619 Pari pari, spiccicato, tale e quale

Pari pari, spiccicato, tale e quale

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Trascrizione

Giovanni: ripetere una parola, nella lingua italiana, può dar luogo a espressioni con un significato particolare, a volte difficilmente intuibile.

Altre volte invece non è così difficile capirlo. Mia suocera ad esempio ha due barattoli di caffè, ed uno dei due è caffè decaffeinato. Come distinguerli?

Su quel barattolo ha scritto “caffè”. Allora sul barattolo del caffè diciamo “normale” cosa poteva scrivere?

La sua scelta è caduta sulla scritta “caffè caffe” che sta per “vero caffè”. Come dire che in questo barattolo c’è del caffè che è più caffè dell’altro. Quasi caffè fosse un aggettivo.

In effetti questo giochino si fa spesso, soprattutto all’orale, prevalentemente proprio con gli aggettivi ma non solo:

Questo è un hamburger vegetale e quest’altro invece è un hamburger hamburger!

Tra poco ti presento Marco e Giulio. Marco è un amico dell’università. Giulio è invece un amico amico. Ci conosciamo da sempre.

Altre volte è un po’ più difficile.

È il caso di “ancora ancora” che abbiamo già incontrato e spiegato in questa rubrica. Anche “pari pari” non è proprio facile da capire. Spieghiamolo allora.

La parola pari ha più significati e uno dei più diffusi è legato all’uguaglianza.

Io e te siamo pari di età (abbiamo la stessa età)

Un metro è pari a 100 cm

Il mio stipendio è pari a 2000 euro

La tua intelligenza è pari alla mia

Ci può essere una corrispondenza, come nel caso dei cento centimetri che corrispondono (sono pari)! a un metro, e anche dello stipendio che corrisponde (è pari) a 2000 euro, altre volte si tratta di un livello, come nel caso dell’intelligenza. Lo stesso livello diventa “pari livello”.

Pari pari” significa invece uguale esattamente, proprio uguale, ma difficilmente si usa quando c’è un livello di qualcosa, tipo stessa intelligenza, stessa quantità di lavoro eccetera.

Si usa prevalentemente in caso di uguaglianza alla vista o in qualcosa di scritto o sentito e che spesso stupisce.

Ho sentito un politico fare un discorso pubblico. Lo stesso discorso lo aveva fatto cinque anni fa, pari pari.

Il professore scopre che due compiti sono completamente identici e dice: ho notato che il compito di Giovanni è pari pari quello di Rosario. Chi dei due ha copiato?

Oggi ho conosciuto un ragazzo che è pari pari tuo fratello.

Notate che non è necessario scrivere la preposizione “a”:

Lui è pari pari tuo fratello

E non “lui è pari pari a tuo fratello”.

Si potrebbe dire anche uguale/uguali “in tutto e per tutto“.

Si può anche dire “alla lettera” se si tratta di parole:

Devi fare pari pari ciò che ti ho detto. Né una cosa in più, né una in meno.

Devi fare ciò che ti ho detto alla lettera.

Spesso in “pari pari” c’è anche l’idea del plagio, della scorrettezza, come nel caso del compito copiato pari pari da uno studente. Oppure se dico:

Il ritornello di questa canzone è pari pari quello di una canzone degli anni ’50.

Nel caso di persone che si somigliano moltissimo, tanto da sembrare identici, si usa spesso anche essere spiccicato ad un’altra persona o essere tale e quale un’altra persona.

Sei tale e quale tuo padre

Sei spiccicato ad un mio amico. Incredibile!

Sei tale e quale a vent’anni fa.

Naturalmente pari pari non fa parte del linguaggio formale, ma si usa molto di frequente.

Ripassiamo adesso?

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Irina (California): nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura. Come potremmo dirlo in altre parole usando delle frasi di ripasso?

Sergio (Argentina): se ci sente Dante Alighieri potrebbe anche metterci le mani addosso lo sai?

Peggy (Taiwan): il ripasso è ancora in divenire, e chissà come andrà a finire. Andremo tutti all’inferno di questo passo?

Harjit (India): rispondo io all’appello. Dante, con quelle parole, dice di trovarsi a metà, e quindi nel mezzo della sua vita. Ha quindi circa quarant’anni.

Hartmut: quale che sia la sua età, pare stia attraversando un brutto momento

Ulrike (Germania): Il pensiero di Dante di cui sopra non mi tange. Anch’io ho attraversato quell’età e allora mi sono imbattuta in avventure piuttosto piacevoli e avvincenti e fino ad oggi non ho avuto mai sentore che la mia vita prendesse una brutta piega.

Disdire – VERBI PROFESSIONALI (n.67)

Disdire

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richiesta adesione Indice degli episodi del coso di Italiano Professionale

Descrizione

Giovanni: il verbo disdire è il numero 67 dei verbi professionali. La questione ha a che fare con le prenotazioni. Potremmo parlare anche di appuntamenti ma in particolare di prenotazioni.

Durata: 13 minuti 

618 Farcela, fargliela e fagliela

Farcela, fargliela e fagliela

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Trascrizione

Giovanni: una cosa molto interessante, secondo me, per voi che state imparando l’italiano, è riuscire a capire bene come usare bene i verbi, specie quelli più complicati, magari riflessivi o persino quelli pronominali. Ne abbiamo parlato più volte ma oggi vorrei parlarvi di farcela, fargliela e fagliela, che possono essere confusi tra loro.

Vediamo naturalmente alcuni esempi, molto più utili a capire rispetto alla sola spiegazione tecnica.

Es:

Riusciremo a sconfiggere la pandemia? Bisogna assolutamente farcela!

Bisogna colpire il bersaglio ma farcela al primo colpo mica è facile!

Farcela quindi è come riuscire a fare qualcosa di impegnativo, raggiungere un risultato.

Ce la fai?

Si, ce la faccio, e tu ce la fai? Per farcela occorre impegnarsi. Cerca di impegnarti.

Riesci a fare questo esercizio? Riesci a farcela?

Farcela presume uno sforzo, fisico o mentale, una sfida da superare, un ostacolo.

Esiste anche farcelo. Ma qui gli ostacoli e le sfide non c’entrano nulla.

Se c’è un problema occorre farcelo sapere. Fatecelo sapere mi raccomando.

Quindi farcelo si riferisce a noi. Però ha bisogno di un altro verbo dopo.

Un altro esempio:

Farcelo dire da qualcun altro non serve. Dovete farcelo sapere voi.

Un altro:

A noi non piace il pollo. Farcelo mangiare per forza non ci aiuterà.

State ovviamente parlando di qualcosa, rappresentato da “lo” che sta alla fine di farcelo. “ce” invece rappresenta “noi”.

Se parlassi di me sarebbe farmelo.

Ho vinto 1000 euro? Farmelo sapere non sarebbe una cattiva idea

Se parlassi di te sarebbe fartelo.

Se parlassi di lei o lui sarebbe farglielo.

Se parlassi di voi sarebbe sarebbe farvelo.

Se parlassi di loro sarebbe sempre farglielo.

Attenzione perché farcelo può diventare anche farcela, con lo stesso significato appena descritto (si parla di noi), ma si sta parlando di qualcosa di femminile. E così può anche diventare farcele e farceli.

Noi siamo vegetariani. Non ci piace la carne. Farcela mangiare (la= carne) per forza ci farà soffrire.

Volete ucciderci? Farcela pagare non risolverà nessun problema.

Tu non sai raccontare questa barzelletta. Se vuoi farci ridere occorre farcela raccontare da qualcuno più bravo.

Come sarà vincere i mondiali? La sensazione dobbiamo farcela dire da coloro che ci sono riusciti. Farcela non è mai facile.

In quest’ultimo caso abbiamo usato “farcela” nei due modi descritti.

Come distinguere i due casi?

Semplice: quando si tratta di una sfida da superare non c’è mai (quasi mai) un altro verbo dopo:

Occorre farcela da soli

Farcela con le proprie forze non è mai facile.

Notate che in questo caso non sto parlando di noi.

Ho detto che quando si tratta di una sfida non c’è quasi mai un altro verbo dopo. In realtà può accadere infatti:

Farcela presuppone molto coraggio.

Farcela significa riuscire a superare un ostacolo.

Per farcela serve coraggio

Allora come facciamo? Beh, basta notare che in questi casi il verbo non è mai all’infinito. Abbiamo risolto allora!

Adesso passiamo a “fargliela” che in realtà abbiamo già incontrato in uno degli esempi che vi ho fatto sopra.

Fargliela è come farcela ma fargliela si riferisce a lui, lei o loro.

Quindi si usa ugualmente insieme ad altri verbi all’infinito e poi esiste anche farglielo, farglieli e fargliele.

Il bimbo non mangia la pappa? Bisogna fargliela mangiare altrimenti non cresce.

Fargliela termina con “a” perché si riferisce alla pappa.

I ragazzi non hanno ancora letto questo libri? Occorre farglieli leggere entro una settimana.

Devo dare alcune foto a mia moglie. Vorrei fargliele avere ma non so come.

Abbiamo fatto molte attività durante le vacanze. Avrei voluto fargliele fare anche a mia figlia ma non è voluta venire con noi.

Adesso però manca ancora fagliela che ha una erre in meno rispetto a Fargliela.

Quando uso fagliela mi sto rivolgendo direttamente a te. Facile quindi.

Ti sto invitando a fare qualcosa. Ma cosa?

Es: fagliela mangiare la pappa al bimbo.

Ti sto invitando a far mangiare la pappa al bimbo.

Lo studente deve ripetere la poesia a memoria. Fagliela dire a memoria! Non deve leggere.

Fagliela vedere a quei farabutti!

Quindi fagliela significa, rivolgendomi a te, fai fare qualcosa (la) a lui o a lei o a loro.

Ma adesso che abbiamo capito la differenza tra fargliela, fagliela e farcela, vi devo dare una brutta notizia.

Fargliela si usa anche in un altro modo, non solo davanti ad altri verbi. Precisamente si usa nel senso di imbrogliare una persona.

Avete mai sentito l’esclamazione seguente?

Te l’ho fatta!

Non ho detto “ce l’ho fatta” che significa “ci sono riuscito” ma “te l’ho fatta” quindi l’ho fatta a te.

Potrei dire che “te l’ho fatta credere”.

Questa è una modalità alternativa che conosciamo meglio perché l’abbiamo spiegata poco sopra.

Ad ogni modo significa: sono riuscito a imbrogliarti, sono riuscito a farti credere qualcosa di falso. Ci sei cascato! Ti ho fregato!

Se mi rivolgo te posso dire così, ma se sto dicendo che ho imbrogliato Paolo, oppure due o più persone, dico:

Gliel’ho fatta!

Vuoi sapere a chi l’ho fatta? A Paolo.

Sono riuscito a fargliela!

Non è stato facile fargliela, ma alla fine ce l’ho fatta.

Se dico che ho imbrogliato voi, posso dire:

Ve l’ho fatta. Farvela non è stato facile.

Se sei tu che hai imbrogliato Paolo:

Gliel’hai fatta. È stato facile fargliela?

Adesso ripassiamo un po’ grazie ai membri dell’associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Uli: sapete la differenza tra emozioni e sentimenti? Io potrei dire che si possono suscitare sia le emozioni che i sentimenti.

Ulrike: le emozioni però sono più simili a delle reazioni a stimoli esterni o interni. Io direi che si contraddistinguono per questa caratteristica.

Harjit: i sentimenti sono simili, ma durano di più. Ad esempio l’emozione della gioia dura meno del sentimento dell’amore. La gioia a volte manco arriva che subito svanisce.

Irina: poi le emozioni vengono prima. A volte sono anche inaspettate e possono prenderti in contropiede. L’attrazione ad esempio precede l’amore. E la felicità è sempre preceduta dalla gioia.

Mary: c’è chi preferisce le emozioni perché si dice siano più intense dei sentimenti. Di contro possono anche essere incontrollabili se si mette male.

Karin: le emozioni sono anche più spontanee, direi automatiche. Può scapparci anche uno schiaffo a volte. Per questo possono anche far paura. Soprattutto a chi lo riceve!

617 Erga omnes e ad personam

Erga omnes e ad personam

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Trascrizione

Giovanni: avrete sicuramente sentito parlare di leggi ad personam. Se ne parla abbastanza spesso nei telegiornali italiani.

Non è difficile da spiegare.

Iniziamo dalla definizione di legge.

Si tratta di un atto legislativo, una decisione del parlamento. Non voglio entrare troppo nel dettaglio, basti dire che le leggi o provvedimenti legislativi o come li vogliamo chiamare, fissano delle regole che valgono per tutti.

Tutti devono rispettare la legge, e generalmente la decisione che sta alla radice di una legge è basata sulla risoluzione di un problema, che naturalmente ha a che fare con i diritti dei cittadini e con i principi su cui è fondata la nazione.

Bene. Si sente tuttavia parlare di leggi ad personam, una locuzione latina che significa “alla persona”, “a titolo personale”, oppure “solo per la persona” cioè solo per una data persona.

Si dice questo riguardo a provvedimenti emanati non per garantire un diritto, non per risolvere un problema comune dei cittadini, ma per risolvere un problema di una sola persona, per tutelare questa persona, o per non farla andare in carcere o cose simili.

Si dice così non solo a proposito di alcune leggi, ma con finalità diverse, anche di cariche, titoli, privilegi, che vengono concessi “alla persona” ma non sono trasmissibili né per delega né ereditariamente, attraverso la parentela.

Più in generale si può usare anche a proposito di riferimenti rigorosamente individuali.

Es:

Un trattamento economico ad personam.

Un contratto ad personam

Come dire che sono le caratteristiche del singolo individuo a determinare le caratteristiche del contratto o del trattamento economico.

Si potrebbe anche parlare di qualcosa disegnato o pensato “su misura“, altra locuzione che si usa prevalentemente quando si parla di prodotti personalizzati, come le scarpe su misura o un vestito su misura, o anche di servizi su misura.

Si parla spessissimo di prodotti su misura ma siamo in ambito commerciale. È sicuramente una buona cosa avere delle scarpe su misura perché sono state costruite appositamente per il mio piede. Lo stesso dicasi per un vestito su misura o un qualunque servizio su misura, pensato appositamente per venire incontro alle esigenze personali.

Ma una legge su misura, cioè ad personam non è mai una buona cosa. Non lo è perché le leggi sono pensate per valere per tutti. Si può dire che una legge dovrebbe essere pensata per essere erga omnes, e non ad personam. Questa è la seconda locuzione latina di cui volevo parlarvi.

Io mi rivolgo ad un pubblico non madrelingua, e per questo ritengo sia importante dirvi che queste due locuzioni latine non fanno parte del linguaggio colloquiale o di tutti i giorni. Sono invece spesso usate dai giornalisti o avvocati e si sentono anche nel corso dei telegiornali.

Erga omnes significa “per tutti”, “nei confronti di tutti”, e si usa specialmente nel linguaggio giuridico-amministrativo. Si parla ad esempio di:

Contratti validi erga omnes

Sappiate che erga omnes e ad personam sono espressioni collegate tra loro, ma non sono esattamente l’una il contrario il dell’altra, nonostante possiamo utilizzarle in modo contrastante tra loro.

Sarà molto più semplice per voi usare ad personam, perché si usa prevalentemente per indicare favori personali, privilegi ingiusti fatti a singole persone.

Più complicato è usare erga omnes che si usa soprattutto per i cosiddetti diritti assoluti, che garantiscono al titolare di questo diritto il potere di farli valere nei confronti di tutti gli altri soggetti.

Allora se un contratto è valido erga omnes allora sto tranquillo perché è valido nei confronti di tutti. Esempi di questi diritti sono la proprietà e i diritti della persona.

Possiamo usare erga omnes anche se parliamo di un diritto da garantire a tutti, e quindi anche di un provvedimento, di una legge.

Possiamo dire ad esempio che la libertà di parola o la libertà religiosa sono diritti erga omnes. Infatti tutti, in Italia, possono credere nel dio che preferiscono e tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Si può dire ugualmente che la legge vale per tutti, quindi vale erga omnes. Non ci sono eccezioni.

Per farvi un altro esempio più semplice di utilizzo delle due locuzioni, sappiate che prima di creare un episodio di Italiano Semplicemente, io indirizzo il mio interesse erga omnes, mi rivolgo erga omnes, vale a dire verso tutti i non madrelingua indistintamente.

Non penso alle esigenze dei madrelingua spagnola o cinese, non penso alle problematiche particolari che può avere un giapponese o un tedesco. Men che meno cerco di risolvere i problemi di una sola persona.

In quest’ultimo caso sarebbe un episodio ad personam, pensato proprio per lei, su misura per questa persona.

Comunque adesso tocca al ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Uli (Germania): sapete la differenza tra la delusione e la rabbia? Secondo me la rabbia si sfoga esternamente e la delusione internamente. In entrambi i casi si infierisce su qualcuno.

Harjit (India) e Edita (Rep. Ceca): Già. Ma la delusione deriva da aspettative sbagliate, o meglio, da illusioni. Quindi ci si illude di qualcosa che poi non si verifica. La rabbia invece si scatena normalmente dall’impossibilità di rimediare.

Camille (Libano): comunque c’è rabbia e rabbia. Io a volte sono adirato, altre volte semplicemente innervosito. Poi ci sono delle volte che perdo proprio il lume della ragione.

Ulrike (Germania): credo non piaccia a nessuno essere in balia della rabbia. Poi bisogna vedere anche il motivo che c’è a monte.

Karin (Germania): ho letto che non appena si fa strada un sentimento di rabbia, è bene contare fino a tre prima di reagire. Anche perché se si esagera, quand’anche si avesse un buon motivo per arrabbiarsi, poi si passa dalla ragione al torto. Sempre meglio fare appello alla calma. Meglio ancora imparare a prenderla con filosofia.

Spiegazione del ripasso

Nella prima frase di ripasso, Uli dalla Germania, ci parla della differenza fra delusione e rabbia. Sentimenti diversi, che però ugualmente infieriscono su qualcuno. Naturalmente la delusione può portare ad infierire su sé stessi, mentre la rabbia ad infierire su altre persone. Secondo Uli quindi sono due sensazioni diverse ma che si manifestano spesso con una certa violenza, cioè colpiscono le persone e danneggiano il loro benessere.

La seconda frase, pronunciata da Harjit e da Edita, fa notare che la delusione deriva da aspettative non soddisfatte. Poi chiariscono (dicendo “o meglio” ) e dicono che la delusione può derivare da delle illusioni. Le aspettative infatti possono essere realistiche o eccessive e può capitare che ci si illuda di qualcosa e in tal caso il risultato è una sensazione di delusione poiché, in quanto eccessive, tali aspettative non vengono soddisfatte.

Riguardo alla rabbia si afferma che c’è qualcosa di irreversibile, accade cioè qualcosa di apperentemente irrimediabile e questo genera, produce rabbia.

La rabbia si scatena da queste illusioni, cioè ha origine da queste illusioni ed è una reazione difficilmente controllabile, che può arrivare anche ad essere violenta. A ciò si può aggiungere che spesso il tempo guarisce le ferite e il perdono diviene possibile.

Poi arriva Camille, libanese, che tiene a fare una puntualizzazione.

Secondo lui c’è rabbia e rabbia, cioè ci sono diversi tipi di rabbia, ci sono diversi livelli, diverse gradazioni. Si può essere adirati, cioè leggermente arrabbiati, oppure più semplicemente innervositi.

Poi ci sono delle volte che si può essere arrabbiatissimi, tanto da perdere il controllo, la razionalità quindi, detto in altre parole, tanto da perdere il lume della ragione.

Ulrike aggiunge che a nessuno piace essere in balia della rabbia, vale a dire essere travolti dalla rabbia, senza possibilità di contrastarla. Poi bisogna vedere anche il motivo che c’è a monte, termina Ultike, cioè il motivo che ha causato la rabbia, che sta all’origine di questa reazione.

Infine Karin, tedesca come Ulrike, dice di aver letto che non appena si fa strada un sentimento di rabbia, è bene contare fino a tre prima di reagire.

Quindi, immediatamente prima che la rabbia stia per esplodere e che inizia a avanzare e a manifestare le conseguenze negative, meglio contare fino a tre.

Questo perché anche qualora (quand’anche) si avesse un buon motivo per arrabbiarsi, poi si passa dalla ragione al torto, cioè non è giustificabile e ammissibile uno scatto di rabbia. Sempre meglio, in questi casi, contare fino a tre, cioè fare appello alla calma, ricorrere alla calma. C’è persino una soluzione migliore di questa: prenderla con filosofia, cioè assumere un atteggiamento più distaccato, come fanno i filosofi che hanno una visione della vita più basata sull’equilibrio spirituale.

616 La pesantezza

La pesantezza

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Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo della pesantezza. L’avrete capito dal titolo immagino 🙂

La pesantezza è interessante perché è la caratteristica delle cose pesanti.

Già. Ma che significa che una cosa è pesante?

Voi mi direte: una cosa è pesante quando pesa molto, cioè quando il suo peso è notevolmente alto.

Certo, vi rispondo io, ma il peso è un concetto semplice. È la pesantezza ad essere invece complessa perché non dipende dal numero di chilogrammi che risultano dalla bilancia.

Io ad esempio peso 82 kg, e questo significa che sono pesante 82 kg. Il mio peso è 82 kg. Posso dire di essere più pesante di una persona che ha un peso minore del mio.

Non c’è dubbio su questo. Ma sto parlando del mio peso e non della mia pesantezza. Ma allora cos’è la pesantezza?

Purtroppo, come avrete sicuramente immaginato, ci sono oltretutto diversi tipi di pesantezza.

Esiste ad esempio la pesantezza di stomaco.

Es:

Oggi avverto una forte pesantezza di/allo stomaco.

Allora anche degli alimenti possono dirsi “pesanti” quando sono difficili da digerire, quando danno pesantezza allo stomaco, quando cioè sono indigesti.

Non si parla del peso dell’alimento che mangiamo, ma della sua pesantezza.

Oppure potrei avvertire una pesantezza alle gambe.

Nel primo caso ho lo stomaco pesante, nel secondo caso ho le gambe pesanti. La pesantezza dunque è una sensazione e come tutte le sensazioni si avverte.

Se avverto una pesantezza alle gambe o allo stomaco allora non significa che sono ingrassato alle gambe o allo stomaco, ma che avverto un disturbo alle gambe o allo stomaco e più in generale un disturbo delle funzioni fisiologiche, non grave ma fastidioso, da attribuirsi a fattori contingenti, come ad esempio un abuso, un’esagerazione.

Quindi è facile avvertire una pesantezza allo stomaco dopo una abbuffata, cioè dopo aver mangiato molto.

Se invece faccio una lunghissima passeggiata è facile che la sera io possa avvertire una certa pesantezza alle gambe.

Analogamente, dopo una lunga giornata di lavoro potrei tranquillamente avere la testa pesante.

E cosa dire dell’alito pesante?

L’alito pesante è ugualmente un disturbo fisiologico, tant’è che ha anche un nome: alitosi.

Chi soffre di alitosi ha spesso l’alito pesante e questo significa che l’alito ha un cattivo odore. Si parla anche di alito cattivo. Non è piacevole vero?

Ma torniamo alla pesantezza.

Anche una lezione universitaria o una trasmissione televisiva, o un’intervista possono risultare pesanti da ascoltare. In questo caso la pesantezza è assimilabile alla noia, ma non è detto.

Oggi ho seguito una lezione di Italiano molto pesante. Ho veramente faticato a restare sveglio fino alla fine.

Si tratta di pedanteria, prolissità. Abbiamo assistito ad una lezione pedante, cioè noiosa o lunga, prolissa.

Un discorso può risultare pesante quando è lungo e pieno di cose complicate oppure cose scontate, banali, inutili da dire, che conoscono tutti, oppure quando il tono di voce usato è basso o la voce è particolarmente piatta, senza emozioni, senza variazioni: una noia mostruosa!

Alcuni professori sono veramente pesanti da ascoltare.

Insomma, si tratta in questo caso della difficoltà nel riuscire a restare concentrati tutto il tempo.

La parola difficoltà è probabilmente la più importante per capire il concetto di pesantezza.

La lezione è stata di una pesantezza estenuante

Una cosa è certa: non è stata una lezione piacevole.

Anche una persona però può essere definita pesante.

La pesantezza di una persona dipende da vari fattori, ma in sostanza anche qui possiamo parlare di difficoltà: la difficoltà nel riuscire a sopportare questa persona o a passare del tempo con lei.

Questa difficoltà può dipendere da diverse cose:

Può essere la difficoltà nel riuscire ad ascoltarla perché molto noiosa, oppure perché si lamenta spesso, o perché attira troppo l’attenzione su di sé, oppure perché è troppo timida o suscettibile e allora bisogna stare attentissimi ad usare sempre le parole giuste senza che si offenda.

Quando non si è a proprio agio con una persona, risulta pesante passare del tempo con lei. Non è piacevole. A volte è semplicemente una mancanza di spontaneità di una persona che ce la fa definire una persona pesante.

Anche il proprio fisico si può avvertire come “pesante” senza necessariamente parlare di peso.

Oggi mi sento molto pesante nei movimenti.

Avverto quindi una mancanza di agilità, i movimenti risultano più difficoltosi del solito

Ecco, allora la pesantezza, in tutti i suoi significati, potremmo definirla una sensazione che possiamo collocare dalla parte opposta rispetto al piacere.

Difficoltà e mancanza di piacere ci sono sempre, sia che si tratti di pesantezza allo stomaco, alla testa, alle gambe, di alito pesante e di persone pesanti.

La spiacevolezza e la difficoltà in questi ultimi casi (alito e persone) sono però avvertite dalle altre persone.

Difficile sopportare alito pesante e persone pesanti.

Poi ci sono anche altre forme di pesantezza. Ad esempio quando diciamo che l’aria è pesante perché si respira a fatica, quando ad esempio c’è poco ossigeno o perché le finestre sono sempre chiuse.

Ma l’aria è pesante anche quando l’atmosfera è tesa, quando c’è tensione nell’aria, per via di un litigio, una discussione o di una situazione opprimente. Anche in questo caso possiamo ugualmente parlare di aria pesante.

Es:

A casa mia recentemente tira/c’è un’aria pesante perché ci sono conflitti tra noi genitori e i nostri figli.

Ci sono poi le cosiddette droghe pesanti, come la cocaina e l’eroina.

Un lavoro pesante invece è un lavoro che richiede molto sforzo fisico.

Poi ci sono le “battute pesanti” , che sono battute offensive e volgari che hanno invece la pretesa di essere divertenti.

Anche le battute pesanti sono difficili da sopportare. Creano imbarazzo.

Speriamo infine che non sia questo episodio a risultare pesante!

Allora per alleggerire l’episodio ascoltate un bel ripasso delle lezioni precedenti e poi la spiegazione del ripasso con parole più umane.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

(scarica l’audio)

Albèric (Francia): l’episodio non è stato pesante secondo me, o quantomeno non mi ha dato molto filo da torcere.

Ulrike (Germania): ha un solo neo per me: il fatto di non approfondire abbastanza il concetto di “peso”. Non è che mi stia lamentando però ok? Spero che Giovanni non se ne abbia a male. Non voglio sembrare ingenerosa.

Rauno (Finlandia): Invece il prossimo episodio, che io sappia, sarà più leggero perché si parlerà di due locuzioni latine molto semplici da usare. Però non c’è più tempo per entrare nel merito.

Edita (Repubblica Ceca): a me sta bene, purché l’episodio sia breve però. Non mi vanno a genio le Pappardelle. Il tempo libero è quello che è.

M5: si direbbe che tu abbia fretta. Meglio non mettere dei paletti di questo tipo però. Minuto più, minuto meno…

– segue una spiegazione del ripasso –

Albèric, membro francese, esordisce dicendo che l’episodio non è stato pesante secondo lui. Quindi albéric non si è stancato o stressato ad ascoltarlo. Poi aggiunge che “quantomeno” questo episodio non gli ha dato molto filo da torcere. Albéric ha aggiunto che un obiettivo minimo raggiunto è che l’episodio non gli ha creato molti problemi, cioè non gli ha dato molto filo da torcere. Un episodio comprensibile quindi secondo Albéric.

Ulrike dalla Germania ha aggiunto che l’episodio ha un solo neo secondo lei. Quindi c’è solo una piccola cosa che non va, solo un piccolo difetto, cioè il fatto di non approfondire abbastanza il concetto di “peso”. Questo è lunico neo. Non è che lei si stia lamentando, aggiunge Ulrike, che pertanto ci tiene ad aggiungere questa informazione: non si sta lamentando. Non è questo l’obiettivo della sua osservazione.

Lei spera che io non me ne abbia a male per aver sottolineato questo piccolo neo. E infatti io non me ne avrò certamente a male per cosi poco. Non voleva sembrare ingenerosa Ulrike. Ma lei non lo è mai. Come potrei accusarla di una cosa simile? È sempre stata la prima a esprimere apprezzamenti per il lavoro quotidiano e lo sforzo che viene fatto per realizzare gli episodi.

Rauno dalla Finlandia afferma di conoscere l’oggetto del prossimo episodio.
Che lui sappia, cioè per quanto ne sappia lui, cioè stando alle sue conoscenze, attenendosi alle informazioni in lui possesso, l’episodio venturo sarà ancora più leggero (quindi ancora meno pesante. Anche la leggerezza si usa in modo figurato, proprio come la pesantezza) perché si parlerà di due locuzioni latine molto semplici da usare. Però, conclude Rauno, non c’è più tempo per entrare nel merito, cioè non c’è più tempo per approfondire la questione. Non c’è più tempo per andare maggiormente in profondità spiegando meglio di cosa si tratta.

Edita, dalla Repubblica Ceca dice che a lei sta bene, cioè lei è d’accordo purché l’episodio sia breve però. Quindi Edita è d’accordo con Rauno ma a una condizione: che l’episodio sia breve. Sembra che ad Edita non vadano a genio le pappardelle. Quindi pare che a Edita non piacciano gli episodi lunghi e noiosi. Sembra che lei non gradisca episodi troppo lunghi. Edita conclude che il tempo libero è quello che è. Questo significa che il tempo libero è poco, quindi bisogna usarlo bene, perché è proprio durante il tempo libero che lei ascolta gli episodi di italiano semplicemente.
Infine Camille, dal Libano, non sembra molto d’accordo con Edita, e infatti afferma che secondo lui Edita ha fretta. Questo è ciò che sembra, ciò che si direbbe, quindi ciò che Camille desume dalle sue parole. Si direbbe che Edita abbia fretta secondo Camille.

Meglio, secondo Camille, non mettere dei paletti di questo tipo. Quindi secondo Camille non è conveniente imporre dei limiti temporali alle spiegazioni. Uno o due minuti in più non fa molta differenza: minuto più, minuto meno, non fa differenza secondo Camille.

615 Di questo passo

Di questo passo (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: pare che negli ultimi 100 anni la temperatura media nel pianeta sia cresciuta di un grado circa. Negli stessi anni la quantità di ghiaccio e neve si è ridotta e il livello dei mari è aumentato. Di questo passo dove andremo a finire?

Quest’ultima frase la si sente molto spesso pronunciare dagli italiani, voglio dire, anche al di là della questione ambientale.

Di questo passo dove andremo a finire?

Analizziamo questa frase insieme.

Iniziamo dal passo. Il termine passo ha molti significati e uno di questi indica il cammino, quindi l’andamento di una persona che cammina. Un passo si fa col piede e un passo dopo l’altro si va avanti, si procede in avanti. Una volta si fa un passo col piede destro e una volta col sinistro.

Quando si va avanti, quando cioè si cammina, possiamo procedere a velocità diverse e si può dire che la velocità dipende dal passo che si tiene.

Se il passo è veloce, se si sta tenendo un passo veloce, allora la velocità in cui andiamo è maggiore, ma se il passo è lento la velocità è più bassa.

Quindi il tipo di passo indica anche una velocità di una persona che cammina ma anche che guida un’auto o una moto o un qualsiasi altro mezzo.

Quando si dice “di questo passo” si intende quindi “procedendo di questo passo” cioè “andando avanti con questa velocità”, o più in generale “se andiamo avanti in questo modo”, “se proseguiamo così”.

Insomma si vuole indicare una situazione che nel futuro non cambierà e si immagina una possibile conclusione se le cose continuassero in questo modo.

La locuzione “di questo passo” si usa sempre per rappresentare una possibile evoluzione di un fenomeno, quando ipotizziamo che le cose vadano avanti allo stesso modo di come stanno andando attualmente.

“Questo passo” indica l’andamento attuale che lascia un immaginare una possibile evoluzione.

Di questo passo dove andremo a finire?

Questa frase significa quindi: se si procede in questo modo, se le cose peggiorano (in genere si parla di una situazione in peggioramento)! di giorno in giorno sempre con lo stesso ritmo di oggi, senza alcun cambiamento, che succederà? Dove andremo a finire?

Questo “dove andremo a finire? ” è in realtà una domanda retorica, una finta domanda e ha un obiettivo preciso: mostrare preoccupazione per come si sta evolvendo un fenomeno, mostrare preoccupazione per come stanno andando le cose.

Vediamo altri esempi dell’uso di “di questo passo“, che è la parte più importante e interessante.

Luca sta facendo sei esami l’anno all’università. Di questo passo tra tre anni sarà laureato

Questo è un esempio molto semplice.

Se va avanti così Luca tra tre anni sarà laureato perché se continuerà a fare sei esami ogni anno in tre anni avrà fatto 18 esami e quindi avrà terminato tutti gli esami previsti.

Questa ipotesi sul futuro è dunque basata sull’attuale andamento che ci lascia immaginare una possibile tempistica per il raggiungimento della laurea.

Di solito questa espressione si usa come dicevo nel caso di una preoccupazione per qualcosa che non ci piace come sta andando ma possiamo anche prospettare qualcosa di positivo.

Un altro esempio:

Abbiamo vinto nove partite su dieci. Di questo passo nessuno riuscirà a raggiungerci in classifica e sicuramente vinceremo il campionato.

Questo è un altro esempio in cui l’andamento è basato su dei numeri.

Non sempre è così.

Ciò che conta è che si rappresenti un andamento attuale che lasci pensare una possibile evoluzione futura:

Mio nonno da circa un mese non ricorda più i nomi dei nipoti. Ma da circa una settimana addirittura non ricorda più neanche i nomi dei propri figli. Di questo passo dimenticherà praticamente tutto nel giro di qualche giorno.

Oppure (tra moglie e marito):

Non mi baci più ormai da un pezzo ormai, e adesso inizi anche a rispondermi male. Di questo passo tra un anno dormiremo in due letti separati.

L’espressione ha qualcosa in comune con una che abbiamo già visto. Sto parlando di “se tanto mi dà tanto“, che come abbiamo visto si usa ogni volta che vogliamo fare una deduzione logica.

Di questo passo” però è più semplice perché si parla di un solo fenomeno di cui immaginiamo l’evoluzione futura, quindi sparla di tempo, mentre con “se tanto mi dà tanto” possiamo confrontare più fenomeni o più questioni contemporaneamente, quindi è più complessa come espressione.

Inoltre non necessariamente si parla di una evoluzione futura.

Es:

L’Italia ha vinto 40 medaglie alle olimpiadi del 2021 e la popolazione italiana è di circa 60 milioni di abitanti.

Gli stati uniti d’America invece hanno una popolazione pari a circa 328 milioni di abitanti. Se tanto mi dà tanto le medaglie vinte dagli stati uniti dovrebbero essere circa 219. Invece sono state 113.

Quindi vedete che “di questo passo” si usa solo per prospettare una possibilità futura basata su come stanno andando le cose oggi. Invece “se tanto mi dà tanto” è più generica e si può usare ogni volta che usiamo la logica per fare una deduzione.

Adesso ripassiamo un po’:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rauno: vorrei dire che il termine passo, di cui si è parlato oggi, ha almeno tre o quattro usi diversi stando ai dizionari. Ma non voglio allarmare nessuno con questo.

Ulrike: se è per questo, ce ne sono alcune che ne hanno molti di più. Pensa ad esempio alla parola “campo”, che poi non è neanche la più complicata.

Irina: a me crea molti problemi il termine “pesante”, per via appunto dei numerosi utilizzi. Ma ho sentore che nel giro di qualche episodio ne sapremo tutti di più. E voi come la vedete?

Hartmut: Ci sono anche alcuni verbi sembrano apparentemente semplici come disporre oppure predisporre che invece possono rivelarsi molto ostici. Meno male che ci sono già due episodi dedicati nei verbi professionali. Ragion per cui adesso vado subito a ripassarli!

 . Segue una spiegazione del ripasso .

614 Avere un ascendente

Avere un ascendente

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Trascrizione

Giovanni: conoscete i segni zodiacali? Qualche tempo fa abbiamo anche pubblicato un audio-libro ad essi dedicato, sebbene questo audio-libro sia dedicato in realtà al carattere delle persone, quindi utile per imparare gli aggettivi per descrivere le persone, i tratti del carattere eccetera.

Ricordiamoli brevemente: Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Aquario, Pesci.

Ogni segno zodiacale, come sapete, prende il nome da una costellazione, che sono dei raggruppamenti apparenti in cui sono state suddivise le stelle sulla sfera celeste.
Ebbene, secondo l’astrologia, il segno di appartenenza influenza il carattere e il proprio modo di essere, oltre che il proprio destino.

Ma non esiste solamente il segno zodiacale che ci influenza. Ognuno di noi infatti ha anche un ascendente.

Il termine ascendente infatti non ha solo il significato di qualcosa che sale verso l’alto, che ascende.

Infatti ascendente ha anche il significato di antenato, cioè un lontano parente.

In astrologia però l’ascendente indica invece un segno zodiacale, quello che stava sorgendo, al momento esatto della nostra nascita, nel punto preciso in cui sorgeva il sole al mattino.

Dal punto di vista del carattere, l’ascendente di una persona rappresenta la parte di sé che viene mostrata agli altri, quindi come dire la propria personalità “esterna”, che tutti noi mostriamo alle altre persone.

Quindi secondo gli astrologi, il proprio ascendente influisce sulla nostra personalità.

Questo termine è entrato però nel linguaggio anche con un altro significato, su cui verte l’episodio di oggi.

Infatti con la frase “avere un ascendente” su una persona si intende la capacità di influenzare i comportamenti di questa persona, proprio come l’ascendente zodiacale.

Stranamente non si usa il verbo essere ma il verbo avere, proprio come con l’influenza e col verbo influenzare.

Ad esempio se dico che mia moglie ha un forte ascendente su di me vuol dire che lei ha una forte influenza su di me, io mi fido di lei, per me è importante la sua opinione, lei riesce a convincermi a differenza di altri che invece non hanno lo stesso ascendente su di me.

Si dice anche esercitare un ascendente su una persona, che è come dire avere influenza.

Normalmente si tratta di una influenza determinata dal prestigio, dall’autorità o dalla superiorità morale.

Questa persona che esercita un’ascendente su di me lo può fare anche grazie alla sua personalità. Per qualche motivo la sua opinione è importante, magari la stima che ho verso di lei o lui è il motivo del suo ascendente verso di me.

Es. Il padre di un ragazzo, non contento della sua alimentazione, può dire alla madre:

Vai a dire a nostro figlio che non deve mangiare tutte quelle schifezze. Tu hai un maggiore ascendente su di lui.

Oppure:

L’avvocato riuscirà a convincere mio madre, sapendo di avere ancora un forte ascendente su di lui, e mia madre quindi non rimarrà indifferente alle sue parole.

Più spesso del verbo esercitare si usa comunque il verbo avere: avere un ascendente.

Si utilizza sempre la preposizione “su”:

Io ho un certo ascendente sui miei ragazzi

Tu non hai un forte ascendente sui nostri figli

Il professore ha un fortissimo ascendente sui suoi studenti.

Non solo un essere umano può avere un ascendente su una persona però:

Il potere ha un forte ascendente sul nostro direttore

In questo caso è il potere ad esercitare una certa influenza sul direttore, e di conseguenza le decisioni del direttore dipendono molto dal potere, quindi dall’impatto e dall’influenza politica ad esempio.

Vi lascio adesso al ripasso del giorno:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

(scarica l’audio)


Harjit: a cosa si deve il forte ascendente di una persona su di noi?

Mary: forse sei dura di comprendonio? Ha detto il prestigio, la personalità o l’autorità. Ci sono diversi casi di ascendente.

Marta: c’è ascendente e ascendente comunque. Purtroppo anche molti dittatori hanno un enorme ascendente, oltre che potere, sui cittadini.

Irina: a un tratto mi sono accorta, mio malgrado, di non esercitare nessun tipo di ascendente su nessuno, fatto salvo il mio cane. E dire che sono un avvocato.

Edita e Hartmut: forse perché il cane è l’unico di cui hai veramente cura?

Ulrike: Irina, non ti curare di queste brutte parole. Lascia correre.

603 Aversene a male

Aversela a male

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Trascrizione

Giovanni: come promesso nell’ultimo episodio, oggi vediamo da vicino l’espressione “Aversene a male“, che meno frequentemente diventa “Aversene per male“. Di solito si usa la preposizione a.

Sono molto frequenti anche le forme “avercela a male” e “averne a male” se la utilizzo in modo impersonale.

Un po’ complicato all’inizio formare delle frasi ma facciamo più esempi in modo che sia più semplice per voi non madrelingua italiana.

L’espressione significa offendersi, che come abbiamo visto nello scorso episodio, è tipico delle persone permalose (che viene da “per male”).

Aversela a male è dunque la versione più diffusa.

Non avertela a male se ti dico che sei un po’ troppo permaloso

Non avercela/avertela/avertene/averne a male se la Juventus perde domani ok?

Non avercela/avertela/avertene/averne a male se la tua fidanzata non ti chiama ogni mezzora!

Spero che Giovanni non se l’abbia a male se non lo invito per la festa del mio compleanno.

Maria se ne ebbe a male quando le confessai che non mi piacciono le donne!

Le ho detto: non te ne devi avere a male per questo! Non devi avertene a male!

Non ve ne abbiate a male se non non dovessi salutarvi. La. Verità è che ho grossi problemi alla vista!

I miei amici se ne ebbero a male quando mi trasferii.

Non avercela/avertene/averne a male, ma dovrò ucciderti

I miei compagni di squadra mi hanno attaccato ma io non me ne sono avuto a male.

Prego chi legga queste poche righe di non avercela/aversela/aversene a male. Non voglio offendere nessuno

È un’espressione simile anon me ne volere” che abbiamo già visto, ma stavolta si pone maggiormente l’attenzione sulla reazione e sull’offesa ricevuta anziché sul risentimento verso una persona (verso di me se dico “non me ne volere).

Non avertene a male (non ti offendere per questo, non fare il permaloso)

Non me ne volere (non essere risentito con me, non offenderti con me).

Però possiamo anche dire che tu ce l’hai a male con me, dove c’è offesa, permalosità e risentimento nei mie confronti al contempo.

Rispetto al semplice uso del verbo offendersi aversela a male è ad ogni modo anche un modo più ricercato di esprimere lo stesso sentimento.

Naturalmente è molto più diffuso, nel linguaggio colloquiale, l’uso del verbo “prendersela“.

Non te la prendere se domani non ti chiamo

Questo è più intimo rispetto e personale a “non ce l’avere a male“, che invece direi che è più distaccato, quasi formale direi.

Ecco, se dovessi dare del lei alla persona con cui parlo o se mi riferisco meno a questioni personali, meglio usare avercene a male piuttosto che prendersela.

Prendersela quindi è più personale e colloquiale.

Se invece volessi essere più empatico e vicino alla persona con cui sto parlando probabilmente dovrei usare il verbo dispiacersi:

Non ti dispiacere se non dovessi modo di farti un regalino ok?

Lo so, “aversene a male” è più difficile. Abbiate pazienza. Però se vi esercitate ce la potete fare.

Io ce l’ho a male con te per ciò che hai fatto.
Ce l’hai a male perché l’affare è andato a monte?

Lei non ce l’ha a male con gli animali, è solo allergico al pelo del gatto!

Lui non deve aversene a male, ma non può andare in Italia senza green pass!

Nessuno deve aversene a male se si dovessero chiudere gli stadi per la pandemia. Sarebbe un atto necessario!

Ci hanno detto che ne abbiamo avuto a male, ma non è vero!

Voi ve ne aveste a male per avermi visto in mutande!

Gli inglesi se ne sono avuti a male per come sono finiti gli europei di calcio.

Adesso ripassiamo. Non vorrei ve ne aveste a male per via della durata dell’episodio…

Abbiamo un bel ripasso realizzato da Doris, che ovviamente è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente. I ripassi, d’altronde, sono ad esclusivo appannaggio dei membri.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Buongiorno. Dacché mi piacciono gli apporti di Bogusia nei suoi ripassi, e vorrei leggerli più spesso, mi sono sentita costretta a dare seguito a un suo appello, richiamo, o per meglio dire, al suo invito, di scrivere qualche riga per non darle buca. Il testo non contiene parole farraginose ma mi sono adoperata comunque per buttare giù qualche termine.

Forte della mia abnegazione e memore dell’utilità di ripassare, comprovata mille volte, sono riuscita alla fine a vincere questa maledetta indisciplina che mi affligge ogni volta quando mi accingo a scrivere qualcosa.

Se vogliamo superare la nostra pigrizia, in primis dunque dobbiamo smettere di battere la fiacca. Approfittiamo degli sprazzi di ispirazione, quando ci sentiamo meno sguarniti di idee e naturalmente dobbiamo ricordare che non tutte le ciambelle riescono col buco.

Con un po’ di assiduità e perseveranza di solito arriva prima o poi uno sprazzo di genio.

Comunque, laddove soffriate davvero di pigrizia come me, c’è un trucco che adopero ogni due per tre e che vi rivelerò subito: fare mente locale nel dormiveglia, la mattina presto.

Per la cronaca: non funziona sempre perché c’è il rischio di assopirsi. Se qualcosa va di traverso però, vi prego, non ve la prendete con me.

Se volete andare sul sicuro invece, l’alternativa è fare una capatina al sito, là dove si trovano tutti gli episodi trattati in precedenza.

Oggi non volevo rischiare nulla e mi sono avvalsa appunto della nutrita lista delle espressioni. Per scrupolo vi avviso che ancora terrò banco per un po’, perché non lo facevo da illo tempore.

La sottoscritta infatti non si fa mai sentire, fermo restando che l’assenza non dovrebbe fare la differenza finché i compiti vengono fatti con disciplina.

In ogni modo, la verità è che per noi stranieri è un po’ po’ di lavoro scrivere qualcosa di decente in una lingua ampiamente sconosciuta. Il tempo usato, di contro, è ben investito seppure spesso i frutti vengano raccolti solo molto più tardi.

Non ho il benché minimo dubbio però che anche chi non ha mai provato può fare un bell’esordio se è appassionato e ci si mette di buona lena. Rimanere a carissimo amico troppo a lungo può essere scoraggiante, per non dire demoralizzante. Non è cosa secondo me continuare col metodo che state seguendo se non funziona.

Non è ovviamente mia intenzione farvi vedere i sorci verdi.

Se un metodo ben ricercato come il nostro esiste perché non seguirlo? Guarda caso proprio oggi ho letto un vecchio proverbio cinese che la dice lunga: un’abilità che non aumenta giornalmente, diminuisce giornalmente.

Con questo vi saluto e vi auguro una buona giornata!

602 Il suffisso – oso

Il suffisso – oso

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Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo ripasso, era l’episodio n. 601, ci è stato chiesto di far luce sul termine farraginoso.

Allora colgo l’occasione per parlare più in generale del suffisso – oso.

Questo suffisso si utilizza non solo con “farraginoso“, ma è presente in parecchi aggettivi.

Pensiamo a generoso, borioso, arioso, formoso, noioso, ambizioso, poderoso, ecc.. ma anche spigoloso, peloso, eccetera.

Questi termini hanno in comune una cosa: c’è una abbondanza di qualcosa, un’abbondanza della qualità espressa dal sostantivo da cui derivano (aria, forma, generosità, spigoli, noia, peli ecc.).

Poi ci sono anche aggettivi che hanno un senso spesso figurato, come fumoso, che può essere una candela che fa fumo (candela fumosa) o un discorso o persino una persona fumosa, che similmente a farraginoso (come vedremo) indica la presenza di qualcosa di poco chiaro, quindi complicato e contorto. Pieno di fumo in senso figurato.

Certo, a volte è più complicato capire pensando al sostantivo. È il caso di favoloso che viene da favola. Ma “è una favola” si usa spesso per indicare qualcosa di bellissimo e indimenticabile.

Oppure pensiamo a permaloso. Da dove viene? Permaloso si dice di una persona che si offende facilmente, che dà prova di una certa suscettibilità risentita. Viene dal termine “male” perché “prende male” (interpreta male) le parole degli altri, nel senso che gli dà una lettura sbagliata, offensiva nei suoi confronti. Esiste infatti anche l’espressione aversela per/a male, che significa sempre offendersi. Ma questa bella espressione meglio se la vediamo bene nel prossimo episodio.

Torniamo a bomba invece. Anche farraginoso è difficile da decifrare per un non madrelingua. Deriva dalla farragine, che è un miscuglio indiscriminato di cose diverse. C’è l’idea della confusione.

Potrei dire ad esempio che un discorso fatto da una persona è molto farraginoso. Quindi è un discorso che si potrebbe dire pieno di concetti diversi, una farragine di concetti diversi tutti mischiati, senza un ordine preciso. Insomma un discorso noioso e confuso. Poco chiaro sicuramente.

Un racconto farraginoso o una tecnica farraginosa, una procedura farraginosa, quindi difficile da applicare, poco chiara. Un oggetto però non può essere farraginoso.

Curioso e anche l’aggettivo spettacoloso, molto simile a spettacolare.

Non è facile riuscire a capire quando usare l’uno o l’altro, e forse non c’è poi una così grande differenza.

Spettacolare è qualcosa di straordinario da vedere, tale da impressionare profondamente, una cosa suggestiva, straordinaria a vedersi e che impressiona profondamente.

Un tramonto spettacolare

Una gara spettacolare

Un incidente spettacolare

Una decorazione spettacolare

Festeggiamenti spettacolari

La vista è sicuramente la cosa più importante per parlare di spettacolarità.

Spettacoloso si tende a preferire quando stiamo dando un giudizio su qualcosa che non solo ci piace molto, ma che che è fuori dell’ordinario, fuori dal normale, eccezionale, non necessariamente legato alla vista:

Un’intelligenza spettacolosa

Un film che ha avuto un successo spettacoloso

L’atleta ha fatto un salto spettacoloso

Direi che con le attività umane che ci colpiscono per la loro eccezionalità sia preferibile usare spettacoloso. Per ciò che è più legato allo spettacolo vero e proprio è certamente più adatto spettacoloso.

