794 Un di cui

Un di cui (scarica audio)

Trascrizione

Sono sicuro che molti non madrelingua sanno usare il termine “cui“.

È qualcosa di cui abbiamo già parlato, potrei dire.

Cui“, scritto con lettera c seguita dalla u e dalla i, si utilizza per riferirsi a qualcosa. È simile a “che” e anche a “quale”.

Tutte le preposizioni semplici possono accompagnare “cui” e ogni volta il significato cambia.

La casa in cui vivo è questa

La questione di cui ti vorrei parlare riguarda il nostro legame

La cosa a cui mi riferisco la conosci benissimo

Il motivo per cui mi preoccupo è che ti voglio bene

Questo è un luogo da cui voglio scappare

Questo è l’amico con cui mi trovo più a mio agio

Sono preparato. Per cui supererò l’esame (stavolta significa “quindi”)

Ho tanti amici, tra cui Paolo.

Esiste però una locuzione interessanti: un di cui.

Es:

Gli Iscritti all’associazione Italiano Semplicemente di nazionalità brasiliana sono un di cui degli Iscritti complessivi dell’associazione.

Significa dunque che qualcosa fa parte di un’altra, abbiamo quindi un sottoinsieme di un insieme più grande.

Potrei ugualmente dire che gli Iscritti all’associazione Italiano Semplicemente di nazionalità brasiliana sono una parte degli Iscritti complessivi dell’associazione.

Le due modalità sono equivalenti, ma quando uso “un di cui” spesso sto sottolineando questo fatto con una finalità, quella di sminuire qualcosa, oppure per dare più importanza a qualcosa di più grande.

Non a caso infatti spesso si usa dire “solo/solamente un di cui”.

Es:

I costi relativi al mutuo sono solo un di cui rispetto alle spese che affrontiamo tutti i mesi in famiglia.

Quindi le spese complessive sono molto maggiori.

Notate che potrei anche dire:

Le nostre spese mensili ammontano a 2500 euro, di cui 1000 servono a pagare il mutuo della nostra casa.

“Di cui 1000” è un modo veloce per dire, in questo caso:

Di questi 2500 euro, 1000 sono per il mutuo.

Non c’è però nessuna enfasi in “di cui” a differenza di “un di cui”.

Un altro esempio:

Il rispetto dell’ambiente deve diventare una priorità per tutti e un utilizzo maggiore del lavoro da remoto rappresenta solamente un di cui.

Sto sottolineando che c’è anche altro da considerare, e non solo il lavoro da casa quando parliamo di dare maggiore importanza all’ambiente. Occorre fare anche altro.

Un altro esempio:

Due fidanzati parlano del loro futuro. La ragazza ad un certo punto dice:

Di tutto ciò che hai detto oggi, mi è piaciuto solamente una parola: “matrimonio”. Il resto è solamente un di cui.

Quindi, ciò che vuole dire la ragazza è che il resto non è molto importante, essendo solamente “un di cui”. Stavolta usiamo la locuzione per sminuire la parte restante, che è la maggioranza, ma ha meno importanza.

Quasi dimenticavo di dirvi che non esiste la versione femminile “una di cui”, o meglio, esiste, ma non è da interpretare con questo senso.

Es:

Giovanna è una di cui ti puoi fidare.

Semplicemente Giovanna è una persona degna della tua fiducia. Come abbiamo già visto in un altro episodio, “uno” e “una” spesso indicano una persona.

Allora esiste similmente anche “uno di cui” (“uno”, non “un”):

Gianni è uno di cui sentirai parlare presto.

“Un di cui” pertanto è diverso da “uno di cui”.

E adesso ripassiamo, perché il ripasso che facciamo alla fine di ogni episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente non dovete considerarlo solo un di cui dell’episodio, ma è la cosa più importante perché è esattamente questa la prerogativa di questa rubrica: il ripasso.

Ascoltiamo Peggy, una di cui sentirete spesso parlare, e di cui avete in realtà già sentito parlare nei passati ripassi.

Peggy: L’altro giorno, mi è balzata agli occhi la seguente notizia. Ve la racconto:
Biniam Girmay, alla decima tappa del Giro d’Italia ha avuto la meglio su Mathieu van der Poel, uno dei migliori ciclisti al mondo. Il ciclista eritreo, festeggiava la vittoria sul podio, stappando la consueta bottiglia di spumante, quando il tappo gli ha colpito un occhio. Si è dovuto per questo ritirare dalle gare successive. Che vuoi! Quando si dice la sfortuna!
Per la cronaca, anche il suo avversario Van der Poel, che aveva vinto la prima tappa, a sua volta era stato centrato al collo e al viso dal sughero della sua bottiglia durante il festeggiamento sul podio.
Sarà pure un caso, ma per non saper né leggere né scrivere, dopo l’infortunio dei due ciclisti , dalla tappa appresso si è deciso di rimuovere i tappi dalle bottiglie.

Il putiferio, il vespaio e la bufera

Il putiferio, il vespaio e la bufera (scarica audio)

altre frasi idiomatiche

associazione italiano semplicemente

Voce di Sofie, membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Trascrizione

Sofie (Belgio): Il termine putiferio non è molto usato dai non madrelingua.

Il motivo probabilmente è che somiglia molto al più diffuso “casino“.

Casino è però molto informale, e sicuramente è il più usato da tutti nel linguaggio di tutti i giorni.

Ad ogni modo un putiferio, proprio come il casino, possiamo usarlo in più occasioni. La scelta dipende dal contesto, che può essere più o meno familiare.

Prima di tutto un putiferio è una specie di litigio tra persone o meglio ancora una situazione di clamore improvvisa.

Questo clamore è stato provocato da un grosso problema venutosi a creare.

Es:

Appena la notizia della corruzione è apparsa sui giornali, nel partito è successo il/un putiferio.

Il mio ragazzo mi ha lasciato e io all’inizio ho fatto il/un putiferio.

Quando arrivai tardi alla riunione il mio capo ha scatenato il/un putiferio.

Si tratta di qualcosa di rumoroso e violento, che genera confusione e generalmente anche dei grossi cambiamenti.

Ma un putiferio può anche essere una scenata, una reazione di una persona che giudichiamo esagerata, uno sfogo incontrollato di rabbia e di risentimento contro qualcuno:

Il mio ragazzo mi ha visto che baciavo un altro ragazzo e ha fatto un putiferio.

Perché per così poco hai generato un putiferio? Che bisogno c’era? Non potevi reagire da persona equilibrata e tranquilla? C’era bisogno di questa reazione esagerata?

Un putiferio può indicare, proprio come il casino, un grande disordine:

Che putiferio che c’è in questa stanza! Perché non la riordini?

Ci sono altri termini anch’essi altrettanto usati, quali finimondo, pandemonio, parapiglia, trambusto, tumulto e al limite anche il vespaio.

Il vespaio è interessante perché viene dal termine vespa. In vespaio è in senso proprio il nido delle vespe.

Rispetto al pandemonio, il vespaio dà l’idea di una reazione più silenziosa, ma comunque confusionale e incontrollata. Indica pettegolezzi, scandali, gente che parla e discute, l’esistenza di risentimenti e malumori.

Il tipico esempio dell’uso del vespaio è:

Provocare un vespaio di polemiche

Suscitare un vespaio di critiche

Sollevare un vespaio di proteste

Queste critiche vengono da più parti. Pensate al rumore delle vespe nel vespaio.

Il pandemonio dunque è più rumoroso e può essere fatto anche da una sola persona. Il vespaio invece coinvolge più persone.

Molto giornalistico è anche il termine “bufera“, preso in prestito dalla terminologia meteorologica:

Si scatena una bufera nelle istituzioni scolastiche dopo le dichiarazioni di Giovanni che vuole rinunciare all’insegnamento della grammatica.

Si tratta sempre di proteste generalizzate, che vengono da più parti e generano scompiglio, confusione; un grave sconvolgimento, in genere politico o sociale.

Generalmente il vespaio viene generato, suscitato o sollevato e si riferisce a critiche e polemiche da parte di più persone.

Appena ho pronunciato il verbo sollevare mi è subito venuto alla mente il termine “polverone“, anch’esso simile.

Hai sollevato un polverone per un nonnulla. Datti una calmata!

Più informale il polverone rispetto al vespaio.

Le bufere invece, proprio come le tempeste di pioggia e vento, sono qualcosa di più violento e si dice in genere che si abbattono (ad es. su una persona o su un personaggio pubblico) dopo un certo avvenimento, come può essere una dichiarazione pubblica.

Il pandemonio si può tranquillamente usare al posto del vespaio e della bufera, ma in tal caso si preferisce usare il verbo “fare” o “provocare” (fare/provocare un pandemonio), oppure si dice che è successo un pandemonio.

Oddio,vedo che siamo arrivati a sei minuti! Allora vi saluto e spero che tra di voi non si sia sollevato un vespaio di proteste!

Ciao.

793 Piuttosto o abbastanza?

Piuttosto o abbastanza?

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Trascrizione

Domanda del giorno: piuttosto e abbastanza hanno lo stesso significato?

Gianni: O meglio: piuttosto che usare abbastanza, posso anche usare piuttosto?

In generale la risposta è no, ma la domanda non è peregrina perché ci sono dei casi in cui usare abbastanza e piuttosto è “quasi” la stessa cosa. Questo accade quando ad esempio dico:

Oggi fa abbastanza caldo

È piuttosto strano

È stata una giornata abbastanza difficile

Due termini dal significato piuttosto diverso

Ho messo “quasi” tra virgolette perché se all’orale, nel linguaggio colloquiale, non ci si fa troppo caso a volte, in realtà qualche differenza c’è tra abbastanza e piuttosto.

Prima di tutto “abbastanza” viene da “bastare” che significa essere sufficiente per raggiungere un certo fine. Infatti molto spesso questo fine viene specificato:

Oggi fa abbastanza caldo per uscire senza giacca.

Non ho abbastanza soldi per comprarmi una macchina.

Per oggi ho lavorato abbastanza.

Il compito è andato abbastanza bene

Quindi può indicare una quantità sufficiente o un livello, un’intensità sufficiente.

Piuttosto” invece deriva da “più” ed è per questo che a volte possono somigliarsi quando parliamo di quantità o livelli.

Bisogna però iniziare a distinguere.

Se posso dire sia che il compito è andato abbastanza bene che piuttosto bene, normalmente non si dice ad esempio:

Il compito è andato abbastanza male.

In questo caso si preferisce usare “piuttosto”:

Il compito è andato piuttosto male.

Questo perché l’obiettivo è che il compito vada bene e non male.

Come stai? Ti trovo piuttosto bene!

Sì, sto abbastanza bene grazie.

Sì, sto piuttosto bene.

Se proprio devo trovare una differenza, dico che abbastanza sottolinea il minimo sufficiente per sentirsi soddisfatti, mentre piuttosto è maggiormente ottimistico.

Tuttavia “piuttosto” si usa anche proprio per indicare una forma di cautela, la volontà di non esagerare nella valutazione.

Se dico che il compito è andato piuttosto bene, evidentemente non è andato benissimo. Sempre meglio che “abbastanza bene” comunque.

C’è un proverbio in merito: “piuttosto è meglio che niente” cioè bisogna sapersi accontentare.

Se voglio indicare un livello alto anche se non altissimo, sempre meglio usare piuttosto:

Sono piuttosto portato per l’informatica

Sono piuttosto sicuro che la Roma stasera vincerà

Una seconda differenza tra abbastanza e piuttosto è che abbastanza si può usare anche come singola affermazione; di solito una risposta ad una domanda:

Ti senti bene oggi?

Risposta: abbastanza!

Non posso usare “piuttosto” in questo caso. Per lo stesso motivo, con le frasi negative si usa quasi sempre “abbastanza” e non “piuttosto”, perché si sottolinea un livello non raggiunto:

Non ho dormito abbastanza bene

Non sei abbastanza simpatico per farmi ridere

Più in generale poi è molto difficile che “piuttosto” si trovi alla fine di una frase. Cosa normale per “abbastanza”.

Per comprare questa macchina non ho soldi abbastanza.

Quando la fortuna non è abbastanza.

Non ho dormito abbastanza

Hai studiato ma non abbastanza

Di soldi ne ho abbastanza

Come avverbio possono essere entrambi simili a “parecchio” ma come detto è meno rispetto a “molto” e “assai

Sono piuttosto stanco. Devo fare una pausa caffè.

Naturalmente, in questi casi, “piuttosto” diventa più adatto rispetto ad “abbastanza” quando non parliamo di qualcosa di “sufficiente” (che basta) per ottenere un fine: una quantità, un numero o un livello, una intensità.
Il tempo è piuttosto peggiorato. Conviene rientrare.
Sto piuttosto male oggi, meglio che resti a casa.

L’obiettivo non è che peggiori il tempo. Sarebbe del tutto normale invece usare “abbastanza” se il tempo migliora o se sono migliorato in salute:

Il tempo è migliorato abbastanza. Possiamo uscire senza ombrello!

Sto abbastanza bene oggi.

Dicevo che nelle frasi negative non si usa in genere “piuttosto”. Se questo avviene, piuttosto ha spesso un altro significato. Infatti si può usare anche per fare confronti, esprimendo una preferenza. In questi casi si usano le preposizioni “di” e “che”. C’è una certa somiglianza con anziché e invece.

Piuttosto di rivedere la mia ex-moglie, mi trasferisco in Brasile!

Piuttosto che criticarmi, perché non mi aiuti?

Sono più portato alla matematica piuttosto che alle materie umanistiche.

Pasta? No grazie, vorrei piuttosto del riso.

Io sarei pigro? Non sei piuttosto tu che mi stai chiedendo troppo?

Vorrei capire se sono io a non capire, e se non è piuttosto o il professore che si spieghi male.

Questi ultimi due sono esempi di frase negativa di cui vi parlavo. Sto facendo un confronto. Questo “piuttosto” in questo caso somiglia a “invece di” e anche a “casomai“.

Veramente c’è anche un altro caso in cui si può fare:

Molte persone non si rendono conto del loro peggioramento dello stato di salute fino a quando non è piuttosto grave.

Questo però è un caso di non pleonastico. Ricordate il “non” pleonastico?

Qualche volta comunque anche piuttosto si usa con le frasi negative in modo analogo a abbastanza.

Se non sei piuttosto esperto, non ti prenderanno a lavorare qui.

Non è piuttosto curioso che a 40 anni Maria non sia ancora mai stata neanche fidanzata?

Dato che non è piuttosto semplice, meglio affidarsi a chi ne sa più di me.

Riguardo al fatto di terminare una frase con la parola piuttosto, possiamo farlo, ma il senso è simile a invece:

Non ho fatto il mio dovere? Tu piuttosto! (anche qui siamo vicini a “casomai“)

Anche qui si fa un confronto e questo è un modo abbreviato ma molto efficace per rimarcare qualcosa. C’è una contrapposizione in questi casi.

Come a dire:

Sei tu che non hai fatto il tuo lavoro, non io.

altro esempio:

Non sono io che ho sbagliato, piuttosto lui! (piuttosto è stato lui!)

All’inizio vi ho fatto l’esempio:

Piuttosto che criticarmi, perché non mi aiuti?

Questa frase può anche essere scritta così:

Basta con le critiche. Perché non mi aiuti piuttosto?

Piuttosto si usa anche nella locuzione “piuttosto che” ma non solo nel modo in cui lo abbiamo fatto finora, quando facciamo un confronto.

Parlo invece di un modo poco apprezzato ma molto diffuso di “piuttosto che” che significa “oppure“. Sicuramente però questo è un errore.

Ne abbiamo già parlato in un episodio passato in cui abbiamo confrontato invece e piuttosto. Vi invito a dare un’occhiata all’episodio in questione. Vi troverete molti esempi e questo vi chiarirà ancor di più le idee.

Poi come al solito, ci sono alcune espressioni e locuzioni cristallizzate che, anche potendo, non potremmo cambiare, come “ne ho abbastanza“.

Adesso se non siete abbastanza stanchi, vi propongo un ripasso piuttosto breve.

Marcelo: Non riesco più’ a tenere a bada la voglia di viaggiare oltreoceano. Tanto il covid è agli sgoccioli vero?

Peggy: Sali in soffitta allora a rispolverare le valigie. E poi andiamo online per dare una sbirciatina al nostro conto corrente. Prima che perdiamo tempo a pianificare un viaggio dovremmo assicurarci di non essere a corto dei fondi necessari per un po’ di svago.

Edita: Certo! se i fondi non ci sono, questa conversazione lascia il tempo che trova

792 Con ogni probabilità, con tutta probabilità

Con ogni probabilità, con tutta probabilità (scarica audio)

Trascrizione

Gianni: cosa dite voi se siete certi che qualcosa accadrà?

Es:

Sicuramente domani pioverà

Sono sicuro che prenderò la laurea entro l’anno

Sono certo che la mia idea funzionerà

Puoi star certo che le cose andranno proprio così

Si può usare anche il concetto di probabilità:

Sono sicuro al 100 percento che vinceremo

Non ci sono possibilità che questo non accadrà

Con tutta probabilità ce la faremo

Con ogni probabilità il governo cadrà prima dell’estate

Queste ultime due modalità sono le più interessanti:

Con ogni probabilità

Con tutta probabilità

Notate che trattandosi di eventi futuri, in realtà la certezza assoluta non c’è mai.

Ciò che esprimiamo è sempre un nostro convincimento. Quindi anche se dico che qualcosa avverrà sicuramente, al 100% di probabilità, o con ogni probabilità, o con tutta probabilità, non abbiamo la certezza assoluta. Il senso è quindi:

Assai probabilmente, quasi certamente, molto probabilmente, A volte si incontra anche sicurissimamente.

A mio avviso nella maggioranza dei casi si è più convincenti se si usa una di queste due formule piuttosto che esprimere una certezza che in realtà non può esserci.

Ovviamente se devo tranquillizzare una persona, l’incertezza non è la scelta migliore e allora, per dare fiducia meglio dire:

Sono sicuro che ce la farai!

Vai tranquillo, sicuramente passerai l’esame col massimo dei voti.

Con tutta/ogni probabilità sono formule più eleganti e sono piuttosto usate anche in ambito professionale.

Questo è tutto

Nel prossimo episodio vedremo la differenza tra piuttosto e abbastanza.

Adesso ripassiamo.

Edita: Siamo alle solite, manca un ripasso. Non so voi, io, delle richieste di un ripasso ne ho abbastanza. Almeno oggi non me la sento. Ma con tutta probabilità ci sarà qualcun altro del nostro cucuzzaro a dar manforte al presidente, uscendosene con una bella frase di ripasso.

791 Casomai

Casomai (scarica audio)

Trascrizione

Gianni: quante volte, parlando con un italiano avete incontrato il termine casomai?

Casomai si usa in tre modi diversi.

Prima di tutto, contenendo “caso“, indica un’ipotesi, ma si tratta di qualcosa di poco probabile.

Equivale a “nel caso che”, o anche a “qualora“, o, se vogliamo anche a “se” e “nel caso in cui”, ma la caratteristica di casomai è proprio il fatto che stiamo per parlare di qualcosa che ha poche possibilità di accadere.

Es.

Lo so che non mi vuoi più vedere ma casomai cambiassi idea, mi puoi chiamare quando vuoi.

Oppure:

Sto aspettando il mio pacco Amazon da due ore. Ora però devo andare al bagno cinque minuti. Casomai venisse il corriere, puoi prendere tu il pacco?

Solitamente casomai precede sempre l’eventualità:

Casomai cambiassi idea, sai dove trovarmi

Casomai venisse il corriere apri tu la porta

Casomai passassi dalle mie parti vieni a trovarmi

A volte però è sufficiente “casomai” e si va subito alla conclusione.

Es:

Vado in bagno un attimo, casomai vai tu ad aprire la porta al corriere.

Avete notato che nel primo caso si usa il congiuntivo:

Casomai facessi…

Casomai dovessi…

Casomai suonasse…

Ecc

Passiamo al secondo utilizzo di casomai, in cui si introduce una possibile alternativa.

Vieni tu a casa mia, poi se sarai impossibilitata casomai vengo io da te.

In questo caso somiglia a “se necessario“, o “semmai“.

Non so se riesco a chiamarti stamattina, casomai ci sentiamo nel pomeriggio.

Voglio aiutarti a fare il trasloco e casomai potrei anche portare mio fratello.

È una forma colloquiale molto usata da tutti.

Potremmo sostituìrla anche con “al limite”, oppure con “male che va” in alcune occasioni.

Oggi il programma era di andare al mare ma forse pioverà. Beh, casomai restiamo a casa a vedere un bel film.

Il terzo modo in cui possiamo usare casomai è in modo simile a “invece” o “piuttosto“.

Cosa hai detto? Giovanni è antipatico? Casomai tu, caro Mario!

Questa modalità è diversa dalle precedenti perché in pratica si sta dicendo: non è come dici tu, ma…

Ah, ti lamenti perché lavori troppo? Casomai io dovrei lamentarmi perché non mi fai mai una telefonata!

È simile anche a “al contrario” e ancora una volta a “semmai”.

Infatti anche “semmai” si utilizza in questo modo.

Questo vestito non è rosso! Casomai è Bordeaux.

Vedete che “invece” e ancor di più “piuttosto” sono abbastanza simili specie negli incisi (ricordate che abbiamo fatto un episodio sugli incisi?)

Tu dici di aver fame? Sono io, casomai, che ho fame, visto che sono due giorni che non mangio!

Adesso facciamo un bel ripasso di qualche episodio precedente.

Ulrike:
Ciao cari amici, quale sollievo essere qui per abbozzare un bel ripasso. Sono in ritardo, lo so, ma fino ad adesso sono stata costrettoa a sorbirmi una predica bell’ e buona di mia madre, dovuta al fatto che ho dimenticato per la seconda volta il compleanno di mio padre. Mannaggia a me! Una caterva di rimproveri, tanto duri *quanto* meritati, difficilissimo smarcarmene per raggiungervi in tempo.

Marcelo:
A sgridarti, ne aveva ben donde tua madre. Lei avrà probabilmente notato dolorosamente quanto era rimasto male tuo padre allorché si è reso conto che sei di nuovo venuta meno al giorno del suo compleanno. E dire che non è stato un qualsiasi compleanno ma proprio l’ottantantesimo! Scusami Ulrike, ma non sono riuscito risparmiarti una seconda predica. Così impari!

Convenire – VERBI PROFESSIONALI (n. 80)

Convenire

Descrizione: iIl primo significato che mi viene in mente è quello della convenienza economica.

Durata: 22:34

Video Youtube

La trascrizione completa e il file audio dell’episodio sono disponibili per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

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790 Quando si dice

Quando si dice

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Trascrizione

Gianni: oggi voglio spiegarvi una curiosa espressione: “quando si dice”.

Un’espressione che si usa per fare una esclamazione.

Il nostro obiettivo è porre all’attenzione dell’ascoltatore una cosa curiosa che è accaduta, o inattesa, o incredibile, o evidenziare, anche ironicamente una caratteristica.

Il modo più frequente di utilizzo è:

Quando si dice il caso!

Con questa esclamazione si vuole far notare che è successo qualcosa di casuale ma è veramente strano che sia accaduto per caso.

Es:

Ieri ho sognato di incontrare una attrice famosa e proprio oggi ho incontrato Monica Bellucci. Quando si dice il caso!

Come dire: che coincidenza, veramente strana questa cosa che mi è successa. Una strana casualità questa.

Vi devo dire però che “quando si dice il caso” spessissimo viene utilizzata in senso ironico, ed allora è simile all’espressione “guarda caso” che abbiamo già trattato. La differenza è che “guarda caso” generalmente è seguita dalla frase sulla quale si sta ironizzando.

Come singola esclamazione invece sono equivalenti ma solo quando il senso è ironico.

Es: a casa mia non abbiamo mai mangiato pane. Però da qualche tempo ho il sospetto che mia moglie mi tradisca con il panettiere, perché guarda caso ogni giorno a casa c’è sempre il pane fresco. Quando si dice il caso!

Il senso è sempre ironico, e si vuole dire che non è affatto un caso che c’è sempre il pane fresco. Il sospetto sembra essere confermato. Non credo alle casualità.

Quando si dice”, più in generale, si usa in molti altri modi, nel senso che può essere seguito da parole diverse, generalmente termini singoli come qualità, caratteristiche delle persone.

Es: oggi sono uscito di casa e sono caduto proprio su una cacca! Quando si dice la sfortuna!

Qui voglio sottolineare quanto sono stato sfortunato, perché sarei potuto cadere semplicemente in terra, o su un prato o sul marciapiede. Invece sono stato proprio sfortunato.

Si vuole sottolineare, enfatizzare ciò che è accaduto perché rappresenta un episodio veramente sfortunato.

Posso fare lo stesso con la fortuna:

Giovanni ha partecipato alle olimpiadi e durante la gara finale, tutti i suoi migliori avversari, che erano i favoriti, hanno dovuto ritirarsi dalla gara per problemi fisici. Quando si dice la fortuna!

Vale a dire: quanto accaduto rappresenta una manifestazione eclatante della fortuna. Si tratta di vera fortuna, mai visto un caso simile prima d’ora.

Il tono con cui si pronuncia questa esclamazione è molto importante, anche perché si deve capire che non si tratta di una domanda, anche se questa espressione potrebbe anche sembrare, a chi non la conosce, proprio una domanda.

In realtà a volte il tono potrebbe anche essere quello fi una domanda perché può capitare che ci si rivolge all’interlocutore con tono interrigativo, quasi a chiedere una conferma:

Quando si dice la fortuna, vero?

Quando si dice una combinazione, no?

Altre volte invece il tono non è quello di una domanda ma quello di una esclamazione con cui si può esprimere sconforto, sconsolazione, rammarico o sollievo o stupore o ilarità.

Oltre al caso (o la combinazione), la paura, la sfortuna e la fortuna, possiamo usare anche altri termini o intere frasi volendo, ma queste sono le modalità più frequenti. Se si prova a usare frasi più lunghe c’è anche il rischio di non essere compresi quindi vi consiglio di non osare troppo.

Potete comunque provare a usare altri termini, tipo la puntualità, la sincerità, la compostezza, la comodità e altro:

Appena sposato, un uomo ha tradito la moglie ancora prima di partire per il viaggio di nozze. Quando si dice la fedeltà!

Anche qui il senso è chiaramente ironico. Accade di frequente con questa espressione.

Oppure posso anche usare brevi frasi:

Il capo del partito aveva sempre detto che la famiglia è la cosa più importante, poi però lui si è sposato tre volte. Quando si dice che la coerenza in politica è tutto!

Avete notato che a volte c’è una somiglianza con l’espressione “della serie”? Questo accade soprattutto con le frasi più lunghe.

Pensateci.

Adesso ripassiamo:

Anthony: Manca ancora un ripasso? Vienici un po’ incontro Gianni, ci servirebbe un bell’assist per poter produrre qualcosa consono alle aspettative degli ascoltatori e per evitare che ci scappino castronerie.

Travisare, equivocare, fraintendere – VERBI PROFESSIONALI (n. 79)

Travisare, equivocare, fraintendere

Descrizione: È un verbo abbastanza formale, ma ha delle sfumature interessanti che conviene approfondire.

Durata: 13:02

Travisare, equivocare, fraintendere

La trascrizione completa e il file audio dell’episodio sono disponibili per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

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789 Accavallare

Accavallare

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Trascrizione

Gianni: tra i verbi che hanno origine dal mondo animale, uno dei più utilizzati è sicuramente accavallare.

Ovviamente l’animale di riferimento è il cavallo.

Molti di voi ad esempio in questo preciso momento hanno le gambe accavallate.

Avere/tenere le gambe accavallate è molto semplice. Indica la posizione che si assume quando si mette una gamba sull’altra, o la destra sulla sinistra o la sinistra sulla destra.

Ovviamente per tenere le gambe accavallate bisogna essere seduti e generalmente si è in attesa di qualcosa.

Magari si sta assistendo ad una lezione o ci si trova in uno studio medico in attesa del nostro turno. È anche una posizione ritenuta sexy per le donne. Generalmente davanti al pc non si sta però con le gambe accavallate.

Accavallare le gambe, detto in altri termini, è sovrapporre le gambe, incrociando. Si può fare lo stesso con due dita, ad esempio con l’indice e il medio quando si fanno gli scongiuri. Però in quel caso si dice: incrociamo le dita.

La sovrapposizione è la chiave per capire tutti gli usi del verbo accavallare. Sovrapporre significa mettere una cosa sull’altra: porre sopra, mettere sopra.

Si parla dunque sempre di una sovrapposizione, ma per usare questo verbo non basta avere una cosa sopra un’altra. Ci vuole qualche ingrediente in più.

Ad esempio, anche le onde del mare possono accavallarsi una sull’altra. Si vuole dare l’idea di un mare agitato, dove le onde si susseguono talmente velocemente che si sovrappongono una sull’altra.

Somiglia anche a sussuguirsi, ma è un rapido susseguirsi, talmente rapido che ciò che arriva dopo non aspetta il suo turno.

Prima che un’onda sia tornata indietro ne arriva subito un’altra. C’è la sensazione della velocità e della confusione.

Quando sono i ricordi o i pensieri ad accavallarsi, prevale il senso della confusione, della mancanza di ordine e lucidità. Non si riesce a capire quale ricordo è più datato, più vecchio dell’altro perché nella nostra memoria sembrano sovrapporsi, accavallarsi, persino accumularsi in modo disordinato, uno sopra l’altro.

Si dice che poco prima di morire mille ricordi si accavallino nella nostra mente in pochissimi secondi.

Quando sono i giorni ad accavallarsi, o le ore o persino gli anni, evidentemente la confusione è nella percezione, nel nostro cervello, forse perché credo che passino troppo velocemente o magari perché sembrano tutti uguali.

Se si accavallano le paure c’è un’ansia e una paura crescente.

In senso figurato si possono accavallare anche delle persone che parlano senza un ordine preciso, anche parlando nello stesso momento. Generalmente non ci si riferisce quindi al sovrapporsi fisicamente, ma nelle parole, nelle voci di persone diverse.

Per favore, non vi accavallate, parlate uno alla volta, altrimenti non capisco nulla.

Spesso anche le domande dei giornalisti ad un politico (ad esempio) si accavallano una sull’altra.

C’è confusione anche in questo caso, sovrapposizione, scompiglio, disordine.

Anche due o più appuntamenti possono accavallarsi se sbaglio la programmazione.

Possiamo usare il verbo in questione anche per i problemi, le difficoltà:

In questo periodo ho troppi problemi che mi si accavallano in testa!

Lo stesso può valere per gli impegni lavorativi, che possono accavallarsi, così da renderne più difficile la programmazione.

In senso fisico, sebbene si usi meno, potrei dire che delle persone che stanno in fila, nel momento in cui si crea disordine e qualcuno tenta di passare avanti agli altri, si accavallano:

Vi prego, rispettate la fila, non vi accavallate alle casse!

Questi sono i modi più usati per usare il verbo accavallare.

Adesso, senza accavallarsi per favore, facciamo un bel ripasso insieme.

Nel ripasso di oggi potremo parlare di sogni. Che ne pensate?

Ulrike: Un mio sogno ricorrente che al contempo si rivela un incubo a tutti gli effetti è quello di non giungere in tempo ad un appuntamento importante. Il percorso per raggiungere il traguardo è un continuo crescendo di intoppi di qualsiasi tipo. Fortuna vuole che mi sveglio sempre prima di andare in tilt.

788 Il pannicello caldo e il palliativo

Il pannicello caldo e il palliativo

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Trascrizione

Gianni: Oggi parliamo di una espressione italiana. L’espresisone è “pannicello caldo”.

Il pannicello caldo è, mi riferisco al senso proprio, ciò che si mette sulla fronte di un malato.

È una specie di panno bagnato, caldo, che dovrebbe alleviare le sofferenze di una persona. Pannicello = piccolo panno.

Anziché panno bagnato o pannicello bagnato possiamo chiamarlo anche pezza bagnata, oppure pezzuola bagnata, di lana o di cotone.

Questa pezza è bagnata, cioè impregnata di sostanze medicamentose riscaldate o anche solo con acqua calda, e si applica (cioè si mette, si appoggia) sulla pelle per curare ferite o per riscaldare della parti del corpo doloranti, che fino male.

Impregnarsi di un liquido significa riempirsi di un liquido, assorbire un liquido, quindi una pezza impregnata è un pezzo di stoffa che ha assorbito un liquido.

Possiamo dire, in estrema sintesi, che il pannicello caldo è un rimedio, ma come rimedio non è proprio un granché.

Questo però non riguarda solamente il senso proprio del termine pannicello.

Infatti, in senso figurato, il pannicello caldo è ancora una volta un rimedio insufficiente, una soluzione apparente o un intervento superficiale ma per problema di un certo tipo.

Infatti, tornando al senso proprio, non serve a molto mettere una pezza bagnata sulla fronte se non ad alleviare un po’ la sofferenza. E’ un provvedimento inadeguato alla gravità di una situazione.

Un provvedimento inadeguato è la versione più complicata e formale di “rimedio insufficiente“. Il rimedio, possiamo dire, non è adeguato alla “malattia”.

In lingua italiana esiste anche il termine “palliativo“, dal significato simile.

Questo termine viene proprio dalla medicina e indica un medicamento o una terapia che si limita a combattere provvisoriamente i sintomi di una malattia. Esistono poi anche le cosiddette cure palliative, cioè quelle volte ad alleviare il dolore e a contrastare i sintomi più invalidanti della malattia nei malati terminali.

I malati terminali sono persone che hanno una malattia incurabile e che si trovano in una fase terminale, vale a dire che la malattia sta in una fase avanzata, tanto che non esiste una cura.

Non potendo sconfiggere la malattia, almeno facciamo in modo che il malato non soffra. Questo avviene con le cure palliative.

Anche il termine palliativo però si può usare in ogni contesto, anche non medico.

Sia il pannicello caldo che il palliativo si usano quindi per indicare qualcosa che serve a combattere provvisoriamente i sintomi di una “malattia” intesa in senso più ampio come qualcosa che non funziona, qualcosa a cui porre rimedio, qualcosa che sta causando danni o problemi di qualsiasi tipo.

Il pannicello caldo, questa è la differenza col palliativo, si usa generalmente in senso ironico, come si fa normalmente con le frasi idiomatiche.

Non è una espressione di uso familiare, ma in TV si sente abbastanza spesso, specie quando si parla di politica.

Es:

L’attuale riforma della giustizia, dice qualche politico, è un pannicello caldo contro la corruzione.

In pratica questo è un modo ironico per dire che in pratica questa riforma non serve a niente!

Detto in altri termini, parliamo sempre di soluzioni poco efficaci. Nella politica non abbiamo malattie ma problemi da risolvere: corruzione, criminalità, povertà, mancanza di giustizia eccetera.

Di fronte a un qualunque problema da affrontare di tipo politico, spesso si propongono soluzioni non strutturali, oppure poco costose, o facilmente attuabili, ma che non servono a molto se non ad attenuare leggermente un fenomeno.

Quando si usa il pannicello caldo si tratta ovviamente di opinioni di chi non è d’accordo con queste soluzioni che si ritengono poco efficaci, che possiamo quindi chiamare anche dei pannicelli caldi oppure, se vogliamo essere più seri, dei palliativi.

Si usa pertanto nelle trasmissioni televisive in cui ci sono opinionisti e dibattiti politici.

In contesti familiari e tra amici non si usa, e qualcuno, soprattutto I più giovani, neanche cairebbero il significato, sia del pannicello caldo che del palliativo.

In effetti i problemi di cui si parla in questi sono generalmente problemi che riguardano la popolazione, problemi endemici, fenomeni dannosi, specie politici o sociali, costanti o frequentemente ricorrenti in un determinato paese.

Nessuno conunque mi impedisce di usare questi termini per un problema personale, sebbene questo normalmente non avvenga essendo più usati in altri contesti.

Ad esempio se il mio problema, che so, è che sono sovrappeso (questo evidentemente è un problema che sta causando conseguenze negative) che ne dite se smettessi di mangiare caramelle dopo cena?

Potreste tranquillamente rispondermi che questo è un pannicello caldo, perché occorre altro per perdere peso, altro che caramelle!

Facciamo un ripasso adesso? Parliamo di forma fisica.

Ulrike: io per essere in forma, mi faccio ben due ore di passeggiata al giorno a passo veloce. Questo mi permette di respirare aria sana, godere dello spettacolo della natura e stare in forma. Così unisco l’utile al dilettevole.

Marcelo: dici bene tu che vivi in campagna! Io devo mio malgrado ripiegare sul tappetino di yoga.

Danielle: Invece, io prediligo il nuoto, soprattutto in mare. Non ti dico quanto mi sento bene e libero/a praticandolo . Mi va così a genio che lo faccio persino durante l’inverno.

Estelle: Una volta entrati negli anta, urge sempre di più tenersi in forma. Non importa che tipo di sport o movimento preferisci; ognuno può fare a piacere e modo suo, purché lo faccia regolarmente.

Sofie: Hai ragione M4. Per ridurre un pò di peso, proprio ieri, non appena ne ho preso consapevolezza, ho deciso seduta stante di andare a fare una corsa, che, per inciso, è uno sport che non mi sconfinfera per niente. Alla fine, dopo aver preso ben tre storte, ho preso anche una slogatura al piede. Adesso mi toccherà stare a braccia conserte per qualche tempo. Mannaggia!

Edgardo: Io sono entrato negli anta trentadue anni fa. Da cinque anni a questa parte preferisco fare jogging funzionale. Me lo ha fatto praticare un giovane professore, un vero pezzo da novanta in questo campo.

785 Il calderone

Il calderone (scarica audio)

Giovanni: sapete cos’è un calderone?

Si tratta di un grosso recipiente usato per bollire liquidi o cuocere vivande.

Normalmente si usa il termine pentola o pentolone.

Quando ad esempio c’è un gran numero di persone a pranzo e dobbiamo cucinare la pasta. Una pentola non basta. Ci vuole un pentolone.

Il termine calderone difficilmente si usa in questi casi, se non per indicare il pentolone che usa la strega cattiva nelle favole, i cui si preparano le pozioni magiche.

Tecnicamente quindi un calderone serve per cucinare o preparare qualcosa, ma nella pratica si usa solamente o quasi in senso figurato.

La frase più usata è “metter tutto nello stesso calderone“.

Significa fare un miscuglio, un mix, mischiare cose o argomenti eterogenei, diversi tra loro, mettere tutto assieme, proprio come gli ingredienti delle pozioni magiche delle streghe.

Avete intuito che non è quasi mai una buona cosa mettere tutto nello stesso calderone.

Si vuole trasmettere l’idea di una confusione che non serve a niente, perché mischiare cose diverse ta loro non aiuta a capire e non produce risultati.

Vediamo qualche esempio:

In tv si sentono notizie diverse sulla guerra in Ucraina. Non si capisce però cosa sia più importante o vero e cosa meno importante o falso. Tutto viene messo nello stesso calderone.

Si dà quindi un’idea di confusione e non si capisce quanto tale confusione sia voluta o meno. Tutto viene messo nello stesso calderone dell’informazione, senza un ordine e una gerarchia.

Il governo ha deciso di aumentare le tasse sulla casa, mettendo nello stesso calderone prime, seconde e terze case, come se niente fosse.

Anche in questo caso non viene fatta una distinzione che invece sarebbe necessaria. Perché chi ha una sola casa non si può confrontare con chi ne possiede 10.

Normalmente ci sono più di due cose diverse quando si parla di calderone, ma non è obbligatorio. La cosa importante è manifestare la necessità di distinguere.

L’espressione è abbastanza simile a “fare di tutta l’erba un fascio“. Quest’ultima è più informale ma è anche più carica di giudizio negativo nei confronti delle persone alle quali ci si rivolge.

Inoltre il calderone a volte si usa semplicemente come sinonimo di insieme, anche se somiglia più a un insieme confuso e disordinato.

Posso dire ad esempio che:

Per sanzionare la Russia l’Europa sta pensano ad un calderone di soluzioni diverse.

Oppure:

A cosa serve praticare Yoga? Tra le altre cose serve a rilassarsi e combattere lo stress.

Infatti dobbiamo immaginare il nostro cervello, come un enorme calderone pronto a riempirsi di tutte le esperienze che viviamo ogni giorno. Praticando lo yoga facciamo in modo che il calderone non esploda.

Un uso figurato, quest’ultimo, che rende bene l’idea del calderone inteso come contenitore.

Ripassiamo adesso.

Giovanni: il mio dirimpettaio mi ha fatto una domanda: Sai distinguere il pollo dalla gallina?

Ulrike: e vedi un po’! Eccome se ci riesco! Prendo spunto dal proverbio “gallina vecchia fa buon brodo” per attivare alla conclusione che il pollo sia più giovane! Non c’è bisogno di fare voli pindarici per arrivarci. Questa differenza balza subito agli occhi, almeno a me. Non so agli altri.

Rafaela: giusto. Ma vuoi che non lo sappia anch’io? Non a caso, per la cronaca, la carne del pollo è più tenera e si stacca con facilità dall’osso.

Alberic: di contro ovviamente la gallina ha la carne più dura, senza contare che è anche più grassa, ragion per cui è migliore per la preparazione del brodo. Tutto quadra. Giusto?

Karin: Fa molto italiano parlare di cucina vero? Ogni italiano probabilmente è un goloso con la G Maiuscola!

Edgardo: Ti sbagli di grosso, c’è italiano e italiano! C‘è addirittura un gruppetto, a dire il vero, ancora un po’ sparuto, a cui la carne, quale che sia l’animale di provenienza, non gli sconfinfera per niente.

Irina: vi prego, torniamo a bomba! Oggi il ripasso verte sulle prerogative del pollo e quelle della gallina, quindi non farnetichiamo troppo! Il pollo è più giovane, allora vorrà dire che sarà più tenero; su questo non ci piove. D’altra parte una gallina, in quanto vecchietta, sarà senza dubbio d’un coriaceo che non ti dico! Per carità! Meglio il pollo!

Peggy: vi rispondo seduta stante che si fa presto a dire che il pollo sia migliore da mangiare. Infatti a mio avviso la carne di pollo, quand’anche tenera, non è niente di transcendentale!
Se è vero come è vero che il pollo è più apprezzato, di qui a dire che la gallina non valga niente, ce ne passa!

Esstelle: Per inciso, è il caso di puntare sul ruolo del brodo di gallina che da illo tempore rappresenta un vero toccasana. Per sincerarsene basta dare una scorsa ai vecchi libri di cucina.

Marcelo: tra l’altro, sarà pure meglio il pollo, ma la gallina è pur sempre più a buon mercato.

783 Delle due l’una/una

Delle due l’una/una (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Delle due l’una: un’espressione che si usa in genere per far chiarezza. In particolare per far notare l’impossibilità che due cose avvengano contemporaneamente oppure che non ci sono che due alternative e nessun’altra possibilità. In realtà la frase corretta sarebbe “delle due una”, ma si sente più spesso la versione con l’apostrofo, tecnicamente scorretta però.

Ad ogni modo, l’espressione è equivalente a:

delle due cose ne devi scegliere una

oppure:

delle due cose solamente una delle due è possibile.

Oppure:

Non ci sono vie di mezzo

Si usa quasi sempre con le congiunzioni o e oppure.

Vediamo qualche esempio:

Non si può restare neutrali di fronte ad una guerra. Delle due l’una: o scegliamo di stare da una parte oppure dall’altra.

Dunque si sottolinea una alternativa obbligatoria e si esclude che ci siano altre possibilità.

Bisogna scegliere.

Ho letto una statistica secondo cui una persona su dieci crede che la terra sia piatta. Io dico che delle due l’una: o questa statistica è completamente sbagliata oppure che c’è una pandemia di stupidità.

Quindi solamente una delle due cose è possibile.

Se il dato è esatto allora siamo di fronte ad una pandemia di stupidità, oppure siamo tutte persone più o meno intelligenti e il dato è sbagliato.

È senza dubbio una frase che si usa quando si vuole fare chiarezza e con la quale si afferma una doppia possibilità, due cose alternative, senza via d’uscita.

Tante volte però si usa in frasi cosiddette ad effetto, quando non ci sarebbe bisogno di questa espressione, e però si vuole in questo modo attirare l’attenzione, rischiando, è importante dirlo, di apparire un tantino saccenti, presuntuosi.

Se ad esempio sto facendo una discussione con una persona, se dico:

Delle due l’una: o non sei abbastanza intelligente oppure non hai studiato abbastanza.

Questo è molto irritante, fastidioso, perché si sta dicendo che la persona con cui si parla è un ignorante oppure, in alternativa uno stupido. Non ci sono altre possibilità. Una forma di ironia fastidiosa senza dubbio.

Naturalmente in questi casi si vuole apparire saccenti e irritanti, facendo innervosire l’interlocutore.

In questo caso specifico, tra l’altro, non si vuole evidenziare l’impossibilità che entrambe le cose siano vere, ma solo insultare una persona attraverso una doppia alternativa che purtroppo è sempre negativa per la persona a cui si rivolge.

Notate che si usa sempre e solamente in questo modo: al femminile.

“Delle due” sta per “delle due cose”, (“cosa” è femminile) quindi “l’una” rappresenta una delle due cose. Quindi. è ancora femminile:

di queste due cose, solamente una è vera.

Se invece non voglio apparire saccente, presuntuoso, il mio deve essere solamente un chiarimento.

Es:

Vuoi venire a Tirana a vedere la finale di Conference league ma non hai il biglietto? Scusa, ma delle due l’una: o trovi un biglietto prima di partire oppure è inutile che tu vada a Tirana.

Adesso ripassiamo:

Peggy: Notate che l’una va scritto con l’apostrofo, proprio come l’ora. Es: Che ore sono? È l’una in punto. Ma forse è meglio che di questo ne parliamo in un episodio a sé stante.

Estelle: Infatti, perché delle due l’una: o facciamo episodi brevi, e allora il nome della rubrica descrive bene le prerogative degli episodi, oppure li facciamo più lunghi e cambiamo il nome alla rubrica.

Marcelo: ma si sa che Giovanni non brilla per puntualità. E precisione. Resta pur sempre un italiano. Ciò non toglie che gli episodi abbiano comunque il loro perché. Ci mancherebbe!

Rauno: non per contraddirti Peggy, ma per inciso, si trova spesso scritto anche senza apostrofo: Delle due una. Mi dirai che Treccani non ne parla. Questo è vero, ma nessun italiano va a controllare dopo che lo hai detto.

782 Uno che è uno!

Uno che è uno! (scarica audio)

Trascrizione

Ma è mai possibile che non c’è una volta, dico una che è una, che fai ciò che ti dico?

Una frase di questo tipo, comprensibile da tutti gli italiani di ogni luogo, può creare problemi ad un non madrelingua, ma sicuramente il tono della voce aiuta a capire.

Non troverete in nessun dizionario una spiegazione di questa locuzione, neanche uno che è uno, ma almeno un sito, da oggi, lo troverete. Parlo di Italiano semplicemente, ovviamente.

Questo è un modo enfatico per dire “uno/a solamente” e si usa insieme al “almeno”, “neanche”, o “manco” o “nemmeno”.

Con questa locuzione si vuole sottolineare in modo enfatico, la necessità o la mancanza di qualcosa.

All’inizio ho detto:

E’ mai possibile che non c’è una volta, dico una che è una, che fai ciò che ti dico?

Mi sto lamentando, ad esempio con mio figlio che non mi obbedisce mai, cioè neanche una volta, nemmeno una volta, manco una volta. “Manco” è una forma colloquiale equivalente a neanche e nemmeno.

Avrei potuto dire:

E’ mai possibile che non c’è neanche una volta, che fai ciò che ti dico?

Quindi, dire “neanche uno che è uno” o “neanche uno” è praticamente la stessa cosa ma nel secondo caso c’è molta meno enfasi.

In realtà se uso questa locuzione non c’è bisogno di aggiungere “neanche”, “manco” o “nemmeno”.

Il senso, se dico semplicemente “solo uno/a”, è lo stesso, ma è molto meno enfatico e dicendo “neanche uno/a che è uno/a” sottolineo ancora di più il fatto che non accade mai.

Dire “una che è una” è come dire: “Non è mai successo, neanche una sola volta”.

Anche quando si utilizza “almeno“, sebbene il senso sia diverso, posso in realtà ometterlo, e questo perché dalla frase generalmente il senso si capisce ugualmente.

Es:

Mi puoi dire almeno un motivo valido, dico uno che è uno, per cui dovrei perdonare il tuo tradimento?

Mi puoi dire un motivo valido, dico uno che è uno, per cui dovrei perdonare il tuo tradimento?

diminuendo l’intesità potrei dire semplicemente:

Puoi dirmi un solo motivo per cui dovrei perdonare il tuo tradimento?

Uno (1) è un piccolo numero, e in questo modo si fa notare che sebbene una sola volta, o un solo caso, o un solo motivo ecc. sarebbe comunque da considerare poca cosa, neanche quel piccolo numero si è mai verificato.

Il tono è ovviamente molto importante e di solito, mentre si parla, si fa il gesto con la mano indicando il numero 1 con il dito (il dito indice, mi raccomando!).

A volte, come avete visto, si inserisce anche “dico” e questo è un altro modo per dare enfasi alla frase, per sottolineare questo numero esiguo,

Vediamo altri esempi:

Non ho neanche un amico. Se dovessi indicare una persona che è una che non mi ha mai tradito, non riuscirei a farlo!

Tra i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, non ce n’è uno che è uno che è insoddisfatto della sua scelta.

Spesso si tratta di persone arrabbiate, altre volte si sta soltanto cercando di sottolineare qualcosa.

Non esiste un italiano che è uno che non abbia mai mangiato gli “spaghetti”

Ho cercato disperatamente dei biglietti per andare a vedere la partita della Roma, ma non se ne trova uno che è uno!

Inutile che continui a fare previsioni su chi vincerà il festival di San Remo. Non c’hai indovinato neanche una volta che è una!

Adesso è arrivato il momento del ripasso delle espressioni precedenti. Allora vi chiedo, cari membri, per una volta, per favore mi fate un ripasso, dico uno che è uno, che non ha bisogno di correzioni? Sono proprio cattivo oggi!

Bogusia: Buongiorno ragazzi. Mi dispiace dovervi comunicare che oggi il nostro presidente sarà assente. Mi vedo costretto dunque a fargli da facente funzioni. In quanto tale aspetto da ognuno di voi una frase di ripasso entro stasera. Non mi aspetto tante frasi da voi, ma almeno una che è una, dico, me la volete inviare?
Albèric: Ah, siamo alle solite. Smettila, il tuo modo di fare mi va un po’ di traverso. Non sei all’altezza del nostro presidente. Abbassa la cresta.
Irina: Smorziamo i toni ragazzi e torniamo a bomba. Se ho capito bene dobbiamo fare una frase di ripasso utilizzando un’espressione facente parte della rubrica dei due minuti vero?
Bogusia: Verissimo Irina. Non è che volevo lanciare un diktat. Volevo tout court incentivarvi a parlare in questo giorno della voce. Riguardo alle critiche mosse nei miei confronti poc’anzi, dico, ditemi uno che è uno, tra noi, che è in grado di sostituire il presidente!

781 Facente

Facente (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Facente parte, facente capo e facente funzione.

Sono queste le tre cose di cui parliamo nell’episodio numero 781 facente parte della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, rubrica che è stata ideata per farvi fare un passo alla volta nella comprensione della lingua italiana.

Facente parte significa semplicemente “che fa parte”, quindi è la più semplice da utilizzare delle tre forme che ho presentato all’inizio:

Un immobile facente parte di un fabbricato

Ho acquistato un libro facente parte della collana “due minuti con Italiano Semplicemente”

Il presidente può essere sostituito solamente da una persona facente parte dell’associazione.

L’utilizzo di “facente parte” e in generale di “facente” avviene quasi sempre in ambiti tecnici o professionali. Generalmente si usa “che fa parte”:

Quale quadro vuoi? Ti potrei regalare questo, che fa parte della mia collezione privata.

Riga è la capitale della Lettonia, che fa parte della Nato.

Tra i paesi facenti parte della Nato, non appartengono Svezia e Finlandia

Comunque non preoccupatevi perché potete usarlo spesso senza problemi anche in contesti relativi alla vita di tutti i giorni:

Ho chiesto ai membri dell’associazione facenti parte del gruppo whatsapp di farmi alcuni esempi:

A proposito. Avrete notato che esiste anche il plurale: facenti parte = che fanno parte.

Anthony: Se il presidente perde le sue capacità mentali, assumerò il ruolo di facente funzioni.

Giovanni: bravo Anthony, grazie dell’aiuto, ma fortunatamente ancora sono nel pieno nelle mie capacità mentali.

Hai usato tra l’altro la locuzione “facente funzioni”, che si può dire anche “facente funzione”, al singolare. Nel linguaggio burocratico, il facente funzione o la persona facente funzione è la persona che sostituisce temporaneamente il titolare.

Se manca il sindaco ci sarà quindi una persona che assumerà il ruolo di facente funzione, che potrà sostituirlo in qualunque occasione nel ruolo di sindaco.

Si tratta di incarichi importanti come anche il segretario generale di un’organizzazione, il direttore di un parco eccetera.

