Emanuele: benvenuti in questo nuovo episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, per migliorare il proprio italiano gradualmente, ogni giorno.
Un pesce preso al “gancio” (anche detto “amo”)
Giovanni: hai mai provato, parlo con i maschietti, ad agganciare una ragazza in discoteca? Hai mai provato ad aggamciarne una? Anche un ragazzo si può agganciare.
Lejla: io non ci provavo ad agganciarli, perché non venivo mai degnato di uno sguardo!
Giovanni: In questo caso, cara Lejla, si può anche decidere di agganciare un cliente. Anche un cliente si può agganciare. Magari è più facile. Lo puoi e lo vuoi agganciare per vendergli un prodotto.
Il verbo agganciare, che deriva dal termine gancio, si può utilizzare al posto di rimorchiare, sia che si parli di voler conquistare una ragazza o un ragazzo, sia che si parli di automobili.
Quando un’auto si ferma per un guasto, quando non funziona più, bisogna portarla dal meccanico per ripararla, e allora si utilizza un gancio, un oggetto di metallo, che serve a rimorchiare l’auto fino al meccanico.
“Vado a rimorchiare una ragazza”, quindi, oppure “vado ad agganciare una ragazza” si usa, tra i giovani, per indicare il tentativo di conoscere una ragazza, per poterla tirare verso di sé, per poterla conquistare. Un’attività che non riesce sempre.
Ad ogni modo l’immagine del gancio si utilizza anche in un’altra espressione italiana:
Avete un aggancio, o avere degli agganci.
L’aggancio in questo caso è una conoscenza, quindi si tratta di una persona che si conosce e che potrebbe risultare utile per raggiungere un obiettivo personale. Una persona influente quindi. Che riesce ad influenzare alcune decisioni.
Si usa moltissimo in Italia e a dire il vero non è una cosa molto positiva, perché si usa spesso per indicare una o più conoscenze che potrebbero aiutarti per ottenere favori. Favori che avvantaggiano te, ma spesso svantaggiano altre persone.
Se quindi mi serve ottenere un documento amministrativo importante in tempi brevi, spesso questo non è possibile, ma se hai un aggancio al comune, o in qualsiasi ufficio dell’amministrazione pubblica, potresti ottenere questo documento, perché c’è questa persona che ti aiuterà.
Ci sono moltissime persone “ben agganciate” in Italia, che hanno quindi ovunque dei buoni agganci e questo dà loro una forma di privilegio, una forma quindi di potere. Con un aggancio si può ottenere un lavoro senza meritarlo, con un altro aggancio ottenere un prestito.
E tu, ti ritieni una persona ben agganciata? Hai molti agganci? Conosci persone influenti?
Andrè: Non è niente di che, dai, in tutto il mondo è così.
– – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Stasera, 28 giugno 2020, ore 19 italiane, piattaforma zoom, appuntamento per spiegare le espressioni utilizzate nella storia (52). Per partecipare: https://italianosemplicemente.com/chi-siamo
Trascrizione
Ciao!! Vi ho preso di sorpresa? Tranquilli,
Adesso vi racconterò una storia che parla del verbo prendere.
Spero non la prendiate male se parlerò velocemente. Non mi prendete per matto però!
Se non riuscirà a prendere forma una bella storia, prenderla male non vi aiuterà a migliorare il vostro italiano. Quindi spero la prendiate bene, come quando venite bocciati ad un esame e non ne fate un dramma.
Poi c’è chi la prende con filosofia: apprezzo molto queste persone che danno il giusto peso alle delusioni.
A proposito: siete persone che se la prendono se qualcuno vi prende in giro?
Non ve la prendete con me però, io non c’entro nulla.
Parlo velocemente ma solo perché non mi piace prendermela comoda.
Certo, voi non madrelingua rischiate seriamente di prendere lucciole per lanterne, ma oggi avevo voglia di fare un episodio divertente, perciò meglio
Prendere la palla al balzo, no?
Saper prendere l’occasione al volo d’altronde è una qualità non da poco.
Non prendete alla lettera le mie frasi perché sono tutte espressioni figurate. Lo so, state pensando che io sia un po’ pazzo, ma state prendendo un granchio, e non vi sto neanche prendendo in giro. Oggi volevo divertirmi sebbene l’obiettivo è molto impegnativo: ma a un certo punto ho preso il toro per le corna e ho iniziato a scrivere.
Non mi prendete troppo sul serio però.
Piuttosto a me piace molto essere preso per la gola e voi? Sono sicuro che anche a voi! Che mi prenda un colpo se non è così!
Comunque voi starete pensando che vi stia prendendo per il culo, o per i fondelli, o magari per il naso.
Se invece non lo pensate è perché avete preso una bella cotta per la lingua italiana.
Allora in questo caso,
Prendete baracca e burattini, o armi e bagagli, se preferite, e fatevi un bel giro in Italia.
Adesso state attenti. Quale espressione ho usato per ultima?
Vi ho preso in castagna? Eravate distratti?
Se state ancora ascoltando avete proprio preso a cuore questo mio tentativo di oggi.
Credo che storie di questo tipo siano molto utili: si impara divertendosi. Si prendono quindi 2 piccioni con una fava.
Allora posso continuare?
Spero non pensiate che ciò che dico sia da prendere con le molle!!
Non che dobbiate prendere per buono tutto ciò che dico. Fate pure le vostre verifiche se volete.
Ma per chi mi avete preso? Per uno che dice sciocchezze?
Non prendete per oro colato nulla di ciò che dico. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Poi, chi si fida troppo, si dice che finisce per
Prenderlo in quel posto, prima o poi…
Non vi aspettavate parolacce? Vi ho preso in contropiede?
Capita a tutti non preoccupatevi.
Ma io voglio solo esplorare completamente la lingua italiana quindi è necessario spiegarvi bene le cose.
Se amate la lingua italiana dovete sopportare anche questo. In amore si prendono spesso cantonate, no?
Ma la lingua italiana non tradisce e non delude, non si possono prendere fregature e neanche sòle di nessun tipo.
L’unica cosa è che questo racconto sta prendendo una brutta piega.
Difficile sopportare uno come me, vero?
Prendermi a mali parole però non è la soluzione, anche se siete tipi che prendono fuoco facilmente. Se prendete di matto sapete cosa vi dico? Cosa vi prende?
Sapete che ho preso ad odiare gli esercizi di grammatica e a me piace divertirmi quando insegno l’italiano. Se un professore di italiano prova a contestarmi io gli faccio vedere i miei 100 associati:
Prendi e porta a casa! Che soddisfazione!
Cosa aspetti a cambiare metodo anche tu, caro professore? Prendi e cambia metodo, è facile e divertente.
Non conosci la strada?
Prendi a destra e poi a sinistra, poi prendi l’autostrada per Roma e vieni a trovarmi. Te lo spiego io volentieri! Così alla fine anche tu avrai preso le Misure del metodo.
Prenderà molto anche te questo metodo, vedrai!
A quel punto ci prenderemo molto anche noi due.
Comunque piacere. Mi chiamo Giovanni. E scusate se vi ho preso alla sprovvista, senza avvisare.
Emanuele: benvenuti in questo nuovo episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, per migliorare il proprio italiano gradualmente, ogni giorno.
Giovanni: Quale sarà l’oggetto di questo episodio n. 299? Si tratta di un uso particolare del futuro.
Normalmente il futuro si utilizza per eventi che devono ancora accadere, altrimenti che futuro sarebbe?
Ebbene, in realtà il futuro, nella lingua parlata prevalentemente, si usa anche per esprimere eventi passati.
Giovanni: vedo che siete in vena di ripasso oggi. Si potrebbe aggiungere:
Sarà il caso di chiamarlo? Che ne dici? Oppure a quest’ora starà dormendo?
Comunque, io rispondo dicendo:
Dimenticato? Mi sono dimenticato? Non direte sul serio! Spero starete scherzando!
Ecco, in questi ultimi casi è stato usato il futuro non per spiegare il passato, come prima, non per fare un’ipotesi sul passato, ma per proporre una soluzione (sarà il caso di chiamarlo?), per fare cioè un’ipotesi sul futuro (starà dormendo adesso?) o di spiegazione a posteriori (Spero starete scherzando!). Una alternativa al congiuntivo quindi.
Spero tu stia scherzando!
Spero starai scherzando!
Quindi utilizzo il futuro anche per qualcosa che riguarda il futuro, ma in modo diverso da come avviene normalmente. Anche le mie risposta: “Non direte sul serio!”, “non starete scherzando!”, o anche altre, topo: “Mica starai scherzando!” è un’ipotesi sul futuro che però mi auguro non sia vera.
“Sarà il caso di chiamarlo” è invece come dire: “che ne dici, lo chiamiamo?” E’ una proposta, un’ipotesi anche questa.
Si può usare anche in questo modo il futuro, se non sono sicuro di qualcosa da fare.
Dove sarà Giovanni? (uso normale del futuro). Non so, sarà andato al mare? (ipotesi futura). Magari starà a divertirsi da qualche parte (ipotesi futura). Oppure saràandato in vacanza! (ipotesi sul passato).
Ma secondo voi sarà il momento di finire questo episodio?
Immagino vi sarete stancati!
Lejla: No, ma ci dovrà essere un motivo per cui hai dato a questa rubrica questo nome? Vai a capire!
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Qualche tempo fa abbiamo visto insieme un’espressione particolare: qui casca l’asino.
L’asino, poveraccio, non c’entra nulla con questa espressione (se volete dare un’occhiata metto un link sulla trascrizione di quell’episodio).
C’è un’espressione simile a “qui casca l’asino“, che, se non lo ricordate, si utilizza quando c’è qualcosa di difficile, che potrebbe quindi portare a fare un errore. L’espressione è “qui ti voglio”.
Fernando: Ok ma laddoveci siano dubbi? Puoi spiegare meglio?
Giovanni: Certo. Il significato di “Qui ti voglio” è abbastanza simile. Una delle differenze è che ci si rivolge direttamente ad una persona, o anche a più persone – in questo caso diventa:
Qui vi voglio!
Si parla in generale si sfide, o di punti delicati da superare, o di prove da vincere
Inizia allo stesso modo “qui” che non indica un luogo, ma, in modo figurato, un momento, un aspetto.
Dicendo “qui” si vuole in realtà dire: a questo punto, in questo momento, su questo aspetto. “Qui ti voglio” è spesso un’abbreviazione di una frase più lunga:
Qui ti voglio vedere all’opera!
oppure:
Qui voglio vedere come te la cavi!
Qui voglio vedere se sei veramente bravo!
Qui voglio vedere come riuscirai a risolvere tutte le difficoltà che verranno!
Qui arriva il difficile!
Spesso c’è una “e” (o anche una è) prima, per rendere la frase più esclamativa:
E qui ti voglio!
È qui che ti voglio!
Dicevo che non è esattamente come “qui casca l’asino” anche perché l’asino che cade è un’immagine che rappresenta un fallimento, un ostacolo molto grande che solitamente non si riesce a superare. Si usa anche a posteriori, cioè dopo che è stato commesso un errore in un punto difficile.
Giovanni: Sì, più o meno, se in passato si hanno avute esperienze simili.
Mentre si può usare anche come avvertimento (quindi prima) come a dire:
Attento, perché qui si sbaglia facilmente, quasi tutti sbagliano!
“Qui ti voglio” è meno pessimista, più simile a “questa è una bella sfida da vincere”, “qui entrano in campo le tue qualità”, “in questo momento arriva la parte complicata”, quindi è più sfidante, più ottimistica come esclamazione.
Poi esiste anche la versione “qui ti volevo!” che ha lo stesso significato, e non si usa solo a posteriori, perché spesso ha il senso di “in questo punto volevo vedere come te la cavavi”, “è qui che ero curioso di vederti alla prova”, “questo è un punto che ho sempre pensato essere il più delicato”.
Potete quindi scegliere: “qui ti voglio” o “qui ti volevo“, perché si usano entrambe quando qualcosa sta accadendo, quando quel momento difficile è appena arrivato.
Infatti spesso si dice:
Adesso ti voglio!
Poi, a posteriori ovviamente meglio usare “qui ti volevo“.
Qualche esempio:
Si fa presto a dire che l’Italia è pronta ad affrontare una crisi sanitaria, poi se arriva veramente un virus, qui ti voglio!
Dici che sei bravo a conquistare il cuore di una donna. Ma stasera ho invitato alla festa la più bella e la più antipatica della città. E qui ti voglio!
A volte può anche indicare non qualcosa di difficile, ma un aspetto di una questione sulla quale si ha un’idea precisa, un aspetto importante che può rappresentare la prova per verificare qualcosa, come l’amore ad esempio.
Sai, la fidanzata di mio nonno ha 35 anni. Diceva di amarlo, ma appena ha saputo che mio nonno non era ricco come pensava, l’ha lasciato.
E qui ti volevo!
Nel senso di: ecco, questa era la prova da superare. Adesso sappiamo la verità!
Non credo ci sia una risposta migliore di questa! Risposte quasi analoghe sono appunto “qui casca l’asino” oppure:
Lo sapevo!
Ma questa risposta significa che avevi già un’idea ed è stata confermata dai fatti. Mentre “qui ti voglio” è imparziale, diciamo.
Giovanni: Bravo! E anche questa l’abbiamo già spiegata.
Un’ultima cosa: attenti a non dire:
Ti voglio qui!
Invertire infatti può essere molto pericoloso… se detto ad una donna potrebbe sembrare un invito sessuale!!
Mi raccomando!
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: ci sono dei termini in italiano che, pur esistendo sia al singolare che al plurale, si usano solo al plurale. Uno di questi è “tentoni“, termine che deriva dal verbo tentare, cioè provare.
Bogusia: Allora vuoi tentare di spiegarci questa parola “tentoni”? Non fosse altro che per poterla usare al più presto, prima che la dimentichi!
Giovanni: Grazie! Allora, “Andare a tentoni” è la frase in cui si usa questo termine (al plurale). Si parla di un modo di camminare, o meglio, di un modo di procedere, un tipo di andatura.
Si dice che una persona “va a tentoni” o “procede a tentoni“.
Il verbo procedere significa andare avanti, muoversi in avanti, sia fisicamente che in modo figurato, procedere cioè verso un obiettivo da raggiungere.
Dunque questo è un modo di muoversi incerto, come se non vedessimo, come se fossimo ciechi, non vedenti.
Chi va a tentoni mette le mani avanti solitamente perché non si sa mai dovesse sbattere contro qualcosa! Allora per sicurezza le mani si alzano in avanti per proteggersi da eventuali urti.
Quindi, al buio, nell’oscurità, si va a tentoni, nel senso che si tenta di andare avanti, senza avere un’idea chiara di dove si stia andando. Quindi andare a tentoni è una cosa che facciamo tutti al buio se va via improvvisamente la luce a casa ad esempio.
Si usa molto spesso anche in modo figurato, quando non si ha la più pallida idea di come fare.
Giovanni: sì, hai ragione. Allora, dicevo che si va a tentativi (si può anche dire così), si procede per tentativi, se vogliamo dirla in modo più raffinato, ma andare a tentoni rende perfettamente l’idea dell’incertezza.
Con l’emergenza Covid spesso le autorità sono andate avanti a tentoni. Si è proceduto a tentoni, poiché non si sapeva esattamente cosa fare, quindi si sono fatti dei tentativi, ma senza un programma articolato preciso.
Anche un medico potrebbe curare una persona a tentoni, non sapendo esattamente quale malattia abbia.
Al lavoro, un dirigente potrebbe lamentarsi perché nel lavoro si procede a tentoni, senza una direzione precisa, senza un obiettivo.
Magari si prende una decisione….
Andrè: Se non fosse che è stata già presa in precedenza e non ha funzionato!
Giovanni: esatto, anche questo è andare a tentoni.
Il dirigente in questi casi potrebbe prendere e licenziare tutti?
Giovanni: Si, certo, ma quando si va a tentoni al lavoro c’è qualcosa che non va e magari è soprattutto colpa sua! Allora dovrebbe licenziare anche se stesso.
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Qual è il contrario di povero? Ricco. Si parla di ricchezza e di povertà. Si parla ovviamente di soldi, di condizioni economiche di una persona
Questo però si usa con le persone. Invece se parlo di luoghi, potrei dire che un luogo, se è bellissimo e arredato in modo elegante e con grande spesa economica, posso dire che è un luogo lussuoso. Camere, appartamenti, case, arredate lussuosamente. “Una casa di lusso” è quindi una casa costosa, arredata con lusso, appartenente evidentemente a persone ricche.
Non posso però dire che una foresta è lussuosa, poiché non c’è l’intervento dell’uomo.
C’è un’espressione interessante che usa la parola “lusso” che però non ha nulla a che fare con la ricchezza: “andare di lusso”.
Quando va di lusso, potremmo dire che “va bene”. Quindi andare di lusso significa “andare bene”, ma in che senso?
Se mi chiedono: come va? é come dire “come stai?” In questo caso posso rispondere: va bene, grazie, sto bene.
Ma andare di lusso non si può usare in questi casi. Non posso rispondere “va di lusso”.
Infatti andare di lusso significa va bene considerate le circostanze.
Giovanni: No no! Ve lo spiego subito! Significa che posso usare questa espressione quando devo riportare l’esito di un esame, o un qualsiasi risultato positivo, quando questo risultato poteva essere molto peggiore, considerate le circostanze. Insomma, ci si aspettava che il risultato fosse peggiore. Molto peggiore.
Ad esempio.
Com’è andato l’esame? Eri molto preoccupato che non avevi studiato molto.
Beh, sono stata promosso con 28/30. Mi è andata di lusso!
Quindi si può dire certamente che “è andato bene (l’esame”) o “è andata bene”, o “mi è andato/andata bene” ma se dico che “è andata di lusso” o “mi è andata di lusso” voglio dire che sono stato fortunato, che tra tutti i possibili esiti, risultati, sono pienamente soddisfatto, vista la mia preparazione. Considerato che non avevo studiato molto.
Attenzione perché non è detto che se è andata di lusso sia andata benissimo. Anche un risultato appena positivo può essere giudicato soddisfacente se consideriamo le circostanze. Al contrario, se invece sono preparatissimo e prendo il massimo voto ad un esame, non posso certamente usare questa espressione, proprio perché mi aspettavo un voto alto.
Ovviamente posso usare l’espressione in mille circostanze diverse.
Giovanni: Sì, ma molto poco. Al sud Italia con il corona virus c’è andata di lusso. Abbiamo avuto pochissimi casi. Al nord invece non c’è andata affatto di lusso…
Giovanni: Si certo, ci aggiorniamo domani …. vediamo com’è andata oggi… 5 minuti…. non vi è andata esattamente di lusso ma almeno spero che mi sia spiegato bene. – – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Si tratta del file audio del video chat dei membri dell’associazione in cui abbiamo spiegato il verbo ANDARE nelle espressioni idiomatiche che lo utilizzano.
– andare a farsi friggere
– andare in malora
– andare in rovina
– andare a monte
– è andata!
– e andiamo!!
– andare per i trenta
– andarci di mezzo
– andare pazzo per
– andare sul sicuro
– ne va di…
– va fatto
– Andare in vigore
– andare a ruba
– andare sul sicuro
– va da sé
– vai a quel paese
– andare a gonfie vele
– andarci piano
La video chat dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Iberé: su cosa vertel’episodio numero 295 della rubrica 2 minuti con Italiano Semplicemente?
Giovanni: Verte sulla caterva. Possiamo sicuramente dire che su Italianosemplicemente.com ci sono ormai una caterva di episodi. Infatti siamo arrivati a 889 episodi pubblicati dal luglio 2015, quando è nato il sito.
Una caterva di episodi significa moltissimi episodi. Ma quando possiamo usare il termine caterva? Che ne dite, ve lo spiego?
Giovanni: Intanto sappiate che è un termine informale. Niente di volgare comunque, semplicemente un modo familiare per indicare un numero molto elevato.
Tra gli 889 episodi pubblicati ce n’è uno in particolare in cui abbiamo trattato tutti i modi in cui si può indicare una grande quantità. Vi metto il linkse volete dare un’occhiata, ma la caterva l’avevo dimenticata, e chissà quanti altri ancora ce ne sono.
Perché si usa caterva e non altre modalità come moltissimi? Spesso perché c’è un senso negativo, a volte legate ad un giudizio negativo
Giovanni: Male, anzi malissimo… hai fatto una caterva di errori!
Quell’uomo ha una caterva di figli. Anche lo scrittore Pirandello lo utilizzava proprio per indicare una quantità non precisata, ma molto numerosa di figli.
Ma si può usare in realtà ogni volta che voglio sottolineare una quantità esagerata di qualcosa:
Ho letto una caterva di libri nella mia vita!
