senso proprio, ma generalmente non si usa così.In genere, quando parliamo di “dolcezza” posso dire ad esempio:

Questa bevanda è stata edulcorata con aspartame o con altro dolcificante.

Con lo zucchero non si usa generalmente. Si usa zuccherare in quel caso.Invece il senso figurato è
rendere meno grave o sgradevole, quindi come attenuare.Allora posso edulcorare una notizia, posso edulcorare un fatto, possiamo cioè usare edulcorare per attenuare la gravità di un fatto, per farlo sembrare meno grave di quello che è.Magari posso farlo non dicendo alcuni particolari o dando un’interpretazione ottimistica di qualcosa che è accaduto o che è stato detto.Giovanni: facciamo qualche esempio che ne dici?Elettra: lo sento spesso usare in politica, tipo che un politico ha cercato di edulcorare una certa situazione, cercando di far sembrare meno gravi i problemi economici del paese.Quindi questo politico vuole far sembrare che le cose non vanno così male. I politici edulcorano spesso i fatti.Oppure possiamo parlare di un film, magari un film estremamente violento, così violento che così non andrebbe mai in TV.Allora la televisione fa una versione edulcorata di questo film per renderla adatta a un pubblico più giovane. Così vengono eliminate le scene più violente.Giovanni: bene, grazie mille Elettra, speriamo che la tua collaborazione duri a lungo. Allora ci vediamo al prossimo episodio. Chi vuole contribuire alla paghetta si Elettra basta indicarlo quando si fa la donazione con PayPal.Se volete potete usare il Link sul sito, altrimenti la e-mail è italianosemplicemente@gmail.com.Grazie a tutti per la generosità.Adesso ripassiamo parlando proprio di paghetta.André: Io ricordo la paghetta che mi dava mio padre, che non era molto alta. In compenso mi ha insegnato il valore dei soldi! Ho imparato anche a fissare il mio tetto di spesa. Tutto bello, fatto salvo quando dovevo tagliare l’erba d’estate, erba che cresceva in continuazione! Se ci ripenso, povero me!

Intento (ep. 991)

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Giovanni: Leggendo il titolo di questo episodio, che è “intento” molte persone non madrelingua forse diranno di sapere cosa significa. Però io non mi fido e ho chiesto ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente di fare qualche esempio. Ascoltiamo:

Natalia: Buongiorno a tutti, mi metto alla prova. Questa parola l’ho sentita ma mai usata.
“ieri ero in cucina, decisa a fare una roba che da tempo mi ero prefissata in mente: pulire il filtro della lavatrice. Mi sono rimboccata le maniche ed ero intenta a toglierlo, quando all’improvviso un getto d’acqua ha praticamente allagato la cucina. Aiuto che disastro!

Ulrike: Gianni, devo dirti una cosa. Nel mio ripasso hai cambiato quasi tutte le frasi, ora non lo riconosco più. Mi sa che non hai capito il mio intento. Se vuoi te lo spiego.

Marguerite: Studiare una lingua, quale che sia, nell’intento di poter parlare con la gente del paese.

Marcelo: Buongiorno. Piacerebbe anche a me fare l’intento di usare la parola “intento” nel modo giusto. Ci riuscirò?

Giovanni: bene, grazie a tutti per gli esempi. Allora, intanto vi spiego: “Intento” si può usare in due modi abbastanza simili. Può indicare una persona impegnata, concentrata al massimo in un’azione, oppure si usa per indicare un fine, uno scopo, soprattutto nelle forme seguenti: “con l’intento di” e “nell’intento di”, che posso sostituire con “al fine di“, “allo scopo di“, “per“. Si legge abitualmente anche “l’intento”, “il mio intento”, “il tuo intento”, eccetera. C’è qualche domanda?

Rafaela: Mi chiedo se ci sia una differenza fra i termini intento e intenzione. Sempre perseguo uno scopo no?

Giovanni: bella domanda Rafaela. “Intento” somiglia in effetti anche ad altri termini come finalità, fine, intendimento, mira, obiettivo, progetto, proponimento, proposito e anche intenzione. Quindi per rispondere alla domanda di Rafaela: sì, intenzione è un sinonimo di Intento. In fondo l’intenzione indica lo scopo da perseguire, l’obiettivo da raggiungere, come hai immaginato.

Dovete stare attenti solamente a non confondere “intento” con alcuni utilizzi del termine “tentativo“, come ha fatto Marcelo prima nella sua frase.

Questo episodio, non a caso, nasce proprio dalla sua abitudine a usare impropriamente, nelle conversazioni sul gruppo WhatsApp dell’associazione, la parola intento come sinonimo di tentativo.

Ho sopportato questo errore una volta, l’ho fatto altre due o tre volte in religioso silenzio, ma a un certo punto mi sono detto: adesso basta Marcelo! E’ giusto che tu adesso debba pagare per i tuoi reiterati errori!!

Scherzi a parte, adesso voglio commentare tutti gli esempi fatti dai membri.

Natalia ha detto di essersi rimboccata le maniche, intenta a togliere il filtro della lavatrice.

Bene, quindi Natalia era intenta a togliere il filtro per pulirlo, quindi Natalia era impegnata, era concentrata, con l’obiettivo di pulire il filtro. Vedete che i due significati di cui vi parlavo prima sono simili perché “essere intenti” significa che ci si propone di raggiungere un obiettivo, quindi si sta indicando l’intenzione, lo scopo a cui tende l’azione e il desiderio. Lo stesso scopo può chiamarsi “intento”, proprio come fa Ulrike nella sua frase.

Ulrike partecipa spesso, come avrete notato, alla composizione e registrazione di ripassi degli episodi precedenti e nella sua frase afferma che io, nel tentativo di correggere un suo ripasso, l’avrei modificato quasi completamente, tanto che ora non lo riconosce più. Ulrike ha il dubbio che io non abbia ben compreso il suo intento, cioè il suo scopo, il suo obiettivo. Evidentemente l’intento di Ulrike era esprimere un concetto diverso da quello espresso nella mia correzione. Ulrike dunque usa correttamente il termine intento, nel senso di scopo da raggiungere.

Bene, passiamo allora alla frase di Marguerite, secondo cui si studia una lingua nell’intento di poter parlare con la gente del paese.

Nell’intento di poter parlare con la gente, cioè con l’intento di riuscire a parlare con la gente, con lo scopo di comunicare con la gente, con l’obiettivo di poter parlare con la gente, per poter parlare con la gente, al fine di parlare con la gente.

Quindi anche Marguerite usa bene il termine intento, indicando l’obiettivo da raggiungere.

Fin qui tutto perfetto.

La nota dolente arriva con la frase di Marcelo, che è caduto miseramente nel mio tranello!

Vi faccio ascoltare nuovamente la frase di Marcelo:

Marcelo: Buongiorno. Piacerebbe anche a me fare l’intento di usare la parola “intento” nel modo giusto. Ci riuscirò?

Giovanni: avete sentito? Marcelo dice che gli piacerebbe fare l’intento di usare questa parola. Lui non sa che ciò che ha fatto è solamente un tentativo, vale a dire che lui ha provato a usare la parola “intento”, ma nel fare questo tentativo l’ha usata al posto di “tentativo”. Questo non si può fare se non in un caso: solo nella locuzione “nel tentativo di“. Infatti quando dico “nel tentativo di fare qualcosa”, sto indicando l’obiettivo, lo scopo. In tal caso allora posso dire “nell’intento di”, “con l’intento di”, forme che come già detto sono equivalenti a “al fine di”, “allo scopo di”, “con l’obiettivo di”.

Con l’occasione oggi abbiamo anche ripassato qualche episodio passato, quindi i membri sono esonerati da questo ulteriore compito. Ci vediamo al prossimo episodio. Non me ne voglia Marcelo per averlo preso in giro. Non era certamente questo il mio intento! Ero solo intento a non farvi annoiare!

L’aggettivo “Reticente” (ep. 990)

L’aggettivo “Reticente” (scarica audio)

Per spiegare il termine reticente, non posso certamente essere reticente, perché dovrei tacere, dovrei fare silenzio. Tacere è infatti all’origine del termine reticente.

La caratteristica di chiama reticenza.

Chi tace è reticente dunque?

Non esattamente.

Reticente significa, più precisamente, tendente a mantenere un cauto riserbo intorno a certi argomenti.

Il riserbo esprime anch’esso una tendenza a tacere o a non rivelare qualcosa, dovuta a prudenza o a un carattere abitualmente schivo.

Normalmente si usa il verbo mantenere col riserbo.

Generalmente poi è una caratteristica di una persona:

Maria si distingue per il suo riserbo

Evidentemente Maria non parla molto volentieri delle sue cose o mantiene facilmente un segreto.

Posso dire che Maria è reticente? Non esattamente. Manca un ingrediente.

Continuando a parlare del riserbo, posso anche usarlo per esprimere il fatto che su un certo argomento non voglio parlare più di tanto.

Voglio mantenere un minimo di segretezza.

Non è detto dunque che sia una mia caratteristica, che io mi distingua per il mio riserbo.

L’aggettivo “riservato” di adatta bene sia a descrivere la persona che mantiene un certo riserbo, sia l’argomento. Un argomento riservato, appunto. Ma qual è l’ingrediente che caratterizza la reticenza?

Reticente” non descrive solamente la persona che non vuole parlare granché di qualcosa.

Non si tratta, tra l’altro, necessariamente di un silenzio assoluto, ma si ha la netta sensazione che si tratti di un argomento piuttosto riservato.

Es:

Giovanni circa i suoi progetti è piuttosto reticente

Questo posso dirlo, nel senso che Giovanni non parla molto dei suoi progetti, ha cioè la tendenza a mantenere un un certo riserbo, una certa riservatezza. C’è quindi una certa elasticità nell’utilizzo.

Per capire l’ingrediente segreto vi dico che l’aggettivo reticente si usa anche per descrivere un testimone in un processo.

Un testimone si dice reticente quando mantiene il silenzio su fatti o circostanze di cui dovrebbe informare l’autorità giudiziaria.

Si usa quindi per descrivere il comportamento di una persona che che esita a dire un “certo” tipo di cose.

Potrebbe raccontare delle cose ma non lo fa.

Ricordate il termine restio? Restio è meno formale. Ma c’è almeno un’altra differenza. Sempre dell’ingrediente segreto sto parlando.

Ok vi svelo il segreto: la persona reticente non dice spesso per paura, oppure per qualche interesse personale. Sa qualcosa che potrebbe o dovrebbe dire ma non lo dice perché crede che non gli conviene. Ecco perché si usa nel linguaggio giudiziario.

Invece restio è più legato alla diffidenza, alla mancanza di fiducia. Una persona non del tutto convinta o mal disposta a cedere al volere altrui è restia a credere.

Sono restio a credere nelle tue parole

Cioè non sono convinto delle tue parole, sono diffidente, non ci credo, non ho fiducia. Si può essere restii anche quando si tratta di comportamenti da intraprendere.

Questa però è la peculiarità della reticenza: il motivo, legato alla paura o agli interessi personali.

Un’altra differenza è che restio si usa quando si ha difficoltà soprattutto a credere, non a parlare.

Anche “ricalcitrante” e “riluttante” sono più simili a restio che a reticente.

“Titubante” è un altro aggettivo simile, ma è più legato ai dubbi.

Se sono titubante, sono incerto nel prendere una decisione o nel fare una scelta. Sono indeciso, esitante; insomma non sono convinto.

Adesso vorrei che qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente mi facesse qualche esempio sull’utilizzo di tutti questi termini che ho spiegato oggi.

André (Brasile): l’attacco di Hamas a Israele, per essere spiegato è spiegato, comunque, tra spiegarlo e giustificarlo c’è di mezzo l’universo. Sono piuttosto riluttante nel credere che si troverà una soluzione a breve termine per la crise in medio oriente. detto questo, non me la sento nemmeno un po’ di mettermi in questo vespaio!

Ulrike (Germania): Avete presente quel tipo di persone che non dicono mai chiaro e senza giri di parole quello che pensano? Spesso e volentieri alludono a cose negative riferite ad amici o conoscenti comuni. Poi, se chiedete una spiegazione, di punto in bianco si mostrano reticenti e non disposti a scendere nei dettagli. Teniamoci alla larga da questi qua!

Estelle (Francia): Non vorrei stigmatizzare tutto un popolo, ma è risaputo che i francesi sono reticenti a rivelare i loro stipendi. Parlare di denaro è tabù come se guadagnare denaro fosse qualcosa di sconveniente. Questo sebbene le persone lavorino tanto. in altri paesi invece è un simbolo di riuscita personale. Vai a capire!

Erzsebet (Ungheria): Secondo il mio modesto parere l’argomento dello stipendio è molto intimo e sensibile dappertutto.
La gente non rivela volentieri l’entità del proprio reddito. Le persone sono reticenti su questo.

Marcelo (Argentina): Grazie per l’episodio! Dopo averlo letto, io mi domando e dico: perché ogni volta che i miei amici mi presentano persone di loro fiducia, anche se mi spronano e mi danno corda per parlare, io non riesco a farlo e rimango reticente, sarà riservatezza forse? Vai a capire cosa mi passa per la testa!

Dare corda, dare spago, tagliare corto

Dare corda, dare spago, tagliare corto (scarica audio)

Trascrizione

Dopo aver visto insieme “nelle corde”, dove si utilizza il plurale di “corda”, (la corda, le corde), oggi vediamo “dare corda“, dove chiaramente si utilizza il singolare. Non possiamo usare il plurale in questo caso.

Avete presente la corda, vero? Con una corda si possono fare tante cose.

È curioso perché per molti verbi che usiamo con la corda, esiste, oltre al senso proprio, quello figurato: tirare, dare, stringere, allentare, tagliare, e probabilmente anche altri verbi.

Dare corda” è l’espressione che voglio spiegarvi oggi.

Notate che non c’è l’articolo: “dare corda”, e non “dare la corda”.

Dicevo che con una corda si possono fare tante cose.

Legare ad esempio. Legare qualcosa serve a non far muovere questa cosa, e se leghiamo un animale ad esempio vogliamo limitare la sua libertà di movimento.

La corda allora si può lasciare lunga o corta, per concedere più o meno libertà di movimento. Poi si può tirare per accorciarla, per farla diventare più corta, diminuendo la libertà, oppure al contrario, si può lasciare più corda, concedendo quindi più libertà.

Si può anche dire “dare corda” per indicare questo movimento di concedere una corda più lunga per concedere una maggiore libertà di movimento. Più la corda è lunga, maggiore è lo spazio in cui ci si può spostare.

In senso figurato dare corda può allora significare incoraggiare qualcuno a parlare, spesso in modo che dica ciò che si vuole sapere, oppure può significare permettere a qualcuno di parlare senza restrizioni, anche se ciò potrebbe non essere del tutto conveniente o appropriato.

Si può usare anche riguardo alla libertà di agire, non solo di parlare, sebbene sia più raro. Potrei dire ad esempio che un marito geloso non concede troppa corda alla moglie.

Si, si può usare anche il verbo “concedere” al posto di “dare”. Stesso significato.

È un’espressione che implica sia l’incoraggiamento che la concessione di una certa libertà o spazio.

Si usa piu spesso con la negazione:

Non dargli corda

Cioè: non permettergli di continuare a parlare (o agire), non dargli la libertà di esprimersi, di dire ciò che vuole.

È lo stesso se diciamo “dare spago” a qualcuno.

D’altronde lo spago è una corda più sottile (come gli spaghetti, che tutti conoscete).

Una corda può avere infatti essere usata per sopportare degli sforzi di trazione, quindi per tirare qualcosa o anche per fare legature e imballaggi, proprio come lo spago.

Lo spago

Lo spago è in genere di colore grigio, e si usa soprattutto per gli imballaggi, per legare i pacchi.

Se è abbastanza resistente la corda si usa anche per sollevare e sostenere oggetti. Lo spago per questo non si utilizza.

Comunque dicevo che l’espressione “dare corda” è un modo di dire che significa incoraggiare, stimolare o sostenere (sempre in senso figurato) qualcuno.

Prima vi ho fatto l’esempio con la negazione perché si usa quasi sempre in frasi di in cui si invita qualcuno a non concedere troppa libertà di parola a una persona. Non bisogna usare la negazione necessariamente per questo:

Ho incontrato Giovanni ieri. Il mio errore è stato dargli corda. Da quel momento ha iniziato a parlare e ha smesso due ore dopo.

Quindi ho dato la possibilità a Giovanni di parlare, di dire delle cose; magari ho mostrato interesse a ciò che diceva. L’espressione “attaccare il pippone” l’abbiamo già spiegata, ma possiamo usarla negli stessi contesti.

Se qualcuno ti attacca il pippone, probabilmente gli hai dato troppa corda.

Dare corda può somigliare anche a dare confidenza, cioè a concedere una certa confidenza a una persona che si sentirebbe autorizzata a parlare perché qualcuno sembra interessato ad ascoltare.

Non dare corda, d’altro canto può somigliare a non dare comfidenza, e questo potrebbe essere indelicato. Ad un certo punto una persona potrebbe stancarsi e decidere di tagliare corto.

Se una persona “taglia corto” significa che interrompe una conversazione in modo brusco e improvviso, senza concluderla o senza dare spiegazioni dettagliate. In pratica, smette di partecipare o termina una situazione rapidamente e senza tanti fronzoli.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me.

Io taglio corto quando ho fretta

Non darle corda, è logorroica!

Io non do mai corda a nessuno.

Io taglio sempre corto se qualcuno mi attacca il pippone

Non devi dar corda agli uomini, sei troppo carina!

Dagli meno spago e taglia corto se insiste

Tagliare corto non è molto educato

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Nelle corde

Nelle corde (scarica audio)

Trascrizione

Come fare per esprimere in modo non offensivo che una persona non è capace a fare qualcosa?

Una possibilità è questa: “Non è nelle tue corde”.

Es:

Mia sorella è una brava artista, ma la matematica non è nelle sue corde.

Il mio amico è molto timido, parlare in pubblico non è nelle sue corde.

Lavoro nel settore della tecnologia. Ho provato a lavorare nell’agricoltura, come mio padre, ma gestire una fattoria e degli animali non è assolutamente nelle mie corde.

Si può usare anche senza negazione però:

La Roma secondo me può vincere lo scudetto quest’anno. Credo sia nelle sue corde.

Che è come dire: credo ce la possa fare, credo abbia le capacità necessarie, credo possa riuscirci. Parliamo di possibilità, capacità innate, predisposizione.

Un altro esempio:

Uno scrittore deve saper scrivere di tutto ma meglio che si occupi di ciò che è più nelle sue corde.

Cosa vuoi fare da grande? Cosa senti di avere più nelle tue corde?

Similmente potrei dire: dove sei più bravo? Cosa ti viene meglio? In quale ambito credi di avere le maggiori capacità? Dove hai più possibilità di emergere?

Quando si usa l’espressione “nelle corde” , si fa riferimento dunque a qualcosa che riguarda le abilità, le competenze o le inclinazioni naturali di una persona, come se fosse una melodia che può essere eseguita con facilità perché è nelle capacità di quella persona, proprio come un musicista suona le corde di uno strumento in modo competente.

Quindi, l’uso del termine “corde” è una metafora per rappresentare le abilità o le competenze personali.

Le mie corde possono riuscire a suonare questa melodia?

Di solito si usa il verbo essere:

Suonare non è nelle mie corde

Ma a volte si utilizza anche il verbo avere:

Non ho nelle mie corde la matematica.

Ad ogni modo, è un modo molto elegante per esprimere le abilità naturali di una persona o l’assenza di queste capacità.

Molto meglio che dire:

Gianni non è proprio capace a insegnare!

Sei proprio negato nella matematica.

Vi ricordo che esiste anche “essere portati per esprimere le competenze naturali, le predisposizioni, ma quella di oggi può avere persino un utilizzo più ampio.

Infatti parlando di materie o mestieri, essere portati o non essere portati in qualcosa è adattissima come modalità:

Sono molto portato in matematica

Non sono portato per questo mestiere

Invece posso usare “le corde”, sebbene più raramente, anche per esprimere semplici preferenze del momento, quando crediamo che qualche attività sarà più facile nell’esecuzione o per qualche motivo ci verrà bene, oppure il contrario, se non ce la sentiamo in quel momento di fare qualche cosa perché sappiamo o sentiamo che non riusciremo a farla bene.

Es:

Meglio che oggi non provi a battere il record. Non lo sento tra le mie corde. Magari domani.

L’uso principale comunque è quello di esprimere una propensione, inclinazione naturale verso determinate attività o situazioni, oppure, al contrario, la mancata propensione.

Facciamo adesso un piccolo esercizio di ripetizione:

Dovrei cantare? Lascia stare, non è proprio tra le mie corde.

Le lingue straniere pare siano nelle tue corde, quindi perché non ti iscrivi alla facoltà di lingue?

Occuparti di bambini non è tra le tue corde. Meglio che cerchi un lavoro come cameriere e non come baby sitter.

Non voglio lucenziarla dott. Rossi, solo farle considerare l’opportunità di occuparsi d’altro. La contabilità non sembra essere tra le sue corde.

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Maternità e paternità (ep. 988)

Maternità e paternità (scarica audio)

foto dal museo delle civiltà a Roma
Un’immagine rappresentante la maternità – museo delle civiltà di Roma

Trascrizione

Chi di voi, oltre ad essere figlio o figlia, è anche madre o padre?

L’argomento di oggi è proprio il concetto di maternità e paternità. Sapete la differenza? Certo… è evidente, ma ne esiste anche un’altra meno evidente.

Infatti mentre la maternità ha sempre a che fare con il fatto di essere madre e quindi con i figli, non è lo stesso per la paternità.

Il termine paternità, se da una parte indica il rapporto di parentela che unisce il padre al figlio (o figlia), sul piano sia affettivo che giuridico, dall’altra può indicare anche l’appartenenza di qualcosa.

Ad esempio, se io sono l’autore di un libro, posso dire che ho la paternità di quel libro. Sono io l’autore del libro. Badate bene, non significa che il libro è mio nel senso che appartiene a me (perché l’ho acquistato) ma che l’ho scritto io.

Lo stesso vale per qualunque opera, nel senso più ampio del termine.

Es:

la paternità di quest’opera è incerta, il che significa che l’autore non è sicuro, non si sa chi ha realizzato quest’opera.

Non posso usare “maternità” allo stesso modo.

Anche una semplice idea può avere una paternità:

Allora anziché dire: di chi è stata l’idea? Si può dire: “a chi appartiene la paternità dell’idea?”

Dei verbi che si usano spesso con questa particolare tipologia di paternità sono: appartenere, assumere, detenere e rivendicare. Non sono gli unici però come vedremo tra poco.

Questi verbi possono essere utilizzati ad esempio in riferimento ai diritti di autore e alla proprietà intellettuale. La proprietà intellettuale è un concetto legale che si riferisce alla protezione giuridica dei diritti legati a opere creative, invenzioni e idee.

La paternità comunque può non solo rispondere alla domanda: “chi è l’autore?”, ma anche più genericamente “chi è stato?”. Possiamo parlare di diritti ma anche di responsabilità.

Vediamo alcuni esempi:

L’autore ha rivendicato la paternità del romanzo bestseller.
Il regista discuteva della paternità dell’idea alla base del film durante un’intervista.
L’inventore vantava la paternità di una nuova tecnologia rivoluzionaria.
L’artista ha affermato la paternità dell’opera d’arte esposta nella galleria.

Il compositore ha confermato la paternità della colonna sonora dell’ultimo film.
L’ingegnere ha documentato la paternità del progetto di costruzione.
Il designer si è fregiato della paternità del nuovo logo aziendale.
Il creatore del videogioco ha difeso la paternità del gameplay innovativo.
L’autore dell’articolo ha discusso la paternità delle idee presentate.
Il produttore musicale ha condiviso la paternità del successo della canzone popolare.

In questi esempi, la parola “paternità” è utilizzata per indicare il possesso o il riconoscimento di una creazione o di un’opera.

Dicevo prima che “chi è stato?” può essere una seconda domanda legata al concetto di paternità. Parliamo di responsabilità e non di diritti.

Es:

La polizia sta indagando sulla paternità del delitto.

L’espressione “paternità del delitto” è utilizzata per riferirsi alla responsabilità o all’attribuzione di un crimine a una persona. Nella lingua comune e nel sistema giuridico, la “paternità del delitto” significa che una persona è considerata responsabile di aver commesso un reato specifico.

Quando, più in generale, qualcuno ha fatto qualcosa e questo comporta onori o oneri, possiamo parlare di paternità.

Es. Ascoltiamo questo dialogo tra Giovanni, uno studente un po’ birichino, e la preside di una scuola, interpretata da Danielle, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Preside: Chi ha fatto il gesto delle corna alla professoressa di italiano per aver assegnato il compito di grammatica? Qualcuno rivendica la paternità del gesto? Giovanni, sei stato tu? È tua la paternità?

Giovanni: No signora preside, non sono stato io! Lo giuro sul libro di grammatica!

Preside: sicuro? Non sei forse tu l’autore delle Sette regole d’oro di Italiano Semplicemente in cui non apprezzi lo studio della grammatica?

Giovanni: Si signora preside, rivendico la paternità delle sette regole d’oro ma…

Preside: allora ti attribuisco la paternità del gesto. Per punizione farai 1000 esercizi grammaticali.

Adesso ripassiamo parlando di responsabilità. Non è mica facile trovare gente capace di assumersi la responsabilità, vero?

Ulrike: Vi è gente che spesso e volentieri fa lo gnorri quando si presenta un problema da risolvere. Ho ben presente anche quelli avvezzati e abili nell’inventare pretesti di tutti i colori per restare lontano dal gioco. Lodiamo quei pochi sempre disposti ad assumersi la responsabilità di dare una mano ovunque ce ne sia bisogno.

Marcelo: Ogni volta che prendo un lavoro nuovo, lo faccio con responsabilità, assumendomi la paternità degli errori (nel caso), valutando i pro ed i contro con tutti gli annessi e connessi, e durante l’esecuzione mi adopero per dare il meglio di me. Non mi piace il pressapochismo e ho una massima che guida il mio lavoro, cioè: fare bene fin dall’inizio!

Andrè: io invece mi sono assunto la responsabilità di quasi tutte le procedure della mia azienda, sia quelle burocratiche che quelle organizzative e ho insistito in questo modello di amministrazione fino all’anno scorso, quando sono accadute un sacco di cose che mi hanno fatto rivedere il significato della vita! Oggi mi vedo costretto a confessare che spesso il modello fa acqua da tutte le parti! Attualmente sto valutando delle proposte, che se verranno suffragate dai miei soci attraverso prove convincenti potranno sortire diversi effetti positivi e rendere la mia vita molto più dolce! Non vedo l’ora di metterle in pratica!

Desiderare, bramare o agognare?

Desiderare, bramare o agognare? (scarica audio)

Trascrizione

In un episodio di qualche tempo fa ci siamo occupati dei desideri. 

In quell’occasione si è parlato anche dei verbi bramare e agognare, due modi per esprimere dei forti desideri.

In questo episodio voglio solo ricordarvi queste due modalità di esprimere i propri desideri, aggiungendo una piccola cosa che vi aiuta a usarli nel modo giusto.

Vi faccio prima alcuni esempi per ciascuno dei verbi. Vi invito a ripeterli dopo averli ascoltati.

Dopo tanti anni di studio, ha finalmente ottenuto quel premio agognato.

Il viaggio in Giappone era il suo sogno agognato sin da quando era bambino.

Con agognare descriviamo sempre qualcosa che è stato fortemente desiderato. Ascoltate e ripetete.

Lui bramava vendetta contro coloro che gli avevano fatto del male.

Dopo giorni di digiuno, iniziò a bramare un pasto abbondante.

Bramo il successo professionale più di ogni altra cosa nella mia vita.

Dopo anni di prigionia, bramava la libertà come mai prima.

Dopo l’ingiustizia subita, bramava con rabbia una giustizia che sembrava irraggiungibile.

Gli esempi mostrano come “bramare” possa essere usato in diversi contesti per esprimere desideri intensi, ardenti e profondi, tuttavia è da preferire a agognare quando vogliamo esprimere desideri negativi o insoddisfazione. Spesso la Bramosia (così si chiama questo desiderio esagerato) è associata alla rabbia, alla vendetta o al desiderio smodato di successo e denaro o potere.

Agognare” invece è più spesso associato a desideri positivi e aspirazioni.

La bramosia esprime in generale un desiderio intenso e impellente per qualcosa.

Questa forte e incontrollabile voglia di qualcosa, come cibo, piacere fisico o soddisfazione di un desiderio, è però spesso associata a desideri negativi e insoddisfazione.

Al prossimo episodio di italiano semplicemente.

PS: Dai un’occhiata, se vuoi, anche all’aggettivo “sospirato” e al verbo “anelare

Vaffancina (ep. 987)

Vaffancina (scarica audio)

Trascrizione

Le parolacce italiane hanno sempre un certo fascino.

Oggi voglio parlarvi di alcune parolacce, ma voglio farlo sia usando un modo più o meno informale, sia un linguaggio più formale. Così, tanto per divertirci.

Cominciamo con il mio consueto linguaggio.

Una delle parolacce più note, neanche a dirlo, è “Vaffanculo“, che letteralmente è un invito, una esortazione ad avere un rapporto anale (immagino in modo passivo). In teoria si invita ad andare in un luogo (anche detto “quel paese”).

Infatti si usa, che ve lo dico a fare, come un’esortazione ad andarsene genericamente e a non disturbare.

Molto maleducata e sgarbata, chiaramente, come esortazione. È, possiamo dire, una formula finale, perché dopo un “vaffa” può esserci solo un altro “vaffa” o termini equivalenti.

Non tutti però hanno voglia di dire parolacce, e tantomeno di impararle.

Vi propongo un’escamotage, perché ci sono alcune varianti interessanti che possono usarsi se non si desidera scadere nella volgarità.

L’utilità sta nel fatto che, anche se non li usiamo noi, almeno saremo in grado di capire se li usa qualcun altro.

Tra l’altro queste varianti, allegerendo il tono dell’invito, si possono usare anche in situazioni diverse da quella dal termine da cui derivano.

A volte non è neanche un invito ma solo un’espressione che manifesta malumore.

Intendo situazioni meno gravi, dove non si arriva necessariamente ai ferri corti con qualcuno, ma si può esprimere un semplice dissenso “colorato” o al limite una incredulità.

Sempre di linguaggio informale parliamo però. Beninteso.

Una delle varianti è “vaffancina“, un’altra è “vaffanbagno” (che sarebbe vai a fare il bagno).

Queste sono le più usate, poi vale la pena ci citare anche “Vaffanl’ovo” e “Vaffanbrodo” che sarebbe come dire “vai a fare l’uovo” e “vai a fare il brodo”.

Che fantasia eh?

Vi potete sbizzarrire comunque a inventarne altre.

C’entra qualcosa la CINA quando si dice vaffancina?

Voglio tranquillizzare i cinesi. Non c’entra nulla la Cina. A noi italiani ci piace solo fare varianti divertenti e curiose.

Vediamo qualche esempio.

Mi sto lamentando con un collega perché la posta elettronica non mi funziona da due giorni.

Questa posta elettronica non vuole proprio funzionare Vaffancina, chissà che problemi ci sono!

Vedete che la mia è solo un’esclamazione per manifestare in modo colorito il mio malumore. Abbastanza simile, sarebbe qualcosa come “porca miseria” o “porca miseriaccia”, “accidenti“, “accidentaccio”. Eccetera.

Oppure:

Sto a dieta da una settimana, quella che mi hai consigliato tu, e… indovina un po’? Ho perso solo 25 grammi! Vaffancina a te e alla dieta miracolosa!

Stavolta ci sono andato un po’ più pesante, perché l’invito è rivolto direttamente a te, seppure in compagnia dalla dieta 🙂

Ultimo esempio:

Domanda: Allora? Che ha fatto la Roma ieri? Ha vinto?

Risposta: ma vaffancina va! Lo sai bene che ha perso!

Bene, spero solo che adesso non userete queste nuove parole con me.

Vedremo…

Adesso ripassiamo qualche episodio passato ma prima ecco il testo riscritto in un linguaggio formale. Laddove possibile userò parole più consone ad un linguaggio forbito.

Le espressioni linguistiche italiane dal contenuto inappropriato esibiscono invariabilmente una sorta di affascino.

Tra le più riconoscibili, senza necessità di ulteriori precisazioni, si annovera l’invito a andare a farsi benedire nel modo più volgare possibile, che, in senso letterale, rappresenta un invito o una sollecitazione a intraprendere un atto sessuale di natura anale, implicitamente di natura passiva.

In linea teorica, questo invito allude ad una direzione geografica, spesso identificata come “quel paese.

In pratica, tuttavia, si fa un uso comune di questa espressione per invitare una persona a allontanarsi genericamente o a cessare di disturbare.

Si tratta, inequivocabilmente, di una modalità di espressione profondamente maleducata e sgarbata. È inoltre incontestabilmente una formula di chiusura, in quanto solo un “Vaffa” segue ad un altro “vaffa” o, al limite, altri termini di pari volgarità.

Purtuttavia, non tutti condividono il desiderio di fare uso di termini scurrili, né di impararli. Tantomeno da parte mia c’è quello di insegnarlo a voi.

Propongo tuttavia un artificio, poiché esistono alcune varianti interessanti, che consentono di evitare l’uso di volgarità.

La loro utilità risiede nel fatto che, sebbene non si adoperino personalmente, si è in grado di comprenderle qualora siano impiegate da altri.

Inoltre, queste varianti possono essere utilizzate in situazioni differenti rispetto all’originale.

In alcuni casi, tali termini sostitutivi non costituiscono nemmeno un invito, ma rappresentano semplicemente un’espressione di malcontento.

Possono usarsi anche in situazioni meno gravi, in cui non è necessario intraprendere un conflitto diretto con chicchessia, ma in cui è possibile esprimere un dissenso “colorato” o un senso di incredulità.

Va comunque precisato che si tratta sempre di un linguaggio informale.

Una delle suddette varianti è “vaffancina“, un’altra è “vaffanbagno” (un invito a fare il bagno). Queste due sono le varianti più comuni, ma è possibile inventarne di ulteriori a proprio piacimento.

Per quanto riguarda la domanda se “vaffancina” abbia qualche legame con la Cina, è opportuno rassicurare che non esiste alcuna correlazione tra la parola e il paese asiatico. Gli italiani spesso creano queste varianti in modo creativo e giocoso.

Ecco alcuni esempi:

Mi sto lamentando con un collega riguardo al fatto che la mia posta elettronica sembra fare le bizze da due giorni:

Questo servizio di posta elettronica sembra completamente inattivo, chissà dove risiede la causa. Vaffancina!

In questo contesto, la mia espressione rappresenta semplicemente un modo colorito per esprimere il mio disagio, in modo simile a espressioni come “per l’amor del cielo” o “non ci posso credere”.

Un altro esempio:

Ho seguito una dieta raccomandatami da te per una settimana, e prova a supporre un po’ cosa può essere accaduto? Ho perso solo 25 grammi!

La tua dieta che definivi miracolosa si è rivelata un vero flop. Vaffancina!

In questo caso, l’invito colorito è rivolto a te, anche se coinvolge parimenti la dieta.

Un altro esempio:

Domanda: “Allora, com’è andata ieri la Roma? Hanno vinto?”

Risposta: “Ma figurati! Sai benissimo che hanno perso!” Vaffancina va!

Spero sinceramente che in futuro non si faccia uso di queste nuove parole rivolgendole contro il sottoscritto. Sarebbe quantomeno irriconocscente nei miei confronti!

Per favore, adesso procediamo con il consueto ripasso.

Marcelo: Guarda, io non faccio uso di parolacce. Al massimo potrebbe scapparmene una senza volerlo. Che so, avete presente quando sbattete il mignolo del piede in uno spigolo?

L’anticamera del cervello (ep. 986)

L’anticamera del cervello (scarica audio)

anticamera del cervello

Trascrizione
Dopo avervi spiegato l’espressione “carezzare un’idea” e “sfiorare un’idea“, a questo punto devo necessariamente parlarvi dell’anticamera del cervello.

Il termine “anticamera” va spiegato.

Ve lo spiego.

Un’anticamera è una stanza o uno spazio che precede un ambiente principale, come una camera, appunto, o una sala.

È generalmente più piccola dell’ambiente che viene dopo.

L’anticamera si trova quindi in un punto precedente rispetto alla camera. Per entrare nella camera bisogna per forza passare per l’anticamera.

È un termine che si usa moltissimo in senso figurato. Continuiamo a parlare di idee.

Pensate adesso alla Camera come alla mente umana.

Chiaramente il nostro cervello non ha nessuna anticamera, ma pensiamo, per capire questa espressione, ad un pensiero, che anziché entrare nella mente ed essere elaborato, passa per l’anticamera e poi si ferma, oppure non passa neanche per l’anticamera del cervello.

Quindi, quando un pensiero non passa neanche nell’anticamera del cervello, è chiaro che è lontano dalla mente.

Allora se io dico ad esempio:

Non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello di avvisarmi quando hai un problema?

Vuol dire che sono arrabbiato perché tu hai avuto un problema e non mi hai avvisato.

Si usa il verbo passare.

È come dire: non hai neanche lontanamente pensato di avvisarmi; non ti è proprio venuto in mente questo.

Il pensiero di chiamarmi per avvisarmi non ti ha neanche sfiorato, potrei dirti.

Se però sono arrabbiato, usare l’espressione di oggi è più appropriato.

Si usa sempre e solo in espressioni negative, proprio come “sfiorare un’idea”; dunque generalmente anche questa espressione esprime irritazione e lontananza da un’idea. Qualcosa è lontanissima dalle intenzioni di qualcuno.

Al governo non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di ridurre le tasse sulla Benzina.

Cioè:

Al governo non ha nemmeno sfiorato l’idea di ridurre le tasse sulla Benzina.

Evidentemente anche qui sono abbastanza irritato. Sono irritato perché le intenzioni del governo non sono assolutamente quelle di ridurre queste tasse.

Quante volte avete sentito qualcuno dire:

È vero, l’ho letto su internet!

La prossima volta avete la risposta pronta:

Scusami, ma non ti passa neanche per l’anticamera del cervello l’idea che non tutto quel che viene pubblicato sui social sia vero?

In uno dei prossimi episodi vediamo meglio il senso figurato di “anticamera“, che si usa in tante situazioni diverse. Per ora facciamo un ripassino dedicato al’amicizia.

Danielle: Chi sono i veri amici? Di sicuro non sono quelli che cercano di ingraziarsi con te. Anzi, sono quelli che ti fanno notare i tuoi errori, ogni tanto persino spiattellandoti la verità in faccia, se ne hai bisogno…

Estelle: Secondo me i veri amici sono quelli che puoi chiamare per chiedere aiuto qualunque sia la situazione. È una relazione sincera e senza filtro. Sono persone sulle quali puoi contare anche dopo una lunga assenza.
Spesso non ci si vede da illo tempore, vuoi per percorso di vita, vuoi per imprevisti che accadono. Poi ci ritroviamo, magari per caso, e tutto si svolge come se ci fossimo lasciati il giorno prima.

Marcelo: Ogni volta che penso all’amicizia, mi chiedo se esiste un problema la cui entità possa rompere anche l’amicizia più solida. Preferisco però restare col dubbio.

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Sfiorare l’idea (ep. 985)

Non ti sfiora l'idea?

Sfiorare l’idea (scarica audio)

Trascrizione

L’espressione “carezzare un’idea“, che vi ho spiegato nell’ultimo episodio, potrebbe sembrare equivalente a “sfiorare un’idea”.

L’equivoco potrebbe nascere dal fatto che accarezzare e sfiorare sono verbi abbastanza vicini.

In realtà si tratta di due verbi che si usano raramente uno al posto dell’altro quando si parla di idee.

Carezzare un’idea” significa come detto riflettere o considerare attentamente un’idea, generalmente con interesse o curiosità, ma senza impegnarsi completamente in essa.

Sfiorare un’idea si utilizza esclusivamente in frasi negative. Es:

Ragazzo: Ciao, usciamo insieme stasera?

Ragazza: No grazie! Ho da fare stasera.

Ragazzo: Sicura? Guarda che io potrei non chiedertelo più!

Ragazza: Ah, ma non ti sfiora l’idea che tu a me non piaccia?

Dire: “non ti sfiora l’idea…” è un modo di esprimere sorpresa o incredulità nei confronti di qualcuno che non ha nemmeno considerato o pensato a qualcosa. In questo caso, l’accento è sul fatto che l’idea sembra così lontana o irrilevante per la persona con cui si parla non ha neanche sfiorato questa idea.

Solitamente, come nell’esempio sopra, c’è ironia e irritazione. La frase appare anche un po’ offensiva. Volutamente offensiva direi.

L’idea non solo non le è venuta, ma non le è neanche passata vicino. Questa è l’immagine.

Se non volessi appositamente esprimere irritazione userei il verbo “considerare” o “pensare” o “credere”.

In breve, mentre “carezzare un’idea” implica una riflessione delicata sull’idea, “non ti sfiora l’idea” sottolinea l’assenza di considerazione o pensiero sull’idea.

È un modo, come detto, per esprimere una leggera critica se rivolto direttamente ad un’altra persona. Ovviamente posso anche parlare di me stesso.

Es:

Sto raccontando la mia esperienza quando sono rimasto tre ore bloccato nel traffico per colpa di un incidente:

Non sembrava niente di grave, non mi ha nemmeno sfiorato l’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Chiaramente in questo caso non esprimo irritazione ma semplicemente sto dicendo che non ho minimamente pensato a qualcosa. “Pensare minimamente/lontanamente” è molto simile, ma meno adatta per esprimere irritazione, quindi in quest’ultimo esempio andrebbe benissimo:

Non sembrava niente di grave, non ho pensato minimamente all’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Non sembrava niente di grave, non ho pensato neanche lontanamente all’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Mi raccomando, evitate di usare “sfiorare l’idea” per esprimere vicinanza con un’idea, o che state iniziando a pensare qualcosa, come accade con “accarezzare un’idea” , perché come si è visto, usandosi solamente con la negazione, è adatta solamente a esprimere lontananza.

Non dite mai quindi a una ragazza:

Ti sfiora l’idea di baciarmi?

Perché sarebbe un assist perfetto per lei, che potrebbe replicare dicendo:

Non mi sfiora proprio guarda! Anzi, sto accarezzando l’idea di mandarti a quel paese!

A proposito di baci. Ripassiamo:
Irina: Ci sono baci e baci. È risaputo che vi sono quelli d’amore e quelli d’affetto fra amici, fra figli, genitori e parenti.

Edita: Conosciamo i baci capaci di scatenare forti emozioni, ma a differenza di essi quelli che vengono percepiti semplicemente come un gesto abituale per salutarsi non fanno battere il cuore.

Zhao: Da non dimenticare poi i baci non consentiti, in tal caso, mi raccomando, mettiamo subito dei paletti.

André: negli ultimi tempi gli unici baci che mi vengono in mente sono quei cioccolatini prodotti a Perugia e non direi che si tratta di una magra consolazione.

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Carezzare un’idea (ep. 984)

Carezzare un’idea (scarica audio)

accarezzare un'ideaTrascrizione

Conoscete l’espressione carezzare un’idea? Avete mai provato ad accarezzare un’idea? Che sensazione si prova?

Molto romantica questa espressione vero?

es:

Sapete una cosa? Comincio a carezzare l’idea di cambiare casa.

Dopo due anni di lavoro alle dipendenze di un ristoratore, comincio a carezzare l’idea di aprire un ristorante tutto mio.

Da un po’ di tempo sto iniziando a carezzare l’idea di comprare una macchina elettrica

Questa espressione è chiaramente da intendere in modo figurato. Significa pensare o riflettere su un’idea in modo gentile e approfondito, senza necessariamente prendere una decisione o agire su di essa. È come se stessi accarezzando mentalmente l’idea, esplorandola con cura prima di decidere se sia valida o meriti ulteriori considerazioni.

Ma perché carezzare? Carezzare significa accarezzare, sfiorare leggermente, toccare con grazia, quindi graziosamente, coccolare, lambire.

Questo nell’uso proprio. Per quanto riguarda il verbo sfiorare farò un approfondimento nel prossimo episodio.

Con carezzare c’è l’idea del tocco leggero, delicato, e infatti è come se tu stessi delicatamente esplorando l’idea, senza impegnarti completamente in essa finché non hai una comprensione migliore o hai deciso se sia valida o meno. È una metafora per un’approfondita contemplazione di un’idea. Dunque non è esattamente come dire di stare pensando seriamente di fare qualcosa.

Forse un giorno prenderai una decisione. Adesso non prendi impegni.

Si tratta di un’idea generalmente “positiva”, nel senso che è qualcosa che ti stuzzica. Qualcosa di stuzzicante.

Avere una mezz’idea”, espressione più nota, non è esattamente la stessa cosa, perché manca l’elemento stuzzicante, intrigante. C’è invece insicurezza, titubanza.

Di solito quando si accarezza un’idea si sta riflettendo su un’idea in modo positivo o almeno con interesse. È un modo di dire che suggerisce un’apertura mentale nei confronti di un’idea intrigante o stimolante.

Tuttavia, potrebbe anche essere utilizzata in contesti in cui si sta esaminando un’idea per comprendere meglio i suoi aspetti positivi o negativi prima di prendere una decisione definitiva.

In generale, “carezzare un’idea” si riferisce a un’attitudine aperta e curiosa nei confronti dell’idea stessa.

Potrò sembrare ripetitivo, ma ho certato di usare parole diverse nello spiegare lo stesso concetto.

A proposito di idee. Vogliamo fare qualche frase di ripasso?

Carmen: Ultimamente mi sono ingrassata un po’. Ora ho una mezz’idea di fare una dieta. Mio marito mi ha dato della matta. Ha detto che è un’idea peregrina e ha aggiunto: hai presente come hai sgarrato in tutte le tue diete precedenti in men che non si dica? Vabbè – ha ragione lui – ho detto io, è un’idea che lascia il tempo che trova. Ma come si fa a mantenere il peso forma, limitandosi allo stretto necessario? Chiedo lumi.

marcelo

Marcelo: Mi è piaciuta molto l’idea d’iniziare lo studio d’italiano durante la pandemia, e con IS è diventato un chiodo fisso. Ogni mattina mi alzo di buonora e la prima cosa che faccio è precipitarmi sul gruppo WhatsApp per vedere le novità. Ma io mi domando e dico: sarà stata una buona idea? Vabbè, Pazienza! Ormai la frittata è fatta!

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L’entità (ep. 983)

L’entità (scarica audio)

Entità soprannaturale – museo delle civiltà di Roma

Trascrizione

Questo di oggi è un termine veramente interessante, utilissimo per incrementare il vostro vocabolario, perché si può usare in tante occasioni diverse.

Si tratta di: entità.

Entità, con l’accento sulla ultima lettera, può esservi utile soprattutto perché vi permette di fare una bella figura se la usate con un italiano.

Non è obbligatorio usarla perché può essere sostituita con parole a voi non madrelingua molto più familiari, ma usarla dà un tocco di professionalità e di eleganza alla frase.

Ad esempio, si usa per indicare una quantità o una cifra o un certo livello.

Es.

Se un amico vi racconta che ha fatto un incidente e ha avuto danni all’automobile, puoi chiedere:

Quanti danni?

A quanto ammontano i danni?

Quanti danni ti hanno fatto?

Quanti soldi dovrai spendere?

Oppure:

Qual è l’entità dei danni?

Hai subito danni? Di quale entità?

Lui potrebbe rispondere:

Non molti danni.

I danni non sono molti.

La macchina non ha subito grandi danni.

Oppure:

L’entità dei danni subiti non è molto alta.

Secondo esempio. Una partita di calcio sta terminando. Siamo vicini al novantesimo minuto.

Posso chiedere:

Quanto tempo recupererà l’arbitro?

Di quanti minuti sarà il recupero?

Quanti minuti di recupero ci saranno?

A quanto ammontano i minuti di recupero?

Oppure:

Quale sarà l’entità del recupero?

Terzo esempio:

Il governo sta facendo una legge per tagliare le tasse.

Si potrebbe chiedere:

Quanto saranno tagliate le tasse?

A quanto ammonterâ la diminuzione delle tasse?

Di quanto verranno tagliate le tasse?

Oppure:

Quale sarà l’entità del taglio?

Possibili risposte:

Non si conosce la percentuale di diminuzione delle tasse

Ancora non è noto l’ammontare della diminuzione.

Oppure:

Non è ancora nota l’entità della diminuzione o del taglio.

Oppure:

Non si conosce l’entità della detassazione

Come avete notato, può essere utilizzata in molte situazioni diverse per aggiungere un tocco di raffinatezza alla vostra comunicazione.

Analogamente si può parlare ad esempio dell’entità di un infortunio subito da un calciatore per indicare la gravità, l’importanza dell’infortunio.

Oppure parliamo ad esempio di crimini di lieve entità, cioè lieve importanza, lieve gravità.

Oppure si può parlare dell’entità di un rimborso per spese sanitarie, dell’entità di un problema.

Eccetera.

Un secondo modo per usare il termine entità è quando parliamo di qualcosa di astratto, di generico o di poco conosciuto. È simile al termine “essere” o “creatura“, o anche “ente”, “organismo”.

Quando si parla di extraterrestri, ad esempio, si potrebbe dire:

La scienza sostiene l’esistenza di entità extraterrestri, ma non abbiamo prove concrete

Il progetto di legge propone l’istituzione di un’entità governativa dedicata alla protezione dell’ambiente

L’entità spirituale che guida la nostra vita è un mistero che molti cercano di comprendere.

Un angelo è spesso raffigurato come un’entità celestiale con le ali.

Un fantasma è un’entità misteriosa spesso associata al soprannaturale.

Il suolo è un’entità vivente molto complessa

Ogni coppia è composta da due entità distinte che si incontrano.

Eccetera.

In questi esempi si capisce il senso astratto, poco specifico del termine.

Bene adesso potete valutare l’entità dell’importanza da attribuire a questo termine e della sua utilità nella vita quotidiana.

Per ripassare, parlatemi della cosa più bella o interessante o importante che avete imparato recentemente della lingua italiana.

Marcelo: difficile mettere sul piatto tutto ciò che di bello abbiamo imparato. I proverbi italiani sono particolarmente graditi e in special modo mi piace fare il confronto con la mia lingua madre. Così facendo posso unire l’utile al dilettevole!

Irina: Devo ammettere che quando parlo con persone madrelingua, sento molto la mancanza della grammatica. Parlando a tu per tu,
ogni due per tre mi trovo ad andare a tentoni senza le regole grammaticali. Pertanto recentemente a scanso di equivoci ho deciso di fare un corso di grammatica, che ho scoperto essere straordinariamente logica ed elegante. Di punto in bianco tutta la bellezza della lingua italiana ha cominciato a riaffiorare. Dopo il corso, devo solo munirmi di pazienza e attendere un miglioramento.

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Concorrere – VERBI PROFESSIONALI (n. 89)

Il verbo “concorrere”

Descrizione:

Vediamo il verbo concorrere. Lo sapete usare? Cosa ha a che fare con il verbo correre?

Qualche legame in realtà ce l’ha, infatti concorrere significa “correre insieme”. Ma in che senso? Insieme a chi?

. Durata: 08:17

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Percepire – VERBI PROFESSIONALI (n. 88)

Il verbo “percepire”

Descrizione: vediamo il verbo percepire. Il verbo “percepire”, a seconda del contesto, è simile a verbi come “sentire”, “comprendere”, “riconoscere”, “avvertire”, ma anche a “ricevere,” “ottenere,” e “guadagnare”.

Durata: 12:35

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Rifare e rifarsi

Rifare e rifarsi (scarica audio)

Video

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Trascrizione

Rifare e rifarsi. Vediamo i diversi significati:

1) fare per la seconda volta
2) far tornare il sollievo
3) vincere dopo aver perso
4) operazione estetica
5) ricreare una situazione positiva
6) rimborsare
7) proporsi nuovamente
8) sistemare

Ascoltare i seguenti esempi di utilizzo dei verbi rifare e rifarsi.