È simile al luogotenente, di cui abbiamo parlato qualche episodio fa, che si usa in casi particolari soprattutto per le cariche altissime. Tra l’altro si usa anche nel linguaggio militare, proprio come il tenente.

Adesso manca solamente “facente capo”, che deriva dall’espressione “fare capo”.

È un’espressione che si utilizza per indicare una dipendenza, ma non una dipendenza tipo la droga, ma dal punto di vista delle responsabilità e del lavoro.

Fare capo significa dipendere, essere soggetti. Si usa in due modi diversi. Prima di tutto quando si parla di negozi, esercizi commerciali, aziende, organizzazioni, in cui spesso abbiamo diverse sedi, punti vendita che dipendono da una sola sede centrale, a cui fanno capo le altre sedi o filiali.

Es:

La filiale di Roma dell’azienda X fa capo alla sede di Milano.

Si usa la preposizione a.

E allora posso anche dire:

Le filiali facenti capo (che fanno capo, che dipendono) alla sede di Milano sono quelle dislocate nel territorio della provincia della stessa Milano.

Un secondo uso, abbastanza simile, è considerare una persona come referente per informazioni, Gerarchie e simili.

Quindi se al lavoro una persona mi chiede:

A chi fai capo nel tuo ufficio?

Io devo rispondere dicendo il nome del mio dirigente:

Faccio capo al dott. Paravati. È lui il capo.

È un po’ come chiedere: chi prende le decisioni nel tuo ufficio? Chi è il dirigente del tuo ufficio?

Ho fatto un esempio col dirigente di un ufficio ma va bene qualunque organizzazione gerarchica:

I parlamentari che fanno capo al senatore Renzi vengono detti renziani.

Posso ugualmente dire:

I parlamentari facenti capo al senatore Renzi vengono detti renziani.

Il senso può essere anche figurato, in cui c’è un punto di riferimento e non necessariamente un “capo” inteso come persona che comanda.

Es:

I termini dimensioni, quantità dei finanziamenti, numero dei dipendenti, qualità del personale, risorse proprie e conoscenze politiche fanno tutti capo al concetto di risorsa.

Sono molte le tipologie facenti capo al concetto di risorsa.

Gli uomini dovrebbero avere un numero maggiore di caratteristiche facenti capo al concetto di comprensione del partner.

Poi? Un altro esempio?

Anthony: lavoro presso un reparto radiiterapico facente capo a un direttore facente funzione che si chiama…

Giovanni: ecco bravo, così abbiamo capito che non solo delle persone, ma anche un reparto di un ospedale come anche un ufficio, o più reparti o più uffici possono far capo a una persona, o anche far capo a una direzione, cioè non una persona ma una struttura più importante.

Altro es:

il mio ufficio fa capo alla direzione del personale.

Adesso ripassiamo. Un ripassino breve.

Anthony: che voi sappiate, tra le generalità di una persona rientra anche la religione di appartenenza?

Peggy: La religione? Ci vogliamo mettere anche il profilo di Facebook? Cos’è questa se non una sciocchezza bell’e buona?

Irina: ma come sarebbe a dire? A me dispiace molto che ci si scagli così contro un membro della stessa associazione. Dovremmo cercare di moderare i toni anziché prendere un qualunque pretesto per sfogarsi. Questo è quanto.

780 A sé stante

A sé stante (scarica audio)

Trascrizione

Eccoci arrivati all’ultimo episodio dedicato a “stante“, il participio presente del verbo stare.

Ho pensato meritasse un episodio a parte, anzi direi che posso anche dire che merita un episodio a sé stante.

A sé stante” (“a sé stanti” al plurale) è una locuzione che si utilizza per separare qualcosa dal resto, quindi indica qualcosa che è distinto, separato. Siamo noi che vogliamo che sia separato, che sia considerato separatamente e lo facciamo perché riteniamo ce ne sia bisogno; oppure, al contrario, riteniamo che non sia da considerare separatamente ma insieme a qualcos’altro.

Ricordate che qualcosa di simile lo abbiamo già visto nella locuzione “di per sé.

Vediamo come usare “a sé stante”:

Giovanni va molto male a scuola. Inoltre ha un problema perché non ha nessun amico. Il suo rendimento scolastico non è un discorso a sé stante, non possiamo trattarlo separatamente. I due problemi sono sicuramente legati quindi sono da trattare insieme.

Questa locuzione merita un episodio a sé stante? Oppure avrei dovuto trattarla nello scorso episodio?

Il derby Roma Lazio è sempre una partita a sé stante. Non si possono fare previsioni in base alla classifica. Non è come le altre partite.

Nelle scuole è tornata la materia denominata “educazione civica” che da adesso in poi verrà insegnata come materia a sé stante. Era ora!

Mi chiedo se anche l’educazione sessuale possa meritare di essere trattata in modo a sé stante.

Non possiamo considerare l’inquinamento come un rischio per la salute da trattare a sé stante perché ha numerose implicazioni su tanti altri aspetti della vita.

Credo sia sufficiente per oggi. E adesso un ripasso delle lezioni precedenti, a ciascuno dei quali, a suo tempo, abbiamo dedicato un episodio a sé stante.

Irina: Sapete, da stamattina mi ronza per la testa un pensiero peregrino. Una decina di anni fa o giù di lì, la città dove viviamo in Calabria, Scalea, di punto in bianco è sembrata andare a genio ai russi. Cosicché un nutrito numero di abitanti stabili di Scalea è ora di nazionalità russa. La città ha ricevuto nientepopodimeno che il nome di “Scalea russa”. Qualcuno inizia a preoccuparsi, ma considerato l’andazzo attuale, direi che da quel dì che la frittata è fatta.
Voglio dire che non sarei colta alla sprovvista se un bel giorno Putin (o chi per lui) decidesse estemporaneamente di invadere l’Italia per proteggere i suoi cittadini, se non solamente per creare il nuovo “Donbass” italiano. Boh, lui è un pazzo bell’e buono, ma forse non ha ben chiare quali siano le regole da seguire da quelle parti…

779 Stante, stante che

Stante, stante che (scarica audio)

Trascrizione

Continuiamo ad occuparci di stante, il participio presente del verbo stare.

Iniziamo dalla locuzione “stante che”.

Stante che” oppure “stante il fatto che” è una locuzione che si può usare per fotografare una situazione e trarre delle considerazioni.

Stante che non ci sono prove che ti ho tradito, non puoi accusarmi!

Ho fatto un esempio che può destare maggiore attenzione rispetto ad altri, ma in realtà questa locuzione si usa più spesso in contesti abbastanza tecnici e formali.

Il senso è lo stesso di “per il fatto che“, “in considerazione del fatto che”, oppure le forme più utilizzate: visto che, dal momento che, dato che, giacché, poiché, siccome, e anche dacché.

Se ricordate anche dacché è stato trattato in un passato episodio.

Se usiamo solamente “stante” (senza aggiungere “che” o “il fatto che”) possiamo ugualmente fotografare una situazione per trarre considerazioni o conseguenze, ma possiamo farlo più spesso, anche in contesti familiari e colloquiali.

Vediamo alcuni esempi:

Stante la situazione attuale internazionale, non mi sembra il caso di fare quel viaggio a Mosca che tanto desideravamo.

Stante le tue condizioni di salute, non potrai uscire dall’ospedale prima della prossima settimana.

In questi ultimi due esempi il senso è anche abbastanza simile a “se le cose non cambieranno“, quindi si fotografa una situazione e si evidenzia il fatto che non sta cambiando, quindi ne traggo una conclusione o ne deriva una conseguenza.

Stante le cose tra noi, non abbiamo più nulla da dirci. Addio.

Stante le premesse, ci aspetta un’estate molto calda

Stante le condizioni economiche attuali, non potremo andare in vacanza in Italia.

Stante le difficoltà che ci sono, meglio rimandare il nostro appuntamento

Stante le disposizioni di legge, dovete indossare le mascherine

Stante le circostanze politiche, la guerra non finirà presto.

Stante“, nonostante la varietà degli esempi che ho fatto, resta non molto usato nella vita di tutti i giorni, ma lo trovate molto spesso nelle notizie, soprattutto nello scritto.

Avrete notato che, dagli esempi fatti, a volte stante somiglia a “a causa di”.

Un altro esempio in tal senso:

Stante il cattivo tempo, la vacanza è stata rinviata.

Non abbiamo finito ancora con “stante” ma meglio continuare nel prossimo episodio anziché farlo seduta stante.

Adesso un breve ripasso.

Anthony: Ero indisposto ma adesso sono riuscito a ritagliarmi del tempo per comporre qualcosa al volo.

Ulrike: bontà tua! Su cosa verterà il ripasso?

Marguerite: in questo primo maggio verterà ovviamente sulla dignità del lavoro e la responsabilità dei manager a tutelare i diritti dei lavoratori. La maggiore sicurezza sul lavoro è il tema che sta più a cuore a tutti.

Marcelo: ma questi sono paroloni, concetti enormi, usati spesso a sproposito, non ti pare? Comunque qualcosa di decente alla fine è uscito. Buttalo via!

778 Seduta stante

Seduta stante (scarica audio)

Trascrizione

Eccomi qua a spiegarvi seduta stante una nuova espressione italiana.

Nel corso dell’ultimo episodio vi avevo detto che mi sarei occupato di “stante“, il participio presente del verbo stare, e naturalmente cercherò di farlo in modo meno noioso possibile.

Oggi vediamo uno degli utilizzi di “stante“, che troviamo nell’espressione “seduta stante“, che ho usato proprio all’inizio.

Seduta stante” significa adesso, subito, immediatamente.

Un’espressione che ha un che di perentorio, si usa infatti soprattutto quando si danno degli ordini, o quando si esprime la necessità di una urgenza, come ho fatto io all’inizio, per trasmettere un senso di immediatezza. Non si può aspettare ulteriormente.

L’espressione contiene le due parole seduta e stante.

Una seduta è simile a una riunione. Si usa in casi particolari, come quando si fa una seduta spiritica, per richiamare le anime dei morti. Poi ci sono le sedute dal fisioterapista, dallo psicologo, ci sono le sedute terapeutiche, ci sono le sedute della Camera e del senato. Durante una seduta, si sta seduti, e l’obiettivo è discutere, esaminare una situazione, o una persona, oppure per prendere decisioni. Si fanno sedute anche in tribunale per decidere delle cause. Può anche essere un incontro tra un professionista e un cliente per consigli, consultazioni o cure.

Quando dico che qualcosa avviene seduta stante si vuole trasmettere l’idea che questa cosa viene fatta prima che la seduta sia terminata, quindi prima di alzarsi in piedi, quindi senza neanche alzarmi dal posto, durante la seduta stessa, durante la stessa riunione o incontro.

Non è detto che ci sia alcuna seduta però. L’espressione si può utilizzare in qualunque contesto, quindi fare qualcosa seduta stante equivalente a fare qualcosa sul momento, immediatamente.

Questo è uno dei modi di usare “stante“, che significa “che sta”.

In questo caso indica, in senso anche figurato, una seduta, un incontro, una riunione che “si sta” svolgendo in questo momento.

Prossimamente vedremo anche gli altri modi di usare “stante”. Per oggi ripassiamo, e complimenti a Doris, membro austriaco dell’associazione che ha composto questo bel ripasso che la stessa Doris e altri membri hanno registrato. Un ripassone coi fiocchi direi.

Rafaela: Ahimè! Devo dirvi una cosa ragazzi. Ce ne vuole per leggere i vostri ripassi. Di volta in volta penso che vi mancano buone idee per buttare giù qualcosa di più meritevole da leggere.

Anthony: Uffa, proprio tu ci fai una cazziata, tu, che brilli sempre per la tua assenza. Ma sappiamo che pagherai lo scotto per la tua defezione nel giro di qualche mese!

Hartmut: Lasciala in pace. I suoi interventi, anche se sono risicati, hanno comunque il loro perché. Per intenderci, non la difendo, assolutamente no, perché il suo comportamento spesso è fuori luogo, ma non è che forse possiamo imparare qualcosa da tutti i membri?

Doris: Vuoi darci a intendere che fosse lecito criticare i nostri ripassi? Lei non lascia nulla di intentato per metterci in ridicolo! Hai visto mai perché!

Marcelo: A me sinceramente questo tiro e molla con i ripassi mi rompe veramente le scatole. Non vi dico quanto sono stufa di sentire sempre la stessa solfa. Perché, per l’amor del cielo, non trovate finalmente un tema interessante da discutere?

Peggy: hei, Se non ti piacciono i nostri tentativi, così come magari non piacciono ai tuoi sostenitori, vattene a quel paese e prendi con te tutto il cucuzzaro. Attaccatevi al tram!

Marcelo: Quindi io farei parte del cucuzzaro se ho ben capito! Smettila di scagliare queste frecciatine contro di me. Non permetto a chicchessia di parlarmi così. Ti ho preso in contropiede o sei per caso un po’ risentito? Da che mondo è mondo tutti abbiano il diritto di esprimere le nostre opinioni, sicché anch’io!

Peggy: Lungi da me criticarti ma è palese che non hai le carte in regola per offrire soluzioni sostenibili, altrimenti l’avresti fatto. È facile lagnarsi senza suggerire qualcosa di proficuo con cui si possa andare avanti in modo più efficace.

Marcelo: Chissà per quali motivi ti immischi costantemente!

Ulrike: Vedete, di nuovo solo diverbi, diatribe o vattelappesca! Ste cose non possono condurre mai a una collaborazione fruttuosa che sarebbe invece appagante per tutti. Sin dall’inizio ho provato a scervellarmi per capire dove stanno le sfide che lanciate, ma ogni volta vado a tentoni!

Peggy: Un po’ dura di comprendonio?

Ulrike: Boh, adesso fai il sostenuto non solo con gli altri ma persino con me?

Marcelo: Non ti preoccupare Peggy, bontà sua, offende sempre tutti indiscriminatamente. Si mette sempre di traverso, è un continuo!

Danielle: Una magra consolazione però. Lancia i suoi commenti avvelenati senza requie verso di me. Comunque sia, volevo suggerire qualcosa.

Peggy: E l’apporto di oggi? Scommetto che verrà a mancare il tuo!

Irina: Santa pazienza, ma non potresti stare zitto/a solo una volta nella tua vita? Della serie: apri bocca e gli dai fiato!

Marcelo: Devi considerare che Peggy non è una tipa seria; è – passatemi il termine – una brontolona senza pari. Brontolona pare un parolone ma indubbiamente è una furbona. Ci mette un battibaleno a provocare un subbuglio madornale. I suoi tiri mancini, però, sono ormai scontati e tutti possono intuire le sue intenzioni. È un azzeccagarbugli e non indietreggia di fronte a niente.

Danielle: non gli stai risparmiando nulla!

Marcelo: Devi prendere Peggy davvero con le molle. Non solo ha il diavolo in corpo ma nemmeno sa come controllarsi in situazioni delicate. Parlare con lui/lei è sempre un’impresa titanica.
Interventi illogici che, quantomeno a me, fanno dare di volta il cervello.

Danielle: A me invece fa sempre più specie ascoltare e leggere ripassi composti da persone che dicono di parlare e scrivere correttamente!

Marcelo: Non esageriamo dai, piuttosto credo che gli stranieri non padroneggino abbastanza la lingua e quando si accingono a scrivere qualcosa, spesso restano troppo sul vago e si perdono nei meandri delle parole. A scanso di equivoci sarebbe vantaggioso sviluppare uno stile di scrittura più conciso ma questo richiede allenamento.

Danielle: Chissà, forse. Vai a capire!

Marcelo: Certo, poi, pensare che tutte le espressioni vengano assorbite automaticamente è un’idea errata. Richiede una disciplina e un’abnegazione se non per qualche anno, sicuramente per molti mesi, ma non è un dispendio inutile e neanche un’impresa impossibile. È giocoforza esercitarsi in modo regolare però. Io ad un certo punto ho pensato che sarebbe stato d’uopo ricorrere all’associazione Italiano Semplicemente.

Irina: Aggiudicato! Hai il mio pieno beneplacito e gradisco le tue conclusioni in merito. Voglio soltanto aggiungere un cosa. Mi preme dire da illo tempore che chi vuole, può unirsi alle nostre conversazioni, generate nei meandri della fantasia, per allenarsi con tutte le espressioni già imparate:)))

L’ingerenza – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 21)

L’ingerenza (scarica audio)

 

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777 Il nullafacente e il nullatenente

Il nullafacente e il nullatenente (scarica audio)

Trascrizione

Oggi vorrei fare delle riflessioni sul participio presente di alcuni verbi.

Tranquilli non vi spaventate, non voglio fare una lezione di grammatica, ma riflettevo sul fatto che per alcuni verbi è difficile se non impossibile usare la forma del participio presente. Invece accade che ci sono dei termini derivati che si usano moltissimo, quantomeno maggiormente del participio presente.

Ci facciamo oggi una chiacchierata su questo facendo, se permettete, anche alcune divagazioni che magari possono risultare utili per non annoiarvi.

Pensate allora, ad esempio, al verbo potere. “Potente“, che sarebbe “colui/colei che può” , ma si usa in realtà sempre e solamente come aggettivo. Parliamo di potere, di forza, di energia.

Però tra i contrari di “potente”, potete controllare, figura anche l’aggettivo “impotente” , che sta per colui o colei che non può fare qualcosa, che non è in grado di fare.

Infatti se dico di essere impotente di fronte a un terremoto, significa che non posso far nulla, che non ho potere, che le mie azioni sono inutili. È simile a inerme in certi contesti.

Ma quando accade il contrario (se cioè posso fare qualcosa) non si dice di essere “potente”.

Si usano altre forme come ad esempio avere il potere di fare qualcosa, essere nella possibilità di agire, di fare qualcosa.

Tra l’altro l’impotenza è anche l’impossibilità di generare figli. Ma se io non sono impotente non posso certamente dire che sono potente, se non in senso lato, cioè in senso ampio, generico.

Impotente significa letteralmente “non poter far nulla” e si usa molto spesso. È derivato da potente, ma inteso come participio presente e non come una persona che ha potere, autorità. Altrimenti il contrario sarebbe debole, fiacco.

Passiamo adesso al verbo stare. “Stante” è il participio presente e può capitare di incontrarlo. Ma ne parliamo nel prossimo episodio perché merita.

Pensate invece al verbo fare, che è quello che mi interessa di più oggi. “Facente” (colui o colei o qualcosa che fa) si utilizza, sebbene solamente in pochi casi: facente parte, facente capo, facente funzione. Anche questo merita sicuramente un episodio.

Oggi mi interessa soprattutto l’aggettivo e il sostantivo “nullafacente“, che si scrive tutto in una parola, e che letteralmente indica una persona che non fa nulla. Deriva quindi proprio dal participio presente “facente”.

Si usa abbastanza spesso per indicare, con tono accusatorio e/o giudicante, una persona che potrebbe lavorare ma non lo fa e che magari viene mantenuta dal marito, dalla moglie o dai genitori. Il nullafacente non svolge nessuna attività, è ci si riferisce all’attività lavorativa. Si usa non solo per l’attività lavorativa ma anche in generale come una persona che non vuole fare nulla, quindi una persona inutile, improduttiva, svogliata.

Con tono altrettanto giudicante si usa “sfaccendato“.

Letteralmente sta per libero da occupazioni, libero da faccende, come una persona che non ha niente da fare, ma in realtà sta per fannullone, ozioso, persona che non ha voglia di lavorare o di fare qualcosa.

Non fare lo sfaccendato, aiutami a lavare i piatti.

Questa classe è piena di sfaccendati nullafacenti. Quando iniziate a studiare come gli altri?

Poi c’è un altro termine interessante: Nullatenente.

Parliamo qui del verbo TENERE. anche in questo caso, come per potere, il participio presente non si usa mai, ma nullatenente si usa molto spesso e in situazioni diverse.

Sembrerebbe simile a nullafacente, ma stavolta non c’è alcun giudizio. Si tratta di un dato di fatto, di una realtà oggettiva.

Una persona nullatenente è una persona che non possiede nulla. “Tenere” è il verbo, ma in questo senso, nel senso di possedere, essere possessore di beni.

Parliamo anche di una persona povera, indigente.

Anche una famiglia può essere definita nullatenente, ma in genere si parla di persone.

Si usa nullatenente anche talvolta per indicare semplicemente una persona che non lavora. Non sarebbe però questo il significato, quanto quello legato al possesso di beni, di un patrimonio. Un Nullatenente non possiede nulla.

È curioso che il termine “tenente” ha anche un uso militare. È un grado della gerarchia degli ufficiali, cui compete il comando di un plotone o di un’unità equivalente.

C’è anche il sottotenente, il tenente colonnello e il tenente militare. Esiste anche il luogotenente, che è una persona chiamata a sostituire temporaneamente o localmente il titolare del massimo grado di una gerarchia, ad esempio il luogotenente del re. Normalmente si usa il termine sostituto.

Questi comunque sono i più noti utilizzi del termine in ambito più che altro militare. C’è anche il tenente dei carabinieri. Ma questo uso nella gerarchia militare non ha nulla a che fare col concetto che vi ho spiegato di nullatenente, che a sua volta come si è visto è completamente diverso da nullafacente.

Va bene, la chiacchierata è finita. Adesso ripassiamo. Perché i membri dell’associazione non sono né nullatenenti e tantomeno nullafacenti, tant’è vero che questo è un bel ripasso composto da Anthony.

Anthony: Eccomi di nuovo, tornato alla carica per dare un ulteriore apporto al gruppo nella forma di un ripasso. Prima che qualcuno me lo chieda, vi assicuro che non li faccio per essere un membro edificante del gruppo. I miei motivi sono più egoistici.

Peggy: Li sappiamo tutti i tuoi motivi, dottorino dei miei stivali. Ce li hai detti ripetutamente, pure troppo per i miei gusti. Se non segui il processo attraverso il quale ti organizzi i pensieri e metti tutto su carta per scrivere qualcosa, molti dei termini che trattiamo ti sfuggono in men che non si dica. Sai cosa mi dice tutto questo? Che sei più che un po’ duro di comprendonio.

Hartmut: un commento un tantino ingeneroso non trovi, Peggy? Comunque cercherò anch’io di seguire l’sempio sulla falsariga di quelli che partecipano attivamente nel gruppo. Ogni tanto ho il vizio di consumare contenuti ma non di produrli, sia qua, sia sui social. Questo approccio non giova particolarmente né alla mia conoscenza della lingua italiana né al mio numero di follower.

Marcelo: Per quanto mi riguarda, posso dire che più volte mi sono prefisso/a l’obiettivo di contribuire ai ripassi ma a dispetto di questo finisco per vedere il tempo che mi vola via e alla fine nisba.

Edita: Ma non dire amenità! Forse non ti rendi conto degli enormi passi in avanti che hai fatto da quando sei entrato/a nel gruppo. Sei migliorato/a parecchio, altro che storie. Ciò non toglie però che faresti ulteriori miglioramenti se riuscissi a ritagliarti il tempo per metterci del tuo nel gruppo. Vedrai che a quel punto sarai proprio a cavallo!

Albéric: Tanto, se sbagli non fa niente. Siamo molto gentili e tranquilli qua. Non ci sara’ nessuno ad inveire contro di te!

776 Se non (seconda parte)

Se non – seconda parte (scarica audio)

Trascrizione

Oggi vediamo un altro utilizzo molto frequente e interessante di “se non“. Qualche episodio fa abbiamo parlato essenzialmente di se non per” e “se non altro“, ma abbiamo anche detto che “se non” in senso proprio introduce una condizione. Es:

Se non vuoi venire, non è un problema

Abbiamo già visto gli utilizzi di se non fosse“. e anche “se non che“. Invece nell’ultimo episodio abbiamo anche parlato di alternative. Es:

Se non ora, quando?

Quando andare al mare se non oggi che è bel tempo?

Chi è stato a mangiare la cioccolata? Non può essere stato nessun altro se non lui!

Abbiamo quindi visto che “se non” può essere un modo per dire solamente, soltanto, escludendo tutte le alternative. A volte si fa una domanda, ma questa domanda è spesso una domanda retorica che serve solamente ad essere più convincenti.

Vediamo oggi un uso un po’ diverso di “se non“.

Ad esempio se dico:

Questo è uno dei giorni più importanti della mia vita, se non il più importante.

Se non il più importante” significa in questo caso:

Forse il più importante

Probabilmente il più importante

Anzi, il più importante

Per non dire il più importante

Siamo nuovamente di fronte ad una scelta, ma stavolta non per escludere le alternative, quindi non con un significato equivalente a “solamente”, “soltanto“. Piuttosto stiamo cercando di dare più importanza, di sottolineare maggiormente qualcosa, mettendola al primo posto in una graduatoria, in una gerarchia.

Mio figlio è tra i più bravi della sua classe, se non proprio il più bravo in assoluto

E’ come se si volesse dare un chiarimento aggiuntivo, attraverso un’auto-correzione:

Roma è sicuramente una delle città più belle al mondo, se non la più bella.

In questo modo esprimo una mia preferenza in due passaggi e questo risulta ancora più convincente rispetto a frasi più nette:

Roma è la mia città preferita.

Infatti sembra che ci sia una riflessione in più, che porta ad esprimere un giudizio più ponderato, più pensato. Direi che questo è un modo interessante per esprimere una preferenza. Spesso alla fine si aggiunge “in assoluto“, come si è visto. Questo conferisce una maggiore decisione e convincimento delle proprie idee, sebbene non ci sia un’opinione netta. Certo, è più convincente di un “forse”. Se uso “Probabilmente” siamo più o meno sullo stesso livello, mentre se dico “anzi” sto proprio dicendo che, pensandoci bene, la mia scelta sta al primo posto senza dubbio. C’è un ripensamento.

Sei tra le ragazze più belle che io abbia mai visto, se non la più bella in assoluto!

Anche il tono è importante naturalmente.

Adesso ripassiamo:

Anthony: Stavo per entrare nel mio studio casalingo per abbozzare un bel ripasso quando mi sono accorto che c’era un’accozzaglia di oggetti alti mezzo metro a bloccare l’ingresso della porta.

Sofie: Mamma mia! Lo so che per te avere qualcosa in disordine non esiste proprio. Infatti mi ha sempre colpito quanto tu mantenga spartani i tuoi spazi. Sei un minimalista bell’e buono.

Peggy: Hai ragione Sofie! Questa rientra nella lunghissima lista di peculiarità di Anthony. Ma vuoi che di peculiarità e prerogative non ne abbiamo tutti? Eccome se ne abbiamo!

Edita: Infatti! E non sono mica da meno neanche io per quanto concerne l’ordine e la semplicità del design. Vi dico di più, ogni volta che mi tocca fare il cambio di stagione, colgo l’occasione per fare repulisti del mio armadio. Se non lo faccio mi si ficca in mente l’idea di essere terribilmente scompigliata al punto di innervosirmi finché non mi tolgo lo sfizio.

Albèric: Ma tu non hai piccoli in casa. Anthony invece ha ancora una figlia piccolina quindi la mancanza del perfetto ordine non gli può andare così di traverso.

Estelle: Si sa bene che i bimbi e il disordine sono un binomio inscindibile. Quindi lui dovrà armarsi di pazienza altrimenti sua moglie gli dirà di attaccarsi al tram!

775 I verbi FIONDARSI, SCAGLIARSI, PRECIPITARSI, LANCIARSI, BUTTARSI

I verbi FIONDARSI, SCAGLIARSI, PRECIPITARSI, LANCIARSI, BUTTARSI (scarica audio)

Oggi vediamo alcuni verbi abbastanza simili. Ci concentriamo soprattutto sulla versione riflessiva. Iniziamo dal più simpatico: fiondarsi.

FIONDARSI è un verbo molto simpatico ma dovete sapere che è di utilizzo prevalentemente informale, quindi si usa esclusivamente o quasi con amici, parenti e, al limite, colleghi di ufficio ma solo durante la pausa caffè e altre occasioni in cui ci si rilassa parlando del più e del meno. Non mancano comunque esempi anche sulla stampa.

Per spiegare il significato di questo verbo bisogna prima che vi parli della FIONDA.

Si tratta di un gioco, sopratutto usato dai ragazzi, sebbene possa anche risultare pericoloso.

La fionda serve a lanciare degli oggetti, dei piccoli oggetti. Prevalentemente si tratta di piccoli sassi.

La fionda è costituita da un elastico e un piccolo pezzo di legno, plastica o metallo a forma di y. La lettera Y, meglio se maiuscola, è esattamente come la forma della fionda.

La fionda si afferra con una mano e sulle due estremità (le due punte in alto della lettera Y) viene collegato un elastico e al centro viene collocato il piccolo oggetto che può essere lanciato prima tirando l’elastico verso di sé e poi lasciandolo improvvisamente cosìcché l’oggetto possa essere scagliato, lanciato lontano.

Posso naturalmente dire anche che l’oggetto viene fiondato lontano.

Quindi fiondare un oggetto significa lanciarlo con la fionda, scagliarlo lontano. Almeno questo è il senso proprio.

Generalmente c’è un obiettivo da colpire quando si tira con la fionda.

Nel verbo fiondare c’è pertanto l’idea di un rapido movimento, un movimento improvviso, una partenza o un lancio improvviso con una destinazione da raggiungere.

Si usa prevalentemente in modo riflessivo però. Fiondarsi significa fiondare sé stessi, lanciare sé stessi verso un obiettivo.

Appena ho sentito la scossa di terremoto mi sono immediatamente fiondato fuori casa.

Quindi fiondarsi è analogo a precipitarsi fuori da un luogo o in uno diverso da quello in cui si è.

Precipitarsi è la versione non familiare di fiondarsi. Si usa più spesso precipitarsi, ma dipende molto dall’età. Gli adolescenti sicuramente usano di più fiondarsi.

Precipitarsi inoltre trasmette più l’idea dell’urgenza, mentre fiondarsi l’idea dell’occasione da non perdere o semplicemente l’idea della velocità.

Es:

Non speravo che Maria mi chiedesse un appuntamento. Invece l’ha fatto.

E tu hai accettato?

Se ho accettato? Mi ci sono fiondato!

Appena esce il nuovo modello di iPhone mi fiondo nel negozio a comprarlo!

Hei, siamo già nove giocatori in campo. Cosa aspetti a fiondarti in campo anche tu? Ti stiamo aspettando per la partita. Fiondati!

Mario, devi precipitarti a prendere tuo figlio perché ha avuto un incidente! (vedete l’urgenza?)

Sono in ritardo alla riunione. Scusate ma l’avevo dimenticato. Mi precipito subito da voi!

Posso anche in teoria usare il verbo lanciarsi al posto di fiondarsi, oltre che precipitarsi, come già detto.

Lanciarsi comunque si usa maggiormente in senso fisico.

L’uomo era molto depresso e si è lanciato dal quinto piano.

Si usa anche in modo figurato, in caso di una sfida contro la timidezza o nel senso di rischiare:

Ho deciso di lanciarmi. Adesso vado da lei e le chiedo un appuntamento.

Molto simile a buttarsi in questo caso.

Anche questo è riflessivo. Qui prevale ancora il rischio e la voglia di sfidare il destino. Buttarsi è sicuramente più informale rispetto a lanciarsi.

Scagliare invece, anche nella forma riflessiva “scagliarsi” generalmente viene usato quando c’è una finalità offensiva, quando si è arrabbiati. Significa lanciarsi o anche gettarsi con violenza contro qualcuno.

Un ragazzo si è scagliato contro mio fratello per picchiarlo.

Molto simile a aggredire, anche con le parole, e non solo fisicamente.

Durante il dibattito televisivo, mi sono state scagliate accuse da tutti.

Ma perché vi scagliate tutti contro di me?

Non ti scagliare contro di me solamente perché ti ho contraddetto.

Scagliarsi contro una persona, quando questa aggressione avviene a parole, è molto simile a a inveire contro questa persona. Questo verbo non fa parte della lista a cui avevo pensato inizialmente per questo episodio ma visto che ci sono…

Un’aggressione verbale, cioè a parole, tramite insulti e accuse, magari anche alzando la voce è dunque anche detta una invettiva. Parola nuova, vero?

Parliamo di un discorso aggressivo e violento, per lo più di accusa o aspro rimprovero.

La violenza dell’invettiva viene manifestata anche dal verbo che si usa:

Lanciare un’invettiva.

C’è dunque un tono accusatorio, aggressivo e violento.

Riguardo a fiondarsi, ci si fionda sulle occasioni, sulle opportunità che potrebbero non durare molto, quindi la velocità e spesso il fatto di arrivare prima degli altri è importante.

Però attenzione perché come ho detto se prevale il senso del rischio, meglio usare il verbo buttarsi o lanciarsi.

Quindi fiondarsi e buttarsi sono due verbi informali ma diversi. Il primo evidenzia l’occasione da non perdere (l’obiettivo da conquistare) mentre il secondo evidenzia il rischio, la volontà di provarci anche se non si è sicuri.

Buttati, non si sa mai!

Fiondati, cosa aspetti?

Però (purtroppo c’è sempre un però) se aggiungo un “ci” tutto cambia:

“Mi ci butto” è del tutto simile a “mi ci fiondo”.

Infatti la particella “ci” si riferisce all’obiettivo da raggiungere quindi il senso dell’occasione da non perdere è l’unico che conta.

Altre volte buttarsi ha invece il senso di concentrare tutte le proprie energie:

Ho il prossimo esame tra una settimana. Mi devo buttare sui libri senza pensare ad altro.

In questi casi e simili posso usare solamente buttarsi:

Buttarsi nella lettura di un nuovo libro.

Mi sto buttando a capofitto nel lavoro. Non ho tempo per altro.

Buttarsi a capofitto è un’espressione figurata che indica un serio impegno. Il capo è la testa.

Fitto” significa conficcato, piantato, quindi c’è la testa piantata all’ingiù. Ovviamente il senso è figurato in questo caso.

Dedicare la propria attenzione a qualcosa in modo totale e assoluto.

Si usa spesso anche l’espressione dedicare anima e corpo a qualcosa, come il proprio lavoro o l’amore.

Tornando a fiondarsi, le poche volte che si usa in modo non riflessivo (fiondare) – sempre molto giovanile come utilizzo – è simile a gettare via, liberarsi di qualcosa per indicare che non serve o che dà fastidio.

Si parla solamente di oggetti comunque.

Non ti serve più questo vecchio cellulare? Fiondalo e comprane uno nuovo, che aspetti?

Inveire è il verbo relativo all’invettica. Di uso poco familiare, ma comunque abbastanza diffuso.

Adesso ripassiamo, perché non voglio che inveiate contro di me per via della durata eccessiva dell’episodio…

Albéric:
Ciao amici! Ieri sera, prima di mettermi a dormire, mi sono prefisso di abbozzare un bel ripasso. Che ne dite?

Peggy:
Era proprio ora Albéric! È un pezzo, per non dire che è da illo tempore, che non te ne esci con qualche frase brillante delle tue.

Albéric:
Allora mi butto! Però vi avverto: da qui a dire che uscirà un ripasso brillante, ce ne vuole.

Ulrike:
Brillante dici Peggy? Capirai! Non è per niente dovuto, da parte sua, che uscirà il fior fiore dei ripassi. È sufficiente che Albéric faccia del suo meglio. In fondo è reduce da una lunga fase di assenza quindi ciò che conta è rispolverare per noi alcune espressioni della rubrica.

774 Dispiace o mi dispiace?

Dispiace o mi dispiace? (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:

Oggi vediamo un’altra cosa che nessun libro di grammatica o di lingua italiana, di qualsiasi tipo, checché se ne dica, vi spiegherà mai.
Parlo della differenza tra l’esclamazione “mi dispiace” e “dispiace“, senza il pronome davanti.

Ciò che intendo dire è che spessissimo si leggono e si ascoltano, sempre di più da qualche tempo a questa parte, frasi tipo:

Spiace un po’ che Giovanni abbia questa avversione per la grammatica.

Dispiace per come sono andate le cose tra Maria e Pasquale. Le ricordo come due brave persone e si volevano bene.

In pratica a volte si preferisce non usare il pronome mi, ti, ci, vi, gli.

Perché?

Vediamo allora le differenze tra “mi dispiace” e dispiace.

Se io mi sto scusando per una mia colpa devo assolutamente usare il pronome personale.

Ad esempio:

Oh, davvero hai perso il treno per colpa mia? Mi dispiace molto, scusami.

Mi dispiace che ti sei sentito offeso, ma non era mia intenzione, ti assicuro.

Questo è un primo caso in cui non posso togliere il pronome perché si vuole sottolineare il dispiacere e allo stesso tempo questa è una forma di scuse.

Il pronome trasmette un coinvolgimento emotivo personale, quindi devo assooitanente utilizzarlo.

In realtà non è necessario che ci sia una colpa personale.

Anche quando non si tratta di una colpa personale ma semplicemente di trasmettere vicinanza, affetto o comprensione per qualcosa di negativo accaduto, è necessario usare il pronome personale:

Cosa? Sei stato bocciato all’esame di grammatica? Non puoi capire quanto mi dispiace!

Mi spiace per tua madre. Ho saputo che sta passando un brutto momento.

La persona apprezzerà affermazioni di questo tipo, perché trasmettono empatia e comprensione.

Quando invece si commenta una situazione in cui non c’è alcuna colpa ma, oltre a questo c’è anche poco coinvolgimento emotivo, si può evitare di mettere il pronome ed è sufficiente un “dispiace che…”.

Anche il tono è importante. Oltretutto la frase è anche più veloce da pronunciare.

Es:

Nei prossimi campionati mondiali chi vincerà? Certo, dispiace che non ci sarà l’Italia.

In taluni casi (cioè “talvolta”), come anche nell’esempio appena fatto, possiamo anche aggiungere “mi” o “ci”, ma se aggiungessi “ci” qualcuno direbbe: dispiace a chi?

Quindi “ci” implicherebbe l’esistenza di un “noi” quando invece non c’è nessun “noi” in questo caso.

Se invece usassi “mi dispiace” o “mi spiace” (equivalente, anche se c’è meno coinvolgimento) andrebbe comunque bene ma questa non è una questione personale, non è accaduta una disgrazia ad una persona, sebbene la cosa rappresenti pur sempre un fallimento calcistico di una nazione.

Questo “dispiace” è pertanto impersonale rispetto a “mi dispiace” e perciò appare più freddo, più distaccato. Si vuole esprimere ugualmente un dispiacere, ma piuttosto lieve. Certamente non è colpa di chi parla se l’Italia non è andata avanti nel suo percorso, inoltre non è detto che la qualità del campionato mondiale sia inferiore per via dell’assenza dell’Italia.

Infine, non abbiamo un interlocutore a cui vogliamo alleviare le sofferenze e esprimere empatia. Questo è ugualmente importante.

Tutti questi motivi rendono accettabile l’assenza del pronome.

Dico “accettabile” perché non è mai un errore inserire il pronome “mi”, ma sicuramente non siamo in uno dei casi descritti sopra in cui il pronome è obbligatorio.

Finora si è parlato essenzialmente di emozioni, di coinvolgimento e di empatia, ma spesso bisogna usare il pronome semplicemente per indicare a chi ci si riferisce:

Non ho capito. Ti dispiace spiegarti meglio?

Non vi dispiace se fumo una sigaretta vero?

La forma impersonale in questi casi non posso usarla.

Poi, sapete che “non mi dispiace” può esprimere anche un piacere (ad esempio per qualcosa che si mangia o si ascolta) e non solo l’assenza di un dispiacere per un qualcosa che accade, come visto finora. Parlo della forma opposta rispetto a “mi piace”.

Se dico:

Tranquillo, non mi dispiace se parli prima tu di me.

Qui si esprime, con una forma di cortesia, l’assenza di un dispiacere.

Invece:

Sai che ho assaggiato il caffè senza zucchero e ho scoperto che non mi dispiace affatto.

In questo caso si esprime un piacere inaspettato, un vero apprezzamento per il caffè senza l’aggiunta di zucchero.

Anche in questi casi (entrambi) non possiamo togliere il pronome, essendo il piacere una cosa del tutto personale.

Direi che senza il pronome davanti, “dispiace che” è molto simile a “peccato che”. Si esprime in questo modo per lo più disappunto, che è abbastanza vicino al concetto di lieve dispiacere.

Adesso, se non vi dispiace, ripassiamo un po’:

Ripasso in costruzione

Albéric: Mi Dispiace molto che stiamo transcorrendo un periodo colmo di conflitti e divergenze, dove tra l’altro fioccano ogni due per tre voci false e tendenziose, nonché accozzaglie di storie inventate e faziose.
Ne ho fin sopra i capelli.

Peggy: Dai, cerca di essere ottimista, intorno a noi esistono anche tante cose interessanti da provare, tante persone per bene per scambiarsi idee. Per non parlare delle bellezze folgorante da ammirare. Guarda quella ragazza che sta passando davanti a te ad esempio. Sbaglio o ti ha lanciato un’occhiatina?

Edgardo: Ue’, non fare lo spiritoso! Non mi vanno a genio questo tipo di battute!

Hartmut: dunque, ragazzi. Con questo stress sociale, non mi dispiace affatto la riunione a Roma a fine giungno con i membri della nostra associazione. Saranno presenti i membri più brillanti del gruppo. Poi ci sarò anch’io, se non vi dispiace…

Un’accozzaglia

Un’accozzaglia (scarica audio)

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Trascrizione

Ecco un termine molto negativo: accozzaglia.

Scommetto che vi piacciono le cozze, vero? Se avete visitato l’Italia centrale o meridionale avrete sicuramente assaggiato le cozze, una specialità gastronomiche dell’Italia centro-meridionale.

Beh, purtroppo non c’entra nulla con l’accozzaglia ma scommetto che ci avevate pensato! Devo ammettere che lo avevo fatto anch’io.

Una accozzaglia è invece un insieme confuso di persone spregevoli, oppure una massa discordante di cose.

Si tratta quindi di cose o persone diverse tra loro, con caratteristiche diverse. Non si tratta necessariamente di caratteristiche negative, ma si parla di accozzaglia quando questa diversità non è apprezzata per qualche motivo.

Pulisci la stanza, è sporca e c’è un’accozzaglia di oggetti di ogni genere sul pavimento.

Si tratta in questo caso di oggetti di ogni tipo, che stanno nel posto sbagliato e c’è molta confusione. Non c’è ordine nella stanza.

Un’accozzaglia è in questo caso un insieme confuso di cose, mischiate tra loro, ammassate a terra, appoggiate dove capita.

Se parlo di persone, un’accozzaglia di persone è un insieme di persone generalmente poco raccomandabili, quindi è un dispregiativo.

Qui è meno importante la diversità, quando invece lo è la qualità, le caratteristiche di queste persone, sempre negative, almeno riguardo al fatto che le loro caratteristiche non sono per niente adatte per uno specificato obiettivo.

C’è spesso l’idea di persone scelte a caso che sono inadeguate ad uno scopo.

Nella mia azienda hanno assunto un’accozzaglia di persone completamente inutili.

Un’accozzaglia di persone messe insieme senza criterio non può formare un partito politico.

Si sente a volte parlare di un’accozzaglia di parole o un’accozzaglia di frasi. Si vuole indicare una comunicazione confusa, un discorso senza senso, parole messe a caso.

773 Brillare

Brillare

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Trascrizione

Giovanni:

Ascoltate le seguenti frasi:

Una stella brilla in cielo

Un ordigno è stato fatto brillare

Ieri sera ero un po’ brillo

Mi hanno detto che non brillo per intelligenza.

In questa scuola ci sono molti studenti brillanti

Questo per dirvi che brillare è un verbo che ha diversi significati. Vediamo se posso farcela a spiegarli tutti.

Innanzitutto le stelle brillano in cielo. Le stelle quindi sono brillanti. Infatti emettono luce, sono scintillanti, sono splendenti. Brillare ha questo significato proprio: Emettere o riflettere una luce vivida e cangiante, quindi è esattamente come splendere.

Allo stesso modo possono brillare dei bicchieri di cristallo, o dei gioielli, e questo indica la loro bellezza, il loro valore, la loro purezza o la loro pulizia.

Riguardo alla pulizia, posso usare questo verbo per indicare molte cose diverse:

La stanza brillava per quanto era pulita.

Dottore, i miei denti non sono per niente brillanti. Quale dentifricio posso usare?

In questo senso posso usare splendere allo stesso modo.

Una mamma al figlio che ha le scarpe sporche:

Lavati le scarpe. Quando torno le voglio vedere splendere/brillare!

La seconda frase che ho detto prima è:

Ieri sera ero un po’ brillo

Anche se l’aggettivo brillo, che ho usato, deriva dal verbo brillare, questo in realtà non è un uso del verbo brillare.

Essere brillo significa essere ubriaco. Non moltissimo però. Si dice anche “alticcio”, e ci si accorge che una persona è brilla quando è eccessivamente euforica e loquace, o non ce la fa a camminare perfettamente per il troppo vino bevuto.

Probabilmente si dice “brillo” perché gli occhi di una persona che ha bevuto troppo iniziamo a brillare.

In realtà quando gli occhi brillano generalmente ci si riferisce alla felicità:

Al matrimonio, a Maria brillavano gli occhi!

Ti brillano gli occhi dalla gioia!

Se torniamo agli esempi di cui sopra c’è:

Un ordigno è stato fatto brillare

Un'esplosione

Un ordigno è una bomba, e far brillare un ordigno significa far scoppiare questa bomba, farla esplodere.

Gli ordigni vengono fatti brillare perché altrimenti potrebbero essere pericolosi.

Negli ultimi due esempi fatti all’inizio si fa invece riferimento al verbo brillare nel senso di imporsi all’attenzione per doti singolari, quindi contraddistinguersi per il fatto di avere una particolare dote. Si tratta sempre di una caratteristica positiva. Una dote, appunto.

Mi hanno detto che non brillo per intelligenza. Eppure mi sono lavato stamattina!

Non brillare per intelligenza significa non essere intelligenti, non avere questa qualità, non distinguersi per questa caratteristica.

Brillare per” è la locuzione usata.

Si utilizza sempre in questo modo, ma curiosamente quasi sempre c’è una negazione:

Il mio amico non brilla certamente per eleganza

Si vuole quindi evidenziare la mancanza di una dote, cioè la mancanza di una qualità: l’eleganza in questo caso, ma prima era l’intelligenza. Potremmo fare la stessa cosa citando altre doti: la memoria, la velocità, la perspicacia, la gentilezza eccetera.

Questo pertanto (non brillare per…) è un modo alternativo per indicare la mancanza di una qualità di una persona. Raramente si usa per sottolineare una dote posseduta, ma si può fare.

In senso positivo esiste comunque l’aggettivo brillante. Non sono solamente le stelle o i gioielli ad essere brillanti:

In questa scuola ci sono molti studenti brillanti

Gli studenti brillanti sono più bravi degli altri, si distinguono per le loro qualità.

Spesso quando si parla di un amico e lo si definisce una persona brillante, ci si riferisce all’intelligenza in generale, o alla sua capacità di essere spiritoso, piacevole e comunque una persona di successo.

Oppure:

Antonio è un brillante medico statunitense

Il dott. Bianchi ha davanti a sé una brillante carriera

Proprio come un gioiello brillante, che attira l’attenzione e si nota rispetto al resto, quando una persona viene definita brillante, in senso figurato significa che suscita ammirazione o interesse per la sua eccezionalità.

Potrei usare aggettivi diversi, tipo splendido, fulgido, eccellente. Il senso non cambia.

Soprattutto in ambito professionale, oltre alle persone, si parla spesso di una carriera brillante.

La carriera è il percorso lavorativo e indica l’eventuale progresso compiuto, specie da un punto di vista sociale ed economico, nel campo di un’attività gerarchicamente organizzata. Fare carriera è come salire dei gradini di una scala. Più si va in alto, maggiore è il prestigio, l’importanza, le responsabilità e lo stipendio.

Un professore dell’Università è alla ricerca di una brillante carriera universitaria, mentre un militare insegue una brillante carriera militare e un impiegato pubblico o privato vorrebbe avere ugualmente una lunga e brillante carriera.

Quindi brillare indica lucentezza, “brillare per” indica il possesso di una qualità particolare e l’aggettivo brillante significa emanare o riflettere luce o in senso figurato suscitare ammirazione e interesse.

Se non siete brillanti, spero almeno non siate brilli!

Rauno: A proposito, quanti bicchieri di vino ci vogliono per diventare brilli?

Sofie: a me basta l’odore del vino e già inizio a ridere! È una mia prerogativa.

Albéric: a mio nonno bastava mezzo bicchiere. Per questo mia nonna adottava l’accorgimento di aggiungere acqua alla bottiglia del vino: un espediente che però faceva solo arrabbiare il marito. Ne nascevano dei simpatici siparietti!

Segue una spiegazione del ripasso.

772 Come un fulmine a ciel sereno

Come un fulmine a ciel sereno (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai visto un fulmine? Un fulmine, anche detto saetta, è un fenomeno atmosferico legato all’elettricità nell’aria e consiste in una scarica elettrica di grandi dimensioni. Quando c’è un temporale può capitare di vedere dei fulmini e di sentire dei tuoni.

Prima arriva il fulmine e poi si sente il rumore del tuono, essendo la velocità della luce maggiore di quella del suono.

Un temporale: cos’è? Lo possiamo definire come una violenta perturbazione atmosferica, accompagnata da tuoni, lampi e fulmini oltre a poggia e spesso anche vento.

Dunque ci vuole un temporale, le nuvole e la pioggia per vedere un fulmine?

No, perché esistono anche i fulmini a ciel sereno.

Si tratta naturalmente di una espressione idiomatica.

Quando sembra tutto andar bene, quando tutto sembra tranquillo, senza problemi, quando tutto procede regolarmente, può arrivare un fulmine a ciel sereno, cioè può accadere qualcosa di sconvolgente.

Ma non si tratta di un temporale improvviso quando il cielo è sereno, cioè sgombro dalle nuvole, ma di un avvenimento inaspettato e che ci cambia la vita. Almeno questa è la sensazione che si ha quando usiamo questa espressione.

La vita era tranquilla in Ucraina. Nessuno si aspettava ciò che è accaduto dal 24 febbraio 2022.

La guerra è arrivata come un fulmine a ciel sereno e ha sconvolto la vita di milioni di persone.

Non è detto che le cose siano comunque sempre di questa gravità.

Es:

La mia fidanzata ha deciso di lasciarmi. Stavamo bene insieme, almeno io stavo bene e credevo anche lei. Per me è stato come un fulmine a ciel sereno.

Possiamo usare questa espressione quando si verificano eventi spiacevoli, o almeno sgraditi, ma spesso persino sconcertanti, che arrivano in modo del tutto improvviso.

Il fatto di essere inaspettati, inattesi, il fatto che non ci fosse niente che potesse farli presagire è rappresentato dal cielo sereno, cioè senza nuvole.

Il fulmine è ovviamente l’evento negativo e inatteso.

In questo caso il fulmine è visto come qualcosa di sconvolgente e negativo, ma non sempre è così.

Infatti si può associare anche all’amore, o meglio all’innamoramento cioè l’inizio della passione amorosa.

Anche l’amore può essere sconvolgente e si può dire, volendo, che l’amore arriva spesso come un fulmine a ciel sereno.

Si dice spesso anche di essere stati fulminati dall’amore. Avete presente il colpo di fulmine?

Se due persone si incontrano e subito si innamorano tra loro, al primo incontro, al primo sguardo, ebbene, quello è un colpo di fulmine: un innamoramento improvviso e non necessariamente (purtroppo) reciproco.

Si usa spesso anche il verbo “folgorare“, del tutto simile a “fulminare“, che significa colpire con un fulmine o una qualunque scarica elettrica. Ma anche l’amore, ancora una volta, può folgorare.

Sono stato folgorato dalla bellezza di Maria!

La sua bellezza è folgorante!

Purtroppo si usa anche nel senso di morire, con una scarica elettrica ma anche spesso con arma da fuoco o persino da una malattia improvvisa e inaspettata: una malattia folgorante.

Fulminare e folgorare si usano anche con riferimento allo sguardo.

La mia fidanzata, appena mi ha visto che sorridevo ad un’altra ragazza, mi ha folgorato/fulminato con lo sguardo!

Non deve essere piacevole, voi che ne dite?
Adesso ripassiamo perché pare sia caduto un altro fulmine in Brasile, anche se il cielo non era affatto sereno…

Andrè: Come se non bastasse il Covid, sono da far strabuzzare gli occhi i numeri dei casi di Dengue che sono stati resi noti ieri sera dalle autorità sanitarie brasiliane. Sono già confermati più di tremila casi solo nella mia città (Araraquara) nel 2022! Solo coloro che l’hanno già presa conoscono le peculiarità di questa malattia, e anche se quasi non se ne parla, di scomparire la pandemia covid non ne vuole sapere!
Una scomoda realtà per un paese che da 2019 viene condotto dallo Schettino brasiliano. Si salvi chi può!! Ma quando se ne va? Anche di questo per ora non se ne parla, ma alle elezioni di ottobre non manca molto. Che Dio ce la mandi buona .

Segue una spiegazione del ripasso.

771 Non esiste proprio

Non esiste proprio (scarica audio)

Trascrizione

Che ne dici se domani mattina ci alziamo alle 5 e ci facciamo una bella passeggiata?

Cosa rispondereste a questa domanda?