A volte si usa anche al plurale: caterve.
Col il lock down ho visto caterve di persone assaltare i supermercati.
Quindi la caterva, le caterve.
Chiunque osi criticarmi verrà travolto da una caterva di insulti.
Insomma, si usa spesso in contesti negativi come anche altri sinonimi come “orda” o “schiera”, “massa“, torma” o “fottio” (quest’ultimo è volgare però).
Carmen: Giovanni, non è che vuoi spiegarci anche l’origine del termine caterva?
Giovanni: Volentieri. Pensate che l’origine di caterva viene dall’antica Roma. La caterva era un corpo di milizie barbariche, quindi una specie di esercito, evidentemente molto numeroso ma disordinato. Si usava questo termine per contrapporlo alla cosiddetta “legione romana”, e le legioni formavano l’esercito romano, notoriamente molto ordinato e disciplinato. Tutto il contrario della caterva, composta da barbari!
Emma: Giovanni, hai sforatoanche oggi, a dispetto del nome di questa rubrica. Poi dice perché mi arrabbio!
Lejla: non vedo perché tu debba arrabbiarti, visto che stai imparando una cosa nuova anche oggi. Non rischi certamente di andare in tilt!
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Giovanni: ci sono alcuni verbi della lingua italiana particolarmente utilizzati per formare espressioni tipiche, come ad esempio il verbo cogliere. Abbiamo già visto insieme cogliere alla sprovvista, nell’episodio 36. Oggi vediamo “cogliere sul vivo“, che non ha niente in comune con “dal vivo” spiegato nell’episodio 191.
Se quanto venite colti alla sprovvista siete, se ricordate, impreparati, quando venite colti sul vivo (colti di pronuncia con la o aperta), o anche colti nel vivo (potete scegliere la preposizione da usare) venite colpiti nel vostro punto debole. Il “vivo” rappresenta quindi la vostra parte sensibile, il vostro punto debole. Si usa l’immagine della vita per rappresentare la sensibilità.
Ma in che senso il nostro punto debole?
Nel senso che ognuno di noi ha dei punti deboli, non punti deboli del corpo, non si parla di questo, ma di alcuni lati del nostro carattere che fanno emergere la nostra suscettibilità, che ci fanno avere una reazione immediata perché sono aspetti importanti per noi e quindi sensibili.
Di solito quando si è colti sul vivo si ha una reazione immediata.
Potete usare anche il verbo “pungere“, al posto di cogliere. Forse pungere rende ancora meglio il senso di debolezza (la zanzara quando punge fa male, come anche quando veniamo punti da un ago).
Allora se Giovanni è molto timido, non dovreste criticarlo per questo, e se lo fate lo coglierete sul vivo e lui probabilmente si offenderà.
Se Ulrike invece cambia idea continuamente e glielo fate notare, evidentemente è vostra intenzione pungerla sul vivo.
Ulrike: Non vi dico quanto mi piace raccogliere tutte le occasioni per esercitarmi nel parlare. Nonostante ciò non riesco a smarcarmi dalla paura di sbagliare. Ora però la misura è colma, allora prendo e lascio che siano altri a sorbirsi questa fatica!
Bogusia:
Beh.. sembri un’anima in pena, ma Ulrike, caschi male con questa lagna. Non è la prima volta che ti sento parlare così, sempre con la minaccia vana di voler mollare e uscire dalla nostra associazione. Siamo alle solite direi.
Sofie:
Infatti, anch’io sono insofferente a questo tuo comportamento. Passi che ti lamenti in continuazione, che poi però, solo poche ore dopo, fai la sostenuta con la proposta di una videochat, proprio come se nulla fosse, questo non mi torna.
Andrè:
Amiche, lasciate correre, e soprattuttosmorzate i toni. Ognuno ha le sue debolezze.
Può darsi che Ulrike voglia solo un po’ di conforto ogni tanto. Non dovreste mostrarvi indisposte. – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: come facciamo nella lingua italiana a dimostrare modestia?
La modestia è una caratteristica di una persona, un atteggiamento che si dimostra mostrando i limiti delle proprie possibilità. Insomma chi mostra modestia sminuisce le proprie azioni e qualità, non si vanta di ciò che fa, non vuole sembrare superiore agli altri ma al contrario, anche quando si posseggono delle qualità, il modesto dice frasi come:
Non sono molto bravo a giocare a calcio.
Non è vero che so recitare bene, almeno non meglio degli altri attori.
Il modesto quindi si sminuisce, forse per non essere al centro dell’attenzione, forse per timidezza.
Comunque, se il modesto ti fa un grande favore, tu lo ringrazi, e lui potrebbe rispondere:
Non preoccuparti, non è niente di che.
Come a dire: non mi devi ringraziare, non si tratta di un grande favore, non è niente di cui ringraziare, niente di che vantarsi, nulla di importante. Come dire: figurati!
A dire la verità l’espressione “nientediche” che avete capito essere una contrazione di una frase più lunga “niente di che vantarsi”, spesso viene anche usata in modo più ampio, ad esempio al posto di “niente di cui preoccuparsi”, o con lo stesso significato di “niente di importante”, “nulla di rilevante”. Si usa quindi anche ogni volta che le aspettative di chi ascolta sono eccessive, o per non far preoccupare, per tranquillizzare, e non solo quando si vuole dimostrare modestia. Si usa anche per giudicare (negativamente) la qualità di qualcuno o qualcosa.
Riguardo alla modestia, spesso si usa questa espressione proprio per dimostrare modestia, pur sapendo il grande valore del gesto compiuto.
Facciamo alcuni esempi:
Oddio! Che regalo meraviglioso che mi hai fatto, non dovevi!!
Tranquilla, non è niente di che.
Ho saputo che Giuseppe si è fidanzato. Com’è la sua fidanzata? L’hai vista?
Personalmente spero che questo episodio non sia giudicato con un “niente di che”.
Un saluto da Giovanni. Avete ascoltato anche alcune voci, quelle di alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente, che vi hanno aiutato a ripassare delle espressioni passare. Quella di oggi è la n. 293. Niente male vero? – – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Emanuele, sai un sinonimo del verbo indovinare?
Emanuele: certo, il verbo azzeccare.
Giovanni: bravo! Ci azzecchi sempre tu!
Emanuele: si, grazie, ma non ho tirato ad indovinare, io conoscevo il verbo azzeccare.
Giovanni: allora puoi spiegare cosa c’azzecca il verbo indovinare col verbo azzeccare?
Emanuele: questo non lo so papà. Non conosco proprio il legame tra azzeccare e indovinare.
Giovanni: forse allora è necessario spiegare qualcosa.
Azzeccare, è vero, si usa quando si tira ad indovinare, quindi non esattamente quando si risponde correttamente ad una domanda.
Tirare ad indovinare significa dare la risposta ad una domanda, soprattutto quando questa risposta non si conosce, ma… non si sa mai, perché la risposta potrebbe anche essere esatta. In quel caso si dice che chi ha risposto ha azzeccato la risposta.
Ma negli ultimi anni si è diffusa un’espressione in tutta Italia: che c’azzecca?
La diffusione è avvenuta grazie al giudice Antonio Di Pietro, originario della regione Molise. Di Pietro, durante i processi per corruzione nella politica italiana, negli anni ’90, processi molto seguiti in TV, quando faceva domande agli imputati e riceveva strane risposte, risposte che sembrava non avessero legami con la sua domanda, per sottolineare il suo stupore usava spesso dire:
Ma che’azzecca?
Il che significa: che c’entra? Cosa questo ha a che fare con la mia domanda?
Andrè: Insomma ci stai dicendo che la risposta non era congrua alla domanda?
No, per niente. Insomma, l’espressione, che inizialmente faceva parte in qualche modo di un dialetto locale, è diventata conosciuta da tutti e oggi tutti la usano quando vogliono manifestare la mancanza di un legame tra due cose. Naturalmente si tratta di linguaggio familiare, sebbene il giudice Di Pietro lo utilizzasse simpaticamente anche in occasioni importanti come dei processi.
Lejla: vuoi dire che non si curava molto di parlare correttamente italiano?
Giovanni: Beh diciamo che ogni tanto gli sfuggiva qualche parola dialettale ma era molto divertente seguire i suoi processi.
Avrete sicuramente capito che le voci che avete ascoltato, a parte la mia, sono dei membri dell’associazione italiano semplicemente.
Qualcuno di voi infatti si sarà chiesto: ma che c’azzeccano gli stranieri?
Ebbene nelle loro frasi hanno usato alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Ecco cosa c’azzeccano gli stranieri.
Un’ultima cosa: la zeta in “azzeccare” dovrebbe essere dura, come in azione e colazione, e non come gazzella o “zeta“, ma questa non è una cosa fondamentale. Avrei potuto lasciar correre ed invece ve l’ho voluto dire… – – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Molti stranieri hanno difficoltà nell’utilizzare correttamente il tempo dei verbi. Ovviamente.
Vediamo oggi qualcosa sul verbo andare e in particolare quando usare l’imperfetto o il passato prossimo: devo usare “andavo” oppure “sono stato“? Andavi o “sei andato”? “Andava” oppure “è stato“? eccetera.
La risposta dipende anche dal significato che diamo al verbo andare:
Margherita ha fatto un esame.
La sua amica, il giorno successivo la chiama perché è curiosa di sapere come… è andata.
Allora le chiede: come è andato l’esame? Oppure: com’è andata?
Bene, è andato/andata alla grande! E’ andato/andata benissimo!
Com’è andata alla gara di nuoto?
E’ andata male, ho perso!
Ah, mi spiace, vedrai che la prossima volta andrà meglio!
Giovanni parla con suo figlio e gli dice: in matematica non vai molto bene, devi recuperare, devi studiare un po’ di più.
E suo figlio gli risponde:
Papà, tu come andavi in matematica quando avevi la mia età?
Andavo bene, replico io. Andavo bene in tutte le materie tranne in italiano. Lì andavo male, avevo 5.
Quando ero un bambino, abitavo vicino alla scuola, quindi andavo a piedi.
E tu come andavi?
Avete capito che questa domanda ha due possibili significati: andare nel senso di rendimento scolastico (andavo male, andavo bene), oppure andare nel senso di recarsi a scuola, quindi: andavo a piedi, andavo in autobus, andavo in bicicletta.
Non si può rispondere “sono stato a piedi“, oppure “sono stato bene“. Nel primo caso non ha nessun senso, nel secondo invece: “sono stato bene” ha tutto un altro senso, perché significa che ci si riferisce allo stato d’animo:
Xiaoheng: Come sei stato alla festa ieri sera? Non mi tenere sulle spine!
Giovanni: Bene, sono stato proprio bene, c’era tanta gente e ci siamo divertiti moltissimo!
Sono stato tutto il tempo a parlare con gli amici, gli stessi amici con cui andavo a scuola da piccolo. Andavano tutti male loro, io ero l’unico che andava bene a scuola. Forse anche perché io abitavo molto vicino alla scuola: andavo a piedi infatti. Loro invece andavano tutti in treno. La festa è finita alle due di notte. Siamo stati molto felici di rivederci.
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Quella di oggi è una locuzione (non mi piace per niente questa parola ma la devo usare!) molto utilizzata da tutti gli italiani: In sospeso.
Si tratta del verbo sospendere.
Mariana: Vuoi fare il sostenutoanche oggi Giovanni?
No, non è il verbo “sostenere” ma è “sospendere“, che a volte sono verbi simili.
Per farvela breve, quando qualcosa è “in sospeso” (uso il verbo sospendere) significa che è ancora da finire, ancora da terminare o da pagare. Attenzione però a due cose importantissime.
1 – Si usa per rappresentare qualcosa di fermo, che non è in stato di movimento, quindi se sto facendo un compito di italiano e non ho ancora terminato, non posso dire che il compito è in sospeso, perché semplicemente lo devo ancora terminare. Posso dire che è in via di completamento, che sto terminando, che tra poco terminerò, ma non che è in sospeso.
“In sospeso” si usa invece quando qualcosa è iniziato e poi si è interrotto e non si sa bene fino a quando la situazione non cambierà.
Dovevano pagarmi oggi lo stipendio, ma il pagamento è ancora in sospeso. Chissà perché e chissà quando si sbloccherà la situazione!
oppure:
Ho chiesto alla mia fidanzata di sposarmi. Lei però ancora non mi risponde. Ed io sarò in sospeso finché non deciderà.
Quindi io mi trovo in uno stato di dubbio, di attesa. Chissà quando deciderà e chissà cosa mi risponderà…
Si usa anche “tenere in sospeso” quando c’è la volontà di creare un’attesa, uno stato di dubbio e di incertezza.
La mia ragazza mi tiene in sospeso da un mese. Ma quando si deciderà?
Cristine: Ma ti rendi conto che una ragazza ha bisogno di tempo?
Carmen: Infatti, ma passiun giorno, passi anche una settimana, ma non può durare all’infinito!
Se Poi, se qualcuno mi tiene in sospeso, posso anche dire che sono stato lasciato in sospeso.
Tenere in sospeso e lasciare in sospeso sono due espressioni usate molto spesso.
Non voglio lasciare nulla in sospeso con te, quindi ti pago ciò che devo pagarti, così possiamo dirci addio!
Poi esistono le questioni in sospeso:
Io e Giovanni abbiamo una questione in sospeso
Ho chiesto al mio capo un aumento dello stipendio ma la questione è ancora in sospeso
Una questione in sospeso è qualcosa che non trova una conclusione. A volte poi è relativa ad una litigio, a qualcosa da chiarire tra due persone che è rimasta così, in sospeso.
Veronica: Spesso, quando le questioni rimangono in sospeso, prima o poi arriva la resa dei conti!
Naturalmente ogni volta che uso questa locuzione si deve chiarire di cosa si sta parlando, perché altrimenti non si capisce. Cosa è in sospeso?
Al lavoro sono ancora in sospeso.
In che senso scusa?
nel senso che non si sa se mi rinnoveranno il contratto
Quindi è necessario specificare, anche nella stessa frase:
Il mio rinnovo contrattuale è ancora in sospeso.
2. E’ molto importante usare la preposizione “in” altrimenti il concetto non è chiaro. Infatti la “sospensione” ha molti significati diversi, come anche il verbo “sospendere“.
Ci sono espressioni comunque con un significato simile:
Restare col fiato sospeso, ad esempio, significa trattenere il respiro, ma si usa quando si ha una forte emozione oppure quando sta accadendo qualcosa di molto importante che porterà a risultati incerti.
Quando ci sono i calci di rigore tutti i tifosi restano colfiato sospeso! Poi, se tutto va bene, tirano un sospiro di sollievo…
L’episodio finisce qui. Oggi ho fatto un esperimento. Le frasi di ripasso le abbiamo utilizzate all’interno dell’episodio anziché metterle alla fine come facciamo sempre.
Se vi piace possiamo continuare così anche nei prossimi episodi.
– – –
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Giovanni: mi chiedo spesso: la durata di due minuti per un episodio è una durata congrua? Oppure ai visitatori di Italiano Semplicemente piacciono episodi più lunghi?
La congruità è una caratteristica interessante perché si può usare quando parliamo di qualsiasi argomento.
Stiamo parlando di adeguatezza. Mi chiedo cioè se due minuti siano un tempo adatto, un tempo rispondente alle esigenze dei visitatori. Mi chiedo se sia una durata opportuna, adatta, perché se non fosse una durata congrua sarebbe probabilmente troppo corta o magari troppo lunga.
La congruità serve sempre ad associare due elementi che in qualche modo devono essere legati tra loro. Quando mi chiedo se esiste congruità, quando mi chiedo se una cosa qualsiasi è congrua devo sempre chiedermi:
Deve essere congrua rispetto a cosa?
La durata di 2 minuti per un episodio può essere congrua rispetto alle esigenze di Ulrike dalla Germania, che magari ama gli episodi brevi, ma potrebbe non essere congrua per le esigenze di Sofie, che invece magari ama episodi più lunghi.
Ma quante cose possono essere congrue? Qualsiasi cosa può esserlo.
Se io acquisto un buon corso di italiano per 1 euro… beh, evidentemente questo prezzo non è congruo al valore del corso. Il prezzo non è un prezzo opportuno, non è quello giusto, non c’è proporzionalità tra il valore del corso e il prezzo.
Si usa molto in economia e negli affari:
L’offerta fatta per l’appartamento non è congrua, quindi l’abbiamo rifiutata.
Un partito può avere una congrua rappresentanza in Parlamento. Quindi è soddisfacente, è abbastanza alta.
Posso usare la congruità anche nella vita di tutti i giorni:
Per fare una doccia occorre una congrua quantità d’acqua. Altrimenti non sarà sufficiente per lavarsi.
Spesso stiamo parlando di una quantità, ma non specifichiamo l’esatta quantità, diciamo solamente che deve essere congrua, cioè sufficiente per ottenere un certo risultato, o sufficiente rispetto a qualche altra cosa. Parliamo in ogni caso di un confronto tra due quantità o caratteristiche che possono avere un valore che possiamo dire alto o basso.
Possiamo anche affrontare in modo congruo delle esigenze.
Cioè con la dovuta attenzione, dando la giusta importanza alle cose.
In modo congruo si dice anche “congruamente“.
Dobbiamo congruamente affrontare il problema dell’inquinamento.
Allora devo trovare strumenti adeguati per fare questo.
E la congruenza? E’ come la congruità?
Sì, esiste anche la congruenza. Quando due cose non si sposano bene tra loro (si dice anche così), quando non si nota un legame chiaro quando invece dovrebbe esserci, possiamo dire che non c’è congruenza tra queste due cose. Le due cose non sono congruenti.
Giovanni è un po’ strano ultimamente. Non c’è molta congruenza tra quello che dice e come si comporta. Non ti sembra?
In questo caso il confronto è reciproco. Tra loro, due cose non sono congruenti. Oppure lo sono.
Allora in questi casi non c’è alto e basso, non c’è un elemento che ha o non ha abbastanza una caratteristica rispetto ad un’altra, ma c’è solo una mancanza di sintonia, solo qualcosa che stona, qualcosa che non va, una mancanza di logica. Quindi mentre la congruità fa riferimento all’adeguatezza di un elemento rispetto ad un altro, nel caso della congruenza le due cose si confrontano tra loro per vedere se sono congrue tra loro.
Se due persone vanno d’accordo probabilmente c’è una congruenza nei valori delle due persone, una certa vicinanza. Insomma non possono essere totalmente opposti.
Si tratta di un linguaggio probabilmente poco comune nel linguaggio parlato, ma è molto adatto in un contesto lavorativo, dove c’è domanda e offerta quindi si è abituati a fare confronti, confronti che possono essere congrui oppure no. Molto usato nel linguaggio scritto commerciale e giornalistico.
Al lavoro quindi, o in affari, se ti fanno un’offerta economica e non la ritieni sufficiente, anziché dire:
L’offerta non è giusta
È troppo poco
Non va bene
Puoi dire: l’offerta non è congrua, non riteniamo che l’offerta sia congrua, non c’è congruità tra il valore offerto e quello reale.
Se invece chi vuole acquistare fa ottimi apprezzamenti, dice “meraviglioso questo appartamento” e poi l’offerta è scarsa, si può rispondere dicendo:
Non c’è congruenza tra le dichiarazioni e l’offerta.
Bene, vi invito a ripetere l’ascolto se non è tutto chiaro. Alla prossima.
Scusate per la durata eccessiva ma tra complessità del concetto e durata della spiegazione ci deve essere una certa congruenza.
Ripasso:
Xiaoheng: È così ci siamo sorbiti un altro episodio di due minuti.
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Giovanni non mi sta molto simpatico, poi ultimamente fa il sostenuto.
Fare il sostenuto è ovviamente un’espressione idiomatica.
Giovanni fa il sostenuto significa che Giovanni assume l’atteggiamento da sostenuto, quindi si usa il verbo fare, ma in realtà sarebbe: Giovanni si comporta da sostenuto, assume questo atteggiamento.
Ma cosa significa? Sostenuto viene da sostenere, che è un verbo che in genere si usa per esprimere un’opinione. Ad esempio
Io sostengo di aver ragione
Francesco sostiene che la verità sia un’altra
Invece in questo caso “sostenuto” non c’entra con “sostenere” inteso in questo modo, ma come “sostenere” nel senso di “portare”, “non far cadere”. o anche “aiutare”
“Io ti sostengo” ad esempio significa che io ti sorreggo, fisicamente o moralmente. Io faccio in modo che tu non cada o che tu non ti abbatta, o magari ti sostengo economicamente, ti supporto, ti aiuto, per non farti avere difficoltà economiche. Si parla di sostegno economico, di sostegno morale, di sostegno fisico, esiste anche il sostegno politico.
