713 Valere e costare

Valere e costare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: c’è un uso del verbo valere che sicuramente gli studenti di lingua italiana conoscono poco. Infatti valere solitamente è associato al valore, specie quello economico.

La mia auto vale 12000 euro.

Ma non c’è solo questo utilizzo.

Vale assolutamente la pena approfondire la questione.

No, non è questa espressione l’argomento di oggi. Comunque ci sono andato vicino, siamo lì perché parlo dell’uso transitivo del verbo valere.

Infatti quando “vale la pena” fare qualcosa significa che conviene fare questa cosa, anche se ogni azione ha un costo, anzi, una “pena”, intesa nel senso di fatica, o comunque come effetti negativi legati all’azione.

C’è anche un’altra espressione:

Il gioco vale la candela

Con senso assolutamente identico, che però in genere si usa con la negazione (il gioco non vale la candela) per esprimere la propria contrarietà a compiere un’azione, o meglio la contrarietà a fare un sacrificio perché non farà ottenere un risultato positivo soddisfacente, proporzionato.

Oppure il famoso detto:

Parigi val bene una messa.

Che sta a significare che vale la pena sacrificarsi per ottenere qualcosa di grande valore.

Ultimamente il termine sacrificio ricorre spesso nei nostri episodi, ci avete fatto caso?

Andiamo avanti comunque.

Si parla sempre di convenienza, di qualcosa che ha un senso fare, cioè si tratta di qualcosa di utile.

Più in generale, possiamo usare il verbo valere per indicare che qualcosa può procurare un certo guadagno o risultato positivo, può fruttare un guadagno. Un’azione che permette di ottenere un risultato. Anziché usare “permettere di ottenere” o “fruttare” o “procurare” si può usare valere, seguito dal risultato, in genere positivo, ma non necessariamente.

Si usa prevalentemente al passato.

Le cinque vittorie consecutive mi valsero il primo premio.

Il suo gesto gli valse il plauso della cittadinanza.

Questa vittoria potrebbe valere il titolo di campione d’Italia.

L’ordine è questo: azione, poi valere e poi il risultato. Si può usare riferito ad una persona (mi valse, gli è valso ecc.) oppure, come nell’ultimo esempio, riferito a qualcosa che ha un valore.

Questa vittoria vale lo scudetto

Le numerose bugie che diceva sempre gli valsero il soprannome di Pinocchio.

Quest’ultimo è un utilizzo piuttosto negativo. Il fatto di dire sempre bugie ha portato, come effetto, il fatto che venne soprannominato Pinocchio.

Pinocchio, per chi non lo conoscesse, è un burattino di legno al quale cresceva il naso quando raccontava bugie.

Ogni bugia gli valeva qualche centimetro di naso in più

C’è da dire che più spesso, quando il risultato è negativo, si preferisce usare il verbo “costare“.

Ogni bugia gli costava qualche centimetro di naso in più

Il verbo costare si usa in questo caso in senso figurato, nel senso di comportare dure conseguenze.

Un altro esempio:

Il tuo atteggiamento strafottente ti costerà caro.

Questa sconfitta potrebbe costarti lo scudetto.

Il tradimento a sua moglie gli è costato il matrimonio.

Vedete che “costare” implica il pagamento di un “prezzo”, che è appunto ciò a cui si rinuncia a seguito dell’azione, quindi la conseguenza negativa.

“Pagare un prezzo” infatti ha anche un senso fugurato.
Il tuo gesto l’hai pagato a caro prezzo!
Quando le conseguenze di un’azione sono negative, posso, come visto prima, anche usare il verbo valere, ma è meno adatto rispetto a costare.
La tua mancanza di voglia di studiare ti è valsa la bocciatura.Sicuramente è preferibile dire:

…ti è costata la bocciatura.

Credo sia abbastanza per oggi che ne dite?

Un esempio in più potrebbe costarmi qualche lamentela o mi varrebbe un ringraziamento?

Aggiungo solamente che a volte si usa la preposizione per

Es:
Una vittoria che vale per lo scudetto.

Vincendo si fanno punti che valgono per la classifica

Oppure:

Un esame che mi è valso per ottenere la laurea

In questi casi non è sempre la stessa cosa. Una vittoria che vale per lo scudetto non è detto sia la vittoria che da sola permette di vincere lo scudetto.

Spesso vale esprime semplicemente qualcosa di molto importante, che ha un certo valore, ma non è detto sia determinante.

Non è detto sia cioè la vittoria che valse lo scudetto.

Si esprime utilità, qualcosa di vantaggioso per raggiungere uno scopo, simile a servire, anche senza la preposizione per:

I tuoi sforzi non valsero a nulla;

Le ripetizioni valgono a migliorare la pronuncia

Mariana: Cosa sarebbe la lingua italiana senza il verbo fare? L’ultimo episodio di Italiano Semplicemente, il numero 712, per inciso, fa sì che noi non madrelingua possiamo farci capire benché ci manchino a volte alcuni verbi. Bell’episodio, come sempre ben fatto.

Peggy: a me fa un po’ strano veramente usare il verbo fare in questo modo, però senza dubbio fa molto italiano.

Ulrike: Il verbo fare non è che sia difficile da capire, ma occorre fare alcuni distinguo. A volte infatti mi ha dato del filo da torcere. Ricordo ancora quando ho avuto a che fare con la locuzione “avere un fare” Insomma ci vuole tempo, ma va bene così.

Harjit: si, va bene, fatto salvo se, come me, hai una certa fretta. Io devo andare in Italia a lavorare tra un paio di anni. Devo assolutamente imparare a esprimermi come si deve. Fortunatamente ho deciso di iniziare per tempo a studiare la lingua italiana. Non sia mai che poi io debba ricorrere ad un corso accelerato.

Marcelo: hai fatto benissimo. Anche a me non piace ridurmi all’ultimo.

Hartmut: per fare una capatina a Roma da turista può andar bene anche un corso qualsiasi per principianti, ma tu, Harjit, puoi fare di necessità virtù con Italiano Semplicemente.

Rauno: ben detto Hartmut!

712 Fa molto italiano

Fa molto italiano (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: sapete cosa fa molto italiano?

Mangiare la pasta fa italiano. Non c’è dubbio.

Anche mangiare la pizza fa molto italiano. Ancora di più, parlare a voce alta fa italiano, ma anche vestire alla moda.

Ma qual è la cosa che fa più italiano fra tutte?

Pensateci, nel frattempo voglio chiarire questo uso particolare del verbo fare che ho utilizzato più volte finora in questo episodio.

Se qualcosa “fa italiano“, significa che fa sembrare italiano.

Ma non si usa solo per sembrare italiano, ma va bene ogni volta che un certo comportamento, una certa azione, rispecchia delle caratteristiche, caratteristiche che ci fanno pensare a qualcuno, o a una categoria di persone, come anche ad un popolo, come quello italiano, appunto.

Vediamo altri esempi in cui il verbo fare si usa in questo modo:

Oggi volevo indossare dei pantaloni bianchi. Mia moglie però dice che fa troppo uomo di destra, e allora ho preferito non discutere e ho indossato un paio dj jeans.

Somiglia, se vogliamo, al verbo “rendere“, o “somigliare” oppure somiglia a “fa pensare a“.

Es:

Alzare il dito mignolo quando si beve fa molto persona di poca classe.

Quindi se avete un bicchiere in mano e bevete, o anche una tazzina di caffè o una tazza di tè se quando impugnate e sollevate il bicchiere, la tazzina o la tazza, sollevate anche il dito mignolo, si dice che questo sia segno di maleducazione.

Molti in realtà credono che sia segno di nobiltà, ma questo è sicuramente un falso mito. Quindi fa molto maleducato se alzate il dito mignolo in queste occasioni.

Si può dire anche che dà l’idea di una persona poco ben aducata.

Ho un amico che a pranzo mangia spesso hamburger e patatine perché fa molto americano.

Ne ho un altro che indossa sempre una sciarpa kefiah, ché fa parecchio uomo di sinistra.

Mia moglie è una maniaca dello shopping, ma lei mi dice sempre che non mi devo lamentare perché fa molto donna, e questo ha vantaggi e svantaggi.

Ora devo sottolineare una cosa: so che per un non madrelingua non è normale non usare articoli, ma questo invece accade spesso nella lingua italiana. Questo è proprio uno di quei casi.

Quindi “mangiare pasta fa italiano” , e non “fa un italiano” o “fa l’italiano”.

Comunque potete sbizzarrirvi come volete nell’usare il verbo fare in questo modo.

In precedenza abbiamo visto due espressioni che sono legate a questo uso del verbo fare. Mi riferisco a “mi fa strano” e “mi fa specie“. Anche in questi casi abbiamo il verbo fare, che indica però una sensazione personale: “mi sembra strano” in quei casi. Date un’occhiata ai due episodi se non ricordate.

Stavolta non c’è il pronome davanti, perché si tratta di cose che tutti conoscono, si tratta di caratteristiche che sono notoriamente associate ad una categoria. E allora perché mettere il pronome personale?

È interessante, se facciamo ricerche sul web, perché si scoprono caratteristiche tipiche di categorie di tutti i tipi.

Cosa fa molto tedesco? Si scopre che scrivere le parole attaccate fa molto tedesco.

Invece chiamare il classico cornetto col nome di “croissant” fa troppo francese. Forse per questo motivo al nord Italia si preferisce croissant a cornetto.

A proposito. Mangiare la polenta fa molto persona del nord.

Parlare di cinema fa molto persona di cultura.

Mariana: hai intenzione di continuare all’infinito? Non è che siamo così duri di comprendonio noi.

Peggy: Credo che se Gianni ha fatto così sicuramente avrà un suo perché. A mio avviso, gli esempi facilitano soltanto la nostra comprensione, a prescindere dall’argomento su cui verte l’episodio. In nessun caso comunque un esempio in più può cagionare danni.

Anthony: Giovanni ci ha fatto un appello a dargli manforte a comporre un ripasso. Scusatemi che mi ha colto un attimo alla sprovvista. Ma adesso mi sono rimesso in sesto e sono pronto per seguire sulla falsariga di Peggy con una bella frase da aggiungere al ripasso di oggi.

Ulrike: Vai a capire, benedetta Mariana, cos’hai contro gli esempi! Guarda la sostanza e non la forma! A cosa serve la spiegazione del significato di una parola se non sei in grado di destreggiarti nel suo uso comune? Per la cronaca, se volete sapere la mia opinione, più esempi vi sono, meglio è.

711 Una soluzione di ripiego e ripiegare

Una soluzione di ripiego e ripiegare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: ecco un altro verbo che inizia con ri.

Il verbo ripiegare è quello di cui ci occupiamo oggi.

In realtà avevo un’idea diversa, infatti la mia intenzione era di fare un altro episodio che avevo in mente, ma siccome l’ho dimenticato, ho dovuto ripiegare su un altro argomento.

Proprio questo è l’uso principale del verbo ripiegare. Significa rinunciare all’obiettivo principale o all’obiettivo massimo e così scegliere un secondo obiettivo.

In questi casi posso usare anche altri verbi simili. Infatti, quando scelgo un secondo obiettivo, o a una seconda soluzione, sto ricorrendo ad un secondo obiettivo. Questo però è il verbo ricorrere, che abbiamo già visto tra i verbi professionali.

Come abbiamo visto, anche ricorrere, sempre per la presenza di questa doppia lettera ri, si utilizza in circostanze simili.

Ripiegare però, a differenza di ricorrere, si utilizza non per risolvere un problema, ma semplicente dobbiamo rinunciare (un altro verbo con ri) al primo obiettivo e accontentarci del secondo in ordine di importanza.

In questi casi si parla anche di “soluzione di ripiego“, che è appunto la soluzione, o la scelta che sostituisce la prima a cui rinunciamo.

Se la soluzione À non è disponibile, si ripiega sulla soluzione B.

Vediamo qualche altro esempio?

A Giovanni piaceva Maria, ma Maria amava Giuseppe, così Giovanni dovette ripiegare su Lucia.

Lucia, evidentemente, era meno attraente rispetto a Maria, almeno agli occhi di Giovanni.

Giovanni voleva Maria, ma si dovette accontentare di Lucia e così fece: ripiegò su Lucia.

Anche Lucia però era innamorata di Giuseppe, che però ricambiava i sentimenti di Maria, così a Lucia non restò che ripiegare su Giovanni.

In pratica, sia Giovanni che Lucia rappresentano una soluzione di ripiego l’uno per l’altro.

Che tristezza… 🙂

Di solito, in questi casi, si sente spesso parlare anche di “seconda scelta” oltre che di “soluzione di ripiego”.

Vi devo dire però che “seconda scelta” è più un concetto commerciale, relativo a prodotti di minore qualità. Ne parleremo meglio nella rubrica che si chiama proprio Italiano Commerciale.

Torniamo invece a ripiegare e alla soluzione di ripiego.

Il termine “ripiego” viene usato anche da solo per indicare una soluzione alternativa.

Per ripiego infatti si intende una soluzione di emergenza o un rimedio, in genere inadeguato. Potremmo chiamarlo a volte un compromesso non molto soddisfacente.

Cercando tra gli episodi precedenti, c’è l’episodio in cui abbiamo parlato di uno strumento “di fortuna“. Ricordate?

Beh in quel caso siamo proprio in una situazione di emergenza e dobbiamo usare ciò che abbiamo in quel momento.

Quando invece usiamo ripiegare e la soluzione di ripiego non è detto che siamo in emergenza. Semplicemente il primo obiettivo è sfumato e allora ripieghiamo sul secondo. Sempre meglio che niente.

Certo, tutti si stanno accontentando, non sono quindi ugualmente soddisfatti, perché a Giovanni piaceva molto più Maria che Lucia ma, suo malgrado, deve ripiegare su Lucia. Così come Lucia, che a sua volta, non potendo avere Giuseppe, ripiega su Giovanni.

Si usa la preposizione “su”.

Perché proprio su?

Cosa importa? Usatela e basta. Su, ragazzi, lo sapete che di grammatica non parliamo qui.

Scherzi a parte,

Vediamo altri esempi:

Le vongole costavano troppo quest’anno, per fare la pasta a capodanno abbiamo dovuto ripiegare sui lupini, che sono più economici, ma anche più piccoli e dal sapore più dolce rispetto alle classiche vongole.

Con questo Covid, molti ristoranti non hanno potuto ospitare clienti nei loro locali e hanno dovuto ripiegare sull’asporto.

L’asporto è ciò che avviene quando cibi e bevande vengono consumate fuori del negozio di vendita.

Ripassiamo adesso:

Anthony: Da qualche tempo a questa parte seguo un sito che si chiama italiano semplicemente. Tu che studi l’italiano, ce l’hai presente?

Marcelo: Ma, scusami, a che pro mi dici questo? Non mi risulta tu che sia mai stato interessato ad approfondire la conoscenza di questa lingua in modo diverso da quello classico, che prevede esclusivamente lo studio della grammatica. Comunque si, lo conosco e lo seguo di buona lena.

Mary: anche io lo seguo e il momento della mia iscrizione è stato il momento topico del mio percorso di apprendimento. Ma mi fa specie che proprio adesso tu voglia sacrificare il tuo libro di grammatica.

Anthony: diciamo che ho visto che fate molti progressi con questi brevi episodi. Dunque credo di aver cambiato idea e credo di averne ben donde. Infatti gli episodi si prestano bene a chi ha il tempo risicato come me.

Edita: Non posso darti torto. Il sito però contiene anche episodi più lunghi.

Ulrike: per inciso, laddove non siate convinti, non dimentichiamo che esiste anche il gruppo whatsapp dei membri dell’associazione.

Peggy: ah si infatti questo mi sconfinfera molto. Gianni, il creatore del sito insieme a tutto il cucuzzaro, non solo ti danno manforte nel caso di dubbi linguistici, ma fioccano anche le battute

Irina: a me la grammatica piace, a volte però mi dà troppo filo da torcere. Ad imparare si fa comunque prima col metodo proposto dal sito. E poi è più divertente. Poi si conoscono tante persone.

Harjit: giusto. Poi ci occupiamo anche del linguaggio professionale. Così puoi unire l’utile al dilettevole.

Chris: Su questo non ci piove.

Giovanni: ah, non vi ho detto gli altri significati di ripiegare. Va bè dai, fa niente. Un’altra volta.

710 Benedetto, ben detto e ben fatto

Benedetto, ben detto e ben fatto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: abbiamo già parlato di ben. Giusto?

In quell’episodio, tra le altre cose, ho utilizzato anche un’esclamazione:

Ben detto!

Che si usa quando si approva una affermazione con entusiasmo e soddisfazione, specie quando ce n’è veramente bisogno. Spesso poi si accompagna questa esclamazione con un’espressione del viso di compiacimento. Vale a dire che si esprime gradimento, si mostra e si sente un’intima soddisfazione.

Tutto questo però non l’avevo detto!

Meglio tardi che mai allora!

Se ad esempio sono stato licenziato, se cioè ho perso il lavoro, posso dire:

Non mi devo abbattere, devo mettermi subito a cercare un altro lavoro!

Qualcuno, che mi vuole bene ed apprezza le mie parole può dire:

Ben detto! Bravo, così mi piaci!

Che è un po’ come dire: è lo spirito giusto da avere in questi casi! Approvo pienamente ciò che hai detto.

Similmente si utilizza anche “ben fatto“:

Mio marito mi ha tradito e io sai cos’ho fatto? L’ho cacciato di casa!

Io, che sono tuo amico rispondo:

Ben fatto! Così impara ‘sto stronzo!

Oh, scusate, mi sono lasciato andare!

Notate che non c’è alcun verbo davanti. Se ci fosse, sarebbe il verbo avere:

Hai ben fatto!

Ma, generalmente, quando si mette il verbo avere, si inverte:

Hai fatto bene!

Hai fatto bene a lasciarlo!

Avete fatto bene a fare questo

Secondo te ho fatto bene a farlo?

Ma un conto è comunicare un concetto, un altro conto è comunicare un’emozione:

Ben fatto!

C’è approvazione, ma anche sostegno, entusiasmo. C’è emozione.

Che ne dite se adesso cambiamo il verbo ausiliare?

Questo lavoro è veramente ben fatto!

Adesso essere è il verbo usato.

Beh, questa frase è da leggere un po’ diversamente, cioè:

Questo lavoro è fatto veramente bene, è ben fatto. Anche qui se usiamo prima ben e poi fatto, c’è più emozione e coinvolgimento rispetto a “fatto bene”.

Torniamo a:

Ben detto!

Cioè: hai detto proprio bene, approvo pienamente ciò che hai detto. C’è entusiasmo e soddisfazione anche in questo caso.

Invece “hai detto bene” può indicare ugualmente una approvazione (con poco entusiasmo in genere) ma più spesso si usa quando qualcosa è corretto, è giusto, quando non ci sono errori:

Dico bene?

Sto dicendo bene?

Hai detto bene, nessun errore!

Per “hai fatto bene” vale lo stesso discorso.

Bene.

Adesso, dopo “ben detto” , passiamo a benedetto.

Notate per prima cosa che la prima “e” è chiusa e non più aperta. Sono tutte chiuse in realtà, anche se nel nord Italia spesso si sentono e aperte, specie la seconda e.

Ciao, mi chiamo Benedètta!

Benedetto comunque non c’entra proprio nulla con “ben detto“, questo lo avete capito già.

Tra l’altro è un’unica parola.

Infatti Benedetto, oltre ad essere un nome maschile (come anche Benedetta, che è un nome femminile) – e si scrive con l’iniziale maiuscola in questo caso – è anche un aggettivo.

Ha a che fare con le benedizioni, certamente. Anche questo lo sapete già.

In chiesa c’è l’acqua benedetta, ad esempio (o almeno prima del COVID c’era). Anche l’ostia è benedetta, perché rappresenta il corpo di Cristo.

Tutte cose che già sapete naturalmente.

Ma in senso figurato, l’aggettivo benedetto e benedetta si usano tantissimo nel linguaggio comune.

Infatti si utilizza generalmente per esprimere un affettuoso rimprovero, oppure quando si vuole evitare di dire parolacce, ma facendo capire chiaramente che c’eravamo quasi…

In questo caso l’affetto non c’entra granché!

Vediamo se sapete distinguere.

Vi faccio qualche esempio.

Un professore chiede a uno studente:

Oggi sei preparato? Vorrei interrogarti.

Lo studente dice che non ha potuto studiare e chiede di spostare ad un’altra occasione.

Il professore:

Ma, benedetto ragazzo, sono già tre volte che rimandiamo. Quando deciderai di metterti a studiare?

Allora? Rimprovero affettuoso o incazzatura mitigata?

Si tratta di un rimprovero affettuoso. Il professore rimprovera, sgrida il ragazzo ma lo fa con affetto, senza essere duro, senza punirlo o maltrattarlo. Se ci fosse solo affetto direi “caro ragazzo“.

Qusto professore probabilmente avrebbe potuto usare parole diverse, ben più pesanti e per niente affettuose:

Ma porca miseria! È già la terza volta!

È solo un esempio.

Secondo esempio:

Esco di casa con la solita fretta e come sempre c’è traffico.

All’ennesimo semaforo rosso che mi scatta sotto gli occhi dico:

Uff… Questi benedetti semafori! Sempre rossi mi capitano!

Lo so, vorremmo dire di peggio, ma stavolta ci tratteniamo.

Questo non è ovviamente un rimprovero affettuoso ma una leggera irritazione. Magari c’è qualcuno vicino a noi e non vogliamo mostrarci isterici di prima mattina!

In quest’ultimo caso al posto di benedetto potrei sbizzarrirmi con altri termini:

Ma guarda tu! Tutti rossi mi capitano!

Questo caspita di semaforo rosso!

E che cacchio!

Che diamine! Proprio adesso che ho fretta!

Questo cavolo di semaforo!

Avtrete notato che ho evitato termini ben peggiori!

Allora, ho fatto bene a fare un episodio di questo tipo?

Karin: veramente ben fatto direi, ma, benedetto presidente, so che sacrifichi il tuo tempo per il meglio di tutti noi, ma i due minuti sono passati da un bel pezzo.

Peggy: ma io mi domando e dico: a che pro criticare? Me lo vuoi fare un favore? Anziché dire castronerie, abbi la bontà di tacere. Per quello non c’è bisogno di imparare una lingua!

Sofie: ben detto Peggy! Gli hai dato un benservito bell’e buono! D’altronde ti ha fornito un assist perfetto criticando Giovanni. Tra l’altro lui non ha raccolto la provocazione. Un vero signore, no?

Ulrike: a me la vostra sembra una reazione un po’ sopra le righe. Cosa avrà detto mai Karin di così offensivo? A cosa si deve tanta acredine?

Irina: Acredine? Proprio a ridosso della fine dell’episodio te ne esci con le parole nuove? Sei proprio senz’appello! E dire che avevo quasi capito tutto…

709 La vogliamo dire la verità? Come dare enfasi

La vogliamo dire la verità? Come dare enfasi (scarica audio)

Enfasi

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di un argomento molto interessante: come dare enfasi, ciò come enfatizzare, sottolineare, dare rilievo, mettere in risalto un particolare elemento di una frase. Questa è una cosa difficile da fare per un non madrelingua, che normalmente sta più attento ai singoli termini della frase, a non sbagliare i verbi e alla preposizione giusta da usare.

Oggi non ci occupiamo di tutti i modi che esistono per dare enfasi, considerato che questo è un episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente” ma di uno di questi modi.

Dunque, ciò che vogliamo fare è enfatizzare qualcosa in una frase, quindi vogliamo porre in rilievo, cioè mettere in rilievo un elemento della frase.

Lo possiamo fare attraverso la posizione da dare, nella frase, a ciò che vogliamo enfatizzare.

Ad esempio se devo dire a mio figlio che deve sbrigarsi a fare le valigie potrei dirgli:

Le facciamo queste valigie?

Vogliamo farle queste valigie o no?

In pratica ciò che facciamo è mettere ciò che vogliamo enfatizzare nella frase alla fine, mentre all’inizio mettiamo un pronome o una particella (lo, la, li, gli, le, ne, vi, ci) prima o dopo il verbo.

Possiamo farlo col soggetto, come negli esempi visti sopra, oppure con un complemento o altro.

Facendo questa operazione diamo enfasi, mettiamo in risalto ciò che spostiamo alla fine, e i motivi possono essere diversi.

Magari siamo stanchi di ripetere sempre la stessa cosa:

Es. Se qualcuno mi dice:

Che significa dare enfasi?

Io potrei rispondere:

L’ho già detto cosa significa!

L’ho già spiegato questo!

Non è una risposta molto gentile questa.

Oppure sono arrabbiato, oppure voglio stimolare il mio interlocutore a fare qualcosa, voglio incitare una persona, la voglio spingere a fare qualcosa.

Stiamo attenti a quando usiamo questa tecnica perché potremmo risultare poco cortesi, o sembrare irritati quando non lo siamo in realtà.

Es:

Se mia madre mi dice di andare a fare i compiti ed io li ho già fatti, posso rispondere:

Ho già fatto i compiti

Farò domani i compiti

Oppure:

Li ho già fatti i compiti!

Li faccio domani i compiti

Oltre al tono che uso, mettere il pronome “li” davanti enfatizza la risposta, e questo si fa sempre per qualche motivo. Non è detto, ma potrei essere scocciato, irritato nel dover rispondere a una domanda che ritengo inopportuna o fastidiosa.

Attenti quindi. Anche il tono è importante naturalmente. Si usa spesso anche nelle domande.

Vediamo altri esempi:

Che ne dici se quest’anno in vacanza andiamo in Calabria?

Una normale risposta può essere:

siamo stati già molte volte in Calabria

ci siamo già stati molte volte in Calabria!

Oppure, se siamo in fila dal salumiere e una persona non rispetta la fila e vuole passare avanti:

La vuoi rispettare questa fila?

Oppure (attenti) con tono ironico:

La vogliamo rispettare questa fila? Ne ho già tanti di problemi!

Stavolta lo abbiamo fatto ben due volte, con “la” e con “ne”.

Questo è un invito, non troppo cortese, a rispettare la fila.

Se c’è un’auto troppo lenta davanti a noi e questo ci dà fastidio, potremmo abbassare il finestrino e urlare (non fatelo!)

Allora, ci vogliamo dare una mossa?

Ancora peggio:

Ce la vogliamo dare una mossa?

Se nostro figlio non studia abbastanza:

Lo vogliamo aprire questo libro ogni tanto?

Lo vogliamo fare qualche esame?

Vedete che spesso, se vogliamo anche fare un filo di ironia, si usa la prima persona plurale (noi) quando invece dovremmo usare la seconda singolare (tu) o plurale (voi). Ma possiamo ugualmente dire, più seriamente:

Vi volete sbrigare?

Ti vuoi dare una mossa? Sono due ore che sto aspettando.

Te la vuoi dare una mossa?

Vuoi fare qualche esame o no?

Glieli vuoi restituire i soldi a tua sorella? Te li ha chiesti già due volte.

I più attenti avranno notato che si tratta anche di domande cosiddette retoriche, perché non sono vere domande. Date un’occhiata all’episodio dedicato alle domande retoriche se non lo ricordate bene. È uno dei primi della rubrica.

Un’altra volta vedremo anche gli altri modi per dare enfasi. Questo secondo me è il più interessante e utile per i non madrelingua.

Allora adesso mi rivolgo ai membri dell’associazione:

Lo vogliamo fare questo ripasso?

Non vi arrabbiate, non volevo essere scortese. Era solo per usare un’ultima volta questo modo per dare enfasi. Non me ne volete.

Peggy: uff, che pizza! Facciamolo, facciamolo, e non preoccuparti ché sarebbe inutile arrabbiarsi con te. Avrai sicuramente la grazia di non criticare i nostri tentativi di ripasso.

Rauno: mmm, non so a voi, ma a me questa sembra una risposta sibillina.

Marguerite: forse Peggy voleva solo ripassare un episodio che abbiamo un po’ trascurato perché a volte è difficile trovare il giusto contesto per farlo. Non credo abbia reagito così per ripicca.

Giovanni: beh a volte bisogna fare uno sforzo in più. Ci si aspetta questo dai membri dell’associazione. Qualunque pretesto è benaccetto. Questa è, passatemi il termine, una regola dei ripassi.

Irina: dopo la chiosa del nostro presidente, dobbiamo dimostrargli che siamo pronti a sottostare alla regola di cui sopra.

Hartmut: ben detto! Smarchiamoci da ogni sospetto di mancanza di disciplina.

708 A che pro?

A che pro? (scarica)

Video YouTube con sottotitoli

A che pro

Trascrizione

Giovanni: abbiamo già fatto un episodio che riguarda “perché” , giusto? Anzi ne abbiamo fatto più di uno. Il primo ha riguardato la differenza tra perché e poiché, mentre nel secondo ci siamo occupati di “come mai“. Poi ce ne sono anche altri.

Oggi ne facciamo un altro.

Voi potreste chiedermi:

A che pro farne un altro?

A che pro fare un altro episodio sul termine perché, visto che già ne abbiamo fatto più di uno?

Lo avete già capito, rispondo io, allora a che pro dare una spiegazione?

In realtà, qualcosa da dire c’è ancora. Perché la locuzione “a che pro” è vero che può sostituire “perché” in alcuni casi, ma la questione è più complessa.

Bisogna spiegare bene il termine “pro” che abbiamo già incontrato in un’altra locuzione. Sto parlando di “pro-forma“. Qui è una preposizione, e come tale in genere ha un significato simile a “in favore” o” a favore“. In pratica pro è l’opposto di contro, e si usano spesso insieme:

Tu sei pro o contro la nuova legge?

Io voterò contro il governo, ma molti votano pro.

Pro e contro stanno spessissimo insieme in una frase, anche quando diventa sostantivo:

Bisogna considerare il pro e il contro di una soluzione.

Abbiamo valutato tutti i pro e tutti i contro della nostra scelta?

Cioè abbiamo considerato tutti i vantaggi e tutti gli svantaggi? Pro sta per vantaggi, benefici.

Oltre a pro-forma, ci sono altre locuzioni molto comuni, come promemoria, pro-capite, pro-tempore e in questi casi ha un significato analogo a “per“.

Anche quando fate una donazione, la fate a favore di qualcuno, quindi ad esempio una donazione pro-bambini abbandonati, cioè la fate per questi bambini, a loro favore.

In questi casi comunque è molto più comune usare “a favore di” e “in favore di”.

Fare una donazione a favore di Italiano Semplicemente

Quando invece usiamo la locuzione “a che pro“, in una domanda, non si parla propriamente di benefici, ma di ragioni, motivi.

A che pro la usiamo soprattutto quando non capiamo per niente il motivo, l’obiettivo di un’azione.

Spessissimo c’è anche una nota polemica quando usiamo “a che pro“. In realtà crediamo che non ci sia un motivo valido e che quella scelta abbia soltanto conseguenze negative.

Senza questa nota polemica si potrebbe anche dire “per avere quali benefici?”

Altrettanto usate sono:

A che scopo

A quale scopo

Ma si usano anche:

Qual è il motivo per cui…

Per quale ragione…

Vediamo qualche utilizzo dell’espressione “a che pro” dalle notizie di oggi.

Continuiamo a produrre infinite quantità di plastica, ma a che pro lo facciamo? Non abbiamo un pianeta di riserva in cui andare.

Alcuni virologi, cioè esperti di virus, hanno in questi giorni realizzato una canzoncina a favore dei vaccini. Ma molti si chiedono: a che pro rovinarsi la reputazione? Studiosi seri, medici affermati, che si sono prestati a fare una canzoncina da bambini. A che pro l’hanno fatto?

Per chi è interessato, la canzone si chiama “Sì sì vax”. La trovate su YouTube.

Ovviamente i virologi sono pro-vaccino, e avranno sicuramente valutato pro e contro quando hanno preso questa decisione.

Adesso ripassiamo.

Mariana: bene. Io sono decisamente pro-ripasso. Ne va della memorizzazione delle espressioni precedenti.

Marcelo: io invece sono contro. È vero che coi ripassi si memorizza di più, ma in compenso senza ripassi ho più tempo libero

Peggy: sarà! Io intanto, vuoi per restare sul pezzo, vuoi perché sono molto curiosa, per non saper né leggere né scrivere, mi vado a ripassare la lezione che verte sulla locuzione “ne va“.

Ulrike: Il che significa che anche tu Peggy dovevi prendere contezza che l’espressione “ne va dicorreva il rischio di passare in cavalleria? Non sarebbe niente di trascendentale, dato che dal momento della pubblicazione dell’episodio a questa parte, Gianni ci ha offerto una caterva di altre espressioni. Non dobbiamo abbatterci, tantomeno però dobbiamo sgarrare con i ripassi, anzi, secondo me diventano sempre più importanti.

707 Tipico, topico e saliente

Tipico, topico e saliente (scarica)

Trascrizione

Giovanni: dunque, questo è un tipico episodio di Italiano Semplicemente, in cui cercherò di farvi conoscere qualcosa della lingua italiana. È un tipico episodio anche della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, in cui non riuscirò a rispettare la durata promessa.

Hartmut: Ma questo è anche normale, essendo tu un tipico italiano, che non rispetta le regole. Si direbbe quasi che a stabilirle sia stato qualcun altro…

Giovanni: abbiate pazienza.

Cosa imparerete in questo episodio? Allora siccome tutti conoscete già il significato di tipico, dovrò concentrarmi su un termine simile ma poco conosciuto da chi non mastica italiano quotidianamente. Parlo del termine “topico“.

L’uso prevalente è quando parliamo di tempo.

In particolare, l’aggettivo topico si usa per qualificare quasi sempre un momento, oppure un minuto, un’ora, una giornata.

Un momento topico

Un minuto topico

Un’ora topica

Una giornata topica

Si tratta di un momento importante, decisivo, cruciale, risolutivo per ciò che accadrà dopo, cioè per gli sviluppi successivi.

Mary: dunque è un momento in cui cambiano le cose, un momento di svolta, se vogliamo.

Giovanni: esattamente. Si usa molto nello sport, nel descrivere i momenti salienti di una partita, i momenti in cui accadono le cose più importanti della gara.

Anche una serata tra amici può avere il suo momentilo topico, quello più importante, magari quello in cui accade qualcosa che cambia l’andamento della serata.

Lo stesso si può dire del momento topico di un film. E se perdiamo il momento topico di un film non capiamo nulla.

Possiamo parlare anche di momenti salienti, con lo stesso significato, che si tratti di un film, una serata, una partita o qualsiasi altro evento.

Solo che i momenti salienti sono generalmente più di uno, ed inoltre tante cose diverse possono essere salienti.

Il significato di saliente è anch’esso legato all’importanza, quindi significa notevole, rilevante, oltre che usarsi prevalentemente al plurale: i fatti più salienti di un periodo storico; i punti salienti di un discorso; i tratti salienti di una persona, le caratteristiche salienti di un’opera eccetera.

Se parlo di tempo, posso dire

le fasi più salienti di una gara

O

I momenti salienti di un film

Ma il momento topico è generalmente uno solo, ed è quello in assoluto più importante, quello cruciale. Poi, se un momento è topico, è perché da quel momento le cose cambiano. È un momento determinante per questo motivo. Per questo non è adatto per descrivere altre cose al di fuori della dimensione temporale.

Ma perché topico? Da dove viene questo termine?

Topico viene dal greco topos, che significa luogo, e per questo motivo l’aggettivo topico si usa ad esempio per indicare dei medicamenti da applicare su determinate aree del corpo, tipo le creme antidolorifiche, che sono appunto di uso topico, vanno quindi applicate localmente, sul “luogo” del corpo che fa male.

Ma per luogo si può intendere anche un argomento, un tema, una argomentazione.

E infatti la topica, nella retorica classica, è la ricerca di argomenti generici a cui si può fare ricorso per una determinata dimostrazione, per esporre le proprie tesi, su un certo argomento, per convincere, per persuadere, per insegnare.

Allora topico indica il mezzo dialettico con cui condurre un’argomentazione. Più in generale si definisce topico tutto ciò che riguarda l’arte topica.

Ci sono allora gli scritti topici di Aristotele.

Ma allora perché topico oggi si usa soprattutto per indicare un momento molto importante?

Marcelo: potresti venirci incontro? Non è che sia molto intuitivo.

Giovanni: Perché nell’arte topica si cerca di trovare il modo e la situazione giusta, il momento giusto e anche il luogo migliore, per arrivare all’obiettivo, che era per i greci, esporre le proprie idee.

Per questo si parla del momento topico, quello risolutivo, decisivo, cruciale. L’arte della topica è riuscire a trovare il luogo e il momento più adatti e importanti per esporre le proprie tesi.

Tipico invece viene da typos, sempre dal greco dunque, ma typos significa impronta, e ognuno di noi ha la propria impronta. È dall’impronta delle zampe che si riconosce l’animale. Quindi tipico è ciò che rappresenta qualcosa, cioè che lo identifica. Quanto tempo abbiamo impiegato oggi?

Peggy: un episodio bello lungo. Faccio appello alla mia pazienza ancora una volta.

Giovanni: grazie per la pazienza. Alla prossima!

706 Sacrificato

Sacrificato (scarica)

Trascrizione

Giovanni: sapete cos’è un sacrificio?

Ulrike: qualcosa che si mangia? In tal caso ne assaggio senz’altro uno.

Giovanni: casomai è qualcosa che non si mangia.

Mi spiego meglio. Per sacrificio si intende in realtà un qualcosa di religioso, di sacro. È un gesto rituale con cui qualcosa, o anche un animale o una persona viene consegnata al sacro, viene offerto a Dio. Un gesto a favore di una o più entità sovrumane, divinità, per dimostrare l’adorazione verso di lei. Si rinuncia a qualcosa a favore di una divinità. È un’offerta fatta a Dio. Questo è l’origine del termine sacrificio e uno dei significati.

Ma questo è un concetto abbastanza primitivo (oltre che sacro) del termine.

Peggy: ma bisogna sempre scomodare il sacro?

Giovanni: no, infatti nell’uso più frequente un sacrificio è, più in generale, una rinuncia sofferta. Qualunque rinuncia che ci fa soffrire è un sacrificio.

Ognuno di noi può fare sacrifici allora si rinuncia a qualcosa di importante. Magari facendo un’offerta, o comunque facendolo per qualuno questo sacrificio.

Es.

Se il professore vuole interrogare una persona in classe, qualcuno potrebbe decidere di sacrificarsi a favore dei compagni e farsi interrogare. Non c’è niente di sacro qui, e non ci sono morti né sangue.

Il professore: qualcuno vuole sacrificarsi per i propri compagni?

Il senso è anche un po’ ironico.

Notate anche l’uso della preposizione. L’uso di “a” generalmente contiene qualcosa di sacro o religioso:

Un agnello sacrificato a Dio

Per” invece è più frequente ma non religioso.

Si è sacrificato per la patria

Un sacrificio per dimagrire

Se facciamo una dieta infatti, dobbiamo rinunciare a qualcosa di buono. Niente dolci, niente cannoli con la la ricotta, niente bucatini alla matriciana!

Hartmut: Facciamo il sacrificio di prendere le distanze da tante cose buonissime.

Giovanni: Qualsiasi privazione o rinuncia per nostra scelta è dunque un sacrificio.

Quanti sacrifici si fanno per i figli? A quante cose rinunciamo per loro?

Tanti vero? Madri e padri che si sacrificano per farli studiare e farli stare in salute.

Non ci pensiamo ché è meglio!

Fare dei sacrifici, significa però anche cercare di risparmiare.

Quest’anno se vogliamo andare in vacanza dovremo fare dei grossi sacrifici.

Dunque anche rinunciare a spendere è un sacrificio.

Esiste anche il verbo sacrificare, che naturalmente ha sempre a che fare con le privazioni e le rinunce. Anche sacrificarsi, come abbiamo già visto in un esempio.

Essendo un verbo generalmente transitivo, bisogna specificare cosa si deve sacrificare, e spesso si indica anche il motivo o la destinazione del sacrificio.

Es.

Il dott. Rossi ha sempre lavorato nella sua vita, ma così facendo ha sacrificato la famiglia per la carriera.

Cioè ha rinunciato alla famiglia perché la carriera era più importante.

Mi sono sacrificato per la famiglia

Stavolta l’ho usato ancora in modo riflessivo.

Ho accettato dei sacrifici per il bene altrui (in questo caso per la mia famiglia) o per un dato scopo.

È invece interessante l’uso dell’aggettivo e sostantivo “sacrificato/a“, in particolare essere sacrificato/a o stare sacrificato/a, riferito a una persona.

Se ad esempio parlo di una persona che fa una vita sacrificata, sta a significare che la sua vita è piena di rinunce e disagi, che fa a meno di tante cose. Queste cose di cui fa a meno sarebbero utili ma deve necessariamente farne a meno, deve necessariamente privarsene, dunque fa un sacrificio, sebbene non proprio volontario, come spesso sono i sacrifici.

Marcelo: Insomma questo poveraccio non si gode certamente la vita. Non bisogna fare voli pindarici per dirlo!

Giovanni: infatti!

Se invece una persona si sente sacrificata, può anche significare che mancano gratificazioni, che si sente sottovalutata, specialmente al lavoro:

Nel mio nuovo lavoro mi sento molto sacrificato.

Le mie qualità non sono utilizzate e io non sto bene in questo lavoro. Mi sto adattando ma soffro.

Anche un oggetto però può essere sacrificato, in più modi diversi:

Quel bel quadro, sul muro della cucina, mi sembra un po’ sacrificato.

Questo significa che è poco valorizzato, proprio come il lavoratore di prima. Sarebbe meglio magari appenderlo altrove, dove si nota un po’ di più e sembra anche più bello.

Oppure (secondo significato):

Per appendere il quadro ho sacrificato le foto dei miei figli.

Il significato qui è diverso perché torniamo al senso “primitivo” del sacrificio, (passatemi il termine) quello di eliminare qualcosa di importante, sebbene non ci sia sacralità in questo caso.

Spesso il senso di disagio diventa scomodità.

In fondo anche la scomodità è una forma di disagio che deriva dalla mancanza di spazio o appunto di confortevolezza, di comodità.

Perché non cambi sedia? Mi sembra che sia un po’ piccola per te, ti vedo che stai un po’ sacrificato.

Su un divano da due posti, in tre persone si sta un po’ sacrificati.

in questo appartamento così piccolo siamo (ci stiamo) un po’ sacrificati.

Stare stretti, in questi casi, è sicuramente più utilizzato.

In qualche modo c’è sempre un senso di sofferenza, che questa derivi da una rinuncia, da una scomodità, da un disagio, una sottovalutazione o una mancata valorizzazione. Il sacro non c’entra quasi mai. Ciò che conta è il senso di rinuncia a qualcosa e una conseguente sofferenza di qualche tipo.

Adesso che l’episodio è terminato, fortunatamente non c’è bisogno che nessuno si sacrifichi per fare un ripasso visto che lo abbiamo già fatto all’interno dell’episodio stesso.

Per questo ringrazio Ulrike, Peggy, Hartmut e Marcelo. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

705 Per il meglio

Per il meglio (scarica audio)

per il meglio

Trascrizione

Giovanni: Per fortuna si è risolto tutto per il meglio.

Quante volte avete letto o ascoltato questa frase?

Ma voi quale frase avreste usato? Mi rivolgo agli studenti non madrelingua italiana naturalmente.

Per fortuna è andato tutto bene!

Questa è la frase più usata in questi casi da chi sta imparando la lingua italiana, ma perché non imparare qualche buona alternativa?

L’uso del verbo risolvere, che in questo caso diventa “risolversi” rientra tra le alternative. Lo possiamo usare ogniqualvolta si trova la soluzione di un qualsiasi problema. Indica spesso anche una conclusione, come proprio in questo caso “risolvere per il meglio“.

Probabilmente siete curiosi riguardo alla preposizione da usare:

si è risolto tutto per il meglio

Perché usare la preposizione “per”?

La preposizione “per” fa pensare in genere a un attraversamento di uno spazio o a un’idea di tramite.

Per andare a casa passo per la Stazione

Cammino per la strada

Però si usa anche in tanti altri modi. In particolare ci interessa soprattutto l’uso in cui si indica un fine, un obiettivo, una conclusione, come nella frase:

Ascolto Italiano Semplicemente per imparare l’italiano

Oppure  per indicare il luogo verso cui ci si muove, il luogo di destinazione o una destinazione di qualcosa. Un concetto abbastanza simile:

Prendo l’aereo per Roma

Ho qualcosa per te 

Ecco, allora questo si associa bene col verbo risolversi, che come detto può indicare anche una conclusione.

Quando una cosa si risolve per il meglio significa quindi che è andato tutto bene, che alla fine tutto si è concluso nel modo migliore. 

Il meglio” rappresenta la conclusione, come è finita la storia. Tutto è finito nel modo più utile e vantaggioso possibile.

In realtà si può anche evitare di usare il verbo risolvere, infatti si usano spessissimo i verbi essere e andare. In questi casi l’enfasi è sul percorso, sull’evoluzione futura e non sulla conclusione:

Speriamo che le cose vadano (si risolvano) per il meglio

 Speravamo che tutto andasse (si risolvesse) per il meglio 

Con questo virus prepariamoci al peggio, ma speriamo che le cose vadano per il meglio

Gli affari ultimamente non stanno andando per il meglio

Se ci aiutiamo a vicenda, tutto andrà per il meglio

Attenzione adesso:

Le scelte del presidente sono per il meglio del Paese

L’allenatore ha scelto per il meglio della squadra

Notate che in questi due ultimi casi “per il meglio” non indica il superamento di un problema nel migliore dei modi, ma si vuole indicare un beneficiario ben preciso di una azione. In tal senso, “il meglio” è molto simile a “il bene“:

Devi accettare i cambiamenti, perché sarà per il tuo meglio

I medici decidono sempre per il meglio dei loro pazienti

I buoni agiscono sempre per il meglio degli altri

Adesso, certo di agire per il vostro meglio, vi faccio ascoltare un bel ripasso degli episodi precedenti.

Peggy: caro amico, voglio darti un consiglio per il nuovo anno: stai alla larga dai problemi e mantieni le distanze da chi vende fuffa

Marcelo: io posso fare del mio meglio per avere la meglio di tutti i problemi, o meglio, farò qualsiasi cosa, affinché le cose vadano per il meglio, a volte non basta però fare la scelta migliore. Meglio che niente comunque… 

Cat: Non fare il paravento con me! Mica mi imbrogli con i giochi di parole sai! Sono tua madre, e in quanto tale, pur di proteggerti devo essere chiara, a costo di ferirti.

Ulrike: infatti. le magagne sono sempre dietro l’angolo.

Hartmut: I buddhisti dicono: a te viene sempre ciò che ti aspetti. Allora, circa il nuovo anno, ci tengo a dirvi: aspettatevi il meglio e tutto andrà per il meglio!

Irina: Bando alle ciance amici, ditemi ora come rimaniamo con i buoni propositi che alla fine di ogni anno fioccano a destra e a manca? Per lo più sono dimenticati prima di prendere corpo, altro che storie! lasciamo perdere allora!

 

704 Scomodare

Scomodare (scarica)

Trascrizione

Giovanni: Mettetevi comodi, rilassati, tranquilli, perché oggi dobbiamo parlare del verbo scomodare e scomodarsi. Un verbo molto interessante, che difficilmente un non madrelingua utilizza.

Si usa in vari modi, anche in senso figurato, ed anche in senso ironico.

La comodità cosa c’entra?

Quando sono/sto scomodo, significa che sono seduto ma sto un po’ stretto, oppure ho un fastidio, un disturbo. Ma anche una sedia può essere scomoda se non è confortevole. Oppure posso stare in una posizione scomoda.