1. Ho bruciato la cena, quindi devo rifarla. (I burned dinner, so I have to redo it)
2. Dopo aver mangiato quella schifezza devo rifarmi la bocca. Dammi una Caramella! (After eating that garbage, I need to cleanse by palate)
3. Bravo, hai vinto tu. Cercherò di rifarmi nella rivincita (Well done, you won. I’ll try to make up for it in the rematch)
4. Dopo il suo fallimento iniziale, ha lavorato sodo per rifarsi e avere successo (After his initial failure, he worked hard to bounce back and succeed)
5. È difficile rifarsi dopo una delusione, ma è importante perseverare (It’s tough to find satisfaction after a disappointment, but it’s important to persevere)
6. Dopo aver sbagliato la prima volta, ho rifatto l’esercizio fino a farlo correttamente (After getting it wrong the first time, I redid the exercise until I got it right)
7. Guarda quella donna. È completamente rifatta. Si è rifatta le labbra, gli zigomi e persino le sopracciglia (look at that woman, She’s had a lot of work done. She got her lips, cheeks, and even her eyebrows redone)
8. Rifarsi la bocca con un caffè dopo un pasto pesante è sempre piacevole (Refreshing the palate with a coffee after a heavy meal is always enjoyable)
9. Nonostante le critiche iniziali, ha continuato a lavorare duramente per rifarsi una reputazione (Despite the initial criticism, she continued to work hard to rebuild her reputation)
10. Dopo il suo ritiro, l’atleta ha cercato di rifarsi in una nuova carriera come allenatore (After retiring, the athlete tried to make a comeback in a new career as a coach)
11. Hai sbagliato a sposarti così presto. Adesso che ti sei separato cerca di rifarti una vita (You made a mistake getting married so early. Now that you’ve separated, try to rebuild your life)
12. È stato onesto e mi ha rifatto dei danni (He was honest and made up for the damages)
13. Vai sulla spiaggia a rifarti gli occhi con le belle ragazze (Go to the beach to feast your eyes on beautiful girls)
14. Sono stato rifiutato tre volte ma ho continuato a rifarmi avanti. Io non mi arrendo (I’ve been rejected three times, but I kept pushing forward. I don’t give up)
15. Vai subito a rifarti il letto! (Go make your bed right away!)

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Sortire – VERBI PROFESSIONALI (n. 87)

Il verbo “sortire”

Descrizione: vediamo il verbo sortire. I francesi diranno adesso: so cosa significa, perché sortir in francese significa uscire.

Viene in effetti proprio da “sortir”, ma nell’uso che se ne fa, normalmente non si usa al posto di uscire.

L’utilizzo quasi esclusivo di sortire è invece “sortire effetti”.

Durata: 7:34

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sortire

Il linguaggio della strada. VIAGGIAMO INSIEME

Il linguaggio della strada:

Navigatore satellitare, strade a senso unico, semafori, sanzioni, multe, contravvenzioni, superare, sorpassare, divieto, velocità, autovelox corsia di sorpasso, corsia d’emergenza.

Durata: 41 min

Recare – VERBI PROFESSIONALI (n. 86)

Il verbo “Recare”

Descrizione: vediamo il verbo recare, molto adatto ad essere usato in ambito lavorativo.

NOTA: i verbi professionali fanno parte del corso di Italiano Professionale. Per accedere occorre far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente (EntraRegistrati)

Andare in pezzi, in malora, in frantumi, In fumo (ep. 948)

Andare in pezzi, in malora, in frantumi, In fumo (scarica audio)

Giovanni:
Andare in pezzi. Voglio parlarvi di questa espressione perché può essere interessante tra l’altro discutere sul motivo per cui si usa la preposizionein” dopo andare.

Abbiamo già visto in altri episodi “andare in tilt”,andare/essere/trovarsi in bolletta” e “andare/essere in rosso. C’è una logica comune. Vediamo quale.

Riguardo al significato, “andare in pezzi” probabilmente è abbastanza intuitivo per voi non madrelingua italiana: “andare in pezzi” viene utilizzato per indicare una rottura, qualcosa che si distrugge, che si spezza.

Ci stiamo allontanando un po’ rispetto all’ultimo episodio in cui abbiamo parlato del verbo “stroncare“. Ad ogni modo non siamo così lontani.

Se avete in mano un bicchiere e vi cade a terra, probabilmente il bicchiere andrà in pezzi, cioè si romperà, si disintegrerà.

Il fatto è che in senso figurato si usa anche per descrivere situazioni, stati d’animo o persone che sono in una condizione di rottura, disgregazione o profonda crisi.

Si parla spesso di qualcosa di irreversibile, qualcosa dalla quale non si può tornare indietro.

Questo è un elemento comune rispetto a “stroncare“.

Per via di questa irreversibilità, spesso si usa anche il verbo finire: finire in pezzi, che si usa soprattutto in senso figurato.

“Andare in pezzi” è più o meno equivalente a “andare in frantumi“. I frantumi infatti sono piccoli pezzi di un oggetto che in precedenza erano uniti e formavano un unico oggetto.

I pezzi possiamo chiamarli frantumi o anche frammenti e solitamente si parla di oggetti fisici.

Sia i pezzi che i frantumi si usano però anche in senso figurato.

Es:

Il mio smartphone si è rotto e è andato in (mille) pezzi dopo essere caduto a terra.

Con i “pezzi” spessissimo si usa “mille pezzi”. Non si usa però con i frantumi.

La mia relazione è andata in frantumi quando ho scoperto di essere stato tradito.

Durante il terremoto, molti edifici sono andati in frantumi.

Un’altra espressione interessante è “andare/finire in malora“, abbastanza simile all’uso di “andare in pezzi/frantumi”.

C’è a volte una piccola differenza perché “andare in malora” può indicare sia un’azione o una situazione in cui qualcosa o qualcuno viene distrutto (proprio come andare in pezzi/frantumi), ma anche quando qualcosa viene rovinato o ridotto in uno stato di disastro o decadenza. Andare in malora può essere utilizzata per descrivere una situazione che si aggrava fino a raggiungere un punto critico. C’è il senso del tempo che passa e le cose peggiorano sempre più, fino a raggiungere una situazione irreversibile.

La domanda è: perché usiamo la preposizione in?

Infatti normalmente “andare in” si utilizza in altre circostanze dove è più comprensibile il motivo del suo utilizzo.

Cos’hanno in comune andare in pezzi, andare in malora e andare in frantumi con andare in bici, andare in bagno, andare in pensione, andare in palestra, andare in Italia, eccetera?

Nel caso delle espressioni “andare in pezzi”, “andare in malora” e “andare in frantumi”, la preposizione “in” viene utilizzata per indicare lo stato negativo raggiunto: uno stato di disfacimento, rottura o distruzione di qualcosa. Se ci pensate anche andare in bolletta, amdare in rosso e andare in tilt rispondono alla stessa logica: c’è una condizione negativa in cui ci si trova.

Lo stesso vale per “andare in fumo“, e “andare in rovina” e altre espressioni simili.

Amdare in fumo si può utilizzare per descrivere una situazione in cui tutti gli sforzi, i piani o le aspettative vanno perduti o si dissolvono. Ad esempio, se una persona investe tutti i suoi risparmi in un’azienda che poi fallisce, si potrebbe dire che i suoi risparmi sono andati in fumo.

“Andare in fumo” si concentra sulla scomparsa o l’annullamento di qualcosa e non sulla distruzione.

Invece andare in rovina è analoga a andare in malora ma c’è meno enfasi sul finale e si concentra sul processo di declino e deterioramento di qualcosa nel corso del tempo.

D’altra parte, tornando a quanto detto prima, “andare in bici”, “andare in bagno”, “andare in pensione”, “andare in palestra”, “andare in Italia”, ecc. descrivono azioni, attività, condizioni o luoghi specifici in cui qualcuno si trova o qualcosa viene fatto.

Volendo fare un discorso generale, in tutti i casi menzionati, “in” viene utilizzata per indicare un’attività, una condizione o un luogo in cui qualcosa o qualcuno si trova o è destinato.

Dunque quando un bicchiere va in frantumi, adesso il bicchiere è distrutto. Si trova in questa condizione. Quando si va in palestra invece si parla di un’attività, un’azione e anche un luogo di destinazione, analogamente a andare in Italia.

Andare in bici è invece una semplice attività. Andare in pensione indica una condizione, quella in cui ci si trova quando si finisce di lavorare.

Esiste anche “andare in estate”, “andare in inverno” ecc. In questi casi si indica il periodo in cui si svolge un’attività. È un uso diverso dai precedenti.

In questo contesto, “in estate” significa “durante l’estate” o “nel periodo estivo”.

“Vado in vacanza in estate” significa quindi “Vado in vacanza durante l’estate”.

Infine mi viene in mente l’espressione “andare in bianco” ma questa la vediamo nel prossimo episodio perché merita più attenzione. Lo stesso vale per altre espressioni tipo andare in bambola o andare in bestia. Ce ne sono anche altre chiaramente.

Adesso ripassiamo.

Ripassiamo parlando di libri in italiano che avete letto? Che ne dite?

Carmen: Vi metto sul piatto la mia proposta di ripasso: ho appena iniziato la lettura del famigerato libretto “il caffè sospeso” di De Crescenzo. Per ora mi piace un mondo, tuttavia non tutti concordano col mio parere: taluni critici letterari l’hanno stroncato in malo modo. Devo dire che in quanto critici di mestiere probabilmente ne avranno ben donde, ma non posso fare a meno di dissentire. Almeno per ora.

Albéric: Quanto a me, sto finendo il libro «Sottomissione» di Michel Houellebecq, un autore da annoverare tra i più controversi. Ha ideato una finzione dove un partito islamico abbastanza moderato riesce a prendere il potere in Francia. Un’ipotesi peregrina bell’e buonadireste? Eh, chi lo sa? Puo’ darsi che accadrà un giorno o l’altro. Comunque a questo autore non piace altro che provocare ideando situazioni future alquanto inverosimili. Lui, tra l’altro, è anche un cinico critico della modernitàe non ne ha per nessuno; per questo mi piace così tanto.

André: i miei preferiti sono i libri che raccontano delle storie della seconda guerra mondiale e soprattutto le vicende dei sopravvissuti nei campi di concentramento! Si dà il caso che siano libri che mi danno molte emozioni, ragion per cui ogni due per tre piango mentre li leggo. “Se questo è un uomo” di Primo Levi è uno di quelli più belli che io abbia mai letto! Un libro mozzafiato. Mentre lo leggevo avevo sentore che forse non ce l’avrei fatta a finirlo!

Marcelo: devo dire che una volta ero in lettore accanito, adesso invece che ho superato gli anta da un pezzo, preferisco ascoltare audiolibri o leggere piccoli racconti! Mi dispiace non poter fare un commento interessante su libri e scrittori. Non me ne volete.

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Stroncare (ep. 947)

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Giovanni: facciamo un gioco: ditemi cos’hanno in comune un fulmine che spezza un ramo, un peso che affatica il corpo, una rivolta che viene fermata, una vita che viene prematuramente interrotta e una dura critica che colpisce una persona?

La risposta è il verbo stroncare.

Infatti questo verbo possiamo usarlo in molte circostanze diverse.

Se dovessi cercare un termine comune per descrivere tutti i diversi usi di stroncare, potrei dirvi il verbo “interrompere“. Anche “violenza” però è abbastanza adatto.

Infatti si può descrivere il concetto di spezzare con violenza qualcosa, come quando un fulmine colpisce un albero e stronca un ramo oppure stronca l’intero albero.

la furia del vento ha stroncato molti alberi

Gli alberi sono stati stroncati, cioè tagliati via con violenza. Aggiungere una esse al verbo troncare dà proprio l’idea della violenza, ma anche della rapidità. Ho fatto l’esempio dell’albero perché l’albero ha il suo tronco che rappresenta la sua struttura. Stroncare deriva proprio dal termine tronco.

Allo stesso modo un terremoto può stroncare la vita di molte persone, perché arriva all’improvviso e può essere molto violento e rapidamente far crollare tutto. Così come un alluvione può stroncare un’abitazione, eccetera.

Ulrike: Da questo punto di vista è simile anche al verbo strappare, rompersi all’improvviso in due pezzi, spezzarsi.

C’è chiaramente anche il senso dell’interruzione: “una vita interrotta/stroncara” ad esempio.

Quindi significa anche cessare in modo rapido e deciso, oppure far cessare, reprimere in modo violento e definitivo. C’è anche questo senso: qualcosa di definitivo, senza possibilità di tornare indietro.

Es:

la protesta degli studenti è stata stroncata sul nascere dalla polizia.

La rivolta dei lavoratori sarà stroncata dalle forze dell’ordine.

La mia iniziativa è stata stroncata da tutti.

Marcelo: Ecco in quest’ultimo caso, quando viene stroncata un’iniziativa o un’idea o una proposta, evidentemente nessuno la condivide, ma non solo, direi che tutti, immediatamente, non hanno alcun dubbio che si tratti di una pessima idea. Si tratta di una forte critica, una critica spietata.

Quindi potremmo dire che analogamente stroncare un libro significa démolirlo, distruggerlo con un giudizio duro e Severo. Questo è un uso figurato.

Ho comprato un libro ma mia moglie, che l’ha già letto, lo ha stroncato.

Il film è stato stroncato dalla critica.

Ho fatto sentire a tutti come suono il pianoforte ma qualcuno mi ha stroncato con le sue critiche.

André: In questi casi non c’è molto il senso dell’interruzione, del far cessare, che invece c’è se dico:

Un uomo è stato stroncato da una malattia incurabile.

Si parla in questo caso di una morte improvvisa e veloce.

Quindi è simile anche a uccidere prematuramente, cioè in modo prematuro, oppure uccidere velocemente.

Non c’è bisogno di uccidere però. È sufficiente stancare, affaticare.

Quindi ad esempio:

Da bambino ho sempre portato a scuola uno zaino pesantissimo che mi stroncava la schiena.

Per andare a casa devo fare 100 scalini che ogni volta mi stroncano le gambe.

Il covid mi ha proprio stroncato. Non riesco a riprendermi completamente.

Sono stroncato dalla fatica.

Giovanni: Adesso ripassiamo:

Irina: Gianni vuole unire l’utile al dilettevole cioè creare un nuovo episodio mentre mangia e beve alla faccia nostra con i membri che sono andati all’incontro in Toscana! Non me la sento di fare un ripasso. Aspetto invece bellamente che se ne occupi qualcun altro. Sono invidioso di loro e oltretutto la mia condizione non
è passibile di miglioramento.

Marcelo: se me lo consentite, non ho troppo tempo neanch’io oggi per creare un bel ripasso. Faccio una breve frase alla bell’e meglio solo per darvi manforte, dato che state tutti facendo bisboccia. Perdonate il mio menefreghismo ma oggi sono proprio restio a fare qualsiasi cosa. So già che questo mio tentativo sarà stroncato!

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Svezzare e svezzarsi. Il vezzo (ep. 946)

Svezzare e svezzarsi. Il vezzo (scarica audio)

Giovanni: adesso è il momento giusto di occuparci del verbo svezzare.

Nell’ultimo episodio infatti abbiamo visto l’avvezzo e avvezzarsi.

Anche svezzare ha a che fare con le abitudini, perché prima di avvezzarsi, cioè prima di prendere una abitudine, bisogna svezzarsi. Prima, ma anche dopo.

Cominciamo col prima.

Nell’uso più comune, svezzare si usa per indicare che un bambino inizia a mangiare cose diverse dal latte.

Si dice anche “divezzare“.

Svezzare/divezzare un lattante significa far passare un bambino dall’allattamento a una forma di alimentazione più ricca e varia.

Quando lo svezziamo questo bambino? Bisogna chiedere al pediatra!

Da quel momento in poi, dopo lo svezzamento, il bambino inizia a abituarsi, quindi possiamo dire che inizia a avvezzarsi al cibo diverso dal latte.

Chiaramente anche i cuccioli di animale vanno svezzati.

Ad esempio, per i cani lo svezzamento dei cuccioli inizia dalla terza o quarta settimana di vita.

Normalmente il verbo svezzare si usa in questo senso, ma allargando il campo, in modo scherzoso possiamo usare lo stesso verbo per indicare la prima volta che una persona inizia a fare qualcosa di normale che fanno tutti.

Es:

Il ragazzo deve ancora svezzarsi. Siate comprensivi con lui, sta crescendo.

All’inizio al lavoro avevo qualche difficoltà, ma poi gradualmente i miei colleghi mi hanno svezzato.

Anche nello sport si usa abbastanza spesso:

Il portiere è bravo ma deve ancora svezzarsi nel gioco con i piedi. Tra qualche tempo sarà pronto.

Dicevo che svezzare e svezzarsi possono usarsi anche dopo aver preso una abitudine, quando questa abitudine va interrotta.

In questi casi si sta parlando di perdere un’abitudine, in genere una brutta abitudine.

Es:

Svezzare qualcuno dall’alcol

Svezzarsi dal fumo.

La società deve svezzarsi dai combustibili fossili e passare alle fonti rinnovabili.

Un tossicodipendente deve essere svezzato dall’uso delle sostanze nocive per l’organismo.

Quindi parliamo di abitudini negative o comunque parliamo del passaggio da una condizione negativa a una migliore.

In questi casi c’è di mezzo un “vezzo” . Il termine vezzo deriva dal “vizio” , quindi da qualcosa di negativo, da una abitudine negativa.

Uno dei significati del ternine vezzo è quello di qualcosa di abituale.

Si dice spesso:

fare una cosa per vezzo

avere il vezzo di fare qualcosa.

Spesso implica l’idea di qualcosa di sconveniente:

ho il vezzo di mangiarmi le unghie.

A volte si dice anche “mal vezzo” proprio perché parliamo di cattive abitudini che si devono interrompere, che sarebbe bene interrompere. Es:

Perché rispondi sempre male ai tuoi genitori? Questo è un è un mal vezzo che dovresti toglierti!

Quindi è una cattiva abitudine che è meglio perdere.

Adesso un ripasso.

Ulrike: Essendo avvezza a sentirmi chiamata in causa, perfino quando non c’è nessuno a chiamarmi (evidentemente una mia fisima), subito dopo aver letto il tuo messaggio, mi sono messa all’opera. Mi sono scervellata invano però. Vabbè, ci sono 30 gradi e passa qui, che vuoi che ti dica. Nisba allora.

Marcelo: Vorrei mettere sul piatto il mio contributo! Io mi domando e dico: chi farà le veci del nostro presidente adesso che lui sicuramente starà facendo bisboccia in Toscana durante la riunione dei membri di IS! beh, lasciamo che si diverta! Se lo merita perché ha la stoffa da capo!

Irina: Giuseppina come al solito deterrà il ruolo di facente funzioni!

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Essere avvezzi (ep. 945)

Essere avvezzi (scarica audio)

Giovanni: ecco un’altro termine che voi non madrelingua italiana non utilizzate mai: avvezzo. Al femminile avvezza, al plurale avvezzi e avvezze.

Avvezzo” è simile a “abituato” , ma anche a “assuefatto”.

Si usa quasi sempre col verbo essere o diventare”. Inoltre, analogamente a “abituato” e “assuefatto” per indicare la cosa a cui siamo avvezzi dobbiamo usare la preposizione “a”.

Es:

Sono abituato a lavorare anche il sabato e la domenica

Sono avvezzo alle fatiche

Sono assuefatto alle droghe

A seconda dell’occasione posso scegliere il termine più adatto. Assuefatto ad esempio è più usato in medicina che altro, quindi ce ne occuperemo nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della salute.

Restiamo su “avvezzo“.

Intanto, notate la pronuncia, con la zeta dura, tipo “pazzo” ma diversamente da “razzo“.

Quando si usa avvezzo?

Fondamentalmente essere avvezzo significa prendere l’abitudine a qualche cosa, ma ci sono delle differenze rispetto a essere abituato, che è molto più generico.

Essere avvezzo indica l’essere abituati o familiarizzati con qualcosa. Rappresenta uno stato di abitudine o consuetudine che si è sviluppato nel tempo. La differenza principale tra l’essere “avvezzo” e le semplici abitudini, assuefazioni o adattamenti risiede nel grado di familiarità e nel tempo necessario per acquisire tale abitudine.

Implica una profonda familiarità e una consolidata abitudine rispetto a un determinato comportamento, situazione o ambiente. Indica che qualcosa è diventato consueto, normale o comune per una persona a causa della sua esperienza prolungata nel tempo. È fondamentalmente una questione di tempo.

Un’abitudine si riferisce a un comportamento regolare e ripetitivo che una persona ha acquisito attraverso la pratica costante.

È una tendenza automatica o un modo di fare le cose che può essere sviluppato con relativa facilità. Quando sei abituato a qualcosa neanche ci fai più caso.

L’abitudine può richiedere un periodo di tempo variabile per formarsi, ma non necessariamente raggiunge lo stesso grado di profondità e familiarità dell’essere avvezzo.

Essere avvezzo si usa sia con le abitudini positive che negative, ma forse maggiormente con quelle negative, legate alla sopportazione di qualcosa alla quale ormai ci siamo abituati, cioè qualcosa alla quale ormai siamo avvezzi.

In generale comunque si può essere avvezzi a fare esercizio fisico regolarmente, a mangiare sano, a lavorare sodo o ad altri comportamenti di qualunque tipo.

Per sottolineare la questione del tempo si potrebbe parlare di “abitudine consolidata“, come ho detto anche poco fa, consolidata nel tempo e quindi si riferisce a qualcosa – ripeto – al quale una persona si è abituata nel corso del tempo.

Da oggi avete una parola in più nel vocabolario.

Ma avete anche un verbo in più: avvezzarsi, simile a abituarsi.

Es: nella nostra famiglia non ci siamo avvezzati a rinunciare alle vacanze estive.

Evidentemente le abbiamo sempre fatte e per avvezzarsi, cioè per diventare avvezzi, occorre il tempo.

Mi sono avvezzato al caratteraccio di mio fratello. Ormai non faccio più caso alle sue risposte.

Bene ragazzi, considerato che ormai siete abbastanza avvezzi, non vi stupirete se adesso vi dico che facciamo un ripasso delle cose già imparate.

A proposito, a cosa siete avvezzi voi?

Komi: Ieri sera mentre cenavo ad un ristorante mi sono reso conto che la maggioranza delle persone che erano lì usavano i loro cellulari in attesa del cibo! Questo chiaramente va a scapito delle chiacchierate tra amici! Direi che la tecnologia, se da una parte avviciana chi si trova lontano, per contro allontana quelli chi si trova vicino! Non sono ancora avvezzo però a questo rovescio della medaglia!

Marcelo: Ho scoperto che per diventare abitudine qualsiasi cosa, si deve ripetere di continuo almeno 21 giorni! Per quanto mi riguarda fare la passeggiata mentre ascolto IS: sono due abitudini che vanno a braccetto e a cui ormai sono avvezzo. Riesco sempre a trovare il momento propizio per ritagliarmi un momento di tranquillità e così unisco l’utile al dilettevole!

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Pesi e contrappesi. Il bilanciamento dei poteri. Il linguaggio della politica (Ep. n. 40)

Pesi e contrappesi. Il bilanciamento dei poteri

Trascrizione

Descrizione

Parliamo dei “pesi e contrappesi” che contraddistinguono il sistema politico italiano.

Durata: 11 minuti

Alla fine dell’episodio, come esercizio, si può provare rispondere a voce o per iscritto a 10 domande.

l’audio e la trascrizione completa dell’episodio sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Affabile (ep. 944)

Affabile (scarica audio)

Giovanni: oggi parliamo dell’affabilità, cioè della caratteristica delle persone affabili. Solo una persona può essere definita affabile. Nient’altro.

Affabile è un aggettivo che descrive una persona che è cordiale, gentile, socievole e piacevole nell’interazione con gli altri.

Una persona affabile è generalmente amichevole, aperta e di buon carattere.

È chiaramente una caratteristica positiva, che indica una predisposizione naturale a trattare gli altri con gentilezza e rispetto, facendo sentire le persone a proprio agio intorno a sé.

Es:

Maria è una persona estremamente affabile, saluta sempre tutti con un sorriso e riesce a mettere a proprio agio chiunque entri in contatto con lei.

Il professor Rossi si distingue per la sua affabilità: è sempre disponibile ad aiutare gli studenti e si prende il tempo di spiegare le cose in modo chiaro e gentile.

La nuova collega si è integrata molto velocemente nel team grazie alla sua affabilità: si mostra aperta e amichevole con tutti, rendendo l’ambiente di lavoro più piacevole.

L’affabilità di Marco lo rende un ottimo rappresentante commerciale: sa come instaurare un buon rapporto con i clienti, mettendoli a proprio agio e guadagnandosi la loro fiducia.

Durante la cena di gala, l’affabilità del sindaco è stata apprezzata da tutti gli ospiti: si è dimostrato cortese, affabile e interessato a ogni conversazione.

Il contrario di affabile è “scontroso“, “burbero“.

Questi termini indicano una persona che è scorbutica, brusca o poco incline a essere amichevole o socievole con gli altri.

In cosa consiste la scontrosità?

Al contrario dell’affabilità, una persona scontrosa tende a essere fredda, distante o poco interessata alle interazioni sociali.

Se vi interessano altri aggettivi per descrivere le persone, credo che vi potrebbe piacere l’audiolibro dedicato proprio a questo.

Attraverso i segni dello zodiaco abbiamo esplorato le varie tipologie di persone, descrivendone tutte le caratteristiche, quindi pregi e difetti.

È disponibile anche su Amazon.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato.

Voi vi ritenete affabili o scontrosi?

Sofie: Salve, mi chiamo Sofie e, a detta di molti, sono una persona scontrosa. Non che io abbia l’intenzione di essere antipatica, ma ho una certa tendenza a reagire in modo brusco alle situazioni. Mi dispiace se sembro così, ma è il mio carattere.

Anne Marie: Buongiorno a tutti, sono Anne Marie e mi piace definirmi un tipo pressoché affabile. In linea di massima sono una persona aperta e cordiale, ma ci sono momenti in cui preferisco restare un po’ più in riservatezza. Non che sia scontrosa, ma ho le mie peculiarità e prerogative.

Karin: Ciao, io sono Karin e, a differenza di molti miei amici, mi considero più scontrosa che affabile. Non è che non mi piaccia socializzare, ma preferisco mantenere una certa distanza.

Marcelo: Salve a tutti, mi chiamo Marcelo e sono una persona affabile. Mi piace brillare negli incontri sociali e fare amicizia con facilità. Non mi direte che non è una caratteristica apprezzabile!

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La tresca e trescare (ep. 943)

La tresca e trescare

(scarica audio)

Giovanni: chi ama il gossip, o meglio, il “pettegolezzo” in italiano, sicuramente conosce il termine tresca e sa usare correttamente anche il verbo trescare.

Abbiamo a che fare con due tipi di situazioni diverse, quindi due significati diversi, anche se c’è qualcosa in comune.

Il termine “tresca“, molto informale, può indicare una sorta di accordo tra persone, un accordo nascosto, non alla luce del sole. Possiamo chiamarlo anche un intrigo o una cospirazione.

“Tresca” può riferirsi dunque a un’attività segreta, spesso illegale o moralmente discutibile, che coinvolge un gruppo di persone che complottano contro qualcuno segretamente, che fanno cioè accordi segreti.

Complottare è un verbo interessante, molto usato quando si parla di politica. Un complotto è simile a una tresca, ma il complotto (così come la cospirazione) sono termini decisamente più seri.

Ad esempio, si potrebbe dire che un gruppo di individui sta organizzando una tresca per sabotare un’azienda concorrente. In questo caso possiamo tranquillamente sostituire tresca con complotto o cospirazione.

Il secondo significato, che poi è quello che viene subito in mente ad un italiano, è la tresca intesa come relazione amorosa segreta.

C’è sempre qualcosa di segreto, ma qui parliamo di due persone che hanno una relazione amorosa o semplicemente sessuale, non alla luce del sole.

Avranno un motivo queste persone per nascondere la loro relazione? Probabilmente si!

Si tratta di un termine molto colloquiale. Solitamente, si riferisce a una relazione extraconiugale o a una relazione amorosa che viola le norme sociali o morali.

Il termine “adulterio” non è un sinonimo di tresca.

Adulterio è molto più serio e specifico. Una volta era persino reato in Italia (se a tradire era la moglie) tradire il proprio coniuge. Questo è l’adulterio.

Non c’è bisogno di essere sposati per avere una tresca.

Possiamo avere una tresca anche col capufficio, pur non essendo sposati, ma non vogliamo farlo sapere.

Se vogliamo essere meno informali dovremmo parlare di una “relazione clandestina“.

Quando qualcosa – qualunque cosa – è definito clandestino, allora avviene senza l’approvazione di una autorità o avviene contro il divieto delle leggi.

Questo vale anche per gli immigrati clandestini, il commercio clandestino, la stampa clandestina eccetera.

Quando parliamo di una relazione clandestina, ad esempio si può dire:

Tra quei due pare ci sia stata una tresca in passato.

C’è da dire che, sebbene più raramente, si parla di una tresca anche semplicemente nel senso di un rapporto intimo poco importante, poco impegnativo, che può anche non essere nascosto.

Es:

Una volta ho avuto una tresca con quella ragazza!

Come a dire: niente di serio.

Certo, una persona innamorata non definirebbe mai il suo rapporto con l’altra una “tresca”.

Nel primo o nel secondo significato, quindi sia quello legato alle attività segrete, sia quello inteso come relazioni amorose segrete, si usa anche il verbo “trescare” , cioè agire in modo subdolo, nascosto, anche per fini illeciti. Si dice anche “ordire” imbrogli o intrighi.

Giovanni per ottenere quel posto ha trescato.

Hanno scoperto una tresca in ufficio. Marco trescava con la moglie del direttore da anni!

Trova in casa l’amico con la moglie, sospetta che trescassero (sospetta una tresca) e li uccide entrambi.

Cosa? Sei stato scoperto a trescare con un’altra donna?

La tresca somiglia anche all’intrallazzo e all’inciucio, e dunque Intrallazzare, inciuciare e t tramare sono abbastanza simili a trescare.

Se ricordate, si tratta di termini che abbiamo visto nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.

Adesso ripassiamo.

La parola passa ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente, almeno a quelli più volenterosi.

Irina: io non sono tra i più “volenterosi”, ma non voglio fare la persona suscettibile, anche se ne avrei ben donde! Partecipo volentieri al ripasso.

Marcelo: anch’io. Quando il capo mi chiama in causa non posso fare lo gnorri.

Ulrike: anch’io do il mio apporto. Lungi da me dal restare impalata.

Peggy: io invece vi dico che me ne sto bellamente spaparanzata sul divano alla faccia vostra.
Però mi riprometto di partecipare la prossima volta.

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Mettere sul piatto (ep. 942)

Mettere sul piatto (scarica audio)

Giovanni: oggi vediamo l’espressione “mettere sul piatto“, che è un modo di dire comune in italiano che significa offrire o presentare qualcosa, di solito riferendosi a una proposta o a un’opportunità.

Spesso viene utilizzata in contesti negoziali (cioè accordi commerciali, negoziazione di contratti, accordi finanziari o qualsiasi altra situazione in cui due o più parti cercano di raggiungere un accordo vantaggioso per entrambe) o più in generale nelle trattative, ma può essere usata anche in situazioni più informali. Ecco alcuni esempi che illustrano l’uso di questa espressione:

  1. Negoziazione di un contratto:

Mario: Sono interessato ad acquistare la tua auto. Quanto la vendi?

Luca: Beh, considerando le condizioni e l’anno di produzione, vorrei almeno 10.000 euro.

Mario: Capisco, ma posso mettere sul piatto 9.000 euro?

Luca: Hmm, la tua offerta è interessante. Ci devo pensare.

Dunque quando si mette sul piatto qualcosa, ci si aspetta che qualcuno accetti la tua proposta, la tua offerta, che però può anche essere rifiutata. Il piatto si usa di solito per mangiare, ma questo chiaramente è un uso figurato.

  1. Offerta di lavoro:

Alessia: Sono rimasta molto colpita dal tuo curriculum. Abbiamo un’opportunità di lavoro aperta nella nostra azienda. Sei interessato?

Giovanni: Assolutamente! Sono pronto a mettere sul piatto le mie competenze e la mia dedizione per questa posizione.

Alessia: Fantastico! Possiamo fissare un colloquio per discutere i dettagli?

Anche in questo caso si sta offrendo qualcosa: le mie competenze e la mia dedizione. Ci siamo occupati della dedizione parlando della locuzione “avere cura” di qualcosa.

  1. Pianificazione di una serata tra amici:

Laura: Ho deciso di organizzare una serata a casa mia sabato. Ognuno può portare qualcosa da mangiare o da bere.

Marco: Posso mettere sul piatto una deliziosa torta fatta in casa e una selezione di vini italiani.

Laura: Wow, sembra ottimo! Non vedo l’ora di assaggiare la tua torta!

Questo caso sembra un po’ forzato, perché quando si mette sul piatto qualcosa, in genere ci sono altre persone che stanno mettendo sul piatto altre cose. Ognuno fa la sua offerta e una persona deve scegliere quale accettare. La torta fatta in casa e i vini italiani che offre Marco saranno sicuramente accettati la sua è una semplice offerta e non ci si aspetta che ci sia concorrenza perché ognuno può portare qualcosa senza necessariamente scegliere un “vincitore”.

  1. Trattativa per l’acquisto di una casa:

Paolo: Questa casa è esattamente ciò che stiamo cercando, ma il prezzo è un po’ al di sopra del nostro budget.

Sara (agenzia immobiliare): Capisco la tua situazione. Il proprietario è disposto a negoziare, ma dobbiamo mettere sul piatto un’offerta seria.

Paolo: Siamo disposti a mettere sul piatto il 10% in meno rispetto al prezzo indicato. Possiamo discutere ulteriormente?

Sara: Mi sembra un punto di partenza ragionevole. Posso parlare con il venditore e vediamo cosa possiamo fare.

Quest’ultima in effetti è una vera trattativa, dunque “mettere sul piatto” è assolutamente un’espressione adatta in questo caso perché alla fine il proprietario dovrà decidere se accettare l’offerta o se rifiutarla, magari per accettare una migliore offerta che ha ricevuto.

Come potete vedere dagli esempi, “mettere sul piatto” implica offrire qualcosa di valore o di significativo in una determinata situazione. Può riguardare denaro, beni materiali, abilità o altre risorse che possono influenzare una trattativa o un’opportunità.

Cosa potete mettere sul piatto come argomento del giorno per ripassare gli episodi passati?

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Divertimento responsabile tra amici

Peggy: Ragazzi, che ne dite di organizzare una serata divertente tra amici? Ho un amico che ha tante cose da bere e mi risulta che porti anche un paio di ragazze amiche sue.

Marcelo: va bene ma chi le conosce queste? Dobbiamo assicurarci solo di non farci coinvolgere in qualche situazione di malcostume.

Ulrike: tra l’altro con troppo alcol difficile evitare comportamenti indebiti.

Estelle: alla vostra età? Ragazzi occhio, ché ammesso e non concesso che queste ragazze siano pienamente (come si suol dire)accondiscendenti“, non vorrei che qualcuno di voi avesse una tachicardia.

Irina: se fossi in voi, piuttosto che alla tachicardia starei attento alle vostre mogli, che potrebbero sbucare quando meno ve lo aspettate!

André: io ci sto, me ne frego di cosa ne pensará mia moglie! Casomai me la vedo ioragazzi vi prego, non lasciate che mia moglie ascolti questo episodio!

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La scocciatura e il verbo scocciare (ep. 941)

La scocciatura e il verbo scocciare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi esploriamo il verbo ‘scocciare’ e il sostantivo ‘scocciatura’. Si usano molto nel linguaggio di tutti i giorni.

Dopo aver parlato dei rodimenti, non ci allontaniamo di molto col verbo scocciare e col sostantivo scocciatura.

Dal nervosismo, che prevale nel rodimento, ci spostiamo su un sentimento più simile al fastidio. Inoltre il rodimento è spesso la conseguenza di invidia o di qualcosa che non riusciamo a “digerire”, nel senso di sopportare. Spesso poi il rodimento è silenzioso, avviene dentro di noi e preferiamo non mostrarlo. Invece la scocciatura spesso si manifesta. Generalmente si manifesta sbuffando.

Perché sbuffi? Sei scocciato?

Questo è un tipico esempio di utilizzo del verbo scocciare.

Questo verbo viene comunemente usato proprio per esprimere fastidio, noia o irritazione. Si tratta di qualcosa di più semplice e meno importante del rodimento.

Quando qualcosa o qualcuno “ci scoccia“, significa che ciò che sta accadendo o la persona che interagisce con noi sta diventando fastidiosa o noiosa. Per esempio, potremmo dire:

Mi scoccia aspettare il bus sotto la pioggia

o

Mi scoccia quando le persone interrompono una conversazione

Il verbo “scocciare” può essere utilizzato in vari contesti.

Ad esempio, se state parlando di un film che non vi è piaciuto affatto, potreste dire:

Quel film mi ha proprio scocciato!

Oppure, se state raccontando di una lunga attesa in coda alla posta, potreste esclamare:

Stare in fila mi scoccia da morire!

A volte può indicare una perdita della pazienza. Immaginiamo un professore che si è stancato che uno studente parla continuamente durante la lezione:

Adesso mi hai proprio scocciato! Vai fuori della porta!

Ora, passiamo al sostantivo “scocciatura” che è molto simile a “rompimento“.

Questo termine deriva dal verbo “scocciare” (simile a rompere) ed è utilizzato per indicare qualcosa di fastidioso, seccante o irritante.

Ad esempio, potremmo dire:

Andare al supermercato il sabato mattina mi scoccia da morire.

Spendere altri soldi per riparare questa vecchia auto mi scoccia proprio

Ti scoccia se ti chiedo di accompagnarmi a casa?

Ecco alcuni esempi che mostrano come utilizzare il sostantivo “scocciatura“:

Non vedo l’ora che questa scocciatura finisca!

o

Le pulizie di primavera sono sempre una grande scocciatura.

Ora che abbiamo esplorato il significato e l’uso del verbo “scocciare” e del sostantivo “scocciatura“, voglio fornirvi alcuni verbi alternativi che potete utilizzare per esprimere la stessa idea.

Questi verbi possono arricchire il vostro vocabolario e darvi più opzioni durante la conversazione.

Invece di dire “mi scoccia“, potreste utilizzare “mi infastidisce”, “mi dà fastidio” o “mi urta” o anche “mi rompe”.

Allo stesso modo, per sostituire il sostantivo “scocciatura“, oltre a rompimento, molto informale, potreste usare “fastidio”, “seccatura” o “irritazione”.

Ricordate, l’uso dei sinonimi vi permette di variare il vostro linguaggio e di esprimere le vostre sensazioni in modi diversi, aggiungendo sfumature alla comunicazione.

Per esempio, al posto di dire “Mi scoccia aspettare il bus sotto la pioggia”, potreste dire “Mi infastidisce aspettare il bus sotto la pioggia” o “Mi irrita aspettare il bus sotto la pioggia”, Mi dà proprio fastidio aspettare il bus sotto la pioggia”, eccetera.

Se c’è una cosa che mi dà sui nervi è aspettare il bus sotto la pioggia.

Spesso si usa anche il verbo “seccare“, soprattutto nel nord Italia:

Vi secca se vi chiedo una favore?

Anche “seccante” si sente abbastanza di frequente.

È veramente seccante quando non puoi iniziare una riunione per via dei soliti ritardatari.

Queste modalità alternative vi offrono più possibilità di esprimere il vostro stato d’animo e di comunicare in modo più preciso. Un altro esempio:

Rifare tutto il lavoro daccapo è una scocciatura che non avrei voluto affrontare.

Mi infastidisce dover sopportare senza potermi lamentare.

Ricapitolando, “scocciare” è un verbo che esprime fastidio o noia, mentre “scocciatura” è il sostantivo che indica qualcosa di fastidioso o irritante o noioso.

Abbiamo anche esplorato alcuni verbi alternativi come “infastidire“, “irritare” e “seccare“, “rompere“, che possono essere utilizzati al posto di “scocciare”.

Anche la seccatura è ugualmente molto usata ed è un’ottima alternativa a scocciatura.

Ci stiamo avvicinando tra l’altro al linguaggio formale.

Prima di vedere le alternative formali, credo sia bene anche chiarire una cosa. Come possiamo chiamare la persona che ci causa una scocciatura?

Scocciatore è una possibilità. Al femminile diventa scocciatrice. Seccatore e seccatrice sono un’alternativa. Es:

Non fare lo scocciatore! Stavo uscendo dall’ufficio proprio adesso e mi dici che c’è del lavoro urgente?

Ti ha cercato quella scocciatrice di Alessandra. Buon per te che non c’eri.

Si usa anche seccante, tra l’altro non solo parlando di persone.

Non mi chiamare seccante, ma mi passeresti il sale?

Questa situazione è veramente seccante! Possibile che non posso prendere tutto il mese di agosto come ferie?

Seccante” (che si usa sia per i maschi che per le femmine) viene spesso utilizzato per descrivere una persona ma anche quindi una situazione che provoca fastidio, noia o irritazione.

Può indicare qualcosa che è ripetitivo, tedioso o che richiede attenzione e impegno costante. Ad esempio, un compito che richiede molte attenzioni o una persona che chiede sempre aiuto possono essere descritti come “seccanti”.

Tuttavia, “seccante” può anche essere utilizzato in modo più generico per indicare qualcosa che è fastidioso senza specificarne la causa precisa.

Seccatore e scocciatore indicano invece solamente una persona che è fastidiosa, irritante o che crea disturbo in modo prolungato. Può implicare un comportamento importuno, invadente o molesto.

Si parla di una persona che disturba ripetutamente gli altri, che non rispetta i confini personali o che causa disagio con le sue azioni o richieste.

Nel linguaggio formale, esistono diverse alternative che si possono utilizzare al posto di “scocciatura” e “scocciare” per rendere il linguaggio più elegante. Ecco alcuni suggerimenti:

Incomodo” e “incomodare“:

Esempio:

Il compito di compilare tutti quei documenti è un incomodo che vorrei evitare.
Vorrei chiederti un favore, ma non voglio incomodarti. Se hai il tempo e la disponibilità, potresti revisionare il mio progetto?

Turbamento” o “disagio“:

Esempio:

La presenza di estranei durante la riunione causa un notevole turbamento nell’ambiente di lavoro.

Non vorrei procurare alcun disagio agli ospiti. Mi raccomando.

Noia“:

Esempio:

Risolvere questo problema tecnico è una noia che richiede tempo e pazienza.

Volendo, anche disturbare e disturbo sono alternative a scocciare e scocciatura.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando degli effetti dell’alcol.

Irina: personalmente non lascio mai che l’alcool mi annebbi il cervello.

Peggy: Non vorrei sembrare allarmista, ma vi rendete conto di quali e quanti sono i postumi dell’abuso dell’alcol?

Carmen: L’alcol è quello che è, una droga appunto. Però una droga ben accettata dalla società. Difficile rimettersi subito in sesto dopo una sbornia, che va evitata, allora. È sempre la dose che fa la differenza.

Estelle: Senza contare gli impatti sulla gravidanza. In questo caso il verdetto è chiaro, nessun alcolico è consentito!
Dobbiamo prendere tutte le debite precauzioni per la salute dei bambini.

Albéric: «In vino veritas» dicono gli anziani romani da illo tempore. Ragion per cui si può alzare il gomito senza remore. Peccato che oggi ci si deve sorbire tutti questi discorsi sulla moderazione e come darsi una regolata in tutto. Che vadano a quel paese tutti quelli con il loro latte d’avena o altri frullati! Come diceva Baudelaire: «Il vino può rivestire i luoghi più sordidi di un lusso miracoloso». Questo è quanto! Altro che storie!

Hartmut : in vino veritas? Allora non hai ancora bevuto abbastanza! Ma guarda tu se nel 2023 ancora dobbiamo sentire queste stupidaggini.

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Il verbo vessare (ep. 940)

Il verbo vessare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:

Molti di voi, amanti della lingua italiana non madrelingua, probabilmente non avete mai usato il verbo vessare. Tranquilli, siete come molti italiani – direi almeno il 30 percento della popolazione.

Questa però è un’occasione propizia per me per parlarvi di molti altri verbi simili che si possono usare. C’è da dire che ogni verbo in realtà ha il suo perché, e se esiste ci sarà un motivo!

Vediamo allora cosa significa e quali sono le occasioni migliori per usare il verbo vessare.

Vessare significa sottoporre a continui maltrattamenti materiali o morali.

Quindi è molto simile a maltrattare, trattare male.

Maltrattare è molto usato da tutti, ma si usa nel senso di sgridare, far notare qualcosa di sbagliato che si è fatto.

Ad esempio i genitori maltrattano spesso i figli quando sbagliano:

Questo non si fa! Non voglio ripeterlo una seconda volta, chiaro?

I “maltrattamenti” però riguardano anche questioni più serie. Un termine questo che si usa per indicare anche delle crudeltà. Possiamo parlare di una imposizione di prove avvilenti o dolorose, oppure di atti di arroganza, prepotenza, violenta, sopraffazione.

Spesso un maltrattamento può costituire anche reato.

Cercando tra le notizie di Google ad esempio, si trovano episodi di maltrattamento degli animali, o di un datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti.

Vessare però è un po’ diverso, perché è più una forma di oppressione, una tormenta, una insistenza in un comportamento che crea angoscia o comunque conseguenze negative, anche economiche. Si tratta sempre di ingiuste oppressioni nelle intenzioni di chi parla.

Se una persona mi dice continuamente, ripetutamente di fare qualcosa che io non ho voglia di fare, posso dire:

“Non mi opprimere”, “non mi tormentare”, “non mi rompere così tanto”, ma anche “non mi vessare”, “basta con queste continue vessazioni”.

Il contesto non è dei più adatti però.

Il verbo vessare è più adatto in altri contesti:

Vessare i cittadini con eccessive tassazioni.

La legge prevede pene severe per coloro che commettono atti di vessazione sul luogo di lavoro.

Il giornalista ha denunciato le vessazioni subite da alcuni cittadini da parte delle forze di polizia.

Durante il periodo scolastico, alcuni ragazzi vessano costantemente il compagno più timido (in questi casi si parla più spesso di bullismo)

Il datore di lavoro è stato accusato di vessare i dipendenti tramite discriminazioni e minacce costanti.

L’organizzazione per i diritti umani si batte per porre fine alle vessazioni subite dai prigionieri politici.

L’uso del verbo “vessare” può essere quindi preferibile rispetto ai termini “maltrattare” o “opprimere” in contesti in cui si desidera enfatizzare il carattere reiterato e continuo degli atti di persecuzione o molestie.

Si è visto quindi che quando si parla di bullismo è preferibile usare vessare. L’uso del verbo “vessare” può descrivere meglio l’azione ripetitiva e continua di tormento subita dalla vittima.

Anche in un ambiente di lavoro, Se si vuole sottolineare un comportamento di molestie, discriminazioni o intimidazioni persistenti nei confronti di un dipendente, l’uso del verbo “vessare” può rendere più chiaro l’aspetto di durata e ripetitività delle azioni.

In contesti legali e giuridici, “vessare” e “vessazioni” possono essere utilizzati per riferirsi a comportamenti di persecuzione sistematica e continuata che possono costituire reati o violazioni dei diritti umani.

Quando parliamo di politica, giornalismo o siamo in altri contesti pubblici, si possono mettere bene in luce azioni di persecuzione o molestie croniche perpetrate da individui o gruppi.

In definitiva vessare è un verbo abbastanza formale che è preferibile (ma non obbligatorio) usare in contesti più seri.

Ora mi rivolgo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente ai quali chiedo un ripasso degli episodi precedenti. Non dite che vi sto vessando perché lo faccio per voi!

Komi: essendo reduce da una settimana lavorativa intensa, pensavo di prendermela comoda questa mattina. Eppure c’è il nostro presidente a supplicarci per un ripasso. Non mi entusiasma dirlo, ma se continua ad insistere, il presidente potrebbe incorrere in disappunto o quantomeno essere oggetto di scherno da parte mia.

Anthony: supplicarci? Mi pare un parolone! Se c’è qualcosa in cui potrebbe incorrere, casomai è un motivato rodimento per il tuo disappunto! Ma guarda tu!

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L’Aventino – Il linguaggio della politica (Ep. n. 39)

L’Aventino (scarica audio)

L'AventinoTrascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.

Oggi vediamo il termine AVENTINO.

L’Aventino è una delle sette colline di Roma.

A Roma in realtà vengono chiamati colli.

I famosi sette colli di Roma. Del “Colle“, in particolare, abbiamo già parlato.

Uno di questi è l’Aventino.

Gli altri sei colli di Roma sono: Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale e Viminale.

Questi colli hanno un’importanza storica e culturale molto grande per la città di Roma, poiché su di essi si sono sviluppate alcune delle principali attrazioni turistiche, monumenti e luoghi di interesse della città.

Il termine AVENTINO viene utilizzato spessissimo nella politica italiana per indicare un movimento di opposizione o di contestazione.

Questo perché ai tempi degli antichi romani gli abitanti dell’Aventino, in gran parte artigiani e commercianti, come forma di protesta contro le decisioni dei Patrizi (le persone benestanti, quelle più ricche, la classe d’élite dell’antica società romana) si riunivano sull’Aventino e facevano una protesta non violenta.

Si parla di Aventino anche quando, nel 1924, quando c’è stata una storica protesta e molti deputati dell’opposizione rifiutarono di tornare nell’aula della Camera e partecipare ai suoi lavori. Si è trattato di una secessione nei confronti del governo Mussolini (il Duce) in seguito alla scomparsa di Giacomo Matteotti avvenuta nel giugno dello stesso anno.

Da allora, il termine “Aventino” è stato spesso utilizzato per indicare un’opposizione a un governo o a una decisione politica.

Non si tratta come detto di una rivolta violenta però.

La caratteristica dell’Aventino è il rifiuto di partecipare alla vita politica ed economica della città o del paese o al limite anche di un gruppo che fa attività politica, almeno fino a quando quelle richieste non verranno accettate. L’unica differenza rispetto ai tempi antichi è che oggi non si va più fisicamente sul colle dell’Aventino a protestare.

Vediamo qualche esempio:

Un partito ha deciso di sciogliere la sua sezione di Roma, a seguito di una serie di contrasti interni. Questo episodio è stato definito dalla stampa come un “Aventino interno” del partito , ovvero una sorta di protesta interna contro la linea ufficiale del partito.

Il partito di opposizione resterà sull’Aventino contro l’arroganza del governo.

Sulla decisione di eleggere come presidente il candidato indagato per mafia, il partito di opposizione sceglie l’Aventino: “impossibile un confronto democratico”, secondo i partecipanti alla protesta.

Se dunque dei parlamentari di un partito, anziché recarsi al parlamento e votare democraticamente, decidono di non partecipare alle votazioni, possiamo parlare di Aventino, una forte protesta, una forte opposizione a una decisione politica di qualunque tipo. L’impatto mediatico è sicuramente garantito, anche se non è detto ci siano risultati concreti dal punto di vista politico.

L’Aventino però può riguardare, sebbene si usi più raramente in questo modo, anche il popolo, non solo un gruppo parlamentare.

I cittadini, che protestano per l’aumento delle tasse, dicono: “staremo sull’Aventino fino a quando il governo non cambierà idea”.

L’obiettivo è sempre quello di ottenere un risultato protestando contro una decisione politica.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.

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Il malcostume – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 38)

Il malcostume (scarica audio)

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.

Oggi vediamo il termine malcostume.

Questo termine deriva chiaramente da male (cattivo, negativo) + costume.

Il termine “costume” non si riferisce in questo caso al costume da bagno.

Sappiamo che il termine costume indica infatti anche un capo d’abbigliamento. Il costume si indossa al mare, al lago o in piscina.

Il termine costume però si usa anche per indicare gli usi, le tradizioni o le prassi di un popolo una comunità oppure all’interno di un sistema politico o di una determinata istituzione.

Il “malcostume” (si scrive tutto attaccato) si riferisce a un comportamento o una pratica (o condotta) socialmente inaccettabile, considerata volgare, indecente o immorale. Non si usa solamente parlando di società e politica.

Può anche indicare un abbigliamento o uno stile inappropriato, che viola i canoni culturali o di buon gusto.

Il malcostume può però variare a seconda del contesto culturale, delle norme sociali e delle convenzioni di una determinata comunità.

Ad esempio, ciò che potrebbe essere considerato un malcostume in un certo paese o in un ambiente lavorativo, potrebbe essere accettabile in un ambiente informale o durante certe occasioni sociali o in altri paesi.

L’uso del termine “malcostume” può variare anche a seconda del contesto specifico. La politca è appunto uno di questi.

In particolare in questo contesto il malcostume viene “denunciato” o “condannato“.