Sostenere ha anche a che fare con la velocità: se cammino a passo/ritmo sostenuto vado velocemente, lo stesso se lavoro a ritmo sostenuto, cioè lavoro velocemente. Ha inoltre a che fare con l’altezza, perché se dico che sono sostenuto da una corda, o da un pavimento allora questa corda o questo pavimento mi sostengono, cioè mi impediscono di cadere in basso. Anche in questo caso si può parlare di un sostegno. Anche un bastone può essere un sostegno, poiché mi impedisce di cadere.
Ci stiamo avvicinando, perché se io mi comporto da sostenuto, o meglio se faccio il sostenuto, significa che cerco di stare “in alto”, ma in un senso particolare. Non è un comportamento giudicato positivamente, anzi.
Chi fa il sostenuto, in genere ostenta, cioè mostra palesemente un atteggiamento di distaccata superiorità. In pratica questa persona si comporta come se fosse “superiore”, come se fosse più “in alto”, in qualche modo e reagisce agli eventi come se non avessero effetto su di lui.
Questa espressione si usa soprattutto quando una persona anziché mostrarsi offesa di qualcosa, fa finta di niente, mostra indifferenza, mostra distacco, ma in realtà è molto dispiaciuta per aver ricevuto un’offesa: non ti guarda in faccia, cammina a testa alta, non ti sorride, risponde seriamente alle domande e se gli chiedi:
C’è qualche problema?
Ti risponde: nulla, non c’è nessun problema!
Ad esempio: stiamo programmando una vacanza in Brasile tra amici ma non lo diciamo a Giovanni.
Giovanni voleva venire ma quando è venuto a sapere di questo viaggio a cui non è stato invitato, ha fatto il sostenuto e non si è mostrato offeso, mostrando invece indifferenza.
Divertitevi!
Ha detto….
Io ho molto da fare quest’estate…
Ci sono alcune espressioni simili, tipo atteggiarsi, o avere la puzza sotto il (o al) naso, darsi delle arie, tirarsela. Ma “fare il sostenuto” è spesso legata alle offese ed è anche meno informale delle altre.
Comunque si può fare il sostenuto anche in altre circostanze, non solo quando si è offesi.
Se una donna mi guarda molto innamorata io potrei fare il sostenuto e non mostrarmi coinvolto emotivamente.
Potrei parlare di mia figlia e fare il sostenuto mentre elenco tutte le sue qualità. Poi alla fine potrei non resistere più, iniziare a sorridere e a mostrare tutte le mie vere emozioni.
In generale quindi questa espressione si può usare quando non si vogliono mostrare le vere emozioni.
Adesso sentiamo un bel ripasso da parte di Bogusia.
Giovanni: sì, in effetti Bogusia ha ragione, il metodo funziona. potete provarlo anche voi.
Che ne dite, sembrava un atteggiamento abbastanza sostenuto il mio?
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Cos’è la dignità? È un pregio? Oppure un difetto? È sicuramente una caratteristica dell’uomo, dell’essere umano, ed è qualcosa che si sente; è simile al rispetto, anche verso sé stessi.
Per avere dignità bisogna avere dei valori morali importanti e questi sentimenti, questi valori si devono tradurre in comportamenti adeguati, devono diventare comportamenti dignitosi, che dimostrano rispetto per i valori più importanti.
Difficile spiegare in poco tempo il concetto di dignità, ma voglio dirvi che nella lingua italiana si usano spessissimo frasi come:
Non sei degno del mio rispetto
Che significa “non meriti il mio rispetto”, quindi io non ti rispetto perché non te lo meriti, non sei degno del mio rispetto.
Essere degni di qualcosa in generale viene inteso come meritare questa cosa, e ci si riferisce generalmente a dei meriti morali: rispetto, amore, amicizia, stima, ammirazione.
In genere chi non ha caratteristiche positive, legate al rispetto delle altre persone o di sé stesso, si dice che non ha dignità e chi non ha dignità non viene reputato meritevole di ricevere non solo sentimenti positivi ma anche premi, onori, complimenti. Ma a questa persona probabilmente neanche interessa il parere degli altri.
Possiamo dire anche che questa persona non è degna di qualcosa:
Non sei degno di far parte della mia famiglia
Cioè non sei all’altezza, non sei abbastanza meritevole, non hai abbastanza qualità morali e cose di questo tipo.
È un’offesa abbastanza grave.
Si usa anche il verbo “degnarsi” di fare qualcosa. Il verbo degnarsi, riferito a sé stessi, dunque, si usa quando si parla di comportamenti dignitosi. Non parliamo però stavolta di qualità morali in generale di una persona ma di un singolo comportamento, che potrebbe non essere “dignitoso”.
Ad esempio se scrivo un messaggio di auguri di Natale a Giovanni e lui non mi risponde, potrei pensare che Giovanni non è stato educato con me, ma posso anche dire che Giovanni non si è degnato di rispondere ai miei auguri.
Questo verbo quindi si usa per singoli comportamenti.
Solitamente si usa in frasi negative ma non sempre. Si tratta però sempre di rimproveri, di giudizi negativi.
Non ti sei degnato neanche di guardarmi mentre ti parlavo.
Sono tuo padre, dovresti degnarti di venire a trovarmi, ogni tanto. Non credi?
A volte si usa anche in modo leggermente diverso:
Maria non mi ha degnato di uno sguardo
Equivalente a:
Maria non si è degnata di guardarmi
Si tratta sempre di giudizi, ma dicendo però “non mi ha degnato” è come se io non fossi degno di essere guardato da lei. Io sono stato trattato da persona indegna, cioè non degno di essere guardato, come se non meritassi di essere guardato da Maria.
Insomma la dignità è sempre la protagonista della frase, una volta è la dignità di Maria, l’altra volta è la mia ad essere messa in discussione.
Ora voi potreste dirmi:
Per il rispetto verso il nome della rubrica dovresti degnarti di terminare questo episodio.
Ok, avete ragione, l’episodio finisce qui, solo il tempo di una frase di ripasso con Sofie dal Belgio.
Sofie: Ho un po’ di tempo libero e avrei voluto fare una bella telefonata con mia madre se non fosse che lei si sente sempre in dovere di darmi qualche buon consiglio. Così ho rinunciato.
Figlia mia, dice sempre, se stai da sola e hai due minuti devi fare di necessità virtù e dare un’occhiata al corso d’Italiano Semplicemente. Mamma, scusa ma non me la sento di sorbirmi i tuoi soliti discorsi. In fin dei conti hai anche ragione tu.
A inizio anno mi ero prefissa di ascoltare almeno un episodio dei due minuti al giorno e non vorrei venir meno alle mie buone intenzioni. Adesso mi ci metto, non fosse altro che per smarcarmi dal senso di colpa.
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Giovanni: voi stranieri sapete bene che il congiuntivo è difficile da utilizzare non è vero?
Sappiate che il congiuntivo molto spesso si utilizza anche in modi particolari, in alcune espressioni tipiche del linguaggio soprattutto parlato.
Qualche puntata fa abbiamo visto ad esempio “non fosse altro che” in cui si usa il congiuntivo del verbo essere: “fosse” (la terza persona singolare del congiuntivo imperfetto).
“Fosse” si usa anche in altre espressioni come ad esempio “se non fosse che“.
Oggi voglio spiegarvi proprio questo modo particolare di usare “fosse”. Si tratta di congiuntivo imperfetto.
Ebbene il congiuntivo imperfetto del, verbo essere “fosse”, si può usare per fare ironia.
Esempio:
La ragazza mi darebbe un bacio volentieri se non fosse che sono bruttissimo.
Avrei potuto dire: se non fossi bruttissimo la ragazza mi darebbe un bacio. Questa frase è correttissima ma non è ironica.
Si tratta di una modalità molto usata all’orale, un po’ meno allo scritto in quanto abbastanza colloquiale.
Tuttavia essendo un modo per fare ironia, per strappare un sorriso, questo fa sì che si usi anche allo scritto quando si espone un fatto o una opinione.
Ad esempio:
Il ministro ha detto che sul ponte di Messina bisogna andare piano con la macchina, altrimenti si fanno incidenti. Allora si potrebbe commentare questa notizia dicendo:
L’opinione del ministro è condivisibile, cioè il ministro ha ragione, se non fosse che il ponte di Messina non è stato costruito.
In questo modo si fa ironia sulla frase del ministro.
La frase è equivalente a:
Il ministro avrebbe ragione se il ponte di Messina fosse stato costruito.
Può capitare che la frase a volte sia non ironica, ma è più difficile.
Ad esempio potrei dire che:
Ho perso molti soldi per colpa della crisi e la cosa sarebbe molto preoccupante se non fosse che a molte altre persone è accaduto la stessa cosa.
In questo caso uso “se non fosse che” per cambiare il mio punto di vista.
Un altro esempio:
C’è un calciatore che ha guadagnato talmente tanto denaro che ha acquistato 3 ferrari, una maserati e una lamborghini. Bellissime auto, se non fosse che questo calciatore non ha la patente.
Vedete che c’è sempre un po’ l’effetto sorpresa ogni volta. È questo che rende spesso la frase ironica.
Si rappresentano ogni volta situazioni strane, bizzarre, paradossali. In questi casi è opportuno usare questa particolare espressione.
Un ultimo esempio:
Questo è un episodio che ha una durata di circa 5 minuti complessivamente. Niente di strano, se non fosse che fa parte di una rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano semplicemente”.
Allora è il momento di ripassare le espressioni passate. Le ripasserei volentieri tutte, se non fosse che si tratta di ben 285 episodi.
Sofie:
Oggi ho sentito una cosa strana. All’inizio pensavo fosse una fesseriao quantomenouna notizia priva di fondamento, ma… no! A quanto pare si parlava sul serio.
Adesso siamo nel pieno della fase tre ma tu, hai contezza della situazione? Alcune cose non sono come prima! Se vai in biblioteca e vedi una persona, un tuo amico che ha appenariconsegnato il libro che volevi leggere da tanto tempo potresti cogliere l’occasione al volo e chiedergli il libro per portartelo via a casa… Allora il bibliotecario potrebbe dire “Giù le mani!” Eh sì, all’insegnadelle misure anti Covid-19 anche un libro pur essendo un oggetto inanimato va in quarantena per 10 giorni dopo essere stato toccato dalla persona che l’ha preso in prestito precedentemente….
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Giuseppina: Qualche puntata fa abbiamo visto il termine defezione. Ebbene molto spesso nelle stesse circostanze si può usare “venir meno“, che esprime sempre una mancanza.
Si può usare venir meno ogni volta che ci aspettiamo qualcosa che poi però non accade. Questa è la regola generale.
È una modalità che si usa generalmente in ambienti di lavoro, ma la usano spesso anche i giornalisti. I ragazzi in genere non la usano.
Si usa in quattro modi diversi.
La prima modalità è quando muore qualcuno:
Franco è venuto meno
può significare che Franco è deceduto, ma generalmente in questi casi si usa dire che Franco è venuto a mancare.
Una frase tipica è “è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari” che può diventare “è venuto meno all’affetto dei suoi cari”.
Secondamodalità: Anche quando una persona perde i sensi, cioè quando sviene si può utilizzare venir meno:
Maria è venuta meno all’improvviso ed è caduta.
Anche in questo caso si può usare l’espressione “venire a mancare“.
Quindi Maria ha perso i sensi, magari ha avuto un calo di pressione.
Terzamodalità: Generalmente venir meno si usa quando una persona non rispetta un impegno preso in precedenza, ad esempio quando non mantiene una promessa.
Ad esempio se il tuo amico Giovanni ti promette:
Domani ti vengo a trovare, promesso!
Poi invece Giovanni non viene, quindi Giovanni viene meno alla sua promessa, viene meno alla sua parola, viene meno alla parola data.
In tali casi si usa anche questa espressione: venir meno alla parola data.
Giovanni, perché sei venuto meno alla tua promessa? Perché sei venuto meno al tuo impegno? Perché sei venuto meno alla tua parola?
Il che equivale a dire:
Perché non hai mantenuto la promessa? Perché non sei venuto? Perché non hai fatto ciò che avevi detto?
Analogamente riguardo ad un arbitro di calcio posso dire che:
L’arbitro non deve venir meno al suo ruolo di super partes, cioè non deve venir meno al suo ruolo di arbitro imparziale. L’arbitro non deve cioè favorire una delle due squadre.
La quartamodalità, anch’essa molto utilizzata, non si riferisce a impegni e responsabilità, ma semplicemente a qualcosa che doveva accadere e poi non accade più.
Se oggi sono interessato ad andare al ristorante e poi invece cambio idea, posso dire che il mio interesse è venuto meno.
Analogamente può venir meno la mia presenza ad un appuntamento per un inconveniente.
Oppure:
Con la diminuzione del contagio è venuta meno la necessità di costruire reparti speciali per i malati Covid.
Ora ripassiamo, non vorrei venir meno alle vostre aspettative:
Ulrike: Oggi tocca a me sfoderarealcune frasi di ripasso. Non è che voglia darmi importanza, per questo, tanto meno intendo fare la saputella. Ragion per cuise non ci sono problemi ho preparato qualcosina. Allo stesso tempo questo è utile per me, perché così tento di ovviareal solito problema della dimenticanza. Ormai siamo all’episodio 285: Buttate pure un occhio sull’elenco della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Paventoseriamente di andare in tilt per tutte le espressioni che mi ronzano per la testa e quasi ogni giorno Giovanni ne aggiunge un’altra. Non resta che rispolverarele puntate precedenti nel migliore dei modi, cioè usandole attivamente con qualche frase di ripasso. Appunto.
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Giovanni: Quando si vuole dire che una cosa è sufficiente per giustificare qualcosa (un’azione, un’opinione) si usa spesso un’espressione particolare:
Non fosse altro che…
A volte si mette anche l’apostrofo:
Non foss’altro che…
Vediamo qualche esempio:
Domani mi piacerebbe andare al cinema insieme a Giovanni e Carla, non fosse altro che per vedere se si amano veramente.
Probabilmente ci sono più motivi per andare al cinema, non solo quello, ma è sufficiente soddisfare questa curiosità, cioè vedere se c’è amore tra Giovanni e Carla.
Spesso poi si usa quando non si è proprio convinti di fare qualcosa, ma allo stesso tempo varrebbe la pena farlo solo per togliersi uno sfizio, una curiosità, non fosse altro che per quel motivo, anche se questo potrebbe portare conseguenze negative saremmo disposti a farlo lo stesso. Ad esempio:
Guarda, licenziarmi è l’ultima cosa che farei, il lavoro è molto importante per me, ma a volte penso: chissà che faccia farebbe il mio sgarbato direttore. Lo farei non fosse altro che per questo.
Quindi si usa in due modi principalmente: quando un motivo è sufficiente per fare o non fare qualcosa o quando si prova o si proverebbe molta soddisfazione a fare questa cosa.
Attenzione perché “non fosse altro che” è diverso da “non è altro che”.
Ad esempio:
Vorrei sapere il segreto che mi nascondi, non fosse altro che per soddisfare la mia curiosità
Vorrei sapere il segreto che mi nascondi. Non è altro che per soddisfare la mia curiosità.
Nel primo caso la soddisfazione della curiosità è sufficiente, ma potrebbero anche esserci altri motivi per cui si vuole conoscere il segreto.
Nel secondo caso (non è altro che) significa che è solo per quello, è solamente per soddisfare la curiosità. Non ci sono altre ragioni.
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Giovanni: ogni volta che vado a giocare a calcetto con i miei amici ci sono delle defezioni all’ultimo minuto e alla fine non si gioca mai.
Ci sono delle defezioni: cosa sono le defezioni? Avete già capito che è qualcosa di non positivo.
Ogni volta che c’è una defezione si parla di persone che dovevano esserci, dovevano essere presenti (ad una riunione, ad un appuntamento o altre occasioni) e alla fine non ci sono. In genere si parla di impegni presi da qualcuno, qualcosa su cui contavano altre persone, qualcosa di importante che prevedeva la presenza fisica in un luogo, come un campo di calcio: quando un giocatore diceva di venire a giocare e alla fine non viene più, ecco che c’è una defezione, c’è una persona che si è tirata indietro, c’è qualcuno che è venuto meno.
Agli allenamento della squadra di oggi ci sono state due defezioni: due calciatori che hanno avuto problemi di salute.
Molti stranieri avevano prenotato le vacanze in Italia ma poi ci sono state molte defezioni.
Vale a dire che molti stranieri hanno disdetto la vacanza prenotata: hanno telefonato e hanno detto: mi spiace ma non veniamo più.
Quando viene a mancare qualcuno, in qualunque occasione (tranne in caso di morte), è opportuno usare il termine defezione. Non si tratta di un termine usato da tutti, ma tutti gli italiani lo capiscono senza problemi.
I ragazzi non lo usano ad esempio, preferiscono parlare di “assenze“, un termine usato nella scuola.
Giovanni non viene più, Giovanni sarà assente. Giovanni mancherà.
Ma potete tranquillamente dire: abbiamo una defezione, c’è una defezione per la partita di oggi. Si tratta di Giovanni.
Si usa spesso anche in politica o in economia, e in tutti i campi dove spesso si parla di impegni e responsabilità:
Potremmo avere alcune defezioni per colpa del coronavirus.
Tra i professori ci potranno essere defezioni all’inizio dell’anno.
Quando si parla di defezioni spesso si utilizza un’espressione particolare che approfondiamo al prossimo episodio: “venir meno“.
Per ora ascoltiamo un bel ripasso da parte di Emma:
Emma: c’è chi pensa che di fronte agli accadimenti derivanti dal coronavirus, il governo giallo – rosso purtroppo è venuto meno alle aspettative, il che ci ha preso alla sprovvista parecchio. Con situazioni inedite, ci vogliono delle capacità specifiche per fare ripartire l’economia, sia per il bene delle imprese sia per quello dei cittadini.
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Molti. Oggi ne vediamo uno che esprime un forte no, un forte dissenso, direi anche fortissimo.
L’espressione è “neanche per sogno“.
La parola neanche credo la conosciate tutti: è formato da né e da anche, che insieme diventano “neanche“, che si usa come neppure e nemmeno.
In effetti l’espressione di oggi “neanche per sogno” può diventare “neppure per sogno” o “nemmeno per sogno” con lo stesso identico significato.
Quando si usa questa espressione?
Si usa quando voglio dire no, e aggiungiamo che è un forte no, è un no che ci sarebbe anche se le cose sarebbero più gravi, ben peggiori di come sono. Oppure quando sono semplicemente molto convinto.
Il “sogno” rappresenta i nostri pensieri notturni. A volte i sogni rappresentano i nostri desideri, le nostre maggiori speranze, ciò che desideriamo, ma in questo caso si parla di un modo creativo di esprimere un assoluto dissenso.
Neanche per sogno significa:
assolutamente no!
Potremmo anche dire dire:
Non ci penso neanche!
Ma che scherzi?
O semplicemente: assolutamente no!
Ad esempio: ti piacerebbe morire?
Risposta: neanche per sogno!
Potrei anche dire:
Non me lo sogno neanche! Non ci penso nemmeno!
Vogliamo andare al mare?
Nemmeno per sogno! Non me lo sogno neanche di uscire con questo caldo!
Ovviamente è una espressione informale che si usa solo all’orale. Se volete essere eleganti o state scrivendo una comunicazione di lavoro un forte dissenso può essere espresso con:
Questa cosa non ci interessa minimamente!
Non è assolutamente il caso.
La prego, non insista!
Non ho il minimo dubbio in merito!
e l’ultimo modo è:
Neanche per idea
Nemmeno per idea, neanche per idea, neppure per idea: l’idea al posto del sogno. Il senso non cambia.
Ora ripassiamo un’espressione precedente con Emma:
Emma: Gianni non ha lasciato nulla diintentato per rendere la conversazione più motivata via Zoom con i membri di Italiano semplicemente. Oltretutto, in fatto di episodi nuovi suggeriti dai membri, ne abbiamo discusso veramente durante la Video chat, e così non è venuto meno alla sua promessa.
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Ecco, state per sorbirvi altri due minuti con Italiano Semplicemente. No, per carità, speriamo non sia così, lo spero… poi se fosse così non stareste ascoltando questo nuovo episodio. Sorbire è il verbo che non avete capito.
Io sorbisco, tu sorbisci, lui sorbisce, noi sorbiamo, voi sorbite, loro sorbiscono.
Si parla ancora una volta di sopportazione e di pazienza, argomento di cui abbiamo parlato anche negli ultimi episodi. Infatti sorbire significa proprio sopportare, ma veramente questo è il suo senso figurato.