Può anche significare che una persona non si trova a suo agio.

in questa poltrona si sta scomodi

Ma io posso anche scomodare una persona. Significa causare disagio, fastidio o perdita di tempo a qualcuno; disturbare, importunare, e si usa specialmente in espressioni di cortesia.

Non vorrei scomodarla, ma dovrei passare

Non si scomodi, vado io ad aprire la porta.

In senso meno materiale, meno fisico, spesso si usa nei ringraziamenti o in frasi che si dicono per cortesia, specie se diamo del lei:
Grazie del pensiero, ma non doveva scomodarsi. Non c’era bisogno.
Ci spiace che si sia scomodato per venire a prenderci, avremmo preso un taxi, ma grazie mille!

In questi due casi appena visti (comodità materiale e casi di cortesia) c’è anche una modalità più formale:

Recare incomodo

Mi spiace recarvi incomodo

Scusate, signora, se son venuto a recarvi incomodo

Scomodare una persona però non si utilizza solo in senso materiale e in contesti di cortesia.

Infatti si può usare anche nel senso di “chiamare in causa“, un’espressione che abbiamo già incontrato, ma in questo caso si sta chiamando in causa questa persona senza necessità, senza un vero bisogno.

Chiamare in causa, se ricordate, ha il senso di interpellare o coinvolgere, o anche semplicemente citare in un discorso.

Quindi “scomodare” ha dentro di sé sia “chiamare in causa”, sia la non necessità di farlo. Si usa in particolar modo con personaggi autorevoli, famosi, proprio perché ci sono occasioni in cui non è il caso di chiamare in causa una persona famosa o autorevole o importante per cose di poco conto, cose poco importanti.
Vediamo qualche esempio:

Hai un raffreddore e vuoi chiedere un parere al primario dell’ospedale?
Direi che non è proprio il caso di scomodare il primario per un semplice raffreddore!

Allora adesso, per concludere, vi dico che non si può scomodare solamente una persona.

Infatti posso usare scomodare in frasi in cui si dà un consiglio, ad esempio, o si fa un rimprovero, quando si pensa che una cosa è esagerata. C’è a volte una nota leggermente ironica in questi casi.

Es:

Questa pandemia da Covid è confrontabile con le pandemie passate della peste, il colera, il vaiolo e il tifo? Oppure non è il caso di scomodare la storia?

Ci sono molte applicazioni sul cellulare che appaiono chiaramente invasive della privacy. Non ci dovrebbe essere bisogno di scomodare la legge per capirlo.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato, e per questo scomoderò (non me ne vogliano) qualche membro dell’associazione Italiano Semplicemente. I ripassi però sono importanti perché come dicevano i latini, repetita iuvant. Mi spiace aver scomodato i latini per un semplice ripasso.

Anne France: si stanno avvicinando le nozze d’oro dei miei dirimpettai. Dopo 50 anni di matrimonio escono ancora insieme giorno e notte, e li si vede sempre camminare mano nella mano come un binomio inscindibile.

Irina: Meraviglioso davvero. Si dà il caso che, oggigiorno, è abbastanza raro percepire un’armonia duratura in una coppia. Purtroppo, litigano ogni due per tre prendendo presto una brutta piega nel loro rapporto.

Khaled: Mi sono sposato da due anni a questa parte. Per ora, grazie a Dio, vado ancora d’accordo con mia moglie. Se fortuna vorrà, supereremo anche la crisi del settimo anno.

Ulrike: Non c’è nessuna attinenza tra la fortuna e la relazione sana di una coppia. Dobbiamo avere contezza del fatto che empatia, comunicazioni corrette, rispetto reciproco e via dicendo danno supporto al legame interpersonale.

Edita: Grazie! Tutto ciò pronunciato da te mica è una passeggiata. Se mi gira bene, riesco ad agire in conformità a questi principi, al contrario, tali principi passano in cavalleria.

Lia: ragazzi, pur di ottenere un buon rapporto con il mio futuro marito, accetto di buon grado il consiglio di Ulrike, anzi trasmetterò queste idee anche a lui, e così, come si suol dire, avremmo una vita coniugale felice e contenta a tutti gli effetti.

Hartmut: Per favore, Lia! Si fa presto a dire vita coniugale. Pensa a trovare prima un fidanzato, e poi vediamo!

Peggy: Mamma mia! Che frecciata che le hai lanciato.

703 Ridotto male o malridotto?

Ridotto male o malridotto? (scarica)

Trascrizione

Giovanni: benvenuti nell’episodio numero 703 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. 

Cat: Vi va a genio se oggi vediamo la differenza tra essere ridotto male e essere malridotto? Tra l’altro l’avevi promesso Giovanni, due episodi fa. Mica te lo sarai dimenticato!

Giovanni: no, macché dimenticato. Era l’episodio 701. Allora, per spiegare la differenza tra essere ridotto male e essere malridotto forse è bene partire nuovamente dal verbo ridursi. È un verbo pronominale, ma credo possa creare problemi seri a voi non madrelingua.

Ridurre, lo sapete, significa rendere inferiore di numero o dimensioni, diminuire qualcosa. Ebbene anche quando diventa pronominale, resta questa idea della diminuzione.


marceloMarcelo
: Nell’episodio di cui sopra abbiamo visto ridursi all’ultimo“, e “ridursi alla fine e questa locuzione ci ha fatto capire che stiamo parlando della riduzione del tempo a disposizione per fare qualcosa.

Giovanni: eh, Infatti Marcelo, giusto. Vediamo quanti modi ci sono per utilizzare questo verbo e vediamo come c’è sempre qualcosa che diventa più piccolo, che diminuisce, che si riduce

Mi sono ridotto lo stipendio.

Il che significa che io ho ridotto il mio stipendio. Me lo sono ridotto da solo.


ANTHONYAnthony: Ridursi
lo stipendio? Non diciamo amenità! Ma ti pare!

Giovanni: Certo, era solo per fare un esempio. Allo stesso modo comunque posso ridurmi la lunghezza dei capelli, o posso farmela ridurre dal mio parrucchiere. Forse è meglio…

Cosa succede se però provo a ridurre da solo la lunghezza dei miei capelli? Cosa succede?

ULRIKEUlrike: Succede che fai un casino! una volta, durante il lockdown l’ho fatto. Vi risparmio la fotografia che è meglio! Se mi avesse visto qualcuno mi avrebbe detto:

Ma come ti sei ridotta? Sei veramente ridotta male!

Giovanni: beh, evidentemente, con una affermazione del genere, il tuo aspetto non doveva essere dei migliori…

Quest’ultimo modo di usare il verbo ridurre e ridursi, come l’ha usato Ulrike, sta ad indicare una nuova condizione, dopo una trasformazione avvenuta in seguito a un intervento. Resta però il senso della diminuzione di qualcosa quindi questa trasformazione ha cambiato qualcosa in peggio. C’è stato un peggioramento.

Questo si esprime anche con “essere ridotti” e non solo con ridursi. Lo stesso accade aggiungendo la preposizione in e a al verbo ridurre e ridursi. Oppure aggiungendo “così” , o male/bene/malissimo e altro ancora.

In rutti i casi c’è un cambiamento in peggio. Si parla quindi dello stato successivo (peggiore di prima) ad una azione o semplicemente si osserva una nuova situazione e si valuta molto peggiore della precedente.

Ma cosa hai fatto? Sei bianco in viso, e sei molto dimagrito. Sei ridotto uno straccio!

Sei ridotto proprio male se mi stai chiedendo soldi per acquistare un biglietto dell’autobus!

Chi ti ha ridotto così? Ti hanno picchiato? Come mai hai i vestiti strappati?

Mi sono ridotto a lavare i piatti. Che vergogna!

Come mai ti sei ridotta in miseria?

Senza vaccino, è ormai dirotto in fin di vita.

Sono ridotto sul lastrico, ti prego aiutami!

Sono ridotto al verde! Non ho più niente!

Questa casa senza una donna si è ridotta un immondezzaio!

Lo specchio è stato ridotto in frantumi.

Ridursi in questo stato non è salutare. Dovresti mangiare di più, o morirai di fame!

Molto spesso, siccome si parla di una nuova condizione molto negativa si usano l’espressioni come:

Che brutta fine che ha fatto Giovanni! Non se lo meritava.

Poveraccio, che finaccia che ha fatto!

Si parla cioè spesso della condizione finale, non solo successiva ad un cambiamento, a voler sottolineare come sia impossibile tornare indietro. Spesso si parla di morte.

Ormai era dirotto pelle e ossa. Poveraccio, che brutta fine che ha fatto!

Ma torniamo all’obiettivo iniziale, che era quello di distinguere malridotto da ridotto male.

Non cambia molto ma malridotto e malridotta si usano soprattutto per valutare la condizione fisica di una persona o la condizione di un oggetto.

Devo acquistare una nuova macchina perché la mia è veramente malridotta.

Malridotto/a significa ridotto in cattivo stato, che reca segni visibili di danneggiamento o di usura.

Se parlo in particolare di condizione fisica e quindi di salute, malridotto significa ridotto in cattive condizioni di salute. Si può essere malridotti a causa di un allenamento troppo intenso, a causa di un incidente o una caduta, o in generale di qualche sventura sofferta o di vizi particolari. Si dice anche malconcio e malandato oppure acciaccato. Molto informale quest’ultimo.

dopo l’incidente ero veramente malridotto.

Sono ancora in po’ acciaccato, non ce la faccio a giocare a calcetto stasera.

Ridotto male e ridotta male vanno bene comunque, ma se lo facciamo si sottolinea maggiormente il cambiamento e c’è maggiore enfasi sul giudizio negativo e sull’azione che ha determinato questo cambiamento negativo. Poi di rado si parla di condizioni fisiche.

Sei proprio ridotto male se pensi di non avere più speranze.

Roma è ridotta malissimo ultimamente: rifiuti dappertutto, inquinamento e mezzi pubblici che non funzionano.

Le scuole italiane sono troppo malridotte. Occorre urgentemente fare qualcosa.

Potete scambiare le due modalità, ma in genere malridotto si usa in senso materiale e fisico e “ridotto male” maggiormente in senso figurato, spesso con un giudizio negativo, ma altre volte non si fa per disprezzare. Semplicemente non si tratta di un cattivo stato fisico, ma economico, sociale eccetera. 

Se quindi potete giocare a calcetto perché il vostro ginocchio vi fa male, meglio dire che è malridotto. Lo stesso per una casa in pessime condizioni, da pulire perché sporchissima o da ristrutturare perché molto vecchia.

Ma se parlate di una persona che ha perso il lavoro e che se la passa molto male, meglio dire che è ridotto/a male. Ci sono ovviamente altre modalità per dire la stessa cosa o associare a queste espressioni, con sfumature diverse:

Passarsela male, attraversare un brutto periodo, non stare in ottime condizioni, essere messo male, stare e essere a pezzi, stare sull’orlo del baratro, essere distrutto, fare una brutta fine, essere acciaccato, passare un brutto momento, vedersela brutta, eccetera.

Edita: l’episodio di oggi finisce qui. Non la facciamo troppo lunga!

 

 

 

702 Battute, frecciatine, barzellette e freddure, gag, siparietti e macchiette

Battute, barzellette e freddure, gag, siparietti e macchiette (scarica audio)

Trascrizione

Sapete la differenza tra le battute, le barzellette e le freddure?

La vediamo subito perché questo episodio lo dedico alle risate, al divertimento e all’ilarità.

Sono tre cose che fanno ridere, o che vorrebbero far ridere, nel senso che hanno un obiettivo comune, quello di far almeno sorridere una persona.

Una battuta è una breve frase o risposta, o un commento a un fatto che vuole essere in genere spiritoso.

Altre volte invece una battuta può trasformarsi in una cosiddetta frecciata o frecciatina ad una persona.

Apriamo una parentesi sulle frecciatine, che sono dirette ad una sola persona.

Una frecciatina (o frecciata) è una allusione maliziosa, pungente, che serve a “colpire” (proprio come una freccia) una persona, per farle capire qualcosa.

Le frecciatine generalmente non fanno ridere, anzi, si danno, si “tirano” o “lanciano” (proprio come le frecce) a persone alle quali si vuole dare una lezione. È difficile tirare frecciatine, perché solo la persona alla quale è destinata dovrebbe accorgersene, ma spesso anche altri se ne accorgono.

Le frecciatine non possono essere troppo esplicite perché siamo in un contesto in cui non si può dire apertamente ciò che si pensa. A volte basta un’occhiataccia, altre volte basta solo una parola. Questa parola punge, fa male. 

Le battute però generalmente sono fatte per divertire.

A volte capita che, facendo una battuta, si ottiene un effetto indesiderato: qualcuno si offende, o si invade troppo la privacy di qualcuno, o si ha un eccesso di confidenza, si urta la sensibilità di una persona, si confida un segreto indirettamente.

Bisogna essere bravi anche per fare battute, qualunque sia l’obiettivo di chi le fa.

Le battute sono molto brevi, e la cosa che dovrebbe far ridere è l’uso di un doppio senso, un riferimento particolare, un gioco di parole, il fatto di ironizzare su un difetto di una persona, eccetera.

In una battuta non c’è una storia, ma è qualcosa di molto breve, e non è un caso che si usi il termine battuta che ha anche il senso di “colpo“.

Poi le battute fanno quasi sempre riferimento ad una o più persone, si riferiscono spesso agli individui presenti e infatti possono risultare offensive. Spesso sono anche volgari e razziste, altre volte maschiliste. Le battute si fanno. Questo è il verbo da usare.

Le battute si fanno spesso per rendere l’atmosfera più allegra, per sdrammatizzare o anche per fare ironia e autoironia.

La Barzelletta è tutt’altra cosa. La barzelletta innanzitutto non si fa, ma si racconta.

La barzelletta è infatti un breve racconto, sempre umoristico, che ha lo scopo di far ridere, e queste risate, se la barzelletta funziona, sono improvvise al termine della barzelletta.

Solo alla fine di una barzelletta si ride, perché ciò che fa ridere nella barzelletta è l’esito finale. È ancora più difficile far ridere raccontando una barzelletta, perché sono molti i fattori coinvolti: saperla raccontare è importantissimo. I tempi comici sono fondamentali. Poi, una barzelletta non va mai spiegata. Poi una barzelletta non si riferisce mai alle persone presenti.

Infine le freddure, che sono delle battute basate per lo più su un gioco di parole.

Non sono dirette a persone presenti in quel momento, né delle storie come le barzellette. Semplici giochi di parole.

Ad esempio:

Siamo a tavola. Il papà non arriva. La mamma dice di iniziare. I figli dicono: ma non dobbiamo aspettare papà?

La mamma dice: zitto tu, che nemmeno eri nato se aspettavo papà!

Questa è una battuta.

Come si chiama l’ape più pesante del mondo?

L’ape peronata.

Questa è una freddura. È un gioco di parole.

È morto l’inventore dei Compact disk, detti CD.

CD Spiace

Anche questa è una freddura.

Vi racconto una barzelletta adesso.

Una ragazzina di 4 anni dice alla zia: come mai tu non hai fatto figli?

La zia, imbarazzata non sa cosa dire. Poi la mamma della bambina interviene è dice: beh, la cicogna non ha ancora portato bambini alla zia.

La ragazzina prontamente ribatte: perché non cambi uccello?

Ecco, questa è una barzelletta. Un po’ osé, ma pur sempre una barzelletta.

Poi esistono anche gli indovinelli, in cui bisogna indovinare qualcosa. Ma gli indovinelli sono si per divertirsi, ma non è detto facciano ridere.

A volte un indovinello è simile a una barzelletta.

Cosa fa un cammello su un tiramisù? Attraversa il dessert!

Questo è un indovinello. Somiglia anche a una freddura.

A volte sono più lunghe e sono dei veri rompicapo:

Può essere passato anche se è presente

Il minestrone

Ci sono anche le cosiddette gag, che si possono fare da soli o in più persone. Una gag fa ridere, ma somiglia più a qualcosa di teatrale, quindi quando si fa una gag, si fa qualcosa di spiritoso e si interpreta una parte, tipo un attore teatrale. Abbastanza breve, in genere è una gag. Fa parte del linguaggio dello spettacolo, lo scopo è suscitare l’ilarità dello spettatore.

Però una gag si può svolgere in ogni luogo e generalmente è qualcosa di improvvisato.

Somiglia molto alla parola siparietto (ne parliamo anche in un altro episodio). Il sipario è la tenda che si chiude e si apre nel teatro. Invece il siparietto è una scenetta, qualcosa di divertente a cui si assiste, ma normalmente è una scena naturale, non fatta apposta per ridere. Può essere un battibecco, una discussione divertente a cena tra moglie e marito che discutono.

Chi assiste potrebbe dire che sono stati intrattenuti con un siparietto tra moglie e marito.

Come se si fosse trattato di una scena teatrale.

Un siparietto però è anche qualcosa di non divertente ma che rappresenta un tipo di relazione o scontro tra due persone, che si vede spesso.

Spesso nelle trasmissioni tv si vedono molti siparietti di questo tipo quando si scontrano due personaggi che la pensano diversamente su un aspetto.

Si parla spesso di “solito siparietto

Non facciamo il solito siparietto altrimenti le faccio togliere l’audio!

Non voglio assistere al solito siparietto tra destra e sinistra

Il termine siparietto fa pensare al teatro perché un siparietto è un confronto tra due persone, due idee, due punti di vista che però fa emergere cose divertenti o cose che sembrano un po’ teatrali.

Lasciatemi infine accennare alla macchietta. Si parla di macchietta quando vediamo una persona dai tratti o dal comportamento bizzarri e singolari, che suscita ilarità e simpatia. Anche una macchietta fa ridere, e sembra irreale per la sua singolarità. Comunque si parla di una persona.

Fa pensare a una caricatura, un disegno in cui si evidenziano e si amplificano i tratti. Ma si pensa anche ad una vignetta, disegnata per rappresentare una persona buffa, stravagante e bizzarra.

Tuo cugino è proprio una macchietta!

Un tipo particolarmente divertente, per il suo aspetto o per le sue battute.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rafaela: Posso fare una battuta oppure mi date del/della ritardatario/a?  Vabbè la faccio lo stesso:  Con italiano Semplicemente abbiamo fatto 13! Parlo dei minuti però, quelli dell’episodio di oggi!  
Peggy: eh? abbiamo fatto 13? Ma scusate, io questa battuta non la capisco perché hai usato un’espressione che ancora non è stata spiegata! In compenso mi hai fatto incuriosire! 
Sofie: fare 13 significa essere molto fortunati perché abbiamo trovato la soluzione definitiva ad un problema. E’ un’espressione che viene dal gioco del totocalcio, in cui bisogna indovinare 13 risultati di altrettante partite di calcio e quando ciò accade si vincono un sacco di soldi. Si usa spesso fare 13 anche in senso figurato, come nel caso della battuta di Rafaela. Per inciso, Rafaela dovrebbe darsi una regolata e non usare espressioni che nessuno conosce! 
Khaled: brava! Hai dato una spiegazione concisa, manco fossi tu il professore!     

 

701 Ridursi all’ultimo, ritardatario e tardivo, per tempo e in tempo

Ridursi all’ultimo, ritardatario e tardivo, per tempo e in tempo

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Trascrizione

Sofie: benvenuti nell’episodio numero 701 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. In quanto membro dell’associazione Italiano semplicemente sono stata deputata a fare l’introduzione del presente episodio.

Giovanni: grazie mille! Parliamo oggi dei ritardatari. Chi sono i ritardatari? Il ritardatario, al singolare, è chi arriva in ritardo o chi fa qualcosa in ritardo.

Si può trattare di un appuntamento o anche della consegna di un documento o di un lavoro o cose simili.

Quando c’è un orario da rispettare o una scadenza di qualunque tipo, ci possono essere i ritardatari, cioè le persone che arrivano dopo quella scadenza, o che non rispettano quella scadenza.

Es:

A scuola si arriva entro le ore 8.10. I ritardatari non saranno ammessi in classe.

Bogusia: I ritardatari nel pagamento delle tasse saranno passibili di multa.

Giovanni: Non solo una persona può essere ritardataria, ma anche una cosa che tarda ad arrivare può chiamarsi ritardataria.

L’importante è che sia superato il limite di tempo prefissato, o anche un limite che si ritiene oggettivamente oltrepassato.

Una lettera ritardataria può arrivare anche con anni di ritardo.

Non c’è in teoria un limite per l’arrivo di una lettera, ma se arriva dopo anche un mese possiamo parlare di una lettera ritardataria.

Attenzione perché esiste anche l’aggettivo “tardivo“.

Non sono le persone ad essere tardive (se non in senso ironico, nel senso di poco intelligente) ma le azioni e le decisioni che arrivano colpevolmente in ritardo.

La decisione di iniziare il lockdown è stata tardiva e il virus si è diffuso.

Si parla di qualcosa di tardivo quando c’è un’azione che doveva avere uno scopo ma arrivando troppo tardi risulta inefficace.

Un uomo si potrebbe pentire del tradimento nei confronti di sua moglie. Ma quando si pente è troppo tardi. Abbiamo un pentimento tardivo.

Tardivo si usa anche in alcune occasioni particolari, parlando di piante o frutti che germogliano o maturano in ritardo. È in pratica il contrario di precoce.

Precoce e tardivo, come opposti, si usano anche con riferimento allo sviluppo intellettuale dei bambini. Quelli più lenti sono tardivi, mentre i bambini che dimostrano di essere in anticipo dal punto di vista dei ragionamenti e dell’intelligenza si dicono precoci.

C’è dunque un anticipo o un ritardo nello sviluppo (a volte anche in senso fisico) rispetto alla norma.

Ritardatario invece in genere si usa nei confronti delle persone, soprattutto quando arrivare tardi a un appuntamento o fare cose in ritardo diventa una cattiva abitudine.

Sei il solito ritardatario!

Ma l’oggetto dell’episodio non era in realtà solo quello di spiegare la differenza tra tardivo e ritardatario, ma anche quello di spiegare l’espressione “ridursi all’ultimo”.

Quando una cosa si riduce diventa più piccola.

Quando si arriva tardi o si fa qualcosa in ritardo, ormai è troppo tardi, ma quando ci si riduce all’ultimo significa che, avendo molto tempo a disposizione per fare qualcosa, si aspetta sempre l’ultimo momento. In questo modo c’è un forte rischio che sia troppo tardi. È il tempo a disposizione a ridursi, ma qui usiamo ridursi con riferimento alla persona, come se fosse proprio lei a ridursi, a diventare più piccola.

Es:

Cosa aspetti a vestirti? Perché ti riduci sempre all’ultimo momento? Così arriveremo tardi!

Questo significa che questa persona aspetta troppo per vestirsi. Aspetta l’ultimo momento utile, perde tempo prezioso.

In poche parole questa persona si riduce all’ultimo momento. Il termine “momento” può essere sostituito da “minuto” o “secondo”, oppure si può semplicemente dire “ridursi all’ultimo”. È sufficiente.

Ridursi è un verbo pronominale, quindi “ci si” riduce all’ultimo.

Es:

Mi riduco sempre all’ultimo.

Lo so, sono imperdonabile.

Se ti riduci all’ultimo è chiaro che poi nella fretta potresti dimenticare qualcosa.

Si dice anche “ridursi alla fine” con lo stesso significato. Sono forme che si usano prevalentemente all’orale.

Dobbiamo fare le cose per tempo, perché se ci riduciamo alla fine divento ansioso.

Attenzione, perché ho detto che bisogna fare le cose “per tempo” e non “in tempo“. Parliamo anche di questo oggi.

La differenza tra “per tempo” e “in tempo” è sottile perché se le cose le facciamo “per tempo” le facciamo ben prima della scadenza, per essere sicuri di fare in tempo a raggiungere l’obiettivo,

Marguerite: è risaputo che facendo le cose per tempo si può ovviare anche ad eventuali inconvenienti.

Giovanni: non ne siamo sicuri ovviamente ma nel dubbio è meglio farle il prima possibile. Questo è il senso di “per tempo”.

Se invece facciamo le cose “in tempo” significa che parliamo di una certezza, ad esempio del passato, o di un obiettivo, quello di terminare prima della scadenza, cioè “in tempo“.

Hai fatto in tempo a prendere il treno?

Fortunatamente si, perché ero uscito di casa per tempo. A me non piace ridurmi all’ultimo nel fare le cose.

Vedete dunque che ridursi all’ultimo è esattamente l’opposto rispetto a fare le cose per tempo.

Abbiamo un certo periodo di tempo per fare qualcosa. Se lo facciamo il prima possibile (cioè per tempo, lasciandoci un margine di tempo in più) abbiamo molte più probabilità di arrivare in tempo.

Khaled: Se invece cincischiamo e ci riduciamo all’ultimo, è molto probabile che arriveremo tardi.

Giovanni: infatti. Un altro esempio:

Abbiamo un esame il 30 aprile. Se ci riduciamo all’ultimo nello studio, forse non faremo in tempo a superarlo e magari a prendere un bel voto.

State attenti perché ridursi viene usato anche in altri modi.

Lo vediamo in un prossimo episodio. Per oggi devo pensare soprattutto a ridurre la durata dell’episodio.

700 Sette, la sette giorni

Sette, la sette giorni (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: benvenuti nell’episodio numero 700 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Parliamo proprio del numero sette. Un numero? Non c’è dubbio su questo. Tranquilli, non voglio smontare le vostre certezze.

Voglio cogliere però l’occasione per dirvi alcune cosette di questo numero che possono risultare interessanti.

Partiamo dall’articolo. Cominciamo dal singolare.

Oltre a “il sette” che esprime il numero nudo e crudo, esiste anche “La Sette” , ma in questo caso si sta parlando di un canale tv. La maggioranza delle volte in questo caso si scrive LA7 scrivendo il numero attaccato all’articolo.

Poi, riguardo al plurale, se dopo c’è un sostantivo, l’articolo normalmente deve accordarsi:

I sette fratelli

Le sette sorelle

Eccetera.

Comunque ci sono eccezioni. Esiste infatti anche un’altra “la” sette. Ad esempio:

La sette giorni

Ma, direte voi, non si dice “i sette giorni”?

Certo, ma non è proprio la stessa cosa. Questo vale anche per gli altri numeri. Non solo per il numero sette.

La due giorni

La tre giorni

La quattro giorni

Eccetera

L’articolo la si usa solamente quando si parla di eventi, manifestazioni che hanno una durata di due giorni o tre giorni o quattro eccetera.

La sette giorni pertanto è generalmente un evento qualsiasi che dura sette giorni.

Dico “generalmente” perché si può parlare in realtà di qualunque cosa che duri un certo numero di giorni, non solo di eventi veri e propri.

Si legge ad esempio che la sette giorni può essere una dieta della durata di sette giorni.

Quindi anziché dire “la dieta dei sette giorni“, se stiamo parlando di diete potremmo dire “la sette giorni”. Questo significa che ne abbiamo già parlato, e chi ascolta capisce che si tratta di una dieta, proprio come quando parliamo di una festa o un evento di una certa durata:

La due giorni di Agliana

Che ad esempio è un evento sportivo, una gara ciclistica.

Di “due giorni” ce ne sono moltissime soprattutto riguardo ad eventi sportivi. Basta fare una ricerca su internet.

La maggioranza delle volte si parla di eventi, feste, manifestazioni. Si usa in particolare nelle notizie.

Si è chiusa la sette giorni di “giardini in festa”

che è appunto una manifestazione di sette giorni.

Il Festival Internazionale della Robotica si svolge dal 27 settembre al 3 ottobre a Pisa. Durante la sette giorni si parlerà anche di medicina e chirurgia.

Esiste anche:

“Milano Food Week”, la sette giorni dedicata al gusto.

Anche questa è una manifestazione.

Si può comunque parlare anche dei sette giorni e non della sette giorni:

La dieta dei sette giorni

Le battaglie dei sette giorni

Eccetera

In questi casi però si specifica di cosa si sta parlando: diete e battaglie. Generalmente non si tratta di eventi e manifestazioni.

Questo comunque vale anche per gli altri numeri. Ma restiamo sul numero sette.

In sette giorni si dice si sia creato il mondo e per questo motivo esiste la “settimana“. Ma il sette è il numero che rappresenta un sacco di cose:

I sette vizi capitali

Biancaneve e i sette nani

I sette re di Roma

I sette colli di Roma

I sette chakra

Sette, d’altronde, è il numero buddhista della completezza.

Sette sono anche i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio.

Per non parlare della “settima arte” cioè il cinema. Perché settima?

Perché la prima arte è l’architettura,

la seconda arte è la Musica,

la terza arte è la Pittura,

la quarta arte è la Scultura,

la quinta arte è la Poesia,

la sesta arte è la Danza

Sette sono anche le note musicali e sette sono anche gli anni di sfortuna quando si rompe uno specchio.

Ci sarebbe molto da dire sul numero sette. Ma a noi interessa il 700 in realtà, come il numero dell’episodio di oggi.

Il numero 7 simboleggia, tra l’altro, anche la conoscenza, lo studio, l’apprendimento e l’insegnamento. La cosa inizia a diventare interessante. Ah, quasi dimenticavo le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente! Sarà un caso?

Lo zero invece simboleggia la scelta, il potenziale e le nuove opportunità.

E allora cosa dire del numero 700? Il numero 700 unisce l’apprendimento alle opportunità e quindi rappresenta l’utilità e le opportunità che possono arrivare dall’apprendimento.

Allora questo mi sembra un chiaro invito a continuare con l’ascolto degli episodi di italiano Semplicemente.

Avrete così l’opportunità di apprendere sempre più cose della lingua italiana.

Che ne dite?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente l

Komi: ci mancherebbe che adesso smettiamo! Dopo tutta la fatica che abbiamo fatto, tanto vale arrivare almeno fino all’episodio 5000, sempre che Gianni sarà disposto a supportarci fino a quel punto.

Olga: io non sono affatto provato! Anzi direi che vado alla grande! Adesso finalmente inizio ad ingranare!

Bogusia: di questo passo, di qui a tre mesi o giù di lì saremo arrivati a 1000 episodi. Favoloso!

Marguerite: si, va bene, io però se gli episodi non si accorciano un po’ vi dico subito che smetterò di ascoltarli. È una questione di principio.

Peggy: cos’è, un aut aut il tuo? Non è il momento di fare ultimatum adesso! Manco ti facesse male ascoltare qualche secondo in più!

Ulrike: infatti! Anche io prendo le distanze da affermazioni di questo tipo. A volte Marguerite sei di un noioso che non ti dico!

699 La fuffa

La fuffa (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Tra i termini italiani più curiosi rientra sicuramente la “fuffa“.

Si usa soprattutto quando qualcosa crediamo che non abbia alcun valore, specie se pretende di averne.

Questa cosa che stiamo giudicando molto male, è la maggioranza delle volte qualcosa che si mostra, come ad esempio un tipo qualsiasi di arte. Potrei dire ad esempio, se non mi piace per niente l’arte contemporanea, che l’arte contemporanea è tutta fuffa.

Si parla sempre di qualcosa che si vorrebbe “vendere”, tra virgolette. Metto le virgolette perché si può trattare di merce, di oggetti, di prodotti che valgono poco, ma la maggioranza delle volte si tratta di parole, di cose dette da qualcuno che non valgono nulla, e che spesso vengono pronunciate con lo scopo di imbrogliare le persone.

Quando si tratta di vera merce, la fuffa è merce cosiddetta anche “dozzinale”, di scarsissimo o nessun valore. In questi casi si parla anche di ciarpame, di paccottiglia. Roba che non vale niente e che invece viene spacciata per roba di valore. Ma in realtà è tutta fuffa.
Se parliamo di cose che si dicono, come dichiarazioni, affermazioni o argomentazioni varie, il loro scopo è convincere le persone per qualche motivo ma fatte con l’intento di ingannare.
Si tratta di cose anche dette inconsistenti, senza capo né coda oltre che ingannevoli.
Nel momento in cui si dice che si tratta di fuffa, o di “tutta fuffa”, è come dire:

Questa roba non ha alcun valore, non lasciatevi ingannare,

Non ha detto nulla e quello che ha detto sono solo chiacchiere

Vuole ingannarci con tutti questi paroloni.

Non c’è sostanza nelle sue parole

Sono solo chiacchiere, non credete a queste cose

In pratica non c’è alcun fondamento nella fuffa, oppure non ha alcun significato, o sono cose prive di sostanza.

Lui una persona competente? Ma è tutta fuffa!

Un termine che si può usare per commentare una dichiarazione pubblica di un politico, o tutte le cose che teniamo in soffitta e che sono da gettare.

Oppure le promesse che fa un ragazzo a una ragazza (o viceversa) se non crediamo per niente che si tratti di cose credibili.

Un termine che sicuramente dà colore alla nostra affermazione ma che risulta molto offensivo se lo utilizziamo per commentare ciò che ha detto o scritto una persona.

Potremmo chiamarle anche sciocchezze, stupidaggini, amenità, chiacchiere, stronzate, luoghi comuni e chi più ne ha, più ne metta. Ma nella fuffa, se si parla di cose dette, c’è la componente dell’imbroglio che è prevalente e che la rende unica nel suo genere.

Allora cosa ha detto il direttore? Ci aumenterà lo stipendio come ha promesso? Oppure è stata la solita fuffa di fine anno?

In campagna elettorale tutti promettono meno tasse. Fuffa! Solo fuffa.

Sveglia! E’ tutta fuffa!!

A me ad esempio in quest’ultima frase dà molto fastidio la parola “sveglia”, che si sente spessissimo sulla bocca di persone che cercano sempre di venderci fuffa!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Peggy: scusate la parola “uffa” ha qualcosa a che fare con la fuffa? Ha ugualmente il senso di imbroglio o giù di lì?

Rauno: Per quanto mi risulti, se dici “uffa” stai semplicemente sbuffando! Ti stai forse annoiando?

Marcelo: Aspettate che controllo… dunque dunque… il dizionario non lo trovo. Mi sa che si fa prima a vedere su internet!

Sofie: mi sa di sì, ma attenti ai siti farlocchi, ché ce ne sono svariati. C’è un sacco di fuffa nella rete!

Ulrike: Uffa! Non ti ci mettere pure tu con le parole nuove adesso!

La connivenza – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 19)

La connivenza

Politica italiana, episodio numero 19. Parliamo della connivenza. Un termine che quando si legge e quando si utilizza parliamo sempre di malaffare, di malavita, di criminalità, di affari illeciti, di ruberie. Un tacito assenso che diventa colpevolezza.

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

 

connivenza

698 Il paravento

Il paravento (scarica audio)

Trascrizione

Irina: Se un italiano mi dice che sono una paravento, io cosa dovrei rispondere?

Giovanni: beh, non è detto che tu debba preoccuparti Irina, perché magari questa persona stava solo scherzando. Poi comunque non è così grave.

Questo termine infatti, se utilizzato per qualificare una persona, è abbastanza simile a furbo.

Il termine in realtà ha diversi significati e vale la pena di vederli insieme.

Quello di indicare un particolare tipo di furbizia è sicuramente l’uso più familiare, ma dobbiamo dire che con questo utilizzo l’aggettivo più usato è in realtà un altro: paraculo o paracula.

Paravento ne è un forma un pochino più gentile. Inoltre non cambia al maschile e femminile.

Infatti paraculo si dice di una persona scaltra e opportunista. Quindi è un mix tra furbizia e egoismo.

La persona paracula (o paraculo, anche la femminile) si “para” il sedere (culo) cioè si ripara, cioè si protegge il sedere. Naturalmente il proprio sedere è la parte del corpo che simboleggia il punto debole, dove puoi essere colpito.

Quindi chi si para il culo si sta proteggendo, sta facendo il suo interesse, infischiandosene degli interessi degli altri, spesso nascondendo le proprie azioni con furbizia.

Pararsi il culo/sedere è in realtà anche un’altra espressione, con un uso leggermente diverso che vedremo in uno dei prossimi episodi.

Per descrivere un bambino furbetto è più adatto comunque paravento piuttosto che paraculo, proprio perché non vogliamo offenderlo, ma solo evidenziare una sua caratteristica di furbizia e magari anche un po’ di malizia.

Che paravento che sei! Riesci a cavartela sempre con l’astuzia!

Tuo figlio è proprio un paravento! Trova sempre una scusa per giustificare le sue marachelle!

Paravento può sostituire paraculo ogni volta che vogliamo attenuare il senso di egoismo o non offendere.

Ma il paravento è anche una specie di mobile che serve ad esempio a ripararsi dal vento. Parare è simile a riparare, ma parare si usa più spesso in senso figurato.

Il paravento è dunque una sorta di parete flessibile, adattabile e orientabile, a seconda delle esigenze, che può anche servire per nascondersi dalla vista degli altri.

Ancora, il termine paravento si utilizza anche per indicare una complicità nei confronti di comportamenti poco ortodossi o illeciti.

Quindi una persona si dice che può fare o servire da paravento a qualcuno.

La funzione di questa persona è proteggerne un’altra in qualche modo, ma si tratta di nascondere un’attività illecita, irregolare, facendola sembrare regolare.

In questi caso si ripara non dal vento ma dalla legge, e se una persona funge da paravento a/per qualcuno, è suo complice. Quindi ne copre le malefatte, le irregolarità, magari agevolandole, quindi aiutando questa persona.

Quindi esiste il paravento come mobile, come persona furba e opportunista, in sostituzione di paraculo, e esiste l’espressione fare/servire/fungere da paravento a/per qualcuno quando si “coprono” (il verbo non è casuale) le irregolarità di un’altra persona.

Adesso ripassiamo.

Irina: ho il beneplacito del gruppo per abbozzare un ripasso?

Anne France: assolutamente sì ma vedi di non farla troppo lunga. Sono personalmente per le lezioni che non sforino i tempi a loro dedicati.

Edita: io sono di diverso avviso però. Spero che me lo permettiate. Ma ho veramente una voglia smodata di ascoltare l’italiano perché l’ascolto è proprio l’ausilio che mi serve per portare sempre più in alto il mio italiano. Quindi Giovanni esageri pure con le spiegazioni dei termini.

Hartmut: in ogni caso ragazzi, non c’è bisogno che esprimiamo il nostro parere al riguardo. Tanto lui andrà avanti come gli pare facendo marameo all’idea di sottostare al limite di 120 secondi. Vedete, lui è romano a tutti gli effetti e per via della sua romanità lui non ha niente a che spartire con la puntualità.

Peggy: questo fatto mi giunge nuovo ragazzi. Allora si può concludere che la romanità e la puntualità stanno agli antipodi?

Ulrike: Ma che puntualità d’Egitto? Più che altro è un tipo loquace. E quando si tratta della giornata della voce (cioè il giovedì) non vorrete essere da meno spero. Quindi parlate a ruota libera!

Peggy: avete ascoltato un ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Giovanni: giusto. Brava Peggy. Ed io non voglio essere da meno!

697 Smodato

Smodato (scarica audio)

Trascrizione

voci di Giovanni e Emanuele

Oggi ci occupiamo dell’aggettivo smodato.

Parliamo di un tipo particolare di esagerazione.

Smodato infatti significa eccedente i limiti. Una cosa smodata è esagerata, eccessiva.

Esempio:

Giovanni ha un desiderio smodato di successo

Mario ha sempre avuto una fame smodata

Anche una persona può essere definita smodata.

Parliamo di chi oltrepassa certi limiti.

Non è mai qualcosa di positivo quando si parla di qualcosa di smodato.

Una persona che fa uso smodato di alcool è incapace di farne a meno. Esagera, va oltre i limiti, non ha freni, non si regola quando beve bevande alcoliche.

C’è chi ha una voglia smodata di dolci e ugualmente non si tratta di qualcosa di normale, che si riesce a controllare.

Viene dalla parola modo. La lettera iniziale ha valore sottrattivo, quindi si potrebbe dire che “non c’è modo” di contenere qualcosa di smodato.

Si potrebbe anche usare l’aggettivo sfrenato/a.

Un desiderio smodato di gloria.

Una voglia sfrenata di sesso

Manca il senso della misura. Anche questa è una espressione che si usa molto spesso:

Quando mangi non hai mai il senso della misura

Oppure:

Ho mangiato oltremisura

In pratica ho esagerato, ho mangiato troppo.

Sono stato smodato nel mangiare

Non bisogna bere smodatamente

Cioè:

Non bisogna bere in modo smodato

Paola è smodatamente ambiziosa.

Paola è ambiziosa oltremisura

Mario eccede sempre i limiti, è sempre smodato

C’era un chiasso smodato nel ristorante

C’è una differenza, se vogliamo, tra l’uso della smodatezza e il termine oltremisura.

Sono entrambe indicativi di esagerazione e di eccesso, ma la smodatezza in genere riguarda una caratteristica di una persona. Invece l’avverbio oltremisura ha un senso di straordinarietà o di eccezionalità: stavolta si è andati oltre la misura, cioè oltre l’ordinario, la normalità.

Di conseguenza quando si mangia in modo esagerato in una singola occasione meglio usare oltremisura, mentre se lo si fa sempre, allora meglio dire che si è smodati nel mangiare, ciò non toglie che io possa ugualmente dire che in un’occasione particolare si è mangiato in modo smodato o smodatamente.

Le esagerazioni e gli eccessi sono invece termini più generici che vanno bene in ogni occasione.

Poi c’è anche la smisuratezza, che si avvicina molto alla smodatezza, nel senso che quando una cosa è smodata può definirsi anche smisurata, ma la smisuratezza non contiene necessariamente un giudizio morale.

L’universo, ad esempio, è smisurato, dunque è grandissimo, grande oltre ogni misura, ma semplicemente perché non si può misurare.

La bontà di Dio è smisurata, ammesso e non concesso che si creda in Dio.

Possiamo ugualmente dire che Lionel Messi è smisuratamente bravo à giocare a calcio. Ma così dicendo Cristiano Ronaldo si potrebbe arrabbiare oltremisura.

Avete pertanto capito che la smodatezza ha anche la prerogativa di essere prevalentemente usata per descrivere dei difetti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: dovete sapere che ogni domenica, nella nostra bella associazione, si legge un brano della letteratura italiana. Ieri è toccato di nuovo a Moravia. Questo racconto, intitolato “Tirato a sorte” mi è piaciuto molto. Bello vero?

Sofie: Eccome! Bel racconto, tanto quanto la lettura di Giuseppina. Un grazie a lei da tutti noi. Il suo apporto per noi è sempre importante. Quanto all‘apprendimento ci va sempre di lusso nel gruppo whatsapp dell’associazione.

Marguerite: Si, su questo non ci piove. Grazie mille Giuseppina.

Ulrike: a proposito di Moravia. Nel racconto di ieri mi sono balzate agli occhi alcune frasi di due minuti come: a tratti, tutto ad un tratto, manco per, sostenuto e ben presto.

Marcelo: le ho viste anch’io. Io a mia volta, vorrei parlare di alcune parole nuove per me: ciancicato, rimbeccare, immusonita, scorfano, imbronciato e impuniti.

Peggy: ehi, vacci piano, è una bella caterva di parole. Che fai, te le cerchi?

Edita: Una volta per tutte basta con i litigi. non è bene apostrofare nessuno. Quando sarà il caso Gianni ci spiegherà tutto. È risaputo che ha il tempo risicato. Siamo ormai un nutrito gruppo di amanti della lingua italiana.

Peggy: va beh, Come non detto, allora non me ne vogliate per questo mio sgarro.

Bogusia: Allora diamoci da fare con questo ripasso, perché non mi sconfinfera spaparanzarmi sul divano senza far niente, non è proprio cosa.

696 Un sostantivo di fortuna

Un sostantivo di fortuna (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un modo particolare di utilizzare il termine fortuna.

Non ne abbiamo mai parlato prima, neanche in un episodio in cui si è parlato di tutti i modi per esprimere il senso della fortuna.

Il fatto è che il legame con la fortuna non è molto evidente

Vi faccio alcuni esempi e poi cerchiamo di capire insieme cosa c’entri la fortuna.

Molte persone arrivano in Italia a bordo di imbarcazioni di fortuna.

Sono riuscito a sostenere un esame universitario in una stanza d’albergo, con una connessione internet di fortuna.

Abbiamo riparato la macchina rotta con strumenti di fortuna

Ho finito la benzina. Sono tornato a casa con mezzi di fortuna

C’era una tempesta e il pilota ha dovuto tentare un atterraggio su una pista di fortuna

Forse avrete già capito che quando si parla di qualcosa “di fortuna” si sta parlando di un qualcosa di improvvisato o che costituisca un ripiego in caso di necessità.

Se parlo di imbarcazioni di fortuna voglio esprimere il senso di precarietà, di insicurezza e del pericolo che si corre usando una tale imbarcazione. Può trattarsi ad esempio di una vecchia e malridotta barchetta.

Se abbiamo riparato la macchina rotta con strumenti di fortuna, abbiamo usato non dei veri strumenti professionali, ma qualcosa che abbiamo trovato all’ultimo momento e che abbiamo usato a questo scopo.

Magari al posto di un martello abbiamo usato un sasso, ad esempio.

Se ho finito la benzina e sono tornato a casa utilizzando dei mezzi di fortuna, magari ho fatto l’autostop, oppure mi ha dato un passaggio un signore a cavallo, o un ragazzo con la sua bicicletta.

Se infine stavo volando su un aereo e arriva una tempesta di vento, se l’aereo si trova in pericolo di cadere il pilota potrebbe optare per un atterraggio su una pista di fortuna, magari su una strada o su un prato.

Si può parlare in questo caso di atterraggio di fortuna, sperando che le cose vadano bene.

Questo è il motivo dell’uso della parola fortuna. Dunque non siamo fortunati se tentiamo un atterraggio di fortuna, ma semplicemente speriamo di riuscire lo stesso a ottenere un risultato. Serve un po’ di fortuna per farlo, ma non è detto che arriverà.

C’è sempre improvvisazione, un modo di far fronte ad una necessità con ciò che si ha, con i mezzi à disposizione e questo porta solitamente ad una conclusione positiva.

Anche nell’esempio dell’esame universitario fatto col computer in una stanza d’albergo usando una connessione internet di fortuna, si parla di una cosa che è andata a buon fine, che è finita bene, si è risolta positivamente nonostante le condizioni non fossero favorevoli.

Questa quindi è una locuzione che si può usare sempre in casi simili in cui si improvvisa (solitamente con successo) una soluzione in mancanza degli strumenti più adatti ma trovando qualcosa in sostituzione, non potendo fare altrimenti, considerate le circostanze.

C’è sempre un problema da risolvere.

Questa locuzione si collega con un’altra espressione che abbiamo già visto: “fortuna vuole“. In alcuni casi infatti si possono usare in modo simile:

Es:

L’aereo stava finendo il carburante e nelle vicinanze non c’era una pista di atterraggio. Fortuna ha voluto che il pilota ha potuto usare un’autostrada come pista di atterraggio di fortuna.

Non sempre la locuzione “di fortuna” è legata al successo però.

Lo abbiamo visto con l’esempio dell’imbarcazione di fortuna, che trasmette, come detto, la pericolosità del viaggio, e spesso la tragicità, considerando che molte di quelle imbarcazioni di fortuna si rovesciano.

Il sostantivo da usare prima della locuzione può essere singolare plurale (imbarcazione, mezzi, strumenti, connessione ecc) a seconda del caso.

E voi, avete mai improvvisato qualcosa con mezzi di fortuna?

Edita: a me quando accade un guaio o mi caccio in qualche casino, di solito la fortuna mi fa marameo.

Albéric: beh, ci sono dei giorni particolari in cui proprio non è cosa ed è meglio starsene a casa al sicuro.