Alle 5? Assolutamente no.

Non ci pensare! È troppo presto!

Facciamo alle 10?

Ma perché così presto?

Alle 5 fa troppo freddo!

Non se ne parla proprio!

A quell’ora è ancora buio!

Un’altra possibile risposta è:

Non esiste proprio!

Questa è un’espressione informale, familiare, con la quale si esclude categoricamente qualcosa. Si tratta quasi sempre di una proposta che si vuole rifiutare categoricamente, cioè che non si vuole neanche prendere in considerazione. Il verbo esistere non va dunque interpretato alla lettera.

“Non esiste”, in teoria, sarebbe di per sé sufficiente, ma per sicurezza meglio aggiungere “proprio“.

Apriamo una breve parentesi. Proprio è normalemente un aggettivo, ma in questo caso è un avverbio, e il suo ruolo è rafforzare qualcosa. Normalmente viene rafforzato un aggettivo che viene dopo, tipo:

È proprio vero!

Cioè: è vero, verissimo, ti assicuro che è vero. Te lo posso assicurare.

Sei proprio un ingenuo!

Cioè: sei veramente un ingenuo, non c’è ombra di dubbio su questo.

Sei proprio sicuro?

Cioè: sei veramente sicuro? Sei sicuro al 100 percento?

In questo caso invece si rafforza qualcosa che viene prima, che è il verbo esistere.

È una specie di negazione rafforzata: “non esiste” esclude che qualcosa sia vero o che venga accettata una proposta.

Quasi sempre “non esiste” significa “non ci pensare proprio” oppure “non c’è nessuna possibilità che quello che hai detto si possa verificare“.

Non esiste proprio” quindi rafforza questo concetto.

Somiglia molto a “non è cosa” (è anche a non se ne parla) di cui ci siamo già occupati, espressione più usata nel sud dell’Italia. Tuttavia “non esiste proprio” è più forte e meno adatto quando manca la voglia di fare qualcosa o quando non è il momento o la giornata giusta per farlo. In questi casi è più adatta l’espressione “non è cosa“.

Anch’essa può comunque diventare “non è proprio cosa”, rafforzando il concetto espresso.

È importante dire che se vogliamo dire che una cosa non è vera, non si usa “non esiste proprio”.

“Non esiste” potrebbe stare per “non può essere”, “non può essere vero” (abbastanza raramente) se mi riferisco a una cosa a cui non credo, ma non possiamo usarla per esprimere una negazione, cioè al posto di “no”, a meno che io non risponda a una proposta o io stia negando fortemente un’affermazione o una domanda accusatoria, tipo:

Mi hai tradito? Ti hanno visto con un’altra donna!

Risposta: Ma cosa dici? Non esiste proprio che tu mi abbia visto! (risposta sibillina?)

Si può usare il congiuntivo, come ho appena fatto, con “non esiste” quando spiego a cosa mi riferisco (non esiste che…).

Comunque non è obbligatorio se parlate ad amici e in contesti familiari.

Tra l’altro il problema non si pone perché “non esiste” non si usa al di fuori del linguaggio familiare.

Vediamo altri esempi?

Domanda: Vuoi chiedere scusa a tua moglie? Avanti! Chiedile scusa!

Risposta:

Chiedere scusa? Non esiste proprio! (che io le chieda scusa). È lei che deve chiedermi scusa. Altro che storie!

Domanda: Vuoi venire con noi sabato prossimo a mangiare il pesce?

Risposta:

Mangiare il pesce? Bell’idea ma sabato prossimo non esiste proprio perché c’è il concerto dei Maneskin!

Beh, allora andiamo stasera?

No, stasera non è cosa perché ho un mal si schiena terribile! Grazie lo stesso. Facciamo un’altra volta.

Albéric: io invece nutro dei forti dubbi e credo che non vuoi venire a mangiare il pesce perché ci nascondi qualcosa. Ultimamente non fai che trovare scuse. Tant’è vero che è qualcosa come un paio di mesi che hai sempre altro da fare.

Irina: non è che ti nascondo qualcosa, è che, come ti ho detto, stasera non è proprio cosa.

Peggy: va bene, come non detto. Allora vorrà dire che aspetteremo che tu ti rimetta in sesto e poi, se avrai voglia, sai dove trovarci. Tranquillo. Senza rancore. Ci mancherebbe altro.

Segue una spiegazione del ripasso

Fila liscio come l’olio

Fila liscio come l’olio

Video

Trascrizione

Giovanni: Una delle specialità italiane è l’olio extravergine d’oliva. Questo è abbastanza noto. ma l’olio, più in generale, e non solo quello derivato dalle olive, viene usato anche per lubrificare, per fare in modo che due corpi scivolino tra loro, per quindi ridurre l’attrito tra due corpi.

Ma l’olio si usa anche in alcune espressioni idiomatiche italiane, tra cui “liscio come l’olio“.
Filare liscio come l’olio“, in particolare, è una espressione che si usa quando non si incontrano problemi.

Come va il viaggio? c’è traffico?

Fortunatamente no. Finora fila tutto liscio come l’olio.

Cioè: va tutto bene, non abbiamo incontrato problemi.

Si usa spessissimo parlando del traffico, ma si usa in generale in qualunque attività in cui c’è la possibilità di incontrare dei problemi, qualcosa che ci faccia rallentare, che ostacoli il nostro lavoro o il normale andamento delle cose. Se tutto va bene, possiamo dire semplicemente che “tutto fila liscio”, e possiamo aggiungere “come l’olio”.

Si usa il verbo filare, che è un verbo che ha molti utilizzi diversi, ma quanto “tutto fila“, o quando “tutto fila liscio“, c’è un’attività che procede con regolarità, che va avanti senza problemi, senza intoppi, soprattutto quando questi eventuali intoppi sono fonte di preoccupazione.

Se poi tutto fila liscio come l’olio, si vuole trasmettere l’assenza di attrito. Tra l’altro il verbo filare trasmette anche un senso di moto rettilineo, senza curve, quindi qualcosa di diritto, e anche questo trasmette l’assenza di un rallentamento e quindi di eventuali difficoltà e possibili deviazioni rispetto a quanto previsto.

Filare trasmette anche un senso di ordine e coerenza. Pensate all’espressione “un discorso che fila“, che è un discorso logico, coerente, che non ha contraddizioni. Quando una persona fa un discorso che fila è un discorso convincente e efficace.

Filare trasmette l’assenza di difficoltà anche quando parliamo di un “ragazzo che fila dritto“, con riferimento al suo comportamento corretto e maturo, senza deviazioni e senza stupidaggini. Parliamo in questo caso della sua condotta sul piano morale o disciplinare.

Allora, anziché dire “tutto ok”, “va tutto bene”, “finora tutto bene“, la prossima volta provate anche a dire che  “tutto fila liscio come l’olio“.

Al prossimo video di Italiano Semplicemente

770 Per non

Per non (scarica audio)

Trascrizione

Mi è stato chiesto di spiegare gli utilizzi delle due parole per e non quando sono una di seguito all’altra.

Ne abbiamo già in parte parlato in uno dei passati episodi, ma per non saper né leggere né scrivere meglio spiegarlo ancora e anche in modo più completo.

Allora per è una preposizione semplice ma questo non ci interessa, altrimenti il sito si sarebbe chiamato italiano noiosamente 🙂

Scherzi a parte, “per non” significa, letteralmente “al fine di non“, “al fine di evitare”.

Per” viene usata in tal caso per dare una spiegazione, con lo scopo di descrivere una finalità. È simile a perché.

Non” invece serve a negare qualcosa e come sappiamo c’è sempre un verbo all’infinito dopo “non“. Abbiamo se volete un breve episodio sulla differenza tra no e non.

Questo accade anche nell’espressione “per non saper né leggere né scrivere“.

Vi ricordo che il senso di questa espressione è stare sicuri, quindi fare qualcosa con la finalità di ottenere un risultato o prevenire un problema, perché non si sa mai. Quindi non potendo riuscire a prevedere tutte le possibilità, meglio andare sul sicuro.

Un senso simile lo troviamo in molte altre occasioni, anche in frasi comuni:

Per non perdere l’aereo, meglio partire un po’ prima.

Per non cadere, mi sono aggrappato alla ringhiera.

Sto in silenzio per non far rumore

Cosa fare per non russare la notte?

Eccetera.

Altre volte invece troviamo “per non” in frasi diverse in cui il senso cambia. E qui viene il bello.

Es:

Tuo fratello è simpaticissimo, per non parlare di sua moglie!

Voglio dire che la moglie di tuo fratello, cioè tua cognata, è anch’essa molto simpatica, persino più simpatica di tuo fratello.

Il mio obiettivo in questa frase è sottolineare, enfatizzare una affermazione secondaria, che, in quanto secondaria, potrebbe passare in secondo piano, ma io non voglio che questo accada. E allora uso “per non parlare/dire”.

Vediamo altri esempi:

Giovanni è un tipo noiosissimo e pesante. Ricordo quando mi ha parlato di tutte le coniugazioni del verbo “espellere”! Mamma mia che noia! Per non parlare di quando mi ha chiesto di ascoltarlo per ben tre ore parlando di accenti acuti e gravi.

Oppure:

La squadra italiana di calcio a volte fa delle figuracce incredibili. Ricordate quando ha perso contro la Corea del sud ai mondiali del 2002? Per non parlare della recente sconfitta con la Macedonia che ci è costata il secondo mondiale consecutivo!

In questi casi il verbo usato è sempre “parlare” oppure “dire“.

Ti scordi sempre di tutto. Ieri hai dimenticato il mio compleanno. Per non dire di quando ti sei dimenticato di me e sei partito da solo dopo la sosta in autogrill sull’autostrada!

Avrete sicuramente notato la somiglianza con la locuzione “senza contare che abbiamo già visto insieme.

Infatti In questi ultimi esempi, il motivo per cui si sottolinea la seconda affermazione è per confermare e rafforzare la prima, per rafforzare ciò che vogliamo dire, il concetto che vogliamo esprimere, che è esattamente l’uso, se ricordate, della locuzione “senza contare“.

Per non”, quando ha questo utilizzo (seguito dal verbo dire o parlare) è di uso più comune e più colloquiale rispetto a “senza contare“.

Adesso mi auguro che qualcuno voglia realizzare un ripasso coi fiocchi.

Peggy: Potrei sfoderare un ripasso in men che non si dica se non fosse che sono particolarmente indaffarata oggi

Irina: ricorri sempre alla solita solfa per non raccogliere la provocazione di Giovanni

Marcelo: e vedi un po’. E’ ovvio che Peggy non partecipi alla costruzione di un ripasso visto che ha sempre il tempo risicato, ma a mio avviso quando ce lo chiede il capo non possiamo restare a braccia conserte.

Edita: allora ragazzi abbozziamo qualcosa all’insegna del miglioramento del nostro italiano.

Segue una spiegazione del ripasso

Il piatto forte

Il piatto forte

Video

Trascrizione

Giovanni: quando siamo a tavola, si sente spesso parlare del “piatto forte”.

Qual è il piatto forte del pranzo?

Il piatto forte non è però il piatto più resistente del servizio dei piatti, ma il piatto migliore; piatto inteso come pietanza, non come contenitore di cibo.

L’aggettivo forte in questo caso non ha niente a che fare con la forza e coi muscoli.

Generalmente il piatto forte è anche il più sostanzioso e prelibato di un pranzo, il più interessante, ma viene nominato soprattutto nei giorni di festa, o quando ci sono ospiti.

Arriva il piatto forte! Melanzane alla parmigiana!

Ieri era il giorno di Pasqua e il piatto forte di mia suocera è stato la lasagna!

Altre volte, ma fuori della cucina, si usa al posto del pezzo forte, ma stavolta stiamo assistendo ad uno spettacolo; non stiamo mangiando quindi ma siamo ad un concerto o un’esibizione pubblica. Il pezzo forte o il piatto forte può essere una canzone o anche una battuta.

Il piatto forte della serata arriva tra poco!

Le canzoni vengono quindi confrontate alle portate di un pasto.

Ci vediamo al prossimo video.

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi

Video

https://youtu.be/tosIgoSg890

Trascrizione

Giovanni: oggi è Pasqua, e approfitto per parlarvi di un famoso modo di dire:

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.

Il significato è il seguente: con chi trascorrere le festività?

Il Natale, per tradizione, si trascorre insieme alla famiglia; La Pasqua, invece, si può tracorrere insieme ad amici e conoscenti.

“I tuoi” sta per “i parenti più stretti”, con i familiari. A volte può significare semplicemente i genitori, altre volte, come in questo caso, la famiglia in generale.

I miei quindi sono i miei genitori, o la mia famiglia.

Oggi vado dai miei

Tu invece quando vai a trovare i tuoi? Non vai dai tuoi a Natale?

Non si usa al plurale però.

Quest’anno andiamo dai miei.

Se io e mio fratello andiamo dai nostri genitori devo aggiungere genitori, non si dice “andiamo dai nostri” ma”andiamo dai nostri genitori”.

Pasqua però la passiamo con gli amici. Buona Pasqua allora, ovunque voi decidiate di andare!

769 Se non

Se non (scarica audio)

Trascrizione

Peggy: Gianni, ho trovato un’espressione che non so bene come usare.

Espressione è “se non per

Ad esempio, una volta dopo aver fatto una domanda, mi hai risposto:

Certo, a che servo se non per spiegartelo?

Giovanni: grazie della domanda Peggy.

Provo a dare una spiegazione. La congiunzione “se” si utilizza spesso in questo modo, seguita da “non”. Normalmente si tratta semplicemente di una condizione, tipo:

Se non mi credi, guarda tu stesso

Se non mi ami più, lasciamoci

Altre volte invece è più complicato.

Abbiamo già visto in un episodio “se non che“, sia staccato in tre parole che attaccato (sennonché).

Abbiamo anche visto se non fosse che, seguito da “che”, ha un uso particolare come abbiamo visto

Tu mi hai chiesto “se non per” ma partiamo da “se non“. Spesso abbiamo a che fare con le alterative.

Parto da un esempio:

È Pasqua e come tutti gli anni abbiamo acquistato un uovo di Pasqua. Mio figlio vorrebbe mangiarlo e io dico a mio figlio che non è il momento giusto per farlo.

Lui potrebbe rispondermi:

Ma papà, se non oggi, quando?

Vale a dire: quale altro giorno è il più adatto a mangiare l’uovo di Pasqua se non proprio a Pasqua?

Come a dire che oggi è esattamente il giorno in cui bisogna rompere e mangiare l’uovo di Pasqua. Se non oggi, quando? Ci sono alternative?

Se oggi non si può mangiare, quando si può mangiare?

Questo è un modo equivalente per dire che oggi è il giorno più adatto.

Se non ora, quando?

Si usa spessissimo questa breve frase per indicare l’urgenza si fare qualcosa subito, non in futuro (questa è l’alternativa).

Un altro esempio:

Perché viviamo, se non per essere felici?

Che è un modo originale per dire che il motivo per cui si vive è la felicità. Puoi trovare altre ragioni più valide per vivere? Ci sono alternative più valide?

Ciò che sto cercando di fare in pratica è dare importanza a ciò che sto dicendo:

Questo è il giorno più adatto per mangiare l’uovo di Pasqua.

Essere felici è il motivo più importante, l’unico che conta per dar senso alla vita.

Chi è stato a mangiare l’uovo di Pasqua?

Nessun’altro può essere stato se non Emanuele.

Cioè: solo Emanuele può essere stato. Non ci sono alternative.

Chi può essere stato se non lui?

Questa è una domanda in cui si cercano delle alternative, ma è quasi una domanda retorica, nel senso che sono sicuro sia stato lui e nessun altro.

Non può essere stato nessun altro che lui.

Non può essere stato nessun altro all’infuori di lui

Questi sono dei modi equivalenti. Non hanno però la forma di una domanda.

Molto spesso questa forma “se non” è quindi un modo per dire solamente, soltanto, escludendo tutte le alternative.

Anziché dire:

Ti dico ciò che penso solo per dimostrarti che sono tuo amico.

Posso dire:

Non ti mento se non per dimostrarti che sono tuo amico.

Si usa spesso la doppia negazione, specie nelle esclamazioni.

Perché non ti mento? Solo per dimostrarti che sei un amico. Vedi altre possibilità? Non ci sono altre ragioni.

Ciò che faccio è negare le alternative. Negando tutte le alternative sto rafforzando quella che è l’unica possibilità.

Come stanno le cose? Qual è la verità?

Risposta: Quale vuoi che sia se non quella che ho detto io?

La verità non è (nessun’altra) se non quella che ho detto io.

Equivalente a:

La verità non è che quella che ho detto io.

La verità non è altra che quella che ho detto io.

Un altro Es:

Le cose non stanno (in altro modo) se non come ho detto io

Le cose non stanno che come ho detto io

Le cose non stanno altro che come ho detto io.

Il senso è sempre quello: la verità è solamente quella che ho detto io. Escluso le altre possibilità, cioè le alternative.

A proposito di cosa aggiungere dopo “se non“, posso aggiungere, oltre a “che”, come già visto (se non che) anche, in particolare, “per“, oppure “altro“.

Se uso “per” (simile a perché) sto dando una motivazione, l’unica motivazione, quindi è ancora una volta simile a dire soltanto, solamente.

Se invece aggiungo “altro” non escludo il resto, ma comunque sto dicendo la cosa più importante, qualcosa di simile a “almeno“, nel senso di qualcosa che è sufficiente a uno scopo.

Devi laurearti, fallo se non altro per i tuoi genitori!

Come dire che se le altre ragioni non le ritieni valide, almeno questo è un motivo valido.

Poi è importante dire che “se non altro” non si usa mai per fare domande:

Dovete ascoltare attentamente, se non altro per capire la pronuncia, poi anche per capire come usare le varie espressioni.

Devi ascoltarmi, se non altro perché ho più esperienza di te.

Quindi il motivo per cui devi ascoltarmi è almeno questo. Anche solamente per questo motivo, senza aggiungerne altri. Questo è già un motivo sufficiente. Non c’è bisogno si avere altre ragioni.

Vado in Italia tutti gli anni, se non altro per rilassarmi, poi approfitto per vedere monumenti storici e incontrare alcuni amici.

Perché hai mandato a quel paese il tuo direttore?

Guarda, l’ho fatto se non altro per togliermi un sassolino dalla scarpa. Lo so, mi ha licenziato, ma ho avuto, se non altro, questa soddisfazione.

Per cosa vale la pena di vivere, se non per togliersi soddisfazioni?

Peggy: grazie mille per la spiegazione. Ti ringrazio, se non altro perché ci dedichi tanto tempo. Di nuovo.

Giovanni: figurati, a cosa servo se non per dare spiegazioni?

Irina: oggi ci risparmi il ripasso Gianni? Se non altro perché in fondo hai già inserito qualche ripasso nell’episodio.

Giovanni: aggiudicato!

Portare e dimostrare un’età

Portare un’età

Video

Portarsi gli anni e dimostrare un'età

Trascrizione

Giovanni: quando si parla dell’età di una persona, capita spesso di utilizzare due verbi in particolare: dimostrare e portare.

Dimostrare è abbastanza semplice. È simile a mostrare.

Quanti anni ha Francesca?

Francesca ha 50 anni.

Davvero? Ne dimostra molti (in/di) meno!

Oppure:

Davvero? Ne dimostra molti di più!

In pratica sto facendo un confronto tra l’età che dimostra una persona, cioè gli anni che sembra avere questa persona, e l’età vera, cioè l’età anagrafica.

Se gli anni che dimostra sono inferiori ai suoi veri anni, allora posso dire che dimostra un numero inferiore di anni.

Se invece l’età che dimostra è superiore alla sua vera età, posso dire che dimostra un numero superiore di anni.

Lo stesso concetto si esprime usando il verbo portare.

Quanti anni hai?

Ho 65 anni.

Davvero? Te li porti veramente bene.

Credi davvero che io me li porti bene?

Certo, te li porti magnificamente!

Portarsi è in realtà il verbo da usare, la forma riflessiva di portare.

Ho visto in tv Sofia Loren. Ha più di ottant’anni, ma se li porta benissimo. Sembra avere vent’anni in/di meno.

In pratica se si portano bene i propri anni significa che si dimostrano meno anni di quelli anagrafici. Si appare più giovani di quanto si è in realtà.

Se invece si portano male, allora si appare più anziani, cioè si dimostrano più anni di quelli veri.

Curioso che si utilizzi il verbo portare, ma in effetti questo verbo paragona gli anni ad un peso, a un bagaglio che si appesantisce sempre di più.

Vediamo altri esempi:

Io ho 51 anni e spero di portarmeli bene

Tu hai 60 Anni e ti assicuro che te li porti benissimo. Ne dimostri 20 in meno.

Mia madre ha settant’anni e se li porta che è una meraviglia.

Mio cugino non se li porta molto bene i suoi 35 anni. Sembra averne almeno 10 in più.

Per portarci sempre bene gli anni occorre mangiare bene e fare tanta attività fisica.

E voi? Credete di portarvi bene la vostra età?

I miei genitori se li portano bene i loro 80 anni. Secondo te quanti ne dimostrano?

768 Peculiarità e prerogative

Peculiarità e prerogative (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: vi avevo promesso di trattare l’aggettivo peculiare ed eccoci qua. Lo so, avrei dovuto farlo nell’episodio scorso, ma è una mia peculiarità quella di avere qualche dimenticanza di tanto in tanto.

Comunque meglio tardi che mai.

Avete già capito che una peculiarità è più o meno come una caratteristica.

È però una caratteristica poco comune, un aspetto particolare, proprio e caratteristico.

Possiamo certamente dire che una peculiarità è una qualità singolare, una proprietà singolare, una caratteristica singolare.

Peculiare è l’aggettivo. La peculiarità è la qualità di ciò che è peculiare.

Ci sono anche altri termini simili a peculiarità: particolarità, prerogativa, proprietà, specificità, tipicità.

La specificità e ancora di più la tipicità sono termini usati più degli altri quando si parla delle caratteristiche di un paese o di un territorio.

Avete presente i prodotti tipici locali? Quelle sono specificità territoriali, prodotti tipici di un territorio.

La specificità si usa anche spesso in biologia, nel descrivere le caratteristiche di una specie animale o vegetale. Si parla dei comportamenti o delle attività particolari che li differenziano da altre specie o organismi.

La particolarità è molto generica, ma generalmente è una caratteristica positiva.

La prerogativa è una peculiarità, per lo più apprezzabile e vantaggiosa. Il “pre” davanti a cosa serve? Solitamente significa prima (precedente, preistoria), ma può significare altre cose, anche indicare maggiore importanza, priorità, maggiore altezza, superiorità eccetera. Basti pensare a termini come prediletto, predominio, prepotenza, prevalere, preponderante.

Es:

La chiarezza è una mia prerogativa (almeno credo!)

Quindi è una mia caratteristica, che forse prevale sulle altre, è più importante di altre, che emerge rispetto ad altre.

Non è neanche detto che si tratti di una caratteristica rara in realtà, l’importante è che sia associata a qualcuno o qualcosa, anche a categorie particolari di persone.

Una prerogativa può essere anche un privilegio riconosciuto, un vantaggio (oltre che una caratteristica) che ha qualcuno e che molti altri non hanno.

Non è detto sia qualcosa di esclusivo, qualcosa che vale sempre o solamente in un caso. (Vedremo dopo che bisogna aggiungere un altro termine a questo scopo).

Un esempio di privilegio sono le prerogative diplomatiche, cioè dei vantaggi speciali attribuiti ai titolari di alcune cariche, come gli ambasciatori. Solo a loro spettano alcuni diritti o privilegi.

Anche i parlamentari italiani hanno prerogative particolari, come l’immunità parlamentare.

Si può trattare in generale di aver diritto a esenzioni particolari, o al fatto di poter godere di altri diritti che altri non hanno.

Il termine proprietà è più generico e va sempre bene. Si usa spesso nell’insegnamento, parlando di caratteristiche in generale (es le proprietà della moltiplicazione), in cucina (le proprietà dello zenzero) anche se non dimentichiamo che una proprietà indica anche il possesso di un bene. Chi ha una proprietà si chiama proprietario.

La peculiarità dunque è più adatto, come termine, per indicare una caratteristica che identifica qualcuno o qualcosa, che è utile a descrivere e a sottolineare le differenze rispetto ad altro o altre persone.

Direi che particolarità e peculiarità sono sinonimi quasi perfetti, anche se la particolarità è più usato ed è più spesso associato a una qualità positiva (anche rispetto al termine caratteristica) mentre la peculiarità evidenza maggiormente una caratteristica che si trova con più difficoltà altrove.

Esiste anche l’aggettivo relativo alla prerogativa. Si tratta di prerogativo:

Un compito prerogativo della chiesa è quello di occuparsi delle questioni spirituali.

È come dire che questa è una prerogativa della Chiesa. È simile a compito esclusivo.

Poi, il termine prerogativo si usa anche in questo modo: un “prerogativo assoluto” , inteso come qualcosa che va fatto subito, qualcosa di una grande importanza che ha precedenza assoluta sul resto.

Un immediato sostegno alla popolazione Ucraina scappata dalla guerra è un prerogativo assoluto.

Si tratta di urgenze che hanno la precedenza su tutto il resto.

Se invece parlo di prerogativa assoluta, al femminile, è qualcosa di esclusivo, che vale solo per un caso, solo per alcuni o vale a prescindere da altri aspetti.

Il linguaggio è una prerogativa assoluta dell’uomo

Il diritto alla protezione dei dati personali non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione.

Abbiamo visto durante la Pandemia che neanche la libertà di spostarsi liberamente nel territorio italiano è una prerogativa assoluta.

Vediamo qualche esempio con la peculiarità:

Parliamo del naso alla francese.

Il naso alla francese è caratterizzato dall’essere piccolo (talvolta infatti si dice “nasino alla francese”). È piccolo e ha una punta sottile.

Posso dire tranquillamente che le peculiarità del naso alla francese sono le piccole dimensioni e la punta sottile.

È questa una caratteristica più tipica dei francesi evidentemente. È un naso contraddistinto da queste caratteristiche.

Un’altra peculiarità del naso alla francese è che termina leggermente verso l’alto. Si dice spesso un naso a punta all’insu.

Poi, le volete conoscere alcune peculiarità dell’Italia?

È il paese che ha il maggior numero al mondo di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO: ben 55.

Un’altra peculiarità è la pizza, specie quella napoletana e non a caso è uno dei 55 patrimoni UNESCO.

Ricordate l’episodio dedicato al termine appannaggio? La prerogativa assoluta somiglia moltissimo all’appannaggio, in effetti è proprio cosi. Se ricordate l’appannaggio spessissimo si riferisce ai privilegi o a chi si può permettere qualcosa che altri invece non possono permettersi o non hanno i privilegi necessari.

Appannaggio è più esclusivo della prerogativa. Infatti é praticamente inutile parlare di esclusivo appannaggio.

Irina: Adesso giusto il tempo di un breve ripasso e andiamo a letto.

Marcelo: a letto è un parolone. Io mi sono appena alzato.

Hartmut: grazie! Voi due abitate agli antipodi!

Segue una spiegazione del ripasso

767 Braccia conserte, di conserto

Braccia conserte

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Trascrizione

Vediamo oggi un aggettivo cghe viene usato spessissimo, se non esclusivamente, alle braccia: Conserte. Ovviamente in questo caso l’agettivo è plurale femminile, come le braccia, appunto.

Le braccia conserte indica le braccia incrociate su petto, quindi intrecciate.

Quando le braccia sono conserte, sono quindi incrociate. Si usa parlare di braccia conserte quando parliamo di linguaggio del corpo. Potrei avere freddo, naturalmente, ed è per questo che tengo le braccia conserte ma in genere si esprime qualcosa di diverso.

Una persona che tiene le braccia conserte assume una posizione particolare.

Se sto assistendo a qualcuno che parla e mi trovo in piedi, è molto probabile che io incroci le braccia. Probabilmente perché non saprei dove altro metterle. Le potrei mettere in tasca. Questa è un’alternativa adottata a volte.

Altre volte invece questa posizione rappresenta un atteggiamento di chiusura, vale a dire che non siamo disposti, se teniamo le braccia conserte, a mettere in discussione le nostre idee, quindi è un modo per isolarci. In altre occasioni può essere un gesto che mostra sicurezza di sé.

Stare ma soprattutto restare a braccia conserte, è una espressione che indica la non azione, il non far nulla.

Es:

Di fronte al rischio di una guerra, non si dovrebbe restare a braccia conserte

Cioè: bisogna invece fare qualcosa, per impedire la guerra

Se voglio qualcosa dalla mia vita non poso restare a braccia conserte ad aspettare che il destino mi aiuti, ma devo fare qualcosa!

Attenzione perché “conserto”, al singolare, è presente nella locuzione “di conserto“, una locuzione abbastanza formale che sta a significare una decisione presa “di comune accordo“, quindi insieme.

Abbiamo deciso di conserto che è il momento di fare la pace.

Gli stati europei devono muoversi di conserto

Muoversi o fare qualcosa di conserto significa muoversi insieme, prendere decisioni insieme, decisioni che vanno nella stessa direzione attraverso degli accordi.

Anche questa è una espressione piuttosto formale.

Gli accordi e le intese, ancor più che le decisioni, vengono prese di conserto, altrimenti che accordi sono?

Spesso di usa anche “d’intesa“:

Agire d’intesa = agire di conserto

I carabinieri, d’intesa con la polizia, hanno fatto le indagini

Il comune di Roma, d’intesa col Ministero, promuove la settimana della cultura

Il presidente dell’associazione, d’intesa con tutti i membri, ha deciso la data della prossima riunione

Sicuramente d’intesa è una forma più utilizzata rispetto a “di conserto“.

Poi dovete sapere che “di concerto” ha lo stesso significato di “di conserto” quindi si parla sempre di un accordo, di un comune accordo. Non è un caso che durante un concerto ci siano molti strumenti a suonare tutti insieme.

Quindi agire di concerto o andare di concerto significano ancora una volta agire insieme, di comune accordo, procedere insieme. Però per le braccia non vale la stessa cosa. Le braccia possono solamente essere conserte, con la lettera esse.

Esiste anche a la concertazione (solamente con la lettera c) che è, nel linguaggio giornalistico e politico, un modo di operare, una prassi di reciproca consultazione e di azione congiunta tra le forze sociali e il governo sui maggiori temi della politica economica.

Adesso ripassiamo:

Danielle: dottore, ho un problema. Non riesco a smarcarmi dallo studio della grammatica. Anzi le dico che mi diverte persino a volte. È grave dottore?

Estelle: grave? Gravissimo! Provo una tremenda invidia però! Anch’io studio italiano ma la trovo veramente pesante la grammatica.

Irina: ma senti questi! Parlare della grammatica di venerdì! Vivaddio non ne ho più bisogno adesso! Ma anche lei, benedetto dottore! Non conosce I risvolti negativi delle regole grammaticali sull’umore?

Subentro, voltura e allaccio, allacciare, subentrare, volturare riallacciare (ITALIANO PROFESSIONALE)

Subentro, voltura, allaccio, allacciare, subentrare, riallacciare, volturare (scarica audio)

durata: 13:49

Trascrizione

Tutti gli stranieri che vengono a vivere in Italia hanno o potrebbero avere un problema. Non appena acquistano una casa o ne affittano una, devono occuparsi delle utenze. Le utenze sono la fruizione di un bene o servizio pubblico: l’iutenza del gas, l’utenza telefonica, l’utenza elettrica, l’utenza dell’acqua.

Occuparsi delle utenze significa che devono risultare a loro nome, quindi l’intestatario delle utenze deve essere modificato. Precedentemente l’intestatario era chi vi ha venduto la casa, cioè il vecchio proprietario, mentre adesso che l’appartamento ha cambiato proprietario, le utenze devono essere intestate (vanno intestate) al nuovo proprietario, oppure, nel caso di affitto, all’affittuario, cioè la persona che ha ricevuto un immobile in affitto, pagando l’affitto mensilmente.

L’intestatario di una utenza è la persona o l’ente che siano indicati come titolari dell’utenza. L’intestatario è colui o colei o l’ente) a cui è intestata l’utenza.

Intestare quindi significa attribuire qualcosa, come una utenza, a un titolare mediante indicazione del nome.

Se io intesto la casa a mio figlio, la casa diventa sua, e lui diventa l’intestatario della casa.

Ma si parlava di utenze e quindi torniamo alle utenze.

Quando prendo in affitto un appartamento, o quando lo acquisto, devo intestare le utenze a me.

Quali termini usare per fare questa modifica di intestazione?

Ci sono termini interessanti di cui vorrei parlarvi da cui derivano i verbi. I termini sono allaccio, surroga, subentro e voltura. I verbi sono allacciare, subentrare, surrogare e volturare.

Partiamo proprio dal subentro e da subentrare.

Se andiamo sul dizionario a vedere, subentrare significa entrare al posto di un altro, quindi si tratta di una sostituzione o di una successione. Si usa ad esempio nello sport:

Al minuto settanta, il giocatore col numero 12 subentra al posto del giocatore col numero 7 perché si è fatto male.

In questi casi si usa normalmente anche “entrare” ma si tratta di un subentro a tutti gli effetti.

Però si può subentrare a qualcuno anche in un diritto. Prima era mio padre a godere di un diritto, adesso sono io. Sono subentrato a mio padre. Questa è anche una successione oltre ad un subentro.

Anche al lavoro, se il mio posto lo prende un’altra persona, anche questo è un subentro.

A fine mese lascerò il posto di lavoro. Al mio posto subentrerà il signor Rossi.

Ma quando si parla di utenze, il subentro è l’attivazione di una fornitura da parte di un cliente dopo un periodo in cui il contatore era stato disattivato.

esempio:

Nel 2020 il sign. Rossi abita in un appartamento e sia il gas che l’acqua che il telefono e l’elettricità sono intestate a lui. Lui è l’intestatario di tutte le utenze dell’appartamento. Poi però nel 2021 il signor Rossi lascia l’appartamento e disattiva tutte le utenze. I contratti sono interrotti. Nel 2022 il signor Rossi torna nell’appartamento e riattiva le utenze. Dunque il signor Rossi effettua un subentro.

Dalla spiegazione precedente però non sembrerebbe questo un subentro poiché il signor Rossi non sostituisce nessuno, non subentra a nessuno. Anche se l’appartamento fosse stato venduto o affittato al signor Bianchi, anche questo sarebbe un subentro, perché le utenze erano state interrotte, indipendentemente dall’intestatario precedente. Il subentro va quindi richiesto solamente quando i contatori risultano disalimentati, cioè non più alimentati, quindi sono cessati ed occorre riattivarli.

Se invece le utenze non vengono mai interrotte, si parla di “voltura“, che consiste quindi nel cambio di intestatario del contratto, senza interruzione dell’erogazione del servizio, es. energia elettrica, gas eccetera. La voltura non prevede una interruzione ma solamente un cambio dell’intestatario.

In definitiva, nei contratti stipulati tra enti pubblici o privati e i vari utenti, la voltura è il cambiamento del nominativo dell’utente al quale il contratto è intestato, quindi un cambio d’intestazione, mentre col subentro viene riattivato un contatore.

Si può fare la voltura del telefono, quella del gas, quella dell’utenza elettrica e quella della fornitura dell’acqua.

Quando si prende in affitto un appartamento dunque, si può fare una voltura oppure un subentro: se la casa era abitata da altri, si tratta di voltura, mentre probabilmente se la casa era disabitata, le utenze erano state interrotte e allora dobbiamo fare un subentro.

La stessa cosa quando acquistiamo un appartamento precedentemente abitato da altri.

E se invece compriamo un appartamento nuovo? In questo caso dobbiamo fare un allaccio delle utenze.

Un allaccio è quindi un allacciamento. Questo è il termine che andrebbe usato ma poi nei fatti ormai il termine allaccio ha preso il sopravvento nell’uso.

Allacciare una linea telefonica, fare l’allaccio del gas, fare l’allaccio di una utenza elettrica, chiedere l’allaccio. Queste sono le espressioni più usate.

Anche le cravatte si allacciano e anche la cinta (o cintura) dell’automobile.

Allacciare la cintura di sicurezza

Nel caso dei servizi pubblici e delle utenze, un allaccio è una operazione con cui si collega un elemento a una “rete”: la rete elettrica, la rete del gas, la rete dell’acqua.

C’è da dire che l’allaccio è un termine che si usa solamente nelle utenze, e anche la voltura. Invece ad esempio subentrare, oltre agli utilizzi visti, ha anche un uso figurato. Posso dire ad esempio:

Una volta mi sono perso a Roma. Avevo 15 anni. All’inizio ho provato smarrimento, ma poi è subentrata la paura di non riuscire più a tornare a casa.

Quindi un sentimento, una sensazione, può subentrare ad un altro.

Riguardo ad allacciare, si usa a volte anche parlando di relazioni:

L’Italia deve allacciare una relazione commerciale con i paesi orientali

Allacciare una relazione sentimentale

Esiste anche “riallacciare” (cioè allacciare nuovamente) usato sia quando bisogna riallacciare le scarpe (dopo che si sono sciolti i lacci) e tecnicamente parlando una linea (ad esempio telefonica):

Allacciare le scarpe

Riallacciare una linea telefonica interrotta

Questa operazione come visto l’abbiamo chiamata subentro, ma qui il senso è spesso materiale. Se un temporale causa un guasto alla linea, bisogna riallacciare la linea interrotta.
Nella maggioranza dei casi però l’uso di riallacciare è figurato e si parla ancora una volta di relazioni:

Ho litigato con Paolo, ma vorrei riallacciare la nostra amicizia.

Quindi il senso più generale di riallacciare è riprendere un legame interrotto. Questo legame può essere anche di amicizia, o anche sentimentale.
Possiamo usare riallacciare anche nel senso di ricollegarsi, riconnettersi. Se state parlando e volete riprendere un discorso interrotto, potete usare, oltre al verbo riprendere ( o anche tornare a Bomba) anche riallacciare.

Mi riallaccio a quanto già detto in precedenza

La cosa funziona ancora meglio se ci si riallaccia a qualcosa detto da qualcun altro:

Mi riallaccio a quanto detto prima da Giovanni.

Per oggi può bastare. casomai mi riallaccerò al discorso in un altro episodio-

Ci sarebbe anche la surroga, e anche questa è una sostituzione di una persona in luogo di un’altra. Ad esempio nel linguaggio giuridico, significa subentrare a qualcuno in un diritto. la surroga quindi equivale al subentro. Appartiene al linguaggio burocratico, ma non si parla mai di surroghe con le utenze ma se ne parla quando c’è un mutuo, cioè un grosso prestito da parte di una banca; la surroga consiste nella sostituzione di una banca con un’altra. La seconda banca surroga la prima, quindi la sostituisce.

766 Singolare

Singolare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: sono sicuro che tutti voi, studenti non madrelingua italiana, conoscete l’aggettivo singolare.

Facile: singolare è il contrario di plurale.

Es.

L’articolo “il” è il singolare dell’articolo “i”

L’articolo “lo” è il singolare dell’articolo gli. Qual è il singolare di “le”?

È “la” il singolare di “le”.

Già, questo è indubbiamente vero, ma sarebbe veramente singolare se io mi limitassi a fare una lezione grammaticale.

Ciò che voglio dirvi è che l’aggettivo “singolare” si usa anche per indicare qualcosa o qualcuno che ha caratteristiche uniche.

Se parliamo di una persona, se diciamo che questa persona è una persona singolare, vogliamo dire che ha delle caratteristiche uniche, che non vediamo in altre persone.

Si tratta di una persona in qualche modo unica, o almeno particolare, che presenta caratteristiche totalmente diverse dagli altri, o da altre persone in un certo ambito. In genere si dice una persona veramente singolare, davvero singolare.

Non si tratta di qualcosa di sempre negativo o positivo. Dipende dall’occasione.

Se un tipo è davvero singolare, vogliamo dire che è eccezionale, straordinario, oppure un po’ strano, che ha caratteristiche che escono da un certo tipo di logica. Questo può essere positivo o negativo.

Se parli di una donna di una bellezza singolare, in questo caso è bellissima. La bellezza è unica, quindi è chiaro che viene esaltata la bellezza. Questo accoppiamento tra una caratteristica e l’aggettivo singolare possiamo sempre farlo.

Altre volte si tratta di qualcosa di insolito, altre di eccentrico.

Es:

Giovanni si veste in modo singolare

Non è certamente una persona che segue la moda.

Quindi insolito, particolare, caratteristico, persino strano possono essere degli aggettivi più o meno adatti a sostituire l’aggettivo singolare.

Si usano abbastanza spesso le espressioni “è singolare che”, “è piuttosto/alquanto singolare che”, “trovo singolare che”.

Appartengono ad un registro più ricercato. Normalmente si userebbero aggettivi come insolito, anomalo o strano.

È singolare che sia proprio tu a dire che la fedeltà è Importante in una coppia.

Questa potrebbe essere una risposta di una donna il cui partner ha sempre sostenuto la tesi opposta o che lui stesso abbia tradito in passato.

Avrete allora notato la somiglianza con l’espressione“mi fa strano“, e “mi fa specie” certamente più informali che abbiamo già visto e che si usano in contesti simili.

Trovo abbastanza singolare che chi fuma 20 sigarette al giorno abbia paura del vaccino.

Trovo veramente singolare che un professore di italiano non metta la grammatica al primo posto.

Spesso c’è anche un po’ di ironia in frasi di questo tipo.

Non è detto però. Si può usare singolare anche se vogliamo evitare aggettivi negativi.

Sicuramente vogliamo evidenziare qualcosa di unico, una caratteristica particolare, ma a volte in questo modo restiamo sul vago, non si specifica ma si sottolinea solamente la singolarità di questa persona.

Nel prossimo episodio restiamo sull’argomento, ma vi parlerò delle peculiarità. Adesso ripassiamo, perché come sapete questa è una peculiarità della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente“.

Marcelo: Mi avrebbe fatto veramente strano infatti se avessi deciso di non ripassare.

Peggy: secondo me stavolta non era proprio cosa. Ma non voglio dare adito a polemiche.

Edita: e perché non era cosa? Non mi dirai che non sapevi del ripasso. Se ti riferisci alla durata dell’episodio, il nome della rubrica è risaputo che sia meramente indicativo. Bisogna portare pazienza.

Segue una spiegazione del ripasso

765 Gli anta

Gli anta

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Trascrizione

Giovanni: non so voi, ma io già da due anni sono arrivato agli anta.

E voi? Voi siete già entrati negli anta?

Alla fine di questo episodio saprete rispondere a questa domanda.

Il termine anta può indicare due cose diverse nella lingua italiana.

La prima cosa è lo sportello di un mobile, che si chiama anche anta. Non tutti gli sportelli si chiamano ante però. Ad esempio gli sportelli delle automobili.

Ad esempio, tutti in casa abbiamo nella nostra camera da letto un armadio.

Quante ante ha il vostro armadio?

Se è un armadio a due ante ha solamente due sportelli, quindi è abbastanza piccolo. Ha l’anta di destra e quella di sinistra. Ogni anta ha una maniglia o un pomello che serve ad aprire l’anta.

Poi però esistono anche le ante scorrevoli.

Gli armadi a 4 ante sono ovviamente più grandi di quelli a due ante. Infatti le ante, cioè gli sportelli, sono quattro, esattamente il doppio.

Ancora più grandi sono gli armadi a 6 ante.

Ma “anta“, e qui viene il bello, è anche un termine usato in alcune espressioni familiari per indicare il raggiungimento o il superamento dell’età dei quarant’anni.

Pensate un attimo alle diverse età, che possiamo dividere in decenni, cioè in periodi di 10 anni.

Ci sono i dieci anni

I vent’anni

I trent’anni

I quarant’anni

I cinquant’anni

I sessant’anni

I settant’anni

Gli ottant’anni

I novant’anni

I cento anni.

In particolare dai quarant’anni in poi, iniziano i cosiddetti “anta” perché è così che termina il numero quaranta.

È dai quarant’anni che iniziano i primi acciacchi, che si sentono i primi scricchiolii, proprio come quando apriamo le ante dell’armadio.

Ma a parte questo, non c’è nessun nesso linguistico tra le ante dell’armadio e il raggiungimento degli anta.

Gli anta si chiamano cosi perché prima dei quarant’anni, gli anni terminano diversamente: – enti, -enta. Successivamente invece il finale diventa – anta.

Dai quaranta in poi tutti gli anni terminano quindi con “anta” fino ad arrivare a cento.

Dunque entrare negli anta, e arrivare agli anta sono in particolare le espressioni che si usano quando si compiono quarant’anni.

Sei entrato negli anta?

Sei arrivato agli anta?

Con entrare usiamo “negli“, mentre con arrivare usiamo “agli“.

Esiste anche “superare gli anta” e “raggiungere gli anta”, che hanno comunque lo stesso significato.

Io ho 51 anni quindi sono già 11 anni che sono entrato negli anta.

Se avessi 61 anni sarei entrato negli anta?

Certo. Sarebbero già 21 anni che sarei entrato negli anta.

E coloro che anno 70 anni?

Sono passati trent’anni da quando sono entrati negli anta.

Avrete fatto caso che “anta” stavolta è plurale: gli anta.

Infatti parliamo degli anni, il cui articolo è “gli”. Parliamo degli anni che terminano per – anta.

Tra l’altro il singolare di anta non esiste. E questo è un fatto veramente singolare!

Questa ve la spiego nel prossimo episodio.

Invece l’anta dell’armadio è singolare femminile.

L’anta dell’armadio.

Le ante dell’armadio.

Adesso ripassiamo:

Irina: per poco oggi non mi chiudo un dito nell’anta dell’armadio. Chissà cosa ne sarebbe stato del mio povero dito!

Rafaela: beh, ne sarebbe uscito sicuramente malridotto.

Komi: aivoglia quante volte mi è successo! Non sono cose da prendere alla leggera comunque. Io sono sempre corso al pronto soccorso!

Ulrike: capirai. Che sarà mai un dito. Si può anche sacrificarne uno. Ne restano pur sempre altri 9!

Segue una spiegazione del ripasso

I verbi FALCIARE e FALCIDIARE

I verbi FALCIARE e FALCIDIARE

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Trascrizione

Vediamo un altro verbo apparentemente agricolo, cioè che viene dall’agricoltura, e che si usa, proprio come rivangare e mietere, anche in modo figurato.

Sto parlando del verbo falcidiare.

La radice però non è la falce, che serve a tagliare l’erba o il fieno e come abbiamo visto serve anche a mietere.

La falce in realtà serve a falciare l’erba o il grano. Questo è il verbo falciare. Però inizialmente ho parlato di falcidiare.

L’erba e il grano non si possono falcidiare ma possiamo solamente usare falciare, nel senso di tagliare con la falce.

Falcidiare come dicevo non deriva dalla falce, ma deriva dal termine falcidia, e significa ridurre notevolmente, ridurre drasticamente.

Il termine falcidia viene da una legge dell’antica Roma che riguarda l’eredità (si parlava di ridurre la parte dell’eredità che non andava ai parenti) e si usa oggi proprio come sinonimo di riduzione, ma di riduzione drastica, cioè una grande riduzione.

Una riduzione drastica, è vero, somiglia molto ad un taglio, e quindi verrebbe da dire anche che falcidiare somiglia a falciare. Un verbo quest’ultimo che si usa anche parlando si vite umane e massacri, genocidi, stragi, proprio come il verbo MIETERE.

In senso fugurato falciare significa far morire un grande numero di persone in modo improvviso oppure violento.

La guerra ha falciato milioni di vittime.

Vedete che è del tutto simile a mietere in questo senso.

Le vite umane interrotte violentemente come l’erba o il grano tagliato da una falce o da una mietitrice. La falce e la mietitrice tagliano tutto, indistintamente, quando passano sul campo di grano.

Vediamo invece gli utilizzi del verbo falcidiare che possiamo definire corretti perché indicano una forte riduzione e quelli che, pur essendo ugualmente utilizzati, sono legati al concetto della morte, dei massacri, della distruzione, concetti per cui sarebbero più adatti altri verbi come funestare, massacrare, distruggere, eliminare completamente e, appunto, falciare e mietere. In questo senso falcidiare viene usato per dare un senso ancora più forte rispetto a falciare e mietere.

Il raccolto delle olive di quest’anno è stato falcidiato dal parassita cocciniglia.

Dunque il raccolto delle olive è stato molto ridotto, drasticamente ridotto dal parassita. Questo uso è assolutamente corretto.

Potremmo parlare anche della falcidia del grano dovuta al parassita.

Tutta colpa di Publio Falcidio, che nell’antica Roma propose la legge sull’eredità che porta il suo nome.

Con la pandemia da Covid, i bilanci delle aziende sono stati falcidiati.

Anche questa è una riduzione drastica e spesso inaspettata. Parliamo di soldi stavolta, di entrate, di reddito.

I lavoratori dell’azienda X sono stati falcidiati dal nuovo direttore.

Questo significa che molte persone sono state licenziate. C’è stata una riduzione importante del numero dei lavoratori. Corretto.

In Ucraina c’è stata, durante la guerra, una falcidia di civili.

Anche i soldati russi sono stati falcidiati dai droni

Ecco, qui parliamo di stragi, di genocidi, di uccisioni brutali. Certamente c’è stata una drastica riduzione dei civili ucraini dei soldati russi, ma in questo caso parliamo di vite spezzate, di stragi.

Famiglie falcidiate sotto gli occhi del mondo intero.

Oppure:

Le vittime falcidiate da un virus

Si usa anche così il verbo falcidiare nonostante stavolta la falce e l’agricoltura non c’entrino nulla.

Il verbo MIETERE

Il verbo MIETERE

Video

Il verbo MIETERE

Trascrizione

Vediamo un altro verbo agricolo, cioè che deriva dall’agricoltura, e che si usa anche in modo alternativo.

Abbiamo già visto rivangare. Oggi è il turno di mietere.

Normalmente mietere riguarda il grano. Mietere il grano significa tagliare il grano. Si può fare a mano questa mietitura (cioè usando una falce, per tagliare il grano), ma oggi si fa soprattutto usando una mietitrice meccanica, cioè una macchina agricola.

Ovviamente tutti i cereali, non solo il grano vengono mietuti, e questo avviene quando sono maturi, cioè pronti per essere raccolti.

È tempo di mietere!

Passiamo all’uso figurato. L’Ucraina come sapete è ricca di grano. È da questo paese che proviene una gran quantità di grano che usiamo anche in Italia.

Con la Guerra in Ucraina però adesso ad essere mietute sono soprattutto tantissime vittime.

La guerra in Ucraina ha mietuto e continua a mietere tante vittime, sia ucraine che russe.

In questo caso mietere è un verbo che viene associato ai morti, cioè alle vittime. Tutti i morti? Qualunque tipo di persona viene mietuta quando muore?

Assolutamente no.

La mietitura riguarda solamente le uccisioni, i crimini di guerra, i morti ad opera delle armi o al limite ad opera di terremoti o altre calamità naturali.

Mietere vittime significa uccidere indiscriminatamente, sterminare.

La guerra ha mietuto milioni di vittime

Anche la pandemia ha mietuto tantissime vittime.

Si può dire anche di un assassino che uccide un sacco di persone:

Quel criminale continua a mietere vittime innocenti senza che nessuno intervenga!

A volte si usa anche nello sport, quando una squadra continua a mietere avversari uno dietro l’altro. Evidentemente si tratta di una squadra molto forte che non trova un avversario all’altezza.

L’ho sentito usare anche parlando di esami universitari. Es:

Adesso devi mietere esami a ripetizione per laurearti in tempo.

Si usa anche nel senso di ottenere soddisfazioni:

Mietere ricchezze: accumulare ricchezze, denaro

Mietere onori: ottenere molti riconoscimenti, molti premi

E anche qui c’è il riferimento fugurato ai cereali che vengono raccolti, ai frutti che si ottengono con la mietitura.

764 Non avere di che…

Non avere di che… (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: vediamo un uso particolare di “che“, e allo stesso tempo un uso particolare del verbo avere

Non avere di che…

Questa è una locuzione che prevede, alla fine, un verbo. Vediamo qualche esempio:

Molte persone in Africa non hanno di che mangiare

Queste persone spesso non hanno neanche di che vestirsi

Ho alcuni amici che da quando sono stati licenziati non hanno di che vivere

Questa locuzione indica sempre l’assenza totale di qualcosa, in genere (non sempre) di soldi o cose con cui fare qualcosa.

Con questa guerra c’è il rischio che il prossimo anno non avremo di che scaldarci.

Cioè il prossimo anno non potremo scaldarci, perché non avremo nulla con cui farlo. Mancherà forse il gas, o mancheranno i soldi per comprarlo. Non viene specificato.

Non avremo di che mangiare

Significa che ci mancherà il cibo o i soldi per comprarlo.

Quindi “di che” sta per “con cui” o “di cui”, a seconda del caso.

Generalmente si vuole rappresentare una situazione estrema.

A volte poi tra il verbo avere e “di che” c’è “niente“:

Non hai niente di che lamentarti

Significa quindi che non hai nulla di cui lamentarti.

Che poi è pressoché come dire: non ti puoi lamentare, non puoi lamentarti.

Non avete niente di che vivere

Significa non avete niente di cui vivere o con cui vivere.