Infatti sorbire in realtà significa bere lentamente, bere a piccoli sorsi una bevanda, assaporandola, gustandola, sorseggiandola, cioè un sorso alla volta, un po’ alla volta.
Ma questo sorseggiare, questo bere lentamente, poco di frequente si esprime attraverso l’uso di sorbire. A volte si fa ma non così spesso. Comunque nulla vi vieta di venire in Italia per sorbirvi un buon caffè.
Scherzi a parte, il verbo sorbire si usa quasi sempre quando c’è qualcosa di molto noioso che noi sopportiamo, quando facciamo contro voglia qualcosa. Tutte le cose noiose che siamo più o meno costretti a sopportare si sorbiscono.
Notate come somiglia anche al verbo assorbire. Una spugna assorbe acqua ad esempio. L’acqua entra lentamente nella spugna che si riempe di acqua. Tutti i tessuti in fondo hanno un potere assorbente. Ma, pensate, un po’, l’origine di assorbire è la stessa di sorbire, derivano dalla stessa parola latina.
Ma cosa si può sorbire? Quando si usa sorbire?
Sarà costretto a sorbirmi una riunione in ufficio domani
Evidentemente la riunione sarà molto noiosa. Ho detto “sorbirmi” una riunione, infatti spesso si usa la modalità riflessiva, per sottolineare che sarò io quello che sorbirà la riunione, sono io che dovrò sopportarla. Me la devo sorbire io! Che noia!
un alytro esempio:
Ho dovuto sorbire tante umiliazioni nella mia vita per via del mio cognome
Anche le umiliazioni si sorbiscono infatti. Non possiamo sempre reagire in fondo. E in effetti quando sorbiamo qualcosa la sopportiamo senza reagire. E’ il concetto stesso di pazienza e sopportazione.
Adesso che mi hai invitato a cena dovrai sorbirti le mie chiacchiere
Ci siamo dovuti sorbire 3 ore di lezioni di matematica oggi!!!
Sapete che quando si parla si sorbire qualcosa di noioso spesso si usa anche sciroppare.
Sciroppare viene da sciroppo, nome spesso usato per le medicine che si bevono col cucchiaio… lo sciroppo bisogna berlo per forza, ed allora occorre rassegnazione, pazienza. La mamma ha detto di bere questo sciroppo? Allora bisogna sciropparselo senza fiatare! Un po’ più informale rispetto a sorbirsi ma ha lo stesso significato e si usa sempre in modo figurato.
Sarà capitato anche a voi che vi siete dovuti sciroppare tutta la serata le chiacchiere di una persona molto noiosa…
Ora ripassiamo qualche espressione passata e nel frattempo potete sorbirvi un bel “sorbetto” al limone:
Carmen: Se il prossimo episodio durerà ancora così tanto prendo e mando una bella mail di protesta Giovanni! Rauno: dai, non mi dire che non sei disposta a lasciar correre! Hartmut: Non è che sei nervosa per altri motivi? Mariana: Non hai che da dirlo in questo caso, siamo tutti tuoi amici
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: non so perché ma è da un po’ di tempo che parliamo di pazienza e di impazienza. Anche quello di oggi è un episodio che si inserisce in questa scia, infatti parliamo dell’espressione “prendere e…” fare qualcosa.
Difficile dare un nome a questa espressione. In realtà si tratta solo di un modo particolare di usare il verbo prendere.
Prendere in genere si usa con gli oggetti: prendere una mela, prendere un coltello, ovviamente si prende con le mani.
Ma si usa anche con le strade: prendere la strada a destra (cioè girare a destra) prendere l’autostrada, prendere la macchina.
In realtà però anche le decisioni si prendono. Ecco allora a questo proposito, quando prendiamo una decisione, se questa decisione si esplicita immediatamente in un’azione, se appena la prendiamo, appena ci pensiamo, subito agiamo di conseguenza, senza pensarci, di solito si tratta di decisioni impulsive, prese di getto, prese all’improvviso, magari perché eravamo stanchi e non ce la facevamo più. In genere però quando si prende una decisione non si agisce subito, semplicemente abbiamo deciso. Non siamo più indecisi.
Alcune volte la decisione si prende perché la pazienza è finita. Abbiamo visto che se siamo pazienti possiamo lasciar correre, possiamo usare questa espressione particolare.
Invece quando non riusciamo più a lasciar correre, quando non possiamo più sopportare, possiamo usare l’espressione “passi che“, e quando usiamo questa espressione stiamo spiegando quanto siamo stati pazienti a sopportare tante cose prima di decidere che poteva bastare.
Allora, nella stessa situazione, se impulsivamente decidiamo di agire per interrompere qualcosa di fastidioso possiamo dire che prendiamo e agiamo, prendiamo e facciamo qualcosa.
Questo vuol dire che subito agiamo.
Vediamo con qualche esempio:
Non ce la facevo più a sopportare quella noiosa riunione, allora ho preso e me ne sono andato.
Un modo curioso di usare il verbo prendere vero?
All’inizio ho pensato a due motivi per cui usiamo il verbo prendere. Innanzitutto abbiamo appena preso una decisione. Il secondo motivo è che è come se noi prendessimo materialmente le cose che abbiamo con noi e le portassimo via con noi; con questo gesto esprimiamo chiaramente la volontà di andar via e non tornare più.
È come dire:
Ho perso le mie cose e me ne sono andato.
Ma questa seconda spiegazione in realtà è qualcosa a cui ho pensato inizialmente. Poi ho riflettuto meglio e ho pensato che posso anche trovarmi in situazioni diverse: non sempre me ne sto andando da un luogo.
Posso dire ad esempio che se sono con una ragazza:
Eravamo al primo appuntamento, io sono un ragazzo timido ma poi ho preso e l’ho baciata
Voglio così dire che ho preso una decisione all’improvviso. Non c’era niente da “prendere” materialmente, solo la decisione. Poi anche la pazienza in questo caso c’entra poco in realtà.
Insomma l’unica cosa che conta in realtà è che si tratta di una decisioneimprovvisa. Si, a volte si perde la pazienza, ma altre volte si vuole esprimere la fine di una indecisione. E un’azione immediata.
A volte non sai che fare, non sai qual è la cosa giusta da fare ma poi ti stanchi di questo stato di incertezza e allora prendi e decidi di fare qualcosa.
Ieri sai cosa ho fatto? Ho preso e ho smesso di fumare. Era un anno che ci pensavo.
Mi piacciono troppo quelle scarpe italiane. È vero, sono molto costose, ma se domani avrò il coraggio prendo e me le compro.
Ok, credo di essermi spiegato bene. Ora prima che prendiate e interrompiate l’ascolto, vi faccio ascoltare una frase di ripasso, in modo da non dimenticare le espressioni che abbiamo già spiegato. Se avete dei dubbi sul senso di qualche frase che ascolterete potete tornare sull’episodio in questione e tutto sarà più chiaro.
Ulrike: Ciao amici, spero che non mi dica male oggi e troverò alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente in vena per un ripasso di gruppo.
Sofie: un ripasso a voce dici? Beh…non me la sento proprio. Non è che non abbia voglia di partecipare, penso però di dover destreggiarsi meglio con la lingue italiana prima di cominciare a parlare.
Carmen: Io ho lo stesso problema. Se provo a parlare, ogni due per tre mi sento sguarnita delle parole adatte. Poi anche la mia conoscenza della grammatica è scarsa.
Lejla: Maddai ragazzi/e, ho sentore che si tratti di pretesti. Paventate una figuraccia? È solo un problema psicologico.
Mariana: Giusto, e a maggior ragione dovremmo parlare. Anch’io quando c’era occasione di parlare, spesso mi davo alla fuga. Ora però a ragion vedutaraccolgo sempre provocazioni di questo tipo e mi butto.
Emma: Pure io. Una voltarotti gli indugi mi sono accorto/a che man mano la paura sparisce. Superare questa inutile timidezza è stata una vera svolta nel mio apprendimento della lingua italiana.
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Giovanni: ecco un altro episodio che ha a che fare con la pazienza. Abbiamo visto “lasciar correre” nell’ultimo episodio, e oggi vediamo un’espressione particolare che si usa quando la pazienza sta finendo, o che si è già avuta abbastanza pazienza, quando si è sopportato molto, troppo, e adesso basta. Adesso non vogliamo sopportare più, adesso la pazienza è finita.
Vi faccio un esempio. Ammettiamo che un ragazzo di nome Marco stia seguendo una lezione di italiano a scuola, ma è arrivato tardi alla lezione, poi non è attento durante la lezione e ad un certo punto il ragazzo si addormenta sul banco.
A questo punto il professore, che non può sopportare tutte queste cose accadute, dice:
Adesso basta Marco. Passi che arrivi tardi alla lezione, passi pure che non stai molto attento quando io spiego. Ma se ti addormenti addirittura durante la lezione, questo è troppo!
In questo esempio il professore pronuncia due volte “passi che”.
Utilizza il verbo passare al congiuntivo.
“Passi che” significa “sono disposto a lasciar correre su questo”.
Perché si usa il verbo passare? Passare indica movimento, proprio come correre. Pensate a quando qualcuno vi chiede il permesso di passare prima di voi, ad esempio in strada, o al supermercato. Voi se siete gentili dite: prego, passi pure, avanti. State dando del lei. Lei passi, passi pure. Passi pure prima di me. State concedendo un permesso perché siete gentili.
Allo stesso modo, quando sopportate qualcosa che non vi piace, voi, se siete pazienti e gentili, sopportate e lasciate correre, cioè lasciate passare questa cosa senza protestare.
Dire “passi che” seguito da qualcosa che mi ha dato fastidio, equivale a dire pertanto: “sono disposto a sopportare questa cosa fastidiosa: “che questa cosa passi”.
Però questa espressione si usa quando si sono sopportate troppe cose, si sono lasciate passare troppe cose, si è lasciato correre su troppe cose. Prima si dicono tutte le cose che si sono sopportare, e alla fine però si dice che ora basta, perché è accaduto qualcosa sulla quale non si può più transigere, non si più sopportare, non si può più lasciar correre.
Quindi rivediamo la frase:
Adesso basta Marco. Passi che arrivi tardi alla lezione, passi pure che non stai molto attento quando io spiego. Ma se ti addormenti addirittura durante la lezione, questo è troppo!
Il professore vuol dire che è disposto a sopportare il ritardo, ed anche che non sta attento durante la lezione, ma non può sopportare che si addormenti durante la lezione.
Si solito si è sempre arrabbiati quando si usa questa espressione o quantomeno irritati.
Vediamo un altro esempio.
Una donna è arrabbiata col marito:
Passi che non ti ricordi del mio compleanno. Passi pure che neanche mi saluti più quando esci di casa. Però non riesco a sopportare che pretendi anche di trovare il pranzo e la cena pronti tutti i giorni.
E voi potreste dirmi: Giovanni, la tua rubrica si chiama due minuti con italiano semplicemente. Ora, noi studenti siamo molto pazienti, e passiche un episodio duri tre minuti, non ci sono problemi. Passi pure che ce ne sia qualcuno della durata di 5 o 6 minuti, ma che tu Giovanni, ogni volta, fai episodi molto lunghi più di due minuti, questo non è giusto.
Avete ragione ragazzi. Allora vi lascio alla frase di ripasso.
Sarò conciso: non è che mi dispiaccia se quest’estate non potrò andare al mare; a me infatti piace molto di più la montagna. Il problema è che a ragion vedutaavrei prenotato prima. Ora c’è il rischio che non troverò più posto neanche nelle località più in.
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Giovanni: siete dei tipi tolleranti, pazienti, oppure siete assolutamente intransigenti?
Se siete tolleranti, se cioè vi capita spesso di tollerare dei comportamenti di altre persone, se cioè sopportate pazientemente, se siete persone predisposte alla pazienza e al perdono, ebbene, vi capiterà altrettanto spesso di lasciar correre.
Se invece non avete molta pazienza probabilmente non lasciate mai correre di fronte a qualcosa che non vi piace.
Questo accade quando c’è qualcosa che non va, qualcosa di negativo, spesso per colpa di una persona, del suo comportamento, e voi anziché arrabbiarvi o rimproverare questa persona, fate finta di non vedere questa cosa negativa che è accaduta. Preferite lasciar correre, cioè far finta di niente.
Si può usare anche quando si invita a stare tranquilli, per non innervosirsi o per non farsi coinvolgere troppo.
Vediamo qualche esempio
I miei studenti hanno fatto molti errori di pronuncia durante il colloquio ma in quell’occasione ho preferito lasciar correre per non farli emozionare.
Mio figlio ha alzato la voce con me, e non potevo lasciar correre. L’ho messo subito in punizione.
Dopo che l’intervento del presidente è stato contestato, lui non ha lasciato correre ed ha insultato tutti i suoi contestatori.
“Vivi e lascia vivere” è un noto proverbio italiano. Il suo significato è che non bisogna interferire, ma invece occorre lasciar correre e girare la testa dall’altra parte se il proprio desiderio è vivere tranquilli.
Un’espressione informale, usata da tutti, sia come invito:
lascia correre, non ti arrabbiare, non dar retta a queste persone
Sia se parliamo di noi stessi:
Se avessi lasciato correre non mi troverei in questa situazione
Siamo stati insultati ma noi abbiamo lasciato correre.
Potete usarla quando volete in occasioni informali.
Più formalmente anziché dire “lascia correre” potreste dire “non si preoccupi” (dando del lei) “sia paziente” oppure usare il verbo transigere e essere transigenti:
Non posso transigere di fronte a questi comportamenti!
Che equivale a dire:
Non posso lasciar correre di fronte a questi comportamenti.
Perché si sua correre?
Sta a indicare semplicemente che non ci si deve fermare a commentare, a riflettere, a discutere.
Ora ripassiamo qualche espressione precedentemente imparata su questa rubrica.
Ascoltiamo Sofie e sua figlia dal Belgio. Sofie è membro del’associazione Italiano Semplicemente.
– Ciao mamma , come mai sei già sveglia a quest’ora? Non ti pensavo cosi mattiniera! Ci sta qualcosa che non ti torna?
– Ciao Emma, hai proprio ragione. Oggi non mi gira bene. Ho passato una notte in bianco.
– Come mai? C’è qualcosa che ti ronza per la testa?
– Ieri, dopo 2 mesi di lavoro a distanza sono tornata in ufficio e li mi sono beccata insulti a destra e a manca.
– Non capisco proprio. Hai sempre dato anima e corpo al tuo lavoro.
– È vero. Ma devo ammettere che lo smart-working non è stato alla mia portata e negli ultimi tempi ho sgarrato un po’. Cosi sono finita nel mirino dei miei giovani colleghi.
– Ma lascia correre e abbi un po’ di pazienza. Gliela farai pagare a tempo debito.
– Eh si, la vendetta è un piatto che va servito freddo!
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Non è che avete due minuti liberi? Oggi vediamo una locuzione che vi piacerà.
Si tratta di qualcosa che non troverete da nessuna altra parte su internet perché è anche difficile da ricercare.
“Non è che“: questa è la locuzione in questione che ha tanti utilizzi non molto simili tra loro.
C’è una negazione: non.
Questa negazione a volte è una vera negazione, altre volte invece non è proprio così.
Vediamo bene. Una mamma dice al proprio figlio:
Non è che io ti devo dire ogni volta che ti devi alzare presto. Pensaci da solo.
In questo caso la mamma sta enfatizzando il suo pensiero, sta sottolineando la sua volontà. Certo, avrebbe potuto dire più semplicemente:
Io non devo dirti ogni volta che devi alzarti presto. Devi pensarci da solo.
Però nel primo modo, con la frase al negativo sta sottolineando ciò che non vuole che accada. È una modalità colloquiale comunque.
Vediamo un secondo modo.
Se io dico:
Non è che io voglia vantarmi, ma sono il presidente dell’associazione italiano semplicemente.
Questo è sempre un modo informale per negare qualcosa, ma in questo caso è come se volessimo aggiungere qualcosa. In questo caso è come se mi stessi giustificando: nego una affermazione e poi aggiungo qualcosa.
Ci sono mille altri esempi di questo tipo:
Non è che mi stai antipatico, ma a volte sei un po’ maleducato e questo mi dà fastidio.
Non è che a me piaccia sgridarti, ma sei sempre disordinato con le tue cose.
Non è che voglia sembrare ripetitivo, ma se non ascolti e non parli, non imparerai mai la lingua italiana.
Sono tutti esempi analoghi. Si può usare anche il congiuntivo come avete visto.
Vediamo un terzo caso. Abbiamo un sospetto, pensiamo qualcosa, abbiamo un’idea, ma non siamo sicuri.
Maria sembra ingrassata. Non è che è incinta?
Chissà perché Giovanni non ha avvisato che non veniva al lavoro! Non è che ha finito il credito telefonico e non ha potuto avvisare?
In questi casi quindi si tratta di ipotesi non verificate, di supposizioni, e sono poste sotto forma di domanda, come a voler cercare un riscontro, come a dire: che ne dici? Sarebbe possibile?
Vediamo un quarto caso:
Non è che avresti da accendere per favore?
Questa domanda, molto usata dai ragazzi, è un tentativo di usare una forma di cortesia quando si vuole fumare una sigaretta ma non si è provvisti di accendino. Allora si chiede ad altre persone.
Si può anche chiedere:
Hai da accendere?
Avresti da accendere?
Stesso significato.
Posso fare altri esempi simili.
Non è che passi in ufficio dopo? Ho dimenticato la giacca. Se passi puoi prendermela per favore?
Non è che potresti farmi un favore?
Non è che potresti darmi un passaggio?
Anche in questo caso un modo colloquiale per chiedere un favore, o anche fare una semplice domanda, ma capite che la forma negativa non serve a negare qualcosa, ma è solo un modo di essere gentili, come a non voler dare per scontato, per certo, che il favore venga fatto. Una forma di cortesia. Spesso si usa aggiungere “per caso”:
Non è che per caso hai/avresti da accendere?
Non è che per caso hai visto Giovanni?
Posso togliere “per caso” e non succede niente.
Ultimo caso: si usa per chiedere che qualcosa di negativo non sia vero:
Non è che hai lasciato la luce accesa prima di uscire vero? Spero proprio di no!
Non è che non hai finito i compiti?
Non è che mi stai dicendo una bugia?
In questi casi “non è che” equivale a “non vorrei che“, ma mentre la seconda forma richiede in genere l’uso del congiuntivo, la prima richiede sempre l’indicativo.
Non è che avreste un altro minuto da dedicare al ripasso? Non è che siete stanchi?
Sofie: Stanotte ho sognato che prendevo botte a destra e a manca da 10 ragazzi. Ma anche io sono riuscito a dare un calcio. Carmen: Una magra consolazione però. Ulrike: ma perché ti hanno picchiato? Sofie: Volevano picchiare mio figlio e io ho detto: giù le mani! Carmen: Certo, 10 contro 1 non c’era la più remota possibilità di farcela. Ulrike: Infatti, meno male che era un sogno. Sofie: Comunque, laddove mi accadesse veramente, mi vendicherei a tempo debito. Carmen: È risaputo che sei un tipo vendicativo Ulrike: Infatti. Io mi sarei dato alla fuga. Tu invece non sei un tipo che lascia correre.
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Emanuele: sapete qual è l’opposto di destra? Certo, è la sinistra!
Questo è chiaro per tutti, esiste ad esempio la mano destra e la mano sinistra.
A proposito, ognuno di noi, o quasi, ha una preferenza nell’uso della mano destra o della sinistra. Lo stesso vale per i piedi. Chi usa la mano destra con maggiore disinvoltura si dice che è destro (destra al femminile).
Io ad esempio sono destro.
Chi invece preferisce usare la mano o il piede sinistro si dice che è… “mancino” . Non si usa dire “io sono sinistro”.
Poi chi sa usarle entrambe indifferentemente si dice “ambidestro“.
La preferenza per la sinistra dunque si esprime col termine “mancino” o “mancina“.
Maradona è stato un calciatore mancino ad esempio perché il piede sinistro era il suo preferito.
Ma perché mancino? Abbiamo già visto insieme in questa rubrica il senso di “tirare un tiro mancino” . Il termine ha vari significati infatti.
Oggi però vorrei parlarvi dell’origine di “mancino”, che viene da “manca”.
C’è una simpatica locuzione italiana che recita così “a destra e a manca” che letteralmente vuol dire “a destra e a sinistra”. Manca quindi sarebbe “sinistra” (al femminile) intesa come contrapposta alla destra. Non ha niente a che vedere col verbo mancare.
Questa locuzione si usa prevalentemente in alcune occasioni.
Ad esempio:
Non riesco a guidare bene quando ci sono macchine che sfrecciano a destra e a manca.