Comunque a parte spettacolare e spettacoloso in genere non c’è questa doppia possibilità.

Allora spero che questo episodio non sia giudicato farraginoso, perché sarebbe noioso e poco chiaro.

Vi lascio al ripasso:

Bogusia: E così zitti zitti abbiamo superato i 600 episodi. E che po’ po’di episodi con i fiocchi, permettetemi di dire!
Noi dell’associazione italiano Semplicemente siamo ormai un bel nutrito gruppo di appassionati delle cose italiane, ivi comprese la lingua, la storia e cultura. Mi stupirebbe se ci fosse qualcuno tra noi di diverso avviso. Qualcuno che si imbatte in questo nostro sito, mentre cerca di trovare qualcosa per ingranare meglio con la lingua italiana casca davvero bene . Adesso però bando alle ciance perché in due minuti sono già passati.
Giusto il tempo di chiedervi qualcosa. Ho sentore però che il grosso di voi ne abbia ormai sentito parlare. Si tratta della scoperta a Pompei di una tomba con un corpo parzialmente mummificato, ce l’avete presente?
Si tratta di una scoperta che apporterà molto alla nostra conoscenza del passato. Si tratta di un corpo di un uomo anziano che aveva probabilmente 60 anni e passa ed era per giunta uno schiavo liberato. Pompei non smette di stupire e gli archeologi si aspettano una caterva di nuove scoperte meravigliose da regalare al mondo. Io a mia volta sto scalpitando per sentirne altre il più presto possibile. Per oggi questo è quanto. Ci riaggiorniamo. Ciao.

596 Sprazzi

Sprazzi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: cos’è la felicità?

Soprattutto, si può essere sempre felici oppure ci dobbiamo accontentare di sprazzi di felicità?

La felicità, si dice che sia fatta di brevi momenti, di sprazzi, che capitano ogni tanto, all’improvviso.

Avrete sicuramente capito l’argomento del giorno.

Non è l’unico modo questo di usare il termine sprazzo, usata sia al singolare (lo sprazzo) che al plurale (gli sprazzi).

Se volete sapere perché si usa l’articolo lo e gli è semplicemente perché sprazzi inizia per s e poi c’è un’altra consonante. Scusate se ho inserito un elemento grammaticale nella mia spiegazione. Lo facciamo soltanto a sprazzi in italiano semplicemente.

Un altro esempio?

Durante una giornata nuvolosa, il sole potrebbe comparire a sprazzi. Di tanto in tanto uno sprazzo di sole, un raggio vivido ( e improvviso.

Ma qualunque cosa, quando si manifesta saltuariamente, sporadicamente, cioè di tanto in tanto, possiamo dire che si presenta a sprazzi. Se poi aggiungiamo anche l’idea della sorpresa, qualcosa che arriva all’improvviso, ha ancora più senso usare lo sprazzo e gli sprazzi.

Mario è un ragazzo che ha molti momenti di confusione, con sprazzi di lucidità improvvisi.

La squadra solo a sprazzi ha mostrato il gioco richiesto dal suo allenatore.

Capite che c’è differenza rispetto ai tratti, dove manca l’elemento di sorpresa, e permane la saltuarietà, sebbene negli sprazzi sia più accentuata.

Uno sprazzo può quindi accadere di tanto in tanto, quando meno te l’aspetti.

Abbiamo risolto il problema grazie a uno sprazzo d’ingegno di Marco.

Usato al singolare, “tratto” non avrebbe alcun senso, perché è simile a “pezzo” o “porzione” (come il tratto di strada o il tratto di penna), mentre lo sprazzo trasmette l’uscita improvvisa.

A sprazzi” è invece abbastanza simile a “a tratti” ma come detto c’è più sorpresa, più saltuarietà e a volte anche più intensità.

Non ha molto senso pertanto parlare di interruzioni stradali a sprazzi.

Un termine che per questo motivo è molto amato dai poeti e dagli scrittori: sprazzi di pioggia e pioggia a sprazzi, sprazzi di gioia. E gioia a sprazzi, sprazzi di luce e luce a sprazzi e via discorrendo.

Ripasso degli episodi precedenti a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (Stati Uniti): mi piacerebbe avere uno sprazzo di lucidità, per poter comporre frasi di ripasso senza dover faticare così tanto, possibilmente senza scrivere obbrobri.

Ulrike (Germania): dai Irina, non la fare troppo lunga, neanche hai fatto in tempo a dirlo che già un ripasso sta prendendo forma.

Hartmut (Germania): ti sta andando di lusso finora, perché non hai fatto errori di sorta.

Rafaela (Spagna): Si direbbe che tu abbia fatto un corso intensivo. C’hai saputo fare. Il grosso del ripasso ormai è andato. Siamo a cavallo.

Harjit (India): il mio Italiano invece è ancora è quello che è. Ma ormai in effetti siamo a ridosso della fine dell’episodio. Per quanto io voglia ancora averne per molto, mi rendo conto che non c’è più tempo. Ci aggiorniamo domani.

595 A tratti

A tratti (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: proseguiamo con la trattazione, scusate il gioco di parole, del termine “tratto“, stavolta al plurale, nella locuzione “a tratti“.

Vediamo qualche esempio di utilizzo:

La strada presenta interruzioni a tratti

Mi sento molto bene, anche se a tratti avverto un senso di vertigine

Il ragazzo, a tratti, durante la lezione, si distrae.

Pronto? Tu mi senti? La linea non è buona, ti sento a tratti!

A tratti indica qualcosa che si presenta non in forma continua, ma alternandosi con delle pause. Pensate ad una linea che presenta delle interruzioni.

I tratti indicano quindi, ancora una volta, delle parti di qualcosa, cioè di tempo, di strada, di voce, eccetera. Il fatto di usare il plurale (tratti) segnala la ripetizione, in forma discontinua, cioè alternata, con delle interruzioni tra un tratto e l’altro.

Se la strada presenta delle interruzioni per via di lavori in corso, posso dire che ci sono tratti di strada interrotti, oppure che ci sono interruzioni stradali a tratti.

Se non mi sento molto bene perché ci sono alcuni momenti in cui avverto un senso di vertigine, posso dire che a tratti avverto questa sensazione.

Se un ragazzo durante la lezione ci sono dei momenti in cui si distrae e non mi ascolta, posso dire che il ragazzo a tratti presenta delle distrazioni.

Si usa molto spesso al telefono quando la linea è disturbata e riusciamo ad ascoltare solo a tratti cioè solo con interruzioni.

Come hai detto? Ti sento a tratti! Ti richiamo!

Siete attratti dalla lingua italiana?

Attenzione ⚠ perché in questo caso si tratta del verbo attrarre. La pronuncia però è la stessa. Anche “a tratti” si legge così, come se ci fosse una doppia t. Questa si chiama rafforzamento o anche raddoppiamento fonosintattico. È il raddoppiamento di una consonante all’inizio di una parola che dipende dalla parola precedente. Abbiamo dedicato un bell’episodio al rafforzamento in passato.

Si pensi alla differenza nella pronuncia tra:

I piedi

Tre piedi

Mi appresto a terminare l’episodio adesso.

A presto!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Giovanni, immagino che adesso tocchi a noi.

Rauno (Finlandia): bisognerebbe trovare un argomento attinente all’episodio di oggi per fare un ripasso degno di nota.

Rafaela (Spagna): che ne dite degli “sprazzi?” che po’ po’ di parola vero?

Anthony (Stati Uniti): adesso Giovanni si vedrà costretto a spiegarla nel prossimo episodio!

Irina (Stati Uniti): costretto mi pare un parolone! Diciamo che a tempo debito e quando gli girerà potrà decidere di farlo. Ma non è il caso di incalzarlo.

Marta (Argentina): una volta lanciata la sfida staremo a vedere se questa richiesta sarà stata fatta invano.

594 A un tratto

A un tratto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo del tratto, termine che ha un sacco di utilizzi diversi.

Uno di questi è molto utile e proprio adatto alla nostra rubrica dei dei due minuti perché si può usare abbastanza facilmente.

Basta inserirla in un racconto quando si descrive un fatto accaduto.

Si tratta della locuzione “a un tratto” , che in realtà può diventare “in un tratto, “d’un tratto” , “tutto a un tratto“, espressioni che indicano un cambiamento improvviso. Cosa un po’ diversa dal più discorsivo “a un certo punto”.

Vediamo qualche esempio:

Ero a casa e a un tratto ho sentito un forte rumore venire dalla finestra

Stavo percorrendo la strada e dopo una curva, tutto a un tratto è sbucato un gatto in mezzo alla strada

Quindi è simile a all’improvviso, o anche a “in un attimo“, perché questo cambiamento avviene in un tempo brevissimo. Aggiungere “tutto” aumenta la brevità del momento.

Era una bella giornata, quando all’improvviso, il vento cambia. Il cielo, un momento prima sereno, si addensa, assumendo d’un tratto il colore della cenere.

Quindi in un tratto, d’un tratto, tutto in un tratto, il cielo diventa grigio.

In pochissimo tempo il colore del cielo è cambiato. Tutto è successo in un attimo, all’improvviso o il più poetico “d’improvviso”.

Marianna era molto serena ma tutto a un tratto la sua espressione è cambiata.

Si descrive quindi soprattutto un cambiamento, un veloce cambiamento. Questo è l’utilizzo più frequente.

L’Italia aveva sbagliato il rigore decisivo, ma d’un tratto tutto cambiò quando il nostro portiere ricacciò in gola l’urlo degli inglesi.

Apriamo una parentesi sul termine “tratto“, che indica in questo caso una porzione di tempo molto ristretta.

Altre volte lo stesso termine può indicare un tratto di strada, cioè una porzione di strada, di una certa lunghezza.

Non dimentichiamo però che si può trattare di porzione di spazio (un tratto di mare) o anche della parte del carattere di una persona: un tratto del carattere. Poi ci sono i tratti del viso e quelli fatti con la penna.

Ma nell’episodio di oggi si parla solamente di tempo, ed è sempre così quando si usano le locuzioni che abbiamo visto, e raramente può accadere il contrario:

L’incidente è avvenuto in un tratto di strada con poca visibilità.

Per questo si preferisce usare “tutto in un tratto” e “d’un tratto” con l’accortezza in quest’ultimo caso di usare l’apostrofo: d’un tratto.

Così siete sicuri che si tratta di qualcosa accaduto in pochissimo tempo.

Abbiamo già visto “in men che non si dica“, ricordate? La usiamo spesso nei nostri ripassi e il senso è lo stesso, ma l’uso delle locuzioni di oggi sono meno informali e anche più frequenti, anche nei testi letterari, romanzi eccetera.

È il momento del ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: pensavo alle caratteristiche che un piatto deve avere per piacermi. Per me per essere come si deve va messo colore e armonia. Fermo restando che anche il tipo di piatto che si utilizza ritengo sia importante.

Bogusia: a me interessa più la sostanza che la forma. Poi però, mi piace quando c’è qualcosa di croccante nel piatto. La croccantezza dà un certo non so che al piatto.

Ulrike: ma la forma è sostanza! Comunque il gusto dove lo mettiamo? Questo è importante, altro che storie!

Irina: io sono per le cose semplici. Sono le più buone e anche le più insidiose se vogliamo, sempre che si vogliano preparare piatti coi fiocchi. Gli ingredienti! Sono gli ingredienti da che mondo è mondo che fanno la differenza. È risaputo, soprattutto tra gli addetti ai lavori, ivi inclusi i cuochi di tutto il mondo.

Natalia: mi avete fatto venire un languorino! Però, mio malgrado, sono a dieta. Me ne farò una ragione!

M6: per una volta non puoi sgarrare? Vabbé, io preparo due spaghetti aglio, olio e peperoncino. Poi vedi tu

593 Per bene o perbene?

Per bene o perbene (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: le persone perbene sono l’opposto delle persone “per male?”

Non è così purtroppo. Infatti prima di tutto le persone “per male” non esistono, perché questo non ha nessun significato.

Esistono invece le persone “perbene“. Ma chi sono?

Le persone per bene, innanziutto, è preferibile se lo scriviamo in una sola parola: perbene.

Le persone perbene allora forse fanno le cose per bene?

No, neanche questo purtroppo altrimenti sarebbe troppo semplice, no?

Vediamo:

Ci sono molti modi per descrivere una persona perbene utilizzando altri aggettivi o locuzioni.

Si tratta di persone ammodo, a posto, come si deve, corrette, dabbene, oneste.

In modo più ricercato si può anche parlare di una persona proba, un uomo probo, una donna proba, raccomandabile, une persona retta.

Sicuramente però perbene è l’aggettivo più usato, sia parlando di sé stessi che di altri.

Una persona perbene, se vogliamo provare a descriverla, è fondamentalmente una persona ben educata, che si comporta in modo corretto ed onesto. È una persona fondamentalmente di cui ci si può fidare, sebbene l’aggettivo “affidabile” abbia un senso leggermente diverso.

Infatti affidabile si dice di persone su cui si può fare affidamento, degne di motivata fiducia.

Nel caso di persone perbene parliamo prevalentemente di educazione e onestà.

Se dunque qualcuno sospetta che io sia un ladro o una persona disonesta che ha provato a imbrogliarla, si può rispondere:

Io sono una persona perbene, cosa crede?

Guardi che noi siamo persone perbene! Non si permetta, sa!

Si usa soprattutto per tranquillizzare qualcuno che potrebbe avere dei dubbi:

Stai tranquillo, Giovanni è una persona perbene, non un delinquente.

Siamo tutte persone perbene, quindi non alziamo la voce!

Nostro figlio frequenta una ragazza di una famiglia molto perbene.

Tutti vorremmo che i nostri figli frequentino persone perbene

In generale quindi perbene, tutto unito, si utilizza come aggettivo, per descrivere una persona. Si può scrivere anche in due parole, ma si preferisce usare un’unica parola nello scritto.

Se stacchiamo le due parole, normalmente non stiamo descrivendo infatti una persona, ma un’azione, condotta in modo attento e coscienzioso, con scrupolo.

Abbiamo già visto insieme l’espressione come si deve, che può essere usata in entrambi i modi, sia per descrivere una persona che un’azione.

Metti apposto la camera e cerca di farlo per bene, perché dopo vengo a controllare.

Io sono uno a cui piace fare le cose per bene, non in modo approssimativo.

Cercate di fare le cose per benino, così da non rimetterci le mani.

Per benino ha lo stesso significato, e si usa in contesti più colloquiali e meno impegnativi.

Altri esempi:

L’idraulico ha fatto tutto il suo lavoro per bene. Quindi gli ho dato anche qualcosa in più di quanto ha chiesto.

La preposizione per, davanti a bene ha la sua importanza.

Bravo, hai fatto tutto bene

Questa frase ha difatti un senso diverso, perché ci si riferisce alla correttezza, all’esattezza, ad esempio quando si fa un esercizio, se lo si fa bene non c’è nulla di sbagliato.

Invece fare le cose per bene significa farle in modo ordinato, scrupoloso, con attenzione, con precisione, senza sbavature, senza approssimazione e pressapochismo.

Per bene” in questo senso suona spesso come una raccomandazione o un invito alla precisione e all’attenzione quando si fa qualcosa.

Spesso poi anche la professionalità e l’esperienza sono importanti per fare le cose per bene.

Tornando alla domanda iniziale dunque:

Le persone perbene forse fanno le cose per bene?

Non è affatto detto infatti che sia così perché l’onestà è l’educazione, tipica delle persone perbene, non implica precisione, professionalità e esperienza.

Vabbé adesso credo che possiamo dedicarci al ripasso, registrato ben benino da alcuni volenterosi membri dell’associazione Italiano Semplicemente, tutte persone perbene che vanno pazze per l’italiano. Avanti adesso, registriamo questo ripasso e non mi fate arrabbiare!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: leggevo che qualcuno, mi riferisco ad Osho, sostiene che quando ti girano, sfogarsi abbia dei benefici.

Rafaela: probabilmente poi si sarà più rilassati per meditare, ma c’è un rovescio della medaglia evidente.

Sergio: infatti. così facendo si allena il muscolo della rabbia, se possiamo chiamarlo così. Il che mi fa pensare che questa sia una sciocchezza.

Irina e Albéric: anch’io sono di questo avviso. Se la rabbia ha la meglio su di noi, qualcuno potrebbe pagarne lo scotto, ma di contro, schiacciare la rabbia non è produttivo. Bisogna invece gestirla, saperla riconoscere, avere contezza delle proprie emozioni e rendersi conto da dove viene questa rabbia.

Harjit: esprimere i propri sentimenti in modo sano e non arrabbiandosi, ad esempio, può portare grossi risultati e persino rafforzare le relazioni. Peccato che non sia semplice.

592 La Roma bene

La Roma bene (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: un modo interessante e sicuramente poco conosciuto dai non madrelingua italiana di usare il termine “bene” è quando viene associato ad una città, ad esempio quando si parla della Roma bene, oppure di un quartiere o di una zona bene.

Insomma questo, che di solito è un avverbio, viene usato come aggettivo, per indicare una caratteristica di quella città o di quel quartiere o delle persone che abitano lì.

Ma la Roma bene cos’è?

Intanto notate l’articolo femminile singolare “la”.

Quanto al significato, si intende la parte della città di Roma in cui vivono le persone più ricche.

La capitale d’Italia naturalmente è molto grande, e come in molte altre città, succede che ci sia una una forte contrapposizione tra i quartieri ricchi, chiamati appunto la “Roma bene” e i quartieri periferici, le cosiddette “borgate”.

Non in tutte le città esiste una così netta differenza tra quartieri. Bisogna considerare la grandezza e anche la storia di ogni città.

Si parla anche della Milano bene, della Torino bene e anche per altre grandi città italiane.

Vediamo come si usa:

Scoperto traffico di droga nella Roma bene.

Notate quindi che non si dice “a Roma bene” ma “nella Roma bene” in questo caso.

In questa festa ci sono tante persone della Torino bene

Quindi si dice “della Torino bene, e non” di Torino bene”.

Un locale frequentato dalla Milano bene

La mia amica abita in uno dei quartieri bene della città

Si può parare di “un quartiere bene” o anche di “una zona bene”.

C’è anche un film del 1971 intitolato proprio così: “Roma bene“.

Quando si parla della Roma bene, ad esempio, ma questo vale per tutte le città, lo si può fare per diversi motivi. Ad esempio per indicare il tipo di persone che frequentano un locale, persone ricche e per questo anche rispettabili (almeno in teoria).

Si potrebbe anche dire che si tratta di personaggi dell’alta società capitolina (capitolina perché Roma è la capitale d’Italia) o anche di “alta borghesia“.

Altre volte se ne parla per creare una contrapposizione, un contrasto, tra un fatto accaduto e il luogo in cui è accaduto:

La maggiore percentuale di evasioni fiscali si riferisce a zone della Milano bene

Oppure:

Tutti nella Roma bene gli abusi edilizi scoperti.

Normalmente però chi abita in queste zone, non si dichiara un “abitante della Roma bene“, perché sembrerebbe abbastanza ridicolo e anche troppo generico. In questi casi si indica il nome del quartiere, che, come si suol dire, “parla da solo”.

E adesso ripassiamo, cercando di farlo bene, mi raccomando!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: pare che quelli che abitano in un quartiere bene se la tirino un po’. Cioè si atteggiano, si danno delle arie. Insomma, il loro atteggiamento mostra un senso di superiorità, solo perché abitano in un quartiere un po’ più in degli altri.

Hartmut: si hai ragione. Ti guardano dall’alto verso il basso. Come a dire: io non ho niente a che spartire con te!

Ulrike: loro spesso danno del “borgataro” a chi abita in periferia, che ovviamente ci rimangono male.

Rafaela: se dovessi imbattermi in uno di loro, trovandomi a tu per tu lo riconoscerei in un battibaleno, per via del suo fare molto antipatico.

Bogusia: sinceramente io non vi capisco, cosa vi abbiamo fatto noi, gente per bene della Roma bene? Non vedo perché dovremmo risponderne se siamo nati ricchi. Quasi ci fosse qualcosa di male. Valli a capire questi borgatari!

591 Essere ben disposti

Essere ben disposti (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ricordate l’episodio dedicato a “indisposto“?

Bene, come si è visto in quell’episodio, l’aggettivo indisposto ha un significato particolare. Anzi ne ha più di uno, se ricordate. In particolare, essere indisposti significa, tra le altre cose, avere un atteggiamento ostile, sfavorevole verso gli altri. Questo atteggiamento si chiama indisposizione verso il prossimo.

Questa è un attitudine, una caratteristica di fondo di una persona.

Naturalmente esiste anche l’attitudine opposta che si esprime con l’espressione “essere ben disposti” verso gli altri. Si aggiunge “ben”.

Infatti in questo modo non c’è bisogno di aggiungere altro.

Essere ben disposti a fare qualcosa? Volendo sì, come vediamo dopo, ma generalmente si tratta di essere ben disposti verso qualcuno.

Verso tutti?

In genere si, si intende verso tutti. L’essere ben disposti indica pertanto una caratteristica di una persona nei rapporti con gli altri.

Mario è sempre ben disposto

Significa essere piacevole, gradevole, amabile, simpatico. “Una persona ben disposta” si dice a chi si presenta sempre con gentilezza, in particolare facendo non riferimento a una disponibilità specifica, ma in generale a una persona accogliente e gradevole, che non respinge il prossimo.

Quando dico “il prossimo” si intende “tutte le altre persone”.

Ciò non toglie che si possa però specificare:

Marco è sempre ben disposto ad aiutare chi ha bisogno.

In questo caso l’utilizzo di “ben” ha il ruolo di raffirzativo della disponibilità. Ricordate l’episodio dedicato a ben? Li abbiamo spiegato bene questo concetto.

Essere ben disponibili a far qualcosa pertanto è solitamente cosa diversa dall’essere ben disposti.

Infatti non parliamo di disponibilità, ma di “disposizione“, che indica appunto un’inclinazione, un’attitudine evidente sul piano affettivo, morale, intellettuale di una persona. Parliamo di una sua caratteristica.

Una persona ben disposta è dunque una persona che ha una determinata disposizione d’animo nei riguardi di altra persona. Ho detto disposizione d’animo e non disponibilità.

Naturalmente esiste anche un’espressione analoga per indicare chi è mal disposto verso gli altri, cioe chi è “indisposto”.

Considerati i diversi usi di “essere indisposti”, come si è visto nell’episodio dedicato, questa espressione può essere utile per indicare questo tipo di persone che hanno una disposizione d’animo ostile, sfavorevole.

È chiaro che la questione riguarda i rapporti personali e come ci si pone verso il prossimo.

Le persone maldisposte sono chiaramente meno gradite di quelle bendisposte. La maldisposizione (o l’indisposizione) verso il prossimo non paga certamente.

Un’ultima cosa: trattandosi di espressioni particolari, così come avviene di sovente (cioè spesso) nella lingua italiana, si possono scrivere anche unite: bendisposto, maldisposto.

Queste disposizioni d’animo spesso sono rivolte a categorie di persone e non a tutti in generale:

Il nostro capoufficio è sempre maldisposto verso gli estranei

Significa che non si pone bene verso chi non conosce.

Si può usare “verso” oppure “nei confronti di” qualcuno.

Sono sempre bendisposto nei confronti di chi mostra fiducia in me.

Non si deve trattare necessariamente di persone:

Maria si è mostrata bendisposta verso la nostra iniziativa.

Evidentemente Maria è sembrata favorevole all’iniziativa, o quantomeno fornita di buone intenzioni. Sicuramente non sembrava ostile.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike e Harjit: immagino che chi risponde in malo modo siano le persone maldisposte. Sbaglio?

Mary: ovvio, ma sono anche quelle che più facilmente delle altre sono prese a mali parole.

Wilde: che vuoi, d’altronde è risaputo che chi semina vento raccoglie tempesta.

Hartmut e Marcelo: Ma i maldisposti se lo aspettano di essere trattati male, perché ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.

Rauno: io ne ho abbastanza delle persone maldisposte. Che vadano a quel paese. Alla mia età non mi faccio più scrupoli.

Sergio: beh, io la penso come te ma non nego che spesso per quieto vivere faccio buon viso a cattivo gioco.

589 Il suffisso -ata (sostantivi)

Il suffisso – ata (sostantivi)

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Trascrizione

Giovanni: vediamo cosa succede quando il suffisso – ata lo utilizziamo coi sostantivi:

In questo caso parole che terminano con -ata indicano spesso un’azione tipica di qualcuno cioè di una persona specifica o una categoria di persone ad esempio, per indicare un comportamento.

Abbiamo già visto insieme la mandrakata, ispirata a Mandrake.

Analogamente, fare una “bambinata” indica un comportamento tipico dei bambini. Una “ragazzata”  a sua volta è un’azione tipica di ragazzi più grandi.

Simile nel significato è una “cassanata” invece è un termine abbastanza nuovo CHE scherzosamente indica un gesto, un comportamento, una trovata, tipico del calciatore Antonio Cassano.

La cassanata si usa per definire gesti o atteggiamenti fuori luogo al limite della maleducazione o della mancanza di rispetto, specie nel mondo sportivo.

Questo modo di indicare un comportamento tipico rende molto semplice coniare dei nuovi termini se necessario. La cosa importante è che chi ascolta riesca a capire facilmente il rifermento.

Se un vostro amico che si chiama Paolo ha un atteggiamento particolare e ben identificabile, non appena un’altra persona si comporta così possiamo dire che ha fatto una “paolata” proprio per far capire velocemente di che tipo di comportamento si tratta. Ovviamente potete usarlo solo con chi è in grado di capirvi.

Non solo un comportamento tipico però.

Ata con i nomi di può usare anche nel senso di colpire con uno strumento, usare uno strumento, oppure un’azione collettiva a base di qualcosa.

Che vuol dire?

Dare una bastonata, come già visto, significa utilizzare il bastone per colpire, allo stesso modo possiamo dare una mazzata (con una mazza), una sassata (tiriamo un sasso), una spallata, una manata, una cuscinata.

Naturalmente dobbiamo ricordare l’importanza del verbo a supporto, perché spesso ci sono espressioni o locuzioni tipiche: “Prendere una mazzata” ad esempio non è solo ricevere una botta con la mazza, ma anche una brutta notizia che ci fa star male.

Qualsiasi tipo di botta, di colpo, dato o ricevuto, con qualcosa o in una parte del corpo può andare bene: Se quindi una spallata si dà con la spalla, una testata si dà con la testa. Si dà e si riceve, quindi se dico:

Ho sbattuto la testa a terra = ho dato una testata a terra

Passiamo agli strumenti musicali: abbiamo visto che “fare una suonata” utilizza il verbo suonare, ma possiamo attaccare il suffisso -ata anche a degli strumenti:

Fare una sviolinata, dove è coinvolto lo strumento del violino, ha anche una esse in più a far capire che si tratta di qualcosa di diverso rispetto ad un colpo inferto con un violino  (quello si chiama una violinata!)

Infatti una sviolinata (con la esse iniziale) è anche una adulazione smaccata, cioè quando una persona fa i complimenti ad un’altra, quando ne parla molto bene, apertamente, smaccatamente. L’immagine è un concerto in suo onore.

Invece fare una schitarrata (sempre con la esse iniziale) significa solamente suonare la chitarra, magari brevemente, magari in compagnia, ma senza impegno e competizione. A volte è usata anche per indicare la noia e la lunghezza o la sgradevolezza della suonata.

Infine, riguardo all’azione collettiva a base di qualcosa, c’è la spaghettata, un pasto a base di spaghetti, fatto in compagnia di amici.

Che ne dite ragazzi ci facciamo una bella mangiata di spaghetti tutti insieme?

Allora questa possiamo chiamarla una spaghettata.

Preferite una piazzata? Oppure una polentata?

Oppure facciamo una peperonata?

A proposito di peperonata. Questa in realtà non è una riunione di amici che va a mangiare i peperoni, ma semplicemente un piatto a base di peperoni.

Infatti possiamo anche usare -ata anche per indicare un insieme di qualcosa. Se siamo al ristorante e io sto mangiando un piatto di spaghetti, magari una persona vorrebbe assaggiarli.

Mi dai una forchettata?

Non mi sta chiedendo di colpirlo con la forchetta, ma di fargli assaggiare un po’ di spaghetti.

Lo stesso vale per una cucchiaiata (es. di minestra) e una manciata (es. di noci). Una secchiata indica normalmente il lancio di acqua o altro liquido contenuto in un secchio (è un contenitore per liquidi).

 Ho tirato una secchiata d’acqua per spegnere un piccolo incendio.

C’è anche una “pizzicata” (simile a pizzico) che indica una piccola quantità:

Metti una pizzicata di pepe sulla carne!

Una camionata è un’enorme quantità generalmente contenuta in un camion, ma non è detto. Può anche essere semplicemente un modo per indicare una grande quantità:

Per rifare la strada c’è voluta una camionata si sabbia.

Durante la riunione mi è arrivata una camionata di critiche!

Infine, -ata, attaccato ai sostantivi, può usarsi per indicare un periodo di tempo. Abbiamo quindi una giornata, una nottata, mattinata e un’annata. Questi termini si usano normalmente quando si vuole parlare di ciò che accade in quel periodo:

Ho passato tutta la giornata a lavorare

Che brutta nottata che ho passato con il cane che abbaiava!

Questa sarà un’annata strepitosa per i vini!

Durante tutta la mattinata ci sarà bel tempo!

Ma come fare a capire quando un sostantivo con -ata significa un colpo inferto, oppure un’azione tipica, un’azione collettiva a base di qualcosa, un insieme di qualcosa o un periodo di tempo?

Beh, questo si può intuire dal sostantivo: se può essere usato per colpire (martello, martellata) è abbastanza semplice. Un’azione tipica è ugualmente comprensibile (bambinata da bambino, paolata da Paolo). Un insieme di qualcosa è ugualmente abbastanza facile, ma si può confondere, come visto con il colpo (una forchettata). capire la quantità di tempo sembra abbastanza semplice.

Il contesto può essere ironico e comunque sempre colloquiale.

Alcune volte può risultare difficile capire: “un’ammarata” ad esempio è un atterraggio sul mare, ma viene dal verbo ammarare. Anche “una cantonata” è complicato perché deriva da cantone, ma si usa in modo figurato, come ad esempio innamorarsi della persona sbagliata, o semplicemente fare un grosso errore, cadere in un grosso equivoco.

Nel prossimo episodio vediamo cosa succede agli aggettivi. Per il momento ripassiamo qualche espressione passata.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anne France (Francia): Se mi permettete, apro una parentesi divertente. Riguarda il naso del David di Michelangelo. Sapete che gli era stato contestato il naso del David perché giudicato troppo grande e lui fece finta di sgrossare il naso facendo cadere della polvere di marmo che teneva in mano.

Rafaela (Spagna): Ah, e in questo modo chi lo contestava si illuse che veramente il naso fosse stato ridotto nelle dimensioni?

Rauno (Finlandia): esattamente, lì per lì creò l’illusione che il naso fosse stato sgrossato un po’, e così Michelangelo l’ha passata liscia. Chi lo criticava non era proprio all’altezza!

Irina: Evidentemente nessuno ha voluto e potuto sincerarsi che effettivamente la limatura ci fosse stata.

Emma (Taiwan): Una bella mandrakata! Non si diventa qualcuno se non si è anche furbi!

Irina (California): poi lui ne aveva ben donde a non apportare modifiche alla sua opera perfetta! Avercene di artisti come Michelangelo.

Ulrike (Germania): Per diventare qualcuno , si deve allora essere furbi? Come sarebbe a dire? Vabbé, fatti salvi coloro che sono talmente furbi che finiscono in galera! Per la cronaca, cara Emma, la lode della furbizia secondo me – passami il termine – e una grande sciocchezza.

590 Il suffisso -ata (aggettivi)

Il suffisso -ata (aggettivi)

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Trascrizione

Giovanni: Negli scorsi episodi abbiamo visto prima cosa succede con i verbi e poi con i sostantivi. Adesso, per concludere la spiegazione del suffisso -ata, se non ne avete ancora fin sopra i capelli, tocca agli aggettivi.

Spesso, quando aggiungiamo -ata ad un aggettivo, (questa cosa non si fa normalmente con tutti gli aggettivi), ci si riferisce a quell’atteggiamento tipico descritto dall’aggettivo, e si usa normalmente, a supporto, il verbo dare o fare:

Fare una “furbata” ad esempio è una cosa da furbi, è un comportamento da furbi, così come una “paraculata” è un atteggiamento tipico dei cosiddetti “paraculi”, che è un sinonimo leggermente volgare di furbi.

Facile capire come una stronzata sia allora una cosa da “stronzi” (un altro aggettivo che può qualificare una persona, il comportamento di una persona). Non è proprio così, in realtà, come vedremo dopo. “Stronzi” nel linguaggio colloquiale indica persone che si comportano male, scorrettamente dal punto di vista soprattutto morale, specie in ambito di amicizia.

Una genialata (e non una “geniata”) invece  è una cosa che fanno i geni, un atto da geni, simile a una “trovata”, simile a “avere una ttrovata” (qui si usa il verbo avere a supporto). Avere un’idea geniale insomma. Spesso però genialata si usa in modo ironico per giudicare un’idea stupida, quindi tutto l’opposto che una vera genialata!

Una carognata, di contro è un comportamento, un atto tipico delle persone che vengono chiamate “carogne”. E’ un’azione cattiva, che rivela malignità e malvagità d’animo. Le persone che si comportano così vengono chiamate carogne, aggettivo molto usato nei film. Il termine carogna viene usato anche per indicare il corpo senza vita di un animale che si sta putrefacendo. Questo per indicare il valore di tali persone così etichettate.

Rientrano nella categoria di oggi anche le cazzate e le minchiate, atteggiamenti giudicati poco intelligenti, senza senso e spesso dalle conseguenze molto negative. Lo stesso per le “stupidate“, che viene dall’aggettivo stupido. Cretinata deriva invece da cretino.

In definitiva, fare cretinate è tipico dei cretini, fare stronzate, per analogia dovrebbe essere tipico dei cosiddetti stronzi, sebbene non sia esattamente così, visto che gli “stronzi” si comportano scorrettamente con gli altri, mentre fare una stronzata è qualcosa di sbagliato che si può riflettere anche e soprattutto su sé stessi. Lo stesso vale per le “minchiate”, stesso significato di “cazzate”. 

A volte è pertanto difficile capire l’aggettivo di provenienza: se stupidata viene da stupido, cazzata e minchiata non hanno un vero aggettivo di riferimento, ma indicano ugualmente un atteggiamento tipico di una o più persone, cosa che abbiamo visto nell’episodio dedicato ai sostantivi. Stavolta però i sostantivi di riferimento sarebbero… vabbè avete capito!

Adesso basta dire minchiate (si fa per scherzare) e ripassiamo 47 dei tanti episodi passati: 

Anthony: Scusatemi ragazzi se mi arrogo il diritto di prendere la parola per parlare di nuovo del Covid ma in questo periodo da operatore sanitario è assai difficile stare alla larga da questo argomento. Esordisco dicendo che non avrei mai immaginato la misura in cui la gente sarebbe stata restia a questa vera e propria mandrakata che è il vaccino, anche alla faccia dello scempio a cui stiamo attualmente assistendo. Vi capirei se non ci credeste ma mi preme riferirvi che ci sono persino certe zone degli Stati Uniti in cui il grosso della popolazione si rifiuta di vaccinarsi.

Allora taglio corto perché so benissimo che sono solamente pochi sparuti membri a voler sentire un’ulteriore pappardella in merito. Però avendone fin sopra ai capelli del covid, di sfogarmi non ne potevo fare a meno. Non me ne vogliate, mi raccomando.

Bogusia: Ma chi te lo fa fa’? Si dà il caso che la gente ne abbia davvero fin sopra i capelli di questa pappardella sui vaccini. Poi, guarda caso, se ne escono il 5 di agosto…
Tra l’altro, proprio Il 5 agosto di ben 83 anni fa, uscì nelle edicole la rivista che introduceva al popolo la difesa della razza. La pubblicazione in nome della “scienza”. Alcuni illustrissimi scienziati ne avevano scalzati altri. Il paragone c’è? Secondo me si, eccome. Sempre che ne abbiate voglia, date un‘occhiata su Wikipedia. Date una scorsa a questa rivista. Oggi Infieriscono su chi, avendo la libertà costituzionale, sceglie di non vaccinarsi.
E la gente ne ha ben donde, di non vaccinarsi. Il grosso della popolazione l’ha fatta ma i dati ci dicono che i vaccinati sono infettanti e infettati. Io mi sono vaccinata, fin dall’inizio, ci hanno preso per il culo come si suol dire. Neanche abbiamo preso la prima dosi di AstraZeneca, che ci hanno detto che bisognava fermarsi, perché era pericoloso. Non sapevamo che pesci pigliare. Poi queste varianti che si sviluppano, se ne fregano del vaccino. Che efficacia ha Pfizer Biontec? 37 per cento? Volevo ben dire! Adesso ho detto la mia, non me ne vogliate per questo ma non ne posso più di queste, passatemi il termine, supercazzole, tipo: bisogna accelerare le vaccinazioni, acché potremmo dichiararci al sicuro dal virus. Questo è quanto. Vi auguro una buona giornata, sperando che stiate tutti bene.
Adesso non la passerò liscia, vero?😢 Giocoforza arriverà qualche bacchettata. Me ne farò una ragione. 🙃

Monica: il guaio, tra virgolette, della libertà di pensiero è che chicchessia può esprimere la sua opinione senza paura, finché non nuoce ad altri.
Questo vale anche per coloro che gridano alla dittatura dei vaccini.
Se ci fosse una alternativa migliore, scientificamente migliore intendo, per non mandare in tilt gli ospedali, e correre ai ripari mi affiderei a quella. Per ora pare non ci sia. Una cosa è sicura: la democrazia resta la scelta migliore, checché ne dicano i negazionisti di Auschwitz. Non me ne vogliano I terrapiattisti se non li ho menzionati.

Bogusia: Sui negazionisti di Auschwitz non c’è paragone che tenga. Quanto a me non sono mai stata e non sono sono neanche oggi no-vax, negazionista o che dir si voglia . Però, qualcosa non mi torna con questi vaccini.

Harjit: nel mio paese, l’India, mancano posti letto e anche l’ossigeno. Avercene di questi problemi di cui state disquisendo.

 

588 Il suffisso -ata (verbi)

Il suffisso -ata (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: il suffisso – ata è molto interessante perché, come si è visto anche nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, spesso origina parole curiose e insostituibili nel linguaggio colloquiale.

Nell’episodio scorso lo abbiamo visto in abbinamento con verbo dare, e tra l’altro abbiamo visto anche che il suffisso – ata può anche non esserci se il verbo non è della prima coniugazione (are), come “dare una scorsa” ad esempio, o “dare una letta“, dove il verbo in questione è scorrere e leggere rispettivamente, entrambi della seconda coniugazione (ere). Il senso della velocità, dell’azione rapida però resta.

Se analizziamo solamente il suffisso –ata invece, più in generale, possiamo vedere che si può utilizzare anche in altri modi, non solo col verbo dare che funge da supporto.

Inoltre il suffisso -ata si può agganciare a verbi, sostantivi e anche ad aggettivi.

Oggi vediamo come si trasformano i verbi. Nei prossimi due episodi vedremo i sostantivi e poi gli aggettivi.

Con i verbi, nel senso di atto rapido, improvviso o non programmato, si usa a volte anche il verbo fare come supporto, non solo dare, oggetto dello scorso episodio:

Dare un’accelerata (da accelerare)

Fare un’inchiodata (da inchiodare = frenare bruscamente)

Fare un’improvvisata (da improvvisare)

Dare una rinfrescata alla stanza (da rinfrescare, cioè rendere fresco)

Andiamo avanti.

Si può trattare anche di un evento collettivo, e meno spesso anche individuale tipo la tombolata, che si fa giocando a tombola, un gioco che non si può fare da soli.

Il verbo tombolare non esiste, ma esiste “giocare a tombola”.

Allora in questo senso posso anche semplicemente farmi una giocata, intesa come singola scommessa in un gioco. Una giocata è anche un gesto atletico, qualcosa che di solito ha un aggettivo che precede:

Il giocatore ha fatto una bella giocata

Questa giocata non è piaciuta al mister

Potremmo farci una briscolata se giochiamo al gioco della briscola. Col gioco della “scopa” però (è un altro gioco che si fa con le carte napoletane) meglio non usarlo perché come abbiamo accennato nello scorso episodio, fare/farsi una scopata indica l’atto sessuale. Veramente ho dato per scontato che questa fosse cosa nota anche per i non madrelingua visto che le parolacce sono la prima cosa che si impara di una lingua. Ma meglio chiarirlo.

Abbiamo visto infatti che fare/farsi una scopata è diverso da dare/darsi una scopata, per via del doppio senso del verbo scopare.

Anche fare una pisciata è abbastanza volgare, e si riferisce al verbo “pisciare” che significa fare la pipì.

Similmente a fare/si una mangiata o una bevuta trasmette un senso di piacere. Questa del piacere è una caratteristica interessante del suffisso – ata. In effetti piacere e compagnia spesso vanno a braccetto. Possiamo semplicemente anche fare un’uscita serale con gli amici.

In compagnia potremmo fare anche una innocente chattata, cioè potremmo chattare, vale a dire chiacchierare, scambiare due chiacchiere in una chat qualsiasi. Una chiacchierata si fa dal vivo, mentre una chattata si fa col cellulare o col PC. Entrambe sono attività piacevoli in compagnia.

Se preferite potremmo fare una scazzottata, cioè fare a cazzotti, vale a dire picchiarsi, prendersi a pugni. A qualcuno piace anche quest’attività.

Si può anche fare una semplice litigata che non implica necessariamente il picchiarsi. Questo non trasmette piacere, ciò non toglie che una bella litigata può essere anche vista come una cosa utile.

C’è chi preferisce fare abbuffate, cioè abbuffarsi, vale a dire mangiare tanto. Ma per questo si può anche essere soli. Piacevole li per lì, poi si pagano le conseguenze… Se lo facciamo in compagnia pesa meno ed è più divertente, e poi mal comune, mezzo gaudio riguardo alle conseguenze.

I tipi più tranquilli sicuramente preferiscono fare delle belle camminate, e anche queste possiamo farle da soli. In questo caso, come anche in altri, si indica un gesto prolungato oltre che piacevole.

Quindi il gesto può essere veloce come la frenata e l’accelerata o un’inchiodata (una grossa frenata) oppure al contrario prolungato, come la camminata e l’abbuffata. Possiamo anche farci una bella suonata se ne abbiamo voglia. Spesso come visto c’è anche piacere.

È il caso anche di fare/farsi una suonata, che significa prendere uno strumento e suonare. Possiamo farlo da soli o anche insieme ad altri, usando più strumenti.

Prendere una suonata” però ha un altro significato, simile a una sonora sconfitta. Il verbo che si usa di supporto è sempre importante.

Dipende spesso anche dal verbo a cui si aggiunge il suffisso se si tratta di un gesto veloce, prolungato, di piacere o se si tratta solo di un modo informale di usare quel verbo.

Potrebbe essere il caso ad esempio della rimpatriata. Qui c’è piacere ma il verbo è importante: rimpatriare.

Rimpatriare sta per tornare in patria, ma il termine rimpatriata ha un senso più goliardico e ludico, in quanto si usa quando si tratta di rincontrare gli amici d’infanzia, quelli con cui si è cresciuti, che non vediamo da tanto tempo, perché magari ci siamo persi di vista l’un l’altro.

Di tanto in tanto non fa male rivedersi tutti insieme a cena o passare un fine settimana da qualche parte. Questa è una rimpatriata.

Ci sono anche altri verbi che non ho menzionato a cui si può aggiungere il suffisso -ata per conferire un senso particolare ed unico al nuovo termine.

Si pensi ad accorpata o accoppiata e tanti altri termini di questo tipo di cui parleremo un’altra volta.

Domani vediamo cosa succede aggiungendo il suffisso – ata ai sostantivi.

Per il momento meglio darsi una calmata con tutti questi verbi!

Nel frattempo ripassiamo, tengo a dire che il ripasso che state per ascoltare è stato composto da Doris, membro austriaco dell’associazione Italiano Semplicemente. La voci, oltre a quella di Doris, sono altresí di altri membri della nostra associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Può darsi che io sia latitante ma zitta zitta vi seguo quasi ogni giorno

Ulrike: L’abnegazione costante di Gianni ed il recente salto di qualità degli episodi, come si suol dire mi hanno fatto da sprone oggi per scrivere qualche riga.
Mi sembra esiga un po’ di destrezza comporre un testo
che da un lato abbia senso e dall’altro contenga parecchie espressioni, sebbene aiuti che la lista dei termini dei due minuti si allunghi di continuo. Dunque è sempre più fattibile, dacché ci sono un bel po’ di concetti.

Mary: Comunque per tirar fuori delle frasi azzecate su due piedi spesso è richiesta una vera mandrakata.

Hartmut: È facile perdersi nel mare magnum di espressioni,
locuzioni, o modi di dire che dir si voglia, sconosciute se uno non segue gli episodi in modo regolare.

Irina: Strada facendo però si ha modo anche di sorridere di tanto in tanto, anche in virtù dello spirito allegro di Giovanni che ha trasferito sulla piattaforma di Italiano Semplicemente.
Troppi episodi pubblicati? Ma va là! È risaputo che volere è potere.

Mary: Gli episodi sono anche spesso legati da un filo logico, e studiare a casaccio come ho fatto io non è proprio cosa, non approda a nulla, prolunga lo studio inutilmente e ti lascia spesso con un senso di inadeguatezza che a lungo termine incide negativamente sul successo dello studio.

Mariana: In base al fatto che il tempo è sempre risicato e l’energia non basta mai ogni due per tre manco un episodio, salvo poi recuperarlo andando a rotta di collo non appena trovo uno spazio.

Irina: Qualche termine tuttavia va al di là della mia comprensione immediata (cioè esula dalla mia
comprensione, per chi cerca sinonimi come me) e allegramente, li per li, li lascio da parte. Mi faccio un appunto, sempre che non sia
oltremodo stravagante, come ad esempio la parola pasdaran, che mi fa scervellare.
troppo e ascoltare ancora lascia il tempo che trova.

Mariana: Allora vorrà dire che li riprenderò a tempo debito,a prescindere dalla pressione che tutte queste parole mi
causano spesso.
Ad ogni buon conto, un tentativo anticipato (anzitempo) sarebbe inutile e l’avrei perciò fatto
invano.

Mary: Infatti il dispendio di tempo non sarebbe giustificabile; su questo non ci piove. Sono gli apporti degli altri piuttosto che mi avvicinano alla comprensione dei termini più macchinosi.

Komi: Così, via via imparo come vengono usati di solito: in primis
nelle frasi inventate dai membri, poi mi metto a fare pratica con prudenza e man mano mi sento a mio agio usandoli con disinvoltura, avendoli ben digeriti ed internalizzati prima.

Marcelo: Vedete, la tenacia è appagante, cioè chi la dura, la vince; Sarebbe impossibile
altrimenti ricordare questo ingente numero di episodi.

Mariana: A mio giudizio seguire la prima regola d’oro (repetita iuvant) non può essere mai un buco nell’acqua.
Per scrupolo aggiungo inoltre volentieri che incominciare non è mai troppo tardi e l’età non gioca un ruolo fondamentale.

Mary: Al contrario, spesso l’esperienza e la conoscenza delle altre lingue giova nettamente. Altro che storie!

Mariana: Indubbiamente ci sono espressioni a iosa da memorizzare, alcune si ricordano meglio delle altre. Non fa niente però se capita che alcune passano in cavalleria.

Mariana: accade a ciascuno di noi, a patto che vengano rispolverate di volta in volta. Ma pur di imprimirsele questo va fatto, sebbene a volte risulti noioso. Così l’apprendimento è
sostenibile e si riesce a reprimere lo stress.

Irina: Ricordatevi bene pure che non ci sono santi, dovete impiegare un po’ di tempo e bisogna rompere gli indugi se si è bloccati.
Lo studio di una lingua straniera presuppone disciplina e magari
anche un tocco di ambizione.
Occorre seguire un metodo raccomandato, ben provato e le testimonianze di Italiano
Semplicemente parlano chiaro in merito.

Mariana: A furia di scrivere tutte queste lusinghe mi sono venute le vertigini. 🙂

587 Dare un/una

Dare un/una (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Nell’ultimo episodio abbiamo visto la frase “dare una sgrossata“, espressione che in pratica sostituisce il verbo sgrossare.

Il suffisso in -ata in generale è molto interessante nell’italiano contemporaneo: si può applicare a dei verbi, degli aggettivi, dei sostantivi, e  ciò che ne esce fuori sono delle parole che vale la pena si vedere.

Se uniamo i verbo “dare” si tratta spessissimo di un atto rapido, veloce, o improvviso. Altre volte può esprimere un gesto fatto di fretta e in modo approssimativo.

Vediamo meglio:

Questa operazione, consistente nell’utilizzare il verbo dare possiamo farla quindi in molti casi:

Vai più veloce, dai una accelerata! – Che equivale a “accelera”  

Vado a darmi una lavata – Vado a lavarmi

Credo che adesso sia il caso di darmi una mossa – Credo che adesso sia il caso di sbrigarmi/muovermi

Datti una regolata – Ti devi regolare

Analogamente: “ti devi svegliare” può diventare “datti una svegliata*.

Si tratta sempre di linguaggio informale.

Notate che si usa anche con i verbi riflessivi come si è visto con regolarsi, svegliarsi, lavarsi.

Analogamente

Datti una pettinata – Pettinati

Vado a  dare una sbirciatina – vado a sbirciare

C’è da dire che spessissimo siamo di fronte a delle locuzioni che assumono un significato diverso dal semplice utilizzo del verbo.

E’ il caso di “dare un’occhiata“, e anche di “dare una sbirciatina” che esprimono anche il concetto di un’azione veloce, fugace, rapida oppure improvvisa. Solitamente è sempre così.

Altre volte usare il verbo dare esprime, oltre alla velocità, un rimprovero:

Datti una pettinata ogni tanto!

Anche “darsi una regolata” esprime un po’ di fastidio:

Ti devi dare una regolata” non è esattamente come “devi regolarti”. Oltre ad essere più informale, c’è un contenuto emotivo più intenso: malumore, poca sopportazione, fastidio in chi pronuncia questa frase. Se ricordate questa espressione l’abbiamo già spiegata nell’episodio n. 365

Nel caso di “dare un’occhiata” c’è più leggerezza oltre alla velocità, nel senso che un’occhiata è poco impegnativa. Oltre al fatto che “occhiare” non significa semplicemente vedere o guardare, quindi questa è una locuzione dal significato proprio.