Ad ogni modo può essere utilizzato per riferirsi a comportamenti o abbigliamenti provocatori, volgari o di cattivo gusto.

Può essere impiegato per criticare l’eccessiva esibizione del corpo, l’uso di un linguaggio volgare o osceno, la mancanza di rispetto per le norme sociali o l’abbigliamento inappropriato per un determinato evento.

In generale viene utilizzato per sottolineare la non conformità alle aspettative sociali riguardanti il comportamento e l’abbigliamento.

Spesso viene associato a un giudizio negativo sulla condotta delle persone coinvolte. Per condotta si intende il comportamento abituale di un individuo nei suoi rapporti sociali. Anche a scuola esiste la condotta. In particolare esiste il “voto in condotta” che è un giudizio dato sul comportamento sociale dello studente.

In contesti politici, il malcostume può essere utilizzato per riferirsi a comportamenti o pratiche ritenute moralmente o eticamente inappropriati da parte di politici o figure pubbliche. Si denuncia nel senso che si dichiara pubblicamente che c’è un comportamento negativo che va condannato, che non va bene perché nuoce, va male alla società.

Parliamo del “costume politico“, che in particolare riguarda le norme non scritte o le convenzioni che governano il comportamento dei politici, i processi decisionali e le dinamiche delle istituzioni politiche.

Ad esempio, il “costume politico” può riguardare l’etica nella politica, come il rispetto delle regole di trasparenza e l’onestà.

Quando si parla di “malcostume” in un contesto politico, ci si riferisce pertanto a comportamenti o pratiche che violano (attenzione all’accento) o sono contrari a queste norme non scritte.

Ad esempio la corruzione, l’uso abusivo del potere, la violazione delle regole etiche o la mancanza di rispetto per il processo democratico possono essere considerati forme di “malcostume” politico.

Il nepotismo, la tangente (ne abbiamo già parlato, ricordate?) o l’abuso di potere per ottenere benefici personali o finanziari illeciti.

Ogni comportamento sleale può comunque essere condannato e segnalato come malcostume. Il termine potrebbe essere infatti utilizzato per condannare azioni sleali o scorrette durante le campagne elettorali, come la diffusione di informazioni false o calunniose sugli avversari politici.

Un abuso di autorità ad esempio. Il malcostume potrebbe essere menzionato per indicare l’uso improprio del potere o l’abuso di autorità da parte di politici, ad esempio nel caso di violazioni dei diritti umani o della libertà di stampa.

Il termine potrebbe essere impiegato anche per criticare politici che non rispettano le regole etiche o le norme di comportamento attese, come l’utilizzo di informazioni riservate a proprio vantaggio o la mancanza di trasparenza nelle attività politiche.

L’aggettivo “scostumato” è interessante perché questo aggettivo viene utilizzato per descrivere generalmente una singola persona o un comportamento che è considerato volgare, indecente o moralmente inaccettabile.

Il malcostume indica invece, in genere, un comportamento non di un singolo, ma di un gruppo, di una parte di una comunità: una abitudine diffusa.

Scostumato si usa per un individuo che si comporta in modo contrario alle norme sociali, anche in maniera provocatoria o offensiva: l’uso di un linguaggio volgare, gesti osceni o abbigliamento provocante, uno stile inappropriato, che viola (notate sempre l’accento. Il verbo è violare) i canoni culturali o di buon gusto. Un aggettivo, questo, che non si usa in genere parlando di politica.

Se una persona va in giro nuda si può dire che è una persona scostumata.

È un sinonimo di “volgare” e sintomo di cattiva educazione. È però un aggettivo abbastanza formale. Gli adolescenti e i giovani non lo usano. In tv si sente a volte ma è pronunciato da persone educate che non vogliono essere volgari.

Vediamo qualche esempio di come usare il termine malcostume:

Bisogna colpire il malcostume diffuso attraverso la vigilanza e il controllo.

È necessario prevenire il malcostume all’interno della magistratura.

Troppe persone non fanno correttamente la raccolta differenziata dei rifiuti. Questo malcostume è irrispettoso nei confronti della legge.

Dilaga (verbo dilagare, che indica una diffusione nella società) il malcostume tra i dipendenti pubblici nel comune, troppo facilmente corrompibili dalla malavita organizzata.

Avrete capito che il malcostume va combattuto, va condannato, va demonizzato, perseguito e prevenuto in ogni ambito perché è un male di una società e potrebbe dilagare. Ho usato anche il verbo perseguire. Meglio se lo spieghiamo nel prossimo episodio dedicato al linguaggio della politica.

Alla prossima.

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La Tachicardia – IL LINGUAGGIO DELLA SALUTE (Ep. n. 4)

La Tachicardia (scarica audio)

Trascrizione

cuore tachicardia

Giovanni: Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della salute.

Buongiorno Anthony

Anthony: buongiorno a te Giovanni.

Giovanni: è arrivato il momento di spendere qualche parola sulla tachicardia. Che ne pensi?

Anthony: ottima idea! Parliamo del cuore che batte troppo velocemente.

Giovanni: lo chiedo a te perché sei un medico e voglio farti qualche domanda sulla quale sarai sicuramente ferrato!

Anthony: mi auguro di sì!

Giovanni: bene, cerchiamo di spiegare qualche termine e espressione particolare legati a un disturbo del cuore come la tachicardia.

Innanzitutto, come tanti altri disturbi, il termine Tachicardia termina con – cardia.

In generale, il suffisso “-cardia” viene utilizzato per descrivere qualsiasi cosa che riguardi il cuore, non solo disturbi, come ad esempio procedimenti medici, farmaci e trattamenti terapeutici: l’elettrocardiogramma ad esempio.

Anthony: La Tachicardia, in particolare è un disturbo cardiaco caratterizzato da un aumento della frequenza cardiaca a riposo, ovvero il cuore batte più rapidamente rispetto alla norma.

Giovanni: ma che significa “a riposo” quando parliamo di frequenza cardiaca a riposo?

Anthony: “A riposo” significa senza fare sforzi. Quando si parla di frequenza cardiaca “a riposo“, ci si riferisce alla misurazione del battito cardiaco in condizioni di totale relax, in cui il corpo non è sotto stress o sotto l’influenza di fattori esterni che possano aumentare il battito cardiaco. Il contrario è “sotto sforzo” cioè durante un esercizio fisico intenso. Il battito aumenta quando facciamo sforzi chiaramente.

Giovanni: “A riposo” chiaramente si scrive con la a senza acca! Si tratta della preposizione “a”, che ha lo stesso ruolo in altre locuzioni simili, come “a caldo”, “a freddo”, “a iosa“, “a cavolo”. In pratica la preposizione “a” ha la funzione di specificare il modo in cui viene eseguita un’azione.

Ma partiamo dalle basi: il cuore è l’organo muscolare che pompa il sangue attraverso il sistema circolatorio.

Il cuore quindi pompa il sangue, lo fa scorrere, lo spinge grazie al suo continuo pompaggio. Il cuore stesso è una pompa. Pompa è anche sostantivo.

Il verbo “pompare” viene spesso utilizzato per descrivere l’azione del cuore, in quanto il cuore è un organo muscolare che si contrae e si rilassa per spingere il sangue attraverso le arterie e le vene del corpo. In questo senso, si può dire che il cuore pompa il sangue nel sistema circolatorio.

Quindi abbiamo scoperto anche questi due verbi: contrarsi e rilassarsi. Il cuore si contrae e si rilassa.

Poi abbiamo già usato la parola “disturbo” per indicare che qualcosa non va, qualcosa non funziona bene nel nostro corpo o nella nostra mente. Non c’è nessuno che “disturba” ma c’è qualcosa che crea un disturbo, diciamo un malfunzionamento.

Anthony: In ambito medico, la parola “disturbo” viene utilizzata per indicare un insieme di sintomi o di comportamenti che causano un disagio significativo nella vita di una persona e che sono considerati clinicamente rilevanti.

Giovanni: I disturbi possono essere di natura mentale, emotiva o fisica. Ci sono i disturbi dell’umore, i disturbi d’ansia, disturbi del sonno, disturbi dell’alimentazione, disturbi della personalità, disturbi dell’attenzione e iperattività, tra gli altri. Hai parlato dei “sintomi” che causano un disagio. Un’altra parola interessante.

I sintomi sono le manifestazioni o le sensazioni che una persona percepisce come indicazioni di un problema di salute o di un disturbo fisico o mentale. Sono dei segni evidenti di una malattia o di un disturbo, come il dolore, la febbre, la tosse, la nausea, la vertigine, la stanchezza, il prurito, l’irritazione, la perdita di appetito, il cambiamento dell’umore, ecc.

Dunque si diceva che il cuore pompa il sangue. Poi si è detto che si contrae e si rilassa. Ma il cuore batte anche. Se il cuore batte, allora siamo vivi. Il cuore batte continuamente. Allora esiste il cosiddetto battito cardiaco, cioè il battito del cuore.

Anthony: I battiti cardiaci sono le contrazioni del cuore (ogni volta che il cuore si contrae abbiamo una contrazione) che spingono il sangue attraverso le arterie e le vene. Ogni volta che il cuore batte, cioè che si contrae, assistiamo ad un battito cardiaco.

Giovanni: Che battito cardiaco bisogna avere? Quale battito cardiaco è considerato normale?

Anthony: Il battito cardiaco normale varia a seconda dell’età, del livello di attività fisica e di altri fattori. In media, il battito cardiaco a riposo di un adulto sano dovrebbe essere compreso tra 60 e 100 battiti al minuto (si usa la sigla bpm, tre lettere che sono le iniziali di battiti al minuto).

Tuttavia, il battito cardiaco può variare notevolmente da persona a persona. In generale, se è inferiore a 60 bpm è considerato bradicardia. In pratica questo accade quando il cuore batte troppo lentamente.

Giovanni: E’ grave?

Anthony: Diciamo che dipende. Alcune persone possono avere un battito cardiaco più lento o più veloce rispetto alla media senza che ciò rappresenti un problema di salute. Un battito cardiaco inferiore a 60 bpm può essere considerato normale per alcune persone, specialmente per gli atleti o per coloro che hanno una buona forma fisica. In questi casi, il cuore è in grado di pompare una maggiore quantità di sangue con ogni battito.

Giovanni: il che significa….

Anthony: il che significa che il battito cardiaco può essere più lento ma comunque efficace nel fornire ossigeno e nutrienti al corpo. Tuttavia in molti casi la bradicardia potrebbe essere associata a sintomi come stanchezza, vertigini o svenimenti. D’altra parte, un battito cardiaco superiore a 100 bpm è considerato tachicardia.

Giovanni: ma da cosa dipende?

Anthony: può essere causato da una serie di fattori, tra cui lo stress, l’ansia, l’esercizio fisico intenso, la febbre e altre condizioni mediche.

Giovanni: Stiamo parlando quindi della “frequenza cardiaca“: il numero di battiti cardiaci al minuto.
Abbiamo anche nominato le vene e le arterie: è li che scorre il sangue. Si chiamano “vasi sanguigni“, e servono a trasportare il sangue dal cuore ai tessuti e agli organi del corpo. I “vasi” normalmente servono solamente a contenere, sono dei contenitori, ma i vasi sanguigni contengono e anche trasportano il sangue.

L’aggettivo sanguigno è interessante perché può anche essere usato in senso figurato per definire una persona. Ci si riferisce alle sue caratteristiche emotive o psicologiche. Una persona “sanguigna” si usa per indicare una personalità passionale, impetuosa o impulsiva. Una persona con “un temperamento sanguigno” o che ha “un’irruenza sanguigna”. Non si tratta d persone moderate e riflessive, ma non è detto sia negativo come aggettivo associandolo ad una persona. Viene spesso associato a passione, forza e vitalità, e allora è positivo, ma può anche essere interpretato in modo negativo se utilizzato per descrivere una personalità impulsiva o aggressiva.

Tornando alle arterie e alle vene, fanno lo stesso lavoro? Cosa hanno di diverso le arterie dalle vene? Sono entrambi vasi sanguigni, ma cosa li distingue?

Anthony: Le vene fanno l’opposto delle arterie: sono i vasi sanguigni che portano il sangue dai tessuti e dagli organi al cuore. Le vene poi hanno pareti più sottili e meno elastiche rispetto alle arterie.

Poi ci sono anche i capillari, che sono sempre vasi sanguigni, ma sono i più piccoli vasi sanguigni e hanno pareti molto sottili che consentono lo scambio di sostanze tra il sangue e i tessuti.

Giovanni: capillare somiglia non a caso alla parola “capello”. La cosa più sottile che abbiamo.

E’ interessante come il termine “arteria” si usi anche parlando di strade e autostrade. A Roma ad esempio ci sono parecchie arterie che portano le macchine dentro e fuori la città.

Le arterie stradali o autostradali sono dunque una metafora che si riferisce alle principali strade di comunicazione che attraversano una regione o un paese o che collegano una città con la periferia o diverse città e regioni tra loro. Queste strade sono spesso chiamate “arterie” per il loro ruolo fondamentale nel trasporto di persone, beni e servizi attraverso un territorio, così come le arterie del sistema circolatorio che trasportano il sangue dal cuore ai tessuti del corpo.

Ma torniamo alla tachicardia. Da cosa può essere causata?

Anthony: Oltre all’ansia, lo stress, la febbre, l’ipertiroidismo, anche da abuso di sostanze come la caffeina o l’alcol, o anche da patologie più gravi come le aritmie cardiache o le malattie cardiache.

Giovanni: Accidenti, quest’ansia è davvero pericolosa! Lo chiedo ad Estelle, la nostra farmacista francese.

Estelle: Ciao a tutti! Già, l’ansia è veramente pericolosa. E non dobbiamo bere troppo caffè né bere troppo alcool. Mi raccomando.

Giovanni: grazie Estelle. Tu ci parlerai nel prossimo episodio della sana alimentazione, una cosa a cui in Italia teniamo parecchio. Intanto però dicci una cosa: quanti caffè si possono bere ogni giorno per non avere la tachicardia? E quanti bicchieri di vino italiano (o francese!) ci sono consentiti?

Estelle: Purtroppo in medicina la risposta è sempre la stessa: dipende! Parlando in generale però, se parliamo di caffè italiani (quindi molto corti, serviti in una tazzina) tre caffè sono sufficienti e anche salutari per un adulto. In media si ritiene che un consumo moderato di caffeina sia di circa 400 mg al giorno.

Giovanni: che corrispondono più o meno a 3 o al massimo 4 caffè (fatti con la moka) ogni giorno. Quindi massimo 3 caffè al giorno. E vino? Quanto ne possiamo bere? Dipende anche qui?

Estelle: Hai indovinato! Il consumo di birra e vino (e altri alcolici) può causare tachicardia in alcune persone, e la quantità che può essere consumata senza sviluppare tachicardia dipende da diversi fattori individuali. Per questo motivo, è importante prestare attenzione ai segnali del proprio corpo e limitare il consumo di alcol se si sperimentano sintomi come battito cardiaco accelerato o palpitazioni.

Giovanni: palpitazioni? E cosa sono? Come la tachicardia?

Anthony: Non esattamente. Le palpitazioni sono una sensazione soggettiva di un battito cardiaco irregolare, accelerato o “saltellante”. Spesso sono descritte come un “battito cardiaco forte”, o “sensazione di avere il cuore in gola” o una “sensazione di farfalle nello stomaco”.

Giovanni: le farfalle nello stomaco? Io credevo che solo quando siamo innamorati si sentono le farfalle nello stomaco!

Anthony: non è un caso infatti. Anche in quel caso il cuore può accelerarsi.

Giovanni: Avere o sentire le “farfalle nello stomaco” è un’espressione comune usata per descrivere una sensazione di eccitazione o ansia che si manifesta nell’area dello stomaco. Questa sensazione può essere associata a diverse situazioni, come quando si è innamorati, quando si è ansiosi o quando si è nervosi per un evento importante.

Quando siamo esposti a situazioni stressanti o eccitanti (io preferisco queste), c’è un aumento del flusso sanguigno verso gli organi vitali, compreso lo stomaco. Questo aumento del flusso sanguigno può causare la sensazione di formicolio o, appunto, di farfalle nello stomaco.

Con le farfalle nello stomaco possiamo concludere questo episodio. Un saluto a tutti e ci vediamo al prossimo episodio dedicato alla salute in cui parleremo della sana alimentazione.

Estelle: Ciao a tutti

Anthony: un saluto anche da me! Il vostro dottorino!

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Insorgere – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 37)

Insorgere (scarica audio)

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.

Oggi vediamo il verbo insorgere, usato quasi esclusivamente in ambito politico. Vediamo perché.

Il verbo “insorgere” significa “opporsi attivamente” o “ribellarsi” a qualcosa o qualcuno che viene percepito come ingiusto o inaccettabile.

In ambito politico, il termine viene spesso utilizzato per riferirsi a movimenti di protesta, manifestazioni, scioperi e rivolte popolari contro governi, istituzioni o decisioni ritenute discriminatorie o dannose.

Il verbo “insorgere” è spesso usato in ambito politico soprattutto perché si riferisce a un’azione collettiva di protesta o di ribellione contro un sistema o un’autorità che viene percepita come illegittima o ingiusta.

Si tratta di una protesta collettiva dunque, che possiamo chiamare col termine insurrezione.

È un verbo che esprime un forte senso di opposizione e di resistenza. Una resistenza attiva, e quindi viene usato soprattutto in contesti di conflitto sociale e politico.

Insorgere” somiglia ad altri verbi che esprimono un’azione di opposizione o di resistenza, come “protestare”, “opporsi”, “ribellarsi”, “sollevarsi”, “alzarsi”, “manifestare”.

Tutti questi verbi si riferiscono a un’azione di opposizione attiva e possono essere usati in contesti simili.

Quando dico “attiva” intendo che questa insurrezione ha un obiettivo preciso, vuole contrastare, vuole opporsi con l’obiettivo di ottenere un risultato. Una resistenza attiva non è una resistenza che serve solo a resistere, ad allungare la sofferenza o la vita.

Il verbo “insorgere” ha chiaramente a che fare con il verbo “sorgere” che a prima vista sembrerebbe riguardare solamente il sole, che sorge ogni mattina.

In realtà anche una domanda può sorgere. Spesso si dice che una domanda “sorge spontanea” .

Molto simile al verbo nascere. Un sospetto può ugualmente sorgere. Anche un edificio o una montagna possono farlo.

L’edificio sorge a fianco del parlamento

La casa abusiva è sorta in una sola notte

La maestosa montagna sorgeva all’orizzonte, dominando la vista con la sua imponenza.

Può sorgere anche un’idea o un problema, o un dubbio.

Mi sorge un dubbio

È appena sorto un problema

L’idea è sorta dalla geniale mente di Marco

Molto spesso si tratta di una nascita improvvisa, di una crescita inaspettata.

C’è un legame tra sorgere e insorgere perché entrambi derivano dal latino “surgere“, che significa infatti “alzarsi” o “elevarsi“, proprio come fa il sole la mattina, quando si alza in cielo per illuminare il mondo.

“Insorgere” invece significa letteralmente “alzarsi contro qualcosa” o “elevarsi in opposizione“.

In questi casi di insurrezione o protesta collettiva, protesta di massa, si parla anche di un “sollevamento di protesta” come ad esempio un sollevamento popolare.

Ad insorgere può essere il popolo in generale, magari contro una decisione del governo che non li trova d’accordo, oppure può insorgere un gruppo parlamentare o l’insieme dei dipendenti di un’azienda, o anche i sindacati dei lavoratori.

Perché l’uso del prefisso “in“? Se è sorta questa domanda, vi rispondo subito. “In” indica una sorta di inversione di una situazione data. Scusate il gioco di parole.

Cosa viene invertito? È Il senso del verbo sorgere.

Sorgere” significa infatti “alzarsi” in senso positivo, mentre “insorgere” significa “alzarsi” in senso negativo, ovvero contro qualcosa o qualcuno.

Accade spesso questo con la preposizione in. Pensate a credibile e incredibile, pensate a indimenticabile o a intollerante.

Chiarito quest’ultimo dubbio, ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.Anzi no…

Vediamo altri 10 esempi di uso del verbo insorgere perché mi sono appena ricordato di altri due utilizzi particolari del verbo insorgere. Prima faccio gli esempi e poi ve ne parlo:

1. Il partito di opposizione insorge contro la nuova legge fiscale proposta dal governo.
2. I cittadini insorsero contro la corruzione dilagante nel loro paese.
3. Se non si prendono misure adeguate, il conflitto potrebbe insorgere nuovamente.
4. Dopo l’ultimo scandalo politico, molti gruppi di attivisti sono insorti per chiedere riforme.
5. La popolazione è insorta contro il regime autoritario che governava il paese.
6. Il sindacato è insorto contro la decisione dell’azienda di licenziare centinaia di lavoratori.
7. La tensione tra i due paesi insorge periodicamente a causa della disputa territoriale.
8. Dopo le elezioni, i sostenitori del partito vincitore sono insorti in festa nelle strade.
9. I giovani studenti sono insorti in protesta contro le misure di austerità del governo.
10. Non appena si è diffusa la notizia della nuova tassa, la popolazione è insorta in massa contro il governo.

Nell’esempio n. 3 vediamo che anche un conflitto può insorgere. In questo caso sta per nascere all’improvviso, crescere inaspettatamente e/o molto velocemente. Lo stesso vale con la tensione, quando insorge, come nell’esempio n. 7. Sempre di fenomeni collettivi parliamo però.

Infine, nell’esempio n. 8, “insorgere in festa“, non ha nulla a che fare con la protesta e la ribellione. Questa è un’espressione invece che indica una specie di festeggiamento di massa, un’occasione di festa collettiva.

Potrei anche dire che:

Dopo la vittoria del campionato del mondo, i tifosi sono insorti in festa.

Se vogliamo restare nella politica, un altro esempio può essere:

Dopo la notizia della liberazione del prigioniero politico, la popolazione è insorta in festa per celebrare il ritorno della libertà.

Adesso posso salutarvi veramente.

Alla prossima.

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La solerzia (ep. 932)

La solerzia (scarica audio)

Trascrizione

Devi essere solerte!

Te l’hanno mai detto?

Parliamo della solerzia.

L’idea della rapidità è la prima cosa che viene in mente, e per questo essere solerte può anche sostituirsi con essere rapido, agire rapidamente, fare in fretta.

La rapidità è un aspetto importante della solerzia, ma non è l’unico. Non basta dire:

Sbrigati!

Devi fare in fretta!

Non stiamo aspettando la fidanzata che scende per andare cena!

E non stiamo neanche facendo una gara di velocità.

La solerzia è un termine che indica anche la prontezza e l’efficienza nel compiere un’azione o un lavoro.

Si usa per descrivere una persona che agisce con rapidità ma anche diligenza, senza perdere tempo inutilmente.

Per essere solerti, è importante essere organizzati e pianificare bene il proprio lavoro in modo da poterlo svolgere con efficienza. Inoltre, bisogna essere motivati e avere una forte volontà di portare a termine le cose.

La solerzia può essere sostituita da altri termini come “diligenza”, “impegno”, “metodo”, prontezza o “efficienza” però quando lo facciamo ci perdiamo sempre qualcosa.

Tipo:

Bisogna agire con solerzia

Questo vuol dire, tra le altre cose:

Bisogna agire con prontezza

Bisogna agire con metodo

Bisogna agire con diligenza

Però bisogna anche fare in fretta e con precisione.

Inoltre la solerzia ha un’accezione positiva molto forte, che implica un senso di responsabilità e un forte impegno personale.

La solerzia possiamo usarla in molti contesti, sia nella vita privata che nel mondo del lavoro. Non è un caso che la parte finale della parola solerte deriva da “arte”, nel senso di attività e lavoro.

Ad esempio, si può parlare di solerzia nell’affrontare un progetto, nel rispondere alle richieste dei clienti, nella cura della propria salute o nella gestione del proprio tempo.

In generale, la solerzia è apprezzata in ogni ambito in cui viene richiesta efficienza e rapidità d’azione.

Certo, non è un termine che fa parte più di tanto del linguaggio quotidiano.

Questo è vero, ma resta comunque un termine corretto e di uso comune in molti contesti, soprattutto, ripeto, nel mondo del lavoro.

Possibili sinonimi di solerte possono essere anche meticoloso e zelante. Oppure alacre, attivo, laborioso o anche scattante.

Invece come opposto possiamo usare sicuramente negligente, pigro o svogliato.

Adesso ripassiamo parlando di attualità.

Anthony: Ragazzi riuscite a capacitarvi dei due avvenimenti storici che si sono verificati la settimana scorsa? Era daillo tempore che non vedevamo una incoronazione e nientepocodimeno che uno scudetto in mano al Napoli.

André: sebbene io faccia il tifo per un’altra squadra, i festeggiamenti dei tifosi del Napoli mi hanno fatto venire la pelle d’oca! Della incoronazione del Re Carlo me ne frego bellamente!

Danielle: Ma questo è un atteggiamento assai ingeneroso nei confronti delle tradizioni di una grande nazione. Datti una regolata!Scherzo, scherzo. Del re non è che me ne importi granché neanche a me.

Marcelo: sullo scudetto del Napoli, dico che è meritatissimo. Nulla quaestio.
Quanto al Re Carlo, porta sul groppone una grande responsabilità, soprattutto perché viene dopo sua madre; ma pare bruttonon dargli fiducia. Direi che è doveroso.

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Esempi di utilizzo del termine solerzia

1. Essere solerti nel rispondere alle email dei clienti è fondamentale per mantenere una buona reputazione aziendale.
2. Il team di soccorso è stato solerte nel rispondere alla chiamata di emergenza.
3. I dipendenti sono solerti nel rispettare le norme igieniche e di sicurezza sul lavoro.
4. La segretaria è sempre molto solerte nell’organizzare gli appuntamenti del suo capo.
5. Il volontariato richiede persone solerti e disponibili a dedicare il proprio tempo agli altri.
6. La polizia ha agito in modo solerte per fermare i fuggitivi.
7. La squadra di manutenzione è stata solerte nel riparare il guasto dell’ascensore.
8. La guida turistica è stata molto solerte nel rispondere alle domande dei turisti.
9. Gli studenti solerti hanno ottenuto i migliori voti agli esami.
10. La squadra di produzione è stata solerte nel consegnare il progetto in tempo utile.

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Le Analisi del sangue – Il linguaggio della salute (ep. 3)

Le Analisi del sangue (scarica audio

Giovanni: ecco il terzo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della salute.

Dopo aver parlato dell’ansia e prima ancora delle iniezioni, oggi ci occupiamo delle analisi del sangue.

Perché? Semplicemente perché dopo aver fatto le analisi del sangue, si aspettano i risultati, spesso con ansia!

 

Andrè Arena
Andrè Arena, corrispondente in Brasile (Araraquara, San Paolo) di Italiano Semplicemente

Scherzi a parte, oggi ci farà compagnia André Arena, che gestisce un centro analisi in Brasile, nei pressi della città di San Paolo.

Per prima cosa, le analisi del Sangue vengono anche dette “esami del sangue”, sebbene analisi sia un termine più usato, sia dai medici, sia dalla popolazione in generale, perché il sangue va in effetti analizzato per vedere..

André: per vedere se tutto è a posto.

Giovanni: grazie André, ma stavo dicendo che spesso si chiamano anche esami perché in fondo si fa una valutazione di alcune caratteristiche del sangue, caratteristiche che emergono appunto dalle analisi.

Ho appena usato il verbo “emergere“, che si usa sempre per tutte le analisi mediche.

Dalle analisi emerge sempre qualcosa, di buono o di cattivo.

André: scusatemi! Ho dimenticato di dire buongiorno a tutti!

Giovanni: vabbè, meglio tardi che mai! Dicevo che emergere si usa spesso parlando di esami e analisi mediche:

Dalle analisi non emergono elementi di preoccupazione.

André: dalle analisi emerge un livello eccessivamente alto del colesterolo.

Giovanni: André, per quale motivo nel tuo centro le persone vengono a fare le analisi?

André: generalmente è il dottore che prescrive le analisi.

Giovanni: cosa fa il dottore?

André: il medico prescrive le analisi al paziente.

Giovanni: interessante il verbo prescrivere, soprattutto perché non si usa solo in medicina.

In ambito medico significa ordinare come terapia. Es:

il medico gli ha prescritto un antibiotico.

Il medico mi ha prescritto delle analisi del sangue.

Si usa però anche parlando di leggi e regolamenti:

la legge prescrive obblighi precisi

il regolamento prescrive che le decisioni siano prese all’unanimità.

Notate che quando uso “prescrive che” va usato poi il verbo al congiuntivo.

Se il congiuntivo mi sta antipatico posso usare la preposizione “di”:

La legge prescrive di mantenere il segreto nell’interesse dello Stato.

André: Il medico ha prescritto di prendere questo medicinale due volte al giorno.

Giovanni: Anche i reati si possono prescrivere però, ma in questi casi non bisogna compiere un reato perché ce l’ha prescritto il medico. Siamo sempre in ambito di giustizia.

Nella giustizia si usa l’espressionecadere in prescrizione“, a proposito, oltre che di diritti o di reati, di impegni o rapporti soprattutto sociali e affettivi che decadono o si annullano.

Ma torniamo alle analisi del sangue. André, mi descrivi come avvengono queste analisi?

André: tecnicamente si deve fare un prelievo del sangue attraverso una iniezione.

Giovanni: Una iniezione di fiducia?

André: no, magari! Purtroppo va fatta un’iniezione al braccio.

Giovanni: delle iniezioni sicuramente i nostri ascoltatori si ricorderanno del primo episodio della rubrica.

André: non avete parlato del prelievo però!

Giovanni: facciamolo adesso. Si tratta di una operazione di prelevamento. Si preleva una piccola quantità di sangue in questo caso.

Il sangue non è l’unica cosa che si può prelevare però.

Si può prelevare anche un campione di un tessuto, a scopo diagnostico. Ma esiste anche il prelievo al bancomat. In questo caso si prelevano i soldi.

Prelevare sta per “far uscire” qualcosa.

Ma per fare un prelievo di sangue cosa occorre?

André: prima si disinfetta il punto in cui si fa l’iniezione.

Giovanni: si disinfetta, cioè si tratta quella parte del braccio con un disinfettante, si sottoporre il punto a disinfezione. Perché si deve evitare l’infezione. “Trattare”, nel linguaggio medico, significa curare una malattia, un malanno con un certo rimedio. Si può trattare una ferita con del disinfettante, oppure si può trattare chirurgicamente un tumore. In questo caso si deve trattare il braccio con un disinfettante. Si tratta (scusate il gioco di parole!) del “trattamento”. Trattare in questo caso è simile ad “applicare”. Anche il laccio emostatico, che serve a arrestare la circolazione del sangue sul braccio, si può applicare. Infatti che si fa dopo aver trattato il braccio con il disinfettante?

André: poi si prende un laccio emostatico e si applica all’inizio del braccio.

Giovanni: e poi si infila l’ago.

André: esattamente. Poi il sangue dove va a finire?

Giovanni: lo chiedi a me?

André: no, lo chiedevo agli ascoltatori!

Giovanni: ah, e come si chiama quel piccolo contenitore in cui si mette il sangue dopo che è stato prelevato?

Provette
Le provette

André: si chiama provetta.

Giovanni: sai André come possiamo chiamare una persona che ha acquistato una certa esperienza e abilità in una professione o in uno sport? 

André: come?

Giovanni: proprio provetta!

Questo è anche un aggettivo infatti.

Un cuoco provetto

Una insegnante provetta

Un avvocato provetto

Un calciatore provetto

È un modo simpatico e non troppo formale per indicare che una persona sa fare bene qualcosa anche se non è ancora espertissimo. Non si dice normalmente di persone anziane.

André: allora ormai sono un tecnico provetto! Potete fidarvi di me!

Giovanni: senti André, allora essendo ormai provetto nel tuo mestiere, saprai spiegare cosa sono i “parametri” quando parliamo delle analisi del sangue.

André: i parametri? Un parametro è un termine o valore di riferimento, un criterio di giudizio.

Giovanni: ad esempio?

André: ad esempio riguardo il colesterolo, quello cosiddetto “buono”, cioè il colesterolo HDL, deve essere maggiore di 40 mg/dl. Questo è il parametro di riferimento.

Giovanni: il termine parametro infatti contiene la parola “metro” e questa parola si usa spesso per indicare un giudizio o un confronto. Il metro non è solo una misura della distanza, ma anche un criterio soggettivo di giudizio.

Ognuno quando giudica lo fa col proprio metro

Cioè ognuno, nel giudicare, fa dei confronti, decide quanto è buona o cattiva una cosa ad esempio, a seconda delle proprie esperienze.

André: i parametri di riferimento dei valori del sangue sono però valori oggettivi, che valgono più o meno per tutti. Infatti non c’è mai un singolo valore considerato “normale”, ma un livello minimo, massimo o un intervallo di valori.

Giovanni: i problemi nascono quando usciamo da questo valori. Perché i parametri sono dei valori, sono dei numeri. Ma quale termine si usa per fare una valutazione, per dare un giudizio su ciò che emerge dalle analisi?

 analizzatore di immunodosaggio automatizzato
Uno strumento di diagnostica: analizzatore di immunodosaggio automatizzato

André: parli della diagnosi?

Giovanni: se non lo sai tu!

André: si, la diagnosi dei risultati è la valutazione dei risultati.

Giovanni: la diagnosi viene fatta dai cosiddetti “strumenti diagnostici”?

Anthony: Gli strumenti diagnostici, come l’apparecchio per misurare la pressione, possono essere utilizzati per aiutare nella diagnosi, ma la diagnosi finale è sempre fatta dal medico (come me) o dal professionista sanitario (come Andrè) sulla base di una valutazione completa del paziente e di tutte informazioni disponibili, come l’esame fisico del paziente, la sua storia clinica e altri test di laboratorio e diagnostici.

Giovanni: Ah, grazie Anthony! Così si identifica e si determina la natura e la causa di una malattia o di un disturbo. Questa è la diagnosi. Mi fa piacere che sei intervenuto proprio sulla diagnosi, il tuo pane quotidiano!

Anthony: Da distinguere dalla prognosi.

Giovanni: giusto. Vuoi spiegarci anche cos’è la prognosi?

Anthony: all’esito degli esami, cioè una volta che abbiamo i risultati delle analisi e una volta che il medico ha fatto la diagnosi, si passa alla prognosi.

Giovanni: beh, la parola “esito” però bisogna spiegarla. Esito significa risultato, quindi all’esito delle analisi significa, come hai detto tu poc’anzi, quando abbiamo il risultato delle analisi, e “all’esito della diagnosi” sta per “dopo che abbiamo la diagnosi”, detto in parole povere, “una volta ottenuta la diagnosi”. Il termine “esito” si riferisce al risultato di un’azione o di un evento qualunque. Quindi, se qualcosa ha un “esito positivo“, significa che ha avuto un risultato positivo, mentre se ha un “esito negativo“, significa che ha avuto un risultato negativo. Facile.

André: Quando si fanno le analisi mediche si aspetta sempre l’esito delle analisi o l’esito degli esami, più in generale.

Giovanni: facciamo un esempio allora. Hai detto che all’esito degli esami, cioè una volta che abbiamo i risultati delle analisi e una volta che il medico ha fatto la diagnosi, si passa alla prognosi.

Non ho capito bene la differenza tra diagnosi e prognosi

Anthony: in parole povere con la diagnosi si cerca la causa dei sintomi, mentre la prognosi si concentra sugli esiti possibili.

Giovanni: Ah ok! Quindi se ad esempio all’esito delle analisi del sangue risulta un livello troppo elevato del colesterolo cattivo, allora la diagnosi potrebbe essere che il paziente mangia troppi grassi. Questa potrebbe essere una possibile diagnosi.

Un pizzaiolo provetto
Un pizzaiolo provetto

Anthony: esatto, e una diagnosi potrebbe essere che il paziente, se farà più attività sportiva, non avrà gravi rischi per la salute. Comunque non dobbiamo dimenticare che in questo caso ci sono anche i fattori genetici da considerare. 

Giovanni: quindi si può avere una buona prognosi e una cattiva prognosi.

Terminiamo con l’espressione “assegnare 10 giorni di prognosi“. É interessante anche l’uso del verbo assegnare, simile a prescrivere. Anche i compiti si assegnano.  Il professore assegna i compiti agli studenti. Così anche i giorni di prognosi si possono assegnare. ma che vuol dire?

Anthony: Quando un medico assegna una prognosi di 10 giorni, tanto per fare un esempio, significa che il medico prevede che il paziente abbia bisogno di almeno 10 giorni per guarire o recuperare da una malattia o un infortunio. La prognosi di 10 giorni indica quindi la durata approssimativa della convalescenza necessaria per il paziente.

Giovanni: la convalescenza è l’ultimo termine che spieghiamo oggi. Si tratta di quel periodo di tempo o, se vogliamo, quello stato di transizione che serve per il superamento della malattia al recupero completo delle forze e della normale salute (la guarigione).

André: quindi il medico indica, come prognosi, che il paziente ha bisogno di un periodo di convalescenza e durante questo periodo, il paziente potrebbe richiedere cure mediche, riposo a letto, farmaci o altre terapie per aiutare nella guarigione o nel recupero.

Giovanni: bene, possiamo considerarci soddisfatti per oggi. Allora ricapitolando, abbiamo parlato delle analisi o esami del sangue, abbiamo detto che, all’esito di tali analisi possono emergere eventuali problemi. Abbiamo detto che è il medico che prescrive le analisi ed eventuali farmaci. Abbiamo visto i verbi trattare e applicare e poi anche il laccio emostatico.

André: poi si è parlato del prelievo, del verbo prelevare e della provetta.

Giovanni: e poi abbiamo parlato dei parametri di riferimento, della parla “metro“, della diagnosi e della prognosi, che si può anche “assegnare“.

André: e per finire hai spiegato l’esito e la convalescenza.

Giovanni: grazie a tutti, specie a André e Anthony per l’aiuto. Il prossimo episodio vedremo la tachicardia. Ci aiuterà ancora Anthony e chissà se non troveremo altri membri esperti di cuore. Chi lo sa!

André: un saluto a tutti.

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Fare attenzione, fare caso e prestare attenzione (ep. 931)

Fare attenzione, fare caso e prestare attenzione (scarica audio)

Giovanni: Mi è stato richiesto di spiegare la differenza tra “fare attenzione” e “fare caso”.

Sono due locuzioni che hanno delle somiglianze ma anche delle differenze alle quali vi prego di prestare attenzione.

In estrema sintesi, possiamo dire che entrambe si riferiscono alla consapevolezza di un evento o di una situazione, ma “fare attenzione” si concentra sull’essere concentrati e vigili, mentre “fare caso” si riferisce a notare qualcosa.

Si possono usare in sostituzione in alcuni casi, ma ci sono alcune sfumature che le distinguono.

Ad esempio, se qualcuno ti dice di “fare attenzione” (o di stare attento/a) a una strada trafficata, si sta concentrando sulla necessità di essere vigili, di stare attenti, che occorre consapevolezza per evitare un incidente, mentre se ti dice di “fare caso” a qualcosa, si sta chiedendo di notare un particolare dettaglio.

Il verbo “notare” si può usare in luogo di “fare caso” perché si tratta di qualcosa che potrebbe sfuggire. Si tratta spesso di un dettaglio e di solito niente di pericoloso.

In entrambi i casi si può usare la preposizione “a”.

Hai fatto caso al colore del cielo che c’è in Italia? È molto più blu rispetto al mio paese!

Bisogna fare attenzione alle buche sulla strada.

Hai fatto caso che Giovanni è un po’ triste?

Hai notato che Giovanni oggi è u po’ triste?

Fate attenzione ragazzi, perché questo è un argomento importate e sicuramente lo chiederò all’esame.

Le locuzionu “fare caso” e “fare attenzione” si possono entrambe sostituire con “prestare attenzione”, che è, tra l’altro, meno informale.

Prestare attenzione si può usare sia per notare un dettaglio che potrebbe sfuggire, ma si usa in particolar modo nel senso di restare concentrati durante una spiegazione:

Presta attenzione ai suoi occhi e noterai che sono lucidi. Segno che ha appena pianto.

Qui è più vicino a “fare caso” .

Oppure si può usare per segnalare un pericolo o per far notare una cosa importante, proprio come “fare attenzione”:

Presta attenzione alla guida sennò vai fuori strada

Devi prestare più attenzione quando spiego, perché altrimenti poi impieghi il triplo del tempo per imparare la lezione.

È tutto per oggi. Prestate attenzione al ripasso però. Sono sicuro che sarà utile per voi.

Oggi ripassiamo alcuni episodi passati tra cui alcuni verbi che si utilizzano in contesti lavorativi. Avete fatto caso al fatto che non ripassiamo molto spesso questi verbi?

Lejla: Ciao a tutti, oggi vorrei discutere di ciò che è più importante nella vita. Per me tutto dipende dalla felicità e dal raggiungimento di un equilibrio stabile tra i vari aspetti della vita. Questo mi permette di essere soddisfatta e serena. Ne convenite?

Karin: si fa presto a dire ne convenite.
Diciamo che sono d’accordo con te, la felicità è sicuramente importante. Ma c’è anche la realizzazione personale, il raggiungimento dei propri obiettivi. Parlo dell’auto-realizzazione. C’è qualcuno che non presta attenzione però, o sbaglio?

Marcelo: sto ascoltando, non fare la spiritosa. Io penso che la cosa che più conta, dopo aver vagliato tutta la vita tra le varie possibili risposte, sia la ricerca della verità. Come affermava Socrate, “la vita senza verità non vale la pena di essere vissuta”.

Estelle: che fai, ti inventi le frasi di Socrate? Ma io non lo so! Concordo con te comunque: la verità e la conoscenza sono fondamentali nella vita. Ma vorrei suggerire l’importanza delle relazioni interpersonali, come sosteneva Martin Buber.

Danielle: Ma come possiamo valutare quale di questi aspetti abbia più importanza per pervenire a una soluzione?

Marcelo: Possiamo disaminare le motivazioni che ci spingono e capire quale di esse ci rende più appagati e soddisfatti? Sennò non ne usciamo! Non mi equivocate però. L’argomento è interessantissimo.

Karin: caldeggio la tua idea, ma non dobbiamo limitarci solo alla nostra personale prospettiva. Possiamo guardare anche alle esigenze della società in cui viviamo.

Estelle: a sto punto disdico al ristorante! Ci vuole una vita qui a esaurire questo discorso. Comunque per far prima potremmo attenerci alle teorie di pensatori importanti come Aristotele, che sosteneva l’importanza dell’equilibrio tra i vari aspetti della vita.

Khaled: Quindi potremmo dire che l’importanza dipende dalle circostanze e dalle necessità di ognuno di noi. Ma come possiamo ristabilire l’equilibrio tra i vari aspetti quando l’equilibrio viene perso?

Karin: Possiamo cercare una via di mezzo, come sosteneva Aristotele, riconoscendo l’importanza di tutti i fattori della vita. Non ho una risposta personalmente, e poi lungi da me la volontà di impartire lezioni agli altri.

Marcelo: E come sottolineava Kant, dovremmo fare ricorso alla ragione e al buonsenso per risolvere i conflitti e trovare un equilibrio.

Estelle: Ma dobbiamo anche valutare l’ammontare delle risorse che abbiamo a disposizione e fare attenzione a non cedere troppo su un aspetto a discapito degli altri.

Edita: la Risorsa più importante per ora è il tempo e io ho fame. Scusate se sembro venale, ma bisogna constatare che si è fatta una certa ora. Aristotele può aspettare e io pertanto mi esento dal proseguire la discussione.

Hartmut: vabbè taglio corto allora. Liquidiamo la questione dicendo che alla fine siamo d’accordo sul fatto che l’importanza nella vita dipende dalle esigenze e dalle necessità di ognuno di noi e che dobbiamo cercare un equilibrio tra i vari aspetti per essere appagati e realizzati. E sia! Per me melanzane alla parmigiana!

Karin: ben detto! Adesso mangiare bene è la cosa più importante e appagante.

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L’ansia si trasmette? Il linguaggio della salute (ep. 2)

L’ansia si trasmette? (scarica audio)

Giovanni: L’ansia si trasmette? Un genitore può essere la causa di un figlio ansioso?

Queste sono le domande di oggi per il secondo episodio del linguaggio della salute, la nuova rubrica di Italiano Semplicemente adatta per migliorare il nostro italiano.

Sappiamo che non bisogna studiare il condizioni di stress – è la terza regola d’oro di Italiano Semplicemente se ricordate. L’ansia quindi è concepita come qualcosa che non giova, non è salutare oltre certi limiti. Soprattutto per i ragazzi.

L’ansia si trasmette?

Trasmettere” è il verbo che si usa normalmente per indicare il passaggio di una malattia da una persona all’altra.

Parliamo delle malattie trasmissibili, chiaramente.

Non tutte le malattie infatti si possono trasmettere.

Riguardo all’ansia, l’ho chiesto ad una professoressa universitaria, membro dell’associazione Italiano semplicemente di nome Rafaela, di nazionalità spagnola.

Ma cos’è l’ansia?

Facciamo una piccola premessa.

L’ansia è un’emozione naturale (non una malattia quindi) e anche normale, che tutti possono provare (tutte le emozioni si “provano”) in determinate situazioni, ad esempio in caso di esame, un colloquio di lavoro o situazioni di stress.

Tuttavia, quando l’ansia diventa eccessiva e interferisce con la vita quotidiana, sappiamo tutti che può diventare anche un problema di salute: può generare eccessiva preoccupazione, inquietudine, paura, apprensione, tensione e anche stanchezza.

Ma Rafaela è specializzata in psicologia dei ragazzi e allora le chiedo:

L’ansia dei ragazzi da cosa dipende?

Rafaela: buongiorno a tutti. La causa dell’ansia nei ragazzi può essere attribuita a molteplici fattori, tra cui la pressione scolastica, la competizione sociale, la pressione dei genitori e la mancanza di autostima.

Quindi sì, l’ansia può dipendere anche dai genitori. Tra l’altro, quando vediamo davanti a noi a una persona con un’ansia esagerata, ci può fare innervosire e possiamo provare anche noi ansia.

Giovanni: C’è allora un legame col comportamento dei genitori?

Rafaela: Nel corso degli anni, è stata constatata (cioè verificata, appurata) una connessione, cioè un legame, tra l’ansia dei ragazzi e genitori iperprotettivi.

Giovanni: bel termine questo. I genitori iperprotettivi sono coloro che proteggono eccessivamente i figli. “Iper” è simile a “super”.

Rafaela: infatti, ma così facendo si impedisce loro di maturare e la loro autostima è minacciata. Questa eccessiva protezione impedisce loro di sviluppare la resilienza necessaria a fronteggiare le situazioni di stress e difficoltà.

Giovanni: è una parola molto di moda in questi ultimi anni questa: la resilienza.

In psicologia la resilienza è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Si usa però anche in economia recentemente, per indicare la capacità di una economia, cioè di un paese, di una nazione, di superare prove difficili e crisi economiche.

Più è elevata la resilienza, meglio è.

Tornando alla medicina invece, pare che gli esperti, Rafaela compresa immagino, concordino sul fatto che l’ansia possa essere utile in alcune situazioni, poiché può tenere il corpo in allerta, in allarme, per affrontare una minaccia o una situazione pericolosa.

Quindi l’ansia in qualche modo è utile, serve a qualcosa.

Tuttavia, l’ansia eccessiva può ostacolare il normale funzionamento della vita quotidiana, tanto da impedire ai ragazzi di godersi le attività quotidiane e di sviluppare normalmente.

Rafaela: certo, e allora è importante che genitori e educatori aiutino i ragazzi a comprendere l’ansia e a sviluppare strategie salutari per affrontare le situazioni stressanti. Inoltre, è importante che i genitori evitino di mettere troppa pressione sui propri figli e li aiutino a sviluppare la resilienza necessaria per fronteggiare le difficoltà della vita.

Giovanni: allora meglio non proteggerli affatto? Ma qual è il contrario di iperprotettivo?

Si va da un eccesso all’altro. Si dice che un genitore, in questo caso, è lassista, permissivo. Parliamo del lassismo. È positivo il lassismo dei genitori?

Un genitore è lassista quando manca di rigore, quindi una specie di menefreghismo, un eccessivo permissivismo.

Rafaela: purtroppo anche il lassismo eccessivo può rendere i figli più vulnerabili all’ansia. E bisogna sapere che ci sono altri stili genitoriali come lo stile eccessivamente autoritario ed esigente. Questo tipo di genitore è ancora più collegato ai sintomi di ansia nei figli. Se i genitori usano una severa disciplina con i figli e li puniscono per i loro errori, è più probabile che i figli sviluppino una maggiore sensitività e reattività ai propri errori. Questa maggior reattività negativa davanti ai propri errori poi diventa parte della loro struttura neurale ed è questa caratteristica neurale a essere associata ai disturbi dell’ansia.

Giovanni: un mestiere difficile quello del genitore vero?

Rafaela: purtroppo si! Ma non ti far venire l’ansia perché ci sono molti fattori a intervenire, oltre ai genitori.

Giovanni: ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla salute. Grazie a Rafaela.

Rafaela: prego! Grazie te per questa occasione!

Giovanni: nel prossimo episodio parliamo delle analisi del sangue e ci aiuterà André dal Brasile, un esperto del settore. Anche André è membro dell’associazione Italiano semplicemente.

André gestisce infatti un centro analisi ad Araraquara, vicino San Paolo.

Anch’io una volta ho fatto le analisi del sangue nel laboratorio di André.

André: Fortunatamente sono andate bene 🙂

Giovanni: ah, per fortuna! Mi stava già prendendo l’ansia!

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Sussistere – VERBI PROFESSIONALI (n. 84)

Sussistere

Descrizione: il verbo sussistere si utilizza spesso in contesti lavorativi in caso soprattutto di problemi. Si può usare come une versione formale di essere e esistere ma anche in modo simile a persistere e perdurare.

Durata: 14 minuti

La trascrizione completa e il file audio dell’episodio sono disponibili per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

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Il groppo (ep. 930)

Il groppo (scarica audio)

Voce di Danielle, membro della nostra associazione italiano semplicemente

Ricordate il groppone? Ne abbiamo parlato in un episodio e abbiamo detto che deriva dalla groppa, al femminile.

Ebbene, esiste anche il groppo, che però è una cosa completamente diversa.

La parola “groppo” può avere diverse accezioni che dipendono dal contesto in cui viene usata.

Si usa soprattutto il “groppo in/alla gola“.
Si parla di groppo in gola quando si avverte una sensazione di blocco o di fastidio alla gola, come se avessimo qualcosa o se abbiamo veramente qualcosa alla gola che ci dà fastidio, ma in genere è una sensazione.

In questo senso, “groppo” può essere sostituito con “nodo”, quindi “nodo alla gola”, o “fastidio alla gola”.

Si usa anche quando, per l’emozione, non si riesce a parlare, come se si avvertisse qualcosa alla gola che impedisce di parlare o di esprimersi bene.

Mi è venuto un groppo alla gola e non sono riuscito a parlare. Ero troppo emozionato.

Il concerto è stato bellissimo. Da groppo alla gola.

La prima sera al festival di Sanremo mi è venuto un groppo alla gola. Non riuscivo a cantare.

Prima di piangere viene sempre un groppo alla gola

Quando si avverte un groppo alla gola, in generale, per commozione, paura o angoscia, non riusciamo a deglutire.

Il termine groppo si usa, sebbene più raramente, anche per indicare del filo arrotolato e intricato. Anche questo impedisce un’azione: quella di srotolare il filo.

In questo caso, “groppo” può essere sostituito con “nodo”, “attorcigliamento“, un “nodo intricato“, un “groviglio“. In pratica un insieme intricato di fili tutti arrotolati, attorcigliati.

In senso figurato, viene naturale e intuitivo immaginare che “groppo” può indicare anche una difficoltà o un impedimento che impedisce di procedere, generando ansia o incertezza.

Rappresenta una sorta di blocco, quindi proprio come i problemi, impediscono di procedere, di andare avanti in qualche attività.

Ad esempio, si può dire che si avverte un groppo nello/allo stomaco quando si è molto preoccupati o si è a disagio per qualcosa.

In questo contesto, “groppo allo stomaco” può essere sostituito con “nodo allo stomaco”, “sensazione di oppressione”, “disagio interno”.

Quando vedo certe scene di violenza mi prende un groppo allo stomaco che non ti dico!

Ma quando torna mio figlio? Già avverto un groppo allo stomaco per l’ansia.

Ma che schifezze ti mangi? Mi fai venire un groppo allo stomaco solo a guardarti!