Il senso è che ci sono molte macchine, cioè automobili, che corrono veloci (cioè sfrecciano) dappertutto, ovunque, e questo mi rende difficile la guida, forse per agitazione, per paura.
Oppure:
Sono stato malmenato da un gruppo di ragazzi; erano tanti e non riuscivo a difendermi: arrivavano calci e pugni a destra e a manca.
Quindi ovunque arrivavano colpi, da tutte le direzioni.
Spesso si usa la stessa espressione per rappresentare uno stato di confusione.
Se bevo alcool e sono ubriaco inizio a barcollare a destra e a manca.
Non c’è la volontà di andare in una direzione precisa.
Si, potremmo sempre dire “a destra e a sinistra” ma in questi casi si usa maggiormente il termine “manca” che si usa sempre o quasi sempre nella stessa frase insieme alla destra.
Se inizio a colpire una persona a destra e a manca, la colpisco un po’ alla cieca, senza badare a dove la colpisco, come se fossi cieco, cioè non vedente.
Anche il termine “destra“, in tutti questi casi si può sostituire con un altro termine: “dritta“, però è un po’ meno utilizzato.
In questo caso la frase diventa: “adritta e a manca“.
Ora ripassiamo con Sofie ed André.
– Ciao Andre, che stai facendo?
– Sono appena riuscito a ritagliarmi del tempo per ascoltare qualche episodio di due minuti con italiano semplicemente.
– Caspita! Ti sei smarcato dal tuo capo ufficio che ti stava incalzando?
– No, siamo tutti chiusi in casa a causa dell’emergenza covid 19. A volte questa chiusura è un tormento ma faccio di necessità virtù e rispolvero il mio vocabolario italiano. Così quando mi troverò a tu per tu con Gianni non mi sentirò più sguarnito di espressioni.
– Andre, secondo me è una magraconsolazione questa tua rispolverata. Vai a capire quando verrà consentito l’ingresso nel Belpaese agli stranieri…
– Mi sembra che di Maio abbia detto che sarà possibile a partire dal 3 giugno.
– Il 3 giugno è possibile solo per i paesi membri dell’Unione europea, quindi se vuoi incontrare dal vivo un italiano doc nei prossimi giorni, staifresco!
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Giuseppina: oggi sarò breve e concisa e riuscirò a stare nei due minuti previsti. Promesso.
Essere concisi, questo è l’oggetto dei due minuti di oggi, significa essere sintetici, significa che si sta dicendo qualcosa (un discorso) o si sta scrivendo qualcosa (un libro, un articolo di giornale) e nel fare questo non si usano molte parole, almeno non più di quanto sarebbe necessario. Equivale a essere brevi; quasi lo stesso significato.
Ma concisi è più formale come termine e se vogliamo essere precisi, conciso è non solo breve, ma anche completo ed efficace. Non ci sono cose non dette o non scritte. Il discorso è completo e chiaro, efficace. In una parola: conciso.
Un’altra differenza rispetto a “breve” è che conciso si può o usare anche per indicare lo stile di uno scrittore o di un giornalista, cioè il modo di scrivere: uno scrittore dallo stile conciso. Un giornalista conciso.
Si potrebbe anche dire uno stile o un discorso essenziale, efficace, asciutto. Non c’è niente di più di quanto è necessario.
Ora ripassiamo.
Carmen (Germania 🇩🇪): Vi risulta facile uscire dalla vostra “zona di conforto” oppure no? Può darsi che a volte risulti difficile, e la fifaabbia la meglio. Probabilmente ci si sente assai insicuri o si ha paura di sbagliare o si temono le difficoltà da affrontare e gli sforzi da fare. Però vale sempre la pena rischiare e osare. Eccome se ne vale la pena! Sia che vada bene o che si fallisca si è fatta un’esperienza da cui imparare. In ogni caso si perdono un sacco di opportunità qualora si eviti di correre dei rischi. Ogni lasciata è persa. Vedrete che col tempo si impara a destreggiarsi sempre meglio, sebbene all’inizio lapaurafaccianovanta!
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Giovanni: sapete cos’è una consolazione? Quando siete tristi, quando accade qualcosa di negativo, qualcosa di brutto, o quando subite una sconfitta, anche sportiva, cosa potrebbe farvi tornare felici?
Ci vuole una bella notizia, qualcosa di positivo per farvi tornare il sorriso.
Non sempre questo accade, comunque ci può essere qualcosa che allevia la vostra tristezza, qualcosa che fa diminuire il vostro sentimento negativo, qualcosa che vi conforta, che fa parzialmente migliorare il vostro stato d’animo. Queste cose si chiamano consolazioni.
In questi casi molto spesso si usano avverbi come “almeno” o “perlomeno” o “menomale” per indicare un lato positivo della faccenda, un aspetto della storia che migliora un po’ la situazione.
Tipo:
Purtroppo la macchina si è rotta. Peccato perché volevo andare al mare. Meno male che piove.
Sono stato bocciato all’esame di italiano ma almeno ho detto al mio professore cosa penso di lui!
Ecco, queste consolazioni, quando non ci soddisfano per niente, quando sono insufficienti, si possono chiamare “magre consolazioni” che è come dire “piccole consolazioni”
Una magra consolazione è pertanto una consolazione che non ci appaga, una consolazione non appagante, una consolazione che non è per niente sufficiente a darci conforto e tirarci su il morale.
ad esempio:
Abbiamo perso ma ho fatto un bel gol. Una magra consolazione comunque.
Lo so, prima o poi dovrò morire. Ma tutti dobbiamo morire prima o poi. Anche questa è una magra consolazione…
Si usa questo aggettivo “magra” che solitamente si usa per indicare la magrezza delle persone, riferita quindi all’aspetto fisico: magra è il contrario di grassa.
A proposito, il ripasso di oggi verte proprio su questo argomento. Ascoltiamo Mariana dal Brasile che ha usato alcune delle più recenti espressioni spiegate in questa rubrica che, ve lo ricordo, si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente“.
Mariana: Il mio ripasso vertesulla cura del mio corpo durante l’emergenza coronavirus. Stando a casa, ho avuto più tempo a disposizione così avrei dovuto fare di necessità virtù e fare esercizi quotidiani per prendermi cura del mio corpo. Però non sono mai statain vena di esercizi e sono ingrassata un po’.
Se esiste una remota possibilità(speriamo sia solo remota) che questa emergenza possa ripetersi, a ragion veduta stavolta sarà diverso.
Ulrike: so che è una magra consolazione Mariana, ma molte altre donne hanno preso qualche chilo durante l’emergenza
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Probabilmente, non dico sicuramente, avete ascoltato almeno una volta un italiano la frase “fare di necessità virtù“.
Cosa significa?
Intanto vi dico subito che si usa moltissimo in tutta l’Italia.
Il motivo per cui si usa così tanto risiede nel fatto che è una frase positiva, ottimistica. Infatti contiene la parola virtù, che indica i punti di forza, i pregi, i lati positivi, le doti.
Solitamente si parla delle virtù come il contrario del vizio, o anche il contrario dei difetti- Le virtù sono come i pregi, ma il pregio è più adatto per la singola persona, per indicare i suoi lati positivi, mentre la virtù è un concetto più alto, più nobile.
Le necessità invece sono i bisogni, le esigenze.
Avere una necessità quindi è avere un bisogno, ma è un po’ diverso perché le necessità sono più spesso legate agli obiettivi da raggiungere e quindi agli sforzi da fare per poterli raggiungere, a ciò che è necessario fare per raggiungerli. Un peso insomma, un’incombenza, qualcosa che non si può evitare.
I bisogni invece sono più legati all’esistenza. Spesso comunque si possono usare allo stesso modo.
Allora, fare di necessità virtù significa trasformare una necessità in una virtù.
È una espressione ottimistica perché noi non abbiamo voglia di fare ciò che è necessario fare, ma quando lo facciamo poi spesso impariamo qualcosa, e acquistiamo una virtù che prima non avevamo.
Questo ci spinge, ci esorta a svolgere bene queste attività perché ci sarà una ricompensa alla fine.
Ad esempio:
La quarantena ha costretto gli italiani a lavorare da casa e gli studenti italiani a seguire le lezioni scolastiche da casa. Ma adesso abbiamo tutti imparato qualcosa. Da oggi la scuola e il lavoro in Italia sono cambiati. Possiamo dire che abbiamo tutti fatto di necessità virtù.
Ripeti dopo di me:
Io faccio di necessità virtù
Tu devi fare di necessità virtù
Lui doveva fare di necessità virtù
Noi avremmo dovuto fare di necessità virtù
Voi non avete fatto di necessità virtù
Loro hanno fatto di necessità virtù.
Ora ripassiamo. Franco (Perù): Ciao a tutti, anche in Perù c’è l’emergenza coronavirus e siamo preoccupati che il contagio si estenda alla foresta, perché molti contagiati si stanno spostando da Lima alla volta delle località interne d’origine. Non è una preoccupazione priva di fondamento.
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Cosa succede quando alziamo e quando abbassiamo le mani?
Avete mai visto film western? In questo genere di film si usano molto le pistole, e capita di sentire frasi come:
Su le mani!
Alzate le mani!
In alto le mani!
Mani in alto!
Questo accade quando una persona ha una pistola e la punta contro un’altra persona, intimandole di alzare le mani.
Anche nel caso di rapine, il rapinatore punta la pistola e chiedere di alzare le mani!
Mani in alto!
Questa è la formula più utilizzata dai rapinatori.
La usano anche i DJ in discoteca, quando incitano tutti i ragazzi a alzare le mani come segno di divertimento.
Su le mani!!!
In questo caso si usa solo questa formula.
Ma le mani possono anche essere abbassate:
Giù le mani!
Sapete che giù è l’opposto di su, e abbassare è l’opposto di alzare.
“Giù le mani” però è un’espressione idiomatica, che si utilizza quando qualcuno si vuole impadronire di una cosa che ci appartiene. Quando vuole prendere una cosa nostra.
Quindi con questa espressione non si sta dicendo necessariamente al nostro interlocutore di abbassare fisicamente le mani, ma si sta invitando, in un modo alquanto brusco e deciso, a non prendersi qualcosa che non gli appartiene.
Se sono a pranzo con mio fratello e lui sta per prendere qualcosa dal mio piatto, per fermarlo posso dirgli:
Fermo! Giù le mani dal mio cibo!
é importante usare da, dal, eccetera.
Giù le mani dalla mia pasta
Giù le mani dai miei carciofi!
Cioè: non toccare la mia pasta, non prendere i miei carciofi! Non ti appartengono, non è roba tua!
In senso meno materiale posso ugualmente usare questa espressione:
Se il mio direttore vuole abbassare il mio stipendio, posso dirgli:
Giù le mani dal mio stipendio!
Si usa molto anche come slogan, quindi è una frase usata in politica molto spesso e anche sui giornali. È come dire:
Questo non si tocca, lasciate stare questo perché è prezioso per me.
Per difendere le pensioni, ad esempio, si può dire:
Giù le mani dalle pensioni di anzianità!
Se il governo vuole fare una legge per mettere una tassa sui biglietti del cinema, chi non è d’accordo può dire:
Giù le mani dal cinema!
Poi mi viene 8n mente che azare le mani ha altri due significati.
Il primo è picchiare, fare del male a qualcuno attraverso schiaffi, pugni o anche con dei calci.
Ci sono uomini che alzano le mani con le donne, ad esempio, cioè le picchiano, e spesso le uccidono anche.
Le persone tranquille invece, pacate, calme, non alzano mai le mani con nessuno.
Quando in una discussione una persona inizia a usare le mani perché le parole non gli bastano più, allora l’altra esclama:
Non alzare le mani!
Se alzi le mani ti denuncio!
Una occasione ancora diversa per alzare le mani è per dimostrare che è inutile andare avanti, proseguire, in qualcosa. Meglio non insistere.
Quando una situazione è tale che secondo me qualsiasi mia azione sarebbe inutile posso dire:
A questo punto io alzo le mani!
Le mani alzate rappresentano una resa, un arrendersi a qualcosa che non ha rimedio.
Se un calciatore vuole lasciare una squadra anche se gli viene offerta qualsiasi cifra, a questo punto meglio alzare le mani. Inutile insistere, non c’è niente da fare.
Se poi c’è anche sconforto, sorpresa e delusione, allora diciamo:
Mi cadono le braccia!
Questa volta sono le braccia a andare giù. Però si usa il verbo cadere.
Sono dieci volte che ti spiego questa cosa semplicissima e tu ancora non hai capito. Mi fai cadere le braccia!
Questa è una delusione, una forte delusione, ma anche una resa. Anche qui è inutile insistere. Le braccia però è come se cadessero da sole, tanta è l’inutilità dei propri sforzi.
Ora ripassiamo e Carmen ci aiuterà perché ha preparato una bella frase ricca di espressioni:
Carmen:
L’inizio dell’anno nuovo e i propositi sono un binomio inscindibile. Ma avete presente il motivo per cui i propositi, cheso, dieta, esercizio fisico: ogni due per tre vanno a monte?
E che i risultati non balzanosubito agli occhi, sembra propio così, che non portino nessun apporto a prima vista . Invece, nessuno sforzo è invano, pertanto via via c’è un crescendo di progresso . Coloro che non si rendono conto che bisogna amarsi di pazienza per raggiungere il traguardo, prima o poi prendono una brutta piega, a discapito dell’avanzamento in tutti i campi della vita. Si tratta di facili obiettivi da raggiungere quotidianamente, indi per cui non occorre un forte impegno e propio questo è il segreto del successo.
—
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: mi è stato chiesto, da uno dei membri dell’associazione, di spiegare la differenza tra curare, curarsi e avere cura. Allora io, avendo cura dei membri, cercherò di spiegarlo nel più breve tempo possibile.
Curare è più semplice da spiegare. La prima cosa che a me viene in mente è curare un paziente, nel senso che se una persona è malata può essere curata, cosicché possa guarire.
Ma curare non significa solo occuparsi di persone malate, ma di qualsiasi altra cosa, basta avere cura di qualcosa o qualcuno. Se curiamo qualcosa o qualcuno, vuol dire che ci occupiamo di questa cosa, che sia materiale o meno, che sia un oggetto o una persona.
Molte cose possono quindi essere curate: l’abbigliamento, le amicizie, gli affari, il proprio aspetto, i propri difetti. Ognuno cura ciò che vuole, ed ognuno ha cura di ciò che vuole.
Ripeto: Ognuno cura ciò che vuole, ed ognuno ha cura di ciò che vuole.
Ma allora che differenza c’è tra curare ed avere cura?
Molto spesso nessuna differenza. Posso curare il mio aspetto e posso aver cura del mio aspetto. Ma questo può funzionare qualche volta, non sempre.
Avere cura di qualcosa in generale ha un senso maggiormente affettivo. Quando una cosa è importante è bene averne cura. Avere cura di qualcosa è occuparsi amorevolmente, come quando abbiamo cura dei nostri affetti, dei nostri cari, ma posso anche aver cura dei miei affari, e in questo caso è solo perché ci tengo, sebbene sia solamente io a beneficiarne. Si usa anche “prendersi cura” di qualcosa o qualcuno, con un senso ancora più affettivo, quasi di gelosia direi.
Mi prenderò cura di te.
Che è ancor più forte di “avrò cura di te”.
Riguardo alle malattie, curare ha un significato diverso da aver cura. Curare significa superare una malattia, superare uno stato di cattiva salute. Mentre aver cura è solo mostrare interesse, prestare attenzione, mostrare vicinanza, affetto, a prescindere dal risultato finale.
Il senso di curare, essendo meno legata all’affetto è spessissimo usato similmente a “occuparsi di” qualcosa.
Curare una mostra, curare l’edizione di un libro, curare dei particolari aspetti di una qualsiasi questione. In questi casi è come occuparsi di queste cose, o anche organizzare o gestire qualcosa in virtù di certe competenze.
Curare in questo senso è molto usato nel lavoro, nell’arte e nella didattica. Si sente spesso dire:
La rubrica di italiano per ispanofoni sarà a cura di Davide
Il corso gratuito è a cura di Giovanni.
Significa che Davide (o Giovanni) curerà tutti gli aspetti relativi al corso, che sarà tenuto da lui. Lui lo organizza, lui fa le lezioni, lui si occupa di tutto ciò che riguarda il corso. Sarà lui a curare tutti gli aspetti.
Se passiamo a curarsi, si parla di se stessi. “Io mi curo“, semplicemente significa che voglio guarire. Per questo mi curo.
Ma se io “non mi curo di” qualcosa, quindi con le negazione è una espressione che si usa quando non si vuole tenere in considerazione, considerare importante qualcosa. Spesso si usa verso le persone che non bisogna ascoltare, o delle cose che dicono queste persone. Simile a “non badare a“.
Non ti curare delle persone che parlano male di te.
E’ uscito di casa senza curarsi di chiudere la porta.
Di solito si usa al negativo, ma posso anche dire ad esempio_
Gli studenti dovranno curarsi di superare l’esame
I ristoratori devono curarsi di pulire e sanificare i locali
Qui c’è invece un senso di responsabilità, di qualcosa che si deve fare.
Al negativo si usa di più, come dicevo, anche perché si può usare anche come una forma di accusa, per sottolineare la mancanza di attenzione, di cura:
Non ti sei è mai curato di darmi una risposta!
Non ti sei degnato – stesso significato, ma più elegante. Non ti sei mai scomodato di rispondermi. Anche scomodarsi è utilizzato ma curarsi è e resta più elegante.
Ora ripassiamo con cura con l’aiuto di Doris, membro dell’associazione.
Doris (Austria): Desta l’interesse dei membri quando il presidente lancia un nuovo apporto sul sito Italiano Semplicemente. Un’associazione che si interessa di aiutare i suoi membri a fare progressi con la lingua italiana. Il suo supporto è irrinunciabile per quelli che si interessano ad imparare l’Italiano con tutti gli annessi e connessi. Le sette regole d’oro funzionano solo quando si tiene al metodo la cui efficacia è quasi inconfutabile. La dedizione e la disciplina però sono imprescindibili e non conviene andare in tilt se non si raggiungono immediatamente gli stabiliti obiettivi personali. Armarsi di pazienza è il primo passo verso il successo nello studio. Hai visto mai che anche tu abbia adocchiato questa bellissima lingua, la lingua di Dante e ti decida ad impararla? Se sì, fatti sentire e ti accoglieremo di buon grado nel nostro gruppo! Almeno per me, nulla quaestio di fronte a una richiesta da parte tua.
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Che ne dite, vi interessa? Se vi interessa, evidentemente trovate questo argomento interessante, quindi la cosa attira, attrae il vostro interesse, o meglio ancora: suscita il vostro interesse.
Il verbo suscitare è molto adatto quando si parla di interesse ed anche di emozioni.
Ti interessa questa cosa?
Grazie, mi interessa. Riposta esatta.
Grazie, a me interessa. Risposta esatta.
Grazie a me mi interessa. Risposta sbagliata: “a me mi” non si può dire in generale; è una delle prime cose che si insegnano ai bambini.
A me mi, a te ti, a lui gli, a lei le, a noi ci, a voi vi, a loro gli. Sono tutti errori comuni tra i giovanissimi.
Questo di dimostrare interesse verso qualcosa è il modo più comune di usare questo verbo, ma non l’unico.
Posso usare “interessare” anche per indicare un particolare tipo di interesse, quando teniamo molto a qualcosa, quando ci importa molto di qualcosa, quando teniamo a cuore qualcosa.
Quella ragazza mi interessa.
C’è da dire però se una cosa ti interessa non significa sempre che questa cosa è interessante per te, che suscita il tuo interesse. Infatti può anche significare che ti riguarda, che ti tocca direttamente.
In questo caso quindi potremmo anche non provare interesse per un qualcosa che, ad ogni modo, interessa anche noi.
Ad esempio:
La legge interessa tutti.
La sicurezza sanitaria interessa tutti i cittadini.
Non ho detto “interessa a” tutti i cittadini, ma “interessa tutti” i cittadini. Ha un senso diverso, simile ma diverso, perché è come dire riguarda, coinvolge tutti i cittadini.
Lo stesso senso lo troviamo anche in frasi come:
Voglio parlarti di una cosa che interessa la tua azienda.
Ho un dolore alla gamba che interessa la parte posteriore.
Anche in questo caso, sebbene si parli di dolore, ci si riferisce non ad un interesse, ma più ad un interessamento.
Negli infortuni questo si usa spesso, quindi anche in generale nella scienza medica:
La parte del corpo interessata all’infortunio.
Il covid 19 può avere un interessamento neurologico.
Poi esiste anche interessarsi a qualcosa, che è come provare interesse, quindi essere attratti da qualcosa.
Da giovane mi sono interessato alla politica.