 “Dare una controllata” o “dare una controllatina”  è un’altra locuzione informale abbastanza diffusa.  Sta per “controllare”, ovviamente, ma è in genere un controllo veloce, specie se utilizzo “controllatina”. Molto simile all’occhiatina.

Mi dai una controllatina all’olio della macchina per favore? Ho paura sia da cambiare!   

Voi chiederete: ma tutti i verbi finiscono con – ata? 

No, rispondo io, questo dipende dal verbo. Solo e finisce con are (prima coniugazione. Per la seconda coniugazione cambia la parte finale, ma non il senso quando c’è il verbo dare. Lo abbiamo visto con “dare una scorsa”, ricordate? Lo stesso vale per il verbo leggere: “dare una letta”. 

Lo stesso per “darsi una mossa/smossa“, (verbo muovere o smuovere) che non è esattamente come muoversi, ma significa sbrigarsi, spicciarsi:

Su ragazzi, diamoci una mossa/smossa, è ora di uscire!

Suffisso a parte, I verbi in cui si può usare dare in abbinamento sono molti, e ogni volta siamo nel linguaggio informale.

Dai un’abbassata alla voce! (cioè “abbassa la voce”)

Dai un’alzata al sedile ché è troppo basso! (cioè “alza il sedile”)

Bisogna dare una rispolverata gli episodi passati! (cioè “bisogna rispolverare gli episodi passati”)

Dai una sistemata alla stanza, ché arrivano ospiti oggi! (esprime quindi anche gesti frettolosi, fatti di fretta e in modo approssimativo)

Bisogna dare una ripassata in padella alle verdure così diventano più croccanti (ripassare in padella delle verdure, o qualcos’altro, significa far rosolare brevemente un cibo in olio o burro)

Bisogna dare una scorsa agli episodi per vedere se tutti sono numerati, per favore.

Anche “dare una scorsa” (il verbo qui è scorrere, come si è visto) rientra in questa tipologia  di modi di utilizzo del verbo “dare” e infatti abbiamo visto, nell’episodio dedicato, che anche in questo caso si esprime velocità.

Solitamente infatti si vuole trasmettere il senso dell’azione veloce.

Attenti che ci sono devi verbi in cui si usa il verbo fare, ma la velocità non c’entra nulla, sebbene si tratti sempre di linguaggio informale.

Farsi una bevuta, farsi una mangiata, farsi una bella risata, farsi una fumata e anche farsi una scopata. In genere si aggiunge un aggettivo per dare maggiore colore ed espressività:

Mi sono fatto una gustosa bevuta!

Mi sono fatto delle grosse risate!

Cerchiamo di farci una bella mangiata stasera!

Il verbo è importante però. Si corre il rischio di fare delle brutte figure se lo si sbaglia.

Capite bene che “darsi una scopata” ha tutto un altro significato!

Questo accade quando possiamo usare entrambi i verbi dare e fare, ma che, malauguratamente, le due espressioni hanno diverso significato, come in questo caso.

Notate anche che à volte un/uno/una indica un numero, come:

Dare una spinta“.

È pur vero però che viene dal verbo spingere. 

Lo stesso vale per dare una bastonata.

Quindi si possono anche dare due o tre spinte o bastonate. Il verbo bastonare esiste ma “dare una bastonata” sta solitamente per “colpire una volta col bastone”. 

Lo stesso vale per dare una pugnalata, una coltellata, una mazzata, una coltellata, una manata e via dicendo. Si usa sempre uno “strumento” e si dà un colpo usando questo strumento. Niente a che fare con la velocità e la fretta. Tra l’altro qui stiamo usando il suffisso dopo dei sostantivi e non dopo dei verbi. 

Nei casi visti in precedenza invece, un, uno e una non sono propriamente dei numeri, come “dare una guardata” o “darsi una mossa“, “darsi una regolata“, “darsi una lavata” eccetera. 

Altre volte il senso è duplice: una sola azione e anche molto veloce

Dare una sterzata.

Una sterzata è un’improvviso cambiamento di direzione.

Ad esempio posso dare una sterzata al volante.

Voglio comunque esprimere qualcosa di veloce, sempre in modo informale, sebbene si tratti di una sola azione in questo caso.

Altre volte può sembrare un’azione singola e invece non è detto che lo sia:

Il cane mi ha dato un’annusata per capire se mi conosceva!

Annusare sapete che significa odorare aspirando forte l’aria col naso.

Apparentemente potrebbe sembrare che il cane mi abbia annusato una sola volta, in realtà anche in questo caso “dare un’annusata” esprime ugualmente un’azione veloce, ma non necessariamente si deve trattare di una singola aspirazione col naso!  

Vabbè ragazzi, allora adesso diamo una ripassata agli episodi scorsi?

La prossima volta approfondiamo meglio il suffisso “ata” perché usando il verbo dare abbiamo ristretto l’ambito di utilizzo. Vediamo allora nel prossimo episodio come usare in senso più generale il suffisso “ata“.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Ulrike: Siamo alle solite Gianni chiede un ripasso. Mettiamo che io te ne spedisca uno, Gianni, e di punto in bianco vengono a galla delle imperfezioni, magari qualche piccolo errore, o forse non è del tutto comprensibile, cosa facciamo? Io direi in questo caso tu mi dovrai una bella sgrossata. Non sei d’accordo? Vabbé, o così o pomì

Giovanni: certo Ulrike, vai tranquilla ché te lo sgrosso io. A dire il vero stavolta non ce n’è neanche bisogno. D’altronde non ho mai fatto scempio dei vostri ripassi. Quando verranno a galla problemi grossi però sarà giocoforza fare grossi cambiamenti! 

Emma: a proposito. La mia città dovete sapere, adesso è piena di rotatorie: un vero scempio al paesaggio. Considerato il crescendo di proteste a cui stiamo assistendo, speriamo che la smettano di fare rotatorie. 

Rafaela: scempio? La parola scempio mi giunge nuova. Una volta spiegata però saprò risponderti.

Irina: uno scempio è qualcosa di obbrobrioso, ma anche una grave deturpazione, che rovina, quasi una violenza, motivo di una sdegnata disapprovazione, come nel tuo caso. Si usa spesso quando si rovina il paesaggio in modo indegno e riprovevole, magari per motivi pratici ma a discapito della bellezza e della natura.

Mary: a proposito di scempi. Io ne ho visti parecchi in vita mia. Più volte ho visto discariche a cielo aperto al centro della mia città, il fiume che era diventato verde per via dell’inquinamento, per non parlare di alcune opere urbanistiche tipo alti palazzoni orribili, esteticamente molto discutibili.

Mariana: che vuoi, non siamo mica tutti uguali. Il che però non vuol dire che dobbiamo darci per vinti.

 

586 Sgrossare, sgrossata

Sgrossare, sgrossata (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ieri abbiamo visto come usare “il grosso“, quando grosso è sostantivo, quindi non aggettivo.

Oggi vediamo sgrossare, che è ovviamente un verbo, che può delle volte significare “togliere il grosso“, come vedremo fra un po’. Era perciò necessario spiegare prima il concetto di “grosso” inteso come la maggioranza, la maggior parte, come abbiamo visto.

Sgrossare però nella maggioranza dei casi ha il più semplice significato di togliere qualcosa. Ma cosa?

Beh, dipende da cosa viene sgrossato.

Infatti il verbo è transitivo. Dobbiamo specificare cosa sgrossiamo.

Ciò che si toglie in genere non serve, giusto? Si tolgono le parti inutili, che non servono.

Allora possiamo sgrossare un pezzo di legno o di marmo, ed è simile a ripulire, togliere le sporgenze, renderlo più liscio questo pezzo di legno o di marmo.

Però in senso figurato possiamo anche sgrossare un discorso, un articolo, un documento, per renderlo più leggibile, per eliminare ciò che non serve.

A volte si usa anche in sostituzione a “abbozzare“, quando si tratta cioè di delineare in una forma provvisoria e preliminare uno scritto, un’opera, tipo: “sgrossare un articolo” quindi saremmo all’inizio della preparazione e non in fase di rifinitura, di ultimazione e di limatura dei dettagli. Ma quasi sempre l’operazione di sgrossare si fa alla fine, quando appunto si toglie il superfluo, ciò che è inutile, ciò che non serve.

Attenzione quindi perché non stiamo dicendo che dobbiamo togliere la maggior parte del marmo o delle parole di un documento. Dobbiamo solo togliere ciò che non serve, ciò che eccede rispetto all’utilizzo ottimale di ciò che vogliamo sgrossare.

Abbiamo detto che in genere quando dobbiamo dare una sgrossata a qualcosa, il più del lavoro è fatto. La sgrossata è un perfezionamento, una fase finale, una “limatura“. Si usa anche questo termine, che viene dall’uso della lima, che serve appunto a limare. La lima infatti è un utensile che serve a lavorare il metallo o altri materiali duri, come le unghie anche. Nel gergo letterario poi la “lima” diventa anche l’attività volta a correggere e perfezionare un’opera letteraria, che verrebbe più naturale chiamare, come ho fatto anch’io, “limatura“.

Nel linguaggio colloquiale sgrossare si dice, come si è appena visto, anche “dare una sgrossata“, una locuzione che si può usare in realtà per molti altri verbi. Lo stesso vale per “dare una limata”, con lo stesso identico risultato.

Questo episodio è quasi perfetto. Ha solo bisogno di una sgrossata.

Anche il verbo ripulire, può sostituire facilmente sgrossare, come limare posso dire:

Dai una ripulita al documento e spediscimelo per email.

Affronteremo quest’uso del verbo dare in un episodio apposito comunque.

Torniamo a sgrossare.

Si può usare anche con le persone, sempre in modo figurato.

Giovanni è bravo, ma ha bisogno di una sgrossata.

Significa che si deve un po’ sgrossare, cioè deve diventare meno rozzo e grossolano, deve ingentilirsi. Ad esempio deve vestirsi in modo più elegante, deve imparare a parlare bene, a non usare il dialetto eccetera.

Si usa anche nelle abilità, nel senso di perfezionarsi, diventare più bravo, quindi sgrossarsi diventa simile a impratichirsi, perfezionarsi in un’arte o in una disciplina.

Il senso se ci pensate è sempre lo stesso: togliere ciò che non serve ma in questo caso anche aggiungere ciò che serve.

La tua tecnica canora va solo un po’ sgrossata.

Devi sgrossarti leggermente e diventerai molto bravo a suonare il pianoforte.

Alcune volte, dicevo, può usarsi anche nel senso di togliere il grosso, senza che questo sia giudicato inutile.

Hai ancora molto da lavorare?

Si, abbastanza, ma ciò che conta non è finirlo entro oggi. Posso anche solo dare una bella sgrossata al lavoro, così domani lo finisco.

In questi casi voglio rendere qualcosa meno grosso, meno grande. Certamente però sgrossare e sgrossata si usano maggiormente per indicare l’inutilità delle cose che vanno eliminate, la parte meno utile di qualcosa.

Se il vostro capo dice che bisogna dare una sgrossata al personale, iniziate a preoccuparvi…

Sperando che questo non accada, vi auguro un buon ripasso. Ascoltiamo la voce di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente che hanno utilizzato sapientemente le espressioni imparate per compiere delle frasi:

Ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: vi dispiace se oggi disquisiamo un po’ sui difetti insopportabili di una persona? Sempre che ne abbiate voglia!

Bogusia: Benissimo, amo disquisire di pregi e difetti. Vi prego solo di non fare riferimenti a chicchessia. Per il resto qualunque difetto è benaccetto.

Harjit e Sofie: Secondo me l’invidia è il difetto peggiore. Ma anche l’ignoranza, In effetti mi sfugge il senso del verbo disquisire. Una spiegazione sarebbe d’uopo.

Rauno: disquisire è discutere con piacere e a lungo di qualcosa. Io comunque non ho mai sopportato il rancore o il risentimento che dir si voglia.

Irina: Io di me stessa non sopporto l’apatia. Avete presente quando una persona non mostra interesse o motivazione verso nulla? Questo è odioso perché non riesco a fare nulla, non ci sono santi, neanche fossi paralizzata.

Sofie: io sono insofferente verso coloro che pensano solamente ai propri interessi e il proprio bene, gli egoisti per l’appunto. Se mi imbatto in una tale persona non resta che darmi alla fuga.

585 Il grosso

Il grosso (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ciao a tutti amici di ItalianoSemplicemente.com e benvenuti nell’episodio n. 585 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. 585 episodi sono tanti, è vero, soprattutto per chi inizia oggi. Per chi invece ha già ascoltato e letto il grosso degli episodi, è tutto più facile.

Oggi ci occupiamo proprio del termine “grosso” quando questo non un aggettivo ma un sostantivo.

Prima parlavo del grosso degli episodi, cioè della maggioranza degli episodi, della maggior parte degli episodi.

Si tratta della parte quantitativamente più rilevante, più grossa di qualche cosa.

Solitamente si usa “la maggior parte” o “la maggioranza” ma potete usare tranquillamente anche “il grosso“, sempre al maschile singolare.

Oltre alla maggioranza, se vogliamo sottolineare il concetto di superiorità numerica, esiste anche l’espressione “la stragrande maggioranza”.

Tipo:

La stragrande maggioranza degli italiani è contrario alla pena di morte.

Ma “stragrande” non si usa solamente per indicare una maggioranza in un gruppo. Infatti significa anche semplicemente molto grande, straordinariamente grande, similmente a strafelice, straricco ecc.

Al concerto c’era una stragrande quantità di persone

Il grosso quindi implica l’esistenza di un gruppo o di qualcosa ben identificabile che si può dividere come il tempo, il lavoro eccetera.

È leggermente meno usato, anche perché un pochino più informale, ma lo usano tutti, anche i giornalisti e gli insegnanti.

A che punto sei del lavoro?

Ho iniziato da poco, il grosso del lavoro è ancora da fare;

Anche parlando di numeri quindi, per indicare la parte più numerosa di un insieme più grande:

il grosso della popolazione italiana si è vaccinata

Il grosso della classe è preparata

Per le persone è abbastanza frequente, e in effetti si presta bene ad essere usato per indicare la parte di un gruppo di persone, quindi per indicare la maggioranza del gruppo: in particolare si usa molto nello sport e nel linguaggio militare:

La squadra comprende il grosso dei calciatori dello scorso anno

Il grosso degli atleti di tutte le discipline non partecipa alle olimpiadi.

Il grosso del pubblico ha già lasciato lo stadio

Il ciclista ha staccato il grosso del gruppo che lo inseguiva

Sapete che esiste anche il verbo sgrossare? Ce ne occupiamo domani.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: quali sono i valori morali più importanti per voi? Voglio sapere solo i primi tre. Per me sono coerenza, lealtà e rispetto. Spero di non suscitare proteste per questo.

Harjit: il tuo appello non è stato fatto invano. Da parte mia direi che il più importante è la spiritualità. Segue la libertà e la gratitudine. Ciò non toglie che ci siano anche altre cose molto importanti per me.

Io metto la salute al primo posto. Se questo non è un valore, allora dico la virtù per eccellenza. cioè la forza di volontà. Poi la modestia e l’autostima.

Emma: interessante. questo la dice lunga su di te. Riguardo me, a dispetto delle apparenze, metto al primo posto la passione. Non si direbbe vero?

Ulrike: Lasciatemi sfoderare l’empatia e la pazienza. Come li vedete voi questi due pregi morali?

Mary e Hartnut: Vai a capire perché finora nessuno ha menzionato la gentilezza. Secondo me è una forma di eleganza. La gentilezza si indossa come un vestito di alta moda. E c’è ancora chi la confonde con la debolezza, il che mi stupisce ogni volta.

584 Che dir si voglia, arrogare e rivendicare

Che dir si voglia, arrogare e rivendicare (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi voglio provare a prendere due piccioni con una fava, cioè à fare un breve episodio con un duplice obiettivo. Vediamo se ci riesco.

L’episodio è intitolato “Che dir si voglia” che è un’espressione che si utilizza quando parliamo di qualcosa che possiamo indicare in diversi modi, usando nomi diversi ma equivalenti in quello specifico contesto.

Questo è il primo argomento di discussione di oggi.

Il secondo è la differenza c’è tra il verbo arrogare e rivendicare.

Allora vi dico che questi sono due verbi simili, ma c’è una differenza sostanziale.

Arrogare ricorda molto l’aggettivo “arrogante”. Non è un caso perché il verbo si usa quasi esclusivamente nel senso di pretendere, attribuire a sé stessi quel che in realtà non è dovuto.

Si parla quindi di sé stessi, di attribuire a sé stessi, o di dare a sé stessi qualcosa di positivo: un merito, un diritto, un privilegio, quando però non è dovuto, quando non è il caso, quando non è giusto, o quando non è opportuno o che dir si voglia.

La persona che si arroga qualcosa è pertanto, nell’uso comune, una persona che non ha titolo per farlo, compie una forzatura. Possiamo considerarlo, passatemi il termine, un arrogante, o insolente o supponente” o che dir si voglia, sebbene questo non sia l’aggettivo più adatto.

Forse si potrebbe chiamare una persona pretenziosa, esagerata, sfacciata o che dir si voglia.

Invece rivendicare è un verbo che innanzitutto ha un senso giuridico. Infatti si può rivendicare una proprietà, cioè cercare di recuperare il possesso di una proprietà, come un appartamento, che è illegalmente detenuto da altri. Ma l’appartamento è mio, allora io lo rivendico!

Rivendicare è quindi, giuridicamente, un atto con cui si vuole accertare una verità, un diritto che non viene riconosciuto.

Nell’uso quotidiano però rivendicare si usa similmente a reclamare e contestare quando c’è di mezzo un merito qualunque o anche un diritto qualunque, senza necessariamente chiamare in causa la legge o un giudice.

Se siamo convinti di avere un merito ma gli altri non ce lo riconoscono, possiamo rivendicare questo merito, come a dire:

È merito mio se abbiamo vinto!

Sono stato io che ho fatto vincere la squadra!

Lo stesso per un diritto:

Perché non mi fate parlare? Rivendico il mio diritto di parlare!

Quando una persona quindi protesta per un diritto o un merito non riconosciuto, sta rivendicando il suo diritto o il merito in questione.

Rivendico il successo ottenuto come una mia esclusiva vittoria!

Altre persone però, amici o colleghi che dir si voglia, potrebbero non essere d’accordo:

Vuoi arrogarti il merito della vittoria? Tutti hanno partecipato alla vittoria, non solo tu!

Ecco, direi quindi che la differenza tra rivendicare e arrogare, al di là dell’uso giuridico pertanto dipende dall’opinione personale o dal punto di vista, che dir si voglia.

Avete anche capito, o compreso che dir si voglia, che l’espressione “che dir si voglia” si può usare in molti contesti, ciò che conta è che state usando dei termini o verbi o frasi o aggettivi o che dir si voglia che sono indifferenti nell’interpretare il senso della frase. Possiamo usare uno dei termini a scelta, senza problemi.

Allora adesso vorrei che uno dei membri, una delle persone appartenenti all’associazione o che dir si voglia, utilizzasse qualche espressione già trattata come forma di ripasso. Nessuno si può arrogare il diritto di parlare per primo però, ok? Anzi facciamo una cosa. Facciamo che a parlare sia solo Bogusia.

Bogusia: Buongiorno, scusate ma mi voglio arrogare il diritto di dire la mia sull’argomento di cui sopra.
Voi direte, e lo riconosco, che non mi compete, ma è stata mia l’idea di sollevare la differenza tra arrogare e rivendicare. Quindi la rivendico. Non me ne vogliate per questo tono, non voglio apostrofare nessuno. Da parte sua, Giovanni, manco ho fatto in tempo a proporre questa spiegazione che gli ha dedicato un episodio.
Questo è quanto, o tutto, che dir si voglia.

583 Vorrà dire che

Vorrà dire che (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: se un giorno dovessi dirvi: “oggi niente episodi”

Una vostra risposta potrebbe essere:

Vorrà dire che ripasserò qualche episodio passato.

Ho appena usato una locuzione diffusissima in tutt’Italia:

Vorrà dire che..

Si può usare ogniqualvolta si apprende una notizia, ogni volta che si viene a conoscenza di qualcosa di inaspettato e si vuole esprimere una conseguenza di ripiego, un rimedio, una soluzione alternativa.

Accidenti è finito il sale!

Vorrà dire che mangeremo la pasta sciapa!

Sciapa vuol dire insipida, senza sale appunto.

È come un modo per adeguarsi ad un cambiamento, perché è successo qualcosa di inaspettato, che ci sorprende (non una bella notizia generalmente) ma subito possiamo esprimere una soluzione che tende a rassicurare e a non drammatizzare. Altre volte si usa in modo ironico.

Albert ha scoperto che non basta studiare la grammatica per imparare a parlare l’italiano.

Beh, vorrà dire che adesso anche lui ascolterà e parlerà un po’ di più in futuro.

L’Italia ha vinto inaspettatamente l’oro olimpico nei 100 metri. Vorrà dire che per una volta gli altri dovranno accontentarsi del secondo e terzo posto.

Attenzione perché “vorrà dire che” si usa anche per esprimere una conseguenza logica, intuitiva.

Io non voglio vedere mentre gli italiani battono i calci di rigore. Se poi tutti voi esulterete vorrà dire che abbiamo vinto.

In questo caso voglio dire che la vostra esultanza sarà la dimostrazione pratica della nostra vittoria.

Nell’episodio di oggi voglio invece sdrammatizzare o ironizzare:

Ti hanno licenziato? E allora? Cos’è quella faccia da funerale? Vorrà dire che adesso troverai un lavoro ancora migliore!

Vorrà dire che“, in questi casi, non equivale a “vuol dire che”, sebbene a volte, ma più raramente, si usa anche il presente al posto del futuro con lo stesso senso.

Infatti “vuol dire che” generalmente sta per “significa che”, che si usa generalmente quando si spiega qualcosa (spesso, giocoforza, lo uso anche io nei vari episodi).

Altre volte la forma al presente, come quella al futuro, è legata alle conseguenze, ma non in senso ironico o rassicurante.

Ad esempio:

Se dovessi essere licenziato, questo vuol/vorrà dire che non potrò più comprarmi una macchina nuova, almeno per il momento.

Questa è solo una conseguenza logica, niente di ironico o legato a soluzioni alternative accettabili.

Se invece dico:

A quell’antipatico di Giovanni si è fusa la Ferrari nuova ! Ben gli sta! Vorrà dire che per un po’ dovrà accontentarsi della sua bicicletta.

Qui c’è ironia.

Figlio: Papà, mi hanno bocciato all’esame per la patente.

Padre: Va bene, vorrà dire che lo rifarai e che la tua ragazza dovrà aspettare un po’ prima di essere scorrazzata a destra e a manca!

Anche qui c’è ironia.

Sono andato oltre i due minuti? Vorrà dire che per l’ennesima volta dovrete portare pazienza!

Spesso, come in questo caso, “vorrà dire che” esprime il senso di essere costretti a accontentarsi, senza fare drammi o tragedie greche. Si può allora utilizzare, volendo, anche il termine “pazienza“:

Anche quest’anno niente vacanza all’estero per colpa del Covid! Pazienza. Vorrà dire che resteremo in Italia.

Adesso ripassiamo. Siete pronti per un ripasso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Oggi mi sento quanto mai piena di energia. Come mai che sbuchi con questa domanda? Eccome se siamo pronti. Ce la facciamo in men che non si dica, Non c’è scusa che tenga.

Komi: visto? Neanche hai chiesto ché subito hai trovato volontari pronti ad aiutarti. Manco ci fossimo messi d’accordo.

Hartmut: Neanche mi sveglio ché mi imbatto in questi messaggi. Neanche avessimo fissato un appuntamento.

Harjit e Mary: Io invece, non riesco. Vi saluto. Non lascio mai nulla di intentato per cimentarmi con le frasi nuove, però stavo proprio li li per uscire. scappo. Di nuovo.

Emma: perché mai te la vuoi filare? Io sto ancora a rispolverare episodi del 2020. Farò ancora ancora in tempo a ripassare 10 episodi al giorno se mi impegno Teniamo duro!

582 indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso

Indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso (scarica l’audio)

Video YouTube con sottotitoli

Indicazioni stradali lingua italiana

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo di indicazioni stradali. Ci occupiamo del linguaggio che si utilizza in automobile quando si danno indicazioni stradali.

Dove bisogna andare? Dritto, a destra o a sinistra?

In particolare mi interessano le espressioni e i verbi adatti per indicare una strada da prendere, cioè una strada in cui andare, in cui voltare o girare.

Vai a destra, vai a sinistra, vai dritto sono sicuramente le indicazioni più diffuse in questo senso.

Che faccio adesso? Vado a destra? Oppure vado dritto?

No, vai a sinistra che si taglia.

Anziché usare il verbo andare possiamo anche, come visto prima, usare prendere:

Prendi questa strada a destra

Prendi la prima a sinistra

Dopo l’incrocio, prendi a sinistra, poi al semaforo prendi a destra.

Prendi l’autostrada dopo l’incrocio

Prendere una strada significa quindi andare in una strada, girare per quella strada, voltare in una certa direzione.

Si può indicare anche una destinazione:

All’incrocio prendi per Roma

Dopo il semaforo prendi per Napoli

Prendi la prima a destra e poi prendi per Roma

Sapete che a volte si usa anche un altro verbo: imboccare.

Questo verbo normalmente si usa con i bambini, quando si fa mangiare un bambino.

Imboccare è introdurre il cibo nella bocca di chi non sia in grado di portarvelo da sé, come un bambino.

Bisogna imboccarlo perché non sa ancora mangiare da solo

Nelle indicazioni stradali, imboccare si usa come “prendere”.

Significa quindi avviarsi e procedere in una certa direzione, immettersi in una strada.

Così come si porta il cibo nella bocca di un bambino, si può guidare un’automobile in una certa direzione:

Imbocca questa strada, è più veloce!

Prendi a destra, poi imbocca l’autostrada.

Stai attento perché tra un po’ dovrai imboccare l’uscita dell’autostrada

A volte questo verbo si usa anche in senso figurato, quando la strada di cui si parla è un comportamento, quando sembra che una persona abbia preso una strada giusta o sbagliata, intesa come una scelta, un percorso di vita:

Il ragazzo ha imboccato la strada giusta. Ha finalmente capito che bisogna prima studiare e poi pensare al piacere.

Tornando alle strade, imboccare si usa quando si prende una strada, quando ci si avvia in una direzione, mentre quando si vuole indicare l’uscita si può usare anche sboccare:

Io imbocco l’uscita come mi hai detto, ma dove sbocca questa strada?

Questa strada sbocca in una piazza.

Come dire che questa strada porta, conduce in una piazza. Andando per questa strada, alla fine si arriva in una piazza.

Andando in questa direzione si sbocca a piazza Navona

La manifestazione prima ha preso questa via di fronte a te, per poi sboccare in piazza del Popolo.

Un verbo questo che si usa anche per i corsi d’acqua:

Questo fiume sbocca nel mare tra 10 km.

Questi tre ruscelli sboccano tutti nello stesso fiume.

Si può usare anche il verbo confluire, certamente più corretto, ma meno usato nel linguaggio stradale. Si può anche dire:

Dove porta questa strada?

Dove va a finire questo fiume?

Interessante poi è quando ci sono più possibilità, e allora l’indicazione potrebbe includere il motivo per cui occorre o conviene prendere una direzione anziché un’altra.

Ad esempio:

Prendi a destra ché tagli di un paio di chilometri.

Vai a sinistra ché avanti c’è traffico. Si allunga un po’ ma così accorciamo di qualche minuto.

Andando a destra si taglia. Se invece vai dritto allunghi di parecchio. Non ti conviene.

Secondo il navigatore meglio prendere a destra, sennò si allunga.

Girando a sinistra si accorcia.

Dopo la rotatoria volta a destra, così tagliamo qualche minuto.

Sicuro che così si accorcia? A me pare che si allunghi andando a destra.

Visto? Siamo arrivati prima per aver tagliato il traffico sulla strada principale. Questa scorciatoia non la conosce nessuno! Si abbrevia di molto.

Una scorciatoia è una strada che ci permette di accorciare la lunghezza di un percorso.

Prendendo una scorciatoia, si accorcia, cioè si taglia. Tagliare è più informale ma molto utilizzato. Potete usare accorciare o tagliare senza problemi, anche se per “tagliare” è vero infatti che normalmente si usa un coltello o le forbici.

Accorciare è più adatto sicuramente, perché significa rendere più corto, cioè ridurre la lunghezza di qualunque cosa, quindi anche una distanza.

Si può accorciare un percorso, ma ovviamente possiamo accorciare anche un vestito, un discorso, i capelli, e anche… un episodio !

Anche abbreviare ha lo stesso significato di accorciare e tagliare. Attenti però perché è lo stesso verbo che si usa nel senso di troncare una parola usando un’abbreviazione, tipo dott. al posto di dottore. Questa è appunto una abbreviazione che non si usa per i percorsi.

Una scorciatoia, è bene dirlo, è diversa da una deviazione.

Deviazione viene da deviare, cioè “uscire dalla via”, cioè modificare la propria direzione, uscire dalla via principale. Così facendo si fa o si prende una deviazione, che non è stata prevista ma permette ugualmente di raggiungere l’obiettivo finale.

Di solito la deviazione si prende quando c’è un incidente sulla strada principale, o più traffico del solito, o c’è un cambiamento di programma e ad esempio bisogna accompagnare una persona in un luogo che non si trova sul percorso precedente. Con la deviazione di solito si allunga rispetto alla scorciatoia, con la quale si abbrevia sempre il percorso.

Allora la finiamo qua? Non prima di un bel ripasso. Ascoltiamo:

Ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: avete visto le olimpiadi di Tokyo? Ieri l’Italia ha vinto ben due medaglie d’oro!!

Harjit: gli italiani in questo 2021 stanno facendo un figurone ! Anche i più addetti ai lavori sono abbastanza meravigliati.

Mariana: c’è anche chi rosica abbastanza per questi successi degli azzurri, soprattutto per la vittoria ai 100 metri di Jacobs che ha dato il benservito a chi si meraviglia del suo successo.

Anthony e Mary: un giornalista se ne è uscito con “un progresso difficile da spiegare”, alludendo al doping, probabilmente.

André: una svolta notevole quella di Jacobs. È diventato qualcuno all’improvviso e qualcun altro non l’ha digerito. Se ne dovranno fare una ragione!

La filosofia del Calcetto

La filosofia del Calcetto

Descrizione

Un racconto della durata di 15 minuti adatto ad un pubblico non madrelingua di livello intermedio.

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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501 Il senso

Il senso (audio)

Video YouTube con sottotitoli

Trascrizione

Oggi facciamo il gioco della parola misteriosa. Io vi darò 10 indizi, e voi dovrete indovinare la parola di cui sto parlando.
Ecco i 10 indizi. Poi vi darò ovviamente la soluzione e vi spiegherò un indizio alla volta. Questo è un gioco che facciamo spesso nel nostro gruppo whatsapp dell’associazione.
Ecco gli indizi:
1- può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali.
2 – questa cosa esiste se si trova una spiegazione.
3 – al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge.
4 – Qualche discorso ne è privo
5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito.
6 – Secondo un certo punto di vista.
7 . Può essere doppio.
8 – Una istintiva repulsione.
9 – Uno stato fisico che si avverte.
10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione.
Dunque.
La parola misteriosa è “senso” e adesso vediamo perché.
1- Può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali.
Infatti esistono ad esempio i cinque sensi, la vista, l’udito, il gusto, l’odorato, il tatto. Attraverso questi sensi abbiamo la capacità, o se vogliamo la facoltà, di vedere, ascoltare, gustare, odorare e toccare. Esiste anche il cosiddetto sesto senso, una particolare capacità di cui sono dotate soprattutto le donne. Il sesto senso è infatti la capacità d’intuizione. La capacità di dedurre, di capire, attraverso forme alternative alla logica, ma solo attraverso l’intuito, la percezione.
Esiste anche il senso dell’orientamento, e anche questa è una nostra capacità. Più in generale parliamo della capacità di sentire, avvertire, distinguere, intuire.
2 – Questa cosa esiste se si trova una spiegazione.
Infatti quando una cosa ha senso significa che è sensata, cioè può essere dedotta attraverso un ragionamento logico, oppure ha semplicemente un significato. Quando una cosa non ha senso, invece, o non ha significato o c’è qualcosa che non ci convince. Il termine senso spesso serve a identificare uno dei possibili significati di un termine o di una frase, o a identificare bene la volontà di chi parla quando ci sono dei dubbi.
Se dico ad esempio che non mi piace l’italiano, qualcuno potrebbe chiedere un chiarimento:

In che senso non ti piace l’italiano?

È io: mi sono spiegato male. Non parlo della lingua italiana, ma dell’uomo italiano.
3 – Al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge.
Infatti “ai sensi” si usa quando si parla di una norma. Ad esempio, ai sensi della legge n. 50 è vietato fumare nei luoghi pubblici. Quindi ai sensi si potrebbe tradurre con “secondo quanto previsto” dalla norma in questione.
4 – Qualche discorso ne è privo
Infatti se un discorso è privo di senso vuol dire che non ha un senso logico, analogamente a quanto abbiano già detto.
5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito.
Qui parliamo del senso di marcia, inteso come verso di marcia. Infatti ci sono delle strade che si percorrono solamente in un senso. Si tratta delle strade a senso unico. In questo caso dunque quando la circolazione è consentita in uno dei due sensi, non lo è nell’altro senso.
6 – Secondo un certo punto di vista.
Questo indizio si riferisce alla locuzione, molto comune “in un certo senso” che significa proprio secondo un certo punto di vista.
Ad esempio se io dico:

In un certo senso a me piace soffrire per amore.

Potrei riferirmi ad esempio alla sensazione di essere vivi, oppure al fatto che l’amore, qualora conquistato, sarà ancora più forte. C’è dunque un aspetto a cui mi riferisco in particolare, ma questo può essere considerato solo un mio punto di vista personale.
7 Può essere doppio
Mi riferisco al cosiddetto doppio senso, che solitamente si scrive in una sola parola: doppiosenso. cioè ad una frase che si presta a una duplice interpretazione. Le frasi a doppiosenso sono spesso volute, e questa ambiguità, questo possibile doppio significato, specie se voluto, ha solitamente un tratto malizioso, spesso anche volgare.
Se io dico ad esempio:

Alla mia amica piace molto il pesce

Qualcuno potrebbe pensare ad un riferimento sessuale voluto, e questa è, in ogni caso, una frase a doppiosenso.
8 – Una istintiva repulsione.
Quando qualcosa non ci piace. perché ci provoca una reazione fisica o morale, quando ci suscita un’istintiva repulsione, possiamo dire che ci fa senso. È, se vogliamo, simile a “fare schifo” o “fare ribrezzo”. “Mi fa senso” utilizza il verbo fare, ma nel senso di provocare, suscitare, e il termine senso rappresenta una reazione istintiva che ci allontana, che ci respinge da questa cosa.
9 – Uno stato fisico che si avverte.
Questo indizio si collega al precedente, perché in generale il termine senso indica uno stato fisico, un modo di sentirsi, fisico ma anche psichico o sentimentale. Di solito è uno stato abbastanza indefinito ma comunque intenso. Si può provare/avvertire un senso di benessere, un senso di malessere, eccetera.
10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione.
Parliamo in questo caso del buonsenso, che si scrive tutto attaccato solitamente, che è quella capacità che hanno le persone che ragionano in modo corretto e equilibrato, specialmente quando ci sono necessità pratiche. Abbiamo dedicato un bell’episodio al buonsenso.
E adesso ripassiamo.

Anthony: ottima parola misteriosa oggi! All’inizio qualcosa non mi tornava con gli indizi. Mi stavo per arrendere, ma poi ci sono arrivato e mi sono salvato in calcio d’angolo.

Ulrike: sì! la parola misteriosa rimane senz’altro un esercizio assai utile. Non è mica una cosa che facciamo pro forma.

Sofie: l’altra tappa, assolutamente essenziale del nostro programma settimanale è la video-chat con Zoom che si fa il giovedì sera. È sempre un’ottima esperienza confrontarsi a tu per tu con gli altri membri.

Rafaela: alcuni di loro però sono restii e non se la sentono di partecipare. Sono da incoraggiare, sì, ma dobbiamo anche tener conto che ognuno di loro avrà un suo buon motivo se non riesce a partecipare. Motivo che va rispettato.

Mariana: Su questo non sono affatto di diverso avviso. Mica da tallonare sono! Allora ci sentiamo e ci vediamo alla prossima conversazione?

Giovanni: anche al prossimo episodio.

Grazie per la collaborazione a Mariana, Ulrike, Sofie, Irina, Lia, Rafaela, Emma, Anthony e Rauno.

Italiano Professionale – lezione 32: Situazioni ipotetiche

Situazioni ipotetiche

Durata: 22 minuti

 

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Vincere e perdere

Vincere e perdere (scarica audio)

Quanti sono i sinonimi di vincere e perdere?

Sono parecchi, ognuno con la sua sfumatura di significato. Se avete venti minuti di tempo da dedicarmi li scoprirete tutti.

Un episodio che potete ascoltare più volte se volete. Alla fine faremo anche un esercizio di ripetizione.

Allora, puo cambiare l’intensità, il tono, il contesto, l’emozione.

Solitamente si parla di sport, ma non si vincono e perdono solamente le partite.

Esistono anche le competizioni, le gare, i conflitti, le dispute, gli scontri, i confronti, gli incontri, le battaglie, le guerre, i dibattiti, quindi potremmo parlare anche di politica, di confronti tra uomini, donne, militari, politici e via dicendo.

In moltissimi campi c’è chi vince e c’è chi perde, e vincere e perdere sono sempre i verbi più usati indubbiamente.

La particolarità di questi due verbi è che sono i più generici e quelli che hanno un contenuto emotivo meno intenso.

Per questo motivo ha più senso usarli quando vogliamo dare una semplice comunicazione, quando vogliamo informare. Per lo stesso motivo si usa meno indicando l’avversario e più indicando cosa è stato vinto o perso.

Non è vietato indicare l’avversario, ma conta di più l’informazione che l’emozione:

La Roma vince lo scudetto

Il partito X vince le elezioni.

Il tennista y perde la finale.

Il pugile z ha vinto gli ultimi 20 incontri.

Giovanni ultimamente perde con tutti gli avversari.

La nostra proposta alla fine ha vinto.

La partita è stata vinta con la strategia.

L’Italia ha vinto la coppa del mondo nel 2006

Quando invece voglio dire che la vittoria è avvenuta contro un avversario specifico, posso usare, è questo è ciò che avviene solitamente, il verbo battere.

Se si batte qualcuno si tratta di un avversario.

Si può battere anche un record però.

Non si vince il record, perché il record non è l’oggetto della vittoria, il premio in palio.

Il record si supera, quindi si fa meglio degli altri che ci hanno preceduto. In pratica battendo il record si battono tutti gli avversari.

Verbo molto utilizzato in tutti i campi, il verbo battere.

La Roma batte la Juventus, (normalmente è il contrario),

il ciclista ha battuto tutti i record del mondo,

il politico è stato battuto in un confronto televisivo.

In questi casi si parla sempre di vittoria e di sconfitta, ma si indica il vincitore e lo sconfitto, la squadra vincitrice e quella battuta, vinta, sconfitta.

Il vincitore batte il perdente, mentre il perdente è (o “viene”) battuto dal vincitore.

Passiamo ad abbattere, che sembra simile a battere ma non lo è molto in realtà.

Prima di tutto c’è più intensità, nel senso che, quando uso abbattere per indicare la vittoria contro un avversario, l’essere abbattuto è molto più umiliante che essere battuto.

Possiamo usarlo quando c’è una vittoria netta, schiacciante, indiscutibile, quando cioè il vincitore umilia l’avversario con la propria superiorità; quando chi vince mostra tutti i limiti dell’avversario, che in questo caso viene abbattuto dal vincitore.

Un verbo molto intenso, che si usa, fuori delle competizioni anche al posto di uccidere. Gli animali vengono abbattuti ad esempio.

Anche i bersagli possono essere abbattuti. Infatti abbattere significa anche provocare la caduta, far cadere, buttare giù, mandare a terra.

Nel pugilato significa far cadere l’avversario a terra, cioè, in gergo pugilistico, “metterlo al tappeto”.

Nei confronti di un avversario, quando l’umiliazione è molto pesante, possiamo usare anche i verbi distruggere, schiacciare, eclissare e asfaltare.

Notare che questi verbi utilizzano un’immagine figurata. La distruzione di un avversario usa l’immagine di un avversario fatto a pezzi, come un oggetto.

E schiacciare? Le noci si schiacciano; c’è l’immagine di una compressione, di una pressione.

Questo verbo si usa non solo per indicare una vittoria, ma una superiorità, una netta supremazia che normalmente si risolve in una vittoria.

Spesso si parla infatti di vittoria schiacciante, ciò netta, indiscutibile, inequivocabile. Nessuno può mettere in discussione una vittoria schiacciante.

Anche schiacciare, come potete immaginare, ha una forte componente emotiva.

Come anche asfaltare, verbo abbastanza recente, coniato in ambito politico nel senso figurato.

Deriva dall’asfalto, il materiale usato per ricoprire le strade percorse dalle automobili. Le strade quindi vengono asfaltate, e se lo usiamo con gli avversari, asfaltare un avversario è molto umiliante. Anche questa è una netta vittoria. Abbastanza offensivo usare asfaltare.

Anche eclissare è abbastanza forte. Si usa l’immagine di un pianeta o una stella che viene oscurata, completamente nascosta da un altro corpo celeste.

Possiamo usarlo per una singola sfida, e in questo caso significa superare di gran lunga. Ancora una volta è una vittoria schiacciante.

Più in generale possiamo usare eclissare nel senso di far passare l’avversario in secondo piano nell’attenzione o nella stima generale.

Potremmo dire che Dante Alighieri ha eclissato i poeti contemporanei.

Poi esiste anche il verbo stravincere, che indica sempre una netta vittoria.

C’è anche il verbo superare, che è abbastanza freddo, diciamo così, o forse dovrei dire “tecnico”.

Non c’è una intensità in questo caso. È simile a vincere, ma si usa nei confronti di un avversario. “Superare un avversario” significa battere l’avversario, vincere contro questo avversario.

Il verbo in questione in realtà non si usa solo in questo modo, in ambito di una competizione.

Anche un esame può essere superato. Si va avanti, si passa al prossimo esame, si lascia questo esame alle proprie spalle.

Anche gli ostacoli e i problemi si possono superare e il senso è lo stesso.

È la stessa cosa che avviene anche quando un corridore ne supera un altro, quando una macchina supera un’altra macchina. Questo in realtà è l’utilizzo principale del verbo superare. Ciò non toglie che possa essere usato anche al posto di battere, sconfiggere, vincere contro un avversario. In questo caso, come detto, non c’è però emozione.

È così anche per il successo e l’affermazione. Questi sono sostantivi e non verbi, ma possiamo ugualmente usarli se il nostro scopo non è umiliare, o sottolineare la superiorità di chi vince contro chi perde, ma semplicemente comunicare chi ha vinto e chi ha perso.

L’ultimo successo del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020 (ad esempio).

L’ultima affermazione del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020.

Esiste comunque anche il verbo affermarsi.

Il Barcellona si afferma contro il Real Madrid.

Il senso è sempre lo stesso: la vittoria del Barcellona contro il real Madrid.

Il Barcellona batte il real Madrid.

Possiamo però anche dire:

Il Tennista si è affermato tra i primi 3 del mondo.

È simile quindi anche a “portare sé stessi”, “farsi valere”, quindi non è necessariamente come vincere, ma anche conseguire un buon risultato.

Ci si può affermare anche come un buon medico.

È simile ad imporsi e anche emergere e avere la meglio e avere successo. Se mi affermo contro un avversario comunque vuol dire che l’ho battuto.

Se poi vogliamo dire che è stato un ampio successo, ma senza umiliare chi ha perso, possiamo dire che è stato un trionfo.

Un trionfo normalmente si ha quando si ha una superba affermazione. Ricordiamoci che non vogliamo umiliare chi perde, quindi non possiamo usare verbi troppo forti, come asfaltare, eclissare o abbattere.

Trionfare indica ugualmente una vittoria schiacciante, netta, ma è maggiormente legata all’onore e alla conquista di un premio finale, come una medaglia d’oro alle olimpiadi o ai mondiali. Il trionfo infatti ha a che fare con la folla che acclama i vincitori.

Comunque anche le vittorie non schiaccianti hanno dei modi particolari per essere indicati.

Una vittoria di misura è una vittoria ottenuta con il minimo scarto, come, nel calcio, si indicano le vittorie con un solo gol di differenza: 1-0, 2-1 eccetera.

Una vittoria risicata indica ugualmente una vittoria ottenuta col minimo vantaggio. Una vittoria sul filo di lana è invece una vittoria ottenuta all’ultimo momento, come quella in zona Cesarini, di cui abbiamo già parlato.

Notate come la vittoria non è come la vincita. C’è anche in questo caso una competizione, un gioco, ma si usa la vincita quando si indica il ricavato di questa competizione o anche di una scommessa. Specie se si parla di soldi.

Giovanni ha realizzato una grossa vincita.

Significa che Giovanni ha vinto del denaro. Molto denaro in questo caso.

Esiste però anche la rivincita.

Questa ha più a che fare con le competizioni. La rivincita è una seconda prova che può essere concessa all’avversario perdente o sconfitto, nel gioco e nello sport in generale.

Hai perso. Vuoi la rivincita?

Cioè: vuoi giocare ancora? Vuoi avere l’opportunità di provare a battermi dopo aver perso?

Una rivincita si può concedere:

Ho vinto ma ti concedo la rivincita.

Vale a dire: ti darò l’occasione per rifarti.

Una rivincita si può negare (il contrario di concedere) :

Non puoi negarmi la rivincita!

Si può prendere:

Voglio prendermi la rivincita, e stavolta ti sconfiggerò.

A proposito di sconfiggere. Di questo verbo ancora non abbiamo parlato. Un verbo molto adatto alle battaglie e alle guerre, in ambito militare quindi.

Sconfiggere equivale a battere e superare. Si usa molto nello sport:

È il terzo avversario sconfitto in un mese

Sconfiggeremo chiunque si opporrà alla nostra squadra.

Dobbiamo ancora riprenderci dall’ultima sconfitta subita

Venendo dal linguaggio militare è abbastanza forte come verbo.

Annientare è decisamente più forte però. Sempre molto adatto in ambito militare. Nello sport è nella politica si usa abbastanza spesso. Simile a asfaltare e abbattere. Annientare contiene “niente”, che è ciò che rimane dell’avversario sconfitto. Non rimane niente!

Molto simile a distruggere anche.

Come possiamo chiamare una sconfitta inaspettata?

Possiamo chiamarla défaillance.

Sarebbe una debolezza improvvisa, e non si usa solo nelle competizioni. Si tratta di una figuraccia ad ogni modo.

La nostra squadra ha vinto tutte le partite. Abbiamo avuto una sola défaillance per aver sottovalutato l’avversario.

Invece una grossa sconfitta è una batosta, o una débâcle, o anche una disfatta. Spesso si usa anche una sonora sconfitta. Altre volte anziché di vittoria si parla di una lezione impartita agli avversari.

Vorrei concludere con due verbi particolari: sbarazzarsi e liberarsi.

Si usano spesso con la preposizione di per indicare la cosa di cui si parla:

Mi sono sbarazzato del mio avversario.

La Juventus si sbarazza facilmente delle piccole squadre.

Sbarazzarsi è assolutamente analogo a liberarsi, che però è più tenue, più leggero come verbo. Sbarazzarsi è sicuramente più umiliante.

Sono verbi che, in senso proprio si usano con le cose che fanno fastidio, gli impedimenti, gli intralci, i problemi, le cose inutili.

Quando ci si libera o ci si sbarazza di un avversario, sicuramente si batte, si supera questo avversario, che adesso non dà più fastidio, non è più di intralcio.

In genere si usano frasi di questo tipo:

Il calciatore si libera facilmente degli avversari e fa gol.

La Juventus si sbarazza senza problemi delle squadre meno blasonate.

L’attaccante si sbarazza della stretta marcatura del difensore prima di segnare il gol della vittoria

Vedete che non si usano solo per indicare una vittoria. Sono due verbi sinili a superare, sebbene stavolta c’è una componente emotiva.

Concludiamo con il verbo conquistare, che si usa con i trofei, i titoli e i traguardi in generale.

Quindi conquistare lo scudetto è come vincere lo scudetto. Simile anche a ottenere e raggiungere.

Ottenere una qualificazione equivale a conquistare e raggiungere una qualificazione.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione:

Khaled: Ho vinto la coppa del mondo.

Irina: Ho battuto tutti gli avversari

Bogusia: Il record è stato battuto

Anthony: Abbattere l’avversario.

Andrè: Abbiamo vinto nettamente

Hartmut: È stata una vittoria schiacciante

Irina: Siamo stati distrutti dall’avversario. Era troppo forte

Olga: Stavolta dobbiamo asfaltare i nostri avversari politici

Ulrike: Battendo il record abbiamo eclissato i campioni del passato

Rauno: Qual è il prossimo avversario da superare?

Lejla: Stiamo avendo un successo dopo l’altro.

Rafaela: Dobbiamo affernarci come miglior gruppo aziendale

Sofie: La Juventus si è imposta sul Real Madrid

Ulrike: Dopo il trionfo dei mondiali del 2006, l’Italia non ha più vinto.

Emma: Ci si aspettava una superba affermazione invece è arrivata una vittoria di misura

Bogusia: Abbiamo vinto sul filo di lana

Rauno: Dopo la vittoria risicata della scorsa settimana, adesso gli avversari vogliono la rivincita.

Olga: Mi aspetto una sonora sconfitta dal prossimo incontro!

Sofie: Ci distruggeranno, sono troppo più forti di noi.

Irina: L’ultima volta ci hanno annientato. Stavolta dobbiamo impartire una lezione agli avversari.

Lejla: Ci dobbiamo sbarazzare dei nostri avversari

Emma: Prima di tutto, bisogna superare gli avversari sul piano atletico.

Sofie: L’obiettivo è conquistare la coppa del mondo

Ebbi a dire

Ebbi a dire (scarica audio)

ebbi a dire

Buongiorno a tutti amici di ItalianoSemplicemente.com. Io sono Giovanni, piacere di conoscervi per chi mi ascolta per la prima volta.

Oggi ci occupiamo di un argomento molto particolare, legato al verbo dire.

Voi adesso potreste chiedervi: cosa c’è da dire su questo verbo?

C’è da dire molto, in particolare riguardo alla differenza che esiste tra:

Avere a dire

Avere da dire

Avere da ridire

Avere a che dire

Sapete che il verbo dire significa esprimere un concetto a voce, esprimere un’idea, e si usa spesso anche per riportare esattamente le parole usate e per chiedere di esprimere un’opinione:

Io dico di no

Gianni dice di essere d’accordo

Perché dici questo?