Attenzione perché la presenza del termine “niente” può generare confusione perché “niente di che è anche una locuzione tipica italiana di cui ci siamo già occupati e significa “nulla di importante” o “poco” ma si usa sempre per spegnere una preoccupazione e rassicurare una persona. Un’espressione che ha quindi un senso e un uso diverso.

Leggete l’episodio se non ricordate bene come si usa la locuzione “niente di che“.

Ancora peggio se uso anche il verbo avere.

Vediamo un esempio in cui una frase può essere e come capire di quale delle due locuzioni si tratta.

Cos’hai? Ti vedo strano oggi

Risposta: non ho niente di che.

Significa che non ho niente di cui preoccuparmi, niente di importante. E’ rassicurante, calmante.

Un altro esempio:

Cos’hai? Ti vedo strano oggi.

Risposta: Non ho niente di che vivere recentemente.

Stavolta non voglio dire che non c’è niente per cui preoccuparmi, ma esattamente l’opposto, cioè che mi manca ciò che è necessario per vivere, non ho soldi, non ho fonti di reddito, sono in gravissime condizioni economiche. Una situazione estrema dunque.

Capite bene che in alcuni casi quindi potreste avere problemi con questa locuzione quando è presente “niente“.

Attenzione poi con la somiglianza con l’espressione non avere che da seguita da un verbo che invece significa che non resta che fare qualcosa. Abbiamo fortunatamente già visto insieme anche questa espressione.

Ripassiamo adesso.

Komi: Le telecamere di un ufficio di spedizioni in Bielorussia hanno ripreso per tre ore dei militari di Mosca mentre si preparavano a inviare il bottino dei saccheggi a casa loro: televisioni, vestiti, casse audio e tavoli. Ci sono nomi e cognomi, con tanto di numeri di telefono.

Albéric: Una mossa imprudente. Non hanno neanche avuto lo scrupolo di controllare le telecamere.

Khaled: una mera dimenticanza. L’episodio comunque suscita il mio totale sdegno.

Hartmut: ma che dite? Si fa presto a dare del ladro. Trattasi di prestito e non di furto. Tra fratelli queste cose accadono normalmente. Che sarà mai?

Irina: Ho visto le loro facce da conquistatori, spiattellate da “la Repubblica“, ieri, quasi in prima pagina.

Segue una spiegazione del ripasso

763 Fare repulisti e fare piazza pulita

Fare repulisti e fare piazza pulita

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Fare pulisti e fare piazza pulita

Trascrizione

Giovanni: Avete presente quando vedete qualcosa che non vi piace per niente e avete una gran voglia, una voglia matta di fare un bel repulisti? Oppure magari avete voglia di fare piazza pulita!

Non sapete cosa significa? Neanche io, e quando non capisco qualcosa sapete cosa faccio?

Mamma, che significa fare repulisti e fare piazza pulita? Me lo spieghi per favore mamma?

Giuseppina: Fare repulisti, oppure fare un repulisti, è una locuzione che si utilizza per indicare l’eliminazione completa di qualcosa. Si dice anche fare piazza pulita. In tutti i casi si tratta di un modo enfatico per dare risalto ad una eliminazione totale.

Dopo aver fatto piazza pulita, o dopo un bel repulisti, non c’è più traccia di qualcosa.
Quando usarle queste espressioni?
Possiamo usare in riferimento a furti ad esempio o a prove di straordinaria voracità.

i ladri hanno fatto repulisti in casa;

Giovanni ha fatto repulisti di quel che c’era in tavola;

In questo parlamento ci vorrebbe un bel repulisti per mettere le cose a posto e far funzionare l’Italia.

Quindi si può usare anche per indicare una drastica e radicale eliminazione allo scopo di metter ordine in qualcosa o per ottenere un obiettivo.

In questo ufficio ci vorrebbe un buon repulisti. Nessuna cosa è al suo posto.

Dovete fare piazza pulita di tutte questi oggetti inutili.

Piazza pulita è più informale ma ugualmente efficace. Forse anche di più.

Giovanni: grazie mamma. Hai fatto repulisti di tutti i miei dubbi! Lo so, lo so, non si usa in questo modo in genere, anche se si comprende, perché normalmente se lo faccio c’è sempre qualcosa che mi dà fastidio e che credo sia bene eliminare (quasi sempre), oppure per fare una battuta per indicare un eccesso, come l’esempio di prima in cui una persona si mangia tutto ciò che c’è sulla tavola, senza lasciare nulla.

C’è in genere una gran voglia di fare pulizia, di sbarazzarsi di qualcosa che dà fastidio. La piazza da pulire è un’immagine figurata ovviamente. Normalmente le piazze infatti sono piene di persone, ma quando si fa piazza pulita (di qualcosa o qualcuno), questa piazza deve restare vuota.

Attenzione poi perché repulisti si scrive con la lettera “e” come priva vocale. RIPULISTI infatti (con la i) è il passato remoto di ripulire (tu ripulisti). Già, ma stiamo facendo proprio questo, vogliamo “dare una ripulita” a qualcosa per liberarla completamente, come abbiamo visto.

Esiste anche questa espressione “dare una (bella) ripulita” – stavolta con la lettera i – proprio con lo stesso significato:

Io dico che bisognerebbe dare una bella ripulita ai vertici del governo per far funzionare l’Italia.

Diamo una bella ripulita alla stanza prima che arrivino gli ospiti.

Esiste anche “darsi una ripulita“. Cioè darla a sé stessi, ma qui parliamo di vestirsi meglio, ma più in generale cercare di apparire più pulito e gradevole, quindi anche farsi la barba, eventualmente anche i capelli.

Adesso ripassiamo attraverso una bella vignetta, che inserisco nell’episodio. In questa vignetta si vede Hitler che fa una carezza a Putin, come farebbe un genitore ad un figlio. Potete esercitarvi attraverso delle frasi che potrebbe dire Hitler oppure Putin e che sarebbero appropriate alla situazione:

Irina (Hitler): Vedrai che verrà a galla la tua vera natura !

Marcelo (Hitler): Sai che la democrazia lascia il tempo che trova?

Rafaela (Putin): Non so se sarò all’altezza signore

Ulrike (Hitler): Vuoi camminare sulla mia falsariga! Ma ti pare!

Peggy (Hitler): vuoi prendere spunto dai grandi uomini?

Estelle (Hitler): Non mi dirai che ti viene la fifa

Irina (Hitler): vedrai che la passerai liscia.

Albèric (Hitler): c’è dittatore e dittatore!

Ulrike (Hitler): Stai paventando l’inferno? Tranquillo, spenderò qualche buona parola su di te.

Erzsebet (Hitler): Ti aspetto all’inferno. Siamo un binomio inscindibile.

Rafaela (Hitler): Bravo Putin! Averne di più dittatori diligenti come te e come me!

Marcelo (Hitler): Siamo alle solite amico mio. Tieni duro. La frittata è ormai fatta. Di de-escalation non se ne parla neanche. C’è una caterva di personaggi ligi alla democrazia in questo momento in giro. Chi fosse di diverso avviso al tuo è un pazzo bell’e buono. Fregatene.

Peggy (Hitler): Mi vedo costretto a dirti, figlio mio, che non hai imparato niente dalle mie esperienze negative. La tua ambizione personale va a discapito del popolo innocente. Al contempo, anche il nostro popolo sta pagando lo scotto. Ma vedi tu!

Marcelo (Hitler): Cercano qualche espediente per metterti dei paletti, allora occhio! Ma perso per perso (ormai è andata, ammettiamolo), ti auguro buon proseguimento, per quanto possibile e in bocca al lupo.

Bogusia (Putin): Crepi! Risposta come si deve alla italiana, ma ho una fifa blu. Non vorrei gufarmela. Non so se mi spiego!

762 Controbattere

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Trascrizione

Ci occupiamo del verbo controbattere, che è composto da due parti: contro e battere. Cosa hanno in comune queste due parti?

La cosa in comune è che siamo di fronte ad un avversario, o ad un nemico.

Gli avversari (nello sport) e i nemici infatti vanno battuti cioè sconfitti, o almeno neutralizzati.

Però anche i nostri avversari e nemici vogliono batterci, e allora noi per non farci battere dobbiamo o possiamo controbattere.

Questo significa controbattere: Rispondere, replicare ai colpi dell’avversario con altri colpi.

Se siamo in guerra si può dire ad esempio (ipotizziamo una guerra tra Germania e Francia):

La Germania controbatte agli attacchi della Francia ricorrendo a dei droni.

Praticamente se parliamo di nemici e di vere battaglie o guerre, controbatTere significa rispondere al fuoco nemico con altro fuoco, o comunque attaccando in qualche modo.

Quando si controbatte a un attacco si fa un cosiddetto contrattacco.

Sia il verbo controbattere che il contrattacco si usano molto anche nello sport.

Come controbattere la tattica del fuorigioco?

Questa frase può anche essere:

Come controbattere alla tattica del fuorigioco?

Vale a dire: come fare per contrastare una squadra che applica la tattica del fuorigioco? (notate: contrastare la/una/un… e controbattere la oppure anche una/un, a/ai ecc.).

Dopo aver attaccato la Roma, la Juventus si è dovuta difendere dal contrattacco della Roma.

Quando si fa un contrattacco, o quando si parte al contrattacco si controbatte.

Il verbo controbattere si usa però anche in senso figurato nel senso di replicare, rispondere.

Per controbattere quindi non c’è bisogno di avere un vero nemico o un vero avversario, ma è sufficiente avere qualcuno che mi fa un’accusa oppure anche che cerca di sostenere una tesi diversa dalla mia, una persona che un’idea diversa dalla mia.

Posso controbattere a delle accuse cercando di difendermi oppure addirittura accusando a mia volta il mio accusatore.

È simile quindi a replicare e rispondere e, proprio come questi due verbi, anche quando usiamo controbattere spesso usiamo, come visto sopra, la preposizione a.

Bisogna controbattere alle accuse che abbiamo ricevuto. Non possiamo restare in silenzio.

Non so come controbattere a chi mi insulta urlando.

Possiamo usare anche “che“:

Io potrei dire a mia moglie che non dovremmo accontentarci di avere rapporti sessuali solo con il nostro partner. Lei potrebbe controbattere che io avrei dovuto avvisarla prima del matrimonio e non dopo.

Il verbo in questione si usa spesso quando c’è un semplice confronto di idee e non solo uno scambio di accuse.

Certo, quando si controbatte non si tratta di una semplice risposta, perché ci sono sempre idee contrapposte, o obiettivi contrapposti, valori contrapposti, similmente, interessi contrapposti. Questo è importante.

Oltre alla preposizione “a” (per indicare la persona o l’accusa a cui si risponde) e alla ingiunzione “che”, si può anche usare la preposizione “di”, alternativa a “che”:

Lei mi dice che sono uno stupido. Io controbatto di non insultare.

Cioè: Io controbatto che non deve insultare.

Oppure:

Alla mia accusa, Giovanni controbatté che non ne sapeva nulla (o di non saperne nulla).

Potrei coMunque dire:

Rispose che non ne sapeva nulla

Replicò che non ne sapeva nulla

Naturalmente per usare rispondere basta una semplice domanda, non è necessaria una sfida, un confronto o uno scontro.

Replicare è molto simile, ma ha anche altri significati come ad esempio ripetere o eseguire di nuovo (es: replicare una cura) o anche riprodurre, copiare (es. replicare un quadro).

Direi che replicare, quando si usa con senso simile a controbattere, non è esattamente una risposta, ma quando si replica semplicemente si può aggiungere un pensiero in più sull’argomento, senza smentire, contraddire o rispondere direttamente a una domanda.

È un verbo molto usato nei confronti televisivi, soprattutto politici o quando si sostiene un’idea, e molto meno adatto nello sport e anche nel caso di rispondere al fuoco perché in questi casi c’è un vero scontro uno contro l’altro e controbattere è più adatto.

Nel caso di accuse dirette alle quali si risponde, una replica somiglia maggiormente ad una risposta, mentre controbattere implica quasi sempre un contrattacco, quindi replicare è più difensivo o neutro e controbattere è più offensivo. Quando dico “offensivo” non intendo offendere una persona con parolacce e insulti ma offensivo nel senso di attaccare, non solo difendere.

Replicare è più televisivo come verbo. Inoltre se c’è una domanda, poi c’è la risposta, quindi quello e rispondere. La Replica implica un dibattito, un confronto, al limite una sfida, ma più andiamo sulla sfida, sullo scontro, e maggiormente diventa più adatto il verbo controbattere

Molto simile è anche ribattere, che ha vari significati, ma si può usare anche nel senso di controbattere, ma è meno bellicoso come verbo. Rispondere con delle obiezioni, questo è il senso di ribattere.

Un’altra caratteristica di ribattere è che, analogamente a rispondere e replicare, è molto adatto ad essere usato come inciso. Controbattere un po’ meno.

Es:

Se ti dico questo, ribattei/risposi/replicai, ho le mie ragioni.

Ulrike: Adesso ripassiamo e facciamo al contempo un ulteriore esempio.

Albéric: io quindi dovrei adesso trovare un argomento valido per un ripasso? State freschi!

Danielle: capirai, con quasi 800 episodi alle spalle, è impossibile non utilizzarne almeno uno. Per non contare le altre rubriche. A parte Peggy ovviamente che è senz’appello.

Peggy: visto che sono stata chiamata in causa mi permetto di controbattere: senz’appello mi pare un parolone. Per la cronaca poi io ne ho usati tanti quanto te di episodi di ripasso, anzi persino tre in più.

Video riassuntivo

761 Spiattellare

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Trascrizione

Sicuramente chi non è italiano è difficile che conosca il verbo spiattellare.

Ma io che ci sto a fare se non per spiegarvelo?

Allora, questo è un verbo che ha un forte contenuto emotivo, per questo motivo vi avverto subito che dovete capire bene come e soprattutto quando usarlo.

Spiattellare ha a che fare con ciò che si dice, in particolare con la verità. Abbiamo fatto un paio di episodi dedicati alla verità, ma non si è parlato di questo verbo.

Spiattellare significa dire apertamente qualcosa, dire qualcosa “chiaro e tondo” (un’altra espressione italiana) o anche dire “senza mezzi termini“.

Quindi parliamo di dire qualcosa senza nascondere nulla, ma c’è qualcosa di più, perché questa chiarezza nel parlare, che normalmente sarebbe un pregio, se uso il verbo spiattellare diventa qualcosa di negativo.

Se io spiattello la verità in faccia ad una persona (questa è la frase più comune) sto dicendo che sto rivelando senza riguardo o senza alcuna reticenza la verità, anche se questa verità può far male.

Potrei parlare anche di fatti riservati, che normalmente non si dicono a tutti.

Non puoi spiattellare in giro i miei fatti personali!

Ti ho raccontato un segreto e il giorno dopo me lo ritrovo spiattellato su tutti i giornali!

I giornali hanno spiattellato al mondo intero la storia d’amore tra Giovanni e Lady Gaga

Qualche tabloid ha spiattellato anche una foto dei due in prima pagina!

Quindi non si può spiattellare solamente la verità, una notizia, o un segreto. Spiattellare una foto in prima pagina è anch’esso un modo di comunicare qualcosa senza rispetto.

Se parliamo più esplicitamente di cose materiali:

Il poliziotto credeva non avessi la patente, ma io gliel’ho spiattellata sotto il naso!

In questo caso è molto simile a mostrare, far vedere, ma in modo brusco, come a voler dimostrare qualcosa, come a voler comunicare qualcosa di importante.

All’origine di questo verbo, molto usato dai giornalisti ma comunque informale e colloquiale, c’è il “piattello“, che è un piccolo disco a forma di piatto.

In particolare mi riferisco al “lancio del piattello” o “tiro al piattello” o “tiro a volo” che è una disciplina sportiva in cui bisogna colpire al volo (con un’arma da fuoco) uno speciale piattello, cioè un piccolo disco che viene lanciato.

Si trasmette dunque l’idea di un’azione brusca, inaspettata o indelicata.

Non che lanciare un piattello sia indelicato ovviamente, ma il piattello si deve comunque colpire (va colpito) e si trasmette in qualche modo l’idea di qualcosa di “violento” (passatemi il termine) o, se questo aggettivo è troppo forte, qualcosa di brusco o indelicato.

Quando usate questo verbo ricordatevi che non è come usare il verbo “dire” o “mostrare“, ma piuttosto simile a “dire senza delicatezza” o “mostrare con arroganza”, “mostrare indelicatamente”.

A volte si usa, ed è ancora più forte, il verbo “sbattere“:

Le ho sbattuto in faccia la verità!

Che è un po’ come sbattere la porta in faccia a qualcuno, cioè chiuderla con forza davanti a lui o lei.

Oppure:

Hanno sbattuto la mia foto in prima pagina

Adesso il ripasso:

Peggy: andiamo al ristorante stasera?
È in un posto veramente in, ed è anche a buon mercato. Non si paga neanche il coperto !

Estelle: Con la recente escalation del prezzo della benzina, non è che non voglio ma non me lo posso più permettere.

Irina: hai ragione. bisogna darsi una regolata con le spese. soprattutto con uno stipendio risicato come il mio.

Segue la spiegazione del ripasso

Escalation e de-escalation

Escalation e de-escalation

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Trascrizione

Mai come in questi giorni, con la guerra in Ucraina, i media utilizzano il termine escalation.

Si teme un’ escalation della violenza in Ucraina

Il conflitto va verso una pericolosa escalation

Il termine è chiaramente di origine inglese e letteralmente significa “scalata” (o anche escalazione). Nel senso di operazione che si fa quando qualcosa sale in alto. Non è una botta che si dà con la scala (tipo la sassata) né un qualcosa che serve a salire (tipo la scalinata).

In effetti si potrebbe usare sempre scalata al posto di escalation.

Il fatto è che il termine scalata ha molti altri significati, quindi si preferisce escalation (anche perché fa più figo sicuramente)

Ad ogni modo il termine indica in questo caso un aumento progressivo e graduale, in termini di intensità, dell’uso delle armi in un conflitto, in una guerra.

Il conflitto, in poche parole, si sta intensificando progressivamente, sta aumentando di intensità oppure diventa più ampio dal punto di vista territoriale.

Più in generale però questo aumento graduale si può usare anche parlando di fenomeni diversi dalle guerre:

A seguito dell’alleggerimento delle pene, in Italia si teme una escalation della droga.

Anche in questo caso parliamo di intensità e di diffusione di un fenomeno. Però parliamo dell’uso della droga e non di quello delle armi.

Per non parlare solo di cose negative, possiamo anche parlare di escalation economica:

La pandemia interrompe l’escalation economica della Cina

Parliamo di crescita economica in questo caso. Sempre di un aumento (del prodotto interno lordo) si tratta in fondo.

Cambiamo fenomeno. Se parliamo di diffusione del virus Covid:

Escalation di contagi in Italia

In casi diversi da quelli che ho citato difficilmente si trova un ambito di applicazione frequente del termine escalation.

Ciò non toglie che io possa parlare di una “escalation del terrorismo” (anche questo in fondo è abbastanza difficile frequente) o addirittura della escalation degli errori grammaticali in una classe di studenti o della escalation dell’ignoranza culturale nella popolazione.

Esiste poi anche la de-escalation. che è il contrario.

Bisogna promuovere la de-escalation militare in Ucraina

Ci auguriamo che la Russia dia segni di de-escalation

La de-escalation è nient’altro che una discesa, una diminuzione, una attenuazione di intensità di un fenomeno, e normalmente si parla ancora di intensità relativa a fenomeni gravi e pericolosi.

Abbordabile

Abbordabile

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Un aggettivo molto utile nella vita di tutti i giorni è abbordabile.

Deriva dal termine bordo.

Il bordo è il fianco di un’imbarcazione, una barca, o una una nave. Ogni barca ha due bordi, uno a destra e uno a sinistra.

Il bordo in realtà circonda completamente ogni imbarcazione.

Ebbene, abbordare è un verbo che significa avvicinarsi al bordo di una nave o una imbarcazione qualunque. Più in generale significa avvicinarsi alla nave.

Se una nave quindi è abbordabile significa che ci possiamo avvicinare senza problemi, significa che è possibile farlo, che è facile da avvicinare. In tempi antichi poteva infatti essere pericoloso avvicinarsi ad una nave

Ma abbordabile in realtà si usa soprattutto in senso figurato.

Si usa per dire ad esempio che possiamo affrontare un esame, possiamo provare a fare questo esame, perché non è una cosa impossibile.

L’esame è abbordabile, cioè è facilmente superabile, senza ammazzarsi di studio.

Si può anche dire di una persona.

Secondo te posso prendere un appuntamento col direttore?

Si, certo, è una persona abbordabile, cioè è alla mano, disponibile, non aver paura. È accessibile, è abbordabile.

Si usa anche con le spese:

Quella casa non possiamo comprarla. Non ha un prezzo abbordabile per noi.

Anche la stessa casa possiamo definirla abbordabile o non abbordabile, sempre riferendoci al prezzo. Una cosa non abbordabile generalmente non me la posso permettere perché costa troppo.

Inutile quindi “avvicinarsi” troppo a cose non abbordabili.

Il concetto di “vicinanza” varia di volta in volta, ma i tre esempi che vi ho fatto sono quelli più usati: esami, persone, prezzo, oggetti (sempre parlando di prezzo).

Ma c’è anche un altro esempio, parlando sempre di una persona abbordabile.

Potrebbe trattarsi di una ragazza che piace ad un ragazzo.

Il ragazzo, se la considera abbordabile, cioè alla sua altezza, significa che il ragazzo crede di avere qualche possibilità per conquistarla.

L’elenco potrebbe continuare, ogniqualvolta crediamo che qualcosa sia alla nostra altezza, che crediamo di poter affrontare, proprio come un esame o una ragazza

Anche una curva può essere ritenuta più o meno abbordabile, se crediamo o meno di riuscire a percorrerla, senza fare incidenti.

Essere ligi

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Trascrizione

Vi hanno mai detto che siete una persona ligia al dovere?
Ligio è un aggettivo che si usa quando parliamo di una persona che ha una forma particolare di “rigidità” ma anche di “rispetto“.

Ligio significa rigidamente sottomesso o scrupolosamente osservante.
Dunque ha due significati e usi diversi.
Il primo, direi più negativo, è simile a devoto, fedele, persino servile, sottomesso.
Una persona ligia a un partito, ad esempio, non tradisce mai il partito, segue sempre e comunque le regole che le sono imposte, non mette mai nulla in discussione, lo sostiene sempre, mettendo la propria opinione sempre in secondo piano. C’è rispetto verso le decisioni del partito. C’è anche rigidità, cioè poca flessibilità, poca elasticità.
Il secondo senso è più legato alle regole e al dovere.
Le espressioni più comuni sono:
Essere ligi al proprio dovere
Essere ligi alle regole
Essere ligi al lavoro
Essere ligi alla legge
Essere ligi ai propri principi
Si tratta sempre di rispettare qualcosa, ma il senso è positivo.
Es:
Le donne sono notoriamente più ligie alle regole rispetto agli uomini
Giovanni è una persona molto ligia al dovere.
In Italia tutti  quasi tutti sono siamo stati stati ligi alle regole durante la pandemia, prestando sempre attenzione a ciò che ci veniva detto, senza lamentarci.
Non riuscirei mai a tradire un amico. Sono troppo ligio ai miei principi morali.
Quindi vedete che questo secondo utilizzo di ligio, molto più usato rispetto al primo, è molto positivo invece. Rispettare, osservare le regole, essere scrupolosi in questa osservanza, fare il proprio dovere senza lamentarci, seguire le indicazioni della legge, seguire sempre la propria coscienza e i propri principi. Tutte caratteristiche queste di chi ha rispetto degli altri e quindi di persone anche non egoiste. C’è anche un pizzico di rigidità, ancora una volta, ma stavolta è una rigidità positiva, se così possiamo dire.
Avrete notato che si usa la preposizione “a”: essere ligi a… Sia che si parli di essere rigidamente sottomesso, sia che si parli di essere scrupolosamente osservante.
Personalmente spero di essere stato ligio anche stavolta al rispetto delle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.
Un saluto da Giovanni.

Inasprire

Inasprire (scarica audio)

Trascrizione

Ultimamente i media usano spessissimo il verbo inasprire. Ne parlano sia a proposito del Covid, sia riguardo alla guerra in Ucraina.

Vediamo qualche esempio:

Il governo inasprisce i controlli sulle vaccinazioni

Si inasprisce il conflitto tra la Russia e l’occidente

La situazione in Ucraina si sta inasprendo

l’Italia approva l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia

Inasprire significa rendere qualcosa più aspro. Ma che significa aspro? Il senso proprio di questo aggettivo si riferisce soprattutto al sapore o all’odore. Un sapore o un odore si dice aspro quando è “acre” cioè pungente, penetrante. Viene spontaneo chiudere gli occhi quando un sapore è molto aspro.

Ad esempio quando la frutta è acerba, cioè non matura, ha un sapore aspro. Anche il vino può avere un sapore aspro.

In realtà sono moltissime le cose che possono essere aspre, perché l’aggettivo si usa soprattutto in senso figurato. Aspro può avere un significato di ruvido al tatto:

Una superficie aspra

Ma anche un territorio può essere aspro, o un terreno. In questo caso è accidentato, impervio, può essere faticoso da percorrere, la vita può essere difficile in un territorio aspro.

Una salita può essere aspra, nel senso di difficile da percorrere, faticosa.

Una stagione può esserlo:

L’ultimo inverno è stato molto aspro.

Questo significa che è stato freddo, difficile da superare, ostile, rigido.

Un aggettivo abbastanza negativo come avrete capito.

Un suono aspro o una voce aspra, è anch’essa poco gradevole. E’ un suono acuto, stridente, sgradevole all’orecchio.

Una penitenza o una punizione può essere aspra, nel senso di molto dura.

Anche un comportamento o dei modi (modi di comportamento), se definito aspro, riflette un carattere scontroso, intrattabile, freddo, poco amorevole, duro, severo.

Direi che aspro può essere associato a qualunque cosa che sia severo, sgradevole, amaro, risentito, duro, quindi il contrario di affabile, bonario, dolce, trattabile, facile e gradevole.

Se torniamo agli esempi iniziali, inasprire una sanzione ad esempio significa far diventare più aspra una sanzione, quindi più dura, più severa.

Indurire una sanzione o inasprire una sanzione hanno dunque lo stesso significato.

Il verbo dunque non è “asprire” (che non esiste) ma “inasprire”, cioè rendere più aspro, più duro, più severo.

In pratica questo verbo si può usare per indicare un peggioramento di una caratteristica che già è negativa, o comunque, se non esattamente negativa contiene un elemento di rigidità.

Per questo anche i controlli si possono inasprire, un conflitto, delle condizioni di vita, e anche delle sanzioni, quando vengono inasprite, sono più pesanti e meno sopportabili rispetto a prima.

Vediamo qualche altro esempio col verbo inasprire:

Le disgrazie hanno inasprito il suo animo

Bisogna ridurre l’inasprimento delle pene perché non c’è più spazio nelle carceri italiane

Il governo vuole inasprire le tasse! Aiuto!

Il mare oggi pomeriggio si inasprirà. Conviene rimandare la nostra gita in barca

Il dolore al ginocchio si è inasprito. Voglio andare dal medico!

Profumatamente

Profumatamente (scarica audio)

Trascrizione

Oggi vorrei parlavi dell’avverbio “profumatamente“. Perché? Perché non ha niente a che fare con il profumo.

Profumatamente si usa invece solamente quando si paga un prezzo molto alto. Parliamo di denaro dunque e di pagamenti. Niente a che vedere col profumo.

Pagare profumatamente e ricompensare profumatamente, sono le espressioni che si usano e indicano un prezzo molto alto, un prezzo molto generoso, quasi sempre nel senso di esagerato, eccessivo

Si utilizza in frasi di intonazione risentita, quindi quando siamo risentiti per questo altissimo prezzo pagato.

Es:

L’idraulico non mi ha risolto il problema che avevo a casa, nonostante si sia fatto pagare profumatamente.

Sei stato pagato profumatamente per questo servizio!

I parlamentari italiani sono pagati profumatamente.

Bisogna fare delle assunzioni nella nostra azienda. Non si può continuare pagando profumatamente personale esterno.

Non c’è bisogno di aggiungere “troppo“, perché in esageratamente c’è già il senso dell’eccesso.

Di solito “profumatamente” si usa per i servizi e meno per gli oggetti, inoltre se sto valutando un prezzo e credo che sia troppo alto, solitamente si dice:

Costa troppo

E’ troppo caro/costoso

Mi sembra tanto

Mi sembra una cifra eccessiva

Mi sembra esagerato come prezzo!

Infatti profumatamente si usa dopo che si è pagato il servizio o la merce, e come ho detto c’è un po’ di risentimento. Cerchiamo di usarlo quindi solamente quando pretendiamo un servizio o un prodotto ottimo perché lo abbiamo pagato profumatamente e quindi è giusto pretendere un’alta qualità. Oppure quando ci lamentiamo di una spesa eccessiva che potrebbe essere ridotta.

Non sempre però c’è risentimento. Infatti posso anche dire che sono disposto a pagare profumatamente un oggetto o un servizio a cui tengo molto.

758 – Il tema

Il tema (scarica audio)

Trascrizione

Sin da bambini, alle scuole elementari, gli italiani hanno ben presente il concetto di tema.

Il tema è un particolare compito di italiano che viene svolto in classe, ma volendo anche a casa. Il tema consiste nella trattazione scritta di un argomento da parte di uno studente.

Il tema viene assegnato da un professore e viene svolto dagli studenti, che devono scrivere su un foglio le loro idee su quell’argomento. Questo è molto utile per imparare a scrivere senza commettere errori, per capire i ragionamenti che si fanno, in quale ordine vengano presentati e se lo studente ha perfettamente compreso il tema di cui discutere.

A volte però gli studenti non centrano esattamente il tema (attenzione: ho usato il verbo centrare, che quindi si scrive senza apostrofo). Centrare il tema significa parlare esattamente dell’argomento proposto dal professore (quindi un tema viene anche proposto oltre che assegnato), proprio come quando si centra un bersaglio tirando una freccia. Più mi avvicino al centro del bersaglio, maggiormente posso dire di aver centrato il bersaglio. Quando il tema non viene centrato, il professore sicuramente lo farà notare allo studente e gli dirà:

 

Non hai centrato il tema

Sei andato fuori tema

Andare fuori tema significa quindi deviare dal tema, andare in un’altra direzione rispetto a quella indicata dal tema. L’espressione si può usare anche al di fuori dell’ambito prettamente scolastico quando non si risponde esattamente ad una domanda deviando su altre questioni non richieste.

Il concetto di tema, più in generale, esiste anche fuori dalla scuola.

Un tema è semplicemente un argomento. Quello di cui si sta parlando ad esempio.

Qual è il tema di cui state parlando?

Cioè: Di quale argomento state parlando?

Si usa molto nello scritto, soprattutto quando l’argomento è importante. Oppure in locuzioni come “in tema”:

In tema di vini, non ne capisco molto.

Quindi la locuzione “in tema” si può usare (dal formale all’informale) al posto di  “in relazione a”, “in merito a“, “riguardo a…”, “riguardo all’argomento di”, “per quanto riguarda”, a proposito di“.

Il tema si usa spesso anche nel linguaggio dell’arte, specie quelle figurative (pittura, scultura, architettura ad esempio) sempre col senso di argomento, o meglio nel senso di “soggetto” di un quadro, di una scultura, ecc.:

In questo quadro il pittore affronta il tema della Natività

Il tema della morte è trattato in molte opere letterarie.

Molto usata è anche la locuzione “il tema di fondo“, che in qualche modo indica la questione più importante. Quando usiamo questa locuzione vogliamo sottolineare ciò che conta di più, e spesso il tema di fondo è l’obiettivo principale o il problema principale. C’è un episodio che abbiamo dedicato a come spiegare un problema. L’obiettivo è separare una cosa importante da quelle che contano meno, quelle meno importanti, che, figurativamente parlando, si trovano in superficie e non in fondo.

Cosa dobbiamo fare con questa guerra? Sanzioni sì o sanzioni no? Dare le armi all’Ucraina oppure no? Il tema di fondo è come evitare che la guerra continui. Un altro tema importate è come evitare che le sanzioni mettano in ginocchio la nostra economia e quella dei Paesi europei.

Col “tema di fondo” c’è spesso un interrogativo, come in questo caso.

Come mai mio figlio non va bene a scuola? Prende anche ripetizioni private, ma ancora non funziona. Il tema di fondo è che non studia da solo e dorme poco.

Il tema di fondo è….

Si usa praticamente sempre in questo modo: il “tema di fondo è…”. Si usa per esprimere un’opinione, per fare ordine, per stabilire una gerarchia di importanza.

Questa è la cosa più importante dunque. Ci sono poi i temi secondari, anche detti sottotemi. E’ solo una questione di gerarchia. I sottotemi (termine più tecnico) sono meno importanti del tema principale.

Posso anche dire “tema principale” ma non è esattamente la stessa cosa, perché il tema principale è la cosa più importante dell’argomento di cui parliamo, o che viene spiegato, o di cui bisogna discutere.

Invece il tema di fondo si usa (oltre che per darsi un tono quando si parla) anche per fare chiarezza, perché vogliamo chiarire che le questioni secondarie vanno considerate solo dopo. Non bisogna perdere di vista il tema di fondo, Molto usato dai giornalisti, politici e esperti di qualsiasi materia, perché sono queste categorie di persone che sono le più adatte a stabilire un ordine di priorità.

Questi sono gli usi principali del termine tema, che vado a ricapitolare: indica un compito di italiano o anche di lingua latina ad esempio che si svolge in classe in tutte le scuole e spesso anche in alcuni concorsi. Si usano soprattutto i verbi assegnare, svolgere, dare (simile a assegnare) e fare (simile a svolgere). Poi il tema è più in generale l’argomento di una discussione o quello trattato nelle arti, soprattutto figurative. Abbiamo poi visto le locuzioni “in tema di“, che sta per “in relazione a”, “riguardo all’argomento di” sebbene sia di uso meno informale, e “il tema di fondo” che si usa per evidenziare la cosa più importante riguardo alla soluzione di un problema, quindi l’obiettivo principale; si tratta di un modo, anche questo poco colloquiale, per separare il tema principale dai temi secondari.
Adesso ripassiamo!

Peggy: Oggi Gianni mi ha lanciato la sfida di fare un ripasso con i fiocchi!
Danielle: Hai raccolto la provocazione?
Hartmut: Io la raccolgo senza remore. e vuoi che Peggy sia da meno?
Ulrike: Ovviamente. E’ una questione di principio per quanto mi riguarda!
Sofie: Ah vi vedo tutti convinti! Io sono di diverso avviso invece. Non è che non mi piacciano i ripassi, ma solo nel momento in cui rimangano brevi.
Erzsebet: Vabbè allora ci fermiamo qui per questa volta. Così uniamo l’utile al dilettevole.


Segue una breve spiegazione del ripasso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

756 Espediente

Espediente

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Trascrizione

Due episodi fa abbiamo parlato dell’espediente per la prima volta.

Quello, se ricordate, è stato, appunto, un espediente per cercare di attirare la vostra attenzione su un termine nuovo. Magari qualcuno di voi già si è fatto un’idea chiara del significato.

L’espediente ha a che fare in generale con la soluzioni ai problemi.

Trovare una soluzione. Questo è il nostro problema. L’espediente serve proprio a questo.

Somiglia ad un’idea, a qualcosa che potrebbe farci risolvere il problema.

In effetti l’espediente deriva da un’idea, ma quest’idea solitamente non è delle migliori. Conunque può capitare di usare questo termine anche per indicare una soluzione geniale.

Solitamente però la soluzione migliore, quella più efficace, non ha funzionato o non può funzionare per qualche motivo, oppure siamo in emergenza e dobbiamo trovare una soluzione velocemente, anche se poco ortodossa.

Potremmo chiamarlo anche un accorgimento, utile a risolvere alla meno peggio, o alla meglio, o alla bell’e meglio una difficoltà o a superare una situazione imbarazzante o critica, una situazione che necessita di una rapida soluzione.

Notate che ho usato più volte “alla“. A questo se ricordate abbiamo dedicato un episodio.

Comunque abbiamo usato “alla” in modo simile altre volte:

Cogliere alla sprovvista

Tornare alla carica

Stare alla larga

Prendere alla leggera

Allora, tornando a noi, in queste circostanze problematiche si può ricorrere ad un espediente.

Potremmo parlare anche di una trovata, di uno stratagemma o di una scappatoia. Sono alternative validissime.

Della trovata abbiamo già parlato un paio di volte (anche perché termina per –ata) , e sappiamo che spesso questo termine contiene un giudizio, a volte positivo, se si sottolinea la genialità dell’idea, (analogamente alla mandrakata) altre negativo, se si sottolinea l’ingenuità di chi ha creduto che quella fosse un’idea geniale.

Nell’espediente non c’è però nessun giudizio.

Nello stratagemma, invece lo dice anche la parola, c’è la strategia. Uno stratagemma è una soluzione originale, si tratta di un astuto espediente.

Il termine scappatoia, anche qui la parola parla chiaro, è una via d’uscita, una strada per uscire velocemente (per scappare), sia in senso fisico che figurato, da un problema. Anche la scappatoia è un espediente ingegnoso per evitare un pericolo o una situazione incresciosa, preoccupante, problematica.

Ad ogni modo con l’espediente, con lo stratagemma e la scappatoia si usano spesso i verbi ricorrere e escogitare.

Es:

Bisogna escogitare un’espediente per risolvere questo problema.

Sono ricorso a un espediente veramente geniale.

Adesso voglio parlarvi dell’espressione “vivere di espedienti“, che significa vivere di ripieghi, spesso illeciti, illegali, disonesti.

Chi, per necessità, per mancanza di soldi, di risorse, insomma perché non se la passa molto bene, è costretto a trovare rapide soluzioni di emergenza, anche commettendo piccoli reati, si può dire che vive di espedienti, simile un po’ a tirare a campare, ma ricorrendo (questa è la differenza) spesso e volentieri, ad atti poco leciti per poter adattarsi a tutte le circostanze.

Avete notato che ho ricorso al verbo ripiegare?

In effetti quando si ricorre ad un espediente, come detto, è qualcosa che escogitiamo perché la prima soluzione o non c’è o non funziona. È a tutti gli effetti una soluzione di ripiego.

È bello per me quando gli episodi passati mi aiutano a spiegare i successivi. Per voi naturalmente è un modo per capire quanto è importante comprendere i progressi che avete fatto e in questo modo tra l’altro l’apprendimento diventa molto edificante per voi.

A questo punto, considerando quanti richiami ho fatto agli episodi passati possiamo anche evitare il ripasso del giorno.

757 Recriminazioni e rimostranze

Recriminare

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Trascrizione

Oggi parliamo di “crimini“. Un crimine, come probabilmente sapete, è un delitto particolarmente grave, particolarmente efferato.

Uccidere una persona è ovviamente un delitto ma anche un crimine, come anche rapinare una banca. I due termini spesso sono usati come sinonimi.

Ma oggi non ci interessa questa differenza. Piuttosto ci interessa il verbo recriminare, che viene proprio dal termine crimine.

Quando una persona recrimina qualcosa non significa però che è stato commesso un crimine o un delitto. Spesso si sta dicendo che è stata commessa un’ingiustizia, si sta esprimendo una lamentela o una accusa (tardiva) per fatti accaduti o per ingiustizie subite. Ci si sta rammaricando per qualcosa che è accaduto e che ci ha procurato un danno, un torto o una ingiustizia.

Due episodi fa abbiamo introdotto, ma in realtà ho semplicemente accennato al concetto di recriminazione. Parlavamo della locuzione “non fare che“, che esprime, una lamentela, appunto, quindi può anche esprimere una recriminazione, perché una recriminazione è una lamentela a tutti gli effetti.

Solitamente è una lamentela che si rivolge ad altre persone, ma in realtà si può anche esprimere una lamentela indefinita, senza un destinatario, oppure verso sé stessi, nel senso che posso pensare al passato, a qualcosa che non è andato bene, così posso recriminare, cioè considerare con rammarico ciò che si è fatto o che è accaduto, anche per colpa mia volendo. E’ un modo di dispiacersi del passato. Anche a questo abbiamo dedicato un episodio passato. Non siate rammaricati perché non lo ricordate, poiché potete sempre andarlo a rivedere.

Se ad esempio faccio un esame all’università, il giorno successivo posso dire:

Non posso recriminare nulla!

Cioè: non posso lamentarmi per come è andata. Non posso dispiacermi di aver subito ingiustizie o di aver studiato di più. E’ andata come doveva andare.

La maggioranza delle volte comunque la lamentela si rivolge a persone ben precise, perché qualcuno ha qualche tipo di colpa per qualcosa che mi ha danneggiato. Ormai però è o potrebbe essere tardi per rimediare, sia che sia colpa mia che la colpa sia di altri.

Giovanni, dopo la mancata promozione, è andato a recriminare dal direttore

Maria ha preso un brutto voto in matematica, ma afferma di aver avuto un compito più difficile degli altri studenti. Per questo è andata a recriminare dal professore.

Quando una persona si lamenta per un torto subito, spesso la riposta di chi ascolta è:

Cos’hai da recriminare?

E’ inutile recriminare, ormai è andata!

Le tue recriminazioni sono infondate

Non è questo il momento di recriminare!

Una recriminazione dunque è solitamente una lamentela per fatti di cui si attribuisce ad altri la responsabilità.

Sinonimi? Una lamentela, una lagnanza o, più formale, una rimostranza.

In ambiti lavorativi e professionali non sono rare frasi come:

Farò le mie rimostranze a chi di dovere!

Vada a fare le sue rimostranze al direttore se non ritiene giusta la sua decisione!

Anche la rimostranza (che si usa quasi sempre al plurale), come la recriminazione è una espressione di protesta per un torto subito ma decisamente più formale. Si usa spesso anche parlando di politica. Spesso le rimostranze sono semplicemente delle obiezioni o delle polemiche. E’ il contesto che fa la differenza.

Tutti possono fare rimostranze, ma meglio riservare questo termine per questioni serie.

I genitori hanno sollevato delle rimostranze per via delle porzioni troppo scarse date ai bambini.

L’aumento dei prezzi della benzina ha generato molte rimostranze dal parte degli automobilisti.

Rauno: nonostante le rimostranze di alcuni membri, che lamentavano un numero eccessivo di episodi settimanali, Giovanni non fa che pubblicare nuovi episodi. Bisogna risalire a due anni fa per trovare una settimana con meno di tre episodi.

Peggy: Personalmente non posso dirmi insoddisfatta, e nemmeno voi dovreste, a meno che non siate così impegnati da non trovare 10 minuti al giorno.

Segue una spiegazione del ripasso

Il capannello

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Capannello è la parola di oggi.Un capannello è un insieme di persone che si trovano per una via o in una piazza, che generalmente sta parlando o comunque sta insieme per qualche motivo, magari anche per ascoltare qualcuno che parla in pubblico.

Un capannello di persone è dunque una specie di assembramento. (il capannello si usa solamente per le persone)
Si usa spesso la locuzione “fare capannello” che significa formare un assembramento di persone.
Notate che capannello viene dalla parola capanno, un ricovero di animali da cortile, fatto di paglia. Simile alla capanna.
es:
Davanti al palazzo del governo si è formato un capannello di giornalisti in attesa del presidente del consiglio.
Dopo che si è sviluppato l’incendio nel palazzo, si è formato un capannello di residenti della zona per assistere alle operazioni di soccorso
Dalla finestra vedo un capannello di persone che discute animatamente
Riguardo alla pronuncia, ci sono due doppie, una doppia enne e una doppia elle. Attenzione dunque alla pronuncia, soprattutto per i sudamericani che non sono molto avvezzi alla pronuncia delle doppie: Capannello.
Non fate confusione col campanello però!

Le sirene

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Le sirene

Oggi parliamo delle sirene.

Un termine di cui si sente parlare spessissimo in questo momento per via della guerra in Ucraina.

Le cosiddette sirene antiaeree infatti suonano per avvertire la popolazione che stanno arrivando gli aerei da guerra del nemico.

Hanno un suono lungo, cupo e lamentoso e quando suonano le sirene antiaeree tutti devono mettersi al riparo perché c’è pericolo di morte.

Altrettanto diffuso è il suono delle sirene della polizia e quello delle ambulanze, che certamente sono allarmanti ma mai come quelle antiaeree.

Ma le sirene sono anche altro. Infatti la sirena è una figura della mitologia Greco-Romana, ed è rappresentata da una donna giovane e bella nella parte superiore del corpo e con la parte inferiore a forma di pesce.

Quella sirena non suona ma canta e incanta, infatti col suo canto, così dice la leggenda, attirava i naviganti che non sapevano resistere ma così facendo andavano incontro alla morte. Insomma anche queste sirene sono pericolose.

Odisseo però è riuscito a resistere al canto delle sirene. Questo racconta Omero nell’odissea.

La figura della sirena, non a caso, può essere associata anche a una donna affascinante, dolce, seducente e magari dal fisico mozzafiato.

Questa non suona, non canta, può essere pericolosa? Si, certo, ma non è detto.

751 Lo sfogo

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woman in black turtleneck shirt
Photo by Anna Shvets on Pexels.com

Trascrizione

Gianni: oggi voglio spendere due parole (si fa per dire) sul termine sfogo.

Notate prima di tutto l’articolo da usare: “lo”

Ogni sostantivo maschile che inizia per esse più un’altra consonante vuole l’articolo lo.

Cos’è dunque uno sfogo?

Viene in mente subito il verbo sfogarsi, cioè il manifestare liberamente e senza reticenze (o senza remore) i propri sentimenti o stati d’animo.

Sei arrabbiato con una persona? Allora puoi decidere di stare zitto e reprimere il tuo sentimento o di iniziare a strillare o insultarlo e manifestare i tuoi sentimenti apertamente contro questa persona.

Ah! Avevo proprio bisogno di questo sfogo per liberarmi!

Da questo punto di vista uno sfogo avviene quando un sentimento non si trattiene, non si tiene dentro, quindi quando esce fuori liberamente. E così facendo ci si libera.

Spesso lo sfogo, giustamente, si associa alla perdita del controllo di sé stessi.

Quando si dà sfogo all’ira o anche allo sdegno in effetti spesso accade perché non ce la facciamo più e attraverso questo sfogo si cerca un conforto, un sollievo. Uno sfogo serve a star meglio.

Fuori e trattenere sono sicuramente le parole più importanti per definire uno sfogo perché possiamo usarle per indicare tutti i significati del termine sfogo.

I bambini devono dare sfogo alle proprie energie!

Devono correre, devono divertirsi, devono sfogarsi, devono liberare energie. Non devono stare fermi, non devono trattenersi se hanno bisogno e voglia di correre.

Gli uomini sposati invece non dovrebbero dare sfogo ai propri istinti sessuali!

In questo caso sarebbe consigliato trattenersi…

Quindi avete capito che dare sfogo a qualcosa è esattamente come sfogare qualcosa, nel senso di lasciar uscire qualcosa, non contenere, non trattenere qualcosa che tende ad uscire che vuole uscire, che si trattiene a fatica. Es:

Dare sfogo alla rabbia

Dare sfogo ai sentimenti

Poi si sente spesso parlare di una valvola di sfogo.

Tecnicamente le valvole di sfogo sono dei dispositivi che servono a far uscire liquidi o gas da una abitazione attraverso un’apertura o condutture.

Una valvola qualunque, come anche quella di sfogo, si può regolare, si apre e si chiude per regolare il flusso del liquido o del gas, e quella di sfogo si apre e si chiude a seconda di quanto liquido o gas vogliamo che esca fuori.

Ma una valvola di sfogo indica anche, dal punto di vista figurato, un’attività che ci permette di dare sfogo a qualcosa, e questo qualcosa è generalmente un’energia fisica.

Posso dire ad esempio che il campo da calcio per mio figlio rappresenta un’importante valvola di sfogo perché attraverso il gioco del calcio può sfogarsi fisicamente e questo gli fa bene.

Ma posso anche dire che vedere degli amici e fare passeggiate o una chiacchierata quotidiana sono una valvola di sfogo per le persone, che così possono distrarsi, divertirsi, non solo lavorare o stare sempre a casa.

Si dice che anche piangendo ci si possa sfogare. Dunque anche il pianto può essere una forma di sfogo o una valvola di sfogo perché ci permette di scaricare le emozioni, di lasciarci andare.

Esiste anche lo sfogo cutaneo, o sfogo della pelle. Si vedono tante bollicine che appaiono sulla pelle, con prurito e arrossamento. Gli sfoghi cutanei (cioè della cute, cioè la pelle) sono dovuti a intolleranze alimentari,. allergie oppure anche a delle infezioni virali. Altre volte sono dovuti a farmaci, medicine che il nostro corpo non tollera, oppure a dei tessuti il cui materiale provoca irritazione della pelle che quindi diventa rossa, prude e possono comparire le bollicine. Questi sfoghi sono esterni nel senso che sono sulla pelle.

Lo sfogo si usa anche per indicare uno spazio, o meglio una disponibilità di spazio, uno spazio che può servire a qualcosa. Generalmente si tratta di uno spazio esterno, come un giardino ad esempio, o anche un balcone, o un terrazzo.

Se date un’occhiata agli annunci di vendita delle case potete notare alcune frasi ricorrenti:

Appartamento con ampio sfogo esterno

Ampio sfogo esterno a disposizione

Si vende piccolo appartamento senza sfoghi esterni

Si puntualizza sempre in questi casi aggiungendo l’aggettivo “esterno”. Perché? In fondo un balcone, un terrazzo e un giardino sono spazi esterni. Perché specificare?

Si specifica perché esistono anche gli sfoghi interni.

Es:

L’immobile ha due balconi; uno con sfogo esterno ed uno più grande con sfogo interno sul cortile.

Quindi c’è anche un cortile interno, chiuso dall’esterno, dove però c’è uno spazio aperto dove c’è luce. Si può dire anche che quel balcone si affaccia sul cortile interno, oppure che quel balcone dà sul cortile interno.

Le seguenti sono dunque forme equivalenti:

Il balcone sfoga sul cortile interno

Il balcone ha lo sfogo sul cortile interno

Il balcone si affaccia sul cortile interno

Il balcone dà sul cortile interno

Strano uso del verbo dare, vero ?

Adesso ripassiamo e se non avete tutto ben chiaro sono qui ad aiutarvi.

Peggy: a proposito di dare. sento che questa parola “sfogo” darà molto filo da torcere agli stranieri.

Sofie: ma ci sarà sempre chi ci darà manforte, giusto?

Hartmut: speriamo, almeno se questa parola mi farà dare di volta il cervello.

Ulrike: speriamo che Gianni darà seguito alla promessa che ci ha appena fatto. In caso contrario ci avrà dato il benservito.

Marcelo: il benservito? Speriamo di no! Altrimenti gli daremo del bugiardo!

Irina: credo che abbiamo dato fondo a tutte le espressioni col verbo dare.

Danita: aspetta che do una scorsa agli episodi..

Marcelo: sì, ma datti una mossa!

Karin: per non dar luogo a ulteriori polemiche la finiamo qua.

750 La frustrazione

La frustrazione (scarica audio)

Trascrizione

Gianni: la frustrazione. Cos’è?

Avete presente quando avete la sensazione che nonostante vi sforziate nel fare qualcosa, vi accorgete che è completamente inutile?

Ecco, quella sensazione che provate è la frustrazione.

È simile alla depressione, infatti è anche un termine che appartiene al mondo della psicologia.

Quando ci sono difficoltà che sentite come insormontabili, provate frustrazione, simile alla delusione anche.

Insormontabile è un aggettivo che è sempre associato agli ostacoli e ai problemi. Un problema insormontabile non è sormontabile, cioè non si può superare, sormontare.

Ogni tentativo sarà vano (cioè inutile) con un ostacolo insormontabile, e quando ce ne rendiamo conto proviamo frustrazione, proviamo un senso di sconforto, ci demotiviamo, ci potremmo anche deprimere.

A volte cadono/cascano anche le braccia quando proviamo frustrazione.

Questa è un’espressione che si usa spesso quando ci si sente frustrati, quando abbiamo la sensazione che sia inutile che continuiamo a sforzarci.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato, sperando che non avvertiate frustrazione perché non ne ricordate il significato. Altrimenti, se proprio volete sentirvi frustrati, che ne dite di parlare del congiuntivo?

Leonardo: da quanto ne so io, anche a detta degli italiani, il congiuntivo non è sempre semplice da usare. Scusate, so che si tratta di una questione squisitamente grammaticale, ma dopo aver detto “si può dire che” si usa l’indicativo o il congiuntivo? A me capita spesso di fare queste domande.

Ulrike: tranquillo non ti farò nessuna filippica per così poco. Averne di domande così intelligenti. Io comunque, per non saper né leggere né scrivere userei il congiuntivo.

Marcelo: il congiuntivo dici? Sarà… Speriamo almeno si possa dire che ci sono due possibilità.

Giovanni: ne parliamo nel gruppo whatsapp dell’associazione.

749 Non averne più

Non averne più (scarica audio)

Trascrizione

Gianni: oggi parliamo di “non averne più”.