È esattamente come dire “ho provato interesse” nella politica, mi sono avvicinato alla politica, mi sono appassionato di politica.
Interessarsi si usa anche come occuparsi di qualcosa, avere cura di qualcosa o qualcuno:
Maria ha detto al direttore che il suo stipendio è troppo basso. Lui ha risposto che si interesserà personalmente per fare in modo che lo stipendio venga aumentato.
Quindi il direttore si occuperà personalmente di questa faccenda che interessa Maria.
Ho usato interessarsi e interessare nella stessa frase. Ora, se la cosa è di vostro interesse, ascoltate carmen che ha preparato un bel ripasso:
Carmen:
C’erano una volta due ranocchi e una pentola di panna, dove, loro malgrado caddero dentro. La pentola era grande, ragionpercui non ce la fecero ad uscire. Si trovarono pertanto nei guai. Uno dei due ranocchi aveva sentore che fosse inutile combattere e preferì arrendersi, ovviamente pagandone lo scotto con la propria vita. L’altro invece non se la sentì di mollare, aveva un temperamento pervicace, così, strinse i denti e tornò alla carica continuando a scalciare di buona lena. Beato lui, perché la panna iniziò via via a trasformarsi in burro e perciò il ranocchio riuscì a salvarsi in calcio d’angolo saltando fuori della pentola. Una storiella all’insegna della tenacia: d’altronde è risaputo: chi la dura la vince.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Emanuele: C’era una volta, tanto tempo fa, un re. Il suo nome era Moto. Tutti lo chiamavano remoto. Il suo regno si trovava in un luogo molto remoto, e le possibilità di raggiungerlo erano altrettanto remote. Fortunatamente il re aveva una connessione remota e poteva collegarsi da ogni parte del mondo. Un giorno però si ruppe il PC e dovette tornare in ufficio. Questa è una leggenda che viene dal passato. E precisamente dal passato remoto 😀
Giovanni: avete ascoltato la storia del re Moto, raccontata da Emanuele. Un modo divertente per vedere insieme tutti i significati del termine “remoto”, noto più che altro per via del “passato remoto”. Chi studia la lingua italiana sa di cosa sta parlando: il passato remoto è un tempo verbale dell’indicativo e si usa per indicare un fatto avvenuto nel passato, un fatto che si è concluso, un fatto terminato, e quindi senza legami di nessun tipo con il presente. Emanuele ha utilizzato il passato remoto all’interno della storia, quando dice che un giorno però si ruppe il PC e il re Moto dovette tornare in ufficio. Emanuele ha utilizzato il passato remoto di rompere e di dovere.
Quindi remoto indica una lontananza nel tempo, ma in realtà la lontananza è di carattere sia cronologico, sia spaziale, sia psicologico, perché come ho detto è un passato con il quale non ci sono più legami oggi, nel presente.
Spaziale perché un luogo lontano, laddove sia molto ma molto lontano, può essere chiamato un luogo remoto, e con questo termine si vuole indicare anche che questo luogo è difficilmente raggiungibile. Remoto o remota, o anche remoti, al plurale sono termini che si usano in generale per la lontananza di ogni tipo.
Se un ricordo è un remoto ricordo, questo ricordo è lontano, si riferisce a tanto tempo fa, ed è anche difficile da ricordare, come un luogo che è difficilmente raggiungibile.
Quando nella storia si parla delle possibilità remote di raggiungere il regno del re, si intende che questo regno si trovava in un luogo difficile da raggiungere, e le possibilità di farcela sono basse, molto basse, remote, appunto.
Lo stesso concetto si può applicare a dei pericoli, che sono remoti quando sono potenzialmente dei pericoli, ma la probabilità che si verifichino è molto bassa.
Il pericolo che piova nel mese di agosto è molto remoto in Italia.
Le possibilità che Giovanni riesca a stare nei due minuti previsti dalla rubrica sono remote.
Infine, si parla di una connessione remota, e cos’è questa connessione remota?
Questa è una terminologia informatica, molto usata negli ultimi tempi, che indica il collegamento ad un PC, un computer che si trova in un luogo diverso da quello in cui ci troviamo. Stabilire una connessione remota serve quindi a collegarsi ad un computer. Ora ripassiamo alcune espressioni passate.
Ulrike: Vi dico, che bel po’po’ di espressioni interessanti qua, ormai siamo giunti alla puntata 269! E voi, le puntate precedenti, le avete tutte presenti? Io no, sono troppe, ragion per cuiogni due per tremi vedo costretta a ricorrere al supporto delle frasi di ripasso. Che poi mi continuino a sfuggire, che volete…a maggior ragione devo ritagliarmi del tempo per rispolverarle. Un giorno riuscirò ad usarle senza dover più scervellarmi, hai visto mai.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: L’espressione che vi spiegherò oggi è “perso per perso“, che si utilizza informalmente in situazioni negative, quando le cose vanno male e allo stesso tempo c’è ancora qualcosa che possiamo fare per ridurre i danni, quindi.
Facciamo qualche esempio di situazioni negative, un esempio di cose che vanno male; anzi, forse dovrei parlare di una situazione ormai compromessa.
Quando una situazione è compromessa vuol dire che non c’è niente da fare per salvarla.
Ecco il primo esempio:
Mi ha detto il professore che non riuscirò a superare l’esame. Allora, perso per perso, scherziamoci su.
Quindi, visto che non riuscirò a superare l’esame, cioè considerato il fatto che che non riuscirò a superare l’esame, a questo punto, tanto vale che che ci scherziamo sopra.
“Perso per perso” però è più immediata come espressione: ma perché si dice “perso per perso”? Il motivo risiede nel fatto che questa strana locuzione si usa per confrontare le due situazioni: in questo caso la prima situazione è l’esame che non sarà superato (magari con conseguente tristezza) e l’esame che non sarà superato ma con uno stato d’animo positivo. In entrambi i casi la situazione è negativa, cioè abbiamo “perso”, quindi “perso per perso” indica che abbiamo perso in entrambi i casi.
Come a dire: almeno ridiamoci su, almeno scherziamoci sopra, tanto, perso per perso, non vale la pena arrabbiarsi o essere tristi.
Che faccio, ci vado a fare l’esame? Il professore mi ha detto che sarò bocciato.
Certo, perso per perso non ti costa niente provare.
Questa situazione negativa è probabilmente irrimediabile, e allora si cerca di ridurre i danni. Questo è il senso della locuzione.
A dire il vero, talvolta capita di incontrare altre parole al posto di “perso”, ma la frase ha lo stesso identico significato.
In effetti nell’esempio precedente si poteva dire:
Bocciato per bocciato, non ti costa niente provare.
E’ più raro incontrare queste ultime frasi ma può capitare. In alcune occasioni è persino più conveniente usare una parola diversa perché non sempre si tratta di situazioni compromesse, non sempre la cosa è molto negativa. Alla fine dell’episodio vi faccio un esempio su questo tipo di frase alternativa.
Altri due esempi adesso, velocemente:
La squadra della Roma stava perdendo 3-0 e allora, perso per perso, ha cercato almeno di salvare l’orgoglio senza farsi travolgere dall’avversario.
Il paziente stava morendo e allora, perso per perso, abbiamo provato un nuovo farmaco in fase di sperimentazione.
Insomma quando c’è ancora qualcosa da salvare in una situazione “persa” tra virgolette – meglio dire compromessa – potete usare questa espressione.
Vabbè, abbiamo superato ancora una volta i due minuti, allora, superato per superato, ascoltiamo un bel ripasso delle espressioni precedenti dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:
Amelia: A Ragion veduta Giovanni, avresti potuto chiamare la rubrica “5 minuti con Italiano Semplicemente”. Sei sempre il solito!
Io lo so: è che il rovescio della medaglia questi ripassi, al di là delle discussioni, non andranno a discapitodegli stranieri che ascoltano. Anzi!
Giovanni: Quindi se avessi saputo prevedere che avrei superato sempre i due minuti (a ragion veduta), è vero, avrei potuto chiamare la rubrica in modo diverso. So bene che Amelia non era in vena di polemiche, come ha ipotizzato Ulrike, cioè non aveva voglia di fare polemiche, era solo uno scherzo. L’apporto, cioè l’aiuto, cioè il contributo portato da tutti voi che avete registrato queste frasi è molto importante. A maggior ragione, ha detto Doris, Amelia avrebbe potuto evitare certe battutine, il che significa che proprio perché volava dare un apporto, questo era un motivo in più per non fare polemiche. Non si trattava di una vera domanda, quella di Doris, quindi certamente di una domanda retorica, cioè dalla risposta scontata. C’è chi, come … dice che la polemica iniziale di Amelia fosse fuori luogo, cioè non appropriata, cioè inappropriata e c’è anche chi non si spiega il motivo di queste discussioni (…) e infatti dice: vai a capire perché discutiamo spesso quando facciamo questi ripassi. Di fronte a questa situazione arriva Lejla, dalla Bosnia Erzegovina, che invita tutti a smorzare i toni, cioè Lejla vorrebbe riportare la discussione su dei toni pacati, senza alzare la voce e senza accusarsi. Alla fine Camille trova un lato positivo però in questa discussione, cioè trova il rovescio della medaglia. E quale sarebbe? A scanso di equivoci, cioè per evitare che qualcuno intenda diversamente, il rovescio della medaglia viene indicato da … che dice che, al di là delle discussioni, cioè a prescindere dalle discussioni, senza pensare alle discussioni, gli stranieri che ascoltano questo ripasso non saranno dispiaciuti, quindi tali discussioni, seppur fossero vere, non sarebbero andate a discapito dell’apprendimento.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: L’episodio di oggi ha a che fare con le decisioni e i dubbi. In che senso?
Nel senso che si può essere più o meno sicuri di qualcosa, come una decisione da prendere di qualsiasi tipo, e aver avuto un’esperienza in passato può aiutare sicuramente. Soprattutto se questa esperienza è direttamente collegata con questa decisione da prendere, come se si trattasse della stessa decisione, da prendere come se conoscessimo già cosa accadrà.
Ovviamente non sarà mai così, ma c’è un’espressione in questi casi che si può usare per esprimere questo concetto, il concetto di relativa sicurezza di quanto accadrà e che quindi la decisione da prendere è più facile. l’espressione è: “a ragion veduta“.
Ancora un episodio su questa parola dunque, la ragione, che abbiamo già incontrato due volte finora (a maggior ragione e ragion per cui).
Il termine “veduta” a cosa serve? Sta lì proprio per questo motivo: sta a significare che abbiamo già “visto” come funziona e la ragione, cioè il nostro cervello, ci aiuterà a trarre beneficio dall’esperienza passata. Abbiamo quindi già un’idea di ciò che potrebbe accadere. La “ragione” è “veduta”, il che significa che abbiamo visto qualcosa che ci può aiutare a prevedere il futuro.
Facciamo qualche esempio:
Oggi, a ragion veduta, in tutto il mondo avremmo potuto prendere misure preventive per combattere il coronavirus.
Vale a dire: se avessimo saputo ciò che sarebbe accaduto avremmo agito diversamente. Avremmo potuto limitare il contagio. A ragion veduta l’avremmo fatto.
Oppure:
Io e tante altre persone abbiamo sbagliato a fidarci di Giovanni, ma tu adesso a ragion veduta sai come comportarti.
Tu adesso sei in una condizione diversa, tu sai cose che noi non sapevamo, noi abbiamo sbagliato, ma tu sulla base delle esperienze da noi vissute, considerate queste nostre esperienze, saprai meglio di noi come comportarti.
Voi mi direte: posso anche dire allora:
Adesso che lo so posso comportami così
Adesso che ne so di più posso prendere una decisione più ponderata
Siccome adesso conosciamo meglio il problema, possiamo risolverlo
In teoria potete usare anche queste frasi, ma non sono molto eleganti come frasi.
Poi la locuzione “a ragion veduta” si adatta bene a molte circostanze diverse e difficilmente troviamo una espressione equivalente sempre valida:
Ne parlo a ragion veduta (cioè so quello che dico, conosco i fatti)
Decideremo a ragion veduta (decideremo quando sapremo come fare)
Fidatevi di noi: parliamo a ragion veduta (fidatevi perché abbiamo dei motivi validi per sostenere le nostre idee).
Pensavo che tu parlassi a ragion veduta.
Dà il senso dell’affidabilità “parlare a ragion veduta”; anche il senso dell’esperienza, ma bisogna saper distinguere la “ragion veduta” con, ad esempio, la “cognizione di causa“, espressione simile che vediamo nel prossimo episodio.
Infine mi raccomando, bisogna dire e scrivere “ragion” e non “ragione“, come nell’espressione “ragion per cui” che abbiamo già visto nell’episodio n. 176.
Adesso ripassiamo alcune puntate precedenti:
Ulrike: Sono rimasta impressionata dall’efficacia delle frasi di ripasso. Lejla: Vero, sono un supporto notevole per rinfrescare la memoria. Camille: Anche il nostro apporto però è importante, no? Khaled: Certo, senza di quello che sorta di associazione sarebbe? Cristine: Ragazzi a proposito. Andiamo in Italia quest’estate? Inizio ad essere insofferente a casa mia! Oppure avete paura del virus? Hartmut: Io non sono pronto a raccogliere la provocazione!!! Ho rispetto del virus.
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Giovanni: Benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Episodio n. 266. Ma siccome oggi non sono in vena di spiegazioni lascio la parola ai membri dell’associazione.
Ulrike (Germania): Facciamo di nuovo un lavoro di gruppo? Ve la sentite? Vi propongo un episodio di ripasso di qualche puntata precedente che al contempoverte su una spiegazione di una nuova locuzione.
Sarà un compito esigente direi, dovremo darci da fare. Allora, siete in vena di partecipare?
Leyla (Bosnia): Buona idea direi. E mi pare tu abbia appena usato un’espressione interessante che varrebbe la pena di spiegare. Essere in vena, appunto. Cominciamo subito, me la sento proprio.
Bogusia (Polonia):Te la senti hai detto? Sai Lejla, avresti potuto dire anche che ne sei in vena, proprio per dire che ti trovi nelle condizioni buone, che sei disposto/a e ti senti forte, pronto e predisposto per affrontare questo compito.
Andrè (Brasile): Eccomi anch’io ragazzi! non vi dicoquale coincidenza! Proprio ieri una mia amica italiana ha usato questo modo di dire. Lei mi pareva triste ed io cercavo di rasserenarla un po’, allo ho fatto qualche battuta ma lei si mostrava restia e mi ha detto: ti prego, lasciami un po’ in pace guarda, non sono per niente in vena di queste battute.
Rauno (Finlandia):
Perché però in vena ? La vena è un vaso sanguigno che porta il sangue al cuore. Nelle vene scorre il sangue.
Mi pare che le vene non abbiano nulla a che spartire con lo stato d’animo della tua amica.
Qualcuno sa, da dove deriva questo modo di dire?
Sofie (Belgio): Allora, io ho fatto qualche ricerca e ho trovato un pezzo interessante sull’origine del modo di dire essere in vena, cosicché ora si può riuscire a capacitarsi del significato.
Ascoltate:
Nei tempi antichi i medici usavano tastare il polso dei pazienti per valutare il loro stato di salute e per scoprire se il malato fosse “in buona vena”, ovvero se si trovasse in uno stato che lasciava prevedere una guarigione in breve tempo.
Emma (Taiwan): Interessante, buona ricerca Sofie. Ecco perché quando oggi diciamo “mi sento in vena di fare questa cosa” significa che ci sentiamo nelle condizioni migliori per affrontare con successo una situazione o un’iniziativa. Il contrario sarebbe sentirsi totalmente privo di energia, di volontà. Potrei dire: oggi proprio non mi va, non me la sento, non ne ho voglia. Oppure non sono in vena.
Doris (Austria): Bene amici, ho capito, vi siete spiegati bene. Ora mi sento dello spirito giusto, cioè sono proprio in vena di ripetere alcune parole passate della rubrica. Ciao, alla prossima e grazie a Giovanni, bontà sua, per averci dato il suo beneplacito per questa attività ivi incluse le correzioni laddove siano venuti a galla degli errori.
Giovanni: complimenti, proprio un bell’episodio ragazzi, ricco di frasi di ripasso. A proposito, con questo episodio mi avete fatto venire in mente una battuta: sapete cosa dice una goccia di sangue cadendo a terra? Oggi non sono in vena!
E adesso visto che mi avete sostituito nella spiegazione, tocca a me fare una frase di ripasso:
Laddove voi vi sareste aspettati una cazziata da parte mia per aver commesso molti errori, mi complimento invece con voi e peccato che non lo facciamo spesso. Ma vedrete che a questo punto, bontà vostra, potrete supportarmi più frequentemente, ovviamente tempo e voglia permettendo. Un saluto a tutti.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Queste solo alcune frasi sulla “ragione“, delle presunte verità, o delle frasi celebri sulla ragione.
La ragione. Cos’è la ragione?
Il modo più facile per usare questo termine è nella frase:
Avere ragione, che è il contrario di avere torto.
Io ho ragione, tu hai ragione e eccetera.
Avere ragione quindi significa avere un pensiero che si dimostra vero osservando la realtà.
Ci sono tantissime locuzioni col termine “ragione” con 1000 sfumature diverse. Oggi vediamo “a maggior ragione”, che è una locuzione che si usa in modo simile a un’altra espressione che abbiamo già visto nella puntata n. 234: tanto più. Le due espressioni si usano nelle stesse occasioni, esprimono lo stesso concetto, ma le frasi si costruiscono in modo diverso.
Si tratta ancora una volta di esprimere un concetto che voi ritenete valido, aggiungendo un argomento ancora più valido, che ne rafforza la validità.
Vediamo qualche esempio con entrambe le locuzioni
Dobbiamo sempre mettere la mascherina, a maggior ragione (tanto più) a casa se ci sono anziani o malati.
Dobbiamo sempre stare attenti alla pulizia delle mani, a maggior ragione (tanto più) adesso con questo virus.
Stesso concetto, stesso significato. E’ come dire: “anche perché“, che probabilmente voi stranieri usate di più. Ma “anche perché” si usa meno quando state cercando di convincere qualcuno.
Francesco oggi non vai a scuola perché fa troppo freddo. A maggior ragione non ci va neanche Giovanni perché è stato male nei giorni scorsi.
Qui si fa un confronto tra Francesco e Giovanni. Il freddo è un motivo valido per non andare a scuola, ma Giovanni ha anche un motivo in più per non andarci: è stato male quindi a maggior ragione meglio che se ne stia a casa.
Francesco e Giovanni, oggi non andate a scuola perché fa troppo freddo. Tanto più che Giovanni è stato anche male nei giorni scorsi.
Spesso si usa anche come esclamazione:
Domanda: Bisogna mettere la mascherina in casa se siamo solo io e mio nonno?
Risposta: lo devi fare a maggior ragione!
In questo “tanto più” è più difficilmente utilizzabile, anche perché “a maggior ragione” è più convincente.
Infine, è bene dire che “a maggior ragione“, non solo si usa in modo analogo a “tantopiù“, ma in alcune circostanze ha anche lo stesso significato di “tantomeno“, e questo lo abbiamo già visto nella spiegazione di tanto più.
Si può fare solo quando si afferma qualcosa ma in forma negativa. Solo in questi casi tantomeno può essere uguale a “amaggior ragione” e “tanto più“. Ad esempio:
Tu non puoi a casa nostra perché è pericoloso. Tantomeno tu mamma, che hai una certa età. In questi casi si può anche dire:
A maggior ragione tu mamma
Oppure
Anche tu mamma, tanto più che hai anche una certa età.
Ora ascoltate una bella frase di ripasso, vale la pena farlo, anche perché sono già passati i due minuti. Sofie dal Belgio ha qualcosa da dire riguardo al coronavirus.
Sofie (Belgio): C’è chi dice “Pentola guardata non bolle mai” ma oggi è finalmente arrivato: il 4 maggio, giorno della ripartenza graduale dopo l’incubo del Covid19!
Ma vai a capire cosa sia questa ripartenza “con cautela”. Regione che vai, fase due che trovi.
Certo, ogni Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) è passibile di modifiche ma quando provo a capacitarmi della situazione mi dà di volta il cervello.
Affetti stabili, congiunti, fidanzati, parenti di sesto e di quarto rado e affini.
Qualcuno si sentein vena di aiutarmi a ricostruire il mio albero genealogico?
No, scherzo, state tranquilli, mi rendo conto che è difficile.
Anche qui in Belgio c’è moltissima confusione; che vuoi, è da 11 mesi che stiamo senza governo.
Se aspettiamo che tutti rispettino le regole che cambiano ogni due per tre, stiamo freschi!