Che ne dici?

Che hai detto?

Eccetera

Però si può usare anche anteponendo il verbo avere al verbo dire: in questo episodio vediamo “avere a dire“. Nei prossimi vediamo altre forme simili.

Avere a dire è una forma un po’ vecchiotta, arcaica ma ancora in uso in certi contesti. Si usa però nella pratica quasi solo col passato remoto e molto più raramente con altre forme:

Io ebbi a dire
Tu avesti a dire
Lui/lei ebbe a dire
Noi avemmo a dire
Voi aveste a dire
Loro ebbero a dire

Es:

La volta scorsa Giovanni ebbe a dire che non era d’accordo con noi.

In quell’occasione, ricordo bene che ebbi a dire che non c’era nessun pericolo.

Maria ha avuto a dire che nessuno è indispensabile in questa azienda.

Ma perché si fa questo? Perché non si dice semplicemente “disse”, “dissi” , “ha detto”, eccetera.

Si fa soprattutto per evidenziare ciò che è stato detto, a volte come forma di rispetto, altre volte per dare ufficialità ad una dichiarazione, ma più di frequente rappresenta un modo formale e comunque in uso solo in certi ambienti, semplicemente per citare una dichiarazione, solo per far riferimento ad essa, per ricordarla, o anche per lodarla. Altre volte per contestata, per criticarla:

Parlando di un argomento qualunque:

Vi ricordo quanto già ebbi a dire qualche anno fa in proposito.

Significa semplicemente: vi ricordo ciò che dissi qualche anno fa su questo argomento. È più formale però. Spesso si aggiunge anche il luogo o l’occasione in cui questa dichiarazione è stata fatta:

Come ebbe a dire il nostro presidente nel corso dell’incontro con tutti i membri, per imparare l’italiano, l’importante è ascoltare cose interessanti.

Quindi: come disse quella volta, in quell’occasione il nostro presidente, ma voglio dare risalto alla frase, come a sottolineare quel momento.

Come aveste a dire anche voi però, bisogna avere anche pazienza, perché non si impara una lingua in una settimana.

Qualcuno, ricordo, ebbe a dire che non aveva tempo per ascoltare. Che sciocchezza!

Qui invece c’è un po’ di polemica, quindi si vuole evidenziare la cosa a questo scopo. Sempre abbastanza formale come forma comunque.

Qualcuno “disse” è molto più usato naturalmente.

Ma questa modalità di anteporre il verbo avere non riguarda solo il verbo dire.

Si usa anche con altri verbi, sempre all’infinito e sempre in sostituzione del passato remoto come nel caso del verbo dire.

Giovanni ebbe a soffrire per la scomparsa del suo gatto.

Cioè Giovanni soffrì.

Io ebbi a manifestare a Giovanni tutto il mio dispiacere perché quel gatto anche a me piaceva molto.

Molte volte, da giovane, ebbi a piangere per delusioni d’amore.

Più volte avesti a ricordarmi i miei doveri

In passato avemmo a frequentare brutte persone.

Le aziende ebbero a beneficiare di tante leggi a loro favore

Una volta esistevano tante idee diverse riguardo terra e all’universo, idee che poi ebbero a convergere grazie alle scoperte scientifiche

Molte persone ebbero a testimoniare in quel processo

Anche queste sono modalità per evidenziare in modo formale e arcaico un fatto – in questo caso – e non una dichiarazione come col verbo dire.

Prima ho detto che si usa soprattutto il passato remoto del verbo avere, ma capita di usarlo anche in altro modo, ma difficilmente col verbo dire:

Stiamo inquinando troppo. Prima o poi avremo a pentircene.

Cioè: ci pentiremo di questo, arriverà il momento in cui ce ne pentiremo. Solo più formale.

Vi faccio una domanda: se aveste a rifare la stessa vita che avete fatto, rifareste gli stessi errori?

Cioè: se doveste rifare la stessa vita, se vi capitasse di rivivere, se viveste nuovamente.

Il verbo avere, in generale, usato in questo modo, non si usa in realtà con molti verbi, ma è bene che almeno conosciate l’utilizzo più frequente, cioè quello con il verbo dire.

Allora, nei prossimi episodi vedremo anche avere da dire, avere da ridire e avere a che dire.

Per ora se volete possiamo esercitare la pronuncia con qualche frase che vi invito a ripetere:

Io ebbi a dire.

Una volta ebbi a dire di volermi licenziare.

Avesti a dire

Ricordi quando avesti a dire che non parlo bene l’italiano?

Ebbe a dire

Mia moglie una volta ebbe a dire che io la tradivo.

Avemmo a dire

Lo scorso anno, durante la riunione, avemmo a dire che c’erano problemi economici.

Aveste a dire

Qualche volta aveste a dire che avevate dubbi sulla nostra onestà. Ve lo ricordate?

Ebbero a dire

Era molto tardi e era buio, ma i poliziotti ebbero a dire che la nostra macchina andava troppo veloce.

Abbiamo finito.

Spero non abbiate a dire che gli episodi di italiano semplicemente siano troppo lunghi.

459 La supercazzola

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Ciao a tutti. Oggi vorrei parlarvi dalla supercazzola, che si scrive tutto attaccato perché è unica parola.

È una parola introdotta dal mondo del cinema, dal film “amici miei” del 1975.

Il termine indica una frase senza significato, composta mettendo insieme parole esistenti o inventate.

È una specie di scherzo, ma se una frase di questo tipo viene inserita in un discorso con un tono sicuro, l’interlocutore, anziché chiedersi il significato di questa frase, le dà ugualmente un senso, cerca cioè di interpretare la frase alla luce del contesto in cui ci troviamo e del tono usato.

In effetti se ci pensate capita spesso di non comprendere tutte le parole di una frase e spesso evitiamo di chiedere di ripetere. Crediamo di aver capito abbastanza per rispondere.

Ma la supercazzola è appositamente senza senso, e l’obiettivo è di imbrogliare, di prendere in giro la persona con cui parliamo.

Proprio questo era l’obiettivo della supercazzola nel film. Prendere in giro. Una burla insomma.

Il termine supercazzola è poi uscita dalla pellicola ed è entrata nel linguaggio informale, con un uso un po’ diverso, quello dalla fregatura, del raggiro.

Non è più una semplice presa in giro, uno sberleffo, ma più in generale, si riferisce a un uso della parola, orale o scritta, con l’obiettivo di imbrogliare il prossimo, di far credere qualcosa, di intortare qualcuno.

Ho detto “intortare”.

Ecco, il verbo intortare rende molto bene il senso della supercazzola.

Intortare significa cercare di convincere, di persuadere qualcuno a fare qualcosa o semplicemente a credere qualcosa, con un preciso scopo egoistico. La torta in effetti non c’entra nulla.

Non ti far intortare! Non credere alle sue parole. È una supercazzola!

Allo stesso modo si usano i verbi abbindolare e imbrogliare, o anche il simpatico verbo infinocchiare, che, come intortare, si riferisce all’uso delle parole per dare delle fregature.

Quindi in pratica la supercazzola è il nome che si dà alla fregatura, che si racconta.

Attenzione a non confondere la supercazzola con la cazzata, termine con cui spesso si indica una bugia, una cosa non vera, detta più per ignoranza, senza necessariamente esserci la volontà di raggirare, di dare una fregatura, ingrediente fondamentale per la supercazzola. A differenza delle cazzate, intese come sciocchezze, stupidaggini, spesso le supercazzole sono invece molto ingegnose. 

Possiamo usare questo termine, certamente informale, in modo molto ampio, ogni volta che si ascolta una frase che risulta conveniente per chi parla, che evita un problema a chi parla, mentre sembra, ma è solo un’apparenza, vantaggiosa per chi ascolta.

Un politico: Votatemi alle prossime elezioni, e io eliminerò le tasse per tutti

Un commerciante: Se acquistate il mio prodotto, non avrete più problemi.

Un macellaio: Mangia tanta carne se vuoi vivere più forte e più a lungo.

Dopo queste supercazzole ascoltiamo il ripasso di alcune espressioni già spiegate.
Ulrike: credo che riascolterò questo episodio. Tanto c’è il lockdown e non si può uscire.
Mariana: ah sì ? Tanto vale allora fare anche un bel ripasso.
Anthony: così riusciremo a giostrarcela meglio tra i 450 episodi passati

Me o mi

Me o mi?

Mi e me (scarica audio)

Sai distinguere me da mi?

Si. Certo. Mi esercito tutti i giorni con l’italiano.

Mi fai un esempio allora? Me ne fai almeno uno?

Ok: a me piace molto la pasta. La pasta mi piace molto.

Me ne fai un altro?

Ok: mi ricordo che una volta me ne sono andato di casa.

Perché te ne sei andato?

Mi ero stufato di mia moglie.

Cosa?

Non hai capito? Mi sono spiegato male? Vuoi che te lo ripeta?

No, non me lo ripetere, ho capito. Ma tua moglie?

Anche mia moglie mi ha chiesto il perché.

E tu?

Io me ne sono restato in silenzio e poi me ne sono tornato a casa

Ah, non me ne avevi parlato. E lei?

Lei poi mi ha lasciato. Allora, hai capito la differenza tra me e mi?

No, ma ho capito la differenza tra te e lei!!

Me la spieghi?

A me sembra ovvia. Mi pare strano che tu me lo chieda.

A me no! Mi aspetto che tu lo faccia.

Dunque: a me sembra che tu sia pazzo. Questo mi sembra.

E lei invece?

Lei mi sembra una persona normale, perché adesso sta con me e non più con te.

Ah ecco. Mi sembrava! A me comunque non importa perché a me sembra sia molto tempo che non mi ama più.

A me invece mi ama. Questo almeno mi dice….

Me ne

Me ne (scarica audio)

Video Youtube

Me ne

Trascrizione

Come si usa “me ne“? Vediamo qualche esempio usando il presente, il passato e il futuro. Prova anche tu.

Me ne vado

Me ne sono andato

Me ne andrò

Me ne accorgo

Me ne sono accorto/a

Me ne accorgerò

Me ne ricordo

Me ne sono ricordato/a

Me ne ricorderò

Me ne frego

Me ne sono fregato/a

Me ne fregherò

Me ne dimentico

Me ne sono dimenticato/a

Me ne dimenticherò

Me ne compiaccio

Me ne sono compiaciuto/a

Me ne compiacerò

Me ne innamoro

Me ne sono innamorato/a

Me ne innamorerò

Me ne dai cinque

Me ne hai date cinque

Me ne darai cinque

Italiano Professionale – lezione 31: Conflitti lavorativi

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Descrizione

Lezione 31 del corso di Italiano Professionale

Parliamo dei conflitti lavorativi, qualcosa che può accadere e accade in effetti in tutti gli uffici del mondo, prima o poi. 

Cambiare i connotati

Cambiare i connotati

Cambiare i connotati e il verbo connotare Buongiorno da Giovanni.

Sapete cosa sono i connotati?

Sono i nostri tratti del volto, le caratteristiche del nostro viso, ciò che ci contraddistingue, ciò che ci rende unici e riconoscibili.

Oggi però molte persone preferiscono cambiare i propri connotati, rifacendosi le labbra, gli zigomi, il naso, il mento eccetera. Rifarsi i connotati quindi è esattamente come cambiarsi i connotati. 

Questo significa cambiare i connotati in senso proprio, ma, come avrete immaginato, la frase ha anche un senso figurato.

Se dichiarate che volete cambiare i connotati di un’altra persona, non significa che siete un chirurgo estetico,  ma che lo volete picchiare, che la volete malmenare fino a cambiargli il volto, fino a deformargli il volto, fino a renderlo irriconoscibile.

I connotati sono quindi i tratti distintivi del viso. Si potrebbe dire, state attenti, che i connotati ci connotano, cioè connotano noi, perché ognuno di noi ha i propri connotati.

Infatti esiste anche il verbo connotare.

Un verbo abbastanza professionale o formale se vogliamo, e ha un significato simile a associare ad un nome o a un significato, quindi simile al senso dei connotati, che identificano una persona.

Es: Quale caratteristica connota maggiormente gli italiani? Forse il fatto di gesticolare? Forse la simpatia?  Forse lo stile?

Come avreste espresso questa frase prima di conoscere il verbo connotare? Forse usando “identificare” o “associare” o anche “contraddistinguere“?

Quale caratteristica identifica maggiormente gli italiani? 

Qual è la caratteristica principale degli italiani?

Quale caratteristica viene associata maggiormente agli italiani?

Per cosa si contraddistinguono gli italiani?

Si utilizza molto anche “connotazione”, un termine simile a “significato”. Infatti indica un significato particolare che viene attribuito ad una parola insieme al suo significato più importante.

Ad esempio le parole anziano e vecchio, hanno una diversa connotazione, in quanto, pur indicando tutte lo stesso concetto, si usano in circostanze diverse. Potrei dire la stessa cosa anche di un solo termine che ha diverse connotazioni a seconda del modo in cui viene usato, tipo il termine “altezza“. Infatti se parlo di una persona, l’altezza può indicare quella espressa in centimetri ma anche l’altezza morale, l’altezza d’animo, la sua magnanimità. Una qualità morale dunque.  
Un saluto a tutti. Vi ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi audio del sito tutti possono aderire all’associazione Italiano Semplicemente.

Una volta richiesta l’adesione ricevere un nome utente e una password che potete usare per scaricare tutti gli episodi, inoltre potrete partecipare a tutte le nostre attività: gruppo whatsapp, esercizi di ascolto e registrazione con la vostra voce, video chat settimanali e riunione dei membri. 

Un saluto a tutti. 

 

 

I mille usi del verbo prendere

I mille usi del verbo prendere (scarica audio)

Sapere usare il verbo prendere? In questo episodio vediamo tutti i principali utilizzi.

Allora, prendere innanzitutto significa “afferrare” e per prendere, in questo senso, bisogna usare le mani.

Allora prendere è, se vogliamo il contrario di lasciare.

Ma prendere si contrappone anche a dare. In questo caso però non si prende e si dà solo con le mani.

Se tu dai una cosa a me, io prendo questa cosa da te. Questa cosa può essere un oggetto, ma anche amore, affetto eccetera.

In effetti prendere non ha solo a che fare con la materia e le mani.

Prendere lo stipendio” è un altro utilizzo molto frequente del verbo.

Hai preso lo stipendio questo mese?

No, lo prendo domani.

Se andate in un bar, si può prendere un caffè.

Cosa prendi? Offro io!

Oh, che gentile. Io prendo un cappuccino e un cornetto!

No, io no grazie, il cornetto mi fa ingrassare, meglio prendere le distanze dai grassi.

Ecco. “Prendere le distanze” è un utilizzo particolare. Significa stare lontano da qualcosa, quindi simile a mantenere le distanze, oppure, in senso figurato, non essere d’accordo con l’opinione di una persona.
Simile quindi a “discostarsi“. Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”. Abbastanza formale come espressione “prendere le distanze”.

Se usate questa espressione potrebbero prendervi per un personaggio politico.

Questo in realtà è stato solo un modo per usare “prendere”: “prendere per” qualcuno o qualcosa.

Significa scambiare per qualcuno o qualcosa.

Per chi mi hai preso? Io non sono la persona che pensi tu! Mi hai preso (scambiato, con fuso) per qualcun altro.

C’è poi chi prende fuoco facilmente, che indica una persona che si arrabbia facilmente. Si può usare anche con i veri incendi: il bosco ha preso fuoco! Bisogna spegnerlo!

Se c’è un incendio, con chi dobbiamo prendercela? Chi è il colpevole?

Prendersela con qualcuno significa infatti accusare
qualcuno, incolpare qualcuno.

Non te la prendere con me, io non sono stato!

State attenti, perché “prendersela“, se non uso “con“, può significare offendersi.

Non te la prendere! (cioè non ti offendere)

Prendere in questi ultimi casi è quindi accettare, reagire, sebbene prendere bene e prendere male significhi anche colpire bene e colpire male:

Il calciatore ha preso male la palla ed è andata fuori.

C’è anche “prendere la mira“, (diverso da prendere di mira), un’operazione che si fa al fine di poter colpire con maggiore precisione.
Dicevo che prendersela significa anche offendersi.

Perché te la sei presa? (perché ti sei offeso?)

Ci sono frasi simili però:
Prendere male qualcosa
Prenderla male

Es: Se Giovanni è stato bocciato ad un esame posso dire:

Giovanni come ha preso la bocciatura all’esame? L’ha presa bene o male? Qui ha il senso di accettare, farsi una ragione di qualcosa.

Posso dire:
Prenderla male, ma anche “prendersela a male“.
A volte è difficile scegliere tra prendere, prendersi e prendersela. Potete dire la stessa cosa con frasi diverse:- Te la prendi se ti dico che non voglio studiare più con te?– La prendi male se non voglio studiare più con te?- Te la prendi a male se non voglio studiare più con te?– Non prendertela ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prenderla a male, ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prendertela a male, ma non mi piace studiare italiano con te!
Ovviamente esiste anche “prenderla bene” ma c’è solo questa forma.
Si usa con le cose che accadono o con le notizie, che potrebbero essere accettate oppure no dalle persone.

Bravo, l’hai presa bene la notizia.Come l’ha presa Maria?Stefano non l’ha presa bene la sconfitta della sua squadra.

Torniamo alle mani, o anche ai piedi: Prendere a schiaffi, a calci, a pugni.

Qui significa colpire una persona con degli schiaffi, con dei calci o con dei pugni.

Se poi mi limito (si fa per dire) ad insultarla, senza toccarla, la potrei prendere a mali parole.
Speriamo che non se la prenda troppo dopo che l’ho preso a mali parole.Se mi prende sul serio però si offenderà.
Ecco: prendere sul serio significa credere, considerare vero ciò che dico. Più che altro si usa per indicare la credibilità di una persona, l’affidabilità delle sue parole, e anche quando una persona scherza, e quindi non va presa sul serio.

Quando invece mi riferisco ad una frase, o qualcosa a cui posso decidere di credere oppure no, meglio usare:

Prendere per buono.

Si usa spesso non solo quando si crede a qualcosa (si prende per buono, cioè per vero) ma anche quando si vuole verificare in un secondo momento.

Per ora prendo ciò che mi hai detto per buono, ma dopo verificherò.

Io vi dico quello che so io, ma non prendete per buono ciò che dirò: dovete verificare.


Si può anche prendere una boccata d’aria: basta uscire in guardino o andare fare una bella passeggiata: si esce, si prende la macchina, si “prende una strada” di campagna, poi si “prende a destra”, poi a sinistra…

Quindi prendere su usa spesso anche per indicare le direzioni da prendere: prendere a destra o a sinistra significa voltare, girare a destra o a sinistra. Così come “prendere l’autostrada” sta per imboccare l’autostrada.
Si usa anche con le indicazioni verso delle località: prendere per Roma, prendere per Parigi, cioè andare verso Roma o verso Parigi.

Prendere il largo invece potete usarlo al mare, quando vi allontanate dalla riva, dalla terra. Ma potete usarlo anche nello sport, quando si vince in modo schiacciante.
In quel caso è il vostro punteggio che si allontana dal punteggio del vostro avversario.

Prendere in giro, per il naso, per il culo, per i fondelli.

Queste sono tutte modalità equivalenti (a volte volgari) per indicare il “prendersi gioco” di qualcuno: fargli credere qualcosa, ingannarlo per puro divertimento.

Poi prendere ha anche il senso di iniziare a far qualcosa,

Prendere a odiare, prendere a amare. Notate l’uso della preposizione “a” in questo caso.

Ho preso ad amare la lingua italiana, quindi da un po’ di tempo ho preso a studiarla.

Tra l’altro esiste anche riprendere:

Avevo smesso con l’italiano, ma adesso ho ripreso a studiarlo.

Questo senso di iniziare. a volte è improvviso:

Mi stavo stancando, quindi ho preso e me ne sono andato

Prendere e andarsene” si usa spesso per indicare un’azione improvvisa, e spesso è la conseguenza di un’emozione o di un pensiero che ci ha fatto muovere per andar via da un luogo.

Se mi dai ancora fastidio, prendo e me ne vado!

Si può prendere e fare qualsiasi cosa, non solo andarsene:

All’improvviso, ha preso ed è partito per l’Italia!

Adesso parliamo di rapporti personali: se non vai d’accordo con una persona, possiamo anche dire che “non ti prendi” con questa persona:

Con Maria proprio non mi prendo!

Significa che non risultiamo simpatici a vicenda.

Si può anche dire:

Io so come prenderlo, fidati di me.

Non so come prenderlo.

In questi casi si indica un comportamento: so come comportarmi con lui, oppure non so come comportarmi, quale atteggiamento prendere, assumere.

In caso contrario, puoi prendere in simpatia qualcuno.

Anche qui in qualche modo c’è qualcosa che inizia, o anche un cambiamento:

Fino a qualche tempo fa io e Maria non ci prendevamo, ma adesso ci siamo presi in simpatia.

Le preposizioni sembrano abbiano un ruolo importante per capire il senso di prendere.

Se uso “per”, “prendere per” qualcuno, significa come detto scambiare per un’altra persona.

Ciao Giovanni!

No, io sono Mario, non Giovanni.

Ah scusa, ti avevo preso per Giovanni.

Si usa spesso anche come esclamazione:

Ma per chi mi hai preso?

Se dico ad esempio:

Hai dimenticato di pagare il caffè oppure l’hai fatto apposta?

Io rispondo: Ma per chi mi hai preso? Per un ladro?

Che significa: chi credi che io sia, un ladro? Mi hai scambiato per un ladro?

Torniamo ora a prendersela.

Abbiamo detto che significa offendersi oppure incolpare qualcuno (prendersela con).

Ma esiste anche:

Prendersela comoda

Che significa: non sbrigarsi, fare le cose con comodo, andare lentamente.

Dai, quanto ci metti a prepararti? Te la prendi troppo comoda! Datti una mossa!

Se uso un sostantivo, tante cose si possono prendere, materiali e non. Spesso si può usare anche un verbo diverso:

Prendersi una responsabilità (assumersi)
Prendere l’autobus (salire)
Prendere la Laurea (laurearsi)

Prendere le armi (arruolarsi)

Prendere un premio è analogo a prendere una laurea o un qualsiasi titolo, che è stato “assegnato” a una persona.

Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso:

Prendiamo un caffè? Tu cosa prendi?

Ma anche prendere un prestito (si parla di una somma di denaro), o prendere “in prestito” (una casa, un’auto, una bicicletta ecc.) qualcosa gratuitamente che però devo restituire o anche “prendere in affitto“ (in questo caso si paga)

Si possono anche prendere lezioni di matematica o di altre materie.

Si può prendere una sgridata, un rimprovero, degli insulti.

Si è detto prima di prendere a calci, schiaffi e pugni. In generale si possono prendere le botte (se qualcuno ci picchia, ci colpisce più volte), si può prendere un colpo alla testa (se sbattiamo da qualche parte), oppure se colpisci un bersaglio puoi dire:

Preso! (cioè “colpito!”)

Si usa anche nel senso di indovinare, ma si usa la particella “ci”:

Hai indovinato! = Ci hai preso!

Anche gli animali si possono prendere:

Prendere una lepre però significa catturare la lepre, mentre prendere un cane o un gatto normalmente sta per metterlo in casa, farlo entrare in famiglia.

Invece prendere un granchio, oltre che al senso fisico, è anche una espressione che significa “sbagliarsi”. Si dice anche “prendere un abbaglio”. Si tratta di un errore grossolano: credevi una cosa e invece la verità era un’altra.

In questi casi potresti farti prendere dal nervoso. Quando un’emozione ti assale, ti cambia lo stato d’animo, si può usare il verbo prendere:

Mi ha preso un nervoso che non ti dico!

Non devi farti prendere dall’ansia.

Non farti prendere dalla paura

Si tratta di qualcosa di improvviso, come quando vieni preso alle spalle da una persona..

Se qualcuno ti prendere alle spalle ti sorprende. Non te lo aspetti perché non lo puoi vedere, in quanto arriva da dietro. Ma si può usare anche in senso più ampio:

Mi stai chiedendo se voglio sposarti? Scusa ma devo pensarci, mi hai preso alle spalle.

L’uso più diffuso però è nel senso di avere un danno da qualcuno o qualcosa:

La crisi economica mi ha preso alle spalle. Non ero preparato e ho dovuto vendere la mia azienda.

Il senso della sorpresa c’è anche in un’altra espressione idiomatica:

Prendere in castagna

In questo caso siamo sorpresi (scoperti) mentre facciamo qualcosa di sbagliato. Un’espressione informale ma molto usata.

Con lo stesso senso si usa anche prendere qualcuno con le mani nel sacco, o prendere qualcuno sul fatto, o anche coglierlo sul fatto, o, in senso giuridico, prendere qualcuno in flagrante, o in flagranza di reato, vale a dire prenderlo, mentre commette un reato. Da non confondere la flagranza con la fragranza.

Si può ovviamente prendere una malattia come anche una sbornia, se vi ubriacate, se cioè bevete troppo alcool.

A volte la cosa è improvvisa:Mi ha preso una paura!Mi ha preso un sonno!

Che equivale a dire:

Sono stato preso dalla paura
Sono stato preso dal sonno

Anche la smania può prendere.
Non ti far prendere dalla smania di ascoltare tutti gli episodi in un solo giorno!
In questo caso è la voglia di finire tutto subito, questa è la smania, simile alla mania, ma cambia l’accento.

La “mania” ma non uguale perché la smania è uno stato di agitazione, di inquietudine, una specie di malessere, un effetto di tensione nervosa o di un diffuso senso di disagio e d’insoddisfazione. Può anche essere un desiderio intenso. una voglia incontenibile, come quando ti prende la smania di divertimento.

Così come si prende una malattia, o una smania, o una sbornia, si può, in modo analogo, “prendere una sbandata” per una ragazza o un ragazzo o un uomo o una donna. Questo verbo “sbandare” si prende a prestito dalla linguaggio dell’automobile, poiché sbandare è perdere il controllo della propria automobile che va quindi pericolosamente “fuori strada” con la macchina.

Ovviamente se si prende una sbandata per una ragazza si perde il controllo delle proprie emozioni.

Non è esattamente come innamorarsi, ma sembra più una cosa passeggera; quantomeno si usa in questi casi, quando non è una cosa molto seria.

Ricordate che prima abbiamo parlato di scambiare una persona per un’altra? Si è usato “prendere per” un’altra persona.

In modo simile, si possono prendere le sembianze di qualcuno.

Si può quindi cercare si somigliare a qualcuno: prendere le sembianze. Se ci riuscirai sembrerai proprio quella persona, avrai il suo stesso aspetto o anche la sua stessa espressione del volto.

Col verbo prendere si indica quindi, come si è visto, un coinvolgimento emotivo con “prendere una sbandata”, ma si può anche essere presi da una ragazza, che è un po’ meno intenso ma è sempre un coinvolgimento.

Però si può anche essere presi dal lavoro (per il lavoro non si può prendere una sbandata): pensiamo solo a quello, non abbiamo tempo né energie per altro.

Si può “prendere a bordo” una persona nel senso di farla salire su una nave o su un’auto ma si usa anche quando si fa entrare qualcuno in un’azienda, un’associazione, o qualsiasi altra cosa che riguarda delle attività da fare insieme.

Molto semplice e usato è anche prendere una decisione o un’abitudine. Anche qui posso usare “assumere” se voglio.

A proposito di decisioni: In Italia circa 200 mila uomini ogni anno prendono moglie, e quindi anche 200 mila donne prendono marito. Ci si prende una bella responsabilità in questi casi no?
A volte le persone che si sposano lo fanno perché sono presi alla sprovvista da una gravidanza imprevista, ma questo è un altro discorso. Sicuramente, se si è presi alla sprovvista, non si sono prese le dovute precauzioni!

Prendere precauzioni” (senza articolo) si usa molto spesso: significa decidere di fare qualcosa prima che accada qualcosa di non desiderato.

Prima si prendono precauzioni, mentre dopo si possono solamente “prendere provvedimenti“, cioè prendere una decisione per trovare una soluzione.

Ormai è tardi però: chissà da chi prenderà il bambino o la bambina. Prenderà dalla madre o dal padre?

In questo caso significa “somigliare“, sia fisicamente che caratterialmente.

Nostro figlio è molto disordinato! Ha preso tutto da te!

Può darsi che abbia preso da me – si potrebbe rispondere – ma bisogna prendere in considerazione anche le amicizie che frequenta.

Prendere in considerazione” è semplicemente “considerare”. Si usa anche “prendere atto” ma ha un significato a volte diverso: conoscere, considerare a posteriori, accettare come vero per il futuro.

Io ad esempio dovrei prendere atto del fatto che gli episodi molto lunghi richiedono molto impegno da parte di chi ascolta e legge, per questo motivo per il futuro meglio fare episodi più brevi.

Comunque si possono prendere le misure anche degli episodi più lunghi se si impara ad ascoltarli più volte o un pezzo alla volta.

Prendere le misure” normalmente significa misurare qualcosa: misurare la lunghezza di un tavolo ad esempio.

In senso figurato invece significa saper gestire, senza avere sorprese. Essere in grado di gestire qualcosa o qualcuno.

Posso prendere le misure di una persona e così facendo imparo a comportarmi con questa persona senza avere sorprese, senza essere “preso alla sprovvista“.

Posso prendere le misure di un lavoro: impari come si fa, impari a svolgere le varie mansioni senza difficoltà

Ma da dove prende origine il verbo prendere? Ovviamente prende origine dal latino.

Ci sono poi tante espressioni idiomatiche e frasi fatte che non ho citato:

Prendi e porta a casa
Prendere o lasciare
Prendere fischi per fiaschi
Prendere in contropiede
Prendere il due di picche
Prendere la palla al balzo
E tante altre espressioni.

Tranquilli però. Ci prenderemo del tempo per spiegarle tutte. Non vi prendo in giro: prendete questa affermazione per buona e continuate a seguirci. Poi vedremo se ho detto la verità.

Italiano Professionale – lezione 30: Il titolare e il facente funzione

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Descrizione

Lezione 30 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è il “facente funzione” o “facente funzioni“.

Vediamo però tutti i termini usati per indicare la sostituzione temporanea di una persona in ambito lavorativo.

facente funzioni

Avere un groppo in gola

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Trascrizione

voce di Emanuele (12 anni)

Avere un groppo in/alla gola: Si dice così quando non riusciTe a parlare per l’emozione.

La gola è quella parte del corpo che serve ad ingoiare, e si trova nella parte alta delle vie respiratorie, nella nostra bocca ma più in basso.

Se avete un groppo in gola significa che talmente è l’emozione che nessuna parola riesce ad uscire dalla vostra bocca. E’ come se ci fosse qualcosa che impedisce alle vostre parole di uscire.

Ero talmente emozionato che avevo un groppo in gola. Non sono riuscito a spiccicare una parola.

Il “groppo” è come un nodo, un groviglio, qualcosa che dà fastidio.

Quando si ha un groppo in gola si avverte una sensazione di costrizione alla gola, tale da ostacolare anche la deglutizione. Non ce la facciamo a parlare, non riusciamo a ingoiare, cioè a deglutire. A volte per commozione, altre volte per paura, oppure perché siamo angosciati.

Può capitare di avere un groppo in gola durante un esame, una dichiarazione d’amore, durante una rapina o un furto in casa.

Anche ad uno straniero in teoria può capitare quando prova a parlare la lingua italiana.

Uno sproloquio

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Trascrizione

Sono interessanti i termini che finiscono con – loquio, infatti loqui significa parlare. Da qui derivano molte parole, come colloquiare, interloquire, esiste la loquacità, la loquela, loquace, loquacemente.

Esiste anche il ventriloquo, che è colui che sembra parlare con il ventre, cioè con la pancia e non con la bocca, perché ha l’abilità di parlare senza muovere le labbra e i muscoli facciali, sicché i suoni sembrano avere origine non dagli organi vocali ma da una sede diversa.

Ma anche il colloquio e lo sproloquio hanno la stessa origine.

Soffermiamoci in questo episodio sul colloquio e sullo sproloquio.

Il colloquio è un dialogo, UNA CHIACCHIERATA, uno scambio di parole e di opinioni. Quando si fa un colloquio in genere è perché si vuole ottenere un lavoro.

Un “colloquio di lavoro”, si dice in genere, ma non c’è neanche bisogno di specificare perché tutti i colloqui sono di lavoro. Con i colloqui di lavoro si fanno anche affari, accordi, trattative.

Poi ci sono gli sproloqui. Uno sproloquio è un discorso. Non si fa in due, come il colloquio ma si fa da solo.

È un discorso però lunghissimo, fastidiosamente lungo, macchinoso e inconcludente. Inutile direi.

Insomma gli sproloqui non piacciono a nessuno.

Quando si parla di sproloqui si usano spesso anche due altri aggettivi con cui si può definire quel discorso: prolisso, che significa lungo, ed enfatico, cioè un discorso fatto con enfasi, spesso anche alzando il tono della voce. Spesso però un discorso enfatico è anche ampolloso e ridondante.

Altri due aggettivi interessanti.

I discorsi che contengono sproloqui sono molto noiosi. Queste persone espongono con enfasi il loro punto di vista, la loro opinione, sottolineandolo con un tono particolare, ad alta voce spesso, facendo gesti anche con le mani. Si compiacciono di caricare i toni ma così facendo risultano prolissi (una lunghezza eccessiva) e ampollosi, cioè superbi, saccenti, vanagloriosi. Le persone equilibrate non fanno sproloqui. Chi li fa invece è pieno di superbia, direi anzi gonfio di superbia. Gonfi come le ampolle, che sono delle bottiglie panciute, delle bottiglie con la pancia più gonfia.

I loro discorsi sono noiosi perché anche ridondanti.

Questo significa che c’è una eccessiva abbondanza degli stessi termini e concetti. Si ripetono sempre le stesse cose. Come una campana 🔔 che quando suona fa “din don dan”. Questo sicuramente vi aiuterà a ricordare l’aggettivo ridondante!

Insomma ad un certo punto viene voglia di dire: basta! Questi sproloqui non si possono sentire!

Ma c’è di peggio sapete?

Se si esagera anche con la volgarità, allora c’è ancora un altro termine: si tratta di un turpiloquio, che è un parlare turpe, cioè un modo di parlare volgare, offensivo e irriverente, cioè irrispettoso, utilizzato per mostrare contrarietà, disappunto verso qualcosa o qualcuno.

Durante un turpioquio si usano imprecazioni, parolacce e anche bestemmie.

Se proprio dovete scegliere, fate uno sproloquio!!

Vediamo alcuni esempi:

La professoressa ha iniziato la lezione con un lungo sproloquio contro gli studenti che non lasciano il cellulare a casa.

Questa professoressa quindi ha parlato troppo, si è soffermata troppo su questo argomento, dicendo cose anche inutili e fastidiose. Non c’era bisogno di insistere così tanto su questo.

Un altro esempio:

Durante la conferenza, il direttore del giornale ha fatto uno sproloquio a favore degli sponsor, dicendo che senza di loro non si va avanti, che è sempre stato così, che anche la pubblicità online è necessaria e Bla Bla Bla. È durato mezz’ora questo sproloquio.

E chiaro che anche questo sproloquio non ha niente di positivo per nessuno, probabilmente neanche per gli sponsor del giornale.

Che ne dite se adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetizione? D’altronde la settima regola d’oro di italiano semplicemente è proprio “parlare“. E allora adesso tocca a voi.

Ascoltare e ripetere è importante, ma non voglio fare uno sproloquio sulla ripetizione 🙂

Ripetete dopo di me:

Uno sproloquio

Lo sproloquio

Gli sproloqui

Il professore ha fatto uno sproloquio.

Ma questo è uno sproloquio interminabile!

Ma quanto dura questo sproloquio?

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

La stretta

Audio

corso di italiano professionale

Trascrizione

Cos’è una stretta?

La stretta più conosciuta è la stretta di mano.

Infatti quando due persone si conoscono si STRINGONO la mano.

Il verbo stringere quindi è all’origine della stretta: quando stringo qualcosa do una stretta.

Quando stringete qualcosa date una stretta.

Col verbo stringere si usa il verbo dare.

Dare una stretta di mano

Dare una stretta ad una vite

Dare una stretta ad un bullone

Dare una stretta alla cintola

Dare una stretta ai lacci delle scarpe

La stretta è quasi sempre legata all’allentamento.

Allentare infatti è il contrario di stringere.

Si può anche allentare una stretta.

Ehi, mi stai stringendo troppo forte la mano. Devi allentare la stretta!

Allenta la cinta, l’hai stretta troppo.

Devo allentare un po’ i lacci delle scarpe, li ho stretti troppo.

Una stretta quindi è una pressione intorno ad un corpo o su almeno due punti.

Con un dito si preme (verbo premere), ma con una mano si può anche stringere.

Il verbo stringere però si usa anche in senso figurato.

Esiste anche la stretta al cuore o a una qualsiasi parte del corpo .

È un dolore forte, acuto e circoscritto, si chiama anche fitta: una fitta

Avvertire una fitta, sentire una fitta è come avvertire un forte dolore in un punto.

Se però parlate del cuore, se non si tratta di un infarto, non è un vero dolore, ma una forte emozione di solito negativa.

La mia fidanzata mi ha lasciato e ho provato una stretta/fitta al cuore.

Ultimamente però, in tempi di covid-19, la stretta più usata, quella che si sente utilizzare maggiormente è quella economica e quella delle libertà.

Il governo è pronto ad una nuova stretta per contrastare la pandemia

stretta del governo

In questo caso si dovrebbe parlare di RESTRIZIONE e non di stretta.

Si sta parlando di restringere le libertà, ridurre, oppure di politiche economiche restrittive.

La stretta di cui si parla quindi fa riferimento ad un restringimento, ad una restrizione delle libertà.

Tutti i governi del mondo, chi più, chi meno, hanno imposto delle strette alla popolazione.

Poi c’è anche un altro significato legato al precedente.

“Essere alle strette” infatti significa essere in una situazione molto difficile.

Quando siamo alle strette spesso siamo costretti a fare qualcosa. Non ci sono molte alternative perché in senso figurato non abbiamo molta libertà di movimento, non abbiamo molte scelte.

L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi

Un allenatore di una squadra di calcio è alle strette quando deve assolutamente vincere per non essere esonerato.

D’altronde quando “stiamo stretti” vuol dire che siamo vicini, troppo vicini e non riusciamo a muoverci.

Su un autobus pieno di persone si sta molto stretti infatti.

Infine, ancora un altro uso del termine “stretta“: quando siamo alla stretta finale vuol dire che siamo al momento decisivo, al momento culminante.

Tra una settimana ci sono le elezioni? Allora siamo alle stretta finale!

Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!

Siamo agli ultimi 100 metri della maratona? Siamo alla stretta finale!

E’ alla stretta finale che si decide qualcosa di importante, manca poco tempo, il tempo rimasto si RESTRINGE sempre di più.

Allora adesso ripetete dopo di me:

Piacere di conoscerla: Dare una stretta di mano.

Dare una stretta ad una vite. L’hai stretta bene?

Dare una stretta ad un bullone: ecco fatto, adesso è ben stretto!

Sono dimagrito, devo stringere la cinta! Devo dare una stretta alla cinta 

Si sono allentate le scarpe: Dare una stretta ai lacci delle scarpe

Il Governo è pronto ad una nuova stretta!

Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!

L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi

Ho tradito mia moglie, lei mi ha scoperto e mi ha messo alle strette, mi ha detto di scegliere: o lei, o la morte!

Fare ciao

Audio

Video

Trascrizione

Ciao, chi non conosce questo saluto informale?

Ma sapete che non si usa solo in questo modo che tutti conoscono.

Il verbo salutare è interessante perché sapete che ai bambini, molto spesso, non si dice di salutare, e neanche di dire ciao. Ai bambini piccoli si dice invece di “fare ciao”.

Fai ciao con la manina!

Fai ciao a zia Giuseppina.

Fai ciao al cuginetto, dai!

Questo è un invito a salutare che si usa esclusivamente con i bambini molto piccoli, più o meno fino a 4 o massimo 5 anni.

“Fai ciao”, cioè muovi la manina.

Infatti “fare ciao” indica un gesto di saluto ottenuto aprendo e chiudendo la mano oppure agitando la mano.

Non è finita qui, perché ciao si usa anche per indicare la fine di qualcosa.

Es:

Un giorno ho deciso che volevo cambiare lavoro e allora ho detto ciao.

Cioè: mi sono licenziato, ho lasciato per sempre il lavoro. Ho salutato, potrei dire, il mio lavoro.

È proprio la conclusione definitiva di qualcosa, senza ritorno. Una fine sicura al 100%.

Mi sono innamorato di un uomo e da quel giorno ciao ciao matrimonio!

Ho inocontrato una brasiliana bellissima e ciao ciao Italia!

Luigi si è stancato della moglie e dopo 20 anni di matrimonio ha incontrato un’altra donna e ciao.

Ovviamente è una metafora del saluto, perché ciao si usa sia quando ci si incontra, sia quando ci si lascia, cioè sia nell’inconttarsi che nell’accomiatarsi. Il saluto di commiato è proprio quando ci si allontana, ci si lascia, magari solo per rivederci il giorno dopo, non certo mai più. Si usa anche “congedarsi” nelle stesse circostanze. Infatti il congedo è più o meno come il commiato.

Così per dare enfasi ad un addio definitivo molto spesso usiamo, sempre informalmente, la parola ciao.

Poi in questi ultimi tempi si usa anche dire “ciaone“, che sarebbe un grande ciao, ma ciaone è andato in uso solamente quando si prova un sentimento di rivalsa contro qualcuno, come a manifestare un odio o come minimo una rivalità. Si usa anche ironicamente.

Dire ciaone pertanto è giudicato più che un saluto affettuoso, direi una presa in giro, quasi un insulto a volte. Si può usare contro gli avversari sconfitti per prenderli in giro.

Tipo:

La polizia mi ha inseguito ma io sono riuscito a scappare perché la mia macchina andava più veloce. Un ciaone alla polizia.

Come a dire: ho vinto io!

Proprio per questo uso un po’ irriverente, irrispettoso e quasi volgare direi, a me non piace per niente questo “ciaone”.

Ma dacché si usa piuttosto spesso recentemente ho voluto parlarvene.

Io quindi non vi dirò mai ciaone ma sempre solamente ciao 🖐️!

Italiano Professionale – lezione 29: Parlare delle possibilità

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Descrizione

Lezione 29 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è come parlare delle possibilità.

Analizziamo tutti gli avverbi utilizzabili a seconda della bassa, media e alta probabilità. La lezione appartiene alla sezione 3 del corso, dedicata alle riunioni e agli incontri.

352 Di per sé

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Indice degli episodi
I Primi 200 episodi in versione KINDLE (+MP3) – (1-100) (101-200) (201-300)
Tutti gli audio-libri in versione KINDLE e CARTACEA (+MP3)
Video YouTube
Trascrizione

Giovanni: ieri vi ho parlato di di mio, di suo, di tuo, di loro, e non vi ho detto, per non fare un episodio troppo lungo, che “di suo” è simile a “di per sé”. Stavolta si tratta di tre parole.

Sono espressioni simili ma “di suo” e simili si usano prevalentemente con le persone, mentre “di per sé” con tutto il resto. A volte però si può usare anche con le persone. Ma quando?

Intanto non posso usare “di per sé” se parlo di me o di te; sto parlando di qualcosa o qualcuno di esterno, lui o loro nel caso di persone o qualcos’altro che non sono persone ma fatti, situazioni, circostanze, oggetti.

Di conseguenza “di per sé” a volte si può usare al posto “di suo” e “di loro” parlando di una o più persone quindi. Es:

Mario, di per sé, è difficile da sopportare

uguale a :

Mario, di suo, è difficile da sopportare

e

Maria e Giuseppe, di per sé, sono brave persone

Maria e Giuseppe, di loro, sono brave persone

Queste frasi sono equivalenti.

Quindi “di per sé”, Come di “di suo” e “di loro”, si usa quando dobbiamo considerare qualcosa o qualcuno solo singolarmente, quando dobbiamo isolare un aspetto, o quando dobbiamo considerare qualcosa o qualcuno nella sua essenza, nella sua singolarità.

Vediamo alcuni esempi quando invece non parlo di persone:

Lo studio della grammatica, di per sé non è sufficiente per riuscire a comunicare in una lingua

In questi casi meglio usare “di per sé”, sebbene si possa usare anche “di suo”.

Questo significa quindi che non basta studiare la grammatica per imparare una lingua. Se la consideriamo singolarmente, la grammatica non è sufficiente: di suo o di per sé non sé non è sufficiente.

Un secondo esempio:

Il Covid ha avuto effetti molto negativi sul mondo dello spettacolo, perché il lavoro in questo settore è di per sé intermittente.

Stessa cosa: anche senza il Covid il lavoro nello spettacolo non è mai continuativo, costante, ma già di suo, potremmo dire, già di per sé, senza aggiungere altro, è incostante, quindi non così sicuro e al riparo da rischi.

Potremmo anche dire in questo caso “è già di per sé intermittente”, proprio come abbiamo fatto con “già di suo”.

Però non parliamo di persone in questo caso. Il lavoro non è un essere umano. Allora è meglio usare “di per sé” come si è detto.

Un’altra differenza:

Questa espressione si usa più spesso senza aggiungere “già” perché più che a indicare qualcosa di sufficiente (già serve a questo, ricordate?)  la maggioranza delle volte indica qualcosa che di insufficiente, che non basta. Allora anche se si parla di persone in questo caso meglio usare “di per sé”.

Esempio:

Di per sé Maria non sarebbe male, ma frequenta cattive amicizie e questo la fa sembrare peggiore.

Come a dire: non basta essere delle brave persone, occorre anche frequentare persone simili a noi per essere considerate in modo positivo. Parliamo di persone quindi, e potremmo usare sia di suo che di per sé, ma parliamo di qualcosa di Maria che non basta, quindi meglio “di per sé”.

In questo tipo di frasi c’è quasi sempre un “non” un “ma” o un “però” da aggiungere, proprio perché qualcosa non basta, non è sufficiente.

Il piacere, per quanto necessario nella vita non è di per sé sufficiente per raggiungere la felicità.

Questo significa che il piacere non basta da solo (di per sé) perché occorre anche altro per essere felici: è una la forma di soddisfazione, ma molto superficiale e perciò è semplice da ottenere ma anche semplice da perdere.

Quindi ricapitoliamo: “di per sé” serve per isolare un aspetto, per considerarlo singolarmente +, e è un po’ diverso da “di suo”, “di tuo”, “di loro” innanzitutto perché stiamo parlando di qualcosa di esterno, quindi non sto parlando di me o di te. Al massimo posso parlare di una o più persone: lui o loro.

Secondo: “Di per sé” si usa sia con le persone che col resto: situazioni, caratteristiche ecc. Infine “di per sé”, spesso indica qualcosa che non basta, qualcosa di non sufficiente. Le caratteristiche proprie delle persone invece sono preferibilmente indicate con “di suo”, che spesso e volentieri sono precedute da “già” (già di suo) che sta a indicare una caratteristica che già esiste.

E adesso ripassiamo 5 espressioni già spiegate:

Hartmut: Dovrò fare mente locale quando userò questa espressione sai?

Khaled: Sarò un po’ duro di comprendonio, ma anche io non è che ci abbia capito proptio tutto!

Xin: Vai a capire quante volte dovremo ripassare questa espressione prima di poterla usare senza problemi!

Xiaoheng: é risaputo che la ripetizione è importante. Lo dice anche la prima regola di Italiano Semplicemente.

351 Di mio, di suo, di loro

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    • Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlarvi di una espressione particolare: “di mio”.

Perché vi parlo di una espressione? Ve ne parlo perché queste due parole “di mio”, o “di tuo”, o “di loro” non sempre, all’interno di una frase hanno un particolare significato.

Mio, suo, loro sapete che sono aggettivi possessivi, quindi indicano il possesso:

il mio giocattolo, il tuo telefono, il loro appartamento eccetera.

La preposizione “di” davanti a questi aggettivi però non si usa molto spesso. Possiamo distinguere 3 modi diversi di usare di davanti a mio, tuo, loro.

Chi ha scritto questo libro? L’hai scritto di tuo pugno?

Questa frase “scrivere di proprio pugno” indica semplicemente l’autore di un libri, ma anche di un articolo di giornale o un qualsiasi documenti scritto.

C’è il senso del possesso anche qui, ma non si usa in questo modo con altri verbi al di fuori di “scrivere”.

Sempre con il senso di appartenenza, posso anche dire:

In questa casa non c’è niente di mio.

Il che significa che non c’è niente che mi appartiene, non c’è nulla che è mio, ma megliol dire nulla “di mio”.

Allo stesso modo potrei dire:

Di mio, in questa casa, c’è solo questo armadio

oppure anche, in senso più ampio

In questa poesia non c’è niente di tuo

che è come dire:

In questa poesia non c’è niente di Giovanni

In questo caso il senso è un po’ più largo: si parla di stile di scrittura, del modo di scrivere.

Quindi anche in questo secondo modo di usare “di mio” c’è il senso di appartenenza.

C’è un terzo modo di usare questa espressione, il modo che mi interessa maggiormente spiegarvi oggi: “già di suo”, “già di mio”, “già di loro”.

Queste espressioni –  queste possiamo chiamarle così perché hanno un significato particolare – indicano una caratteristica di una persona o di una cosa che è già presente, che non ha bisogno di alcun intervento perché già fa parte di questa persona, o di questa cosa.

Mi spiego meglio con alcuni esempi:

Il Sabato è bello già di suo

Come a dire: il sabato è bello perché si chiama sabato, perché di sabato non si lavora, o perché è l’ultimo giorno di lavoro, o perché solitamente ci si diverte. Non ha bisogno di altro.

Lo stesso se dico:

Giovanni dovrebbe vestirsi bene per essere più carino. Marco invece è già bello di suo, e non ha bisogno di nient’altro.

Marco è già bello di suo: si parla sempre di appartenenza, ma non di oggetti o di cose qualsiasi, ma di caratteristiche proprie. Se vogliamo sottolineare che non c’è bisogno di intervenire per cambiare o migliorare la situazione o per aggiungere delle cose, possiamo usare questa espressione.

Andare in Italia è già di suo una grandissima esperienza, ma se vuoi esagerare puoi visitare Roma.

“Già” evidenzia la non necessità di fare qualcos’altro.

Giovanna si mette le scarpe col tacco per sembrare più alta, ma lei, già di suo, è alta 1  metro e 80 centimetri.

Senza mettere alcun tacco, Giovanna è già molto alta quindi.

Maria, che già di suo mangia moltissimo, questa settimana ha partecipato a tre pranzi di matrimonio!!