Hartmut: la sfortuna secondo me non esiste. Si fa presto a dire sfortuna. La verità è che bisogna organizzarsi e stare sempre sul chi vive perché un inconveniente può sempre accadere.

Irina: non dire amenità. Può capitare a tutti che non si abbiano gli strumenti più adatti. Metti che adesso ad esempio ti si rompe il cellulare. Non mi dire che ne hai uno di ricambio in tasca!

Peggy: Avete Appena ascoltato un ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Cat: se non sono indiscreta, ci sono anch’io.

Danita: anche questo episodio è finito. Allelùia.

695 Marameo

Marameo (scarica audio)

Trascrizione

Fonte immagine: http://www.accademiadelloscivolo.it/banda-del-marameo/

Giovanni: oggi vediamo un termine molto divertente: marameo.

Si tratta di una parola scherzosa in cui si imita il verso del gatto (miao).

È una parola che si usa in senso di sfida e che si pronuncia imitando il verso del gatto ed eventualmente poggiando il pollice della mano sulla punta del naso (o volendo anche sulle orecchie) e agitando velocemente le dita tese.

Si fa anche con due mani, in fila sul naso o sulle orecchie, una a destra e una a sinistra.

È una vera presa in giro, scherzosa però.

Fare marameo è simile a dire:

Così impari!

Un’espressione che abbiamo incontrato recentemente.

Non ha però esattamente lo stesso utilizzo, perché non ha né valore di rimprovero né si pronuncia per dare una lezione.

Si tratta in realtà di una parola che esprime soddisfazione per qualcosa che è accaduto, e che invece non soddisfa affatto l’altra persona alla quale si fa marameo.

Si usa spesso con i bambini, quando ci si rincorre, cioè quando un bambino cerca di prendere l’altro.

Se un altro bambino cerca di prendermi, io scappo, fuggo, e mentre scappo gli dico:

Marameo!

È un messaggio di sfida dunque come a dire:

Sono qui, vieni a prendermi! Tanto non ci riesci!

Oppure:

Io ho vinto e tu hai perso!

Un altro esempio:

I giorni scorsi mia figlia aveva un compito in classe molto impegnativo, ma proprio quel giorno gli studenti hanno scioperato. Così la professoressa ha dovuto, suo malgrado, rimandare il compito.

Nel gruppo whatsapp della classe, appena appresa la notizia dello sciopero, uno studente ha avuto la sfacciataggine e il coraggio di fare marameo alla professoressa. Per farlo ha usato una “faccina” di WhatsApp.

Marameo

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Edita: certo che ci vuole una bella faccia di bronzo per fare marameo alla professoressa!

Danita: eh sì! Una faccia di bronzo bell’e buona!

Marcelo: sicuramente non avrà un occhio di riguardo con lui quando verrà interrogato. Ben gli sta. Così impara.

Jon: gli insegnanti vanno rispettati. Certi comportamenti non vanno né assecondati, tantomeno tollerati.

André: ai miei tempi te la dovevi vedere col preside. E dire che sono passati solo trent’anni!

694 Spaparanzarsi

Spaparanzarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto i verbi ficcarsi e schiaffarsi, un verbo altrettanto informale, che si usa spesso in famiglia è spaparanzarsi. Un altro verbo riflessivo.

Spaparanzarsi deriva dal dialetto napoletano e significa sdraiarsi o sedersi molto comodamente, abbandonando il corpo in una posizione rilassata e spesso anche scomposta.

La frase più comunemente usata è:

Spaparanzarsi sul divano

Appena entro a casa stasera mi spaparanzo sul divano. Non vedo l’ora!

Oggi vado al mare e mi spaparanzo sulla spiaggia!

C’è anche la versione spaparacchiarsi.

Dopo pranzo ci siamo spaparacchiati sulla veranda a prendere il sole. Non ti dico come si stava bene!

C’è il senso della goduria, del piacere, del rilassamento totale e meritato.

Non c’è quasi mai quella connotazione negativa che invece sta nel verbo schiaffarsi, che, nonostante talvolta si usi con senso simile, è quasi sempre inteso un atto di egoismo e menefreghismo.

Se volessi criticare una persona che sta spaparanzata sul divano userei un altro verbo: il verbo stravaccarsi. Molto familiare anche questo.

Sono due ore che te ne stai stravaccato sul divano. Non mi dai una mano a sistemare casa?

Chissà perché si usa l’immagine della vacca! Povera vacca!

Dicevo che nella posizione spaparanzata c’è anche un forte senso di scompostezza.

La scompostezza in generale esprime disordine, mancanza di equilibrio, mancanza di attenzione o di cura.

È l’opposto della compostezza. Quindi una cosa scomposta è priva di compostezza, e se parliamo di una posizione del corpo vuol dire che non è rispettosa dell’opportuna decenza. È sconveniente, è sguaiata.

Vuoi stare in una posizione più composta per favore?

Stai composto quando ti siedi!

Scomposto infatti è un aggettivo che spesso viene associato alla posizione di qualcuno o qualcosa quando non è ordinata, diritta, corretta.

Anche i capelli o la pettinatura spesso vengono definiti scomposti:

Dove vai con i capelli così scomposti? Datti una pettinata!

Siediti composto, quando imparerai l’educazione? Stai diritto con la schiena!

Spaparanzarsi comunque ribadisco che esprime generalmente una pura goduria, una rilassatezza completa, e normalmente non si usa per rimproverare qualcuno per l’eccessiva scompostezza assunta su una poltrona, una sedia o un divano.

Adesso un breve ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite: sarà pure una posizione goduriosa, ma quando mio figlio si schiaffa davanti alla tv e si spaparanza sul divano a me viene subito il nervoso. Altro che storie!

Karin: Colpa tua che non l’hai educato come si deve!

Hartmut: e ti pareva che anche oggi non ci scappava la discussione!

692 Le castronerie e gli spropositi

Le castronerie e gli spropositi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi chiudiamo il cerchio sulle sciocchezze, sulle fesserie e sulle amenità. Lo facciamo attraverso questo episodio, in cui voglio parlarvi del termine castronerie e anche del termine sproposito.

Le castronerie sono più utilizzate delle amenità nel momento in cui vogliamo indicare qualcosa di palesemente sbagliato che è stato detto o fatto da una persona.

Rispetto alle amenità è meno offensivo, e infatti si usa molto più spesso il termine castroneria per indicare qualcosa di sbagliato detto o fatto dalla persona stessa:

Per favore, se dicessi castronerie fatemelo notare.

Ho fatto una castroneria per distrazione. Abbiate pazienza.

In pratica, quando le amenità sono menzionate per indicare sciocchezze evidenti, lo si fa per amplificare il senso della sciocchezza, a scopo denigratorio o offensivo.

Le castronerie invece sono ugualmente dei grossi errori, riferito a cose che si dicono o che si fanno, ma sono la “versione gentile” della sciocchezza.

È un termine meno adatto però per indicare errori nelle azioni, cioè azioni sbagliate, che comportano un effetto negativo. Per quello sicuramente il termine “stronzate” è insostituibile, sebbene indubbiamente rientri tra le volgarità. Tra l’altro ci sono anche le “minchiate” e le “minchionerie“, oltre le le “cazzate”, altrettanto volgari ma ugualmente molto utilizzate.

Non è un caso che castroneria non abbia invece niente di volgare.

Si può usare, similmente alla castroneria, anche il termine sproposito, oppure si può parlare di errore grossolano o marchiano. Queste due ultime modalità, specie l’errore grossolano, sono le più adatte alla forma scritta.

Prima di parlare dello sproposito però vorrei terminare la spiegazione sulle castronerie.

A differenza delle amenità, si usa solamente per indicare dei grossi errori. Invece amenità, se ricordate, si usa anche in senso positivo, con un significato simile a “piacevole“.

Passiamo adesso all’errore grossolano, o, se vogliamo, all’errore marchiano.

Si tratta di due termini simili. Un errore si dice grossolano quando è dovuto a ignoranza o inesperienza, o mancanza di abilità e di preparazione specifica. Senza contare che grossolano può indicare non solamente un errore ma anche una lavorazione eseguita senza precisione, oppure qualcosa di rozzo, di sgradevole, riferendosi a persone o a modi di comportarsi.

Rimanendo in tema di errori però, questo si dice grossolano quando denota una impreparazione o superficialità.

Marchiano è abbastanza simile, un errore madornale, cioè un grossissimo errore, tale da suscitare stupore e indignazione. Un errore inconcepibile e imperdonabile. Marchiano è un termine che si usa esclusivamente per gli errori e gli sbagli.

Passiamo a sproposito.

Sproposito è un termine ugualmente interessante, perché ha due significati diversi.

Da una parte indica un’azione o qualcosa che si dice completamente sbagliato ed evidente, oppure qualcosa di irragionevole, proprio come castroneria ma direi più grave perché quando si dicono spropositi (si dicono, non si fanno) spesso si fanno figuracce, tanto è grossa la scemenza detta.

Dall’altra, lo sproposito è l’ennesima modalità per indicare una grossa quantità, specialmente di denaro:

La mia nuova automobile è costata uno sproposito!

Attenzione all’articolo.

Cioè è costata tantissimo denaro, è costata una quantità di denaro spropositata.

Ho detto una quantità “spropositata”.

Un aggettivo, quest’ultimo, che si usa anch’esso per una enorme quantità, una quantità esagerata (di denaro o di altro), oppure una grandezza esagerata, qualcosa di esageratamente grande.

Giovanni ha un naso spropositato.

Mario prima della dieta aveva una pancia spropositata.

Ricordate che “spropositi” vogliono l’articolo “gli“, come sproposito vuole “lo“, e questo accade come tutte le parole con la lettera esse seguita da una consonante. E infatti la lettera p è una consonante.

Lo, so, ho aperto una parentesi grammaticale, e a molti farà piacere, ma solitamente non lo faccio mai, anche per paura di scrivere castronerie.

Scherzi a parte, c’è poi la locuzione “parlare a sproposito” e con questa terminiamo l’episodio. Parlare a sproposito, oppure rispondere a sproposito significa parlare, dire qualcosa di cui non c’è assolutamente bisogno, parlare troppo, o inutilmente, facendo gaffe e figuracce a ripetizione. Una locuzione che si usa in senso fortemente negativo.

Per fare un complimento ad una persona, magari un collega, si può dire ad esempio che non parla mai a sproposito, nel senso che ciò che dice è sempre importante e vale sempre la pena di ascoltarlo.

Adesso ripassiamo, altrimenti verrei accusato di aver fatto l’ennesimo episodio lungo in modo spropositato, o spropositatamente lungo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Harjit: Una settimana fa ero ancora a carissimo amico con lo shopping per i regali di Natale ma dopo gli acquisti fatti durante il fine settimana sono ormai a cavallo. Di questo passo avrò proprio tutto entro due o tre giorni.

Peggy: Vedo che sei proprio pari pari tua mamma. lei si organizzava sempre bene e quindi stava sempre giusta con i tempi. si vede che ha avuto un forte ascendente su di te.

Bogusia: Per quanto mi riguarda invece, tutta questa preparazione e essere in anticipo con i regali non mi tange minimamente. Mio malgrado sono solita procrastinare. Fintantoché non sento la pressione proprio sotto Natale non riesco a trovare la motivazione giusta per avventurarmi nella zona dello shopping.

Rafaela: Condivido la tua difficoltà. Non appena arrivo tra tutta quella gente mi dà di volta il cervello e non riesco a raccapezzarmi. Cioè sebbene io pianifichi tutto prima di uscire di casa quando mi trovo in mezzo a quel trambusto e il viavai di gente non capisco più dove andare e cosa comprare.

Hartmut: Anch’io ragazzi sono per evitare le zone affollate, non perché non mi sconfinferi il caos dei negozi ma per la mia fifa blu di beccarmi la nuova variante. Quest’anno e anche quello precedente per inciso, ho fatto incetta di regali su Amazon e su alcuni altre piattaforme online.

Irina: Ma io e te siamo dirimpettai. Sai qual è il rovescio della medaglia nel ricevere i pacchi direttamente a casa nostra? Corriamo il rischio che lo squinternato del palazzo che vive al primo piano ce li rubi nell’androne non appena consegnati. Buon Natale anche a lui.

691 La magagna

La magagna (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai sentito parlare delle magagne?

La magagna è un difetto nascosto. Ma non è un difetto (di solito) di una persona, ma di un prodotto. È un difetto che altera, cioè modifica sgradevolmente la purezza o l’integrità di un prodotto.
Si tratta di una imperfezione, in genere fisica. Più in generale una magagna è dunque qualcosa che non va e che potrebbe sfuggire poiché non è evidente. Se non ce ne accorgiamo potrebbe essere una bella fregatura!

Si parla quindi soprattutto di imperfezioni di prodotti che non sono visibili esternamente, ma che sono tali da alterarne la qualità o diminuirne il valore o il pregio.

Vi faccio degli esempi:

Quando si acquista un appartamento bisogna stare attenti a tutte le magagne. Magari l’impianto elettrico è completamente da rifare, magari il terreno è instabile e potrebbe crollare l’appartamento, oppure c’è qualche grosso difetto nell’impianto idraulico.

Bisogna stare attenti a tutte le magagne possibili.

Analogamente quando si vende un appartamento molti preferiscono nascondere le magagne, per non far scendere troppo il prezzo.

Ma come mai questa bicicletta costa così poco? C’è forse qualche magagna?

Ciò che voglio sapere è se c’è qualcosa che non va in questa bicicletta, che è stato nascosto.

Le magagne in genere si scoprono quando è tardi.

Il prodotto sembra perfetto e invece ecco che spunta una magagna!

Si parla di magagne anche quando compriamo la frutta. Una mela con la magagna è una mela guasta, bacata. La magagna non si vede da fuori, però c’è. Avete mai aperto una noce che sembrava perfetta e invece…

Si parla di magagne anche con riferimento ai problemi fisici, anche derivanti dall’età.

Ho qualche magagna da risolvere e poi sarò in perfetta forma.

Ha 90 anni e zoppica? Chi non ha le sue magagne alla sua età?

Anche un semplice problema può essere una magagna:

Ho qualche magagna da risolvere in ufficio. Non so se riesco a uscire per le 18.

Un termine sicuramente informale ma assai usato da tutti.

Ho conosciuto una ragazza di 30 anni, bellissima e libera. E’ anche ricchissima oltre che molto simpatica sai? Chissà quali magagne nasconde!

Adesso ripassiamo.

Irina: oggi voglio mangiare all’italiana. Un bel pranzetto come si deve. Se mi gira ci faccio scappare anche un bel tiramisù!

Albéric: Non me ne volete ma non sarà meglio iniziare con gli antipasti e poi procedere con ordine via via verso il dessert?

Ulrike: Non voglio puntare i piedi ma non mi risulta facile uscirmene con il menu del pranzo a quest’ora!

Anthony: Ma, Ulrike, devi tener conto che ci sono membri da ogni dove qui!

Peggy. Allora con i primi come la mettiamo? Devo andare a fare la spesa per fare incetta di cibo il prima possibile!

Marcelo. Forse una parmigiana? Forse è meglio chiedere lumi sui gusti degli altri membri! Hai visto mai, che so, allergie, intolleranze. Non sia mai qualcuno si dovesse lamentare! Dio ce ne scampi e liberi!

Sofie: Un ripasso che verte sulle pietanze italiane? Una genialata veramente bell’e buona! Io però mi vedo costretta a venir meno con le proposte. Dopo tre mesi in Italia sono ingrassata, eccome! Ora, per non prendere una brutta piega, mi sono messa a dieta.

M8: Per non ingrassare almeno prima del Natale, in extrema ratio mi vedrei costretto a ordinare un pranzetto leggero su Uber Eats: un contentino a tutti gli effetti.

Harjit: Ma di che cosa state parlando? Non è il caso di dimagrire prima di Natale! Questo, lo so, sarà il colpo di grazia per la mia bilancia. Ma da che mondo è mondo i buoni propositi si fanno a gennaio!

Emma: posso dire la mia? Talvolta dopo una settimana di duro lavoro, mi viene voglia, come forma di auto-compenso, di prepararmi un antipasto gustoso. Lungi da me dal mettermi a dieta! non se ne parla neanche! Avete presente la polenta fritta con gorgonzola e pancetta piacentina? È una bontà che non vi dico!

690 Non mi sconfinfera

Non mi sconfinfera (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi, sperando che la cosa sia di vostro gusto, vorrei proporvi un verbo adatto a esprimere gradimento o mancanza di gradimento. Il verbo è sconfinferare

Vi sconfinfera?

Se vi sconfinfera, allora sicuramente trovate questo verbo gradevole, quindi vi aggrada, vale a dire che vi va a genio.

Se ricordate l’espressione “andare a genio“, potete stare tranquilli, perché sconfinferare la potete sempre usare in sostituzione.

Quando qualcosa ci piace, incontra i nostri gusti, va sempre bene usare questa espressione, ricordandoci che comunque è sempre una modalità informale, direi abbastanza simpatica anche, ma non è il caso di usarla con sconosciuti o in contesti formali o al lavoro.

Cominciamo a dire che “non mi sconfinfera“, quindi con la negazione, si usa di più rispetto a “mi sconfinfera“.

Sconfinferare

Quando una cosa non mi sconfinfera, potrei dire che non si confà ai miei gusti, non corrisponde ai miei gusti. C’è qualcosa che non va, che non mi convince, che non mi piace, ma è un modo abbastanza leggero di esprimere questa mancanza di gradimento.

Ovviamente se invece qualcosa mi sconfinfera, è l’opposto. Il tono è colloquiale, a volte buffo e sicuramente amichevole.

Ci sono molti verbi abbastanza simili. Per rendere bene l’idea del significato, dovete sapere che sconfinferare trasmette anche un senso di fiducia, quindi è simile a ispirare.

Se una persona, istintivamente, mi ispira fiducia, posso dire ad esempio che mi sconfinfera, o che ha una faccia che mi sconfinfera.

Leggermente meno informali sono verbi come ammaliare, intrigare, invogliare, solleticare, stuzzicare, ma qui c’è anche il senso del desiderio, cosa che non c’è nel verbo sconfinferare.

Spesso “mi sconfinfera” possiamo tradurlo come “mi piace l’idea“.

Vi sconfinfera l’idea di andare al cinema?

Assolutamente analogo, anche come grado di familiarità, e più vicino nel significato è il verbo sfagiolare, molto simpatico anche questo.

Vediamo qualche altro esempio:

Vi sconfinfera il modo di insegnare italiano che utilizza Italiano Semplicemente?

Agli amanti della grammatica sicuramente non sconfinfera per niente un metodo che la mette in secondo piano!

Dunque vi piace? Vi va a genio? Incontra i vostri gusti? È di vostro gradimento? Si confà ai vostri gusti? Vi aggrada?

L’arredamento di questa casa non mi sconfinfera. Devo assolutamente cambiare qualcosa e renderlo più moderno.

Vi piacciono gli spaghetti? Ci sono mille ricette, mille modi diversi di mangiarli, e potete usare il condimento che più vi sconfinfera.

Ascolta, domani avevo pensato di andare a vedere l’ultimo film della Walt Disney al cinema. Pensaci. Vedi se ti sconfinfera la cosa e fammi sapere.

Adesso ripassiamo, e se vi sconfinfera, potremmo parlare di filosofia.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: cioè dovremmo parlare della concezione della vita? Che pesantezza!

Ulrike: in effetti… comunque se l’obiettivo è mettere a punto un bel ripasso, lasciatemi il tempo di dare una scorsa agli episodi passati prima.

Hartmut: Gli stoici credono che molto spesso noi non siamo capaci d‘influenzare gli eventi del mondo e persino le nostre vite private. Allora per non risentire del destino potenzialmente infame e destreggiarci con tutto ciò che accade, dovremmo controllare le nostre opinioni sugli eventi. Questa è la chiave, a loro dire, verso la felicità e il successo. Cosa ne pensate?

Peggy: Interessante! A pensarci meglio però, sono solo parzialmente d’accordo con questi concetti. Preferisco più credere che uno, volendo, possa dare seguito ai propri desideri. Io la vedo così. Si può riuscire a influenzare gli eventi soprattutto nelle nostre vite private.
Tra l’altro, credo quanto mai che un nostro semplice sorriso possa avere la sua influenza sul prossimo, e magari successivamente su qualche evento della sua vita.

Marcelo: Sono d’accordo che fintantoché c’è dedizione e costanza è possibile raggiungere uno scopo, ma la felicità è un percorso, e se si è capaci di vivere virtuosamente, magari i beni materiali non saranno una preoccupazione costante e il grosso della vita trascorrerà liscia.

Harjit: Raga, bravi! Anch’io raccolgo la provocazione di buon grado, e vorrei farlo con un discorso all’insegna della filosofia, ma va a capire perché, di punto in bianco, mi è venuto il mal di testa e mi vedo costretta ad abbandonare. Credetemi, non è un pretesto!

689 In tempi non sospetti

In tempi non sospetti (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi vediamo l’espressione “in tempi non sospetti“, molto usata.

Iniziamo dai sospetti, plurale di sospetto.

Il sospetto

I sospetti

Il sospetto è una sensazione simile al dubbio.

Avere un sospetto dunque è simile a avere un dubbio.

La differenza è che si tratta di un dubbio pericoloso che non riguarda una propria azione, ma deriva dall’osservazione della realtà.

Qualcosa potrebbe risultare pericoloso per noi. Per questo motivo sospetto è non solo un sostantivo ma anche un aggettivo:

Un tipo sospetto ad esempio è una persona che non conoscete e che non sembra innocuo, anzi, sembra poco rassicurante, incute forse un po’ di paura, oppure abbiamo paura che possa imbrogliarci. Il pericolo potrebbe essere di qualsiasi tipo.

Attenzione a non confondere l’aggettivo sospetto con sospettoso. Sospettosa è la persona che ha il sospetto, è la persona che ha paura che ci possa essere un pericolo.

Sospetto invece è l’aggettivo che diamo alla cosa che crediamo possa portarci questo pericolo.

Anche un rumore può essere sospetto.

Ho sentito un rumore sospetto venire dalla cucina non saranno mica i ladri?

Una cosa sospetta dà adito a dubbi, tanto per usare il termine adito, che abbiamo visto recentemente.

Si tratta di dubbi sulla potenziale pericolosità che potrebbe arrivare da questo sospetto che abbiamo.

Se sento un odore sospetto, magari può essere puzza di bruciato e ho paura che sia un incendio.

Un dolore sospetto invece può farmi sospettare che io abbia qualcosa di grave.

Avrò una malattia grave? Forse sto per morire?

Già, perché esiste anche il verbo sospettare.

Sospettare significa pensare che possa accadere qualcosa di negativo o pericoloso o che sia già accaduto perché ho fatto dei ragionamenti che mi hanno portato a pensare questo.

Non sono sicuro, ma posso avere un forte sospetto, cioè essere quasi sicuro di qualcosa.

Sospetto che sia stato tu a tradirmi!

Non puoi sospettare di me!

Nella frase “in tempi non sospetti” comunque, sospetti è aggettivo. I “tempi” indicano un non specificato momento o periodo nel passato.

Per la precisione, i tempi di cui si parla erano diversi dal momento attuale, perché a quei tempi non c’era qualcosa che adesso invece c’è, o non si sapeva ancora qualcosa che oggi invece si sa, e a quei tempi, visto che erano diversi, era difficile dire o fare alcune cose che invece, se dette o fatte oggi, sarebbe normale.

Vi faccio un esempio:

Oggi sappiamo che mettere la mascherina ci protegge contro il covid. Due anni fa in Italia nessuno portava la mascherina perché il virus non era ancora conosciuto.

Eppure conosco una persona che in tempi non sospetti diceva sempre: bisogna mettere la mascherina per non prendere malattie infettive.

Ecco, questa persona non lo dice solo adesso di indossare la mascherina, ma lo diceva anche in tempi non sospetti, cioè prima, quando non era normale dirlo, quando non sembrava essere pericoloso.

Quindi questa persona era un precursore.

Si chiama così chi dice delle cose che solo nel futuro troveranno una conferma.

Solo chi dice delle cose che si riveleranno vere molto tempo dopo può dire di averle dette in tempi non sospetti.

Ma perché “non sospetti?” Perché nessuno può sospettare che a quei tempi si potesse sapere qualcosa del covid. Tutto qui.

L’espressione si usa solamente con la negazione.

Altri due esempi:

Cinquant’anni fa, in tempi non sospetti, c’era già qualche studioso che parlava di riscaldamento globale.

Anche in questo caso si parla di precursori, che sanno immaginare e sanno prevedere prima degli altri.

Oggi è facile convincersi della validità del metodo usato da Italiano Semplicemente per insegnare la lingua italiana ai non madrelingua. In tempi non sospetti però ricordo come Lya, il primo membro dell’associazione Italiano Semplicemente, si disse entusiasta di questo metodo mentre c’erano molte persone che invece dicevano che insegnare la grammatica fosse la cosa più importante.

Ripassiamo?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Giovanni, ieri ho letto la parola orpelli, non è che la potresti spiegare una volta?

Giovanni: perché no, aggiudicato!

Irina: te la spiego io! Gli orpelli sono tutte le cose inutili che vengono utilizzate per esaltare qualcosa. Benché vogliano dare un’apparenza, questo risulta in contrasto con la verità. In pratica gli orpelli hanno la pretesa di abbellire, rendere migliore qualcosa, ma non ci riescono, cosicché risultano di troppo.

Albéric: ad esempio Giovanni nei suoi episodi cerca di evitare inutili orpelli che non servono a niente, magari dei paroloni che non aiutano a fornire una spiegazione utile.

Marcelo: molto simile alla parola fronzoli. Vero?

Giovanni: ragazzi, per la cronaca sarei io la persona deputata a dare spiegazioni qui. Mi volete rubare il mestiere? Ma io non lo so!

Ulrike: non ci si può cimentare in una spiegazione?

Harjit: lascialo stare Ulrike, oggi non è cosa! Vorrà dire che ci penserà lui in uno dei prossimi episodi.

Hartmut: certo, la spiegazione dacché mondo è mondo è appannaggio di Giovanni.

Peggy: comunque vorrei sgombrare il campo da sospetti. Capisco che la spiegazione di Irina possa dar luogo a polemiche, ma conoscendo Irina, è chiaramente un’accusa indebita, lei a suo modo voleva semplicemente partecipare a un ripasso.

Giovanni: allora Irina considerati perdonata!

688 Si fa presto

Si fa presto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto “si fa prima” parliamo oggi di “si fa presto“. Si tratta di una locuzione molto particolare, che naturalmente la maggior parte delle volte non è da interpretare alla lettera.

Infatti “si fa presto” ha anche un uso molto semplice.

Si fa presto a fare un video col cellulare e pubblicarlo su YouTube.

Cioè ci vuole poco tempo.

fare presto“, come significato principale ha proprio quello di svolgere “In breve tempo” un’attività.

Si fa presto a pulire una piccola stanza.

Fai presto che abbiamo fretta!

Bisogna far presto altrimenti perdiamo il treno!

La mattina mi alzo sempre molto presto.

In quest’ultimo esempio non si parla di tempo impiegato a fare qualcosa, e infatti non c’è il verbo fare. Ma torniamo a “far presto“.

Quando si parla in modo impersonale, “si fa presto” non si usa solamente per indicare che un’attività richiede poco tempo.

Vediamo qualche esempio e poi vi spiego il significato:

Adesso che siamo tutti vaccinati contro il covid siamo al sicuro.

Si potrebbe rispondere:

Si fa presto a dire sicuro. La verità è che non c’è nessuna certezza. E poi con tutte queste varianti, ogni sei mesi dobbiamo vaccinarci nuovamente.

Un altro esempio:

Conosco una ragazza che vive negli Stati Uniti che dice che c’è una pizzeria, sotto casa sua, che fa la pizza napoletana.

Un italiano potrebbe commentare: si fa presto a dire pizza napoletana.

Attenzione anche al tono con cui vengono pronunciare queste frasi. Il tono deve aiutare a dare il segnale di una protesta, una critica contro qualcosa che è stato appena detto.

Si fa presto a dire…” è molto simile a “non dire così”, oppure “è facile dire…” oppure “questo non è detto sia vero”.

Quindi si sta contestando, criticando ciò che si è sentito, perché le cose probabilmente stanno diversamente o potrebbero stare diversamente. Si stanno sollevando dei dubbi.

È troppo facile dire questo” , oppure “aspettiamo a trarre facili conclusioni“, “non è così semplice“, “non credo sia vero“, “credo che la questione sia più complicata di così“, “non dovresti dire così”, “non è il caso di dire questo”, “non ne sarei così sicuro” o anche “io ci andrei piano”.

Queste sono delle altre possibili alternative a “si fa presto a dire...”.

In questa espressione però si ripete il termine che si ritiene sbagliato, o meglio frettoloso, oppure si ripete una parte della frase. Dico frettoloso perché quando si dice qualcosa di fretta, lo si fa prima del dovuto, quindi “presto“. Si parla sempre di tempo impiegato, in tal caso a dire qualcosa, quindi qualcosa detto troppo presto, senza pensare.

Es:

Adesso che sono laureato ho risolto tutti i miei problemi e posso iniziare subito a lavorare!

Eh, si fa presto a dire problemi risolti! Forse è proprio adesso che iniziano i veri problemi.

Hai letto dieci libri di grammatica e credi di saper parlare l’italiano?

Si fa presto a dire che adesso lo sai parlare!

Sono innamorato!

Si fa presto a dire amore!

A volte però non si usa il verbo dire, ma un altro verbo. In questo caso si tratta comunque di un giudizio, di una critica, di un’opinione che riguarda una decisione ritenuta sbagliata o una frase ritenuta affrettata, detta senza pensare troppo:

Es:

Chi non va bene a scuola è un somaro e va sempre bocciato.

Risposta: si fa presto a giudicare! Che ne sai tu dei problemi delle persone?

Ho visto il mio fidanzato che si abbracciava con una ragazza. Traditore!

Risposta: ma dai, si fa presto a pensare male, magari era una sua amica!

Adesso facciamo un bel ripasso delle lezioni precedenti grazie ad alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut: si fa presto a dire ripasso! Mica è facile costruire un ripasso in quattro e quattr’otto!

Khaled: sì fa prima ad aspettare che sia tu a farne uno. Poi noi registriamo. No?

Irina: sarà pure vero, ma poi bisogna impegnarci personalmente ogni tanto. Questo non significa fare un ripasso alla buona, ma anche laddove ci siano molti errori, è proprio così che si impara.

Edita: scusate ma io sono facile alla distrazione e sto pensando alla frase “un ripasso in quattro e quattr’otto!”. Ma che significa?

Danita: quando fai qualcosa in quattro e quattr’otto la fai velocemente. 4 + 4 fa otto. È un’operazione facile da fare. È veloce, non c’è bisogno di stare a pensarci troppo.

Albéric: ah, allora si fa presto a fare le cose in quattro e quattr’otto! Ma alla precisione non ci pensa nessuno? Scusate ma ho la fisima della precisione.

687 Amenità: stronzate o piacevolezza?

Amenità (scarica audio in giornata)

Trascrizione completa disponibile solo per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (EntraRegistrati)

Descrizione

Vediamo un termine da usare in sostituzione di “stronzate” (troppo volgare), sciocchezze, fesserie, stupidaggini. Un termine che può indicare anche piacevolezza.

686 Si fa prima

Si fa prima (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Ciao ragazzi, che si fa oggi?

Oggi potremo occuparci proprio di “si fa“, due piccole paroline che messe insieme si possono usare in diversi modi, sia semplicemente come ho fatto io, sia mettendole insieme a qualche altro termine. In questo modo si formano alcune locuzioni che hanno un significato particolare, come:

Si fa prima

Si fa tardi

Si fa presto

Si fa per dire

ed altre ancora.

Ci siamo già occupati di “Si fa per dire“,

Oggi vorrei parlarvi di “si fa prima“, una locuzione informale che si può usare quando soprattutto parliamo del tempo che occorre per fare qualcosa.

Stiamo in particolare facendo un confronto.

Quanto tempo occorre per andare a Roma con la macchina?

Una possibile risposta potrebbe essere:

Perché andarci in macchina? Si fa prima con l’aereo!

Avrete sicuramente capito che “si fa prima” sta per “si impiega meno tempo“, “occorre meno tempo“.

Quindi stiamo facendo un confronto che riguarda il tempo. Qual è la strada più veloce? Si fa prima da questa strada o da quest’altra?

Attenzione però, perché “si fa prima” può indicare anche una sequenza di operazioni, e non un’operazione che richiede meno tempo rispetto a un’altra.

A esempio:

Nelle espressioni matematiche si fa prima la moltiplicazione o la somma?

La risposta è:

“Si fa prima la moltiplicazione” e dopo la somma.

Stiamo dando un ordine. Prima si fa la moltiplicazione e poi (cioè dopo) la somma.

Oppure:

Cosa si fa prima di spedire una lettera? Prima si scrive e poi si spedisce. Mi pare chiaro.

Anche in questo caso stiamo dando un ordine di operazioni da fare.

Attenzione quindi a queste due modalità di intendere “prima“. Si può intendere un ordine –  e in questo caso prima di contrappone a dopo – oppure “prima” indica un minor tempo per fare qualcosa. 

Naturalmente in entrambi i casi stiamo parlando in modo impersonale.

Vi faccio notare però che a volte “si fa prima” si può usare anche in senso ironico, quando voglio sottolineare una eccessiva complessità di qualcosa, inoltre spesso si fa riferimento, anche senza fare ironia, anche alla minore complessità, a una maggiore facilità, una minore difficoltà nel fare qualcosa anziché un’altra. Non parliamo necessariamente di tempo. 

In Italia si fa prima a fare un figlio che a prendere la patente.

Questo è un uso ironico. Voglio dire che prendere la patente di guida è particolarmente complesso, impegnativo o richiede molto tempo. In confronto, ci vuole meno tempo a fare un figlio!

Che pizza, l’autobus non passa! E’ un’ora che aspettiamo! Si fa prima a andare a piedi!

Si tratta di linguaggio informale, questo è bene chiarirlo.

Quando una squadra non vince, si fa prima a cambiare l’allenatore piuttosto che tutti i calciatori.

Quest’ultimo esempio fa riferimento più che alla velocità, cioè al minor tempo, direi piuttosto alla semplicità di una scelta rispetto ad un’altra.

Ho acquistato un oggetto del valore di 1 euro su Amazon, ma non funziona. Si fa prima a ricomprarlo che a chiedere la sostituzione!

Degli amici calabresi mi hanno invitato a pranzo. Volete sapere cosa ho mangiato? Si fa prima a dire cosa NON ho mangiato!

Questo è un altro esempio ironico in cui uso “prima” per indicare qualcosa che richiede meno tempo e/o meno impegno.

Questa modalità di utilizzo di “prima” spesso si usa per dare un consiglio a una persona o come semplice considerazione, ma in questo caso non è più impersonale:

Tuo marito ti tradisce? Vuoi che cambi il proprio comportamento? Hai deciso di portarlo a fare psicoterapia? Vuoi riconquistarlo attraverso della lingerie sexy? Ma non fai prima a cambiare marito? Non è più facile?

Si è rotta la macchina quindi sono rimasto a piedi a 500 metri da casa. Chiamo i soccorsi? Faccio una telefonata a mio fratello che mi viene a prendere? Oppure faccio prima andare a casa a piedi?

Se volessi esprimermi in modo meno informale, a seconda delle circostanze, potrei dire:

E’ più conveniente che io torni a piedi (anziché dire “faccio prima a tornare a piedi”)

Credo ti convenga cambiare marito! (e non “fai prima a cambiare marito”)

E’ preferibile dire cosa non ho mangiato (anziché “si fa prima a dire cosa non ho mangiato).

Si parla quindi di “convenienza” in generale, non necessariamente di tempo impiegato o da impiegare.

A volte si sostituisce “prima” con “meglio“, ma sicuramente è bene usare “si fa meglio” quando si parla di qualità di una scelta:

Il pane si fa meglio a mano che con la macchina impastatrice.

Anziché dire stupidaggini, nella vita spesso si fa meglio a tacere

Si parla quindi di una scelta migliore rispetto a un’altra.

Altre volte il confine tra qualità e convenienza è meno evidente, e allora si potrebbe dire ad esempio:

Siamo a 500 metri da casa. Si fa meglio a andare a piedi piuttosto che chiamare un taxi.

Si potrebbe rispondere:

Non so se sia meglio, sicuramente si fa prima a piedi!

Domani vediamo “si fa presto“. Nel frattempo si è fatto tardi… allora ripassiamo!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: Io in generale con l’oroscopo non ho niente a che spartire

Irina: io penso che siano stupidaggini, fesserie o sciocchezze, che dir si voglia. Naturalmente faccio salvo il libro sui segni zodiacali pubblicato da Italiano Semplicemente, che è l’audiolibro migliore ideato da Gianni, il nostro professore indefesso

Rafaela: è un audio-libro pensato per chi vuole imparare come descrivere i tratti del carattere delle persone. Un capolavoro, altro che storie, ed io sicuramente non mi ritengo una ruffiana dicendo così. 

Marcelo: torniamo a bomba però. Neanche io sono per dare credibilità all’oroscopo, ma ciò non toglie che di volta in volta io mi tolga lo sfizio e lo legga, non fosse altro che per divertirmi.

Bogusia: sapete che proprio oggi mi è capitato di imbattermi in un oroscopo per l’anno venturo. Lo spunto per leggerlo era il titolo che iniziava con la frase di due minuti con italiano semplicemente. La sorte e la mia insaziabile curiosità hanno voluto che io lo leggessi, vai a capire perché. Vi dico cosa diceva l’oroscopo: Altro che cattiva sorte. Il 2022 sarà una pioggia d’oro per questi segni baciati dalla fortuna e ricompensati dalle stelle: Leone e pesci . Perché mi ha colpito? Si dà il caso che siamo in tanti nell’associazione ad essere nati sotto il segno dei pesci, ivi incluso il nostro professore. Non so se ci andrà veramente di lusso l’anno prossimo (per inciso, anche io sono dei pesci) o se dovremo venir meno alle nostre aspettative in merito, ma spero che sia la verità. Auguro a tutti i leoni e pesci buona fortuna, ma mi raccomando, stiamo in campana con questo virus. 

685 Adito

Adito (scarica audio)

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Descrizione

Il termine “adito” non è mai usato dagli studenti non madrelingua. Vediamo come si usa e quali sono le differenze tra “dare adito” e “dare luogo“.

684 Dare luogo a

Dare luogo a (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: ricordate l’episodio che abbiamo dedicato a causare, generare, provocare e produrre?

Oggi ci occupiamo di una modalità particolare che si può ugualmente usare per esprimere una conseguenza, o un effetto.

Abbiamo visto anche la locuzione “per via di“, e nello stesso episodio abbiamo parlato anche di “grazie a” , “per merito di” , “per colpa di” .

Queste ultime sono sicuramente le più utilizzate dagli italiani e anche da voi non madrelingua.

Sicuramente però la locuzione che voglio spiegarvi oggi voi non la utilizzate praticamente mai:

Dare luogo a

Oppure

Dar luogo a

Anche questa locuzione serve ad esprimere una conseguenza. Non esprime necessariamente una colpa o un merito di qualcosa che accade, ma semplicemente un effetto, un risultato, che può essere negativo o positivo.

Nella maggioranza dei casi però, questo bisogna dirlo, “dar luogo” esprime una conseguenza poco gradevole, diciamo negativa, non desiderabile, a volte solo potenziale.

Eppure nei dizionari leggiamo che dare luogo significa lasciar passare una persona, oppure cedere il proprio posto a qualcuno. Quindi ad esempio:

dare luogo a una persona anziana

Bisogna dire che però in questo modo sicuramente non si usa molto spesso.

I dizionari ci dicono anche che dare luogo significa anche fare intervenire, fare seguire, fare in modo che qualcosa accada.

Posso dire ad esempio:

Bisogna dar luogo a un cambiamento

Cioè: bisogna far sì che avvenga un cambiamento, bisogna agevolare un cambiamento, occorre favorire un cambiamento.

È un modo poco informale, sicuramente, di esprimersi, ed è parecchio usato nei telegiornali e nelle dichiarazioni fatte dai personaggi politici italiani, quando si esprime la volontà di favorire qualcosa, quando si vuole permettere qualcosa:

Occorre dar luogo a interventi immediati per combattere la crisi.

Vedete che si usa in fondo anche con un senso simile a “fare“, oltre che favorire e permettere. C’è spesso un invito all’azione.

Il modo più diffuso, ad ogni modo, resta quello legato alle conseguenze, con un senso simile a “generare“, “produrre“, “causare“:

Oggi sono previste intense precipitazioni, che possono dar luogo a frane e smottamenti del terreno.

Quindi in conseguenza della forte pioggia (intense precipitazioni) si potrebbero verificare frane e smottamenti del terreno, crolli.

Le ultime decisioni del governo potrebbero dar luogo a forti proteste

Anche qui è simile, generare, produrre e causare. Potrei anche dire:

Alle ultime decisioni del governo potrebbero seguire forti proteste

Quindi “dare luogo” si può usare correttamente nel senso di permettere, favorire, come abbiamo detto, ma questo uso è abbastanza appannaggio di un certo tipo di linguaggio, più adatto al lavoro e al linguaggio dei politici e giornalisti.

L’uso più frequente di “dare luogo” è invece, è bene ribadirlo (cioè confermarlo), nel senso di generare, produrre come risultato.

Vediamo altri esempi e poi ripassiamo gli episodi precedenti:

Le ultime dichiarazioni del presidente hanno dato luogo ad accese polemiche.

Meglio non parlare troppo oggi alla riunione, per non dar luogo ai tuoi colleghi di accusarti come al solito.

Non devono vederci insieme, sarebbe un male per me se dessi luogo a pettegolezzi.

Non hai parlato troppo chiaro. Le tue parole daranno sicuramente luogo a tante interpretazioni.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Edita: oggi è arrivato il freddo e la neve in Italia. Possiamo dire che è arrivato l’inverno a tutti gli effetti.

Irina: in California ci sono 21 gradi invece. Ma non voglio farvi rosicare!

Ulrike: rosicare noi? Noi siamo in Italia, hai presente? Spaghetti, parmigiano, caponata, polenta, trippa al sugo e via dicendo. Altro che California!

Anthony: Ci risiamo con i litigi ragazzi!

Marguerite: dai, è divertente prendersi in giro, che sarà mai!

Cat: mi state facendo venir fame! E dalle mie parti non c’è verso di trovar cibo italiano! Il resto lascia decisamente a desiderare.

Peggy: è vabbè allora sapete che facciamo? La prossima estate, covid permettendo, andiamo tutti a Roma alla riunione dei membri di Italiano Semplicemente. Sempre che Giovanni sia d’accordo.

Sofie: io verrò sicuramente e porto anche tutto il cucuzzaro, cioè marito e figli.

Hartmut: magari. È grasso che cola se riesco a venire da solo/a! Però ci provo lo stesso. Ammesso e non concesso che in ufficio mi concederanno le ferie!

Marcelo: oggi abbiamo rispolverato espressioni che non usavamo da illo tempore! Vi consiglio di andarle a ripassare, ivi incluse le prossime.

Cat: lo farò senza meno. Come sempre. Prendiamo atto che Giovanni sta alzando forse un po’ troppo il tiro. Facciamocene una ragione.

683 Tutto il cucuzzaro

Tutto il cucuzzaro

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Trascrizione

Giuseppina: può capitare che un termine specifico che si usa in un gioco trovi il modo di entrare nel vocabolario per essere usato in situazioni particolari.

È il caso del termine cucuzzaro, che deriva da cocuzza, che in dialetto calabrese e siciliano significa zucca.

Nel “gioco del cucuzzaro” si pronuncia appunto la frase “tutto il cucuzzaro”, e il cucuzzaro in quel gioco è la persona che conduce il gioco, ma si rappresenta la persona che vende le zucche.

Dunque il cucuzzaro è una persona, nel gioco del cucuzzaro.

Nel linguaggio informale invece, quando si dice questa frase: tutto il cucuzzaro, si intende “tutto quanto” o “tutti quanti” in riferimento a persone o anche a cose.

Ovviamente è una modalità scherzosa, quindi è simile ad altri termini più o meno simili che si usano in queste occasioni, come combriccola e banda, riferito a persone e armamentario e ambaradan (riferito a cose).

Anziché dire tutta la famiglia al completo, o tutti quanti i figli, si potrebbe così usare “tutto il cucuzzaro”.

Vediamo qualche esempio:

Siete invitati a cena stasera.

Dobbiamo venire soli o portare tutti e 5 i figli?

Portate pure tutto il cucuzzaro, c’è da mangiare in abbondanza!

Quindi l’espressione si usa per estendere a tutti o a tutto, cioè a una collettività o un gruppo, un invito o qualunque altra cosa.

Altro esempio:

Stanotte nel quartiere la polizia ha arrestato una ventina di persone per traffico di stupefacenti.

Chissà se hanno arrestato anche il dott. Bianchi o qualcuno della sua famiglia.

Si, altroché, non solo lui, ma pare abbiano preso tutto il cucuzzaro, altro che qualcuno!

Un ultimo esempio, che sottolinea ancora una volta il senso di estendere qualcosa a più persone (quasi sempre) o cose:

Io alle prossime elezioni non vado a votare, perché non c’è alcuna differenza secondo me tra destra, sinistra, centro e tutto il cucuzzaro. Sono tutti uguali!

In questo caso sto estendendo il mio pensiero a tutte le forze politiche, nessuna esclusa.

In questa occasione come in altre è un po’ come dire “anche tutto il resto”, “e tutti gli altri“. Si tratta appunto di un’estensione fatta con senso dispregiativo o semplicemente con un tono ironico.

Anche stavolta le zucche, anzi le cocuzze non c’entrano niente!

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: vi propongo un argomento che darà luogo a accese discussioni: secondo voi, può essere giustificabile una avventura extraconiugale?

Marcelo: mi prendi in contropiede, perché non ho mai pensato neanche a sposarmi, figuriamoci al tradimento.

Karin: scusate ma l’espressionedare luogo, usata da Irina, non mi risulta sia mai stata oggetto di un episodio.

Hartmut: non sbagli, ma non vorrai mica eludere la sua domanda. Vero? In merito all’espressione dare luogo, evidentemente un motivo ci sarà perché è stata utilizzata.

Karin: va bene, allora per non dare adito a polemiche, rispondo che per me, l’unico caso in cui si possa tradire il proprio partner è che lui ne sia a conoscenza e che sia d’accordo.

Sofie: beh, sicuramente questo non sarebbe qualificabile come tradimento a tutti gli effetti, sicuramente però, per sgombrare il campo da ogni dubbio sul mio pensiero, non accetto il tradimento per ripicca. E poi, scusate l’inciso, ma ci sarebbe anche un’altra espressione che non è mai stata spiegata prima: dare adito. E mi fa specie che sia stata proprio Karin a farlo, che prima si lamentava tanto per l’espressione “dare luogo” .

Marguerite: non è che stiamo mettendo troppa carne al fuoco? Oh no, l’ho fatto anch’io!!

André: va beh ragazzi, ma la domanda di Irina sui tradimenti mi sembrava interessante. Nessun altro vuole raccogliere la sfida? Io dico che il tradimento non si giustifica mai, fatto salvo se sono io a farlo.

Ulrike: ah, André, se tanto mi dà tanto, questo significa che l’hai già fatto! Vero?

André: sì! No, no! Beh... hai una domanda di riserva?