Cosa? Ne abbiamo già parlato?

Vero. Abbiamo già affrontato qualcosa di simile in passato.

Abbiamo già detto infatti che oltre al senso proprio di “non averne più” di qualcosa (“ne” può riferirsi a qualunque cosa, può indicare qualunque cosa), abbiamo anche parlato (già due volte) di locuzioni simili, locuzioni che contengono sia il verbo avere che la particella “ne”.

La prima volta abbiamo parlato di tempo, nell’episodio 524, (es: “ne ho ancora per 1 ora” cioè mi manca ancora un’ora) poi in quello successivo, dove invece abbiamo parlato di non risparmiare nessuno (es: se mi fate arrabbiare non ne avrò per nessuno), cioè non risparmierò nessuno.

In questo caso posso anche aggiungere “più”: non averne più per nessuno, e il senso non cambia molto.

Ma “non averne più”, di cui parliamo oggi, può avere anche un altro significato.

“Non averne più”, in questi casi, può significare essere stanchissimi, quindi si sta parlando, anche se non viene detto, di energie: significa terminare le energie, non avere più energie, fisiche o mentali.

Sapete bene che in genere se usiamo la particella “ne” ci riferiamo a qualcosa di cui abbiamo già parlato.

Es:

Quanti anni hai?

Ne ho 25.

Parliamo di anni in questo esempio.

Stavolta invece, proprio come nell’espressione “non averne per nessuno” non siamo in quel caso.

Oggi parliamo di energie, ma questo lo possiamo capire solamente dal contesto.

“Non averne più” è simile a “essere esausti”. Si usa spesso parlando di sport.

Es:

È stata una partita molto intensa, e al minuto 90°, quando i giocatori avversari non ne avevano più, è arrivato il gol della vittoria.

I giocatori avversari quindi non avevano più energie da spendere, perché evidentemente le avevano spese tutte: non ne avevano più.

È solo leggendo tutta la frase che capiamo il significato.

Altri esempi simili:

I ragazzi non ne avevano più dal punto di vista fisico e mentale, al contrario degli avversari.

All’ultimo km di strada il ciclista è crollato sia psicologicamente che fisicamente, non ne aveva più.

Per oggi non ne ho proprio più, mi devo assolutamente riposare.

Attenzione perché la locuzione non ha esattamente lo stesso senso di “non poterne più“.

Dire “non ne ho più” non è esattamente come “non ne posso più” perché quest’ultima (che abbiamo visto ugualmente in un altro episodio) può esprimere ugualmente sia una stanchezza fisica che mentale, ma oltre ad essere più adatta per le esclamazioni, spesso è legata alla sopportazione quindi ha quasi sempre un forte contenuto emotivo e di conseguenza c’è solitamente più enfasi.

Potrei dire lo stesso di “averne abbastanza, ma non lo faccio perché anche in questo caso abbiamo un episodio passato ad hoc.

Diciamo che “non averne più” ha la caratteristica di riferirsi alle energie fisiche, mentali e/o psicologiche ma non si usa quando si parla di sopportazione o di sfoghi personali tipo:

Basta, ne ho abbastanza di te, non ti sopporto più, non ne posso più!

Adesso è il momento del ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:

Peggy: mi pare che “non averne più” sia anche simile a dare fondo a tutte le energie. Mi sbaglio?

Giovanni: bravissima Peggy. È proprio così infatti. Nell’episodio dedicato a “dare fondo” abbiamo visto che significa terminare, finire, esaurire una qualsiasi risorsa. Anche una risorsa economica però.

Irina: bene, vedo che a differenza di me c’è chi riesce a far tesoro degli episodi passati. Che frustrazione…

(ps: nel prossimo episodio parleremo proprio della frustrazione).

Segue commento e spiegazione del ripasso

748 Non che

Non che (scarica audio)

Trascrizione

Gianni: oggi, dopo avervi spiegato la congiunzione “nonché”, con l’accento sulla e, oggi vediamo la forma staccata: “non che”. Due parole anziché una e niente accento.

Abbiamo visto qualche episodio fa la locuzione “non è che”, vi ricordate?

Ebbene, le locuzioni hanno solamente in alcuni casi un uso e significato simile.

Quando avete un dubbio o un sospetto, e si fa una domanda, in questo caso si deve usare obbligatoriamente il verbo essere. Es:

Non è che per caso hai una penna?

Cos’è quella faccia?! Non è che hai litigato con tuo marito?

Si tratta di linguaggio colloquiale, familiare.

Non possiamo eliminare il verbo essere.

E se invece diamo una risposta?

In questi casi si usa ancora il verbo essere, perché il nostro obiettivo è negare qualcosa per rassicurare la persona con cui parliamo, o giustificarsi con lei, oppure fare una puntualizzazione, una precisazione, fare un chiarimento.

Es: andiamo insieme al cinema domani?

No, purtroppo non posso.

Non vuoi venire al cinema con me? Perché?

No, non è che non voglio/voglia venire, è che non posso. Perché ho un altro appuntamento.

L’uso del verbo essere rafforza la negazione, ma poi devo chiarire ancora meglio:

Non è che… è che…

Non è che.. ma..

Solitamente in questi casi, si usa la forma indicativa, ma è più corretto usare anche il congiuntivo, che tuttavia ha il difetto di aggiungere incertezza, al contrario dell’indicativo.

Es:

Perché mi hai offeso?

Non è che volevo/volessi offenderti, ma tu mi hai provocato.

Se devo rassicurare o giustificarmi devo essere convincente, e l’uso dell’indicativo è sempre preferito nella pratica in questi casi.

Certo, l’uso del congiuntivo nelle domande non è per niente adatto.

Invece quando non uso il verbo essere, non sto facendo una domanda, e non sto neanche rispondendo ad una domanda. Almeno non è detto che stia rispondendo direttamente ad una domanda.

L’obiettivo è ugualmente quello di fare un chiarimento.

Es: sto cercando una casa da acquistare e sto spiegando al venditore che non posso comprarla perché costa troppo cara.

Mi spiace ma credo che io dovrò rinunciare a questa casa. Non che non mi piaccia, per carità, ma è troppo cara per me.

Come vedete sto ugualmente facendo un chiarimento, sto dando una giustifcazione in questo caso, ma il venditore non mi ha fatto la domanda:

Non le piace forse la casa?

In quel caso avrei probabilmente risposto:

Non è che non mi piace, è che è troppo cara per me.

Questa è una risposta diretta alla domanda fatta.

Se non metto il verbo essere invece non sto rispondendo direttamente ma voglio comunque fare un chiarimento, e la frase iniziare rappresenta una cosa da escludere. Come a dire:

Questo non significa che…

Notate che solitamente quando si risponde si usa non solo il verbo essere ma anche la forma indicativa del verbo.

Nell’altro caso non si usa il verbo essere e si usa sempre il congiuntivo. Questo rende la frase anche meno informale.

Notate che spesso si usa negando una proposizione negativa. C’è due volte il termine “non”:

Non è che non…

Non è che non sono sicuro, ma (è che) devo sentire il parere anche di mia moglie prima di acquistare una casa.

Questo serve ad affermare il contrario. Cioè:

Io sono sicuro, ma devo sentire cosa ne pensa mia moglie.

In entrambi i casi, ma soprattutto senza il verbo essere, “ma, “tuttavia”, “però”, si trovano sempre nella seconda parte di queste affermazioni.

Non che io non sia convinto, ma devo vedere se la mia banca mi concede il mutuo.

Non sei convinto?

Non è che io non sono convinto, è che devo vedere se la mia banca mi concede il mutuo.

Questa seconda versione quindi è una risposta a una domanda. La risposta tende a chiarire definitivamente, mentre la prima versione (senza verbo essere) non è una risposta diretta ma si immagina che sia meglio comunque fare un chiarimento.

Ricapitolando, “non che”, scritto in due parole separate, non si usa per fare domande, non si usa neanche per dare risposte dirette, ma semplicemente per chiarire un concetto. Inoltre si usa sempre il congiuntivo e generalmente all’inizio di una frase. Infine è meno informale della forma col verbo essere che abbiamo già spiegato nell’episodio n. 277.

Non che non voglia fare altri esempi, ma adesso sarebbe ora del ripassino quotidiano.

Per concludere posso aggiungere che quando uso “non che“, senza accento, posso in realtà anche inserire “è”, ma se lo uso semplicemente sto negando più fortemente un concetto. Direi però che se uso il verbo essere quando in realtà non occorre, potrebbe sembrare che io mi sia giustificando, come se fosse stata fatta veramente una domanda e io stessi rispondendo.

Dunque in definitiva potrei allora sempre usare il verbo essere, si può fare, ma oltre ad essere più informale, potrebbe sembrare che io mi stia giustificando e magari questo non è nelle intenzioni di chi parla.

Marcelo: grazie Giovanni. Non che io abbia molta voglia di partecipare, considerando la situazione internazionale. Tuttavia questo mi può aiutare a pensare ad altro, nonché, ovviamente, a migliorare il mio Italiano.

Irina: anch’io ho bisogno di pensare ad altro. Distrarsi tra l’altro fa bene anche alla salute. È da quel dì che non stacco un po’ dalle pressioni quotidiane.

Segue breve spiegazione audio del ripasso

747 Nonché

Nonché (scarica audio)

Trascrizione

Gianni: Nonché, con l’accento sulla e, è una congiunzione che ha un significato simile a “anche”, ma è più vicino a “non solo”, “inoltre” , “per di più”, “in aggiunta”, “come pure”.

Il suo ruolo è spesso quello di evitare una serie di “e”. Altre volte semplicemente chiudere una lista. Questo accade soprattutto nel linguaggio burocratico.

Es

A Roma ci sono molte chiese da vedere, ma anche monumenti, opere d’arte, nonché luoghi storici, musei e piazze.

Si trova quindi sempre alla fine di una frase in cui si fa una lista.

In caso di assenza dal lavoro per malattia, occorre comunicare la propria assenza alla segreteria del personale, nonché giustificare la propria assenza attraverso il proprio medico.

Questo è un esempio di linguaggio burocratico.

In teoria si può usare anche in un contesto familiare ma è un po’ esagerato e in genere non si fa:

Devi mangiare tutto: la pasta, la carne, la verdura nonché la frutta.

In contesti familiari è sicuramente meglio usare “anche”, “e anche”, “senza dimenticare..”

Domani vediamo la forma staccata composta dalle parole “non” e “che”.

Adesso un brevissimo ripasso:

Anthony: avete notato che d’emblée non si parla più di Covid?

Ulrike: Già. Della seriec’è emergenza e emergenza

Segue spiegazione del ripasso (solo audio)

746 Risalire

Risalire

(Scarica audio)

Trascrizione

Gianni: bisogna risalire al 5 dicembre 2020 per trovare un utilizzo, in un episodio di italiano semplicemente, del verbo risalire.

L’ultimo episodio pubblicato sul sito invece risale solamente a ieri.

A quando risale l’ultima volta che…

Si usa spessissimo in questo modo il verbo risalire. Lo facciamo quando torniamo indietro nel tempo fino ad un momento preciso.

Certo, questo uso del verbo risalire è un uso figurato perché il senso proprio è un altro.

Vediamo quale:

Devo risalire a casa perché ho dimenticato le chiavi.

Bisogna risalire il fiume.

Risalire il fiume significa percorrere il fiume dal basso verso l’alto, cioè controcorrente, mentre risalire a casa prevede l’utilizzo delle scale o dell’ascensore. In questo caso significa salire le scale dopo averle discese.

Si può anche risalire in macchina, a cavallo, in treno, in bicicletta o in aereo con lo stesso senso: scendo dal treno, poi risalgo perché magari mi sono accorto di aver dimenticato la valigia.

Un altro esempio?

Risali subito in macchina! Chi ti ha detto di scendere?

Si può anche risalire in superficie dopo aver fatto un’immersione in acqua.

Risalire si utilizza anche con riferimento al valore di qualcosa (espresso da un numero) che dopo essere sceso e sta nuovamente risalendo, cioè sta tornando al valore precedente:

Stanno risalendo i prezzi delle case.

Le borse stanno risalendo

Anche la temperatura, può scendere, può anche risalire.

Ma l’uso più frequente del verbo è quando si parla di tornare indietro nel tempo e non nello spazio o nel valore.

In questo caso si usa sempre la preposizione “a”:

A quando risale l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore?

Cioè: quando abbiamo fatto l’amore l’ultima volta?

Brutto segno se non riesci a ricordarlo…

Prima del 24 febbraio 2022 bisogna risalire all’11 settembre 2001 per ricordare una data importantissima per il mondo intero.

C’è il senso di ripercorrere all’indietro il tempo, come quando si risale lungo un fiume.

In quest’ultimo caso possiamo usare anche il verbo tornare con lo stesso senso:

Bisogna tornare all’11 settembre 2001.

Generalmente si sta cercando di ricordare qualcosa, di ripensare a qualcosa appartenente al passato.

Un avvenimento, un evento, anche se accaduto una sola volta, può essere indicato in questo modo:

Questo fatto risale a dieci anni fa

Spesso però è accaduto più volte:

L’ultima volta che mia moglie mi ha rimproverato risale a ieri.

Un altro uso figurato interessante è quando si cercano le cause o le origini di qualcosa e per fare questo bisogna ugualmente tornare indietro nel tempo.

Bisogna risalire alle origini dei rapporti tra Russia e America per spiegare l’attacco all’Ucraina.

Sono riuscito a risalire all’errore che ho fatto per capire il motivo del brutto voto nel compito di matematica

La polizia è finalmente risalita al colpevole.

Risalire ad una causa, risalire ale origini di qualcosa è ugualmente un tornare indietro nel tempo alla ricerca di qualcosa; una causa in questo caso.

Adesso facciamo un bel ripassino, in cui Marcelo dall’Uruguay, membro dell’associazione Italiano semplicemente, userà qualche espressione già spiegata. Naturalmente, come sempre, se volete risalire alla singola spiegazione basta cliccare sul relativo collegamento. Vai Marcelo:

Marcelo: La rubrica “Due minuti con italiano semplicemente si basa sull’idea di spiegazioni brevi e concise. Tale caratteristica fa che noi possiamo capire un concetto senza scendere troppo nei dettagli. La logica è quindi farne capire in linea di massima. il significato. Ciò non toglie che però che, allorché urgesse un approfondimento per capire anche le sfumature dell’uso di un concetto, si può e si deve approfondire. Questo capita spesso e volentieri, cosicché praticamente sforiamo sempre i due minuti. Ma che volete, non si impara una lingua dalla sera alla mattina. Mi direte che Gianni poteva prevederlo, quello sì, ma non mi direte che voi non sbagliate mai una previsione!

745 In linea di massima

In linea di massima

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Trascrizione

Peggy: Gianni, cosa vuol dire “in linea di massima”? E accordi di massima?

Gianni: grazie della domanda. Abbiamo incontrato questo termine “massima” nell’ultimo episodio.

Il termine massima infatti non è solamente il femminile di massimo.

In questo senso si può dire ad esempio:

Ci vuole la massima attenzione quando si guida un’automobile.

Nell’ultimo episodio vi ho fatto degli esempi di un altro uso del termine massima.

La massima è, si è detto, un modo di agire, una norma, un principio nell’agire che viene dall’esperienza. A volte è qualcosa di simile a un detto, un proverbio, ma in ogni caso si tratta di indicazioni genetiche, qualcosa da cui trarre ispirazione.

Possiamo però dire che ci sono due componenti importanti: l’approssimazione e l’importanza.

L’espressione “in linea di massima” esprime proprio il concetto di indicazione approssimativa, un’informazione comunque utile, indicativa, ma non precisa, a volte perché non è possibile che sia più precisa e puntuale, altre volte perché non la si vuole fornire più precisa o perché è inutile andare nel dettaglio.

Es:

Sei d’accordo con me?

Risposta:

In linea di massima sì!

Probabilmente allora, ci sono più punti che mi trovano d’accordo, quantomeno quelli principali, quelli più importanti.

In linea di massima sono d’accordo.

Nel complesso sono d’accordo

In linea generale sono d’accordo

In generale sono d’accordo

Complessivamente sono d’accordo

A grandi linee sono d’accordo

Queste sono risposte equivalenti. Non c’è un pieno accordo, ma in linea di massima sì.

L’accordo riguarda gli aspetti fondamentali, senza considerare i dettagli.

In linea di massima alle 15 sono da te.

Questo utilizzo dell’espressione è anch’esso molto diffuso. Simile a “più o meno” “giù di lì”, “pressappoco” e tutte le espressioni simili. C’è una bella e lunga lezione sull’approssimazione. In questo ultimo esempio dunque c’è solamente la componente dell’imprecisione.

Attenzione perché le ore 15 non è un orario massimo di arrivo, ma una indicazione di massima, ciò indicativa, generale. Potrei arrivare alle 14:45 ma anche alle 15:15.

L’utilizzo più diffuso non è esattamente però come “più o meno” ma riferito alle cose più importanti. Questa è la componente che prevale la maggioranza delle volte.

In linea di massima, tutte le forze politiche italiane concordano sulle sanzioni alla Russia.

La questione potrebbe escludere alcuni aspetti meno importanti sui quali non ci sarebbe pieno accordo. Ma nessuna forza politica è esclusa.

Se invece dicessi più o meno tutte le forze politiche sarebbero d’accordo starei dicendo che qualcuna non lo è.

Arriviamo alla seconda parte dell’episodio.

Parlando di accordi, si parla spesso di “accordo di massima”, che è un accordo sui punti più importanti.

Ma che tipo di accordo è? È un accordo che è stato raggiunto tra le parti, ma non si dice molto di più. Questo accordo è stato raggiunto ma sono ancora da definire i dettagli, dunque è ancora poco preciso, non si è parlato di tutto.

Sì, certo, c’è approssimazione, ma ciò che conta è che sulle questioni più importanti abbiamo raggiunto un accordo.

Restano da definire i dettagli.

Com’è andata con la trattativa di affari?

Risposta:

Per ora abbiamo raggiunto un accordo di massima. Poi vedremo meglio i dettagli.

Nell’espressione in linea di massima comunque possono trovare spazio entrambe le questioni, quella dell’incertezza e quella delle cose che contano.

Avevo detto di dedicare diversi episodi alle locuzioni accordi di massima e in linea di massima, ma forse è stato meglio parlarne un’unica volta.

Abbiamo già visto in un passato episodio anche “In linea di principio” e la “questione di principio”.

Non ci resta che ripassare.

Irina: questa guerra tra Russia e Ucraina è più grave di quanto non sembrasse. Non riesco a capacitarmi.

Hartmut: purtroppo si. Nessuno si tira indietro. Della serie la storia non ci ha insegnato niente.

744 Detto e detta

Detto e detta

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Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio (avete visto? L’ho detto ancora una volta!) vi ho detto che avrei parlato dei due termini detto e detta, e così farò.

A detta di” l’abbiamo già vista proprio nell’ultimo episodio, ma c’è ancora molto da dire.

Ovviamente sarò costretto a parlare del verbo dire, ancora una volta. Infatti “detto” è prima di tutto il participio passato del verbo dire.

Esiste però anche il detto, quindi come sostantivo.

Un detto è infatti qualcosa che viene detto in alcune circostanze. Può essere un motto, un aforisma, un adagio, una massima, un proverbio.

Esistono anche le raccolte di detti famosi.

Secondo un antico detto, chi la fa l’aspetti!

Secondo un detto popolare, al cuor non si comanda.

Dunque un detto è qualcosa che viene detto, da tanto tempo, molto spesso, o da alcune persone.

Prima vi ho accennato al termine massima come sinonimo di detto.

Una massima è una sentenza, un’affermazione che esprime un modo di comportarsi, quindi un comportamento tratto dall’esperienza, quindi esprime un modo di agire, una norma, un principio nell’agire.

È un concetto più leggero del detto e del proverbio, che poi alla fine hanno lo stesso significato in fondo.

Es:

Una massima di ogni allenatore di calcio è che la scelta del portiere e dell’attaccante non si può sbagliare.

Oppure:

Non investire più di quanto puoi permetterti di perdere. Questa è una massima per ogni tipo di investimento.

Poi avete mai sentito parlare di “accordi di massima?”

Oppure dell’espressione “in linea di massima” che sta per “in generale”.

Di queste due espressioni ne parliamo meglio nei prossimi due episodi.

Torniamo a “detto” , che è anche aggettivo:

Io sono Giovanni, detto Gianni dagli amici.

Quindi significa chiamato, soprannominato.

Dante Alighieri detto il sommo poeta.

In questo senso, detto è simile a cosiddetto, un aggettivo che indica una convenzione, quasi un’abitudine.

Cosiddetto sta per convenzionalmente detto, da tutti detto così, da tutti chiamato in questo modo, che ha questo nome.

Es:

La cosiddetta anima gemella forse non esiste.

Per ottenere un posto di lavoro, in Italia a volte devi avere la cosiddetta spintarella, il cosiddetto aiutino.

Siamo in una situazione simile di quando usiamo l’espressione “come si suol dire“.

Come aggettivo però posso usarlo anche per dire che qualcuno o qualcosa è stato nominato in precedenza, quindi sopraddetto, suddetto, succitato. Abbiamo già parlato di questo in un episodio dal titolo “di cui sopra”.

Posso quindi dire:

Detto episodio tratta della locuzione “di cui sopra”.

Ne avevo appena parlato, quindi mi riferisco all’episodio in questione dicendo “detto episodio”.

Altri esempi:

C’è una persona che gira nel quartiere e cerca di derubare le vecchiette. Chiunque vedesse detto individuo è pregato di chiamare la polizia.

Si usa anche al plurale e al femminile:

La guerra causa molta incertezza sui mercati mondiali. Detta situazione di incertezza rischia di causare molti danni all’economia.

Quattro persone armate sono entrate in aeroporto. Dette persone sono molto pericolose.

Recentemente sono accadute cose molto negative per l’Europa: bombardamenti, morti. Detti fatti sono da condannare.

In pratica detti fatti sta per “questi fatti”, “i fatti appena descritti”, “i suddetti fatti”.

A proposito, al singolare “Detto fatto” può significare sia questo fatto, suddetto fatto, il citato fatto, come detto poc’anzi, sia rappresentare una espressione che si usa quando si fa qualcosa in pochissimo tempo: non appena si dice di fare qualcosa, subito si mette in pratica:

Detto fatto!

Si vuole dare l’immagine dell’immediatezza, di qualcosa che si dice e subito si fa.

Simile a“in men che non si dica, che abbiamo già trattato, ma “detto fatto” è più breve e inoltre funge anche da esclamazione.

“Detto fatto”, in questo senso, sì usa solamente a cose fatte, cioè dopo che effettivamente la cosa detta è stata fatta.

Es:

Visto? Avevo detto che cacciavo mio marito di casa e il giorno dopo già non abita più con me. Detto fatto!

Possiamo anche mettere una virgola tra i due termini, che sono due participi passati, del verbo dire e fare.

Bene, passiamo a “detto questo”, che è un altro modo di usare il termine “detto”.

“Detto questo” significa “adesso che si è detta questa cosa”, oppure “ora che abbiamo parlato di questo”.

È una formula che si utilizza per cambiare discorso, o comunque per chiudete una particolare discussione e iniziare a parlare di altro.

Es: bene, detto questo, adesso parliamo di…

Non dobbiamo cambiare necessarianente discorso, ma anche semplicemente affrontare un altro aspetto della stessa questione.

Es:

Il ragazzo va bene a scuola, si impegna e si vede che studia. Detto questo, dobbiamo parlare anche del suo comportamento perché a volte è molto distratto, parla continuamente con i compagni e segue poco la lezione.

Si potrebbe anche dire:

Una volta che abbiamo detto questo…

Adesso che abbiamo parlato di questo…

Oltre a questa questione..

Poi c’è anche un’altra cosa da dire…

Bene, detto questo, devo dirvi che detto e detta possono anche essere degli utilizzi del verbo DETTARE.

Ma in questo caso la lettera “e” si pronuncia generalmente aperta:

Dètta e dètto.

La pronuncia di DETTARE invece è con la e chiusa.

Es:

Mi puoi dettare ciò che devo scrivere?

Ok, io ti detto il testo e tu lo scrivi.

Dettamelo più lentamente per favore.

Ti ho dettato (e chiusa) tutto il testo.

Non voglio più dettare altro.

Per concludere, torniamo sul verbo dire e sul termine detto.

Sui cruciverba in lingua italiana ma anche sui dizionari troverete molto spesso “detto di”. Si tratta di definire degli aggettivi.

Es. Cosa significa polemico?

Sul dizionario troverete:

Detto di persona che assume un atteggiamento di opposizione.

Poi cerchiamo l’aggettivo “indolente”:

Detto di persona priva di vivacità, fiacca, ottusa, provocatoria, pigra, apatica, svogliata.

È come dire:

È ciò che si dice a proposito di…

È quanto viene detto riguardo alle persone che…

Più semplicemente “detto di”.

Non è detto che” è l’ultima locuzione di oggi.

Questa locuzione esprime qualcosa che non è certo, e si usa generalmente sia per rassicurare, tipo:

Dai, non essere triste perché Maria ama un altro. Non è detto che non cambierà idea.

Oppure, in senso opposto, per suscitare allarme:

Attenzione a quando si decide di sposarsi. Non è detto che l’amore duri per sempre.

In realtà si usa più in generale per dire che qualcosa non è sicuro, certo:

Non è detto che io debba stare in Italia se non riesco a trovare lavoro. Potrei anche pensare di cambiare nazione.

Al femminile (ma senza “che”) in questo senso, esiste l’espressione:

Non è detta l’ultima parola

Questa espressione si usa quando ci sono ancora possibilità, sebbene siano veramente poche, che qualcosa accada.

Es:

Dicono tutti che non riuscirò mai a fare 10 esami in un anno. Ma io credo che non è detta l’ultima parola ancora.

“L’ultima parola” si usa spesso per indicare un fatto concluso, sul quale non c’è più alcun dubbio.

Dopo quel momento non c’è più tempo per parlare, nel senso di per cambiare le cose. Questo è il senso.

In pratica si usa quasi sempre per esprimere un’eventualità positiva.

Finché non sarà detta l’ultima parola, io ci crederò! (tra l’altro abbiamo visto l’uso di un “non” pleonastico, che abbiamo spiegato pochi episodi fa)

Il Barcellona sta perdendo 3-0 e mancano 10 minuti alla fine. Secondo me però ancora non è detta l’ultima parola.

Anche se sembra che tuo marito stia facendo il bravo adesso, con lui non è mai detta l’ultima parola.

Adesso ripassiamo brevemente qualche episodio passato per non dimenticare, che ne dite ?

Mary: Purtroppo oggi devo dare forfait. Sono fuori

Leonardo: Si fa presto a dire non posso. Credi che sia una domanda retorica la sua?

Marcelo: Anch’io vengo meno. Sto lì lì per uscire.

Irina: io non sono da meno. Non appena arriverò a casa, mi spaparanzo sul divano, tanto sono sfinita. Sarà per la prossima.

743 A detta di

A detta di

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Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio (avete fatto caso che spesso inizio così?); dicevo che nell’ultimo episodio abbiamo visto un uso particolare del verbo dirsi.

Mi riferisco a dirsi soddisfatto, dirsi deluso, dirsi dispiaciuto, dirsi d’accordo, eccetera.

Abbiamo detto che questo equivale a “dire di essere” e spesso si tratta di dichiarazioni pubbliche. In ogni caso si esprime una sensazione, una volontà, un’opinione o un’emozione provata da altre persone.

Il verbo dire è interessante perché esiste anche un altro modo per riportare ciò che ha detto qualcun’altro che in questo momento è assente,

Stavolta però non si tratta di emozioni, sensazioni o volontà, ma si tratta quasi sempre di esprimere lo stato dei fatti.

Come stanno le cose? Qual è la verità? Accade spesso che ci siano più verità a proposito di quanto accade o quanto accaduto in passato.

Ecco, in questi casi, quando riportiamo un fatto descritto da un’altra persona (o più persone) per far conoscere, secondo questa persona, come stanno le cose, si usa spesso la locuzione “a detta di”, specialmente quando ci sono versioni diverse della verità

Es:

Siamo preoccupati per la crisi economica per gli effetti sulla nostra azienda, ma a detta del presidente, non ci sarà nessun licenziamento.

Significa che il presidente ha detto, pubblicamente o a qualcuno privatamente, che nessuno sarà licenziato. A detta sua nessuno verrà licenziato.

Ricordate l’espressionea suo dire“? Questa è abbastanza simile e si usa nelle stesse circostanze. “A suo dire” è più informale e colloquiale.

Proprio come “a suo dire” comunque, si riportano parole di altri quando ci sono pareri diversi o dei dubbi in merito.

La locuzione “a detta di” non si usa che con la terza persona, singolare o plurale.

Se parlo con te, “a tuo dire” si usa invece talvolta per ricordare alla persona con cui si parla delle sue parole dette in passato. Più difficilmente troverete utilizzi di “a detta tua”.

Può comunque capitare.

Dunque, “a detta sua/loro” e “a detta di qualcuno” sta per
secondo quanto detto da lui/lei, loro“, ed è più adatta a riportare lo stato dei fatti che una opinione di una persona.

Potremmo anche dire che è simile a “secondo l’opinione di“. Un’opinione però generalmente è un’interpretazione dei fatti, e prevede delle deduzioni. Può anche essere un giudizio espresso secondo un criterio soggettivo, o una convinzione in materia morale, politica, sociale o religiosa.

Nel caso di “a detta di” c’è di solito da riportare un fatto accaduto. È in tali circostanze che la locuzione “a detta di” è maggiormente adatta.

Ad ogni modo la locuzione si può usare anche in senso più generale.

Es:

Io ti credo, ma a detta di tuo fratello le cose sono andate diversamente

A detta di tua madre, Giovanni cucina benissimo.

È naturalmente del tutto simile a “secondo lui/lei” o “per lui/ lei” che sono più informali.

A detta di tutti Roma è una città da visitare almeno una volta nella vita

Dici che non ti piace la mia macchina? A detta dei miei amici è una delle macchine più affidabili e anche di moda del momento.

Naturalmente “a” è una preposizione semplice e dunque non si tratta del verbo avere.

Il termine “detta” è in questo caso un sostantivo.

Vale secondo me la pena di dedicare un episodio (il prossimo) a “detto” e “detta“.

Notate che la locuzione “a detta di” è simile anche a “che lui/lei sappia“, o “per quanto ne sa” di cui abbiamo parlato in due episodi passati, ma queste si usano prevalentemente con la prima persona (che io sappia, per quanto ne so) è poi c’è da dire che in quei casi si vuole evidenziare una conoscenza e anche che le cose potrebbero non essere queste esattamente.

Per quanto ne so io” quindi evidenzia una conoscenza di un fatto che non si dà per certo ed è del tutto analogo a “per quello che so io“, “per quello che ne sappiamo”, “per quanto ne sappiamo”.

È simile anche a “stando alle sue parole“, “stando a te“, “stando a lui/lei/loro“. In questo caso spesso c’è più diffidenza, o comunque poniamo una certa distanza da queste parole. Anche “stare a” è un episodio passato della rubrica, che si può usare come abbiamo visto anche per riportare opinioni di altri.

Anche “a detta di” a volte può racchiudere comunque un senso di diffidenza.

A detta di Putin, non ci sarà nessun attacco all’Ucraina. Eppure ci sono tantissimi militari lungo il confine. A detta di molti, Putin non dice la verità.

Si pone in ogni caso una certa distanza, perché si tratta di cose che riguardano altre persone e che, se si tratta di fatti, noi non possiamo verificare.

Può bastare per oggi. Adesso non può mancare un bel ripasso all’insegna dell’attualità.

Ulrike: ieri, 24 febbraio 2022, dopo aver visto il telegiornale mi sono detta: sogno o son desta? Dopo due anni e passa di bollettino quotidiano sui morti per Il Covid, adesso ci mancava solo il bollettino di guerra. Che Dio ce la mandi buona.

Marcelo: condivido i tuoi desideri. Dobbiamo fare appello all’intelligenza degli uomini e pregare per la pace.

742 Dirsi

Dirsi

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Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlarvi del verbo dirsi.

Mi è venuta in mente quest’idea ieri ascoltando il telegiornale.

La notizia era il riconoscimento delle repubbliche séparatiste da parte del Cremlino.

Parliamo quindi delle forti tensioni internazionali a cui stiamo assistendo in questi giorni.

Ebbene, dopo questa notizia, sia il cancelliere tedesco Scholz che presidente francese Macron si sono detti “delusi”.

“Si sono detti delusi”. Questo mi ha fatto pensare che dovrei parlarvi del verbo dirsi, perché in effetti ha diversi utilizzi interessanti.

Dunque, “dirsi” è la versione riflessiva del verbo dire. Innanzitutto può significare dire a sé stessi (nel senso di pensare tra sé), oppure dirsi qualcosa tra due o più persone.

Es:

Dopo che mia moglie si è messa ad urlare, mi sono detto che forse era meglio non farle più scherzi.

Cosa ti sei detto dopo aver sbagliato il calcio di rigore?

“Mi sono detto” quindi significa “ho pensato”. Significa anche “ho detto a me stesso”.

In genere quando si usa in questo modo si usa al passato.

Se siamo due persone però:

Io e te ci diciamo sempre la verità.

Dirsi la verità è sempre la scelta migliore.

Non è carino dirsi le cose sottovoce.

Tra amici bisogna dirsi tutto.

Cosa si saranno detti Putin e Biden?

Cioè: di cosa avranno parlato? In questi casi, con dirsi, così come con parlarsi, si intende che una persona dice qualcosa all’altra.

Però, dirsi ha anche un altro uso, simile a” dichiararsi” e “dichiarare” cioè dire qualcosa pubblicamente, far sapere a tutti, o comunque dichiarare apertamente qualcosa. Potremmo anche tradurlo come “dire di essere“.

In genere riguarda un sentimento o una sensazione o anche una volontà.

È questo l’utilizzo di cui vi parlavo all’inizio citando il telegiornale.

Macron e Scholz si dicono delusi.

Dunque hanno dichiarato di essere delusi. Hanno detto di essere delusi. Hanno espresso il loro pensiero che riflette il loro sentimento nel confronti di un fatto. Hanno espresso la loro delusione.

Potrei ugualmente dire che:

Macron e Scholz si dichiarano delusi.

Lo fanno in questo caso nei confronti del mondo, quindi attraverso la stampa, attraverso una dichiarazione pubblica.

Non lo fanno certamente uno nei confronti dell’altro.

Questo accade invece se dicessi:

Giovanni e Maria si dicono dei segreti.

Ma non c’è alcun sentimento o sensazione in questa frase.

Vediamo altri esempi:

I professori si dicono soddisfatti dei propri studenti.

L’allenatore si dice entusiasta della prestazione della sua squadra.

Sua santità si dice dispiaciuto per quanto sta accadendo.

Mia figlia si dice contenta dei voti scolastici di quest’anno.

Il dott. Rossi si è detto lieto di poter partecipare a questo incontro.

Il direttore si è detto disponibile ad un incontro.

Ti dispiace hai detto?? Dirsi dispiaciuto non basta!

La platea a cui ci si rivolge cambia di volta in volta.

Si tratta sempre di dichiarazioni, ma non necessariamente fatte alla stampa e alla tv.

I professori sì sono detti soddisfatti dei propri studenti nel corso del consiglio dei docenti.

L’allenatore si è detto entusiasta della prestazione della sua squadra nel corso della conferenza stampa di fine partita.

Sua santità si è detto dispiaciuto di quanto sta accadendo nel mondo attraverso un twitt.

Mia figlia si è detta contenta dei voti non appena ha visto la pagella di fine anno.

In questo caso mia figlia ha detto questo solo a me. È una dichiarazione diversa da quella del papa, di un allenatore. Abbastanza simile alla dichiarazione di un professore.

Certo, spesso si usa per descrivere occasioni importanti, e comunque dichiarazioni vere e proprie, e per le occasioni formali è molto adatta come modalità per esprimere una disponibilità o una qualunque sensazione.

Si usa anche con la negazione:

Il presidente non si dice d’accordo con questa proposta.

Quindi il presidente non si dichiara d’accordo, dice di non essere d’accordo con la proposta.

Mio figlio non si dice contrario ad un trasferimento.

Mia madre non si dice preoccupata della situazione pandemica.

Anche in questi casi parliamo del verbo “dirsi” nel senso di espressione di un sentimento o di una volontà. Potrei sempre usare dichiararsi al posto di dirsi, ma spesso suona troppo formale. A volte poi sembrerebbe un linguaggio giuridico:

L’imputato si dichiara colpevole

Il senso è sempre quello di “dice di essere” (colpevole, in questo caso) ma dichiarare e dichiararsi sono tipicamente verbi adatti ad un’aula di tribunale.

Il presente, “si dice” e “non si dice” , ovviamente, si usano anche parlando di educazione o di correttezza. Ma questo non è il verbo dirsi.

Es. parlando di educazione:

Non si dice quanti anni hai ad una signora!

Secondo il galateo non si dice “buon appetito” a tavola.

Parlando invece di correttezza:

Si dice “a me mi piace“? No, non si dice.

Nel senso che non è corretto dal punto di vista grammaticale.

In questi due casi però non c’è una persona che si dice (o che non si dice) esprimendo una sensazione o una volontà. Non si tratta chiaramente di dichiarazioni di qualcuno.

C’è anche un altro modo di usare “si dice”. Anch’esso non riguarda il verbo dirsi.

Quando c’è una voce che gira, quando ci sono chiacchiere, voci di corridoio, quando cioè si sente parlare di qualcosa. In questi casi c’è sempre “che”, quindi non possiamo sbagliarci:

Si dice che tu sia una persona molto paziente. È vero?

Non si dice niente qui? State tutti in silenzio?

Si dice che alla fine di ogni episodio di italiano semplicemente si facciano esercizi di ripasso. Sarà vero?

Ulrike: tra Russia e Stati Uniti siamo ai ferri corti. La situazione è in continuo divenire, ma temo per il peggio. Non me l’aspettavo proprio. E voi?

Marcelo: non mi dirai che ti fa specie che la Russia abbia invaso il territorio del suo dirimpettaio?

Ulrike: Marcelo, stai forse accusandomi di fare la finta tonta la tua domanda era retorica?

Karin: a me non sembra affatto una domanda retorica. Era invece abbastanza sibillina.

Irina: per quanto mi riguarda, pensavo che questa minaccia di invasione fosse solo poco più di una voce falsa e tendenziosa. poi di punto in bianco tutto è diventato reale.

Anthony: Adesso noi, qua in Europa, dovremo prendere atto del fatto che continueranno a salire le bollette del gas.

M6: allora mi pare che dovremmo fare di necessità virtù e dare seguito ai tanto discussi piani per sviluppare le fonti di energia rinnovabile. Facendo così ci smarcheremo della nostra dipendenza attuale e favoriremo la protezione dell’ambiente. Un win-win senza dubbio.

Hartmut: si fa presto a dire win win. È arrivato l’americano!
Ci vogliono anni per fare ciò che hai detto. Dovevamo pensarci prima magari.

Marcelo: dovremmo iniziare subito, su questo non ci piove. Mi vedo costretto però a dire la mia. Non mi dirai che non lo sapeva nessuno che l’artefice di tutto questo è un pazzo. È dal 208 che se la canta e se la suona da solo . E le sanzioni? Si vogliono mettere dei paletti con le sanzioni? Stai fresco! Lui se ne frega. Ambiente dici? Un parolone! Da quando lui questi atteggiamenti scellerati minaccia le frontiere altrui con centinaia di panzer e aeroplani, non se ne parla neanche. A pagare lo scotto sono soprattutto gli europei, che dipendono dal gas russo. Una bella magagna da risolvere.

Anthony: c’è chi dice che, vista l’amicizia consolidata, dovrebbe essere Berlusconi a chiamare Putin per metterci una buona parola….

741 Il “non” pleonastico

Il “non” pleonastico

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Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio vi ho accennato ad un uso particolare di “non”, che però normalmente serve a negare.

Abbiamo visto in particolare alcune frasi:

Non ti parlerò più fino a quando non mi dirai che hai sbagliato!

Vediamo altri esempi simili:

Devi studiare fino a quando non sarai abbastanza preparato.

Camminerò fino a quando non sarò arrivato a casa.

In questi casi si parla sempre di qualcosa che continuerà fino ad un momento preciso, fino ad un certo punto.

Possiamo ovviamente sostituire “fino a quando” e “fino a che” con finché:

Ti bacio finché non ti stanchi

Mangerò finché non sarò sazio

Un non madrelingua però può trovare strano l’uso della negazione “non” in questi casi. In effetti il senso delle frasi non cambia se togliamo “non“:

Non ti parlerò più fino a quando mi dirai che hai sbagliato!

Devi studiare fino a quando sarai abbastanza preparato.

Camminerò fino a quando sarò attivato a casa.

Ti bacio finché sarai stanca

Mangerò finché sarò sazio

Se ricordate abbiamo già incontrato un caso simile nell’episodio dedicato al termine “appena“.

Anche in quell’episodio abbiamo visto che c’è un uso particolare di “appena” in cui la frase ha lo stesso significato con e senza “non“:

Prendo il caffè non appena mi sveglio.

Non appena arrivo a casa mi sdraio sul divano.

In questi casi “appena” come abbiamo visto, ha il senso di “subito dopo“, “subito dopo che”:

Prendo il caffè subito dopo che mi sono svegliato

Subito dopo essere arrivato a casa mi sdraio sul divano.

Anche in questi casi dunque il “non” perde il valore della negazione.

In ognuno di questi casi si parla di “non” pleonastico.

“Pleonastico” significa superfluo, inutile, non necessario. Un aggettivo questo che è in genere usato per descrivere comportamenti.

Anche con “appena“, dunque, posso togliere il “non” (in quanto pleonastico) senza cambiare il senso della frase:

Prendo il caffè appena mi sveglio.

Appena arrivo a casa mi sdraio sul divano.

Direi però che quando si parla di tempo e di eventi che si susseguono rapidamente, il “non” dà un maggior senso di vicinanza tra le due azioni, come a dire “subito dopo” , “immediatamente dopo”.

Ci sono però anche altre occasioni in cui compare questo “non pleonastico“: quando usiamo “per poco” e anche “a meno che” e le sue forme più o meno equivalenti, cioè “salvo che” e “eccetto che“.

Vediamo qualche esempio:

Oggi mi sono svegliato tardi e per poco non perdevo l’autobus.

Anche in questo caso si può togliere il non e il senso non cambia, sebbene a dire il vero si perda ancora una volta quel senso legato al tempo: qualcosa che accade ma solamente per una questione di un tempo brevissimo.

Vediamo con “a meno che”:

Vieni a cena da me? A meno che tu non preferisca andare al ristorante.

Stesso discorso. Togliendo il non va bene lo stesso. In questo caso, non parlando di tempo, non c’è proprio alcuna differenza. Nessuna delle due forme è sbagliata.

Notate che se invece io dico:

Vieni a cena da me? Sempre che tu non preferisca andare al ristorante.

In questo caso il “non” conserva il senso di negazione.

Oggi il ripasso del giorno lo dedichiamo al matrimonio di Khaled, un membro dell’associazione “Italiano Semplicemente“.

Irina: Tanti auguri Khaled, che tu possa essere felice come hai sempre desiderato. Notate che ho usato il congiuntivo. Non so se rendo!

Sofie: Una bella notizia, su questo non ci piove, anche per i membri de l’associazione che sono agli antipodi dell’Egitto. Non voglio essere da meno degli altri membri nel congratularmi con te!

Rafaela: Dunque, cari Khaled e Nadia, state li li per esordire nella nuova vita di coppia. Accettatene tutti gli annessi e connessi. Datevi manforte in ogni momento e circostanza. Assecondatevi a vicenda nei vostri progetti che sono ancora in fieri. Vi auguriamo numerosi successi e una vita con i fiocchi.

Harjit: Buongiorno Khaled e amici!. Per Khaled e Nadia invio i miei auguri di felicità per questa nuova tappa della vita. Che tutti i progetti che hanno immaginato come coppia diventino realtà. Auguri! Ah, dimenticavo, ricorda la frase di ripasso: hai voluto la bicicletta! Ora sai cosa segue!

Albèric: Devo dire che se fossi al tuo posto, probabilmente fino all’ultimo momento avrei dei dubbi in merito. Non voglio dare adito a fraintendimenti, ma è una decisione con la D maiuscola. In queste occasioni comunque, è sempre meglio che i miei amici facciano quadrato attorno a me piuttosto che dirmi “attaccati al tram“!

Marcelo: Khaled, non molto tempo fa abbiamo parlato della vita di coppia e ricorderai che ho pressappoco 48 anni di matrimonio alle spalle. Sento il dovere di tenderti la mano. Ti posso dire che mi ricordo di tutti i momenti di felicità vissuti insieme, ma anche quelli cattivi. Per questi ultimi, devi solo armarti di pazienza. Sii accondiscendente con tua moglie e non deve mai mancare il “sì, amore!” Se c’è amore, anche le giornate no si superano sempre. Il matrimonio è una vera svolta nella vita e va vissuta all’insegna dell’amore, del rispetto reciproco e di Dio. Adesso non voglio più farti sorbire i miei consigli, ma soltanto i miei auguri di una vita piena di amore e felicità!. Questo è quanto.

Khaled: Grazie a tutti. Sono felice di sposarmi. Come ricorderete, anche in tempi non sospetti ho manifestato la mia voglia di avere una famiglia. Volete sapere che ne sarà della vecchia vita da single? Non la rimpiango, della serie “ogni cosa a suo tempo“. Adesso la mia vita sarà edificante più che mai. Già mi immagino circondato dai miei figli e già immagino mia moglie che mi rimprovera per essere troppo accondiscendente! In Egitto l’educazione dei figli è un compito prettamente femminile, ma ovviamente io darò manforte a Nadia, se non altro per non farmi dare del paravento! Che Dio ce la mandi buona!

740 Non mi dirai che…

Non mi dirai che… (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto la locuzione “mi dirai che“, oggi aggiungiamo un “non” all’inizio.

Ciò che otteniamo è un’altra tipica locuzione che però non rappresenta la semplice negazione di “mi dirai che“.

Sarebbe troppo facile!

Quella di oggi è più semplice da capire e da usare, in quanto esprime meraviglia, curiosità ed allo stesso tempo si esprime qualcosa che si è intuito e che potrebbe risultare vero.

Può trattarsi sia di qualcosa di positivo che di negativo.

Es:

Non mi direte che pensavate che aggiungere “non” a una frase servisse solo per esprimere una negazione?

In senso letterale è così, ma purtroppo o per fortuna non lo è mai.

Vediamo qualche esempio:

Entro in casa e vedo mia figlia che ascolta Beethoven. Le dico subito:

Non mi dirai che ti piace la musica classica!

C’è meraviglia, curiosità. È comunque una domanda che richiede una risposta:

Perché, che c’è di strano?

Questa potrebbe essere la risposta di mia figlia di fronte allo stupore mostrato da me.

Un po’ irritata come risposta?

Può darsi.

In effetti la mia domanda può provocare una reazione irritata.

Non è detto, ma a volte è così, perché spesso c’è ironia in questa locuzione, e questa ironia potrebbe derivare da una contraddizione da cui deriva la meraviglia.

Nell’esempio che vi ho fatto, potrebbe essere accaduto che in passato mia figlia non abbia mai mostrato apprezzamento per la musica classica o che addirittura l’abbia criticata. Questa potrebbe essere la contraddizione di cui parlavo, in questo caso.

A volte non si usa il futuro, ma non cambia nulla se uso la forma presente:

Non mi dire che ti piace la musica classica!

Un altro esempio:

Vedo una mia amica dopo tanto tempo e noto che ha un po’ di pancetta. Meravigliato e incuriosito le dico:

Ciao Emanuela, non mi dirai che sei incinta!

Spesso è qualcosa che non ci si augura, perché per chi parla non sarebbe una cosa positiva se confermata.

Es:

Sento un mio amico per telefono e mi dice che ha qualche problema al lavoro per via del green pass. Io subito gli chiedo:

Non mi dirai che sei un no-vax!

Il mio amico potrebbe irritarsi per la mia meraviglia e ironia. Ha anche intuito che io invece sono favorevole ai vaccini.

Potrebbe rispondermi:

E tu, non mi dirai che sei a favore!

Questa locuzione si usa sempre in questo modo, tranne quando è preceduta dal termine “fino” o “finché”

Non ti parlerò più fino a quando non mi dirai che hai sbagliato!

Io avrò speranza di stare con te fino a quando non mi dirai che è finita per sempre!

Starai in punizione fino a quando non mi dirai che sei pentito!

In questi casi si parla di qualcosa che continuerà fino ad un momento preciso, ossia fino a quando io non sentirò dalle tue parole che hai sbagliato (1° esempio), o che sei pentito (3° esempio), o che è finita per sempre (2° esempio).

Un non madrelingua può trovare strano l’uso della negazione “non” in questi casi.

La questione credo meriti di essere trattata in un prossimo episodio.

Spiegazione odierna terminata.

Adesso ripassiamo. Non mi direte che vi eravate dimenticati del ripasso!

Irina: ci penso io a iniziare questo ripasso, non scomodatevi; non fosse altro che per mettermi alla prova con qualche espressione che mi dà molto filo da torcere. Se poi qualcuno vuole aggiungere qualcosa è benaccetto, sempre che non abbiate paura di sbagliare!

Harjit: ok, raccolgo volentieri la provocazione. Per quanto mi senta abbastanza sicura di ciò che sto dicendo, ciò non toglie che una castroneria da parte mia può sempre scapparci!

Albéric: castroneria dici Harjit? Invece la sai lunga tu! Sai anche come suscitare l’interesse per l’apprendimento dell’italiano! Poi non potrei mai dire che dici castronerie. Resti pur sempre un’amica e non ti offenderei mai. Poi lo so che lo fai per il meglio di tutti noi!

Ulrike: È risaputo, Albéric, che Harjit è particolarmente portata per buttare giù in men che non si dica una frase di ripasso tanto concisa quanto divertente. Vai a capire come le vengono queste idee estemporanee. Io invece devo sempre scervellarmi di brutto per poi uscirmene con una frasina poco edificante. Tra l’altro spesso non trovo mai un modo molto ortodosso per terminare un ripasso.

739 Mi dirai che…

Mi dirai che…

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Benvenuti nell’episodio numero 739 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente“.

Oggi vediamo una simpatica locuzione di cui non troverete una spiegazione in nessun libro e in nessun sito, a parte Italiano Semplicemente.

Mi dirai che” è la locuzione di cui vi sto parlando, molto colloquiale, che viene usata in una conversazione, generalmente quando si sta effettuando una valutazione di qualcosa, oppure quando si sta esponendo una preferenza, una scelta, un gusto personale.

Si tratta di questioni sulle quali si valutano pro e contro, si discute, si fanno considerazioni in un verso o nell’altro.

Ciascuna persona può dire la sua opinione, ma c’è sempre qualcuno che parla un po’ più degli altri.

Ad alcune persone infatti piace assumere più parti in una conversazione e nel fare una valutazione, nello stesso discorso introducono questioni e aspetti che vanno in direzioni opposte, quasi a voler anticipare la parola di un’altra persona.

Per questo motivo si usa “mi dirai che“, dove si dà del tu al nostro interlocutore, ma si può dare anche del lei senza problemi. In questo caso la locuzione diventa:

(Lei) mi dirà che…

L’uso del futuro fa capire che si sta anticipando qualcosa, qualcosa che l’interlocutore forse sta per dire o anche pensare. Abbiamo già fatto due episodi sul futuro, ricordate? Uno riguarda i dubbi e le allusioni, un’altro riguarda le ipotesi. Attenti a non fare confusione.

In questo caso solitamente si tratta di parlare di questioni poco rilevanti, perché l’obiettivo è invece quello di sostenere la tesi opposta, volendo però dare la sensazione di fare una valutazione obiettiva, che considera anche gli aspetti opposti.

Vediamo qualche esempio.

La tua casa è molto carina e anche grande. Mi dirai che forse è un po’ rumorosa. Perché è proprio davanti alla strada, ma non è una cosa troppo grave.

È simile a dire:

È vero che probabilmente…

Si, forse bisogna anche considerare che…

Certo, c’è anche questo aspetto….

Si, un problema forse potrebbe essere che…

Lei sicuramente starà per dirmi che…

So cosa stai pensando…

Potremmo usare questa locuzione anche solo per evidenziare un aspetto minore che tuttavia non va escluso, oppure per evidenziare il fatto che abbiamo considerato anche quell’aspetto, ma che lo riteniamo secondario.

Si tratta quasi sempre di cose che riteniamo poco importanti e per questo motivo questa locuzione viene pronunciata anche abbastanza velocemente, come a voler dire:

C’è anche questa cosa da considerare, ma conta poco o al massimo c’è da valutarne l’importanza.

Si potrebbe pensare questo, ma passa in secondo piano.

Anche quando mi viene in mente una cosa all’ultimo momento, mentre sto parlando, potrei presentare questo punto con questa locuzione.

L’espressione è seguita solitamente da un però/ma/tuttavia, per riaffermare nuovamente il concetto principale, l’idea prevalente, che va nella direzione opposta di questa considerazione.