Si usa spesso in contesti di questo tipo, quando c’è ansia, preoccupazione o anche in senso ironico.

Infine, “groppo” può anche essere usato come sinonimo di “cumulo”, “ammasso”.

Ad esempio, si parla di groppo di terra o di groppo di sassi. Un uso meno diffuso quest’ultimo.

Attenzione anche a non confondere “groppo” con “gruppo“, che ha un significato e un uso diverso, ma in fondo sia il gruppo che il groppo sono un insieme di qualcosa, quindi sono termini affini.

Groppo, letteralmente, significa massa tondeggiante, quindi questo chiaramente ci fa capire anche il legame con la groppa, che, come si è visto, è il dorso degli animali, anch’esso abbastanza tondeggiante.

Adesso facciamo un breve ripasso. Spero non venga a nessuno un groppo alla gola per l’emozione.

Marcelo: ciao amici. Adesso sono a Colonia, in Uruguay, e sto per andare in Argentina dopo quattro ore di macchina. Non appena arrivato, farò una scappata a salutare mia figlia! Dopo un anno di assenza, non vorrei passare per maleducato.

André: So che sei appassionato dell’Uruguay! Non a caso vivi li da un pezzo ormai. Non ti preoccupare, Marcelo! non sarai mai soggetto a critiche per questo motivo! Vedi un po’! Dopo tante ore in viaggio, dulcis in fundo, ritroverai tua figlia!

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Il virgolettato (ep. 929)

Il virgolettato (scarica audio)

Il termine “virgolettato“, che probabilmente molti di voi non avranno mai letto o ascoltato prima d’ora (ovviamente mi rivolgo a un pubblico di non madrelingua italiana) si riferisce all’uso delle virgolette (“”), che sono dei segni di punteggiatura.

I segni di punteggiatura sono i punti, le virgole, i due punti, il punto e virgola eccetera.

Anche le virgolette sono dei segni di punteggiatura, e il loro ruolo è fungere da delimitatori di parole o frasi all’interno di un testo.

I delimitatori servono a delimitare, a circoscrivere.

Partiamo dal nome: si chiamano in modo simile alla virgola, e in effetti la loro forma è simile, ma sono due, e si usano sia prima che dopo una parola o una frase: sono delimitatori, come ho detto, quindi delimitano una parola o una frase. Circoscrivono una parte di un testo.

Delimitare significa appunto segnare un limite, un confine, a destra e a sinistra in questo caso, cioè prima e dopo.

Le virgolette possono essere utilizzate in vari contesti, come per esempio:

– Per citare le parole di qualcuno: “Ho sempre amato questo posto”, ha detto Maria.

Sia prima che dopo la frase d Maria si mettono le virgolette. Questo per far capire che ciò che si trova all’interno delle virgolette è stato detto testualmente da Maria. Sono esattamente queste le sue parole.

– si usano anche per indicare il titolo di un libro, un film, una canzone:

Es:

Il mio libro preferito è “Il Nome della Rosa”. Allora lo scriviamo tra virgolette.

– possiamo usarle anche per contraddistinguere parole o espressioni che si vogliono enfatizzare: Il nuovo film di Tarantino è “imperdibile”. A voce si rappresentano con un tono più marcato in genere.

– Altro esempio può essere l’uso di virgolette per segnalare semplicemente che la parola o l’espressione indica un concetto specifico: La “flessibilità” del lavoro moderno.

– si usano anche per attribuire a una parola o a una frase un significato particolare, anche usando un termine, come un aggettivo, che potrebbe sembrare a qualcuno non molto adatto:

Es:

I ladri sono entrati nella mia cantina per rubare il vino e io li ho aggrediti perché nessuno deve permettersi di “profanare” la mia cantina.

Il verbo profanare infatti generalmente si usa quando si entra in luoghi relativi alla religione e al culto e si compiono atti sacrileghi. Ma la cantina non è un luogo sacro.

Allora uso le virgolette come a dire “permettetemi di usare il verbo profanare”, oppure “Passatemi il termine profanare” , per usare un’espressione che abbiamo già visto.

Ciò che sta tra virgolette, specie se si tratta di una frase, possiamo chiamarlo “virgolettato“.

Molto più spesso, in realtà, quando c’è un virgolettato, si usano modalità equivalenti, come un testo “tra virgolette”, oppure “tra doppi apici” o “tra virgolette doppie”.

Le virgolette infatti, sia quelle di apertura che quelle di chiusura, sono quasi sempre doppie.

In generale però quando si parla di testo scritto si fa riferimento anche (in Italia meno spesso) alle virgolette semplici. L’uso è più o meno lo stesso.

L’uso delle virgolette singole (quindi non doppie) si preferisce a quelle doppie ad esempio per racchiudere una parola tecnica, quindi spesso anche poco comune, poco usata, perché specifica di un settore.

Es: nel mondo del lavoro, il cosiddetto ‘quitfluencer’, è il dipendente che lascia il proprio lavoro e incoraggia gli altri a fare lo stesso.

Invece i cosiddetti ‘deinfluencer‘ (abbastanza tecnico anche questo) sono coloro che, specie su Tiktok, consigliano di non acquistare certi prodotti perché sono presentati con una pubblicità ingannevole, che cioè inganna i consumatori.

Il termine ‘virgolettato’ però si usa prevalentemente per citare dichiarazioni di personaggi pubblici e in questi casi si preferisce usare le virgolette doppie.

Si utilizza per riportare testualmente, come è scritto o come è stato detto da una persona.

Parliamo anche del verbo virgolettare.

Bisogna virgolettare le risposte quando si intervista una persona e poi si fa un articolo su questa intervista.

Cioè bisogna mettere il testo tra virgolette, così si capisce che il testo virgolettato riporta esattamente la parole utilizzate.

Ho letto un’intervista in cui c’erano dei virgolettati inesatti. Infatti io ho ascoltato l’intervista e spesso ciò che è stato virgolettato non corrispondeva esattamente alle parole dette.

Dunque una parola virgolettata è una parola chiusa tra virgolette, singole o doppie.

Una dichiarazione virgolettata invece, oltre ad essere delimitata da virgolette, rappresenta una frase pronunciata e riportata fedelmente (si dice anche così), parola per parola. Si dice anche riportare testualmente, o, come si suol dire, “alla lettera”.

Questa persona ha detto proprio questo, parola per parola.

Interessante l’uso del verbo riportare, perché tra i tanti significati e usi c’è anche quello di comunicare qualcosa che ha detto un’altra persona, quindi una sorta di virgolettato, anche se non è detto che le parole siano esattamente le stesse come nel caso del virgolettato:

Es:

Ti riporto ciò che ha detto Giovanni: lui ha detto che ha da fare stasera perché ha un impegno.

Se però si riportano fedelmente/testualmente le parole di Giovanni, allora:

Ti riporto fedelmente le sue parole: “non posso venire perché devo uscire con una ragazza”.

Allora avrete capito che virgolettato si usa come aggettivo ma anche come sostantivo (il virgolettato) oltre ad essere il participio passato del verbo virgolettare.

Adesso ripassiamo parlando di serie tv:

Ulrike: se parliamo di serie TV verrà a galla un fatto un pochettino imbarazzante su di me, ovvero che ai vecchi tempi non mi perdevo mai una puntato di “Un Medico in Famiglia”. Ce ne fossero ancora in onda serie cone quella!

Rafaela: hai messo tanto di virgolette, quindi quello è proprio il titolo della serie tv.

André: Ah! Ragion per cui, Anthony, sei diventato un dottore? Comunque le serie tv ogni due per tre mi capita di vederle ma in genere non mi piacciono, benché ce ne siano di bellissime. A dir la verità comunque sono troppo pesanti per via dei troppi episodi. Preferisco i film!

Peggy: serie tv? Ce ne fosse una che è una che mi piace. È proprio il concetto di “serie” che non mi sconfinfera. Ancora ancora un film, ma preferisco il cinema.

Marcelo: In quanto a serie di TV la so lunga, ma devo spaziare da quelli di poliziotti a quelli d’amore per accontentare mia moglie, della serie vivere in famiglia.

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Bellamente (ep. 928)

Bellamente (scarica audio)

Quello che vi spiego oggi è un avverbio molto particolare: bellamente.

Normalmente quando un avverbio finisce con – mente, si parla di un modo di svolgere un’azione.

Ad esempio “Normalmente” significa infatti “in modo normale” e “dolcemente”, sta per in modo dolce, così come “velocemente” significa in modo veloce, eccetera.

Anche per “bellamente” capita a volte che sia così: in modo bello, piacevole.

Infatti se ad esempio una tavola è bellamente apparecchiata, allora ci piace come è stata realizzata l’apparecchiatura: una bella apparecchiatura.

“Una torta bellamente decorata”, allo stesso modo, ci piace; è stata decorata proprio bene, in modo bello.

Sono pochi però gli esempi di questo tipo, perché la maggioranza delle volte stiamo parlando di qualcosa che ci provoca un certo nervosismo, qualcosa di fastidioso, e in particolare si tratta di un atteggiamento di una persona poco discreta, sfacciata, impudente.

Abbiamo già parlato della discrezione e del l’indiscrezione, ma in questo caso l’avverbio bellamente serve a descrivere questa azione che ci dà così tanto fastidio per l’impudenza, la sfacciataggine mostrata e, nella migliore delle ipotesi, per mancanza di discrezione.

Si può usare anche più in generale per una mancanza di rispetto.

Es:

Mia madre di 80 anni è salita su un autobus e tutti i posti a sedere erano occupati da tanti giovani che se ne stavano bellamente seduti senza preoccuparsi di lasciarle il posto.

Veramente fastidioso un atteggiamento del genere vero?

Quando sono entrato nella mia nuova classe, alcuni miei compagni si sono messi bellamente a ridere.

Che maleducati! C’è spesso una certa arroganza, una spavalderia fastidiosa.

Si usa anche in modo ironico per indicare un’azione fatta con abilità o accortezza, ma c’è sempre un qualcosa di fastidioso, anche se l’azione è fatta da chi parla. Ci può essere una sottile soddisfazione nel fare qualcosa che colpisce una persona:

Con questo scherzo ci hai preso tutti bellamente in giro

Le ho chiesto di ballare ma mi ha bellamente ignorato.

In pratica mi ha fatto bellamente capire che non era il caso di insistere.

Il capo stava per licenziarmi ma io gli ho bellamente riso in faccia e mi sono licenziato prima ancora che parlasse.

L’episodio finisce qui.

Adesso ripassiamone qualcuno passato.

La parola passa ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Sono sicuro che qualcuno di loro se ne starà bellamente a riposarsi mentre i più volenterosi sono impegnati nella registrazione del seguente ripasso:

Ulrike: Il grosso del mio tempo lo passo a leggere libri fantasy. Mi piace lasciarmi trasportare in voli pindarici nei meandri dell’immaginazione umana.

Edita: Beata te! Che strana voglia che hai! Troppo faticoso per i miei gusti. A me piace stare spaparanzata sul divano ad ascoltare musica. Mi aiuta a rilassarmi e dimenticare le preoccupazioni. Spero non mi condanniate per questo. lo so, sono una nullafacente. Me ne sono fatta una ragione.

Leyla: Io a tratti mi diverto a fare la birichina e a vezzeggiare il mio gatto.

Peggy: Cosa? col mio gatto non esiste proprio. Mi massacrerebbe la mano in men che non si dica!

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L’aggettivo suscettibile (ep. 927)

L’aggettivo suscettibile (scarica audio)

Quello che state per leggere o ascoltare è l’episodio numero 927 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Questo episodio non è particolarmente indicato per le persone che amano eccessivamente la grammatica, specie se particolarmente suscettibili.

Scherzi a parte (avete capito che scherzavo vero?), l’episodio è dedicato all’aggettivo suscettibile, che ha due significati.

Prima di tutto si utilizza per le persone. Infatti ci sono persone più suscettibili di altre. Cosa significa?

Una persona si dice suscettibile se dimostra un’eccessiva sensibilità verso un giudizio più o meno critico nei propri confronti. Una persona suscettibile è pertanto una persona permalosa, che si offende facilmente.

Quanto sei suscettibile! Non volevo affatto offenderti, perché mi tieni il muso?

E’ un aggettivo che si usa in particolare proprio per giustificarsi di fronte ad una persona che si mostra offesa, ma che non si ritiene aver offeso.

Ci sono molte situazioni diverse che possono far risentire o offendere una persona, anche se non c’era l’intenzione di offendere. Ad esempio, alcuni argomenti possono essere particolarmente delicati per alcune persone, come la religione, la politica o la salute mentale. Inoltre, alcune persone possono avere sensibilità diverse su determinati argomenti o possono essere più inclini a prenderla sul personale.

È importante ricordare che ogni persona ha la propria esperienza di vita che influenza la propria sensibilità e quindi la propria suscettibilità.

Questo è il primo significato del concetto di suscettibilità.

Un secondo significato è relativo alla possibilità di subire impressioni, influenze, modificazioni.

In pratica, quando qualcosa potrebbe cambiare. potrebbe subire una modifica, una variazione o una influenza da parte di altro o di qualcuno, possiamo usare l’aggettivo “suscettibile” e in questi casi si usa la preposizione “di”:

Dottore come sta mia madre?

Dottore: Non molto bene per ora, ma le sue condizioni sono suscettibili di miglioramento.

E’ dunque un modo alternativo per indicare un possibile cambiamento. Una modalità sicuramente meno informale, ma che tutti gli italiani comprendono senza difficoltà. Si usa maggiormente in contesti professionali, specie nella forma scritta.

Se qualcosa è suscettibile di cambiamenti o di modifiche (o termini analoghi, come “sviluppi”, “integrazioni”, “rifacimenti” allora parliamo di qualcosa di provvisorio, temporaneo. La preposizione “di” serve a indicare l’effetto (es: la modifica).

Vediamo altri esempi:

Il calendario degli eventi per la riunione dei membri dell’associazione è suscettibile di variazioni, a seconda delle condizioni metereologiche.

Quindi il calendario degli eventi, pur essendo già stabilito, potrebbe cambiare, potrebbe subire delle modifiche, potrebbe essere soggetto a cambiamenti/modifiche.

Se ricordate abbiamo già trattato “soggetto a” in uno dei primissimi episodi di questa rubrica.

Si può anche dire che il calendario è passibile di cambiamenti/modifiche. Ricordate anche l’episodio che abbiamo dedicato all’aggettivo passibile?

Dunque se qualcosa è suscettibile di modifiche allora è passibile di modifiche.

L’aggettivo passibile è sostituibile da suscettibile anche quando parliamo di possibile conseguenza (negativa) di un atto contrario alla legge.

Si può quindi dire, ad esempio, che “un comportamento è passibile di denuncia” e anche che “un comportamento è suscettibile di denuncia”.

Possiamo anche dire che “chi va troppo veloce con la macchina è passibile di multa” e anche che “è suscettibile di multa”.

Quando usiamo suscettibile però, oltre alla preposizione “di” possiamo usare anche “a” ma in questo caso indichiamo la possibile causa del cambiamento o di influenza. Non parliamo dell’effetto ma della causa.

Es:

La quotazione dell’Euro rispetto al dollaro è molto suscettibile alle questioni geo-politiche.

Quindi le questioni geo-politiche, come ad esempio un conflitto europeo, anche potenziale, ha la capacità di influenzare il cambio euro-dollaro.

Il livello dell’inflazione è sempre molto suscettibile alle fluttuazioni di prezzo del petrolio.

Facciamo un esempio più terra-terra:

La popolazione anziana è maggiormente suscettibile agli effetti delle ondate di caldo sulla salute.

Sei troppo suscettibile a qualsiasi visita improvvisa. Che sarà mai se ti viene a trovare qualcuno all’improvviso? Non è una bella sorpresa? Che vuoi che sia se hai la casa disordinata?

Ricapitolando, l’aggettivo suscettibile può essere utilizzato per indicare la sensibilità di una persona. In questo caso la suscettibilità è la sensibilità verso i giudizi negativi nei suoi confronti. Si usa però anche per indicare una possibile modifica futura.

Si tratta comunque, in entrambi i casi di un cambiamento che deriva da qualcosa di esterno. Se usiamo la preposizione “di” indichiamo l’effetto (es: suscettibile di variazione) mentre se usiamo “a” indichiamo la causa (es: suscettibile alle visite improvvise).

Adesso ripassiamo qualche episodio passato. La parola passa ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

marcelo

Marcelo: Ciao amici, come state? Oggi non mi sento veramente molto in vena per fare un ripasso! Dopo un po’ però mi sono detto: coraggio Marcelo, fallo! Hai il fegato per farne uno (spero anche la stoffa) e allora eccomi qua, indugiando di fronte al computer e navigando per i meandri dei miei pensieri alla ricerca di un’idea che non arriva. Tanto vale provarci però. Per questo, almeno in teoria, sono sempre abbastanza propenso a farne uno, dal momento che so che questo arricchisce il mio apprendimento della lingua del sì! Fatevi sotto amici! Datemi manforte!

Ulrike: in quanto alla odierna richiesta di un ripasso, sono alquanto restia. Non c’è un argomento valevole per farne uno come Dio comanda e nessuno mi ha fornito un assist adeguato. Perciò, essendo anch’io sguarnita di idee e proposte propizie, non resta che tacere. Mi dispiace Marcelo, non sono in grado di tenderti la mano.

Edita: Non c’è di che dispiacersi Ulrike! Ce ne fossero di amici come te, sempre disposti a tendere la mano all’uopo .
Forse abbiamo potuto aprire una breccia nel cuore di un altro dei nostri amici con questo dialogo improvvisato e quindi capace che a questo punto si precipiti a trovare un vero argomento sul quale destare interesse. Tutt’al più sarà un’occasione per fare pratica e destreggiarsi. Alla fine resta sempre un ripasso. Buttalo via!

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Remare contro (ep. 926)

Remare contro (scarica audio)

remare controRemare contro” è un’espressione figurata che significa opporsi o contrastare qualcosa o qualcuno.

Figurata perché il verbo “remare” è un verbo che significa “muovere un’imbarcazione attraverso l’uso di uno o più remi”. I remi si muovono con le braccia e vanno spinti in acqua esercitando una pressione in acqua in direzione opposta a quella del movimento.

Esempi di situazioni in cui si può usare questa espressione sono:

Il progetto non andrà avanti se continuiamo a remare contro invece di collaborare.

Giovanni, vuoi smetterla di fare opposizione? Anziché remare contro come fai sempre, cerchiamo di risolvere il problema.

Pensate a una imbarcazione dove una persona rema per far andare la barca in una certa direzione e un’altra persona rema in direzione opposta. Il risultato è che la barca non andrà né avanti né indietro.

Dal punto di vista figurato “remare contro” si può usare per rappresentare l’azione, il modo di comportarsi di una o più persone che impedisce il raggiungimento di un obiettivo o quantomeno è contrario a quello delle altre persone coinvolte.

In sostanza, “remare contro” indica un’opposizione o una resistenza a fare qualcosa o a seguire una certa direzione.

Ci sono diverse espressioni italiane che somigliano all’espressione “remare contro” e che esprimono un’opposizione o una resistenza a qualcosa. Alcune di queste espressioni includono:

  • Essere contrario a qualcosa
  • Essere in disaccordo con qualcosa/qualcuno
  • Essere ostile a qualcosa

Ci sono poi i bastian contrari, che, come abbiamo visto in un episodio passato, remano sempre contro perché non sono mai d’accordo con gli altri.

Notate che in genere non stiamo parlando di un semplice “no” quando gli altri dicono tutti “sì”, perché questa normalmente è una semplice opposizione. “Remare contro” è più forte rispetto a opporsi. c’è anche al verbo “contrastare“.

C’è sempre il senso della la resistenza o l’opposizione ad un’idea, un movimento o una tendenza. Tuttavia, “remare contro” ha anche un senso più forte di sfida e determinazione nel resistere, mentre “contrastare” può essere utilizzato in modo più generale per descrivere qualsiasi tipo di opposizione. Il verbo “contrastare” poi si usa anche per indicare una mancanza di logica o coerenza. Ad esempio si può dire che:

la tua versione dei fatti contrasta con la realtà

Osservando la realtà quindi mancano degli elementi di riscontro, di coerenza, di logica rispetto a ciò che hai detto tu.

Vale la pena citare due espressioni che sono simili (ma non troppo) a “remare contro” sono: “andare controcorrente“, e “essere in controtendenza“.

La differenza è che mentre “andare controcorrente” significa opporsi alle opinioni o alle tendenze comuni, “remare contro” indica un’opposizione o una resistenza diretta nei confronti di qualcosa o di qualcuno, quindi un’azione contraria a quella di persone specifiche, In sostanza, “andare controcorrente” è più generale, mentre “remare contro” è più specifica .

Ad esempio, si può dire:

Sono sempre andato controcorrente e ho fatto scelte diverse dalla massa.

La massa è generica (non sono persone precise) e le persone che ne fanno parte non sanno che io sono un tipo che ha sempre fatto scelte diverse.

Se invece io “remo contro“, sto facendo qualcosa di cui gli altri sono generalmente consapevoli e la conseguenza del mio remare contro va contro i loro interessi.

“Andare controcorrente” (che si scrive tutto attaccato) fa chiaramente riferimento alla corrente di un fiume.

Spesso, quando si usa il termine “controcorrente”, si può parlare di qualunque argomento. la cosa che conta è che normalmente si va contro una tendenza generale. E’ in genere una scelta personale che non coinvolge gli altri.

 Un politico russo controcorrente, ad esempio, può schierarsi dalla parte dell’Ucraina

Molto simile è essere o andare in controtendenza (anche in questo caso si scrive tutto unito in una sola parola). La presenza del termine “tendenza” indica ciò che fanno gli altri. Anche qui è generico.

Andare in controtendenza” significa fare qualcosa che va contro la tendenza generale o il consenso comune.

Un investitore che va in controtendenza sceglie di investire in modo contrario rispetto alla maggioranza degli investitori.

Es:

Ho deciso di investire in azioni di questa società anche se tutti gli altri vendono, sono andato in controtendenza.

L’espressione può essere usata anche in altri contesti come la moda, la politica, ecc.

In questo caso è ancora più marcata la separazione degli interessi tra chi va controtendenza e gli altri. Gli altri generalmente non sono persone specifiche neanche in questo caso e non subiscono le conseguenze della scelta di chi va controtendenza.

Quindi ricapitolando, andare in controtendenza e andare controcorrente rappresentano una situazione in cui si fa qualcosa che va contro la tendenza comune o il consenso generale, mentre “remare contro” significa opporsi o resistere a qualcosa o qualcuno direttamente, che dunque è coinvolto nella scelta di chi rema contro.

Esiste ovviamente anche “remare a favore” che si contrappone a “remare contro” e quindi indica un’azione che va nella stessa direzione dell’interesse di altre persone coinvolte nella questione.

Per finire vi segnalo che anche l’espressione “essere restio” indica qualcosa di simile all’opposizione, ma direi che siamo più vicini sicuramente al concetto di diffidenza. Ci può essere resistenza. Una persona restia verso qualcosa, va convinta che quella è la scelta giusta da fare. Non c’è opposizione a prescindere. come nel caso del bastian contrario. Ci può essere paura. C’è sicuramente esitazione dovuta a mancanza di convincimento o di coraggio. Non c’è però il concetto di contrarietà contro persone specifiche o generiche.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando dei vostri nemici. Se ne avete ovviamente. La parola passa ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Hartmut: Ne ho, ne ho. Eccome! Ma non credo che ci sia nulla di congeniale nell’affrontare i nemici. Le sconfitte sono troppo onerose per me.

Ulrike: Io non credo di averne, ad ogni modo spesso è necessario assumere una posizione, e questo può creare dei nemici. Pazienza, no?

Danielle: Sì, ma occorre anche avere fegato nel farlo. Averne di coraggio!

Peggy: Il problema sono gli strascichi che lasciano i nemici. Mi ritengo troppo sensibile. Meglio avere solo amici.

Marcelo: Capace che hai ragione. Però inizialmente si possono anche avere scontri con delle persone, ma quando si intravede una breccia di speranza all’orizzonte bisogna cogliere l’occasione per fare pace e magari poi quel nemico diventa il nostro miglior amico. Hai visto mai!

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La sgrammaticatura istituzionale – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 35)

La sgrammaticatura istituzionale (scarica audio)

Indice episodi del linguaggio della politica

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.

Una parolina che ogni tanto si vede usare quando si parla di politica è sgrammaticatura.

Ma che c’entra la grammatica?

Normalmente infatti una sgrammaticatura indica un errore grammaticale.

Un compito pieno di sgrammaticature è pertanto un compito pieno di errori di grammatica.

Il fatto è che parlando di politica, a questo termine si associa l’aggettivo istituzionale o anche costituzionale.

Cos’è una sgrammaticatura istituzionale o costituzionale?

Si tratta sempre di una specie di errore in fondo, perché qualcuno già da qualche anno, ha pensato di usare questa espressione in occasione di episodi in cui c’è stato un modo scorretto di applicare le regole istituzionali.

Le istituzioni ad ogni livello e anche i personaggi che ricoprono cariche politiche hanno un compito preciso, dettato dalle leggi, cioè dalla costituzione o altre norme o da regolamenti, e anche il modo di assolvere a queste funzioni è definito, se non dalle norme, dalla prassi. Assolvere in questo caso significa compiere, adempiere. Parliamo di doveri.

Ebbene, ci sono casi in cui tali compiti o tali comportamenti non sono stati rispettati esattamente come si doveva ma si sono verificate scorrettezze, inesattezze, errate interpretazioni delle norme, o comportamenti non esattamente coerenti con la figura ricoperta da un personaggio delle istituzioni o dalle istituzioni stesse.

Spesso si parla di conflitti sulle competenze dei vari organi amministrativi o di governo.

Vi faccio alcuni esempi:

Una regione Italiana e alcuni comuni entrano in conflitto perché i comuni hanno organizzato degli incontri per prendere decisioni di interesse comune, ma non hanno coinvolto la Regione su una questione sulla quale è proprio la Regione a stanziare le risorse.

La regione pertanto lamenta una sgrammaticatura istituzionale, cioè una scorrettezza, o, nel migliore dei casi, un errore.

Vediamo un ultimo esempio riguardante una sgrammaticatura costituzionale:

La costituzione prevede che un cittadino italiano possa non andare a votare durante un referendum, ma un pubblico ufficiale non può indurre all’astensione i cittadini, non può cioè consigliare loro di non andare a votare o convincerli in tal senso.

Qualora questo accada qualcuno potrebbe parlare di sgrammaticatura costituzionale.

In tal caso (come nel precedente esempio) si sta utilizzando una modalità alternativa per denunciare una scorrettezza, un errore o, come in questo ultimo esempio, un atto illegittimo.

Quando però si parla di sgrammaticature istituzionali, a volte lo si fa per minimizzare l’accaduto, declassandolo come sgrammaticatura, paragondolo cioè ad un’errore grammaticale, cioè una cosa di poco conto, l’accaduto.

Così, una dichiarazione inopportuna, ad esempio con contenuti razzisti di una carica istituzionale viene derubricata (cioè declassata) come sgrammaticatura istituzionale, come a dire:

Queste dichiarazioni il presidente non può dirle perché non è previsto dal regolamento.

In un altro paese magari sarebbero state richieste le sue dimissioni per una questione così importante.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.

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Il groppone (ep. 925)

Il groppone (scarica audio)

L’espressione

Il groppone

che voglio spiegarvi oggi è rimanere sul groppone.

Il groppone è, letteralmente, una grande Groppa. Lo so, groppa è femminile e groppone è maschile. Pazienza. Basta saperlo.

Sapete cos’è la groppa?

La groppa è la parte superiore della schiena degli animali da soma, la parte compresa tra la base del collo e la radice della coda.

Le bestie da soma sono gli animali che si utilizzano per caricare un peso.

La soma è un peso, un carico da trasportare che si pone sul dorso (sulla groppa) di asini, muli e talvolta cavalli.

Si tratta quindi del dorso delle bestie da sella, da soma o anche da tiro.

Ci interessa soprattutto la groppa del cavallo o dell’asino, perché salire in groppa al cavallo sta per salire sopra, sul dorso, sulla groppa del cavallo, mettendo una gamba a destra e una a sinistra, con l’intenzione di cavalcarlo.

Sono salito in groppa al cavallo

Il ragazzo balzò in groppa al cavallo

Si può quindi salire in groppa a un animale ma si può anche caricare un peso sulla sua groppa.

Siamo interessati soprattutto all’uso della groppa per caricare un peso, perché quando qualcosa “rimane/resta sul groppone”, in senso figurato sta ad indicare che si resta in una situazione difficile o sfortunata per un lungo periodo di tempo, senza essere in grado di uscirne o di risolverla.

C’è un “peso” di cui non riusciamo a liberarci e quindi siamo in difficoltà.

Ciò può accadere in diversi contesti, come ad esempio in ambito lavorativo, familiare o finanziario. Ad esempio, si potrebbe dire:

Giovanni voleva vendere la sua vecchia casa perché ne aveva acquistata un’altra, ma nessuno l’ha acquistata e così gli è rimasta/restata sul groppone e ha dovuto continuare a pagare la tassa di proprietà.

Quindi è la casa che è rimasta sul groppone a Giovanni. Si rappresenta in questo modo un peso, qualcosa che dà fastidio, qualcosa di cui ci si vorrebbe liberare, ma di cui non ci si riesce a liberare.

Un secondo esempio:

Ho ancora poco lavoro da sbrigare in ufficio ma c’è una pratica da finire entro fine anno che probabilmente però mi resterà sul groppone ancora per parecchio tempo.

Anche qui, vorremo liberarci di questa pratica ma non ci riusciamo, almeno per un po’ di tempo.

È chiaramente una modalità informale difficilmente sostituibile senza usare un numero maggiore di parole ed esprimere allo stesso tempo lo stesso concetto in modo così diretto ed esplicito.

A volte si utilizza anche al posto di “rimanere sullo stomaco”, quando si mangia qualcosa che non si riesce a digerire. Non è questo però il modo migliore di usarla.

Il termine groppone in senso figurato si trova anche senza utilizzare i verbi restare e rimanere, ma il senso è sempre quello del “peso”.

Es:

L’attaccante del barcellona porta il peso della squadra sul groppone

Come a dire che le sorti della squadra dipendono soprattutto dalle sue prestazioni.

“Portare sul groppone il peso di una sconfitta” può invece indicare il peso della responsabilità, cioè delle colpe della sconfitta.

Dopo che i suoceri hanno perso la loro casa, mio fratello rischia di ritrovarseli sul groppone.

In questo caso mio fratello probabilmente dovrà ospitare a casa sua i suoceri, non avendo più una casa propria in cui abitare. Questo può essere percepito come un “peso” di cui si farebbe volentieri a meno.

Un ultimo esempio:

Fallisce la ditta di pulizia del condominio e adesso il servizio di pulizia va a finire sul groppone degli inquilini.

Se proprio vogliamo trovare un sotituto di “groppone” potremmo parlare di onere: avere l’onere di far qualcosa, ma anche avere il peso o restare col peso può spesso andar bene.

Oppure al posto di restare sul groppone di una persona si potrebbe dire restare sulle spalle di una persona.

Per quanto possa sforzarmi però resta sempre qualcosa di non espresso.

Infatti rimanere sul groppone riassume più concetti: è solitamente qualcosa che arriva inaspettatamente sulle nostre spalle e ci resterà per un certo tempo, questo ci impedisce di fare delle cose e quindi vorremmo alleggerirci di questo peso il prima possibile.

Adesso un breve ripasso degli episodi precedenti. Il tema è quello della Pasquetta, cioè il giorno successivo al giorno di Pasqua.

Marcelo: stavo lì lì per uscire per fare la mia passeggiata, ma quando mi chiama in causa il capo, non posso fare a meno di dare il mio apporto! Facciamo squadra amici. Questo la dice tutta sulla nostra amicizia!

Ulrike: ah Marcelo, ce ne fossero di membri come te. Stai sempre sul chi vive con i ripassi, perfino a Pasquetta. Io invece vengo meno oggi, non me ne vogliate per questo.

Lejla: di solito cerco di eludere gli argomenti religiosi, ma a proposito della Pasquetta, non ho la piú pallida idea di cosa sia. In Brasile non se ne parla! Chi potrebbe esser deputato a una spiegazione in merito?

André: ciao Lejla, ci stavo pensando anch’io e mi sono scervellato per trovare una spiegazione!
Non ci condannate però per la nostra ignoranza!

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Il presidio e il verbo presidiare – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 35)

Il presidio e il verbo presidiare (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

 Trascrizione

Un termine molto usato in ambito politico è il presidio.

Il termine presidio indica la protezione, la vigilanza e la sorveglianza di un luogo o di una situazione. Allo stesso modo il verbo presidiare indica l’azione del proteggere, tutelare.

Un presidio può servire anche a controllare, a difendere un luogo. Infatti il presidio militare è un contingente di truppe di stanza in un luogo, guarnigione. Si dice che questo contingente di truppe è di stanza in un luogo. Questo gruppo (contingente) di militari è “stanziato” (verbo stanziare) in un luogo con l’obiettivo di difenderlo.

Anche delle persone normali, come dei volontari posso fare un presidio, possono cioè presidiare qualcosa, come una banca, una scuola eccetera.

Il verbo presidiare quindi si riferisce all’azione di esercitare il presidio su un luogo, un edificio o una zona di interesse.

In politica si usano spesso frasi come:

Le istituzioni dello Stato sono il presidio della democrazia.

Questo significa che le istituzioni servono a tutelare, a garantire la democrazia.

Uno Stato deve presidiare la libertà democratica di un paese

Gli ambiti in cui si usano questi termini sono vari e spaziano dalla sicurezza pubblica, alla salute, all’ambiente, all’educazione, alla difesa, all’agricoltura e tanto altro ancora.

Ci sono alcuni presidi che ricorrono più spesso, come il presidio medico, il presidio di polizia, il presidio ambientale, il presidio di sicurezza o il presidio sanitario.

Il presidio di polizia è un luogo dove la polizia esercita un’azione di controllo, quindi può essere anche un edificio o una sola stanza in cui è necessaria la presenza di poliziotti.

Se parliamo di presidio sanitario le cose si fanno più complicate. Infatti ad esempio la farmacia è un presidio sanitario sul territorio. Anche un centro di riabilitazione privato lo è.

In generale ogni struttura fisica (ospedale, poliambulatorio, ambulatorio, ecc.) dove si effettuano le prestazioni o le attività sanitarie è un presidio sanitario.

Ma un presidio sanitario è anche il nome che viene dato a tutti quegli ausili sanitari (ad esempio le carrozzelle) cioè quegli strumenti utili per compiere azioni che sarebbero altrimenti impossibili o difficili da eseguire.

I presìdi sanitari sono i pratica degli oggetti che aiutano a prevenire o curare determinate patologie (come il catetere per l’incontinenza, i pannoloni etc.). Anche le protesi sono degli ausili sanitari.

Poi ci sono anche i presidi medico-chirurgici ma in questo caso si tratta di disinfettanti e sostanze come germicide o battericide, ma anche gli insetticidi, tipo per uccidere le zanzare.

Apriamo una breve parentesi grammaticale (non vi ci abituate).

Attenzione perché si dice e si scrive presidi medico-chirurgici. Medico al singolare e chirurgici al plurale. Infatti quando si hanno dei nomi composti da due o più parole riunite da un trattino, funziona sempre così. La prima al singolare e la seconda al plurale.

Quindi i presidi si dicono medico-chirurgici (medico, non medici).

Vale la stessa regola in tutti i casi di questo tipo, es:

Lezioni pratico-teoriche

Lezioni teorico-pratiche

Le questioni politico-parlamentari

Problemi scolastico-educativi

Problemi educativo-scolastici

Questioni economico-sociali

Questioni socio-economiche

ecc

Chiudiamo la parentesi.

Presidi medico-chirurgici: Si tratta di prodotti che vanno autorizzati dal Ministero della Salute e una volta autorizzatii prodotti devono riportare in etichetta la dicitura “Presidio Medico Chirurgico” e il numero di registrazione che viene fornito proprio dal Ministero della Salute.

Quindi sul termine presidio si potrebbero creare confusioni. Non avviene questo però col verbo presidiare, che significa solamente controllare o proteggere. C’è il senso della presenza fisica, stare sempre fisicamente in quel luogo.

Fanno eccezione il presidio della legalità, della democrazia. In questi casi c’è più il senso della “tutela”

Questo la dice tutta (ep. 924)

Questo la dice tutta (scarica audio)

Questo la dice tutta

L’espressione “questo la dice tutta” significa che ciò che è stato detto o fatto è sufficiente per capire completamente la situazione o il punto di vista di qualcuno.

Viene spesso usata per indicare che non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni o dettagli. Si usa spesso in senso ironico.

Ad esempio:

Quando ho visto il suo viso, ho capito che non era soddisfatto. Questo la dice tutta sul suo carattere.

Il presidente ha usato il suo arresto per avere visibilità. Questo la dice tutta sulla sua moralità.

Ogni volta che si paventa un pericolo globale, gli scaffali del supermercato si svuotano. Questo la dice tutta sull’effetto della paura sulla massa.

Appena mi sono spogliato, lei è svenuta. Questo la dice tutta sulle mie dimensioni intime. 😂

Si usa, come avrete notato, la preposizione “su” per specificare a cosa ci stiamo riferendo. Inoltre “questo” è sempre al maschile. Sta per “questo fatto”.

Molto simile è l’espressione “il che è tutto dire“, che abbiamo già trattato. Se uso quest’ultima però non c’è bisogno di specificare. Inoltre “il che è tutto dire” è più ironica e pertanto è usata meno spesso in contesti più seri.

Stavolta con questo episodio ho rispettato la durata dei due minuti. Non accade quasi mai. Questo la dice tutta sulla mia capacità di sintesi…

Meglio che ripassiamo allora qualche episodio passato. Che ne dite se parliamo del concetto di tempo?

Danielle: riflettendo sul concetto del tempo, direi che è qualcosa di sfuggente , difficile da inquadrare in un’unica definizione. Voi che ne dite?

Albèric: diciamo che diversamente da altri concetti, come ad esempio la politica, il tempo è presente in ogni nostra azione e decisione.

Ulrike: ad esempio, decidere sul da farsi necessita sempre di tempo, una risorsa alquanto limitata.

Marcelo: occorrerebbe anche cercare una versione comune per tutte le culture, ma questa versione comune non può condannare e ancor peggio demonizzare le varie interpretazioni e percezioni del tempo, che fanno parte del retaggio culturale di ognuno di noi.

Peggy: a me piacerebbe fare una scappata nel passato. Un ghiribizzo che però non potrà trovare realizzazione.

M6: Comunque ragazzi si è fatto tardi. E due minuti sono passati da un pezzo

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Rimpinguare (ep. 923)

Rimpinguare (scarica audio)

Un verbo curioso quello che vi spiego oggi.

Rimpinguare non ha nulla a che fare con i pinguini, sia ben chiaro da subito!

Iniziamo da impinguare, perché rimpinguare viene dall’unione del prefisso ri con il verbo impinguare.

Impinguare a sua volta deriva dall’aggettivo “pingue” , che ha un significato vicino a “abbondante“.

Si usa a volte associandolo ad una persona:

un uomo pingue.

Si parla in questo caso di un uomo abbondante nel senso di grasso, uno che mangia e si vede! Abbastanza delicato come aggettivo direi ad ogni modo. Si può usare ad esempio quando non vogliamo offendere.

Il padre di Peppa Pig è indubbiamente un pingue padre di famiglia.

Nello sport si usa a volte per indicare ad esempio un numero elevato di gol:

un numero pingue di gol

Oppure per descrivere una vittoria per 4-0 si potrebbe parlare di un risultato pingue o di una vittoria pingue.

Spesso si associa ai guadagni:

Questo affare prospetta pingui guadagni!

Si prevedono quindi guadagni abbondanti, sostanziosi, notevoli, elevati.

Impinguare allora significa rendere pingue, quindi rendere abbondante qualcosa, aumentare qualcosa, accrescere qualcosa.

Ad esempio potrei impinguare un maiale. Significa che lo faccio ingrassare, che lo faccio mangiare affinché diventi più grasso. C’è anche chi impingua il marito conunque!

In senso figurato potrei invece impinguare il mio portafogli, cioè riempirlo di soldi, quindi arricchirlo abbondantemente, riempirlo, colmarlo.

Se lo stato aumenta le tasse lo fa per impinguare le casse di nuove entrate.

Non è un linguaggio formale comunque.

Il senso del “grasso” si presenta spesso anche in senso figurato:

la malavita organizzata è composta da criminali che s’impinguano con il lavoro disonesto.

Passiamo allora a rimpinguare, che significa impinguare maggiormente o nuovamente, cioè una seconda volta, ad esempio perché qualcosa è stato ridotto, non è più abbondante, quindi occorre rimpinguarlo nuovamente per renderlo nuovamente abbondante.

Es:

Dopo la crisi economica le aziende turistiche stanno rimpinguando il portafogli.

Devo rimpinguare le casse dopo le ingenti spese dentistiche degli ultimi tempi. Farò qualche ora di straordinario questo mese.

Adesso ripassiamo. Parliamo di amicizia.

Peggy: Un ripasso sul concetto di amicizia? Aggiudicato! Comincio con una domanda per niente retorica. Qui, nella chat, con riferimento a tutto il cucuzzaro del nostro gruppo WhatsApp, nessuno escluso, spesso e volentieri ci chiamiamo “amici”. Ma mi domando e dico: siamo sicuri che questo risponda al vero?

Hartmut: Vabbè, non bisogna mica fare voli pindarici per definire il concetto di amicizia. Innanzitutto c’è amicizia e amicizia. L’ha detto anche Aristotele!

Khaled: Bravo Hartmut. Mi hai fatto ricordare che questo grande filosofo greco distinse tre varianti di amicizia, quella basata sull’utile, quella basata sul piacere e quella che si fonda sul bene, la migliore delle tre, cioè la vera amicizia.

Lejla: E se unissimo l’utile al dilettevole per il bene del nostro apprendimento, questo sarebbe un quarto tipo d’amicizia? Sempre sulla falsariga di Aristotele ovviamente.

Marcelo: io direi in parole povere che l’amicizia è soprattutto un sentimento e come tale, a volte ci sono anche cose amare che accadono. Per questo motivo le amicizie (di qualunque tipo) si devono valutare tenendo conto di tutti gli annessi e connessi! Una cosa è sicura comunque: occorre essere tolleranti!

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Certo (ep. 922)

Certo (scarica audio)

certoOggi ci occupiamo del termine “certo“, che può essere utilizzato in diversi modi in italiano, e questo dipende dalla sua posizione nella frase, dal contesto e anche dalle pause che facciamo.

Prima di tutto si usa per dare una conferma, quindi somiglia a un “sì”:

Mi aiuti a fare i compiti? “Certo!”, oppure: “Sì, certo!”, “certo che sì”, “Certo che ti aiuto” cioè: “Sì, ti aiuto, naturalmente”. Si usa in questi casi anche: chiaro, chiaramente, ovviamente.  certamente.

In questo senso però si può usare anche in modo ironico, nel senso che la si pensa in realtà in  modo completamente diverso.

Figlio: Ieri ho studiato tutto il giorno, ti giuro!

La mamma: certo, certo, immagino!

A parte questi casi, si tratta di un sì convinto, sicuro e si usa come avverbio anche  per avvalorare una supposizione, per dare cioè più valore, più credibilità, a una nostra idea, a qualcosa che supponiamo ma che non siamo sicuri, proprio come “certamente” tipo:

Con questa pioggia, Giovanni sarà (di) certo restato a casa

A quest’ora domani sarai (di) certo già arrivato a Roma

Adesso Marco avrà (di) certo finito di fare l’esame

Si usa anche come inciso, sempre per rafforzare:

Maria, certo, non sapeva che il padre non fosse Giuseppe

Come aggettivo invece la questione si fa più interessante.

Si può usare per confermare che qualcosa risponde al vero:

Bisogna ascoltare per imparare: La notizia viene da fonte certa, infatti l’ho letta su Italiano Semplicemente

Quindi la fonte è sicura, ci si può fidare.

Oppure:

Contro il Real Madrid andremo incontro ad una sconfitta certa!

Esiste anche l’espressione “dare per certo” cioè considerare reale, sicuro qualcosa o anche assicurare qualcosa, garantire.

Si può ovviamente usare per esprimere sicurezza:

Sono certo che sarò promosso!

Quindi proprio come “Sono sicuro/convinto che sarò promosso”

Può esprimere una evidenza, una cosa chiara, indubbia:

Se continui così è certo che non sarai promosso quest’anno

Attenzione perché quando è anteposto al nome, cioè quando si trova prima di un nome, “certo” può avere valore indefinito. Ad esempio può indicare una quantità precisa ma non descritta:

Certi giorni non sono del miglior umore

Certe notti sento abbaiare continuamente dei cani sotto casa

Si intende qualche giorno o qualche notte, non tutti i giorni o tutte le notti.

Può anche avere un senso ironico o spregiativo:

Certa gente io non la capisco: continua a studiare solo la grammatica anche se non fa progressi!

Al bar si sentono certi discorsi che mi fanno ridere a volte!

In questi casi si tratta di qualcosa di strano, di non normale, che non si apprezza.

Altre volte si usa per indicare un grado intermedio:

Mio figlio si applica con un certo impegno quando studia. E’ un ragazzo studioso.

Siamo partiti e dopo un certo tempo ci siamo fermati per una pausa

Quindi si tratta di una “certa quantità” o di un “certo grado”, un “certo livello” di qualcosa, ma non inteso come sicuro, chiaro, ma nel senso di “abbastanza”, “non poco”. Resta a volte un grado di indefinitezza ma è voluta. Spesso è assolutamente indeterminata e altre volte invece si vuole dire che non è poco, non è un basso livello, ma un “certo”  livello, un “certo” grado, una “certa” quantità. Come quando dico:

Ho una certa fame!

Ho una cera sete!

Cioè: ho abbastanza fame/sete. Non ho poca sete, tutt’altro.

C’era una certa confusione alla festa

Cioè: C’era una certa quantità di confusione, c’era abbastanza confusione.

L’indeterminatezza invece a volte è voluta, come quando dico:

Sono stato a cena con certi amici di vecchia data

Non è bellissima, ma questa macchina che ho acquistato ha quel certo non so che

Altre volte sempre al plurale, significa:  taluni, alcuni, qualche:

Il virus è stato creato in laboratorio: certi ne sono convinti

Certi affermano che Dio è un’invenzione

Certi dirigenti credono che bisogna tenere sotto controllo i propri dipendenti

Vedete che a volte si nota ancora una certa indeterminatezza.
Accade anche quando certo e certa sono preceduti da “un” e “una”. Accade anche con i nomi delle persone

Ho visto un certo Luca

Che significa “Ho visto una persona di nome Luca”. Ma voglio dire che non so chi sia, non lo conosco. So solamente che si chiama Luca.

Quando si usa “un certo” o “una certa”, si sta dando un senso di vaghezza o di incertezza rispetto all’identità della persona o della cosa a cui ci si riferisce. Quindi “ho visto un certo Luca” suggerisce che Luca non è una persona particolarmente importante o famosa, o che non se ne ricorda bene l’identità.

Può anche essere utilizzato per dare un senso di mistero o di suspense:

C’era una certa tensione nell’aria.

In questo caso, “una certa” implica che ci sia qualcosa di importante o di inquietante che sta per accadere, ma non si sa ancora di cosa si tratti.

Infine c’è anche un uso di certo come sostantivo:

Bisogna affermare il certo!

Cioè: bisogna dire ciò che è sicuro.

Oppure:

lasciare il certo per l’incerto.

Cioè: lasciare, abbandonare qualcosa di sicuro per scegliere qualcosa che invece è incerto, che non dà garanzie. Si usa spesso quando si lascia un lavoro per prenderne un altro col rischio di sbagliare.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente, ma prima ripassiamo un po’.

Sofie: Sappiate che domani partiremo alle 8:00 di mattina. A quell’ora di certo non incontreremo traffico, incidenti permettendo.

Danielle: Ma sei sicura che sia una buona idea? A quell’ora tutti vanno a lavorare. Forse dovresti tornare sulla tua decisione.

Rafaela: In effetti, sembra plausibile che ci possa essere del traffico a quell’ora.

Sofie ma no, non mi preoccupo! Sono imperterrita, la partenza è confermata. Ho studiato la situazione.

Danielle: Non voglio passare per il solito bastian contrario, ma forse è meglio rifletterci su.

Rafaela: Potremmo incontrare mezzo mondo in realtà. ma non voglio sollevare polveroni. Mi fido delle ricerche di Sofie.

Danielle: e fu così che arrivarono a mezzanotte!

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Propizio (ep. 921)

Propizio (scarica audio)

 

Giovanni: Parliamo dell’aggettivo “propizio” che significa favorevole. Questo è l’agettivo più simile. HA un senso abbastanza vicino comunque anche a adatto, opportuno, buono.

Il termine “propizio” si riferisce a qualcosa che favorisce o promuove un evento o una situazione positiva. Si usa principalmente per indicare che le circostanze sono favorevoli o vantaggiose per qualcosa o qualcuno.

Ad esempio, si può dire “Le condizioni meteorologiche sono propizie per una passeggiata in montagna” per indicare che il tempo è favorevole per fare una passeggiata in montagna. Oppure, “Questa è una propizia occasione per consolidare il nostro rapporto” per indicare che la situazione attuale è vantaggiosa per rafforzare un rapporto interpersonale.

In generale, il termine “propizio” viene utilizzato quindi per descrivere una situazione che è favorevole e che può essere sfruttata a proprio vantaggio.

Vediamo altri esempi usando anche qualche espressione già imparata:

  • “Dai, vedi che Francesca adesso sta da sola, L’occasione è propizia per attaccare bottone con lei!” In questo caso si sta invitando a cogliere l’occasione al volo, per non farsi scappare l’opportunità di andare a parlare con Francesca. 
  • Laddove le condizioni del mercato siano propizie, si possono ottenere profitti significativi”. La parola “laddove” (che abbiamo già visto insieme) viene utilizzata per indicare una situazione in cui le condizioni del mercato sono favorevoli, e il termine “propizie” indica che tali condizioni favoriscono l’ottenimento di profitti.
  • “La posizione della casa, a ridosso della valle, è propizia per godere di una vista panoramica”: quindi la posizione della casa è favorevole per godere di una vista panoramica perché si affaccia sulla valle.
  • “Il mercato azionario era in teoria propizio per gli investimenti nel settore tecnologico, ma vai a capire perché, qualcosa ha determinato il crollo del mercato in serata”. Dunque il mercato azionario era teoricamente favorevole per gli investimenti nel settore tecnologico, ma per un motivo che non si conosce c’è stato un crollo.
  • “Questa è una propizia occasione per mostrare il tuo talento artistico. Hai tutte le carte in regola, quindi non lasciartela scappare, mi raccomando“: La situazione è pertanto vantaggiosa per mostrare il proprio talento artistico in quanto si dispone delle capacità per mostrarle, si ha la stoffa giusta e occorre approfittarne.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. 

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Discrezionale, a discrezione di (ep. 920)

Discrezionale, a discrezione di (scarica audio)

Giovanni: Ricordate quando abbiamo parlato della discrezione? In quell’occasione abbiamo visto in particolare l’aggettivo indiscreto e anche l’opposto: discreto, riferito al comportamento di una persona.
Ma che significa discrezionale? In quell’episodio non abbiamo parlato di questo.
Discrezionale” si riferisce a qualcosa che è lasciato alla discrezione o al giudizio personale di qualcuno. Ciò significa che la decisione su come procedere è lasciata alla persona che ha il potere o l’autorità di prenderla.

Ecco alcuni esempi di come “discrezionale” può essere usato:

La decisione di concedere il permesso di costruire è discrezionale del sindaco.

In questo caso, la decisione su se concedere o meno il permesso di costruire è lasciata alla discrezione del sindaco, il quale può decidere in base al proprio giudizio personale.

Il datore di lavoro ha il potere discrezionale di concedere o meno il congedo.

In questo caso, la decisione su se concedere o meno il congedo è lasciata alla discrezione del datore di lavoro.

Il giudice ha il potere discrezionale di scegliere la pena da infliggere.

In questo caso, la decisione sulla pena da infliggere è lasciata alla discrezione del giudice, il quale può decidere in base al proprio giudizio personale.