Peggy: Personalmente, se mi venisse chiesto non sarei mai accondiscendente. In caso contrario non so se sarei mai disposta a tollerare una cosa simile, in quanto credo che uno se lo fa una volta, poi lo farà anche una seconda, una terza e cosi via. Spesso e volentieri, tale comportamento avviene per via dell’insoddisfazione che, col tempo, deriva dal rapporto di coppia, che come sappiamo esclude rapporti extra-coniugali. Quando due persone hanno deciso essere fedeli e prendersi cura amorevolmente l’uno dell’altro e poi accade questo, allora, a questo punto, ritengo sia meglio trasformare la relazione coniugale in una di amicizia.

682 Una domanda di riserva

Una domanda di riserva (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi, in questo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente vediamo il termine riserva.

Ampiamente utilizzato nella lingua italiana, quella di tutti i giorni, ma in generale sia nella lingua formale che informale.

La riserva esprime un concetto semplice: qualcosa che potrebbe servire, che potrebbe essere utile per diversi motivi, ma che inizialmente non viene utilizzato. Si utilizza solamente in caso di necessità.

Questo è il significato principale, poi ce ne sono alcuni particolari che appartengono a usi specifici.

Ma vediamo invece l’uso di cui vi ho parlato.

Nello sport, la riserva è costituita da ciascuno degli atleti che partecipano a gare e campionati solo in caso di indisponibilità di un titolare.

Quindi ad esempio nel calcio la riserva è fatta da calciatori che entrano e giocano solo se l’allenatore decide sia il caso. Si chiama più comunemente “panchina” in questo caso, perché questi calciatori stanno seduti in attesa di entrare in campo.

Anche nel linguaggio militare, la riserva è l’insieme delle persone che potrebbero partecipare ad una eventuale guerra ma che in questo momento non sono militari, ma persone normali. Non si sa mai!

In macchina invece “stare/trovarsi in riserva” indica che abbiamo poco carburante a disposizione, quindi si accende la spia rossa della riserva, il che significa che dobbiamo fare rifornimento al più presto altrimenti resteremo senza carburante.

Allora adesso passiamo alla “domanda di riserva” che dà il titolo all’episodio di oggi.

Una espressione che si utilizza in caso di necessità.

Ma quale sarebbe questa necessità?

Si tratta in realtà di una espressione scherzosa, che si usa normalmente quando c’è una domanda scomoda, o difficile, alla quale non vogliamo rispondere o preferiremmo non rispondere.

Una domanda si dice “scomoda” quando reca disagio, o imbarazzo o disturbo.

La domanda potrebbe anche essere compromettente, cioè impegnativa, ma nel senso che rispondendo a questa domanda potrebbe derivare un certo rischio o danno, specie per la reputazione di chi risponde. Tipo:

Ma lei ha mai avuto a che fare, nella sua vita, con la mafia?

Oppure:

Hai qualche strana fantasia sessuale?

Sei mai stato infedele?

Si può semplicemente non rispondere a domande di questo tipo, oppure, per buttarla sul simpatico, potete rispondere così:

Non c’è una domanda di riserva?

Un ultimo esempio:

Ciao, com’è andata ieri sera con Paola? So che era il vostro primo appuntamento. Dai raccontami!

Risposta: Hai una domanda di riserva?

Questo tipo di risposta è chiaramente un modo ironico ed anche molto chiaro per dire che qualcosa è andato storto (cioè è andato male). Meglio non parlarne quindi.

È una battuta che si può fare anche con domande meno impegnative, tipo:

Come stai?

Come butta? (molto giovanile)

Come è andata al lavoro oggi?

Che mi racconti di bello?

In tutti questi casi è accaduto qualcosa di brutto o negativo e preferiamo non parlarne.

Un altro esempio:

Una ragazza, in piena notte, sveglia il suo fidanzato e gli chiede:

Ma tu, sinceramente – guardami negli occhi – mi ami?

Quale risposta migliore di:

Una domanda di riserva?

Marguerite: Adesso ripassiamo? Niente domande di riserva stavolta.

Peggy: certo, anche perché quella che hai appena fatto è una domanda retorica.

Marcelo: bando alle ciance ragazzi, c’è qualche idea come si deve?

Bogusia: Oggi sono sguarnita di idee per il ripasso. Ne ho ben donde però. I miei pensieri ruotano attorno al dolore che provo da ieri: il mal di denti. Mi girano, come si suol dire, quando penso che mi tocca andare dal dentista. Non c’è incubo peggiore, ma resta pur sempre l’ultima spiaggia per chi ci soffre. Mannaggia!

681 Essere provato

Essere provato

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Trascrizione

Giovanni: Dopo aver provato a spiegarvi, nell’ultimo episodio, uno degli utilizzi del verbo provare, oggi ne vediamo un altro.

Essere provato, infatti, è completamente diverso da aver provato.

Essere provati significa semplicemente essere stanchi, ma è una stanchezza che può essere di due tipi diversi.

Può essere una grande stanchezza, quindi essere provato è come essere stanchissimo, essere esausto, non avere più energie.

Il secondo uso si riferisce imvece ad una stanchezza diversa, non solo fisica ma anche mentale. Si può trasmettere anche un senso di sofferenza.

Ecco che allora una persona provata può esserlo perché non ha più le energie, fisiche o mentali, ma si può dire anche di persone che recano i segni di esperienze difficili o dolorose:

È una famiglia provata dalle disgrazie

Quest’uomo è visibilmente provato dagli anni

Sono veramente provato. Dopo 25 esami all’università e il dottorato non vedo l’ora di iniziare a lavorare.

Posso anche dire che:

Un contadino può essere provato dalla fatica

In questo caso si parla di fatica, ma non necessariamente di fatica di una giornata di lavoro, bensì quella di una vita di lavoro e sacrifici.

Provato è quindi un aggettivo, proprio come stanco e esausto, e si usa solo per le persone o al limite per un animale, che so, ad esempio un asino provato dalla fatica o un qualunque animale provato dagli anni, provato dall’età.

Potrebbe sembrare che non ci sia nessun legame col verbo provare, inteso come sperimentare, tentare.

Ma vediamo la frase seguente:

I ragazzi, dopo quattro ore di maratona, sono stati provati dallo sprint finale.

Oppure:

L’ultima salita mi ha provato!

In questo caso, essere provati da qualcosa si avvicina a “essere messi a dura prova” , o semplicemente “essere messi alla prova” .

Quando qualcosa ci mette alla prova, questa è una sfida da vincere, ed è una sfida molto difficile da vincere.

Non è sicuro che si riuscirà a vincere, perché la sfida ci metterà alla prova, ci metterà a dura prova.

La prova sarà dura e solamente provando si può verificare se possiamo veramente farcela.

La cosiddetta “prova” è infatti un sinonimo di sfida, qualcosa da superare, qualcosa che ci impegnerà duramente.

Dunque possiamo sentirci provati dopo che qualcosa ci ha messo a dura prova dal punto di vista fisico o mentale, ci ha estenuati.

È vero o no che la lotta contro il virus ha messo alla prova i sistemi sanitari di tutto il mondo?

È anche vero che tutti noi ma soprattutto i medici che sono in prima linea sono provati da due anni di lotta contro il Covid.

Notate che normalmente si usa il verbo essere, ma possiamo anche usare sentirsi:

Mi sento provato dalla fatica

Ci sentiamo provati da tanti anni di lavoro

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

irina russiaIrina: Ciao a tutti. Vorrei rispondere a Marcelo e complimentarmi con lui per i suoi bei ripassi che ha fatto di recente. Riprendendo il suo discorso sull’attività fisica e l’alimentazione, direi che schiaffarsi sul divano dopo aver mangiato, magari dopo aver anche sforato col cibo, è una cosa normale da fare, no? Non sono un medico ma l’attività fisica dopo un pranzo abbondante direi proprio che sia il caso di evitarla.

Karin: Sì, lo penso anch’io. Trenta e anche passa minuti per il riposo, dopo aver mangiato a crepapelle credo sia la mossa giusta da fare altro che storie!

Albéric: guarda, con me sfondi una porta aperta, però bisogna comunque stare alla larga dai cibi troppo pesanti. State sempre sul chi vive riguardo all’alimentazione, altrimenti la pesantezza, giocoforza, è inevitabile e si rischia di prendere una brutta piega col tempo.

Hartmut: concordo. Va bene ogni tanto mangiare e divertirsi, ma si dà il caso che il colesterolo non si possa prendere alla leggera. Avete sicuramente ben presente il fatto che la cattiva qualità del sonno può essere un campanello di allarme per il colesterolo alto, vero? Livelli alti, appunto, possono causare disturbi del sonno.

Anthony: per quanto mi riguarda, In quanto medico, ce ne sarebbero di cose da dire ma
non voglio tediarvi con noiosi paroloni scientifici. Sicuramente bisogna sgombrare la tavola dai cibi più grassi, che causano maggiore pesantezza . Non siate ossessionati però. Mangiare troppo fa male ma di qui a dire che un singolo peccatuccio di gola sia deleterio ce ne vuole. La parola d’ordine è “moderazione”.

Peggy: Io veramente ne faccio anche qualcuno in più di peccatuccio di gola, ma in compenso faccio molta attività fisica. Per tenere a bada il colesterolo poi mangio 5 porzioni di frutta e verdura al giorno e al contempo cerco di scegliere cibi ricchi di fibre come il pane integrale, legumi e cereali.

bogusia poloniaBogusia: ho capito, volete farmi sentire in colpa perché non so resistere a patate arrosto e salsicce? Ma non è colpa mia. Tra la mia voglia di moderazione e le salsicce che mi dicono “mangiami” la sfida è impari.

Ulrike: non me lo dire! Con me un piatto non resta mai Intonso! Inoltre sono di un goloso pazzesco! Ma da domani, quant’è vero Iddio, mi metto a dieta!

Khaled: e fu così che si mangiò tutto il frigorifero! Le ultime parole famose!

680 Provare qualcosa

Provare qualcosa (scarica audio

cosa provi per me?

Trascrizione

Giovanni: episodio 680 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Avete mai provato a parlare in italiano?

No? Perché non provate allora?

Provare è il primo passo verso il successo!

A proposito, sapete che il verbo provare ha più di un significato?

Non ha infatti solamente il senso di verificare, quindi non è solamente legata ai tentativi, alle prove, alle verifiche.

Ha a che fare anche con altre questioni. 

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richiesta adesione

679 Essere deputato a

Deputato (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: episodio 679 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Sicuramente ciascuno di voi, all’interno dell’attività in cui lavora, è deputato a svolgere determinate mansioni. Non è vero?

Essere deputati è l’argomento di oggi. 

Il termine deputato, direte voi, è un sostantivo, perché i deputati sono coloro che compongono il ramo inferiore del Parlamento italiano (detto appunto Camera dei deputati) oppure anche coloro che fanno parte del Parlamento europeo. Anche loro si chiamano deputati. In quel caso si può dire “essere un deputato”.

Ma deputato è anche un aggettivo, infatti è simile a “incaricato di un compito“, quindi si tratta di una persona destinata a una mansione specifica. Ma non è detto si tratti di una persona 

Una commissione deputata al controllo

Un gruppo di lavoro deputato a redigere un contratto

Un luogo deputato allo svolgimento di riunioni

Un organo deputato alla riproduzione

Vedete che si usano sempre le preposizioni a, al, alla, agli, allo, alle, alle.

A cosa sei deputato nella tua azienda?

E’ un po’ come chiedere: cosa fai? Di cosa ti occupi nello specifico? Quali sono le tue responsabilità?

Oppure:

A cosa serve quest’aula? A cosa è deputata? Cosa ci si fa in quest’aula?

A cosa serve la milza?

Il suo compito è di produrre globuli bianchi, è l’organo deputato a ripulire il sangue dai globuli rossi invecchiati.

Oppure:

Gli anticorpi sono deputati alle difese immunitarie

Le fibre bianche sono deputate agli sforzi brevi ed intensi

Le agenzie di viaggio sono deputate allo svolgimento di servizi 

Il difensore, in una squadra di calcio. è deputato a ostacolare gli attaccanti 

Capite bene che è un aggettivo che si usa poco nel linguaggio di tutti i giorni, dove si usano preferibilmente frasi diverse:

A cosa serve?

Chi se ne occupa?

Che attività fanno?

Esiste anche il verbo deputare, anch’esso abbastanza formale.

Colui che deputa, decide il compito di qualcuno o qualcosa, quindi è simile a “designare” per lo svolgimento di un incarico o di una missione o di un compito qualsiasi
 
Deputare un lavoratore a un compito specifico
Chi è stato deputato a fare le pulizie?
Chi è stato deputato a rappresentare il governo in Europa?
Da sempre sono io la persona deputata a questo incarico

Adesso passiamo al ripasso del giorno, per il quale ho deciso di deputare Marcelo.

Marcelo (Argentina): No grazie, l’episodio può anche terminare così, A dire il vero avevo iniziato un ripasso ma poi l’ho lasciato perdere. Immagino che sarebbe stato un mero pippone non degno di nota. Mica sono bravo come tutti voi! Non è il caso di schiaffare qui qualcosa di primitivo che prevede sgrossature e limature eccessive. Ciò non toglie che mi sono scatenato scrivendo quella pappardella improponibile. Ragion per cui il processo è stato pure utile. Come si suol dire: perso per perso, almeno ne ho tratto giovamento. 

677 Metterci una buona parola

Metterci una buona parola (scarica audio)

Video YouTube con sottotitoli

Trascrizione

Giovanni: buongiorno amici, ho una novità da darvi!

Da oggi i nuovi membri dell’associazione Italiano Semplicemente potranno scegliere un tutor, vale a dire una persona che parla la loro stessa lingua, che fa già parte dell’associazione e che li potrà aiutare.

In questo modo tutto sarà più facile per i nuovi membri, anche se il loro livello non è molto alto.

Il tutor li aiuterà a prendere confidenza col sito e soprattutto con il gruppo whatsapp dell’associazione per poter iniziare a comunicare con tutti noi che ne facciamo già parte.

Di cosa si parla oggi nel gruppo?

Dove posso trovare sul sito questo episodio?

Avete già parlato di questo argomento?

Come faccio a partecipare con la mia voce agli episodi di italiano semplicemente?

Queste sono alcune delle domande più frequenti.

Spero che questa sia una novità gradita da tutti gli ascoltatori e lettori di italiano semplicemente che ancora non si sono iscritti all’associazione.

I nostri tutor parlano tutte le lingue del mondo, quindi a ciascuno il suo. Quando qualcuno vorrà iscriversi potrà subito indicare la persona che preferisce, altrimenti potrà sceglierla dopo, oppure potrà fare tutto da solo se conosce già italiano semplicemente e ha un sufficiente livello di italiano.

Allora bando ai convenevoli, adesso vi presento Sofie, che avete già ascoltato in numerosi episodi passati.

Sofie parla perfettamente l’italiano ma parla anche il fiammingo poiché è di nazionalità belga.

Lei è appunto uno dei tutor dell’associazione.

Lascio allora la parola a Sofie per l’episodio di oggi.

Sofie: episodio 676 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Qualche tempo fa abbiamo fatto un episodio sul termine “parola“.

Abbiamo accennato, in quell’occasione all’espressione “mettere una buona parola” su una persona.

Questa è un’espressione che si usa molto in Italia, soprattutto quando si parla di lavoro, ma non solo.

Si cerca di aiutare qualcuno, ad esempio ad essere assunto, a trovare un lavoro, oppure a ricevere un favore, una cortesia. Non si tratta necessariamente di qualcosa di illegale, perché in quel caso si preferiscono altre espressioni.

Si usa prevalentemente al futuro ma anche al presente indicativo, sempre però parlando di qualcosa che accadrà in futuro, oppure al passato.

Se io metterò una buona parola su di te vuol dire che parlerò bene di te, cercherò di aiutarti.

La parola è “buona“, cioè serve ad aiutare qualcuno, e la parola buona si “mette”, si mette “su qualcuno” oppure si “spende”, come il denaro.

Questo ad indicare il valore dell’atto, il valore del favore fatto a questa persona, sulla quale viene spesa una buona parola, o sulla quale viene messa una buona parola.

Vediamo qualche esempio:

Ti prego, mi aiuti a ottenere questo lavoro? Ci metti una buona parola tu su di me?

Certo, stai tranquillo. Spenderò qualche buona parola a tuo favore. Parlerò bene di te e dirò che sei una persona onesta e volenterosa.

Oppure:

Paolo ha messo una buona parola su di te con il regista per farti ottenerere almeno una parte nel prossimo film.

Un calciatore della Juventus ha messo una buona parola per l’acquisto di un suo ex compagno di squadra.

Mio figlio vorrebbe entrare a far parte del nostro gruppo, ma non so se il nostro presidente sia d’accordo. Ci puoi mettere una buona parola tu? Te ne sarei grata!

Sapete che io stessa sto registrando questo episodio grazie a qualcuno che ha speso buone parole per me con Giovanni. Quindi ci risentiremo spesso.

Si può dire anche mettere una buona parola sul mio conto, o sul tuo conto, o sul conto di qualcun altro.

Ho speso una buona parola sul tuo conto col direttore

Speriamo che qualcuno metta una buona parola sul mio conto anche per il prossimo episodio

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Karin: c’è una strana parola, UMARELL, originaria dal dialetto bolognese, che anche molti italiani non conoscono ma è una parola italiana a tutti gli effetti, essendo entrata nel dizionario italiano molto recentemente.

Marcelo: deriva dalla parola uomo, o meglio, da ometto, che può diventare omarello.

Cat: Avete presente quei signori anziani che si aggirano con le mani dietro la schiena per i cantieri dei lavori, facendo domande, dando suggerimenti o criticando le attività che vi si svolgono? Questo è un umarell.

Peggy: mah, sarà! io non mi sono mai imbattuta nel mio paese in uno di questi signori, tantomeno in questa strana parola.

Ulrike: beh, si dà il caso che in Italia la temperatura spesso consenta di stare in giro senza problemi.

Anthony: pensate che è nata persino una piazza a Bologna con questo nome. Niente po’ po’ di meno!

Danita: per inciso, al plurale diventa umarells, con la esse finale. Alla faccia della grammatica italiana!

Marguerite: che curiosi che sono gli anziani! Se mi capita glielo dico per scherzo: curioso di un pensionato che non sei altro! Vuoi rispettare l’undicesimo comandamento?

676 Sgombrare il campo

Sgombrare il campo

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Trascrizione

Giovanni: episodio 676 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Conoscete il verbo sgomberare?

Ha a che fare con la pulizia.

Infatti significa liberare, vuotare un luogo o un ambiente da ciò che lo occupa

sgombrare l’appartamento

Sgombrare il solaio

Sgombrare la cantina da tutti i mobili

Si usa la preposizione da per indicare le cose da togliere, da eliminare, da portar via fisicamente.

Le cose che ingombranti, cioè che ingombrano, vanno sgombrare, vanno rimosse, vanno portate via.

Sgombrare quindi esprime un’azione legata ad un fastidio, una necessità: eliminare qualcosa da un luogo.

Questo qualcosa da sgombrare può anche essere qualcuno:

I dimostranti sono stati invitati a sgombrare la piazza

Bisogna far sgombrare gli inquilini dall’appartamento prima di venderlo.

La polizia ha sgombrato l’area

Qui c’è anche il senso di disperdere, evitare una concentrazione di persone in un luogo.

Se questo luogo è il cielo possiamo dire:

Il vento ha sgombrato le nubi

In questo modo il cielo diventa sgombro dalle nubi, così come una piazza diventa sgombra dai manifestanti.

Passiamo adesso al senso figurato. Infatti se non vogliamo liberare uno spazio fisico come un appartamento o una piazza, ma vogliamo liberare la mente dai pensieri, posso dire:

Devo sgombrare la mente da tutte le preoccupazioni per concentrarmi sull’esame.

il mio cuore non si è ancora sgombrato dal ricordo di lei…

Ogniqualvolta ci sono pene o turbamenti o preoccupazioni di cui vogliamo liberarci possiamo usare il verbo sgombrare o anche sgomberare, un verbo quasi identico che però trova più utilizzo nelle frasi dal senso figurato.

Nel caso di dubbi, sospetti, equivoci o pericoli che possono ugualmente dar fastidio in molte occasioni, si usa spesso:

Sgomberare il campo

Per vincere le elezioni occorre sgomberare il campo da ogni sospetto sulla mia onestà.

Si usa spesso in ambito professionale:

Prima di effettuare l’acquisto vorrei sgomberare il campo da ogni eventuale dubbio da parte sua. Mi faccia pure tutte le domande che desidera.

Cominciamo con lo sgomberare il campo da equivoci. I nostri prodotti sono di una qualità superiore.

Per sgomberare il campo da tutti i dubbi, le estendo la garanzia a 10 anni.

Adesso ripassiamo:

Bogusia: La stagione degli sport invernali sta lì lì per iniziare e queste gare sulla coltre bianca, eccome se mi interessano! Personalmente li seguo con interesse e in primo luogo il salto con gli sci. Ho sentore che molti di voi siano a disagio su questo argomento visto che con la neve non avete molto a che spartire. Laddove abbiate questa passione avrete sicuramente presente nomi come Ryoyu Kobayashi, Karl Geiger, Markus Eisenbichler, Anze Lanisek, Kamil Stich, Stefan Kraft, Halvor Granerud. A me ronzano per la testa una bella caterva di questi nomi. Io provengo dalla regione in Polonia dove normalmente inizia la coppa del mondo, maschile, di salto con gli sci. La città si chiama Wisła. Quest’anno iniziano in Russia. È risaputo che la neve in Russia sia meno restia a cadere vero? Hanno iniziato proprio oggi, il 19 novembre a Nizny Tagil. Dove Kamil Stoch, polacco, si aggiudicanla qualificazione meritando il plauso dei giornali. Di contro vengono eliminati a sorpresa atleti come Zajc dalla Repubblica Ceca e Stefan Kraft, austriaco. Partenza a razzo di Kamil Stoch, autore di un salto praticamente perfetto. Non ci avrei scommesso neanche per sogno, vista la sua età e la stagione precedente. Nel giro di poche settimane credo ne vedremo delle belle. In quanto polacca auguro soprattutto a Kamil la sfera di cristallo. Però mi devo ficcare nella testa che lo sport è quello che è e tutto è possibile. Kamil Stoch ha iniziato perfettamente, ma di qui a dire che vincerà ce ne vuole. Nel caso di sconfitta ci rimarrò male però bisogna prenderla con filosofia. Questo è quanto.

Il tedesco Karl Geiger si è imposto oggi davanti a Kobayashi e Granerud. Mannaggia. Ma io non lo so! Ci riaggiorniamo

675 Fare voli pindarici

Fare voli pindarici (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: episodio 675 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
amente un insegnante.

Di cosa parliamo oggi? Non mi viene in mente niente. Oggi batto un po’ la fiacca.

Vedo però una mano alzata. Prego Bogusia, suggerisci pure l’argomento del giorno.

Bogusia: Ciao ragazzi, io non batto la fiacca, anzi. Però di volta in volta mi viene voglia di leggere qualcosa di leggero, qualche libro giallo o poliziesco che dir si voglia. A volte mi sento un’anima in pena e penso che sia tempo sprecato.

Devo ammettere che questa volta però non me ne pento. Non solo ogni due per tre mi imbatto nelle frasi che impariamo con due minuti di Italiano Semplicemente, ma spuntano continuamente frasi nuove. Visto che il libro che sto leggendo verte sulla criminalità, voglio sincerarmi riguardo alla loro funzionalità.

Ne prendo una che mi va a genio particolarmente. Mi piace proprio di brutto! Vorrei condividerla con voi, e al contempo ci sta scappando anche un ripasso. Ma bando alle ciance, la frase è fare i voli pindarici.

Che razza di frase è mai questa? Di primo acchito, dopo aver letto le spiegazioni diverse, pensavo che avesse quasi lo stesso significato di saltare di palo in frasca cioè cambiare spesso l’oggetto del discorso, parlare o scrivere senza nesso logico. In effetti qualcosa c’è di simile. Però mi prende un po’ alla sprovvista il fatto che questo significato, così pare, può diventare positivo quando qualcuno riesce a destreggiarsi, cioè riesce a giostrarsela con le parole talmente bene che al di là del filo conduttore del discorso principale, mostra notevoli capacità digressive, e così riesce ad inserire, senza fare figuracce, anzi, direi uscendone con successo, altri argomenti apparentemente senza alcun nesso.

Ho letto che la frase è stata coniata prendendo spunto dal poeta greco Pindaro e dalla sua poesia. Forse vale la pena di ritagliarsi del tempo per andare a vedere di cosa si tratta.

Ma io a questo punto devo tagliare corto perché non sono per le pappardelle e tantomeno mi sento portata per la poesia.

Voi invece spesso e volentieri vedo che ne parlate. Allora vedo di smetterla di parlare e scappo. Ciao.

Anthony: Grazie Bogusia, argomento interessante. I voli pindarici, lo hai detto tu stessa, è una locuzione usata per indicare, in un qualsiasi discorso scritto o parlato, un passaggio da un argomento a un altro, ma si tratta di effettivamente una digressione dall’argomento principale.

Con digressione si intende una deviazione del discorso, nel quale vengono a inserirsi temi o argomenti più o meno lontani da quello centrale.

Giuseppina: Si usa il termine volo perché solitamente si prende l’aereo per spostarsi il luoghi lontani. Questa è l’immagine della lontananza, ma una lontananza concettuale e non fisica.

In effetti ci sono similitudini col saltare di palo in frasca, e quest’ultima espressione l’abbiamo già spiegata in un passato episodio. La differenza in effetti sta (a volte) nell’abilità riconosciuta a chi riesce a fare voli pindarici per collegare degli argomenti apparentemente molto lontani. La lontananza c’è e rimane, ma quando si usa l’espressione fare dei voli pindarici, spesso si apprezza il tentativo fatto e anche il risultato ottenuto. Altre volte invece non lo si apprezza affatto.

Ulrike: Altre volte ancora, e questa è una grande differenza rispetto all’espressione “saltare di palo in frasca, la locuzione si usa per indicare dei passaggi troppo arditi, rischiosi, a volte prematuri, che è meglio non fare.

Ad esempio:

Un calciatore di una squadra di calcio potrebbe pensare che dopo 5 vittorie di fila si possa ambire a vincere lo scudetto.

L’allenatore però potrebbe replicare dicendo che è meglio non fare voli pindarici e restare con i piedi ben saldi per terra.

Irina: Quindi in questo caso la locuzione fare voli pindarici ha un senso simile a restare attaccati alla realtà, non fare il passo più lungo della gamba. Questa è un’altra espressione che Si può usare in occasioni simili quando si azzarda, cioè si rischia molto, oltre le proprie possibilità

Si potrebbe anche usare, similmente, al posto di montarsi la testa.

Ulrike: Sapete che montarsi la testa significa porsi un obiettivo troppo ottimistico, credere troppo nelle proprie possibilità. Si utilizza in contesti spesso offensivi, di giudizio sull’operato di una persona.

Una ragazza lo potrebbe dire a un suo spasimante ad esempio. Uno che non deve fare voli pindarici con lei. Sarebbe un po’ offensivo dire che non si deve montare la testa.

Cosa ti sei messo in testa? Ti sei montato la testa forse? Non sei il mio tipo!

Anthony: Invece fare i voli pindarici si potrebbe usare nel senso di non correre troppo, non lavorare troppo con l’immaginazione.

Si, mi piaci, ma meglio non fare voli pindarici, è solo una settimana che usciamo insieme. Vacci piano!

Giuseppina: Riguardo alle due occasioni diverse con cui normalmente si usa l’espressione di oggi, l’uso citato dai dizionari, l’unico, resta però il primo, legato alle digressioni da un argomento.

Es:

Ho dovuto fare voli pindarici per riuscire a giustificare il mio comportamento.

Inutile che cerchi di fare voli pindarici con questa disinvoltura per passare da un argomento all’altro. Ti ho chiesto di spiegarmi una cosa ben precisa. Mi sembra evidente che non sei preparato.

Ci vediamo al prossimo episodio.

674 A tutti gli effetti

A tutti gli effetti (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: episodio 674 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi vediamo un’espressione comunissima, che sta sulla lingua di tutti gli italiani, ma direi almeno dai vent’anni in su.

Sto parlando dell’espressione “a tutti gli effetti”.

Iniziamo da a. La prima parola è una preposizione, e non un verbo. Quindi si scrive senza la lettera h.

Poi vediamo gli “effetti” . Effetto è un termine che ha più significati. In genere indica dei risultati, quindi ad esempio si contrappone alla causa. Causa ed effetto.

Si sente spesso parlare di causa ed effetto. Ci sono anche gli effetti personali a dire il vero, e poi ci sono una serie di locuzioni e altri significati. Abbiamo dedicato anche un episodio alla causa ed effetto.

Abbiamo già incontrato, in un precedente episodio, la locuzione “in effetti“, che è equivalente a proprio, in realtà, davvero, effettivamente.

Anche questa in qualche modo si riferisce a un risultato, o meglio a qualcosa di reale, che esiste, perché si usa quando riscontriamo qualcosa nella realtà.

Ma passiamo all’espressione di oggi “a tutti gli effetti” che ha un significato simile a “da ogni punto di vista” , “in ogni aspetto”.

Ha quindi a che fare con la completezza ma anche con la causa e l’effetto, quindi ancora una volta con i risultati.

Ammettiamo ad esempio che per diventare un italiano vero occorrano due cose: un parente italiano di secondo grado e un periodo di residenza in Italia di tre anni.

Un brasiliano ad esempio, che sia nipote di un italiano, dopo un solo anno di residenza in Italia non è ancora italiano a tutti gli effetti, perché mancano ancora due anni di residenza per potersi considerare italiano a tutti gli effetti.

Per produrre degli effetti, potremmo dire, gli anni di residenza in Italia devono essere tre. Quindi solo a quel punto il ragazzo brasiliano potrà considerarsi italiano a tutti gli effetti, quindi sotto tutti i punti di vista.

Non bastava il nonno italiano. Da sola, questa caratteristica non produce effetti. Questo è solo uno degli aspetti rilevanti. Sotto l’altro aspetto, quello della residenza in Italia, invece occorrono tre anni. Finalmente, passati i tre anni, si diventa italiani a tutti gli effetti.

Questa è un’espressione che si può usare in mille occasioni.

Es:

Il percorso per diventare avvocato a tutti gli effetti è durato quasi otto anni dal momento dell’iscrizione all’università.

A volte l’espressione si può utilizzare anche in modo un po’ più “leggero” diciamo, senza necessariamente prevedere dei passaggi obbligatori. Ad esempio potrei dire che:

Giovanni ormai è un professore a tutti gli effetti, cioè, potrei anche dire pienamente, completamente. In questo caso specifico mi riferisco all’esperienza di Giovanni, che sarei io. Questo però non significa che io sia veramente un insegnante.

Più ufficialmente è da intendere invece che un testo di legge, una volta uscito in gazzetta ufficiale è una norma valida a tutti gli effetti.

Paolo ha 18 anni, ormai è un uomo a tutti gli effetti.

Quest’ultimo è altrettanto ufficiale, visto che con la maggiore età (cioè dai 18 anni) si è maggiorenni per legge. Ciò non toglie che Paolo potrebbe non essere maturo per certi versi, nei suoi comportamenti eccetera.

Però potrei anche dire che Paolo, se fa qualcosa che dimostra la sua maturità, dimostra di essere un uomo a tutti gli effetti.

Insomma, normalmente l’espressione va interpretata come una completezza di caratteristiche che sono necessarie per arrivare ad un risultato, ma altre volte nel linguaggio colloquiale si usa in modo meno categorico.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ulrike: in Germania siamo messi male con l’infame Covid. Troppo tardi i responsabili hanno deciso di prendere spunto dalle misure che in Italia sono già in vigore. Siamo a più di 50.000 nuovi casi
In un solo giorno e ciò nonostante è un continuo titubare e dibattere sul da farsi. Fra poco mi metto in viaggio alla volta di Berlino. Oggi ho telefonato al mio medico di base. Il mio turno per la terza dose è solo il 10 di gennaio.

Che volete farci, non resta che amarmi di pazienza.

Il Guardasigilli – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 18)

Guardasigilli

Indice degli episodi

Trascrizione

Politica italiana, episodio numero 18.

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673 Ficcare e Ficcarsi

Ficcare e Ficcarsi

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Trascrizione

Giovanni: episodio 673 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Oggi mi aiuterà Irina, membro della nostra associazione, che ha una voce piuttosto squillante.

Irina (California): Mi rivolgo oggi a tutti coloro che credono che si possa imparare una lingua solamente attraverso lo studio della grammatica:

Volete ficcarvi in testa che bisogna parlare?

Scusate ma per introdurre l’episodio di oggi ho dovuto ricorrere ad un rimprovero!

Ficcare è l’argomento di questo episodio.

Questo è un altro verbo che si usa solamente nel linguaggio familiare, come anche schiaffare, che abbiamo visto nell’episodio scorso.

Ficcare significa ancora una volta mettere, ma è più vicino a inserire, o meglio inserire a forza, far entrare, far penetrare, spingere all’interno con forza.

Es:

Ficcare un chiodo nel muro

Normalmente diremmo “piantare un chiodo nel muro”, ma ficcare è anch’esso adatto in quanto il chiodo si spinge con un martello quindi si usa la forza.

Posso usarlo anche nel senso di penetrare, conficcarsi, simile a infilarsi:

Mi si è ficcata una spina nel piede

Vale a dire che mi è entrata una spina nel piede.

Un altro esempio:

Dove avrò ficcato le chiavi? Non le trovo!

In questo caso è in sostituzione di “infilare”, ma anche i più semplici “mettere” e “nascondere”.

Si può anche usare “andare a finire” in questi casi:

Dove si saranno ficcati i miei occhiali?

Dove sono andati a finire i miei occhiali?

Dove avrò messo gli occhiali?

Se dite “dove avrò ficcato” o “dove si saranno ficcati” non cambia.

Si usa di frequente anche il cerbo “cacciare“.

Giovanni:

Dove si sono cacciate le chiavi?

Dove avrò cacciato le chiavi?

Chissà dove si sono cacciate!

Anche “cacciare“, usato in questo modo è informale naturalmente.

Un altro esempio con ficcare, ma in senso figurato:

Non ficcare il naso nei miei affari!

In questo caso questa frase significa “impicciarsi” (altro verbo informale) o anche “non farsi gli affari propri” ma in generale ficcare si usa anche nel senso di agire in modo da trovarsi coinvolti in una situazione negativa.

Ficcare poi, se usato in modo riflessivo diventa ficcarsi:

Significa mettersi in un posto, infilarsi, cacciarsi da qualche parte.

Es:

Vado a ficcarmi nel letto!

Cerca di non ficcarti nei guai, come al solito!

Quindi simile a “mettersi” e “infilarsi“, anche in modo figurato.

Avrete notato che il verbo ficcare si usa quasi sempre in contesti negativi: una spina nel piede, dei guai, non trovo più qualcosa, farsi gli affari altrui, situazioni in cui si rimprovera una persona ecc.

L’unico esempio che si salva è “ficcarsi nel letto” che è piuttosto piacevole.

Va bene allora adesso ripassiamo attraverso la voce di alcuni membri dell’associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Khaled (Egitto) è Irina: Le mie giornate sono strane a volte. Talora si fa subito tardi senza accorgermene e sono combattuto/a. tra la voglia di schiaffarmi sul divano e quella di fare una chiacchierata. Adesso ad esempio vorrei raccontarvi di un incontro tanto inaspettato quanto commovente avvenuto poc’anzi.

Marcelo (Argentina): Stavo lì lì per uscire da un emporio affollato quando all’improvviso mi sono sentita chiamare da una persona che, di primo acchito, mi sembrava sconosciuta.

Irina: Ho dovuto fare mente locale ma in men che non si dica il suo nome mi è scattato sulle labbra: una vecchia conoscenza, e non la vedevo da Illo tempore, quando eravamo entrambe ragazzine nella stessa scuola! Eravamo molto amiche, un binomio inscindibile! Quasi…

Sofie (Belgio): poi la vita ti fa andare su strade diverse. Ma talvolta la stessa vita fa sì che le strade s’incrocino di nuovo.
All’inizio, trovarsi a tu per tu dopo tanto tempo fa un pò specie. Balzava
agli occhi un non so che d’innaturale e non sapevamo in che modo rompere gli indugi.

Peggy (Taiwan): subito dopo scattano le risate. Darsi alla gioia nel ritrovare un’amica non è mica niente! I lieti ricordi vennero a galla subito! Ma non è che rimembrare il passato lascia il tempo che trova?
Questo è quanto per oggi.

Harjit (India): se volete, un’altra volta vi dirò che tipo di donne siamo diventate col passare degli anni. Imparerete su di noi di tutto e di più. Già, perché col tempo non si resta intonse né nel fisico, né nella mente. In compenso con l’età, scusate l’inciso, aumenta l’esperienza. Buttala via!

672 Schiaffare e schiaffarsi

Schiaffare e schiaffarsi (scarica audio)

Trascrizione

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Giovanni: episodio 672 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

671 Così impari, prendi e porta a casa

Così impari, ben ti sta, prendi e porta a casa (scarica audio)

 

Trascrizione

Ulrike: episodio 671 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

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670 Pari, dispari e impari

Pari, dispari e impari (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: episodio 670 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

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669 Fare quadrato

Fare quadrato (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: episodio 669 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Parliamo di figure geometriche?

Cerchi, triangoli, trapezi, rombi. Pentagoni e esagoni, tanto per citarne alcuni. Ma è il quadrato quello che ci interessa oggi.

Infatti esiste l’espressione “fare quadrato” che non ha nulla a che fare con la geometria se non in senso figurato.

Fare quadrato“, che si scrive e si pronuncia senza alcun articolo, (mi raccomando), significa proteggere.

In genere si fa quadrato attorno ad una persona, per proteggere questa persona, ma si può fare quadrato anche attorno ad una squadra, un gruppo di persone o anche attorno a un’azienda.

Si usa in particolar modo quando c’è una situazione difficile per questa persona, dove tanti altri potrebbero attaccarla, offenderla, insultarla, licenziarla, accusarla.

Questa persona è in difficoltà, ma fortunatamente per lei dispone di amici che vogliono aiutarla.

Queste persone si uniscono a lei e restano compatti per proteggerla da attacchi esterni di qualsiasi tipo.

Eh sì perché per fare quadrato non si può essere da soli.

Infatti l’immagine è raffigurata da tante persone che si dispongono attorno a qualcosa da proteggere, formando un quadrato.

L’espressione viene dal linguaggio militare.

Il quadrato è un battaglione, un corpo di soldati disposti in modo da formare un quadrato in modo da poter far fronte sui quattro lati. In quel caso si trattava di proteggere sé stessi dagli attacchi esterni, ma nel linguaggio di oggi significa generalmente proteggere qualcosa o qualcuno che si trova minacciato o in qualche forma di pericolo.

Se ad esempio un allenatore di calcio è accusato dalla stampa di non vincere abbastanza, i tifosi possono decidere di fare quadrato attorno al loro mister, dimostrando così di voler proteggerlo, di essere solidali con lui, di dargli l’appoggio e il supporto di cui ha bisogno.

Si tratta di un sostegno psicologico o morale per superare un momento di difficoltà.

Si aiuta questa persona, ci si prende cura di lei o di lui, la si assiste in caso di necessità, ma soprattutto la si protegge, la si soccorre, la si sostiene e la si tutela.

Questo episodio mi dà l’occasione di anticipare una bella novità che riguarda i futuri membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Sapete che quando entra un nuovo membro dell’associazione nel nostro gruppo whatsapp, spesso accade che sia un po’ intimidito, che abbia paura di parlare per paura di sbagliare e che non riesca a seguire bene i discorsi.

Allora, per far sì che i nuovi membri si sentano protetti e assistiti, abbiamo deciso di affiancargli un tutor, una persona che magari parli la sua stessa lingua e che possa supportarlo in caso di bisogno prima che si sia perfettamente inserito nel gruppo.

Ovviamente non c’è nessun pericolo che qualcuno lo prenda in giro o che faccia brutte figure, perché siamo tutti pronti a fare quadrato attorno ai nuovi membri per farli sentire a loro agio, ma sicuramente una persona che parli la sua stessa lingua sicuramente può aiutare i primissimi tempi, anche per chiarire dubbi di qualsiasi altro tipo: il sito web, le videochat che facciamo una volta a settimana, come partecipare agli episodi quotidiani eccetera.

A proposito di partecipazione agli episodi. Ecco cosa hanno prodotto oggi i membri dell’associazione come ripasso degli episodi precedenti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Khaled (Egitto): Buona giornata a tutti. La proposta sull’integrazione dei nuovi membri mi interessa molto. Il mio esordio con Italiano Semplicemente è avvenuto 3 anni fa o giu di lì. Il metodo sviluppato da Gianni è il migliore che ci sia, e tutti i membri che partecipano hanno un fare assolutamente gradevole e è facile sentirsi a proprio agio nel gruppo.

Cat (Belgio):
Accogliere in modo migliore i nuovi membri può comunque permettere loro di integrarsi più velocemente.
Indimiditi o con un livello insufficiente per reagire in tempo, succede che per via dei numerosi messaggi nel gruppo, delle lezioni quotidiane e considerate le varie rubriche che esistono nel sito, ci potrebbe volere tempo per capire bene, per cercare le parole giuste, ecc.

Mary (Stati Uniti):
Spesso l’argomento della chat è anche cambiato nel momento in cui la risposta è pronta per essere inviata!

Cat (Belgio):
Potrebbe sembrare pertanto fuori luogo una risposta in quel momento! Peccato! Proverò un’altra volta… (i principianti poi sono lenti a rompere gli indugi).
La chat è comunque lo strumento perfetto per comunicare. Essere in contatto con un tutor sempre pronto a tendere la mano sarà utilissimo. Anche per una persona anziana come me!

Peggy (Taiwan):
A volte io mi vergogno di intervenire senza essere sicura di capire tutte le sfumature delle varie discussioni. Dunque rimango troppo spesso nascosta ascoltando i più bravi che chiacchierano!

Irina (California):
È così che, tra l’altro, imparano anche i bambini! Interagire di più sarebbe fantastico!
Per colpa di Italiano Semplicemente sono diventata insofferente al classico studio della lingua e devo dirvi grazie di tutto. Grazie a Giovanni e compagnia bella, perché mi permettete di migliorare il mio italiano sempre di buona lena!

668 Per inciso

Per inciso (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: episodio 668 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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667 È un continuo

È un continuo (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: episodio 667 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Parliamo ancora di lamentele e di lamenti. Sperando che non vi lamentiate per questo!

Vediamo un’espressione molto frequente nel linguaggio colloquiale, che si usa normalmente quando ci si lamenta di qualcosa che si ripete spesso, troppo spesso, o anche se non c’è una interruzione.

Un professore in classe potrebbe lamentarsi degli studenti che parlano durante la lezione e potrebbe dire:

Basta adesso. Mi sono stancato di questo continuo parlottare!

Basta, è un continuo parlare, adesso fate silenzio!

Sento un continuo bisbiglio, volete smetterla?

È un parlare continuo, dovete fare silenzio!

Spesso è sufficiente dire, col giusto tono:

È un continuo!

Non c’è bisogno di specificare di cosa si sta parlando, della cosa che continua e che ci dà fastidio. Poi lo abbiamo già detto probabilmente nella frase precedente.

Per usare espressioni che ho già spiegato potrei dire:

Non ne posso più, i miei vicini di casa fanno rumore giorno e notte, gente che va e che viene, è un continuo! Ne ho abbastanza!

Si esprime una lamentela ma anche una stanchezza, una sopportazione che sta per terminare o è già terminata.

Come si è visto, se decido di specificare, solitamente si usa mettere un verbo all’infinito, o un sostantivo:

È un continuo lamentarsi!

È una continua lamentela!

È un continuo bisbiglio!

È un continuo lamento!

Possiamo naturalmente anche invertire:

È un lamento continuo!

Oppure posso usare “continuazione“, sempre informale, ma è meno frequente:

Si lamenta in continuazione

Accade in continuazione

È una continuazione

In continuazione” significa proprio questo: senza interruzione.

Rompi le scatole in continuazione! È un continuo! Basta, io chiedo il divorzio!

Ci sono rumori in continuazione

È una continuazione con questi lavori!

È un continuo con questi rumori, non se ne può più!

A proposito del termine continuazione, “una continuazione“, come dicevo, si può usare anche in luogo di “un continuo“, nel caso di lamentele, ma a volte si sta parlando della continuazione di qualcosa, cioè del prosieguo di qualcosa.

Abbiamo già parlato del prosieguo se ricordate, e abbiamo visto come le lamentele non c’entrino nulla in quel caso.

Anche la continuazione (molto simile a prosieguo) soprattutto con l’articolo “la” davanti, si usa in genere in altri casi, non parlando di lamentele.

Vediamo qualche esempio:

Questo libro è la continuazione del precedente libro, uscito lo scorso anno.

Quando esce la continuazione del film che abbiamo visto?

In generale la continuazione è la prosecuzione nel tempo o anche nello spazio di qualcosa.

Nello spazio, si può parlare ad esempio di un muro che è la continuazione cioè il proseguimento di un altro muro.

Oppure:

La continuazione dell’opera di Dante Alighieri

La continuazione della guerra

La continuazione della malattia

La continuazione del reato

Qualunque cosa che prosegue, che quindi ha un prosieguo, ha una continuazione, che è un sinonimo, come anche “il continuare” , “il prolungamento” , “la prosecuzione” e “il proseguimento”.

A seconda delle varie circostanze possiamo usare l’uno o l’altro.

Se in particolare vi state lamentando, come si è detto, potete usare preferibilmente “un continuo“.

Si usa spesso anche “di continuo” per esprimere una lamentela, ma solo dopo un verbo:

Fai errori di continuo

Rompi le scatole di continuo

Basta adesso! Sbagli di continuo. È un continuo di errori!

E adesso, come d’abitudine, come naturale proseguimento dell’episodio, vi propongo un bel ripasso delle espressioni precedentemente spiegate. Si parla di donne e di classifiche.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (California): pare che Beatrice, quella di Dante Alighieri, per intenderci, risultasse la nona donna più bella di firenze. Mi fa ancora più strano che Dante una volta si accontentò della numero trenta in un suo celebre sonetto.

Peggy (Taiwan): speriamo che La trentesima non abbia rosicato troppo. Scusate la finezza. Sempre poi che fosse a conoscenza di una tale classifica.

Ulrike (Germania): Vai a capire questo modo di annoverare le donne in una classifica di questo genere. È risaputo che la bellezza sta nell’occhio di chi guarda. Elencare le donne secondo la loro bellezza non ha alcun senso e non merita alcun plauso, benché qui si parli del sommo poeta.

Marcelo (Argentina): Lo scultore Phidias ha fatto di peggio però (si fa per dire ovviamente) Phidias ha voluto creare la bellezza ultima e non si è voluto curare del parere di chicchessia. Pare che ne abbia avuto ben donde, infatti per far sì che attraverso il suo progetto venisse a galla il suo genio, ha preso le parti più belle di diverse donne per raffigurarne una perfetta. Non ti curar di lor, ma guarda e passa… avrebbe potuto essere il suo motto!

666 Di qui a dire ce ne vuole

Di qui a dire ce ne vuole (scarica audio)

Trascrizione

Anthony: episodio 666 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Si, lo so, il numero può far pensare alla morte, al diavolo, ma di qui a dire che non valga la pena di leggerlo e ascoltarlo ce ne vuole.

Cosa ho detto?

Ho detto: di qui a dire che non valga la pena di leggerlo e ascoltalo ce ne vuole!

Spieghiamo questa frase.