Non ti piace Marco ? È carino, molto educato, anche spiritoso. Mi dirai che non è molto alto, ma che vuoi che sia!

Si può usare anche con “voi“:

Sono andato a mangiare in quel ristorante che ci avevate consigliato ma ci hanno letteralmente spennato! Abbiamo pagato 45 euro a testa. Una cifra mostruosa! Certo, mi direte che la qualità ha un prezzo e sono d’accordo ma fino a un certo punto.

Un ultimo esempio:

Io acquisto spesso la pizza precotta perché così mi bastano 5 minuti per avere il piatto pronto da mangiare. Certo, mi direte sicuramente che sono svogliato e che la pizza fatta al momento è migliore, ma non tutti abbiamo sempre il tempo necessario da dedicare alla cucina.

Adesso ripassiamo e cerchiamo di usare alcuni episodi passati parlando proprio di cucina:

Ulrike:
Un ripasso parlando di cucina? Un argomento che fa molto italiano, senz’altro valevole di un trattamento. Oggi però mi sono messa a dieta e ho una fame proprio smodata. È nelle cose che un ripasso di questo tipo non mi può sconfinferare.

Hartmut:
Caschi male con la tua dieta Ulrike. Allora se proprio non vuoi sgarrare, per non soffrire non resta che darti alla macchia. Io invece mi sento in vena di prepararmi un bel risottino ai frutti di mare. Casomai dovessi cambiare l’idea saresti mia ospite ben accetta.

Irina:
Un ripassino sulla cucina? Mi sembra che ci sia un nutrito numero di cose da dire. Un bel modo per prendere due piccioni con una fava ed unire l’utile al dilettevole, per inciso.

Bogusia: Fermo restando che decidere di iniziare una dieta non è di per sé criticabile, mi fa specie che sia la prima cosa che viene in mente quando si parla di cucina. Datevi una regolata. Sul sito della nostra associazione questo argomento l’abbiamo trattato come si deve. Basta farci una capatina e assieme a Giuseppina e le sue ricette, sfoderare un piatto a buon mercato sarà semplice per tutti, persino per chi sta a dieta.

Marcelo: Fare una dieta? Per me è molto più salutare mangiare di tutto e al contempo fare esercizi fisici, andare in palestra, o quantomeno passeggiare!. È meglio darsi allo sport e mangiare cibi ricchi di fibre e vitamine. Poi bisogna tenere a bada la voglia di carboidrati, dolci e anche moderarsi con l’alcol!. A che pro fare questo sforzo se poi ci facciamo del male? Dopo, quando sarai dimagrito, ti diranno: come ti dona quel vestito! Questo sarà molto edificante!

Leonardo: ma la facciamo finita, per l’amore del cielo! Io, a dieta, non mi ci metto!

738 Disparato

Disparato

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Trascrizione

Giovanni: Benvenuti nell’episodio numero 738 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”. Lo so, sono tanti episodi nei quali sono trattati gli argomenti più disparati, ma non siate disperati per questo. Piano piano ce la potete fare.

Forse qualcuno di voi ha già intuito che oggi ci occupiamo dell’agettivo disparato, che non ha nulla a che fare con l’essere disperato!

L’aggettivo disparato nella lingua italiana si usa in diversi modi. Come significato vuol dire “molto diverso” e infatti “pari” è anch’esso un aggettivo, simile a uguale (es: “abbiamo pari età” cioè abbiamo la stessa età) mentre “dis” serve a alterare il concetto di parità. Quindi disparato in qualche modo indica la mancanza di uguaglianza, o di somiglianza. Pensate anche a disparità. Anche disparità si usa molto spesso. Ce ne siamo occupati nell’episodio 670 parlando di impari e dispari.

Ma vediamo some si usa.

La maggioranza delle volte si usa al plurale, insieme a “più”: i più disparati, le più disparate

Es: Molte persone al mondo hanno bisogno di soldi, e questo per i motivi più disparati.

Detto più semplicemente, ci può essere bisogno di soldi perché non c’è lavoro, perché si hanno tanti figli, perché bisogna acquistare una macchina, eccetera eccetera. I motivi sono diversi.

Quando ci sono molti motivi, posso anche dire che i motivi “sono i più diversi” o anche che sono “i più disparati”. Questa modalità evidenzia ancora di più la varietà, la diversità tra loro.

Es:

Chissà perché mio fratello ha perso il lavoro. Mi vengono in mente le ipotesi più disparate.

Spiegazione: Forse mio fratello ha litigato col capo? Forse non gli piace il suo lavoro? O forse ne ha trovato un altro più remunerativo, cioè dove si guadagna di più? Oppure magari si è licenziato? Oppure è stato licenziato perché ha commesso qualche reato? Sono tante le possibili risposte, le motivazioni possono essere le più disparate.

Le ipotesi che mi vengono in mente sono le più disparate!

Se fisso un colloquio di lavoro, può capitare per i motivi più disparati di non potersi recare all’ora e al giorno stabilito all’appuntamento.

Quindi sono molti i motivi che ci possono essere per mancare a questo appuntamento e questi motivi possono essere molto diversi tra loro.

È inutile che io inizi a fare l’elenco di questi motivi, perché non siamo in grado di farlo, tanto potrebbe essere lungo.

Insomma abbiamo capito anche che in fondo disparati motivi non significa altro che molti motivi. Abbiamo fatto altri episodi dedicati a molti, molto, parecchio eccetera, sia nel senso di numerosità (molti motivi ecc.) che nel senso di intensità (sono molto curioso ecc.).

Sicuramente quando si usano le locuzioni “i più disparati”, “le più disparate”, “tra i più disparati” e “tra le più disparate” parliamo di numerosità e non di intensità.

Inoltre potremmo semplicemente usare disparati e disparate, senza “i più”, “tra i più”, “le più” e “tra le più”.

Questi sono semplicemente dei modi per enfatizzare l’incertezza sulle svariate possibilità che esistono, le svariate alternative, i diversi casi, le diverse motivazioni, i moltissimi modi.

Al singolare si usa poco:

Si può comunque dire anche” il modo più disparato” anziché “i modi più disparati”.

Es: Dopo il grande incidente che c’è stato sull’autostrada, le persone hanno cercato di andare in città nel modo più disparato (a piedi, con stradine di campagna, tornando indietro in retromarcia, facendosi venire a prendere da parenti e amici ecc)..

Il film ha visto come attori un gruppo disparato di persone prese dalla strada.

Si intende un gruppo di persone diverse tra loro, e di numerosità incerta.

C’è quindi l’idea della diversità, dell’eterogeneità oltre a quello della numerosità.

Al singolare potrei parlare di un gruppo eterogeneo di persone e il senso sarebbe lo stesso.

Al femminile stesso discorso:

Nelle feste di paese ci sono le bancarelle che vendono la merce più disparata.

Anche in questo caso posso dire anche “le merci più disparate” e sto ugualmente sottolineando la numerosità e la diversità dei prodotti in vendita.

Dopo aver visto una serie disparata di tutorial, ho deciso di costruire una scrivania in legno.

Notate che quando si usa al singolare lo si fa con il gruppo, la merce, la serie e tutti i sostantivi che indicano una pluralità di oggetti o persone.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato, poi commenterò velocemente le frasi utilizzate dai membri dell’associazione.

Irina: gli episodi di italiano semplicemente trattano argomenti tra i più disparati. E chi ce la fa a stare appresso a tutto? Direi che è pressoché impossibile

Sofie: Secondo me dipende tutto da come la vedi. Certo, non è fattibile imparare tutte le espressioni a memoria. tantomeno ricordarsi tutti i dettagli. C’è studio e studio però. Se Gianni ci dà del filo da torcere bisogna prenderla con filosofia, non fosse che per evitare che ci venga il magone quando pensiamo a tutte le volte che abbiamo sgarrato.

Leonardo: Meno male che i tanti esempi che si trovano negli episodi spaziano negli ambiti più diversi della vita, cosìcché vi sia per ognuno di noi qualcosa per poter destreggiarsi meglio. Un metodo veramente edificante quando poi se ne vedono i frutti. E dire che per lo più gli esempi a Gianni vengano estemporaneamente. Ogni tanto accade anche a me.

Marcelo: Dici bene tu Leonardo che sono tanti anni che stai in Italia. Tu sei di un livello più alto degli altri, tanto è vero che spesso sono tuoi i suggerimenti che arrivano per ovviare ai nostri dubbi.

Segue spiegazione del ripasso.

737 Dici bene tu

Dici bene tu

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Trascrizione

Sofie: dopo aver visto “farla facile” oggi vediamo un’altra locuzione: “dici bene tu“, proprio come Gianni vi aveva anticipato nel corso dell’ultimo episodio.

Ho una bella notizia per voi. Gianni aveva detto che si tratta di una locuzione completamente diversa, mentre in realtà non è poi così lontana da “farla facile“.

Infatti “dici bene tu” possiamo utilizzarla sempre non appena abbiamo ascoltato una persona parlare, che ha espresso una sua opinione su un problema da risolvere – quindi questo non cambia – ma il motivo per cui noi rispondiamo con l’espressione “dici bene tu” non è dovuto (almeno non solamente e non solitamente) a superficialità nella persona a cui stiamo rispondendo, ma vogliamo dire che lui/lei si trova in una situazione diversa e non può per questo motivo capire il problema fino in fondo.

Vediamo qualche esempio:

Non so proprio come fare con mia moglie ché mi controlla continuamente. È inutilmente gelosa. Sono veramente stanco di questo.

Risposta:

Ma dai, che sarà mai, falle un bel regalo e vedrai che si addolcisce e ti assillerà meno di prima.

Io allora rispondo:

Eh, dici bene tu che hai sposato una santa donna!

In genere c’è meno giudizio rispetto a “la fai facile“, e normalmente c’è un tono ironico, con la volontà di fare una battuta e non di dare una risposta seccata. Non sempre però stiamo scherzando. A volte si può essere molto seri.

Dici bene tu ché …

Questo “che” anticipa il motivo per cui ciò che abbiamo appena ascoltato non ci piace, e in genere sottolinea la diversa posizione delle due persone.

La questione riguarda il punto di vista di questa persona, le sue esperienze, cose che possono essere molto diverse da colui che ha il problema di cui stiamo parlando.

Eh, dici bene tu che hai sposato una santa donna!

Quindi tu, che hai sposato una santa donna, cioè una brava donna, non puoi capire il mio problema. Non c’è un giudizio di superficialità, ma si tratta una battuta, e a volte anche di una frecciatina bell’e buona!

Potrei anche dire:

La fai facile tu che hai sposato una santa donna

Non c’è niente di male, ma non si capisce bene se si tratta di una battuta o di una risposta seccata.

Ciò non toglie che posso usare anche farla facile.

Potrei anche dire:

Si fa presto a dire falle un bel regalo!

Quest’ultima espressione come abbiamo visto non si usa però solo per i problemi e i consigli che non sono benaccetti.

Dicevo che si può essere anche molto seri quando usiamo questa locuzione. Inoltre, come anche “farla facile” ci si può riferire anche a altre persone e non solo a quella con cui stiamo parlando.

Es:

Hai visto cosa ha detto il presidente del consiglio? Ha detto che tutti dobbiamo fare sacrifici personali per affrontare la crisi economica. Dice bene lui che guadagna 10000 euro al mese!

In questo caso sono serissimo e arrabbiatissima. Ugualmente però voglio sottolineare che la situazione del presidente è diversa da quella dell’Italiano medio.

Anche in questo caso potrei usare “farla facile” e “si fa presto a dire”:

La fa facile lui che guadagna 10000 euro al mese.

Si fa presto a dire “bisogna fare sacrifici”

In questo caso direi che le tre espressioni sono assolutamente intercambiabili.

L’espressione “dici bene tu”, “dice bene lui” ecc, contiene quindi una componente ironica o una di giudizio, a volte arrabbiato. Questo può valere anche per le due espressioni simili appena viste. Se volessi una frase neutra da questo punto di vista, potrei dire:

Tu probabilmente non puoi capire perché la tua vita è diversa dalla mia, perché hai avuto esperienze diverse. Tu non hai idea di cosa significhi sentirsi così. Solo chi ha avuto la mia stessa esperienza può capire cosa sto provando.

In questo modo non lancio frecciatine offensive e non sono neanche ironica o arrabbiato. Poi ovviamente dipende anche dal tono che uso.

Questo vale un po’ per tutte le locuzioni, specie quelle colloquiali.

Per questo motivo cercate anche di ascoltare le spiegazioni e anche tutti i ripassi che facciamo. Leggere e basta non basta. E spesso non basta neanche ascoltare perché occorre anche parlare, mettersi alla prova, imparare ad ascoltarsi. In pratica vi ho fatto un riassunto delle Sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Bene, sono veramente contenta che oggi ho avuto l’occasione di usare diverse espressioni utili in situazioni simili. Il nostro vocabolario aumenta così ogni giorno di più, e piano piano esploriamo una parte o una strada diversa del mondo della lingua italiana.

Tra l’altro per ricordarsi bene una strada occorre passarci più volte. Per questo motivo facciamo tanti bei ripassi insieme ai nostri cari e bravissimi membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Vero ragazzi? Ne vogliamo fare un altro? Buttiamoci!

Bogusia: Ripassino dici? Vabbè, visto che mi gira bene oggi, mi do subito da fare. Riguardo all’argomento, dobbiamo scegliere noi? La fai facile tu! Vediamo un po’. Io sono per parlare di tempo oggi, perché dove abito io i meteorologi la vedono brutta per la notte a venire. A loro dire ci aspetta un tempaccio, ivi incluso un tornado. C’è allerta meteo, tant’è vero che hanno deciso addirittura di chiedere le scuole. Pare che ne vedremo delle belle domani .

Marcelo: Anche a me, Bogusia, gira bene oggi! Invece qua, parlando del tempo, è veramente bello! Ti passa la voglia di lavorare, della serie dolce far niente!. Allora devo dirti che in questi casi tra lo stare a casa e andare in spiaggia, io sono per la seconda, e sicuramente non mi sentirò assolutamente sacrificato perché qui le spiagge sono grandissime. Dite che sono un fannullone? Ma è nelle cose che di fronte a un tempo simile non ci si senta in vena neanche di passeggiare!

Bogusia: Le previsioni davano rovesci e infatti piove e tira un vento che non vi dico. Pare dunque che le previsione meteo rispondano al vero. Beato te! Marcelo con la tua spiaggia! Però non è il caso di rosicare per l’invidia. L’erba del vicino è sempre più verde, come si suol dire.

Marcelo: C’è un piacevole rovescio della medaglia però. Potrai fare di necessità virtù ripassando l’italiano. Unirai così l’utile al dilettevole.
…e se putacaso non ti andasse, prova a guardare una serie su Netflix e bere un bel caffè. Male che va dimenticherai il tempo infame … ciao e a presto Bogusia!

736 La fai facile

La fai facile (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: “farla facile” è la locuzione che voglio spiegarvi oggi.

Capita molto spesso di dare consigli o suggerimenti, e capita molto spesso anche che altre persone ci diano dei consigli, non è vero?

Il fatto è che molto spesso, quando c’è un problema, chi dà consigli sul come risolverlo non ha ben chiara la situazione, non ha ben capito tutte le variabili coinvolte e tende a semplificare. Non sempre le cose sono semplici come sembra. Vero?

Proprio in queste situazioni possiamo usare questa espressione: “farla facile”.

Es:

Giovanni: Mi hanno licenziato. Adesso come faccio?

Risposta: Beh, con le tue competenze puoi trovare un altro lavoro.

Giovanni: la fai facile tu!

Questa risposta è come dire:

Non è facile come pensi tu

Non presentarla come qualcosa di semplice, perché non lo è affatto!

Non farla facile, perché non è così facile trovare un altro lavoro in poco tempo.

Normalmente si dà sempre del tu, perché è una espressione colloquiale che si fa solamente con persone con le quali si ha confidenza. Infatti in qualche modo si tratta di una risposta spesso piccata, che esprime un certo fastidio.

Chi la fa facile infatti normalmente è stato superficiale nella sua analisi.

Non c’è stata una attenta riflessione su tutte le cose che comporta la sua conclusione, e spesso questo avviene perché la cosa non riguarda la persona che esprime questa opinione.

C’è stata una certa faciloneria in questa valutazione e per questo solitamente si risponde:

La fai facile!

Non farla facile!

Non farla così facile

Se volessi essere meno piccato dovrei dire ad esempio:

Purtroppo le cose non sono così semplici

eh, Magari fosse così semplice

Forse non hai considerato che…

A volte si aggiunge “tu”:

La fai facile tu!

Ma il senso non cambia.

Può anche diventare:

Facile a dirsi! Difficile a farsi!

A parole è facile!

Facile a parole!

Sono abbastanza simili, anche come livello di confidenza richiesto con la persona a cui vi rivolgete.

L’espressione “farla facile è dunque una considerazione, potrei dire un giudizio che riguarda un’opinione appena espressa da una persona che, secondo chi parla, pecca di superficialità. Probabilmente questa superficialità deriva da un’analisi poco approfondita di una situazione, probabilmente dovuta a mancanza di un vero interesse, o per non aver riflettuto abbastanza, o anche per incapacità di elaborare un problema al fine di trovare una soluzione. Può anche derivare da una mancanza di informazioni importanti a disposizione, la cui analisi avrebbe portato ad una conclusione meno superficiale.

Considerato il grado di confidenza richiesto (mi rivolgo ovviamente ai non madrelingua), state attenti quindi a usare questa espressione perché la potete usare con un amico/a o un parente e lui/lei non si offenderà, ma non usatela con una persona che non conoscete perché in fondo con questa risposta la state giudicando superficiale. Non è piacevole…

Notate che l’espressione di oggi è simile a una che abbiamo già visto: “si fa presto a“.

potrei infatti dire:

Si fa presto a dire che subito troverò un altro lavoro!

Esiste ovviamente anche “farla difficile“, ma questa va interpretata al contrario, come una tendenza a complicare le cose quando non ce n’è bisogno.

Infine, non si deve confondere la locuzione “farla facile” con “dici bene tu“, perché questa è un’espressione con tutt’altro significato (si fa per dire) che vediamo domani.

Adesso facciamo un ripassino veloce, senza pensarci troppo.

Albèric: eh, la fai facile tu, ché sei italiano! Non mi voglio lamentare, per carità, però, benedetto Giovanni, a volte pretendi troppo da noi!

Ulrike: Infatti! Chi ha studiato con attenzione tutte le espressioni che sono state spiegate finora avrà sicuramente pochi problemi a farlo. Io invece sono ancora a carissimo amico con gli episodi!

Hartmut: però ragazzi, vi lamentate sempre, invece di ringraziare! Se vi costa così tanto studiare l’italiano, lasciate stare! Io prendo le distanze dalle vostre lamentele.

Karin: Io sono con te! Tra l’altro, se queste lezioni sono difficili, vi consiglio di ripiegare sulle lezioni per principianti! C’è anche un bell’audiolibro che vi può essere da ausilio!

735 Presso, appresso, pressoché, pressappoco

Presso

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: allora, in questo momento sono pressappoco le 9, e mi trovo presso la mia abitazione a Roma, negli immediati pressi di Roma. Quasi dimenticavo di dire che sono da qualche anno, presidente presso l’associazione italiano semplicemente.

Avete capito che oggi parliamo di “presso“.

Presso è un’altra parola che i non madrelingua usano veramente poco. Eppure ci sono molte occasioni utili anche per loro:

Studio presso l’università degli stranieri di Perugia.

Mi trovo nei pressi del supermercato

Il mio amico di università per ora vive presso di me, ma a casa mia non c’è molto spazio quindi ha dovuto lasciare parte dei suoi vestiti presso un mio vicino di casa.

Non è molto facile per uno straniero capire esattamente come usare “presso“.

A volte sta per “vicino” , non lontano da un certo luogo:

Abito in un paese presso Milano

Appena arrivati presso la città, vedemmo tantissime luci

Altre volte significa “in/a casa di“, quindi posso dire:

Lui abita presso di me

Lei vive presso i genitori

In questi casi però c’è spesso il senso di qualcosa di temporaneo, quindi ad esempio un ospite che “vive presso di me” o che “sta presso la mia abitazione” ci sta e ci vive solitamente per poco tempo.

In senso figurato, il concetto di vicinanza e prossimità assume sfumature diverse dal senso prettamente spaziale, quindi si può anche dire:

Lavoro presso un’agenzia del lavoro

Accreditare una somma presso il mio conto bancario

Il dottor Bianchi ricopre la carica di direttore presso una catena di supermercati

Biden nomina Joseph Donnelly ambasciatore presso la Santa Sede (un esempio attuale)

La moda si diffonde presso i giovani

Riscuotere fiducia presso qualcuno

In questi casi “presso” risponde a una domanda simile a: dove?

Dove ti viene accreditato lo stipendio?

Risposta: presso il mio solito conto corrente bancario.

Dove lavori come direttore?

Risposta: lavoro presso la banca d’Italia.

Dove sei stato nominato ambasciatore?

Risposta: presso l’ambasciata della Santa sede.

Dove stai facendo pratica?

Risposta: presso un’azienda vicino casa mia

Una delle sfumature del concetto di “vicinanza” la troviamo anche nell’avverbio pressappoco, che viene proprio dal termine “presso”.

Pressappoco significa all’incirca, suppergiù, più o meno, bene o male, giù di lì, approssimativamente.

Sono pressappoco 5 minuti che sto parlando

I nostri figli hanno pressappoco la stessa età

Posso dire una cosa simile anche di pressoché, che però è più vicino a “quasi“. Siamo sempre in un concetto di vicinanza.

Posso quindi usarlo come pressappoco:

Abbiamo pressoché la stessa età.

Oppure come “quasi”:

Abbiamo pressoché finito l’episodio

Vi ho appena accennato al plurale, all’inizio dell’episodio: pressi, che sta per “vicinanze“:

Abito nei pressi di Roma

C’è stato un incidente nei pressi del Colosseo

Dire “nei pressi” equivale dunque a dire “nelle vicinanze” e se vogliamo anche a “nei dintorni”.

Pressi, plurale di presso, si usa solamente in senso spaziale.

Interessante poi è l’avverbio appresso.

Ha sempre a che fare con la vicinanza. Si usa quasi sempre insieme ai verbi portare/portarsi, stare, essere e venire.

Portarsi appresso una cosa è infatti portarla con sé, a volte con un senso di peso, fisico o psicologico.

Quando usciamo insieme non puoi portarti appresso sempre tuo figlio però! Lascialo a casa!

Questi documenti me li porto appresso, così li ho sempre a disposizione.

Portati appresso le chiavi prima di uscire di casa!

Chi è che sta appresso al bambino? Non deve star solo ché si fa male!

Sono 10 anni che ti sto appresso!

In questo caso è come dire che ti sopporto da 10 anni.

La stessa frase può anche significare corteggiare una persona o un cliente, stare dietro. Si usa anche col senso di seguire e non solo le persone:

A questi clienti gli sto appresso da sei mesi.

Abbiamo comprato una casa. Abbiamo aspettato che si abbassasse il prezzo ma le siamo stati appresso un anno intero.

Giovanni va appresso/dietro a Lucia (la corteggia)

Appresso significa seguire anche fisicamente, da vicino, senza allontanarsi troppo:

Tu vai avanti, io ti vengo appresso (ti seguo)

Dai, vienimi appresso! (seguimi)

Appresso si usa anche nel senso di “dopo“:

Come vi mostrerò appresso, questa casa ha due ingressi diversi.

Adesso parlo io e appresso toccherà a Maria.

Parlando di giorni, mesi, settimane ecc, si usa nel senso di successivo:

Il giorno appresso” infatti significa il giorno successivo, il giorno dopo. Più informale però.

Sono venuto a casa tua sia cinque giorni fa, sia il giorno appresso ma tu non c’eri.

Adesso basta così. Adesso infatti è l’ora del ripasso. Vi ordino di ripassare!

Khaled: senti Giovanni, io non ce la faccio a starti appresso al ritmo di un episodio al giorno! Poi, vuoi anche fare i ripassi, con questi diktat finali. Ma io mi domando e dico: ti rendi conto che siamo stranieri?

Irina: però devi ammettere che col suo diktat finale ti ha fornito un assist perfetto per usare questo termine.

Sofie: può bastare per oggi. Volevo solo partecipare anch’io. Non è il caso di aggiungere altro.

734 Spaziare

Spaziare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un verbo molto interessante: spaziare.

Spero che nello spazio di qualche minuto sarò riuscito a terminare la spiegazione di questo episodio.

Ovviamente spaziare deriva da “spazio“.

Cos’è lo spazio? Difficile definire lo spazio in parole semplici.

Potrei dirvi che è una porzione di territorio, oppure che è il luogo dove si trovano tutti i pianeti, le stelle e l’universo.

Ma ognuno di noi occupa uno spazio su questa terra, giusto? Diciamo che tra i tanti usi del termine spazio, ciò che ci interessa dello spazio in questo caso è l’idea della grandezza.

Spaziare infatti significa muoversi liberamente in uno spazio vasto, grande.

Veramente non ha solo questo significato perché vuol dire anche disporre alcuni oggetti a una certa distanza gli uni dagli altri, similmente a distanziare, distribuire in uno spazio. Come a dire che bisogna creare una certa distanza tra un oggetto e l’altro.

Ma oggi voglio spiegare a voi non madrelingua il senso di cui parlavo prima.

Posso dire ad esempio che:

Gli uccelli spaziano nel cielo.

Allo stesso modo:

Gli animali selvaggi possono spaziare liberamente nella foresta.

Il mio sguardo può spaziare sul mare

Dunque anche uno sguardo può muoversi liberamente in uno spazio grande.

La cosa interessante è però che possiamo uscire dal concetto di spazio fisico e parlare in senso figurato, è questo l’uso di spaziare più interessante.

Gli studi di Leonardo da Vinci hanno spaziato dalla pittura alla scultura, dall’architettura, dalla filosofia alla scultura.

Ci sono attori che sanno fare tutto e spaziano dal genere comico al drammatico

Perchè fare satira ed ironia sempre e solo parlando di sesso? Perchè invece non spaziare e far divertire il pubblico anche parlando di altri argomenti?

Quando faccio gli esempi mi piace spaziare da un argomento all’altro.

La nostra azienda vuole offrire un servizio in grado di spaziare tra i più diversi ambiti, grazie al supporto di un team di persone specializzate ognuna in una particolare area di competenza.

Ho passato 10 anni in carcere. In questo periodo ho visitato molti luoghi diversi spaziando con la fantasia.

Bene, adesso credo sia chiaro. Adesso facciamo un ripasso parlando di rapporti di coppia. Cercate anche voi di non spaziare troppo con la fantasia ok?

Irina: raccolgo la provocazione. Dio disse alla donna di non mangiare il frutto proibito. Ma lei non gli ha dato retta. A Dio! Capisci? Figuriamoci a te!

Wilde: Non so vuoi, io penso che una vita in coppia, per funzionare bene, sia un continuo venirsi incontro, della serie: hai voluto la bicicletta non resta che pedalare.

Peggy: detto così sembra quasi che sia una vita interamente sacrificata, ma come dimenticare la prima settimana d’amore?

Marcelo: per me, mai deve essere sacrificata la vita in coppia. E’ nelle cose che possano esserci scontri, ma la si deve prendere con filosofia e con tutti gli annessi e connessi. Per me la cosa più importante è rispettare sempre chi condivide la vita con te, e mai buttare l’olio sul fuoco quando c’è maretta. Devi avere sempre cura delle parole che usi, specialmente a caldo in una discussione! E poi mai usare parolacce! Sono piccoli consigli dopo una vita di coppia con la stessa donna!

Bogusia: Marcelo non posso darti torto. Ci sto su tutto ciò che hai detto. La realtà è però ben diversa oggigiorno. La gente si dà alla fuga alla prima maretta, a discapito dei bambini, che ovviamente ne risentono. Gli adulti spesso e volentieri sono i soliti egoisti. Ma la vita è quello che è. Che vuoi farci.

Accreditare – VERBI PROFESSIONALI (n.78)

Accreditare

Descrizione:Un verbo che ha più significati. Questo accade perché contiene il termine credito, che da una parte si riferisce ai soldi, al denaro e dall’altra ha a che fare con la credibilità.

Durata: 15:33

La trascrizione completa e il file audio dell’episodio sono disponibili per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

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733 Estemporaneo

Estemporaneo

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Trascrizione

Giovanni: che bell’aggettivo che è estemporaneo, non è vero?

A me piace molto, forse perché mi piace l’estemporaneità, vale a dire l’improvvisazione, l’inventiva. Rivolgedomi ad un pubblico di persone non madrelingua però devo spiegare perché mi piace questo aggettivo.

Cominciamo a rispondere a una domanda: cosa può essere estemporaneo e perché esiste l’estemporaneità, considerato che esiste anche l’improvvisazione?

Innanzitutto, quando si usa l’aggettivo estemporaneo, quasi sempre è parlando di un discorso o qualcosa di scritto senza una preparazione.

Ma questa è una cosa positiva o negativa?

Voglio sottolineare il fatto che il discorso poteva essere preparato meglio oppure voglio dire che questa improvvisazione è stato qualcosa di positivo?

Potrei chiamarlo anche un discorso Improvvisato, ma quando accade questo normalmente non è niente di positivo.

Se uso estemporaneo, invece, non voglio giudicare negativamente questo discorso, non voglio dire, generalmente, che manca di preparazione.

È molto più probabile invece che mi sia piaciuta questa estemporaneità, perché ha mostrato delle capacità di chi ha fatto questo discorso o ha scritto questo testo.

Se vogliamo giudicare negativamente qualcosa, tra i due aggettivi usiamo sicuramente “improvvisato“.

Un lavoro improvvisato, ad esempio, manca di qualità.

Anche un artista improvvisato sottolinea un lato negativo, similmente a “impreparato“. Si potrebbe pensare che sia una persona che fino ad oggi abbia fatto un altro mestiere.

Probabilmente se qualcosa è improvvisato è stato fatto anche con mezzi improvvisati, con strumenti improvvisati, o mezzi di fortuna. Abbiamo già parlato dei mezzi di fortuna, ricordate?

Non sempre improvvisato però è negativo. Se parlo di uno spettacolo improvvisato o di una improvvisazione, magari voglio sottolineare l’inventiva, la capacità di improvvisare, la fantasia.

Ma il termine improvvisazione è anche sinonimo di faciloneria, dilettantismo.

Sto parlando in questo caso di un atteggiamento o comportamento eccessivamente ottimistico che denota superficialità o scarsa preparazione. Potrebbe anche esserci scarso impegno.

A me questa improvvisazione nel lavoro non piace per niente!

È un lavoro troppo improvvisato, si vede che l’hai fatto di fretta.

Se invece parlo di un artista estemporaneo voglio sottolineare la sua capacità di improvvisare, di creare li per li, sul momento. Senza preparazione, è vero, ma sottolineo stavolta una sua qualità e non un suo difetto.

Esistono i poeti estemporanei, i pittori estemporanei, gli attori estemporanei. Se questi fossero definiti improvvisati non gli farei certamente un complimento.

Tutt’altra cosa è chiamarli estemporanei.

Molte volte è la stessa cosa usare l’uno o l’altro aggettivo.

Io adesso potrei chiedere ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente di registrare delle frasi di ripasso in modo estemporaneo, per vedere se fanno errori.

Potrei ugualmente chiedere loro di improvvisare e sarebbe fondamentalmente la stessa cosa, anche perché il verbo “estemporaneare” non esiste.

Resta comunque il fatto che c’è sempre l’abitudine di usare improvvisato in modo negativo.

Anche estemporaneo comunque si può usare in senso spregiativo.

Può indicare ugualmente qualcosa di superficiale, sbrigativo.

Questo accade soprattutto in alcuni casi, ad esempio con un rimedio estemporaneo, con una trovata estemporanea o una soluzione estemporanea.

Il termine trovata, di per sé, può usarsi sia per qualcosa di geniale che di inopportuno. È simile a idea, ma associata a “estemporanea” indica un’idea uscita fuori all’ultimo momento che lascia il tempo che trova. Se parliamo di un rimedio estemporaneo o di una soluzione estemporanea è ancora una volta simile a “soluzione di fortuna” quindi poco funzionale, poco risolutiva. Insomma qualcosa di non buono.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato:

Peggy: Ragazzi, tra pochi giorni ho un colloquio di lavoro al quale tengo molto, in quanto si tratta di lavorare su un prodotto che è il fiore all’occhiello di una azienda internationale. Sono felicissima, per quanto, io non mi renda ancora bene conto della mia effettiva abilità, e per questo motivo sto vivendo in uno stato di tensione da un pezzo ormai. Ora però la misura è decisamente colma.

Marcelo e Edita: Peggy, ciò che hai detto mi coglie veramente alla sprovvista. Sei sempre stata calma e sicura di te. Solitamente si direbbe che nel tuo mondo non esistano problemi, preoccupazioni, difficoltà o che dirsi voglia. Comunque se ti prenderà tale azienda, bene, altrimenti sarà lei a perdere una persona indefessa e responsabile come te.

Anthony: Dai, Marcelo, non è il momento opportuno per prenderla in giro. Dunque, Peggy, come ti conosciamo tutti, sai bene affontare e giostrare quasiasi tipo di situazione, e vedrai che una volta entrata nel nuovo ambiente, col passare del tempo, riuscirai a destreggiarti se hai volontà e diligenza, quindi stai serena.

Danita: Infatti, Peggy, indossa un abito adatto che ti dona ed esprimiti con calma e con un bel sorriso proprio come fai solitamente. Tra l’altro, non devi avere neanche un pizzico di dubbio sulle tue capacità. Sei veramente in gamba. Credimi che il colloquio andrà per il meglio e diventerai una di loro.

Irina: hei, oggi sembri una ruffiana bell’e buona. Intanto apro una parentesi, mi è balzata agli occhi la parola “abito”. Magari, Peggy, potrai vestirti in modo osè e se ti farà il colloquio un maschio sei a cavallo! Hahaha… Scherzo! Comunque Peggy, non ti preoccupare. Siamo tutti fiduciosi che riuscirai a entrare. In bocca al lupo.

Peggy: Crepi, ragazzi. Grazie assai per avermi dato manforte. Farò del mio meglio e vi farò sapere il risultato. Ciao, a presto.

732 Allorché, nel momento in cui

Allorché, nel momento in cui (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo di allorché, una congiunzione particolare, non di immediata comprensione e in quanto tale poco usata, per non dire mai, dai non madrelingua.

Allorché si può usare fondamentalmente in due modi diversi. Poi vediamo perché ho detto “fondamentalmente”.

Il primo modo è come sinonimo di “quando“.

Ci siamo già occupati di “quando”, fortunatamente, infatti nell’episodio numero 202 ne abbiamo visto un uso particolare, raccontando qualcosa di accaduto nel passato, per introdurre qualcosa di inaspettato o improvviso.

Ebbene, in tali casi possiamo anche usare allorché, proprio col medesimo significato.

Es:

Era l’inizio del 2010, allorché, mentre mi trovano a casa a cucinare, ho sentito un forte rumore provenire dal sottosuolo. Era il terremoto!

In realtà “allorché” si può usare più in generale parlando semplicemete di qualcosa del passato.

La cosa importante è che “allorché” introduce una proposizione subordinata temporale. Vale a dire che c’è una frase aggiuntiva a quella principale.

Era notte. Suonò il citofono. Era mio fratello, ma io non avevo capito che fosse lui perché non avevo riconsciuto la sua voce. Allorché lo riconobbi, lo feci entrare.

In questo caso non c’è una sorpresa, ma vogliamo dire che ad un certo punto io ho riconosciuto la voce di mio fratello, ed allora l’ho fatto entrare. Questa è la seconda frase che ovviamente è subordinata alla prima.

Questo allora è il secondo modo di usare allorché, che potremmo tradurre come “nel momento in cui“.

Non avevo riconosciuto mio fratello, ma nel momento in cui lo riconobbi l’ho fatto entrare.

Però, quando uso allorché c’è più una conseguenza temporale di eventi.

Infatti la locuzione “nel momento in cui” è vero che si usa con valore temporale nel senso di “nell’attimo in cui”, non appena, quando, dacché.

Es:

Nel momento in cui si accorse di me subito mi salutò.

Però “nel momento in cui” ha un uso più ampio.

Prima di tutto si usa per descrivere un momento preciso, in cui due eventi accadono nello stesso momento, tipo:

Hai chiamato proprio nel momento in cui stavo uscendo

Si tratta di un momento preciso, e in queste occasioni potrei usare anche la locuzione “li li per” (stavo lì lì per uscire quando mi hai chiamato).

Oltre a questo però, “nel momento in cui” si utilizza spesso anche quando si fa una riflessione, una considerazione, nel tentativo di spiegare qualcosa che abbia un senso o una logica.

C’è dunque la volontà di voler esprimere una conseguenza logica (la frase subordinata). Si sta facendo questo tipo di considerazione.

Il termine “allorché” in questi casi si usa meno perché è più materiale, più adatto a descrivere fatti concreti, e poi non si tratta in genere di un preciso e ben identificato momento.

Es:

La crisi mondiale scoppiò allorché si cominciarono a concedere mutui per l’acquisto di case con troppa facilità.

Potrei usare tranquillamente “nel momento in cui” o “quando”. È un fatto, una conseguenza.

Quando faccio un ragionamento invece, come dicevo, meglio preferire “nel momento in cui” .

Nel momento in cui mi dici di amarmi, mi chiedo perché tu continui a tradirmi.

Non sto parlando necessariamente del passato. Sto invece cercando di dimostrare qualcosa o di trovare una spiegazione o trarre una conseguenza.

Nel momento in cui sei convinto delle tue potenzialità, hai molte probabilità di successo.

Allorché, come detto, si usa parlando del passato nei due modi che abbiamo descritto. Qualche volta però, sebbene i dizionari non ne parlino chiaramente, viene usato anche come sinonimo di “qualora” e “se“, “nell’ipotesi in cui“, similmente a “nel momento in cui“, ma stiamo parlando di una possibilità. Siamo nel campo delle ipotesi. Non parliamo necessariamente del passato.

Es:

Ti prego di informarmi se accade qualcosa di importante allorché tu ne venga a conoscenza

È esattamente come dire “qualora”, “nell’ipotesi che”, “nell’ipotesi in cui”, “se dovesse capitare”, “nell’eventualità che”.

Allorché si usa talvolta anche in questo modo ma non suona molto moderno come linguaggio. Comunque è sempre più moderno rispetto a “allorquando“, che è proprio come allorché, ma anche un pochino meno usato.

Potrei darti dei figli allorché tu ne volessi.

Se ci pensate, in fondo, anche “nel momento io cui” può essere usato nello stesso modo, ed in questo caso direi anzi che è molto meglio.

Nel momento in cui mi dovessi innamorare di Maria, non riuscirei a nasconderlo.

Riconoscete facilmente questo uso di “allorché” e “nel momento in cui” perché si usa generalmente il congiuntivo, proprio come si fa normalmente con “se”, e “qualora”, “nell’ipotesi in cui” e tutte le altre modalità che esistono per esprimere una possibilità.

Adesso facciamo un brevissimo ripasso di qualche episodio passato parlando però di futuro, perché solo nel momento in cui si rispolverano di tanto in tanto gli episodi passati (l’ho appena fatto) si riesce poi a usarli senza pensarci più di tanto, proprio come fa un italiano.

A parlare sono i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, come sempre.

Mary: Ah, il futuro! Direi che è veramente imprevedibile! Chi avrebbe mai previsto una pandemia di questa portata ad esempio?

Mariana: in tempi non sospetti, a dire il vero, qualche esperto aveva paventato che si trattasse di una concreta possibilità.

Irina: certo, ma si sente tanta fuffa in giro, ed è nelle cose che certe previsioni non vengano prese seriamente e non abbiano molto risalto in tv.

Marcelo: infatti. Se vai su internet poi è un continuo di allarmismi di ogni tipo. Cosa non si fa per un click? Scusate per la domanda retorica!

Rauno: già, ma come fare dei seri distinguo senza il rischio di diffondere castronerie?

Hartmut: scusate, ma… non doveva essere un ripasso brevissimo? Poi dice perché la gente si lamenta! Benedetto Giovanni!

Anthony: Vabbè dai, in compenso abbiamo imparato qualcosa anche oggi.

Soprassedere – VERBI PROFESSIONALI (n.77)

Soprassedere

Descrizione:

E’ un verbo molto adatto per le riunioni di lavoro. E’ adatto anche ogni volta che ci sono decisioni da prendere.

Durata: 15:42soprassedere

Trascrizione completa e spiegazione audio disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA) – 

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

731 Edificante

Edificante (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Raccontami qualcosa di edificante che hai fatto recentemente o a cui hai assistito recentemente.

Sai rispondere a questa domanda?

Oggi ci occupiamo di questo bell’aggettivo: edificante, che gli stranieri non usano mai.

Ma io vi chiedo: è un peccato che non lo abbiate mai usato ma vedrete che da oggi in poi troverete edificante riuscire a usare questa nuova parola.

Se leggete la sua definizione sui dizionari, non è che sia chiarissima per chi non sappia usare questo termine:

Significa “che induce al bene con il buon esempio” , “che stimola al bene”, “che suscita sentimenti elevati”.

Allora bisogna proprio fare un buon esempio per capire! Anzi ne facciamo più di uno, così per stare sicuri che poi sarà tutto chiaro!

La mia vita è molto edificante

Il ragazzo a scuola ha una condotta edificante

Oggi ho assistito ad uno spettacolo per niente edificante

Ho fatto una lettura molto edificante

Iniziamo dalla condotta edificante di un ragazzo che va a scuola. La condotta è il comportamento dello studente.

Avete capito intanto che l’aggettivo edificante rientra tra quelli, diciamo, “positivi“, quindi sottolinea qualcosa di positivo, perché “edificare” significa anche costruire.

Pensate infatti alla parola “edilizia” e ai lavori “edili“. edificare un palazzo significa costruire un palazzo, tirarlo su, mattone dopo mattone.

In senso figurato allora una condotta edificante è un comportamento esemplare, qualcosa che funge da esempio, che tutti gli altri ragazzi dovrebbero seguire. Questo comportamento invita a fare altrettanto, stimola a fare lo stesso anche ad altri ragazzi.

E’ un grande complimento per il ragazzo che ha questo comportamento.

Una lettura invece, se la definisco edificante, ti dà energia, dà voglia di continuare a leggere, suscita dei sentimenti elevati, ti fa sentire bene, dà soddisfazione, ti fa sentire migliore. Una lettura che apre la mente e ti fa scoprire nuove strade da seguire. Sicuramente è una cosa utilissima.

Avrete notato che in questo caso edificante si avvicina a piacevole, ma c’è in realtà molto di più di un semplice piacere.

Se la mia vita è edificante, potrei dire la stessa cosa.

Non basta piacevole. Allora la vita ha qualcosa in più, perché mi ha dato e continua a darmi molte soddisfazioni.

E’ una vita soddisfacente, appagante, che vale la pena di essere ricordata e che può essere di ispirazione a molte altre persone. Una vita edificante è una vita felice, ricca di soddisfazioni.

Si usa molto spesso anche con la negazione: non edificante, poco edificante, per niente edificante ecc.

Vediamo alcuni esempi:

Oggi al parlamento italiano abbiamo assistito ad uno spettacolo poco edificante.

Cosa è accaduto oggi nel parlamento italiano?

Qualunque cosa sia accaduto, questo viene etichettato come uno spettacolo poco edificante.

Lo spettacolo indica qualcosa a cui hanno assistito molte persone.

Non si tratta certo di uno spettacolo teatrale, non una manifestazione artistica, ma a qualcosa che si è visto accadere capace di suscitare notevoli impressioni emotive.

Stavolta però le emozioni sono state delle brutte emozioni perché lo spettacolo è stato “poco edificante“, quindi non si sarebbe voluto assistere a un simile spettacolo.

Si tratta di qualcosa che non fa onore ai partecipanti.

Potremmo anche chiamarlo uno spettacolo vergognoso, raccapricciante, indecoroso o anche sconfortante. Possiamo anche parlare, esacerbando ancor più i toni, di uno spettacolo indecente.

Quando accade qualcosa di poco edificante, beh, nessuno vorrebbe essere nei panni degli interpreti, perché è qualcosa di molto negativo, che non giova alla loro reputazione.

Dei calciatori si picchiano durante una partita? Questo è un esempio di spettacolo per niente edificante.

Anche se vedo mio fratello che si mangia un pollo arrosto appena alzato (in pigiama) al posto del cappuccino, magari in piedi davanti al frigo, posso parlare di uno spettacolo poco edificante!

A volte, come in questo caso, si usa in senso ironico, altre volte siamo invece serissimi!

Le cose poco edificanti comunque non ci piacciono per niente, non sono cose belle da vedere, perché si tratta di comportamenti che non insegnano niente a nessuno e denotano spesso una mancanza di valori, di educazione o di decoro, di onore, di cultura (spesso di cultura istituzionale).

I giornalisti lo usano spesso in senso negativo, in uno dei modi che vi ho descritto, nei confronti di politici o comportamenti pubblici deprecabili.

In senso positivo invece si usa spesso parlando di una attività che ci regala qualche tipo di soddisfazione personale.

Allora caro ascoltatore, ti rifaccio la domanda iniziale

Raccontami qualcosa di edificante che hai fatto recentemente o a cui hai assistito recentemente.

Adesso sai rispondere a questa domanda?

Pensateci, ma adesso sentiamo i membri dell’associazione Italiano Semplicemente che, nel momento in cui riescono a usare le espressioni e le parole che vengono spiegate, trovano molto edificante formare dei ripassi. Sentiamo da cosa deriva questo sentimento edificante:

Doris: Il livello dei ripassi sta aumentando in modo costante per via delle numerose espressioni usate, ragion per cui sovente non è facile stare sempre sul pezzo. I ripassi, sebbene non sempre concisi riflettono la ricchezza dei vocaboli e delle parole già trattate in precedenza e rinforzano la nostra memoria.
Non ho il benché minimo dubbio che anche voi abbiate un pensiero simile al mio. Bisogna continuare, e quando non siamo sicuri dobbiamo rischiare, perché, come si suol dire, chi non risica non rosica.

Peggy: Oltretutto, in quanto membri dell’associazione, noi siamo richiamati a fornire, quantomeno a sprazzi, il nostro apporto, per far sì il che nostro studio non prenda una brutta piega.

Irina: Infatti è nelle cose che come stranieri dobbiamo industriarci di più al fine di scrivere qualche pezzo comprensibile. Volere comunque è potere. A mio avviso, di errori se ne possono fare e ne faremo, eccome. Ho contezza di quelli ho fatto in passato grazie al confronto con gli altri membri ed alle correzioni ai miei errori.

Albéric: C’è chi dice che non è opportuno fare errori, soprattutto se sei un adulto, ma al contempo ci sono quelli che se ne fregano pienamente delle sbavature e persino degli spropositi.

Ulrike: Personalmente mi annovero tra coloro che si cimentano spesso nei ripassi e hanno cura di accertarsi che alla fine siano veramente come si deve.

Sofie: Di sicuro buttare giù qualche frase estemporaneamente può creare uno stress aggiuntivo e non voluto. Per inciso – non ho appositamente detto “involuto” perché questo termine significa un’altra cosa. Comunque, l’estemporaneità è appunto soggetta ad errori, e vengono così a galla alcune lacune. é così che deve essere.

Marguerite e Hartmut: anch’io ho volito dare seguito alle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, specie alla regola di ripetere in modo frequente le cose già imparate, della serie “repetita iuvant.

730 C’è maretta

C’è maretta (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: vi piace il mare? Non è una domanda scontata perché non a tutti piace il mare. Infatti c’è chi preferisce la montagna.

Se vi piace il mare allora amate sicuramente anche farvi il bagno. Però quando c’è maretta non è il caso di fare il bagno in mare perché significa che il mare è agitato, più agitato del normale, tanto che si immagina possa persino peggiorare la situazione.

È una strana espressione, “c’è maretta“, che fa riferimento all’aspetto della superficie del mare, caratterizzato da onde irregolari, che sono da considerarsi come uno stadio più movimentato rispetto alle consuete increspature.

Ma non è strana per questo motivo, ma perché si usa anche quando si parla di relazioni umane, quando c’è uno stato di nervosismo, di tensione, per via di un disaccordo, di differenza di vedute su qualche aspetto.

C’è uno stato di tensione, ma non si vuole indicare un ambiente in cui persone urlano, litigano e si insultano, ma un’atmosfera tesa, conseguenza di qualche questione irrisolta che ha determinato una tensione tra diverse volontà e punti di vista. Non c’è ancora stato uno scontro, oppure questo scontro è già avvenuto ma ancora c’è un’atmosfera piuttosto tesa.

In questi casi si parla di maretta.

Vuol dire che le acque sono agitate. Anche questa è un’espressione molto usata nelle stesse occasioni.

Vediamo qualche esempio:

Tra i membri del partito c’è un po’ di maretta dopo le elezioni presidenziali per come è andata a finire.

Questo significa che non c’è un’atmosfera serena nel partito i questione. Qualcosa ha lasciato il segno nelle ultime elezioni presidenziali e ancora non si sono tutti riappacificati.

Chissà, magari la situazione potrebbe peggiorare e il partito potrebbe dividersi in due schieramenti diversi, oppure tra un po’ quando le acque si saranno calmate (un’altra espressione presa in prestito dal mare) tutti andranno nuovamente d’amore d’accordo.

Un altro esempio:

Tra marito e moglie c’è maretta perché i genitori di lui stanno nella stessa casa insieme a loro da tre giorni e sembra vogliano restare ancora qualche giorno.

Questo è un termine che si può usare anche quando non si vuole entrare troppo nei dettagli spiegando una situazione tesa, un po’ di agitazione, di conflittualità, di malcontento e nervosismo tra due o più persone.

Si può usare anche quando si fa una domanda per avere la conferma di una propria sensazione e non si vuole essere troppo indiscreti:

C’è forse un po’ di maretta? Cosa c’è che non va?

Si, c’è un po’ di maretta recentemente tra noi.

In questo modo si può evitare di usare verbi come litigare o discutere:

Avete litigato?

Avete forse discusso per qualcosa?

Anche perché, come detto, si sta parlando di un’atmosfera tesa e non di litigi rumorosi e cose simili. Usare una innocua immagine figurata frappone dunque, in questi casi, una barriera di discrezione.

Si usa spesso come si è visto quando si parla di politica e di rapporti familiari per descrivere momenti difficili, ma va benissimo anche per parlare di dinamiche tra colleghi d’ufficio.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato. Ascolterete un dialogo un po’ agitato perché ho chiesto ai membri di creare un’atmosfera con un po’ di maretta.

Peggy: lo volete sapere un segreto che riguarda un mia amica? Però mi raccomando, vi chiedo la massima discrezione.

Hartmut: Ci mancherebbe altro! Puoi fidarti di noi. Ancora ancora se ci fosse Antonhy…. ma fortunatamente adesso non c’è. Vai, dai, spara! Non farla troppo lunga!

Peggy: ah è così? Allora te lo dico alla fine del ripasso! Così impari!

Irina: sei proprio un paravento tu! Ci vuoi far stare qui ad aspettare la fine? Allora decreto ufficialmente la fine di questo ripasso!

Bogusia: aspettate aspettate! Voglio solo dire che se si trattasse di me, io vi dico subito che non è colpa mia! È colpa di Hartmut che ha voluto calcare la mano. Io non volevo fare la spia, non volevo dire che…

Ulrike: aspetta, aspetta… ma perché metti le mani avanti Bogusia? Calma, sei in balia delle emozioni! Magari non è di te che Peggy stava parlando! Spero che Peggy voglia sgombrare il campo da ogni dubbio.

Sofie: ah, anche oggi c’è maretta vedo, eh? Vabbè io allora non mi intrometto. Peggy, però anche tu, te ne esci sempre con queste frasi! direi che hai un modo comunque poco ortodosso per fare dei ripassi. Pensaci!

Danita: vivaddio qualcuno dice le cose come stanno!

Rafaela: tu vedi di farti gli affari tuoi! Da dove sbuchi?

Danita: guarda, non mi tange proprio ciò che dici!

Peggy: mamma mia! Andateci piano! Non volevo scatenare questo pandemonio! Era solo uno scherzo! Comunque, strano che Anthony non dica nulla visto che è stato chiamato in causa.

Anthony: dici a me? Che casino che hai fatto! Io me ne starei alla larga per un bel po’ al posto tuo! Poi in merito a Hartmut, ti ho sentito sai? Buon per te se non mi capiti a tiro! Stavolta il ripasso finisce veramente qui.

Karin: eh no! Lasciatemi dire che si direbbe che vi siate dimenticati delle buone maniere oggi! Dunque vi risparmio i miei commenti, perché sarebbero altrettanto inopportuni.

729 Portare acqua al proprio mulino

Portare acqua al proprio mulino (scarica audio)

Trascrizione

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Giovanni: oggi vediamo un’espressione che ha a che fare con l’egoismo. Questa però è una parola molto forte e si usa fondamentalmente per offendere:

Sei un egoista! Pensi solo ai fatti tuoi!

L’egoismo infatti cos’è? Ego significa “io” in latino.