Notate come al femminile non cambia: “suo” resta “suo” anche al femminile, non diventa “sua”.
Ora è giusto che alcuni dei membri dell’associazione, che già di loro producono molte frasi di ripasso, mettano qualcosa di loro anche in questo episodio. A voi la parola:

Lejla: Certo, non ti risponderemmo mai picche Gianni!

Ulrike:  Dacché ce lo hai chiesto, siamo pronti ad accontentarti!

Anthony: Io è meglio che non dica nulla. Mi risparmio una figuraccia!

omi: E fu così che fece un figurone invece!

Italiano Professionale – lezione 28: come generalizzare

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Descrizione

In questa lezione di Italiano Professionale vediamo i vari modi che possiamo usare per generalizzare. La generalizzazione è l’operazione contraria della puntualizzazione, a  cui abbiamo dedicato la lezione n. 24

350 Ma come si fa!

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Trascrizione

come si fa!

Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo visto la differenza tra una frase seguita dal punto esclamativo e la stessa frase seguita dal punto interrogativo. La frase era “ma va’“. Nei due casi, come si è visto, il significato e l’utilizzo cambia completamente.

Succede spesso questo nella lingua italiana. Ad esempio anche con la, frase “ma come si fa”.

Col punto interrogativo si tratta di una domanda:

Ma come si fa?

E questa domanda si fa quando non si è in grado di fare qualcosa.

Esempio, il professore dice: ecco il compito di matematica che dovete fare.

Lo studente, se non ha studiato può rispondere: come si fa?

Cioè: come si fa questo compito?

Le domande con questa risposta sono praticamente infinite, e generalmente si tratta di cose difficili da fare, almeno per la persona che pronuncia questa frase:

Vediamo un altro esempio:

Dobbiamo immediatamente modificare questo video e renderlo più leggero, così è troppo pesante.

Come si fa a modificare un video?

Quando si tratta di una domanda, la preposizione da usare è “a”: come si fa a…

Poi si mette il verbo all’infinito, il verbo indica esattamente la cosa difficile da fare, ciò che non sappiamo come fare.

Se invece si tratta di una esclamazione cambia l’intonazione: Come si fa!

Questa è una frase che in genere è preceduta da “ma“:

Ma come si fa!!

Non si tratta di una domanda ma di una esclamazione.

Si usa quando si è molto stupiti di un comportamento di una persona, quando non ci si spiega qualcosa, quando qualcosa risulta incomprensibile. Si tratta quasi sempre di qualcosa che ha dei riflessi sulla stessa persona che pronuncia questa frase. Qualcosa di molto importante è accaduto, determinato da un comportamento sbagliato, qualcosa che si è “fatto“, quindi un’azione compiuta. Il verbo “fare” che si utilizza nell’espressione indica un’azione quindi, un’azione dalle conseguenze negative, anche molto negative.

Vediamo tre esempi:

Un figlio, non ancora maggiorenne, quindi ancora senza patente chiama a casa e dice che c’è stato un incidente con la macchina.

Il padre, sbalordito, tra le altre cose, dice:

Ma come si fa!! Come si fa! Dico io! Hai preso la macchina senza avere la patente, sei un incosciente.

Questo “come si fa” indica appunto un atteggiamento sbagliato, un modo sbagliato di comportarsi, qualcosa di non normale, di anormale, a volte di inspiegabile.

Dico io“, o “io dico” spessissimo accompagna l’espressione “come si fa”. Si tratta naturalmente di espressioni emotive, di conseguenza fanno parte di un linguaggio soprattutto parlato. Sono frasi che escono da sole dalla bocca, frutto di una intensa emozione.

L’espressione spesso sembra proprio una domanda, perché viene completata come una domanda:

Ma come si fa a guidare senza patente dico io! Ma come ti è venuto in mente!

Secondo esempio:

Sono stato bocciato tre colte consecutive all’esame di lingua italiana.

Commento di un mio amico:

Ma come si fa! Tre volte di fila! Sei proprio un somaro!

Terzo esempio:

Komi: ancora una volta, un episodio della rubrica 2 minuti con italiano semplicemente, sfora la durata dei due minuti!

Max Karl: Ma io non lo so! Ma come si fa, dico io! E’ inaccettabile! Ma è mai possibile?

Rauno: Si direbbe che non si abbia nessun rispetto per gli ascoltatori! Non è che lo fai apposta?

Sofie: secondo me nonostante tutto è stato un bell’episodio. Comunque andava bene anche ancora più lungo di così, io non ho problemi.

349 Ma va’

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Ma va

Trascrizione

Giovanni: cosa si dice ad un amico quando dice qualcosa di poco credibile? Cosa si dice quando questa cosa che hai appena ascoltato non è credibile, cioè quando è palesemente un’esagerazione o una bugia, o una notizia falsa, quando è chiaro che è una cosa non vera?

La lingua italiana è molto generosa anche in questo caso, quindi potete usare molte espressioni particolari.

Una di queste è dire:

Ma va’!

Certo, potreste anche rispondere più semplicemente con:

Non ci credo!

Ma cosa stai dicendo?

Ma dove l’hai sentita questa?

Se invece dite:

“Ma va’!”, normalmente si accompagna l’espressione con la mano e si gira la testa a destra o sinistra. I membri dell’associazione italiano semplicemente possono vedere anche un brevissimo video in cui mostro questo movimento.

Ma va!

Va’ è la terza persona singolare del verbo andare , e questo sembra un invito ad andare da qualche parte.

Conoscete tutti la parolaccia italiana simile a questa espressione vero?

Ebbene, questa parolaccia sarebbe certamente un’esagerazione in questo caso quindi è sufficiente dire:

Ma va’!

Spesso si raddoppia:

Ma va’ va’!

Come a dire:

Ma non dire sciocchezze!

Ma che dici!

Ma cosa stai dicendo!

Ma vai a raccontarlo a qualcun altro!

Ci sono anche delle varianti regionali. A seconda della regione in cui vi trovate poi potrebbe diventare:

Ma va’ là (Ma valà, Mavalà) potete scegliere come scrivere, si usa infatti solamente all’orale.

Ma vatti a ripone!

Ma vammoriammazzato!

Ma vadavialcú!

E tante altre simili.

La prima (ma valà) è abbastanza diffusa nel nord Italia, ed è equivalente a “ma va’“. Le altre sono di località diverse ma più pesanti, assimilabili a degli insulti o offese, ma tra amici spesso vengono usate.

Invece “ma va’” la potete usare tranquillamente, sempre con amici ovviamente, fate attenzione! Sempre meglio accompagnare con un sorriso.

Infatti si usa anche seriamente quando non volete più discutere con una persona e terminate il discorso in questo modo. È un modo brusco per liquidare una persona.

È una alternativa meno maleducata che sostituisce il classico “vaffanculo”, la parolaccia di cui vi parlavo prima e che tutti conoscete.

Avete voglia di usare subito questa nuova espressione?

Bene, allora grazie di aver ascoltato anche questo episodio di due minuti.

So cosa stare pensando….

Comunque devo dire che “ma va’” può anche essere una domanda:

Ma va’?

Come a dire:

Davvero? Ma non ci posso credere! Quello che mi hai detto è incredibile.

Anche qui il modo di pronunciare questa frase è fondamentale perché si usa anche quando una cosa è scontata e quindi mi dà fastidio averla ascoltata da te, come se tu dubitassi della mia intelligenza:

Sai che in Italia si mangia bene?

Ma va’?

Come a dire: certo che lo so, lo sanno tutti!

In pratica si fa finta di essere stupiti, si finge stupore, e il tono da usare deve essere adatto, quindi un po’ esagerato, uno stupore esagerato.

Adesso la parola sta a voi!

Sapete che c’è un ripasso alla fine di ogni episodio di questa rubrica?

Lejla:  Ma va’?
Komi: e fu così che anche questo episodio superò i due minuti. Siamo alle solite! Però l’episodio mi è piaciuto molto.
Rauno:  lo stesso dicasi per me.


Italiano per Ispanofoni – l’ultimo libro di Italiano Semplicemente

La facilidad de los hispanófonos al entender el sentido general del italiano les impide ver las diferencias entre los dos idiomas. Por eso el italiano resulta tan difícil de dominar.
El objetivo de este libro no es el de explicar los significados de 24 expresiones – lo que ya hizo Giovanni Coletta en italiano en su web Italiano Semplicemente – sino de las decenas de otros elementos de la lengua que fácilmente pasarían desapercibidos al escuchar o leer superficialmente los textos.
El resultado es una panorámica de las dificultades del italiano específicas para estudiantes hispanófonos que, tras acercarse al italiano, comienzan a descubrir sus sutilezas, desveladas por profesionales de la enseñanza que con su experiencia transforman los audios de Giovanni en una guía a sus misterios más fascinantes y útiles.
Una colección de materiales que los cursos tradicionales no incluyen; las explicaciones que hasta ahora sólo se daban en el aula de los afortunados que toman clases con profesores que conocen perfectamente el español y saben analizar las diferencias entre estos dos idiomas, tan parecidos pero por eso mismo tan engañosos, reunidas en un texto imprescindible para quien quiera avanzar sin perder tiempo en el estudio del idioma de Dante.
Con ejercicios.

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348 E fu così che…

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Trascrizione

Giuseppina: ricordate l’espressione “le ultime parole famose”? L’abbiamo spiegata due puntate fa sempre nella rubrica due minuti con italiano semplicemente.

Ebbene c’è un’altra espressione simile che si usa meno a fini scaramantici, cioè per allontanare la sfortuna, ma più  per ridere, per ironizzare su un situazione o su una affermazione che potrebbe risultare falsa, proprio come “le ultime parole famose”.

L’espressione è “e fu così che...”. Questo è solo l’inizio della frase che poi continua sempre in modo diverso.

“Fu” è il passato remoto del verbo essere.

“Fu così che” si pronuncia sempre non appena qualcosa è stato detto, qualcosa che è stato pronunciato con tono sicuro, come ad esprimere sicurezza o la non paura di un pericolo.

Ad esempio, se sto per entrare in un bosco di notte, potrei dire:

Non c’è nessun problema, riuscirò ad attraversare il bosco senza problemi!

Qualcuno potrebbe dire, in quel momento:

e fu così che si persero nel bosco…

Con questa frase, pronunciata usando il passato remoto (fu, si persero) si immagina di trovarsi nel futuro e di parlare di questa faccenda accaduta tanto tempo fa, come quando si racconta una cosa curiosa o interessante.

Se ci pensate ci troviamo nella stessa situazione di quando diciamo “le ultime parole famose”. La differenza è che “e fu così che…” si usa sempre prima che accada questo evento, in genere negativo. Ci si pone quindi nel futuro, a raccontare una vicenda passata divenuta famosa, celebre, degna di essere raccontata. In questo modo si fa quindi ironia su una possibilità futura, che comunque in generale può anche essere positiva.

Ad esempio se tu mi dici:

giochiamo alla lotteria, c’è in palio 1 miliardo di euro.

Si ok, rispondo io, gioco anch’io anche se so benissimo che non vincerò mai.

Tu potresti rispondermi: e fu così che diventò miliardario…

Allo stesso modo potrei dire:

Le ultime parole famose!

Potete usare l’espressione di oggi in molte occasioni diverse, quasi sempre per fare ironia su una dichiarazione o comunque delle parole appena pronunciate da un amico o parente.

Potete usarla anche sulle vostre stesse parole, facendo autoironia in questo caso.

Solitamente la frase inizia sempre con la e: “e fu così che…” per aumentare l’enfasi su ciò che accadrà, o meglio che potrebbe accadere in futuro. Potete comunque anche dire “fu così che…” senza problemi.

E fu così che anche l’episodio 348 durò più di due minuti e gli ascoltatori persero la pazienza!

Anthony:

E’ POSSIBILE MAI che TOCCA DI NUOVO A ME scrivere una frase di ripasso? LA VEDRESTE bene se provassi a SFODERARNE una stracolma delle nostre espressioni come i pendolari ACCALCATI sull’autobus all’ora di punta? Non sarebbe FUORI LUOGO, cioè inopportuno, se mi mettessi di nuovo in evidenza? Spero di no! Va bene. BANDO ALLE CIANCE (frase dal corso professionale) ragazzi! Ve ne scrivo una nuova. Però sono convinto che @Andre ci ironizzerà sopra dicendomi o “BONTÀ TUA!” o “ahó! (esclamazione romanesca) DACCHÉ le frasi di ripasso non TI DEGNAVI mai di scriverne una. E ne fai una ogni giorno ormai!” Come RISPOSTA, gliene farei una SIBILLINA. TAGLIANDO CORTO, gli direi “PUO’ DARSI!”. Ma in realtà, da questa settimana in poi mi metto a partecipare DI BUONA LENA ogni giorno, IL CHE SIGNIFICA *che* dovrete ABBOZZARE sempre di più le mie STUPIDAGGINI/SCIOCCHEZZE/FESSERIE scritte. Intanto ragazzi ve saludi (dialetto lombardo con uso ironico qui)! E domani CI RIAGGIORNIAMO!

 

347 – Rispondere picche ♠

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Giuseppina: Ho una domanda per voi: Vi hanno mai risposto picche ?

Ripeto: vi hanno mai risposto picche?

Dovete sapere che non è certamente piacevole sentirsi rispondere picche. Perché se qualcuno vi risponde picche non vuol dire che vi dice “picche”; non vuol dire che questa persona pronuncia la parola “picche”, ma significa che vi dice “no”.

L’espressione viene dal gioco delle carte. Chiunque giochi a poker o comunque con le carte da poker, sa bene che esistono quattro semi, cioè quattro gruppi di carte simili: le carte di cuori, quelle di quadri, quelle di fiori e quelle di picche. Cuori e quadri sono di colore rosso, mentre fiori e picche sono nere.

Nel gioco delle carte il verbo “rispondere” non significa parlare e pronunciare la risposta ad una domanda, ma vuol dire gettare una carta sul tavolo, mettere, giocare quella carta. E le carte hanno un valore diverso a seconda del seme. Infatti i cuori hanno un valore più alto, poi vengono i quadri, poi fiori e alla fine vengono le picche, che sono le carte che hanno il valore più basso.

Comunque per usare questa espressione non è necessario saper giocare a carte. Infatti rispondere picche, come vi dicevo, è un “no” particolare.  Rispondere picche significa infatti rifiutarsi, opporre un rifiuto a una richiesta, o anche negare un favore.

Vedete quindi che la domanda che si fa prevede un “si” oppure un “no” come risposta, ma si tratta di richieste e non di domande:

Ho chiesto un prestito alla banca, ma mi ha risposto picche.

La banca ha detto no, niente prestito.

Se chiedi un favore ad un amico l’ultima cosa che desideri è che ti venga risposto picche.

È un no molto fastidioso. Ovviamente informale come espressione. Più normalmente si può dire:

Non concedere un favore

Negare un aiuto

Opporre un rifiuto o un “diniego”

Rifiutarsi

Ricordate che si può rispondere picche solo se si tratta di richieste e non di domande generiche:

Vieni con me al cinema?

Ci sposiamo?

Mi aiuti per favore?

Mi perdonate se ho superato i due minuti?

Se non mi rispondete picche vi faccio ascoltare una frase di ripasso delle espressioni precedenti.

Komi:  a me non piace rispondere picche, fosse anche per non sentirmi dare della maleducata.
Carmen: secondo me invece ogni tanto non fa male rispondere picche, perché spesso e volentieri la gente se ne approfitta della tua disponibilità

Anthony: Grazie! Ma almeno agli amici trattiamoli bene. Altrimenti poi potrebbero fare i sostenuti, e l’amicizia rischierebbe di venir meno.

346 – Le ultime parole famose

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Trascrizione

Giuseppina: c’è un’espressione italiana che si utilizza quando ci si augura che delle parole non vengano smentite dai fatti. Parliamo di questo argomento in questo episodio della durata di due minuti.

Mi riferisco a quando una persona prova a fare una previsione ottimistica su qualcosa, nella speranza che le cose vadano bene. Bene come si è previsto.

Spesso noi italiani in questi casi amiamo pronunciare delle formule scaramamtiche, nella speranza che non si venga contraddetti dalla realtà. Una si queste formule è “le ultime parole famose“.

Ad esempio:

Domani potremo fare la gita in montagna? Il tempo sarâ buono?

Credo di sì, domani infatti non dovrebbe piovere. Speriamo che non siano le ultime parole famose.

Questo significa: speriamo di non essere smentito dai fatti.

Speriamo che le mie parole non vengano ricordate in futuro come le ultime pronunciate da me prima di morire. Speriamo che queste parole non diventeranno famose, cioè conosciute da tutti proprio per questo motivo.

Questo è il senso ironico dell’espressione.

Ovviamente nessuno perderà la vita, nessuno morirà, quindi non saranno le ultime parole pronunciate. Non è il caso di interpretare seriamente la frase, che invece è ironica

Si può usare anche a posteriori, cioè dopo che le nostre previsioni, purtroppo, non si sono avverate.

Così ad esempio il giorno successivo, alla partenza della gita, appena inizia a piovere potrei dire:

Ecco, chi aveva detto che oggi non pioveva? Le ultime parole famose!

Allora ho superato la durata di due minuti?

Giovanni: non so, vediamo ne riparliamo dopo il ripasso di Ulrike e Anthony. 

Anthony:

Scusate ragazzi se MI FACCIO VIVO di nuovo per scrivere un’altra frase di ripasso. sì è vero! SONO TORNATO ALLA CARICA. Facendo così è chiaro che mi renderò SOGGETTO A scherno da parte di qualcuno. Ma SI DÀ IL CASO CHE non me ne freghi niente. Ho cincischiato troppo lasciando che altri impegni si mangiassero il tempo che mi sarebbe piaciuto passare con voi nel gruppo. ERO troppo RESTIO a partecipare insomma. Avrete già capito allora che ERA ORA di ROMPERE GLI INDUGI. Quindi PRENDO E scrivere di più! Tra le altre cose da integrare nelle mie scritte, MI SONO PREFISSO l’obiettivo di CHIAMARE IN CAUSA un altro membro del gruppo. Per L’ESORDIO di questa mia nuova tradizione, non posso non nominare la grande Ulrike. Niente TIRO MANCINO però! Vorrei solamente che replicasse con una frase di ripasso BELLA LUNGA, colma delle nostre frasi, e fatta A MODO SUO!

Ulrike:C iao a tutti i lettori e ascoltatori della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Se volete sapere qual buon vento mi ha portata nell’episodio di oggi, è stato Anthony, un’ altro membro dell’associazione italiano semplicemente che di punto in bianco mi ha chiamata in causa a rispolverare qualche espressione precedente della rubrica. Vi dico, a prima vista mi sembrava un’idea peregrina, almeno un po’ osè. Spontaneamente volevo rispondere: Anto, che stai facendo, sfacciato, che non sei altro. Poi però a ragion veduta mi sono detta, pazienza Ulrike, ce la farai senz’altro. Ed infatti, mi diceva bene ed ho sfoderato in men che non si dica una bella manciata di espressioni. E per questo posso tranquillamente chiudere qui. Ho raccolto la provocazione di Anto, non potevo farne a meno. Penso sia diventato un ripasso proprio come si deve.

Emanuele: quanto doveva durare questo episodio? 2 minuti? Le ultime parole famose eh?

345 – Dacché

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Giuseppina: l’episodio di oggi è sul termine dacché, un’unica parola che si scrive con due c, l’acca e una e accentata. Dacché si può scrivere anche con due parole staccate “da che”, ma si sa come è fatta la lingua italiana e spesso due parole diventano una sola. E c’è sempre un motivo per questo. Infatti dacché si usa in particolari circostanze e spesso ha lo stesso significato di poiché, dato che, dal momento che, siccome. Es: dacché Giovanni desidera una mela, gliela darò.

Si sta quindi dicendo il motivo per cui si compie un’azione. Dacché esiste anche questo termine occorre spiegarlo anche ai non madrelingua. Esempi di questo tipo se ne possono fare a bizzeffe. C’è anche un uso di dacché che ha a che fare col tempo: Dacché sei andato via, non ci divertiamo più. Significa semplicemente “da quando”. La preposizione “da” si usa però spesso per indicare un cambiamento: Da qui a li Da oggi a domani Da quando non ci sei tutto è cambiato. E infatti dacché ha anche un altro utilizzo, proprio quando i sono dei cambiamenti rilevanti che ci colpiscono. Si usa per indicare la situazione precedente al cambiamento:

Cosa? Ora ami i gatti? Dacché dicevi che li odiavi, adesso li ami?

In questo modo voglio evidenziare questo cambiamento: prima la situazione era diversa da adesso.

Dacché sembrava dovessi morire dalla stanchezza, adesso vuoi andare a ballare?

È un modo abbastanza veloce di evidenziare un qualcosa che stupisce. Potete usarlo senza problemi nelle modalità che vi ho descritto. Certo, non lo usano tutti gli italiani, ma tutti lo capiscono. Lo usano spesso i giornalisti. Giovanni: ed ora un po’ di ripasso. Scusate se parlo poco ma mi trovo in vacanza in montagna

Anthony: Vedendoti là in montagna MI HA COLTO DAVVERO SUL VIVO. Anzi MI HA COLTO ALLA SPROVVISTA. Eri a Roma e poi come niente fosse sei DI PUNTO IN BIANCO in vetta al Monte Bianco!
E per altro NON TI DICO quanto mi mancano le montagne del nord italia. Se mi invitassi ti raggiungerei in montagna SPESSO E VOLENTIERI ogni estate ma ai tempi del Covid, stando fuori dell’europa, Mi dovrei addirittura SCERVELLARE per trovare il modo di unirmi a voi. E se io ci riuscissi potreste RIVENDICARE il diritto di farmi SOTTOSTARE ad una quarantena di 14 giorni. Naturalmente SAREI DI DIVERSO AVVISO ma avreste comunque ragione voi. Per non FARLA TROPPO LUNGA adesso TAGLIO Corto! Intanto vi auguro buon proseguimento delle vacanze e fate attenzione sulla via del rientro a Roma, MI RACCOMANDO.

344 – Buttalo via!

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Giuseppina: cosa succede quando una cosa non serve più?

Si butta via, cioè si getta, si butta. Il verbo buttare ed anche gettare lo conoscete tutti probabilmente.

Sì usa con l’immondizia, la spazzatura che si getta tutti i giorni.

Chi va a gettare la spazzatura?

Ci penso io a gettarla. In genere si usa gettare se parlo della spazzatura. Buttare che ha o stesso significato si usa maggiormente con le cose che non servono più. Si può aggiungere anche “via”.

Questo armadio ormai è da buttare via. È vecchio.

C’è un’espressione che si usa in diverse parti dell’Italia che si usa invece proprio con un senso opposto quando cioè c’è qualcosa che non è male, che non ha una cattiva qualità, e che quindi può andar bene.

È molto importante l’uso del giusto tono da usare.

Ea:

Per cena nin abbiamo molto per stasera. Abbiamo solo della lasagna al forno.

Della lasagna? Buttala via!

Questo non è affatto un invito a liberarsi dell lasagna, a buttarla, tutt’altro!

La frase equivale a:

Una lasagna non è affatto male.

È che vuoi buttarla via?

Una lasagna? Hai detto niente!

Una lasagna non è per niente male!

Una lasagna? Lo dici come se fosse una cosa cattiva!

Mi va benissimo la lasagna!

Potete usare questa espressione in ogni circostanza quando volete sottolineare la qualità di qualcosa che viene presentata in modo negativo o neutro.

Quest’anno non possiamo andare all’estero. Dobbiamo accontentarci di una vacanza di 15 giorni in Italia.

E buttala via!

Potremo anche dire: mica male!

Ci va benissimo anche così!

Potete usare la frase al singolare o al plurale, maschile o femminile. Il tono è la cosa importante.

Carmen: Tanta gente pretende di cambiare in un giorno.
Per sentito dire bisogna invece tener duro per almeno 21 giorni affinché da un’azione diventi un’abitudine. Altro che storie!
Occorre armarsi di disciplina solo all’esordio, poi si procede a gonfie vele. Ma mi raccomando , non fermartevi. Se sgarrate un giorno durante questo periodo, sareste fritti. Vostro malgrado paghereste lo scotto e dovreste ricominciare daccapo. Io sono ancora a carissimo amico , ma mi sa che stavolta sia la volta buona e la farò diventare un abitudine quella dell’ascolto dei due minuti con italiano semplicemente.

 

343 – Essere a carissimo amico

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Essere a carissimo amico

 

Giuseppina: siamo arrivati all’episodio 343. Niente male vero? Se avete seguito sin dall’inizio questa rubrica, sicuramente ora sarete abbastanza avanti col vostro italiano. Se invece ancora siete a carissimo amico, di strada ne avete ancora molta da fare.

Essere a carissimo amico è l’espressione che vi spiego oggi. Molto simpatica vero? Deriva dalla lingua delle lettere scritte.

Quando scrivete ad un amico, la primissima frase potrebbe essere proprio questa:

Caro amico, oppure carissimo amico

Poi, segue il resto della lettera, che può essere anche piuttosto lunga.

Questa espressione si usa per analogia per indicare che ci si trova solo all’inizio di un lungo percorso: un lavoro, una strada, o una qualunque altra attività.

Quindi siamo abbastanza indietro, abbiamo ancora molta strada da fare.

Quando vi trovate solamente all’inizio di una attività potete perciò usare questa simpatica espressione.

L’idea quindi è che state in ritardo, che vi aspetta ancora molta strada.

Si può usare in ogni contesto, e spesso si usa quando questo ritardo è ingiustificato. Ma non è detto. In generale basta essere in ritardo.

Quanti esercizi hai fatto tu? Io sono al 22-esimo.

Ah, io sono ancora a carissimo amico!

Naturalmente è familiare, informale. Si usa con amici e parenti.

Hai finito col sistemare il giardino?

No, sono ancora a carissimo amico.

Allora noi intanto andiamo al ristorante, ti aspettiamo lì.

Giovanni: adesso ripassiamo.

Chiedo a uno dei membri dell’associazione italiano semplicemente se ha qualche frase per ripassare le espressioni già spiegate. Mi serve un bel ripasso con i fiocchi però!

Komi:

*Mi sto scervellando* ma purtroppo non riesco a *sfoderare* nessuna frase di ripasso *con i fiocchi*. *Vai a capire* perché!
*Mi fa specie* che lo dica proprio io, ma *può darsi che* sia la stanchezza 😑 ? Non sono più *in vena*, *non fosse altro che per questo*. *Perso per perso* comunque *ho provato , dicendomi *hai voluto la bicicletta? Allora pedala*. *come lo trovate questo ripasso? sara la pigrizia? *Pensa un po’* che *per colpa di questo vizio* quasi quasi non *rispolveravo* le espressioni imparate ! *E possibile mai *? Spero di essere riuscita a *risparmiarmi* le vostre accuse.

342 – Dare del

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Giovanni: tutti voi, studenti o amanti della lingua italiana, sapete sicuramente la differenza tra dare del tu, dare del lei e dare del voi.

Questo modo di usare il verbo dare è naturalmente un po’ anomalo, considerando che di solito ci sono oggetti che vengono dati, e tra l’altro quando si dà qualcosa c’è qualcun altro che riceve quella cosa.

In “dare del tu” e “dare del lei” o del voi, dare sta per rivolgersi. Ci stiamo rivolgendo ad una persona.

Un modo simile di usare dare in questo modo è usare gli aggettivi.

Dare dello stupido

Dare dell’incompetente

Dare dell’idiota

Dare del ladro

Se ci avete fatto caso sono tutti aggettivi negativi.

E infatti “dare del” si può usare solamente con le accuse.

Si tratta quindi di giudizi negativi, anzi, di vere e proprie accuse. Si tratta di dire in faccia, o almeno apertamente, un insulto.

Tecnicamente si potrebbe fare anche con i complimenti, ma suonerebbe come una battuta ironica, una specie di presa in giro, più che come un complimento.

“Dare del”, quindi, in poche parole, si usa per insultare o accusare, in genere gravemente, una persona. Per rivolgergli contro un’accusa.

Ci sono simili per esprimere lo stesso concetto.

Se io ti dò del ladro ti accuso di essere un ladro.

Se tu mi dai dell’incompetente mi consideri un incompetente e me lo dici pure.

Se lui dà a te dell’imbecille allora lui ti dice in faccia di essere un imbecille.

Se Carmela dà a Maria della spudorata, allora Carmela insulta Maria dandole della spudorata, dicendole di essere una spudorata.

Si usa spesso questa modalità di giudizio accusatorio quando sono accuse dirette, quando ci si rivolge apertamente ad una persona, anche non direttamente ma attraverso i giornali o altre persone, senza usare mezzi termini e senza fare giri di parole inutili. L’accusa è chiara e diretta.

Si usa in genere verso persone singole e non al plurale, con accuse rivolte a più persone, sebbene in teoria si possa fare senza problemi.

Si parla anche di “affronto” molto spesso in questi casi.

Un affronto è un’offesa, un’ingiuria, un oltraggio, una provocazione.

Se volete saperne di più su questi termini date un’occhiata all’episodio dedicato agli insulti ed alle ingiurie. Così, se qualcuno vi dà dellignorante gli farete sapere tutto ciò che avete imparato.

Komi: non datemi della stupida ma io ho bisogno di fare una domanda: che voi sappiate si può dare dello stupido per interposta persona?

Bogusia: Ho appena parlato con Giovanni e ti ha dato del disattento perché lo ha detto durante la spiegazione.

Khaled: disattento? Cioè? Per via del mio livello tanti termini mi sfuggono.

Iberê: dicesi disattento, una persona che non è stata attenta, concentrata.

 

341 – Che tu sappia

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Trascrizione

Giovanni:

Che io sappia

che tu sappia

che lui sappia

che noi sappiamo

che voi sappiate

che loro sappiano

Sapere come si usa il verbo sapere in questo caso?

Mi riferisco al congiuntivo presente del verbo sapere, molto usato quando si chiedono informazioni.

Scusa, mi sai dire dov’è Giovanni?

Risposta:

Che io sappia, oggi usciva alle 13, quindi ancora dovrebbe essere in ufficio.

Che io sappia” significa, in questa frase,”per quanto ne so io“.

In pratica si sta dando una risposta, cercando però di spiegare che le proprie conoscenze potrebbero essere sbagliate. E’ come dire: “io so che lui oggi usciva alle 13, ma non so se poi ha cambiato idea” ad esempio. Questo è uno dei modi per usare il congiuntivo.

Insomma non si tratta di risposte certe, sulla quale si possa fare affidamento completo. Non si usa però con tutti:

Si usa anche con tu:

Che tu sappia, Giovanni è ancora in ufficio?

é come dire: non voglio la certezza, ma tu cosa ne sai? Hai qualche informazione in merito? Hai saputo notizie da lui o da qualcun altro?

La risposta non è impegnativa.

Potrei anche chiedere semplicemente: Giovanni è ancora in ufficio?

Se chi risponde è sicuro della risposta può dire:

Sì, l’ho appena visto!

Certo, ci ho appena parlato

No, oggi non è venuto

Se invece non è sicuro ma sa qualcosa può dire:

Che io sappia oggi non veniva in ufficio, però controlla, non si sa mai.

Difficile usare “che lui sappia” o “che lei sappia” perché questa modalità si usa per dire un’opinione personale o per chiederla ad un’altra persona.

Posso dire “che lei sappia” ma sto dando del lei ad una persona anziché del tu.

Non si usa neanche con noi: “che noi sappiamo”. Si preferisce in questi casi usare al limite:

“Per quanto ne sappiano noi”.

“Che voi sappiate” invece si usa spesso perché si stag facendo una domanda a un gruppo di persone (almeno due):

Ciao ragazzi, che voi sappiate oggi si va a cena a Roma vero?

Una possibile risposta:

Per quando ne sappiamo noi sì, la cena è confermata per le ore 21.

Ugualmente “che loro sappiano” è difficile usarlo, semplicemente perché non posso parlare a nome di altri.

Qui di “che io sappia” è l’inizio di una risposta non impegnativa e “che tu sappia” sono l’inizio di risposte sulle quali si dichiara il proprio stato di conoscenza dei fatti, senza avere alcuna certezza che sia la risposta giusta.

Khaled: Io vorrei rivendicare il diritto di non usare il congiuntivo!

Komi: esistono dei modi per evitare il congiuntivo forse?

Xiaoheng: ne esistono parecchi. Date un’occhiata all’episodio “come evitare il congiuntivo“, non fosse altro che per rivedere un episodio molto utile.

340 – Salvo poi

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Salvo poi

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Giovanni: Ricordate che abbiamo parlato di “fare salvo” qualcosa? Lo abbiamo visto nell’episodio n. 170 di questa rubrica.

Ebbene, il termine salvo si usa spessissimo anche nell’espressione “salvo poi“. Il termine salvo infatti si usa come abbiamo visto per introdurre una eccezione.

Quando le eccezioni riguardano i comportamenti, l’espressione “salvo poi” arriva in nostro soccorso, quindi ci può aiutare a parlare di eccezioni in modo molto elegante e spessissimo in modo ironico. In tal caso si tratta di contraddizioni.

L’uso di “salvo poi” infatti è quasi esclusivamente dedicato a frasi ironiche.

Vediamo qualche esempio:

C’è un politico italiano che pubblicamente afferma che bisogna indossare sempre le mascherine per contrastare il coronavirus, salvo poi dimenticarsi di indossarla ogni volta.

Potrei anche dire:

Ma poi si dimentica sempre

Però poi si dimentica sempre

Nonostante questo, si dimentica sempre

Voglio quindi evidenziare una contraddizione. Questo è il mio obiettivo.

Come a dire: “non è un caso che accade questo“. L’ironia sta nell’utilizzare il termine “salvo” per introdurre quella che potrebbe sembrare una eccezione o una casualità. Invece non lo è.

A volte si usa “salvo poi” non necessariamente per fare ironia ma per instillare un sospetto, per far dubitare di questo, di questa casualità, che casualità potrebbe non essere.

Vediamo altri esempi:

Il professore di grammatica italiana mi diceva che il mio metodo per insegnare la lingua era sbagliato, e mi criticava, salvo poi affermare, qualche anno dopo, che se non si ascolta e non si parla è impossibile imparare a comunicare.

C’è una contraddizione anche qui, che evidenzia un ripensamento sospetto. Il messaggio è: adesso il professore ha cambiato idea.

Potrei anche sostituire “salvo poi” con “per poi” o anche “e poi“, o anche “e invece poi” (l’invece serve a evidenziare la contraddizione) ma si perde un po’ il senso ironico. Allora magari se vogliamo essere più seri non usiamo “salvo poi” ma una di queste tre forme

Non puoi trattarmi male per poi dire che mi ami!

Diceva di non aver fame, e poi si è mangiato 1 kg di fettuccine!

L’amore è una sciocchezza, diceva Giovanni, salvo poi farsi 12 ore al mese di viaggio per andare a trovare la fidanzata brasiliana.

Notate che dopo “salvo poi” ci va un verbo o all’infinito o nella forma riflessiva:

forma riflessiva  significa: Salvo farsi, salvo mangiarsi, salvo aversi eccetera.

Lo stesso se usiamo “per poi” se vogliamo esprimere lo stesso concetto, mentre “e poi“, sempre se vogliamo esprimere una contraddizione, richiede generalmente l’indicativo:

Dicevi che non volevi andare a Roma i vacanza e poi scopro che hai passato tutte le ferie nella capitale!

Xiaoheng (Cina): dici sempre che l’episodio sarà di due minuti, salvo poi scoprire che non è così! Anche questo è bello lungo!

Komi (Congo): ma è per via della complessità della spiegazione, abbi pazienza!

Rauno (Finlandia): io non ho commenti da fare circa l’episodio di oggi.

Italiano Professionale – lezione 27: Spiegare un problema

Rappresentazione di un problema complicato. Photo by David Waschbu00fcsch on Pexels.com

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Descrizione della lezione

La lezione n. 27 del corso di Italiano professionale è dedicata ai problemi, un argomento di cui si parla sempre al lavoro. Ogni forma di impiego richiede la risoluzione di problemi.

Abbiamo dedicato alcune belle lezioni nella prima sezione del corso, se ricordate, la sezione dedicata alle espressioni idiomatiche. Si è parlato di scontri e confronti (problemi relazionali) e anche dei problemi economici.

Vediamo insieme come introdurre un problema e i vari modi che esistono per spiegarlo nel dettaglio.

La lezione fa parte della sezione terza del corso di Italiano Professionale, dedicata alle riunioni e agli incontri.

Vediamo anche i maggiori verbi che si usano: spiegare, risolvere, dettagliare, dipanare, esporre dirimere e tanti altri.

Durata file audio: 15 minuti

339 – Per via di, per merito di, grazie a, per colpa di

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Episodio collegato: Esprimere le conseguenze. Causa ed effetto

Trascrizione

Giovanni: mi capita, a volte, mentre mi scrivo con degli amici non madrelingua italiana, di veder confondere l’utilizzo delle diverse modalità che si possono usare per “imputare” qualcosa qualcuno o a qualcosa. Imputare, come verbo, ha a che fare con la causa e con l’effetto.

Mi spiego meglio.

Se dico:

È merito tuo se sto imparando l’italiano velocemente.

È colpa mia se non stai bene.

Grazie a te sono un uomo felice.

Per via del temporale non sono potuto uscire di casa.

C’è sempre una causa e un effetto. Se l’effetto è negativo parliamo di colpa, o anche di causa.

È colpa tua se sono malato

Sono malato per colpa tua

Sono malato per causa tua

Hai causato tu la mia malattia.

Hai provocato tu la mia malattia

Hai determinato tu la mia malattia

Hai prodotto tu la mia malattia.

Con la colpa si punta il dito molto di più, causare invece è meno forte, e i restanti verbi usati sono in realtà utilizzabili anche se l’effetto è positivo. A parte provocare.

Se l’effetto è positivo si parla di merito, generalmente.

È merito mio se sei felice

Sei felice per merito mio

Il merito è mio se sei felice

Ma posso dire anche:

Sono io l’artefice della tua felicità

Sono stato io a determinare la tua felicità.

In realtà però determinare e produrre hanno diversi usi ma parlando di causae effetto sono prevalentemente usati se si parla di cose logiche, tecniche o materiali.

Cosa ha determinato la sconfitta della Juventus?

Il terremoto è stato prodotto da una esplosione.

La distruzione del bosco è stata prodotta dagli incendi estivi.

Una cosa importante da dire è che il passaggio da causa ed effetto richiede l’uso di verbi diversi a seconda se si vuole indicare la causa o l’effetto.

Prima ho usato il verbo imputare, che significa quindi attribuire, ascrivere. Si indica in questo modo la causa.

Imputo a te il fallimento

L’inquinamento è da ascivere al nostro comportamento sbagliato

Non attribuire a me la colpa.

Per indicare invece l’effetto si usano verbi diversi:

Provocare un incendio

Causare un danno

Determinare il fallimento

Produrre un disastro.

L’uso del giusto verbo dipende pero anche dal tipo di effetto, positivo o negativo.

Parlando di merito, quinsi se l’effetto è positivo, questo si può può attribuire o imputare o ascrivere:

È merito tuo se sono salvo.

È grazie a te se sono salvo.

Imputare è abbastanza neutro. Si può imputare sia un merito che una colpa.

Non imputare a me i tuoi fallimenti. Cioè:

Non dare la colpa a me, non colpevolizzare me, non dire che è colpa mia.

Quindi dire che una cosa “è merito” di qualcuno significa che è grazie a lui che si è avuto l’effetto positivo.

La colpa invece si può sostituire con altri termini più difficilmente.

Al massimo potrei usare demerito, ma generalmente non si usa dire “è demerito mio, è demerito tuo eccetera. Si usa invece dire:

Questo è un mio demerito

L’unico tuo demerito è di non aver studiato abbastanza.

Demerito è anche un po’ più leggero rispetto a colpa. Spesso è legato a cose non fatte o non dette.

Un ultimo modo per imputare è usare “per via di“.

“Per via di” non è legato alla colpa ed al merito, ma solo al rapporto tra causa e effetto.

Per via di questo temporale non possiamo andare al mare.

Per via di un malinteso non abbiamo raggiunto un accordo

Perché non hai tempo per imparare l’italiano? Per via dei tuoi figli?

Quando la “causa” è legata a persone, ma non vogliamo incolparle, possiamo usare “per via”. Quando invece non ci sono persone di mezzo ma la causa è un fatto accaduto – di solito un problema – ha ancora meno senso usare la colpa e il merito.

In questi casi “per via” è molto adatto. Simile a “per effetto”, che però richiede sempre una specifica.

Per effetto della pandemia siamo tutti chiusi in casa.

“Per via” è infatti usato anche quando non vogliamo specificare troppo la causa, o quando gli effetti non sono molto negativi. Parliamo più che altro di ostacoli o problemi arrivati all’ultimo minuto.

Devo rimandare l’appuntamento per via del lavoro.

Per via di un impegno il direttore non sarà alla riunione.

Per via della complessità dell’episodio ho impiegato molto tempo a realizzarlo.

338 – È quello che è

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Giovanni: Restiamo sul linguaggio informale, quello più usato dagli italiani tra italiani.

Anche perché il linguaggio di un madrelingua mediamente è quello che è, e non possiamo parlare troppo liberamente, troppo velocemente o in modo troppo complicato quando parliamo con uno di loro.

È quello che è”. Questa è l’espressione di oggi.

Questa espressione come si usa? Può essere usata in diversi modi.

Freud diceva che ognuno è quello che è non perché lo vuole, ma perché qualcosa nella vita lo ha reso tale.

In questo caso la frase indica le caratteristiche di una persona o di una cosa e non possiamo parlare di una espressione particolare. Equivale a:

è ciò che è

ha le caratteristiche che ha

è così com’è

è ciò che vedi

è così come lo vedi

eccetera

Ad esempio:

Mario è quello che è perché lo hanno ben educato

Potrei dire:

Mario è così gentile sei perché lo hanno ben educato

Mario è così com’è perché lo hanno ben educato

Mario è in questo modo perché lo hanno ben educato

Mario ha questo modo di fare perché lo hanno ben educato

Un secondo modo di usare “è quello che è”, più particolare del primo, è quando sto dando un giudizio non positivo. E questo è il modo in cui “è quello che è” assume un significato preciso:

Perché la Roma non vince mai scudetti?

Perché la Roma è quello che è, e i giocatori sono quello che sono.

Come a dire: niente di che, niente di rilevante, nessuna qualità particolare, nessun livello elevato.

Si usa questa frase quando non ci deve aspettare più di tanto, quando si devono avere pretese non troppo alte, quando le aspettative non possono essere troppo elevate, quando non si deve essere troppo pretenziosi.

I pretenziosi sono coloro che pretendono troppo, coloro che sognano troppo ma che invece devono tenere i piedi a terra.

Allora posso dire che:

Non ti devi arrabbiare se un italiano spesso non rispetta tutte le regole, perché gli italiani sono quello che sono.

Sia ben chiaro: frasi di questo tipo possono essere abbastanza offensive, anche perché è come se si stesse dicendo una cosa che tutti conoscono, una cosa nota, uno stato dei fatti.

Non sempre, a dire il vero, si tratta di giudizi necessariamente negativi. A volte la notorietà, o meglio lo stato dei fatti, è l’unica componente o comunque è il fattore più importante da considerare.

In Brasile fa caldissimo in certi periodi dell’anno. Purtroppo la temperatura in Brasile è quello che è.

In casi come questo si tratta sempre di aspettative che non possono essere diverse, nel senso:

Cosa ti aspettavi? Pensavi che in Brasile facesse freddo?

Insomma si tratta di cose che non si possono cambiare: sono così, sono quello che sono, e bisogna accettarle. Potrei anche dire:

Giovanni è quello che è, non ti puoi lamentare se spesso si distrae e non sta attento. E’ sempre stato così: accettalo!

Anche in questo caso si tratta di cose che non si possono cambiare.

Allo scritto difficile trovare esempi di utilizzo di “è quello che è“, sia nel primo caso che nel secondo, anche perché la frase spesso termina con un verbo, oppure c’è una virgola e questo, come sapete bene, non succede mai, o quasi mai.

L’espressione si può estendere anche al verbo “volere“, con lo stesso senso di “non aspettarsi cose diverse”, “non pretendere cose diverse”. La componente negativa è abbastanza attenuata. Abbiamo già visto una frase simile: “che vuoi“. Andate a vedere se non la ricordate.

Per sviluppare un vaccino contro il corona-virus ci vogliono i tempi che ci vogliono, non si può pretendere che con un mese o due si riesca a trovare.

Potrei dire ugualmente che “i tempi di attesa sono quelli che sono“. Stesso senso della frase.

Komi: Allora? sono passati i due minuti, no? E’ mai possibile che ti debba sempre aspettare?

Mariana: ci vuole il tempo che ci vuole!

Komi: anche la mia pazienza è quello che è!

Mariana: non la fare tropo lunga e aspetta! L’amore è anche attesa!

Komi: ma stavolta stai tardando di brutto!

Mariana: hai voluto la bicicletta?

Komi: era meglio una moto! Altro che storie!

337 – Ancora Ancora

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Trascrizione

Giovanni: cosa succede quando si ripete una parola due volte?

Potremmo fare tanti esempi, e abbiamo già visto insieme ad esempio l’espressione “zitto zitto”, e oggi ne spieghiamo un’altra:

Ancora ancora. Che significa?

Ve lo dico subito:

Quando si è disposti ad accettare qualcosa, ma non più di questo, o quando riusciamo a raggiungere un livello accettabile, ma non di più, o non qualcosa di diverso, possiamo usare “ancora ancora”.

È più facile spiegarlo con degli esempi, ma ripetendo la parola “ancora”, il significato è praticamente l’opposto rispetto a “ancora”, che da sola significa “di più”, “in più”.

Ancora ancora quindi è simile a “al massimo“, “al limite“.

Si usa per fissare un limite in modo informale, colloquiale. Inoltre si parla anche di qualità a volte, nel senso che questo massimo accettabile, questo limite tollerabile è un limite anche qualitativo. Di più o diversamente non possiamo accettarlo, o non è sufficiente, non basta.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni ancora ancora potrebbe riuscire a spiegare 10 espressioni idiomatiche in 10 minuti, ma è lo stesso per gli altri professori di italiano?

Vedete che in questo modo “ancora ancora” è come dire che Giovanni potrebbe riuscirci, probabilmente ci riuscirebbe al limite, oppure “bene o male”, “in qualche modo” potrebbe riuscirci, ma non un numero maggiore di 10. Oltre anche Giovanni avrebbe difficoltà.

Quindi “ancora ancora” esprime una misura, un limite massimo oppure minimo, accettabile. Una qualità minima necessaria, un numero abbastanza alto o abbastanza basso, eccetera.

Quante ragazze riusciresti a frequentare contemporaneamente senza farti scoprire?

Dunque, ancora ancora 2 ragazze potrei riuscirci per qualche settimana, ma sicuramente non di più di due ragazze.

È molto colloquiale come modalità, ed a volte si usa anche “tanto tanto” con lo stesso significato.

A volte anche “pure pure” può capitare di sentire.

Attenti perché “in qualche modo” e “bene o male” hanno un uso più ampio.

Se dico:

In 10 minuti ancora ancora posso riuscire ad arrivare a casa, ma non di meno.

Posso usare in questo caso anche “in qualche modo” o “bene o male” è in generale posso farlo sempre.

Ma il contrario spesso non si può fare:

In qualche modo sono riuscito a fare l’esercizio.

Bene o male sono riuscito a fare l’esercizio.

In tali casi non posso usare “ancora ancora” perché non c’è l’idea di un minimo o un massimo accettabile, tollerabile.

Poi, tra l’altro, non si usa al passato ma solo al presente o al futuro, meglio ancora. Infatti “ancora ancora” esprime anche incertezza, una possibilità, ma nessuna certezza. Potremmo sostituirlo anche con “forse” con probabilmente” per questo motivo.

Quindi per il passato non va bene. Se lo faccio è sbagliato, tipo:

Ieri ancora ancora sono riuscito a fare 10 esercizi, ma ho faticato parecchio.

In tal caso posso solo dire bene o male, in qualche modo, a malapena. Sto esprimendo un massimo ma anche la fatica che ho fatto per raggiungerlo. Non c’è incertezza.

Va bene, basta così.

Proprio non riesco a fare episodi di due minuti soltanto. Ancora ancora di 3 o 4, spesso 5. Di meno è veramente difficile.

Pazienza.

Khaled: va bene Giovanni, non farla lunga con questa durata, a noi interessa poco. Anche questo episodio è bello ricco di contenuti. Che vuoi, mica si può fare tutto in due minuti!

Giovanni: Forse è anche il caso di dire che l’utilizzo di “ancora ancora” è più adatto quando dopo si aggiunge un “ma”…

Tipo: per gli episodi ancora ancora 5 minuti possono andar bene ma 10 minuti non è accettabile!

Quando non c’è un “ma” il messaggio da trasmettere è comunque lo stesso, ma deve essere scontato o enfatizzato con il tono della voce.

336 – Rivendicare

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Trascrizione

Giovanni:

In questo episodio n. 336 vorrei attirare la vostra attenzione sul verbo rivendicare. Anzi vorrei rivendicare l’attenzione su questo verbo.

Potreste chiedervi: Perché? Qualcuno forse usa questo verbo? Ce n’è bisogno? Uno straniero deve saperlo usare? Quando?

Queste domande hanno bisogno di una risposta, allora facciamo un esempio tratto dalle notizie di oggi:

Dopo le elezioni in Bielorussia (vinte da Lukashenko), la sua sfidante Tikhanovskaja rivendica la vittoria.

Rivendicare la vittoria equivale a dire a tutti:

Attenzione, guardate che sono io ad aver vinto. Io ho vinto le elezioni! Non le ha vinte Lukashenko, ma io!

Quindi quando una persona rivendica qualcosa, è perché vuole attirare l’attenzione su di sé o anche semplicemente su una cosa importante.

Questa cosa è mia!

Questa cosa è merito mio,

Questa cosa è importante.

Sembra quindi che qualcuno non la pensi come noi, che dobbiamo far sentire la nostra voce, per dimostrare la verità, per dire qualcosa di importante.

Anche la stessa “attenzione” si può rivendicare,come ho detto nell’esempio iniziale.

Se voglio che gli altri stiano attenti a ciò che dirò o che farò, allora rivendico la loro attenzione su qualcosa. Si usa la preposizione su o anche di.

Una professoressa può rivendicare l’attenzione degli studenti ad esempio.

A dire il vero in questo caso generalmente si usa “attirare” l’attenzione. È quasi sempre così. Rivendicare infatti si utilizza maggiormente in ambito politico in questo senso:

Bisogna rivendicare l’attenzione del governo sui diritti dei lavoratori.

Come a dire: questa cosa è importante. La rivendico!