Ricorderete sicuramente l’episodio dedicato all’espressione “ce ne vuole” di qualche tempo fa. Ce ne vuole in questi casi si può anche sostituire con “ce ne passa“. Per l’uso della particella ce invece abbiamo unaltro episodio interessante.

“Ce ne vuole” come si è detto, può avere, come in questo caso, un significato simile a “non basta“, “non è sufficiente“, “ci vuole altro“, “è necessario qualcosa in più“.

La prima parte dell’espressione è invece “di qui a dire“, che volendo può diventare “da qui a dire” o anche “da questo a dire“.

Si usa questa espressione quando riteniamo che una cosa non è sufficiente, che non basta a trarre una conclusione.

Se io vi dico che da qui a Milano ci sono 1000 km, indico una distanza tra qui, cioè dove mi trovo ora, e la città di Milano. Potrei dire anche:

Da qui a Milano ce ne passa di distanza!

Cioè: c’è molta distanza da qui a Milano.

Faccio esattamente la stessa cosa quando parlo di trarre una conclusione, di arrivare ad una conclusione.

Stiamo parlando di causa e effetto o semplicemente di derivare una cosa da un’altra per logica. Con “ce ne vuole” o “ce ne passa” indico una distanza.

Es:

Il fatto che io abbia una foto insieme a una persona significa che siamo amici?

Risposta: no, non necessariamente, non è sufficiente per dire questo, ci vuole altro, giusto?

Es:

Ho una foto che mi ritrae insieme a un calciatore famoso, ma di qui a dire che siamo grandi amici ce ne passa!

Ci vuole altro per arrivare a questa conclusuone, non è sufficiente fare una foto insieme per essere grandi amici.

Forse se ci fosse “ancora” la frase sarebbe più chiara.

Ancora ce ne vuole

ancora ce ne passa

Un altro esempio:

È vero, ho offerto un caffè a una ragazza pur essendo fidanzato, ma di qui a dire che l’ho tradita (ancora) ce ne vuole!

Solitamente però “ancora” non è presente nella frase.

La seconda parte parte dell’espressione non è obbligatoria:

Di qui a dire che l’ho tradita mi sembra esagerato.

Di qui a dire che l’ho tradita mi pare troppo.

Inoltre il verbo dire può anche diventare pensare o ipotizzare, immaginare, credere, sospettare, dare per scontato, dare per certo

Di qui a pensare che l’ho tradita ce ne vuole.

Di qui a dare per certo che io sia un traditore ce ne passa

Di qui a sospettare che abbia tradito mia moglie ce ne vuole di immaginazione.

Quanto alla preposizione “di“, non deve stupire che si preferisca alla preposizione “da“, perché lo abbiamo già notato in altre occasioni, come nell’espressione “di lì a poco“, (oppure “di qui a poco”) e anche nell’espressione “giù di lì“. Questo si fa perché qui e lì non indicano dei luoghi in questi casi.

Ciò non toglie che (sebbene sia meno usato) si possa anche utilizzare la preposizione “da“:

da qui a dire che…

E comunque anche con i luoghi spesso si può usare “di” o “da” indifferentemente:

Di/da qui non si passa (luogo)

Di/da qui in avanti devi comportarti bene (tempo)

Di qui passò Papa Francesco (luogo)

Va bene allora adesso ripassiamo qualche espressione precedentemente spiegata.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Sergio (Argentina): durante la visita in Italia di Bolsonaro, in occasione del G20, il presidente brasiliano ha detto: “Sono stato commosso di ammirare la Torre de pizza”
Con questo ha fornito un assist a coloro che lo criticano sempre.

Ulrike (Germania):
In che senso? Finalmente qualcosa che lo rende più simpatico, ossia più umano. Ma certo, è pur sempre Bolsonaro. Speriamo che il popolo brasiliano gli darà il benservito, non appena sarà giunto il momento della resa dei conti.

Iberê (Brasile): da lui me l’aspettavo proprio! qualche tempo fa uno dei suoi ministri ha scambiato il nome dello scritore Kafka per Kofta, quel cibo di origine mediorientale! Non è il caso di aggiungere altro. Non voglio infierire.

Marcelo (Argentina):
Forse il ministro non voleva essere da meno. Vuoi che i prescelti non agiscano sulla falsariga del loro presidente uscendosene con qualcosa di diverso? A maggior ragione servirebbe una svolta al Governo.

Peggy (Taiwan): non voglio polemizzare, Ma io mi domando e dico: com’è possibile che i sostenitori di Bolsonaro siano ancora dal 30% degli elettori brasiliani?

665 Il futuro per sminuire, dubitare e alludere

Il futuro per sminuire, dubitare e alludere (scarica audio)

Trascrizione

Sofie: qualche tempo fa abbiamo fatto un episodio dedicato ad un uso particolare del futuro.

L’episodio si chiama che sarà mai“.

In quell’episodio Gianni vi diceva che questo uso del futuro non è quello classico, ma si usa nel linguaggio colloquiale come risposta a “grazie” e che di conseguenza ha un significato simile a prego, figurati, si figuri, figuriamoci, non c’è problema, non è niente, non preoccuparti per così poco.

Più in generale, un’espressione di questo tipo si può usare per sminuire, cioè per diminuire, far sembrare di minore importanza, per limitare volutamente il valore di qualcosa o le qualità di qualcuno, non solo per diminuire il valore di qualcosa che è stato fatto per qualcuno, come è il caso della risposta ad un ringraziamento.

Questo lo facciamo per non mettere in imbarazzo, per cortesia, per non far pesare a qualcuno un favore che abbiamo fatto e quindi diciamo che ciò che abbiamo fatto non è un grosso favore. Lo stiamo quindi sminuendo.

Quindi più in generale con “che sarà mai” possiamo sminuire tutto ciò che vogliamo e non solo rispondere a un ringraziamento.

Es:

Giovanni ha creato un sito per insegnare l’italiano agli stranieri, e ci sono più di mille episodi.

Risposta: E che sarà mai?

Che significa: che ci vuole a fare un sito così? Tutti ne sono capaci, non è una grossa fatica.

In questo modo, con questa risposta, si sminuisce il lavoro di Giovanni.

Altro esempio:

Francesco ha fatto 10 esami all’università il primo anno.

Risposta: che sarà mai!

Cioè: non è difficile, tutti sono capaci di farlo, non è un grosso risultato.

Un’espressione simile a “capirai“, di cui ci siamo ugualmente occupati in passato. Trattasi sempre di un’espressione colloquiale.

Stiamo sempre sminuendo, deprezzando, svalutando, svilendo. Tutti verbi abbastanza simili. Anche il verbo screditare è abbastanza vicino come significato.

Abbiamo visto poi in un altro episodio che il futuro si può usare anche per fare fare ipotesi.

Oggi allarghiamo ancora di più il campo e vediamo che possiamo usare il futuro anche per dubitare di qualcosa e alludere a qualcosa.

Non siamo molto lontani dal senso di sminuire. Conoscete già il significato di alludere perché abbiamo dedicato un bell’episodio anche a questo verbo.

Infatti se tu mi dici una cosa, se io non ci credo molto posso rispondere:

Sarà!

Dici? Sarà!

Che è simile a “non ci credo”, “secondo me non è così sicuro che sia vero”, o anche “sei sicuro?”, “ne sei certo?”, oppure “sarà vero?”.

Ma se dico solamente “sarà!” non è una domanda in realtà, ma una esclamazione con cui si mette in discussione la veridicità di qualcosa.

Spesso c’è anche della malizia in questa risposta, come a voler dire qualcosa tra le righe. Sto alludendo a qualcos’altro.

La frase equivalente più vicina a “sarà” è “io non ne sarei così sicuro”. Si vuole instillare il dubbio anche in altre persone molto spesso.

Notate anche il tono con cui si pronuncia:

Sarà!

Es:

Nostra figlia è stata fuori tutta la notte. Ha detto di aver dormito da un’amica.

Se io non ci credo molto e credo che, anzi, lei abbia dormito a casa di un ragazzo, la risposta perfetta è:

Sarà!

Allora avrete capito che c’è un collegamento tra tutti questi utilizzi del futuro perché come ho detto dubitare è simile a sminuire e mettere in discussione e dubitare.

Quindi il futuro si può usare per fare ipotesi, ma anche per cercare di capire qualcosa, spesso per dare un’interpretazione, che riguarda il passato o il futuro. Posso mettere in discussione qualcosa o fare delle semplici ipotesi sul passato o futuro e anche per alludere.

Ci sono sempre questioni dubbie.

Se ad esempio mia moglie mia dice:

Perché ti rivolgi a me con questo tono?

Io, che non mi sono accorto di aver usato parole o un tono sbagliato, potrei rispondere:

Cosa avrò mai detto?

Che avrò detto mai?

Quindi sto mettendo in discussione quando detto da mia moglie, sto dando un’interpretazione personale a ciò che è successo, alle parole che ho detto. Spesso c’è un tono piccato, offeso. C’è anche sorpresa.

Oppure se vedo mia moglie con un po’ di pancetta, posso dirle:

Ehi, non sarai mica incinta!

Anche qui attenti al tono perché è una specie di domanda ma potrebbe non essere pronunciata col tono interrogativo.

Il senso è diverso da quando uso il futuro per fare ipotesi.

Quanto ci vuole per attivare a Roma da qui?

Ma. Non saprei, ci vorranno un paio d’ore.

In questo caso sto facendo una stima, un’ipotesi su quanto tempo potrei impiegare. Ne abbiamo già parlato.

Quanti anni ha tuo cugino?

Avrà più o meno 30 anni.

Se dico così non sono affatto sicuro di questo. Sto facendo un’ipotesi che ritengo possibile, una stima. Usare il futuro al posto del presente indicativo aumenta il senso del dubbio.

Questo significato particolare, legato al dubbio e alle ipotesi si può avvicinare molto conunque al senso di sminuire.

Vediamo ad esempio:

Mi sento male, credo di aver esagerato con la la pasta che ho mangiato al ristorante.

Risposta: cosa? Quanta pasta avrai mai mangiato?

In questo caso sto mettendo in discussione le tue parole, e c’è sia il senso del dubbio che quello di mettere in discussione ciò che hai detto.

Ancora di più se dico:

Io sono bravissimo a conquistare le donne!

Possibile mia risposta:

Capirai! Quante donne avrai mai conquistato?

Notate che aggiungere “mai” è quasi obbligatorio per sminuire qualcosa ma solo per sminuire, per mettere in discussione e non esattamente per fare ipotesi o per esprimere un dubbio.

Sono stanchissimo?

Risposta:

E che avrai fatto mai? Non fare l’esagerato!

Naturalmente questo tipo di risposte, mettendo in discussione le parole del vostro interlocutore, posso anche risultare offensive.

Con questo è tutto.

Cosa avete detto? Non starete mica pensando che l’episodio è troppo lungo!

Giovanni: si, credo stiano tutti pensando esattamente questo, ivi inclusi i membri dell’associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike (Germania): non starai mica scherzando Gianni. Che avremmo mai fatto per meritare tali allusioni? Noi non ci lamentiamo per la durata. In compenso potremmo lamentarci per le accuse ricevute, manco avessimo mai dubitato di te.

Olga: credo di aver capito. Stiamo ripassando gli episodi passati vero? Scusate se talvolta sono dura di comprendonio.

Marcelo (Argentina): non voglio tediarvi con un ripasso ulteriore, tantomeno essere indiscreto, ma questo episodio mi darà molto filo da torcere e vorrei finirla qui.

Irina (California): bravo/a , così avrò anche il tempo di dare una scorsa agli episodi che sono stati citati oggi.

Emma (Taiwan): Non posso proprio darti torto. In quanto all’apprendimento della lingua, a mio modesto avviso, urge pur sempre andarci piano, più che altro per tenere fede alla prima regola d’oro di italianosemplicemente che ci invita alla ripetizione. Potrà apparire un pippone, ma invece è un tesoro bell’e buono.

664 Allelùia

Allelùia (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi al 100% l’episodio durerà meno di due minuti. Promesso.

Qualcuno potrà esclamare :

Allelùia!

È proprio su questa parolina che verte l’episodio di oggi.

Allelùia, nel linguaggio colloquiale, significa “era ora“, oppure “finalmente!”.

È ovviamente ironico, perché allelùia è una formula religiosa, e rappresenta un canto di gioia, una formula liturgica ripresa dall’ebraico che si ripete durante la celebrazione della messa.

È utilizzata però anche come esclamazione, nel momento in cui accade qualcosa che aspettavamo da tempo, da molto tempo, o comunque nel caso di ritardo eccessivo rispetto al normale.

Lo si fa in senso ironico ma allo stesso tempo molto spesso esprimiamo una forte contrarietà, un fastidio.

Equivale ad un ringraziamento a Dio, tipo:

Sia lodato il Signore!

Se ad esempio mio figlio riesce, dopo due anni, a prendere la prima sufficienza in matematica io esclamerò:

Alléluia (guardando verso il cielo)

Come a dire: finalmente, era ora, meglio tardi che mai! Sia lodato il Signore!

Traspare il mio disappunto, oltre alla mia ironia, per il rendimento scolastico non soddisfacente di mio figlio e non traspare molto la mia soddisfazione derivante da questa notizia, che in fondo sarebbe una bella notizia.

Per questo motivo può essere offensivo se usate questa esclamazione in risposta ad una notizia che vi dà una persona, proprio perché esprime un fastidio, una contrarietà, quasi a voler dire che ormai questa cosa che è accaduta non serve più a nulla.

Se un’amica ad esempio vi dice:

Finalmente avrò un figlio! Sono rimasta incinta!

Molto meglio farle gli auguri ed abbracciarla che esclamare “allelùia!”.

La vostra amica potrebbe non prenderla bene.

Meglio se lo usate in occasioni diverse, tipo quando aspettate un autobus alla fermata e si presenta dopo un’ora e mezza di attesa.

È arrivato! Alléluia!

Fine dell’episodio. Non dite alléluia!!

Ripassiamo un po’ invece:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo (Argentina): c’è una frase abbastanza conosciuta in Francia. L’ha detto un autore famoso: Albert Camus. Ce l’avete presente?
Eccola: «Dare i nomi sbagliati alle cose è contribuire alla miseria del mondo».

Albéric (Francia): Penso che Camus ne abbia ben donde a dire quelle parole.
Ne ho fin sopra i capelli anch’io della gente che non bada a ciò’ che dice. Non è una mera questione di principio perché il mondo ci appare diversamente se usiamo parole diverse.

Danita (Stati Uniti) : Secondo me questa frase significa che non si deve fare caso alla sostanza ma soprattuto alla forma.

Irina (California): Sono di diverso aviso. A me non me ne frega nulla di sbagliare una parola, purché mi si comprenda bene.

Rafaela (Spagna): Ma no Irina, stando a ciò che dici, il senso delle parole lascerebbe il tempo che trova?

Peggy (Taiwan): Un bel dibattito amici! A me sembra che Camus volesse solo dire che il mondo sarebbe più bello se avessimo maggiore cura di descriverlo con attenzione.

Karin (Germania): Vuoi che non sappia l’importanza dell’usare la parola giusta? Basta che il senso risponda più o meno al vero

Hartmut (Germania): Ti vengo incontro M6 ma non si deve esagerare. Altrimenti, come si suol dire, si rischia di prendere fischi per fiaschi.

Daria (Russia): Infatti! Dobbiamo fare mente locale e ricordarci sempre di questa regola d’oro.

663 In compenso

In compenso (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: episodio 663 della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente. Buongiorno! Oggi non vi prometto che riuscirò a soddisfare tutte le vostre richieste, in special modo quella dei due minuti di durata dell’episodio, ma in compenso imparerete una nuova locuzione che potrete usare in ogni circostanza. La locuzione in questione è “in compenso“.

“In compenso” si usa, lo avere capito, per compensare, cioè per pareggiare, bilanciare, o meglio per ristabilire un equilibrio.

Compensare è un verbo con molti significati, ad esempio, per dirne uno, è legato alle retribuzioni (ne abbiamo parlato in un episodio dedicato proprio a questo argomento) e se vogliamo avvicinarci ad un’altra espressione che abbiamo già spiegato, c’è “rifarsi con gli interessi“, in cui c’è una compensazione persino eccessiva, ma che comunque ci soddisfa pienamente. In effetti il verbo “rifarsi“, che, a parte il significato di cambiare i connotati, (anche di questo abbiamo già parlato) fa pensare proprio a una compensazione, perché si tratta di supplire a qualcosa di negativo, si tratta di bilanciare un evento negativo con uno positivo e cose simili.

La compensazione di cui parliamo oggi è molto semplice, perché la locuzione “in compenso” si usa normalmente sia nel linguaggio di tutti i giorni sia al lavoro, pur restando una forma più adatta sicuramente all’orale piuttosto che allo scritto.

Vediamo qualche altro esempio. Mia figlia mi dice:

Oggi non ho finito i compiti, in compenso però ho pulito la mia stanza.

Non mi posso lamentare secondo lei più di tanto! Almeno la stanza l’ha pulita. Certo, sarebbe stato meglio se avesse finito anche i compiti ma accontentiamoci!

E’ chiaro che quando si usa “in compenso” si fa qualcosa o avviene qualcosa che serve a ristabilire un equilibrio. se non avesse finito i compiti e basta sarebbe stato peggio, no? Accontentiamoci!

Non abbiamo fatto gol, ma in compenso siamo stati bravi in difesa. Potrebbe dire un allenatore di calcio.

Potremmo anche usare “almeno

Non abbiamo fatto gol, ma almeno siamo stati bravi in difesa.

In effetti questa sostituzione potremo sempre farla, ma diventa più colloquiale ancora.

Mangiare al McDonald non è molto salutare – lo sapete – ma in compenso si possono incontrare tanti giovani per fare amicizia

Il mio amico Giovanni non è molto spiritoso ma in compenso mi aiuta tutti i giorni a fare i compiti

Verrebbe quasi voglia di usare “ma” o “però“, che sono più semplici. Non è sbagliato ma perché non arricchire la lingua visto che ci siamo?

In compenso” si usa spesso in abbinamento con “sebbene” o “anche se“, che servono a preparare l’ascoltatore a un bilanciamento che faremo successivamente proprio usando “in compenso“.

Sebbene mi sia dilungato un po’, in compenso ho mantenuto la promessa iniziale (spero)

Teoricamente la locuzione “in compenso” si può usare anche nel senso di “come compenso“, ma in questo caso ci riferiamo ad un pagamento:

Ho lavorato tutto il giorno e in compenso ho ricevuto 200 euro.

In questi casi è sicuramente meglio usare “come compenso” cioè “come pagamento”

Adesso, anche se siete stanchi, in compenso sarete soddisfatti del seguente ripasso, che verte anche sui verbi professionali.

Ascoltiamo allora Ulrike, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che utilizza ben 11 verbi e 3 espressioni della rubrica dei due minuti co Italiano semplicemente.

Ulrike (Germania): Abbiate pazienza amici, ma non potevo fare a meno di volgere di nuovo l’attenzione ai verbi professionali. Perché? Solamente per adempiere al mio desiderio di poter adoperarli quando sempre si presenta l’occasione. Con questo scopo mi sono messa all’opera fruendo delle spiegazioni che offre Gianni con il fantastico corso di italiano professionale che consta ora di ben settanta verbi professionali. Non so se questo mio progetto riscuoterà interesse, ma basta che lo prendiate come proposta da vagliare in merito al proprio apprendimento. Spero che ripassi di questo tipo non cagionino alcun disappunto, anzi mi auguro che abbiate voglia di suffragare l’idea e di investire ogni tanto un po’ di tempo allo studio dei verbi professionali. Un investimento assai proficuo, commisurato senz’altro allo sforzo profuso. Questo è quanto!

662 Lamentare o lamentarsi?

Lamentare o lamentarsi? (scarica audio)

Descrizione

Giovanni: buongiorno, oggi ci occupiamo di un verbo: lamentarsi, che è un verbo particolare perché oltre all’utilizzo in senso riflessivo ha anche un uso non riflessivo: lamentare.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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661 Alle volte, talvolta, talora

Alle volte, talvolta, talora

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Trascrizione

Giovanni: ricordate l’episodio dedicato alla locuzione alla volta?

Ebbene, talvolta nella lingua italiana sapete cosa succede se dal singolare passiamo al plurale?

Accade che il significato cambia completamente.

È proprio il caso di “alle volte” che non ha niente a che fare con le partenze, le destinazioni e i viaggi, e neanche con i turni, come è il caso di alla volta.

Infatti il senso è lo stesso di qualche volta, alcune volte, a volte, talvolta, talora, ogni tanto, delle volte.

Queste sono tutte modalità più o meno equivalenti, abbastanza semplici. Poi ci sono anche forme più complesse, come

di quando in quando,

di tanto in tanto,

occasionalmente,

saltuariamente

Si parla sempre di una frequenza medio-bassa, qualcosa che accade meno frequentemente rispetto ad altro.

Se la frequenza scende ancora verso il basso possiamo dire:

Poche/pochissime volte

Raramente/rarissimamente

Molto raramente

Ogni morte di papa

Se invece sale:

Ogni due per tre

Quasi sempre

Eccetera.

Vediamo alcuni esempi con alle volte:

Normalmente sono gli uomini a regalare i fiori alle donne, ma alle volte accade anche il contrario.

Vi piacciono le ciambelle? Sapete che alle volte non vengono col buco!

In genere sono molto soddisfatto degli episodi di italiano semplicemente, ma alle volte capita che cambierei qualcosa per renderlo un po’ più chiaro.

Avrete capito che “alle volte” è più discorsivo rispetto alle forme equivalenti.

Si usa meno spesso rispetto ai più semplici “qualche volta” e “alcune volte” ed è ancora meno importante sottolineare il numero delle volte. È simile a “può capitare“.

Alle volte” si usa prevalentemente, non dico per singole le eccezioni, ma per eventi comunque poco frequenti.

Normalemente il ripasso degli episodi precedenti lo facciamo alla fine di ogni episodio, anche se alle volte l’abbiamo fatto nel corso della spiegazione.

Riguardo invece a talora, è la versione più letteraria e elegante di talvolta.

Da notare infatti che lo usano molto spesso i letterati (spesso anche senza la a finale (talor), seguita da parola che inizia con consonante), ma si usa spesso anche negli articoli accademici, nelle riviste scientifiche e quindi nelle pubblicazioni importanti. Questo non significa che non si possa usare parlando di cose di tutti i giorni. Talora lo faccio anch’io.

Invece talvolta, che ha sempre il significato di “qualche volta” e talora, si usa talora insieme a “talaltra“. Talaltra significa “altre volte“, “qualche altra volta“, “altre ancora“.

Quindi anziché dire:

Qualche volta ascolto italiano semplicemente per divertirmi, qualche altra volta per imparare.

Posso dire:

Talvolta ascolto italiano semplicemente per divertirmi, talaltra per imparare.

Adesso ripassiamo, perché come direbbe il poeta Petrarca:

se talor v’assale un dubbio, meglio rivolgersi indietro a ciascun passo…

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Harmut (Germania): La vita è quella che è. Talvolta si ride, talaltra si piange.

Edita (repubblica Ceca): ehi ragazzi, ricominciamo con gli argomenti pesanti? Faccio appello al vostro senso dell’umorismo, vi prego!

André (Brasile): ok, raccolgo la provocazione. Sapete la differenza tra una a con o senza acca?

Marcelo (Argentina): no, non capisco un’acca di grammatica. Qual è la differenza?

Albèric (Francia): semplice. Puoi mettere l’acca purché si tratti del verbo avere.

Marcelo (Argentina): allora vorrà dire che vado ha casa (con l’acca), perché è mia la casa!

André (Brasile): bravo Marcelo, mi hai rubato le parole di bocca. Ma ho la sensazione che il grosso dei visitatori non sia abbastanza spiritoso da capire la tua battuta.

Peggy (Taiwan): hummm… molto spesso capisco le barzellette, ma alle volte, come in questo caso, mi risulta difficile. Ci penserò.

Adriana (Bulgaria): Ormai non c’è più tempo per i ripassi. Se ne riparla domani. Nel frattempo cerco di capire anch’io la barzelletta, che per ora mi sfugge.

660 Intonso

Intonso (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: questo episodio lo dedichiamo all’aggettivo intonso, sicuramente poco conosciuto e soprattutto usato da voi studenti non madrelingua.

Un aggettivo che si può usare per descrivere pochissime cose, tipo un libro, o qualcosa da mangiare, o i capelli o la barba di una persona. Cosa hanno in comune queste cose?

Intonso deriva dal verbo tosare, e significa “non rosato“.

La tosatura è l’operazione di togliere la lana (il vello) alle pecore, o del pelo di altri animali, e riguarda anche le siepi quando vengono curate e tagliate. Ironicamente si usa anche per i capelli:

Ti sei tosato i capelli?

Quindi qualcosa di non tosato, in senso figurato, può essere rappresentato da qualcosa che non è stato ancora toccato, usato, e non solo tosato o tagliato.

Quindi un libro che non è stato mai letto possiamo dire che è ancora Intonso.

To ho regalato un libro lo scorso anno ma sono sicuro che è ancora intonso

A dire il vero nel caso del libro, quando è intonso è perché il processo di taglio delle pagine non è stato ancora terminato, quindi è impossibile leggere un libro intonso poiché è impossibile sfogliarlo.

In realtà però si usa normalmente quando un libro non è stato ancora letto e in pratica è ancora nuovo, in ottime condizioni.

Infatti non à caso questo aggettivo si può usare anche quando si mette in vendita qualcosa e si vuole assicurare i potenziali acquirenti che il prodotto è integro e mai usato.

Vendesi amplificatore Intonso anni ’80

Vendesi collana di enciclopedia intonsa.

Vendesi 100 quaderni intonsi a quadretti

Eccetera

Anche qualcosa da mangiare, se non l’ha toccato nessuno, possiamo definirlo così:

Questa treccia di mozzarella avanzata dal catering è ancora intonsa.

Quindi non è stata ancora toccata da nessuno e in particolare neanche è stata affettata. È ancora intera.

Direi che l’aggettivo in generale funge da assicurazione per fare in modo che una persona possa essere interessata a questo oggetto.

Anche dei capelli molto lunghi possono definirsi intonsi. Lo stesso per una barba molto incolta.

Sono due anni che i tuoi capelli sono intonsi!

Oppure possiamo usarlo quando ci si potrebbe aspettare che qualcosa sia stato oggetto di modifica ma invece non è così:

Una vettura del 1900 è stata messa a nuovo. Soltanto il sistema di trazione è rimasto intonso.

Cioè è rimasto quello che era all’inizio, quando è stato costruito. Nessuno l’ha mai modificato.

A proposito, se avete un libro di grammatica ancora intonso, mettetelo pure in vendita. Con Italiano Semplicemente non ne avrete mai bisogno.

Spesso un oggetto intonso si intende anche ancora confezionato. Questa è una differenza rispetto all’aggettivo intatto e anche integro. Un oggetto intatto è esente da manomissioni, contaminazioni, danni, ma non è prerogativa dei soli oggetti:

il patrimonio è ancora intatto (cioè nessuno ha speso nulla)

Il mio onore è intatto (nessuno mi ha ancora disonorato)

l’edificio è rimasto intatto dopo il terremoto (non si è danneggiato);

I nostri diritti restano intatti (non sono stati compromessi, sono quelli di prima, non si sono ridotti)

Integro è molto simile a intatto ( si riferisce alla completezza degli elementi relativi alla propria interezza e funzionalità e anche questo aggettivo non è solo per gli oggetti:

conservare integre le proprie forze

Un oggetto integro è invece non rotto, ancora intero è funzionante.

In definitiva in generale, se parliamo di oggetti, intatto e integro non dà garanzia di non utilizzo.

Adesso ripassiamo:

Allora facciamolo con Irina dalla California, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che si è dilettata nella costruzione e nella registrazione della frase che state per ascoltare:

Irina: Ma guardate un po’ voi, anche oggi non sono in vena. Sto cincischiando anziché prefiggermi di studiare. Faccio sempre così, salvo poi dire a me stessa: Pigra di un bradipo che non sei altro! Smettila di pettinare le bambole! La tua pigrizia è il tuo grosso ostacolo. Qui casca l’asino! Di questo passo, quando sarà in vista di un miglioramento? Forza allora con lo studio, subito, senza remore! Ebbene , spero che questa mossa porti subito risultati. Magari potessi studiare come si deve! E invece anche oggi nisba.

659 Aggettivo + di un

Aggettivo + di un (scarica audio)

Descrizione

Giovanni: questo episodio lo dedico a un uso particolare della preposizione di che nessuno vi spiegherà mai. Nessuno tranne italiano semplicemente, ovviamente.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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658 Alla

Alla (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: questo episodio lo dedichiamo alla preposizione alla.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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La bagarre – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 17)

La bagarre (scarica audio)

Indice degli episodi

bagarre

Descrizione

Avete mai sentito di parlare, nel corso di un notiziario, di una bagarre in parlamento o al senato? Questa è l’occasione giusta per parlarvi di alcuni termini e verbi particolari, perché quando si assiste ad una bagarre in parlamento si assiste a una fase accesa e concitata, una baruffa, quindi c’è del subbuglio, del trambusto, insomma c’è parecchia confusione quando si parla di bagarre.

La trascrizione è disponibile per i soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Incorrere – VERBI PROFESSIONALI (n.71)

657 Pur sempre

Pur sempre

File audio disponibile solo per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

(ENTRA)  (REGISTRATI)

Trascrizione

In questo episodio parliamo per la seconda volta di “pur“, ma in un modo diverso rispetto a quando l’abbiamo fatto la prima volta.

La prima volta che abbiamo incontrato “pur di” che, come abbiamo visto, si può usare quando vogliamo indicare un risultato minimo che dobbiamo ottenere. “Pur di” sta per “purché si avveri un fatto” o un desiderio, oppure “purché si raggiunga un certo risultato.”

Oggi invece vediamo “pur sempre” che è una locuzione dal significato simile a “comunque“, nel senso che, dopo aver fatto una affermazione, “pur sempre” precede una seconda affermazione con la quale si riconosce un valore, una qualità, una caratteristica, oppure si esprime qualcosa che si verifica nonostante ciò che viene espresso nella frase principale.

Es:

Mio padre è molto anziano, ma è pur sempre in ottime condizioni fisiche e mentali

Non mi piacciono per niente alcuni leader politici, ma non desidero certamente la loro morte. Sono pur sempre degli esseri umani.

Lo so, Giovanni risponde male a tutti recentemente, ma io devo aiutarlo, resta pur sempre un mio caro amico.

I figli non vogliono quasi mai fare il percorso di vita desiderato dai loro genitori. Questa resta pur sempre una loro scelta.

Se ci pensiamo, ogni volta, quando usiamo questa locuzione, in qualche modo si stabilisce un minimo, si riconosce qualcosa che nonostante ciò che abbiamo detto, resta valida. Ancora una volta abbiamo a che fare con un minimo di qualcosa, come nell’uso di “pur di”. Stavolta il nostro obiettivo è limitare le conseguenze della frase principale, quindi far capire che ciò che abbiamo detto nella frase principale non impedisce qualcosa.

Si può usare il verbo essere:

Gianni è pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!

Oppure il verbo resta o rimanere, e in questo caso possiamo anche eliminare “pur”, che tuttavia serve a rafforzare il concetto:

Gianni resta pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!

Gianni rimane pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!

Gianni resta/rimane sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!

Può comunque capitare che davanti a pur sempre troviate: bisogna, occorre, dobbiamo,  si deve ecc.

Es:

Lo so che non sei stanco, ma dovrai pur riposare un po’!

 Immagino siate soddisfatti della lezione di oggi, ma bisognerà pur ripassare gli episodi passati anche stavolta, o no?

Quindi la parola passa si membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (California): Ragazzi vi propongo di esporre i vantaggi e gli svantaggi nell’essere single, cioè, da solo, vale a dire non sposato e non fidanzato, ossia scapolo o celibe che dir si voglia nel caso di un uomo e zitella o nubile nel caso di una donna.

Albèric (Francia): beh il primo vantaggio dello stare da solo è che non devi rendere conto a nessuno di ciò che fai. Buttalo via!

Peggy (Taiwan): ma da soli ci si sente soli, o no? Nessuno di cui avere cura e nessuno che si prende cura di te! E poi non puoi neanche condividere le bollette!  

Hartmut (Germania): ma almeno non sarai cazziato tutti i giorni per qualche presunto sgarro o errore che hai commesso! Per non parlare dei numerosi aut aut che ho ricevuto!

Ulrike (Germania): io, a ragion veduta, se tornassi indietro mi sposerei qualche anno più tardi.

Sofie (Belgio): io sono attualmente libera, ma guardandomi attorno, per non saper né leggere né scrivere, non credo mi sposerò mai, ma questo non significa che resterò sola. 

Marcelo (Argentina): ma cosa dite tutti quanti? I vostri sono pensieri privi di fondamento! La vita di coppia è bellissima. Se non si condivide la nostra vita con una persona, che senso ha vivere?

Andrè (Brasile): Sono d’accordo con te Marcelo. Inoltre credo che se io non fossi sposato sarei ormai nell’aldilà da un pezzo! Avevo uno stile di vita un po’ matto, spesso sopra le righe. Mi ha messo il guinzaglio corto mia moglie!

Cat (Belgio): É vero André, io sono stata combattuta nello sposarmi, ma ora, che ho sforato i 40 anni di vita matrimoniale, ti dico che devi tenere a bada i tuoi sentimenti di rabbia nelle situazioni difficili. Non voglio rispolverare tutte le situazioni che ho vissuto. Sono passati molti anni, ma è successo in men che non si dica. Comunque devo aprire un parentesi. A scanso di equivoci, anche se abbiamo passato molti momenti difficili, mai abbiamo lasciamo nulla di intentato per recuperare. Ci sono alcuni che ci dicono: ome avete fatto? Meritate tutto il mio rispetto, con la R maiuscola! Ci saranno pure vantaggi nell’essere single, ma ormai per me non è più il caso di elencarli…

655 Più che altro

Più che altro (scarica audio)

Video YouTube con sottotitoli

https://youtu.be/AOs2XwbrQYI

Trascrizione

Giovanni: una locuzione italiana tra le più usate è sicuramente “più che altro“.

Si può usare in qualunque tipo di discorso e contesto, e si usa semplicemente per mettere in risalto un aspetto.

In genere stiamo dando una spiegazione, oppure stiamo solo rispondendo ad una domanda.

L’obiettivo però è sempre quello di risaltare, evidenziare una cosa rispetto al resto.

La locuzione non usa termini strani o figurati. Infatti “più che altro” significa esattamente questo:

In misura maggiore rispetto al resto

Soprattutto

Prevalentemente

Maggiormente

Principalmente

In prevalenza

In misura prevalente/preponderante/maggiore

Altro” rappresenta tutto il resto che viene messo in secondo piano.

Es:

Mio figlio pratica più che altro calcio.

Questo significa che mio figlio pratica diverse attività sportive, diversi sport, ma prevalentemente calcio, soprattutto calcio, maggiormente calcio, principalmente calcio, in misura maggiore calcio.

Perché farsi il vaccino Covid?

Qualcuno potrebbe rispondere:

Più che altro è una questione di rispetto per gli altri.

Perché non farsi il vaccino?

Coloro che sono contrari potrebbero dirvi che più che altro è una questione di principio.

Questo significa che entrambe le persone hanno più motivi per farsi o non farsi il vaccino, ma vogliono mettere in evidenza il motivo più importante. Poi volendo si può aggiungere altro.

In effetti “più che altro“, pur essendo equivalente a “soprattutto“, che è la forma più usata, si usa soprattutto quando si dà una spiegazione, qualunque essa sia, e si vuole evidenziare l’aspetto più importante. Perché usare più che altro allora, visto che ci sono molte alternative?

Questa locuzione direi che è un po’ meno tecnica, meno fredda delle altre e più colloquiale, molto adatta quindi ad essere usata in dialoghi e scambi di opinioni.

Spessissimo precede “perché” e “per“:

Perché studio l’italiano?

Più che altro perché mi piace, poi anche perché quando vado in Italia è certamente molto utile.

Più che altro per piacere.

Adesso volete sapere perché facciamo dei ripassi alla fine di ogni episodio?

Più che altro lo facciamo per usare le espressioni già imparate, ma anche per divertirci, per parlare e anche per sforzarci nell’usare l’inventiva e l’immaginazione.

In questo ripasso rispolveriamo anche qualche lezione di Italiano Professionale, che i membri possono trovare su google drive o anche sul sito con username e password. Per tutti gli altri la soluzione è diventare membri.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Daria (Russia): Buongiorno a tutti!
Ecco il mio tentativo di fare un ripasso delle lezioni di Italiano professionale. A dire il vero mi mancava l’opportunità di usare l’italiano pertanto vi propongo questo ripasso senza indugi.
Allora, permettete che mi presenti.
Mi chiamo Daria, vivo a Mosca e lavoro in un’azienda farmaceutica americana.
A dire il vero, ho cambiato lavoro due mesi fa e adesso faccio del mio meglio per imparare a svolgere le mie nuove mansioni.
Ho una certa esperienza in campo farmaceutico e mi sono fatta le ossa nel mercato russo.
Adesso lavoro per un gruppo di paesi e ci sono tante cose da imparare.
Il mio capo è una donna e si trova a Londra. Con il suo aiuto sto cominciando a prenderci la mano e tra non molto diventerò un’esperta internazionale.
I miei colleghi sono anche di altri paesi come Italia, Turchia, India. Tutti sanno il fatto loro e sono molto aperti a condividere esperienze.
Come tante altre persone siamo costretti a lavorare da casa a causa della pandemia. Per compensare la mancanza del “contatto di persona” facciamo numerose discussioni online e abbiamo creato un forte clima di feducia, ma ad onor del vero c’è anche una problematica legata alla communicazione online: mi rimane pochissimo tempo a disposizione per fare il lavoro. Ma come fare? Forse si deve andare dritti al punto e non perdere tempo per discussioni vuote?
Come fate voi? Vorrei sentire anche altre opinioni basate sulla vostra esperienza di lavoro online.

Albéric (Francia): A me non vanno molto a genio le videochat. Preferisco sempre scrivere. Ma spesso mi vedo costretto a partecipare facendo del mio meglio per tagliare corto quando possibile. Il più delle volte spengo la videocamera, una magra consolazione

André (Brasile): ciao Daria, sicuramente ti è venuto un po’ di magone nel tuo primo giorno di lavoro, sbaglio? Devo dirti che io lavoro presso un
laboratorio analisi, quindi siamo più o meno nello stesso settore, ma non ho mai fatto il mio mestiere
in modalità on-line! quindi purtroppo non vedo come aiutarti! credo che tu debba semplicemente tener fede ai tuoi principi. Sono sicuro che te la caverai benissimo.

Marcelo (Argentina): Io adesso sono in pensione, ma quando lavoravo in ufficio, mi vedevo spesso costretto a viaggiare in macchina per piú di due ore. Era come fare un percorso a tappe. Quando arrivavo in ufficio, il mio dirimpettaio, vedendo che ero di malumore mi diceva: siamo alle solite. Io non raccoglievo la provocazione, anche perché c’era del lavoro da finire. Così non mi sono mai messo a discutere con lui. Col passare del tempo però mi sono reso conto che a suo modo il collega cercava di aiutarmi. Tant’é vero che ancora oggi e dopo tanti anni, l’amicizia continua. Eccome se continua! Ci vediamo almeno due volte alla settimana e ricordiamo sempre come i problemi spuntavano a destra e a manca, e che se non fosse per i suoi consigli quotidiani tipo fare di necessitá virtú, unire l’utile al dilettevole o munirsi di pazienza, oggi non saremmo piú amici. Ma torniamo a Bomba considerando la caterva di cose che c’era da fare e il tempo che ho perso andando in ufficio e tornando a casa, vi dico, sensa farla tanto lunga, di approfittare e gioire del lavoro da remoto. Risparmierete tempo e benzina, senza contare l’inquinamento. Si, certo, i rapporti sociali da casa sono quello che sono, ma che volete, mica si può avere la botte piena e la moglie ubriaca!

654 Quant’è vero Iddio

Quant’è vero Iddio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: come usare il nome di Dio senza fare peccato, senza bestemmiare e neanche dar troppo fastidio a nessuno?

Ci sono varie locuzioni che nel linguaggio colloquiale vengono utilizzate dagli italiani e oggi vi parlerò di “quant’è vero Iddio“.

Iniziamo da Iddio, che si scrive con l’iniziale maiuscola come segno di rispetto. Iddio è una variante di Dio, usata per lo più con tono solenne o anche solamente enfatico:

Tipo:

Iddio padre onnipotente, salvaci dal male!

Nel linguaggio familiare però si usa più frequentemente per enfatizzare, come reazione a qualcosa:

O Signore Iddio!

O santo Iddio!

Soprattutto se accade qualcosa all’improvviso, che ci spaventa, o se ascoltiamo una brutta notizia, possiamo usare queste due espressioni.

Altrettanto diffusa, soprattutto tra le persone più anziane c’è anche:

O Madonna santissima!

O Maria santissima!

L’espressione quant’è vero Iddio si usa invece quando si esprime un forte convincimento.

È in realtà una specie di giuramento, una promessa che si fa a sé stessi o ad altri, una promessa talmente solenne che siete disposti a chiamare in causa Dio.

Questo accade sempre come reazione ad un fatto, che vi spinge a reagire per far sì che questo fatto non accada più o per risolvere il problema definitivamente. C’è qualcosa che ci ha stancato e che va risolto definitivamente.

Quindi ad esempio se dei ragazzi giocano a pallone sotto la mia finestra e la colpiscono proprio con una pallonata, rompendola, questo potrebbe farmi molto arrabbiare.

Magari sono diverse volte che li avviso dicendo loro che non si può giocare li e che è pericoloso, ma senza ottenere alcun risultato.

Quando però sento il vetro andare in mille pezzi grido:

Quant’è vero Iddio stavolta chiamo i carabinieri!

Quant’è vero Iddio stavolta glielo buco ‘sto pallone!

È curioso l’inizio: quant’è vero…

Si sta usando il termine “quanto“, per fare un confronto tra qualcosa di vero, qualcosa di indiscutibile e la mia promessa. Quanto si può usare per fare confronti:

Ho tanti anni quanto te

Io sono intelligente quanto te

Oppure:

Mangio quanto ne ho voglia

Ecc.

Allora “quanto è vero Iddio chiamo i carabinieri” è qualcosa di simile a:

Così come è vero che esiste Dio, allora io chiamerò i carabinieri.

Se è vero che esiste Dio, allora faccio questa cosa.

“Quanto è” diventa “quant’è“, con l’apostrofo, ma volendo si può scrivere anche separatamente con due parole.

Con questa espressione pertanto si fa una specie di promessa, ci si ripromette di fare qualcosa, sebbene poi nella realtà questa promessa spesso non venga mantenuta.

Pertanto la frase spesso resta solo una minaccia, magari per spaventare una persona o metterla in guardia per il futuro.

Quante volte ho sentito mia madre dire:

Quant’è vero Iddio stavolta t’ammazzo!

Lo ha detto più volte al nostro gatto quando rubava il cibo dal tavolo.

Ma il gatto è ancora vivo!

Allo stesso modo, al posto di Dio, si usa il proprio nome:

Quant’è vero che mi chiamo Giovanni, adesso me la paghi!

Come dire: prometto che me la pagherai, e questo è vero quanto è vero che io mi chiamo Giovanni. Si fa anche qui un confronto per dare credibilità alla propria affermazione.

Nessuno può mettere in dubbio il mio nome giusto? E neanche l’esistenza di Dio.

Naturalmente se ci sono altre cose che ritenete più credibili rispetto a Dio o al vostro nome, potete usarle come termine di paragone:

Quant’è vero che sono tuo padre, tu non uscirai più con i tuoi amici la sera per un mese!

La cosa che conta veramente è che siate arrabbiatissimi e che desideriate fortemente un cambiamento.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente. Ma prima un saluto speciale a Daria dalla Russia, che si unita nuovamente al nostro gruppo whatsapp dell’associaizone. Daria ha partecipato in passato a molti episodi. Allora ti dico bentornata e anche che questo ripasso è dedicato a te:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony (Stati Uniti): siamo felici che la nostra amica moscovita Daria sia tornata alla carica. Non mi fa mica specie in realtà. Gli studenti d’italiano dappertutto nel mondo hanno preso atto che questo gruppo va per la maggiore tra chi vuole imparare a parlare l’italiano come si deve. Dacché siamo così in tanti qua nell’associazione, non siamo mai sguarniti di persone con cui interagire e da cui imparare.

Peggy (Taiwan): questi ripassi poi non sono mai un pro forma, perché è proprio con i ripassi che le espressioni si fissano nella mente.

Marcelo (Argentina): benché bisogna fare mente locale per ricordarle tutte. Meno male che abbiamo un indice di riferimento altrimenti il grosso degli episodi non li ricorderei.

Karin (Germania): abbiamo superato i 650 episodi, senza contare che ce ne sono tanti altri che si trovano in altre rubriche. I membri più indefessi li hanno tutti a mente.

Daria (Russia): allora dovrò correre ai ripari perché sono mancata troppo a lungo. Ah, ho dimenticato di qualificarmi! sono io Daria, ma mi avrete sicuramente riconosciuta dall’accento. E grazie del vostro caloroso saluto. Bando alle ciance però. Adesso prendo e mi cimento subito con gli episodi che mi sono persa!

653 Essere alle prese con

Essere alle prese con (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Ecco un’altra espressione che sarà molto usata nei vostri ripassi in quanto molto semplice e al contempo adatta a essere usata in molte occasioni.

L’espressione è “essere alle prese con” qualcosa o qualcuno

Molti studenti già la conosceranno sicuramente ma vale sicuramente la pena di spiegarla.

Già conosciamo (si fa per dire) i molteplici usi del verbo prendere nella lingua italiana, e per coloro che vogliono farsi un’idea di quanto ho appena detto vi consiglio di dare un’occhiata all’episodio dedicato al verbo prendere.

Essere alle prese con qualcosa, come vi dicevo, è molto semplice perché significa essere impegnati in un’attività che presenta delle difficoltà o quantomeno comporta molto tempo.

Tutto qui.

Esempio.

Sono quasi due anni che l’intera umanità è alle prese con un virus.

Sapete di cosa sto parlando vero?

I poliziotti sono alle prese con dei manifestanti no-vax che stanno creando problemi.

Mia madre è sempre alle prese con le faccende domestiche.

Sono stato fino alle 21 alle prese con un cliente.

L’espressione non si usa per tutte le attività ma solo quelle lunghe e/o impegnative.

Pertanto non potete dire che, ad esempio, siete alle prese con l’ascolto di un album dei Pink Floyd poiché trattasi di un’attività piacevole.

Si deve usare sempre la preposizione “con” o le preposizioni articolate col e coi e al limite cogli, collo, colla e colle, sebbene queste ultime tre generalmente non si usano e si preferisce usare con lo, con la e con le.

Sono alle prese con lo (collo) scarico del water che non vuole funzionare

Sono alle prese col la (colla) prova di grammatica

Sono alle prese con le (colle) solite faccende domestiche

Sono alle prese coi (con i) vicini che si lamentano dei rumori

I calciatori sono alle prese cogli (con gli) impegni delle squadre nazionali.

Per due giorni sono stato alle prese col (con il) solito problema alla schiena

La parola adesso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che sono stati alle prese con ripassi impegnativi recentemente. Anche questo non è da meno direi.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): pare che il Covid stia riprendendo vigore. Troppi pochi vaccini ancora. Fintantoché non l’avremo sconfitto non sarò tranquillo.

Ulrike (Germania): io sono molto facile al contatto con gli altri, amo la vita sociale. Quanto ancora potrò resistere? Se penso alla vita che facevo prima mi viene subito il magone.