Il concetto appena descritto con l’uso di “discrezionale” può anche essere usato con l’espressione “a discrezione di“, che significa che qualcosa è lasciato alla decisione o al giudizio personale di qualcuno. Ecco alcuni esempi di come “a discrezione di” può essere usato in frasi:

Il prezzo del prodotto può essere modificato a discrezione del venditore.

In questo caso, il venditore ha il potere di decidere se aumentare o diminuire il prezzo del prodotto in base al proprio giudizio personale. E’ a sua discrezione la decisione sull’eventuale modifica del prezzo. E’ lui che decide autonomamente.

La scelta del ristorante per la cena è a discrezione degli ospiti.

In questo caso, la decisione su quale ristorante scegliere per la cena è lasciata alla discrezione degli ospiti, i quali possono decidere in base al proprio giudizio personale.

Il numero di partecipanti al corso è a discrezione dell’organizzatore.

In questo caso, è l’organizzatore che decide. L’organizzatore del corso ha il potere di decidere quanti partecipanti accettare in base al proprio giudizio personale.

L’utilizzo di discrezionale e di “a discrezione di” è abbastanza formale.

Ecco alcune alternative più colloquiali che si possono usare usare:

  • “a scelta di“: questa espressione è più informale di “a discrezione di”, ma ha lo stesso significato. Ad esempio: “il piatto da ordinare è a scelta tua”.
  • a tua scelta“: questa è un’altra alternativa informale per “a discrezione di”. Ad esempio: “l’abbonamento che hai pagato prevede un quotidiano a tua scelta tra quelli elencati”.
  • a seconda di quello che preferisci“: anche questa espressione può essere usata al posto di “a discrezione di”, quando si parla di scelte personali. Ad esempio: “Puoi scegliere il tuo look a seconda di quello che preferisci”.
  • in base alla tua decisione“: Ad esempio: “La scelta finale è in base alla tua decisione”.
  • decidi tu“: questa espressione è molto informale, ma può essere usata al posto di “a tua discrezione” in molte situazioni. Ad esempio: “Decidi tu quale film guardare stasera”.
  • Come preferisci“: es: “facciamo come preferisci”
  • decidi tu come vuoi fare“: questa espressione è simile a “decidi tu”, ma include anche il “come” per indicare che la scelta riguarda anche il modo di agire. Ad esempio: “Decidi tu come vuoi fare per risolvere questo problema”.
  • a piacere“: utile quando si parla di scelte personali o di gusti. Ad esempio: “Puoi personalizzare il tuo hamburger a piacere”.
  • vedi tu“, molto informale e poi ce ne siamo già occupati in un episodio passato.
  • Attenzione e frasi tipo “fai come ti pare” e “fai un po’ come ti pare” perché possono essere molto scortesi soprattutto se si utilizza un tono rude o autoritario. Potrebbe sembrare che possa essere usata al posto di “a discrezione di”, potrebbe cioè suggerire che la scelta è completamente libera e che non ci sono vincoli o limiti da rispettare, ma in realtà si usa solamente quando siamo di fronte a una persona che vuole fare di testa sua nonostante i miei suggerimenti. Se uso questa frase è segno evidente che ho perso la pazienza, smetto di insistere e che ti lascio al tuo destino, tanto hai già deciso (nel modo sbagliato secondo me).

Adesso ripassiamo qualche episodio passato con l’aiuto dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. La scelta dell’argomento del ripasso è a vostra discrezione.

Peggy: Va bene! Oggi faccio la brava studentessa, seguendo il nostro retaggio culturare basato sulla filosofia confuciana, ossia rispettare il nostro prof. Per giunta, lasciare un episodio senza alcun ripasso non corrisponde alla mia politica, allora ho detto qualcosa. Fatevi sotto anche voi ragazzi, non è che dobbiamo fare qualcosa di arduo come una versione di latino o di greco.

Marcelo: certo Peggy, è doveroso fare dei ripassi ogni giorno per rendere piú spontaneo e naturale il nostro italiano! Direi anche che pare brutto non rispondere quando siamo chiamati in causa, anzi ti dico che provo piacere nel partecipare con un ripassino!

Irina: Mi sono ripromessa di essere uno studente/una studentessa indefessa e promettente, quindi anch’io vorrei scrivere due righe anziché rimanere qui impalata sperando di dimostrare di avere la stoffa giusta nel fare un’opera da incorniciare. Tuttavia, mio malgrado, dal momento che in questo momento sono indisposta, mi vedo costretta a partecipare, ma solo più in là, quando avrò più tempo a disposizione.

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Doveroso (ep. 919)

Doveroso (scarica audio)

Giovanni:

Cosa preferite tra il dovere e il piacere?

Facile scegliere, però si dice sempre “prima il dovere, poi il piacere”. Potrei anche dire che è doveroso prima fare ciò che fa parte del nostro dovere e poi le cose piacevoli.

Oggi vorrei parlarvi proprio di “doveroso” e “doverosa“, aggettivi che ovviamente fanno riferimento al dovere.

Doveroso significa che è ritenuto un dovere, ma non sempre. A volte stiamo parlando di qualcosa di diverso.

Adesso potrei dirvi che da parte mia è doveroso fare degli esempi, altrimenti potreste avere dei dubbi.

Spesso non parliamo di un dovere nel vero senso del termine. In questo caso: è bene fare qualche esempio, è meglio, credo sia giusto, sento che devo farlo. In questo caso ad esempio parlo di fare degli esempi e questo aiuta molto la comprensione e sarebbe poco utile non fare alcun esempio. Quindi è doveroso da parte mia farne qualcuno se voglio essere utile. È anche una questione di cortesia conunque.

Si usa spessissimo infatti in formule di cortesia, quando vogliamo ad esempio ringraziare qualcuno:

È doveroso ringraziare i volontari che ci hanno aiutato ad organizzare questo evento.

Oppure per esprimere una forma di rispetto verso le persone a cui ci si rivolge:

Sono doverose delle scuse da parte mia per non avervi avvisato.

Perché non ci hai avvisato? Non bastano le scuse. È doverosa una spiegazione da parte sua!

Diciamo che più che un dovere, parliamo di un obbligo morale.

Rispettare la legge e doveroso?

Certamente, ma questo aggettivo si usa spesso non solo quando si tratta di veri doveri come questo. Nel caso di doveri veri e propri poi normalmente si dice anche che fare questa cosa è un dovere, oppure un preciso dovere, o che corrisponde/risponde a un preciso dovere.

Dunque accade spessissimo che si riservi questo aggettivo anche per tutti i comportamenti ritenuti moralmente corretti, per educazione, senso civico, eccetera.

È doveroso avvisarvi che il viaggio durerà 5 ore circa senza interruzioni. Se dovete mangiare, bere o andare in bagno, fatelo subito.

Grazie per averci accompagnato a casa.

Si figuri, era doveroso da parte mia visto che avete perso il treno per colpa mia.

“È doveroso” può somigliare a è indispensabile, è d’obbligo, è giusto, è necessario, è dovuto, è opportuno. A seconda del caso si avvicina a una di queste modalità simili.

L’aggettivo doveroso viene associato più spesso a un ringraziamento:

Un doveroso ringraziamento a chi ha sostenuto l’associazione.

Abbastanza frequente è anche “per doverosa informazione” e anche “per doverosa e opportuna conoscenza“, oppure “fare una doverosa precisazione” e “prendere una misura doverosa“, dove misura sta per provvedimento, decisione, quindi parliamo di qualcosa di giusto, opportuno.

L’utilizzo è sempre abbastanza formale.

Adesso ripassiamo un po’ parlando di piacere.

Marcelo: di già! Così, senza anticipare! Allora mi precipito volentieri e con piacere a pensare a qualcosa! Non so se ti piacerà comunque!

Peggy: dai ragazzi! pare brutto rispondere picche alla richiesta di Gianni! Facciamo del nostro meglio e forse sarà un ripasso da incorniciare!

Edita: certo Peggy! Dobbiamo farlo, di qui non si scappa! Mettiamoci all’opera e non rimaniamo impalati. Facciamo squadra per collaborare!

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Lo schiribizzo e il ghiribizzo (ep. 918)

Lo schiribizzo e il ghiribizzo (scarica audio)

Giovanni: Oggi parliamo dello schiribizzo, un termine molto curioso e usato in tutto lo stivale (Cioè in tutt’Italia). Quando lo utilizziamo siamo sempre in un contesto informale, colloquiale.

In realtà il termine schiribizzo è una variante popolare di “ghiribizzo“. Si tratta comunque della stessa cosa.

Ma cos’è lo schiribizzo? Cos’è il ghiribizzo?

Lo schiribizzo è una voglia strana, un desiderio improvviso, ma non il desiderio di qualcosa di materiale (o almeno non soltanto), ma la voglia di fare qualcosa di strano, di insolito, di bizzarro, qualcosa che in condizioni normali non farei, ma in quel momento, quando mi prende lo schiribizzo, potrebbe essere l’occasione buona, perché non è che prende tutti i giorni lo schiribizzo.

Quel giorno potrei essere però particolarmente curioso o sentirmi particolarmente ardito, temerario, intraprendente, o magari mi sento particolarmente irritato e allora mi scatta qualcosa dentro, qualcosa di improvviso che mi fa fare qualcosa.

Questo è un segno inconfutabile che mi è preso lo schiribizzo!

Avrete capito che si usa il verbo prendere:

Prendere lo schiribizzo.

Es:

Oggi vado al mare. impiego normalmente un’ora per arrivare, ma se mi prende lo schiribizzo stasera mi fermo a dormire in un hotel, così potrò tornarci anche domani mattina.

Come verbo ausiliare quello corretto è il verbo essere, ma a volte si usa anche il verbo avere. Non si dovrebbe, ma la lingua colloquiale fa questi scherzi a volte.

Mi è preso lo schiribizzo

Mi ha preso lo schiribizzo

Es:

Mia figlia esce ma non mi dice mai dove va. Ma ieri sera mi è preso lo schiribizzo e sono andato a vedere dove andava mia figlia. Non vi dico cosa ho scoperto!

In definitiva, quando prende lo schiribizzo, viene una voglia particolare che spinge a fare qualcosa.

Si usa anche con la preposizione “di”:

Non lo faccio mai, ma oggi mi è preso lo schiribizzo di andare a vedere la partita della Roma allo stadio.

Tutti noi avremmo voglia di fare tante cose in certe situazioni, poi però quasi sempre ci comportiamo diversamente e facciamo la scelta più saggia o più “normale” o meno rischiosa o meno stravagante.

Lo facciamo per motivi diversi, legati alla cultura, alle abitudini, al modo di vivere quotidiano, per non offendere, per non invadere la privacy degli altri, per non perdere tempo, per non aver paura che ci siano conseguenze negative eccetera.

Ma a volte capita che ti prende lo schiribizzo e allora non c’è niente da fare!

A volte quando prende lo schiribizzo è per curiosità, altre volte per evadere un po’, per lasciarsi andare e fare cose insolite o perché siamo stanchi di vedere cose che non ci piacciono.

Allora in questi ultimi casi può prendere per togliersi un sassolino dalla scarpa
Non esagerate però con gli schiribizzi perché potreste essere considerate persone sui generis, che non sanno contenersi, che non rispettano le norme sociali, che non hanno pazienza o che sono totalmente imprevedibili e quindi poco affidabili.

Potete usare i termini ghiribizzo e lo schiribizzo per dare frizzantezza ad una affermazione, grazie al suono divertente di questa parola.

Se non vogliamo usare lo schiribizzo possiamo parlare di “capriccio” che però non si prende ma si ha. Ma un capriccio è un’improvvisa voglia o desiderio di fare qualcosa, spesso senza un motivo razionale o importante. Tra l’altro il termine si usa spesso con i bambini.

Cosa sono tutti questi capricci? Perché non vuoi mangiare oggi? Basta capricci!

Lo schiribizzo in realtà ha spesso una motivazione alla base, ma si tratta comunque di qualcosa di impulsivo e di improvviso.

Allora concludo dicendo che oggi ho già utilizzato 4 episodi di ripasso per descrivervi lo schiribizzo, quindi possiamo anche finirla qui.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Commissariare – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 34)

Il verbo commissariare (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

 Trascrizione

Giovanni:
Come si usa il verbo commissariare? Si tratta di un verbo che si utilizza solamente quando parliamo di politica. Chiaramente deriva dal termine commissario. Cos’è un commissario allora? È una persona a cui vengono affidati temporaneamente dei compiti importanti.

Il verbo “commissariare” si usa allora per indicare l’azione di affidare qualcosa a un commissario, ovvero a una persona incaricata di assumere temporaneamente il controllo di una situazione o di un’attività, con il compito di risolvere eventuali problemi o difficoltà.

Ecco alcuni esempi di come si può utilizzare il verbo “commissariare” in una frase:

Il sindaco ha deciso di commissariare la gestione del servizio idrico per risolvere i problemi di inefficienza. Evidentemente ci sono dei problemi con la fornitura dell’acqua.

La società ha deciso di commissariare l’azienda per ristrutturarla e renderla più efficiente.

Il governo ha commissariato l’ente previdenziale per risanarne le finanze.

Il commissario allora avrà proprio questo compito: ristrutturare e rendere più efficiente l’azienda. Per questo motivo è stato nominato.

L’assemblea dei condomini ha deciso di commissariare il condominio per risolvere i problemi di manutenzione e gestione comune.

Questo commissario dovrà risolvere questi problemi e dopo che li avrà risolti sarà nominato un nuovo amministratore del condominio.

Spesso è un comune italiano ad essere commissariato.

Il commissariamento di un comune avviene quando, a causa di gravi problemi amministrativi, finanziari o di altro tipo, il governo centrale decide di nominare un “commissario straordinario” per gestire la situazione al posto degli organi amministrativi del comune stesso.

Spesso si parla di commissari straordinari non solo perché non si tratta di una gestione ordinaria (quindi è straordinaria), normale, perché ad esempio è una soluzione temporanea. Poi infatti si dovrà tornare alla normalità.

Si chiama straordinario soprattutto per un altro motivo: il commissario straordinario ha poteri straordinari.

Il commissario straordinario ha il compito di risolvere i problemi che hanno portato al commissariamento, riportando la situazione sotto controllo e garantendo la corretta gestione degli affari comunali. In genere, il commissario ha poteri speciali che gli permettono di adottare decisioni in modo rapido ed efficace, al fine di risolvere i problemi nel più breve tempo possibile.

Il commissariamento è quindi un provvedimento eccezionale (nel senso che deve essere una eccezione) che viene adottato solo in casi di estrema necessità, quando l’amministrazione comunale (ad esempio) non è in grado di garantire i servizi essenziali e la corretta gestione degli affari pubblici. In alcuni casi, il commissariamento può durare per un periodo limitato, fino a quando la situazione non si è risolta, mentre in altri casi può durare per un periodo più lungo, fino a quando non vengono risolti tutti i problemi e non viene garantita una gestione regolare e trasparente del comune.

Alcuni dei più noti commissari straordinari sono il commissario straordinario per la ricostruzione (dopo un terremoto ad esempio) , per il rischio idrogeologico, per i rifiuti di una città o per le bonifiche di un territorio.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.

Corroborare – VERBI PROFESSIONALI (n. 83)

Corroborare

Descrizione: il verbo corroborare è molto simile a “suffragare”, ed ha molti punti in comune anche con “dimostrare”, “verificare” e “confermare”, “dimostrare” e “provare”. Corroborante invece è un aggettivo simile a rinvigorente e rigenerante.

La trascrizione completa e il file audio dell’episodio sono disponibili per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

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Mobilitare – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 33)

Il verbo mobilitare (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

 Trascrizione

Giovanni: la lingua che si usa in politica e quella che si usa in guerra hanno un verbo in comune: mobilitare.

Un verbo che trova applicazione anche in altri ambiti ma volevo colpire la vostra attenzione. Lo ammetto!

Scherzi a parte, vediamo meglio cosa significa questo verbo e come si usa.

Mobilitare” significa mettere in movimento, far agire, organizzare e coordinare le persone, le risorse o gli sforzi per raggiungere un obiettivo comune. Questa è la sintesi estrema.

In ambito politico, il verbo mobilitare viene spesso usato per descrivere l’azione di raccogliere e organizzare le persone per partecipare a una manifestazione o a una protesta.

Ad esempio:

Il sindacato ha mobilitato i lavoratori per una manifestazione contro la riforma del lavoro in atto.

In altri ambiti, il verbo mobilitare può essere usato per indicare l’azione di attivare, coordinare o organizzare risorse di qualunque tipo o persone per un’attività specifica.

Ad esempio:

La polizia ha mobilitato tutte le sue risorse per cercare il sospettato della rapina in fuga.

L’azienda ha mobilitato i suoi dipendenti per la raccolta fondi a favore dell’ospedale.

Il verbo mobilitare viene preferito ad altri verbi come “organizzare” o “attivare” quando si vuole sottolineare l’idea di mettere in movimento o far agire un insieme di persone o risorse per raggiungere un obiettivo comune in modo coordinato.

C’è una regia dietro ogni mobilitazione, una mente, una persona che ha organizzato la mobilitazione.

Mobilitare è simile anche a mettere insieme, riunire, raggruppare, unificare.

In guerra si mobilitano le truppe, i soldati, le forze in campo per battere il nemico.

In politica si mobilitano gli elettori o le persone in generale. Al limite si possono mobilitare tutte le risorse a disposizione per raggiungere un obiettivo.

Si possono mobilitare anche le risorse economiche, o mobilitare delle forze, ad esempio quando si vogliono raccogliere dei fondi per una specifica finalità, come nell’esempio visto sopra.

Tante persone mettono 1,2 o 10 euro a testa per un fine preciso: questa è una mobilitazione di forze, di energie e di risorse.

Le mobilitazioni, specie in ambito politico, spesso fanno paura perché tante persone tutte assieme possono creare problemi di ordine pubblico e di sicurezza. Allora anche le forze dell’ordine possono mobilitare i loro uomini per evitare conseguenze negative.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.

La vittoria di Pirro – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 32)

La vittoria di Pirro (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: Qualche volta abbiamo parlato di vittorie, perdite e sconfitte. Ricordate? Oggi parliamo di una particolare tipologia di vittoria: la vittoria di Pirro.

Capita spesso di ascoltare questa espressione alla radio, in TV e soprattutto al telegiornale.

Dovete sapere che Pirro era un lontano parente di Alessandro Magno, ed è stato un re dell’Epiro intorno all’anno 300 avanti Cristo. L’Epiro è una zona che si trova tra la Grecia e l’Albania.

Proprio durante il regno di Pirro, avvennero delle campagne contro Roma, e nell’anno 280 a.c. l’Italia meridionale fu invasa dalle truppe di Pirro.

Il termine “campagna” qui è intesa nel senso di operazione bellica, quindi un tentativo di conquista di territori. Sono famose anche la campagna di Russia, quella d’Egitto; le campagne d’Africa.

Insomma, con queste campagne si cercava di conquistare Roma, e a volte sono state vinte delle battaglie che però successivamente si sono dimostrate inutili. Infatti l’Epiro venne poi conquistato dai romani e qualche secolo dopo confluì nell’Impero romano d’Oriente.

Per questo motivo queste campagne contro Roma sono state all’origine della frase “vittoria di Pirro“, che sta ad indicare una vittoria priva di conseguenze, senza un reale impatto strategico.

Povero Pirro.

La frase è ormai entrata nel linguaggio non solo della politica, ma anche degli affari o di sport si usa spesso per descrivere un successo inutile o effimero, dove il “vincitore” ne esce sostanzialmente male. E’ una vittoria inutile, che non porta vantaggi. La vittoria resta una vittoria ma a cosa serve una vittoria se è inutile? A niente. Questa è la vittoria di Pirro.

Ammettiamo ad esempio che ci siano delle elezioni.

Tutti i partiti fanno una campagna elettorale. Ecco che ritorna il termine “campagna”.

Anche in politica ci sono le “campagne” dunque, ma stavolta si tratta di operazioni organizzate a un determinato fine: vincere le elezioni. Ci sono tanti tipi di campagne, ma ne parleremo un’altra volta.

Se allora un partito riesce a prendere la maggioranza dei voti in una sola città, ma sommando i voti a livello nazionale, vince lo schieramento elettorale opposto, quella vittoria si può dire che è una vittoria di Pirro.

Cosa importa che in quella città si sia raggiunta questa vittoria? A cosa è servito? A nulla.

Un esempio nello sport: una squadra in Champions League vince una partita che però non serve a raggiungere la qualificazione.

Anche questa è una vittoria di Pirro: inutile.

Al lavoro: la mia azienda mi vuole licenziare perché sono accusato di essere poco produttivo. Alla fine il direttore dell’azienda non riesce a dimostrare l’accusa, anzi il direttore viene anche arrestato per corruzione. L’azienda però fallisce e tutti i dipendenti (me compreso) vengono licenziati.

Ho vinto io? Può darsi, ma sempre di una vittoria di Pirro si tratta!

Siamo vicini in qualche modo al senso del termine “contentino“, di cui ci siamo occupati all’interno della rubrica due minuti con italiano semplicemente, ma fino ad un certo punto.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.

Il gotha – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 31)

Il gotha (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

gotha

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di potere, e quando parliamo di potere c’è quasi sempre di mezzo la politica. Ci occupiamo in particolare del termine gotha.

È evidentemente un termine che non ha origini italiane.

Vi spiego meglio. C’è una città tedesca che si chiama proprio Gotha, e nell’anno 1763 nasceva l’almanacco di Gotha, una specie di lista o meglio, di rubrica in cui compaiono però solamente le persone più importanti.

Questo almanacco conteneva inizialmente i nomi dei sovrani e nobili tedeschi, poi col tempo è stato pubblicato in diverse edizioni in diversi paesi europei con i nomi delle famiglie nobili e aristocratiche di diversi paesi, con informazioni genealogiche, quindi su quali famiglie provenivano, sui titoli, proprietà e altre informazioni rilevanti.

Oggi, quando si usa il termine gotha si intende generalmente una lista di nomi di persone importanti, in genere in un certo ambito.

“Il” gotha non è pertanto una singola persona ma un insieme di persone.

Se ad esempio dico che ad una riunione era presente il gotha della finanza italiana si vuole dire che hanno partecipato le persone più importanti, più autorevoli, quelle che contano di più, che hanno più potere nel mondo della finanza italiana.

C’è spesso il senso di “potere” nel termine gotha. Un potere che è nelle mani di poche persone.

Conseguentemente è facile che si parli del “gotha della politica italiana” o del gotha italiano o europeo o mondiale. I

n questo caso non ne fanno necessariamente parte solo personaggi politici, ma più in generale persone che contano, che hanno potere.

Va notato che il Gotha, inteso come almanacco, non è più pubblicato dal 1944, e quindi l’uso di questo termine oggi va sempre considerato come immagine di importanza e di potere.

Es:

Al matrimonio sarà presente il gotha aziendale italiano.

Una trasmissione televisiva in cui si esibisce il gotha della cucina mondiale.

Arrestato un uomo politico che aveva contatti col gotha della mafia.

Notate che difficilmente il termine si utilizza per indicare un gruppo dirigenziale di una singola azienda o di un singolo partito politico seppure può considerarsi lecito. Il gotha è generalmente qualcosa di più ampio, che appartiene ad una società:

Il gotha della finanza

Il gotha italiano

Il gotha americano

Il gotha della politica italiana

Si può comunque usare anche in questo modo:

Il gotha di Google

Il gotha dell’azienda

Il gotha del partito democratico

Si usano, a seconda del contesto (anche diversi e più leggeri della politica), anche altri termini.

Alla mia festa ci sarà la crema del calcio italiano.

Si usa spesso anche “la crème” con lo stesso senso di “la crema”: la parte più qualificata di una collettività.

Il senso è simile al gotha ma c’è meno il senso del potere e più quello della notorietà. Spesso c’è anche i quello di maggiore stile, nobiltà, eleganza.

Ancora più selezionata è la crème de la crème.

Es:

Alla prima del teatro La Scala di Milano ci sarà la crème de la crème della società.

Anche il termine élite è abbastanza usato.

Si tratta della parte più autorevole o raffinata di un gruppo, di un ambiente, di una collettività.

In questo caso emerge il senso della minoranza: poche persone in possesso di autorità, potere e influenza sociale e politica.

Far parte dell’élite è molto difficile

In quella scuola si è formata gran parte dell’élite romana

L’élite è la classe di comando, quella che sta nella stanza dei bottoni e che prende decisioni.

Più informale ma con un senso molto simile è il “fior fiore“, come abbiamo già visto in un episodio.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.

Escutere – VERBI PROFESSIONALI (n. 82)

Escutere

Descrizione: il verbo escutere è molto usato in caso di garanzie.

La trascrizione completa e il file audio dell’episodio sono disponibili per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

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I colletti bianchi – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 30)

I colletti bianchi (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: oggi lascio la parola a Danielle, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che vi leggerà questo episodio dedicato alla politica italiana. Anche per voi può essere piacevole ascoltare una seconda voce di tanto in tanto. Vai Danielle!

Danielle: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo dei colletti bianchi.

Il colletto è il bordo di una camicia o una giacca, che risulta disposto attorno al collo.

Ovviamente le camicie bianche hanno il colletto bianco, ma “colletti bianchi” è il nome che viene dato a una particolare categoria di lavoratori.

Si tratta di professionisti come medici, magistrati, insegnanti, impiegati, dirigenti e funzionari pubblici o anche manager d’azienda.

Ma che c’entra con la politica?

Lasciatemi spiegare prima perché vengono chiamati così.

Innanzitutto l’origine è la lingua inglese: “white collars”, quindi sarà più facile capire per molti non madrelingua italiana.

Si tratta di professioni che si possono svolgere indossando camicie bianche perché richiedono un lavoro esclusivamente intellettuale e non fisico.

I colletti bianchi svolgono attività che richiedono una formazione specialistica e un alto livello di conoscenza tecnica.

I colletti bianchi però sono sempre citati oggi non come categoria privilegiata di lavoratori, ma come invece un ceto sociale particolarmente incline a commettere certi tipi di reati.

In fondo queste professioni sono esercitate da persone che, in un modo o nell’altro, gestiscono il potere.

Sono rispettabili persone, più colte e istruite rispetto alla media: professionisti che si occupano di bilanci aziendali, di relazioni pubbliche, di azioni in borsa, di rapporti tra soggetti pubblici e privati eccetera.

Persone che possono influenzare il mondo dell’economia e della politica e che spesso e volentieri lo fanno in modo illecito.

Quando si parla di colletti bianchi è praticamente sempre in contesti in cui il candore (la purezza) del bianco viene sporcato da reati come falso in bilancio, corruzione, appropriazione di denaro pubblico, eccetera.

I colletti bianchi non si sporcano le mani di sangue, non commettono omicidi, non fanno attentati mafiosi o altri atti criminali clamorosi di questo tipo. Questo non significa che non ci siano legami tra la criminalità organizzata e questi reati ovviamente.

I loro reati pertanto spesso sono invisibili anche perché nessuno denuncia queste attività illecite, perché sono attività a danno pressoché di tutti gli altri e nessuno tranne i colletti bianchi ne è a conoscenza.

In Italia (e non solo) la politica ha un legame con i “colletti bianchi” in quanto questi lavoratori sono considerati una parte importante della società e dell’economia. Le politiche pubbliche (dunque le decisioni della politica) che riguardano la formazione professionale, l’occupazione e la protezione sociale hanno un impatto diretto sulla vita dei colletti bianchi.

Ad esempio, le politiche fiscali che riguardano le imposte sul reddito e la previdenza sociale possono influire sulla remunerazione e sulle prospettive di carriera dei colletti bianchi.

Inoltre, i colletti bianchi, essendo sono spesso rappresentati in posizioni di comando in molte industrie, tra cui sanità, finanza e tecnologia, possono esercitare una notevole influenza sulla politica attraverso i loro interessi professionali e economici.

In sintesi, la politica italiana e i colletti bianchi sono legati da un rapporto di interdipendenza, in cui le politiche pubbliche hanno un impatto sulle condizioni di vita e di lavoro dei colletti bianchi, e questi ultimi, a loro volta, possono influire sulla formulazione delle politiche pubbliche attraverso la loro posizione e il loro potere economico e professionale.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato alla politica italiana.

Giovanni: grazie a Danielle per l’aiuto e complimenti per l’ottima pronuncia.

La stanza dei bottoni – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 29)

La stanza dei bottoni (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della stanza dei bottoni.

E’ necessario aprire una breve parentesi sul termine “bottone“.

Si usa questo termine generalmente per indicare un piccolo oggetto di forma tondeggiante (ma ce ne sono di varie forme), che si usa con le camicie, le giacche, i cappotti e serve per riunire e chiudere due parti di un indumento. I bottoni si allacciano e si slacciano, mentre si usa il verbo abbottonare (o abbottonarsi) per indicare l’atto di chiudere (o congiungere) le due parti delle camicie o delle giacche usando i bottoni che vanno infilati negli appositi occhielli.

Abbottona/abbottonati la giacca ché fa freddo!

Prima si mette la cravatta e poi si abbottona la camicia.

Per l’operazione inversa invece si usa il verbo sbottonare e sbottonarsi. é interessante che sia abbottonarsi che sbottonarsi, quindi i verbi riflessivi, hanno anche un uso figurato.

Infatti abbottonarsi si usa anche per indicare una “chiusura” di altro tipo, e quindi non indica solamente l’azione di abbottonare i bottoni della propria giacca o camicia, ma anche, in senso figurato, nel senso di chiudersi in un cauto riserbo. Una persona “abbottonata” è una persona che non sembra affatto disponibile a parlare, a condividere informazioni. Quindi significa chiudersi nel silenzio per riserbo o per cautela.

Di contro, sbottonarsi significa anche iniziare a parlare, schiudersi, quindi aprirsi al dialogo, specie dopo una iniziale chiusura. Si usa spesso con la negazione:

Non ti sbottonare

Giovanni non si sbottona mai

Il presidente non si sbottona sulla possibile trasformazione della società

Maria è una persona prudente, una che non si sbottona facilmente neanche con gli amici.

Ci sono espressioni come “attaccare bottone“, un’espressione di cui ci siamo già occupati, che ha a che fare con l’approccio. Quando si cerca di avvicinare qualcuno per per parlargli, per tentare un approccio, si usa spesso l’espressione “attaccare bottone”. Simile anche a abbordare. Poi esiste anche “attaccare un bottone“, che più informalmente diventa “attaccare il pippone“, che abbiamo spiegato nello stesso episodio di attaccare bottone. Il senso è quello di infastidire, molestare qualcuno con dei lunghi e noiosi discorsi.

Non finisce qui perché esiste anche la cosiddetta “stanza dei bottoni“, espressione con cui si indica, in modo figurato il luogo in cui si prendono le decisioni. I bottoni sarebbe un modo alternativo per indicare i pulsanti. A dire il vero però un pulsante non viene praticamente mai chiamato bottone, al di fuori di questa espressione. La forma di un bottone comunque può essere abbastanza simile a quella di un pulsante. Più in generale infatti qualsiasi oggetto di forma tondeggiante che assomigli a un bottone, possiamo chiamarlo così, anche se ha usi diversi. In tal caso parliamo di un pulsante, quindi di un organo di comando che si può premere con un dito.

Dunque la stanza in cui si premono i pulsanti è il luogo in cui si prendono le decisioni. Ci si riferisce in particolare alle decisioni politiche e economiche, quindi si sta parlando del potere decisionale.

Nel linguaggio della politica si usa abbastanza spesso perché esprime in modo sintetico la capacità di poter influenzare le decisioni più importanti. Ovviamente quando si prende una decisione importante non si preme alcun pulsante, ma questa è ovviamente un’immagine figurata.

Vediamo qualche frase di esempio di attualità:

Il mondo ha un urgente bisogno di ridurre l’impatto ambientale dell’uomo, ma purtroppo nella stanza dei bottoni del mondo ci sono altre priorità.

Occorre riuscire a colmare la distanza tra il sud e il nord dell’Italia, a prescindere da chi si trovi nella stanza dei bottoni.

Una parte dello schieramento governativo si sta lamentando del fatto che nella stanza dei bottoni comandino solamente il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia.

Parliamo sempre del luogo di “esercizio del potere“. Il luogo in cui si esercita il potere è appunto la stanza dei bottoni.

Voglio, in chiusura di questo episodio, parlarvi di questo interessante uso del verbo esercitare.

L’uso prevalente di esercitare è quello di tenere in attività, cioè tenere in esercizio, in allenamento.

Esercitare la memoria
Esercitarsi facendo esercizi ginnici
ecc.
Esercitare significa però anche adoperare un potere, far valere un proprio potere in virtù di una investitura. Questo significa che, ad esempio, poiché un personaggio politico ricopre una certa carica pubblica, allora ha determinate facoltà, ha determinati poteri che può decidere di utilizzare o meno.
Se lo fa, allora esercita il suo potere, quindi lo utilizza, lo fa valere.
C’è anche chi approfitta di questo potere e va oltre ciò che è consentito. In questo caso si parla di “abuso di potere“. Ma di questo ne parliamo nel prossimo episodio.
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L’iter e la trafila – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 28)

L’iter e la trafila (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo dell’iter. Ho già accennato a questo termine nell’episodio facente parte del corso di italiano professionale dedicato alla prassi.

L’iter è però semplicemente una procedura.

Un termine che si usa spesso in politica, ma anche parlando di procedure amministrative e burocratiche.

Vi faccio alcuni esempi:

Una legge, per essere approvata, deve seguire il suo iter.Si tratta di una serie di passi che necessariamente devono essere seguiti per poter arrivare alla sua approvazione definitiva.

Nel caso di una legge si chiama iter legislativo o più specificamente procedimento legislativo. È un procedimento formale che quindi avviene attraverso varie fasi, vari passaggi. In questo caso sono la presentazione, l’approvazione, la promulgazione e la pubblicazione.

Non voglio entrare nel dettaglio ma la cosa importante da sapere è che solo una procedura politica o amministrativa può essere chiamata iter.

Se sto preparando un dolce e sto seguendo una determinata procedura, questo non è un iter.

Solitamente, proprio come qualunque tipo di procedura, si usa il verbo seguire.
Seguire un iter.
Notate che iter viene dal latino e significa viaggio, marcia e come ogni viaggio ha una destinazione.

Nel caso di iter burocratico/amministrativo, spessissimo si parla di “trafila“, che talora viene preferito all’utilizzo di iter:

La trafila amministrativa.

La trafila burocratica.

Indica sempre una serie di passaggi obbligatori, ma spesso con una eccezione negativa. Notate che nella parola trafila c’è la “fila”, e fare la fila non è sempre piacevole.

Es:

La pratica avviata per ottenere la cittadinanza italiana ha seguito una trafila molto lunga.

In questo caso avrei potuto usare anche il termine iter, trattandosi di una questione amministrativa.

In realtà il termine trafila indica più in generale una serie di prove, di difficoltà, di disavventure attraverso le quali è necessario passare per poter raggiungere un certo obiettivo. In questo caso non è opportuno usare iter.

Es:
Prima di inventare la lampadina, Edison è passato per una lunga trafila di tentativi e di insuccessi.

Anche al lavoro e nello sport, in modo simile, si usa spesso il termine trafila, per indicare il percorso lavorativo/professionale di una persona prima di arrivare a raggiungere una posizione di importante:

Es:
Vi racconto la lunga trafila che ho dovuto seguire prima di diventare il direttore dell’azienda.

La storia di Giovanni, dalla trafila tra le squadre giovanili fino all’esordio con la squadra nazionale.

Ci diamo appuntamento al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica.

– – – – – –

Le domande e le risposte su questo episodio sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

L'iter e la trafila - politica italiana

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886 Alle soglie

Alle soglie (scarica audio)

Trascrizione

Alle soglie” è il titolo dell’episodio di oggi.

La parola soglia (il singolare di soglie) ha un significato e soprattutto un utilizzo che non è che sia proprio semplicissimo.

Esiste ad esempio la “soglia d’ingresso di una casa” che indica l’ingresso dell’abitazione, il punto da cui si entra in casa. Si usano frasi come: “mi sono fermato sulla soglia di casa”, “sono sulla soglia di casa”, eccetera, quindi la soglia indica il punto in cui si accede all’abitazione.

In genere si usa per indicare il punto in cui ci si trova, sottolineando in particolare che ancora non si è entrati in casa.

Notate che uso “sulla soglia“. Uso il singolare e poi uso “sulla“. Perché sottolineo queste due cose?

Perché in senso figurato (non poteva certo mancare l’uso figurato) il termine soglia indica invece un periodo iniziale di un’età o di una stagione. Questo dice il dizionario.

Es:

Sono alle soglie dei 50 anni.

Cioè ho quasi 50 anni, sto per entrare nei 50 anni, sono lì lì per entrare nei 50 anni. Uso prevalentemente il plurale e col plurale si usa in genere “alle”, ma potete usare anche il singolare “alla soglia”.

Posso comunque dire:

Sono sulla soglia dei 50 anni.

Oppure, un altro esempio:

Siamo alle soglie di una guerra mondiale.

Anche qui, siamo quasi arrivati alla guerra mondiale, manca poco tempo, pochissimo.

Si usa prevalentemente “soglie“, al plurale e si utilizza “alle“, come nel caso precedente.

Si può comunque dire (ma è meno frequente) “sulla soglia della guerra”. In questo caso usiamo “sulla”.

Come vedete ci sono affinità con la soglia di casa. Infatti quando siamo sulla soglia di casa, stiamo quasi per entrare in casa. Ma non siamo ancora entrati.

Dal punto di vista materiale, fisico, ogni ingresso ha una soglia, quindi anche una finestra o un garage.

Vediamo però un altro esempio in senso figurato:

La mia soglia del dolore è molto bassa.

Stavolta non c’è alle o sulla.

In questi casi, a parte il caso della soglia d’ingresso e simili, generalmente la soglia indica un particolare valore.

La soglia del dolore: Parlo in questo caso del livello minimo oltre il quale una sensazione viene percepita come dolore.

Siamo quasi arrivati al livello in cui avvertiamo dolore.

Si dice che la soglia del dolore degli uomini sia più bassa di quella delle donne. Ovviamente usiamo il singolare in questo caso perché ciascuno di noi ha la sua soglia (il suo limite) del dolore.

Notate che quando ho parlato dell’uso figurato, ho parlato dell’inizio di un’età, di un’epoca, di un periodo importante, di una stagione.

Non è usuale utilizzare la soglia però per indicare l’inizio di qualunque cosa.

Se tra cinque minuti inizia il mio lavoro, non si dice che sono alle soglie del lavoro perché si deve tratta di un periodo, un’età, un’era, non di una attività.

Potrei anche dire che sono alle soglie di una crisi di nervi.

Ricordate questa frase? L’abbiamo usata nell’episodio dedicato all’orlo. Solitamente si usa “l’orlo di una crisi di nervi” ma si può usare anche la soglia. È sempre un valore limite.

Poi puntualizziamo che non è proprio l’inizio, ma siamo un attimo prima.

La guerra è imminente? Allora siamo alle soglie di una guerra. La guerra è iniziata? Ancora no.

Sto per avere una crisi di qualunque tipo?

Posso allora dire che sono sulla soglia di una crisi economica/nervosa eccetera.

Ma quante sono le soglie di uso comune?

Oltre a quelle già citate, molto usata è la soglia della vecchiaia.

Se sono sulla soglia della vecchiaia evidentemente mi reputo non più giovane e sento che tra non molto tempo sarò una persona anziana.

Ma la soglia come detto può indicare anche un determinato valore.

C’è infatti, oltre alla soglia del dolore, anche la soglia di rischio, cioè il valore minimo (valore di soglia) oltre il quale un dato fenomeno diventa pericoloso. Dopo quel valore di soglia (si chiama proprio così) siamo in pericolo.

Pensiamo al livello del colesterolo nel sangue. Meglio non superare il valore soglia.

Non bisogna superare, oltrepassare quel valore. Questo vale per tutte le sostanze tossiche ad esempio.

Ci può essere una soglia inferiore, quella di cui abbiamo appena parlato, ma anche una soglia superiore, che è quella da non superare.

Pensiamo alla soglia di età oltre la quale si deve andare in pensione obbligatoriamente. Ci sono tantissime soglie che indicano un valore minimo o massimo.

Diciamo che da un punto di vista tecnico la soglia è un valore massimo o massimo, ma i due concetti visti si avvicinano molto.

Si usano anche molto spesso frasi come:

L’estate è ormai alle soglie.

Si dice anche spesso “alle porte” al posto di “alle soglie”.

Qui, nuovamente, siamo in un momento immediatamente precedente (ci siamo quasi) a qualcosa (all’estate in questo caso).

Se usiamo il termine “porte” (solo al plurale) non indichiamo mai un valore limite (il valore soglia) ma solo un momento immediatamente precedente a qualcosa. Si usa solamente in questo modo: essere alle porte, trovarsi alle porte. Qualcosa è molto vicino, è imminente, è prossimo: qualcosa è alle porte, cioè siamo alle soglie di qualcosa.

Tra 15 anni sarò alle porte della pensione. La vecchiaia è alle porte, e con essa tutti gli acciacchi dell’età. Che volete, in fondo, è sempre meglio invecchiare che non invecchiare, no?

Pensateci e nel frattempo ripassiamo qualche episodio passato.

Mariana: la bellissima finale mondiale tra Argentina e Francia, si è conclusa con l’incoronazione di Lionel Messi. Tutto molto bello, ma avete visto cosa è successo durante la premiazione? Messi è stato ricoperto non solo di applausi, ma anche da una sorta di vestaglia del Qatar. C’è chi dice che questa sia una vera umiliazione a cui non avrebbe dovuto prestarsi.

Rafaela: avrebbe dovuto subito disfarsi di quell’obbrobrio di maglia

Peggy: Ci sono quelli che dicono che sia proprio questa scena che ha fatto venire a galla la differenza tra Messi e Maradona e questo diviene di conseguenza un pretesto per contestare Messi
Che, quanto aclasse, ne ha da vendere anche lui. Ma ti pare che Messi debba essere sempre valutato confrontandolo con Maradona?

Marcelo: beh, differenze ce ne sono eccome! Tanto per dirne una, Lionel segna solo coi piedi.

Irina: non mi sembra il caso adesso di fare polemiche sterili. Viva l’Argentina e viva la Francia. Ce ne fossero di partite come questa finale!

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885 Alle prese (episodio n. 2)

Alle prese (episodio n. 2)

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Trascrizione

Alle prese” è il titolo dell’episodio di oggi, molto simile all’ultimo, che si intitolatava “alle perse“.

Lo so, abbiamo già trattato questa locuzione (era l’episodio n. 653), ma un ripasso non fa male. Stavolta però voglio sottolineare aspetti diversi di questa locuzione e volevo farvi notare anche che basta invertire due lettere per far cambiare però completamente il significato: alle perse, alle prese.

La similitudine però è solamente nella scrittura.

Sul web spessissimo, probabilmente come refuso, cioè errore nella battitura, si confondono le due locuzioni e si usa spesso una in luogo dell’altra (cioè una al posto dell’altra).

Quella di oggi (alle prese) è in realtà, come abbiamo già visto, un po’ più lunga: “essere alle prese con” qualcosa.

Si utilizza quando siamo impegnati in una attività in genere non troppo piacevole, che ci impedisce di fare altre cose. A volte persino ci impedisce di pensare ad altre cose. Questo è un aspetto che nel primo episodio non avevo sottolineato.

La prima volta l’attenzione era stata posta soprattutto sulla preposizione “con”.

Es:

Ciao Giovanni, ti disturbo? Hai da fare?

Risposta:

Veramente si, sono alle prese con un mobile che sto cercando di montare.

Quindi questo significa che sono molto impegnato col montaggio di questo mobile e questo (quasi sempre è così) mi impedisce di pensare ad altro o di fare altre cose.

Quasi sempre questa attività è un vero e proprio problema che ci procura noie e fastidi (una noia, per chi non lo sapesse, è un problema, non troppo grave, quindi più vicino a disturbo o fastidio).

Es.

Sono alle prese con un problema che non riesco a risolvere.

Cioè: sto cercando di risolvere un problema che mi dà noia.

Stiamo affrontando un problema difficile, ci stiamo cimentando in un’attività complicata.

Si usa anche dire: trovarsi alle prese con un’attività, un problema.

Quindi potete usare sia il verbo essere che il verbo trovarsi.

Anche questo non l’avevo detto la volta scorsa.

Es:

In questo momento mi trovo alle prese con la polizia che sta controllando i documenti dell’automobile. Ti chiamo più tardi.

Ricordate che quando fate un’attività piacevole, meglio non usare questa espressione. Io ad esempio, se dicessi che in questo momento sono alle prese con la scrittura di un episodio di italiano semplicemente, potrei farlo solo se trovassi complicata questa scrittura, oppure se questo mi impedisce di fare altre cose, in genere più piacevoli.

Non è il mio caso.

Si tratta generalmente di problemi reali, di attività concrete e specifiche che in genere, spesso inaspettatamente, risultano più complicate o lunghe del previsto.

Pertanto, se devo semplicemente e genericamente lavorare e questo mi impedisce di andare in vacanza in Italia, non si usa dire di essere o di trovarsi alle prese con il lavoro.

In questi casi basta usare frasi più semplici, tipo:

Purtroppo dovrò lavorare.

Se non fossi impegnato col lavoro verrei sicuramente.

Invece si può dire:

Non so, potrei essere ancora alle prese con un cliente e non so se riesco a liberarmi.

Recentemente mi trovo alle prese con difficoltà economiche impreviste. Purtroppo non posso venire in vacanza con voi in Italia.

Se non fossi ancora alle prese con la mia malattia, sarei venuto sicuramente.

Adesso vi lascerò alle prese con un bel ripasso degli episodi precedenti, letto da alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Poi, qualora siate membri dell’associazione Italiano Semplicemente potete anche mettervi alla prova con gli esercizi di questo episodio.

Ciao, alla prossima.

Peggy: Gianni, allora se ci lasci alle prese con un bel ripasso degli episodi precedenti… vuol dire che non sarà piacevole?
O volevi solo scherzare? 🙂

Ulrike: Mera ironia mi pare…

Danielle: da molti giorni ormai sono alle prese con un brutto raffreddore. Non è che qualcuno di voi potrebbe darmi dei consigli su cosa fare? Attendo lumi. Grazie.

Marcelo: io direi di andare dal dottore. Magari non è nulla di trascendentale, ma non si sa mai.

Rauno: eccomi qua, sono il dottore. Vieni nel mio studio. Non prendere alla leggeraneanche un banale raffreddore, perché da qualche giorno a questa parte ho visto molti avere la broncopolmonite. Fintantoché siamo in tempo, possiamo evitare di trascurarci, no?

Peggy: che fortuna che hai ad avere un medico così premuroso. Il mio è di una freddezza che non ti dico. Se tanto mi dà tanto, deve avere una vita veramente squallida!!

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884 Alle perse

Alle perse

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Indice degli episodi

Trascrizione

In questo episodio vorrei parlare della locuzione “alle perse“. C’è il verbo perdere.

Come punto di partenza vi dico che abbiamo già incontrato una espressione simile: “perso per perso“. Anche qui c’è il verbo perdere.

Ho detto simile ma non uguale, infatti le due espressioni non hanno lo stesso significato.

“Perso per perso”, come abbiamo visto, indica una situazione in cui è bene fare qualcosa che può portarci dei benefici, considerando che in ogni caso l’obiettivo principale è stato fallito. Questo è molto importante.

Quindi siamo di fronte ad una una situazione ormai compromessa e allora si cerca di ridurre i danni, perché comunque non costa nulla: bisogna quindi salvare il salvabile e minimizzare il danno.

Invece se usiamo “alle perse”, siamo in una situazione simile, ma non è detto che abbiamo una situazione del tutto compromessa. C’è un’ultima possibilità. Ancora possiamo salvare il nostro obiettivo principale.

Abbiamo anche visto un’altra espressione molto simile: “extrema ratio“, che però non è informale come “alle perse“. “Alle perse” spesso somiglia molto a “al limite“, e anche a “tutt’al più“. Alle perse è simile ma tra le altre cose è molto più informale e si usa quasi esclusivamente come modalità colloquiale. Come abbiamo detto anche nell’ultimo episodio, anche “male che va” è informale e più o meno equivalente.

Si apre la strada ad una possibile alternativa, proprio come “al limite”, “tutt’al più” eccetera, ma stavolta si tratta di un’ultima opzione, che si può usare quando e se le altre non dovessero funzionare, come se ci trovassimo in una situazione di emergenza e cercassimo di limitare i danni.

Non possiamo usare di conseguenza “alle perse” in senso positivo (es: “bene che va”, “nella migliore delle ipotesi”) perché il termine “perse” sta ad indicare che le altre possibilità sono “perse”, cioè sfumate, “andate” e quindi non possono più essere utilizzate, non sono più soluzioni reali. Resta in pratica solo un’ultima opzione.

Vediamo qualche esempio:

Sulla terra non c’è più rimasto più nessun uomo. Solo donne.

Una donna commenta:

Non c’è più nessun uomo. Peccato perché adesso, alle perse, mi sarei accontentata anche di mio marito.

Quindi questa donna (molto spiritosa), considerando che suo marito sarebbe stato l’unico uomo sulla faccia della terra, come ultima possibilità sarebbe stata felice anche di avere suo marito. Sempre meglio che niente!

Di solito si prospetta una situazione limite in cui resta solamente una possibile scelta.

Un secondo esempio:

Domani abbiamo la conferenza in cui dobbiamo presentare tutti i numeri del bilancio dell’azienda. C’è stato però un attacco hacker e potremmo aver perduto tutti i nostri dati. Proveremo ugualmente a presentare i nostri dati. Alle perse, potremmo far ricorso alla nostra ottima memoria!

Irina: ciao a tutti. Attualmente mi trovo in Calabria e sono ben 22 gradi.

Edita: beata te Irina, io sto finendo un lavoro e, tra l’altro, sono ancora a carissimo amico.

Rauno: in Finlandia fanno quattro gradi sotto lo zero. Manco fossimo agli antipodi….

Marcelo. Per fortuna qua in Uruguay siamo in estate e il tempo é bellissimo! E’ pressoché impossibile che il tempo ci giochi un brutto scherzo, ma se dovesse minacciare pioggia, appena vediamo la mala parata andiamo a fare bisboccia al riparo a casa mia!

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883 Tutt’al più

Tutt’al più (scarica audio)

Indice degli episodi

Trascrizione

Cosa significa tutt’al più?

Vi posso dire con certezza che i non madrelingua italiana non usano mai tutt’al più.

A questo punto potrei dirvi che neanche i ragazzi italiani, almeno fino ai 18 anni lo fanno. Direi che tutt’al più potrebbero usarlo gli studenti universitari.

I giovani generalmente utilizzano altre modalità per esprimere lo stesso concetto, come ad esempio “al massimo“. Questa va bene sempre.

Spesso si usa anche “nel peggiore dei casi“. Uno straniero però tutt’al più potrebbe usare “nell’ipotesi meno favorevole” oppure “nell’ipotesi più favorevole“.

Spesso, un’alternativa informale, ma molto usata è “male che va” (se va male) ma a volte anche “bene che va” (se va bene) può andar bene.

Vediamo qualche esempio:

Marito e moglie si separano. Devono decidere come dividere le cose che hanno in casa. Il marito dice: la tv, il computer e il tablet li prendo io.

La moglie replica prontamente:

Non sono affatto d’accordo! Tutt’al più posso lasciarti quello scatorcio della tua automobile!

Arrabbiatissima la moglie!

Dunque la moglie è disposta tutt’al più a lasciare l’automobile al marito. Al massimo può fargli questa concessione, non di più.

Spesso c’è l’idea di una concessione massima, appunto; un livello massimo che si è disposti a concedere, come in questo esempio.

Un altro esempio:

Un ragazzo ci prova con una ragazza e le chiede se vuole fidanzarsi con lui. Lei potrebbe rispondere:

Io e te fidanzati? No, mi spiace. Potremo tutt’al più essere amici, ma niente di più.

Che antipatica!

Anche in questo caso “al massimo” è un ottimo sostituito di “tutt’al più”.

Anche “nella migliore delle ipotesi” potrebbe andar bene.

Somiglia molto anche a “al limite“, come a indicare una soluzione ammissibile a malapena o come ultima possibilità.

Un altro esempio:

Quanto costa questo appartamento? 500 mila euro? Tutt’al più potremmo discutere su 400 mila.

Quindi:

al massimo” sono disponibile a pagare 400 mila euro.

Si tratta chiaramente di una limitazione, di porre un limite alla cifra da pagare.

Al limite potremmo discutere su 400 mila euro.