Forse il modo migliore di definire rivendicare è “dire con forza qualcosa”, come quando i terroristi rivendicano un attentato per dire:

L’attentato è opera nostra!

Quindi si desidera sempre affermare o riaffermare qualcosa e esigere il riconoscimento e l’attribuzione di un diritto o di un merito.

Insomma stiamo reclamando, stiamo protestando.

Una cosa importante per noi viene quindi rivendicata se crediamo che sia importante o anche in pericolo.

Anche un diritto può rivendicarsi, perché spesso sono a rischio, i diritti.

Rivendico il diritto di parlare!

Cioè: voglio parlare, è un mio diritto, fatemi parlare!

Anche una proprietà può essere rivendicata:

Questa casa è mia, anche se mi è stata tolta, quindi la rivendico.

Questa è una vera azione giudiziaria, significa accertare, verificare la proprietà.

Voglio che la verità esca fuori: la rivendico!

Non lasciatevi ingannare dalla somiglianza con il verbo vendicare, cioè dalla vendetta, sebbene qualcosa in comune ci sia (infatti l’origine è la stessa).

In effetti, sebbene in teoria rivendicare possa significare anche “vendicare di nuovo” non è questo l’uso che se ne fa.

Certo è che chi rivendica qualcosa non è mai di buonumore!

E tu hai mai fatto una rivendicazione?

Lia: io non ho mai fatto una rivendicazione in vita mia. Questo la dice lunga sul mio carattere tranquillo.

Sofie: ma pensa un po’! Credo di sapere perché: tu, zitta zitta, hai sempre avuto agganci che ti hanno sempre risparmiato fatiche inutili e così ti è sempre andata di lusso.

Lia: neanche per sogno! Io non ho agganci di nessun tipo. Nessuno mi ha mai aiutata, sono accuse prive di fondamento le tue. Ma guarda tu! Impertinente che non sei altra!

Sofie: non fare la sostenuta adesso! Ti ho colta sul vivo eh? Vuoi rivendicare la tua integrità morale?

Lia: Ma ti pare che io mi debba difendere contro tutte queste accuse ingiuste? Ma io non lo so, guarda!

Sofie: comunque, a scanso di equivoci scherzavo. Adesso però non potrai più dire che non hai mai rivendicato nulla nella tua vita!

Giovanni: Grazie a Lia dal BRASILE e Sofie dal Belgio per questo bel ripasso di oggi. Lia e Sofie sono due membri dell’associazione italiano semplicemente. Lascio che siano sempre i membri a registrare le frasi di ripasso degli episodi precedenti.

Rauno: Se anche tu vuoi diventare membro, non hai che da chiederlo.

Elettra: e ringraziamo anche Rauno dalla Finlandia prima di ricevere una rivendicazione da parte sua!

335 – Pensa un po’

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Trascrizione

Giovanni:Buongiorno cari amici di Italiano Semplicemente, siamo arrivati all’episodio n. 335 di questa rubrica.

335! Pensate un po’!

ecco un’altra mini espressione che si usa almeno una decina di volte al giorno: pensa un po’.

L’espressione è da leggere alla lettera? Questa è una domanda chiave, molto importante cioè.

Questa espressione, voglio dire, è un invito a pensare un poco?

Sicuramente è un invito a pensare, ma non “un poco”, che abbreviato si scrive “un po’”.

Non è come dire:

Dammi un po’ di vino

Parla un po’ di più

Mangia un po’

Eccetera.

A dire il vero a volte può essere usata in questo modo:

Pensa un po’ a te stesso, pensa un po’ di più al lavoro,  pensa un po’ prima di rispondere. Eccetera.

Ma generalmente non è questo l’utilizzo principale di “pensa un po’”.

In genere si usa questa espressione per richiamare l’attenzione su qualcosa, per invitare a riflettere su un aspetto. “Un po’” non indica quindi una quantità (di tempo in questo caso) o una intensità. Spesso è un segnale di stupore, o anche di incredulità addirittura. Altre volte anche di contrarietà, dissenso. A volte poi “un po’” si può anche togliere perché non aggiunge molta intensità.

Ascoltate infatti alcuni esempi:

Pensa un po’ che bello se riuscissimo ad andare in Italia.

In tal caso “pensa” è sufficiente a esprimere questa condivisione del proprio pensiero. Possiamo togliere un po’ perché non aggiunge nulla.

Altre volte è fondamentale:

Sai che qualcuno crede che una lingua si possa imparare senza fare esercizi scritti?

Risposta: Pensa un po’!

Il tono che si usa, mai come in questo caso, è assolutamente fondamentale per capire il senso della frase.

Sicuramente c’è stupore, quello non manca quasi mai, il tono può esprimere poi curiosità, oppure un dissenso, anche forte. Altre volte può esprimere un po’ di sufficienza, come se la cosa non  interessasse molto. Dipende tutto dal tono.

Ascoltate la differenza di tono nel caso di stupore, incredulità, curiosità, dissenso e sufficienza.

– – –

Pensate un po’ che bello se per una volta riuscissi a rispettare i due minuti previsti.

Xiaoheng: Anche in questo caso basterebbe dire “pensate”, se non fosse che così è un po’ più ironica come frase.

Giovanni: giusto.

Komi: vabe allora rimaniamo che ci aggiorniamo domani?

Ne o lo?

Audio

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Ne o lo?Trascrizione

Oggi facciamo un bell’esercizio per imparare a usare bene ne e lo.

Queste particelle creano un sacco di problemi ai non madrelingua. Ne sapete qualcosa voi?

Vediamo allora alcuni esempi con delle frasi comuni in cui sono presenti queste due particelle.

Ascoltate l’audio.

Sapete che ne e lo servono a sostituire qualcosa di noto nella frase, qualcosa che non vogliamo ripetere o che è scontato, quindi non serve ripetere.

Allora io pronuncerò delle frasi complete e voi dovrete dire una o più frasi abbreviate che contengono ne oppure lo, a seconda della circostanza.

Poi dirò io la risposta e voi potrete ripeterla. Spesso darò più risposte equivalenti.

Ovviamente ci saranno esempi anche al femminile ed al plurale, quindi a volte dovrete usare li, la, gli o le. Non vi spiegherò nessuna regola. Anche perché non la conosco! Ad esempio se dico: iniziamo? Avete voglia di iniziare?

Voi dovete dire: iniziamo? Ne avete voglia?

Volendo, una risposta a questa domanda può essere:

Si, dai, ho voglia di iniziare.

Oppure:

Sì dai, ne ho voglia.

Oppure:

No, non ne ho voglia.

Allora iniziamo.

1. Hai vinto un premio! Ti aspettavo di vincerlo?

– – –

Te lo aspettavi?

Oppure

te l’aspettavi?

Risposte:

si, me l’aspettavo

Non me l’aspettavo!

Veramente me ne aspettavo due.

Mi aspettavo di vincerne due.

2. Volevo meno gelato.

– – –

Ne volevo meno.

3. Non ti volevo dire questa cosa

– – –

Non te la/lo volevo dire.

Oppure:

Non volevo dirtela/dirtelo

4. La vostra vacanza durerà 3 giorni. La nostra durerà 6 giorni.

– – –

La vostra vacanza durerà 3 giorni. La nostra ne durerà 6.

5. A lui dobbiamo dire questa cosa.

– – –

Glielo/glielo dobbiamo dire.

Oppure:

Dobbiamo dirglielo/dirgliela

A lui dobbiamo dirlo

6. A te devo dare 5 euro, a lui devo dare 6 euro.

– – –

A te devo dare 5 euro, a lui ne devo dare 6.

Oppure

A te devo dare 5 euro, a lui devo darne 6.

7. Posso fare a meno di te

– – –

Di te ne posso fare a meno

Oppure

Di te posso farne a meno

8. L’amore? Di questo parliamo domani

– – –

L’amore? Ne parliamo domani

Oppure

L’amore? Parliamone domani.

9. Ho del pollo. Vuoi un po’ di pollo?

– – –

Ne vuoi un po’?

10. Facciamo la pasta, ma quanta pasta cuciniamo?

– – –

Quanta ne cuciniamo?

11. Cuciniamo un kg di pasta?

Ne cuciniamo un kg?

12. Oppure cuciniamo ancora più pasta?

– – –

Oppure ne cuciniamo di più?

Risposte:

Cuciniamone meno

Cuciniamone di più

13. Ricordi gli amici di scuola? Quanti amici di scuola ricordi?

– – –

Quanti ne ricordi?

14. Chiudi la Porta. Ti devo ricordare di chiudere la porta?

Te lo devo ricordare?

Risposte:

Si, ricordamelo

No, non me lo ricordare

15. Ah, la Gioventù! Che bella. Ricordi di quando eravamo giovani?

– – –

Te lo ricordi? (di quando eravamo giovani)

Oppure

Te la ricordi? (la gioventù)

16. Buona la pizza. Vuoi assaggiare un pezzo di pizza?

– – –

Ne vuoi assaggiare un pezzo?

Oppure

Vuoi assaggiarne un pezzo?

17. Buona la pizza. Vuoi la pizza anche tu?

– – –

La vuoi anche tu?

18. I tuoi amici vogliono assaggiare un po’ di pizza anche loro?

– – –

Anche i tuoi amici ne vogliono assaggiare un po’?

Oppure

Anche i tuoi amici vogliono assaggiarne un po’?

19. Ti avevo detto che la pizza era buona!

– – –

Te l’avevo detto che la pizza era buona!

20. Quante pizze hai preso?

– – –

Quante ne hai prese?

21. Con chi hai mangiato la pizza ieri?

Con chi l’hai mangiata ieri?

22. Ecco il giornale. Hai letto il Giornale oggi?

– – –

L’hai letto oggi?

Risposte:

No, non l’ho letto

Ne ho lette solo 10 pagine.

23. Devi bere tutto il vino!

– – –

Lo devi bere tutto.

Oppure:

Devi berlo tutto (o devi berne 1 bicchiere)

24. Devi bere solo un po’ di vino

– – –

Ne devi bere solo un po’.

Oppure:

Devi berne solo un po’.

25. Di quale colore dipingiamo la casa?

– – –

Di quale colore la dipingiamo?

26. Facciamo metà casa rossa e metà verde?

– – –

Ne facciamo metà rossa e metà verde?

27. Tu cosa pensi di questa cosa?

– – –

Tu cosa ne pensi?

28. Io penso in questo modo…

– – –

Io la penso in questo modo…

29. Dove vuoi un bacio?

– – –

Dove lo vuoi?

30. Lo voglio sulle labbra. Ma voglio 10 baci.

– – –

Lo voglio sulle labbra. Ma ne voglio 10.

31. Ok. Dove vuoi i 10 baci?

– – –

Ok. Dove li vuoi?

32. Ti dico io dove.

– – –

Te lo dico io.

33. Quanti punti conosci? Io conosco molti punti adatti.

Io ne conosco molti adatti.

34. Anche io conosco molti punti adatti.

– – –

Anche io ne conosco molti.

35. Volevo il gelato al Cioccolato, non al limone.

– – –

Lo volevo al cioccolato, non al limone.

36. Conosci questa persona?

– – –

La conosci?

37. No, ma conosco altre persone.

– – –

No, ma ne conosco altre.

38. Vuoi una birra? Oppure vuoi 2 birre?

– – –

Vuoi una birra? Oppure ne vuoi 2?

39. Basta una birra, grazie.

– – –

Ne basta una, grazie.

40. Sapevo che rispondevi così!

– – –

Lo sapevo!

41. Ma quante cose sai tu?

– – –

Ma quante ne sai (di cose)?

42. So molte più cose di te.

Ne so molte più di te.

43 ti devo dire questa cosa

– – –

Te la devo dire

Oppure:

Devo dirtela

44. Ti devo parlare di questa cosa

– – –

Te ne devo parlare.

Ne devo parlare a te.

Oppure:

Devo parlartene

45. Possiamo parlare di questa cosa?

– – –

Ne possiamo parlare?

Oppure:

Possiamo parlarne?

46. Ok, possiamo discutere di questo domani.

Ok ne possiamo discutere domani.

Oppure:

Possiamo discuterne domani

47. Con chi possiamo parlare di questa cosa?

– – –

Con chi ne possiamo parlare?

Oppure:

Con chi possiamo parlarne?

48. Puoi parlare di questo con loro? Puoi parlare di questa cosa con loro domani.

– – –

Ne puoi parlare con loro? Puoi parlargliene domani

Oppure:

Puoi parlarne con loro? Gliene puoi parlare domani

49. Già l’ho detto a loro.

– – –

Gliel’ho già detto.

o

Già gliel’ho detto

50. Comunico questa cosa anche ai dirigenti

– – –

La comunico anche ai dirigenti

51. Discutiamo di questa cosa prima tra noi

– – –

Discutiamone prima tra noi

o

Ne discutiamo prima tra noi

o

Meglio se ne discutiamo prima tra noi.

334 – Di nuovo

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Trascrizione

Giovanni: cosa si dice quando si esce da un ristorante oppure quando termina un incontro di lavoro?

Si saluta ovviamente. Si tratta di un saluto di commiato, cioè di un saluto che si dà quando termina un incontro o una conversazione.

Allora, per accomiatarsi (questo è il verbo del commiato) si può dire buongiorno o buonasera o buonanotte a seconda dell’orario.

Per congedarsi (si può anche dire così, con lo stesso significato) si può anche dire arrivederci, buona giornata, a presto. Anche un “ci vediamo” o “alla prossima” possono andar bene se c’è abbastanza confidenza. Oppure si può ricorrere ad un semplice “ciao”, abbastanza familiare ed amichevole ma sempre valido come congedo (il congedo è come il commiato).

Ma cosa succede se dopo i saluti, ci si intrattiene ancora? Succede che poi si deve salutare nuovamente. In questi casi si può nuovamente dire buonasera o buonanotte eccetera, ma generalmente si utilizza un altro genere di saluto.

Di nuovo“!

In questi casi è sufficiente dire “di nuovo” o anche “nuovamente” (ma è meno usato).

Un tipo di saluto particolare, che si usa normalmente con persone che non si conoscono, quindi va bene al ristorante ma anche in una riunione di lavoro.

Non è necessario dire “di nuovo buongiorno” o “di nuovo buonasera” sebbene possa comunque andar bene. È sufficiente dire “di nuovo”.

Es: buonasera!

Ristoratore: Buonasera a voi, e grazie per averci scelto. Spero abbiate mangiato bene.

Cliente: Benissimo grazie. Le fettuccine che ho mangiato sono uguali a quelle che fa mia nonna.

Ristoratore: ci fa piacere. Di dove siete?

Cliente: veniamo da Roma. Siamo vicini. Quindi sicuramente ritorneremo trovarvi.

Ristoratore: ottimo! Allora alla prossima!

Cliente: certamente! Di nuovo!

Hartmut: un saluto a tutti gli ascoltatori di italiano semplicemente! Possibile mai però che i classici libri di italiano non ci dicano queste cose?

Khaled: questo la dice lunga sulla loro utilità.

Rauno: dai, adesso non si dica che tutti i libri sono inutili!

Doris: io qualcuno l’ho trovato interessante. Altri invece non sono niente di che.

Lia: dicono che anche la grammatica a suo modo è utile. Peccato che non basti. Occorre parlare ed ascoltare, altro che storie!

Iberê: grazie! Altrimenti la lingua a che serve? Bisogna aver cura di tutti gli aspetti della comunicazione.

Ulrike: ok. Adesso però per la cronaca i due minuti sono finiti. Ciao a tutti.

Hartmut: di nuovo!

Italiano Professionale – lezione 26: Fare le veci, essere il vice

Questa lezione fa parte del corso di italiano professionale, cioè dell’italiano che si usa in ambienti lavorativi

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Descrizione

Lezione n. 26 del corso di Italiano professionale. Oggi parliamo di due termini: vice e veci, che può capitare di utilizzare durate una riunione o un incontro di lavoro. 

Può capitare infatti che in una riunione, in un incontro, qualcuno dia forfait, vale a dire che qualcuno non si presenti, che non venga alla riunione, ma che questa persona si faccia sostituire da una seconda persona.

 

333 – Saperla lunga

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Saperla lunga

Giovanni: eccoci al terzo episodio sul termine “lunga”, sempre al singolare femminile. Saperla lunga è l’espressione di oggi.

Spero che questo termine non vi abbia stancato.

Komi: ma ti pare, Gianni, non siamo stanchi per niente! Mi fa specie che parli così.

Giovanni: Bene. Sono contento. Allora lascio la parola a mia madre.

Giuseppina: Certo, il sapere e la lunghezza sembrano non avere cose in comune, ma questa è un’espressione idiomatica.

Allora mi chiedo: se io la so lunga, cosa significa? Significa che conosco molte cose?

Si, significa anche questo, ma non si usa per le persone colte in generale, le persone che hanno studiato, o anche le persone curiose e sempre infornate su tutto.

Non sono queste le persone che la sanno lunga. Questa categoria di persone è troppo ampia.

Ulrike: E chi sono allora? Ci tieni sulle spine?

Giuseppina: Dunque: se parlo di conoscenza, posso usare questa espressione e posso dire che ad esempio “Giovanni la sa lunga in fatto di insegnamento”.

Questo posso dirlo e significa semplicemente che Giovanni conosce molto bene questo argomento.

Però devo specificare l’argomento, e per fare questo posso usare due forme diverse:

Maria la sa lunga in fatto di cinema

Gli italiani la sanno lunga in termini di cibo.

Questo esprime competenza, e questo è uno dei tanti modi per esprimere le competenze di una persona. Ne abbiamo parlato nella prima lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Un secondo e più usato modo per usare saperla lunga è per esprimere la furbizia di una persona. E le persone furbe spesso destano sospetti, spesso vengono scoperte, e spesso nascondo delle cose per ottenere un risultato vantaggioso. Allora quando vogliamo indicare proprio queste persone, quando abbiamo sospetti che una persona sappia delle cose ma non dica nulla per furbizia, possiamo dire che questa persona la sa lunga.

Giovanni la sa lunga, ma noi non dobbiamo lasciarci imbrogliare da lui.

Francesco ci nasconde qualcosa. Secondo me la sa lunga su questa storia e non ci dice niente.

È un’espressione che si usa sempre al presente.

Attenzione quindi a volte è un complimento, altre volte è un sospetto. Si può usare anche in modo ironico:

Questo ragazzo è un furbetto.. mi sa che tu la sai lunga eh?

Xiaoheng: io credo di aver capito. Ma se avrò dubbi mi ritaglio del tempo e ascolto nuovamente. D’altronde il metodo di Italiano Semplicemente è comprovato.

Giovanni: Ringrazio i membri Komi, Ulrike e Xiaoheng per averci aiutato a realizzare le frasi di ripasso contenute in questo episodio. Per chi è nuovo ed ascolta questo tipo di episodi per la prima volta, gli consiglio di cliccare sui link che sono stati inseriti nell’episodio per approfondire le espressioni che risultano poco chiare.

332 – Non farla lunga

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Trascrizione

Giovanni: dove eravamo rimasti? Ah, eravamo rimasti alla parola “lunga“, al femminile singolare. Questo è importante sottolinearlo.

Cosa può essere lunga?

Se parliamo di lunghezza in termini di centimetri, metri, chilometri, potremmo prendere qualsiasi “oggetto” femminile. Se definiamo una strada, ad esempio, è diciamo che è lunga, stiamo dicendo che ha una lunghezza elevata, molti chilometri ad esempio. Lunga è il contrario di corta.

Anche una barba può essere lunga o corta.

Ma anche una storia che viene raccontata può lunga o corta. In questo caso parliamo di quanto tempo ci vuole per raccontarla.

Tutto è relativo, è vero. Allora potrebbe essere lunga quando richiede troppa attenzione o quando è composta da molte pagine o troppi caratteri.

Ma se la storia è interessante potrebbe non essere giudicata lunga.

Mariana: Giovanni, però stavolta cerca di  evitare una spiegazione troppo lunga. Spesso e volentieri vai oltre i due minuti e sì direbbe che tu non abbia un orologio.

Komi: anche stavolta, se ci va di lusso, saranno 4 minuti.

Xiaoheng: l’importante è che si faccia una spiegazione concisa e niente resti in sospeso. Così che tutti si dicano soddisfatti.

Giovanni: Allora cercherò di essere il più conciso possibile. Se parlo di una storia, esiste l’espressione “farla lunga” che si usa spessissimo nei dialoghi familiari e tra amici.

Si parla non di una storia da raccontare, di un racconto, ma di spiegazioni generiche, di dialoghi tra persone, dialoghi dove spesso una delle due persone si stanca di ascoltare l’altra che magari sta cercando di spiegare una cosa che ritiene importante, o si sta giustificando spendendo però troppe parole e stancando così l’altra persona che ascolta.

Es:

Moglie: Dove vai? Devi uscire? E con chi devi uscire? È tardi e domani ti devi alzare presto. Poi non dire che hai sonno domani mattina. Tutte le sere la stessa cosa! Ma quanto dura questa storia? Ma pensa se anch’io iniziassi a…

Marito: Dai, non farla lunga adesso, tra poco sarò a casa.

Si usa anche quando si cerca di convincere una persona un po’ reticente, un po’ difficile da convincere:

Es:

Dai vieni a cena con noi!

No, mi sento giù, non me la sento, sono STANCO.

Dai, vieni e non farla troppo lunga!

Si usa anche senza la negazione, ma sempre con un tono un po’ scocciato, seccato:

Ma quanto la fai lunga!! Mi hai stufato!

La stai facendo troppo lunga adesso, sbrigati che ho da fare!

Finito. Contenti?

331 – La dice lunga

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Trascrizione

Giovanni: negli ultimi due episodi ci siamo occupati del verbo “dire”.

Nell’ultimo in particolare abbiamo incontrato l’espressione “dirla lunga” che merita un episodio a parte.

Hartmut: Quello di oggi, per l’appunto.

Bogusia: di volta in volta un episodio diverso. Via via che passano gli episodi impariamo sempre di più.

Iberê: personalmente trovo che questo approfondimento di oggi sia interessante. Ma puoi farci alcuni esempi?

Certo. Dunque:

Ascoltiamo alcuni esempi.

Gli studenti italiani studiano la lingua inglese per circa 10 anni e forse di più, prima di arrivare alla Maturità, cioè al diploma che si prende a 18 anni. Nonostante questo il loro livello di apprendimento e la loro capacità di comunicazione in lingua inglese sono abbastanza scarsi. Questo la dice lunga sull’efficacia di un metodo classico basato quasi esclusivamente sulla grammatica.

La mia squadra del cuore non vince uno scudetto da quasi 20 anni nonostante le ingenti spese ogni anno. Questo la dice lunga sulla capacità dei dirigenti della squadra.

In tutti i paesi del mondo, ovunque ci siano dittatori o politici autoritari al comando, il corona virus non è stato contenuto e sono morte inutilmente tantissime persone. Questo la dice lunga sui regimi dittatoriali.

In Italia si mangia bene e si vive più a lungo. Questi fatti la dicono lunga sull’importanza della dieta mediterranea.

In tutti questi esempi notiamo alcune cose in comune:

1.Stiamo dando un giudizio. Questo giudizio può essere positivo o negativo

2.stiamo osservando un fatto e in base a questo stiamo dando una valutazione più generale

3. Si usano sempre le preposizioni su, sul, sulla, sugli, sulle. Su ha il senso di “a proposito di”. Dopo “su” dobbiamo specificare l’aspetto che stiamo valutando in base all’osservazione iniziale.

4. Si usa “lunga”, sempre al femminile singolare e ha il senso di “molto“. Come a dire: questa cosa ci racconta molte altre cose, questo fatto mi permette di esprimere un giudizio più ampio, questa cosa accaduta non è casuale, ma è solo la punta di un iceberg, da questi fatti traspare tantissimo altro.

Questo termine “lunga“, sempre al femminile singolare si usa spesso in senso figurato nella lingua italiana.con significati sempre diversi.

Ad esempio le due frasi “non farla troppo lunga” e “alla lunga” o anche saperla lunga. Nei prossimi episodi le vediamo meglio. Oggi non vorrei farla troppo lunga.

 

330 – Dica

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Trascrizione

Giovanni: oggi vi faccio ascoltare un breve dialogo che contiene vari modi di usare la parola “dica“. Ovviamente si tratta del verbo dire.

Elettra: Una signora entra in un bar e il barista, rivolgendosi alla signora:

Barista: Buongiorno signora, dica pure!

Signora: buongiorno signor barista. Mi dica, avete il latte di mandorle? Ho letto su tripadvisor che qui lo fate molto buono.

Barista: verissimo signora.

Signore accanto a lei: a dire il vero, ci sono anche persone che parlano male del suo latte di mandorle.

Signora: Allora sono qui proprio per verificare.

Barista: bene signora. Checché se ne dica siamo tra i migliori bar di Roma. Ecco a lei signora, beva e poi mi dica.

Signora: mmmm un po’ amaro però.

Signore: non mi dica che non l’avevo avvertita.

Barista: mi spiace signora che lei non si dica soddisfatta. MI spiace molto. Mi dica, ma questo signore accanto a lei chi è?

Signore: sono il proprietario del secondo bar di Roma, secondo tripadvisor, ma cosa vuole che le dica evidentemente tripadvisor si sbaglia.

Barista: adesso non mi si dica che le mie recensioni sono false però!!

Signore: no no, per carità. Lascerò che lo dica la signora.

Signora: ragazzi, io stavo scherzando. Il latte di mandorle che ho assaggiato è il migliore del mondo, non di Roma. Veramente buonissimo!!

Barista: mi sembrava strano. Tra l’altro l’ha bevuto in pochissimo tempo. In men che non si dica!

Signora: credo che questo, caro signor proprietario del secondo bar di Roma, la dica lunga sulla credibilità di tripadvisor.

Signore: non lo dica a me signora, che sono il secondo, mica l’ultimo!

Barista: ok, però… mai che dopo che uno dica una fesseria si chieda scusa!!


Spiegazione:

Giovanni: oggi vi faccio ascoltare un breve dialogo che contiene vari modi di usare la parola “dica“. Ovviamente si tratta del verbo dire.

Barista: Buongiorno signora, dica pure!

Questa è una modalità che si usa spesso quando si entra in un locale, un bar, un ristorante eccetera. Equivale a “mi dica”, “prego”, “come posso aiutarla”, “come posso servirla”.

Signora: buongiorno signor barista. Mi dica, avete il latte di mandorle? Ho letto su tripadvisor che qui lo fate molto buono.

“Mi dica”, usato in questo modo, è seguito da una domanda. é quindi una modalità gentile per chiedere una informazione. Stiamo dando del lei, quindi se dessimo del tu sarebbe “dimmi”.

Barista: bene signora. Checché se ne dica siamo tra i migliori bar di Roma. Ecco a lei signora, beva e poi mi dica.

Questa espressione, che abbiamo già spiegato, serve a sconfessare le opinioni contrarie alla propria, come a dire: nonostante qualcuno non la pensi come me.

Signore: non mi dica che non l’avevo avvertita.

Il signore intende dire: io l’avevo avvertita, cioè glielo avevo detto. Non dica che non è vero!

Barista: mi spiace signora che lei non si dica soddisfatta. MI spiace molto. Mi dica, ma questo signore accanto a lei chi è?

Questa espressione è particolare, perché “dirsi soddisfatti” significa “dichiararsi soddisfatti”, “dire di non essere soddisfatti”.

Signore: sono il proprietario del secondo bar di Roma, secondo tripadvisor, ma cosa vuole che le dica evidentemente tripadvisor si sbaglia.

Un’alytra espressione tipica italiana, che si usa quando non si conosce una risposta, un motivo, e allo stesso tempo si è un po’ amareggiati o sconsolati, un po’ tristi a volte.

Barista: adesso non mi si dica che le mie recensioni sono false però!!

Il barista vuole dire: non mi si venga a dire che le recensioni sono false-. E’ un modo per difendersi contro eventuali accuse.

Signore: no no, per carità. Lascerò che lo dica la signora.

In questo caso si usa semplicemente il verbo dire, ma si sta dando del lei alla signora.

Barista: mi sembrava strano. Tra l’altro l’ha bevuto in pochissimo tempo. In men che non si dica!

Questa è un’espressione che abbiamo già visto insieme: esprime velocità, immediatezza.

Signora: credo che questo, caro signor proprietario del secondo bar di Roma, la dica lunga sulla credibilità di TripAdvisor.

“Dirla lunga” è una espressione che si usa quando c’è qualcosa che dimostra un fatto. Dirla lunga significa quindi “dimostrare ampiamente”, ma spesso si usa anche per esprimere il senso contrario.

Signore: non lo dica a me signora, che sono il secondo, mica l’ultimo!”

“Non lo dica a me” o anche “non dirlo a me” sono espressioni che si usano quando una cosa riguarda anche e soprattutto la persona che parla, come a dire: non me lo devi dire, non devi spiegarmi queste cose, perché ne sono assolutamente convinto anche io, lo so, conosco questa cosa, la conosco bene. Il signore vuole dire che anche lui sa che TripAdvisor è credibile, infatti il, suo locale è il secondo di Roma e non l’ultimo. Evidentemente il signore accetta il verdetto e si arrende all’evidenza, anche se non ammettendolo a chiari parole. E neanche chiedendo scusa.

Barista: ok, però… mai che dopo che uno dica una fesseria si chieda scusa!!

Ecco, il barista è irritato perché il signore non chiede scusa, e questa cosa (chiedere scusa) non accade mai quando una persona dice una sciocchezza, una fesseria. Invece il signore avrebbe dovuto farlo; avrebbe dovuto chiedere scusa secondo il barista.

329 – Dicesi o dicasi?

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Trascrizione

Mariana: Scusa Giovanni, puoi spiegarci il termine divario?

Giovanni: Dunque, dicesi divario, una differenza, un distacco, una distanza, specialmente dal punto di vista morale.

Posso dire ad esempio che c’è un divario di cultura tra me e te.

Ecco, l’episodio di oggi però non è sul termine divario, ma sui due termini”dicesi” e “dicasi“.

In Italia fa sempre un po’ sorridere quando si ascolta una frase simile alla mia:

Dicesi divario…

Avrei potuto usare qualsiasi parola al posto di divario. È una modalità che si può utilizzare quando si spiega un termine che non si conosce.

Fa un po ridere perché lo usano in genere per sottolineare l’eccessiva formalità nell’esprimersi, ed anche, a volte, un po’ la superbia di chi spiega.

Equivale a dire:

Si definisce “divario”, eccetera eccetera

Si dice divario eccetera eccetera

Quindi il “si dice” diventa “dicesi”, una forma arcaica, un po’ vecchiotta diciamo, che deriva da regole metriche antiche.

Ad oggi la si sente utilizzare in matematica, quando si dà una definizione di un termine:

Ad esempio: Nei triangoli rettangoli, dicesi ipotenusa il lato opposto all’angolo retto

Cioè si chiama ipotenusa, si dice così, questa è la definizione esatta di ipotenusa.

Ci sono anche altri termini simili, nel senso che rispondono alla stessa regola, ma pochi sono rimasti nell’uso corrente come: cercasi (si cerca), affittasi (“si affitta”), vendesi (si vende), saputasi (si è saputo), avvicinatosi (si è avvicinato) ed altri ancora, volevasi (si voleva).

Comunque “dicesi”, questo è uno dei termini che ci interessa oggi, è molto simile a dicasi, con la “a”, che non si usa per dare spiegazioni tecniche e complicate, ma soprattutto in questo modo:

Lo stesso dicasi

Altrettanto dicasi

Queste due forme hanno lo stesso significato e si usano per fare confronti in modo un po’ formale, una modalità spesso usata dai giornalisti ma anche da tutti coloro che amano essere precisi. C’è un pizzico di formalità anche qui.

Vediamo degli esempi:

In Italia abbiamo sofferto molto per il coronavirus, lo stesso dicasi ovviamente per altri paesi come il Brasile.

Sentiamo una professoressa di italiano cosa dice ai suoi studenti:

Flora: Così ragazzi non va bene. Giovanni deve studiare di più. Domani sarà nuovamente interrogato. Lo stesso dicasi per Sofie e Ulrike.

Giovanni: che bello…

Ulrike: va bene professoressa. Me ne farò una ragione. Mio malgrado dovrò studiare nuovamente.

Sofie: ok anche per me…

Sofie: Ma guarda tu che sfortuna! Altrettanto dicasi per te Ulrike

Giovanni: in effetti le due studentesse sono state sfortunate. Comunque ci sono altri modi ugualmente utilizzati per esprimere lo stesso concetto di “lo stesso dicasi“.

Lo stesso per te (basta eliminare “dicasi”)

Vale lo stesso per te

La stessa cosa vale per te

Ugualmente per te

Stesso discorso per te

Per te uguale

Uguale per te

Queste ultime due sono più informali. L’episodio finisce qui. Ma ascoltiamo anche una frase di ripasso dalla studentessa Ulrike.

Ulrike: Durante i mesi del coprifuoco (il cosiddetto lockdown) causato dalla pandemia perdite di proventi a destra e a manca e al contempo un crescendo di debiti e fallimenti. Conformemente, va da sé, che si ridurranno gli introiti fiscali. E questi sono solo i postumi del covid in campo economico.

328 – Di volta in volta

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Trascrizione

Giovanni: ricordate “via via”? L’abbiamo spiegata qualche puntata fa. In quell’occasione vi ho detto che ci sono modalità equivalenti per esprimere lo stesso concetto di progressione e ripetizione: man mano, mano a mano, e di volta in volta.

Via via che passa il tempo mi sento più anziano.

Man mano che leggo, imparo di più

Mano a mano che miglioro mi sento più motivato

Abbiamo detto che “di volta in volta” si può utilizzare al posto di via via, perché esprime ugualmente il ripetersi di qualcosa.

Questo in realtà è vero solo in particolari occasioni perché di volta in volta non si usa in una situazione “fluida”, ma quando ci sono delle occasioni cadenzate, precise, ben identificare.

Man mano che miglioro, via via che imparo, mano a mano che leggo.

In queste tre frasi non ci sono le “volte” nel vero senso del termine, non ci sono eventi singoli che si ripetono, ma c’è semplicemente il tempo che passa e qualcosa che cambia insieme al tempo: imparo di più, mi sento più anziano eccetera.

Invece se dico:

Le video chat dell’associazione vengono organizzate di volta in volta in orari diversi affinché tutti possano partecipare.

In questo esempio ci sono delle occasioni ben identificate, delle “volte” ben precise. In ognuna delle volte può accadere qualcosa, che può anche essere diversa di volta in volta.

Viene quasi la tentazione di utilizzare “sempre” e non “di volta in volta” e in effetti un non madrelingua in genere usa proprio questo avverbio “sempre”, oppure “tutte le volte”, oppure “ogni volta”.

Non è scorretto, va bene, si può fare, ma la bellezza della lingua italiana è anche questa.

Io vi consiglio di usare “di volta in volta” quando ci sono ripetizioni ma quando gli eventi, cioè le volte, le occasioni, sono identificate, e soprattutto quando volete evidenziare non l’uguaglianza delle volte, ma la differenza.

Cambiare di volta in volta

Modificare di volta in volta

In pizzeria prendo una pizza diversa di volta in volta.

Inizia ad allenarti, e di volta in volta prova ad usare muscoli differenti

Si può usare anche, come abbiamo visto, al posto di via via, man mano e mano mano, ma le “volte” devono essere identificate:

Inizia ad allenarti, e di volta in volta noterai dei miglioramenti.

Questo documento va aggiornato di volta in volta con i dati più recenti.

Quando provo a parlare in italiano, di volta in volta noto dei leggeri miglioramenti.

Ogni episodio che faccio, di volta in volta mi accorgo che la durata tende ad aumentare gradualmente.

È questo non va bene! È arrivata l’ora del ripasso. Ci aiuta Khaled, membro egiziano dell’associazione italiano semplicemente.

Khaled: Spesso e volentieri, ho il piacere di riascoltare alcuni episodi di italiano semplicemente. Durante l’ascolto, consolandomi, mi dico : via via che passa il tempo capirai!” Così, con tutte le espressioni che mi ronzano sempre per la testa, di tanto in tanto, durante i tempi morti, mi rileggo i messaggi precedenti. Me lo dico sempre, sfogandomi: dovresti sfruttare i tempi morti ogni due per tre rinfrescando la tua memoria! Mi sento come una tartaruga nel mio percorso di apprendimento, ma mi dico: non sei duro di comprendonio, è solo una questione di pratica e senz’altro “.
Prima o poi ce la farai!

 

327 – Bello + aggettivo

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Un caffè bello forte

Trascrizione

Giovanni: Nell’episodio 322 abbiamo visto che l’aggettivo “bello” si può usare per formare “di bello”, che si usa in occasioni piacevoli, per chiedere informazioni in modo non impegnativo e non inquisitorio.

Bello” in quel, caso si usa solamente al singolare maschile.

Invece al singolare e plurale, sia maschile che femminile, gli italiani spessissimo usano mettere bello, o bella, belli, belle, davanti ad alcuni aggettivi, ma è una modalità familiare, colloquiale, che si usa un po’ in tutte le occasioni.

E’ l’ennesimo modo per esprimere “molto“, di solito con una sfumatura umorale. Ne abbiamo visti già molti altri di modi. Vi metto un link come promemoria.

Ad esempio: la mia fidanzata mi tradisce.

Un mio amico potrebbe commentare:

Ah, bella stronza!

Questo non significa che la mia fidanzata è bella (il che è anche possibile) ma significa che si è comportata male.

Xiaoheng: da stronza, appunto.

Giovanni: Quindi sto esaltando un aggettivo, una caratteristica qualsiasi.

Come avete mangiato in quel ristorante?

Bene, appena usciti ci sentivamo belli pieni! Eravamo belli sazi!

Come avete visto, non sempre “bello” è associato a cose positive. Significa “molto”, ma perché si dice “bello”, al posto di “molto”?

Solamente perché stiamo chiacchierando tra amici o parenti, ma allo stesso tempo, molto spesso come dicevo c’è un qualcosa di emotivo, oppure siamo in un contesto spensierato e vogliamo usare un termine alternativo, anche a volte per sdrammatizzare, o per attenuare un aggettivo o per affetto.

Com’è Paolo fisicamente? L’hai incontrato?

Sì, simpatico, ma è bello grosso!

Bello grosso è un po’ di più di “abbastanza grosso” e un po’ meno di “grosso di brutto” o “enorme”.

C’è spesso,COME IN questo caso, la volontà di attenuare emotivamente il significato dell’aggettivo. Cioè in questo esempio voglio dire che è molto grosso, ma senza la volontà di offendere.

Si usano spesso con i bambini queste modalità:

Il bambino è nato bello grosso! Questo bambino è bello cicciotto!

E tu invece? Ti vedo bello tonico, asciutto, bello in forma!

Si usa anche in modo affettuoso quindi.

Questa è una delle differenze che ci sono rispetto all’utilizzo di “di brutto“, che vi ho già spiegato qualche episodio fa.

Vediamo meglio allora queste differenze:

Questa bevanda è bella forte Questa bevanda è forte di brutto

L’uso di “di brutto” è piu forte, più simile a moltissimo. Ma le frasi sono quasi equivalenti.

Ma in alcuni casi non si può usare “bello” . Perché non c’è un aggettivo, non c’è una caratteristica, un tratto distintivo.

Es:

Ti sei sbagliato di brutto

Significa:

Ti sei sbagliato (di) moltissimo

In questo caso “bello” non si può usare. Quando c’è un’azione, e quindi un verbo che esprime questa azione, posso usare solamente “di brutto” tra le due.

Ho mangiato di brutto

Ho esagerato di brutto

Eccetera.

Invece al posto di “bello”, “di brutto” si può usare sempre, ma è più forte rispetto a “bello”.

Es:

Questo ragazzo è bello forte.

Questo ragazzo è forte di brutto.

Così (di brutto) è più intenso. Somiglia più a moltissimo, esageratamente, in modo spropositato, esagerato.

Non solamente è più forte, ma “bello” si usa anche in senso affettuoso. Questa è un’altra differenza non trascurabile. Bello, molto spesso, si usa anche per attenuare un aggettivo che altrimenti sarebbe negativo.

Se dico che un bambino è bello cicciottello, o che è bello grosso, è affettuoso, mentre se dico:

Questo bambino è grosso di brutto!

Sto dicendo semplicemente che è esageratamente grosso. Non c’è affetto. E alla mamma piace molto di più che suo figlio sia bello cicciotto che cicciotto di brutto.

Non sempre però si può usare bello in questo modo. Soprattutto in contesti più formali.

Questo ufficio è bello pulito

Può anche andar bene, ma:

Questo documento è bello interessante

In questo caso meglio dire che è molto interessante.

Ci sono commenti?

Mariana (Brasile): Ah…un’altra espressione da annoverare fra le espressioni che si usano per intensificare un concetto, cioè per dire molto.

Carmen (Germania) : C’è veramente un bel po’ po’ di espressioni di questo tipo. Altro che storie!
Difficile però averle presenti tutte!

326 – Evitare o impedire?

Audio

Evitare o impedire?

Trascrizione

Giovanni: Che differenza c’è tra i due verbi evitare e impedire?
Hanno lo stesso significato e utilizzo?

Khaled: Ma ti pare! Ovviamente no, sennò non saremmo qui a spiegarlo!

Giovanni: Infatti, bisogna evitare di confondere questi due verbi. E se qualcuno cerca di dire che sono la stessa cosa, impeditegli di parlare!

Evitare di confondere i due verbi. Infatti evitare significa fare a meno di una cosa che riteniamo dannosa o fastidiosa.

Bisogna evitare di mangiare cibo spazzatura

Sarebbe bene evitare di frequentare anche le persone negative e pericolose

Evitate di drogarvi, mi raccomando.

Rauno: Evitare somiglia anche a sfuggire da qualcosa o qualcuno, o anche schivare, scansare.

Giuseppina: Si evitano gli ostacoli, i pericoli; persino gli sguardi di qualcuno.

Il verbo impedire invece viene da “piede” nel senso di mettere qualcosa ai piedi, mettere qualcosa che non ci fa camminare.

Quindi gli ostacoli ci impediscono di fare le cose, per questo gli ostacoli vanno evitati.

Non voglio impedirti di parlare

Non impedirmi di esprimermi liberamente

Il temporale ci ha impedito di andare al mare.

Impedire quindi significa rendere impossibile lo svolgimento o il compimento di un’azione. C’è sempre un ostacolo a impedire qualcosa che accade. L’ostacolo va evitato.

Bisogna evitare l’ostacolo che impedisce l’azione.

Verbi simili a impedire? Proibire:

Se io ti proibisco di uscire vuol dire che la mia volontà è di impedirti di uscire. Ma la mia proibizione, non è detto che sia un’impedimento alla tua azione.

Lo stesso vale per vietare, del tutto simile a proibire, ma anche una legge può vietare.

Sbarrare è tipico dell’ostacolo:

Un albero ci sbarrava la strada, quindi ci impediva di passare.

Intralciare e ostacolare sono anche simili:

Non mi intralciare la strada.

L’intralcio e l’ostacolo, analogamente alla proibizione e al divieto, non è detto comunque che impediscano una azione. Di sicuro la rendono più complicata.

C’è forse da sottolineare questa cosa: impedire non è rendere difficile. Impedire è rendere impossibile lo svolgimento di un’azione.

Quindi se un muro impedisce la vista, allora io non posso vedere.

Il muro è un ostacolo che mi impedisce di vedere.

Invece nell’intralciare e nell’ostacolare c’è la volontà di impedire, e anche nel vietare e nel proibire. Ma possiamo evitarli! Oppure possiamo affrontarli!

Emma: Possiamo evitare anche di parlare solo di ostacoli. Sono insofferente agli ostacoli!

Xiaoheng: ma via via che si incontrano ostacoli si impara a superarli! Ma è mai possibile che solo a me non riesca?

325 – Via via

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Esempio di utilizzo

Trascrizione

Giovanni:

Via via che passano gli episodi di apprende sempre un po’ di più.

Via via che si apprende l’italiano, si diventa sempre più motivati nel continuare.

La via, la nella lingua italiana, ha molti significati, a volte non diversissimi. Spesso c’è di mezzo una strada o una direzione.

“Via via” , quando la parola si ripete due volte, si usa invece solamente per indicare qualcosa che accade durante un percorso, che è simile ad una via, ad una strada.

Questo qualcosa che accade, può essere di qualsiasi tipo.

È di uso quotidiano da parte di tutti gli italiani questa espressione:

Si dice sempre (quasi sempre) “via via che”:

Via via che mi alleno divento sempre più forte.

Ci troviamo sulla strada che porta all’apprendimento.

Via via che imparo divento più bravo.

La ripetizione della parola indica il passare del tempo ma anche qualcosa che accade mentre passa il tempo. Quindi c’è qualcos’altro che si ripete oltre al tempo.

Via via che ti passo questi libri tu mettili sulla libreria.

Si può dire anche in altri modi più o meno equivalenti:

Mano a mano che imparo divento più bravo

Man mano che ci avviciniamo a Roma mi emoziono sempre di più.

È molto simile anche a “di volta in volta“.

Non sapevo parlare in italiano, ma andando in Italia, di volta in volta il mio livello è aumentato.

Vedete che questo ripetersi della parola, Via, mano, volta, indica sempre il progredire di qualcosa.

Non sempre c’è il “che”:

Stai attento alle persone che entrano via via.

Queste persone evidentemente entrano una dietro l’altra. Questo è ciò che si ripete. C’è movimento, c’è ripetizione.

Non confondere “via via” con “mentre“, perché mentre serve a indicare due cose che accadono nello stesso tempo.

Mentre fai ginnastica puoi ascoltare un episodio di italiano semplicemente.

In fondo la frase di oggi se ci pensate è alla base dell’apprendimento: repetita iuvant, ricordate? È la prima regola d’oro di Italiano Semplicemente.

Ulrike: Quando parliamo l’italiano, soprattutto di un spontaneamente e a braccio, spesso e volentieri ci sfugge una parola cercata. Capita che ci si blocca di brutto il che è un momento dispiacevole. A maggior ragione però dobbiamo continuare a parlare. Via via che si parla questi momenti si perdono.

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

324 – Spesso e volentieri

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spesso e volentieri

Trascrizione

Giovanni: Spesso e volentieri è un’espressione colloquiale adatta a ogni circostanza.

E’ ovviamente molto simile a “spesso”, ma è molto simile anche a “sempre”.

Ok, ma perché “volentieri“? Vuol, dire che si fa spesso una cosa piacevolmente? Con piacere?

Volentieri significa ovviamente questo, cioè si usa con le cose gradevoli, con le cose che fa piacere fare, ma “spesso e volentieri” si usa in realtà anche quando le cose non sono piacevoli. Di sicuro si sta parlando della frequenza di un qualcosa che accade o che è accaduto.

Vediamo qualche esempio:

Spesso e volentieri la sera esco con gli amici

Quante volte vai in vacanza in Italia? Ci vado spesso e volentieri.

Spesso e volentieri Giovanni ci spiega una bella espressione italiana

Questi sono tutti esempi di cose che accadono spesso e sono gradevoli, e anche io gli episodi li faccio anche volentieri, ovviamente oltre che spesso, cioè frequentemente, ma ascoltate queste frasi:

Capita spesso e volentieri che dimentico di ascoltare i nuovi episodi

In città spesso e volentieri c’è tantissimo traffico

In questi casi non si tratta di cose gradevoli, tutt’altro direi.

E allora?

Allora significa che possiamo usare questa espressione quando il contesto è scherzoso, quando parliamo in modo spensierato, quando parliamo con amici e vogliamo dare dei segnali di distensione, dove non tutte le parole sono da interpretare alla lettera, secondo il loro significato. In Italia questo si fa spesso e volentieri, e ascoltare questa frase ci trasmette subito un senso positivo e colloquiale.

Volentieri, in qualche modo ha più la funzione di amplificare il termine “spesso” quindi la frase significa “molto spesso”, “molto frequentemente”, e contiene generalmente sfumature aggiuntive, tipo:

Pietro spesso e volentieri tradisce la moglie

Vuol dire che Pietro tradisce la moglie molto spesso, con disinvoltura, senza badare al numero delle volte.

Giovanni dice che gli episodi sono di due minuti, ma spesso e volentieri sono di 3,4 minuti o anche di più.

Evidentemente voglio dire che Giovanni non ci sta molto attento alla durata. Non è dunque solamente una questione di elevata frequenza, ma spesso si vuole evidenziare la superficialità, la trascuratezza, o anche un difetto di una persona e cose di questo tipo. Più in generale possiamo parlare di ironia.

Io spesso e volentieri devo fare mente locale perché non mi ricordo più niente ormai! Sono decisamente a corto di memoria. Lo so che non si direbbe perché sono ancora molto giovane. Sarà perché mangio troppi grassi? Non so, sto andando un po’ a tentoni non ci capisco di queste cose. Magari non sarà niente di che e non c’azzecca nulla con l’età, che, senz’altro è meglio che vi risparmi.

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323 – di brutto

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Trascrizione

Di brutto

Giovanni: dopo aver visto “di bello” oggi vediamo anche “di brutto”. Se di bello, come abbiamo visto si usa prevalentemente nelle domande e indica una attività piacevole, “di brutto” è semplicemente un modo per dire “molto”.

In italiano ci sono tantissimi modi per sostituire la parola molto, lo abbiamo visto anche in un episodio dedicato.

Ogni tanto però mi viene in mente un nuovo modo. Uno di questi è proprio “di brutto”, ma quando possiamo usare questa espressione?

Intanto è bene dire che l’uso è solo familiare e informale. Tra amici si usa spessissimo, e lo si fa non per esprimere una quantità, ma soprattutto per sottolineare l’intensità di una attività.

Ad esempio:

Per prepararmi all’esame di italiano ho studiato di brutto

Cioè ho studiato molto, moltissimo, come non avevo forse mai fatto prima.

Ho sofferto di brutto l’ultima volta che sono stato lasciato dalla mia fidanzata.

Anche qui: ho sofferto tantissimo, una grande sofferenza.

Non c’è un uso positivo o negativo. Quindi il senso di “brutto” non vi deve far pensare che si tratti di una attività negativa o di sentimenti negativi o spiacevoli.

Si tratta di qualcosa di molto intenso. Semplicemente.

Anche nel caso di un terremoto posso usare questa espressione.

La terra ha tremato di brutto!

Anche questa è una intensità.

Francesca mi amava di brutto, ma a me non piaceva.

Non si può usare, come vi dicevo prima, al posto di tanti, tante, molti, molte, e neanche “molto spesso” cioè con le quantità.

Non posso dire che ho “di brutto” anni.

Non ha nessun senso una frase di questo tipo.

Quindi bisogna usare un verbo che descrive una attività e poi “di brutto”:

Ieri è piovuto di brutto

Quest’anno ho studiato di brutto

Hai pianto di brutto l’altro giorno.