Giovanni: in Belgio non rispettate le regole? Beh, allora a maggior ragione non lo facciamo neanche in Italia, tanto più che non amiamo neanche tanto farlo!
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: e dopo l’apporto vediamo il supporto, in questo duecentosessantaquattresimo episodio della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Io sono Giovanni e sono qui a supportarvi, voi invece a (o per) sopportarmi.
Scherzi a parte, il supporto è un altro modo per indicare un aiuto.
Se state ascoltando questo episodio state di certo utilizzando un supporto audio; se state solamente leggendo non vi state avvalendo di alcun supporto audio ma sicuramente di un supporto video, magari lo schermo del vostro cellulare.
Ma il supporto è come l’apporto?
E supportare è come apportare?
Si, il supporto è come l’apporto e anche come l’aiuto, si usano allo stesso modo, ad es:
Avrai il mio aiuto
Avrai il mio supporto
Avrai il mio apporto
Ma il termine supporto si usa quando vogliamo indicare un sostegno, una base, qualcosa su cui appoggiarsi, qualcosa o qualcuno che ci sostiene, e infatti proprio sostenere è all’origine del supporto e del verbo supportare.
Il supporto, è vero, si usa anche in sostituzione dell’aiuto, ma è una via di mezzo tra l’aiuto e l’ausilio. Ricordate l’ausilio? Lo abbiamo visto nell’episodio 120 di questa rubrica. Anche l’ausilio è una forma di aiuto, ma è più tecnico come termine, e poi non c’è il verbo “ausiliare” come abbiamo già visto in quell’episodio.
Supportare invece esiste e si usa come aiutare, nel senso che si aiuta una persona, e si supporta una persona, mentre se ricordate non si può apportare una persona. Però possiamo dare aiuto, dare (un) supporto o dare (un) apporto.
Ma perché usare il verbo supportare?
Supportare inizia per “su”. Un caso?
No!
Quindi supportare serve a portare su, come quando ci si appoggia sulla spalla di un amico per alzarsi, per portarsi su, per alzarsi.
Quindi una squadra ha bisogno del supporto dei tifosi. Ha bisogno di essere supportata.
Tutti abbiamo bisogno del supporto di un amico quando siamo tristi. Bisogna supportare gli amici al bisogno.
Gli anziani spesso hanno bisogno di supporto per camminare. Un semplice bastone in questo caso li può supportare, ma meglio sicuramente un supporto umano e psicologico.
Anche un supporto informatico o tecnico serve ad aiutarci. E questo può essere sia l’aiuto di un tecnico esperto, sia un oggetto come un computer.
Un’azienda ha sicuramente bisogno di essere supportata dallo Stato, altrimenti fallisce.
Aiuto è più facile da usare, d’accordo; aiutare va sempre bene in ogni caso, ma col supporto di Italiano Semplicemente potete fare passi in avanti. L’apporto che posso darvi con questi episodi spero vi sia utile ma se non vi basta il mio, probabilmente può esservi diausilio anche il contributo dei membri dell’associazione che state per ascoltare, in questo caso André e Mariana dal Brasile.
Andrè:
Vedo un crescendo nell’apprendimento della lingua italiana in questo gruppo, tant’è vero che molti dei membri se la sentono spesso di partecipare alle videochat organizzate da Giovanni. Si dà il caso che ci siano diversi livelli di conoscenza, ad esempio, Anthony e Natalia sono quasi madrelingua e direi anche che Ulrike e la Grammatica Italiana costituiscano un binomio inscindibile! Sono stato impegnatissimo nelle ultime settimane, ragion per cui non ho ancora partecipato alle videochat. Coronavirus permettendotornerò alla carica tra pochi giorni, quindi ragazzi non lasciate che il cervello vi dia di volta e rimanete sempre membri di Italianosemplicemente. E non dimenticate, fate una donazione quando potrete! Sarà un ottimo ausilio a supporto del sito.
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: quanti modi ci sono per indicare un aiuto?
Abbiamo già visto che possiamo dare manforte ad una persona. Ricordate l’episodio n. 150? A dire il vero abbiamo anche visto tendere la mano nell’episodio 72.
Oggi vediamo una terza forma, l’apporto, ad esempio dare un apporto o fornire un apporto e domani ne vedremo una quarta: il supporto.
Iniziamo quindi dall’apporto e da apportare, che è un verbo simile a portare (senza la a e con una sola p), quindi, analogamente a portare, si può anche apportare qualcosa, ma non qualcuno, come l’aiuto. Le persone sono si possono apportare.
Non posso dire quindi “io ti apporto” perché non funziona come aiutare. Ho bisogno di specificare cosa si apporta. Proprio come le cose materiali.
Quindi io posso apportare un aiuto se c’è bisogno ma posso anche apportare altro, non solo un aiuto. La cosa importante per usare questo verbo è che siano cose immateriali. Solo quelle possono essere apportate.
Posso apportare modifiche ad un documento, posso apportare il mio contributo in un lavoro di gruppo.
Posso anche dire che tu hai apportato importanti novità.
Posso anche dire che l’attività sportiva apporta benefici alla salute.
Anche i benefici non sono oggetti.
Quindi è vero che apportare è simile ad aiutare ma è simile anche ad aggiungere e dare.
Spesso poi, anche con le cose immateriali si usa portare, sebbene questo verbo sia più adatto per le cose materiali.
Posso anche dire:
La pandemia apporta problemi al mondo intero.
Anche i problemi si possono apportare
Vedete che è simile anche a procurare, causare, arrecare. Il, verbo si può usare sempre sia in positivo che in negativo quando c’è qualcosa che causa o che influenza o aiuta o contribuisce a qualcos’altro. C’è un’influenza quindi, in generale.
Il termine apporto invece equivale all’aiuto ma in senso meno umano e più tecnico. Si usa molto al lavoro.
Il tuo apporto è stato determinante.
Cioè il tuo contributo è stato determinante. Ciò che hai portato tu ha prodotto risultati positivi.
Si sente spesso parlare dell’apporto della scienza al progresso dell’uomo ad esempio.
Posso anche dire che il mio ufficio non ha dato nessun apporto specifico ad un certo lavoro.
Le persone il cui apporto è fondamentale per la rubrica due minuti con italiano semplicemente sono sicuramente i membri dell’associazione italiano semplicemente che hanno realizzato queste frasi di ripasso, frasi alle quali anche io ho apportato alcune modifiche.
Doris (Austria): Bontà vostra Permettendo, do seguito all’invito di scrivere qualche frase di ripasso. Hai visto mai che questa volta riesco a farne una sulla falsariga degli altri membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Scriverne una è fattibile, basta ritagliarsi un po’ di tempo. Per noi il valore aggiunto di queste frasi è alto, poiché impariamo un sacco e al contempo ci aiutiamo reciprocamente ad avanzare e lentamente aumentare i propri livelli. Non dobbiamo avere fifa di non essere all’altezza di buttare giù qualcosa che sia accettabile. Oltretutto, è risaputo che ripassare regolarmente aumenta l’efficacia dello studio. Si deve ovviare alla pigrizia e rompere gli indugi.Volendo, si può anche fare un appunto nel calendario per non scordarsi.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Abbiamo già incontrato 2 volte il termine “volta” negli episodi di due minuti con Italiano Semplicemente. E con questo episodio è già la terza volta!
La prima volta è accaduto nell’episodio 117, quando abbiamo visto “una volta“, poi abbiamo visto “dare di volta il cervello“. A dire il vero abbiamo anche visto “svoltare“. che contiene ugualmente la “volta”, un termine che indica sempre un cambiamento: un cambiamento di direzione: svoltare a destra; ma anche un cambiamento di qualsiasi altra cosa: “una volta entrato in casa mi sento al sicuro”, “una volta spiegato un termine, è più chiaro”, o “dare di volta il cervello” che come abbiamo visto è un cambiamento nel ragionamento, che da razionale diventa irrazionale, da logico a illogico.
Bene, se invece diciamo che vogliamo andare in una certa direzione, posso usare il termine volta in questo modo:
Voglio partire alla volta di Roma
Oggi vediamo questa espressione: “alla volta di”, che significa verso quella direzione, verso Roma in questo caso.
Non si usa proprio tutti i giorni questa espressione, ma quando lo si fa c’è sempre un motivo. Il motivo è legato all’avventura, nel senso che quando si parte alla volta di qualche luogo, qualunque esso sia, si sta prendendo la direzione verso una meta. Si parte verso un obiettivo, verso un luogo che vogliamo raggiungere, e questo si fa solo con i luoghi e soprattutto quando si sta per affrontare un viaggio incerto, come se il futuro potesse riservare delle sorprese. Noi dicendo di partire “alla volta di” stiamo solo dicendo che vogliamo raggiungere questo luogo, ma normalmente dico:
vado a Roma
Parto per Roma
Sto per partire per Roma
Mi sto avviando verso Roma
Se invece dico parto alla volta di Roma, allora voglio esprimere avventura, futuro incerto, oppure eccitazione, voglia di scoperta.
Si può usare in vacanza:
Ora, una volta visitata Roma, partiremo alla volta di Napoli!
Iniziò il viaggio alla volta di una città sconosciuta.
Oppure parlando di guerra:
i soldati partirono alla volta di Berlino
Ma sapete che più raramente si usa anche con le persone e non solo i luoghi.
Giovanni è venuto alla mia volta
Cioè verso di me, per raggiungermi.
Attenzione perché “alla volta” non basta per indicare la volontà di partire per un luogo, ma bisogna aggiungere “di” o “del”, dello eccetera.
Se non metto questa preposizione “alla volta” ha un uso diverso:
Facciamo uno alla volta, bisogna entrare due alla volta, tre alla volta, eccetera. In questo caso indica la numerosità di un gruppo che compie un’azione insieme: uno alla volta vuol dire prima una persona, poi un’altra, non due insieme, altrimenti avrei detto “due alla volta”.
Adesso, uno alla volta, ripassiamo alcune delle espressioni già spiegate:
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Dovete sapere che quando mi viene chiesto da una persona non madrelingua di spiegare una nuova frase, espressione, parola o verbo particolare, io spesso, di fronte a una proposta di questo tipo, rispondo “ok”, “va bene”, “sì, mi piace”, oppure “d’accordo, credo anch’io valga la pena di spiegare questa cosa”. Altre volte invece mi piace rispondo: Aggiudicato!
Questa risposta ha lasciato a volte perplesso qualcuno, che evidentemente ha capito che volevo ugualmente esprimere un assenso alla sua proposta quindi ha capito che il mio era un sì, ma non ha capito bene perché ho usato il verbo aggiudicare.
Allora, il verbo ha più utilizzi a dire il vero, ma in questo caso, quando lo suo come una esclamazione: aggiudicato, aggiudicata, aggiudicati, aggiudicate, sto usando un linguaggio tipico delle aste.
Sapere cos’è un’asta? Un’asta è quando si mette in vendita qualcosa: un oggetto, un appartamento, un quadro eccetera, ma la persona che farà l’acquisto sarà quella persona che offrirà il prezzo più alto:
Chi si aggiudicherà il quadro? Se lo aggiudicherà chi offre la maggiore quantità di soldi, chi farà l’offerta migliore. Allora se un quadro viene venduto all’asta per 1000 euro, il venditore riceve le offerte e dà alcuni secondi di tempo alle altre persone per offrire di più:
500 euro!
Chi offre di più?
700 euro!
700 e 1, 700 e 2…
1000 euro!
1000 euro e 1, 1000 euro e 2… 1000 euro e tre!
Aggiudicato per 1000 euro!
Il quadro quindi è stato venduto per 1000 euro, e l’acquirente, cioè colui che lo ha acquistato, se lo è aggiudicato per 1000 euro. Si dice così perché c’era una specie di competizione, di gara, un’asta in questo caso.
Allora informalmente, nel linguaggio di tutti i giorni, quando si accetta qualcosa, quando si riceve un’offerta, anche se non c’è nessuna asta, nessun acquisto, si usa dire: aggiudicato! Un’esclamazione che sta per ok, sì, va bene, ma è quasi come dire “hai vinto!”. Si usa questa esclamazione quando si vuole dare soddisfazione a chi propone qualcosa. Si tratta di rispondere a delle proposte, più che a delle offerte.
Attenzione a non confondere aggiudicare, tutto attaccato con ” a giudicare” scritto con due parole staccate, oppure a non confondere aggiudicato (una sola parola) con “ha giudicato” (verbo avere + giudicato): la pronuncia è la stessa ma la frase fa capire che si tratta di due verbi diversi: aggiudicare nel primo caso, giudicare nel secondo caso:
A giudicare dalla tua espressione non hai capito molto di quello che ho detto.
In questo caso uso “giudicare“: “A giudicare dalla tua espressione”, è come dire “giudicando dalla tua faccia”, “dovendo dare un giudizio basandomi sulla tua espressione”, oppure “guardando la tua espressione”. Il verbo è giudicare, non aggiudicare.
Oppure:
Ho giudicato giusta la tua offerta.
Quindi è come dire: il mio giudizio sulla tua offerta è positivo. Sto usando il verbo giudicare, non aggiudicare. Io ho giudicato. il verbo aggiudicare non c’entra.
Tua madre mi ha giudicato male.
Anche qui, detto velocemente ha la stessa pronuncia. Ancora una volta uso giudicare. Tua madre ha dato un giudizio sbagliato su di me. Adesso vediamo una frase di ripasso, proprio una di quelle che quando mi è stata proposta ho risposto così: aggiudicata!
Bogusia (Polonia):
Vai a capire perché non ho voglia di uscire oggi, considerando il mio amore per la natura. È ben risaputoche per ovviareal pericolo di contagio è meglio starsene a casa, però, che vuoi, normalmente, non me la sento di tenere a bada la voglia di uscire. Oggi però, nonostante il sole splendente e le temperature miti forse il mio corpo, a mia insaputa, ha sentoredel cambiamento del tempo. Sembra infatti che domani pioverà, Dio permettendo. Così dicono i meteorologi, e se non accadrà, a loro dire la raccolta agricola di questo anno è passibiledi danneggiamento.
Poi con la pioggia non sarà più peccatostarsene a casa e allora non mi resterà che costruire delle frasi di ripasso come si deve.
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Giovanni: Quando siete arrabbiati, in lingua italiana, ci sono molte espressioni che potete usare, e queste espressioni molto spesso si usano solamente in queste occasioni. Probabilmente questo accade un po’ in tutte le lingue. Una di queste espressioni è “dare di volta il cervello”.
Quando ad una persona dà di volta il cervello significa che è impazzito, che è diventata pazza, ma in realtà si usa quando si sta parlando con una persona che fa qualcosa di illogico, qualcosa di irrazionale, che ha delle gravi conseguenze. Quindi anziché esclamare: ma sei impazzito?
Spesso si dice:
Ma, dimmi una cosa: ti ha dato di volta il cervello?
E’ una domanda retorica ovviamente, non una vera domanda, come a dire:
Ma cosa hai fatto? Come ti è venuto in mente?
Cosa ti è passato per al mente? Perché l’hai fatto?
Ti ha dato di volta il cervello?
A volte si tratta di un gesto sconsiderato, di un gesto inconsulto, fatto senza riflettere e senza valutare le possibili conseguenze delle proprie azioni. Un gesto avventato, scriteriato, imprudente.
Di fronte a questi gesti, a questi atteggiamenti, spesso viene spontaneo esclamare
Ti ha forse dato di volta il cervello?
Di solito si pone sotto forma di domanda, ma può capitare di trovare anche delle classiche esclamazioni:
A Paolo deve aver dato di volta il cervello per comportarsi in quel modo
Dare di volta significa rovesciare, capovolgere, quindi quando dà di volta il cervello, il cervello si capovolge, si vuole dare questa immagine figurata, ma significa perdere la ragione.
Normalmente quando si parla di qualcuno che è impazzito si dice semplicemente così, che è impazzito. Dare di volta il cervello si usa invece appunto quando si è stupiti, e spesso adirati, arrabbiati, perché le conseguenze erano chiare, e questo gesto sembra proprio fatto senza ragione.
Il termine volta si utilizza perché dà il senso del cambiamento. Anche il verbo volgereha anche questo significato. Ma anche il termine volta indica cambiamento: questa volta, stavolta, si usa quasi sempre per indicare un cambiamento.
Andrè: Quantomenonon dobbiamo fare tutto da soli. – – –
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Giovanni: Quanti modi ci sono per dire “solo questo”, “solamente una cosa”, e frasi di questo tipo?
Ti devo dire solo una cosa
Prendiamo questa frase ad esempio.
Potremmo sostituire solo con soltanto o solamente oppure con unicamente, o semplicemente, ma potete anche usare la congiunzione “che”. In questo modo:
Non ti devo dire che una cosa.
Questa frase è una forma alternativa di:
Non ti devo dire nulla, tranne una cosa
Quel “che” quindi può essere usato per introdurre un’eccezione. In fondo si tratta di una eccezione. Abbiamo già visto nella puntata 170 che per introdurre un’eccezione si usa spesso anche “fare salvo“.
Nessuno può entrare, tranne te.
Può diventare:
Non può entrare nessun altro che te.
Tu sei quindi una eccezione.
Ma quando si usa in pratica questa forma? Possiamo farlo sempre? È solamente una alternativa a fare salvo?
No, non è solamente un’alternativa a fare salvo.
Potete usarla in molte occasioni anche per sottolineare un’esclusiva, o un onore, ma il modo migliore per usarla è per spingere qualcuno ad un’azione. Lo vediamo dopo, ma più in generale ci sono anche altre forme equivalenti:
Non può entrare nessun altro all’infuori di Giovanni.
Nessuno eccetto Giovanni
Nessuno salvo Giovanni
Nessuno fuorché Giovanni.
Sono tutte forme equivalenti.
Il termine fuorché, se ci pensate, contiene fuori ma anche che.
Questo ci conferma come “che” si possa usare per esprimere eccezioni.
Dicevo però che la forma con “che” si usa soprattutto quando si vuole dare un’idea di facilità, di semplicità, quando volete invitare qualcuno a fare qualcosa, qualcosa di semplice. Se volete dire che basta poco, che ci vuole poco, solo una cosa, una piccola cosa, allora possiamo dire:
Dai, non aver paura di parlare in italiano, è facile, non devi far altro che provare.
Oppure:
Non haida fare altro che provare.
Non devi fare altro che provare
Non haicheda provare
Non devi che provare
Non ti resta che provare
Non resta cheprovare
Queste ultime forme sono quelle più brevi e forse le più difficili per voi stranieri da capire.
Si usano molto spesso quando si vuole spingere qualcuno a fare qualcosa, per convincerlo che basta una sola cosa da fare. Poi nient’altro.
Non sai se Paola ti ama? Non hai che da chiderglielo. Non devi che chiederglielo. Non ti resta che chiederglielo.
Adesso vorreste una frase di ripasso delle puntate precedenti? Non avete che da ascoltare gli esempi che seguono:
Mariana (Brasile): ho un problema a cui ovviare nel più breve tempo possibile. Vorrei smarcarmi da un ragazzo che mi dà fastidio. Qualcuno potrebbe essermi di ausilio?
Xiaoheng (Cina): potrebbe aiutarti mio fratello che fa il poliziotto. Sarebbe un aiuto per interposta persona.
Ulrike (Germania): se vuoi posso darti anche io manforte.
Camille (Libano): hai visto che solidarietà? Poi dice gli amici a che servono!
Natalia(Colombia): già! Che poi non ci incontriamo così spesso non vuol dire nulla.
Bogusia (Polonia): incontri dal vivo intendi? O intendevi tutti gli incontri, ivi inclusi quelli per telefono o anche gli incontri virtuali?
Emma (Taiwan):se vogliamo anche un SMS è un modo per sentirci vicini.
RAN (CINA): ma torniamo a bomba. Cosa voleva quel ragazzo? Se ti tallona fisicamente ti consiglio uno spray al peperoncino 🌶
Giovanni: uno spray al peperoncino è sicuramente un buon rimedio. Anche per mantenere una certa distanza in questo periodo. Non abbiamo che da provare!
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Giovanni: Quando una persona dice di essere fuori luogo, o di sentirsi fuori luogo, cosa intende? Cosa vuole dire?
Il luogo è un termine che conoscete perché indica una località, un posto, un punto preciso, ma è anche un termine molto usato nelle locuzioni italiane, per formare frasi di significato diverso. Una di queste è appunto “fuori luogo”. Poi ne vedremo anche altre in questa rubrica di due minuti con Italiano Semplicemente.
Se qualcosa, e non solo qualcuno, è fuori luogo, non è mai una bella notizia. Significa che è poco appropriato alla circostanza, si dice spesso anche inopportuno, inadatto, poco consono. Quest’ultima è la versione formale di fuori luogo.