Al massimo potremmo discutere su 400 mila euro.

Nella migliore delle ipotesi potremmo discutere su 400 mila euro.

Queste sono tutte frasi equivalenti.

Ammettiamo adesso di non avere il navigatore satellitare e che vi siate persi.

Non sapete dove andare ma potete comunque provare ad andare diritti e poi, tutt’al più, potete tornare indietro e cambiare direzione.

In questo caso “male che va” è un perfetto sostituto di tutt’al più.

Voi potreste dire ugualmente:

Qualora ci fossimo sbagliati, potremo tornare indietro

Se non è la strada giusta potremo tornare indietro

Se poi vediamo che ci siamo sbagliati potremo tornare indietro

Al limite possiamo tornare indietro

Nella peggiore delle ipotesi torniamo indietro

Dovesse andar male, torniamo indietro

Concludo con un ultimo esempio e poi vi lascio al ripasso del giorno. Se non ci sono problemi con questo episodio noi ci sentiamo al prossimo. Tutt’al più potete ascoltarlo o rileggerlo una seconda volta.

Tutt’al più come avete visto è una locuzione interessante e facile da usare. Quasi dimenticavo di dirvi che tutt’al più si scrive così, ma tutt’al più potreste scriverla anche tuttalpiù – tutto attaccato.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione

Marcelo: Un boscaiolo stava tagliando degli alberi che aveva piantato da illo tempore. Era felice che non vi dico che ora fosse giunto il tempo di poterli vendere a Natale.

Edita: Si era fatto in quattro e così riuscì a tagliare ben 15 alberi nel corso dei primi giorni.

Estelle: dopo un po’ però i numeri iniziarono a prendere una brutta piega.

Mariana: di giorno in giorno diventavano sempre di meno. Al che pensò:

Peggy: mannaggia, non riesco a capacitarmi di come i numeri scendano.
Nonostante mi sforzi, taglio sempre meno alberi ogni giorno.

Rauno: a me invece questo non colpisce affatto. Il motivo è palese. Devi riposarti, altro che storie!

Monica: ma va’!

Rafaela: secondo me sarebbe ora di sistemare la sega! Si è consumata e va arrotata!

Sofie: oddio, non ci avevo pensato! Ma pensa un po’. Si sa, il tempo stringeva e ero così occupato a tagliare tutti questi alberi prima di Natale che ho scordato di ritagliarmi del tempo per curare lo strumento.

Estelle: si, posso immaginare, comunque sai, questo discorso vale un po’ per tutto nella vita, che so, la salute per esempio. Coloro che non si prendono cura di sé stessi ogni tanto , può darsi, che paghino lo scotto prima o poi.

Ulrike: parole sante, direi. Ben detto!

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882 Merce rara

Merce rara (scarica audio)

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Trascrizione

Il titolo dell’episodio odierno (cioè l’episodio di oggi) è “merce rara”.

Tutti voi sicuramente conoscerete sia il significato del termine merce che dell’aggettivo raro.

La merce è tutto ciò che viene commercializzato, cioè venduto o acquistato, in un negozio o comunque da persone che per mestiere operano nel commercio. La merce riguarda più specificamente i beni materiali che i servizi, sebbene anche i servizi possano essere venduti e acquistati.

Raro invece significa non comune, qualcosa che è difficile trovare, cioè qualunque cosa sia definibile una rarità.

Allora, la merce rara potrebbe essere un prodotto che difficilmente riusciamo ad acquistare perché si trova con molta difficoltà. In effetti può anche essere proprio così.

Questo però è il senso proprio dell’espressione.

Ad ogni modo l’espressione “merce rara” si usa normalmente anche per descrivere qualcosa di diverso da un prodotto in vendita. Allo parliamo di un uso figurato.

Si può parlare di merce rara infatti anche parlando di virtù o comunque di qualità poco comuni, quindi difficili a trovarsi tra le persone o anche tra qualcos’altro che non necessariamente sia della merce.

Che ne pensate dell’onestà?

Merce rara, non è vero?

E l’empatia? Merce rara anche questa?

A volte si usa questa espressione con tono di rassegnazione, dopo che abbiamo ricevuto una delusione per il comportamento di una persona che ci ha procurato problemi di qualche tipo. Altre volte vogliamo invece esaltare la qualità di una persona, sottolineando che questa qualità è merce rara, che quindi poche persone hanno.

In entrambi i casi l’espressione spesso è preceduta da “ormai“, ad indicare che una volta non era così, ma anche per dare più importanza a una qualità.

Ormai la fiducia è una merce sempre più rara.

La passione che Marco mette nel suo lavoro ormai è merce rara

La polenta che fa mia madre ormai è merce rara

Paola porta avanti il suo lavoro con trasparenza e sincerità, merce rara al giorno d’oggi. (volendo si potrebbe anche dire “merci rare” in questo caso, perché stiamo parlando di due qualità).

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente sono merce rara; ascoltate che ripasso con i fiocchi che hanno realizzato.

Mary: Stamattina mi sono messa a cincischiare col mio telefono ed ero lì lì per organizzare la mia agenda settimanale quando di punto in bianco mi sono accorta che mancano pochissimi giorni alla fine dell’anno. Sembrava ieri l’inizio di novembre e non riesco ancora a capacitarmi che il mese all’improvviso sia già finito.

Peggy: eh già, puoi dirlo forte! Anch’io mi devo raccapezzare del fatto che novembre sia passato così in fretta e che mi abbia colto all’improvviso il mese di dicembre. Con tutte le faccende che devo ancora sbrigare entro la fine dell’anno, non mi illudo che riesca a compiere ciò che mi ero prefissa di fare.

Hartmut: Dai su ragazzi, datevi una regolata e piuttosto smettetela di girovagare come anime in pena, ché non si fa neanche in tempo a dire dicembre che è già la vigilia di natale.

Estelle: Con tutte le cose che vogliamo fare prima che finisca l’anno, mi vedo costretta ad aggiungere ancora un compito (sono una tradizionalista bell’e buona, lo so) , ovvero quello di comprare i regali di Natale! Nel giro di qualche giorno ci saranno code chilometriche in tutti i negozi. Tutti che vorranno accaparrarsi gli oggetti che quest’anno andranno per la maggiore. Cosa vuoi, pazzia totale!

Marguerite: Vacci piano Estelle, che io per esempio, con tre figlie adolescenti, non potrò mica accontentarle con un qualsivoglia regalo di Natale! Mi sa che anche quest’anno, mio malgrado, il tetto di spesa sarà molto alto e verrà sforato.

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881 Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve

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Trascrizione

Tanto tuonò che piovve è un’espressione in cui si utilizza l’immagine del tuono, cioè del rumore che viene dal cielo dopo il fulmine.

Tuonare è il verbo in questione.

Il tuono normalmente arriva però prima della pioggia.

Senti come tuona! Rientriamo in casa prima che piova!

Il tuono quindi anticipa la pioggia, preannuncia la pioggia.

In questa espressione utilizziamo i due verbi tuonare e piovere al passato remoto. Tuonò e piovve.

“Tanto tuonò che piovve” è l’espressione , che significa: tuonò talmente tanto che iniziò a piovere.

Non si può utilizzare il passato prossimo, come potrebbe sembrare normale, ma solamente il passato remoto. Il senso sarebbe conunque ben comprensibile, ma questa, lo avrete capito, è una espressione figurata e va usata così com’è, come normalmente accade.

Si parla infatti di qualcos’altro e non delle cattive condizioni del tempo.

Parliamo di quando accade qualcosa che era stato preannunciato da qualche segnale.

C’erano già state delle avvisaglie. Termine questo che si usa soprattutto per indicare i primi sintomi di una malattia e primi segnali di un temporale. Oltre al senso figurato ovviamente.

Qualsiasi avvenimento in fondo, soprattutto quelli negativi, non accade all’improvviso, ma ci sono sempre vari segnali, che vengono chiamati segnali premonitori, proprio come il tuono è un segnale premonitore della pioggia.

Stiamo allora parlando di un vero e proprio proverbio che ci dice di non ignorare gli avvertimenti, ciò che accade, perché potrebbe preannunciare qualcosa di molto negativo.

Vediamo ad esempio l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non si può dire che non ci siano stati avvenimenti premonitori. Adesso che siamo in piena guerra, possiamo dire “tanto tuonò che piovve“.

In qualche modo è come dire: si capiva che sarebbe accaduto ciò che è successo, perché c’erano tutti i segnali. Il destino era scritto.

L’espressione è adatta per commentare degli episodi, degli accadimenti, e in teoria solo se negativi, per cui nel passato si era capito che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa.

Si trovano comunque anche esempi di semplici conclusioni in qualche modo annunciate, persino se positive.

Dopo aver letto sui giornali per tanto tempo che sarebbe cambiata la proprietà di Twitter, quando alla fine questo diventa realtà si potrebbe commentare questa vicenda proprio così: tanto tuonò che piovve.

Questa è una semplice conclusione annunciata. Che poi le conseguenze siano veramente negative o positive può non essere importante.

In genere comunque la pioggia viene intesa come qualcosa di negativo. Basti pensare all’espressione “piove sempre sul bagnato” per dire che la sfortuna o le disgrazie capitano sempre a chi ha già tanti guai.

Adesso ripassiamo:

Marcelo:
Un giorno, un uomo d’affari, lavoratore indefesso che non vi dico, uno che con gli affari ci sa proprio fare, stava sul lungomare a fare una passeggiata. D’un tratto si accorge che un pescatore stava battendo la fiacca e stava fissando le onde del mare a braccia conserte. Così gli fa:

Mary: Signore, non è che io voglia disturbarla, ma non va a pescare oggi?

Irina: macché!

Khaled: Come mai? Metterei la mano sul fuoco sul fatto che lei piglierebbe tanti pesci oggi. Se non se la prende comoda , molto probabilmente potrebbe fare due o tre viaggi prima che faccia notte. Quanti più pesci porta a casa, tanto più il guadagno cresce. E così potrebbe comprarsi più barche e assumere altri pescatori. Sarebbe un crescendo di guadagno e così via.

Irina: sarà! Ma quale sarebbe lo scopo di tutto questo?

Rauno: Faccia conto di essere già ricco grazie a tanto lavoro fatto. Allora potrà finalmente godersi questo bellissimo posto.

Estelle: Il pescatore allora si guardò l’imprenditore e gli fece:

Irina: Sa, stavo proprio lì lì per farlo prima che arrivasse lei ad attaccarmi il pippone. Ma dimmi tu!

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La moral suasion – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 27)

La moral suasion (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della moral suasion.

Una locuzione quasi esclusivamente politica. In questo ambito infatti, si usa in alcune occasioni al posto di “persuasione“.
Sapete cos’è la persuasione?
La persuasione è ciò che si fa quando si cerca di convincere qualcuno della propria idea. Si cerca di modificare l’atteggiamento o il comportamento altrui attraverso la parola o lo scritto.

La persuasione è una vera capacità, un’abilità, quasi un’arte direi.

Chi sa persuadere (questo è il verbo che dovremmo usare al posto di “convincere“) ha una forma di potere che coloro che non ne sono capaci non hanno.
La moral suasion è però una persuasione morale. Si cerca di persuadere facendo leva su dei valori morali.
E’ dunque un invito a correggere o rivedere determinate scelte o comportamenti in politica perché ritenuti moralmente sbagliati.
Ma tutti possono fare questa moral suasion?
Non esattamente.

In genere la moral suasion è proveniente da una personalità, una persona importante o da un organismo a cui è riconosciuta da tutti una certa autorevolezza.

Il presidente della Repubblica italiana, dall’alto del Colle, può ad esempio esercitare moral suasion nei confronti di politici o correnti politiche o partiti politici che hanno intenzione di prendere certi provvedimenti che il presidente ritiene immorali.

Questa autorità, qualunque essa sia, generalmente ha un ruolo imparziale, saggio, equanime (dovrei usare un’altra definizione ma la spiegherò nel prossimo episodio dedicato alla politica) e ha obblighi di vigilanza di qualche tipo, lavora in genere a garanzia delle istituzioni, e utilizza, in questo caso, questo suo potere non attraverso atti formali, documenti, approvazioni ufficiali, provvedimenti di qualunque tipo, ma semplicemente cerca di convincere, cerca di indurre ad un comportamento moralmente e socialmente corretto.

Sto cercando altri verbi adatti per descrivere l’obiettivo della moral suasion.

Indurre va bene ma anche orientare: si cerca di orientare dei comportamenti. La moral suasion si propone di orientate, di influenzate scelte e comportamenti.

Quindi questa autorità non ricorre direttamente ai poteri che la sua carica o la legge le mette a disposizione per l’esercizio delle sue funzioni ma usa la sua autorevolezza.

Chi è vittima della moral suasion potrebbe essere insensibile alle questioni morali, ma la moral suasion punta anche e soprattutto sull’impatto sociale della moral suasion, sulle sue conseguenze, non quelle giuridiche ma quelle sull’immagine, sulla notorietà, sulla reputazione di chi subisce la moral suasion.

Il termine suasion (notate la pronuncia) potrebbe sembrare di origine inglese ma è latina. Significa proprio persuasione.

Vediamo qualche esempio:Il presidente della repubblica esercita la sua moral suasion affinché il governo corregga il decreto che potrebbe favorire una maggiore evasione fiscale.La moral suasion si esercita. Proprio come il potere.

Se vogliamo usare parole e verbi diversi potremmo dire che il presidente “fa pressione” sul governo affinché eccetera eccetera.

Oppure, il presidente cerca di persuadere o di dissuadere. Questo è interessante, perché la moral suasion si può utilizzare sia per persuadere che per dissuadere, a seconda dei casi.

Una cosa infatti è dire: “devi fare così”, “è meglio prendere questa decisione”, “questa è la strada corretta da seguire” (questo è persuadere), e un’altra cosa è dire: “non devi fare questo”, “questo provvedimento è immorale” ecc.

In quest’ultimo caso parliamo di dissuasione e di dissuadere.

Se non avete ancora capito la differenza, basti pensare a una persona che vuole suicidarsi. Bisogna dissuaderla! E bisogna persuaderla del fatto che la vita è bella e va vissuta.

Si può tranquillamente fare un collegamento tra la moral suasion e l’espressioneavere un ascendente su una persona, che vi ho già spiegato, ma quest’ultima non è tipicamente politica, ma si può usare ogniqualvolta una persona abbia una certa capacità di influenzare le scelte e le decisioni di altre, senza essere un’autorità nazionale o una importante istituzione.

Comunque, all’inizio ho detto che la locuzione moral suasion è “quasi” esclusivamente politica. Anche in economia esiste la Moral suasion.

La pubblicazione di una notizia sui giornali o sui telegiornali ha il potere di dissuadere aziende che potrebbero infrangere la legge o dei regolamenti.

Potete comunque usare la moral suasion anche in senso ironico, quando si tratta di convincere una persona a intraprendere una decisione oppure a non farlo.
Es.Mia moglie non vuole partecipare a uno scambio di coppia. Perché non ci provi tu, che sei la sua migliore amica, a fare un po’ di moral suasion
Scherzi a parte, anche una istituzione nazionale può esercitare la moral suasion, ma per poterlo fare deve avere un potere di vigilanza, come la Consob, che è l’organo di controllo del mercato finanziario italiano, o l’autorità per anticorruzione o organismi di questo tipo.

Chi vuole adesso può rispondere a alcune domande su questo episodio per mettersi alla prova. Per farlo basta diventare membri di Italiano Semplicemente, la nostra associazione creata per conoscere l’italiano e l’Italia. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica.

Le domande e le risposte sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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880 Tanto di

Tanto di (scarica audio)

Trascrizione

L’episodio di oggi, come promesso, è dedicato a “tanto di“.

È interessante perché questa può avere un significato simile a persino, anche, addirittura.

Es:

La Francia è proprio brava a giocare a calcio. Quando la vedo in tv mi levo tanto di cappello!

Cioè: mi tolgo persino il cappello davanti a loro, per rispetto, per ammirazione. C’è spessissimo ironia in queste occasioni.

Tanto di cappello” è un’espressione abbastanza nota e utilizzata. Non è detto ci sia sempre ironia quando si usa. Può trattarsi anche di semplice ammirazione.

Se parliamo di rispetto non siamo affatto ironici comunque:

Es

Tanto di rispetto per chi dedica la propria vita a fare assistenza ai poveri.

Quindi più in generale, “tanto di” può essere seguita da un sostantivo allo scopo di sottolineare qualcosa con enfasi.

Il mio capo è proprio di estrema destra! Oggi sono stato nel suo ufficio e sulla sua scrivania c’era tanto di foto di Benito Mussolini!

Come vedete ha un significato simile a persino, anche, addirittura, ma si può usare anche insieme.

Spesso si usa la preposizione “con“:

Da babbo natale ho ricevuto un bel pacco con tanto di fiocco!

Io sono un cuoco con tanto di diploma!

Oppure: ho (anche) tanto di diploma.

È stata una festa bellissima, con tanto di ballerine, camerieri e champagne! (c’erano tanto di ballerine ecc.)

Notate che in questo caso stavolta non ho usato “con” ma “c’erano) e ho usato il plurale (c’erano tanto di ballerine e camerieri…) che è la forma corretta se ci sono più elementi che seguono.

Ora, bisogna anche saper riconoscere, in una frase, se veramente è questo il senso di “tanto di“. Non sempre è così

Es:

C’era tanto di quel sale nella pasta che non era mangiabile.

Questo è ancora un altro modo di usare “tanto di” seguito da un sostantivo. Si riconosce facilmente non solo perché c’è “tanto di quel, tanto di quei, tante di quelle” ma anche perché c’è “che” nella seconda parte della frase.

Non basta quindi che ci sia la preposizione “di”, affinché la frase abbia un unico significato. Posso farvi anche altri esempi:

Non importa se non c’è nulla da mettere sotto i denti, tanto di mangiare non ne ho proprio voglia.

C’è tanto di buono, di nobile e di vero, nel tuo carattere!

Dietro quel sorriso innocente c’è tanto di più di quanto si pensi!

C’è tanto di Giovanni in queste sue poesie.

Bisogna accontentarsi di quello che abbiamo trovato, non c’è tanto di meglio sul mercato.

Vi lascio soli perché immagino abbiate tanto di cui parlare

Qui fa freddo tanto di notte quanto di giorno (in questo caso posso sostituire “tanto” e “quanto” con “sia”)

Come avete visto, non è neanche sufficiente che ci sia un sostantivo, purtroppo.

Vediamo un ultimo esempio:

Hanno licenziato Giovanni perché pare che abbia rubato il portafogli ad un collega. C’è tanto di video a dimostrarlo!

A volte, come in questo caso, il sostantivo che segue serve a dimostrare qualcosa. Ricordate l’esempio precedente del diploma da cuoco? Anche in quel caso c’è una prova, una dimostrazione, e infatti il diploma dimostra che sono un cuoco, come il video del furto è a dimostrazione della colpevolezza di Giovanni.

Lo stesso si può dire, in misura più o meno evidente, in quasi tutti gli esempi: il fiocco è ciò che caratterizza un pacco regalo; se mi tolgo il cappello è segno che esprimo ammirazione.

Sono sicuro che l’episodio di oggi darà tante buone occasioni per mettersi alla prova durante i prossimi ripassi.

A proposito, eccovi quello di oggi.

Irina: tenetevi forte ché vi racconto cosa mi è accaduto.

Hartmut: Dai, raccontamelo, non tenermi sulle spine!

Irina: dunque, facevo due passi nel bosco per prendere una boccata d’aria come sono solita fare di sera. Di punto in bianco è sbucato nientepopodimeno che un cinghiale! Mi ha preso una fifa blu che non vi dico! Sembrava avermi presa di mira e stavamo a tu per tu. Mi guardavo intorno ma non c’era un rifugio. Avevo sentore che fossi spacciata. Avevo a portata di mano solo un bastone. Ero decisa di prendere il toro per le corna come non mai! Fortuna ha voluto che il cinghiale è scappato e così ho buttato via il bastone, che sì è rotto in una caterva di pezzi. Era proprio marcio!

Hartmut: Dai, che sciocchezze ci racconti! Non ci credo neanche per sogno.

Irina: macché sciocchezze! È tutto vero, altro che storie!

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esercizi episodio 880 - domande

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879 Tanto di guadagnato, tanto meglio

Tanto di guadagnato, tanto meglio

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Trascrizione

L’episodio di oggi è dedicato alla locuzione “tanto di guadagnato”. In questa locuzione il termine “tanto” non viene utilizzato nel modo classico, nel senso di molto, riferito a un’alta quantità o a un alto livello, ma d’altronde abbiamo già incontrato nei passati episodi altri esempi di utilizzi particolari.

Vi ricordo ad esempio: tanto più, tant’è vero che, tanto quanto, se tanto mi dà tanto, tanto piove, tanto vale ed altre ancora.

È sempre interessante vedere cosa sta vicino a “tanto”. Soprattutto da quello dipende il significato.

Stavolta l’espressione è interessante soprattutto per le prime due parole: tanto di.

È talmente interessante che il prossimo episodio lo dedicheremo proprio a “tanto di“.

Oggi però mi interessa spiegare “tanto di guadagnato” che è una locuzione a sé stante, con un significato specifico.

Guadagnato è naturalmente il participio passato del verbo guadagnare, verbo che solitamente si riferisce al denaro, ai soldi, al ricavato di una vendita o di un’attività, di un lavoro. In questo caso però non necessariamente parliamo di soldi ma semplicemente di qualcosa di positivo.

Tanto di guadagnato” infatti si utilizza quando ci potrebbe essere la possibilità che si verifichi un evento che può portare qualcosa di positivo (ad esempio per me). Sembra complicato vero? Non è così, vedrete.

Questo possibile risultato positivo poi è spesso indipendente dalla mia scelta o dalla mia volontà. Si tratta a volte di un vantaggio inaspettato, ma ad ogni modo questo vantaggio è ottenuto come sovrappiù. Niente di così importante ma comunque sempre positivo.

Potremmo dire quindi che rappresenta un di più di cui si potrebbe anche fare a meno, ma se viene, è benaccetto, è gradito.

Questo vantaggio in pratica potrebbe accadere o non potrebbe accadere, ma se dovesse accadere ne sarò lieto, sarò felice di questo. Sarà una bella notizia. Se accadrà, sarà tanto di guadagnato. Non dipende quasi mai da me però, quindi in questi casi non posso saperlo.

Si usa sempre il verbo essere, anche se spesso non si usa alcun verbo.

Vediamo qualche esempio.

Vado a riscuotere lo stipendio. Mi è stato detto che solo per questo mese ci sarà un piccolissimo aumento. Non mi faccio illusioni, ma se fosse così, (sarà) tanto di guadagnato.

Si dice anche, con lo stesso significato, “tanto meglio”. Solo a volte si possono usare meglio ancora o “ben venga“. In quest’ultimo caso il verbo essere non va mai usato.

In ogni caso si mostra in questo modo il proprio gradimento per un eventuale avvenimento.

Es:

I miei dipendenti hanno assicurato che faranno almeno la metà del lavoro entro stasera. Tutto ciò che verrà fatto in più sarà tanto di guadagnato.

In questo caso il verbo essere è obbligatorio.

Qualora la frase iniziasse con “se”, “nel caso in cui” e simili, potete normalmente decidere voi se mettere il verbo, che, ormai lo avete intuito, è sempre al futuro:

Se dovesse accadere, (sarà) tanto di guadagnato

Qualora arrivasse l’aumento, (sarà) tanto di guadagnato

Devo dire alla cliente che non è obbligatorio pagare per questo servizio, ma se vuole pagare (sarà) tanto di guadagnato.

Ogni volta c’è sempre un tono di soddisfazione verso questa positiva eventualità, ma come ho detto, si tratta di qualcosa in più, qualcosa di non molto importante, ma comunque qualcosa di gradito che se arriva, bene, altrimenti, pazienza.

Per concludere, mi rendo conto che in questo episodio ho utilizzato molte espressioni, locuzioni e molti termini che sono già stati oggetto di passati episodi (per questo forse sarò soggetto a critiche da parte di qualcuno), ma, come si suol dire, avete voluto la bicicletta e adesso pedalate.

Come se non bastasse adesso, dulcis in fundo, vi tocca anche un bel ripasso da parte di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente che da par loro, non vogliono lasciare nulla di intentato per migliorarsi.

Marcelo: Recentemente mi sono imbattuto in una storiella all’insegna della percezione positiva. Ve la racconto. C’era un tizio che, per arrotondare, faceva un lavoretto come muratore per il suo dirimpettaio.

Peggy: Si adoperava per mettere tutte le 100 pietre con cura a precisione affinché il muro fosse fatto con i fiocchi, come era solito fare.

Ulrike: Appena finito, fece un passo indietro a guardare con orgoglio il suo capolavoro. Di punto in bianco si sentì un urlo.

Estelle: uuhhh, Mannaggia. Non può essere!! Ho messo due pietre storte. Che obbrobrio! Non sono altro che una incompetente!

Edita: due minuti dopo o giù di lì passò una signora che disse:

Carmen: Chi ha eseguito questo lavoro? L’ha fatto lei? Veramente un bellissimo muro.

Danielle: Macché! Ha problemi di vista signora? Guardi quelle due pietre lì, sono di uno storto che non le dico!! Balza subito agli occhi, non si è accorta?

Carmen: Come no! Non è che a me sia sfuggito, ma vedo soprattutto che le altre 98 pietre sono messe alla perfezione.

Anne Marie: A ragion veduta, Il tizio dice: Beh, è vero, e si dà il caso che non tutte le ciambelle riescano col buco. Sono stato uno sciocco a concentrarmi sulle uniche due messe storte: quisquilie direi. Ha proprio ragione signora.

Irina: Sai, ora che me ne sono fatta una ragione, me ne frego di questi due mattoni. Mica è un brutto muro in fondo! Grazie, avercene di percezioni positive come la sua. Sarei rimasta delusa senza il suo incoraggiamento.

Carmen: Si figuri, niente di che. Che sarà mai!

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878 Retto e corretto

Retto e corretto

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Trascrizione

retta e corretta

L’episodio di oggi è dedicato alla rettitudine. Bella parola questa.

La rettitudine è una caratteristica di alcune persone che vengono chiamate “persone rette”.

Sapete tutti cos’è una retta? Il sostantivo intendo.

La retta si studia a scuola, in matematica. Per carità, non parliamo di matematica; basti sapere che la retta è qualcosa di diritto, senza curve. Tra l’altro, come sostantivo, il termine “retta” ha anche altri significati, come d’altronde anche il maschile “retto“.

A me oggi interessa però maggiormente l’uso di retto e retta come aggettivi.

Retta e retto sono aggettivi per definire una persona, ed esattamente quelle persone che sono “diritte“, proprio come le rette nella matematica, ma lo scrivo tra virgolette, perché non si parla della loro forma fisica ma si fa riferimento al loro comportamento, in particolare ai loro principi morali. I principi morali sono ciò in cui si crede, gli ideali in base ai quali si distingue il bene dal male. Se questi principi sono sani, giusti, onesti, allora parliamo di rettitudine.

Notate la pronuncia: I princìpi e non i prìncipi. Notate la differenza nell’accento. Attenzione alle parole omografe perché quando cambia l’accento cambia il significato della parola.

Una persona retta è quindi dotata di rettitudine, quindi è una persona coerente a una linea di condotta onesta e giusta. La persona retta si comporta sempre in modo giusto e onesto.

Si può fare un parallelismo con la retta, che, coerentemente, va sempre in avanti senza fare strane curve. La persona retta si comporta così perché crede nella giustizia e nell’onestà e risponde a quella morale che gli impone un tale comportamento. La retta invece risponde solamente ad una equazione.

Potremmo dire che questa persona, se è retta, allora sicuramente è anche corretta, quindi si comporta correttamente con gli altri.

Questa però si chiama semplicemente correttezza. Una persona corretta non ti imbroglia, non ti frega, non dice bugie, non cerca di approfittare di situazioni favorevoli per trarne dei vantaggi personali a scapito di altre persone.

Prima invece parlavamo della rettitudine, cioè la assoluta conformità ai principi morali, che si riflette in una condotta di assoluta onestà e probità. Si parla di una persona proba. Avete presente la canzone di Fabrizio De André?

Un uomo onesto, un uomo probo, tralalallalla tralallalero… s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente…

La canzone si chiama “la ballata dell’amore cieco o della vanità”.

Il termine probità si usa meno ma non fa certamente male conoscerne il significato.

La probità è un termine molto adatto in alcune circostanze:

Per esempio la probità di un magistrato, di uno studioso, la probità di vita e di costumi.

Il senso della moralità è forse persino più forte rispetto al termine rettitudine.

La rettitudine è una grande virtù, e una persona retta è per forza anche una persona corretta.

A volte però si dice che una certa persona è “retta e corretta”. Un semplice giochino di parole che serve però a rafforzare il concetto.

Parliamo si una persona di sani principi che non si comporta mai scorrettamente. In pratica ci si può fidare ad occhi chiusi di una persona retta e corretta.

E’ un po’ come dire:

Una persona correttissima e affidabile

Una persona onesta e corretta

Una persona nota per la sua estrema correttezza

eccetera

Proprio perché è un modo per rafforzare, per enfatizzare il concetto, non possiamo dire che una persona è molto retta e corretta, per lo stesso motivo per cui perché non si può dire “persona molto correttissima”.

Un’altra cosa: “retta” si può usare non solo per descrivere una persona, ma anche la vita di questa persona.

Es:

Dio apprezza e ricompensa in eterno coloro che vivono una vita retta e corretta.

Inoltre, ci si può comportare in modo retto e corretto. Quindi parliamo di un comportamento retto e corretto.

Anche una buona educazione può essere definita retta e corretta.

Parliamo di un’educazione che è basata su sani principi come il rispetto del prossimo, l’onestà e la giustizia.

Ugualmente, una “via” retta e corretta è una direzione di vita impostata ai più sani principi morali.

Vi faccio un ultimo esempio.

Io non sono un evasore fiscale, anzi, sono da sempre retto e corretto e quel poco che guadagno lo dichiaro tutto allo Stato a costo di fare la fame!

Adesso ripassiamo:

Edita: se è un ripasso che vuole Giovanni, dovrà aspettare. Piu’ in là avrò un po’ di tempo! Ho comunque sentore che questa risposta non gli sconfinfererà.

Rauno: andateci un po’ piano con Giovanni oggi, che ha ancora il magone per via dell’assenza dell’Italia al mondiale del Qatar. Potrebbe pure essere irritato quindi sappiate che è da prendere con le molle.

Danielle: ma è possibile mai, cara Edita, che non c’e’ una volta, dico una che è una, che tu non esordisca prendendo per i fondelli Giovanni quando chiede un ripasso?

Marcelo: non preoccuparti cosi’ tanto, Danielle. Giovanni è uno che sa prendere con filosofia le prese in giro di Edita. Comunque sfondi una porta aperta perché aspetto con ansia il giorno che lui farà piazza pulita, qui nel gruppo, e cosi facendo ci scrolleremo di dosso Edita una volta per tutte. Di dosso… ho usato un eufemismo. Volevo dire che ce lo toglieremo dalle scatole.

Anthony: Quanto a eufemismi, hai appena fatto il bis! Sei sempre stato incline agli eufemismi! Che finezza!

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esercizio -  domande episodio 878

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877 È che…

È che… (scarica audio)

Trascrizione

L’episodio di oggi è dedicato ad una brevissima locuzione con cui si può iniziare una frase. “È che”.

Probabilmente vi ricordate della locuzione “non è che“. Stavolta però non abbiamo la negazione, e togliere la negazione non significa sempre che il significato è l’opposto.

A dire il vero a volte “è che” si utilizza anche insieme a “non è che” e si usa proprio in senso opposto per sottolineare ciò che voglio dire. Prima nego una affermazione e poi aggiungo qualcosa, poi spiego meglio.

Ad esempio:

Non è che mi sono scordato del tuo compleanno, è che ricordavo fosse ieri.

Raramente però le due locuzioni si usano insieme a questo scopo. Vediamo allora di aggiungere qualcosa in più per capire come si usa “è che“.

Nel linguaggio colloquiale è molto frequente. Più difficilmente si trova anche per iscritto.

Questa locuzione si usa per dare una risposta, spesso per dare una giustificazione oppure come semplice commento.

Questo lo avevamo detto anche nell’episodio dedicato a “non è che”, a proposito di uno dei suoi utilizzi.

In questi casi si tratta di spiegare un motivo per cui accade qualcosa, ad esempio quando ci si deve giustificare, quando si deve trovare una scusa per giustificare un comportamento proprio o di altre persone.

Es: come mai non puoi venire più al cinema stasera?

Risposta:

è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Non c’è bisogno di negare (usando “non è che”) e poi giustificarsi. È sufficiente la giustificazione. In questo caso non c’è niente da negare, a meno che la domanda non fosse stata:

Non ti va più di venire al cinema stasera?

Allora la risposta poteva essere:

Non è che non mi va più, è che avevo dimenticato di avere un impegno.

La risposta precedente (senza la negazione) è in pratica la forma abbreviata di:

Il motivo è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Oppure:

Il fatto è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Spesso è quest’ultima la versione che si preferisce utilizzare in queste occasioni.

A volte si è dispiaciuti per un certo motivo, altre volte si vorrebbe prendere una decisione ma non si può per un qualunque motivo.

Es: dobbiamo assolutamente rinunciare al nostro viaggio in Italia.

Risposta:

Lo so, è che volevo andare a trovare Giovanni.

Equivalente a:

Lo so, mi spiace perché volevo andare a trovare Giovanni.

Oppure:

I miei amici Carlo e Francesca, dopo 20 anni di matrimonio, si sono lasciati.

Commento:

È che dopo un po’ il rapporto cambia, l’innamoramento finisce e con gli anni bisogna vivacizzare il rapporto.

Anche in questi caso possiamo dire “il fatto è che“, come prima. Così però è più informale, meno impegnativo, meno giudicante.

Un altro esempio. Paolo parla con Alfredo e gli dice quanto è sfortunato:

Paolo: Non ho mai vinto alla lotteria. Che sfortunato che sono!

Alfredo: sai, è che per vincere bisogna anche provare a giocare…

In questo caso è anche ironico.

Avete notato che in questo caso somiglia anche a “però“. Può somigliare anche a “ma purtroppo”.

Esempio:

Vorrei tanto comprare una Ferrari; è che non ho abbastanza soldi!

Infine si utilizza quando si hanno dei dubbi, preoccupazioni e problemi:

Mi piacerebbe trasferirmi in un’altra nazione completamente diversa dall’Italia.

Ci sarebbe anche l’opportunità, è che i miei figli non sono molto d’accordo.

Oppure:

Io e mia moglie stiamo pensando di fare un altro figlio. È che abbiamo solo due camere da letto per il momento.

Qui all’inizio sembra essere “il problema è che“. Lo stesso nell’esempio precedente.

Oppure:

Mio figlio stasera dovrà rientrare a casa da solo. Va bene, ha 15 anni; è che sarà buio a quell’ora.

In questo caso si potrebbe dire:

Sono preoccupato ugualmente perché a quell’ora sarà buio

O anche:

Nonostante questo sono preoccupato perché sarà buio a quell’ora.

È che” è più veloce e per questo adatto a un linguaggio colloquiale.

Vi lascio adesso ad un bellissimo ripasso realizzato dalla nostra Peggy. Le voci sono di altri membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Peggy: Un giorno, un bambino giapponese di 4 anni, di punto in bianco ha espresso ai suoi il desiderio di volersi far crescere i capelli fintantoché non sarebbero diventati molto lunghi.

Ulrike: vai a capire cosa gli è frullato in testa!

Marcelo: Il padre, di primo acchito, era prevenuto contro questo pensiero che gli era alquanto peregrino. La richiesta del figlio ha suscitato una forte preoccupazione in entrambi i genitori, facendogli pensare che il loro piccolo possedesse un orientamento sessuale diverso rispetto dagli altri bambini.

Irina: Per ridurre ai minimi termini tale preoccupazione, i genitori hanno interpellato il figlio per conoscere il motivo per cui aveva preso la decisione attinente ai capelli.

Estelle: Dopo le plausibili spiegazioni del figlio, nonostante inizialmente poco propensi ad aderire alla sua idea, sono rimasti d’accordo con lui. al contempo però gli hanno fatto presente che questo atto avrebbe dato adito a tante critiche nei suoi confronti da parte degli amici. Un rovescio della medaglia a cui forse non aveva pensato.

Sofie: Manco a dirlo, nel giro di tre anni, via via che i suoi capelli crescevano, spesso e volentieri veniva preso di mira ed a mali parole da altri bambini. Alcuni non l’hanno neanche degnato di uno sguardo, guardandosi bene da qualunque approccio con lui.

Natalia: Certamente, tutto ciò è quanto mai difficile da sorbire per un ragazzo, e a maggior ragione per un bambino di una simile età.

Danita: In effetti, per via della frustrazione, diverse volte ha ceduto, pensando di tornare sui propri passi. Tuttavia, ogni volta, come rifletteva sulla finalità del suo gesto, pensava all’imminente momento del traguardo, così stringeva i denti e andava avanti.

Hartmut: All’età di sette anni, i suoi capelli sono arrivati alla lunghezza che voleva, ossia all’altezza della vita. Al che, si è fatto tagliare i capelli per poi donarli ai malati di cancro.

Danielle: Ecco perché tre anni fa ha deciso di intraprendere questo percorso tortuoso! La causa misteriosa alla fine è venuta a galla.

Anthony: Dunque, forte della sua tenacia, non ha reso il proprio desiderio pio o effimero che dir si voglia. Il suo gesto non lascia affatto il tempo che trova.

Fatima: A suo modo ha dato un valido apporto al progetto di aiutare le persone sofferenti di cancro.

Cat: Pensiamoci! Noi grandi, ci reputiamo all’altezza di questo bambino? Sappiamo fare qualcosa del genere tendendo la mano ai bisognosi?

Peggy: Senz’altro si tratta di un bambino sui generis, nonché con tanta nobiltà d’animo! Tra l’altro, il suo lavoro non è risultato fine a sé stesso, anzi è stato molto edificante. Fare del bene fa del bene anche a sé stessi.

Rauno: Dopo tale vicenda, numerosi bambini provenienti da svariati angoli del mondo, hanno seguito il suo esempio sulla falsariga del protagonista, andando incontro a chi necessitava di aiuto nei modi più svariati. Questi bambini hanno tutto il nostro plauso, eccome!

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Il verbo rimanere

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Vediamo insieme come usare il verbo “rimanere“. Sono sicuro che rimarrete stupiti almeno di uno di questi utilizzi.

Infatti, tutti voi che state imparando la lingua italiana e che vi trovate ad un livello intermedio sicuramente conoscerete il modo più comune di utilizzare il verbo rimanere.

E’ molto simile a “restare“.

Quanto mi rimane da studiare l’italiano prima di imparare tutto?

Quando mio figlio mangia, non rimane niente per gli altri!

In questi casi c’è qualcosa che manca, che rimane, che resta ancora da fare, da mangiare eccetera.

C’è anche però il senso opposto, quello della persistenza, di qualcosa che non cambia. C’è una sorta di immobilità:

Io rimango concentrato tutta la lezione

Si usa spessissimo anche con i luoghi: restare/rimanere in un luogo, trattenersi in un luogo, senza andar via, senza lasciarlo.

Si può rimanere a Roma, si può rimanere in vita, si può rimanere da soli, oppure rimanere con Giovanni, come state facendo ora.
Ho cercato di usare rimanere con le preposizioni normalmente più utilizzate.
Ci sono anche un sacco di espressioni e locuzioni che sono nel linguaggio comune:
  • rimanere a bocca aperta (per lo stupore, per la bellezza)
  • rimanere di stucco (per lo stupore)
  • rimanere di sasso (per lo stupore, per qualcosa di spiacevole accaduto)
  • rimanere a bocca asciutta (per essere rimasti senza niente, per non aver ottenuto nulla rispetto ad altri)
  • rimanere al verde o rimanere all’asciutto (rimanere senza soldi)
  • rimanere a piedi (non riuscire a rimediare un passaggio)
  • rimanere a secco (es, senza benzina)
  • rimanere con un palmo di naso (restare deluso, rimanere male nonostante le aspettative fossero alte)
Un altro utilizzo abbastanza comune è rimanere indietro, proprio come restare indietro.
Qui c’è il senso di non riuscire a recuperare, non riuscire ad avanzare, magari in una gara, rispetto ad altri. C’è il senso di mancato movimento anche qui, mancato recupero.
Con lo stesso senso si può anche rimanere avanti (quindi non perdere posizioni).

In senso figurato può significare essere arrivati in un punto in una determinata attività, in un discorso, ecc.,

es:
Riprendiamo il lavoro da dove eravamo rimasti ieri.
In senso simile abbiamo già visto il significato di “come rimaniamo?” che si usa ugualmente quando una attività si interrompe per essere ripresa successivamente.

Il senso di immobilità, di mancato movimento si usa dunque anche in senso figurato.

Infatti se è vero che si può rimanere indietro, o sdraiato o in piedi, si può anche rimanere in carica (es. come direttore) nel senso che non si perde una carica un ruolo e si rimane con quella carica.

Le espressioni idiomatiche viste prima sono un esempio di questo utilizzo.
L’utilizzo di cui vi accennavo prima, quello che molti di voi probabilmente non conoscete, è invece relativo ad un uso un po’ insolito del verbo rimanere. Si usa soprattutto in modo colloquiale, informale.
Se ad esempio vi trovate a Roma e chiedete un’informazione ad un italiano che incontrate per strada, perché non riuscite a trovare un luogo, come una chiesa, una via eccetera, potete dire:
Mi scusi, dove rimane il Colosseo?
In questo strano uso del verbo rimanere, significa stare, essere situato, essere posto, essere ubicato, trovarsi.
Quindi la domanda è equivalente a:
Mi scusi, dove si trova il Colosseo?
Oppure, quando si dà una informazione:
Casa mia rimane abbastanza vicina alla stazione
Il Colosseo rimane vicinissimo alla metropolitana linea B di Roma
Sempre parlando di localizzazione fisica, si può anche dire:
Casa tua mi rimane un po’ scomoda perché io abito dall’altra parte di Roma
Il senso della “localizzazione fisica” però non è l’unico, perché si può estendere l’uso di rimanere con un significato simile a risultare, finire per essere, finire per trovarsi in una certa situazione.
Sono rimasto a piedi
I peperoni mi rimangono un po’ indigesti
Vedete che in questo caso si nota ugualmente un senso legato ad un mancato movimento, una mancata progressione, al senso di stabilità, simile in qualche modo a “rimanere indietro” e simili. Come se questi peperoni non riuscissimo a digerirli al passare del tempo.
Questo senso si perde un po’ in frasi come “mi rimane scomodo“, “rimane lontano da casa mia” e somiglia in questi casi maggiormente a “risultare”, verbo che si usa prevalentemente per indicare la conseguenza di una azione o una chiara evidenza. In effetti si può tranquillamente dire:
Casa tua mi risulta scomoda
i peperoni mi risultano molto indigesti
Poi c’è un uso che abbiamo già incontrato nell’episodio n. 399: rimanerci o restarci male. Veramente abbiamo già incontrato anche l’espressione “ci sono rimasto“, senza aggiungere bene o male. In quel caso c’è ugualmente stupore.
Vabbè a questo punto non rimane che terminare l’episodio. Rimane da vedere se avete capito tutto!
Provate allora a rispondere alle domande su questo esercizio e verifichiamo subito. Non tutti però possono fare questi esercizi. Spero che non ci rimarrete male

Rimane il fatto comunque che potete sempre iscrivervi alla nostra associazione. In questo modo potrete fare tutti gli esercizi in tutti gli episodi e vedrete che rimarrete stupiti di quanti episodi a cui potete accedere e di quanto sia bello far parte della nostra associazione.

Cosa? Vi rimane scomodo venire in Italia per partecipare alle attività dell’associazione? Ma noi facciamo tutto online, anche se una volta l’anno almeno ci incontriamo in Italia per conoscerci meglio. Poi qualcuno ci rimane pure in Italia!

Vi aspetto!

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876 Andare a braccetto

Andare a braccetto

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Trascrizione

Ricordate l’episodio dedicato all’espressione “avere il braccino corto?”

Oltre al braccino, dovete sapere che esiste anche il braccetto!

Andare a braccetto” è infatti un’espressione idiomatica in cui si usa sempre l’immagine del braccio.

Il senso proprio di andare a braccetto è prendere sottobraccio una persona e camminare insieme.

Queste sue persone, affiancate cioè una di fianco all’altra, camminano insieme, e sono in qualche modo “legate” tra loro attraverso le loro braccia, poiché vanno a braccetto.

Camminare tenendosi sottobraccio quindi si dice anche andare a braccetto.

Notate che sottobraccio si scrive in una unica parola. In fondo anche prendere sottobraccio una persona è una espressione che vale la pena imparare. Questa però si usa solamente in senso proprio e non in senso figurato.

Di solito marito e moglie o due fidanzati si tengono per mano più che andare a braccetto.

Direi che più frequentemente, nonno e nipote, madre e figlia, nonno e nonna vanno a braccetto.

Quando si va a braccetto infatti quasi si sostiene l’altra persona, quasi la si aiuta preoccupandosi che non cada.

Si dice anche tenere sottobraccio perché una delle due persone mette il proprio braccio sotto a quello ripiegato dell’altro formando una sorta di nodo.

Passiamo adesso all’uso figurato dell’espressione, perché andare a braccetto ha un significato simile a andare d’accordo con qualcuno. Questo se parliamo di due persone che vanno a braccetto.

Se nel senso proprio però andare a braccetto è segno di particolare affetto, nell’uso figurato indica una certa familiarità o un certo tipo di accordo tra due persone o, meglio ancora, tra due questioni, due fatti, due argomenti che, in determinate circostanze vanno nella stessa direzione o si favoriscono a vicenda.

Infatti in senso figurato ad andare a braccetto non sono solitamente delle persone.

Vediamo qualche utilizzo:

Gianni e Antonio vanno sempre a braccetto quando si tratta di festeggiare.

In questo caso c’è una sorta di accordo, di affinità, di complicità tra Antonio e Gianni che la pensano nello stesso modo a proposito di festeggiare. Ma Gianni e Antonio non si prendono sottobraccio.

L’ambiente e la crescita economica non vanno a braccetto.

Quindi ambiente e crescita economica sono in contrasto tra loro, perché ad esempio, si dice che che la crescita economica non porti benefici all’ambiente. Tutt’altro.

Quando ci sono delle partite di calcio per beneficenza, possiamo dire che calcio e solidarietà vanno a braccetto.

Se dico che il Comune di Roma e l’Università vanno “a braccetto” per la sistemazione della facoltà di giurisprudenza, allora significa che sono d’accordo, sono favorevoli entrambi, hanno come comune obiettivo della sistemazione della facoltà di giurisprudenza.

E’ una formula molto utilizzata dai giornalisti.

Con la pandemia, l’emergenza sanitaria viaggia a braccetto con quella economica.

Si possono fare tanti esempi di questo tipo.

A volte si usano anche verbi diversi da “andare“, come abbiamo visto nell’ultimo esempio.

Un ultimo esempio:

La criminalità organizzata è disposta a andare a braccetto con tutti i governi, purché facciano i suoi interessi.

Adesso ripassiamo.

Khaled: Ciao amici, avete un attimo? Capita anche a voi ogni tanto di avere il magone, apparentemente senza motivo? Capace che si tratti di una depressione bell’e buona? Poi c’è chi dice siano i soliti postumi dell’invecchiamento, cioè in pratica niente di trascendentale. Vabbè, lasciamo perdere, sicuramente si tratta solo dell’imminente arrivo dell’inverno.

Danielle: Secondo me possiamo anche prendercela un po’ con la sparizione delle mezze stagioni, visto che non ci lasciano il tempo per abituarci al cambiamento del tempo e in men che non si dica ci si sente indisposti e non solo a livello fisico ma soprattutto giù di giri a livello psichico, come se di punto in bianco venissero a galla tutti gli acciacchi della vecchiaia.

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875 Più in là

Più in là (scarica audio)

Più in là

Trascrizione

C’è una vecchia canzone italiana, abbastanza nota, dal titolo “fatti più in là” e che probabilmente chi non vive in Italia non ha mai ascoltato. Ebbene, “fatti più in là” significa semplicemente “spostati”, “fai spazio”, “fammi spazio”.

È un’espressione che si usa soprattutto a tavola, o comunque quando ci si deve sedere da qualche parte e non c’è abbastanza spazio. Occorre stringersi.

Con questa domanda quindi si chiede a una persona di “farsi più in là“, cioè di spostarsi di lato, di spostarsi lateralmente, un po’ più a destra o più a sinistra. Il motivo solitamente è per far spazio anche a un’altra persona, per far sedere anche un’altra persona. Può però avere anche un senso figurato.

La parte finale “In là” indica quindi una direzione (destra o sinistra) e “farsi“, in questo caso equivale a spostarsi, muoversi.

C’è però un altro significato di “più in là”: una locuzione che ha a che fare anche con il tempo e non solo con lo spazio.

Es:

Ho appena acquistato un appartamento. Per ora ho ristrutturato un solo bagno. L’altro bagno verrà ristrutturato più in là, quando avrò qualche soldo da spendere.

Ovviamente va scritto con l’accento perché non è l’articolo femminile “la” (es. la finestra).

Più in là pertanto significa in questo caso “più avanti”, “dopo” , “più tardi”, senza dire quanto più tardi o quando esattamente

Oppure sta per “in un momento successivo”, “successivamente”, senza necessità di specificare il momento esatto.

Generalmente, se parlo di un evento futuro, non è molto vicino ad oggi, perché in questi casi si userebbero modalità diverse, tipo “nei prossimi giorni”, “tra qualche giorno”.

Più in là somiglia invece in questi casi a “tra qualche tempo”, “tra qualche anno”, “non adesso, ma quando potrò”, “quando sarà possibile”.

Oppure significa “qualche anno in più”, “qualche giorno in più”, o anche “qualche tempo dopo” se parlo di un evento già passato o se parlo dell’età.

Si usa spesso insieme alla preposizione “con” e anche “nel“:

Quando vi sposate ragazzi?

Risposta:

non abbiamo in programma un matrimonio nell’immediato. Forse più in là con gli anni, chissà…

Luca ha 30 anni, ma suo fratello è più in là con l’età.

Mi sono sempre trovato a mio agio con persone più in là con gli anni.

Domani le previsioni dicono che pioverà. Se ci spingiamo più in là con i giorni, non ci sono però certezze.

Mi impegno per portarmi più in là col lavoro.

Prima degli esseri umani c’erano i dinosauri, poi, più in là nei secoli e nei millenni, arrivammo noi.

Per capire se una sostanza tossica ci fa male non basta un solo giorno, ma dobbiamo guardare più in là nei giorni e spesso negli anni.

Le origini del mio cognome non risalgono al secolo scorso, ma a più in là nel passato.

Non so cosa farò da grande. Magari più in là nel futuro saprò dirti qualcosa in più.

Anche “farsi più in là” che come detto all’inizio, solitamente significa “spostarsi”, “fare spazio”, può in realtà anche essere riferito al tempo:

La squadra della Roma ha bisogno di un nuovo stadio. Quello della Lazio potrà anche farsi più in là.

In questo caso si parla di “fare/realizzare/costruire lo stadio più avanti negli anni, nel senso che non è una cosa urgente”.

A proposito di stadio. Che ne pensate del calcio e di questi mondiali in Qatar?

Irina: Il calcio non è da annoverare tra gli sport rinomati per la loro moralità.

Peggy: sfondi una porta aperta Irina. Questo mondiale è proprio un obbrobrio a riguardo. Su questo non ci piove.

Mary: secondo me sarebbe bastato che i giocatori avessero deciso di non partecipare in quanto ne andava del loro onore.
Non c’è uno che è uno ad aver avuto il fegato di farlo.

Hartmut: Esatto! È nell’assumere una sua posizione così netta che si riconosce l’uomo di valore.

Rafaela: Come sono messi adesso con la loro coscienza?

Karin: La Bibbia ci insegna che basta un uomo per salvare una città, ma quest’uno chiaramente lì non c’è.

Ulrike: Ma dimmi tu!

Paulo: Che vuoi che ti dica. Il calcio è quello che è e gli uomini pure. Poi, considerando le sconfitte dell’Argentina e della Germania abbiamo la conferma che, da che mondo è mondo, il pallone è sempre rotondo.