Invece, riguardo al suffisso – ismo, vi posso dire che nelle parole che terminano con – ismo in genere c’è un senso negativo o spregiativo: si tratta di una tendenza, di un modo di fare. In questo caso l’egoismo è la tendenza a pensare troppo a sé stessi, un amore eccessivo ed esclusivo di sé stesso, che porta alla ricerca permanente del proprio vantaggio, dell’interesse personale.

Ci sono anche altre “tendenze” che finiscono con – ismo e che sono cose quasi sempre (non sempre) cose negative. Si pensi al pessimismo, all’estremismo, al qualunquismo, al perbenismo eccetera.

In definitiva essere egoista significa fare i propri interessi senza badare alle conseguenze per gli altri.

È il contrario dell’altruismo.

Ci sono comunque diverse modalità nella lingua italiana per esprimere il concetto di egoismo e spesso si usano immagini figurate.

Ci sono anche termini particolari come ad esempio il termine “tornaconto“.

Gli “interessi personali”, infatti, possono essere indicati anche col termine tornaconto, o “il proprio tornaconto” o “il tornaconto personale”.

Anche il termine tornaconto si usa, sebbene in contesti meno colloquiali, per sottolineare una cura eccessiva verso i propri interessi.

Oggi però vorrei parlarvi dell’espressione “portare acqua al proprio mulino” che ugualmente esprime in un certo modo il concetto di egoismo.

Anche questa espressione significa quindi pensare a sé stessi, pensare solamente ai propri interessi, badare soltanto al proprio tornaconto, ma ha un senso più simile a “cercare di ottenere più vantaggi possibili da una situazione.” che non è affatto detto sia sempre presentato come qualcosa di male.

Vediamo un po’. Il mulino – parlo del mulino ad acqua, o mulino idraulico (infatti esistono anche altri tipi di mulini, come il mulino a vento) è un impianto che serve a sfruttare l’energia meccanica prodotta dalla corrente di un corso d’acqua. L’acqua scorre e le pale del mulino girano.

Questa energia, provocata dal giramento delle pale, viene poi usata per macinare cereali o per altre finalità.

Sta di fatto che però il mulino rappresenti anche un simbolo del vantaggio personale, quindi anche dell’egoismo, dell’opportunismo.

Infatti il mulino ha bisogno dell’acqua, altrimenti niente energia.

Si deve portare acqua al mulino per far girare le pale del mulino. Ho detto pale, con una elle sola. Mi raccomando!

Allora: portare acqua al proprio mulino sta esattamente a indicare un atteggiamento opportunistico, orientato solamente all’ottenimento di un vantaggio personale, senza pensare anche ad altre persone.

Si può usare anche il verbo tirare:

Tirare acqua al proprio mulino.

Il senso non cambia.

Esempio:

Quando si fa una trattativa di affari, ciascuno cerca di portare acqua al proprio mulino.

Se vogliamo, usare questa espressione è un tentativo di ingentilire il concetto di opportunismo o egoismo. Sicuramente è meno offensivo se, rivolgendosi ad una persona, la accusate di pensare solamente a portare acqua al proprio mulino, piuttosto che avvisarla di pensare solo gli affari propri, o espressioni più colorite ancora, o dare dell’egoista o dell’opportunista a questa persona.

Tra l’altro è un’espressione che si può usare in molte occasioni, anche come invito a pensare a sé, quindi in senso positivo.

Anziché dire: “mi raccomando, pensa solo a ottenere più vantaggi possibili da questa situazione“, “punta al tuo massimo risultato personale”, si può dire:

Mi raccomando, pensa a portare più acqua possibile al tuo mulino.

Vediamo qualche esempio attuale direttamente dalle notizie riportate sul web:

Alla Russia non interessa trovare un accordo con l’Ucraina. Sta solo cercando di tirare acqua al suo mulino.

È più italiana la pizza Margherita o gli spaghetti? Difficile scoprirlo perché chi vende la pizza la pensa diversamente da chi fa affari vendendo gli spaghetti. Ognuno tira acqua al suo mulino.

Quindi, in definitiva, spesso non c’è nulla di male nel cercare di tirare l’acqua al proprio mulino. Altre volte si usa questa espressione solo per non offendere o per avere un linguaggio più adatto alle circostanze specifiche.

Ho parlato anche di opportunismo, e questo non è casuale perché anche questo termine è più attenuato dell’egoismo. Infatti l’opportunismo ha il senso di pensare soprattutto al proprio tornaconto, ma ho detto soprattutto e non esclusivamente.

L’opportunista cerca di trarre il massimo vantaggio dalle opportunità del momento, anche rinunciando ai suoi ideali.

Inoltre l’opportunismo ha a che fare con le opportunità, cioè con le occasioni da sfruttare, e sfruttare al meglio un’occasione è ciò che devono fare tutti in fondo, dunque se la vediamo così non è così negativo essere opportunisti, anche se delle volte si procura un danno ad altri.

Nello sport ad esempio non c’è niente di male a essere opportunisti perché sfruttare le opportunità serve a vincere, ovviamente a danno dell’avversario.

Dunque tirate pure l’acqua al vostro mulino pur sapendo che questo potrebbe far girare le pale anche a qualcun altro.

Stavolta però ho sbagliato. Dovevo dire “palle“, con due elle!

Adesso ripassiamo qualche episodio passato con il consueto aiuto dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Irina: in merito mi piace molto una frase che voglio condividere con voi “vi sono egoisti superficiali e vi sono egoisti incalliti; questi ultimi si chiamano altruisti”. Siete d’accordo?

Sergio: Cioè in pratica sta a significare che i veri egoisti, coloro che pensano veramente a se stessi, tirano acqua al mulino degli altri? Pensandoci bene, non mi sembra affatto uno sproposito!

Karin: L’egoismo ha tante facciate, anche in merito all’ambiente. Quando compriamo prodotti monouso, non sostenibile e magari costruito con lavoro minorile, che cosa è? Non lo vogliamo chiamare egoismo questo?

Andrè: sono d’accordo con te, Karin! penso che degno di nota sia anche l’egoismo nella politica! Per me un vero e proprio binomio inscindibile!

Komi e Bogusia: Prende corpo un ripasso valevole di partecipazione, ed io lo prendo come spunto per rientrare nella discussione del gruppo. Non esserci stata per tanto tempo e poi sbucare così senza preavviso, potrebbe essere considerato come un atto di certo egoismo, non lo so. Ditemelo voi. Sono stata alle prese con tanti problemi familiari, cosicché non riuscivo a concentrarmi su altre cose di sorta. Adesso cerco di rimettermi, però, così, su due piedi, non potrei dire se mi farò viva frequentemente. Forse solamente a sprazzi arriverà qualche fesseria da parte mia. Tanto per non passare del tutto in cavalleria. Non me ne vogliate per questo.

Marcelo: Parlando d’egoismo e delle sue diverse facce, per me un’atteggiamento veramente egoista è disprezzare le cose pubbliche!. Anche il non averne cura, fregandosene del benessere che ne può conseguire per tutti è una forma di egoismo. Difficile trovare dei muri bianchi completamente intonsi e persino delle statue su cui infieriscono i più egoisti. Direi che si deve prendere le distanze da questi comportamenti. Questo è quanto a proposito del mio pensiero

728 È nelle cose

È nelle cose (scarica file audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlarvi di una locuzione: “è nelle cose” o “sta nelle cose“.

È una locuzione colloquiale che a volte può capitare di incontrare anche nello scritto.

Viene usata per descrivere qualcosa di normale, di naturale.

Si tratta in particolare di un avvenimento.

“Normale” nel senso che è qualcosa di cui non ci si deve stupire, qualcosa che, se dovesse accadere, non dovremmo meravigliarci, perché può accadere, perché le cose possono andare così. E se invece è già accaduto, non c’è ugualmente da stupirsi. È normale.

Si può usare anche al passato:

È/era/sta/stava nelle cose che potesse accadere

Es:

Se tu sei davvero convinta di lasciare tuo marito, fallo pure, ma attenta perché lui è un bell’uomo, e se poi dopo un po’ ci ripensi, è nelle cose che potrebbe trovare un’altra.

Non si vuole dare una certezza, o una probabilità che qualcosa accada, ma solo dire che può accadere, perché si sa come vanno le cose.

Come vedete sto cercando di usare la parola “cose” per cercare di spiegare questa locuzione che la utilizza per indicare, in termini generici, delle conseguenze possibili, di cui non c’è da stupirsi. Perché la vita insegna che certe cose possono accadere.

Si vuole spesso anche trasmettere in qualche modo un senso di incertezza legato agli eventi che accadono uno dietro l’altro, senza legami certi.

Si potrebbe pensare che la locuzione possa trasmettere, in certi casi, anche un senso di fatalismo, cioè di una persona che accetta il suo destino, senza tentare di modificarne il corso.

In realtà però non c’è fatalismo. Al limite può trasmettere una leggera presunzione, come a voler dire che si conosce il mondo e le cose che accadono.

In effetti chi ha un atteggiamento un po’ lezioso, che si crede una persona di mondo, con molta esperienza e che può insegnarti un sacco di cose, può cadere nella tentazione di usare la locuzione “è nelle cose”.

Sto forse esagerando un po’ ma vorrei trasmettervi tutte le mie sensazioni legate a questa espressione.

Tra l’altro “è nelle cose” somiglia anche a “sono cose che capitano” che però si usa per tranquillizzare dopo una disavventura, per consolare una persona, dopo qualcosa che può succedere ad ognuno di noi.

Tipo:

Ti hanno bocciato all’esame? Sono cose che capitano, non ti scoraggiare!

Potrei usare anche “è nelle cose” ma io voglio consolare questa persona e non sembrare l’esperto in materia!

Un altro esempio:

Io e Giovanni siamo sempre stati amici per la pelle, poi, come è nelle cose, è capitato che uno dei due si è innamorato. Non ci vediamo da 30 anni ormai.

Come è nelle cose… Si usa spesso questo inciso all’interno di frasi in cui si descrive qualcosa di accaduto che si poteva immaginare potesse accadere.

Al posto di “è nelle cose” potremmo dire “è normale” oppure “può accadere“, “la storia ci insegna che può capitare” oppure anche l’espressione “ci sta” quando questa esprime una possibilità.

Ci sta che può capitare!

Quest’ultima però, oltre ad essere più informale, ha diversi significati e se volete potete approfondirli dando un’occhiata all’episodio che abbiamo dedicato alla locuzione “ci sta“.

Vediamo un altro esempio:

Hai chiamato il presidente e non ti ha dato un appuntamento come volevi? È nelle cose che un presidente abbia poco tempo a disposizione.

Il verbo essere è usato in modo anomalo perché sembra mancare un soggetto. Cosa “è nelle cose?”

Si sta parlando di qualcosa che, come detto, può accadere, qualcosa di normale.

Se fate una ricerca su internet vedrete che non è facile trovare esempi di utilizzo di questa locuzione, perché “è nelle cose“, possiamo usarla anche in altri modi più semplici:

La bellezza è nelle cose semplici

È nelle cose misteriose che si nasconde il pericolo

Ma in questi casi è chiarissimo il senso: il verbo essere va inteso come “si trova”. Il soggetto poi è sempre chiaro: la bellezza si trova nelle cose semplici; il pericolo si trova nelle cose misteriose.

Lasciate che vi ricordi poi che c’è una certa similitudine con l’espressione “non è cosa” che abbiamo trattato in passato. La similitudine consiste nel fatto che il termine “cosa” ha lo stesso legame con le possibilità, perché, se ricordate, può indicare qualcosa di impossibile o difficilmente realizzabile.

Non è cosa” si potrebbe anche tradurre, in alcune circostanze, come “non sta nelle cose“, “non è nelle cose“, anche se così facendo si perde il contenuto umorale, legato ad un eventuale stato d’animo negativo, tipico dell’espressione “non è cosa”.

Episodio terminato.

Ora lascio la parola a Ulrike, membro dell’associazione Italiano Semplicemente che vi tratterrà ancora qualche secondo con qualche frase per rispolverare i passati episodi:

Ulrike: Ciao a tutti! Ho appena finito l’episodio dedicato alla locuzione trovare la quadra. C’è molta attualità per via dell’elezione del Presidente della Repubblica. Anche col terzo scrutinio non si è usciti dalla situazione di stallo. Per ora non è visibile in che modo i negozianti dei partiti possano trovare la quadra, il che vorrebbe dire che anche alla quarta si potrebbe vedere la quarta fumata nera. Mi sa che questo modo di votare – passatemi il terminefa molto italiano, e in quanto straniera non mi sconfinfera proprio. Non me ne vogliano gli italiani.

727 Trovare la quadra

Trovare la quadra (scarica file audio)

Trascrizione

Giovanni: Ricordate l’espressione fare quadrato? Non crederete spero di aver finito con questa figura geometrica! Infatti oggi continuiamo a parlare di quadrati, o meglio, di termini simili.
Prendiamola alla larga partendo dal verbo venire:

Quando si ha un problema matematico da risolvere e avete già la soluzione, si deve svolgere il problema e vedere se alla fine il risultato torna. Ma tornare lo abbiamo già spiegato vero? Il verbo che ho appena usato (tornare) possiamo volendo sostituirlo col verbo “venire“.

Il risultato viene

Mi viene!

A te cosa ti viene? Ti viene il mio stesso risultato?

Oppure con la negazione.

Non mi viene il risultato

Non mi viene mai!

Oggi non mi viene niente!

A volte, nelle stesse occasioni, si usa anche il verbo quadrare, specie con la negazione:

Il risultato non quadra.

Evidentemente abbiamo sbagliato qualcosa, altrimenti quadrerebbe/tornerebbe/verrebbe.

Il verbo “quadrare” conviene approfondirlo perché quando qualcosa non “non quadra“, vuol dire molto spesso che abbiamo notato che c’è qualcosa che non va. Potremmo tranquillamente usare il verbo tornare anche in questi casi:

C’è qualcosa che non torna/quadra

Questa cosa non mi torna/quadra

C’è una questione di logica legata alla questione che non torna o che non quadra e questo lo abbiamo visto anche nell’episodio dedicato all’espressione “non mi torna”.

Il verbo quadrare è però anche legato alla fiducia, al convincimento, al dubbio.

Non siamo convinti di qualcosa, abbiamo un dubbio, forse ci potrebbe essere un problema. Stiamo cercando di capire per arrivare a una soluzione convincente oltre che logica.

Allora, anche al di fuori della matematica spesso si dice:

Qualcosa non mi quadra!

Si fanno spesso discorsi sospettosi quando si usa questo verbo:

Ma se i ladri hanno rotto il vetro, ci dovevano essere in pezzi di vetro in camera. Invece era tutto pulito. Qualcosa non quadra!

Quando qualcosa non quadra bisogna ragionare per capire bene le cose.

Ma questo uso di quadrare è molto simile a quello di tornare dell’episodio di cui sopra.

Se torniamo alla matematica, col verbo quadrare si usa anche l’espressione “quadrare i conti“.

In realtà quando si usa il termine conti, la questione è più un problema contabile: numeri che riguardano soldi.

Si parla di contabilità, quindi di conteggi matematici che riguardano delle spese e delle entrate.

Se a fine mese non possiamo spendere più di quanto guadagniamo, c’è evidentemente la necessità di far quadrare i conti. Lo stesso problema si presenta quando le entrate e le uscite di un bilancio devono essere le stesse.

Ugualmente, in senso più generale possiamo usare questa espressione quando ci aspettiamo un certo risultato contabile e questo invece non si verifica.

I conti non quadrano.

Quando i conti non quadrano dunque il problema è generalmente contabile e quando i conti non vengono c’è invece un errore nei conti matematici, anche non contabili.

In contabilità si parla anche di quadratura dei conti. Non è altro che il pareggio fra entrate e uscite in un bilancio. Le entrate sono uguali alle uscite: abbiamo quadrato i conti.

Quando invece, più genericamente, cerchiamo una soluzione ad un problema – quindi usciamo nuovamente dalla matematica – si usa anche un’altra espressione:

Trovare la quadra

Non si tratta di un problema qualunque, ma di qualcosa di complesso, cioè quando ci sono molte questioni coinvolte, anche in contrasto tra di loro.

Si può usare anche in contabilità, ma spessissimo si tratta di trovare un compromesso tra posizioni discordanti. La soluzione che stiamo cercando è qualcosa che sia accettabile per tutti.

In quel caso abbiamo trovato la quadra.

Si usa spesso in politica, quando bisogna mettere d’accordo diverse persone o partiti politici cercando una soluzione che vada bene a tutti.

Vediamo qualche esempio:

Sono in corso le elezioni per eleggere il presidente della Repubblica Italiana. I partiti stanno cercando di trovare la quadra attraverso incontri di gruppo, telefonate e messaggi WhatsApp.

Si può usare il verbo trovare, come avviene più spesso, oppure, più raramente il verbo cercare.

Trovare la quadra

Cercare la quadra

Es:

Un certo calciatore non vuole lasciare la sua squadra della Roma, nonostante il suo rendimento nell’ultimo anno non sia stato elevato. La dirigenza dovrà cercare un’altra squadra che sia accettata dal calciatore (che non vuole una squadra di livello più basso) ma che accontenti anche la moglie del calciatore, a cui piace troppo la città di Roma e non vuole lasciarla. Per trovare la quadra, la dirigenza sta cercando un’altra collocazione in un’altra grande città del centro sud.

Finalmente abbiamo trovato la quadra: il Napoli ha presentato un’offerta per il calciatore e la moglie sembra molto soddisfatta. Finalmente!

Certo, a volte il problema è talmente complesso che è impossibile o quasi trovare la quadra. In questi casi si parla della cosiddetta “quadratura del cerchio“, una espressione che deriva da un  problema geometrico irrisolvibile.

Anche questa si usa spesso, per dire che si sta cercando una soluzione, un compromesso tra persone ad esempio, o quando in realtà gli interessi coinvolti sono troppo distanti tra loro. È impossibile trovare la quadra. Allora si sta cercando la quadratura del cerchio. Meglio lasciar perdere in questi casi.

Es: si può fare un programma di governo con l’estrema destra e l’estrema sinistra? Oppure è come cercare la quadratura del cerchio?

Ricapitoliamo

Ricapitolando: se confrontiamo due soluzioni, per verificare la correttezza di un risultato, possiamo usare informalmente il verbo venire (l’esercizio non mi viene). Possiamo usare anche il verbo tornare, ma in questo caso spesso si parla di problemi logici e di coerenza.

Il verbo quadrare possiamo anch’esso usarlo in questi casi, ma è più adatto parlando di contabilità. Ad ogni modo quando qualcosa non quadra c’è ugualmente un problema di logica e coerenza, come col verbo tornare.

Cercare e trovare la quadra si usano invece con problemi complessi, specie (ma non solo) se si tratta di trovare una soluzione con interessi contrapposti, similmente al termine compromesso.

Quando il problema da risolvere ha una complessità tale da ritenersi impossibile o quasi, si parla di quadratura del cerchio.

Se qualcosa non vi quadra tornate indietro e ripetere la lettura, altrimenti ascoltiamo il ripasso degli episodi precedenti.

Peggy: c’è un proverbio napoletano che fa così:

Dio è lungariéllo, ma nun è scurdariéllo.

Vale a dire che Dio può essere lento ad intervenire, ma non è smemorato.

Leonardo: il napoletano mi va a genio ma non mi riesce bene, allora vi faccio sentire un proverbio che origina nella zona centrale del Brasile:

Passarinho que anda com morcego acorda de cabeça para baixo.

In italiano: Uccellino che vuol fare il pipistrello si sveglia capovolto. In pratica si potrebbe dire che è un proverbio che invita a essere sempre se stessi, della serie non provare a essere diverso dalla tua natura, perché se ci provi andrà male.

Sergio: sono d’accordo, perché

La mona aunque se vista de seda, mona se queda

cioè: la scimmia, anche se si veste di seta, pur sempre scimmia rimane

Marcelo: Parlando di scimmie, mi viene in mente un proverbio:

a papà scimmia con dare banane verdi

Che vuol dire? Vuol dire che al papà scimmia non lo freghi! Questo proverbio lo ricordo sempre a mio figlio, che ogni due per tre torna alla carica chiedendomi soldi in prestito, giurando di restituirmeli presto! Io però, che sarei la scimmia vecchia di cui sopra, io gli rispondo: a papà scimmia non dare banane verdipassi che una volta ti dimentichi, passi anche la seconda volta, ma se faccio mente locale, saranno tre volte e passa che mi ripeti la stessa pappardella. Benedetto figlio mio, hai voluto la bicicletta?…e sai come segue!…allora datti una regolata!

Giulio Cesare e la lingua italiana

Descrizione:

Alcune curiosità su Giulio Cesare e sui legami con la lingua italiana.

PER STUDENTI NON MADRELINGUA.

Audio e trascrizione: durata: 12:53

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Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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La fumata nera – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 20)

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726 Un colore che sbatte

Un colore che sbatte (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto che il verbo donare si può usare anche quando si parla di abiti e di come valorizzano una persona, oggi vediamo un uso particolare del verbo “sbattere“.

Voi non ci crederete ma questo ha ugualmente a che fare con la valorizzazione.

Parliamo in particolare della valorizzazione del viso di una persona.

La domanda è sempre la stessa: come mi sta?

È la risposta a cambiare…

Se andate in un negozio di abbigliamento in Italia e ascoltate i commenti, soprattutto delle donne, quando provano un nuovo abito, magari insieme a delle loro amiche o parenti, sicuramente potreste ascoltare un commento di questo tipo:

Il vestito non è male, ma questo colore ti sbatte un po’!

Il verde mi sbatte secondo te?

Il rosso le sbatte un po’ troppo signora. Provi questo colore che è un po’ più chiaro.

Eccetera.

Si sta parlando di un colore particolare che non valorizza il viso della persona che sta indossando un abito, o un maglione, una camicia, una giacca eccetera.

Non lo valorizza per un motivo ben preciso:

Quando una colore sbatte sul viso di una persona, o anche semplicemente sbatte su una persona, significa che il viso di quella persona, quando indossa quel vestito, appare pallido, smunto, emaciato, smorto. Aggettivi questi abbastanza simili.

Smorto è un aggettivo che non c’è forse neanche bisogno di spiegare, considerato che somiglia a “morto”. Diciamo che in generale significa indica mancanza di luminosità e di vivezza, pallido, sbiadito. Associato ad un viso indica anche malessere a volte.

Emaciato significa molto magro. Si potrebbe dire anche deperito o scavato. Emaciato è un aggettivo spesso associato al viso o all’aspetto di una persona, come anche smunto.

Smunto dà l’idea della fatica, della sofferenza che hanno reso un viso molto magro e pallido.

È chiaro che questi sono aggettivi che descrivono bene una persona che non è molto in salute, perché se lo fosse il viso apparirebbe invece colorito, fresco, in carne e non magro e pallido.

Allora forse è il caso di spiegare anche la locuzione essere “in carne“, che si utilizza per indicare una persona in ottime condizioni di salute, quindi è il contrario di emaciato, sebbene la locuzione “in carne” si possa usare anche per descrivere una persona, non dico grassa, ma leggermente sovrappeso. Un modo più che altro usato per non offendere, ma quasi sempre in realtà si usa per indicare un ottimo stato di salute.

Comunque, qualora un vestito avesse un colore che sbatte, allora in questi casi meglio cambiare colore perché quello che sbatte non valorizza come si deve la persona.

Ma non è detto si tratti di un vestito.

Vuoi farti i capelli biondo platino? Forse bisognerebbe prima vedere l’effetto che fa con una parrucca, perché quello è un colore che “sbatte” molto e non dona a tutte.

Ci sono ad esempio persone dalla pelle molto chiara e che magari non si truccano molto, dunque in quei casi scegliere un colore che “sbatte” o un altro che invece fa l’effetto contrario può cambiare l’aspetto del viso e valorizzarlo notevolmente.

Il verbo sbattere ha molti utilizzi diversi, ma in senso simile si può usare anche in altre occasioni, anche senza che sia un colore a sbattere.

Ti vedo un po’ sbattuto/a, come mai, non hai dormito o lavori troppo?

Stavolta l’aggettivo sbattuto si riferisce all’aspetto in sé, a prescindere dal vestito. Una persona che ha un aspetto sbattuto o che sembra sbattuto, ha dei segni di stanchezza sul viso, magari mostra delle occhiaie che solitamente non ha, oppure è un po’ più pallido del solito o anche più magro rispetto al solito. Stavolta però non c’è un colore che sbatte.

A proposito di colori, si potrebbe dire che in senso assoluto il marrone è un colore che sbatte, quindi ad esempio una parete della mia stanza meglio farla di un altro colore. Anche in questo caso si intende dire che fa un certo effetto negativo, che ha un impatto fastidioso, troppo forte vedere qualcosa di quel colore in alcune circostanze. Il senso di “sbattere” può conservare dunque un senso legato all’irruenza e al forte impatto, come sbattere una porta, facendo rumore. Ma nel caso del colore si tratta di un impatto alla vista un forte effetto dal punto di vista visivo.

Attenzione perché quando si parla dell’aspetto di una persona, un viso o un aspetto sbattuto o una persona sbattuta è completamente diverso da un viso o un aspetto abbattuto, o una persona abbattuta.

Quando una persona è abbattuta, parliamo del verbo abbattersi, che ha a che fare con l’umore e la forza d’animo, specie la forza di reagire alle avversità, ai problemi.

Abbattersi significa, quando accade un evento negativo, diventare pessimisti, perdere le motivazioni, non reagire ai problemi perché si è troppo scoraggiati: si è abbattuti.

Dai, non ti abbattere. Vedrai che la prossima volta andrà meglio.

In questi casi si usa anche anche “buttarsi giù“, che è più informale.

Non ti buttar giù per un esame, non sono questi i problemi della vita!

Anche abbattersi comunque è un verbo che ha usi molteplici, ma un viso sbattuto è un viso pallido di una persona stanca o malata, mentre un viso abbattuto è un viso triste, rassegnato, amareggiato per qualcosa che è accaduto e che lo ha colpito nell’umore e nella voglia di reagire e continuare a lottare.

Anche in questo caso i colori non c’entrano.
Ad ogni modo un colore può solo sbattere e non abbattere.

Adesso piccolo ripasso delle puntate precedenti.

Irina: gentilmente, qualcuno potrebbe farmi un esempio di capitolazione? Potete prendere spunto da qualsiasi avvenimento passato se volete.

Rafaela: non vorrei essere scortese ma si dà il caso che io non mi intenda di storia. Perciò vedi di cavartela da solo con questo benedetto ripasso.

Sofie: Ciao Irina, se lo chiedi a me caschi male lo stesso. Non mi ritengo all’altezza di questo compito, dunque non me la sento di raccogliere la provocazione. Dovremmo chiedere lumi a Gianni per capire quale sia la differenza tra capitolare, arrendersi e mollare.

Peggy: Secondo una fonte su internet, uno dei significati del termine capitolazione, è un trattato, contratto, accordo, convenzione o che dir si voglia unilaterale con il quale uno Stato sovrano cede competenze, entro i suoi confini, ai cittadini di uno stato straniero.

Ulrike: in quanto tedesco/a mi viene d’emblée il cosiddetto diktat di Versailles. Per giunta ho presente anche la resa della Germania nazista Quest’ultima capitolazione avviene nel maggio dell’anno 1945, e decreta la fine della seconda guerra mondiale. Sembra che le grandi capitolazioni del ventesimo secolo facciano molto tedesco.

Marcelo: Io ricordo il 14 Giugno 1982, guerra delle Malvine e dittatura militare. Diciamo la verità. La vogliamo dire? Come tutte le guerre è stata fatta per il meglio della popolazione argentina, però l’unico sacrificato, come sempre, è stato il popolo. Al netto delle ragioni storiche legate all’appartenenza delle isole all’Argentina, più che altro interessò a Margaret Tacher, perché così ha preso due piccioni con una fava: salire nella popolarità del popolo inglese e vincere una guerra. È stata senza dubbio una lotta impari: la NATO contro un esercito amateur. A che pro i militari argentini hanno fatto questa guerra? Per anni abbiamo pagato lo scotto e di risvolti positivi neanche l’ombra!

725 Come ti dona!

Come ti dona! (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlare di complimenti.

Si dice che le donne amino i complimenti:

Come sei bella con questo vestito!

Oggi sei più bella del solito!

Che occhi meravigliosi!

Eccetera eccetera

Ho detto le donne, ma in realtà tutti amano i complimenti.

Tra l’altro non si possono fare complimenti solamente per la bellezza, ma anche per la casa:

Che bella casa, complimenti!

Oppure per i figli:

Lei ha dei figli bravissimi e dolcissimi!

O per un risultato ottenuto:

Complimenti per la laurea!

Ho saputo che ha aperto una nuova sede per la sua azienda. I miei complimenti!

Eccetera.

Ma non voglio divagare troppo oggi.

Oggi vorrei parlarvi del verbo donare, molto adatto quando si fanno i complimenti.

Non esistono infatti solamente le donazioni, cioè quando si offre qualcosa di proprio ad altre persone, come la donazione del sangue, degli organi o le donazioni in denaro. Parlo dell’uso intransitivo del verbo.

Questo vestito ti dona molto.

Oddio come ti dona questo rossetto!

In questo caso donare vuol dire aggiungere grazia all’aspetto di una persona.

Questo vestito ti sta molto bene

Questa è una frase più o meno equivalente.

In pratica il vestito che indossi ti fa bella, ti giova esteticamente, ti rende più bella o magari più giovane, ti fa apparire in modo migliore, fa risaltare i tuoi pregi, esalta le tue caratteristiche più belle del viso, ti valorizza.

Quanti verbi diversi possiamo usare!

Perché allora usare il verbo donare?

È una delle possibilità, però direi che per fare un complimento è molto apprezzato da chi lo riceve. Posso usarlo però anche al contrario.

Quest’abito è bello, ma non ti dona.

Quindi quest’abito non ti sta bene, pur essendo un bell’abito, magari anche di qualità. Però non valorizza il tuo corpo perché risalta i tuoi difetti e non i tuoi pregi.

Un vestito può donare a una persona e allo stesso tempo non donare affatto a un’altra persona.

Un vestito può star bene a una persona e allo stesso tempo non star bene affatto a un’altra.

Donare però è meglio che “star bene”, perché quando un vestito mi sta bene potrebbe anche significare che non ha niente che non va, o che è della giusta taglia o che, al limite, ci sto comodo.

Se invece mi dona allora non c’è dubbio che quel vestito mi fa apparire di aspetto migliore, perché, per via del colore o per altro motivo, mette maggiormente in evidenza i miei pregi, mette in risalto i miei tratti, oppure mi fa sembrare una persona più alta, più magra, esalta il colore dei miei occhi, non mi fa vedere troppo la pancia, eccetera eccetera.

Se invece un abito non mi dona, come anche un trucco particolare o un taglio di capelli – tante cose possono donare o non donare – evidentemente l’effetto è il contrario: un pantalone che mi fa apparire i fianchi troppo larghi, un maglione che mi fa sembrare tropo grasso, una cravatta con un colore che non si abbina con quello dei miei capelli, eccetera; in tutti questi casi questo capo di abbigliamento (ad esempio) si dice che non mi dona, che non mi sta bene addosso.

Notate che il verbo donare si può anche usare in modo transitivo nelle stesse circostanze, però devo specificare. Vediamo alcuni esempi usati sia in un modo che nell’altro:

Questo pantalone ti dona un aspetto più giovanile (transitivo)

Una gonna che dona alle ragazze con i fianchi larghi (intransitivo)

Questo colore le dona tantissimo (intransitivo)

Questa signora ha uno smalto che le dona molta eleganza (transitivo)

Infine una osservazione.

Il verbo donare si può usare in modo transitivo anche al di fuori dei capi d’abbigliamento e della bellezza delle persone.

Questa crema al pistacchio dona qualcosa di molto speciale ai nostri dolci.

Questa cornice dona al quadro un aspetto troppo antico

Perché non appendi un bel quadro? Un quadro può donare ad un appartamento un aspetto più elegante e raffinato.

Vedete che donare allora, nel caso transitivo, è molto simile a dare, fare, far sembrare, oltre che a rendere. Anche conferire si avvicina molto. È più raffinato persino.

Questo taglio di capelli ti conferisce un aspetto molto raffinato.

Questo vestito ti un aspetto più aristocratico

No, questa gonna non va bene. Ti rende/fa troppo magra

Questo è un pantalone che ti fa (sembrare) più grassa di quello che sei.

Nel verbo donare, come anche in conferire, che è il più simile, c’è anche il senso di aggiungere una qualità nuova e pregevole.

Si ottiene un qualcosa in più, come se fosse un dono, un regalo.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente.

Ripassiamo adesso?
Irina: una domanda di riserva?

Marcelo: Irina, ti sei smarcata subito dalla domanda, neanche ti avesse fatto una domanda personale!

Peggy: a proposito di complimenti, io li adoro, ma a volte è solo tutta fuffa mio malgrado.
Poi il mio ragazzo è molto taciturno in merito. La mia pazienza però è agli sgoccioli. Sono pronta a piantar baracca e burattini e lasciarlo per sempre.

Caldeggiare – VERBI PROFESSIONALI (n.76)

Caldeggiare

File audio e trascrizione disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Durata: 11:09

723 Diktat

Diktat (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: di cosa ci occupiamo oggi? Oggi vediamo il termine diktat.

Cos’è un diktat? Vi faccio lo spelling: D come Domodossola, I come Imola, K come Kebab, T come Torino, A come Ancora e ancora T come Torino. Questo mi ricorda un episodio di qualche tempo fa dedicato a come ricordare l’alfabeto italiano e come fare lo spelling.

Diktat: finalmente anche un termine tedesco che si usa nella lingua italiana!

Dunque un diktat è una imposizione unilaterale di volontà che esclude la possibilità di negoziati.

Cioè? Ho usato un linguaggio troppo formale?

Beh non dovete stupirvi perché questo termine viene dalla politica. DIKTAT si traduce come “dettato”. Avete presente il dettato di pace? E avete presente il verbo DETTARE? Ce ne siamo occupati tra i verbi professionali. Vi metto un collegamento per approfondire se volete.

In particolare mi riferisco a dettare delle condizioni – delle condizioni di pace in questo caso.

Il diktat quindi è un trattato di pace imposto dai vincitori ai vinti di una guerra.

Quando si esce da una guerra, ci sono dei vincitori e dei vinti. C’è chi vince e c’è chi perde.

Chi vince detta le condizioni di pace a chi perde la guerra. Ebbene, il complesso delle condizioni, cioè l’insieme di queste condizioni, imposto (cioè non negoziato, non concordato, non deciso insieme) dai vincitori o più in generale da una delle parti, in una guerra o in un trattato internazionale, ebbene questo si chiama proprio diktat. E’ un insieme di condizioni imposto.

Notate che nella pronuncia l’accento spesso cade sulla lettera i. Sarebbe corretto se cadesse però sulla a, come nella lingua tedesca, ma in questo modo si rischia di pronunciare una parola che somiglia ad una barretta per fare uno spuntino (kit kat) o a delle caramelle (tic tac).

Cioè in pratica dunque il diktat è una specie di ordine. Un ordine indiscutibile, perentorio, cioè che non ammette replica o discussione, né prevede una trattativa.

Vi ricordate dell’aut aut? C’è una assonanza con diktat, non dico una ripetizione come “aut aut” ma quasi. L’aut aut è, come abbiamo visto, qualcosa di simile, perché in quel caso c’è l’imposizione di una scelta. Ma almeno è una scelta, per quanto sia.

Con un aut aut, come visto, si mette una persona davanti a un’alternativa, obbligandola a scegliere. Si deve scegliere per forza. C’è un obbligo di scelta nella consapevolezza delle conseguenze in entrambi i casi.

Il diktat invece è ancora più perentorio dell’aut aut, infatti quando si impone unilateralmente una volontà, si dice: tu adesso fai questo e basta. Non sei nelle condizioni di trattare, perché decido io.

È un po’ come dire “o così o pomì” (anche questo è un episodio passato). Un modo simpatico di dire più o meno la stessa cosa.

Mi sa che anche oggi va per le lunghe

Ricorderete che o così o pomì è un’espressione colloquiale e molto leggera, che si usa in contesti familiari e quindi non certamente in politica e in contesti formali. Tantomeno si può usare dopo una guerra.

Naturalmente non sempre c’è una guerra quando usiamo il diktat. In politica si usa spesso anche in altri casi e possiamo usarla in particolari casi anche quando parliamo di imposizioni e condizioni unilaterali di altro tipo, quando vogliamo parlare di una imposizione di qualunque tipo.

Arriva dal ministro dell’istruzione un diktat imperativo: la scuola non chiude col Covid.

Un ordine bell’e buono direi! Il ministro non accetta repliche. Si fa così e basta! Perché io sono il ministro. Questo il messaggio che vuole dare il giornalista: decisione, autorità, e a volte anche autoritarismo. Dipende dall’occasione. Forse non è questo il caso.

Non è questo un termine che si usa tanto per usarlo. Questo casomai si fa con molti anglicismi, che si usano tanto per far vedere che si conosce l’inglese molto spesso. Altre volte si usano al lavoro per darsi un tono, o perché fa figo usare l’inglese. e a volte in realtà si dimostra proprio il contrario, cioè che non si conosce l’inglese (vedi “smart working” o “box” che si usano con significato diverso in italiano rispetto all’inglese) Comunque vediamo altri esempi:

Dopo le recenti sconfitte sportive della sua squadra, l’allenatore lancia un diktat: ripartiamo da zero!

Stavolta l’allenatore vuole spingere i suoi giocatori, li vuole rimotivare e cerca di stimolarli. E’ un esempio di diktat “positivo” diciamo.

Un politico può imporre una condizione ai suoi alleati presentandola come una proposta, come qualcosa su cui si possa discutere e trattare, ma se gli alleati non la vedono come una proposta, per protestare con questa imposizione (perché è così che la vedono loro) possono dire:

Questo è un diktat, non una proposta!

cioè:

Questa è una cosa che tu ci vuoi imporre, non una proposta!

Ecco, questo è un esempio “negativo” di utilizzo di questo termine. Si denuncia una imposizione spacciata per proposta.

Allora adesso ripassiamo?

Per il ripasso di oggi invito i membri a ripassare anche gli episodi più antipatici e per questo poco usati nei ripassi. Sennò ve li dimenticate. Questo assolutamente non vuole essere un diktat!
a monte e a valle
è andato
a dispetto
la congruità
bello + aggettivo
ancora ancora
inculcare
al netto
nella misura in cui
indicazioni stradali
mettere mano e mettere le mani
prestarsi
strizzare l’occhio

Irina: Raccogliamo la provocazione da parte di Giovanni di abbozzare un ripasso che unisce questi episodi, a dispetto del fatto che c’è poca attinenza tra di loro.

Marcelo: Sono d’accordo che è un compito bello difficile ma non mandiamo tutto a monte solo per questo. Dobbiamo inculcarci nella mente che se trascuriamo alcuni episodi finiremo per dimenticarli. Allora possiamo anche provare a stilarne uno rischiando un po’. Al netto di alcuni errori sicuri credo che il tentativo si possa apprezzare.

Marguerite: È vero che questa lista contiene parecchi termini che non si prestano bene alla composizione di un ripasso, ma comunque non mettiamo le mani avanti. Proviamoci dai. Coraggio!

Hartmut: A dire la verità al ripasso non c’ho ancora messo mano perché ho ancora da portare a termine delle altre cose incaricatemi dal mio capo Albéric.

Sofie: capo? Ancora ancora collega, ma capo proprio no! Lui è un membro come noi.

Anthony e Xin: Ma per l’amor del cielo! Ho visto che quel mascalzone di Albéric ti ha strizzato l’occhio. Come mai ha fatto quel gesto?

Ulrike: Vabbè ragazzi, ormai è andata. Abbiamo preso di mira il povero Albéric ma ormai ci hai sgamato. Poi il ripasso è quasi finito, e bisogna scherzare nella misura in cui questo è utile.

Peggy: Infatti. Abbiamo imboccato una via pericolosa. A valle di questa gag che abbiamo improvvisato, Albéric potrebbe arrabbiarsi di brutto.

Albéric: so stare agli scherzi. Tranquilli. Ma ben presto pagherete un prezzo congruo. Potete starne certi.

722 Bene

Bene (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: È da parecchio tempo che pensavo di fare un bell’episodio dedicato al termine “bene”.

Ci sarebbero tante cose da dire a riguardo, ma questa rubrica si chiama, come sapete, due minuti con Italiano Semplicemente, e voglio avvicinarmi il più possibile a questa durata. Cerco sempre di farlo, a dire il vero, per poi accorgermi quasi sempre che l’obiettivo è troppo ambizioso per essere portarlo a termine così brevemente.

Allora meglio concentrarmi su un singolo uso di “bene“, così ché possiate usarlo facilmente durante i nostri tanto amati ripassi.

L’uso a cui sto facendo riferimento è quando l’avverbio “bene” si utilizza in un tipo particolare di consigli. Dei consigli direi “condizionati”. Vediamo cosa intendo con degli esempi:

Es:

Se fai come dico io, bene, altrimenti ci saranno conseguenze molto negative.

Si fa una pausa prima e dopo l’avverbio. Per questo metto una virgola prima e una dopo.

Questo sembra più una via di mezzo tra un consiglio e una minaccia. Però c’è una condizione iniziale come dicevo: se…

Un altro esempio:

Se volete imparare l’italiano e siete convinti nel seguire i miei consigli, bene, altrimenti sarete destinati a non fare troppi passi in avanti.

Vedete che quando uso bene in questo modo, c’è sempre una condizione iniziale:

se accade A, bene, altrimenti succede B

La prima condizione, che ho chiamato A, è sempre quella più gradita, mentre B è in genere una conseguenza di non aver scelto A:

Se vieni con me, bene, altrimenti mi trovo un’altra compagnia.

Notate come le frasi di cui parliamo appaiono sempre un tantino cariche di nervosismo. Una sfumatura che si coglie solamente se qualcuno ve la spiega, non potendo ascoltare la giusta intonazione. Naturalmente chi sta ascoltando e non leggendo l’episodio può intuire questo senso di nervosismo o irritazione.

L’uso di bene, in questo modo può denotare insofferenza, o anche indifferenza, un atteggiamento di superiorità a volte, o una minaccia velata, o al limite un consiglio ma dato con un certo distacco, indifferenza appunto, oppure qualcosa di detto in modo sbrigativo, come a dire: vedi tu, decidi tu, poi comunque una soluzione alternativa si trova lo stesso, oppure per me è la stessa cosa, basta che decidi:

Dimmi che devo fare. Se vuoi che ti accompagni bene, altrimenti torno a studiare.

Se vuoi studiare ed essere uno dei più bravi, bene, altrimenti meglio che vai a lavorare!

Il contesto è sempre informale. Ancora più informale se uso sennò al posto di altrimenti:

Senti, lo sai come la penso. Se vuoi ascoltarmi, bene, sennò saranno problemi per te e io a quel punto non vorrò saperne niente.

Posso anche usare “in caso contrario”:

Se mi vuoi ancora, bene, in caso contrario me ne farò una ragione!

Anche “se” è sostituibile con altro:

Qualora decidessi di venire con me, bene, altrimenti mi cerco un’altra fidanzata

Se volete conoscere tutti i modi per esprimere questo concetto di condizione, vi raccomando l’episodio dedicato. Vi metto un link all’episodio intitolato: “putacaso ti tradissi?” che tra l’altro è molto divertente.

Anche l’avverbio “bene” non è in realtà insostituibile, perché può essere rimpiazzato (cioè sostituito) da forme più raffinate:

Se ti piace questo lavoro, buon per te, sennò te ne dovrai trovare un altro.

Quindi “buon per te” al posto di bene. È una specifica ma il senso è lo stesso.

Se sarò assunto, ne sarò felice, in caso contrario, pazienza, proverò da un’altra parte.

Ricordate comunque che, qualunque sia la forma che scegliate, può non essere molto carino usare questo tipo di frase che abbiamo visto oggi.

Se volete essere più delicati e educati, magari cercate di preferire altre forme, tipo:

Se vuoi venire con me sarà un grande piacere, altrimenti ti auguro un buon viaggio.

In questo modo, anziché usare “bene” (che potrebbe sembrare sbrigativo e anche un po’ offensivo) usate “sarà un grande piacere” che toglie ogni dubbio.

Analogamente se volete dare a qualcuno la vostra disponibilità all’aiuto, potete dire:

Se non avrai bisogno di aiuto, questa potrebbe essere un’ottima notizia, in caso contrario sarei ben felice di aiutarti.

Anche questo è un modo più cortese e meno ambiguo di comunicare lo stesso concetto, rafforzato da “ben felice”. L’uso di ben, come si è visto nell’episodio dedicato, rafforza, sottolinea un concetto.

Bene, adesso passiamo al ripasso. Chi parlerà è credo Irina, membro dell’associazone Italiano Semplicemente che spero sarà ben contenta di partecipare a questo episodio. Detto tra noi Irina: se parteciperai, bene, sennò mi trovo un altro membro.

Scherzo naturalmente, ma mi piace subito mettervi alla prova!

Irina: Sembrava non mi venisse niente in mente, mentre d’emblée, dai meandri dei miei pensieri è sbucato un ripasso.

Oggi dopo la colazione mi sono spaparanzata sul divano ricordando il mio ultimo pasto italiano. Prima di partire dalla Calabria mi sono recata in un ristorante all’insegna del lusso, in quanto era l’ultima spiaggia per me per assaggiare vero cibo italiano. Va aggiunto che pur essendo un ristorante nuovo per me, la qualità del cibo ha avvalorato le mie speranze. È stata una bella scorpacciata. Cos’ho mangiato? Si fa prima a dire cosa NON ho mangiato. Mi sono abbuffata come si deve. Ho sforato col cibo, senza contare il dolce, ma alla fine tutto è andato per il meglio. Meno male che non ho accusato il colpo è non ci sono stati risvolti inaspettati.

721 I risvolti

I risvolti (scarica audio)

Trascrizione

I risvolti

Giovanni: avete fatto caso che man mano che andiamo avanti con questi episodi, inevitabilmente finiamo per toccare argomenti che abbiamo già affrontato? Questo è diventato quasi inevitabile.

Ma in realtà è proprio ciò che deve accadere perché non si finisce di imparare bene un concetto, una parola, un’espressione o una locuzione, fino a quando non abbiamo capito anche tutte quelle che le somigliano, in qualche modo, avendo dei punti in comune.

E’ lo stesso problema che si ha con la pronuncia: quanto è grave un errore di pronuncia?

Non possiamo saperlo finché non conosciamo tutti i possibili termini che somigliano a quello che pronunciamo male.

Se voglio dire MULO e invece dico MURO, è una cosa; completamente diverso è se invece dico CULO!

Scusate, mi sto solo divertendo un po’.

Allora anche oggi, parlando dei cosiddetti risvolti (questo è l’argomento di oggi) non possiamo non rispolverare l’episodio che riguarda il rovescio della medaglia, espressione che abbiamo incontrato qualche tempo fa. Niente di volgare stavolta. Però gli episodi sono legati.

Infatti un risvolto, al singolare, somiglia molto ad un rovescio della medaglia.

Arrivo subito a dirvi che un risvolto è un aspetto di una questione, anzi direi più una conseguenza di un fatto, una conseguenza spesso non del tutto evidente o attesa o prevedibile ma comunque in ogni caso non trascurabile.

Non tutto ciò che accade ce lo aspettiamo vero?

Spesso ci sono tante conseguenze che derivano da nostre azioni o da accadimenti di vario tipo. Qualcuna è prevedibile, altre meno. Qualche conseguenza è più importante, altre sono secondarie.

Ebbene, quando ci riferiamo a una conseguenza di secondaria importanza, possiamo parlare di risvolti.

A volte si usa risvolti anche semplicemente come sinonimo di conseguenze. Però in genere si tratta di qualcosa che non ci aspettiamo, o che deriva da una serie di eventi (anche detta una catena di eventi) che si susseguono uno dietro l’altro (eventi concatenati).

Questi eventi provengono tutti da una causa iniziale: il cosiddetto fattore scatenante. Cosa ha generato tutti questi eventi a catena? Vengono tutti da un’azione, da un fatto accaduto, “il fattore scatenante”. ebbene, tutte queste conseguenze possono essere anche imprevedibili a volte.

Ebbene tutte queste conseguenze possono essere chiamati “risvolti”.

Risvolto è un termine molto usato nei notiziari, nei tg, alla radio e al lavoro, ma decisamente meno nel linguaggio di tutti i giorni.

Dicevo della similitudine con il “rovescio della medaglia“.

Il rovescio della medaglia è anch’esso un risvolto, che però ha una caratteristica particolare: ha un effetto totalmente opposto dall’effetto principale.

Infatti ogni medaglia ha due facce, ed una è il rovescio dell’altra (la faccia A e la faccia B), quindi guardano in due direzioni diverse.

Il termine risvolto, pur non essendo l’effetto principale, quello primario, può essere un qualunque altro effetto derivante da quello stesso fatto, anche quello opposto, quindi anche il “rovescio della medaglia”.

In genere ogni risvolto ha un aggettivo che lo qualifica, un’etichetta:

Questa pandemia avrà anche dei risvolti positivi per l’ambiente.

Difficilmente non ci sono aggettivi. Posso anche dire:

Ci sono stati ulteriori risvolti?

In questo caso l’aggettivo è “ulteriore“.

Questa situazione ha già avuto pesanti risvolti economici, politici e sociali.

Una vicenda dai risvolti drammatici

Chissà se la faccenda accaduta avrà dei risvolti inaspettati?

Normalmente si usa al plurale, ma non c’è problema. Si può usare e infatti si usa anche al singolare.

C’è stato un furto a casa mia. Purtroppo in quell’occasione c’è stato anche un risvolto amaro per il ladro. Il mio cane l’ha morso e non lo voleva più mollare!

Per capire ancora meglio vi dico che finora ho usato il senso figurato del termine risvolto.

Infatti anche i pantaloni hanno un risvolto, o una giacca o un qualsiasi altro indumento.

Infatti il risvolto di un indumento è la parte che si vede quando rovesciamo all’infuori un elemento,

Quando rigiriamo un pantalone vediamo il risvolto del pantalone ad esempio.

Il risvolto di un indumento sta quindi a contatto col corpo prima di essere rigirato.

L’uso che ci interessa però è quello della conseguenza secondaria, quindi il senso figurato.

Adesso ripassiamo. I membri dell’associazione hanno qualcosa da dire sul 17 gennaio, la data odierna.

Peggy: sapete che proprio oggi, nel 1942, nasce Cassius Clay? Si dice sia il migliore di sempre. Con quel fare spocchioso che aveva sul ring.

Ulrike: Si fa presto a ricordare in primo luogo il suo fare spocchioso sul ring. Ma più che altro era un grande atleta, un pugile con la P maiuscola, senza contare il fatto che aveva messo in gioco la sua carriera, opponendosi alla guerra in Vietnam. Poi, per inciso, il suo nome, legalmente cambiato, era Muhammad Ali. Chiamarlo così, secondo me, è una questione di principio. Spero, Peggy, tu non me voglia per questa correzione.

Cat: Poi, per inciso, il suo nome, legalmente cambiato, era Muhammad Ali. Chiamarlo così è una questione di principio. Spero, Peggy, tu non me ne voglia per questa correzione.

Albèric: Non ne capisco un’acca di boxe. Ma non scorderò mai il suo motto : “Galleggia come una farfalla, pungi come un’ape”. Un modo per tenere sulle spine il suo avversario a stare sul chi vive da quanto mi risulta. Certo che nessun avversario sembrava essere alla sua altezza. Lui sapeva come apostrofarli e dar loro del filo da torcere senza dubbio.

Irina: Ecco un fatto secondo me valevole di nota: si dice che Sylvester Stallone dopo aver assistito a uno dei suoi combattimenti abbia ideato il suo film Rocky prendendo spunto dal suo avversario, un pugile che ha tenuto testa ad Alì, mettendolo a dura prova.

Hartmut: I suoi incontri di pugilato – per esempio il “Rumble in the Jungle” contro George Foreman oppure il “Thriller in Manila” contro Joe Frazier – erano spettacoli che affascinavano tutto il mondo. A suo tempo non c‘era uno migliore di lui ma ce n’erano altri che in tempi diversi sono stati del suo stesso livello, come Evander Holyfield oppure Lennox Lewis.

Harjit: Mi sembra Hartmut che te ne intendi di boxe anche se te le cerchi un po’. Anche fossero stati pugili della sua statura, Alì era un re della comunicazione.

Mariana. Devo prendere atto che le persone non conoscono ninjutsu, e che la boxe è molto più famosa come disciplina sportiva. A me non sconfinfera granché la boxe. Mi sono data al ninjutsu in quanto appassionata di arti marziali e non sono disposta a cambiare idea. Quanto a leggende, mai sentito parlare dei Ninja?

Marcelo: Io ricordo più Ali che i Ninja, con tutto il rispetto, ma a che pro confrontare le discipline tra loro? Qui stiamo valutando l’uomo oltre all’atleta. La sua causa contro la guerra del Vietnam da sola vale metà del successo che ha avuto. Altro che storie!