Si usa anche un’altra espressione, sempre informale, equivalente: “una cifra”. Questa tra l’altro si può usare anche con le quantità:

Quest’anno ci siamo visti una cifra di volte.

Cioè ci siamo visti molte volte, molto frequentemente.

Quanto mi hai amato?

Una cifra!

In questo caso è equivalente a “di brutto”.

Attenzione perché sia “di bello” che di brutto” a volte sono da interpretare nello stesso modo con senso contrario.

Può capitare che accada qualcosa di brutto, cioè qualcosa di non piacevole.

Però spesso capita anche qualcosa di bello.

Ma in questo caso è proprio il contrario di “di bello“, quindi bello e brutto in tali casi sono sempre da leggere “alla lettera” nel senso di positivo o negativo, piacevole e spiacevole.

Emma: Forse anche oggi abbiamo sforato?

Si ma non di brutto! Giovanni è stato abbastanza conciso oggi!

Ma domani cosa ci spieghi di bello?

Domani tocca all’espressione: “spesso e volentieri“.

– – –

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

Italiano Professionale – lezione 25: Come dare istruzioni

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Lezione n. 25 del corso di Italiano professionale. Oggi parliamo di come dare istruzioni.

Nell’ultima lezione abbiamo visto come puntualizzare e si parlava dunque di chiarimenti.

Oggi invece, pur restando nel tema chiarimenti, stiamo dando spiegazioni riguardanti una procedura da seguire, cosa che si fa soprattutto quando dobbiamo insegnare delle cose a dei colleghi: una procedura da seguire ad esempio.

Spiegare alle persone cosa fare non è una cosa che fanno solamente i capi, i dirigenti, ma ogni volta che si da un consiglio tecnico, che si spiega un processo, una procedura da seguire si stanno danno istruzioni e possono farlo tutti. Evidentemente non solo durante una riunione si danno istruzioni: nella vita di ufficio avviene quotidianamente.

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322 – Dove vai di bello?

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Trascrizione

Giovanni: Oggi cosa facciamo di bello?

Oggi ci occupiamo proprio di questo aggettivo “bello” che gli italiani mettono un po’ dappertutto.

Con l’occasione ripassiamo anche qualche espressione che abbiamo spiegato nelle puntate precedenti. Ci aiuteranno a questo scopo alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente: Lejla dalla Bosnia Erzegovina, Iberê dal Brasile, Xiaoheng dalla Cina e Rauno dalla Finlandia.

Allora:

Dove vai oggi di bello?

Dove sei andato ieri di bello?

Dove andrai domani di bello?

Cosa vediamo di bello al cinema?

Cosa hai visto di bello a Roma?

Si usa solo il maschile singolare. Fate attenzione:

Quali monumenti hai visto di bello?

Quali amici hai incontrato di bello?

Si tratta di domande che si fanno per trasmettere relax, divertimento, quindi in genere si usano quando c’è un viaggio o in tutte le occasioni di tempo libero: cinema, teatro, palestra, amici eccetera.

Come si risponde? Si può usare l’espressione anche per le risposte?

Volendo si:

Di bello a Roma ho visitato piazza Navona e il Colosseo.

Niente di bello purtroppo, sono dovuto restare a casa

Non ho fatto niente di bello da raccontarti.

Lejla: Una domanda: Niente di che e niente di bello sono la stessa cosa?

Giovanni: Non è proprio la stessa cosa anche se a volte le due risposte possono equivalersi.

Comunque “niente di che” si usa in pratica solo nelle risposte, mentre “niente di bello” può usarsi anche nelle domande:

Hai fatto niente di bello recentemente?

In questo caso “niente” sta per “qualcosa”.

Bisogna dire che il termine “bello“, in generale, descrive l’attività che si è fatta, una “bella attività” quindi non indica sempre e solo la bellezza in senso stretto, come quella di una città, ma in generale la piacevolezza, come nel caso di un’uscita con gli amici, o di una vacanza, ad esempio.

Se dico:

Quali amici hai incontrato di bello?

Non intendo dire gli amici belli, cioè gli amici di bella presenza, ma gli amici in generale. Si tratta quindi semplicemente di un modo di descrivere una piacevole attività.

Aggiungere “di bello” alla domanda serve infatti a non far sembrare la domanda troppo inquisitoria, indagatrice. In realtà è una domanda che si fa così, tanto per sapere, non per controllare o per indagare.

A questo punto si potrebbe chiedere:

Esiste anche di brutto?

Certo, ma si usa soprattutto con le cose accadute (ovviamente negative):

Cos’è quella faccia? Ti è capitato qualcosa di brutto?

Cos’hai visto di brutto per avere quell’espressione?

Ma l’espressione “di brutto” la vediamo meglio nel prossimo episodio perché ha anche un altro utilizzo interessate.

Xiaoheng: non abbiamo che da aspettare allora!

Iberê: Per ora rimaniamo in sospeso

Rauno: peccato, ero curioso!

– – –

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

321 – Ma io non lo so!

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ma io non lo so

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Giovanni: Voi non ci crederete, ma anche oggi ci occupiamo di un’espressione che si usa da arrabbiati.

L’espressione è molto simile all’ultima che abbiamo visto: “ma guarda tu!” ed è “ma io non lo so!” (anche senza “ma” che tuttavia aggiunge enfasi).

Questa espressione si usa in modo analogo a “ma guarda tu“, nelle stesse circostanze, ma può anche essere usata insieme, mettendo “ma io non lo so” alla fine della frase.

Se ad esempio io mi arrabbio perché mio figlio non mi obbedisce, potrei dire:

Ma guarda tu se un moccioso di 5 anni deve fare come vuole lui! Ma io non lo so!

Naturalmente anche “ma io non lo so” non è in questi casi da intendere alla lettera. E’ solo un modo per esprimere stupore e irritazione per qualcosa alla quale non si riesce a dare una spiegazione, come a dire:

Incredibile quello che vedo o quello che ho sentito, è sconcertante! Non mi capacito! Non è normale!

Spesso le due espressioni si fondono insieme.

Ma io non lo so, guarda!

La frase va accompagnata da una mimica facciale adeguata: occhi sgranati, bocca semiaperta, sguardo stupito.

Si pronuncia con un tono che prima sale e poi scende, perché non è una vera domanda, ma solo una esclamazione di irritazione.

Di solito si manifesta inizialmente la propria contrarietà, spiegando in modo più o meno agitato la cosa che non va, e poi si aggiunge questa esclamazione, volendo mixandola con “ma guarda tu“.

Vediamo un esempio e con l’occasione alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente utilizzeranno qualche frase di ripasso.

Sai che è successo? Il mio capo mi ha telefonato e mi detto: siamo in crisi, quindi mi dispiace ma o ti dimezzo lo stipendio oppure ti sostituisco con un’altra persona più economica.

Ma io non lo so, guarda, Non riesco a sopportarlo!

Ma pensa tu, davvero? Ma è passibile di denuncia, lo sai?

Poi non si è neanche curato di dirtelo di persona, ma ti ha telefonato!

Beh, ma a suo modo sta cercando di salvare il tuo lavoro, avrebbe potuto licenziarti e basta.

“Salvare” mi pare una parola grossa!

Ma tu cosa farai? Accetterai in attesa di tempi migliori?

Infatti ho risposto al mio capo: dimezzare lo stipendio?

Ulrike: Ma pensa tu, davvero? Ma è passibile di denuncia, lo sai?

Hartmut: Poi non si è neanche curato di dirtelo di persona, ma ti ha telefonato!

Lia: Beh, ma a suo modo sta cercando di salvare il tuo lavoro, avrebbe potuto licenziarti e basta.

Giovanni: “Salvare” mi pare un parolone!

Gema: Ma tu cosa farai? Accetterai in attesa di tempi migliori?

Sofie: Ho risposto così al mio capo: dimezzare lo stipendio? Aggiudicato!

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320 – Ma guarda tu!

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Giovanni: ecco un’altra espressione che si usa quando si è arrabbiati o anche delusi: ma guarda tu!

Ma guarda tu” è una esclamazione che si dice quando non riusciamo ad accettare una cosa accaduta.

È una specie di invito a guardare, a guardare la cosa accaduta perché stupisce, ed è qualcosa che non ci piace. Ma in realtà non bisogna essere in compagnia per fare questa esclamazione. Può anche essere un pensiero espresso a voce alta quando siamo soli, se vediamo qualcosa che non ci piace e che non è normale.

Se accade qualcosa di strano, tipo che una persona ci sorpassa con la macchina in modo pericoloso, viene spontaneo dire, anche da soli:

Ma guarda tu questo!

Come a dire: ma si fanno queste cose? Il termine “questo” è un modo irrispettoso di chiamare la persona che ha fatto il sorpasso.

Se si è da soli è un modo bizzarro di condividere la propria sensazione con un’altra ipotetica persona, come a cercare conforto, solidarietà.

Se una persona ti risponde male puoi ugualmente affermare:

Lejla: Ma guarda tu, ma ti pare che mi devi rispondere così?

Ulrike: Ma guarda tu cosa mi tocca fare!

Giovanni: Si può usare anche in questo modo: un commento contrariato per qualcosa che bisogna fare, ovviamente controvoglia.

A volte esprime solo meraviglia:

Ma guarda tu come si è vestito quel tizio!

Ci sono espressioni simili come ad esempio “ma pensa tu“. Cambia il verbo e cambia il significato. Stavolta si usa soorattutto quando non avremmo mai immaginato che qualcosa sarebbe successo:

Ma davvero Maria e Franco si sono separati?

Andrè: ma pensa tu, e dire che si amavano tantissimo!

C’è anche “ma guarda un po’” che è la versione più educata, perché esprime disappunto, contrarietà ma un certo contenimento nell’esprimere questo sentimento avverso.

Sofie: Ma guarda un po’! Hai ancora superato i due minuti! Non ti degni mai di rispettare la durata!

Anthony: Non è che qualche volta potresti lasciar correre? Risparmiaci le tue lamentele. È mai possibile ?

Fernando: calma ragazzi, si direbbe che non sappiate mantenere la calma!

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319 – Ché non sei altro

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Giovanni: nell’espressione È possibile mai dello scorso episodio abbiamo visto che spostando la posizione di un termine può cambiare il significato.

Accade la stessa cosa con l’espressione “non è altro” con la congiunzione “che”.

Che non è altro” pertanto è quasi sempre diverso da “non è altro che“.

Ad esempio se dico:

Questo episodio non è altro che uno dei tanti episodi di italiano semplicemente.

In questo caso posso anche togliere il termine “altro” e in generale il senso può cambiare leggermente:

Questo episodio non è che uno dei tanti episodi di italiano semplicemente.

“Altro” serve a dire che è solo questo. Nient’altro che questo.

Quindi “altro” ha il ruolo di dire “solo questo”, nient’altro che questo.

In questo caso se non mettiamo “altro” vuol dire: ce ne sono tanti altri di episodi, non solo questo. Questo è uno dei tanti episodi. Un po’ diverso quindi. Almeno in questo caso.

Questo funziona anche con altri verbi, non solo col verbo essere, ma oggi volevo soffermarmi solo su questo verbo. Potrei comunque dire:

Non fai altro che lavorare. Devi riposare un po’!

Anche qui posso eliminare “altro” ma in tal caso il senso è però lo stesso: lavori sempre, non fai altro.

Questo per quanto riguarda il “che” quando è messo alla fine.

Se invece dico, sempre usando il verbo essere:

Mio marito mi ha tradito! Quel traditore che non è altro!

Questo genere di frasi si usano come una forma di sfogo, e il “che” ha il senso di “perché” , quindi serve in teoria a spiegare il motivo per cui ho usato proprio quel termine.

Potrei dire:

quel traditore, perché non è altro.

Naturalmente sono frasi che si usano quando si è arrabbiati, e in tal caso si ha l’esigenza di essere immediati, veloci e non si fanno pause:

Quel bastato che non è altro mi ha rubato il portafogli!

Stai zitto, stronzo che non sei altro!

Ulrike: Uno sfogo offensivo mi pare e come tale un po’ osè, comunque da prendere con le molle a meno che non venga espresso con un occhiolino per metterci una sfumatura scherzosa.

Giovanni: Brava, spesso infatti si usa anche in modo scherzoso, ma in questo caso non posso togliere “altro” come facevo prima. La frase non avrebbe senso.

Naturalmente non si può usare un aggettivo positivo, per indicare un complimento. Funziona solamente con le offese.

Posso togliere però l’intera espressione “che non è altro“, perché questa espressione non serve che a sfogarsi, non serve altro che a questo.

L’episodio finisce qui, avete anche ascoltato delle frasi di ripasso di alcune espressioni già spiegate negli episodi scorsi. Nel prossimo episodio vediamo “ma guarda tu“, un’altra espressione che si usa da arrabbiati.

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318 – Come mi trovate?

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Lia: è possibile mai che Gianni oggi ci spieghi il verbo trovare?

Fernando: sei così stupita? Mica ha solo un utilizzo! Vedrai che lo troverai molto interessante.

Anthony: ma ti pare che non lo sappiamo già usare?

Khaled: Nulla quaestio se lo lasciamo parlare? Poi dice che gli episodi sono lunghi!

Giovanni: bravo Khaled. Grazie. Allora oggi, cari amici, voglio fare una breve discussione sul verbo trovare. Spero troverete l’episodio di vostro interesse.

In particolare mi interessava farvi notare che questo verbo si può usare non solo nel modo classico, in cui significa riuscire ad individuare. È simile a scoprire, venire a conoscenza, recuperare.

Ho trovato il corso di italiano che cercavo

Non trovo più le chiavi

Scusi, dove posso trovare un ristorante aperto?

Prima si cerca e poi si trova (non sempre!).

Si usa anche in altri modi, ad esempio quando volete esprimere un’opinione in modo più elegante del solito:

Trovo che questo corso sia molto interessante

Quindi è simile a credere, pensare, verbi però troppo generici.

Ti trovo ringiovanito sai?

Ti trovo ingrassato!

Diciamo che possiamo usarlo quando notiamo delle caratteristiche in una persona o una cosa. Simile quindi a riscontrare (che è più formale) e individuare.

In questo modo stiamo esprimendo un nostro parere, quindi può anche trattarsi di un giudizio. Stiamo dicendo se una cosa ci piace oppure no, ad esempio. Quindi somiglia anche a giudicare, ritenere, stimare.

Trovo questo episodio molto interessante.

Se io stimo una persona, ad esempio, evidentemente trovo che sia una persona intelligente, la ritengo capace di ottenere dei risultato, la, giudico positivamente.

Trovare, usato in questo modo, è assolutamente adatto, esprime un proprio punto di vista in modo direi in molto elegante ed imparziale.

Infatti fa pensare che prima di esprimere il vostro parere abbiate pensato, abbiate riflettuto, e solo dopo abbiate espresso il vostro pensiero.

Certo, potrete continuare a dire:

Secondo me meglio non usare questo verbo.

Ma si è sicuramente più convincente dite:

Trovo che sia meglio non usare questo verbo.

Si usa anche come risposta. Una persona esprime un parere e voi rispondete:

Trovi? (come dire: la pensi così? Davvero? È questa la, tua opinione?)

Trovi che sia così?

Trovate anche voi che sia un bel modo di utilizzare questo verbo?

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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

317 – Possibile mai?

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Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo detto che l’espressione “ma ti pare” esprime stupore e spesso anche fastidio.

Un utilizzo di cui ancora non vi ho parlato esprime esclusivamente stupore, solo stupore, ed equivale a “possibile mai?”. In sostanza ci si chiede, o si chiede ad un’altra persona, se mai una cosa sia possibile. Una cosa che se fosse vera mi stupirebbe molto.

Ad esempio:

Possibile mai che Giovanni abbia deciso che nel 2021 ci saranno due riunioni dei membri dell’associazione italiano semplicemente? Non si è mai parlato di due riunioni in un solo anno.

Equivale a dire: secondo te è possibile questa cosa? A me stupisce molto questa cosa.

Oppure:

Ma ti pare possibile questa cosa?

Il tono è fondamentale per escludere la possibilità che ci sia fastidio.

Sentite la differenza tra le due forme:

A questo punto dobbiamo vedere la differenza tra “è mai possibile?” e “possibile mai?”

La posizione di “mai” determina la differenza tra fastidio e stupore.

Se sono arrabbiato e infastidito devo dire:

È mai possibile che tu sia sempre in ritardo?

Se invece la mia è una domanda tranquilla. E io sono incuriosito e meravigliato, senza essere arrabbiato, dico:

È possibile mai che Giovanni voglia fare due riunioni in un anno?

Questa è una domanda vera e propria.

È possibile mai che neanche un episodio duri due minuti esatti?

Questa è più una lamentela, ma resa più gentile dall’aver posticipato il termine mai.

Se sbagliate non è molto grave, ma il messaggio che esce dalla vostra bocca non è esattamente uguale a quello che arriva alle orecchie di chi ascolta.

Potete usare “è possibile mai”, come abbiamo visto, anche per mitigare la frase, per non sembrare arrabbiati, o per educazione.

Ma è mai possibile che non ci sono libri di grammatica che spiegano questa cosa?

Ma è possibile mai che siate così convinti che la grammatica da sola, possa bastare?

Ma questo “mai” serve veramente a questo? E serve solamente a questo?

Solo la posizione è importante?

In realtà potremmo anche togliere “mai”. Ciò che aggiunge, quando lo mettiamo, è il fastidio, se messo prima e lo stupore, se messo dopo. Ma anche senza, se il tono è adeguato va bene lo stesso.

È (mai) possibile che nessuno ci abbia spiegato prima queste cose?

È possibile (mai) che Giovanni si sbagli?

Khaled: Ah… stai sfoderando un’altra espressione di stupore! Man mano cominciano a ronzarmi per la testa.

Ulrike: È mai possibile e possibile mai con significati diversi! Pavento proprio di scambiarle! Non resta che ripetere l’episodio. Pazienza!

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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

316 – Ma ti pare

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Giovanni: oggi non mi va di fare l’episodio dei due minuti. Mi sento offeso perché qualcuno pensa che gli episodi sono troppo lunghi.

Emanuele: dai, Gianni, non fare il sostenuto e facciamo questo episodio!

Giovanni: ma ti pare che faccio il sostenuto? Stavo solo scherzando. Era solo una scusa per usare questa nuova espressione: ma ti pare!

Ho identificato quattro modi diversi di utilizzo.

Come L’ho usato io prima è un modo per allontanare un dubbio.

Significa: ma come puoi pensare questo. Bisogna specificare la cosa che stupisce e, enfatizzando il tono della voce, si manifesta stupore e un certo dispiacere, o anche un po’ di fastidio a volte.

Un secondo modo è per condividere un fastidio per qualcosa:

Ma ti pare normale quello che stai dicendo? (in tal caso pare sostituisce sembra)

Ma ti pare che mio figlio ha detto un sacco di parolacce questa mattina. Chissà dove le ha imparate!

Si tratta di una domanda, come a dire: che ne pensi tu? Non sei stupito quando me?

Ma ti pare che per andare in spiaggia libera quest’estate bisogna prenotare? Roba da non credere!

Il terzo modo è usato come formula di cortesia, quando una persona ti ringrazia:

Ti ringrazio molto.

Ma ti pare!

È come dire:

prego, non preoccuparti.

Figurati!

Ma di che!

Non c’è di che!

Si può usare anche dando del lei:

Ma le pare!

Non è affatto una risposta scortese, anzi forse è la più formale che esiste quando si dà del. Lei.

Anche questa in fondo In fondo poi è una modalità per esprimere stupore: meraviglia per un ringraziamento non dovuto.

Il quarto modo è da intendere sempre letteralmente, e “pare” è ancora una volta come “sembra”, ma più familiare:

Sei il peggiore degli amici!

Scherzi?

Ma ti pare che sto scherzando?

È una risposta un po’ arrabbiata.

Ma ti pare giusto questo?

In genere la prima parola “ma” si può anche togliere in ogni occasione. La sua presenza però serve a dare enfasi, ad accentuare lo stupore, o lo sdegno, o il fastidio.

Adesso Khaled, dall’Egitto, vi aiuta a ripassare alcune espressioni che abbiamo già spiegato negli scorsi episodi. Khaled è uno dei membri dell’associazione italiano semplicemente.

Khaled: Quando vado alla zona militare, mi preparo tutti i documenti, mettendo tutto in ordine. Là, il soldato mi chiede tutte le mie generalità, dicendo: “mi fornisca le sue generalità”.
Io presento le generalità richieste, poi mi dà il via libera. Poi vado dal medico, misurando la temperatura del corpo, e mi porta da altri due soldati. Questi mi ispezionano, chiedendomi di mettere le mani in alto. Senz’altro è la solita solfa che si fa con tutti, andando là. Se si dimentica un foglietto banale bisogna stare attenti, niente scuse perché sono duri di comprendonio.

Giovanni: ottimo ripasso Khaled. Nel frattempo mi è venuto in mente un ulteriore modo di utilizzo.

Equivale a Possibile mai?

Lo vediamo nel prossimo episodio.

315 – Le generalità

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Giovanni: Se venite in Italia, almeno due o tre volte sicuramente dovrete fornire le vostre generalità a qualcuno.

Hartmut: non è che ti stai sbagliando Gianni?

Giovanni: Certo che no.
All’aeroporto ad esempio, sia all’andata che al ritorno e anche in albergo possono, anzi sicuramente vi chiederanno di fornire le vostre generalità.

Fornire le proprie generalità, o dire, o indicare o dichiarare le generalità significa comunicare il complesso dei dati anagrafici relativi a un individuo: voi stessi

Ulrike: Allora quando partirò alla volta dell’Italia cercherò di ricordarmelo, ma cosa si fa in questi casi?

Giovanni: Bisogna generalmente dare un documento e se non basta riempire un modulo indicando nome e cognome, data e luogo di nascita e indirizzo di residenza. Queste sono le generalità.

Le generalità vengono chieste per sapere chi sei, quindi servono per identificarsi.

Da non confondere con la generalità, al singolare, che indica “la maggior parte“, “la maggioranza“:

Lia: la differenza tra singolare e plurale non è proprio una sfumatura allora! Puoi farci un esempio al singolare?

Giovanni: Subito: Nella generalità dei casi questi episodi durano 4 o 5 minuti.

Questa è la generalità.

Possiamo anche dire “in generale” o “generalmente” questi episodi durano 4 o 5 minuti. Anche “in genere” va bene.

Le generalità (al plurale) di una persona spesso vengono chiamate anche in un altro modo: gli estremi.

Questo è un termine che ha diversi significati, ma si chiamano così anche i dati essenziali e necessarî per l’identificazione.

Bogusia: si usano normalmente questi due termini? Ti diròche mi piacciono e mi piacerebbe usarli.

Giovanni: È un linguaggio burocratico in realtà, li usano negli uffici pubblici soprattutto. Ma anche sull’autobus potrebbero chiedervi le generalità. Se controllano l’abbonamento ad esempio.

In un ufficio pubblico dovete necessariamente fornire i vostri estremi o se preferite le vostre generalità se volete ottenere o consegnare un documento.

Qualcuno ve li chiederà:

Mi fornisca i suoi estremi

Mi fornisca le sue generalità

C’è da dire che esistono anche gli estremi di un documento, non solo di una persona.

L’importante è che identifichino questo documento: la data di rilascio del documento e il numero ad esempio.

In varie occasioni potrebbero chiedervi:

Gli estremi della carta di identità

Gli estremi di un bonifico bancario

Gli estremi di un pagamento qualsiasi

Gli estremi di una fattura

Gli estremi di una spedizione

Gli estremi dI una polizza assicurativa.

Invece le generalità si usano solo con le persone.

Sofie: Sarebbe fuori luogo finire adesso l’episodio con un’altra frase di ripasso?

Andrè: Come la vedi se ci penso io a registrarla?

Rauno: Nulla quaestio!

Giovanni: Ma c’è anche Lia dal Brasile che ci teneva molto alla sua frase di ripasso.

Lia: Beh, torniamo a bomba!
Spesso mi stupisco quando vedo persone che se ne fregano del Coranavirus.
Quello che esce senza la mascherina, quell’altro che fa assembramenti, quell’altro ancora che dice:
Dai, prima o poi tutti lo prenderemo.
Ebbene, queste sono le persone sciocche per eccellenza.
E quando poi se lo prende anche lui si piange addosso.
È proprio in quel momento che mi viene voglia di dire: hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!
Ma te lo giuro, io non ho gufato contro nessuno!!

– – –

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Le espressioni con la mano

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Giovanni: oggi vediamo un episodio ricco di espressioni idiomatiche italiane. Vediamo come usare la mano o le mani. Il vocabolario è ricchissimo di esempi.

Sapete infatti che ci sono molte espressioni in cui si usa la mano.

Numeri alla mano (o dati alla mano) è una di queste: significa conoscendo i dati, avendo a disposizione le informazioni numeriche.

Con i dati alla mano, cioè a disposizione, si possono fare i conti, si può giungere a conclusioni.

La mano indica disponibilità, perché le cose che teniamo in mano sono nostre e le possiamo controllare.

Essere un tipo o una persona alla mano è un’altra espressione. Un tipo disponibile, piacevole, amichevole, disponibile e flessibile, che si adatta alle diverse situazioni come una mano, appunto.

Essere a portata di mano invece indica la vicinanza di un luogo qualsiasi. Come se allungare una mano bastasse per raggiungerlo.

C’è un ristorante a portata di mano da queste parti? È comodo avere tutto a portata di mano, vuol dire che non devo faticare, non devo percorrere lunghe distanze.

Posso usare anche in modo più materiale questa espressione:

Scusa mi passi il sale visto che ce l’hai a portata di mano?

Con lo stesso senso si usa anche sottomano.

Vorrei scrivere una poesia ma non ho sottomano una penna. Qui c’è meno il senso della comodità ma più che altro quello della disponibilità immediata.

Se invece una cosa è non a portata di mano allora è fuori mano. Significa che è un po’ distante. Una casa fuori mano è ad esempio lontana dal centro abitato.

Tornando alle persone, quelle alla mano però non è detto abbiano le mani d’oro, non è detto cioè che sappiano fare tutto, che abbiano una ottima manualità. Chi usa le mani per fare massaggi invece può avere le mani di fata: sensibili e efficaci.

Se avete le mani d’oro difficilmente su ciò che fate occorre ancora rimetterci le mani, perché il vostro lavoro è perfetto. Infatti rimettere le mani (o rimettere mano) su un lavoro ha questo senso: non è completo, è ancora da perfezionare, o è difettoso. Allora bisogna rimetterci mano.

Chi nvece ha le mani in pasta, come un pizzaiolo, è coinvolto in una attività, e di solito c’è sempre da guadagnare qualcosa. È ovviamente un’immagine figurata, la pasta rappresenta gli affari, l’organizzazione, il coinvolgimento nel dar forma a qualcosa. I politici potremmo dire che hanno sempre le mani in pasta ovviamente, ma l’espressione si usa sopratutto in termini negativi quando ci sono interessi personali coinvolti. È simile ad essere immischiati.

La disponibilità è probabilmente la caratteristica più frequente nelle espressioni con la mano.

Dare una mano è sicuramente quella più comune e più conosciuta dai non madrelingua. Ma prima ancora che la mano venga data bisogna porgerla o tenderla. Ma tendere la mano l’abbiamo già vista insieme.

Le mani, poi, al plurale, possono essere usate fisicamente, ad esempio venendo alle mani con qualcuno. Venire alle mani è un modo educato e formale di dire picchiarsi, usare le mani per farsi del male fisicamente, dopo un litigio. Se qualcuno ti mette le mani addosso durante un litigio però puoi sempre lamentarti: giù le mani! Come ti permetti di alzare le mani? Io ti denuncio sai!

Non mi mettere le mani addosso! È spesso una frase usata per difendersi da chi alza le mani con facilità.

Ma con alzare le mani in questo caso vogliamo dire picchiare, usare le mani per far del male. Ma alzare le mani si usa anche in altro modo, ad esempio quando si fa una domanda:

Chi ha domande da fare alzi pure la mano.

Ma se vi trovate in una banca durante una rapina, e il rapinatore vi dice di alzare le mani, non vi sta chiedendo di fare domande, ma di mettere le mani in alto, come segno di resa:

Mani in alto! Nessuno si muova, questa è una rapina!

In questi casi ci si sente che non si può far nulla, e in tutte queste situazioni, non solo nelle rapine, si può dire:

Di fronte a questo io alzo le mani!

Vuol dire: basta, mi arrendo, adesso non riesco più a far nulla.

Ci sono situazioni in cui ci sentiamo veramente inermi, e siamo rassegnati, scoraggiati. In questi casi possono addirittura cadere le braccia!

Dopo cinque anni di lezioni di italiano, se uno studente scrive: “vado a casa” ma scrive a con l’acca, come se fosse il verbo avere, al professore cadono sicuramente le braccia.

Ma restiamo alle mani.

Avete capito che la mano non sempre si usa per indicare cose piacevoli. Un altro esempio è avere la mano di ferro, espressione che si usa quando si è inflessibili e duri, tutt’altro che disponibili ed alla mano!

Poi c’è chi ha le mani bucate, chi cioè spende molto denaro senza farci troppa attenzione. Conosco molte persone con le mani bucate io. E voi? Che spemdaccioni!

Queste persone escono di casa con molti soldi ma tornano sempre con le mani vuote cioè senza avere più nulla in mano. Questa espressione si usa anche quando c’è qualcosa da dividere tra persone ma qualcuno resta senza ottenere nulla. Resta a mani vuote, appunto, non ottiene nulla.

Le mani in questo caso indicano possesso e di espressioni di questo tipo ce ne sono parecchie. Possesso, controllo, ma anche protezione:

Fidati di me, sei in buone mani.

C’è fiducia in questo caso, fiducia e protezione. Ma essere in cattive mani è ovviamente l’opposto.

Anche avere le mani in pasta rientra in questo ambito.

Ho le mani su un grossi affare.

In questo caso c’è un’opportunità, qualcosa che si potrebbe ottenere a proprio vantaggio.

A proposito, in guerra si può cadere in mano del nemico. In tal caso il nemico ottiene il controllo su di te o su un territorio. Si usa anche in politica nel caso di vittoria delle elezioni.

A proposito, l’Italia è nelle mani dell’Europa. Speriamo arrivino gli aiuti di cui abbiamo bisogno per affrontare l’emergenza economica. Solo l’Europa può aiutarci. Speriamo che si mettano una mano sulla coscienza altrimenti avremo forti difficoltà questa volta.

Mettersi una mano sulla coscienza significa comportarsi senza fare del male, avendo pietà, comportarsi con bontà, verso qualcuno che sta in condizioni molto difficili.

Quando si fa beneficenza ad esempio, o quando si raccomanda a qualcuno di comportarsi con bontà:

Mettiti una mano sulla coscienza, e aiuta chi ha bisogno se ti chiede di dargli una mano.

Le mani possono essere usate anche per difendersi, lo abbiamo già detto con venire alle mani (o passare alle mani) e alzare le mani e mettere le mani addosso.

Ma chi si sente attaccato non fisicamente, e si difende addirittura prima di ricevere un’offesa o per anticipare un evento negativo si dice che mette le mani avanti.

Spesso chi è colpevole mette le mani avanti, perché sa che sarà accusato. In fondo quando si sta per cadere si mettono fisicamente le mani avanti per non farsi male.

A mano a mano che vado avanti mi accorgo che ci sono molte altre espressioni con la mano.

Man mano che mi vengono in mente (stesso significato) vi spiego ovviamente il significato.

Dunque, ad esempio, se non credete in qualcosa che vedete o che vi viene raccontata ma avete bisogno di toccare con mano, evidentemente non vi fidate e volete verificare di persona, proprio come San Tommaso, che ha voluto toccare con mano il corpo di Gesù perché non credeva nella sua resurrezione.

Allora chi vuole toccare con mano, solitamente è perché non crede in qualcosa ma più in generale questa espressione si usa con le esperienze personali:

Una volta toccata con mano, là povertà non si dimentica.

Al lavoro poi, chi non fa nulla, chi non lavora, mentre dovrebbe farlo, si dice che se ne sta con le mani in mano.

Queste persone che se ne stanno con le mani in mano semplicemente non fanno nulla, e per questo fanno rabbia, suscitano un sentimento negativo.

Se mi capita tra le mani una persona di questo tipo… Peggio per lui!

Capitare tra le mani fa riferimento a situazioni casuali in cui si ha una opportunità. Le mani servono per afferrare questa opportunità.

Se mi capita tra le mani un buon affare non me lo lascerò scappare!

Se mi capitasse tra le mani Trump gliene direi di tutti i colori!

Se dite così evidentemente Trump non vi sta molto simpatico.

Non sono molto simpatiche neanche le persone (ma non solo le persone) che fanno man bassa di qualcosa.

La Juventus sta facendo man bassa di scudetti negli ultimi anni. Vince sempre la Juventus. Non resta nulla per gli altri.. La Juventus vince a mani basse, cioè con molta facilità.

Ma questa non è certamente una notizia di prima mano, perché è da tempo che la juve vince e lo sanno tutti. Una notizia di prima mano è una notizia acquisita direttamente dalla fonte, mentre se un’altra persona dà la stessa notizia dopo averla ascoltata da me questa notizia diventa di seconda mano.

Quindi in questo caso non sono proprio fresche, ma in genere le cose di seconda mano sono le cose, gli oggetti usati.

Quindi se si acquista un’automobile di seconda mano questa non è un’auto nuova. Ma se è nuova non si dice che è di prima mano. Solo le notizie possono essere di prima mano.

Con le mani comunque si possono fare tante cose!

Se si mordono le mani, ad esempio, siamo arrabbiati perché abbiamo perso un’occasione, perché potevamo fare qualcosa e adesso siamo pentiti ma ormai è tardi:

Se penso che sarei potuto andare in Brasile prima del corona virus e non ci sono andato… Mi mordo ancora le mani per questo!

Si può anche chiedere la mano di una ragazza se si è intenzionati a sposarla.

Signorina, vorrei chiedere la sua mano!

Questo è chiedere la mano, fare una proposta di matrimonio.

Invece prendere per mano, significa aiutare, come dare una mano, ma più nel senso di indicare la strada. Quando si prende per mano una persona è per guidarla, per fargli vedere come si fa.

Invece prenderci la mano è quando si impara a fare qualcosa.

Prima impariamo e poi quando siamo bravi possiamo dire che ci abbiamo preso la mano. E tutto diventa più facile.

Ma quando ci si fa prendere la mano le cose possono diventare pericolose. Vuol dire che abbiamo perso il controllo della ragione e non riusciamo più a smettere spinti dalla voglia di ottenere risultati migliori.

Quando si gioca al casinò è facile che il gioco ci faccia prendere la mano. Mai farsi prendere la mano altrimenti perdiamo tutto!

Con il matrimonio si rischia meno, quindi meglio chiedere la mano ad una ragazza che farsi prendere la mano al gioco.

In fondo la mano serve a infilare l’anello al dito. Magari un anello fatto a mano, cioè un anello artigianale. Si riconosce subito la mano di un vero artigiano.

E cosa succede quando ci si lavano le mani?

Questa frase si usa per non avere responsabilità.

Io me ne lavo le mani!

Significa io non mi interesso di questo, a me non importa, non voglio avere a che fare con questo. Il significato esatto è declinare le responsabilità, come a dire:

Non sono responsabile di questo.

In effetti avere le mani sporche indica una colpevolezza, quindi lavarsele indica il gesto di chi non vuole coinvolgimento, e non è un caso che in Italia, ai fenomeni di corruzione politica degli anni ’90 è stato dato il nome di “mani pulite“. Molti politici sono risultati corrotti in quell’occasione. Sebbene molti abbiano cercato di lavarsene le mani.

Molti giuravano di essere innocenti e affermavano che si poteva mettere la mano sul fuoco sulla loro innocenza!

I politici si aiutavano tra loro anche. Io aiuto te e tu aiuti me: una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso.

Un proverbio non proprio dei migliori questo. In genere non si usa per indicare una semplice collaborazione,ma c’è bisogno che ci sia qualcosa di illecito. Un accordo illecito, vietato dalla legge.

Stavamo parlando di mettere le mani sul fuoco come segno di fiducia.

Questo vuol dire che bisogna avere fiducia, talmente tanta fiducia da essere disposti a mettere le mani sul fuoco in caso di colpevolezza. In senso figurato ovviamente. È come dire fudarsi ciecamente.

Ma finalmente è arrivata l’inchiesta mani pulite, e la mano della giustizia e ha sistemato le cose!

Una mano poi si può dare come segno di aiuto, come si è detto, ma anche per presentarsi o per stringere accordi.

Piacere, io sono Giovanni.

Nel caso di accordi meglio usare stringere la mano.

Non si diventa amici senza una stretta di mano, e tra amici si può anche giocare a carte.

Facciamo un’altra mano di poker?

La singola partita di carte si può anche chiamare “una mano” quindi.

Altre due mani e andiamo casa ok?

Le due mani indicano anche coraggio ma solo quando si prende il coraggio a due mani. Lo abbiamo visto anche nell’episodio dedicato ai numeri.

Una mano di pittura la potete dare anche alla perete del vostro appartamento, o al cancello della vostra casa. In quel caso date però una mano di vernice. Con due mani è anche meglio comunque. Ma dovete lasciar asciugare la pittura o la vernice dopo aver dato la prima mano.

Infine la cosa peggiore che esiste: fare la manomorta!

Se vi trovate su un mezzo pubblico ed è molto affollato, qualcuno potrebbe fare la manomorta, cioè potrebbe approfittare dell’affollamento per palpeggiare le persone…normalmente le ragazze!

In un posto gremito però, non solo può capitare una manomorta. Può anche darsi che qualcuno con le mani lunghe proverà ad allungare le mani per rubacchiare, allora bisogna essere attenti perché ce ne sono molti che sono svelti di mano.

Tra l’altro chi fa scherzi di mano fa scherzi da villano! Così recita un famoso proverbio.

Una volta però colto con le mani nel sacco, (cioè una volta scoperto a rubare) non gli resta che mettersi le mani nei capelli (si fa così quando si è disperati) perché poi rimarrà con un pugno di mosche in mano. Questo accade quando non resta più nulla.

P. S: Non so se mi sono ricordato di tutte le espressioni possibili, ma ringrazio i membri dell’associazione italiano semplicemente che mi hanno dato manforte.

314 – Ti risparmio

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Trascrizione

Giuseppina: non sono riuscita a finire il lavoro in tempo e sai cosa ha detto il mio capo quando gliel’ho detto?

Giovanni: no, ti prego, meglio se me lo risparmi, so bene che non è molto educato in questi casi.

Avete ascoltato un uso particolare del verbo risparmiare, che solitamente si usa con i soldi. Risparmiare in genere significa non spendere soldi, mettere da parte i soldi, per essere spesi in futuro.

In realtà il risparmio indica un uso moderato non solo dei soldi, ma di sale, di benzina e di tempo ad esempio. Qualunque cosa che abbia un valore e sia limitato, non infinito si può risparmiare.

Questo è l’uso principale ma ce ne sono altri, nei quali risparmiare indica una forma di cortesia fatta a qualcuno.

Si può risparmiare anche una persona infatti.

Nei film Western si sente spesso dire:

Risparmialo! Riferito ad una persona, che significa “non ucciderlo”. Si può anche dire:

Risparmiagli la vita.

Stesso significato: non ucciderlo.

Risparmiare una persona o la vita di una persona è ovviamente un atto di pietà, significa avere il potere di togliere la vita ma decidere di non farlo. Un atto di pietà e di umanità.

Ma risparmiare una persona non si usa solamente in questo modo, parlando di vita e di morte. Ma si tratta sempre di un gesto positivo.

Infatti se dico:

Giovanni era molto arrabbiato e ha insultato tutti, ha risparmiato solo Maria.

Quindi Giovanni non ha risparmiato nessuno tranne Maria. Non vuol dire che ha ucciso tutti tranne Maria, ma che non ha escluso nessuno dalle sue critiche o dai suoi insulti. A parte Maria. Lei è stata risparmiata dagli insulti e dalle accuse o offese.

Lo stesso posso dire di un professore che boccia tutti gli studenti agli esami, senza risparmiare nessuno.

Quindi nessuno è stato risparmiato dal professore, nessuno è stato promosso: tutti bocciati!

Se invece io dico:

Ti voglio risparmiare cosa è accaduto.

Non parliamo più di risparmiare qualcuno ma di risparmiare qualcosa a qualcuno: ti voglio risparmiare cosa è accaduto.

Significa, come nella frase iniziale dell’episodio, che non voglio dire cosa è accaduto, voglio risparmiartelo (risparmiare a te) e questo lo faccio perché sarebbe come raccontare qualcosa di spiacevole, che probabilmente tu puoi immaginare. Qualcosa di brutto, di negativo. Se ti risparmio qualcosa puoi tranquillamente fare a meno di ascoltarla. Anche questo risparmiare è un gesto positivo.

Il risparmio quindi è sempre una cosa positiva in fondo, che si tratti di soldi non spesi, di persone non uccise o di critiche non fatte o studenti non bocciati ma risparmiati.

Non posso risparmiarvi il resto della spiegazione, perché altrimenti l’episodio non sarebbe completo.

Quindi continuo nelle spiegazioni.

Se io parlo con te e mi dà fastidio che mi hai detto qualcosa di spiacevole, posso dirti:

Questa te/me la potevi anche risparmiare.

Vale a dire: questa cosa che mi hai detto potevi anche evitare di dirmela.

In questo caso si tratta di qualcosa da non raccontare, ma spesso si tratta di comportamenti da evitare e non di parole:

Se uno studente si legge 10 libri di grammatica italiana io gli direi:

Te lo potevi anche risparmiare.

Cioè: potevi anche non farlo. Non c’era bisogno. Hai fatto una fatica inutile. Potevi anche risparmierti di leggere 10 libri di grammatica, potevi evitarti questa fatica e avresti compiuto un gesto compassionevole nei tuoi stessi confronti. Ovviamente la frase è ironica in questo caso.

Quindi anche le energie si risparmiano.

Quest’anno non ho risparmiato energie e ho sistemato tutto il giardino

Quest’anno non mi sono risparmiato. Ho usato tutte le mie energie per sistemare il giardino.

Risparmiare energie quindi è più o meno uguale a risparmiarsi, risparmiare sé stessi nella frase appena ascoltata.

Bisogna dire che il verbo risparmiare, quando si parla di parole o di azioni si usa sempre in contesti di polemica, di contestazione, di opposizione, e spesso c’è una componente di ironia.

Basta con questa spiegazione, rispamiaci altre parole inutili.

Analogamente a quanto avviene quando si risparmia la vita ad una persona, risparmiandosi di raccontare, di dire, di spiegare qualcosa a qualcuno, si fa un atto di pietà, di compassione, un gesto positivo insomma.

Non ci far soffrire ti prego, risparmiaci il resto della spiegazione.

Volete sapere un altro uso del verbo o volete che ve lo risparmi?

Posso risparmiare il fiato se volete, ma questo lo farei solo se credessi che quello che dirò sarebbe inutile.

Vi potrei risparmiare altri esempi ma non lo farò.

In questo caso si usa per evitare fatica, o un dispiacere ad altre persone.

Come, vedete somiglia al verbo “evitare“, e questo vale sempre:

Evitare di spendere: risparmiare denaro

Evitare di uccidere: risparmiare la vita

Evitare di raccontare: risparmiare un racconto

Possiamo usare risparmiare al posto di evitare anche in altre occasioni, e spesso si fa quando c’è ironia. In questo senso è simile anche a trattenersi

Giovanni dovrebbe risparmiarsi di vestirsi in quel modo.

Franco non risparmia nessuno dalle sue battute. Difficile sopportarlo!

Poi notate che ci si può rivolgere a sé stessi o a altre persone: c’è ad esempio una differenza tra:

Risparmiamelo

E:

Rispamiatelo

Nel primo caso si fa un gesto positivo nei confronti miei, nel secondo caso parli di te stesso e questo si usa quando qualcosa è controproducente per sé stessi quindi meglio non dirla o non farla questa cosa se non si vuole essere ridicoli o fare figuracce ad esempio.

Dovrebbe risparmiarsi di vestirsi così

(non gli conviene, sembra ridicolo. Farebbe un favore a sé stesso se se lo risparmiasse)

Dovrebbe risparmiarci di vestirsi così

(non è bello a vedersi, fa male alla nostra vista. Farebbe un favore a noi)

Per oggi vi risparmio le frasi di ripasso?

Khaled: E qui ti volevo! Invece secondo me andiamo avanti, oppure ci fermiamo? Che ne dite?

Xiaoheng: e vedi un po‘, saremo al decimo minuto!

Rauno: Eh no! Abbiamo voluto la hicicletta e adesso pedaliamo!

Andrè: Si direbbe che non siate mai stanchi!

– – –

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313 – Hai voluto la bicicletta?

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Trascrizione

Giuseppina: basta, non ce la faccio più con questi bambini! . Voglio tornare single! Voglio uscire la sera con gli amici!
Giovanni: eh, cara mia, hai voluto la bicicletta? E adesso pedala!
Per andare in bicicletta bisogna pedalare, giusto? E pedalare è faticoso, richiede energia, fatica, sforzo fisico.
E chi acquista una bicicletta non si può lamentare poi che bisogna pedalare per andare avanti.
Per questo motivo l’espressione “hai voluto la bicicletta?” si utilizza spesso quando qualcuno si lamenta dopo aver fatto una scelta. Volendo si può aggiungere la seconda parte (e adesso pedala) ma non è obbligatorio perché è scontata, si capisce anche senza.
Giuseppina sapeva bene che i figli richiedono energia, e non danno solo gioie, ma richiedono anche fatica e pazienza. Ed allora cosa ti lamenti? Sei tu che li hai voluti! Adesso non ti lamentare!
Questo è il significato di questa espressione informale che si usa con amici, familiari ma anche volendo con colleghi di lavoro se siete in buoni rapporti con loro.
Pedalare è il verbo usato nella seconda parte della frase. Si usa spesso anche come esclamazione:
Pedalare!
È una incitazione a lavorare, a fare fatica e si usa normalmente con gli sfaticati, coloro che non hanno voglia di fare nulla ma c’è molto da fare.
Dai che c’è ancora lavoro da fare, perché vi state riposando? Pedalare!!
Lejla: sarà perché andare in bicicletta è faticoso?
Sofie: Sicuramente è questo il motivo, ma io non ci capisco niente con queste espressioni italiane.
Ulrike: mi fa specie che parli in questo modo. Mi sembra che tu invece ne sai usare molte di espressioni.
– – –

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312 – Saperci fare

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Giovanni: Abbiamo visto, nell’ultimo episodio, l’uso di capirci per esprimere le competenze:

Mariana: Grazie, è benaccetta una capatina all’episodio di ieri!

Giovanni: Io ci capisco

Tu ci capisci

Abbiamo detto, se ricordate, che in realtà il modo corretto di esprimere il concetto è usare “ne” e non “ci”.

Capirne e non capirci quindi.

Io ne capisco

Tu ne capisci

Ora, c’è anche un altro modo per esprimere lo stesso concetto: saperci fare.

Attenzione perché saper fare è un po’ diverso da saperci fare.

Andrè: Sono proprio le sfumature dei concetti che ci interessano.

Giovanni: Saper fare è usato comunemente per esprimere competenze. Equivale a riuscire a fare.

Sai fare il caffè all’italiana?

Certo che lo so fare e tu la sai fare la caipirinha come la sanno fare in Brasile?

Insomma! Non la so fare molto bene. La sanno fare meglio i brasiliani.

Questo è saper fare. Sapere indica conoscenza e fare la manualità. Saper fare, insieme, indica una abilità spesso manuale, materiale.

Saperci fare è simile, ma ci sono almeno tre differenze.

La prima differenza è che saperci fare contiene anche orgoglio, l’essere orgogliosi di saper fare qualcosa:

Io ci so fare con i computer

Questa frase è del tutto equivalente a “ci capisco” e a “ne capisco” che è la versione corretta.

La seconda differenza è che il “fare” di “saperci fare” può anche essere relativo ad un comportamento. Anzi, soprattutto in questo caso è corretto usare “saperci fare”:

Tu ci sai fare con i bambini

Tu, cioè, hai abilità particolari con i bambini, li sai intrattenere, li sai far divertire, sai farti obbedire, eccetera. È un complimento.

Io non ci so fare per niente con le ragazze.

Io, quindi, non capisco bene come comportarmi con le ragazze, non so come fare per piacere alle ragazze.

Tu non ci sai fare, le fai scappare le ragazze. Lascia fare a me!

Saperci fare quindi racchiude orgoglio, abilità nel fare ma soprattutto abilità comportamentali. Saperci fare è un concetto più ampio, di uso informale, anche questo, ma non più di tanto.

La terza differenza è che stavolta non è sbagliato usare ci.

“io ci so fare” è il modo corretto di esprimere l’abilità in questione.

Se usassi la particella ne il significato cambierebbe.

Ad esempio:

In Italia ci sappiamo fare con i dolci e tutto ciò che riguarda il cibo. Ma non solo: gli italiani ne sanno fare molte di cose.

Quindi “in Italia ne sappiamo fare molte di cose” significa semplicemente che in Italia sappiamo fare molte cose.

Quel “ne” si riferisce alle “cose”.

Quante cose sai fare?

Quante ne sai fare di cose?

Ne so fare molte io, e tu?

Quanti anni hai? Ne ho 30.

Quanti dolci sai fare? Ne so fare molti. Ne so fare molti di dolci.

Non parliamo di abilità comportamentali in questo caso ma di quantità di cose.

Quindi ricapitolando:

io ci so fare con le pizze” è equivalente a “io ci capisco di pizze”. C’è orgoglio ma non si tratta di abilità nel comportamento in tal caso.

Io ne so fare di pizze” contiene ancora una componente di orgoglio, come a dire che ne so fare molte, di molti tipi diversi, ma si parla di quantità di pizze.

Infine:

Io ci so fare” con le donne o con i bambini o con i ragazzi eccetera, indica qualità, abilità nel comportamento, quindi orgoglio e comportamento. Si tratta di “savoir faire“. In questo caso si usa anche spesso questo francesismo. Il savoir faire è quindi quell’nsieme di qualità che consentono ambite o brillanti affermazioni nei rapporti sociali. Questo saperci fare, questo savoir faire richiede accortezza, tatto, sensibilità, abilità morali particolari che non tutti hanno.

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311 – Ci capisco

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Giuseppina: Abbiamo fatto vari episodi per spiegare l’uso della particella ci.

Ne abbiamo fatti alcuni anche per spiegare la particella “ne”.

Non vi ho ancora mai parlato però di un uso particolare della particella “ci”.