Albèric: sai, Paulo, “il problema” si chiama denaro! Tutti sapevano come funzionano le cose in Qatar! Non so se sarebbe plausibile che i principali calciatori delle principali nazionale assumessero una posizione contraria allo svolgimento del mondiale lì! Ormai la frittata è fatta!

Natalia: già, avete ragione. Io per non sapere né leggere né scrivere vi dico che questa vicenda andrà a finire come col COVID, ve lo ricordate? Tutti che dicevano che ne saremmo usciti migliori e invece, eccoci qua come prima. Altro che storie, I fatti oscuri di questo mondiale andranno a finire presto nel dimenticatoio di tutti quanti. Purtroppo.

Danielle: Amici, questo è solo calcio, una gara sportiva. Il resto è un di più!

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874 Di già?

Di già? (scarica audio)

Trascrizione

Il titolo di questo episodio è “di già?”. Si tratta di una domanda con cui si manifesta stupore per qualcosa che termina prima del previsto, o prima di quanto vi aspettavate. Lo avevamo già accennato in un episodio passato ma oggi vorrei dire qualcosa in più.

Finita la spiegazione.

Proprio adesso voi potete rispondere così:

Di già?

Cioè: hai già finito?

Oppure: cosa? È già terminata la spiegazione? Così presto? Davvero?

Si potrebbe anche dire: di già terminata?

Hai di già finito?

O, meglio ancora:

Hai finito di già?

Semplice vero?

Altre volte poi non c’è il punto interrogativo. Es:

Dopo due minuti avevo finito di già.

In questo modo c’è qualcosa di inaspettato, c’è stupore per una fine prima del previsto.

Se volete, posso aggiungere che a volte si usa anche ironicamente, perché ciò che pensate è esattamemte il contrario.

Es:

Dopo due ore che aspetti sotto casa la tua fidanzata, lei ti dice:

Sono pronta, adesso scendo!

Risposta: di già?

State attenti perché potreste risultare ironici anche non volendo.

Notate che volendo potete eliminare la preposizione “di” e il senso non cambia. C’è solamente meno enfasi sulla meraviglia.

La preposizione “di” si usa davanti a “già” non solo in questo caso, però sicuramente col punto interrogativo va interpretata in questo modo.

Es. Se dico che:

Il Covid ha aggravato una situazione di già difficile per la popolazione, colpita precedentemente dalla crisi economica.

In questo caso non c’è nessuna meraviglia e la preposizione ha solamente il ruolo di sottolineare che la situazione era (di) già difficile da prima che arrivasse il Covid.

Anche stavolta però possiamo eliminare “di” e la frase ha ugualmente senso.

Anche esempi come quest’ultimo che ho fatto sono molto frequenti. Accade ogni volta che volete enfatizzare un evento che peggiora una situazione (di) già complicata prima che accadesse:

Il terremoto ha peggiorato le condizioni della casa, di già compromesse dall’uragano della scorsa settimana.

Vediamo un terzo utilizzo con alcuni esempi:

Quando avevo tre anni ho scoperto che il mondo era qualcosa di già esistente.

L’ultima sfilata di moda a cui ho assistito era un mix tra nuovo e di già visto.

Tra i membri del nuovo governo ce ne sono di nuovi e di già noti.

I soldati, benché di già stanchi, continuarono a lottare

Non c’è meraviglia però neanche in questi casi. Verrebbe anche qui voglia di eliminare la preposizione vero? Spesso in effetti all’orale si preferisce non utilizzarla, ma a volte è necessaria perché serve a specificare, a fare delle distinzioni (di nuovi e di già noti, un mix tra nuovo e di già visto) o a far rientrare qualcosa in una categoria (qualcosa di già esistente).

Oggi comunque volevo solamente spiegarvi l’uso di “di già?” ma come al mio solito mi sono dilungato. È qualcosa di già visto comunque, giusto?

Ripassiamo adesso:

Irina: ragazzi, siamo lontani da casa questo fine settimana dopo aver abbozzato quattro ore di noiosissima macchina ieri sera. Mentre ci avvicinavamo alla destinazione ci siamo accorti di essere in riserva. Quindi ci siamo fermati per fare benzina. E chi ti trovo alla pompa di benzina accanto? Un mio collega di lavoro! Una sorpresa che non ti dico!

Albéric: lui ci vede subito e ci fa “cosa ci fate qua?” Gli abbiamo risposto subito dicendo che siamo venuti per far visita a mio fratello e poi gli abbiamo posto la stessa domanda. Ma lui invece era molto restio a rispondere. Infatti avevamo subito sentore che qualcosa di strano stesse succedendo.

Karin: e allora? Non teneteci sulle spine! Ha tagliato corto ed è partito subito o cosa?

Natalia: sì, ma prima che fosse riuscito a darsela, ho buttato un occhio nella sua macchina e ho intravisto una signora che mi sembrava un’infermiera dal nostro reparto: era tutta in ghingheri, Non era di certo sua moglie, che ho incontrato più volte. Per non farlo innervosire ulteriormente ho fatto la finta tonta e non ho detto piu’ niente.

Estelle: mi sa che alla fine è una vicenda di cui non si parlerà mai piu’. Tra l’altro non voglio rovinarmi l’idea positiva che ho di lui come professionista indefesso sempre pronto a tendere la mano ai colleghi. Comunque, se ne parlassimo, finirebbe in difficoltà e gli toccherebbe giurare e spergiurare di non aver fatto nulla di inappropriato.

Giovanni: e rieccomi qua! Per finire, se volete, abbiamo due episodi sull’uso della preposizione di. Se non credete sia un di più, andate subito a leggerli. Che volete di più?

le preposizioni semplici

di e da

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Armi di distrazione di massa – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 26)

Armi di distrazione di massa (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

armi di distrazione di massa

Trascrizione

Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo delle armi di distrazione di massa.

Un’espressione che è derivata dalle “armi di distruzione di massa” (con la lettera u al posto della a). La frase di oggi si usa abbastanza spesso in ambito di comunicazione su questioni politiche.

Il termine “armi“, lo sapete, è il plurale di “arma“: un’arma, due armi.

Un’arma è un qualsiasi oggetto di cui ci si può servire come mezzo materiale di offesa o di difesa, cioè per colpire o per difendersi.

In genere si tratta comunque di uno strumento fabbricato appositamente per la guerra, per la difesa personale, o anche per la caccia o per lo sport (il “tiro a segno”). Parliamo quindi di armi come la pistola, il fucile, il coltello ecc.

Le armi di distruzione di massa sono quelle che distruggono, quindi quelle più potenti, che permettono di colpire e uccidere tante persone, di distruggere persino l’intera umanità. Per “massa” si intende proprio questo. Parliamo di armi come la bomba atomica, le armi biologiche, le armi chimiche e quelle radiologiche.

Il concetto di massa lo troviamo anche nei mezzi di comunicazione di massa, come la tv e la radio, che sono dei mezzi, cioè degli strumenti, dei modi per comunicare con una grande quantità di persone.

Ma perché armi di distrazione? In questo caso non si vuole distruggere nessuno. Piuttosto, si vuole distrarre qualcuno da qualcosa.

Mi spiego meglio.

Le distrazioni sono cose che distraggono. Il verbo è “distrarre“, un verbo che si può usare in modi diversi. Può significare svagarsi, divertirsi, quindi possiamo dire che quest’estate intendo distrarmi un po’ più del solito. Il senso è quello di non pensare al lavoro, quindi di spostare la mia attenzione su cose meno impegnative e divertenti se possibile.

Il secondo senso è perdere l’attenzione. Perdere la propria attenzione, deconcentrarsi, che se vogliamo è lo stesso significato di prima, ma qui intendiamo non una distrazione al fine di divertirsi, ma nel senso di non riuscire più a restare concentrato su qualcosa. Posso dire ad esempio che mi sono distratto durante la lezione di italiano e ho perso una parte della spiegazione.

Qui, e anche prima, ho usato il verbo distrarre in senso riflessivo (distrarsi), ma si può comunque dire che ho distratto un amico, che quindi non è riuscito a stato attento durante tutta la lezione. Si è deconcentrato. Nel caso del divertimento invece non si può usare che in senso riflessivo. Al massimo posso dire che ho aiutato un amico a distrarsi dopo una settimana di intenso lavoro.

Si può indicare la cosa dalla quale ci si distrae. Si usa la preposizione “da” a questo scopo:

Distrarsi dal lavoro, distrarsi dalla lezione:

Come non distrarsi dal lavoro se il proprio ufficio si affaccia su piazza di Spagna?

Gli studenti, se c’è rumore, potrebbero distrarsi dalla lezione

In teoria poi, anche lo sguardo si può distrarre.

Distrarre lo sguardo è esattamente come distogliere lo sguardo, che significa allontanarlo da qualcosa o qualcuno perché c’è altro che ha attirato la nostra l’attenzione. Al posto di sguardo posso usare anche l’attenzione.

Si usa soprattutto in senso figurato. Posso quindi dire che:

Quando si guida non si deve distrarre lo sguardo (l’attenzione) dalla strada.

Ma anche:

Non bisogna distrarre lo sguardo (l’attenzione) dalle questioni importanti della vita

Tornando alle “armi di distrazione di massa“, c’è qualcuno che vuole distrarre una massa di persone. Ma in che senso? Non si parla di far divertire una grande quantità di persone, ma si tratta di indurre, provocare una distrazione di massa, nel senso che qualcuno vuole che le persone di una intera nazione, ad esempio, distolgano lo sguardo, distraggano lo sguardo (in senso figurato), quindi spostino la loro attenzione da delle questioni.

In poche parole, usare delle armi di distrazione di massa è un gioco di parole per dire che in politica spesso c’è la volontà di fare in modo che la massa, cioè il popolo, i media, i giornalisti, i giornali eccetera, non parlino di alcune questioni, ma distraggano l’attenzione su altre questioni, spostino l’interesse su questioni meno importanti, diverse, meno scottanti, meno pericolose per il governo ad esempio.

Ad esempio, qualcuno definisce alcune trasmissioni televisive, molte seguite dalla massa, delle armi di distrazione di massa, perché in questo modo la massa non vede il telegiornale e così non si accorge di alcune decisioni politiche o dell’andamento dell’economia.

Se in TV vediamo che è un continuo parlare di questioni private del presidente del consiglio o di altri personaggi politici anziché parlare dell’emergenza energetica, della povertà che aumenta, dell’aumento dei prezzi e della disoccupazione, allora qualcuno potrebbe dire che si stanno utilizzando delle armi di distrazione di massa, per distrarre la massa, per spostare l’attenzione dalle questioni importanti, dirigendola su argomenti e notizie frivole, attraenti ma molto meno importanti in generale.

Le domande e le risposte su questo episodio sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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873 Chi ti incontro?

Chi ti incontro?

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Trascrizione

Ci sono tanti modi per esprimere stupore, meraviglia, nella lingua italiana.

Ne abbiamo già visto qualcuno anche in questa rubrica.

Mi riferisco ad esempio all’espressione “hai capito!” oppure “Caspita!” e anche “non mi dirai che” e “ma dimmi tu”e altre ancora.

Ogni volta cambia il tipo di stupore o la situazione.

Oggi vediamo un modo per esprimere uno stupore che abbiamo provato incontrando una persona.

In particolare, questa modalità espressiva si usa quando raccontiamo questo incontro inaspettato ad un’altra persona, e per manifestare questa meraviglia e incuriosire il nostro interlocutore, si può dire ad esempio:

indovina chi ti incontro?

Veramente strana come costruzione non è vero? Strano anche perché si usa il presente indicativo del verbo e non una forma del passato. Ma l’espressione funziona così.

La stranezza deriva anche dalla presenza di questo “ti” che qualcuno, a ragione, potrebbe definire “pleonastico” cioè inutile, di troppo. Abbiamo visto in un recente episodio il “non” pleonastico. Se lo avete dimenticato ve lo ricorderò tante volte finché non lo memorizzate!

In effetti questo “ti” in questo caso è proprio un pronome pleonastico, quindi sarebbe inutile, se non fosse che in questo modo si aggiunge un tono di ironia e si sottolinea maggiormente lo stupore.

A volte si dice anche:

Indovina chi ti vado ad incontrare?

Stesso significato.

Raramente può capitare di incontrare anche:

Chi non ti vado a incontrare?

Chi non ti incontro?

In questo casi c’è anche un “non” pleonastico, l’ennesimo caso, dopo quelli che abbiamo visto proprio in un episodio dedicato al “non” pleonastico.

Comunque, normalmente (per fortuna) la frase non presenta questa negazione. Accontentiamoci del “ti” pleonastico che è meglio!

Vediamo qualche esempio per prendere maggiore confidenza con l’episodio di oggi.

Sai, ieri al lavoro sono entrato all’improvviso nella stanza della direttrice per prendere un documento. Avevo una urgenza e così non ho neanche bussato. Ma, ta-da! Chi ti incontro appena entro? C’era Mario che stava baciando la Direttrice appassionatamente. Non ti dico che imbarazzo!

Evidentemente questo incontro era assolutamente inaspettato e in questo modo voglio trasmettere questo mio stupore al mio interlocutore.

È una modalità colloquiale ma molto usata tra amici, colleghi e familiari.

Questo “ti” pleonastico non può diventare un “vi“. Il “ti” è invariabile, anche quando non parlo di me:

I miei figli aprono la porta e ti trovano una ragazza completamente ubriaca a terra!

Si, avete capito bene: si possono usare anche altri verbi oltre a incontrare, come trovare o scoprire.

Vediamo ancora altri esempi. Prestate attenzione al tono in particolare.

Ho voluto rilassarmi una settimana lontanissimo da tutti, così sono andato in Brasile, ad Araraquara, vicino San Paolo. Ma chi ti vado ad incontrare? La mia collega Giuseppina in vacanza con l’amante! Incredibile quanto è piccolo il mondo!

Si può usare poi non solo con le persone:

Appena arrivo a casa di Maria, ti trovo un caldo asfissiante!

Notate che se uso questa espressione non significa necessariamente che questa sorpresa è non gradita. Si tratta solo di una sorpresa.

Ho controllato i compiti dei ragazzi e chi ti vado a scoprire che ha copiato tutto? Proprio Giovanni che si vantava di essere il primo della classe.

Ho rovistato nello zaino di mia figlia. Non puoi capire cosa non ti scopro! Dei profilattici!!!!

Avrete notato che, se pronunciate la frase con tono interrogativo, si tratta anche di una domanda retorica. Si può comunque anche pronunciare con tono esclamativo. C’è meno ironia ma l’effetto meraviglia non cambia.

Adesso ripassiamo.

Anthony: Ragazzi, posso raccontarvi una barzelletta sconcia?

Irina: Vi rendete conto che ogni tanto Anthony sembra avere una voglia impellente di raccontare una barzelletta un po’ troppo osé?

Hartmut: tra l’altro ogni due per tre se ne esce con una sciocchezza o ciofeca che dir si voglia.

Estelle: devo dire che in queste discussioni sono solita difenderlo, ma questa volta no! Stavolta sono più che mai di diverso avviso rispetto alla sua idea di ciò che è divertente. Risulta spesso sopra le righe e la cosa mi dà pure un po’ sui nervi.

Anthony: ma è mai possibile che la mia battuta vi sia andata così di traverso?Allora prendo atto del fatto che un po’ di sana sconcezza a voi non sconfinfera.

Peggy: ma dai Anto’, che palle! Fai conto che non abbiamo detto niente! Sono battute da prendere con filosofia! Mi fa specieche proprio tu non le capisca!

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872 L’orlo

L’orlo (scarica audio)

Trascrizione

Sapete cos’è un orlo?

Se ci occupiamo di questa parola all’interno della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente” il motivo è che si può usare in molte occasioni diverse, quindi può capitare di ascoltarla nei film come nelle conversazioni di tutti i giorni e pertanto sicuramente troveremo occasioni anche per usarla nei ripassi dei prossimi episodi per poterla memorizzare.

Iniziamo col dire che questa parola ha un legame con l’espressione “lì lì per”, che abbiamo trattato nell’episodio 463. È mia abitudine citare gli episodi passati laddove esistono dei legami che possono aiutare a capire il significato del nuovo termine, della nuova locuzione o espressione.

Quando siamo li li per fare qualcosa, come abbiamo visto, stiamo proprio sul punto di fare una azione, ad esempio se stiamo li li per uscire, stiamo quasi uscendo. In alcune occasioni possiamo anche usare l’espressione “essere/stare sull’orlo di” qualcosa. La parola orlo ha infatti un forte legame con “quasi“.

In questo senso esistono in particolare alcune espressioni:

Essere sull’orlo del baratro

Essere sull’orlo del precipizio

Essere sull’orlo della disperazione

Essere sull’orlo di una crisi di nervi.

Per comprendere queste espressioni è buona cosa spiegare il senso proprio del sostantivo orlo. L’orlo è la parte terminale, si trova al confine di qualcosa.

Quando riempiamo completamente un bicchiere, si può dire che lo riempiamo fino all’orlo, cioè completamente, fino alla fine, fino alla parte terminale. Se andiamo oltre l’orlo, l’acqua cade sul tavolo.

Quando acquistiamo un paio di pantaloni, anche se sono della nostra taglia, è difficile che la lunghezza sia perfetta per noi. Probabilmente bisogna accorciarli. Bisogna rifare l’orlo. È un lavoro che fanno le sarte o chi ha dimestichezza con ago e filo.

Quindi, tornando agli esempi fatti sopra, se sono sull’orlo di un precipizio, sto proprio sul confine, quindi potrei cadere nel precipizio.

Un precipizio o dirupo o burrone è un luogo molto pericoloso, in cui si può cadere perché improvvisamente non abbiamo più la terra sotto i piedi. Non è piacevole camminare sull’orlo di un precipizio, specie se soffriamo di vertigini. Potremmo precipitare!

Quindi l’orlo delimita qualcosa, segna il confine di qualcosa: un abito, un bicchiere, un precipizio.

Essere sull’orlo del baratro

Questa è un’espressione simile perché il baratro è proprio identico ad un precipizio, ma la maggior parte delle volte si usa in senso figurato.

Si sta sul punto di precipitare non nel senso fisico, materiale, ma psicologicamente, o economicamente.

Una azienda può essere sull’orlo del baratro quando sta quasi per fallire.

Una persona in condizioni psicologiche disastrose si può dire che si trova sull’orlo del baratro quando potrebbe avere un crollo psicologico.

Potrei dire che un paese in guerra si trova sull’orlo del baratro, con riferimento alle condizioni economiche, sociali e umane del popolo.

Ugualmente una famiglia che per un motivo qualunque si trova improvvisamente in povertà, possiamo dire che si trova sull’orlo del baratro. Bisogna quindi intervenire. Si trasmette l’urgenza, la necessità di fare qualcosa prima che sia troppo tardi.

Per collegarci agli ultimi due episodi, qualcosa di brutto è imminente (o anche incombente, se non è certo) pertanto c’è un bisogno impellente di trovare una soluzione.

Se non vogliamo ricorrere al “baratro” nel senso figurato, per descrivere una situazione limite, dal punto di vista psicologico possiamo usare anche:

Essere sull’orlo della disperazione

Essere sull’orlo di una crisi di nervi.

Se la situazione limite riguarda le risorse economiche, potremmo trovarci sull’orlo del fallimento o sull’orlo della bancarotta.

Ancora un passo e sarò disperato, ancora un passo e avrò una crisi di nervi, ancora un passo e il fallimento sarà inevitabile, ancora un po’ di acqua nel bicchiere e l’acqua uscirà fuori.

Credo sia abbastanza per oggi. Non vi dirò quindi che anche i piatti hanno un orlo e ce l’hanno anche altri indumenti, oltre ai pantaloni.

Non vado oltre, tanto il concetto credo sia chiaro.

Ripasso adesso.

Mariana: I sostenitori di Bolsonaro non accettano che Lula abbia vinto. Ne vedremo delle belle!

Rafaela: Neanche lui l’ha presa molto bene, tant’è che quanto a dichiarazioni post voto, si è limitato allo stretto indispensabile.

Marcelo: c’è chi dice che sia sull’orlo di una crisi di nervi, ma forse si tratta di voci false e tendenziose.

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871 Impellente

Impellente (scarica audio)

Trascrizione

Dopo aver visto gli aggettivi imminente e incombente, oggi ci occupiamo di impellente.

Come si è detto nello scorso episodio, imminente e incombente si riferiscono a qualcosa che si avvicina, un evento, una data, una potenziale minaccia o pericolo eccetera.

Impellente invece si riferisce alle azioni, alle attività. Più precisamente, l’aggettivo si associa a qualcosa a cui urge dare immediata risposta, qualcosa che ha bisogno di una azione immediata.

Non parliamo però solamente di esigenze dettate dall’avvicinarsi di un evento, di un fatto.

Impellente è simile a urgente, un aggettivo certamente più conosciuto anche dai non madrelingua. C’è qualcosa che va fatto subito.

Però impellente è più vicino a urgentissimo, ma si tratta spesso di questioni fisiologiche o dettate da bisogni o necessità che vanno immediatamente soddisfatti.

Un bisogno impellente

Una necessità impellente

Un desiderio impellente

Un problema impellente

C’è bisogno di un’azione immediata di fronte a qualcosa di impellente.

Quando lo usiamo in modo simile a urgentissimo, In qualche modo, una cosa impellente ci costringe a fare qualcosa.

Es:

Sento un bisogno impellente di andare al bagno!

Ho un desiderio impellente di urlare!

L’inverno sta arrivando e molte persone che non hanno una propria casa hanno una necessità impellente di trovare vestiti per non morire di freddo.

In Italia il nuovo governo dovrà cercare di risolvere i problemi più impellenti in questo momento.

Spesso si parla anche di cause impellenti, motivi impellenti o forze impellenti.

Es:

Qual è il motivo impellente per cui devi tornare nel tuo paese?

Cioè: perché hai così urgenza di tornare nel tuo paese?

Un motivo impellente quindi è il motivo per cui c’è urgenza di fare qualcosa.

Alcuni sinonimi di impellente sono “stringente” e “pressante“.

Stringente è meno informale e poi ha anche altri utilizzi, mentre pressante è adatto anche a definire le persone che ci sollecitano insistentemente e ci mettono pressione e ansia. Il senso si avvicina in questo caso a incalzante, di cui ricorderete sicuramente l’episodio dedicato.

Adesso ripassiamo.

Da registrare:

Marcelo: insomma ho capito che la Guerra non è imminente, però è incombente e allo stesso tempo è impellente una soluzione per farla terminare prima che sia troppo tardi.

Paulo: si direbbe che sei stato abbastanza attento. Mi fa specie perché solitamente hai sempre bisogno di una settimana per capire un episodio.

Anthony: Che commento ingeneroso da parte di Paulo!

Peggy: c’è maretta? A cosa si deve tanto risentimento? Prendila con filosofia Marcelo, non ti abbassare a controbattere. Si vede che Paulo oggi si è alzato col piede sbagliato.

Ulrike: possibile mai che ogni volta finiamo per discutere? Mi date proprio sui nervi!!

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870 Incombente e imminente

Incombente e imminente (scarica audio)

incombente e imminenteTrascrizione

Episodio 870 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Parliamo di incombente e imminente, due aggettivi simili, ma non troppo.

Per usare questi aggettivi bisogna pensare a qualcosa che si avvicina: qualcosa diventa sempre più vicino a noi.

La cosa che si avvicina è ciò che comporta, con tutti i suoi annessi e connessi, fa la differenza tra l’uso di incombente e imminente. Questa almeno è una delle differenze.

Se si avvicina una persona però, (o un animale, o un oggetto), non si dice che questa persona è incombente e neanche che è imminente.

Ma quali altre cose si possono avvicinare?

Dobbiamo pensare all’uso figurato di avvicinarsi.

Ad esempio un pericolo, che può essere sia imminente, sia incombente.

In generale, se qualcosa è imminente, generalmente è solo una questione di tempo (ne manca veramente poco) ma arriverà sicuramente, mentre se è incombente non è detto che arriverà. Dipende. Questa è un’altra differenza.

Di sicuro la cosa incombente mette molta ansia.

Oppure quando si avvicina una data, un giorno particolare, quando dovrà accadere qualcosa di particolare.

Quella data è imminente, cioè sta per arrivare.

Quando manca qualche giorno all’esame, allora l’esame è imminente. C’è meno emozione però nell’imminenza, mentre se l’esame e la data dell’esame incombono, allora non solo il giorno dell’esame si avvicina sempre di più ma la cosa genera molta ansia e preoccupazione.

Vi dico questo perché questa cosa che si avvicina deve essere minacciosa o pericolosa ma soprattutto ineluttabile se vogliamo definirla incombente.

Ineluttabile vuol dire che non possiamo farci nulla. È qualcosa contro cui, tra l’altro, non si può lottare, perché ad esempio è imposto da una necessità. Se poi questa necessità è percepita come tragica o fatale, ha ancora più senso usare “ineluttabile”.

Si potrebbe dire che questa cosa che sta per arrivare è inesorabile, che è inevitabile, certo, ma incombente è più minaccioso e pauroso.

Solitamente si dice che una minaccia è incombente.

Ugualmente, anche un pericolo può essere definito incombente.

Un destino incombente è ugualmente qualcosa di molto preoccupante perché il tempo passa e non si può fare a meno di andare incontro a qualcosa di inesorabile e negativo.

C’è l’idea di sentirsi inermi di fronte a qualcosa più forte di noi, qualcosa di inesorabile, inevitabile, che prima o poi arriverà o potrebbe arrivare.

Prima ho usato anche il verbo incombere. Ho parlato di un esame che incombe perché la data dell’esame si avvicina.

È vero che tutto è relativo, e per uno studente gli esami sono fonte di ansia, però, come detto, in genere si parla si pericoli, minacce o fatti gravi.

Posso dire ad esempio:

L’ombra della guerra nucleare incombe sul mondo intero.

È la guerra nucleare ad essere incombente, perché si è paventata la possibilità di una guerra nucleare. Non si sa se ci sarà, di certo preoccupa tutti e incombe su tutti noi.

Non possiamo pero dire, fortunatamente, che una guerra nucleare è imminente, perché non ci sono certezze su questo. Per ora è certamente incombente ma non imminente.

Si può anche certamente dire che il tempo incombe su tutti gli esseri viventi. È soltanto questione di anni ma poi tutto sarà finito!

Usare la preposizione “su” fa pensare anche ad un “peso” psicologico che si sopporta. È sia il rischio, sia l’approssimarsi di questa possibilità a pesare su di noi e farci preoccupare.

A proposito, dicevo prima che l’aggettivo imminente ha anche un carico emotivo meno pesante rispetto a incombente.

Es:

è imminente una perturbazione su tutta l’Italia.

Imminente avvio dei lavori per il nuovo stadio.

Trump annuncia la sua imminente candidatura

In pratica “manca pochissimo” e questo è sufficiente per usare imminente.

Per poter incombere invece è sufficiente che la cosa sia fonte di forte preoccupazione, ma come detto, molto spesso si tratta di una minaccia, un pericolo solamente potenziale.

Infine vi devo parlare dell’incombenza, che è un compito affidato o ricevuto nell’ambito di rapporti fondati sul senso del dovere.

Certo, è un termine che fa pensare più che al dovere, al peso che si ha nel dover realizzare questo compito. Una incombenza in poche parole è un compito che va fatto assolutamente perché è il senso del dovere che ce lo impone. Non c’è in questo caso il senso di qualcosa di inevitabile perché prima o poi arriverà ma perché prima o poi occorre farlo!

Adesso ripassiamo, un compito che affido volentieri ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Spero non sia considerata un’incombenza. Vabbè, il tempo incombe, quindi ripassiamo.

Irina: Ciao D2, qual buon vento! Tutto bene?

Sofie: Ehilà D1, beh, non mi lamento, si tira a campare.

Irina: Ma che c’è? Ti vedo un po’ giù. Senti, avevo comprato due biglietti per il concerto di Vasco, ma Luigi non può venire . Tu, come sei messa domani?

Sofie: A dire il vero ultimamente sono distrutta fisicamente e psicologicamente e ogni sera mi stravacco sul divano.

Irina: Come mai? C’è maretta tra te e Gianni?

Sofie: Recentemente ho sentore che lui mi stia tradendo. Ogni sera mi dice che deve uscire per fare gli straordinari al lavoro, ma si mette tutto in ghingheri. Non è strano?

Irina: Ma dai, si fa presto a dire tradimento. Non preoccuparti per così poco. Lui è sempre stato un tipo vanitoso. Di qui a dire che ti tradisca ce ne vuole… Per me è e resta un signore con la S maiuscola.

Sofie: se è per questo, anche le mie amiche dicono di non farmi troppe seghe mentali. Probabilmente hanno ragione. Queste fissazioni in fondo le ho sempre avute. Però non riesco proprio a scrollarmi di dosso questa enorme preoccupazione che…. mi distrugge!!

Irina: Certo, è pur vero che a volte a pensar male non si sbaglia mai, ma in questo caso farei un’eccezione. Speriamo non siano le ultime parole famose

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869 Pararsi il culo/sedere

Pararsi il culo/sedere (scarica audio)

Trascrizione

Pararsi il sedere, o se volete esagerare, pararsi il culo, è un’espressione idiomatica di cui vi avevo accennato nell’episodio numero 698 quando vi ho parlato del termine paravento.

L’episodio di oggi però ha anche a che fare con l’espressione vedere la mala parata, relativa all’episodio 856, dove abbiamo accennato anche a “andare a parare”.

Ebbene, pararsi il sedere è un modo abbastanza creativo per dire “prendere precauzioni per evitare conseguenze spiacevoli a proprio danno“.

Detto molto più semplicemente significa “proteggersi” cioè proteggere sé stessi. Potremmo usare anche il verbo salvaguardare o meglio ancora cautelarsi.

C’è anche un altro verbo che esprime bene il significato di questa espressione: tutelarsi.

In realtà, se però è vero che ci si può parare il culo da soli, cioè ci si può tutelare da soli, si può anche parare il sedere ad altre persone, quindi si possono anche proteggere altre persone. In questo caso il senso è più vicino a proteggere, piuttosto che a cautelarsi.

Nel caso di “pararsi il culo” (riflessivo) quindi, si parla sempre di rischi potenziali, non di fatti già accaduti, ma di possibilità, eventualità.

Se volete, potete dare un’occhiata all’episodio dedicato esplicitamente alle possibilità, all’interno del corso di Italiano Professionale.

Visto che vi sto citando un sacco di episodi passati, ci troviamo spesso nello stesse circostanze di quando abbiamo visto l’espressione per non saper né leggere né scrivere” (episodio 426), nel senso che quando c’è la possibilità che accada qualcosa di rischioso, è opportuno, è appropriato, ragionevole, indicato, fare determinate azioni, prendere determinate precauzioni.

L’immagine a cui si fa riferimento quando si usa l’espressione parare/pararsi il culo è quella ovviamente del sedere, considerata una parte debole del corpo, che quindi occorre proteggere. Non si sa mai arrivi un colpo inaspettato!

Parare il culo significa infatti (in senso letterale) anteporre davanti al sedere qualcosa che ripari dagli urti, dai colpi; colpi che potrebbero arrivare.

Vediamo qualche esempio:

Il mio capo voleva licenziarmi perché non ho partecipato alla riunione stamattina. Fortunatamente un mio collega mi ha parato il sedere dicendo che per errore non ero stato avvertito.

Usato così, non in senso riflessivo, è simile a “il mio amico mi ha salvato”, “mi ha tratto in salvo” o semplicemente “mi ha protetto”.

Oppure:

Giovanni ha mentito alla polizia per pararsi il culo. Se avesse ammesso di essere stato presente durante l’omicidio l’avrebbero potuto accusare.

In questo caso, Giovanni mente (cioè dice una bugia) per prevenire qualcosa di negativo per lui, quindi per tutelarsi, per proteggersi. Per questo ha mentito.

Anche alle bugie abbiamo dedicato almeno un paio di episodi. (primo, secondo).

Si potrebbe dire, che mentendo alla polizia, Giovanni si è comportato da paravento? Perché no!

Si potrebbe dire che Giovanni, vedendo la mala parata, ha preferito mentire? Certo!

In effetti al paravento, come abbiamo visto, non manca la furbizia e all’occasione è capace di pararsi il culo, non appena vede la mala parata.

Vedete come queste espressioni possono utilizzarsi negli stessi contesti.

Abbiamo visto qualche tempo fa anche “non sia mai”, un’altra espressione adatta a descrivere una previsione e un accorgimento che è sempre bene prendere. Anche “non sia mai detto” va nella stessa direzione. Anche qui abbiamo un episodio.

Quando non usare, invece, l’espressione di oggi? Direi che non è il caso di farlo quando le conseguenze di una mancata tutela, accortezza, precauzione o accorgimento, non sono così gravi.

Se ad esempio presumo che pioverà, prendere l’ombrello non rappresenta un modo per pararsi il sedere, perché non è così grave. Non c’è in questo caso una colpa, una conseguenza potenziale così negativa, una eventualità che espone ad un rischio serio. Non c’è neanche il rischio di essere accusati o incriminati o colpevolizzati da altre persone.

Quella di prendere l’ombrello può essere considerata una cautela, una precauzione, una accortezza, ma niente di più.

Un’altra espressione di cui abbiamo parlato già e che ci fa pensare a delle conseguenze poco gravi derivanti da una mancata attenzione o accortezza è “la frittata è fatta“.

L’espressione di oggi, manco a dirlo, è anch’essa naturalmente molto informale (forse non è necessario sottolinearlo).

Vi ho abbastanza appesantito oggi vero?

Allora, se ne sentite il bisogno, facciamo un ulteriore ripasso con l’aiuto di alcuni membri dell’associazione.

Io intanto vi saluto e ci sentiamo al prossimo episodio di italiano semplicemente. Per concludere in bellezza quindi chiedo ai membri dell’associazione se hanno un ripasso già pronto.

Che mi dite, cari membri?

Marcelo: oggi, benedetto Giovanni, in quanto a ripassi non abbiamo proprio di che lamentarci. Non ce l’hai una domanda di riserva?

Edita: in effetti non ci sei andato piano per niente con noi poveri non madrelingua.

Peggy: tra l’altro pretendendo un ripasso così, d’emblée, senza pensarci, rischiamo di dire un sacco di castronerie. La cosa non è molto edificante.

Fatima: vabbè, in linea di massima Giovanni credo si possa accontentare oggi. Tra le altre cose, non ne abbiamo più!

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Ringalluzzito, vispo e baldanzoso

Ringalluzzito, vispo e baldanzoso

(scarica audio)

Trascrizione

Dal titolo sembra un episodio divertente, vero?

gallo, ringalluzzito

Effettivamente il verbo ringalluzzire è divertente, e se non ci avete fatto caso, deriva dal termine gallo. Il gallo è il maschio della gallina.

Avete presente l’atteggiamento di un gallo in un pollaio? Se ne sta sempre impettito, fiero, spavaldo, ovviamente dominante, arzillo, sveglio, vivace. Tutti aggettivi adatti a descrivere un gallo.

Il verbo ringalluzzire si usa in modo transitivo ma perlopiù intransitivo.

Io mi ringalluzzisco

Tu ti ringalluzzisci

Lui si ringalluzzisce

Ecc.

Ma che significa?

Ringalluzzirsi significa diventare vispo, baldanzoso, allegro e fiero come un gallo. È molto simile a imbaldanzirsi. Quest’ultimo verbo è comunque poco usato.

In modo transitivo invece è rendere vivace, baldanzoso, quindi imbaldanzire, anche questo verbo è però poco usato.

Si può usare sia per gli uomini che per le donne. Si può usare anche con gli animali comunque.

Se qualcosa mi ringalluzzisce pertanto, mi rende vispo e baldanzoso. Adesso ho usato il verbo in modo transitivo. Vispo e baldanzoso sono due aggettivi che occorre comunque spiegare. Lo faccio seduta stante.

Vispo vuol dire vivace nell’umore e nei modi. Le persone vispe sono attente e sveglie, ma questo aggettivo si utilizza soprattutto nei confronti dei bambini quando sono molto vivaci, quando non stanno mai fermi e anche quando combinano qualche marachella:

Giovanni è un ragazzo troppo vispo!

Si usa anche nei confronti delle persone anziane, quando, a dispetto dell’età, sono ancora molto vivaci, attente e allegre:

Mia nonna è una vispa vecchietta!

Se la nonna è vispa, allora significa anche che conserva pienamente le sue facoltà mentali.

C’è anche un poesia per bambini dal titolo “la farfalletta” in cui si parla della “vispa Teresa”. Molto divertente. Poi ve la recito alla fine dell’episodio.

Ringalluzzirsi comunque è leggermente diverso rispetto a vivace e vispo, perché per ringalluzzirsi occorre che accada qualcosa che faccia diventare vivace una persona, oppure che faccia tornare nuovamente vivace questa persona. Di qui il motivo delle due lettere iniziali: ti.

Si usa sempre in modo scherzoso. Questo è bene chiarirlo.

Posso dire ad esempio:

Con tutte quelle belle donne, Giovanni si è ringalluzzito.

Oppure:

Abbiamo fatto tanti complimenti a Mario per come porta bene i suoi 90 anni e lui si è tutto ringalluzzito per questo!

C’è dunque qualcosa che fa diventare ringalluzzita una persona. C’è qualcosa all’origine del ringalluzzimento.

Questo ringalluzzimento è spesso inteso come una ripresa di vigore, di vivacità, a volte inaspettata, ma comunque sempre divertente.

C’è altre volte un vago riferimento all’eccitazione, un risveglio dei sensi, come nel caso dell’esempio di prima, in cui Giovanni, circondato da tutte donne, è sembrato risvegliarsi e rallegrarsi. Si è ringalluzzito.

Prima come sinonimo ho citato anche l’aggettivo baldanzoso.

Questo è un aggettivo meno colloquiale rispetto a ringalluzzito e vispo, e anche questo aggettivo è meno legato all’evento da cui scaturisce l’effetto ringalluzzente.

Baldanzoso significa pieno di baldanza; è simile a fiero, spavaldo.

Baldanzoso fa pensare anche all’andatura, al modo di camminare a testa alta, con passo deciso, spesso con sfrontatezza e ottimismo, e fa pensare anche all’allegria.

Si usano spesso frasi come:

Camminava con fare baldanzoso

Avanzava baldanzosamente

Quando si fa qualcosa in modo baldanzoso, non c’è paura di sbagliare, c’è anzi spensieratezza e ottimismo.

Rispetto a ringalluzzito, baldanzoso ha dunque più occasioni per essere usato ma è sicuramente meno scherzoso come aggettivo.

Concludo recitandovi la poesia “la farfalletta“, più nota come “la vispa Teresa“, di Luigi Sailer:

La vispa Teresa
avea fra l’erbetta
al volo sorpresa
gentil farfalletta,

e tutta giuliva,
stringendola viva,
gridava a distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”.

Ma a lei supplicando
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fo’?

Tu sì mi fai male
stringendomi l’ale!
Deh, lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!”.

Confusa, pentita,
Teresa arrossì,
dischiuse le dita
e quella fuggì.

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La deriva autoritaria – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 25)

La deriva autoritaria (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della deriva autoritaria.

Si tratta di una locuzione usata esclusivamente in ambito politico e non solo riguardo a questioni politiche italiane.

Iniziamo dalla prima parola: la deriva.

Il termine deriva, in senso proprio, si usa quando un corpo viene trascinato da un fluido in cui il corpo è immerso o che galleggia.

Ad esempio si parla spesso delle balene alla deriva, che vengono trascinate dal mare verso la spiaggia, oppure la deriva dei continenti, che indica lo spostamento dei continenti, proprio come se fossero delle barche. È come se i continenti o le balene fossero abbandonati in balia del movimento del mare.

In realtà però ll termine “deriva” si usa specialmente in senso figurato, per indicare sempre un “movimento”, ma non fisico.

Per deriva in questi casi si intende una tendenza incontrollabile, specialmente sul piano sociale e politico.

Questo movimento, questa tendenza, ha però una “direzione” negativa.

Quindi non solo le Balene e i continenti possono andare alla deriva, ma anche una situazione sociale o politica che sta peggiorando in modo incontrollato.

Es:

Nella nostra famiglia stiamo andando alla deriva: nostra figlia ormai esce si casa e rientra magari due giorni dopo senza neanche dirlo a noi genitori e nostro figlio ci manda a quel paese con molta facilità.

Quindi diciamo che in questo esempio parliamo di una situazione familiare in cui si sta perdendo il rispetto per i genitori e questa situazione sta andando verso una direzione sbagliata sempre di più.

Ebbene, in politica si parla invece di deriva autoritaria. Cos’è che sta peggiorando stavolta? Quale situazione ha preso una tendenza preoccupante e incontrollabile?

In quale contesto stiamo assistendo ad un “movimento” verso qualcosa di negativo?

Il termine “autoritaria” è “autoritario” descrive in questo caso l’amministrazione politica di uno stato.

Uno stato autoritario non è uno stato democratico. C’è un partito egemone o anche un dittatore. C’è comunque un governo autoritario, che fa il bello e il cattivo tempo, che decide tutto, che impone la propria politica.

Ebbene quando si assiste ad una deriva autoritaria, si nota un cambiamento nell’amministrazione e nella politica di uno stato. Quello stato sta prendendo una direzione autoritaria, va verso l’autoritarismo o peggio ancora verso la dittatura.

Più la democrazia è a rischio, più la tendenza è quella che porta all’autoritarismo, quindi ha senso parlare di deriva autoritaria.

Per ovvie ragioni è una locuzione più utilizzata dai partiti democratici per indicare che un governo sta portando una nazione verso l’autoritarismo e quindi che nel paese si sta assistendo ad una perdita di democrazia:

Stiamo assistendo ad una deriva autoritaria

Spesso si usa anche il termine “china“: Una china autoritaria, con lo stesso senso di direzione verso l’autoritarismo.

Durante la manifestazione abbiamo assistito alla polizia che picchiava ingiustamente i pacifici manifestanti. C’è chi vede il rischio di una deriva autoritaria.

Attenzione perché la china non è la Cina scritta in lingua inglese.

Il termine china, che il mio cellulare si ostina a scrivere con la C maiuscola, è, in senso proprio, un terreno o un percorso in discesa. Ma in senso figurato si usa per descrivere, proprio come la deriva, una direzione verso qualcosa di negativo.

Anche al di fuori della politica posso dire che le cose si mettono su una brutta china, quindi stanno volgendo al male. Posso dire anche, più semplicemente, che le cose stanno andando male, che la situazione è preoccupante.

Informalmente poi si usa spesso il cattivo o brutto andazzo. La china è dunque come l’andazzo, ma si usa anche in contesti più seri, specie se parliamo di politica.

Non mi piace l’andazzo che sta prendendo questa situazione

La brutta china che sta prendendo la politica italiana mi preoccupa molto.

L’andazzo si chiama così perché indica un brutto modo in cui stanno andando le cose.

La china invece, con l’immagine di una discesa, indica una tendenza, sempre negativa come detto.

Lo stesso vale per la deriva, con l’immagine di un movimento progressivo verso qualcosa di negativo.

Se parliamo di autoritarismo, non si usa però l’andazzo, ma solamente la china e la deriva.

Come dicevo il termine andazzo è informale, molto colloquiale e si usa normalmente per lamentarsi di come stanno andando le cose. Si usa spesso con i figli:

Sono tre giorni che non mangi la carne! Non mi piace questo andazzo!

Stai rientrando troppo tardi la sera, cos’è questo andazzo? Dove andremo a finire?

Prendere una brutta piega è un modo analogo, ugualmente informale per esprimere lo stesso concetto.

Usare il termine china, sempre con la iniziale minuscola, o addirittura deriva, in questi contesti, sarebbe veramente esagerato.

Le domande e le risposte sono normalmente disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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860 Disfare e disfarsi, il disfacimento la disfatta

Disfare e disfarsi, il disfacimento la disfatta (scarica audio)

Trascrizione

Siete mai stati nei mercatini dell’usato?

Ebbene, li trovate capi d’abbigliamento di cui le persone si sono liberate. Sono capi di seconda mano che si possono acquistare.

Ho appena usato il verbo liberare nella forma riflessiva: liberarsi di qualcosa significa dare via, vendere o gettare qualcosa (o qualcuno) che non vogliamo più.

Es:

Mi devo liberare di tutti questi impegni di lavoro se voglio divertirmi un po’.

Posso usare anche il verbo disfarsi, forma riflessiva di disfare.

Voglio disfarmi di tutte queste cose inutili che ho in casa

L’assassino, dopo aver commesso l’omicidio, di è disfatto del telefono

Ci si può disfare anche di una persona, proprio come liberarsi. Il senso è lo stesso. Significa anche cedere a un’altra persona.

“Disfarsi di” qualcosa o di qualcuno ha questo significato, ma se usiamo il verbo non nella forma riflessiva, il significato cambia. Ma anche disfarsi, se non aggiungiamo “di”, cambia di significato.

Es:

Con l’aumento della temperatura, il pupazzo di neve ha iniziato a disfarsi.

Potremmo dire sciogliersi, distruggersi, squagliarsi. In generale si può disfare qualunque cosa che abbia comportato un sforzo nella costruzione, come il pupazzo di neve, appunto. La neve si scioglie, il pupazzo di neve si disfa.

Avete notate che disfare contiene “fare” con “dis” come prefisso.

Questo prefisso spesso, infatti, rovescia il senso buono o positivo della parola che il prefisso precede. È molto usato in molti termini del linguaggio medico per indicare una alterazione, una malformazione, un’anomalia, un cattivo funzionamento. Pensate alla distrofia ad esempio.

C’è quasi sempre qualcosa che non va quando c’è il prefisso dis.

Allora, davanti a “fare“, che indica una costruzione, questo prefisso indica una distruzione, quindi disfare è il contrario di fare. Lo stesso accade con onore e disonore, simile e dissimile, piacere e dispiacere, la continuità e la discontinuità. Altre volte non è così semplice ma in generale (non sempre) il prefisso dis conferisce un senso negativo.

Esiste l’espressione “fare e disfare” che indica il comportamento di una persona che fa ciò che vuole, costruisce e distrugge, fa e disfa come vuole lei. Es:

Il dittatore è stato abituato a fare e disfare nel suo paese

Un’espressione simile è fare il bello e il cattivo tempo.

Disfare dunque è simile a distruggere, scomporre, sciogliere, liquefare, decadere, disgregarsi.

Non sempre però c’è qualcosa di negativo o qualcosa che non va.

Disfare le valigie è una cosa che si fa alla fine di ogni viaggio.

Significa togliere i vestiti dalle valigie perché siamo tornati a casa o siamo arrivati in albergo. Le valigie si fanno alla partenza e si disfano all’arrivo.

Anche il letto, quando è disfatto, non è una tragedia. Semplicemente bisogna sistemarlo, bisogna rifare il letto, prendere le lenzuola e sistemarle per bene, sistemare i cuscini, rimettere eventualmente la coperta o un copriletto e sistemarlo per bene, proprio come vorremmo trovarlo quando entriamo nella nostra stanza d’albergo.

In genere però, come detto, disfare qualcosa è un’operazione che esprime l’azione contraria del fare, ma in senso negativo.

Parlando di politica, c’è chi vorrebbe disfare l’unione europea.

Il nuovo governo sta disfacendo tutto ciò che ha fatto il governo precedente.

Nello sport si usa spesso:

Non è disfacendo il gioco avversario che si vince.

Parlando di morale e di questioni sociali, si usa spesso il termine disfacimento:

Per disfacimento si intende la rovina di una comunità che non ha più obblighi morali e sociali.

Stiamo assistendo a un lento disfacimento della famiglia nella società contemporanea

Il disfacimento morale della società

In senso materiale possiamo parlare di un corpo, un tempo bellissimo ma in rapido disfacimento con l’età o per colpa di un’alimentazione sbagliata.

Vogliamo parlare adesso della disfatta?

Una disfatta è una sconfitta militare disastrosa o, in senso figurato, un clamoroso fallimento o una sconfitta sportiva schiacciante.

C’è in qualche modo anche una distruzione anche in questi casi, ma è più un grave insuccesso o una pesantissima sconfitta, quindi comunque dopo una disfatta bisogna ricominciare daccapo. Anche disfatta deriva dal verbo disfare.

Si parla spesso anche della disfatta di un partito alle elezioni. Evidentemente i risultati sono stati disastrosi per quel partito.

Sconfitta e disfatta sono dunque molto vicini come significato. È la gravità della sconfitta, la sua pesantezza che fa la differenza.

Va bene, adesso ripassiamo qualche episodio precedente altrimenti tutto il lavoro fatto finora rischia di essere disfatto nel giro di qualche settimana.

Ulrike: Parlando di politici, molti di loro credono che fanno il meglio per il loro paese, ma sembra che non vedano le eccessive corsie preferenziali, né le bustarelle, e fanno pie promesse per arrivare al governo! E tu come la vedi?

Irina: il problema è che quando devi votare e scegliere, questo voto spesso è un voto di scambio! E quand’è così non c’è possibilità di svoltare per il paese.

Peggy: molte volte penso che queste siano soltanto elucubrazioni mentali, ma il mio contributo oggi deve fungere da campanello d’allarme!

Estelle: I tuoi commenti potrebbero sollevare un polverone di critiche, ma è pur vero che la situazione economica mondiale fa acqua da tutte le parti!

Albèric: sono del tuo stesso avviso, ma meglio stare alla larga della politica. È sempre un di più andare a toccare questi temi scottanti in un ripasso!

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859 Passare per

Passare per

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Trascrizione

La locuzione di cui ci occupiamo oggi ci mostra un uso particolare del verbo passare. La locuzione è “passare per”.

Il verbo passare ha in realtà una gamma molto vasta di utilizzi.

Spesso dipende dalla preposizione che segue.

Però se questa preposizione è “per“, il senso può essere ancora più di uno.

Se ad esempio venite a Roma e passate per Firenze, allora equivale a transitare. In questo caso anche “da” si può usare con lo stesso senso e passare per un luogo significa andare da un punto a un altro percorrendo uno spazio, quindi transitare per questo luogo (Firenze nell’esempio).

Oppure:

per entrare in casa bisogna passare per il portone principale.

In questo caso si parla di un luogo da cui entrare, quindi un accesso. Si può passare anche per/da una finestra o per/da un’entrata secondaria.

C’è sempre il senso del movimento quando usiamo questo verbo in generale, ma se restiamo sulla preposizione semplice “per”, “passare per” si usa anche in un secondo modo.

In senso figurato infatti posso dire:

Nella mia vita sono passato per molte difficoltà.

Quindi nella mia vita ho dovuto fronteggiare eventi negativi, ho dovuto attraversare, superare molte cose negative.

Oppure:

Prima di diventare presidente, Giovanni è passato per diverse cariche istituzionali.

Anche qui c’è il senso di attraversare, transitare, non un luogo però, ma si parla di un percorso di vita.

Un terzo uso di “passare per” invece ha il senso di “essere considerato in un certo modo”. È qui che “passare per” diventa una locuzione.

Es:

Giovanni passa per un intellettuale

Evidentemente Giovanni è considerato un intellettuale. La gente lo vede come un intellettuale.

La cosa interessante è che questa locuzione si usa prevalentemente quando si considera qualcosa in un modo che non rappresenta la realtà. Si tratta di un’impressione sbagliata.

Es:

Mi vuoi far passare per stupido?

Cioè: vuoi che la gente mi consideri uno stupido? Vuoi che io appaia come una persona stupida?

La considerazione delle persone è importante e non è detto che si appaia sempre nello stesso modo a tutti. E non è detto che si appaia come si vorrebbe; può capitare quindi che si passi per qualcosa di diverso.

Per cosa passo io? Mi piacerebbe saperlo.

Oppure:

Giovanni passa spesso per uno poco attento, ma non gli sfugge niente in realtà.

Quindi Giovanni non è vero che è una persona poco attenta. Può passare per una persona disattenta ma non è così. Può sembrare così ma non è vero.

Tutt’altro.

A volte Giovanni può passare per uno distratto, ma è un’impressione sbagliata.

Questa locuzione somiglia al verbo “sembrare” e “apparire“.

Ratzinger è passato per essere un conservatore rigido. In realtà è sempre stato tutt’altro.

Oppure:

Domani al colloquio di lavoro vorrei passare per una persona molto colta ma non so se ci riuscirò.

Giovanni Paolo II passa per essere stato un papa disposto a spostarsi ovunque per ascoltate il prossimo. All’interno della Chiesa però c’è chi dice che non si poteva avere un’idea diversa dalla sua.