720 D’emblée

D’emblée (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto tout court, visto che ci siamo continuiamo con i francesismi cioè con le parole o elementi o di origine francese che sono entrati nella lingua italiana ma restando in lingua francese. Stavolta tocca a d’emblée.

Si usa, analogamente a quanto avviene nella lingua francese, quando c’è qualcosa che avviene in modo rapido e inaspettato, quindi è abbastanza simile a all’improvviso, di colpo e di primo acchito. Quest’ultima locuzione la ricorderete tutti scommetto.

D’emblée, che un italiano non riesce a scrivere senza controllare come si scrive esattamente, rende bene l’idea della cosa improvvisa perché nella pronuncia è molto veloce e poi fa anche abbastanza figo perché si usa qualcosa di francese.

Potremmo anche dire che tout court e d’emblée a volte, possono essere usati nelle stesse occasioni con senso abbastanza simile.

Es:

Sono stato licenziato d’emblée

Quindi sono stato licenziato all’improvviso, su due piedi, senza preavviso.

Hanno cambiato le regole sul Green pass, e il mio Green pass è scaduto d’emblée.

La mia ragazza mi ha lasciato. Mi ha detto: non ti amo più. Così, proprio d’emblée.

Ecco, soprattutto in quest’ultimo esempio, ci sta bene sia d’emblée, che trasmette il senso di una cosa improvvisa, sia tout court, cioè in breve, senza tanti preamboli. Due concetti diversi ma ciò che arriva all’improvviso, spesso non è preceduto da alcun preambolo, alcuna premessa. Ecco perché i due francesismi finiscono per somigliarsi.

In genere quando si usa d’emblée è perché si vuole attirare l’attenzione sulla cosa che è arrivata di colpo.

Ho litigato con un ragazzo, e d’emblée mi sono ritrovato a terra immobilizzato. Era campione di judo!

Purtroppo questa pandemia ormai è diffusissima. Non può essere cancellata d’emblée da un vaccino.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato. Ho dato tempo ai membri per prepararlo, quindi non dovete pensare che sia uscito così, d’emblée.

Peggy: Accidenti! Mi si è impallato di nuovo il cellulare. Visto che oramai io e il cellulare siamo un binomio inscindibile, sono soggetta a disorientamento quando le funzioni di questo oggettino vengono meno. D’altronde, mia madre ancora non ha tenuto fede alle parole di comprarmene uno nuovo. Oh! Come sono combattuta ora: me lo compro subito o aspetto mia madre che me lo regala?

Albéric: Non fare così. Cerca di tenere a bada tutta questa amarezza. Magari tua madre oggi è indisposta, e domani quando si ristabilirà, te lo comprerà in men che non si dica.

Ulrike: Su! Peggy, non cincischiare con il pretesto del cellulare malfunzionante. Continua a fare i tuoi compiti adoperando il mio computer, altrimenti ti perverrà qualche cazziatone da tuo padre. Non hai molte scelte. O così o Pomì.

Marcelo: Giusto! Rompi gli indugi e completa i compiti, cosi dopo vediamo insieme il programma “Ulisse – Il piacere della scoperta” di Alberto Angela, che ha debuttato in TV nel 1990.
Quanto mi sconfinfera! Un conduttore eccezionale, ha un fare sapiente e, tra l’altro, un certo non so che di affascinante. Dunque, ragazzi, ho accesso la TV sul giusto canale. Lo guardiamo, ok?

Rauno: Hai fatto una domanda retorica! Inutile dirti di no, tanto mi pare che tu ti sia già prefisso di guardarlo. Ti risparmio una mia risposta perché sarebbe sibillina e pertanto poco valevole di seria considerazione. Non mi pare comunque che il tuo comportamento sia molto rispettoso.

Leonardo: infatti, fai sempre cose del genere. Non vedo come possa farti capire che sei un dritto bell’e buono cercando ad ogni costo di ottenere tutto ciò che vuoi. Vai a capire quante volte mi hai tirato un tiro mancino! Secondo me ti servirebbe un bel rovescio come si deve sul viso!

Anthony: Smorziamo i toni, per favore! Siamo alle solite, litigate sempre. Dai, comportiamoci conformemente al principio del nostro incontro di oggi: ARMONIA.

Harjit: Al di là di tutto, sono d’accordo con Ulrike nel guardare questo il programma di Alberto Angela, che ci aiuta a capire qualcosa circa le meraviglie del mondo.

Sofie: Eh certo! Tuttavia, il rovescio della medaglia è la rinuncia a una bella festa all’insegna degli anni ’90 che si sta tenendo a casa di Anna.

Peggy: Raga, finalmente ho finito i compiti. Ahh! Tra 3 secondi inizia il programma. Faccio io il conto alla rovescia! 3. 2. 1, si parte!
Mannaggia! La pubblicità ha sforato il tempo anche questa volta.

719 Tout court

Tout court (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo una espressione che si usa abbastanza spesso ma direi che non si tratta di linguaggio popolare.

È molto usata in tv, dai giornalisti e più in generale da persone con una cultura mediamente più elevata.

Vi dico subito che troveremo molti punti in comune con alcuni episodi recenti.

È un’espressione che contiene due parole francesi: tout court, che hanno il significato rispettivamente di “tutto” e “corto“.

In italiano sarebbe quindi “tutto corto“, ma se dovessimo cercare un’alternativa di uso comune, questa sarebbe rappresentata dalla locuzione “in breve“. Però quando cerchiamo di sostituire una parola con un’altra, una locuzione con un’altra, un’espressione con un’altra, ci perdiamo sempre qualcosa.

Vi faccio qualche esempio:

In questa rubrica, chiamata due minuti con Italiano Semplicemente, per riuscire a rispettare la durata degli episodi, devo tout court entrare nell’argomento, senza troppi giri di parole.

Vedete che in questo esempio alla fine ho aggiunto “senza troppi giri di parole”.

In realtà avrei anche potuto evitarle, perché tout court esprime esattamente questo concetto.

Devo farla breve, non devo farla troppo lunga, devo sintetizzare, per poter rispettare la durata dei due minuti. In breve, devo fare ciò che non sto facendo oggi…

Il concetto di brevità espresso da questa locuzione è da intendere in senso molto ampio. In questo esempio che ho fatto ha il senso di “non perdere troppo tempo”, ma in altre circostanze questa brevità può voler dire “non c’è bisogno di specificare”, oppure “bruscamente“, o “senza perdere tempo” o anche “senza spendere parole in più”.

Es:

Sono stato promosso da responsabile del settore alimentare a responsabile del negozio tout court.

In questo caso significa “responsabile e basta”, oppure sono diventato semplicemente “il” responsabile, accentuando col tono l’articolo il.

Un altro esempio:

La mia ragazza ha detto che voleva parlarmi, e appena ci siamo visti mi ha detto “non ti amo più”. Proprio così, tout court.

Un’altra espressione simile è “senza troppi preamboli“.

Il termine preambolo lo abbiamo già incontrato quando abbiamo parlato di previo e previa. Rende abbastanza l’idea del tagliare corto, di andare subito al dunque, di non perdersi in chiacchiere inutili. Abbiamo anche una lezione di Italiano Professionale che riguarda il concetto di sintesi.

Comunque come avete visto dagli esempi, a volte il fatto di non aggiungere altro, può dare un senso aggiuntivo alla frase: una mancanza di delicatezza, oppure completare la frase quando ci si aspetta una specifica (responsabile tout court, direttore tout court eccetera).

Si tratta spesso di qualcosa espresso con una perentoria concisione (abbiamo già visto anche il termine conciso) senza essere accompagnato dai necessari chiarimenti.

Questi chiarimenti sarebbero necessari, sarebbe utile sapere qualcosa in più, anche solo per una questione di gentilezza, educazione o sensibilità. Invece no.

Prima ho detto che è simile all’espressione italiana “senza tanti preamboli“.

Un preambolo inizia con “pre” quindi viene prima, come “precedente”, “previo” eccetera, e infatti rappresenta un discorso introduttivo – questo è un preambolo – una premessa fatta con l’intento (l’obiettivo) di ritardare o di attenuare l’effetto di una rivelazione o di una richiesta.

Allora se dico qualcosa senza tanti preamboli, non voglio attenuare nulla, col risultato però di poter risultare brusco, offensivo anche, indelicato.

Se sono brusco, questo significa che ho detto qualcosa o ho fatto qualcosa che riflette o denota mancanza di tatto o di riguardo, di delicatezza.

La mancanza di preamboli è però solo uno dei significati di “tout court“.

State attenti quando nei prossimi episodi ripasserete questa locuzione.

Ci vuole un contesto in cui magari siete rimasti colpiti o turbati dalla mancanza di una spiegazione, oppure quando, come detto, ci si aspetta una specifica che invece non c’è, o più semplicemente significa “in breve” o “senza fare altro” o anche “semplicemente“.

La pronuncia, l’avete capito ormai è “tu cur” e non c’è bisogno di imitare la erre francese.

Vi faccio altri esempi e poi vi lascio (non posso più dire tout court ormai) al ripasso:

Potrebbe essere utile, per contrastare la pandemia, vietare tout court l’attività fisica all’aperto? Oppure diciamo che bisogna farlo con la mascherina o che bisogna mantenere la distanza di sicurezza?

Non si può parlare tout court di “no vax“, ma distinguere in coloro che sono contrari al vaccino, coloro che sono contro il green pass e coloro che hanno paura dell’ago, dell’iniezione.

Vogliamo impedire tout court ai soggetti non vaccinati di lavorare, senza stare troppo a pensare alle varie categorie?

Per non ingrassare, nessun alimento deve necessariamente essere eliminato tout court

Vedete che è anche simile a “a prescindere” (che abbiamo già trattato) in questa circostanza, perché anche con “a prescindere” è un po’ come dire “senza considerare altro”, “senza distinguere”.

La similitudine con “semplicemente” rende “tout court” anche non molto lontano da, in alcuni casi, “meramente“, “prettamente” e “squisitamente”. Come dimenticare anche questi episodi recenti?

Certo, in questi casi molto spesso manca la componente della mancanza di tatto o di riguardo. Con prettamente prevale la specifica, con meramente prevale lo sminuire un concetto, con squisitamente infine prevale il piacere o la volontà di escludere il resto.

Considerata la loro affinità comunque, e anche la loro diversità volendo potrei usarli in una stessa frase. Ci provo:

Il mero concetto di sintesi non basta a spiegare tutti gli usi della locuzione “tout court”. A volte ha uno scopo prettamente legato alla necessità di sintetizzare, altre volte invece racchiude un aspetto squisitamente legato all’indelicatezza. Comunque, a prescindere dai diversi contesti e dai miei esempi, dovrete comunque provare a usare questa locuzione nei prossimi ripassi. Questo vale anche per coloro che amano la grammatica. Il metodo della grammatica, di per sé, pur non potendolo considerare tout court erroneo, non può ritenersi, a mio avviso, esaustivo. Non so se i membri convengono con me, e se questo può servire da pretesto per fare un ripasso di qualche episodio passato.

Ulrike: Va bene, convengo con con te, allora ritagliamoci un po’ di tempo per parlare del tempo che passa. A mio parere occorre guardare la sostanza e non la forma. Di quanto possa sembrare lunga una settimana, un mese, un anno, io me ne frego proprio. Un giorno, quando arriverà la resa dei conti, avrà importanza ciò che abbiamo fatto col tempo a nostra disposizione, ossia se saremo in grado di guardare indietro senza remore e senza rimpianto.

Albèric: No!!!! Non ci posso credere! Ancora un ripasso per rispolverare il passato? Ma io non lo so! Io mi domando e dico se questo gruppo non stia prendendo una brutta piega! Come dice il poeta francese: occorre essere assolutamente moderni per tenere il passo guadagnato. Vuol dire che si deve pensare prima al futuro e non darsi alle lamentele sul passato. Scusatemi ma non ne ho per nessuno oggi!

Marcelo: Ma Albèric, sei un po’ sopra le righe oggi. Non si parla di scrivere alla ricerca del tempo perduto ma solo di fare il solito esercizio di ripasso e volendo prendere due piccioni con una fava. Ma non te ne voglio, sei pur sempre un amico di Italiano Semplicemente. A che pro arrabbiarsi cosi? Si tratta solo di unire l’utile al dilettevole.

Peggy: Macché Albéric, vacci piano e smorza un po’ il tono. Fatto sta che il nostro passato e il nostro futuro sono un binomio inscindibile, anche tu dovrai rendertene conto. Altrimenti ci fai cadere le braccia con le tue uscite che lasciano il tempo che trovano.

Danita: Bene ragazzi, mi sembra che siate tutti ben disposti nei confronti di Albèric! Ho solo una cosa da dire in merito: Albèric, non ti curar di lor ma guarda e passa. 
Anche a me, comunque, per la cronaca, piace guadare in avanti, tant’è vero che del senno di poi ne sono piene le fosse.

718 Cosa ne è, cosa ne fu, cosa ne è stato, che ne sarà

Cosa ne è, cosa ne fu, che ne è stato, che ne sarà (scarica file)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un uso particolare della particella ne.

Ne abbiamo parlato già varie volte di questa particella, ma più se ne parla, meglio è. Che ne pensi? Ne convieni? (cioè sei d’accordo?)

Alla fine dell’episodio metterò anche dei collegamenti ai passati episodi in cui abbiamo utilizzato questa particella, ma l’uso di cui vorrei parlare oggi è nelle locuzioni “cosa ne è”, “cosa ne fu”, “cosa ne è stato” e “cosa ne sarà”.

Ricorderete che “ne” si utilizza spesso per sostituire qualcosa nella frase, allora se io dico:

Quanti anni hai?

Posso dire: 50, oppure “ho 50 anni”, oppure “ne ho 50“.

Non c’è bisogno di ripetere la parola “anni“.

Volendo però posso dire:

Ne ho 50 di anni

Di anni ne ho 50

In questi casi, sebbene non ci sia bisogno di ripetere “anni” (perché già sappiamo di cosa si parla) a volte sentiamo il bisogno di specificare e se lo facciamo dobbiamo usare le preposizioni di, delle, degli, eccetera.

Questo non era l’esempio più adatto, ma se io chiedessi: quanti figli hai?

Potrei rispondere: di maschi ne ho due, mentre di femmine ne ho tre.

Sto specificando.

Anche nelle domande a volte si usa questa particella, e alcune volte si specifica:

Io ho 50 anni. Tu invece quanti ne hai?

E quanti ne hai di figli?

Qui, in quest’ultimo caso, sono costretto a specificare altrimenti non si capisce di cosa stia parlando.

Insomma avete capito che anche se uso la particella ne, a volte devo specificare, altre volte è solo un’opzione.

Un altro caso in cui si specifica è quando usiamo “ne” per ricordare qualcosa, per richiamare qualcosa dal passato.

La locuzione di oggi, a parte il tempo (passato, presente o futuro) si usa solo per fare domande.

Esempio:

Marito e moglie parlano del loro passato e la moglie si lamenta col marito perché il loro rapporto non è più quello di tanti anni fa. Secondo lei non c’è più l’amore di un tempo:

Cosa ne è stato del nostro amore?

Cosa ne è stato degli occhi con cui mi guardavi?

Che ne è stato delle nostre cene romantiche, dei nostri discorsi fino alle tre di notte, dei nostri sogni e delle nostre promesse?

Il marito a questo punto, dopo qualche secondo di interminabile silenzio, inizia a sudare…

Il senso di queste frasi è simile a:

Che fine ha fatto il nostro amore?

Che fine hanno fatto gli occhi con cui mi guardavi?

Perché non mi guardi più come prima? Neanche le nostre cene sono romantiche come prima, e non parliamo più fino alle tre di notte, e i nostri sogni e le nostre promesse? Qualcosa è cambiato.

Così è molto meno romantico però, meno malinconico, meno sentimentale, meno drammatico (anche per il marito…).

Anche in questi casi siamo costretti a specificare, perché non stiamo rispondendo a nessuna domanda. Siamo noi a fare le domande.

Si ricorda qualcosa che non c’è più, qualcosa che è scomparso, mentre invece non doveva scomparire.

È una domanda, ma quasi sempre somiglia ad una esclamazione, dunque a una domanda retorica.

Questo tipo di espressioni si usano ovviamente non solo con l’amore, ma ogni volta che ci si lamenta, si contesta qualcosa, qualcosa che ci si aspettava (spesso da altre persone) e invece questa cosa oggi non c’è.

Siamo solitamente in polemica con qualcuno. Altre volte invece si ricorda il passato con tristezza e con rimpianto.

Si usa spesso anche in politica:

Che ne è stato delle promesse del sindaco?

Con questa frase si stanno chiedendo spiegazioni.

Come mai il sindaco aveva promesso tante cose e adesso non se ne parla più?

Che fine hanno fatto le sue promesse?

Cioè:

Che ne è stato delle sue promesse

Oppure:

Che ne è stato dei politici di una volta, quelli che amavano la politica?

Si ricorda il passato con rimpianto: oggi non ci sono più i politici di un tempo.

È l’uso del verbo essere che dà questo particolare senso alla frase.

A volte non si tratta di domande retoriche e allora si esprime semplicemente stupore, meraviglia.

Immaginatevi una persona a New York il 12 settembre 2001, il giorno successivo all’attacco alle twin towers. Una persona che si risveglia dopo 24 ore di sonno, che non si è accorta di nulla, si affaccia alla finestra e esclama:

Scusate, ma cosa ne è stato delle torri gemelle?

Una domanda per niente retorica in questo caso.

In tutti i casi, è bene chiarire che si può anche invertire la posizione degli elementi della frase e il senso non cambia:

Cosa ne è stato delle sue promesse?

È identico a:

Delle sue promesse cosa ne è stato?

Lo stesso vale per tutti gli altri esempi.

Riguardo ai tempi, finora ho usato il passato prossimo.

Si possono usare anche altri tempi comunque.

Se ad esempio uso il futuro:

Che/cosa ne sarà di noi?

Che ne sarà di tutti i nostri progetti futuri?

Stavolta sono pessimista riguardo al futuro.

Esprimo un forte pessimismo e questo accade quando c’è un grosso cambiamento che mette in discussione i miei progetti. Qui c’è una forte emotività. Il futuro è in dubbio.

Cosa ne sarà dei nostri figli dopo la pandemia?

Potranno andare a ballare come abbiamo fatto noi?

Cosa ne sarà di loro se ci saranno altre pandemie?

Sia al passato che al futuro comunque il messaggio è sempre negativo. Al futuro c’è apprensione. Vogliamo chiamarla paura?

Il verbo essere gioca un ruolo particolare, e se cambiamo il verbo molto spesso non c’è un senso negativo. Se dico:

Che ne hai fatto dei soldi che ti ho dato ieri?

Resta un senso di accusa e polemica ma questa è una vera domanda.

Il senso altre volte cambia completamente:

Cosa ne pensi di me?

Cosa ne sai di me?

Anche qui si tratta di vere domande.

In realtà se uso il verbo rimanere e restare trasmettono un senso quasi identico rispetto ad essere e spesso si tratta di domande meno retoriche:

Cosa ne resta della nostra casa dopo il terremoto?

Cosa ne rimane di tutti i soldi che abbiamo guadagnato?

Vediamo adesso che al presente si usa praticamente con lo stesso senso del passato prossimo.

Che ne è delle promesse del sindaco?

Come a dire:

Cosa ne resta oggi di quelle promesse?

Oggi cosa abbiamo di quelle promesse?

Nella pratica ha lo stesso senso di:

Che fine hanno fatto quelle promesse?

Col passato remoto invece (che/cosa ne fu) si usa parlando di un passato, appunto, remoto, cioè di tanto tempo fa. Semplicemente.

Cosa ne fu delle tre persone che entrarono nelle acque contaminate di Chernobyl?

Cioè: cosa ne è stato, che fine hanno fatto? Si parla però di qualcosa di molto indietro nel tempo, senza più legami col presente.

Adesso vi dico anche che, a proposito dell’importanza della particella ne, a volte (abbastanza raramente) si omette e il senso non cambia.

C’è da dire però che la particella dà alla frase più forza, oltre che maggiore chiarezza, soprattutto se si tratta di una polemica o di paura (al futuro).

Quindi posso dire:

Cosa è stato del nostro amore?

Cosa sarà di noi?

Cosa fu di nostra nonna quando il nonno partì per la guerra?

Al presente invece non si usa omettere la particella ne.

Vi vorrei ricordare, prima di congedarmi, che c’è un episodio interessante in cui abbiamo parlato dei vari modi che esistono per “dispiacersi del passato“. Un episodio che vi potrebbe aiutare ad aumentare ancor più il vocabolario.

Parlare del passato e del tempo che passa vi mette ansia? Ma è sempre meglio che non si fermi, no?

In proposito, abbiamo un bel ripasso:

Marguerite: posso proporvi un soggetto di riflessione? I cinesi dicono che i giorni trascorrono molto velocemente. Che ne pensate? Avete questa sensazione?

Albéric: Un detto valevole di approfondimento perché gli antichi greci dicono a loro volta che il tempo si può paragonare a una ruota che ricomincia ogni volta da capo.

Peggy: Pur avendo contezza che la durata dei giorni è quello che è, cioè sono sempre 24 ore, mi rendo conto che con l’avanzare dell’età vi è questa preoccupante sensazione che i giorni passino in men che non si dica.

Marcelo: Ma Peggy, “domani è un altro giorno” come dicono i francesi.

Anne France: Anche se è sempre meglio non ridursi all’ultimo se hai in programma di fare qualcosa di importante.

Chi tempo ha e tempo aspetta, tempo perde.

Questo è un altro bel proverbio all’insegna della saggezza.

Rauno: I giapponesi a loro volta dicono: se parli di domani i topi nel soffitto avranno ben donde di ridere. Per dire che nessuno sa di cosa il domani sarà fatto e meglio non fare voli pindarici in merito.

Hartmut: Ragion per cui occorre non perdere troppo tempo e non tirarla troppo per le lunghe.

Marguerite: Ma anche io volevo dire la mia! Forse non è che il tempo si acceleri. È che noi siamo sempre più lenti. Io allora mi domando e dico: Ma come fare a essere un po’ meno lenti sicché la ruota giri più piano?

Ho una voglia smodata di chiudere con una poesia che ci sta perfettamente:

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
del doman non v’è certezza

Episodi utili

Avvalorare – VERBI PROFESSIONALI (n.75)

Avvalorare

Descrizione

Torniamo sul concetto di valore. In questo episodio spieghiamo il verbo avvalorare e vediamo con molti esempi il modo giusto di utilizzarlo.

Per farlo spieghiamo anche la differenza con i verbi simili: valorizzare, suffragare, corroborare. Vediamo anche i verbi dal significato opposto e un esercizio di ripetizione.

Trascrizione e file audio disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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717 Tirare dritto

Tirare dritto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: caro visitatore di Italiano Semplicemente. So che stai cercando si imparare l’italiano.

Ne sei veramente convinto? Sei determinato? Sei veramente irremovibile? Sei tanto convinto che niente e nessuno potrebbe farti cambiare idea?

Dove voglio arrivare? Ve lo dico subito.

Uno dei modi per esprimere determinazione cioè una definitiva presa di posizione della propria volontà, una decisione irrevocabile, una decisione presa e nessuno riuscirà a farvi cambiare idea è usare l’espressione “tirare dritto“. Si usa spessissimo nei telegiornali.

Essere irremovibili è la modalità che si avvicina maggiormente a tirare dritto. Anche essere fermi e essere decisi vanno abbastanza bene, ma manca sempre l’interferenza dalla quale non ci si fa condizionare.

“DRITTO”, aggettivo, lo abbiamo già incontrato nell’espressione “essere un dritto” ma in quel caso è un sinonimo di furbo e opportunista.

Stavolta invece dritto sta per diritto, inteso come qualcosa di lineare, senza curve, come una strada dritta, come una linea dritta, una linea retta.

L’uso del verbo tirare è alquanto anomalo perché in questo caso sta per “andare avanti“.

Quindi “tirare dritto” ha un senso vicino a “andare avanti in modo diritto”. Ma in che senso?

Si dice proprio così e si usa spessissimo per indicare una decisione presa e sulla quale non si cambia idea, nonostante ci siano pressioni, generalmente provenienti da altre persone, che vogliono farci cambiare direzione.

La strada spesso viene presa a rappresentare le questioni che riguardano le decisioni e la vita:

Basti pensare alle espressioni:

Tornare sui propri passi

Essere sulla strada giusta

Un percorso ad ostacoli

Un bivio importante

Eccetera.

Così quando si tira dritto si intende che non si è disposti a tornare indietro, a cambiare idea, o ad accettare compromessi. Non si è neanche disposti a fermarsi per poi ripartire. Bisogna andare avanti senza esitazione.

Vi faccio qualche esempio:

Il governo, nonostante le pressioni dei vari partiti, tira dritto e, come era stato detto, impone l’obbligo alla vaccinazione a tutti gli italiani.

Un governo dittatoriale? Non esageriamo! In genere tirare dritto esprime convincimento, sicurezza nella propria decisione. Alcune volte può indicare una mal disposizione al compromesso e alla trattativa, ma difficilmente si usa questa espressione per indicare decisioni prese in modo dittatoriale o autoritario, anche perché in quel caso non si apre mai una vera trattativa.

L’espressione si usa normalmente in tutti quei casi in cui una decisione è stata presa e non si mostra disponibilità a cambiare idea.

Al femminile può diventare tirare dritta e al plurale tirare dritti o dritte.

Dico “può” diventare perché in teoria dritto può anche restare così, indicando il percorso da seguire. Nei fatti però si tende a usare, forse maggiormente dritto, dritta, dritti e dritte a seconda del caso.

Attenzione però perché l’espressione si usa anche in almeno altre due circostanze.

La prima è da intendersi in modo materiale es.

Una madre consiglia alla propria figlia adolescente:

Se qualche ragazzo ti fischia e ti dice di fermarti, tu tira dritto, ché non si sa mai!

Come a dire: non ti fermare, non ti voltare neanche: continua per la tua strada.

Ho incontrato un amico abbracciato con una ragazza che non era la moglie. Io l’ho salutato ma lui ha preferito tirare dritto senza dire nulla!

Un terzo utilizzo è invece relativo al giusto comportamento da tenere.

Lo usano sempre i genitori nei confronti dei figli quando non sono soddisfatti del loro comportamento e della mancanza di disciplina:

Tu cerca di tirare dritto, altrimenti sabato non ti faccio uscire con gli amici!

Si parla quindi della cosiddetta giusta “condotta” da avere.

La condotta è il comportamento abituale di un individuo nei suoi rapporti sociali e nei confronti di quello che si considera un comportamento corretto, virtuoso, se obbedisce ai genitori (o ai professori) e fa ciò che loro si aspettano.

Questo è “tirare dritto“, in questo caso.

In realtà è una espressione che potrebbe utilizzarsi anche in senso più generale per indicare la presenza o la mancanza di disciplina, anche volendo a livello lavorativo.

Quindi tirare dritto in quest’ultimo caso equivale più o meno a “comportarsi bene“, e l’opposto di tirare dritto potrebbe essere “fare di testa propria” o “non comportarsi bene“, o anche “non rispettare le regole” o fare qualcosa di diverso da ciò che è stato deciso o ciò che ci si aspetta.

Chi non tira dritto è allora un indisciplinato e merita spesso una punizione.

Spesso si sente dire anche:

Lo addrizzo/raddrizzo io quel ragazzo se non tira dritto!

Ti addrizzo/raddrizzo io a te!

Si tratta di linguaggio familiare e spesso si accompagna questa frase minacciosa (in senso quasi sempre ironico) con un gesto della mano: il palmo teso verticalmente che si muove in su e in giù.

In senso proprio, tirare dritto si può ovviamente usare anche quando si gioca a calcio, a tennis, quando si lancia una palla, un oggetto qualsiasi, anche una freccia, un sasso eccetera: tutti in quei casi in cui “tirare” esprime il movimento di un oggetto lanciato o spinto (o tirato), una palla ad esempio, verso una direzione. In questo caso tirare dritto è l’opposto di tirare storto.

Ma nei tre casi descritti in precedenza siamo in circostanze diverse perché è il verbo tirare che si usa in modo diverso.

Non voglio tirarla troppo per le lunghe come al solito (questa è un’altra delle tante espressioni col verbo tirare, analoga a “farla lunga” che abbiamo già trattato), pertanto vi saluto. Non prima del ripasso però.

La parola ai membri dell’associazione.

Marcelo: si fa presto a dire la parola ai membri. Io non proprio niente da dire oggi. A saperlo, mi sarei preparato per tempo, ma così, su due piedi!

Sofie: allora parlo io. Ieri ho incontrato un tizio per strada che mi fa: “scusi, posso farle una domanda? ” ed io: “dica pure”. E poi mi fa: “ma lei chi è? Io la conosco!”. Accidenti, l’ho riconosciuto tardi, era il mio primo fidanzato del liceo… Se sapevo tiravo dritto.

Rafaela: ah, io questi di solito li prendo a mali parole. Mi capita spesso.

Anne France: beh, vedi un po’! Per te è più facile. C’è qualcuno con cui non sei stata?

Karin: scusa Anne, ma perché questa frecciata? Neanche li avesse rubati a te i fidanzati. O forse si?

Sergio: ah beh, quanto a frecciatine, tu non sei stata affatto da meno!

Peggy: ben le sta! Così impara. Chi di spada ferisce, di spada perisce.

Lia: ben detto! Ma che bella aria frizzante che tira oggi! Non è vero?

Rauno: non ti ci mettere anche tu adesso con le domande retoriche!

L’albero della fecondità

L’albero della fecondità

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Buongiorno a tutti, cari amici di Italiano Semplicemente.

Quello che segue è un episodio di ripasso.

Ho scelto di fare un episodio all’insegna dell’arte e della cultura italiana, sicuro che sarà di vostro interesse. Faremo dunque una bella ripassata di alcuni verbi, termini particolari ed espressioni che sono già state oggetto di spiegazione sulle pagine di italianosemplicemente.com. Per ognuno di questi episodi troverete un collegamento alla relativa spiegazione.

Parliamo dell’albero della fecondità, un affresco scoperto solo nell’anno 1999, che si trova a Massa Marittima, quindi in Toscana. Che c’azzecca, direte voi, con la lingua italiana? Oltre al pretesto del ripasso, c’è dell’altro e lo capirete tra un po’.

L'albero della fecondità

Autore foto: Niccolò Caranti

Trascrizione integrale disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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716 Dalle filippiche alle prediche, dalle paternali ai sermoni

Dalle filippiche alle prediche, dalle paternali ai sermoni (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: c’era una volta, nell’antica Grecia, un politico e oratore ateniese di nome Demostene.

Demostene era un oratore, quindi professava l’arte oratoria. Si dice oratore anche una persona che possiede le doti necessarie per parlare con una certa efficacia a un pubblico o a un’assemblea. Un oratore è insomma uno bravo a parlare in pubblico.

Cicerone, ad esempio, è stato il più famoso oratore romano, ma anche Demostene in Grecia non era da meno. Gli oratori fanno le orazioni, che sono appunto dei discorsi pubblici.

Allora, Demostene, in particolare, amava parlare del suo grande avversario: Filippo II di Macedonia. Era il suo bersaglio preferito il re Filippo, che era il re di Macedonia ma anche il padre di Alessandro Magno, per intenderci.

Filippo II di Macedonia

Un’immagine sorridente di Filippo II di Macedonia, ora che Demostene non gli riserva più le sue filippiche
Ne parlava così tanto e con tanta enfasi, che queste orazioni contro di lui vennero chiamate con un nome che è tutto un programma: filippiche.

Quando si dice “un nome che è tutto un programma” si vuole dire, in forma ironica, che dal nome si capisce già tutto.

Ma perché vi sto parlando delle filippiche di Demostene?

Perché il termine filippica è sopravvissuto fino ai giorni nostri, anche se nessuno o quasi ne conosce l’origine.

La filippica nasce dunque come una orazione, o se vogliamo, un discorso pubblico pronunciato con passione, ma è un vibrante discorso di accusa.

Una filippica ha dunque un obiettivo preciso. È una imprecazione contro una persona, una invettiva, un discorso aspramente polemico.

Quando si fa una filippica, o quando si “attacca” una filippica contro qualcuno (si usa spesso, per inciso, il verbo attaccare) si inveisce contro qualcuno, che è il bersaglio della filippica.

A volte si parla anche di paternale, più familiare come termine, o anche di sermone.

La paternale (che viene da padre) però è più intesa come un grave e severo rimprovero da parte di un “superiore” di diverso tipo, come appunto di un genitore con un figlio.

il professore ha fatto una paternale agli studenti impreparati.

Il sermone invece è un discorso sacro, oppure un componimento poetico morale e satirico, ma spesso viene usato per indicare un noioso rimprovero, un lungo discorso fatto per rimproverare una persona.

Anche un semplice lungo discorso può chiamarsi sermone: è monotono e interminabile, anche senza che ci sia un’accusa.

Ogni Natale è la stessa storia: ci dobbiamo sopportare i sermoni del nonno sulla famiglia che non è più come quella di una volta… non ne posso più dei suoi sermoni!

Il sermone quindi è lungo e noioso, la paternale invece è fatta da un “superiore” al fine di rimproverare e correggere altri. Nell’esempio del nonno andava bene usare anche la paternale. Dipende da ciò che si vuole sottolineare.

La filippica invece? Che caratteristica ha?

È più vicina al sermone nel senso che si tratta di un lungo discorso che però è sempre accusatorio, ha sempre un bersaglio, come la paternale, che però è fatta sempre da un “superiore” contro un “inferiore”.

La filippica è anche simile al “pippone“, non molto elegante come termine.

Ricordate l’espressione attaccare il pippone? Ce ne siamo occupati qualche tempo fa.

Spesso sono intesi nello stesso identico modo, nel senso che anche il pippone può essere fatto (o attaccato) contro qualcuno, ma la caratteristica del pippone, oltre alla lunghezza e la pesantezza, è che si tratta di un discorso unidirezionale, quindi non è prevista una risposta da parte di chi ascolta. È difficile liberarsi da una persona che ti attacca un pippone su un qualsiasi argomento.

Questa è la caratteristica più importante del pippone.

La filippica è anch’essa lunga e noiosa, ma è sempre polemica e accusatoria. È fatta con toni aspri, spesso con risentimento, e non è richiesta l’arte oratoria di Demostene.

Vi riporto alcuni esempi:

Il mio amico mi ha attaccato una filippica incredibile perché sono arrivato con cinque minuti di ritardo.

Quante persone in tv attaccano filippiche contro o a favore del green pass?

C’è da dire che se uso il termine filippica, come negli altri casi, sto dando un giudizio negativo al discorso di accusa e significa che non sono d’accordo con chi la fa.

Altri termini simili sono la predica e la ramanzina.

Anche la predica nasce come discorso di chiesa, fatto da un prete e diretta ai fedeli, per indirizzarli verso la fede, ma più in generale anche la predica assume la forma del lungo rimprovero.

Fare una predica è molto simile a fare la paternale.

Anche con la predica c’è in genere una parte che si sente superiore (non necessariamente però lo è).

Si può trattare anche di una serie di consigli, ma ci sono anche ammonimenti, rimproveri: questo si fa, quest’altro non si fa; non è educato fare questo, mentre è buona educazione fare quest’altro; che sia l’ultima volta che vedo una cosa del genere!

Spesso ci si lamenta di un tono di fastidiosa superiorità quando si parla di una predica ricevuta:

Sono stanco delle tue prediche!

Basta con queste prediche!

Mi vuoi fare la predica anche oggi?

La ramanzina è più leggera, ma resta comunque un lungo rimprovero carico di risentimento e di giudizio dal contenuto spesso su una questione morale:

Mia madre mi ha fatto la solita ramanzina perché mi ha beccato ancora una volta a fumare una sigaretta.

Una ramanzina è lunga come un lungo racconto: un romanzo, appunto.

Si potrebbe aggiungere la pappardella. Manca l’aspetto del lungo rimprovero, del giudizio, ma è un discorso lungo e noioso pure la pappardella, abbastanza vicina al più serioso sermone.

Non la voglio fare troppo lunga adesso. Vi lascio al ripasso del giorno.

Hartmut: vi confido un segreto. Non lo dite a nessuno però perché potrebbe costarmi un’amicizia: ho notato che… no, vabbè, scusate ma… proprio me non me la sento di sacrificare un amico per così poco.

Albéric: a proposito di segreti, ho una voglia smodata di dirvi che… hai ragione, non posso neanch’io abbassarmi a tanto!

Rafaela: ma cosa vi prende oggi? A cosa si deve tutta questa riservatezza?

Peggy: a me però questi due non me la raccontano giusta. Non è per caso che sapete qualcosa sul prossimo presidente della Repubblica italiano? Mica mi sconfinferate tanto!

Sergio: cosa? Ma quando mai! Non è il caso di scomodare il presidente per così poco.

Irina: secondo me siete solo due paraventi! Ma a me non la si fa! So bene che state alludendo al fatto che Giovanni, in questo episodio, secondo voi ha dimenticato di parlare del cazziatone. Ma siete smemorati? Ne ha già parlato nell’episodio dedicato al verbo cazziare. Sono sicuro che invece che di qui a poco ci avrebbe ricordato che anche il cazziatone è una particolare forma di predica, filippica o ramanzina che dir si voglia. Vero presidente? Vuoi entrare nel merito adesso?

Giovanni: emm… Sì, certo, chiaramente! Mi spiace aver dato adito a dubbi in merito! Grazie comunque Irina, ti devo un favore!

Marcelo: mah, sarà!

715 Prettamente e squisitamente

Prettamente e squisitamente (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: qualche episodio fa ci siamo occupati di mero e mera. Ricordate?

Irina: ah, ricordo poco quell’episodio. Allora vorrà dire che mi toccherà andarlo a rivedere. Se oggi lo stai rispolverando, gatta ci cova!

Giovanni: è una buona idea rivederlo. Comunque ti aiuto. In quell’episodio siamo partiti dal concetto di “solo“, “solamente” e “soltanto“, degli avverbi che si imparano abbastanza presto studiando l’italiano.

Questi avverbi servono per limitare, per circoscrivere, per delimitare, per restringere, per contenere, per diminuire o per lamentarsi o accontentarsi.

Ad esempio:

Adriana: Ho mangiato solo poca pasta oggi. Ecco perché di punto in bianco mi è venuta fame!

Harjit: Abbiamo guadagnato solamente 1 euro. Oltretutto dobbiamo fare metà ciascuno…

Peggy: Studio italiano soltanto da qualche mese. Il mio Italiano ancora è quello che è.

Giovanni: grazie per questi esempi. Se non si fosse capito è stato anche un pretesto per ripassare qualche episodio passato. Due piccioni con una fava, come si suol dire.

Allora, abbiamo visto, alla fine dell’episodio sopracitato, che esiste anche l’avverbio meramente, che talvolta si può usare in alternativa all’aggettivo:

Ad esempio:

E’ una mera questione formale

Può diventare:

È una questione meramente formale

Abbiamo detto poi che mero, mera e meramente si usano come per dire “nient’altro che“, “non c’è altro“, come a voler circoscrivere o limitare il più possibile, a volte per far capire che non c’è alcun pericolo, o che non c’è un secondo fine, che si può stare tranquilli: niente paura.

Si usa quindi per sminuire qualcosa di importanza (non sono io a prendere le decisioni, io sono un mero esecutore).

A volte quindi meramente serve a rassicurare, altre solo per fare chiarezza, per non generare confusione, altre ancora per indicare purezza (es. il mero costo di un prodotto).

Ma – e veniamo all’argomento di oggi – esistono anche altri avverbi, perché non sempre l’obiettivo è uno di quelli appena descritti. Non solo, almeno.

Avrete capito che si tratta di un argomento valevole di approfondimento.

Allora lo vogliamo approfondire?

Se ad esempio voglio indicare una caratteristica unica, esclusiva, vale a dire che voglio sempre escludere tutto il resto, ma con l’obiettivo non di sminuire ma di esaltare questa caratteristica, o semplicemente isolarla, beh, allora voglio una cosa diversa rispetto a prima.

Non ha senso allora usare “meramente“. Posso però usare “squisitamente“.

Sapete che squisito è molto simile a buono, anzi “buonissimo”, se parliamo di cibo. Simile a delizioso anche.

Questo cibo è squisito!

E infatti anche “squisitamente” si può usare in cucina, per descrivere un piatto, una pietanza, qualcosa che apprezziamo:

Un piatto squisitamente delicato

Una pietanza squisitamente cucinata

Vogliamo esaltare una caratteristica: la delicatezza ad esempio, o la cucina. È un bel complimento.

Questo è uno degli utilizzi di squisitamente, che ci fa capire che apprezziamo qualcosa.

Allora, in senso figurato, possiamo usarlo anche per altre caratteristiche da esaltare, anche al di fuori della cucina.

Questo piatto ha un sapore squisitamente italiano

Il tuo accento è squisitamente British

La tua casa ha un aspetto squisitamente retrò.

Avrete notato che siamo abbastanza vicini anche a “tipicamente“, perché parliamo a volte di una caratteristica tipica, ma è qualcosa che spesso ci piace molto.

Non è detto che ci piaccia però.

Squisitamente, quando precede una caratteristica, può semplicemente voler dire “in modo del tutto caratteristico“. Non è detto che ci piaccia l’accento british o una casa dall’aspetto retrò.

Quindi è come “tipicamente”, ma ancora di più: molto tipicamente, una caratteristica incredibilmente tipica.

Questa tipicità può diventare unicità, per descrivere caratteristiche uniche, che non possono essere di altri, che non si possono descrivere diversamente.

Insomma si tratta di qualcosa di esclusivo.

Qui arriviamo ad un significato simile a solamente, soltanto, solo, esclusivamente, unicamente, che però sono avverbi “freddi”, che non trasmettono altro che il concetto di limitazione.

Perché insegno italiano? Per ragioni squisitamente legate al piacere di farlo.

La casa è crollata per motivi squisitamente tecnici. Nient’altro.

Sto sempre circoscrivendo, come se usassi esclusivamente, o semplicemente, o soltanto, solamente, ma do maggiore enfasi, senza sminuire però, perché non voglio sminuire, altrimenti userei “meramente” .

Esistono anche le questioni squisitamente teoriche, i motivi squisitamente personali, o un aspetto squisitamente sportivo, politico, tecnico e via dicendo.

In questi casi andrebbe bene anche “puramente“, che come si è visto in certe condizioni è anche però un sinonimo di meramente. Attenzione quindi.

Non sentitevi però obbligati ad usare un avverbio, perché infatti spesso sono intercambiabili. La scelta, all’inizio, cade sempre su solo, soltanto, solamente.

Al massimo, da un livello B1 in poi si usa “esclusivamente” o “unicamente“. Poi però si può sentire il bisogno di aggiungere qualcosa in più.

A volte vogliamo far chiarezza, altre volte rassicurare, altre vogliamo esprimere un piacere.

Ho dimenticato però di parlarvi di “prettamente”

Qui non c’è piacere. Non c’è neanche il senso di sminuire che troviamo in meramente.

Si usa in modo simile quando vogliamo indicare qualcosa di caratteristico, autentico, puro, tipico, anche con l’obiettivo di escludere altre possibilità:

Un’opinione prettamente personale

Come a dire: è solo mia. È riservata, è autentica, genuina.

Il termine “daje” è un termine prettamente romanesco.

È tipico, caratteristico della lingua romanesca. Non si usa altrove.

Dimmi tutte le informazioni su di te, iniziando da quelle prettamente anagrafiche

Anche qui siamo vicini al senso di solamente, solo e soltanto. Somiglia molto a “specificamente” perché si tratta di qualcosa di specifico.

Mi licenzio per questioni prettamente personali.

Allora come ci oganizziamo? Come ci dividiamo i compiti? Giovanni si occupa delle questioni prettamente tecniche. Luca si occupa invece delle relazioni pubbliche. Maria delle questioni prettamente economiche.

È ovvio che c’è meno “emozione” (passatemi il termine) rispetto a “squisitamente” e infatti prettamente ha un uso maggiormente tecnico, anzi direi “prettamentetecnico.

Altre volte invece squisitamente si usa per fare una distinzione più marcata. Prettamente esprime una specifica caratteristica, mentre squisitamente esclude meglio tutto il resto.

Bene. Dopo questa lunga disquisizione, che spero abbiate gradito, vi saluto.

Ringrazio i membri dell’associazione Italiano Semplicemente che hanno partecipato alle frasi di ripasso e saluti tutti.

714 Valevole

Valevole (scarica audio)

Valevole

Trascrizione

Giovanni: oggi, dopo l’ultimo episodio in cui abbiamo parlato del verbo valere, continuiamo a parlare di valore, e in particolare parliamo di “valevole“, un aggettivo che secondo me è valevole di approfondimento.

Valevole è un semplice aggettivo, che però i non madrelingua non usano mai perché in genere non amano avventurarsi ad utilizzare termini di cui non sono sicuri.

Ma Italiano Semplicemente serve proprio a questo, ad esplorare e fare chiarezza, e darvi coraggio e rendere facile ciò che ieri era difficile se non impossibile.

Allora, una cosa è valevole, quando “vale“.

Cioè? Vale in che senso?

Il valore può essere di diverso tipo. Non significa solo denaro. Non si parla di valore solo quando parliamo di soldi, quindi non solo in termini prettamente economici. Ho detto prettamente. Questo ve la spiego domani…

Ad esempio possiamo parlare di utilità, oppure di efficacia, o di validità.

Ma perché valevole non viene usato dai non madrelingua? Prima di tutto perché anche gli italiani non lo usano spessissimo questo aggettivo, e poi, particolare non trascurabile, perché valevole si usa insieme ad una preposizione semplice, che generalmente è la preposizione “di”.

Altre volte invece la preposizione è “per“.

Posso usare quella che voglio?

No, perché dipende dalla frase e da ciò che si intende dire.

Valevole per

Dunque valevole significa essenzialmente “che serve” , che ha valore, validità, efficacia per qualche cosa, per un fine, per un obiettivo, qualcosa che ci permette o che è utile per raggiungere un obiettivo.

Quando usiamo la preposizione “per“, valevole è molto vicino all’aggettivo “valido“.

il biglietto di un autobus è valevole per un solo giorno

Quindi questo biglietto è valido per un giorno, si può usare solamente in giornata, fino alle ore 24, il biglietto ha validità solamente in quel giorno. Dal giorno seguente non vale più, non è più valido, non è più valevole.

Ugualmente per un abbonamento.

Se invece sto cercando di sostenere un’idea, se sto cercando di dimostrare qualcosa, o di convincere una persona, o sto esponendo la mia opinione, posso cercare degli argomenti che mi aiutino per il mio scopo. Allora cerco gli argomenti più valevoli per il mio scopo.

Uso ancora la preposizione per. Infatti cerco gli argomenti più validi che possono aiutarmi.

Sempre di valore si sta parlando.

Anche nello sport si usa spesso valevole.

Infatti quando si disputa un incontro, quando si partecipa ad uja partita, o a una gara qualsiasi, questa competizione che valore ha? È importante?

È una partita di campionato? Allora è una partita valevole per il campionato.

È un incontro che mi può pernettere di diventare campione del mondo?

Allora è un incontro valevole per il titolo di campione del mondo.

Più semplicemente, se qualcosa vale, se ha valore per me, posso dire che è valevole per me. Anche in questo caso uso la preposizione per.

Valevole di

Vediamo adesso quando usare la preposizione “di“.

Voi adesso state pensando che questa è una lezione di grammatica?

Assolutamente no, altrimenti non stareste sorridendo.

Dunque vediamo qualche esempio con la preposizione di.

Innanzitutto qualcosa di interessante è qualcosa che è valevole di interesse. Molto semplice no? Lo stesso si può dire di qualcosa che è valevole di considerazione.

Si usa spesso anche “valevole di fiducia” che si usa quando si crede che una persona o un’idea o un progetto meritino fiducia.

In qualche modo si parla di aspettative, di fiducia che qualcosa andrà bene, quindi vale la pena accordare fiducia o interesse. Si parla spesso anche di futuro.

Valevole di” si usa infatti anche quando credete che sia il caso di fare qualcosa, quando credete valga la pena fare qualcosa, quando credete che sia conveniente fare qualcosa, soprattutto se questo “qualcosa” è semplicemente da prendere in considerazione, da approfondire, da studiare.

Crediamo che qualcosa sia interessante, o crediamo che potrebbe essere interessante approfondire un argomento, per i vantaggi che verranno.

Si usa spesso parlare di qualcosa valevole di studio, valevole di approfondimento, valevole di ulteriori ricerche, valevole di ulteriori analisi, valevole di analisi approfondite, valevole di considerazione.

È un aggettivo molto usato al lavoro e ovviamente nel campo della ricerca, dove si crede nel futuro, ma si può usare in molte occasioni in realtà, in modo molto simile a “vale la pena di“:

Ci sono molti argomenti valevoli di ulteriori approfondimenti.

Significa che vale la pena fare ulteriori approfondimenti. Vale la pena approfondire la conoscenza.

Così è più informale, più colloquiale. Se invece uso valevole, sono più professionale. È un linguaggio leggermente più formale. Inoltre “vale la pena” serve a evidenziare il verbo, l’azione, e anche le conseguenze negative, sebbene sopportabili. Invece valevole risalta il valore, un valore tale da meritare attenzione, considerazione, merito, approfondimenti eccetera.

Valevole di” è del tutto simile a “meritevole di” e anche a “degno di” ma quest’ultimo ha un contenuto spesso più morale:

Non credi che anche io sia degna delle tue attenzioni?

Questo quadro non è assolutamente degno di interesse

C’è un giudizio anche. Ricordate la locuzione “degnarsi di“?

A parte il fatto che “degno” si usa spesso con la negazione (Non sono degno di te), quando entra in campo il giudizio e la dignità stiamo in genere in situazioni diverse. Giudichiamo, quindi stiamo discutendo, magari vogliamo offendere, oppure parliamo di giudizi morali, di qualità personali.

Invece con “valevole di” vogliamo essere obiettivi, non dare giudizi personali tantomeno offendere e giudicare. “Meritevole di” sta in una posizione intermedia.

Con “valevole” il giudizio e la morale non c’entrano dunque. C’entra solo il valore, il merito e la convenienza, che possono fornire un’opportunità, una utilità futura.

Ho trovato un vaso etrusco. Chissà qual è la storia di questo reperto archeologico. Secondo me è molto interessante e valevole di ulteriori indagini.

Si dice che si impari di più mentre il corpo è in movimento. Credo che possa essere un argomento valevole di approfondimento.

Allora vale la pena approfondire! È importante per il futuro e gli svantaggi sono sopportabili o trascurabili.

Allora provate a passeggiare ed ascoltare i podcast di Italiano Semplicemente. Sapete che adesso sono anche su Spotify?

Sto iniziando infatti da qualche giorno a caricare su Spotify gli episodi audio di Italiano Semplicemente, che sono disponibili anche su Apple podcast.

Scusate l’inciso. Ma secondo me questa cosa era valevole di citazione per chi ama ascoltare i nostri episodi.

Adesso se volete possiamo esercitarci con qualche espressione valevole di ripasso, cioè che vale la pena ripassare, così nel futuro riuscirete a memorizzare e faticherete meno a usarle, avendolo già fatto centinaia di volte. Insomma il gioco vale decisamente la candela.

Marcelo: Accidenti a questi benedetti ripassi! Tante volte quando mi sento in vena di abbozzare qualche frase di ripasso, subito mi blocco, rendendomi conto di essere a corto di idee per un argomento valevole di interesse.

Olga: Ah sì, c’è una caterva di espressioni degne di nota, ma per essere rispolverate come si deve, serve un bell’argomento.

Harjit: Ma perché non ci lasciamo ispirare dall’elenco delle espressioni? Propongo di dare un’occhiata alla parola abbozzare. Prima Marcelo ha usato proprio abbozzare. Abbozzare un ripasso è come buttar giù un ripasso e magari poi gli si dà una sgrossata.

Hartmut: le eventuali magagne linguistiche le lasciamo correggere agli addetti ai lavori. Cioè ai madrelingua. Ma ricordiamoci anche dell’altro significato del verbo abbozzare che stranamente non ha nulla a che spartire con la bozza di un ripasso.

Ulrike: Ben detto Hartmut! Di questo altro significato del verbo me ne ricordo bene. Un mio amico italiano, da bambino era un po’ cicciotto e perciò, poverino, doveva subire dispetti e offese da parte dei suoi compagni di classe. Lui mi ha raccontato che sua madre gli consigliava sempre: non te la prendere con loro, abbozza, figlio mio, Prendi e vattene in silenzio, purché non ti picchino.

Peggy: Vale a dire che doveva sopportare gli insulti senza diffendersi, e ingoiare tutte le ingiurie. Allora aivoglia ad abbozzare!

Rafaela: Ma perché abbozzare sempre? Può darsi che questo lasciar correre, di far finta di niente, a volte sia una reazione da prendere in considerazione l, ma i bambini devono anche imparare a opporsi alle ingiurie e reagire. Così imparano a darsi una regolata questi sbruffoni.

Irina: ben detto. Imparare a giostrarsela da soli in certe situazioni aiuta a crescere. Poi al limite si chiama il fratello maggiore. Mica possono sempre cavarsela a buon mercato, questi bulli.

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