Edita (Repubblica Ceca): A me invece piace stare da solo. Faccio di necessità virtù Anche se questo non va per la maggiore.

Cat (Belgio): Non so se e quando riuscirò a farmene una ragione di questa situazione. Vivere all’insegna della malattia e della distanza sociale? Proprio non è cosa per me!

Marcelo (Argentina): per farcela occorre vaccinarsi di più, altrimenti forniamo un assist al virus che crea varianti in continuazione!

Marguerite (Francia): Se è vero com’è vero che i virus vanno sconfitti con i vaccini, bisogna cercare di convincere questi no-vax, che pensano che siamo tutti stupidi. Il fatto è che probabilmente ciascun dal proprio cuor l’altrui misura. A parte gli scherzi, bisogna capire da cosa nasce questa ribellione, qual è il malessere sociale che ha causato questi movimenti di protesta. Io non sono per la discriminazione a prescindere.

André (Brasile): credo che il problema sia che ci sono ancora molte persone che se ne fregano del COVID. Soprattutto i giovani.

Albéric (Francia): Hai ragione Andrém Ne ho fin sopra i capelli di loro. Ne abbiamo ancora per molto ad aspettare che invecchino? Come sarebbe bello un mondo senza giovani! Una mera utopia!

Rauno (Finlandia): Più che altro un’idea peregrina! Senza giovani non c’è futuro. Poi tanti cinquantenni non sono da meno quanto a sciocchezze.

Cat (Belgio): Assai più di peregrina M9! È soprattutto – passami il termine – una fesseria con la F maiuscola!
Harjit (India): adesso non è il caso di continuare. Altrimenti di qui a poco mi aspetto qualche lamentela sulla durata dell’episodio.

Spiegazione in lingua russa

alle prese

652 Prendere due piccioni con una fava

Prendere due piccioni con una fava (scarica audio)

Video YouTube

Prendere due piccioni con una fava

Trascrizione

Giovanni: Oltre che unire l’utile al dilettevole, di cui ci siamo occupati nell’ultimo episodio, c’è anche un’altra espressione abbastanza simile per esprimere la soddisfazione che si ottiene da un’azione. Infatti un’espressione idiomatica italiana molto diffusa per esprimere l’ottenimento di un duplice obiettivo attraverso un’unica azione, raggiungere due scopi con una sola azione. è prendere due piccioni con una fava.

Una strana espressione a prima vista, ma cominciamo dalla fava. La fava è una pianta leguminosa, quindi produce dei legumi, simili ai fagioli e simile ai fagiolini come aspetto. Ebbene, pare sia proprio la fava che era un tempo utilizzata per cacciare i piccioni selvatici. un metodo abbastanza crudele. Dunque ogni piccione mangiava una fava e così veniva catturata attraverso un filo legato alla fava stessa.

Non credo fosse possibile usare una sola fava per catturare due piccioni, ma tant’è che questa è l’espressione che viene usata quando si vogliono ottenere due risultati con una sola azione.

Vi faccio qualche esempio:

Facendo un episodio ogni giorno, riesco a prendere due piccioni con una fava: essere utile per molti stranieri che vogliono migliorare la conoscenza della lingua italiana e allo stesso tempo avere l’opportunità di parlare con persone di tutto il mondo. Infatti di questo episodio come anche degli altri ne parliamo nel gruppo whatsapp dell’associazione.

Se domani vado al mare, posso prendere un po’ di sole e rilassarmi e magari potrei prendere due piccioni con una fava se incontro quella ragazza che mi piace tanto.

Un duplice obiettivo con una sola azione. A proposito di “duplice“. Deriva da “due” ed è analogo a “doppio”.

Analogamente esiste anche triplice che viene da “tre” e quadruplice che viene da “quattro”.

Es:

I documenti vanno presentati in duplice copia

Quindi è necessario presentare due copie dei documenti.

Si potrebbe anche dire:

La nostra azione ci permette di conseguire/ottenere un duplice effetto

Il criminale ha commesso un duplice omicidio

Il nostro obiettivo è duplice: insegnare la lingua e far divertire gli studenti. Anzi è anche triplice: lo facciamo senza ammazzare gli studenti di grammatica!

Qualcuno si starà chiedendo come si chiamano questi aggettivi dal numero 5 in poi. In realtà il loro uso è rarissimo, tanto che anche gli italiani è difficile che li conoscano: quintuplice, sestuplice, settemplice, ottuplice…

Non ci pensate che è meglio. Piuttosto, adesso che avete imparato una nuova espressione, con questo episodio potete prendere due piccioni con una fava ripassando qualche episodio passato. La parola ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Edita (Repubblica Ceca): In inglese non tiriamo le fave ai piccioni. In compenso ammazziamo gli uccelli con le pietre. Si dice dice infatti “kill two birds with one stone“. Scusate se la mia non è una signora pronuncia. E aggiungo che in Repubblica Ceca, per esprimere: “prendere due piccioni con una fava, diciamo: “uccidere due mosche con un colpo”.

Andrè (Brasile): in portoghese invece a cascar male sono i conigli (matar dois coelhos com uma cajadada só).

Ulrike (Germania): in Germania siamo più buoni e abbiamo preso di mira le mosche come in Repubblica ceca. Si dice infatti (zwei Fliegen mit einer Klappe schlagen)

Irina (Russia): comunque prendere i piccioni usando una fava mi sembra un metodo poco ortodosso e per giunta poco rispettoso verso gli animali. In russo comunque questo proverbio viene come: “uccidere due lepri con un sparo”. Anche noi non ci andiamo piano con questi poveri animali.

Marguerite (Francia): Noi siamo i più buoni di tutti: il modo di dire francese che è: “faire d’une pierre deux coups“. Da noi tutte le bestie la passano liscia.

Harjit (India): neanche a noi va a genio fare del male agli animali, e quindi usiamo l’espressione “una freccia due bersagli” con nessuna allusione alla caccia.

Peggy (Taiwan): a casa mia si dice “un’alzata, due prese” ma anche “un arco, due aquilepurché gli amanti degli animali non si arrabbino. Forse avrei dovuto sincerarmene e dire la seconda frase previa autorizzazione!

651 Unire l’utile al dilettevole

Unire l’utile al dilettevole (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: cosa c’è di più bello nel fare una cosa utile e al contempo questa cosa è anche divertente?

Diciamolo meglio: cosa c’è di più bello nell’unire l’utile al dilettevole?

Unire l’utile al dilettevole è una locuzione italiana molto diffusa, dal significato abbastanza chiaro. Se non è chiaro, probabilmente è per via del fatto che il termine dilettevole non si riesce a comprendere.

Dilettevole è un aggettivo che ha lo stesso significato di gradevole, piacevole, divertente, spassoso.

Deriva dal termine diletto, che quindi è un sentimento, una sensazione di compiacimento o di soddisfazione, analogo al divertimento, ma non è detto si debba ridere. La cosa che conta è che sia qualcosa di gradevole, qualcosa che ci dà soddisfazione.

Quindi quando un’attività è utile, spesso accade che non è affatto gradevole, ma dobbiamo farla lo stesso.

Invece quando si unisce l’utile al dilettevole si fa qualcosa che è sia utile che dilettevole.

Dilettevole è un aggettivo che si usa quasi sempre in questa locuzione. In genere si preferisce usare “gradevole”, ad ogni modo dilettevole è adatto soprattutto per descrivere un’attività, qualcosa che si fa.

Un’attività che dà piacere, gioia, sollievo o conforto possiamo dire che ci dà diletto e che questa attività è dilettevole.

Non si usa in genere per descrivere una persona, al contrario di gradevole.

Poi esiste anche dilettare:

L’aurora boreale è uno spettacolo che diletta la vista.

Dunque vedere l’aurora boreale è una gioia per gli occhi, dà soddisfazione e piacere.

Ci diletta vederla? Ovviamente sì.

Ogni giorno mi diletto a scrivere un nuovo episodio.

Un’attività che evidentemente mi procura piacere.

Perché insegno l’italiano agli stranieri? Lo faccio per diletto, cioè perché mi piace. Mi diletta farlo.

Adesso voglio dilettarvi con un bel ripasso, che dà diletto a chi lo fa, a chi lo registra e chi lo ascolta.

Komi (Congo): un mio caro amico mi ha raccontato che sua moglie si è assentata qualche giorno e adesso tocca a luifare le lavatrici e le lavastoviglie, però lui, nonostante glielo avesse promesso, poi voleva assumere una colf, perché, in quanto uomo, non dovrebbe occuparsi delle faccende domestiche. È una questione di principio, a suo dire.

Harjit (India): mamma mia! Si dà il caso che siamo nel 2021! Il tuo amico si trovasse qualsiasi altro pretesto!

Mary (Stati Uniti): Un principio privo di fondamento secondo me! Ci sono donne che devono armarsi di pazienza per sopportare i loro mariti! Altro che storie!
.
Marcelo (Argentina): A chi tocca non s’ingrugna! Lui dovrebbe senza remore far che la sua relazione non ne risenta.

Peggy (Taiwan): Anche a me pare che questa situazione debba essere presa con le molle. Al suo posto darei manforte alla povera moglie.

Irina (California): Non è tempo di venir meno alle sue promesse. Buon per lui se fa le cose come si devono.

André (Brasile): Per caso il tuo amico si chiama Giovanni? A me ha detto di sentirsela di autare sua moglie con le faccende domestiche, ma in realtà quand’è il momento fa sempre il finto tonto e esce di casa per giocare a calcetto con gli amici. Non l’aiuta neanche per sogno! Io al posto di sua moglie, non sarei così accondiscendente.

Karin (Germania): La questione secondo me non si pone, sempre che lui non abbia voglia di vedere le brutte fra poco quando tornerà la sua dolce metà.

Albéric (Francia): Pensate che lui non sarà all’altezza? A me lui ha detto che per togliersi questo sassolino dalla scarpa ha preso e ha mandato di sua volontà la moglie dalla mamma! “Non ho niente da rosicare” mi hai detto! Una bella faccia tosta comunque! Sapevo che non me la raccontava giusta!

Ulrike (Germania):
Veramente un comportamento fuori luogo. Di questo passo dove andrà a finire questo! Se lei un giorno gli desse il benservito ne avrebbe ben donde.

650 Una questione di principio

Una questione di principio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: non sono sicuro se uno studente non madrelingua di livello intermedio della lingua italiana sappia usare il termine “principio“.

La prima cosa che viene in mente ad un italiano è il fatto che somiglia molto alla parola “inizio“.

Può infatti rappresentare il primo momento:

Al principio non mi resi conto di ciò che stava accadendo

Il principio del mio discorso contiene i ringraziamenti

E’ il momento di dare principio al mio nuovo libro

Ricomincia dal principio

Quindi si parla di tempo ma non solo. Posso anche parlare di tempo e di spazio:

Il principio del nostro viaggio fu visitare Roma.

Spesso viene direttamente contrapposto al termine “fine”. Quindi c’è ad esempio il principio di un libro e la fine di un libro. E’ dunque un termine più concreto rispetto a “inizio” perché spesso si preferisce quando il periodo è circoscritto e specificato, o comunque dove almeno l’inizio è ben determinato:

Il principio dell’anno

Il principio del mese

il principio di una nuova vita

Non è un caso che all’inizio degli studi di una lingua si parli di principiante di una lingua.

Questa persona si trova al principio degli studi, che iniziano in un momento determinato.

Si usa spesso, ad ulteriore conferma di questo, la frase “dal principio alla fine, che significa completamente, per tutta la durata, per tutta l’estensione, per tutta la lunghezza ecc.

Devo studiare la prima guerra mondiale dal principio alla fine

Dal principio alla fine del libro

I tifosi hanno sostenuto la squadra dal principio alla fine della partita

Il tuo discorso è chiaro dal principio alla fine

Spesso succede che, sempre perché si parla di periodi con un inizio ben preciso, il termine principio sia simile anche a causa, origine di uno o più cose che sono accadute dopo.

Il Covid fu il principio delle difficoltà di Marco
La vincita alla lotteria fu il principio della fortuna della mia famiglia

Un secondo significato molto importante del termine è simile al termine “concetto“, di qualcosa che sta alla base di un ragionamento o di una convinzione, che possono formare anche una vera disciplina, una scienza, una dottrina.

Simile anche al “fondamento” di cui ci siamo occupati nell’episodio 256.

Come si usa quindi il termine principio in questo senso?

Posso dire che ogni religione ha i suoi principi su cui è fondata, i suoi convincimenti, qualcosa che è considerato vero o valido.

Anche una scienza ha i suoi principi. Infatti si parla di “metodo scientifico” , fondato su principi come il principio della riproducibilità degli esperimenti per alcune scienze, oppure il principio di dire la verità e agire razionalmente sulla base di dati di pubblico dominio, accessibili. I principi impongono delle regole da rispettare o cose in cui credere, quindi coinvolgono questioni anche morali, come i principi del cristianesimo. I dieci comandamenti da rispettare sono tra i principi fondamentali della fede cristiana.

Quando costruisco una disciplina su delle basi generali, posso ugualmente chiamarli principi, perché è da questi principi che deriva tutta la teoria.

Avete fatto caso che molti libri scolastici si chiamano così:

Principi di economia

Principi di statistica

Principi del diritto

ecc.

Ma anche più banalmente, senza chiamare in causa religioni, scienze o discipline, anche un semplice ragionamento è basato su dei principi che è qualcosa che si ritiene vero, quindi convinzioni o presupposti essenziali. Anche questi sono principi.

Io ad esempio parto dal principio che per imparare una lingua occorre ascoltare molto e parlare molto. I principi su cui si basa il mio pensiero sono le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Se tu mi dici che per ottenere un risultato, per raggiungere un obiettivo puoi usare qualsiasi mezzo, io posso risponderti che il principio secondo cui il fine giustifica i mezzi non lo accetto. Questo è un principio sbagliato.

Il tuo discorso è basato su un principio sbagliato.

Una frase molto diffusa è poi “una questione di principio“.

Questa frase si usa quando si tiene molto ad una regola, si ritiene che una regola sia importante, che un principio sia importante, e che quindi vada rispettato, anche quando, al limite, le conseguenze del non rispettarlo possono sembrare trascurabili.

Vediamo come si usa:

Non puoi passare in questa strada, non vedi che è senso vietato? Non importa se è notte e non c’è nessuno adesso. E’ una questione di principio.

Quindi questa regola non dev’essere posta in discussione, questo divieto vale sempre, anche se non passa nessuno, anche se è notte.

No, io non mi vaccino perché sono contrario al vaccino. Non importa se sarò licenziato, non importa se il vaccino è gratuito. Ne faccio una questione di principio.

Lo Stato non deve pagare i tamponi ai no-vax, è una questione di principio.

Un’altra frase molto usata è:

In linea di principio

Che significa: sul piano teorico.

In genere quando usiamo questa locuzione lo si fa sempre in contrapposizione ad una nostra idea che è contraria, perché la teoria e la pratica spesso non vanno d’accordo.

Non sono contrario in linea di principio ai vaccini, però mi sembra ingiusto costringere le persone a farlo.

Significa che non ho alcun convincimento che mi fa andar contro ai vaccini, non ho prove che siano nocivi per l’uomo, non sono un no-vax, però sono contrario all’obbligo alla vaccinazione per una questione di libertà, anche se vaccinarmi non va contro ad un mio principio.

Evidentemente chi ragiona in questo modo si basa sul principio secondo cui non si possono obbligare le persone a vaccinarsi per una questione di libertà. Un principio che non trova invece d’accordo coloro che mettono il principio della salute al primo posto.

La tua libertà finisce dove comincia la mia!

Anche questo è un principio.

Si parla spesso anche di sani principi.

Se una persona è di sani principi significa che è una persona onesta e corretta, ma lo si può dire anche di chi non ha mai fumato, ha sempre creduto nello studio, non si è mai drogato, chi desidera avere una famiglia e crescere dei figli.

Sin dal principio dell’episodio sapevo che sarei andato ben oltre i due minuti. Pazienza. A chi mi ascolta e si lamenta di questo rispondo che in linea di principio avete ragione ma non ne facciamo una mera questione di principio altrimenti non riesco a dire tutto ciò che vorrei.

Non resta che ripassare allora. La parola ai membri:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Rafaela (Spagna): scusate ragazzi, vorrei sapere se conoscete Torquator Tasso. Badate bene, ho messo una r in più (Torquator) e qualcuno potrebbe pensare si tratti di un errore. Urge allora una delucidazione in merito.

Albéric (Francia): bisogna prendere atto che ci sono quantomeno tre cose che hanno questo nome, con o senza erre.

Ulrike: A scanso di malintesi qualcuno potrebbe fare luce? Attendo lumi.

Marcelo (Argentina): Torquato Tasso è stato un scrittore e poeta italiano del XVI secolo. Il suo capolavoro è considerato il poema “Gerusalemme liberata”. L’opera, che poi sarebbe stata pubblicata solo a 40 anni dalla sua morte, verte sulla prima crociata e la guerra tra cristiani e musulmani.

Harjit (India): cosa dire circa il secondo significato? Torquato Tasso è anche un’opera teatrale di Johann Wolfgang von Goethe, uno scrittore tedesco, direi anzi lo scrittore tedesco per antonomasia. Goethe ha scritto quest’opera durante un viaggio in Italia e ha anche visitato la citta di Ferrara, là dove Torquato Tasso aveva vissuto.

Hartmut (Germania): Torquator Tasso (con la erre finale stavolta) è invece un cavallo tedesco. Si tratta di un cavallo da corsa. Quest’anno ha partecipato alla famosa corsa Prix de l’Arc de Triomphe in Francia. Volete sapere se ho scommesso su di lui? Nemmeno per sogno! Infatti mai avrei pensato che Torquator Tasso potesse raggiungere uno dei primi posti, e infatti era quotato 1:100! A priori le probabilità che vincesse erano remote. Sennonché invece ha vinto!

Rauno (Finlandia): bravissimi! Siete stati molto concisi. Ben vengano i membri che hanno queste idee geniali sui ripassi. Così possiamo unire l’utile al dilettevole, o se vogliamo prendere, come si suol dire, due piccioni con una fava.

Peggy (Taiwan): hai detto unire l’utile al dilettevole? Questa non è stata ancora spiegata ancora! E neanche prendere due piccioni con una fava. Le hai usate anzitempo, forse per sbaglio?

Irina (California): infatti fortuna vuole che sarà l’argomento del prossimo episodio. Ormai la frittata è fatta. Ci aggiorniamo domani.

649 La frittata è fatta

La frittata è fatta (scarica audio)

Trascrizione

Giuseppina: qualche tempo fa abbiamo visto un’espressione particolare in cui è presente la parola “frittata“.

Sto parlando di rigirare o rivoltare la frittata, che, se ricordate, significa rimangiarsi quanto detto o promesso in precedenza, o anche cambiare le carte in tavola (un’altra espressione simile).

Rimanendo sempre in tema di frittata, oggi vediamo come “fare una frittata“.

Questa però non è una lezione di cucina, non voglio insegnarvi una ricetta anche perché è abbastanza facile fare una frittata nel senso proprio del termine.

Basta prendere delle uova, sbatterle, metterci del sale se volete e poi versare le uova in una padella in cui avete fatto scaldare poco olio.

No, non è questo che vorrei fare oggi, sebbene l’abbia appena fatto!

Voglio invece dirvi che fare una frittata ha anche un senso figurato. Stiamo parlando di un grosso guaio combinato da qualcuno, un guaio solitamente irreparabile. Si tratta di guai mai troppo seri comunque in questo caso.

Vediamo qualche esempio:

Un uomo si è distratto col telefono mentre guidava senza accorgersi che c’era la polizia. Quando se n’è accorto ormai la frittata era fatta.

Se si fosse accorto prima della polizia avrebbe potuto rimediare ma così non è stato e ha preso una bella multa.

Per fare uno scherzo a sua moglie, Giovanni le ha detto via whatsapp di avere un’amante e che sarebbe andato a vivere con lei. La moglie, che ci ha creduto, è stata felice di questo e gli ha confessato che anche lei ha un amante da anni e finalmente anche lei potrà essere felice finalmente. Giovanni non l’ha presa bene ma ormai la frittata è fatta.

Come avrete capito una volta fatta la frittata, anche quella con le uova intendo, è impossibile tornare indietro. Ormai le uova sono state sbattute, buttate in padella e cotte.

Questa è l’immagine di ferimento. Infatti quando si dice che la frittata è fatta spesso si apre la frase con “ormai“:

Ormai la frittata è fatta.

Si usa quasi sempre in questo modo, oppure col verbo rischiare o quando comunque mi avvicino a fare un guaio:

Mi sono distratto alla guida e ho rischiato seriamente di fare una frittata.

Per poco non facevo una frittata stamattina. Durante l’esame di italiano stavo per dire che non ho mai studiato la grammatica!

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): a me le frittate piacciono con le patate e le zucchine. Poi metto sempre un po’ di formaggio che è la morte sua.

Marcelo (Argentina): io le uova le faccio alla coque. Tre minuti o giù di lì e via! Così il tuorlo rimane liquido.

Komi (Congo): il tuorlo liquido non se ne se parla proprio! Ne potrebbe andare della mia salute! Mi sembrerebbe di fornire un assist ai virus e di questi tempi non mi sembra il caso.

Enrico (Italia): forse questo significa quallcosa…

Harjit (India): mamma mia che fisime! Mi fai venire in mente mia nonna a tratti. Anche lei aveva la fissazione delle malattie. Solo a sprazzi era tranquilla e serena. Però la sua frittata con le cipolle era la migliore. Ma meglio che la finiamo qua prima che mi venga il magone!

648 Facile

Facile (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi un episodio dedicato all’aggettivo facile.

Tutti voi sicuramente sapete usarlo correttamente e anche facilmente immagino.

Le cose facili non richiedono infatti una particolare dote, non presentano difficoltà o molta applicazione.

Mi interessa però parlarvi dell’espressione:

Avere qualcosa facile.

e

Essere facile a far qualcosa

Si tratta di esprimere una capacità, una particolare abilità o anche l’incapacità a fare qualcosa.

Se dico:

Sono facile all’ira

Vuol dire che mi arrabbio facilmente, che non riesco a controllarmi. Non ne sono capace, sono incline all’ira.

Analogamente posso dire che:

Sono facile a perdere il controllo

Cioè non riesco a controllarmi. Perdo facilmente il controllo.

Sono facile ad arrabbiarmi

Sono facile all’arrabbiatura

Cioè mi arrabbio facilmente.

Sono facile al bere

Questo significa che cedo facilmente, che non ho qualche capacità di controllo con l’alcool.

Posso anche usare il verbo avere:

Ho l’arrabbiatura facie

Stesso significato si “essere facile all’ira”. Il verbo avere si usa con i sostantivi:

Ho la pistola facile

Ma posso farlo anche col verbo essere:

Sono di pistola facile

Questo significa che sparo facilmente, che non riesco a controllarmi quando ho una pistola in mano. Mi manca questa capacità di controllo.

C’è quasi sempre, anche col verbo avere, questo senso di mancanza di controllo. Questa è la capacità di cui si parla, quasi sempre.

Giovanni ha l’insulto facile

Chiaramente Giovanni ricorre facilmente all’insulto, quindi insulta con una certa facilità, non si fa molti problemi, non ha capacita di controllarsi.

Marco ha il bicchiere facile

Questo è più complicato, ma sapendo che ha a che fare col controllo si può capire che Marco ha dei problemi legati all’alcool.

Spesso c’è un sostantivo dunque, come in questo caso (bicchiere) che però allude all’incapacità di controllo.

Potete anche non parlare di controllo, sebbene sia meno frequente. Se ad esempio mi oriento facilmente, posso dire che ho l’orientamento facile.

In sostanza l’espressione si può usare per qualunque attività che risulti facile per una persona.

L’uso del verbo essere o avere dipende dalla circostanza. Quando c’è un sostantivo che rende bene l’idea di ciò che volete dire potete usare preferibilmente il verbo avere, altrimenti il verbo essere:

Sono facile ad ingrassare

Questa è una capacità non nel senso proprio del termine ma si usa anche così.

Maria ha lo starnuto facile

Evidentemente Maria è un soggetto allergico o è sempre raffreddata. Anche questa non è una vera capacità, ma resta la mancanza di controllo.

Un arbitro può avere il cartellino facile

Si parla di un arbitro severo perché ammonisce (cartellino giallo) o espelle (cartellino rosso) facilmente i calciatori.

Questo arbitro è facile all’esplulsione o all’ammonizione.

Questa è l’alternatuva usando il verbo essere.

Altri esempi?

Giovanna ha la lacrima facile

Giovanna è facile al pianto

Quindi Giovanna piange facilmente, non riesce a controllarsi, non ha questa capacità.

Adesso ripassiamo, altrimenti qualcuno potrebbe dire che sono facile all’esagerazione nelle spiegazioni.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Karin (Germania): avete visto che Il Nobel per la Fisica 2021 è stato assegnato all’italiano Giorgio Parisi? Pare sia un signor fisico.

Anthony (Stati Uniti): capirai!

Komi (Congo): come sarebbe a dire capirai? Parisi è stato premiato per le sue ricerche sui sistemi complessi. Mica pizza e fichi.

Edita (Repubblica Ceca): non so valutare la bontà delle sue ricerche.

Albéric (Francia): a me la parola sistemi, già da sola, mi fa pensare a cose pesanti da leggere e studiare.

Cat (Belgio): se poi sono anche complessi, questo provoca in me un vero turbamento!

Anthony (Stati Uniti): e perché mai? Neanche fossi una persona poco intelligente! Non ti buttare giù così.

Rauno (Finlandia) e Marguerite (Francia): tanto di cappello a Parisi comunque. L’umanità farà sicuramente tesoro delle sue ricerche.

Circostanziare – VERBI PROFESSIONALI (n.70)

Il verbo CIRCOSTANZIARE

Descrizione

Il verbo CIRCOSTANZIARE è il numero 70 dei verbi professionali. Vediamo anche la differenza tra la circostanza e la situazione, la condizione e il contesto. Durata: 12 minuti

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La tangente, la bustarella, la mazzetta e il pizzo – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 16)

La tangente (scarica audio in giornata)

Indice degli episodi

 

Descrizione

In questo episodio parliamo di alcuni termini specifici relativi alla criminalità organizzata, in particolare dei termini mazzetta, bustarella, tangente, e pizzo. Vediamo anche i due verbi estorcere e taglieggiare.

Durata: 10 minuti

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647 Essere un signore

Essere un signore

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Trascrizione

Giovanni:

Vi faccio una domanda. Io sono un signore?

Qualcuno potrebbe rispondermi:

Tu sei il signor Giovanni

Si, tu sei un uomo di una certa età quindi sei un signore

Oppure

Tu sei un signor professore di italiano

Nel primo caso è un titolo di cortesia o di rispetto per gli uomini: il signor Giovanni; il signor notaio; il signor ministro.

Nel secondo caso come abbiamo visto si fa riferimento a oggetti o cose degni di nota, notevoli per le loro qualità o caratteristiche.

Allora io vi dico che il termine signore ha anche un altro significato.

Infatti essere un signore è un’espressione che si può usare per indicare una persona che ha dei comportamenti molto educati. Nel caso si una donna naturalmente diventa essere una signora.

Spesso si sente usare anche il termine galantuomo, che però non ha l’equivalente femminile, e inoltre quando usiamo il termine signore non intendiamo solamente essere una persona perbene, dai modi gentili e educati.

Negli ambienti bene in effetti significa esattamente questo: essere una persona dalle buone maniere, una persona a modo, come si suol dire, che sa comportarsi come si deve, con educazione e garbo. In questi casi spesso si dice:

Essere un vero signore

Signori si nasce

Ricordate che perbene si usa soprattutto riguardo all’onestà ma anche per l’educazione e la gentilezza.

Un signore invece si usa soprattutto per indicare, oltre che l’educazione, in modi molto gentili, il comportamento in alcuni frangenti, e il modo di reagire.

Apre sempre la porta al passeggero dell’automobile. Un vero signore.

Fai il signore, lascia la mancia al cameriere.

Un signore non reagisce agli insulti

I veri signori si riconoscono dai piccoli gesti quotidiani.

Si è comportato da vero signore, ha pagato tutto il conto da solo

Fai il signore, sorridi anche se vorresti picchiarlo!

Attenzione però perché “fare il signore” può anche avere un significato negativo. Significa infatti anche vivere di rendita, o vivere al di sopra delle proprie disponibilità, o vivere alle spalle di altre persone senza preoccuparsi di quanto si spende.

Vedi quel ragazzo? Fa il signore lui! Fuma, spende, la macchina nuova ogni 5 anni, mentre la mamma lavora 13 ore al giorno.

E adesso torniamo alla frase “un signore con la S maiuscola” che abbiamo incontrato qualche episodio fa.

Adesso potete capire come un “signore con la S maiuscola” possa anche essere inteso come un “vero signore“, un signore come si deve, un uomo dai modi molto gentili, come pochi altri.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mariana (Brasile): ho letto che anche il tempo è galantuomo. Perché, che voi sappiate?

Albéric (Francia): perché alla fine il tempo ristabilisce sempre la verità, ripara tutti i torti. Sicché basta aspettare e il tempo fa sempre giustizia.

Marcelo: tu zitto zitto hai imparato un sacco di cose più di me sulla lingua italiana.

Jing (Cina): non è che non ce la racconta giusta e non ci ha detto che ha vissuto in Italia?

Cat (Belgio): hai sempre il sospetto che qualcuno ti menta! Una vera fissazione la tua!

646 Avere il magone

Avere il magone

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Trascrizione

il magone

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

Giovanni: sicuramente tutti voi, almeno una volta nella vita avete provato una particolare sensazione, che consiste in una persistente afflizione. Il nome a cui dare questa sensazione è MAGONE.

Vediamo bene. Un’afflizione sapete cos’è? Quando una persona è afflitta è in uno stato di tristezza e di angustia, quindi quando è triste, angustiata, cioè quando è tormentata; sopraffatta dal bisogno o dalle preoccupazioni o dal dolore.

Avere o provare un “magone”  è una sensazione che si prova soprattutto quando si avverte un “nodo alla gola”. Anche questa è un’espressione molto usata.
Quando il cuore batte forte si sente in effetti una sensazione  al collo, come se si avesse un “nodo” alla gola. E’ un segnale spesso di origine nervosa e si associa ad uno stato di ansia o di depressione:
Il “magone” è un termine più informale, che sottolinea ugualmente un stato di agitazione costante. Avete presente l’espressione “un’anima in pena“? Quella è la sensazione che emerge dall’esterno, guardando una persona che ha un magone per qualche motivo, e si trova in uno stato di agitazione o tristezza tale che non riesce a pensare ad altro.

Il magone si usa spesso quando si fanno esami all’università per sottolineare l’agitazione. Oppure un atleta, prima di fare una prova, potrebbe essere assalito dal magone.

Mi è venuto un po’ di magone pensando alle cose che devo fare in ufficio. Forse non ce la farò.

Il magone può venire anche per una sensazione di nostalgia, dispiacere per qualcosa che si lascia, per qualche cambiamento avvenuto e pensando al passato, pensando ai bei momenti passati viene un po’ di magone.

Anche uno studente, rientrando a scuola dopo l’estate, potrebbe essere travolto dal magone.

Anche quando si perde un’occasione, al pensiero di ciò che poteva accadere potrebbe venire il magone: la nostra testa va, col pensiero, a ciò che era o a ciò che poteva essere e invece non è più o non potrà essere. 

Il nodo alla gola è probabilmente più intensa come sensazione, più adatta per descrivere l’emozione o l’agitazione per qualcosa che sta per accadere, come un esame o un calcio di rigore in una finale di coppa del Mondo (o campionati Europei…).

A coloro che ascoltano da poco tempo gli episodi di Italiano Semplicemente, pensando che questo è il numero 646 della rubrica dei “due minuti“, potrebbe venire il magone per l’ansia di dover ascoltare tutti gli episodi passati. Ma fatevi subito passare il magone, perché adesso ne ripassiamo qualcuno, come facciamo sempre. Ascoltate i ripassi dalla voce dei membri dell’associazione, perché la registrazione dei ripassi è appannaggio solamente dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Una ultimissima cosa voglio dirvi. Qualcuno potrebbe vedere nell’ansia qualcosa di analogo rispetto al magone, e infatti il magone può essere usato al limite al posto di ansia, ma l’ansia viene fondamentalmente per qualcosa che preoccupa e che riguarda l’immediato futuro, quindi una preoccupazione per qualcosa di brutto che potrebbe accadere. Il magone invece si può avere anche pensando semplicemente al passato, come si è detto prima. 

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Marguerite (Francia): dicesi magone la sensazione di un groppo alla gola dunque. Un groppo alla gola comunque è sempre meglio che un calcio nel sedere! 

Hartmut (Germania): Ma lei chi è? Le spiegazioni le da solo Giovanni in questo sito! Fornisca le sue generalità per favore!

Harjit (India): non esageriamo dai, Marguerite da qualche tempo a questa parte viene sempre trattata male. meglio non infierire.

Irina (Stati Uniti): a proposito di magone, mi viene in mente il quadro di Van Gogh di quel vecchietto seduto sulla sedia con la testa tra le mani. Ce l’avete presente?

Peggy (Taiwan): come no, ma se continuiamo a parlare di magone di questo passo ci mettiamo tutti a piangere in men che non si dica!

Marguerite (Francia); allora allegria! Dicesi allegria un vivace stato d’animo gioioso e spensierato! 

Ulrike (Germania): ma questa ancora insiste? Abbi la bontà di fare silenzio una volta per tutte invece di dire stupidate.

 

645 Strizzare l’occhio e fare l’occhiolino

Strizzare l’occhio e fare l’occhiolino

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Trascrizione

Giovanni: sapete che ci sono un sacco di modi di usare l’occhio, intendo il termine “occhio” , nella lingua italiana. A quanto pare l’occhio non serve solamente per la vista.

Uno di questi modi è strizzare l’occhio (attenti alla pronuncia della zeta) poi ce ne sono anche altri, che hanno un senso figurato tipo:

Chiudere un occhio

Occhio!!

Chiudere gli occhi

Fare l’occhio languido

Buttare un occhio

Dare un’occhiata

Avere occhio

Strabuzzare gli occhi

Ecc.

Oggi vediamo la prima frase che ho detto, cioè strizzare l’occhio. Partiamo da strizzare, che tecnicamente, ma solo nel caso dell’occhio, equivale a chiuderlo per un attimo. Parlo al singolare perché solamente un occhio va chiuso per un attimo, altrimenti state chiudendo gli occhi.

Strizzare normalmente è simile a stringere, o meglio, torcere fortemente qualcosa in modo da farne uscire il liquido di cui è imbevuto.

Si può strizzare una spugna, oppure uno straccio. Quando si strizza l’occhio invece semplicenete si chiude per un attimo, a volte molto rapidamente, senza farsi vedere dagli altri, e in questo caso meglio usare l’espressione “fare l’occhiolino“, a volte più lentamente, enfatizzando il movimento, accompagnandolo con un movimento della bocca.

Ma perché si strizza l’occhio? E perché si fa l’occhiolino?

Lo si può fare per diverse ragioni.

È innanzitutto un gesto di complicità. La complicità non consiste solamente nel fare una rapina insieme ad un altro criminale. Infatti anche in quel caso si parla di complicità, perché si tratta di una partecipazione a un’azione criminosa o moralmente riprovevole. Si sente spesso parlare di un rapinatore di una banca e di alcuni complici che lo hanno aiutato a fare la rapina. Rubare i soldi, rapinare i soldi in una banca è appunto un’azione criminosa.

Parliamo non di questa complicità, ma di un altro tipo di accordo e di aiuto, cioè quella che si può chiamare una intesa. Si parla perlopiù di scherzi.

Se Giovanni e Marco fanno uno scherzo a me, si può dire che sono due complici. Posso dire che hanno un’intesa, e questa complicità è finalizzata a farmi uno scherzo. La complicità è sempre in qualche modo ai danni di altre persone.

Giovanni mi fa uno scherzo con la complicità di Marco.

Per fare un accordo di questo tipo bisogna parlarne prima, quindi Giovanni e Marco probabilmente si sono parlati e poi mi hanno fatto lo scherzo.

Ma uno scherzo può anche essere improvvisato, senza nessun accordo precedente. Se Giovanni inizia a fare questo scherzo ai miei danni, per divertirsi con me, io non devo capire che si tratta di uno scherzo, ma Marco, se è presente anche lui in quel momento, lui invece deve capirlo, anche se Giovanni non gli ha detto nulla prima. Ecco che Giovanni, per far capire a Marco che mi sta facendo uno scherzo, gli strizza l’occhio, gli fa l’occhiolino senza farsi vedere da me, altrimenti lo capirei anch’io.

Questo gesto sostituisce una spiegazione a parole e significa “stai al gioco, si tratta di uno scherzo”.

A quel punto Marco capisce tutto e risponde, volendo, anche lui con l’occhiolino.

Giovanni e Marco a qusto punto sono complici nello scherzo ai miei danni. La loro complicità, il loro accordo, sono iniziati nel momento in cui Marco ha capito il significato dell’occhiolino fatto da Giovanni.

Strizzare l’occhio comunque può anche semplicenete essere un gesto che esprime amicizia, quindi un amico può strizzare un occhio ad un altro semplicemente strizzandogli un occhio anziché dire “ciao”, o anche facendo entrambe le cose.

Solitamente però il gesto di strizzare l’occhio serve a non farsi vedere o sentire da altri.

Si può anche strizzare l’occhio ad una ragazza o un ragazzo per manifestarle/gli che ti piace, e in questo caso sostituisce un sorriso.

È un po’ anche come dire: ci vediamo dopo. Anche questa è una complicità, che però può anche mettere in imbarazzo perché può essere recepita come una forma di esagerazione e anche come un gesto poco educato.

Ma chi ti ha dato questa confidenza per farmi l’occhiolino? Noi due non abbiamo nessuna complicità!

Strizzare l’occhio si sente spesso anche nei notiziari, nei telegiornali e quindi in tv e alla radio, perché si usa in politica, quando si vuole far riferimento ad un certo tipo di complicità.

Pensiamo ai partiti di destra, o meglio di destra moderata o di centro destra, perché non dicono di essere di estrema destra, ma allo stesso tempo spesso si dice che facciano l’occhiolino ai fascisti, che strizzino l’occhio alla destra più estrema.

Si vuole dire che, sebbene non apertamente, abbiano dei legami di complicità con la destra estrema, con i gruppi più estremi e dunque violenti.

Questa complicità si può notare da alcuni comportamenti dei politici, da delle dichiarazioni pubbliche di alcuni politici, da frasi che si ascoltano, da gesti che si fanno in pubblico, eccetera.

Ovviamente si può strizzare l’occhio anche alla sinistra o ad altri gruppi e schieramenti politici.

C’è sempre comunque qualche atteggiamento un po’ ambiguo, poco chiaro alla base. Qualcosa di nascosto.

Potremmo anche parlare di una manifestazione che strizza l’occhio ai no-green pass, o di una legge che strizza l’occhio alle grandi aziende.

A volte, come in questo caso, si tratta di una legge favorevole a qualcuno, che porta giovamento alle grandi aziende in questo caso (di tipo economico in questo caso), sebbene non sia presentata ufficialmente in questo modo.

Questo è strizzare l’occhio.

Notate infine che se si strizzano entrambi gli occhi il significato cambia completamente.

Questo gesto si fa quando non si crede a qualcosa che si vede, tanto che si strizzano gli occhi (con le mani però) perché ciò che si vede sembra incredibile.

L’espressione è simile a strabuzzare gli occhi, cioè aprirli (stavolta è aprirli) in modo tale che gli occhi sembrano uscire dalle orbite, anche per terrore oltre che per meraviglia.

Questo è strabuzzare gli occhi.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Harjit (India):
Fra i migliori cantautori italiani annovererei senz’altro Francesco Guccini. Un cantautore di vecchio stampo come si suol dire, Quale delusione per i suoi fan quando Guccini 9 anni fa o giù di lì , ha smesso di cantare. Tanti speravano che tornasse alla carica. Nisba però. Ce ne faremo una ragione.

Mary (Stati Uniti): comunque, bontà sua, ne ha fatti parecchi di capolavori.

Marcelo (Argentina): Vasco Rossi è, a mio modesto parere, tanto bravo quanto lui, ma si rivolge ad un pubblico più giovane.

Mary (Stati Uniti): a proposito di giovani, la butto lì: Jovanotti? Non fosse altro che per per la sua voce unica e il suo stile sempre giovanile.

Xin (Cina): io dico Rino Gaetano. Mi rendo conto che se n’è andato tanti anni fa, ma il cielo da allora è sempre più blu.

Peggy (Taiwan) e Marguerite (Francia): grande Rino. Scomparso anzitempo purtroppo. Per non saper né leggere né scrivere io voto per Fabrizio de André. Un poeta e al contempo un cantautore.

Sofie (Belgio): Lucio Battisti non era un cantautore perché Mogol componeva le sue canzoni. Però tanto di cappello anche a lui. Tant’è vero che la sua inimitabile voce, atipica, apparentemente stonata, la rende unica nel suo genere.

Edita (Repubblica Ceca): io ho ascoltato dal vivo solamente Lucio dalla, Renato Zero e Paolo Conte. Cantautori con la C maiuscola. Ve li consiglio, vi piaceranno nella misura in cui siete capaci di apprezzare la buona musica. Non me ne vogliano gli altri.

644 Un signore con la S maiuscola

Un signore con la S maiuscola

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Trascrizione

Giovanni: allora ragazzi, dopo aver parlato della bontà negli ultimi due episodi, bontà che come abbiamo detto può misurare le qualità di qualcuno o qualcosa (la bontà di una persona, di un lavoro fatto, di un prodotto ecc.) oggi non ci allontaniamo tanto dal discorso, perché parliamo sempre di qualità.

Nell’episodio dedicato all’espressione bell’e buono se ricordate abbiamo parlato dell’uso della lettera maiuscola per sottolineare la eccezionale qualità, bellezza o bontà di qualcosa.

Questo è la prima cosa di cui voglio parlarvi oggi. Si tratta comunque di linguaggio familiare.

Infatti se ad esempio sappiamo che in un ristorante si mangia benissimo, potremmo dire che è un ristorante con la R maiuscola.

Non è un caso che nella lingua italiana la lettera maiuscola si usi anche, tra le altre cose, in segno di rispetto, tipo quando diamo del lei ad una persona lo scriviamo con la elle maiuscola (Lei), anche all’interno della parola a volte (voglio scriverLe per dirLe…).

Questo discorso vale per tutte le lettere ovviamente nell’espressione “con la maiuscola“.

. Un tecnico esperto di computer, potremmo definirlo, per fargli un complimento, come un tecnico con la T maiuscola.

Questo possiamo farlo ogniqualvolta ciò che stiamo valutando ha caratteristiche migliori, in termini di qualità ben definite, dei suoi simili.

Le caratteristiche devono essere ben definite, quindi se dico che la mia casa è una casa con la C maiuscola, si capisce che ha qualcosa che la rende forse molto bella, ma forse molto comoda o forse entrambe le qualità. Forse volevamo dire molto grande? Non è ben chiaro.

Deve essere ben chiaro a cosa ci riferiamo quando usiamo questa espressione. La cosa può anche essere scherzosa:

Una squadra con la S maiuscola

Una nonna con la N maiuscola

Un’amicizia con la A maiuscola

Questi sono esempi abbastanza evidenti, e più o meno è lo stesso se parlo di un uomo con la U maiuscola. Dipende però dal discorso che stiamo facendo. 

Se una donna dice che il suo uomo è un uomo con la U maiuscola, magari facendo un sorrisetto compiaciuto, probabilmente si riferisce a qualcosa di intimo. Si tratta di qualcosa di eccezionale e, parlando di prestazioni, l’espressione diventa persino più semplice:

La mia squadra oggi ha fatto una gara maiuscola. 

Nello sport si usa molto spesso: una gara maiuscola, una prova maiuscola, una prestazione maiuscola ecc. Si tratta di una grande prestazione, anzi di una GRANDE prestazione. 

La seconda cosa che voglio dirvi oggi è l’uso del termine “signor”  (al maschile senza la e finale) e “signora“, sempre per sottolineare l’eccezionalità di qualcosa e che si usano sempre in modo familiare e con tono scherzoso con riferimento a qualcosa di eccellente, eccezionale, di grande valore o bontà o bellezza:

Questo non è un sito per imparare l’italiano, ma è un signor sito per imparare l’italiano!

 Non parlo ovviamente di un signore, inteso come un uomo distinto o di mezza età, ma sto dicendo che questa cosa è eccezionale.

La mia macchina ha 30 anni e non si è mai rotta. é veramente una signora automobile.

E’ sostanzialmente come dire che è un’ automobile con la A maiuscola.

Si usa anche al femminile come si è visto:

Una signora automobile

Una signora lavatrice 

Ecc 

Adesso avete queste due possibilità in più dunque per sottolineare l’eccezionalità di qualcosa. Usatele secondo quale suoni meglio a seconda dell’occasione. Chiaramente non suona bene parlare di un “signor uomo” o di una “signora donna” perché non si capirebbe bene cosa vogliate dire.. Meglio usare la maiuscola in questo caso. Tra l’altro un signore con la S maiuscola può avere a un significato particolare di cui parleremo tra qualche episodio. 

Adesso concludiamo con un signor ripasso. Complimenti a chi l’ha realizzato. 

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mary (Stati Uniti): Chi ti sentiresti di annoverare tra le più grandi donne italiane?

Anthony (Stati Uniti): come la vedi Margherita Hack? Secondo me è la scienziata per eccellenza

Peggy (Taiwan): la vedo bene anch’io, ma con tutto il dovuto rispetto per lei, in cima alla lista c’è Maria Montessori, vuoi per il suo pensiero, vuoi per ciò che ha fatto per i bambini.

Ulrike (Germania): ce ne sono tante ma Rita Levi Montalcini mi piace moltissimo: medico, premio nobel, senatrice. E poi smettiamola una volta per tutte di dire che doveva fare figli anziché studiare!

Albéric (Francese): hai ragione. Sono veramente stucchevoli questi commenti! Ce ne vuole di pazienza. 

Edita (Repubblica Ceca): vogliamo non nominare la grande Mina? Non una semplice cantante, bensì un personaggio pubblico che “bucava lo schermo”, come si suol dire. Senza contare che è stata anche la prima donna a indossare una minigonna in televisione. Non so se rendo..

Marcelo (Argentina): non so, non le conosco tutte, ma per non saper né leggere né scrivere io vi farei conoscere mia madre!

Marguerite (Francia) e Anthony (Stati Uniti): ma dai, come te ne esci così? Si intende donne che tutti conoscono, personaggi pubblici. Tua madre non sarà da meno sicuramente rispetto alle altre, e sono sicura che non sfigura neanche davanti ai fornelli!

Lia (Brasile): siere duri di comprendonio forse? È altrettanto chiaro che stava scherzando, come è solito fare da qualche giorno a questa parte.

 

643 La bontà

La bontà (scarica audio)

la bontà

Trascrizione

Giovanni: avevo promesso che oggi ci saremmo occupati di bontà, dunque che bontà sia!

La bontà, innanzitutto, è la caratteristica di ciò che è buono. È ovviamente una qualità.

Che bontà queste fettuccine!

Senti che bontà questo gelato!

Questo piatto è di una bontà pazzesca!

Ma la bontà non è solo una questione di palato. Non solo il cibo può essere buono o cattivo. Nel caso del cibo, consiste nella squisitezza, nel sapore eccezionalmente gradevole.