Un uso informale, che non si trova nei libri di grammatica, ma che si usa moltissimo soprattutto tra i giovani (ma non solo) quando parlano di competenze. Abbiamo affrontato questo argomento, delle competenze, ampiamente nel corso di italiano professionale.

Quando una persona crede (o non crede) di essere bravo, quando esprime le sue capacità in una determinata attività o in un certo settore, potrebbe dire che “ci capisce“.

Significa che se ne intende. Significa che è un esperto in quel settore.

Parliamo del verbo “capirci“.

In realtà la frase corretta sarebbe un’altra, e si dovrebve usare “ne” e non “ci”. Il verbo sarebbe quindi *capirne“.

io ne capisco” diventa, informalmente “io ci capisco“.

Ad esempio:

In termini di motori Gianni ci capisce! Puoi chiedergli qualunque cosa.

Fernando: Allora, bontà sua, magari può spiegare qualcosa anche a noi!

Chi ci capisce di matematica? Devo risolvere un problema difficile. Qualcuno ci capisce?

Io non ci capisco nulla di matematica. Non chiedere a me!

Neanche io ci ho mai capito molto.

Carmen: Allora ci vediamo costretti a chiedere a marco, lui ci capisce.

Giuseppina: In tutti i casi appena visti “ci” sostituisce “ne.”

Al passato si può anche apostrofare, e attenzione alla pronuncia:

Non ci hai (c’hai) mai capito molto tu di computer.

Khaled: Allora devi darti allo studio! Così un giorno ci capirai anche tu! Corri ai ripari!

Giuseppina: In questo caso, nella pronuncia e anche nello scritto, questo “c’ho, c’hai, c’abbiamo, c’avete, c’hanno” capito, (con o senza apostrofo), tipici della lingua parlata, si rischia di confonderli con altri utilizzi di “ci”, ad esempio quando si indica il verbo “avere” o “tenere” o “possedere” in una forma dialettale usata soprattutto nel centro Italia:

Non c’ho niente da dire! (avere)

C’hai una penna? (avere)

Quanti anni c’hai? (avere)

C’ho una macchina bellissima (possedere)

In questi casi il “ci” è superfluo, si può eliminare, anzi si deve eliminare altrimenti è dialetto.

Ma nell’episodio di oggi non volevo parlarvi di questo, piuttosto del “ci” per esprimere le competenze.

Il verbo capire è l’unico verbo che si può usare in questo caso.

Ma attenzione perché se io dico:

Ci capisci? Ci hai capito?

Si potrebbe anche confondere con “ci comprendi? Ci hai compreso? Capisci ciò che diciamo?“. Il ci significa “a noi” in tal caso. Si tratta anche in questo caso del verbo capirci, ma capire noi in questo caso.

Ma il contesto è fondamentale per capire la differenza.

Ci capisci di queste cose? Ci capite voi? Chi ci capisce?

Emanuele: Come me non ci capisce nessuno. Stai tranquillo.

Ulrike: Io non ci credo. Bisogna sempre prendere con le molle ciò che dici.

Giuseppina: Il “ci” serve ad indicare l’oggetto di cui si parla, come quando indichiamo un luogo:

Ci vai al mare?

Utilizzare “di” è ugualmente importante per comprendere.

Ci capisci di matematica?

Emma: Eccome se ci capisco!

Giuseppina: Significa: ne capisci di matematica? Te ne intendi di matematica? Sei esperto di matematica? Questo è il modo normale di esprimere lo stesso concetto.

Intendersi di qualcosa = capirci di qualcosa = Essere esperti di qualcosa.

Hartmut: Siamo alle solite: abbiamo superato i due minuti.

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310 – Mi fa specie

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Giovanni:

Oggi parliamo dell’espressione “fare specie“, stranissima espressione per un non madrelingua, ma molto comune.

È strana perché se non viene spiegata, non si riesce a capirla. La parola specie non aiuta a capire, e neanche tanto l’uso del verbo fare.

Si usa per esprimere una sensazione che si prova, quando trovate strano qualcosa. Si usa prevalentemente, ma non solo, quando si parla di comportamenti umani.

Es:

Sofie: Oggi, a mia insaputa, mia figlia è uscita di casa senza che me ne sia accorta. Spero non faccia tardi.

Mi fa specie che proprio tu dica queste cose. Hai sempre detto che i ragazzi devono essere liberi di fare ciò che vogliono, per diventare responsabili.

Quindi io trovo strano che tu dica queste cose: Proprio tu, da te non me l’aspettavo. Mi fa specie che proprio tu dica queste cose.

Quindi si usa quando siete stupiti. C’è stupore, meraviglia, soprattutto in senso negativo.

Iberè: Si usa quindi anche se notiamo una incongruenza?

Giovanni: Esattamente. Si tratta di incongruenza che notiamo nei comportamenti di una persona. Una cosa strana. A volte si dice anche “mi fa strano“. Solitamente si usa per muovere una critica verso una persona, ma non è sempre così. Lo stupore è più importante.

Si tratta di una riflessione, di un commento che possiamo fare anche nei confronti di una terza persona.

Se io ti parlo di Giovanni dicendo che ha ritardato di 2 ore ad un appuntamento, se io invece conoscevo Giovanni per una persona che teneva molto alla puntualità, potrei dire:

Mi fa specie che Giovanni abbia fatto tardi, proprio lui che criticava i ritardatari.

Si usa il verbo fare come in altre circostanze per indicare una sensazione generata da qualcosa:

Mi fa schifo

Mi fa pena

Mi fa tristezza

Fare nel senso di provocare, generare. È una sensazione che si prova.

La parola “specie” invece indica unicità, similmente ad una specie animale o vegetale. Come a dire che questo comportamento “fa specie a sé“, cioè forma una specie, è quindi unico, non è mai successo prima. Infatti non esiste una specie animale (o vegetale) uguale ad un’altra.

Quindi per questo è qualcosa di inaspettato e che genera meraviglia. La. Parola specie d’altronde è simile alla parola “sorta“, che abbiamo visto nell’episodio 185 e anche in quel caso c’è meraviglia e stupore:

Che sorta di espressione è questa?

Facciamo un altro esempio. Ascolto una persona molto istruita, un professore di storia ad esempio, che parla in termini razzisti.

Potrei dire:

Mi fa specie che una persona così istruita come lei si esprima in questo modo.

L’ultimo esempio:

Non vi fa specie che in alcuni paesi del nord Europa, così evoluti, non si mangi molto bene?

L’episodio finisce qui.

Hartmut: Giovanni, non c’è andata di lusso neanche oggi con la durata. Abbiamo ampiamente superato i due minuti.

Xiaoheng: Mi fa specie che tu ti meravigli ancora. Si direbbe che non conosci Giovanni.

Ulrike: Grazie! È appena arrivato nell’associazione Italiano Semplicemente.

Giovanni: Ci riaggiorniamo domani!

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309 – Vedi un po’

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Giovanni: quando volete dire che una cosa è ovvia, che è scontata, oltre all’esclamazione ironica “grazie“, come abbiamo visto nell’episodio 308, esiste l’esclamazione “vedi un po‘”, altrettanto ironica e pungente. Molto informale anche questa.

Xiaoheng: Come la vedi se ci spieghi anche questa Giovanni?

Giovanni: Certo, vedi un po’! In pratica questo è un modo per dire “” ma non è un sì normale, è piuttosto un:

Certo, ovviamente, naturalmente!

Non potrebbe essere altrimenti!

Molto usata in famiglia e tra amici. C’è un tono di rimprovero, come a sgridare per aver pensato, anche solo per poco, il contrario.

Per aumentare l’enfasi spesso si aggiunge una “e”:

E vedi un po!” uguale a “e certo!”

Vi faccio qualche esempio: vado al supermercato. Secondo te è obbligatoria la mascherina?

Ed io rispondo: “e vedi un po’!”

Che vuol dire: è scontato, come potevi pensare diversamente? Rispondere con “grazie” non va bene perché è stata fatta una domanda con un dubbio. “Grazie” va bene quando si fa invece una considerazione, quando si esprime un concetto ovvio al quale noi ribadiamo con una spiegazione simile a “lo sapevo già”, “ciò che hai detto è ovvio”. Non una domanda quindi.

Lia: Al di di questo significato ce ne sono altri?

Giovanni: Ci sono, a dire il vero, altri due modi di usare “vedi un po‘”, e per scoprirli vi invito a leggere l’episodio in cui ci siamo occupati di spiegare tutti gli utilizzi di questa espressione.

Mariana: Grazie, scanso equivoci ci farò sicuramente una capatina.

– – –

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308 – Grazie

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  • Trascrizione

    Giovanni: Oggi vediamo un uso particolare del termite “grazie” che probabilmente i non madrelingua non conoscono. Come al solito poi alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente ci faranno ascoltare qualche frase per ripassare le lezioni precedenti. Grazie a loro dunque!

    Emma: Che poi probabilmente non lo conosca neanche io sarà solo una magra consolazione

    Khaled: Aspetta altri due minuti e vedrai, sempre che Gianni sarà conciso

    Lejla: Lo sarà, tranquilli, ma se continuiamo a interromperlo il nostro supporto rischia di allungare la durata. Ivi incluso il mio.

    Stavo dicendo che normalmente la parola “grazie“, che è forse la prima parola che si impara di una lingua, è una forma di cortesia, un ringraziamento, appunto.

    C’è anche l’uso di “grazie a” come alternativa a “per merito di” e anche di “con l’aiuto di“:

    Sono riuscito ad imparare l’italiano solo grazie a italiano semplicemente.

    Sperando che sia veramente così, vi dico che esiste anche il “grazie” per esprimere un senso di ovvietà.

    Se una cosa è scontata, quando è banalmente vera, e soprattutto quando sappiamo il motivo per cui una cosa è vera, possiamo usare il grazie come esclamazione singola, o all’inizio della frase, seguito dal motivo per cui crediamo che questa cosa sia banale, scontata. Se non c’è bisogno di spiegare basta esclamare semplicemente: grazie! (attenzione al tono).

    Ad esempio:

    Sai che ho letto? Che il corona virus non è arrivato sulla punta dell’Himalaya!

    Grazie!! Non c’è nessuno sulla punta dell’Himalaya!!

    In questo caso bastava anche dire solamente “grazie!”.

    Per poter usare grazie in questo modo però la cosa deve essere assolutamente scontata secondo voi.

    Questa in realtà è una forma di ringraziamento. È una forma però ironica di ringraziamento, ovviamente informale. Come a dire, ironicamente:

    Grazie dell’informazione, molto utile! (in realtà non è per niente utile)

    Sapete che non si può imparare una lingua senza parlarla?

    In questo caso io risponderei così!

    Grazie, lo dice anche la settima regola d’oro di Italiano Semplicemente!

    Se non volete essere ironici potete rispondere:

    Ovviamente!

    Chiaramente!

    È chiaro!

    Ci credo!

    È ovvio!

    Una alternativa, ugualmente ironica, è invece:

    E vedi un po’!

    Domani vediamo meglio questa espressione.

    – – –

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307 – Si direbbe che…

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Trascrizione

Giovanni: benvenuti nell’episodio n. 307 della rubrica due minuti con italiano semplicemente.

Vediamo cosa succede se alla locuzione “non si direbbe” vista nell’ultimo episodio, aggiungiamo la congiunzione “che”: non si direbbe che“.

L’espressione “si direbbe che” è ovviamente Il contrario.

Entrambe si usano molto spesso, ma l’uso è un po’ diverso da “non si direbbe” come lo abbiamo spiegato.

Sofie: Vuoi dire che non c’azzecca niente?

No, no, qualcosa in comune c’è, ma la differenza consiste nel fatto che non si usano come risposta, ma si tratta di una “considerazione”, si tratta di esprimere un proprio pensiero.

Anthony: Ah, niente di che allora!

Vediamo qualche esempio:

Dalla tua faccia, si direbbe che tu non sia soddisfatto del pranzo che ti ho preparato.

Dalla tua faccia, non si direbbe che tu sia soddisfatto del pranzo che ti ho preparato.

Rauno: Non è che avrà mangiato qualcosa prima e non ha fame?

Gema: Molto probabile! Meglio lasciar correre!

Se invece tu mi avessi detto:

Sono davvero soddisfatto del pranzo di oggi.

Io, guardando la tua faccia, se la trovassi poco convincente, potrei dire:

Davvero? Non si direbbe proprio!

Come considerazione invece si possono usare entrambe le forme con o senza il “non” davanti, in qualsiasi tipo di argomento sul quale vogliamo esprimere un nostro pensiero:

Si direbbe che questo corona virus non guardi in faccia nessuno. Dopo Jhonson adesso anche Bolsonaro si è ammalato.

Fernando: Colpisce un po’ tutti, a destra e a manca.

Non si direbbe che tu sia molto in forma ultimamente.

Lejla: Sei in vena di battute? Mai stato più in forma!

Sebbene si usi la forma impersonale (si direbbe), esprime semplicemente un pensiero personale, e usando questa modalità si vuole essere più credibili, come a dire:

“qualunque persona penserebbe questo, chiunque direbbe questo che sto dicendo io”.

Oppure per essere ironici, una ironia pungente, offensiva anche:

Chi è Dante Alighieri? Non lo sai? Si direbbe che tu non viva sul pianeta terra!

O anche:

Si direbbe che tu non abbia studiato!

Una modalità equivalente può sempre essere: si potrebbe pensare che…

È una possibilità quindi, non una certezza (ironia a parte) quindi ci si aspetta una risposta, che sia una conferma o una smentita. Vero?

Si direbbe che non vogliate rispondere a questa domanda!

Ulrike: Si direbbe che tu non abbia aspettato una risposta. Pareva una domanda retorica.

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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

306 – Non si direbbe

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Se non sei membro puoi registrarti qui

Trascrizione

Giovanni: benvenuti nell’episodio n. 306 della rubrica due minuti con italiano semplicemente.

Oggi parliamo del condizionale del verbo dire. Ma non parliamo di grammatica, state tranquilli, perché sarebbe l’unico modo per non imparare a comunicare in l’italiano.

Non ci credete?

Vediamo allora.

Se chiedete l’età ad una signora, lei potrebbe rispondere: cinquanta.

È voi se volete darle un complimento, potreste rispondere:

Non si direbbe!

Non si direbbe proprio!

Complimenti signora, non si direbbe assolutamente!

“Non si direbbe” è la classica risposta che viene data in questi casi, perché è un modo per fare un complimento. Equivale a “non sembra”.

Sai quanto peso? Ben 73 kg!

Davvero? Non si direbbe proprio!

Sono solo 2 mesi che studi l’italiano? Non si direbbe, bravo!

Fatto con sincerità sarà un complimento benaccetto, proprio come si deve!

Sapete che il condizionale si usa, in genere, in frasi di altro tipo, come ad esempio:

Tua moglie, se fosse qui, direbbe che devi fumare meno.

Nel caso dei complimenti invece, la frase “non si direbbe” significa:

Se non me lo avessi detto, avrei pensato che fossi più giovane.

Se avessi dovuto indovinare, avrei detto che pesavi 55 kg e non 73.

Se me lo avesse detto un’altra persona non ci avrei creduto. Insomma:

non si direbbe!

Attenzione perché in teoria questa locuzione è abbastanza pericolosa, perché potrebbe significare anche il contrario. E infatti si può usare in entrambi i modi.

Sai che sono dimagrita ben 10 kg?

Davvero? Non si direbbe!

Non è chiaro il senso della risposta…sembra di più o sembra di meno?

A volte quindi meglio spendere qualche parola in più per non fraintendere .. Non si sa mai!!

Allora torniamo a bomba: conoscete la grammatica alla perfezione ma non conoscevate questa esclamazione?

Allora non si direbbe che sappiate comunicare in italiano !

È cosa succede se togliamo la prima parola “non”? Questo lo vediamo domani! Non c’è più tempo oggi.

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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

Annessi e connessi (Italiano per ispanofoni) – di Davide Martini

Audio in Italiano

Link utili

Descrizione di questo episodio per ispanofoni

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Questo episodio è un approfondimento per madrelingua spagnola dell’episodio “Annessi e Connessi” e fa parte della rubrica “Italiano per Ispanofoni“, coordinata dal prof. Davide Martini.

Si tratta di uno degli episodi del libro “2 minuti con gli ispanofoni” – in fase di pubblicazione – che sarà disponibile per tutti i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Analisi contrastiva del testo ed esercizi di riutilizzo di Davide Martini, tutor online (ilcommentatore.com) – davideprofe@gmail.com

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Annessi e Connessi

Quest’oggi siete sulla buona strada per diventare veri italiani, con tutti gli annessi e connessi.

Quest’oggi > El día de hoy
La expresión italiana correspondiente a “El día de hoy” suena como “este hoy”.
Distinto sería con la expresión “hoy en día”, que equivale a oggigiorno, o al giorno d’oggi.
Estamos aquí reunidos, el día de hoy, para celebrar este enlace… > Eccoci riuniti, quest’oggi, per celebrare quest’unione…
Hoy en día esas cosas no suceden. > Al giorno d’oggi quelle cose non succedono.

sulla buona strada > por el buen camino
En italiano usamos su (sobre, encima) en muchas más circunstancias que en español. En particular, se entiende que siempre estás “encima” de un camino que recorres.
Camino, por su parte, es un falso amigo (en italiano significa “chimenea”), mientras que en sentido figurado, como en este caso, se utiliza strada en su lugar.
¿Cuál es el camino más rápido? > Qual è la strada più veloce?
Sin embargo, si estamos hablando desde el punto de vista moral o legal, disponemos en italiano de “sulla retta via”.
Esa mujer lo ha llevado por el buen camino. > Quella donna l’ha portato sulla retta via.
Se trata, naturalmente, de una expresión algo antigua, pero que se puede utilizar.

gli annessi e connessi > todo lo que conlleva
La expresión italiana objeto de este post no tiene una traducción directa en español. Su significado es muy similar al de la expresión española “con todo lo que eso conlleva”.
En italiano existe la expresión correspondiente, “con tutto ciò che comporta”, con el mismo significado.
Nota que el verbo “conllevar” debe hacerse corresponder a “comportare” (de hecho, si lo piensas, “llevar” es “portare”).
La medida conlleva la mejora de las condiciones de vida de los habitantes del sector. > La misura comporta il miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti del settore.

Annessi e connessi è la frase di oggi, non facile da spiegare, ma ci proviamo lo stesso. Gli annessi ed i connessi; entrambe le parole hanno a che fare con l’unione.

da spiegare > de explicar
En español usarías “de”, pero en italiano no podrías usar “di spiegare” en este contexto. Es como si estuvieras diciendo “para explicar”.
Pienso explicártelo. > Penso di spiegartelo.
ci proviamo > lo intentamos
Ese “lo” es un “lo neutro”, que en italiano no existe. En muchos casos se sustituye con ci. Algunos verbos, como provare y riuscire (lograr) lo usan con frecuencia.
Lo intento, pero no lo consigo. > Ci provo, ma non ci riesco.
Se trata de una pareja de verbos sumamente útil, que además tiene la particularidad que forma sus pasados con auxiliares distintos.
Lo he intentado varias veces, y al fin lo he logrado. > Ci ho provato diverse volte, e finalmente ci sono riuscito.
lo stesso > igualmente
En español es bastante frecuente utilizar la forma del adjetivo en lugar de la forma en “-mente” (por ejemplo: “Seguro nos vemos” = “Seguramente nos veamos”.)
El italiano no es tan flexible, y en especial, uguale puede ser sólo adjetivo, no adverbio, como en este caso.
2+2 o 3+1, es lo mismo. > 2+2 o 3+1, è uguale.
De vainilla o de chocolate, me gusta igual (igualmente) > Alla vaniglia o al cioccolato, mi piace lo stesso.
entrambe le > ambas
¿Conocías esta palabra? Tiene que estar seguida por el artículo, si le sigue el sustantivo. En español, nunca lo necesita.
Juan tiene dos hijos, ambos adolescentes. > Gianni ha due figli, entrambi adolescenti.
Ambos hijos han decidido estudiar ingeniería. > Entrambi i figli hanno deciso di studiare ingegneria.
hanno a che fare > tienen que ver
Además de “tener que ver” (avere a che vedere), se dice mucho en italiano “tener que hacer” (avere a che fare), con el mismo significado.
Nótese que es necesaria la preposición “a” en ambos casos.
Sin embargo, cuando en español utilizamos “no tener nada que hacer” para indicar que es imposible conseguir algo, en italiano no podremos utilizar avere a che fare.
Frente al poder de una gran cadena multinacional, los pequeños comerciantes no tienen nada que hacer. > Davanti al potere di una grande catena multinazionale, i piccoli commercianti non hanno alcuna possibilità.

Ad esempio quando un paese europeo diventa membro dell’Unione Europea, possiamo dire che il paese è stato annesso all’Unione Europea. Questo significa che ne fa parte, il paese da oggi fa parte dell’Unione Europea. Il termine è abbastanza formale però: difficilmente sentirete che un ragazzo si è annesso ad un gruppo, ad esempio. Unirsi è sicuramente più usato, quasi sempre.

diventa > se hace, se vuelve
El verbo diventare, muy socorrido y recuerda un poco al verbo “devenir” del español, que sin embargo se usa poco en nuestro idioma, donde existen muchas otras expresiones para indicar lo mismo.
Su significado es parecido a to become, del inglés, o a devenir, del francés.
ne fa parte > es parte (de la UE)
En vez de “de ella”, el italiano utiliza el pronombre ne, que no existe en español (pero sí en francés y catalán).
Siendo un pronombre átono, va antes del verbo. Nota que en esta expresión el verbo no es essere, como lo sería en la expresión española correspondiente (ser parte de algo).

da oggi > desde hoy
Nunca olvides cómo decimos “desde” en italiano.
Es especialmente importante tomar en cuenta que en muchos casos, aunque utilicemos “de”, en italiano deberemos utilizar “da”. Eso ocurre cuando podríamos intuir en el “de” del español que “esconde” un “desde”, o, más en general, el concepto de “origen”.
El tren de las tres ya está en el andén 2. > Il treno delle tre è già sul binario 2.
La clase es de tres a cuatro > La lezione è dalle tre alle quattro. (su inicio, su origen, es a las tres. “desde las tres hasta las cuatro”)
El argumento de la película está tomado del libro del mismo nombre. > L’argomento del film è tratto dal libro omonimo. (el argumento tiene su origen en la película)
La decisión depende de factores económicos. > La decisione dipende da fattori economici. (tiene su origen en factores económicos.)
si è annesso > se ha anexado
Es un verbo reflexivo, por lo tanto, su auxiliar no es “avere”.
El participio pasado no es *annessato*, que sería regular, sino irregular.

Annettere > anexar
Cuidado con las dobles letras, y con el acento (annéttere).

simile > similar
La palabra similare existe, en italiano, pero… ¡casi sólo en los diccionarios! Su uso es muy culto y escaso. Normalmente se utiliza una palabra… mas corta, esdrújula: símile.

Esiste quindi il verbo annettere, simile ad unirsi: diventare un tutt’uno con qualcosa, entrare a far parte di qualcosa già esistente.
Connettere è simile ad annettere, ma la connessione serve a stabilire un collegamento, un legame, non a diventare parte integrante di qualcosa, come annettere: la connessione ad internet ad esempio: ci si connette ad internet, ci si collega, non ci si annette ad internet (cioè non si diventa parte di internet).

un tutt’uno > una sola cosa
Claro que podrías decir una sola cosa también en italiano, pero existe esta otra expresión, mucho más elegante.

serve a stabilire > sirve para establecer
El verbo servire no lleva la preposición “para”, como en español, sino “a”. Aunque sería correcto utilizar per, el italiano suele preferir a.
Nota que las siguientes expresiones españolas en italiano serán siempre non serve a niente.
No sirve de nada llorar. > Non serve a niente piangere.
Este trasto no sirve para nada. > Quest’aggeggio non serve a niente.

un collegamento > una conexión
Existe la palabra connessione, pero es sinónima de esta otra, que recuerda… ¡colega!: collegamento
En el hotel hay conexión wifi. > Nell’albergo c’è collegamento / connessione wifi.

un legame > una “atadura”
La palabra legame (legáme) viene siendo un sinónimo de “conexión”. Deriva del verbo legare (ligar, atar) que en italiano se usa frecuentemente en sentido figurado. En español también, pero con menos frecuencia. Y el sustantivo “atadura” (legame) apenas se utiliza en español en sentido figurado.

ci si connette > uno se conecta
El grupo ci si corresponde al español “uno se”. Hablamos de la forma impersonal de un verbo reflexivo.
En fin de semana, uno se levanta más tarde. > Nel fine settimana, ci si alza più tardi.

cioè > es decir, o sea, eso es
ciò es un sinónimo de quello, que en español sería “eso”.
Unida al verbo è, forma cioè, que corresponde a las tres expresiones españolas.
Nótese que en español son de registros muy distintos (“o sea” es más bien coloquial), pero en italiano será siempre cioè, coloquial o formalmente.
En italiano existen también otras expresiones de registro más alto, como “vale a dire”, con el mismo significado.
Cuando hablamos de “eso es”, nos referimos a cuando se utiliza como forma de introducir una explicación… eso es como equivalente a “es decir” u “o sea”.
En otros contextos, se usará casi siempre “questo è”:
¡Eso es cierto! > Questo è vero! / Ciò è vero! (si confonde con: Cioè, vero! > Es decir, ¡cierto!)

Le cose che si connettono a qualcosa, una volta stabilita la connessione, sono quindi connesse a questo qualcosa. La parola connessi, come sostantivo maschile plurale però non si usa mai, se non nella frase “annessi e connessi”. Gli annessi e connessi. Cosa sono?

una volta stabilita > una vez establecida
El uso del participio de un verbo (establecer, stabilire) como adjetivo es común a ambos idiomas. Lo encontrarás en las gramáticas como ablativo assoluto.
Hecha la ley, hallada la trampa.

non si usa mai > nunca se usa / no se usa nunca
Aunque en español “nunca” puede ponerse antes del verbo, sin usar “no”, en italiano esto no es posible, y debe siempre utilizarse la forma non + verbo + mai.
Esto sucede también con muchos otros adverbios, por ejemplo, “siempre”.
Siempre me equivoco en esto. > Mi sbaglio sempre su questo.

se non > a no ser que sea
Esta expresión española en italiano no se puede traducir directamente, sino que se reduce a dos sencillas palabras: se non.
También disponemos de a meno che, con el mismo significado.
Tiene razón, a no ser que esté equivocado. > Ha ragione, a meno che non si sbagli.

Per “annessi e connessi” si intendono tutte le questioni legate all’argomento di cui stiamo parlando. Non parliamo di oggetti, ma di legami logici.

si intendono > se indican / nos referimos a
También en español se podría utilizar el verbo “entender”, pero sería sin duda más normal utilizar el verbo “indicar” u otra expresión similar. El italiano usa con mucha naturalidad el verbo “intendere” en este sentido.
Por otra parte, también en italiano se entendería si dijéramos si indicano, pero no sería la elección más natural.
Las salidas están indicadas por los carteles verdes. > Le uscite sono indicate dai cartelli verdi.
Con “usuarios” nos referimos a las personas registradas en el servicio. > Per “utenti” si intendono le persone iscritte al servizio.

le questioni legate > los asuntos relacionados
La palabra “asunto” puede traducirse con questione, faccenda, o storia (de más formal a más coloquial).
No utilices nunca la palabra questione como sinónimo de domanda (pregunta). Es un calco del inglés de pésimo gusto. Hay muchas alternativas mejores.
Profe, tengo una pregunta. > Professore, ho una domanda.
Mal asunto! > Brutta storia!
¿Todavía no has resuelto ese asunto? > Non hai ancora risolto quella faccenda?
La cuestión es que todavía no sabemos qué hacer. > Il problema è che non sappiamo ancora cosa fare.

di cui > del cual
Existe del quale, pero en italiano disponemos del pronombre relativo cui (pronunciado cú-i) que lo sustituye después de preposición. Su uso es muy socorrido, porque es invariable y no lleva artículo.
La chica de la cual te hablé. > La ragazza di cui ti ho parlato.

È come dire “insieme a tutto ciò che comporta”, “con tutto ciò che ne deriva”.
Ad esempio se Mario sposa Sara, diventerà suo marito, con tutti gli annessi e connessi.
Quindi si sta parlando di tutto ciò che comporta il matrimonio: figli, diritti, doveri e tutto ciò che è legato al vincolo coniugale.
L’Inghilterra sta uscendo dall’Unione Europea, con tutti gli annessi e connessi.

Quindi > así que
Existe cosicché, pero es bastante arcaico. Quindi es prácticamente sinónimo de dunque y allora.

Se ti piace l’Italiano puoi iscriverti ad un classico corso di lingua, con tutti gli annessi e connessi: frequenza obbligatoria, lezioni di grammatica, esercizi alla lavagna eccetera.

iscriverti > apuntarte
No es *appuntarti*, hablando de un curso, sino “inscribirse”…

classico > típico
Aunque podrías decir tipico también en italiano, y “clásico” en español, el italiano usará más a menudo la opción del texto.

frequenza > asistencia
Hablando de un curso, la palabra no es assistenza (un italiano la vería como “médica”), sino frequenza. De hecho, en italiano le lezioni si frequentano.
Lista de asistencia. > Lista di frequenza.

Oppure diventi membro dell’associazione Italiano Semplicemente, anche qui con tutti gli annessi e connessi: niente grammatica, niente lavagna, gruppo WhatsApp per parlare, programma settimanale di lezioni e divertimento assicurato. A te la scelta!

Oppure > o bien
En español “o bien” es una expresión que deriva de “o también”. En italiano pure es un sinónimo de anche, por lo tanto no es de extrañar que exista esta expresión, unión de o y pure.

anche qui > también en este caso
En italiano también podríamos decir anche in questo caso, así como en español también podríamos decir “aquí también”.
Pero nota que qui anche sonaría muy mal.

niente > nada de
Cuando queramos decir “nada de” lo que sea, en plan exclamación, en italiano tendremos que quitar “de”.
¡Nada de cuentos: vete a la cama, ya! > Niente storie! Vai a letto, subito!
Por supuesto, no lo confundas con este otro caso:
No hay nada de comer, pidamos una pizza. > Non c’è niente da mangiare, chiediamo una pizza.
¿Ves la diferencia entre los dos?
De todas maneras, la expresión “nada de nada” se traduce como niente di niente.
-¿De verdad no hay nada? -No, nada de nada! > -Davvero non c’è niente? -No, niente di niente!
Sin embargo, todo esto son “excepciones”, ¡ya que en italiano los indefinidos sí que van seguidos por “di + aggettivo”!
Por cierto, los “indefinidos” son palabras como qualcosa, qualcuno… y niente!
Non c’è niente di bello da vedere al cinema? > ¿No hay nada bueno que ver en el cine?
Forse c’è qualcosa d’interessante al cinema Verdi. > Puede que haya algo interesante en el cine Verdi.
Per risolvere questo problema ci vuole qualcuno di esperto, non un principiante. > Para resolver este problema hace falta alguien que sea experto, no un principiante.

lavagna > pizarra
La pizarra… se “lava” (¡o al menos, eso se hacía cuando se inventaron!). De allí el nombre lavagna.

divertimento > diversión
No es diversione, ¡cuidado!
El italiano es… fácil y divertido, ¿no es cierto? > L’italiano è… facile e divertente, vero?

A te la scelta! > ¡Elige tú! (¡A ti la elección)
Es posible decir Scegli tu, pero de la manera en que se dice en el texto es más expresivo.
Ahora puedes comprobar cuáles y cuántas de las expresiones que has aprendido arriba eres capaz de recordar.
Puedes realizar este ejercicio en su versión interactiva con mi herramienta Il Commentatore, en esta dirección. Link: svel.to/20e7

Cloze di ricapitolazione

(El día de hoy) siete (en el buen camino) per diventare veri italiani, con tutti (lo que eso implica).
Annessi e connessi è la frase di oggi, non facile (de explicar), ma (lo intentamos) (igual). Gli annessi ed i connessi; (ambas) parole (tienen que ver) con l’unione.
(Por ejemplo) quando un paese europeo (se convierte en) membro dell’Unione Europea, possiamo dire che il paese è stato annesso all’Unione Europea. Questo significa che (es parte de ella), il paese (desde hoy) fa parte dell’Unione Europea. Il termine è abbastanza formale (sin embargo): difficilmente sentirete che un ragazzo (se ha anexado) ad un gruppo, ad esempio. Unirsi è sicuramente più usato, quasi sempre.
Esiste quindi il verbo (anexar), (similar) ad unirsi: diventare (una sola cosa) con qualcosa, entrare (a ser parte) di qualcosa già esistente.
Connettere è simile ad annettere, ma la connessione (sirve para) stabilire (una conexión), (una “atadura”), non a diventare parte integrante di qualcosa, come annettere: la connessione ad internet ad esempio: (uno se conecta) ad internet, ci si collega, non ci si annette ad internet ((es decir) non si diventa parte di internet).
Le cose che si connettono a qualcosa, (una vez establecida) la connessione, sono quindi connesse a questo qualcosa. La parola (conexiones), come sostantivo maschile plurale però (nunca se usa), (a no ser que sea) nella frase “annessi e connessi”. Gli annessi e connessi. Cosa sono?
Per “annessi e connessi” (se indican) tutte (los asuntos relacionados) all’argomento (del cual) stiamo parlando. Non parliamo di oggetti, ma di (“ataduras”) logici.
È come dire “insieme a tutto (lo) che (conlleva)”, “con tutto ciò che (se deriva (de ello))”.
Ad esempio se Mario sposa Sara, (se convertirá en) suo marito, con tutti gli annessi e connessi.
(Así que) si sta parlando di tutto ciò che comporta il matrimonio: figli, diritti, doveri e tutto (lo relativo) al vincolo coniugale.
L’Inghilterra sta uscendo (de la)Unione Europea, con tutti gli annessi e connessi.
Se ti piace l’Italiano puoi (apuntarte) ad un (típico) corso di lingua, con tutti gli annessi e connessi: (asistencia) obbligatoria, (clases) di grammatica, esercizi alla (pizarra) eccetera.
(O bien) (te haces) membro dell’associazione Italiano Semplicemente, (también en este caso) con tutti gli annessi e connessi: (nada de) grammatica, niente (pizarra), gruppo WhatsApp per parlare, programma settimanale di lezioni e (diversión) assicurato. (¡Elige tú!)!

Ejercicio de repaso

Completa le frasi con le espressioni del testo precedente, convenientemente adeguate al contesto. Per una versione INTERATTIVA dell’esercizio, con i suggerimenti delle parole da usare in spagnolo, vai su svel.to/20e7

  1. Gianni ha due figli. ____ i figli vanno al liceo.
  2. L’Associazione è una grande idea, ma purtroppo io non ____ ancora parte.
  3. Gli incendi forestali sono ____ al turismo di massa irresponsabile.
  4. La situazione migliora… siamo ____ per risolvere questa crisi,
  5. Per ____ un corso come questo bisogna prima ____ , ____ pagare la quota d’iscrizione. ____ sono il lunedì e il giovedì dalle 18:00 alle 20:00.
  6. Puoi partecipare al gruppo di WhatsApp ____ no, come preferisci.
  7. Se non sai come ricordare ____ che hai imparato, prova ____ fare questi esercizi.
  8. Questo è il ____ esercizio di riempimento, ____ devi scrivere la parola o le parole che mancano.
  9. ____ siamo qui riuniti per celebrare un avvenimento trascendentale.
  10. Nelle aule ci sono i gessi perché c’è anche una ____ , ma da quando abbiamo il computer e lo schermo, ____ .

Davide ha 21 anni, e suo padre, che era un ricco uomo d’affari, muore improvvisamente in un incidente d’auto. Davide si trova improvvisamente ad ereditare tutto, e non sa ancora bene cosa significa tutto questo. Il commercialista di suo padre si riunisce con lui e cerca di spiegarglielo.
Completa il suo discorso con le espressioni mancanti, prese dal testo di Giovanni.
La tua eredità consiste nella proprietà della ditta di tuo padre, con tutti ___ . I problemi relativi alla gestione di questa compagnia non sono facili ____ , ma dato che sono il tuo consigliere, ____ . Comprendono diversi fattori, ____ il pagamento dei contributi sociali e la gestione dei rapporti con i sindacati. A partire ____ , se firmerai il contratto, ____ il capo, quindi devi dimenticarti della tua vita di ____ , e cominciare a lavorare sodo.
____ la tua partecipazione, diventeresti ____ con la società, e stabiliresti con i tuoi soci un ____ di stretta collaborazione che si manterrà per molti anni. Non so se riesci a vedere con chiarezza tutto ____ . Comunque, puoi ancora scegliere: puoi firmare, ____ decidere di rinunciare a tutto: ____ !

¿Quién es Davide Martini – Il Commentatore?

Davide Martini ha nacido en Milán en 1964. Actualmente reside en Madrid.
Egresado del Máster en Didáctica del italiano como lengua extranjera de la Universidad de Venecia Ca’ Foscari en 2002, enseña italiano a hispanófonos adultos hace más de 20 años.
Da clases en el Centro Superior de Idiomas Modernos de la Universidad Complutense de Madrid hace 19 años, además de una amplia actividad que incluye, entre otras áreas, la creación y suministro de exámenes Erasmus, enseñanza en empresas, ministerios e instituciones culturales de renombre.
Es creador de herramientas didácticas para la clase presencial y online, entre ellas el Abbinatore y el Commentatore, que recoge en su blog “la formula didattica”.
Actualmente se especializa en ayudar a los estudiantes hispanófonos a alcanzar sus mejores resultados posibles en los exámenes de certificación oficiales de conocimiento del idioma italiano a través de su programa de Tutorías Lingüísticas personalizadas.
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305 – Fare mente locale

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Trascrizione

Giovanni: benvenuti nell’episodio n. 305 della rubrica due minuti con italiano semplicemente.

Vi succede mai di dimenticare qualcosa?

Spesso, in questi casi, in realtà non avete dimenticato, ma avete soltanto bisogno di pensare.

Si dice spesso in questi casi:

Ho bisogno di fare mente locale

Fammi fare mente locale

Aspetta che faccio mente locale

Questa espressione, di utilizzo universale, si può usare ogni volta che dovete pensare un attimo prima di ricordare qualcosa.

Dove si trova il supermercato più vicino?

Dunque vediamo… Devo fare un attimo mente locale prima. Ah ok dunque: bisogna andare a destra e poi a sinistra.

Ho dovuto fare mente locale per ricordarmi dove avevo messo il cellulare.

Si usa soprattutto quando devo ripercorrere mentalmente alcuni passaggi, quando devo ricordarmi cosa ho fatto esattamente in sequenza:

Dunque dove saranno gli occhiali? Faccio un attimo mente locale… prima sono andato in camera, e avevo gli occhiali con me. Poi al bagno e ce li avevo. Poi sono andato in cucina e li… Sì ! Adesso ricordo! Ho dovuto usare gli occhiali per leggere la ricetta della pizza e li ho lasciati proprio in cucina!

Si usa “locale” perché dovete localizzare la mente, dovete andare con la mente, usando la vostra memoria, nei luoghi dove siete stati.

Ulrike: una volta che mi è sfuggito qualcosa, che so, l’orario di un appuntamento, la chiave della macchina, faccio sempre mente locale, sperando che mi torni in mente. Che poi non ricordi nulla lo stesso… sarà la vecchiaia!!

Bogusia: Che coincidenza, stamattina non mi sono fatta viva perché avevo dovuto fare mente locale a lungo, cercando il telecomando del cancello d’ingresso. L’avevo lasciato sull’aiuola ieri sera. Vai a capire come abbia potuto pensare all’aiuola per trovarlo? Bell’episodio! Utile. Grazie mille.

Andrè: In virtù della notizia appena appresa sulla sua morte, vorrei aprire una parentesi per fare un omaggio a Ennio Morricone, colui che ci ha regalato una caterva di musiche bellissime, colone sonore di tanti film! Il maestro non era solo un grandissimo compositore, ma, a suo modo, anche un bravissimo aforista! Tra le tante frasi ha scritto che “La musica esige che prima si guardi dentro se stessi, poi che si esprima quanto elaborato nella partitura e nell’esecuzione”. La colonna sonora del film Cine Paradiso* è quella che più delle altre ha fatto accusare il colpo al mio cuore! La ascoltavo quando ho agganciato mia moglie!

Ha funzionato!

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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

304 – per eccellenza/antonomasia

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Giovanni: benvenuti nell’episodio n. 304 della rubrica due minuti con italiano semplicemente, il sito per eccellenza per imparare a comunicare in italiano.

Ho detto:

il sito per eccellenza per imparare a comunicare in italiano.

L’espressione “per eccellenza” è equivalente a “per antonomasia“. Stesso significato. Potrei dire anche “in assoluto” o “in senso assoluto“.

Si possono usare queste locuzioni ogni volta che abbiamo nella nostra mente qualcosa o qualcuno che rappresenta perfettamente alcune caratteristiche, qualcosa o qualcuno a cui possiamo associare un aggettivo, una qualifica, una denominazione. E questo qualcuno o qualcosa rappresenta perfettamente questa caratteristica.

Ad esempio se pensiamo che Dante Alighieri rappresenti al meglio, più di chiunque altro, l’idea, l’immagine del poeta, allora dico che:

Dante è il poeta per eccellenza

Dante è il poeta per antonomasia

Dante è il poeta in senso assoluto

Allo stesso modo:

Aristotele era ritenuto il filosofo per eccellenza.

Qualsiasi caratteristica è adatta:

La Ferrari potrebbe essere considerata l’automobile da corsa per eccellenza.

Naturalmente qualunque sia la caratteristica di cui parliamo, si tratta sempre di qualcosa che più o meno tutti conoscono. Altrimenti non si può usare.

Nicole: Quando qualcuno o qualcosa viene annoverato fra i migliori e i più tipici del suo genere quindi posso dire è un qualcuno o qualcosa per eccellenza?

Non è esattamente così, dipende se esiste già oppure no qualcuno o qualcosa da sempre noto per rappresentare perfettamente quella immagine. Poi non si può improvvisamente diventare qualcosa “per eccellenza” perché occorre del tempo prima che tutti lo sappiano.

Ulrike: La pizza è il piatto italiano per eccellenza, non si può essere di diverso avviso!

Questo è sicuro! Nulla quaestio.

Emma: Agosto è il mese delle vacanze per antonomasia. Nulla quaestio anche qui.

Solitamente è un caratteristica positiva (perché l’eccellenza rappresenta il meglio) ma non è obbligatorio.

Maradona è il calciatore mancino per eccellenza (mancino significa che il piede sinistro era il suo preferito).

Il cianuro è il veleno per eccellenza

L’oro è il minerale prezioso per eccellenza

Come a dire che per le sue qualità, per le sue caratteristiche, l’oro è considerato da tutti il simbolo della ricchezza, del lusso. Attenzione, non si dice solitamente che è il materiale “più prezioso” per eccellenza, ma semplicemente che è il minerale prezioso per eccellenza.

In questo modo creiamo una associazione diretta tra il concetto di “minerale prezioso” e l’oro.

Dimmi il nome di un minerale prezioso!

L’oro! Questo è il minerale prezioso per eccellenza.

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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

303 – Essere in debito con

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Trascrizione

Giovanni: credevate di aver finito con il debito?

Lejla: Balza agli occhi, Gianni, che vuoi spiegarci l’uso della parola debito con tutti gli annessi e conessi.

Giovanni: Infatti Lejla, hai ragione.

Nello scorso episodio abbiamo visto “essere a debito di” che si usa, come abbiamo visto quando viene a mancare qualcosa di importante, come l’ossigeno, il fiato, risorse, energie.

Dovete sapere che nel caso dell’ossigeno, e solo in quel caso, si può anche dire essere “in debito di ossigeno”.

Il significato è identico, ma usiamo “in”. È una eccezione però. Negli altri casi si usa invece sempre la preposizione “a”, proprio come “a corto di”, che come detto è più colloquiale.

Sono a corto di energie

Sono a debito di risorse

Sono a corto di idee

Usare “in” solitamente dà un altro significato alla frase. Infatti l’espressione “essere in debito con qualcuno” non si usa generalmente né con i soldi, né con le mancanze. Significa invece che questo qualcuno mi ha fatto un favore importante ed io sento che devo fare qualcosa per lui.

In genere non mi ha prestato soldi però. Semplicemente, questa persona, ha fatto qualcosa per me, qualcosa che sento di dover restituire proprio come se fosse denaro.

Nel caso di soldi direi: ho un debito con Giovanni. Userei il verbo avere quindi.

In questo caso invece “sono in debito con Giovanni“.

Giovanni è stato molto gentile con me, e ha fatto di tutto perché non mi sentissi in debito con lui.

Questo significa che Giovanni è stato gentile e non vuole che io senta di dovergli restituire il favore. Non vuole che io mi senta in debito con lui.

La famiglia Rossi ci ha aiutato molte volte. Siamo in debito con loro. Perché non li invitiamo a cena?

Ma no caro dai, oggi non sono in vena di cucinare.
E poi non me la sento di sorbirmi la solita solfa di sua moglie.

Un altro esempio:

Non ho fatto nulla di male, sono innocente. Non sono in debito con la giustizia.

Si usa moltissimo “essere in debito con la giustizia“, sebbene non si tratti di una persona. Significa che dovrei pagare per qualcosa che ho fatto. Un ladro ad esempio, se non viene scoperto, è in debito con la giustizia.

Si usa spesso anche “essere in debito con la fortuna” (o con la sorte) per indicare che sono stato molto fortunato in passato. La fortuna è stata molto generosa con me.

Ovviamente si può anche essere in credito con la fortuna e con la giustizia.

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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

302 – Essere a debito/corto di

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302_a_debito

Trascrizione

Giovanni: in questo episodio n. 302 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente parliamo di debiti, ma solo al singolare: “debito”. Abbiamo già visto l’espressione “a tempo debito“, nell’episodio 247, quindi già sapete che quando parliamo di debito, non è detto che stiamo parlando di denaro. Infatti è vero che il debito, in generale, è un ammontane di denaro che dobbiamo dare ad una persona, o ad una banca. Il debito è il contrario del credito.

Quindi se Carlo ha un credito con Giovanni di 100 euro, significa che Carlo deve riscuotere 100 euro da Giovanni, e Giovanni deve dare 100 euro a Carlo.

Questo è avere un credito o avere un debito. Ci sono ovviamente anche i debiti, al plurale, in questo caso.

Ma il termine debito, solo al singolare stavolta, si può usare anche con il verbo essere, nella locuzione “Essere a debito di“.

Xiaoheng: Non restare sul vago Gianni, facci qualche esempio.

Ad esempio:

Io oggi sono a debito di energie

L’ufficio è a debito di risorse umane

Franco è a debito di sangue

Maria è a debito di tempo

Ulrike: Capisco, il debito di cui parli qui non ha niente a che spartire con con i soldi.

Giovanni: Infatti. Però in tutti questi esempi, pur se non parliamo di soldi, di denaro, stiamo parlando di qualcosa che manca, qualcosa di cui si avrebbe bisogno ma che non è disponibile.

Quindi:

Io oggi sono a debito di energie, cioè mi mancano delle energie

L’ufficio è a debito di risorse umane, cioè ci mancano delle risorse umane, cioè delle persone.

Franco è a debito di sangue, quindi avrebbe bisogno di sangue.

Maria è a debito di tempo, quindi Maria avrebbe bisogno di più tempo, non ha tempo a sufficienza.

In genere è una persona che è “a debito di” qualcosa, inoltre non si può essere a debito di oggetti.

Nel linguaggio corrente si usa spessissimo anche “Essere a corto di” qualcosa. Stesso significato, ma più colloquiale. Con le idee, ad esempio, si usa in pratica sempre “a corto” essendo le “idee” sempre utilizzate in contesti informali.

Mi auguro di non essere a corto di idee per i prossimi episodi…

Veronica: Oggi mi gira tutto bene, ho capito tutto. Non c’è dubbio di sorta.

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301 – Zitto zitto

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301_zitto_zitto

Trascrizione

Giovanni: Ci sono moltissimi esempi, nella lingua italiana, della “reduplicazione espressiva“, un brutto termine, sembra quasi una malattia…

Scherzi a parte. Per dirla semplicemente, si parla di una parola ripetuta. Ripetendo una parola due volte, si forma qualcosa con un significato particolare, diverso, e spesso molto diverso dal significato della singola parola.

Uno dei tanti esempi è “zitto zitto”. La parola “zitto” si usa per indicare quando una persona non parla, quando sta in silenzio, cioè quando sta zitto. Ma se raddoppio la parola ottengo “zitto zitto” che non si riferisce direttamente alla voce di una persona maschile (al femminile diventa “zitta zitta”) ma si parla di concetti abbastanza simili. Non si indica l’assenza di voce, di parole, ma l’assenza di clamore, l’assenza di proclami, l’assenza di dichiarazioni. Occorre prestare attenzione anche al tono che si utilizza in questi casi.

Vediamo alcuni esempi.

Il presidente italiano, zitto zitto, sono già 3 anni che è a capo del governo.

Cosa si vuole dire? Si vuole dire che nessuno evidentemente aveva molta stima di lui all’inizio. Significa che il presidente in questione, senza troppo clamore, è in carica da 3 anni. Probabilmente all’inizio non si credeva che questo potesse avvenire.

Parlando di un calciatore, potrei dire che:

Il ragazzo, zitto zitto, è diventato un elemento sempre più importante nella sua squadra.

Amelia: A dispetto della sua magra corporatura!

Anche in questo caso, non c’era una forte aspettativa, non c’era attenzione da parte di nessuno, o almeno erano altri i calciatori di cui si parlava maggiormente. Questo silenzio, questo poco parlare di lui, queste basse aspettative iniziali, fanno pensare a qualcosa che è avvenuto quasi di nascosto.

Si tratta sempre di un complimento quando uso “zitto zitto”. Un complimento verso una persona sulla quale, evidentemente, l’opinione è cambiata nel tempo. Ora, considerando questo risultato ottenuto (un buon risultato), la stima nei suoi confronti è aumentata.

Spesso si usa anche un’altra espressione in questi casi: Hai capito! Attenti al tono, anche qui è molto importante!

Hai capito Giovanni! Zitto zitto ha fatto quasi 1000 episodi con Italiano Semplicemente

Iberè: Grazie anche al nostro apporto, con queste espressioni di ripasso.

Hai capito Marco! Dicevano tutti che non piacesse alle ragazze, e invece, zitto zitto, si è fidanzato con la ragazza più carina della scuola.

Sofie: Vai a capire cosa ci trovano in lui le ragazze!!

Ovviamente è un’espressione informale. Però si usa molto anche quando si riportano le notizie su internet, sempre per fare complimenti.

Andrè: Ok, adesso l’episodio finisce qui Giovanni, sennò te la vedi tu con gli studenti che si arrabbiano!!

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