Vedete che c’è sempre un’immagine che non risponde alla verità. Qualcosa che sembra ma non è. Si rappresenta una sensazione che però, secondo chi parla, non è la verità.

Mario passa per uno molto studioso ma è tutta apparenza

Facendo quella battuta sono passato per una persona molto spiritosa. Magari però avessi sempre la battuta pronta come quella volta.

A scuola passavo sempre per uno che strillava, ma erano gli altri che non capivano quando parlavo normalmente!

Si usa il verbo essere come ausiliare:

Sono sempre passato per uno molto sbadato.

Ieri Giuseppe è voluto passare per me imitando la mia voce, ma l’hanno riconosciuto.

Ecco, in questo ultimo esempio “passare per” significa spacciarsi per un’altra persona, quindi fare finta di essere un’altra persona. Si vuole sottolineare la volontà di sembrare un’altra persona. Anche in questo caso comunque c’è qualcosa che può sembrare ma non è.

Ci siamo già occupati del verbo spacciare (e anche di spacciarsi) nel corso di Italiano Professionale.

Notate che anche con il verbo spacciare si usa la preposizione per.

In un altro episodio abbiamo visto da vicino questa e anche le altre preposizioni. Se volete date un’occhiata.

Adesso però non voglio passare per noioso e prolisso, pertanto vi faccio ascoltare il ripasso di oggi.

Marcelo: questo episodio mi fa pensare ad alcuni politici del mio paese, che vorrebbero passare per democratici ma non lo sono per niente e tutti se ne accorgono. Manco fossimo tutti stupidi!

Irina: alle volte però più di qualcuno ci crede e si vincono le elezioni.

Mary: ma tu continui imperterrito ad andare a votare? Io con ogni probabilità ho votato quest’anno per l’ultima volta.

Paulo: ci mancherebbe! Votare è anche un dovere. Dispiace sentire che ormai moltissimi pensano non valga più la pena.

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858 Quand’è così

Quand’è così (scarica audio)

Trascrizione

La locuzione di cui ci occupiamo oggi ha un uso particolare che sicuramente non si trova su internet e nei libri di grammatica italiana. Sto parlando di “quand’è così“.

Si usa in particolare nel caso di scelte obbligate. Si può usare tuttavia anche semplicemente per prospettare una possibilità e descrivere le conseguenze. E’ un’espressione prevalentemente colloquiale.

Vi faccio qualche esempio.

Domenica prossima la Roma affronterà Il Paris Saint Germain. Sappiamo che normalmente parliamo di categorie diverse, perché il Paris Saint Germain è molto più forte, ma nella Roma si respira un forte entusiasmo per via del nuovo allenatore e quand’è così può accadere di tutto.

Dunque in questo caso “quand’è così” sta per “in questi casi”, “in queste occasioni”, “quando accadono queste cose”, “quando si verifica questa eventualità” e si usa per descrivere cosa succede in determinate circostanze.

Il termine “così” rappresenta proprio le particolari circostanze in cui ci troviamo. “Quand’è“, invece, sta per “quando ci troviamo” in queste circostanze, o anche “quando accadono” queste cose.

Un altro esempio:

Una volta ho sentito una forte scossa di terremoto ed io mi trovavo in bagno. In dieci secondi mi sono ritrovato nel cortile. Quand’è così non bisogna perdere tempo ma pensare solo a scappare!

Anche qui “quand’è così” sta per “in questi casi”, “quando accadono queste cose”, “in queste circostanze”.

C’era un forte vento durante la partita e quand’è così ogni tanto capita di sbagliare!

Ogni volta che usiamo questa locuzione è come se stessimo facendo un’eccezione, come se ci trovassimo in una circostanza particolare.

Infatti come dicevo “quand’è così” si usa spesso in dialoghi colloquiali, per presentare un caso particolare, una circostanza non comune, spesso inattesa, e la conseguenza, ciò che ne consegue, è spesso una scelta obbligata, senza alternative.

Si può trattare sia di cose negative che positive.

Es: due amiche, Anna e Margherita discutono di problemi di lavoro

Anna: Al lavoro non mi trovo molto bene con i colleghi e vorrei veramente cambiare attività. Credo che domani andrò a licenziarmi.

Margherita: cosa? Ma non puoi rinunciare allo stipendio per cercare un altro lavoro. sai cosa significa? E poi con i colleghi bisogna avere un po’ di pazienza.

Anna: Lo so, ma sai, Un collega mi ha importunata più volte e sono terrorizzata ormai da mesi che lo faccia ancora! Si tratta del direttore dell’azienda, mica di uno qualsiasi.

Margherita: davvero? Quand’è così ti capisco e credo che tu faccia bene a cercare un altro lavoro.

Quindi “quand’è così“, cioè “se le cose stanno così“, non c’è una scelta migliore di quella che hai detto. L’unica possibilità è cambiare lavoro.

C’è una certa flessibilità nell’uso di questa locuzione. Non abbiate paura di usarla soprattutto all’orale. Meglio ancora però se si parla di circostanze particolari. Comunque provate a usarla anche se non siete sicuri. Quand’è così ogni tanto si sbaglia, ma sicuramente più la userete e meglio sarà.

Adesso vediamo un bel ripasso:

Marcelo: oggi mi sono alzato di buona lena e così ho in programma molte cose da fare. Prima di tutto farò una passeggiata insieme al cane di mia figlia….prenderò anche un sacchetto di plastica, e lo utilizzerò all’uopo!

Ulrike: Ciao presidente. Ascolta, veramente sto lì lì per uscire; giusto il tempo di mettermi in ghingheri, ma non sarà sufficiente anche per un ripassino. Prenditi quello di Marcelo.

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857 Chiamalo fesso!

Chiamalo fesso! (scarica audio)

Trascrizione

Vediamo un’espressione colloquiale che si usa per dare un giudizio sull’operato di una persona. L’espressione è “chiamalo fesso!

Questa persona ha fatto qualcosa, o si è comportata in un certo modo, e chi esprime un giudizio non sta parlando con lui o lei, ma con un’altra persona.

Chiamalo fesso” , o “chiamala fessa” , nel caso di giudizio verso una donna, è una esclamazione colloquiale e pertanto è difficile trovare molti esempi scritti. All’orale si usa però molto spesso.

Parliamo essenzialmente di furbizia e di opportunità.

Vediamo un primo esempio:

Io e mio fratello parliamo di un nostro amico di nome Mario.

Io: Hai visto Mario recentemente?

Risposta: No, ma so che non riusciva a trovare lavoro in Italia e allora ha provato ad andare all’estero per vedere se ci riusciva. Voleva lavorare come pizzaiolo in Australia, e quando andava a chiedere di lavorare nelle pizzerie, diceva di chiamarsi Pasquale e di abitate a Napoli. Pasquale è infatti un nome tipicamente napoletano e Napoli come sapete è la patria della pizza. Così lo hanno subito assunto.

Replica: Ah, chiamalo fesso!

Sapete che “fesso” è un aggettivo, molto negativo come senso, perché una persona si dice fessa quando è ingenua, quando tutti riescono a imbrogliarla. Insomma una persona fessa non è per niente furba.

L’astuzia, come si suol dire, non sa neanche dove sia di casa (cioe non sa neanche dove abiti).

Un aggettivo questo che abbiamo già usato all’interno di italiano semplicemente. La prima volta parlando delle bugie, la seconda parlando delle fesserie, la terza volta nell’espressione “a me non la si fa“.

Allora, nell’esempio fatto sopra, Mario si è comportato da furbo, non certo da fesso.

Dicendo di chiamarsi Pasquale e di abitare a Napoli, ha aumentato la probabilità di trovare un lavoro come pizzaiolo in Australia.

Chiamalo fesso ha dunque un senso simile a “non è certo stato fesso”, “non si è certamente comportato da fesso”, oppure “ciò che ha fatto è proprio una cosa da furbo”.

Si dice “chiamalo”, come a dire “non puoi chiamarlo fesso”, “prova a dire che è stato ingenuo”, oppure “non si può dire che si sia comportato da persona poco furba”, “lo vuoi chiamare fesso?” “mica è stato fesso!”.

Queste sono frasi dal senso molto simile a “chiamalo fesso!”.

“Chiamalo fesso” è però un’esclamazione più veloce e arriva subito. Basta prestare attenzione al tono che usiamo quando pronunciamo questa esclamazione .

In luogo di “fesso” potremmo usare altri eggettivi più o meno simili, come stupido, rincoglionito, ingenuo.

Con queste esclamazioni si fa un apprezzamento di questa persona, si esprime un giudizio positivo, si sta infatti dicendo che si è comportata da persona furba, anche se la cosa può riguardare un fatto negativo. Potrei dire ad esempio:

L’assassino, dopo aver ucciso 10 persone, si è vestito da vecchietta, e in questo modo è riuscito a non essere notato dalla polizia. Chiamalo fesso!

Anche se chi parla è una persona onesta e tranquilla, si può ugualmente fare un apprezzamento sulla furbizia di questo assassino, che ha avuto un’idea geniale.

Ricordate l’esclamazione “buttalo/a via“?

Le due esclamazioni sono abbastanza simili anche se si usano in occasioni diverse.

Andate a dare un’occhiata a questo episodio così avrete un’idea ancora più chiara dell’espressione di oggi.

Adesso un ripasso. Parliamo della guerra in Ucraina.

Marcelo: questa guerra ha preso un andazzo che non mi piace!

Irina: anche se vedremo la malaparata non sapremo proprio cosa fare…

Peggy: Qualche campanello d’allarme c’è già stato e col nucleare non si scherza.

M4: non è che queste sono solo elucubrazioni mentali?

M5: vedremo, ma se saremo colti da un freddo intenso, quest’inverno, vai a capire quanto spenderemo!!

M6: “tranquilli, tutto passerà velocemente” dice il mio dirimpettaio. Ma ho paura che questa sia una pia illusione…

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856 Vedere la mala parata

Vedere la mala parata (scarica audio)

Trascrizione

Un’espressione molto curiosa che si usa quando le cose si mettono male è vedere la mala parata.

Adesso vi spiego meglio.

Ricorderete sicuramente la locuzione rendersi conto. Espressione di largo utilizzo, adatta per mille occasioni, che si può usare anche quando ci si accorge che le cose stanno per andare male.

Es:

non ti rendi conto che la temperatura si sta alzando sempre di più?

Abbiamo visto insieme anche prendere atto, un’altra locuzione, abbastanza simile ma spesso usata in contesti più formali e professionali ma che si può usare ugualmente quando ci si accorge che le cose stanno per andare male. Es:

Dobbiamo prendere atto che la situazione climatica mondiale sta peggiorando di anno in anno.

Adesso passiamo all’espressione di oggi.

Vedere la malaparata (o mala parata, con due parole staccate) significa proprio “rendersi conto”, “prendere atto” che la situazione è complicata, sta peggiorando sempre di più.

Non solo. Quando vedo la mala parata significa che prevedo, immagino, che questa situazione possa avere sviluppi, pericolosi, dannosi, tanto da dover prendere provvedimenti subito.

Quando vediamo la mala parata lo facciamo sempre prima che accada qualcosa di negativo. Riusciamo in qualche modo a capire che è meglio scappare, o prendere provvedimenti simili, per evitare il peggio.

L’espressione è molto colloquiale ma in effetti non è facile capire per un non madrelingua quando usarla e anche perché si utilizzi la “mala parata”. Se non vogliamo essere informali possiamo però usare il verbo degenerare:

la situazione sta degenerando.

Altri modi colloquiali sono frasi tipo: le cose si mettono male, vedere le brutte.

Mala” indica la negatività della situazione. Pensate al termine malavita.

La mala parata sta per “cattiva evoluzione”, cioè il peggioramento di una situazione.

Per comprendere il termine “parata” può aiutare il fatto che esiste il verbo “parare”, simile a “riparare”, cioè rimediare a qualcosa si negativo, riuscire a fronteggiare, a contrastare qualcosa di negativo.

Può aiutare anche la locuzione “andare a parare”, che ugualmente indica una negativa evoluzione. Es:

Dove vuoi andare a parare con questi discorsi?

Quest’ultimo locuzione si usa soprattutto parlando di discorsi dei quali non si capisce bene l’obiettivo, ma che in qualche modo ci preoccupano e non sembra vadano verso qualcosa di positivo.

Allora la “malaparata” è una cattiva conclusione, quindi si sta parlando di una situazione in rapido peggioramento e del fatto che questo si riesce ad intuire prima, perché ci sono dei chiari segnali. Ecco perché si usa il verbo “vedere” la mala parata.

Come ho detto è una espressione colloquiale, adatta soprattutto per descrivere i comportanenti delle persone che, vedendo la mala parata, cercano di evitare che accada il peggio.

Particolarmente adatta, come espressione, per descrivere atteggiamenti egoistici.

Es.

Francesco, dopo che moglie e figli hanno iniziato a tossire e starnutire, ha visto la mapaparata e si è trasferito da sua madre per paura del covid.

Quindi Francesco ha intuito che anche lui avrebbe potuto ammalarsi, proprio come la moglie e i figli, che, iniziando a starnutire e tossire hanno mostrato dei probabili sintomi del Covid.

Allora, per sicurezza, Francesco ha preferito trasferirsi per qualche giorno da sua madre.

Adesso, nell’esercizio di ripasso che state per ascoltare, ascolterete un altro utilizzo di questa espressione “vedere la mala parata”:

Anthony: ragazzi, mi dispiace darvi la notizia che il nostro presidente è rimasto gravemente ferito per via di una rissa a Parigi in cui è stato coinvolto. A suo dire stava lì per una conferenza.

Hartmut: in che senso scusa? Com’è possibile che il nostro capo indefesso, che si contraddistingue per il suo costante lavoro, sfoderando episodi appaganti al nostro desiderio di imparare per bene l’italiano, si sia lasciato coinvolgere in una rissa? Qualcosa non quadra.

Ulrike: a me infatti non risultava alcuna conferenza. Madonna che brutta piega che ha preso!

Estelle: scusate ma credo sia un po’ ingeneroso saltare subito a questa conclusione. Magari si è solo trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. È cascato malee basta.E fu così che ci siamo giocati il presidente!

Peggy: Scusate l’eufemismo ma non è che sia già partito e buonanotte ai suonatori?

Edita: per carità! Ragazzi non scherziamo! Adesso c’è solamente da sperare che i medici francesi con una mandrakata lo rimettano in sesto.

Giovanni: scusate se vi interrompo, ma Anthony, essendo un tipo altamente sui generis, si è fatto venire strane idee, come al solito. Basta con le elucubrazioni mentali. La conferenza c’era, eccome! È vero che c’è stata una manifestazione e anche una rissa in città, ma non appena ho visto la mala parata me la sono data e sono riuscito a scappare perfettamente intonso.

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855 Mettersi in ghingheri e agghindarsi

Mettersi in ghingheri e agghindarsi

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Trascrizione

Come ci si veste nelle occasioni speciali? Ve lo dico io: ci si veste in modo elegante.

Se voglio esprimere lo stesso concetto in modo scherzoso invece possiamo dire che ci mettiamo in ghingheri. Quindi in queste occasioni importanti ci si deve mettere in ghingheri.

Il verbo mettere è quello normalmente usato per vestirsi:

Mettersi i jeans

Mettersi un bel vestito

Mettersi giacca e cravatta

Mettersi le scarpe.

Ecc.

Riguardo all’uso della preposizione in, posso anche dire:

Mettersi in jeans

Mettersi in giacca e cravatta

Mettersi in divisa

Mettersi in abito sportivo

Si usa “in” come ad indicare un tipo di vestito, una modalità precisa.

“Mettersi in” si usa anche, fate attenzione, al di fuori dell’ambito degli indumenti, ad esempio nelle locuzioni:

Mettersi in proprio, mettersi in gioco, mettersi in discussione, mettersi in pari.

Comunque, anche mettersi in ghingheri, come detto prima, riguarda un modo di vestirsi.

È un modo informale per dire vestirsi bene, vestire elegante, mettere i vestiti migliori, e, perché no, gioielli, abito lungo e scarpe col tacco nel caso di donne.

In realtà non c’è neanche bisogno di usare il verbo mettere.

Vediamo qualche esempio:

Stasera mettiti in ghingheri che ti porto a cena fuori in un ristorante chic.

Ho visto tua figlia tutta in ghingheri che andava al teatro.

Si può anche dire che questa è una maniera ricercata di vestirsi.

Oppure, se vogliamo restare sullo scherzo e sul linguaggio colloquiale, possiamo usare il verbo agghindare. Non troppo lontana, se notate, alla parola ghingheri.

Quindi mettersi in ghingheri equivale ad agghindarsi.

Bisogna agghindarsi per bene quando si va a una cena di lavoro.

Ehi, ma dove vai così agghindata stasera? Primo appuntamento?

Sia mettersi in ghingheri che il verbo agghindarsi si adattano bene nel caso di abbigliamento molto evidente, quindi parliamo di un abbigliamento “vistoso“.

Un abbigliamento vistoso si nota molto facilmente, attira lo sguardo, sia per i colori accesi, sia per l’eleganza.

Il verbo agghindare si può usare anche parlando di una stanza, una sala da ricevimento, nel caso di un evento particolarmente importante:

Devo ancora agghindare la sala per ricevere gli ospiti, poi tutto sarà pronto per il matrimonio

Normalmente però si usa sempre con le persone usando la forma riflessiva:

Potevi agghindarti un po’ per il mio compleanno, no?

Dove sta Maria?

Ha detto che scende tra poco, si sta ancora agghindando per bene.

Meglio chiarire ancora una volta che mettersi in ghingheri e agghindarsi sono forme colloquiali e meglio non usarle con persone che non si conoscono perché non c’è la confidenza necessaria.

Adesso un bel ripasso degli episodi precedenti da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Ciao amici, Gianni ci ha chiamato in causa per fare un ripasso. Mi dispiace però perché oggi non posso aiutarlo. Se ce lo avesse detto prima, avrei potuto dare il mio contributo. Normalmente sono propenso a partecipare, però sono sicuro che voi farete un ripasso con i fiocchi anche senza di me

Irina: Quanto a me, di buon grado ti darei manforte con qualche frase di ripasso, se non fosse che sono ancora occupata per via di un impegno ugualmente importante. Sto preparando gli esercizi per un remoto episodio della rubrica due minuti con italiano semplicemente

Estelle: ragazzi, a costo di fare figuracce, voglio partecipare anch’io al ripasso di oggi.

Peggy: devo dirvi che a leggere le vostre frasi mi sono venute le madonne! Va a capire come mai tanti termini che avete detto, mi risultano poco familiari. Ora mi rimbocco le maniche e vado a rispolverare gli episodi che sono finiti nel dimenticatoio.

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854 Il polverone

Il polverone

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Trascrizione

Agli amanti della pulizia e ai maniaci dell’ordine non piacerà l’episodio di oggi perché è dedicato alla polvere, anzi al polverone!!

Tutti voi sapete cos’è la polvere, ma se non lo sapete, sappiate che si tratta di minutissime particelle che sono sollevate e trasportate dal vento, e che si posano sugli oggetti.

C’è da dire però che la polvere è anche usata come simbolo di una sconfitta subita.

Non è un caso che se in una corsa automobilistica, ad esempio, se un pilota fa mangiare la polvere agli avversari, questo vuol dire che li ha battuti tutti, e questa frase è anche umiliante per gli sconfitti.

La polvere viene alzata dalla macchina che sta davanti a tutte (la prima) e dunque gli altri, stando dietro, sono costretti a “mangiare la polvere“.

Questo è il senso, figurato fino ad un certo punto!

Due volte nella polvere, Due volte sull’altar” diceva il poeta Manzoni nella poesia (il 5 maggio) dedicata a Napoleone, alludendo alle due grandi sconfitte subite, quella di Lipsia del 1813 e quella definitiva di Waterloo del 1815.

Se invece usiamo l’espressione “alzare un polverone” o “fare un polverone” ci riferiamo a situazioni diverse. Non parliamo di sconfitte e umiliazioni.

Parliamo invece di confusione. Torniamo in qualche modo al concetto di ordine e pulizia, ma non dal punto di vista materiale. O meglio, non sempre.

Infatti queste sono espressioni che si usano quando una persona crea molta confusione e disorientamento.

Fare, alzare e sollevare un polverone significa pertanto creare confusione e disorientamento, suscitare una gran quantità di polemiche, spesso allo scopo di allontanare la verità.

Ovviamente posso alzare, sollevare un polverone anche materialmente, sollevando una gran quantità di polvere.

Spesso, nel senso figurato, alzare un polverone è un atto volontario, proprio fatto con l’obiettivo di diminuire la “visibilità“, quindi vedete l’immagine della visibilità che rappresenta la verità che si vuole nascondere cercando di sollevare un polverone.

In realtà però si può alzare un polverone anche nel senso di generare proteste, sollevare polemiche, o animare una discussione introducendo un argomento scottante.

Vi dirò che questo modo di usare il polverone è anche più diffuso.

Qualcuno potrebbe stupirsi dell’uso dei verbi alzare e sollevare. In realtà si usano normalmente anche con la polvere vera e propria:

Cerca di non sollevare la polvere con le scarpe.

Con quel ventilatore stai facendo alzare un sacco di polvere!

Infatti la polvere si trova a terra e da lì può sollevarsi, può essere alzata.

Vediamo qualche frase in cui usiamo il polverone in senso figurato:

Le dichiarazioni del ministro sollevano un polverone nello schieramento di sinistra (polemiche, discussioni)

Stai alzando un polverone su questa storia che in realtà a me risulta molto chiara. Come mai? (volontà di nascondere la verità)

Sul nuovo stadio in costruzione qualcuno prova a sollevare un polverone e polemiche per impedire l’inizio dei lavori (qualcuno prova a creare molta confusione con l’obiettivo di creare ostacoli e problemi)

Alla riunione, la protesta di Giovanni ha sollevato un polverone (ha generato accuse, repliche e polemiche)

L’espressione, quando si descrive la volontà di nascondere la verità, è abbastanza simile all’espressione “buttarla in caciara“, più informale e colloquiale, di cui abbiamo già parlato qualche tempo fa. Date un’occhiata all’episodio che non fa male.

Adesso ripassiamo:

Estelle: non riesco a capacitarmi della vittoria d’Annie Ernaux per il Premo Nobel della letteratura! Avrei preferito Houellebecq, nonostante non ho letto nemmeno una solo riga scritta da quella donna.

Khaled: Madonna! Ma perché giudicare un autore senza conoscerlo! Per prendere una posizione è necessario avere argomenti oggettivi.
Devo ammettere che non sono dello stesso avviso di Albéric. Non mi piace Houellebecq. Non trovo chiaramente un filo conduttore nel suoi romanzi, i discorsi sembrano troppo slegati l’uno dall’altro e spesso usa anche volgarità.

Ulrike: Ciao Khaled. Neanche per sogno giudicherei un autore o un’autrice o le loro opere senza conoscerle, fermo restando però, che un giudizio per un’autrice che dà voce alle donne, mi sconfinfera già di per sé. Ma questo è un ingenuo sentimento di solidarietà femminile e non ha niente a che spartire con una valutazione del suo valore letterario. Questo è quanto per conto mio.

Marcelo: Ho chiesto su questa autricce al mio collega e per tutta risposta mi ha detto che a lui non piace, ma de gustibus... vedi tu!

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853 La Madonna

La Madonna (scarica audio)

Trascrizione

L’episodio di oggi riguarda la Madonna. Non sarà però un episodio della madonna, ma solamente sulla Madonna!

Adesso vi spiego meglio!

Sapete tutti, credo, che sto parlando di Maria, la mamma di Gesù. Il termine “Madonna” è un cosiddetto epiteto (un termine nuovo per voi?) di Maria di Nazareth, madre di Gesù Cristo. Un epiteto cos’è?

Un epiteto serve a identificare, a volte a chiamare una persona, altre a apostrofarlo, anche! E’ simile cl concetto di “soprannome” o “nomignolo”.

Ebbene, questo epiteto (madonna, con la iniziale generalmente minuscola) è entrato nel linguaggio comune e si usa in tante occasioni diverse che non hanno più a che fare con la madre di Gesù Cristo.

Esiste ad esempio l’espressione “tirare le madonne“, o anche “smadonnare“, ancora più informale, che ha un senso simile a bestemmiare, imprecare, non direttamente contro la Madonna (con la M maiuscola) ma è sufficiente riferirsi a divinità e santi.

Si sta nominando impropriamente il nome di qualche santo per sfogare la propria rabbia.

Questo è il concetto di smadonnare e tirare le madonne..l

Se vogliamo, quando si smadonna possiamo dire che si stanno chiamando impropriamente in causa alcuni santi, che, poverini, non c’entrano nulla con le nostre disgrazie o disavventure.

E’ nelle cose che ogni tanto quel che ci accade non sia sempre di nostro gradimento o non vada a nostro favore.

Si usa generalmente il verbo “imprecare“, e in questo caso non ci rivolgiamo necessariamente contro un santo,. Imprecare è più diffuso e sta per “pronunciare parole con rabbia contro qualcuno o qualcosa”, parole offensive o blasfeme.

Spesso si impreca contro le persone. Non è necessario prendersela con la Madonna o con i santi.

Per imprecare si può anche semplicemente urlare contro la sfortuna o contro sé stessi o contro dei “mali” riconosciuti da tutti come la miseria o la morte.

“Porca miseria” o “mannaggia alla miseria” o “mannaggia alla morte” sono tra le imprecazioni più pacate che esistono.

Queste però forse è meglio chiamarle esclamazioni di disappunto. Ce ne siamo già occupati in un episodio passato.

Se invochiamo la Madonna, con una frase analoga, entriamo però nel campo delle imprecazioni e delle bestemmie. Meglio evitare…
Smadonnare e “tirare le madonne” sono comunque due modalità del linguaggio popolare per riferirsi al fatto che una persona inizia a imprecare per la rabbia e se la prende con qualcuno che non può neanche rispondere. Non è carino.
Ma dobbiamo per forza parlare o strillare?
Avere un pessimo umore, seppure restando in silenzio, è indicato con l’espressione “avere le madonne“.
Ovviamente per tirare le madonne, bisogna innanzitutto averle…
Si tratta sempre di un’espressione popolare. Non potrebbe essere altrimenti.
Oggi mi sono alzato col piede sbagliato“. Questa frase, probabilmente più nota a tutti, è del tutto simile a “oggi ho le madonne“. Hanno un significato simile, ma generalmente se si chiamano in causa “le madonne” c’è un motivo particolare, legato a qualcosa di accaduto che ha provocato questo pessimo umore.
Es:
Lascialo perdere, oggi ha le madonne per colpa di una multa che gli hanno fatto!
I miei figli mi hanno fatto venire certe madonne che non ti dico.
Anche l’espressione “avere un diavolo per capello” ha lo stesso significato di “avere le madonne“.

Ovviamente quando mi arrabbio, cioè quando mi accorgo di avere le madonne, potrei anche dire che “mi sono venute le madonne” oppure che “mi sono prese le madonne“.

In pratica le madonne (solo al plurale mi raccomando) possono venire, si possono prendere, avere e tirare.

Es:
Quando ho visto la mia auto distrutta dopo l’incidente mi sono venute certe madonne!

Se non volete nominare impropriamente e direi anche indebitamente la Madonna, potete comunque dire che vi sono venuti i nervi, che siete diventati molto nervosi, o che vi siete arrabbiati.

Ci sono mille modi per arrabbiarsi e come ricorderete li abbiamo visti in un episodio passato.

La modalità di oggi meritava un trattamento a parte 🙂

Un altro modo di usare il termine madonna è nell’espressione “della madonna“. Qui la rabbia non c’entra.
Non stiamo parlando però di qualcosa che a appartiene alla Madonna (e quindi che è “della Madonna”). Stiamo invece parlando di qualcosa di molto grande o intenso.
Es:
Fa un freddo della madonna.
Oggi fa un caldo della madonna
Mi è arrivata una multa della madonna
Ho una fretta della madonna

Si parla di qualcosa di particolarmente grande o intenso. Il freddo è molto intenso, oppure fa molto caldo, caldissimo, un caldo bestiale, e una multa della madonna è una multa molto elevata.

Analogamente una fretta della madonna è molta fretta, una fretta esagerata.

Anche qui abbiamo un’alternativa meno blasfema:
Un freddo della miseria
Un caldo della miseria
Una fretta della miseria
Una multa della miseria
Ecc..
Se poi dico solamente “madonna!!!”, questa è una esclamazione di stupore o di dispiacere o anche di preoccupazione. Il tono è molto importante in questo caso.
Hai pagato un caffè 7 euro? Madonna!! Come è possibile?

Mio figlio non è ancora rientrato e sono le due di notte. Madonna, gli sarà successo qualcosa?

O Madonna, ma perché ti preoccupi sempre così tanto?

La Madonna, con la M maiuscola, si può fortunatamente anche invocare.

Invocare significa rivolgersi a qualcuno con un tono di preghiera, con affetto, con fede, soprattutto per ottenere aiuto o conforto. Si può invocare la Madonna, Dio e i Santi.

Nel vocabolario esistono poi termini particolari come “il madonnaro”. Si tratta di una persona che produce o vende immagini della Vergine. In particolare chi si dedica alla raffigurazione di soggetti sacri (soprattutto Madonne, appunto), facendo disegni con dei gessetti colorati, sul pavimento di piazze o strade. I madonnari dunque sono artisti che solitamente disegnano a terra nelle strade.

Spiegazione terminata.

Adesso voglio un ripasso con i fiocchi, quindi mi rivolgo ai membri dell’associazione che stanno cercando di fare passi in avanti con la lingua italiana. Sicuramente non faranno grossi errori e quindi non mi faranno venire le madonne. 🙂

Mary: Serve un ripasso? Dopo una notte in bianco, piena delle solite pippe mentali notturne, per tutta rispostapassami il termine – ti volto le terga.

Harjit: quali preoccupazioni ti hanno fatto passare la notte insonne? Ti ronzavano tante cose per la testa? Scommetto che è per colpa di quella pratica burocratica arzigogolata che devi ancora sbrigare. Ricordi che pappardella della madonna che che mi hai fatto l’altro ieri?

Rafaela: caro Gianni, il tuo appello ha avuto una risposta in men che non si dica, ma con un non so che di sfrontato! Cara Mary, dopo aver sostenuto in modo indefesso l’associazione per tanto tempo devi essere esausta! Stai attenta alle querele!

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Il codazzo – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 24)

Il codazzo (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

codazzo

Giovanni:
Ciao a tutti, oggi per la rubrica dedicata alla politica italiana, voglio parlarvi del cosiddetto “codazzo“.

Sapere bene che un personaggio politico importante molto spesso è circondato fisicamente da un certo numero di altre persone. Ci sono le guardie del corpo a anche altri politici dello stesso partito o gruppo politico, e altre persone che in qualche modo hanno a che fare con quel personaggio.

Ebbene, normalmente si usa il termine “seguito” (attenzione all’accento, che cade sulla lettera “e”) che fa pensare a delle persone che seguono quel personaggio. Il seguito in realtà è usato più in generale per indicare un gruppo di persone che fanno da scorta o da compagnia a un alto personaggio, non solo della politica:

L’ìimperatore e il suo seguito

Il presidente e il suo seguito

Seguito, con lo stesso accento, si usa però anche per indicare una successione, una serie numerosa, più o meno collegata. posso dire ad esempio: dopo un lungo seguito di anni Es:

I lavoratori italiani, prima di andare in pensione hanno lavorato per un lungo seguito di anni.

Quindi hanno lavorato tanti anni. Si vuole dire che questi anni sono stati uno di seguito all’altro.

Esiste poi anche “seguito” nel senso di “ciò che segue”: es:

I primi cinque minuti del film mi sono piaciuti, ma il seguito del film è stato noioso.

Ho ascoltato solo i primi episodi della rubrica della politica Italiana di Italiano semplicemente. Sono curioso però di ascoltare il seguito degli episodi.

Restando però al primo utilizzo del termine “seguito” riferito ad un gruppo di persone che sta intorno ad un grosso personaggio (ad esempio politico), si può chiamare anche in altri modi, come ad esempio “accompagnamento“, termine abbastanza neutro, e anche col nome di “codazzo“. In questo caso si intuisce che c’è una accentuazione spregiativa. E’ la parte finale “azzo” che ci suggerisce qualcosa di negativo 🙂

La parte iniziale invece viene a “coda“, e le code stanno sempre dietro per definizione. La coda, tra le altre cose, serve anche a “scodinzolare“, un verbo che indica il muovere la coda in segno di felicità. Un po’ ciò che fanno anche coloro che appartengono al codazzo di gente che si trova attorno ad un personaggio importante.

Si può parlare di codazzo, senza aggiungere altro, oppure (come si fa solitamente) si specifica, quindi si aggiunge qualcosa:

Un codazzo di gente attorno a un parlamentare

Un codazzo di fan che chiedono l’autografo a Francesco Totti

Un codazzo di ammiratori per il calciatore intervistato

Un codazzo di fedelissimi che circonda il politico

Un codazzo di adulatori attorno a un cantante

Un codazzo di auto che seguono quella del presidente

Il primario dell’ospedale è sempre accompagnato da un codazzo di altri medici e infermieri.

Se ne parla quasi sempre comunque in termini di protesta, o “pubblicità negativa” se non nel caso di aspra critica nei confronti di qualcuno che ha il codazzo, oppure per sminuire l’importanza di queste persone, che sono meno importanti del personaggio principale.

Negli altri casi è più appropriato usare “seguito” e “accompagnamento“.

Notate anche che se usiamo “seguito“, possiamo usare anche la locuzione “al seguito”, che comunque si usa anche in senso più generale, simile a “insieme” o “appresso” o anche “cose o persone o fatti che seguono, che vengono dopo”. In questo caso spessissimo non stiamo parlando di uso dispregiativo, come quando usiamo codazzo.

Es:

Il medico con al seguito un sacco di infermieri

Molte persone vanno in vacanza con il cane al seguito

Sono stati invitate 100 persone alla festa di Giovanni, con al seguito parenti familiari e amici

Nella partita di domani a Torino verranno 20000 persone al seguito della squadra

Ci sarà un dibattito al/a seguito della proiezione del film

Potete entrare in casa mia ma è vietato portare al seguito i cellulari

Domande

1. Il termine codazzo si usa spesso per fare un complimento. Vero o falso?

2. Un sinonimo di codazzo è _ _ _ _ _ _ _

3. Il termine seguito, come sinonimo di codazzo, ha l’accento tonico che cade sulla lettera “-”

4. Il termine codazzo è un modo per definire: a) una brutta coda b) una fila di persone che fa la spesa c) un gruppo di persone

5. Completa la frase: il politico si recava al parlamento con _ _ S_ _ _ _ _ _ un gruppetto di portaborse

6. Il termine codazzo si può usare per a) sminuire b) esaltare c) insultare pesantemente

7. Il codazzo si può trovare a) attorno ad un personaggio politico b) dietro ad un personaggio politico

Soluzioni

1. Falso.

2. Un sinonimo di codazzo è SEGUITO

3. Il termine seguito, come sinonimo di codazzo, ha l’accento tonico che cade sulla lettera “E”

4. c) un gruppo di persone

5. Il politico si recava al parlamento con AL SEGUITO un gruppetto di portaborse

6. a) sminuire

7. a) attorno ad un personaggio politico b) dietro ad un personaggio politico

Le domande e le risposte sono normalmente disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Il qualunquismo – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 23)

Il qualunquismo

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Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni:
Ciao a tutti, oggi vediamo un nuovo episodio dedicato alla politica italiana.

C’è un aggettivo, adatto a descrivere una persona, che è molto usato nella politica italiana.

Parliamo infatti di un aggettivo che descrive una persona che ha un particolare comportamento, un atteggiamento di superiorità, ma soprattutto che ha un certo tipo di pensiero, pensiero che viene espresso attraverso delle parole, dunque attraverso una o più frasi, commenti, osservazioni, durante una discussione, una conversazione, e spesso anche un un dibattito televisivo

Questo aggettivo è qualunquista.

Va bene sia per le donne che per gli uomini, non si fanno distinzioni di sesso, età e religione.

Mai sentito parlare del qualunquismo?

Marcelo: ho sentito qualche anno fa che il qualunquismo è un movimento che disprezzava la partecipazione politica dei cittadini. Questo è quello che ricordo.

Giovanni: ricordi abbastanza bene Marcelo.

Può esserci disprezzo o indifferenza.

Il qualunquista è quindi colui o colei che dimostra indifferenza o persino disprezzo nei confronti degli impegni e dei problemi del momento, specialmente politici e sociali.

Il qualunquista non ha alcuna fiducia nelle istituzioni pubbliche, non crede nella politica e probabilmente non va neanche a votare alle elezioni.

Secondo il qualunquista la politica dà solamente fastidio e non c’è alcuna differenza tra un personaggio politico e un altro.

Il qualunquista non crede dunque neanche nella democrazia e men che meno nel fatto che delle persone possano rappresentarlo per difendere i suoi diritti e interessi. Probabilmente perché pensa che tutti ragionino come lui, avendo cura solo dei propri interessi. D’altronde, come si suol dire, ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.

Molta gente in Italia la pensa in questo modo e spessissimo si sentono frasi come:

I politici sono tutti uguali!

Inutile votare, nessuno mi rappresenta veramente!

L’intera classe politica è inutile.

La politica non dovrebbe interessarsi di queste cose!

Ma non crediate che questo sia solamente il modo di pensare di molti italiani, perché come ha anticipato Marcelo poco fa, il qualunquismo in realtà è stato un movimento di opinione italiano, nato nel secondo dopoguerra, cioè dopo la seconda guerra mondiale, che si faceva portavoce del cittadino medio, dell’uomo qualunque.

Ecco il motivo del nome.

Secondo il qualunquismo, lo Stato dovrebbe solamente amministrare usando il buonsenso, e i partiti politici sono inutili a questo scopo.

Parliamo quindi, se non vogliamo usare la parola qualunquismo, di disimpegno, disinteresse, noncuranza, apatia, agnosticismo, cinismo.

Questi termini sono molto simili, anche se riflettono un aspetto ogni volta diverso del qualunquismo.

Il nome quindi deriva dall’uomo qualunque.

È vero quindi che il qualunquista è un seguace del movimento politico del qualunquismo, ma possiamo dare del qualunquista a chiunque dimostri disprezzo o anche solo indifferenza per la politica.

Es. Se una persona qualunque (scusate il gioco di parole) vi dice:

Io non credo nei partiti politici, tanto sono tutti uguali!

Potreste rispondere:

Ma non fare il qualunquista!

Oppure vi dice:

Democrazia? Politica? Io non ci credo! I tuoi interessi devi curarteli da solo!

Risposta:

ma questo è qualunquismo bell’e buono!

Non gli stiamo dicendo che lui o lei è seguace del movimento del qualunquismo, che oggi non esiste più.

Stiamo dicendo invece che non bisogna essere superficiali e che l’uomo è un animale sociale e la politica ha una sua utilità, eccome se ce l’ha!

Analizziamo i termini simili che ho accennato prima: disimpegno, disinteresse, noncuranza, apatia, agnosticismo, cinismo.

Il disimpegno è tipico di chi non si impegna, e qui parliamo di impegno politico. È un disinteresse verso qualsiasi credo, partito o ideologia. Spesso è anche un rifiuto a dare una funzione, un senso, sociale alla propria opera, al proprio impegno per il sociale.

Abbiamo detto: disinteresse, perché non c’è alcun interesse per le questioni politiche e quindi le questioni di comune interesse.

La noncuranza, caratteristica che si addice a chi manifesta un atteggiamento di superiorità, che però diventa trascuratezza. Non ci si cura, cioè manca la cura, l’interesse, ma è una mancanza voluta, ostentata, fastidiosa, altezzosa.

L’apatia, cioè quella incapacità abituale di partecipazione o di interesse, sul piano affettivo o anche intellettivo, come se niente riuscisse a attirare l’attenzione.

L’agnosticismo. Termine interessante perché la persona agnostica non prende mai una posizione né in politica né nella religione. L’agnostico non si sbilancia mai.

Il cinismo è probabilmente il termine meno vicino tra quelli elencati. Infatti una persona si dice cinica quando ostenta disprezzo o indifferenza nei confronti dei valori umani piu comunemente accettati dalla società in cui vive. Quindi si parla di disprezzo per i valori, più in generale.

La persona cinica è quindi anche insensibile, resta impassibile di fronte anche a delle crudeltà. C’è poca umanità in questo atteggiamento.

Non solo indifferenza ma anche freddezza e insensibilità.
Spero di essermi spiegato bene. Bisogna dire che i qualunquisti non dicono con orgoglio di essere qualunquisti; non usano quindi questo aggettivo per descrivere il loro pensiero, e questo perché è usato per offendere.

C’è poi anche l’aggettivo qualunquistico, che si usa per descrivere non le persone, che si chiamano qualunquiste, ma le loro idee, i loro atteggiamenti e i loro discorsi.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica italiana.

Adesso potete fare, se volete, il seguente esercizio con 10 domande, per verificare se avete afferrato il concetto.

Domande

1. Il termine qualunquismo deriva dal nome di un _ _ _ _ _ _ _ _ _.

2. Se devo descrivere le idee di un qualunquista, posso dire che sono QUALUNQU_ _ _ _ _ _ _ .

3. Il qualunquista è una entusiasta della partecipazione politica. Vero o falso?

4. Il movimento del qualunquismo si faceva _ _ _ _ _ VOCE delle idee dell’uomo qualunque.

5. Il qualunquista non si _ _ _ _ _ _ _ in politica e non crede nell’impegno sociale.

6. La _ _ _ CURA _ _ _ _ è una caratteristica che si manifesta attraverso un atteggiamento di superiorità e trascuratezza.. Tali persone si dicono _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ .

7. Una persona apatica è affetta da _ _ _ _ _ _ .

8. L’_ _ _ _STICO invece non prende mai una _ O _ I _ I _ N _ né in politica né nella religione. Non si _ _ _ _ _ _ _ _ _ mai.

9. Non fare il _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ e vai a votare! _ _ _ _ _ _ posizione una buona volta!

10. Sei sempre così insensibile e freddo verso i problemi della comunità. Più che qualunquista tu sei il peggior _ _ _ _ _ _ che abbia mai incontrato in vita mia.

Soluzioni

1. Il termine qualunquismo deriva dal nome di un MOVIMENTO.

2. Se devo descrivere le idee di un qualunquista, posso dire che sono QUALUNQUISTICHE.

3. Il qualunquista è una entusiasta della partecipazione politica. Vero o falso?

4. Il movimento del qualunquismo si faceva PORTAVOCE delle idee dell’uomo qualunque.

5. Il qualunquista non si IMPEGNA in politica e non crede nell’impegno sociale.

6. La NONCURANZA è una caratteristica che si manifesta attraverso un atteggiamento di superiorità e trascuratezza.. Tali persone si dicono NONCURANTI.

7. Una persona apatica è affetta da APATIA.

8. L’AGNOSTICO invece non prende mai una POSIZIONE né in politica né nella religione. Non si SBILANCIA mai.

9. Non fare il QUALUNQUISTA e vai a votare! PRENDI posizione una buona volta!

10. Sei sempre così insensibile e freddo verso i problemi della comunità. Più che qualunquista tu sei il peggior CINICO che abbia mai incontrato in vita mia.

Esercizi

10 domande per mettervi alla prova sull’episodio. Seguono le risposte.

Le domande e le risposte sono normalmente disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Il celodurismo – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 22)

Il celodurismo (scarica audio)

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Pregiudicare – VERBI PROFESSIONALI (n. 81)

Pregiudicare

Descrizione: il verbo pregiudicare è un verbo molto usato nel linguaggio scritto, soprattutto in ambito lavorativo, specie quando si fanno delle relazioni sull’andamento dell’attività o quando si devono evidenziare i rischi legati a determinate scelte e decisioni.

La trascrizione completa e il file audio dell’episodio sono disponibili per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

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794 Un di cui

Un di cui (scarica audio)

Trascrizione

Sono sicuro che molti non madrelingua sanno usare il termine “cui“.

È qualcosa di cui abbiamo già parlato, potrei dire.

Cui“, scritto con lettera c seguita dalla u e dalla i, si utilizza per riferirsi a qualcosa. È simile a “che” e anche a “quale”.

Tutte le preposizioni semplici possono accompagnare “cui” e ogni volta il significato cambia.

La casa in cui vivo è questa

La questione di cui ti vorrei parlare riguarda il nostro legame

La cosa a cui mi riferisco la conosci benissimo

Il motivo per cui mi preoccupo è che ti voglio bene

Questo è un luogo da cui voglio scappare

Questo è l’amico con cui mi trovo più a mio agio

Sono preparato. Per cui supererò l’esame (stavolta significa “quindi”)

Ho tanti amici, tra cui Paolo.

Esiste però una locuzione interessanti: un di cui.

Es:

Gli Iscritti all’associazione Italiano Semplicemente di nazionalità brasiliana sono un di cui degli Iscritti complessivi dell’associazione.

Significa dunque che qualcosa fa parte di un’altra, abbiamo quindi un sottoinsieme di un insieme più grande.

Potrei ugualmente dire che gli Iscritti all’associazione Italiano Semplicemente di nazionalità brasiliana sono una parte degli Iscritti complessivi dell’associazione.

Le due modalità sono equivalenti, ma quando uso “un di cui” spesso sto sottolineando questo fatto con una finalità, quella di sminuire qualcosa, oppure per dare più importanza a qualcosa di più grande.

Non a caso infatti spesso si usa dire “solo/solamente un di cui”.

Es:

I costi relativi al mutuo sono solo un di cui rispetto alle spese che affrontiamo tutti i mesi in famiglia.

Quindi le spese complessive sono molto maggiori.

Notate che potrei anche dire:

Le nostre spese mensili ammontano a 2500 euro, di cui 1000 servono a pagare il mutuo della nostra casa.

“Di cui 1000” è un modo veloce per dire, in questo caso:

Di questi 2500 euro, 1000 sono per il mutuo.

Non c’è però nessuna enfasi in “di cui” a differenza di “un di cui”.

Un altro esempio:

Il rispetto dell’ambiente deve diventare una priorità per tutti e un utilizzo maggiore del lavoro da remoto rappresenta solamente un di cui.

Sto sottolineando che c’è anche altro da considerare, e non solo il lavoro da casa quando parliamo di dare maggiore importanza all’ambiente. Occorre fare anche altro.

Un altro esempio:

Due fidanzati parlano del loro futuro. La ragazza ad un certo punto dice:

Di tutto ciò che hai detto oggi, mi è piaciuto solamente una parola: “matrimonio”. Il resto è solamente un di cui.

Quindi, ciò che vuole dire la ragazza è che il resto non è molto importante, essendo solamente “un di cui”. Stavolta usiamo la locuzione per sminuire la parte restante, che è la maggioranza, ma ha meno importanza.

Quasi dimenticavo di dirvi che non esiste la versione femminile “una di cui”, o meglio, esiste, ma non è da interpretare con questo senso.

Es:

Giovanna è una di cui ti puoi fidare.

Semplicemente Giovanna è una persona degna della tua fiducia. Come abbiamo già visto in un altro episodio, “uno” e “una” spesso indicano una persona.

Allora esiste similmente anche “uno di cui” (“uno”, non “un”):

Gianni è uno di cui sentirai parlare presto.

“Un di cui” pertanto è diverso da “uno di cui”.

E adesso ripassiamo, perché il ripasso che facciamo alla fine di ogni episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente non dovete considerarlo solo un di cui dell’episodio, ma è la cosa più importante perché è esattamente questa la prerogativa di questa rubrica: il ripasso.

Ascoltiamo Peggy, una di cui sentirete spesso parlare, e di cui avete in realtà già sentito parlare nei passati ripassi.

Peggy: L’altro giorno, mi è balzata agli occhi la seguente notizia. Ve la racconto:
Biniam Girmay, alla decima tappa del Giro d’Italia ha avuto la meglio su Mathieu van der Poel, uno dei migliori ciclisti al mondo. Il ciclista eritreo, festeggiava la vittoria sul podio, stappando la consueta bottiglia di spumante, quando il tappo gli ha colpito un occhio. Si è dovuto per questo ritirare dalle gare successive. Che vuoi! Quando si dice la sfortuna!
Per la cronaca, anche il suo avversario Van der Poel, che aveva vinto la prima tappa, a sua volta era stato centrato al collo e al viso dal sughero della sua bottiglia durante il festeggiamento sul podio.
Sarà pure un caso, ma per non saper né leggere né scrivere, dopo l’infortunio dei due ciclisti , dalla tappa appresso si è deciso di rimuovere i tappi dalle bottiglie.

Il putiferio, il vespaio e la bufera

Il putiferio, il vespaio e la bufera (scarica audio)

altre frasi idiomatiche

associazione italiano semplicemente

Voce di Sofie, membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Trascrizione

Sofie (Belgio): Il termine putiferio non è molto usato dai non madrelingua.

Il motivo probabilmente è che somiglia molto al più diffuso “casino“.

Casino è però molto informale, e sicuramente è il più usato da tutti nel linguaggio di tutti i giorni.

Ad ogni modo un putiferio, proprio come il casino, possiamo usarlo in più occasioni. La scelta dipende dal contesto, che può essere più o meno familiare.

Prima di tutto un putiferio è una specie di litigio tra persone o meglio ancora una situazione di clamore improvvisa.

Questo clamore è stato provocato da un grosso problema venutosi a creare.

Es:

Appena la notizia della corruzione è apparsa sui giornali, nel partito è successo il/un putiferio.

Il mio ragazzo mi ha lasciato e io all’inizio ho fatto il/un putiferio.

Quando arrivai tardi alla riunione il mio capo ha scatenato il/un putiferio.

Si tratta di qualcosa di rumoroso e violento, che genera confusione e generalmente anche dei grossi cambiamenti.

Ma un putiferio può anche essere una scenata, una reazione di una persona che giudichiamo esagerata, uno sfogo incontrollato di rabbia e di risentimento contro qualcuno:

Il mio ragazzo mi ha visto che baciavo un altro ragazzo e ha fatto un putiferio.

Perché per così poco hai generato un putiferio? Che bisogno c’era? Non potevi reagire da persona equilibrata e tranquilla? C’era bisogno di questa reazione esagerata?

Un putiferio può indicare, proprio come il casino, un grande disordine:

Che putiferio che c’è in questa stanza! Perché non la riordini?

Ci sono altri termini anch’essi altrettanto usati, quali finimondo, pandemonio, parapiglia, trambusto, tumulto e al limite anche il vespaio.

Il vespaio è interessante perché viene dal termine vespa. In vespaio è in senso proprio il nido delle vespe.

Rispetto al pandemonio, il vespaio dà l’idea di una reazione più silenziosa, ma comunque confusionale e incontrollata. Indica pettegolezzi, scandali, gente che parla e discute, l’esistenza di risentimenti e malumori.

Il tipico esempio dell’uso del vespaio è:

Provocare un vespaio di polemiche

Suscitare un vespaio di critiche

Sollevare un vespaio di proteste

Queste critiche vengono da più parti. Pensate al rumore delle vespe nel vespaio.

Il pandemonio dunque è più rumoroso e può essere fatto anche da una sola persona. Il vespaio invece coinvolge più persone.

Molto giornalistico è anche il termine “bufera“, preso in prestito dalla terminologia meteorologica:

Si scatena una bufera nelle istituzioni scolastiche dopo le dichiarazioni di Giovanni che vuole rinunciare all’insegnamento della grammatica.

Si tratta sempre di proteste generalizzate, che vengono da più parti e generano scompiglio, confusione; un grave sconvolgimento, in genere politico o sociale.

Generalmente il vespaio viene generato, suscitato o sollevato e si riferisce a critiche e polemiche da parte di più persone.

Appena ho pronunciato il verbo sollevare mi è subito venuto alla mente il termine “polverone“, anch’esso simile.

Hai sollevato un polverone per un nonnulla. Datti una calmata!

Più informale il polverone rispetto al vespaio.

Le bufere invece, proprio come le tempeste di pioggia e vento, sono qualcosa di più violento e si dice in genere che si abbattono (ad es. su una persona o su un personaggio pubblico) dopo un certo avvenimento, come può essere una dichiarazione pubblica.

Il pandemonio si può tranquillamente usare al posto del vespaio e della bufera, ma in tal caso si preferisce usare il verbo “fare” o “provocare” (fare/provocare un pandemonio), oppure si dice che è successo un pandemonio.

Oddio,vedo che siamo arrivati a sei minuti! Allora vi saluto e spero che tra di voi non si sia sollevato un vespaio di proteste!

Ciao.