Per una persona vale la stessa cosa, ma in questo caso la bontà consiste in altro.

Si parla di caratteristiche positive della persona, la sensibilità e la comprensione nei confronti dei mali altrui, quindi si parla di bontà d’animo, di bontà di cuore e quella di carattere.

È dunque un sentimento e una dimostrazione di benevolenza verso gli altri.

Può anche fare riferimento a qualità come la cortesia e la gentilezza.

Anche un lavoro può essere buono o cattivo, cioè ben fatto oppure no, allora posso dire ad esempio:

Devo valutare la bontà del tuo lavoro.

Considerata la bontà del tuo lavoro, meriti una promozione.

Si usa spesso però in modi anche particolari.

Abbiamo già visto ad esempio l’espressione bontà sua, bontà tua, bontà loro, espressioni spesso ironiche.

C’è una modalità particolare, anch’essa ironica, simile a questa appena descritta. L’espressione è “avere la bontà di” fare qualcosa. Questa espressivi può usarsi sia per esprimere une vera bontà:

Es:

Una donna ha avuto la bontà di dare da mangiare a dei cani affamati e di trovargli un padrone.

Sia in senso ironico:

Il mio direttore ha avuto la bontà di ricevermi (il mio direttore, bontà sua, mi ha ricevuto)

Abbi la bontà di ascoltare quanto ho da dirti (queste frasi hanno un senso ironico, quindi contengono in realtà un rimprovero sottile)

Ti ho fatto una domanda. Abbi la bontà di rispondermi.

Abbi la bontà di attendere il tuo turno (questo potete dirlo a chi vi vuole passare avanti nella fila, senza rispettare l’ordine di arrivo)

A volte si usa anche in modo completamente opposto al significato di bontà.

La mia ragazza ha avuto la bontà di lasciarmi

Il mio direttore ha avuto la bontà di licenziarmi.

Questo è un modo per evidenziare il brutto gesto che è stato fatto e non certamente la bontà.

Altre volte comunque, a parte l’essere buoni, la bontà può indicare la buona qualità di qualcosa:

La bontà del tessuto di questi capi d’abbigliamento è indiscutibile

Oppure può indicare l’efficacia:

La bontà di una soluzione si misura con la facilità nel metterla in pratica per risolvere un problema definitivamente.

Adesso, se Giovanni ha la bontà di terminare questo episodio (sono autoironico) possiamo dedicarci al ripasso del giorno:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albèric (Francia): stamattina riflettevo sullo stile di alcuni scrittori perché vorrei cimentarmi anch’io. Ad Esempio Giovanni Verga, tra i narratori italiani più noti della seconda metà dell’800, nella sua narrativa fa appello a due  tecniche: l’impersonalità, che consiste nell’evitare di esprimere giudizi personali e la regressione, cioè scegliere di parlare non dal proprio punto di vista, ma da quello del popolo.

Ulrike (Germania): Alberto Moravia invece dà molta importanza ai dialoghi, usando parole di uso comune, con l’obiettivo di descrivere accuratamente i pensieri e le emozioni dei protagonisti che si incontrano di volta in volta, facendone anche un’interessante indagine psicologica. Anche lui scrive in modo distaccato, così la realtà appare più chiaramente per quella che è.

Hartmut (Germania): Beh, si fa sentire lo stile di Dostoevskij, che Moravia leggeva. Il suo stile si contraddistingue per descrizioni molto accurate, ma mai eccessivamente lunghe e noiose, bensì frasi brevi, che elevano il ritmo narrativo e coinvolgono il lettore anche perché si ripete spessissimo il pronome “io” e questo fa sentire il lettore parte del racconto.

Mary (Stati Uniti): non so se vi interessa, ma riguardo al mio stile personale, posso dire che preferisco scrivere in terza persona e non in prima. Preferisco usare pronomi come lui, lei e loro. Mi ispiro a Tolstoj ma credo di scrivere anche meglio di lui.  Sono migliore di lui sicuramente. Modestamente ci capisco di brutto!

Anne France (Francia): sai, sono seriamente combattuto tra mandarti a quel paese e accompagnartici personalmente per essere sicuro che non sbagli strada!  Scusate ma io questo atteggiamento altezzoso non lo lo sopporto! Crede di saperla lunga! Possibile mai che uno si dica migliore di Tolstoj?

Peggy (Taiwan): dai, non bisogna perdere la bussola per così poco! E poi in fondo ogni scrittore ha le sue fissazioni da artista.  Evidentemente si sente qualcuno in questo campo. Che c’è di male? 

Harjit (India): va bè ragazzi, non la facciamo troppo lunga. Il suo carattere è quello che è. Bisogna farsene una ragione, tanto poi se nessuno legge ciò che scrive, inutile parlarne 🙂  

 

642 Fornire un assist

Fornire un assist (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: qual era una delle specialità di Francesco Totti ma anche di Michelle Platinì, Falcao e Roberto Baggio? Era fornire assist ai compagni di squadra.

Fare un assist significa fare un passaggio che consente di realizzare un gol. Si potrebbe chiamare anche un passaggio smarcante, per dirla all’italiana, un passaggio che mette il compagno di squadra in condizioni di realizzare un gol o un punto, se parliamo di sport in generale. Ma non è detto che poi questo gol verrà realizzato.

Questi calciatori che ho citato prima erano bravissimi a fare assist.

Allora dovete sapere che fare o fornire o anche dare un assist è un’espressione che si utilizza anche al di fuori del calcio e dello sport.

Infatti assist viene dal verbo aiutare e fornire un assist invece significa fornire un’occasione propizia, cioè dare l’occasione, fornire l’opportunità ad un altra persona di ottenere un vantaggio. Insomma si tratta sempre di una forma speciale di aiuto, in pratica.

Vediamo qualche esempio:

Il problema che hanno avuto WhatsApp, Facebook e Instagram che per cinque ore non hanno funzionato ha fornito un assist a Twitter e telegram, un assist involontario, e Telegram e Twitter cercheranno adesso di sfruttarlo per aumentare i loro utenti.

Quindi questo “aiuto” possiamo chiamarlo un assist, che per essere chiamato tale non deve essere necessariamente involontario, e neanche necessariamente fornito agli avversari, come nel caso di prima, ma spesso è così.

Inoltre spesso è un fatto che accade a fornire un assist e non l’azione di una persona.

Es: se al lavoro, durante una riunione, il direttore dice una cosa, con questa affermazione potrebbe fornire un assist a un mio collega che potrebbe dire:

L’ho sempre detto io, ma a me non mi ascolta mai nessuno.

Avete capito che l’assist dunque è un aiuto che però poi va sfruttato, va concretizzato, quindi non è detto che si trasformi in un vero vantaggio per chi riceve un assist.

Un semplice aiuto non possiamo chiamarlo sempre un assist, a meno che la condizione descritta non sia soddisfatta. A volte è semplicemente un favore, una cortesia.

L’assist in qualche modo somiglia più ad un invito a fare qualcosa, un invito a fare un’azione quasi spontanea, perché porta ad un riconoscibile vantaggio per questa persona.

Pensate anche all’episodio che abbiamo dedicato al termine pretesto, ci sono infatti delle similitudini, ma il pretesto è una scusa, come abbiamo visto, che serve a mascherare i veri morivi per cui si compie un’azione.

Invece l’assist è un’occasione da sfruttare, spesso fornita involontariamente da altri.

Rifletteteci.

Adesso ripassiamo perché il tempo passa, sennò fornirei un assist ai miei detrattori, a coloro che dicono che questi episodi durano sempre più di due minuti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): Giovanni, risponde al vero che nel prossimo episodio parlerai della bontà?

Giovanni: confermo.

Sofie (Belgio): Giovanni, abbi la bontà di rispondere spiegando un minimo almeno. Mi fa specie che tu sia così sintetico, proprio tu che in genere parli per ben oltre i 2 minuti nei tuoi episodi.

Giovanni: Non posso proprio darti torto Sofie.

Ulrike (Germania): Giovanni, bontà sua, ha bene in mente cosa deve fare per farci comprendere il significato di questo termine. È così che lo ripaghi? Sei un po’ ingenerosa Sofie.

Sofie: Ma dai Ulrike, non fare la ruffiana. Lo so che Gianni è un pezzo da 90 però in quanto tale dovrebbe anche capire che cerco solo di mettere alcuni paletti. Se no i suoi discorsi diventano interminabili. Poi sono sicura che lui è capace di prendere il mio cosiddetto rimprovero con filosofia.

Karin (Germania): la bontà di un episodio si misura in molti modi diversi. In primo luogo direi dalla chiarezza. Per me nulla quaestio su questo. Ciò non toglie che a volte mi servirebbero più esempi.

Edita (Repubblica Ceca): va bene dai, non anticipiamo niente, sennò di questo passo sveliamo tutto in anticipo.

Peggy (Taiwan): allora ci aggiorniamo domani.

I portaborse e i galoppini POLITICA ITALIANA (Ep. n. 15)

I portaborse e i galoppini

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Trascrizione

Dopo aver parlato dei malpancisti e dei cerchiobottisti, oggi è il turno dei galoppini e dei portaborse, altri due termini che si usano per qualificare delle persone, o meglio, forse dovrei dire per “etichettare” delle persone.

Prima domanda: si tratta dello stesso tipo di persone? I due termini sono sinonimi? Risposta: sì.

Seconda domanda: allora chi sono? Di chi si tratta?

Sapete che i personaggi politici solitamente si fanno aiutare da alcune persone, che potremo chiamare dei collaboratori. A volte si chiamano “assistente” o “segretario” e in questo caso si tratta di una persona incaricata di mansioni varie e riservate per conto di altra persona, come il segretario di un ministro. Attenzione perché c’è un senso più comune del termine “segretario”, che indica una qualifica connessa a svariate mansioni, in campo pubblico o privato, di carattere professionale o anche occasionale, quali ad esempio il disbrigo della corrispondenza (le lettere, le email, gli inviti a riunioni o convegni ecc.), lo svolgimento di pratiche amministrative e burocratiche, il coordinamento di un servizio o di un’organizzazione. Esiste pertanto il segretario, o la segretaria di un ufficio qualunque, come quello comunale e provinciale; esiste il segretario di una redazione, in giornali e riviste. I segretari lavorano in una segreteria. Esiste il segretario d’ambasciata e il più importante è il segretario di Stato, che in America è attualmente Tony Blinken, mentre in Italia tutti i ministri, sebbene non si usi più adesso, se non nella prassi, si chiamano anche segretari di Stato. Comunque in altre nazioni questa figura assume ruoli sempre importanti ma diversi.

Quando si parla di portaborse si parla di qualcosa di molto più modesto, e infatti si chiamano così le persone che hanno un ruolo poco importante, un collaboratore di un personaggio importante, sia nell’ambiente politico che universitario, ma in senso per lo più spregiativo. Infatti il “portaborse” viene da portare le borse, quindi il suo ruolo sarebbe quello di aiutare il personaggio politico a portare la borsa, che può essere pesante. Quindi capite bene che, sebbene non sia esattamente questo il ruolo del portaborse, è facile capire come questo termine sia abbastanza dispregiativo.

Chi fa il portaborse lo fa, nell’opinione comune, gratuitamente o per pochi soldi, con un contratto precario nella migliore delle ipotesi, nella speranza che prima o poi arrivi una gratificazione, una ricompensa di qualche tipo.

Anche il termine “galoppino” è curioso, perché viene da galoppare, che equivale a correre. Un verbo, galoppare che viene dall’ippica, quindi dai cavalli. I cavalli infatti galoppano, cioè vanno al galoppo quando corrono veloci. Galoppino è persino più spregevole di portaborse, perché si potrebbe descrivere come una persona impegnata in umili servizi e commissioni varie, che corre e destra e a manca per conto d’altri. Una persona che sbriga le faccende più diverse per aiutare qualcuno.

Ovviamente non troverete mai un annuncio per la ricerca di galoppini o portaborse, perché questo è un linguaggio colloquiale, che tutti usano, ma informale.

Quello fa il galoppino per un politico. Sarebbe ora che inizi a trovarsi un lavoro!

Esistono anche i cosiddetti “galoppini elettorali“, in genere ragazzi che vanno in giro a caccia di voti per un partito o per un candidato.

Riguardo al termine portaborse (che al plurale non cambia), esiste anche un film con questo titolo, un film del 1991, in cui si capisce che questo termine è usato anche per indicare cose poco lecite, poco legittime, tipo finanziamenti illeciti ai partiti e tangenti. Cosa sono le tangenti? Ne parliamo nel prossimo episodio dedicato alla politica italiana.

641 Bell’e buono

Bell’e buono (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: la bellezza e la bontà. Oggi parliamo di queste due caratteristiche che possono essere associate ad esempio a delle persone, ma non solo.

Alla bontà tra l’altro voglio dedicare un episodio a parte perché è interessante come viene usata nella lingua Italiana.

Oggi invece voglio parlarvi di un’espressione in cui compaiono entrambe le caratteristiche.

L’espressione è “bell’e buono“.

Però qui né la bellezza tantomeno la bontà c’entrano qualcosa, infatti l’espressione si usa per sottolineare un termine, un sostantivo usato in una frase.

Si tratta in particolare di sottolineare una caratteristica di una persona o di un aspetto o un oggetto, e la usiamo spesso quando siamo arrabbiati, ma non solo.

Vediamo qualche esempio:

Se vado a piazza di Spagna, quindi al centro di Roma ed ordino un caffè al tavolo, il cameriere me lo porta e poi mi presenta il conto, pari con mia grossa sorpresa a dieci euro il allora dico:

Ma questo è un furto bell’e buono!

Chiaro no? Io credo che 10 euro per un caffè sia un prezzo esagerato quindi questo è un vero e proprio furto.

Vero e proprio: Questo è un secondo modo, equivalente al primo, per sottolineare il mio pensiero e in particolare in questo caso la parola furto.

Queste due modalità si usano anche quando il termine che vado a sottolineare è abbastanza “forte” e spesso non proprio adatto a descrivere il fatto, come in questo caso, perché si usa il termine furto ma non sarebbe il caso di farlo perché non c’è stato un vero e proprio reato, un vero furto. Nessuno ha rubato veramente.

Come vedete la bellezza e la bontà non c’entrano nulla.

Notate che bell’e buono si scrive con l’apostrofo e fate caso anche alla pronuncia (non c’è la o di bello e buono si pronuncia con due b)

Solitamente i termini che vengono sottolineati sono sempre negativi:

Ho comprato una macchina che si è rotta subito. Una fregatura bell’e buona! (stavolta al femminile)

Franco è un cretino bell’e buono! Meglio lasciarlo perdere.

Ciò non toglie che io possa dire anche qualcosa di positivo:

Hai vinto 1 milione di euro alla lotteria? Ma questa è una fortuna sfacciata bell’e buona!

Cioè è una fortuna autentica, è vera fortuna.

Potremmo in effetti sostituire bell’e buona con “vera” e bell’e buono con “vero” tranquillamente. Lo stesso vale con “autentico” e “autentica”. Anche “puro” e “pura” rendono bene l’idea. Bell’e buono però va solo alla fine della nosra frase:

Hai vinto alla lotteria?

La tua è pura fortuna (di solito si mette prima l’aggettivo in questi casi, ricordate l’episodio?)

La tua è vera fortuna

la tua è vera e propria fortuna (due aggettivi, stesso discorso)

la tua è fortuna bell’e buona (questa è l’eccezione che conferma la regola)

La tua è fortuna con la F maiuscola

Anche questa è una modalità simile, anche se non esattamente equivalente: usare la maiuscola (la lettera grande) per sottolineare l’importanza o l’unicità di qualcosa. Non è detto però ci sia animosità. Lo vediamo meglio in un prossimo episodio comunque.

Ah, hai trovato un’altra donna? e me lo dici così?

Sei uno stronzo con la S maiuscola!

Sei uno stronzo bell’e buono!

Sei un autentico stronzo!

Sei proprio un bello stronzo!

Quest’ultimo esempio fa riferimento all’uso di “bello” davanti a un aggettivo. date un’occhiata se non ricordate.

Ma a proposito di bellezza, sapete dirmi cos’è la bellezza? Sapreste definirla?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (Stati Uniti): sapete che spesso accade che ciò che è buono è anche bello, o forse è bello proprio perché è buono. Una mamma è sempre buona col suo bambino, perché gli dedica tempo e si occupa di lui, e in quanto tale, risulta al contempo anche bella.

Marcelo (Argentina): ma la bellezza genera anche invidia spesso e volentieri e quindi desiderio e voglia di possesso. Senza la bellezza non ci sarebbero state neanche tante guerre. Come facciamo allora?

Anthony (Stati Uniti): secondo Platone la bellezza è semplicemente armonia, ordine e proporzione alla vista. In pratica la forma è sostanza, e Aristotele non era di diverso avviso.

Marta (Argentina): ma si dà il caso che esista anche la bellezza interiore, cioè le virtù morali. Dante Alighieri ad esempio, parlando della sua Beatrice diceva: tanto gentile e tanto onesta pare. Anche questa è bellezza. Dante si riferiva alla nobiltà d’animo e al suo decoro, cioè la sua dignità.

Andrè (Brasile): Dante non aveva occhi e pensieri che per Beatrice, ma c’è bellezza e bellezza. Il Dalai Lama dice che tutti contribuiscono alla bellezza del mondo. Tutte le creature, ivi incluse quelle meno belle, suppongo.

Mary (Stati Uniti): tra l’altro, come diceva il cantante Pino Daniele, ogni scarrafone è bello a mamma sua, cioè anche il figlio più brutto vuoi che non piaccia alla propria madre?

Karin (Germania): queste vostre riflessioni mi fanno pensare all’idea che Kant aveva circa la bellezza, che è ben diversa dalla piacevolezza. Non confondiamo. Ritengo sia il caso di chiarire bene: Secondo Kant la bellezza deve essere disinteressata, quindi non deve essere contaminata dal benché minimo interesse verso l’oggetto o la persona. In poche parole ciò che è bello non è ciò che piace. I desideri e i sensi a dire di Kant non devono avere nessun ruolo.

Peggy (Taiwan): che confusione! Non mi ci raccapezzo molto tra tutte queste teorie. Non ne contesto la giustezza perché ad un tratto mi sono un po’ perso. E dire che quando una cosa è bella è così evidente! Mica si fanno tutti questi ragionamenti! Ma dimmi tu!

640 Giù di lì

Giù di lì (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: eccoci arrivati all’episodio 640 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi terminiamo il discorso su “lì”, parlando di “giù di lì“.

Ancora una volta stiamo parlando di lì con l’accento, che in genere si usa per indicare un luogo vicino (ma non troppo) a chi parla.

Anche in questo caso lì si utilizza per indicare una vicinanza, ma nel senso più ampio possibile, quindi una vicinanza spaziale, o temporale o nel significato o qualsiasi altro tipo.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni ha 50 anni o giù di lì.

Che significa? Che Giovanni potrebbe avere un’età pari a 50 anni o vicino ai 50 anni.

Potrebbe essere 49 o 51, 48 o 52. Insomma la sua età non è molto lontana dai 50 anni.

Questo significa giù di lì, che è sempre preceduta da “o”, ciò “oppure”.

È una modalità informale, colloquiale ma molto diffusa in tutt’Italia.

“50 anni o giù di lì” significa quindi “più o meno 50 anni”.

Altri esempi:

Quanti errori avrò fatto nell’ultimo esercizio? Una decina o giù di lì.

Quindi più o meno ho fatto 10 errori. Approssimativamente 10 errori.

Quanti episodi avremo fatto su Italiano Semplicemente? Non saprei, forse 2000 o giù di lì

Quindi abbiamo fatto pressappoco, circa 2000 episodi.

Quante persone c’erano al concerto? C’erano un centinaio di persone o giù di lì.

“Giù di lì” va sempre dopo la misura che esprimiamo:

30 anni o giù di lì

1000 persone o giù di lì

10 km o giù di lì

Invece se uso pressappoco o circa, all’incirca e più o meno, si scrivono quasi sempre prima

Più o meno 1000 persone

All’incirca 30 anni

Pressappoco 10 km

Ci sono alcune volte però, quando non si tratta di numeri, che “giù di lì” è più difficile sostituirlo:

Giovanni abita a Roma o giù di lì

In questo caso giù di lì sta per “ vicino“, “da quelle parti“, “lì intorno“, “lì vicino“.

Attenzione perché “giù di lì” si può usare anche quando si parla di scendere (giù) da un luogo.

Se mio figlio piccolo (un bambino) sale sul tavolo ad esempio, gli dico:

Scendi giù di lì!

Vieni giù di lì!

In questo caso verrebbe spontaneo usare “giù da lì“, cioè “da quel luogo“, e in effetti non è sbagliato, ma solo in questo caso.

Allora adesso che sono passati 4 minuti o giù di lì, è l’ora del ripasso, che vi faccio ascoltare subito.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Khaled (Egitto): c’è qualcuno che potrebbe spiegare il significato della parola illuminismo? Attendo lumi.

Sofie (Belgio): illuminismo viene proprio dalla parola lume, che è una luce. È un movimento che ha avuto infatti lo scopo di illuminare le menti e il mondo, attraverso la ragione, per allontanare la superstizione e l’ignoranza che derivano da teorie prive di fondamento.

Anthony (Stati Uniti): Gli uomini, stando a questo pensiero, si possono salvare non attraverso Dio e la religione ma mediante l’uso del libero pensiero.

Marguerite (Francia): anche le nuove idee di libertà, uguaglianza e fratellanza hanno origine dall’illuminismo. Liberté Égalité e fraternité. Questo si deve a noi francesi. Lasciatemelo rivendicare con orgoglio.

Hartmut (Germania): anche due grandi filosofi tedeschi, Marx ed Hegel, da par loro, hanno dato il loro contributo. E anche oggi il loro pensiero ha un certo ascendente sulle persone.

Anne France (Francia): ma la religione quindi è eliminata in toto? E come la mettiamo con la salvezza dell’anima? Non mi pare da prendere alla leggera l’esclusione di Dio. Io, passatemi il termine , sono lontana anni luce da questo pensiero.

638 A questa parte

637 Fintantoché

636 Nisba

Constatare – VERBI PROFESSIONALI (n.68)

Il verbo CONSTATARE

Descrizione

Il verbo constatare è il numero 68 dei verbi professionali.

Durata: 11:26 minuti

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635 Da quel dì

634 Raccapezzarsi

633 E’ Il caso o non è il caso?

E’ Il caso o non è il caso?

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Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto l’episodio si dà il caso che“, forse è il caso di approfondire maggiormente il senso della parola “caso”.

Ma non è proprio il caso di occuparci di tutti i suoi utilizzi, considerando che ce ne sono parecchi.

Allora mi limiterò alle espressioni “è il caso” e “non è il caso“, che ho già utilizzato pochi secondi fa, non a caso.

Bisogna dire infatti che il termine “caso” può indicare, tra le altre cose, una situazione particolare, una situazione da affrontare, una situazione di fronte alla quale bisogna agire, per capire cosa fare. È come se dividessimo tutte le diverse situazioni in categorie, chiamate “casi”.

Cosa fare?

Oppure:

Cosa è il caso di fare?

Come a dire: in quale situazione siamo, in quale caso siamo?

Si può anche dire così, se vogliamo sottolineare la delicatezza della questione, o il fatto che stiamo valutando attentamente cosa fare.

Ciò che intendo dire è: è una di quelle situazioni in cui bisogna comportarsi in un certo modo? Siamo in uno di quei casi?

Ad esempio, se mi bocciano all’esame di italiano, posso dire:

E adesso?

E’ una di quelle situazioni in cui bisogna insistere e rifare l’esame? Oppure mi devo arrendere? Qual è il caso?

È una situazione nella quale insistere oppure no?

Oppure posso dire:

È il caso di insistere secondo te?

Sarebbe il caso di rifare l’esame?

Secondo te è il caso di riprovare a dare l’esame? Oppure non credi sia il caso?

Quindi si sta chiedendo, in fondo, se sia meglio fare un’azione oppure farne un’altra.

È meglio la scelta A o la scelta B ?

Ma c’è qualcosa di più rispetto alla scelta migliore.

Generalmente quando è il caso o meno di fare qualcosa, c’è una situazione delicata, quindi la scelta migliore deve tener conto spesso, ma non sempre, di qualcosa di delicato, di opportuno.

Vedete che torniamo sempre, recentemente almeno, alle cose opportune da fare.

Oddio, ho fatto due starnuti. Avrò il Covid?

No, tranquillo, non è il caso di preoccuparsi per così poco.

Vedete quindi che non si tratta semplicemente della scelta migliore.

In questa occasione è come se dicessi: non vale la pena preoccuparsi, non bisogna preoccuparsi, non siamo in una situazione in cui bisogna preoccuparsi. Non siamo in quel caso.

Occorre preoccuparsi o no, per due starnuti?

È il caso di preoccuparsi?

Non credo sia il caso. Almeno in questo caso.

Oppure, un altro esempio:

Vuoi andare a parlare col professore vestito così?

Non credo sia assolutamente il caso di presentarsi con la tuta da ginnastica!

Questa sicuramente è una situazione delicata.

Il tuo abbigliamento non è adatto. Secondo me non è il caso.

Molto simile (in questo esempio) a “non è opportuno” e potremmo parlare anche di “discrezione” perché siamo nell’ambito dei comportamenti adatti o non adatti, opportuni o non opportuni.

Vi faccio notare che “non è il caso” ha qualcosa in comune con “non è cosa“, di cui abbiamo già parlato. “Non è cosa”, si potrebbe tradurre, volendo con “non è assolutamente il caso“, ma si usa anche quando qualcosa non riesce proprio, nonostante molti tentativi. “Non è cosa” è anche molto più informale e netta come espressione, quando si usa per escludere categoricamente che qualcosa vada fatto.

Non è il caso somiglia invece più ad un consiglio.

E adesso credete sia il caso di fare un bel ripasso degli episodi precedenti?

Direi di sì, visto che i due minuti sono già passati.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: cos’hai Irina? Perché sei così nervosa? Sembri un’anima in pena!

Irina: hai ragione, questa mia preoccupazione si deve al fatto che sono stato/a invitata a pranzo in ambasciata oggi e non vorrei prestarmi a brutte figure. Sono preoccupata perché non conosco bene il galateo a tavola, ma la forma è sostanza in posti così! Sono preoccupata soprattutto perche dovrò sbucciare la frutta. Ci saranno qualcosa come 10 ambasciatori a questo pranzo. Non vi dico che ansia!

Marcelo: Senza contare che dovrete prendere anche il caffè!

Mary: dovrai imparare a prendere il caffè per bene allora.
Avete presente quello che dice il galateo in merito?

Rafaela: Secondo me si tratta di indicazioni che lasciano il tempo che trovano. Predicano un comportamento piuttosto lezioso, roba di tempi passati. Come la vedete voi?

Anthony e Rauno: ma quando mai? Ti aiuto io. Sempre che tu voglia essere aiutata. Innanzitutto non approfittare, cioè non fare incetta di cibo.

Irina: ci mancherebbe! Altrimenti verrà a galla la mia mancanza di stile.

Peggy: anch’io ne so qualcosa di galateo. Ad esempio, riguardo al caffè, la tazzina va sollevata con pollice e indice, e quindi portata verso le labbra (non è il contrario, cioè non è la bocca che va verso la tazzina).

Sofie: poi, sempre stando al galateo, il cucchiaino va usato solo per mescolare lo zucchero, non per pulirlo dal caffè con la bocca. Mi raccomando!

Harjit: non è segno di classe neanche soffiare sul caffè se è troppo caldo, e sarebbe fuori luogo anche appoggiare il cucchiaino nella tazzina. Bisogna infatti appoggiarla sul piattino, sul lato destro.

Flora: E non fare strani versi dopo averlo bevuto qualora il caffè fosse una ciofeca. Forte dei nostri consigli adesso farai un figurone!

Mary: e con l’ammazza caffè come la mettiamo? Ma forse non è il caso di prendere anche quello…

Irina: infatti, vabbè grazie dei consigli ragazzi. Adesso bando alle ciance. Vado a prepararmi! Ma credo che le mie possibilità di cavarmela siano remote!

La parola misteriosa

La parola misteriosa (scarica audio)

Video YouTube

parola misteriosa video youtube

Trascrizione

Giovanni: riportiamo oggi un estratto di una videochat fatta con i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, nella quale propongo ai membri di indovinare una parola misteriosa in base a 13 indizi. 

Tutti i giovedì si fa una videochat per parlare, ascoltare e divertirsi in compagnia con la nostra lingua preferita.

Ecco gli indizi:

  1. punto di riferimento
  2. di solito ce n’è più di uno
  3. indica una gerarchia
  4. riguarda un interrogatorio
  5. riguarda la parentela
  6. c’è quello di giudizio
  7. ce l’hanno i monomi
  8. Possono mancare alla vista (plurale)
  9. c’è quello alcolico
  10. si può essere o non essere
  11. ne ha uno anche l’aggettivo
  12. se è buono si accetta volentieri
  13. ogni angolo ne ha uno diverso

Segue la spiegazione degli indizi.

Se siete studenti non madrelingua o amanti della lingua italiana e volete partecipare alle videochat dell’associazione, unitevi anche voi.

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632 Se ne parla e se ne riparla

Se ne parla

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto l’espressione “non se ne parla!”, che, ribadisco, è una esclamazione che esprime un deciso dissenso, un assoluto diniego, cioè rifiuto ad una proposta, oggi vediamo “se ne parla”.

Quindi è la stessa espressione di ieri ma senza la negazione.

Quindi mi chiedo: il significato è opposto rispetto a “non se ne parla?

Non esattamente. Sarebbe troppo facile.

Infatti se riceviamo una proposta e anziché opporsi con decisione, siamo disposti a discutere, una possibilità non è “se ne parla” ma qualcosa di simile:

Se ne può parlare

Che equivale a:

Se ne può discutere

Ne possiamo parlare

O più semplicemente:

Parliamone!

Questo tipo di risposte, aprono a una disponibilità a parlare, a discutere sulla proposta ricevuta, ma non stiamo dicendo che siamo d’accordo.

Ciò che vogliamo comunicare è una nostra disponibilità al dialogo, perché ciò che abbiamo appena ascoltato ci piace, e magari trattando un po’ i dettagli e le condizioni potremmo accordarci.

Di sicuro quindi non stiamo chiudendo la porta ma stiamo aprendo ad un possibile accordo.

E allora come si usa “se ne parla”?

Fondamentalmente si usa in altre occasioni e precisamente quando programmiamo un’attività, o anche quando stiamo rimandando questa attività.

Mi spiego meglio:

Stiamo decidendo quando affrontare una questione, o stiamo fissando un appuntamento, o quando fare qualcosa e dobbiamo quindi decidere il momento giusto, il giorno giusto o il mese, o la settimana o l’anno più opportuno.

Ad esempio:

Quando potrete venire a trovare Giovanni a Roma?

Tu puoi rispondere:

Potrei la prossima settimana, ma se non riesco a liberarmi se ne parla il mese prossimo.

Che significa?

Può significare che verrò il prossimo mese, oppure che probabilmente verrò il prossimo mese. Sicuramente non prima.

Non si tratta di un chiaro impegno a fissare una nuova data, quindi non significa, almeno non sempre, che il prossimo mese verrò a Roma sicuramente, ma significa in genere che prima del prossimo mese sicuramente non potrò venire a Roma.

“Se ne parla” quindi, espressione informale, poco adatta allo scritto, serve dunque più ad escludere un periodo di tempo che a garantire una data.

Se ne parla a settembre

Equivale dunque a:

Non se ne parla prima di settembre

Prima di settembre inutile parlarne

Ovviamente parliamo di un uso particolare di questa espressione, perché si potrebbe anche dire:

Dovremmo decidere quando andare a Roma. Quando se ne parla?

Ti interessa la storia della lingua italiana? Se ne parla proprio adesso in TV.

Nel primo caso significa: quando ne parliamo?

Nel secondo caso se ne parla sta per “se ne sta parlando”, “ne stanno parlando” in TV.

In entrambi i casi non stiamo parlando di qualcosa che non può accadere prima di una certa data. Non siamo nel caso precedente.

Ho detto che c’è un grado di incertezza nell’usare “se ne parla” quando dobbiamo decidere di fare un’attività, e che quindi potrebbe non essere chiarissimo se stiamo prendendo una decisione su una data precisa oppure escludere che questa attività venga fatta prima di quella data.

In effetti questa incertezza non si può eliminare del tutto.

A volte si utilizza:

Se ne riparla

Ma non cambia molto, anzi così aumenta ancora di più l’incertezza.

Es:

La pioggia ostacola la fine dei lavori al Colosseo. Se ne riparla la prossima settimana.

Significa quindi che se tutto andrà bene, ma solo in questo caso, la prossima settimana finiranno i lavori.

Anche questa volta l’Inghilterra non ha vinto i campionati europei di calcio. Se ne riparla dunque tra 4 anni.

Spessissimo l’espressione è preceduta da “altrimenti”:

Facciamo oggi questa cosa, altrimenti se ne parla dopodomani. Prima non posso.

Andiamo allo stadio domenica? È l’ultima partita! Altrimenti con la pausa estiva se ne riparla a settembre!

Un’ultima annotazione sul verbo “riparlare” che si usa normalmente, espressioni a parte, in un modo più semplice:

vi prego, non mettetevi a riparlare di politica!

Da questo esempio capite che riparlare significa parlare nuovamente.

Oppure:

Ci siamo riparlati dopo due anni perché avevamo litigato.

Questo è l’uso riflessivo: riparlarsi, che si usa per indicare che un rapporto viene ripreso, riallacciato, specialmente dopo un litigio, quindi indica un rappacificarsi, un rappacificamento (difficili da pronunciare?) cioè un ritorno alla pace e all’accordo.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: avete sentito la notizia che il nostro amico sta per sposarsi con il suo grande amore. Era ora che smettesse di cincischiare. Più di una volta mi sono chiesto se lei stesse per prendere e dirgli addio.

Harjit: eh sì, questa notizia non ci giunge nuova. Infatti delle sue intenzioni ne abbiamo avuto notizia quando il suo piano su come farle una proposta di matrimonio stava ancora prendendo forma. Ragazzi, ad essere sincero sto cercando ancora di capacitarmi del fatto che uno come lui sia riuscito a far cadere nelle sue tenaglie una ragazza di cotanto stile e delicatezza. Vi dico sul serio che l’annovererei tra l’altro anche tra le ragazze più intelligenti, avvincenti, oltre che attraenti, che io abbia mai visto. Questo va detto.

Peggy: ah ah, stai proprio rosicando eh? Secondo me non c’è da aggiungere che: beato lui!

Marcelo: ma cosa dici, M2? non è mica pizza e fichi neanche lui. E lui, di contro, da pacifista qual è, abbozza da anni sia i tuoi commenti che il tuo atteggiamento prevenuto nei suoi confronti.

Hartmut: macché pacifista! E’ un poliziotto ormai affermato, con tutti gli annessi e connessi. Non ho il minimo dubbio che ti risponderebbe a tono prendendoti a mali parole, come minimo, se gli capitasse di sentire che parli di lui in questo modo. Anzi sono sicuro che ti metterebbe a posto senza remore proprio come si deve.

Harjit: ma smorziamo i toni ragazzi! Non è per niente cosa scaldarvi così. Si può sapere cosa vi ha preso per farvi sbroccare così? . Ah ci sono! Avete ripassato l’episodio di 2 minuti con italiano semplicemente sui mille modi per arrabbiarsi!

Ulrike: Sono d’accordo. Siete come al solito totalmente sopra le righe. Per quanto concerne il nostro amico sono estasiato, super felice, assolutamente niente da eccepire! Auguroni @⁨Khaled Mohamed⁩!

631 Non se ne parla!

Non se ne parla (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: parole, parole, parole, recita una famosa canzone italiana. Ma parlare a cosa serve? Diciamo a comunicare, in generale, ma spesso il verbo si usa per indicare un particolare tipo di comunicazione.

Se dico ad esempio a mia moglie:

Dobbiamo parlare.

Lei si preoccuperà. Cosa mi dovrà dire? Perché mi vuole parlare? Di cosa?

Questo “parlare” indica in questo caso un chiarimento che normalmente comporta delle conseguenze, dei cambiamenti di qualsiasi tipo. Un argomento delicato di cui parlare in privato.

Altre volte parlare indica anche una semplice discussione su un argomento:

Oggi in ufficio dovremmo parlare di un affare.

Ne parliamo appena torno a casa

Altre volte si usa quando si devono spiegare bene le caratteristiche di qualcosa o quando si fa una proposta e un’altra persona può accettarla oppure no:

Di questo affare ne dobbiamo assolutamente parlare

Ti propongo una soluzione al problema. Parliamone.

Si usa anche, e arriviamo all’espressione di oggi, quando vogliamo rifiutare decisamente una proposta.

Non se ne parla proprio!

Cosa hai detto? Non se ne parla!

Andare a lavorare senza aria condizionata? Con questo caldo? Non se ne parla prima della fine dell’estate!

Non se ne parla: Con questa espressione si sta dicendo che non è neanche il caso di parlarne, quindi si non deve neanche iniziare una discussione sulla questione, perché ciò che hai detto non mi trova assolutamente d’accordo. Siamo in completo disaccordo se dico:

Non se ne parla!

Non se ne parla proprio!

Sintetizzando, l’espressione equivale a un “no!”

Spesso si aggiunge, “proprio” in questo caso, equivale a “assolutamente”. Si vuole esprimere convinzione, risolutezza, una ferma opinione da non discutere.

Quando dico “Se ne parla” si intende “si parla di questa cosa” Quindi la particella “ne” serve a non ripetere la questione di cui si sta parlando, altrimenti dovrei dire:

Non dobbiamo proprio parlare di questa cosa!

Non discutiamo assolutamente della questione!

O altre frasi di questo tipo

Ovviamente io metto sempre il punto esclamativo in questi casi, perché altrimenti “non se ne parla” può avere un senso diverso. Ad esempio:

Ma il problema che avevamo ieri? Non se ne parla più? Forse è stato risolto?

Se non se ne parla evidentemente è stata trovata una soluzione.

Non se ne parla in giro, ma la lingua italiana si sta diffondendo sempre di più nel mondo

Della riforma del lavoro non se ne parla ormai da tempo. Chissà perché.

Oggi nel ripasso parliamo di… ve ne parla Bogusia, il membro dell’associazione Italiano Semplicemente che lo ha realizzato. Domani vediamo “se ne parla” (senza negazione) e anche “se ne riparla“.

Buon ripasso (ci sono ben 51 richiami a episodi precedenti):

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Buongiorno a tutti, vi ho ascoltato davvero con molto piacere recentemente. Siete stati bravissimi con i vostri ripassi sui diversi argomenti, ma cotanta cultura mi ha preso un po’ alla sprovvista. Eravate davvero in vena. Balza agli occhi che ci sappiate fare in questo ambito, eccome. Questo mi ha dato lo spunto per comporre il presente ripasso. Avete mai pensato di cimentarvi con qualche satira?

Gli eventi che viviamo di recente a tratti fanno paventare sciagure nel il nostro futuro e soprattutto in quello dei nostri figli.

Ci viene voglia di gridare a squarciagola che bisognerebbe rimettere in sesto tante cose, ci viene voglia di apostrofare qualcuno di rilievo, qualche politico oppure qualcuno che semina voci false e tendenziose e rispondergli in malo modo.

Però il mondo è quello che è e bisogna mettersi dei paletti e a volte anche darsi una regolata.

Però urge dire qualcosa, arrabbiarsi apertamente, indignarsi pubblicamente, ma non lo facciamo perché sarebbe una mossa sbagliata e di conseguenza si vedrebbero le brutte e si potrebbe persino finire in galera.
Da che mondo è mondo esiste questo problema, ma si dà il caso che fin dagli inizi del XVI secolo a Roma abbiano inventato una bella mandrakata per far sapere alla gente di potere che c’è qualcuno di diverso avviso che si ribella, e questo avveniva tramite la stampa satirica e le “statue parlanti” che svolsero il ruolo di vere e proprie gazzette, veri e propri giornali, dove di punto in bianco si commentava un fatto accaduto un certo giorno.

Parlo del cosiddetto “Congresso degli Arguti” cioè un gruppo composto di sculture, sparse nei vari punti della città, che “parlavano” attraverso componimenti satirici.

Anonime malelingue che non volevano calare le braghe davanti al potere, in primo luogo quello della chiesa.

Bisognava correre ai ripari e i loro pensieri venivano pubblicati su fogli e foglietti affissi di nascosto proprio su queste sculture.

Il Congresso degli Arguti consiste di ben sei sculture.

Annoverato tra i più conosciuti è il Pasquino, una statua ormai assai mal ridotta vicino campo de Fiori, al centro di Roma.

Le altre si chiamano: Marforio, Madame Lucrezia, il Facchino, l’Abate Luigi e il Babuino.

Quell’ultima fu giudicata talmente brutta che i romani la battezzarono proprio “er Babuino” , paragonandola a una mera scimmia, appunto.

Non vorrei però tediarvi troppo parlando di tutti i dettagli su queste sculture.

Giocoforza qualcuno potrebbe darmi della leziosa e stucchevole.

Siamo li?

Secondo poi, potrei sforare nel tempo, facendole girare a qualcuno.

Sto scalpitando però per introdurvi una di queste cosiddette “pasquinate“, anch’essa annoverata tra i più famosi discorsi tra le statue parlanti, e riguarda l’occupazione francese, che dava del filo da torcere a tanti perché le truppe napoleoniche razziarono a man bassa il patrimonio artistico di Roma (1808 – 1814)
Eccolo:

Albèric (Marforio) È vero che i francesi son tutti ladri?

Sofie (Pasquino): Tutti no, ma “bona parte”, si.

Bogusia: Allora, avete in vista qualche viaggio a Roma? E magari durante qualche tappa del vostro viaggio vi imbattete in queste sculture? Può darsi allora che vi coglierà alla sprovvista il fatto che anche oggi si possa scorgere qualche foglietto appiccicato sulle sculture.

Allora si presenta anche a voi l’occasione per cimentarvi con qualche satira. Potete appenderla su una di queste statue parlanti e chissà, magari questo sarà anche il vostro esordio nell’ambito della satira.

Non ne risentirete sicuramente perché si fa in modo anonimo. In bocca al lupo!

629 Discreto e indiscreto

Discreto e indiscreto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi continuiamo a parlare di atteggiamenti e comportamenti che non ci vanno a genio, ma non solo.

Facciamo un piccolo riassunto: Abbiamo visto prima l’aggettivo ortodosso, poi “sopra le righe“, poi gli aggettivi lezioso e stucchevole e poi ancora il verbo tediare.

Oggi ci occupiamo dei termini discreto e indiscreto, che sono quasi sempre da intendere con significato opposto.

Ho detto quasi sempre, perché l’aggettivo discreto può essere usato sia per descrivere una persona, o un comportamento di una persona, ma anche per valutare qualcosa.

Se parliamo di valutazione, una cosa valutata come discreta è sicuramente positiva, quindi stiamo dando una sorta di apprezzamento. Questa valutazione comunque, pur essendo positiva, si trova un gradino più in basso rispetto all’aggettivo “buono” e ovviamente anche a “ottimo”. Siamo dunque soddisfatti di qualcosa ma non soddisfattissimi..

Questa cosa ritenuta “discreta” è più che sufficiente a soddisfare le nostre principali esigenze.

Quindi possiamo stare in discreta salute, cioè una salute soddisfacente, buona, apprezzabile, fondamentalmente positiva ma senza esagerare.

Se acquistiamo un prodotto ad un discreto prezzo vuol dire ugualmente che è un buon prezzo, soddisfacente, che ci soddisfa.

Ugualmente possiamo parlare di un discreto numero di qualcosa, quindi un numero abbastanza elevato, non basso certamente ma neanche altissimo.

Possiamo avere una discreta cultura o una discreta capacità di fare qualunque cosa. In generale è sempre una cosa positiva, una valutazione positiva che si può usare in ogni evenienza, cioè in ogni occasione.

Parlando invece di comportamenti, esiste quella che si chiama la discrezione e anche l’indiscrezione, che è la caratteristica opposta.

Solo se parliamo di comportamenti è possibile usare questi due termini.

La discrezione può riguardare ad esempio una persona, che quindi viene giudicata come una persona discreta. È certamente una caratteristica positiva.

In realtà non siamo molto lontani dal concetto precedente, quindi si tratta di una caratteristica positiva, ma ci riferiamo al suo modo di comportarsi, al comportamento di questa persona.

In particolare questa persona, per essere definita discreta, può avere diverse capacità.

Ad esempio quella di saper mantenere un segreto.

Mi raccomando, sii discreto, non dire questo segreto a nessuno.

Tranquillo, sarò molto discreto.

Ma la discrezione può indicare anche una moderazione nei comportamenti, quindi una persona discreta è capace di comportarsi in modo da non urtare l’altrui suscettibilità.

La persona discreta non fa domande troppo personali, non si interessa delle questioni altrui solo per curiosità, non ti offende gratuitamente, cerca di non dar fastidio a nessuno, cerca di non farsi notare, cerca di non alzare la voce. Non fa mai cose indiscrete.

Quando parliamo di comportamenti quindi essere discreto è l’opposto di essere indiscreto.

Es:

Non voglio sembrare indiscreto, ma posso chiederle la sua età signora?

In questo caso in realtà sono stato molto indiscreto.

Mi raccomando, non essere indiscreto e non fare domande inopportune e troppo personali.

La discrezione è una conseguenza un po’ dell’educazione ricevuta, e un po’ è anche una caratteristica delle persone più sensibili.

Il termine indiscrezione, opposto alla discrezione, è dunque un atto, un comportamento contrario alle esigenze di delicatezza o riservatezza di altre persone.

Però si usa anche in senso abbastanza neutro, non negativo quindi, quando vengono rivelate notizie riservate.

I giornalisti ad esempio raccolgono indiscrezioni per poter scrivere degli articoli interessanti.

Oppure posso dire:

La vuoi sapere un’indiscrezione? Pare che il nostro capo si sia fidanzato con la sua segretaria.

Girano alcune indiscrezioni in merito ad una eventuale cessione di Cristiano Ronaldo.

Si parla quindi di notizie più o meno riservate, quasi delle voci di corridoio, qualcosa che si sente in giro, cose di cui qualcuno parla, ma non è detto che siano notizie vere.

C’è comunque spesso il senso di un segreto svelato, perché qualcuno ha messo in giro queste voci, queste indiscrezioni, quindi certamente questa persona non è stata discreta nel suo comportamento.

Comunque anche un comportamento può dirsi discreto o indiscreto, non solo una persona: la rivelazione di una notizia riservata è un comportamento o un atto indiscreto.

Vediamo altri 2 esempi dell’uso di discreto e indiscreto e poi un bel ripasso che riguarda Luigi Pirandello

Ecco il meteo di oggi a Roma: tempo variabile martedì, discreto mercoledì, bel tempo giovedì

Sono stato indiscreto: ho chiesto l’età ad una signora e lei mi ha detto di farmi gli affari miei

Adesso tocca al ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike (Germania): ho appena scoperto che Luigi Pirandello (credo abbiate presente di chi stia parlando) era un decadentista. la cosa mi stupisce molto perché lui ha scritto il “Saggio sull’umorismo“, il che non sembra esattamente rispecchiare una visione decadentista, cioè cupa della vita. Forse è un decadentista a cui ha dato di volta il cervello?

Marta (Argentina): Infatti Pirandello riesce a superare il decadentismo, perché la vita secondo lui è semplice finzione. Secondo lui ciascuno di noi si nasconde dietro una maschera.

Edita (repubblica Ceca): Il problema è che gli altri hanno un’immagine di noi diversa di quella che noi vogliamo mostrare, ragion per cui ci vediamo costretti a decidere di impazzire, rifiutando la nostra identità, oppure di essere “uno, nessuno o centomila” persone diverse.

Rauno (Finlandia): questo sarebbe il relativismo se non sbaglio. Adesso prendo e vado a studiare meglio la questione…

Harjit (India): infatti. Tutto è relativo, dipende come lo guardi. Le prospettive sono infinite. Se sei alla ricerca di certezze nella vita Pirandello certamente non ti sarà di supporto
Anthony e Mary (Stati Uniti): Già… così c’è una incomunicabilità fra gli uomini, poiché ognuno la vede a modo suo. E tu come la vedi in merito?

Peggy (Taiwan): anch’io vorrei dire la mia: da giovane Pirandello fu costretto a destreggiarsi per superare una crisi finanziaria in famiglia. I problemi che ne conseguirono sfociarono nella sua concezione dell’esistenza come un crescendo di paletti insopportabili dall’esterno. Questo è quanto.

André (Brasile) e Anthony (Stati Uniti): qualcuno ha parlato di incomunicabilità? Se questa teoria di Pirandello risponde al vero, ho capito perché io non capisco le donne e le donne non capiscono me. Questo mi induce a pensare che sia tutta colpa di Pirandello se siamo agli antipodi!! Ma dimmi tu cosa devo scoprire, e per giunta proprio a ridosso della fine dell’episodio! Ed io che ormai mi ero convinto della teoria di mia moglie, secondo la quale non sarei portato per natura a capire un’acca del sesso femminile! Da oggi in poi mi avvarrò del relativismo Pirandelliano!!

Giovanni: va detto che molti uomini si trovano nelle stesse condizioni di André e Anthony.

Marta (Argentina): Non voglio sembrare indiscreta, ma penso che sia Gianni che Anthony si sentano identificati con André.

Marcelo (Argentina): io no però. Sono l’eccezione che conferna la regola.

Irina: capire le donne non è facile, e a volte bisogna prenderci con le molle. Altrimenti verrete incalzati di domande e non ce ne sarà per nessuno. Il matrimonio inoltre finirà inevitabilmente anzitempo.

628 Tediare

Tediare

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Trascrizione

Giovanni: continuiamo a parlare di atteggiamenti e comportamenti che non ci piacciono.

Abbiamo visto “sopra le righe“, e prima ancora avevamo visto ortodosso. Poi abbiamo incontrato lezioso e stucchevole. Un bel repertorio di espressioni finora, e ne vedremo delle altre anche nei prossimi giorni. 

Oggi vediamo come tediare una persona. Non faremo esattamente questo in realtà, ma mi limiterò a spiegarvi il senso del verbo, perché tediare è molto simile a stancare, ma mentre stancare si rivolge quasi sempre a sé stessi (stancarsi), tediare si  usa prevalentemente verso gli altri.

Quindi normalmente stancare si usa così:

io mi stanco, tu ti stanchi, lui si stanca, noi ci stanchiamo, voi vi stancate e loro si stancano.

Invece se uso tediare:

Io tedio Giovanni

Tu tedi Francesca

eccetera. Quindi è una azione che si rivolge contro altre persone.

In realtà il verbo stancare si può usare allo stesso modo, e in questo caso sono molto simili:

Io ti stanco.

Credo che tu mi stia stancando adesso.

Non voglio stancarvi con le mie chiacchiere

Ci stancate con tutte queste polemiche

eccetera

Il verbo tediare è simile, ma la differenza è che, oltre ad essere più “forte” o meglio, più intenso, come verbo, si usa quasi sempre con la negazione:

Non voglio tediarvi

Non volevo tediare nessuno

E’ più intenso rispetto a stancare perché trasmette anche fastidio e noia, quindi è simile a infastidire qualcuno causando “tedio“, e annoiare profondamente. Il tedio sarebbe proprio una sensazione di noia, di profonda noia, quasi esistenziale. Qualcosa di opprimente direi: Si usa poco come termine ma rende molto bene l’idea:

Non voglio inondarvi di tedio leggendovi le mie poesie…

Il tedio delle ore passate in casa in attesa che la pandemia scompaia

Direi che è anche più letterario come termine, rispetto alla noia

C’è dunque una forte insofferenza anche, cioè una Incapacità di adattamento ad una situazione o di sopportazione, di impazienza.

Si può tediare qualcuno con dei lunghi discorsi che risultano noiosi e stancanti

Volendo, ma l’uso non è frequente, si può usare anche verso sé stessi, come stancarsi:

Mi sto tediando su questo libro di grammatica italiana

Questo significa che, non seguendo le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, stai provando una profonda noia, e anche un intenso fastidio. Cosa aspetti allora a cambiare metodo?

Consigli a parte, vediamo altri esempi:

Giovanni ha iniziato a tediarmi qualcuno con domande inopportune. Un fastidio che non ti dico.
 
Non vorrei tediarvi con le mie lunghe spiegazioni
 
Adesso allora smetto per non tediarvi ulteriormente
 
Come avrete capito si usa spesso anche come forma di chiusura di un discorso, ed è anche abbastanza simpatica e auto ironica come chiusura, e quindi non è detto che ci si renda conto che forse non è il caso di continuare a fare qualcosa che potrebbe risultare noioso e stancante.
Adesso allora per non tediarvi ulteriormente la finiamo qua e ripassiamo alcuni episodi precedenti:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Harjit (India) e Mary (Stati Uniti): E’ possibile mai che tu non abbia ancora messo mano sul dossier assegnatoci dal direttore? Di questo passo non lo porteremo a termine manco entro la fine dell’anno.

Sofie (Belgio): ci ho messo mano eccome! È solo che ci sono molte questioni delicate. Il lavoro stavolta ci sta dando dato molto filo da torcere.

Hartmut (Germania): appunto! Il direttore questo dossier ve l’avrà assegnato perché sa che non siete mica da meno degli altri collaboratori di questa unità.

Irina (California): ti ringrazio ma mi puoi togliere una curiosità? A cosa dobbiamo queste parole belle nei nostri confronti? Nel passato, se non ricordo male, eri ben disposto a sparlare alle nostre spalle, almeno a tratti, o meglio, quando più ti è convenuto.

Karin (Germania): sapete una cosa ragazzi? Mi ha sempre colpito come siete riusciti a prenderla con filosofia davanti a questo trattamento certamente non meritato . Ma adesso sembra che Hartmut si sia dato una regolata dopo essere stato apostrofato dal direttore per non avergliela raccontata giusta un paio di volte. Vai a capire come sia riuscito a scampare al licenziamento!

627 Lezioso e stucchevole

Lezioso e stucchevole

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richiesta adesione

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto “sopra le righe” continuiamo a parlare di strani comportamenti, al di fuori del normale.

Un comportamento anormale può esserlo anche perché ritenuto troppo caricato, come si è detto, oppure non spontaneo, non naturale, si può anche parlare di gesti affrettati, eccessivi, esagerati. A volte si utilizza anche il termine lezioso.

Anche quest’ultimo aggettivo si usa molto spesso a proposito di gesti o comportamenti innaturali e persino stucchevoli.

Questi ultimi due termini sono particolarmente adatti per giudicare un comportamento non solo innaturale, ma fastidioso. Denota una maniera artificiosa (attenzione, ho detto artificiosa e non artificiale. Ricordate l’uso del suffisso – oso?) dicevo, una maniera artificiosa e anche studiata, voluta, ricercata di parlare o di comportarsi, di chi vuole ostentare qualcosa, cioè mettere in mostra sé stesso con insistenza o vantandosi, in modo esibizionista.

Questo può dare molto fastidio.

Quando accade si può usare lezioso e anche stucchevole.

Che atteggiamento lezioso e stucchevole! Giovanni si sta vantando da mezz’ora ormai delle sue qualità come conquistatore di donne.

Giovanni ha sempre un comportamento sopra le righe recentemente. Ma cosa gli ha preso? È troppo lezioso! Dice sempre io ho fatto questo, io ho fatto quello!

La leziosità fa parte anche del linguaggio sportivo.

I giocatori di una squadra di calcio, ovviamente credono di essere forti e vogliono mostrare la loro bravura, ma se esagerano corrono il rischio di fare un gioco lezioso, poco pratico e funzionale, perché i calciatori cercano di fare finezze inutili in campo, solo per farsi notare e per questo risultano fastidiosi.

Quanti termini nuovi oggi!

Lezioso può essere anche un professore quando spiega qualcosa e bada più a mostrare la sua conoscenza che a trasmetterla, risultando fastidioso.

Quindi direi che la sensazione di fastidio caratterizza maggiormente l’aggettivo lezioso. Se aggiungiamo la stanchezza, la noia e la voglia di andarsene diventa stucchevole.

Invece per essere giudicato sopra le righe, come si è visto, uno degli ingredienti è anche il possibile imbarazzo che si causa ad altre persone per questa poca normalità nel comportamento, questo qualcosa di eccessivo che c’è e che non passa inosservato.

Abbiamo già visto anche il termine ortodosso, nell’episodio 530, abbastanza simile. Ma non voglio tediarvi ulteriormente.

Del verbo tediare parlino però nel prossimo episodio. Adesso un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: oggi vorrei parlare di letteratura e più precisamente del decadentismo cioè quel movimento artistico e letterario sviluppatosi in Francia, il mio paese, alla fine dell’Ottocento. Ma poi interessò anche il resto d’Europa,

Irina: il decadentismo si contraddistinse per un nuovo modo di pensare, perché la ragione e la scienza non erano riuscite a rispondere ai veri bisogni dell’uomo.

Marcelo: c’era troppa freddezza, troppo razionalismo e poca spiritualità nella scienza, ed è risaputo ormai che anche lo spirito va curato. Eccome!

Ulrike: La letteratura e gli uomini sentirono il bisogno di esplorare il mistero dell’anima e tutte le sue caratteristiche, ivi incluse quelle negative: il vizio, la lussuria, la noia, il disgusto per la vita e le peggiori voci interiori. Insomma eravamo agli antipodi del positivismo.

Sofie: non è che si esagerava un po’ col pessimismo? Passi che la scienza sia fredda, passi pure che anche le brutte sensazioni e emozioni abbiano il loro perché, ma dire che la vita non abbia senso…

Peggy: capisco cosa vuoi dire. Evidentemente c’era un certo non so che di affascinante nel vedere tutto nero.

626 Sopra le righe

Sopra le righe (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai conosciuto persone che hanno avuto o che hanno sempre un comportamento sopra le righe?

Si dice che un comportamento è sopra le righe, quando è poco opportuno, poco adatto alla circostanza, o quando il tono della voce utilizzato è eccessivo, troppo alto.

Si dice anche di persone a volte:

Alessia è sempre sopra le righe.

La riga in qualche modo rappresenta la normalità. Immaginate una barra, una linea orizzontale, quindi una riga è come una linea immaginaria che rappresenta un livello ritenuto normale, medio, di comportarsi.

Chi sta sopra le righe o chi va sopra le righe, sempre al plurale, sta esagerando, magari non di molto, ma si discosta da questa linea della normalità.

Quindi una persona che ha un comportamento sopra le righe viene facilmente notata e la gente si chiede:

Questo non è normale, cosa c’è che non va? Come mai si comporta così?

Le persone che hanno comportamenti sopra le righe non passano mai inosservate per questo motivo. Spesso creano imbarazzo.

Quando un comportamento o un atteggiamento è caricato, troppo enfatico, eccedente la norma, si può sempre dire che è sopra le righe. Enfatico significa che questa persona si compiace di caricare i toni ad esempio in ogni suo comportamento. C’è troppa enfasi.

Ma allora voi potreste chiedervi: quando è il caso di usare opportuno per giudicare un comportamento e quando dire che è sopra le righe?

Direi che una persona, quando ha un comportamento sopra le righe, può essere descritta inopportuna, ma nel termine inopportuno c’è meno giudizio e inoltre inopportuno si addice maggiormente ad un singolo comportamento:

Spero di non essere inopportuno se non do del lei alla professoressa

Sarebbe opportuno prenotare prima di andare al ristorante.

Vedete che nell’opportinitâ ci può semplicemente essere la cosa giusta da fare, cioè prenotare, per non restare senza tavolo al ristorante.

Inopportuno significa, più in generale, contrario alla convenienza del momento.

Non conviene non prenotare

Prenotare sarebbe opportuno

Non prenotare sarebbe inopportuno

Il tuo è stato un intervento veramente inopportuno durante la riubione. Come ti è venuto in mente di fare quella battuta sulla fidanzata del direttore? Ma sei fuori di testa?

Questo è un singolo comportamento, un singolo atto criticabile per il fatto che non è stato conveniente per nessuno. Non era il caso di fare una battuta simile.

Si usa spesso anche questa formula per dare una valutazione negativa ad un fatto:

Non è il caso di arrivare sempre tardi o ufficio

Non è il caso di vestirsi di bianco in un matrimonio quando non sei la sposa. Una cosa veramente inopportuna.

Anche nell’inopportunitâ c’è spesso una critica ad un comportamento, quando non si fa una cosa corretta, o educata, criticabile da un punto di vista umano, professionale o anche solo di consuetudine, solo perché generalmente non si fa in questo modo.

Ma l’essere sopra le righe, come detto, riguarda spesso un’abitudine e non un singolo comportamento e poi ciò che stiamo criticando in fondo non è l’atteggiamento ma la persona, che si comporta in modo strano, che può mettere in imbarazzo le altre persone con questo di comportamenti.

Anche una persona che ha bevuto un po’ può avere comportamenti sopra le righe.

Persone di questo tipo di solito non si comportano in modo inopportuno una sola volta, ma in genere spesso, nelle stesse circostanze.

Ci sono conunque anche altri modi per descrivere tali atteggiamenti, ad esempio abbiano visto i comportamenti poco ortodossi, simile, se ricordate, a poco adatti.

Altri li vediamo meglio nel prossimo episodio.

Per adesso ripassiamo e parliamo di poesia.

Ma a cosa serve la poesia? Lo sanno i membri dell’associazione Italiano Semplicemente?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in registrazione)

Irina: non saprei. Ma non voglio eludere la domanda. Serve forse a istruire le persone? Ha uno scopo educativo o istruttivo? Mi prendi un po’ in contropiede con questa domanda. Di sicuro non mi è mai andata molto a genio per via dei troppi versi da imparare a memoria

Andrè (Brasile): secondo me la poesia è una passione, e magari anche un’arte. Non deve però necessariamente servire a qualcosa. Avevo un amico che mi costringeva sempre ad ascoltare le sue poesie… Che pesantezza! Mi chiedevo sempre: Ne avrà ancora per molto?

Peggy (Taiwan): ah? cosa? Ma quando mai! Magari il tuo amico non era all’altezza. Dovevi starne alla larga allora!

Ulrike (Germania): Secondo Giovanni Pascoli, che era qualcuno nella poesia, più che altro la poesia serve a riconoscere le cose belle anche in cose semplici, a vedere la bellezza anche in cose umili, semplici e vicine, senza curarsi della scienza o di ragionamenti complicati. La poesia è semplice come la mente di un fanciullino.

Mary (Stati Uniti): e avvicina tutti, poveri e ricchi, perché la poesia vive solo di intuizione, sicché scopre ogni giorno la realtà, il mondo, come se fosse nuovo.

Karin (Germania): Proprio come i bambini, che in quanto tali non sanno le cose e non conoscono il mondo.

Hartmut (Germania): a suo dire la poesia permette a tutti di dialogare, basta far parlare il fanciullino che è in ognuno di noi. È così semplice che tanto vale provare.

Sofie (Belgio): io sono esattamente agli antipodi e Pascoli non mi tange proprio. Infatti credo che lo scopo della poesia sia esprimere un pensiero mettendo insieme parole a caso, o copiando pari pari qualche verso scritto da altri, cercando di far credere a tutti che ci sia qualcosa di profondo in me. Così si fa una bella figura.

Harjit (India): basta! Io questa non la reggo più!! Sempre irriverente e poco ortodossa. Datemi pure dell’intransigente ma io questo sassolino dalla scarpa me lo dovevo togliere!

625 Prestarsi

Prestarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: prestate un attimo attenzione per favore perché oggi vorrei parlarvi del verbo prestarsi, la forma riflessiva di prestare. Ci siamo già occupati del verbo prestare infatti, nel corso di Italiano Professionale. si trova all’interno della sezione “verbi professionali” che è diventato anche un bel libro. fatevelo prestare se volete leggerlo!

In quella occasione si è parlato anche della forma riflessiva.

Oggi ci occupiamo solo di questa forma riflessiva.

L’esempio che abbiamo fatto in quella lezione è:

Il suo comportamento si presta a molte critiche

e anche:

Le tue parole si prestano a diverse interpretazioni

Il verbo prestare, anche nella forma riflessiva “prestarsi”, indica a volte una “disponibilità“, altre volte quello della “possibilità“, ma voglio farvi notare anche il senso della “debolezza” o della “criticabilità” derivante da un atteggiamento.

Ad esempio se ti dico:

Non devi prestarti a fare un lavoro al di sotto della tua qualifica

Oppure:

Non prestarti a simili comportamenti

Voglio dire che non devi “abbassarti” (ne abbiamo parlato recentemente) a fare cose che non dovresti fare, che sia un lavoro poco onorevole o anche un comportamento poco onorevole. Non devi dare la tua “disponibilità” a fare cose che non vanno fatte, che ti rendono “debole” da un certo punto di vista.

Nell’esempio riportato sopra:

Il tuo comportamento si presta a molte critiche

Quindi il tuo comportamento è probabile che verrà criticato, poiché ci sarebbero molti punti criticabili. C’è un elemento di debolezza ancora una volta. E poi con il tuo comportamento ti sei mostrato disponibile ad accogliere critiche.

Anche se parlo di:

Parole che si prestano a più interpretazioni

Sebbene in questo caso manchi un evidente punto di debolezza (potremmo però parlare di poca chiarezza delle tue parole) sicuramente c’è la “possibilità” che il tuo messaggio sia frainteso, e anche questo può costituire un punto di debolezza. Certo, la disponibilità in questo caso è meno evidente rispetto ad esempio a:

Nella vita bisogna sempre prestarsi ad aiutare gli altri, cioè coltivare l’amicizia

La debolezza però a volte può diventare persino una caratteristica di fascino, portato dal mistero:

Sicuramente alcuni versi della Divina Commedia di Dante Alighieri si prestano a molteplici letture (significa molteplici interpretazioni – stesso significato). E questo è affascinante vero?

Allora proviamo a ripassare qualche episodio passato commentando i seguenti versi della Divina Commedia di Dante Alighieri, che parla dell’Amore tra Francesca e Paolo, due amanti che si trovano in un girone dell’Inferno chiamato dei lussuriosi.

È Francesca che parla:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Che ne dite ragazzi? Volete prestarvi a provare col rischio di fare qualche figuraccia oppure avete paura di sfigurare?

Ma ascoltiamo ancora questa terzina dalla voce di Flora, la nostra prof. di Italiano.

Flora:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Edita: Difficile decifrare la risposta di Francesca al sommo Dante. Però raccolgo la provocazione di Gianni e vi dico la mia in merito: Se fortuna vuole che sei amato, non sarai risparmiato anche tu dalla freccia di Amor, cioè devi per forza amare a tua volta anche tu. In parole povere: la passione è quello che è, non c’è scampo

Marcelo: ma l’immagine che ne esce di Paolo e Francesca, nonostante anche i tempi fossero quelli che fossero, non è negativa alla fine, almeno questo è quello che risulta a me.

Karin: anche il poeta Boccaccio difende Francesca, dicendo che lei in realtà doveva sposare Paolo e non il marito assassino che ha pensato di fargliela pagare. Ma pare che questa critica non regga granché, nel senso che non è credibile. e così anche Boccaccio si è prestato ad alcune critiche.

Spiegazione dettagliata della terzina

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,mi prese del costui piacer sì forte,che, come vedi, ancor non m'abbandona

624 Sfigurare

SFIGURARE

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Trascrizione

Peggy (Taiwan): benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente”

Giovanni: dopo esserci occupati dell’espressione essere da meno, oggi restiamo nello stesso ambito e vediamo il verbo sfigurare.

Quando usiamo sfigurare non è detto ci sia un confronto con altre persone, però è sempre un problema di orgoglio e di valore o di onore.

Sfigurare infatti significa fare brutta figura, suscitare un’impressione negativa.

È il giudizio degli altri che ci preoccupa, perché quando qualcuno o qualcosa sfigura è per via di una sensazione di scarsa adeguatezza o qualità, specialmente in confronto ad altre.

Anche in questo caso c’è quasi sempre un confronto con altre persone o altre cose, ma non è detto. Il confronto può anche essere con le aspettative, con ciò che ci si aspetta.

Es: è il compleanno di un mio amico, ed ho paura di sfigurare perché gli ho fatto un regalo di poco valore.

Sfigurare pertanto equivale a fare una brutta figura. C’è un episodio in particolare che abbiamo dedicato alle figuracce. Può essere utile dare un’occhiata.

Quando si tratta di confronti si può dire chiaramente nella frase:

Non vorrei sfigurare in confronto altri altri

Tutti i miei compagni di classe sono bravissimi. Ho paura di sfigurare in confronto a loro.

L’Italia quest’anno non ha affatto sfigurato nel corso degli europei di calcio al cospetto di squadre teoricamente più forti

Il verbo è molto adatto per fare confronti, proprio come essere da meno, ma la differenza sta soprattutto nel fatto che con sfigurare è più importante l’opinione degli altri, l’immagine, il ricordo che le altre persone avranno.

Infatti la “figura” rappresenta l’immagine che si ha di qualcosa, quindi come sembra, come appare a chi la guarda.

Cerca di non farmi sfigurare con i miei amici. Comportati bene e sii educato

Il verbo non si usa solo in questo modo però, perché l’immagine riguarda anche il viso di una persona.

Una persona sfigurata è una persona con i lineamenti del viso alterati, tanto alterati da rendere irriconoscibile questa persona.

Es: l’acido ha sfigurato il volto di una donna

Si usa anche in senso figurato:

L’odio che provava in quel momento le sfigurava il volto.

C’è l’idea di una emozione così intensa da modificare i lineamenti del viso.

Per distinguere il caso della brutta figura da quello del viso sfigurato, può essere utile notare il verbo ausiliare:

Non hai sfigurato nel corso dell’esame (verbo avere – fare brutta figura)

È stato sfigurato dall’acido (verbo essere – lineamenti)

Ma adesso ripassiamo:

Anthony (Stati Uniti) e Rafaela (Spagna): “Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri.” ha detto una volta Pier Paolo Pasolini. Vai a capire perché Pasolini usa la parola pretese e non desideri.

Marcelo (Uruguay): forse perché le pretese coinvolgono altre persone e ciò che pretendiamo da loro, quindi le pretese generano false aspettative quindi delusioni e anche dispiaceri.

Karin 8Germania) e Mary (Stati Uniti): difficile cogliere tutte le sfumature delle frasi di Pasolini. Probabilmente non voleva dire che avere un atteggiamento ambizioso sia negativo, ma solo di non crearsi troppe aspettative, né in amore e tantomeno al lavoro.

Harjit (India): allora saremmo a cavallo se non pensassimo al futuro? Ma ti rendi conto? Che sciocchezza!

Komi (Congo): ma tu credi sempre di saperla più lunga degli altri? Reagisci sempre distinto, salvo poi pentirti e chiedere scusa. Non voglio darti del superficiale ma datti una regolata quando parli di gente come Pasolini.

Irina (California): bel benservito che le hai dato! Non potevi fargliela passare liscia. Forse Harjit voleva dire: che vita sarebbe senza aspettative? Dacché mondo è mondo gli uomini si nutrono anche di sogni. E come superare i tempi e momenti brutti senza la speranza, che, come tutti sanno, è l’ultima a morire.

623 Essere da meno

Essere da meno (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio ci siamo occupati di un argomento interessante (abbiamo visto l’espressione essere soliti) ma oggi non voglio essere da meno.

Questa locuzione: “essere da meno” si può usare quando si fa un confronto.

Non essere da meno di qualcuno, significa non essergli inferiore. Solitamente si utilizza con due persone diverse:

Non sono da meno di lui

Non sei da meno di tuo fratello

Non voglio essere da meno del mio collega

Non voglio essere da meno rispetto a ieri

Ecc.

Si usa quindi nei confronti, nei paragoni, generalmente quando è coinvolto l’orgoglio, o la dignità, la propria fierezza, il proprio onore o il prestigio.

In generale potremmo dire che è coinvolto il valore di qualcuno.

Lui è riuscito a laurearsi in soli 4 anni? Io non voglio sicuramente essere da meno! Ce la farò anch’io.

Vedete che spesso c’è coinvolto l’orgoglio e anche il valore di una persona, la voglia di non fare una brutta figura.

Anche io, come lui, voglio laurearmi in 4 anni. Non voglio fare peggio di lui, non voglio essere da meno di lui, poiché non valgo meno di lui.

Si usa quasi sempre con la negazione:

Non possiamo essere da meno degli italiani. Alle prossime olimpiadi dobbiamo vincere noi la gara dei 100 metri. Essere da meno sarebbe un disonore.

Si usa spesso anche “per non essere da meno“, per evidenziare il comportamento di una persona che fa qualcosa per non apparire “meno” importante di un’altra. Si usa però anche in senso ironico:

Es:

Gli americani hanno detto che andranno sul pianeta Marte entro il 2050. I russi, per non essere da meno, hanno detto che loro ci andranno entro il 2040.

forma ironica: Nella partita Roma-Juventus, il portiere della Roma ha fatto una papera sul gol della Juventus. Poi però, per non essere da meno, anche il portiere della Juventus si è fatto fare un gol da principiante.

L’espressione di oggi si usa in tutti i tempi e non solo con le persone. Inoltre con senso simile si può usare anche con verbi diversi da essere, tipo “sentirsi da meno” e “mostrarsi da meno” o “sembrare da meno”:

Il 2018 fu una annata eccezionale per i vini italiani e il 2019 non fu da meno.

Il nuovo iPhone non sarà certamente da meno dell’ultimo.

Non devi sforzarti a dire qualcosa come se fossi da meno se non lo fai.

Non devi sentirti da meno di lui

Mio fratello era bellissimo e io per non sembrare da meno, mi truccavo!

Bravissima l’atleta statunitense nel salto in alto, ma adesso non vorrà mostrarsi da meno l’atleta italiana.

Ultimamente abbiamo fatto bei ripassi e oggi non vogliamo essere da meno.

Allora ascoltiamo cosa hanno da dirci alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: Chi l’ha detto che una poesia debba essere lunga per essere bella? Tant’è vero che Il poeta Giuseppe Ungaretti, parlando dei soldati che muoiono in battaglia ne ha scritta una bellissima intitolata “Soldati” dedicata alla scelleratezza della guerra:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Mary: in pratica vorrebbe dire che per i soldati morire è solo una questione di tempo. Via via il vento della guerra se li porta via tutti.

Edita: la questione però interessa l’essere umano in generale. Tutti siamo vittime dello scorrere del tempo, proprio come i soldati in guerra. Prima o poi ci troveremo tutti a tu per tu con la morte. Che allegria eh?

Khaled: brava, L’allegria. Proprio questo è il titolo della raccolta in cui si trova questa breve poesia. È questa la sensazione che si prova nel farcela, quando si scampa alla guerra.

Irina: le guerre sono tutte infami, fermo restando che bisogna fare tesoro dei loro insegnamenti, che sembrano a volte insostituibili. Vorrei allora concludere con un messaggio di speranza citando una frase di Gibran:

Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.

Marcelo: vorresti dire che la guerra è inevitabile ? Di primo acchitto direi che sono di diverso avviso, ma urge una riflessione profonda su questo. Ognuno può farla sulla scorta delle proprie esperienze e della propria sensibilità.

622 Essere soliti

Essere soliti

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Giovanni: cosa siete soliti fare mentre ascoltate gli episodi di italiano semplicemente?

C’è chi è solito lavare i piatti, chi è solito fare ginnastica e chi è solito guidare o andare in autobus.

Qualunque cosa siate soliti fare, l’importante è imparare qualcosa di nuovo della lingua Italiana e oggi imparerete l’espressione “essere soliti” fare qualcosa.

Non è la prima volta che incontriamo il termine solito.

Abbiamo visto qualche tempo fa l’espressione “essere alle solite” e più recentemente anchecome si suol dire“, dove si usa il verbo “solere”.

Infatti, l’espressione “come si suol dire” , sta, come abbiamo visto, per “come si dice solitamente in questi casi” , o “come si dice di solito in questi casi”. Quindi c’è un legame tra ciò che viene definito solito con questa espressione.

Essere soliti”, l’espressione che vediamo oggi, non è però come “essere alle solite“.

Infatti essere soliti fare qualcosa indica un’attività che accade abitualmente, qualcosa che fa parte della consuetudine, qualcosa che si fa spesso.

Si parla di abitudini quindi.

Essere soliti fare qualcosa significa avere l’abitudine di fare qualcosa, e si usa proprio in sostituzione del verbo solere che non si usa praticamente mai, a parte nell’espressione “come si suol dire”.

Di norma essere soliti è seguito da un infinito.

Es:

La mattina sono solito passeggiare un’oretta.

Potrei anche dire che:

di solito la mattina faccio un’oretta di passeggiata

o che:

solitamente la mattina passeggio circa un’ora.

Se utilizzassi il verbo solere (che non si fa mai) sarebbe invece:

La mattina soglio passeggiare un’oretta

Vediamo altre frasi:

In Italia siamo soliti bere il cappuccino solo la mattina

Da quando sono sposato non sono più solito andare in discoteca.

Negli ultimi anni siamo soliti andare in vacanza in Calabria.

A volte si usa, sebbene raramente, anche la preposizione “di”, il che non è considerato scorretto ma gli italiani non sono molto soliti di farlo:

Personalmente sono solito bere tre caffè al giorno, ma può capitare che diventino quattro.

Non sono molto solito rispettare la durata dei due minuti, ma stavolta ci sono andato abbastanza vicino.

Allora vi dico anche che “essere solito” non è come “essere il solito”.

Infatti se metto “il” o un altro articolo, poi devo inserire un sostantivo:

Sei il solito disordinato

Siamo i soliti italiani.

L’articolo fa la differenza.

A volte possono anche avvicinarsi i due significati:

Sei il solito bugiardo.

Sei solito dire bugie.

Il concetto se vogliamo è lo stesso, ma con l’articolo suona come un rimprovero, una lamentela, per manifestare una delusione dopo l’ennesima dimostrazione, come anche “siamo alle solite“.

La seconda frase invece ha solo la pretesa di riportare un’abitudine, senza un significato emotivo.

Adesso un bel ripasso, come siamo soliti fare da sempre in questa rubrica.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rauno (Finlandia): Leopardi era solito studiare e scrivere di notte, dormire di giorno e pranzare nel tardo pomeriggio. Una vita all’insegna dell’irregolaritâ.

Karin (Germania): invece Leonardo da Vinci era solito scrivere i suoi appunti al contrario, cioè da destra verso sinistra, in modo da poter risultare comprensibili solo se riflessi in uno specchio. Questo si deve anche al fatto che Leonardo era mancino.

Sofie (Belgio): io invece sono solita incontrare un’amica alla volta. Tutti lo sanno. Una volta però ho voluto fare una riunione con tutte le amiche insieme e una allora mi fa: ma che ti ha dato di volta il cervello? Una reazione esagerata non trovate? Neanche le avessi fatto del male! Ma ti pare!

Peggy (Taiwan) e Olga (Saint Kitts e Nevis): comunque senti, si parlava di grossi personaggi e delle loro abitudini. Non è che io voglia offenderti ma occorre fare un minimo di distinguo!

Edita (Repubblica Ceca): credo che lo accetterà di buon grado. Io vorrei dare il mio apporto a questa discussione dicendo che era nella città di Carrara che Michelangelo era solito andare a scegliere i blocchi da scolpire. Era risaputo anche allora che il marmo di Carrara fosse il migliore.

Ulrike (Germania): e dove si troverebbe questa Carrara?

Hartmut (Germania): evidentemente non sei mai stata solita studiare la Geografia. Comunque per la cronaca, Carrara si trova in Toscana. Ce l’hai presente almeno la Toscana?

621 Abbassarsi

Abbassarsi

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Giovanni: come si fa a abbassarsi?

Facile. Basta piegare le ginocchia e scendere verso il basso con la testa.

Perché ci si abbassa?

Ci si abbassa per raccogliere un oggetto, per allacciarsi le scarpe o per sdraiarsi a terra o altre ragioni.

È praticamente come chinarsi o anche piegarsi. Due verbi molto simili.

È difficile però trovare un verbo con un solo significato nella lingua italiana, e anche abbassarsi non fa eccezione

Infatti l’utilizzo figurato di abbassarsi non fa riferimento ad uno spostamento fisico, ed un abbassamento fisico, ma ad un abbassamento diciamo morale, cioè ad una umiliazione, un degrado.

Se ad esempio ricevo una scorrettezza da una persona, che quindi si comporta male con me, potrei essere tentato di rispondere con un’altra scorrettezza.

Però penso:

Non voglio abbassarmi al suo stesso livello

Significa che io ritengo di avere una mia dignità, una mia morale e non voglio avere un comportamento simile al suo, che evidentemente ha fatto qualcosa che ritengo immorale, sbagliato, scorretto, ed io, sebbene possa avere la tentazione di punire questa persona, di vendicarmi comportandomi in modo analogo, con un’altra scorrettezza, non me la sento perché verrei meno ai miei principi, infrangerei un principio morale importante, una regola di comportamento.

Quindi questo è abbassarsi in senso figurato. Io sto più in alto di lui o lei, da un punto di vista del valore umano, della moralità, e non voglio scendere al suo stesso livello comportandomi in modo simile.

Questo è un primo modo per abbassarsi in senso figurato. C’è anche un altro modo per abbassarsi, sempre nel senso di degradarsi, umiliarmi: quello di “scendere” da un punto di vista professionale e non morale.

Quindi se io sono un funzionario o meglio ancora un dirigente, quindi una persona molto importante, che dirige un ufficio e quindi ha delle mansioni importanti, di coordinamento e direzione di questo officio, non posso abbassarmi a svolgere attività che normalmente vengono svolte da persone con un livello più basso.

Il tuo capo ti ha detto di fare delle fotocopie? Non puoi abbassarti a fare fotocopie. Sei un dirigente!

Giusto, non mi abbasserò mai a tanto!

Quindi: abbassarsi a fare qualcosa.

Si usa in questo modo il verbo in modo figurato. Generalmente si usa “per” nell’uso proprio, tipo abbassarsi per allacciarsi le scarpe.

Volete un terzo uso di abbassarsi?

Abbassarsi i pantaloni

Che significa abbassare i propri pantaloni o calarsi le braghe, simile da questo punto di vista a tagliarsi le unghie e rimboccarsi le maniche.

Quella di abbassarsi i pantaloni è un’operazione quotidiana che si fa almeno un paio di volte al giorno. Per chi indossa i pantaloni ovviamente.

Un quarto modo?

Abbassarsi lo stipendio

Significa accettare una diminuzione del proprio stipendio, ridursi lo stipendio, che è il corrispettivo del proprio lavoro.

Oggi si è parlato ovviamente solo dell’uso riflessivo del verbo.

Si potrebbe anche dire che con l’arrivo dell’autunno…

Le temperature iniziano ad abbassarsi.

Così come:

Con l’avanzare dell’età i desideri aessuali si abbassano

Si abbassa anche l’attenzione dopo un po’, quindi meglio passare al ripasso, che tra l’altro necessita di molta l’immaginazione e di fantasia per essere creato.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Peggy e Ulrike: parliamo di poesia? Dove il nostro sguardo non arriva, può farlo la forza dell’immaginaziome. Questo è l’insegnamento che ci arriva dalla poesia L’infinito, di Giacomo Leopardi. E voi non ve lo sareste mai immaginato di imbattervi in Giacomo Leopardi oggi vero?

Hartmut: l’interpretazione delle poesie mi ha sempre dato del filo da torcere. Non so a voi.

Rauno: generalmente risulta difficile anche a me. In questa poesia, nei primi versi si parla di una siepe che, proprio perché impedisce la vista, è capace di suscitare l’immaginazione verso spazi infiniti.

Sofie: pare che a lui questo infinito che si apre facendo appello all’immaginazione appaia come un mare in cui si perde. Ma Leopardi descrive come “dolce” questa sensazione di perdersi nel mare infinito dell’immaginazione.

Giovanni:

Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.

620 La finezza

La finezza (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni:

Provate ad indovinare la parola misteriosa partendo da 10 indizi, cioè dieci suggerimenti utili

1-può esserlo una spiaggia
2-eseguito con attenzione
3-di ottima qualità o fattura
4-può essere usato come pretesto per giustificare un comportamento
5-può esserlo un ragionamento
6-un intenditore si potrebbe vantare di essere così
7-si legge al cinema
8- è maschile e femminile
9 – alla propria ci si arriva sempre
10-può essere lieto se vincono i buoni o l’amore

La parola misteriosa è “fine”.

Infatti vediamo gli indizi uno ad uno.

Può esserlo una spiaggia perché fine è un aggettivo che significa, tra le altre cose, qualcosa di uno spessore o diametro notevolmente ridotti o limitati. Quindi esistono ad esempio capelli fini come la seta. Allo stesso modo ci sono dei materiali con una grana molto piccola, ed ecco allora che esiste la sabbia fine e quindi la spiaggia fine, che si distingue dalle spiagge con una sabbia più grossa. Anche la polvere è fine.

Ma l’aggettivo fine ha anche altri utilizzi.

Infatti quando un lavoro, inteso non come attività lavorativa ma come singola operazione, viene definito fine si vuole dire che è stato fatto o eseguito con gusto, cura, con precisione, stando attenti anche ai piccoli particolari.

Questo lavoro svolto in modo fine è dunque un lavoro che ha richiesto molta attenzione e professionalità.

Quindi è anche qualcosa di ottima qualità o fattura.

Si pensi anche all’oro fine o finissimo ad esempio.

Quest’anello è in oro finissimo

Si dice anche che un prodotto è di finissima qualità per le ottime materie prime che sono state impiegate.

Una finissima qualità è una altissima qualità.

La finezza quindi è sintomo di qualità, che si tratti di oro, argento, un prodotto o un lavoro, per non parlare delle persone fini, o delle persone dai modi molto fini.

Una persona fine è l’opposto di una persona rozza e maleducata, quindi in questo caso la finezza indica educazione, gentilezza, indica modi raffinati, una persona con dei gusti molto fini.

Si tratta fondamentalmente di persone che appartengono alla cosiddetta buona società, che spesso abitano nei quartieri bene.

Con un senso simile, un ragionamento fine è un ragionamento acuto, perspicace, sagace, o, detto più semplicemente: intelligente. La stessa intelligenza può dirsi fine intelligenza.

Non confondete fine con fina o fino, un aggettivo diverso che sta per sottile, quindi la seta può essere fina, una tela o anche la pelle. Fina è il contrario di spessa. Si parla di spessore.

Quindi la finezza è sempre qualcosa di positivo.

È anche il caso di un fine intenditore, di qualunque cosa si tratti.

Chi si intende di qualcosa, chi ne capisce di qualcosa, chi è esperto di qualcosa, può essere definito così e questo è un gran complimento perché significa che sa distinguere le qualità e le caratteristiche di quel prodotto nei minimi dettagli, piccoli dettagli, come i granelli di sabbia fine.

Quando però fine è un sostantivo allora, l’inizio 4 ci dice che può essere usato come pretesto, cioè una scusa, un motivo che si ritiene valido per giustificare un comportamento.

C’è una frase che si sente spesso in merito: il fine giustifica i mezzi. secondo la quale qualsiasi azione è giustificata, scusata, quindi ritenuta possibile anche se in contrasto con le leggi, con la morale, con l’amicizia, con la lealtà e altri valori importanti. Il fine giustifica i mezzi è un’espressione che abbiamo già incontrato nella lezione n. 8 di italiano professionale, parlando delle espressioni che riguardano i risultati.

Avete un fine che ritenete valido? Se pensate che il fine giustifichi i mezzi allora potete usare qualsiasi mezzo per poterlo raggiungere. Non importa se qusto farà male a qualcuno o se è contro la legge o la morale.

Allora il fine stavolta rappresenta l’obiettivo da raggiungere, la finalità, ciò che vogliamo ottenere.

Qual è il tuo fine?

Cioè qual è l’obiettivo che vuoi raggiungere?

Si chiama così perché dovrebbe arrivare, se tutto va bene, alla fine dei nostri sforzi. La fine, al femminile, è la parte finale, come la fine di un film ad esempio, che arriva quando il film termina cioè finisce.

Per questo si legge la scritta FINE, sugli schermi della TV o al cinema per segnalare che non c’è altro da vedere e bisogna lasciare la sala o andare a letto perché il film è finito.

L’indizio 7 parlava esattamente della scritta FINE sugli schermi del cinema.

Esiste allora la fine al femminile, cioè il termine, e il fine al maschile, cioè l’obiettivo.

Questo per spiegare Lindizio numero 8.

Lindizio 9 ci segnala che alla propria ci si arriva sempre.

La propria fine è la propria morte, e siccome tutti dobbiamo morire, prima o poi, tutti allora arriviamo alla nostra fine.

Parlando sempre di film, ci sono film a lieto fine e film non a lieto fine.

I primi hanno un finale positivo che ci soddisfa. I film a lieto fine finiscono bene, quindi il protagonista ottiene ciò che voleva e in genere i film a lieto fine si concludono con i buoni che hanno la meglio sui cattivi. Oppure finisce con due persone che riescono a stare insieme tutta la vita superando mille difficoltà. L’amore trionfa sempre nei film a lieto fine.

Lieto significa positivo, che prova, esprime o suscita un sentimento di soddisfazione serena e gioiosa.

Lieto di conoscerla, io sono Giovanni.

Siamo lieti di averla nella nostra trasmissione

Ed io sono lieto di avervi spiegato tutti i significati del termine fine, ed infine, come al solito, ascoltiamo un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Sergio: non ho nulla a che spartire con coloro secondo i quale il fine giustifica i mezzi. Il che significa ovviamente che mi ritengo una persona con una morale.

Hartmut: circa invece la finezza ? È una virtù? Come la vedete?

Irina (California): naturalmente. La signorilità e la raffinatezza sono sempre prerogative ad appannaggio di persone di classe. Lo stesso dicasi per le persone cosiddette distinte e affabili. A proposito sapete che si può anche fare una finezza?

Mary (Stati Uniti): Maradona ne faceva parecchie! Prevalentemente col piede sinistro, suo malgrado. Fermo restando che ha fatto gol anche col destro e di testa

Albéric (Francia): si ma a volte la finezza si usa in modo ironico. Se è vero come è vero che indica spesso una certa classe, proprio come la classe, può indicarne la mancanza
Con coloro che se ne fregano delle buone maniere viene talvolta spontaneo esclamare: che finezza!

Ulrike: a me viene invece voglia di prenderle a mali parole queste persone. Chi non si degna di rispettare gli altri non meriterebbe a sua volta rispetto.

619 Pari pari, spiccicato, tale e quale

Pari pari, spiccicato, tale e quale

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Trascrizione

Giovanni: ripetere una parola, nella lingua italiana, può dar luogo a espressioni con un significato particolare, a volte difficilmente intuibile.

Altre volte invece non è così difficile capirlo. Mia suocera ad esempio ha due barattoli di caffè, ed uno dei due è caffè decaffeinato. Come distinguerli?

Su quel barattolo ha scritto “caffè”. Allora sul barattolo del caffè diciamo “normale” cosa poteva scrivere?

La sua scelta è caduta sulla scritta “caffè caffe” che sta per “vero caffè”. Come dire che in questo barattolo c’è del caffè che è più caffè dell’altro. Quasi caffè fosse un aggettivo.

In effetti questo giochino si fa spesso, soprattutto all’orale, prevalentemente proprio con gli aggettivi ma non solo:

Questo è un hamburger vegetale e quest’altro invece è un hamburger hamburger!

Tra poco ti presento Marco e Giulio. Marco è un amico dell’università. Giulio è invece un amico amico. Ci conosciamo da sempre.

Altre volte è un po’ più difficile.

È il caso di “ancora ancora” che abbiamo già incontrato e spiegato in questa rubrica. Anche “pari pari” non è proprio facile da capire. Spieghiamolo allora.

La parola pari ha più significati e uno dei più diffusi è legato all’uguaglianza.

Io e te siamo pari di età (abbiamo la stessa età)

Un metro è pari a 100 cm

Il mio stipendio è pari a 2000 euro

La tua intelligenza è pari alla mia

Ci può essere una corrispondenza, come nel caso dei cento centimetri che corrispondono (sono pari)! a un metro, e anche dello stipendio che corrisponde (è pari) a 2000 euro, altre volte si tratta di un livello, come nel caso dell’intelligenza. Lo stesso livello diventa “pari livello”.

Pari pari” significa invece uguale esattamente, proprio uguale, ma difficilmente si usa quando c’è un livello di qualcosa, tipo stessa intelligenza, stessa quantità di lavoro eccetera.

Si usa prevalentemente in caso di uguaglianza alla vista o in qualcosa di scritto o sentito e che spesso stupisce.

Ho sentito un politico fare un discorso pubblico. Lo stesso discorso lo aveva fatto cinque anni fa, pari pari.

Il professore scopre che due compiti sono completamente identici e dice: ho notato che il compito di Giovanni è pari pari quello di Rosario. Chi dei due ha copiato?

Oggi ho conosciuto un ragazzo che è pari pari tuo fratello.

Notate che non è necessario scrivere la preposizione “a”:

Lui è pari pari tuo fratello

E non “lui è pari pari a tuo fratello”.

Si potrebbe dire anche uguale/uguali “in tutto e per tutto“.

Si può anche dire “alla lettera” se si tratta di parole:

Devi fare pari pari ciò che ti ho detto. Né una cosa in più, né una in meno.

Devi fare ciò che ti ho detto alla lettera.

Spesso in “pari pari” c’è anche l’idea del plagio, della scorrettezza, come nel caso del compito copiato pari pari da uno studente. Oppure se dico:

Il ritornello di questa canzone è pari pari quello di una canzone degli anni ’50.

Nel caso di persone che si somigliano moltissimo, tanto da sembrare identici, si usa spesso anche essere spiccicato ad un’altra persona o essere tale e quale un’altra persona.

Sei tale e quale tuo padre

Sei spiccicato ad un mio amico. Incredibile!

Sei tale e quale a vent’anni fa.

Naturalmente pari pari non fa parte del linguaggio formale, ma si usa molto di frequente.

Ripassiamo adesso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (California): nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura. Come potremmo dirlo in altre parole usando delle frasi di ripasso?

Sergio (Argentina): se ci sente Dante Alighieri potrebbe anche metterci le mani addosso lo sai?

Peggy (Taiwan): il ripasso è ancora in divenire, e chissà come andrà a finire. Andremo tutti all’inferno di questo passo?

Harjit (India): rispondo io all’appello. Dante, con quelle parole, dice di trovarsi a metà, e quindi nel mezzo della sua vita. Ha quindi circa quarant’anni.

Hartmut: quale che sia la sua età, pare stia attraversando un brutto momento

Ulrike (Germania): Il pensiero di Dante di cui sopra non mi tange. Anch’io ho attraversato quell’età e allora mi sono imbattuta in avventure piuttosto piacevoli e avvincenti e fino ad oggi non ho avuto mai sentore che la mia vita prendesse una brutta piega.