Se si tratta di una persona, si può anche dire che una persona si sente fuori luogo. Meglio usare il verbo “sentirsi” se si esprime una sensazione. Questo accade quando questa persona non si sente a suo agio in una situazione, si sente a disagio quindi, per diversi motivi: non si sente coinvolta, le altre persone sono molto diverse da lei, eccetera.
Si può trattare però anche di una battuta, di qualcosa che si dice per essere simpatici, magari in un gruppo di persone, ebbene, questa battuta può essere fuori luogo, nel senso che non era il caso di dirla. Forse perché mette in imbarazzo qualcuno, forse perché l’ambiente richiedeva un comportamento diverso, magari si tratta di una battuta su una persona importante e quindi c’è stata una eccessiva confidenza, una confidenza fuori luogo.
Scusami se te lo dico, ma hai fatto veramente una battuta fuori luogo.
Di fronte ad una battuta fuori luogo, e quindi inopportuna, inappropriata, sicuramente qualcuno ti guarderà male, perché l’atmosfera che si è creata è un po’ imbarazzante.
Badate bene che quando si dice qualcosa di fuori luogo., qualcosa che appare fuori luogo, questo qualcosa che si dice potrebbe tranquillamente non essere inappropriato in altre occasioni. Però in quel caso era sicuramente fuori luogo.
Comunque si può trattare non solo di persone che si sentono fuori luogo o cose che si dicono essere fuori luogo. Tutte le cose inopportune, inappropriate e non adatte alle circostanze sono fuori luogo. Quindi può essere fuori luogo anche portare tua madre ad una festa tra amici.
Facciamo altri esempi:
Hai fatto una sceneggiata fuori luogo!
Non fare lo spiritoso. Il tuo è veramente un sarcasmo fuori luogo.
Le dichiarazioni del direttore erano fuori luogo in quel contesto.
Ma le persone normalmente potrebbero anche usare parole diverse per indicare un atteggiamento o qualcos’altro di fuori luogo, cioè non adatto alla circostanza. Allora ascoltiamo alcune frasi equivalenti. Le ascoltiamo da alcuni membri dell’associazione, che per l’occasione useranno anche espressioni che abbiamo già imparato. Così facciamo anche il ripasso.
Lejla: Secondo me non hai fatto una battuta divertente! Se vogliamo‘ potevi anche evitare!
Lia: Hai creato un po’ di imbarazzo sai? Era un posto troppo “in” per le tue spiritosaggini.
Maria Lucia: Non credi di aver esagerato? Non hai così tanta confidenza con il direttore per dire queste cose. Se si arrabbia poi te la vedi tu con lui!
Natalia: Non era proprio il caso di dire certe cose a cena col professore di nostro figlio. Non vorrei che questa cosa vada a suo discapito.
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: oggi un episodio dedicato alla comprensione. Si tratta del n. 257 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Abbiamo iniziato circa un anno fa, e vai a capire quando finirà questa rubrica, se finirà!
“Vai a capire” è l’espressione del giorno. Avete certamente capito che si tratta di una espressione che esprime incertezza. E’ certamente colloquiale come espressione, ed oltre ad essere un modo per esprimere incertezza, è quasi un invito personale, perché “vai a capire” sembra essere un invito a capire, un invito personale rivolto alla persona con la quale si parla, dando del tu a questa persona: vai a capire.
Quindi sarebbe tu vai a capire, ma in realtà non è un invito personale rivolto a te, con cui sto parlando. Esprime invece una incertezza che voglio manifestare non come una mia incertezza, ma come una incertezza generale, una incertezza di tutti.
Vediamo qualche esempio.
Vai a capire da quando è iniziata la diffusione del coronavirus in Europa.
Cioè: nessuno lo sa, è molto complicato scoprirlo. Quindi non sto dicendo, come potrebbe sembrare, che io voglio che tu vada a capire questo, perché non è un invito personale o un ordine. E’ solo un modo alternativo per dire: “chissà“, un termine che riassume da solo il senso della frase “vai a capire“.
Chissà da quando è iniziata la diffusione del coronavirus in Europa.
Una frase del tutto equivalente.
Una frase che non possiamo cambiare in nessun modo. Non possiamo dare del lei dicendo:
Vada a capire…
Non si usa questa forma. Se lo facciamo diventa un invito personale ad informarsi su qualcosa.
Coloro che hanno dei dubbi sull’origine del virus potrebbero dire:
Vai a capire se ci stanno nascondono qualcosa.
Anche in questo caso si esprime un qualcosa difficile da capire, un’informazione che potremmo non sapere mai se è vera oppure no. Chi potrà dirlo con certezza? Chissà quale sarà la verità!
Non si può neanche usare il voi:
Andate a capire… anche questo non si può dire, altrimenti sarebbe ancora interpretato come un invito personale.
Neanche “dovreste andare a capire” va bene, e nessun’altra forma.
Insomma, sia che parliate ad una persona che a più di una, sia che parliate del futuro, sia del presente che del passato, l’unica forma da usare è “vai a capire”, che è spesso sostituibile con “chissà”. Ci sono poi vari modi per usare “chissà”:
Chissà che, chissà chi, chissà dove, chissà come, chissà mai.
Quando uso “vai a capire“, però, cambia spesso il tono, che non è un tono esclamativo, ma lascia la frase un po’ sospesa, quasi in attesa di una risposta. Altre volte semplicemente è più interrogativa, esprime maggiormente una incertezza sulle molteplici possibilità o sull’impossibilità di qualcosa.
Vai a capireche fine ha fatto Giovanni – chissà che fine ha fatto Giovanni!
Vai a capirechi è stato a rubarmi la macchina – Chissà chi è stato a rubarmi la macchina!
Vai a capiredove sia finita la mia penna – Chissà dov’è finita la mia penna!
Vai a capirecome abbia fatto Maria a innamorarsi di Alfredo – Chissà come ha fatto Maria a innamorarsi di Alfredo!
Vai a capire se mai riusciremo a risolvere il problema dell’inquinamento – Chissà mai se riusciremo (oppure: chissà se mai riusciremo) a risolvere il problema dell’inquinamento!
Chissà, notate bene, si scrive tutto in una parola, e si usa in modo diverso da “chi sa” scritto in due parole. Attaccato è una esclamazione, staccato è una domanda. La pronuncia però è la stessa.
Vai a capire se Giovanni riuscirà mai a rispettare la durata dei due minuti in un episodio.
Chissà! Vedremo. Chi sa di voi a quale minuto siamo arrivati? Ve lo dico io… 5 minuti e 48 secondi.
Poi un’altra differenza con chissà è che chissà si usa più spesso per esprimere dubbi, come: forse, mah, probabilmente, può darsi.
Comunque non abbiamo ancora ripassato. Allora facciamolo:
Ma io non ho mai capito una cosa Gianni, tu dici che questi episodi durano due minuti, ma intendi due minuti ivi compreso il ripasso? Sei sempre poco chiaro Giovanni, lasciatelo dire.
Beh, adesso smorziamo i toniperò! Fai una seduta di Yoga per rilassarti!
Arrabbiarsi fa male alla salute. Poi dice perché lo Yoga è tanto diffuso. C’è troppa gente nervosa!
È risaputo. Lo so persino io che non mi sono mai interessato.
Beh, io invece, qualeesperta di arti orientali, non possono non saperlo.
Farà pure bene alla salute, ma tra il lavoro, le lezioni di italiano, i ripassi, lo sport, accompagnare i figli di qua e di là, fare anche Yoga proprionon è cosa!Adesso vi saluto perché ho la macchina parcheggiata in divieto di sosta. Sono passibiledi multa!!
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Di questi tempi si sente spessissimo parlare di fake news, o false notizie, messe in circolazione tramite Facebook, Whatsapp, Twitter eccetera. L’obiettivo di queste false notizie è guadagnare con la pubblicità. Queste notizie sono false. La maggior parte delle volte è facile verificarlo, altre volte è un po’ meno facile. Dipende tutto da quanto fondamento abbiano queste notizie.
Il fondamento è l’oggetto dell’episodio di oggi. Cos’è questo fondamento?
Si tratta del singolare de “le fondamenta”, termine usato in edilizia, nelle costruzioni: quando si costruisce una casa si inizia dalle fondamenta, che si trovano sotto la casa, alla base: le fondamenta di un palazzo, le fondamenta della casa o di una chiesa eccetera. Le Fondamenta, quindi al femminile plurale si usa anche in modo figurato: si ci si riferisce alla base di un discorso, all’idea base. Ad esempio posso dire che il Covid-19 mina alle fondamenta il capitalismo e liberismo.
Si parla dell’idea stessa di capitalismo ciò che sta alla base della costruzione del liberismo: il Covid si è diffuso grazie al movimento delle persone, al consumismo quindi, al commercio, che stanno alla base del capitalismo.
Era solo un esempio ovviamente, niente di personale contro il liberismo.
Al maschile invece “Fondamenti” è un secondo plurale di fondamento, e il senso è simile. Si usa molto nella didattica però, quando si parla di pensiero, di discipline, di materie scolastiche di studio.
I fondamenti della fisica, della psicologia, eccetera. Molti libri si chiamano così: fondamenti di statistica, fondamenti di matematica eccetera, dove si insegnano le basi, le cose “fondamentali”, cioè quelle più importanti, che vanno studiate prima delle altre, i concetti su cui si basa tutta la materia.
Al singolare invece è solamente fondamento. E’ solo maschile. E quando si usa? Si usa per indicare, come al plurale maschile, qualcosa di necessario, potremmo dire un presupposto, qualcosa che non deve mancare, perché se manca si dice che una cosa è priva di fondamento. Si usa il verbo privare, simile a togliere, sottrarre. Si usa con le cose importanti e necessarie:
privare un cittadino dei diritti fondamentali
privare della libertà
eccetera.
Questa espressione “priva (o privo, privi, prive) di fondamento” si trova spessissimo quando si parla di false notizie. Notizie ad esempio che si vede subito che sono false, perché manca qualcosa di fondamentale, di necessario. Sono prive di fondamento, sono prive di alcun fondamento, sono notizie prive di ogni fondamento.
Si può usare anche con le teorie:
Coloro che pensano che la terra sia piatta sostengono una teoria priva di fondamento.
Come si fa a dimostrare una cosa del genere? Quali sono le basi? Quali evidenze scientifiche ci sono a supporto di questa teoria?
E’ una teoria evidentemente priva di ogni fondamento.
E la Cina ha creato il virus Covid-19 in laboratorio? Anche questa notizia, dicono gli esperti, è priva di fondamento.
Così però, cioè usando il singolare, si è un po’ generici. Ma se specifichiamo il tipo di fondamento meglio usare il plurale. “Fondamenti”. In genere si citano i fondamenti scientifici, perché la scienza spesso è a alla base di tutti i fenomeni).
E’ una teoria totalmente priva di fondamenti scientifici, priva cioè di basi scientifiche.
Chi dice che non bisogna usare i vaccini si fida di teorie prive di fondamenti scientifici.
E il plurale femminile? Potete usare “privo di fondamenta” in sostituzione ma evidenzia che manca una base teorica. Non si usa per le notizie, ma si può usare per uno studio scientifico o un ragionamento tecnico che non “regge”. Non c’è bisogno di specificare in questo caso il tipo: scientifiche, morali eccetera. E’ più tecnico.
Il ragionamento dell’avvocato è privo di fondamenta
Non è una falsa notizia altrimenti sarebbe priva di fondamento.
Questo bilancio aziendale non si può approvare poiché è privo di fondamenta
Non si regge quindi, crolla come una casa senza le fondamenta.
Quindi ricapitolando “prive di fondamento” si usa più spesso con le notizie, e significa “non si possono dimostrare”, “è facilmente dimostrabile il contrario”, “privo di fondamenta” è più tecnico, quindi si parla di credibilità fondata su teorie note a tutti. Infine “privi di fondamenti” (maschile plurale) richiede in genere di specificare: teorie prive di fondamenti scientifici.
Adesso ripassiamo prima che vi venga il mal di testa.
Andrè: Vuoi che non ce ne ricordiamo! È persino una delle mie preferite. Di voci false e tendenziose se ne sentono tante ultimamente.
Bogusia: Ho sentore che tu stia parlando delle voci che corrono sulla pandemia da Covid19. Infatti, ce ne sono tante.
Sofie: Per esempio quelle secondo cui la misura è colma , e che il virus sarebbe solo un’influenza stagionale del tutto normale e pretendono che la morsa delle restrizioni sia sciolta di punto in bianco.
Doris: Poi ci sono anche quelle voci sulla falsarigadel complottismo, coloro che parlano di poteri misteriosi dietro a tutto, e nella loro morsa ci finiscono tutti ivi inclusi i governi ed i massmedia. Queste sì che sono tendenziose!
Andrè: non vi dico, ragazzi! in Brasile ci sono anche coloroche credono che il coronavirus sia una creazione cinese per favorire una dittatura comunista! un’ipotesi bizzarra, direi!
Xin: Idee peregrine secondo me, sguarnitedi fatti comprovati. Io invece ho una fifa blu di un nuovo crescendodelle infezioni dopo i primi passi di ritorno verso una vita “normale”.
Mariana: Speriamo di no, altrimenti a risentirnesaremmo noi .
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Oggi vediamo “smorzare i toni“, un’espressione che si usa quando c’è una discussione animata, quando delle persone discutono, non litigano necessariamente, ma i toni diventano un po’ alti, ed allora bisogna smorzarli. Si dice spesso anche “abbassare i toni“, equivalente ma meno formale.
I toni diventano alti non significa che le persone parlano ad alta voce, non solamente almeno, ma che la discussione sta per degenerare. Si dice così quando il dialogo, il normale confronto tra idee e opinioni degenera cioè cambia, si modifica in peggio, quindi peggiora e va verso una discussione confusa, animata, in cui a volte una persona parla sopra la voce dell’altra senza farsi problemi, oppure quando si inizia ad accusare l’altra persona di dire il falso, di dire bugie. Certo, solitamente si alza un po’ la voce in questi casi, ed il tono delle voci si alza, come anche la tensione.
Smorzare è abbassare, è simile anche a soffocare, spegnere.
Emanuele: Volevo dire che ci sono anche altri sinonimi di smorzare: attenuare, attutire, temperare, diminuire, ridurre, affievolire.
Giovanni: Si sente spesso usare questa frase nelle trasmissioni televisive, in occasione di confronti tra personaggi politici, ma si può usare anche se c’è una sola persona che parla. Io potrei rivolgermi a questa persona che parla ma che sta iniziando a usare parole poco cortesi verso qualcuno, e potrei dire: ti invito a smorzare i toni, un modo abbastanza formale per dire: stai calmo, non ti agitare, abbassa la voce, non perdere la pazienza, cerca di essere più moderato, sii meno esuberante, potresti essere offensivo, cerca di usare termini più pacati. Ecco, l’invito a smorzare i toni, equivale ad usare dei toni pacati. Termine usato spesso negli stessi contesti, sempre abbastanza formali.
Non è quindi un’espressione usata in famiglia o tra amici ma come dicevo si usa spesso in TV, nelle trasmissioni televisive, nei faccia a faccia, ed anche in parlamento o al senato. Il presidente si può rivolgere ai parlamentari in questo modo: smorziamo i toni, siete invitati a smorzare i toni, si richiede una maggiore pacatezza nei toni.
Lo stesso invito può essere fatto dal conduttore della trasmissione a chi sta alzando i toni durante il dibattito televisivo: vi invito ad usare toni più pacati.
In famiglia invece si usano altre espressioni:
Per favore ragazzi non esageriamo adesso! Calmi!
Ragazzi, ci vuole un po’ meno enfasi ok?
Ragazzi, non si discute in questo modo, state un po’ degenerando adesso.
Adesso invece ripassiamo.
Bogusia: Buongiorno a tutti, sono di nuovo qui, Bogusia, polacca e alcontempo membro dell’associazione culturale italiano semplicemente. Non riesco a tenere a bada la voglia di condividere con voi le informazioni che riguardano il crocifisso di San Marcello al Corso che ha cominciato a fare capolino sui social. Pare che abbia un certo non so che. Lo faccio naturalmente sulla falsariga degli episodi precedenti, visto che il crocifisso si trova a Roma nella omonima chiesa e direi che forma un binomio inscindibile con la capitale.
Voi ve ne siete accorti? Non ho ben presentese tutti voi abbiate seguito la preghiera di Papa Francesco davanti a questo crocifisso in piazza San Pietro, insolitamente sguarnitodi fedeli. Senza cincischiaremi sono prefissadi mettermi all’opera. Si dà il caso che la chiesa di San Marcello al corso fosse andata distrutta nella notte tra il 22 e il 23 maggio del 1519. Tradizione (e fortuna) hanno voluto che l’unico manufatto a sopravvivere dall’incendio fosse un crocifisso ligneo che decorava l’altare maggiore. Fu subito, di punto in bianco ritenuto miracoloso dalla popolazione.
Questa sua luminosa fama crebbe quando nell’agosto del 1522, il cardinale spagnolo Raimondo Vich, per scongiurareuna pestilenza che era scoppiata a Roma, volle portare il crocifisso in processione in tutta la città. Il rito durò nientepopodimenoche diciotto giorni e terminò con l’ingresso nella Basilica di San Pietro.
Dopo aver letto tantissimi articoli mi ha preso alla sprovvista il fatto che, conformemente a oggi, a causa della pestilenza era vietato accalcarsi, con tutti gli annessi e connessi. A un certo punto il cardinale Vich decise di mettersi di traverso, romperegli indugi e correre ai ripari. Una mozza azzeccata, tant’è vero che migliaia di persone si accalcaronoper seguire il corteo portando in processione penitenziale il crocifisso di San Marcello al Corso dalla Basilica di San Pietro. Secondo le cronache di allora la peste scomparve quei giorni da Roma. Una graziavenuta dal cielo? Si tratta di sciocchezze? Di fesserie? Cose da medioevo, e chi ne ha più ne metta? Io non credo. Fatto sta che oggi accusiamoilcolpo della “peste” dei giorni nostri non solo a Roma ma il mondo intero ne subisce gravemente le conseguenze. Dobbiamo fermarci anche noi e smarcarcidalla presunzione. Non mi risulta che siamo già a cavallo riguardo al vaccino o farmaci per sconfiggere il virus. Forse dobbiamo svoltarein un’altra direzione, conformementealla decisione del vescovo di allora? Diopermettendo ovviamente. Magarinon è ancora tardi per chiamarlo in causa.
Altrimenti stiamo freschi! Altro che storie!
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Episodio 254 della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Poi dice che ci sono pochi episodi in questa rubrica…
Oggi ci occupiamo proprio di frasi di questo tipo, che contengono l’espressione “poi dice che”.
È un po’ strano scriverla, ed infatti si usa all’orale solitamente perché è una di quelle espressioni che per poterle capire è importante ascoltarle; ascoltare il tono che si usa intendo.
Questa espressione si usa quando si vuole confermare oppure smentire qualcosa, qualcosa che si dice, cioè qualcosa che alcune persone dicono.
In pratica qualcuno potrebbe mettere in circolazione delle notizie, notizie che possono essere vere oppure false. Si può trattare anche di stereotipi, di cose che si sentono dire da anni, tipo: gli italiani non hanno voglia di lavorare, i tedeschi sono persone precise eccetera.
Allora se ad esempio io conosco alcuni italiani che sono lavoratori infaticabili, che lavorano giorno e notte, potrei commentare dicendo:
Ecco, guarda queste persone come lavorano giorno e notte. Poi dice che gli italiani non lavorano…
È una frase, un’esclamazione che serve a smentire questa credenza sbagliata. Non è vero che gli italiani non lavorano. Guarda queste persone!
Il tono è importante perché in teoria potrei anche essere ironico e con questa esclamazione voglio confermare questa credenza, questa cosa che si dice degli italiani.
Ecco, guarda che sfaticati questi italiani davanti a te. Poi dice che gli italiani non lavorano…
Se la cosa che si dice è molto conosciuta posso anche abbreviare.
Poi dice gli italiani…
Non c’è bisogno di aggiungere altro, basta il tono e se non basta, uno sguardo un po’ ironico e sarcastico.
Posso fare altri esempi:
Guarda tuo figlio. Ha detto che rientrava alle 10 invece si presenta a mezzanotte. Poi dice perché non ti fidi di lui…
Questo è un esempio un po’ diverso: si usa per dare una risposta scontata. Per mostrare con un esempio concreto qualcosa che ho detto, o che dici spesso. Sarebbe come dire: ecco, vedi perché non mi fido di mio figlio? Lo capisci adesso? Ma in questo caso non è una domanda, o almeno non sempre. Posso anche fare una esclamazione: poi dice perché non ti fidi di tuo figlio! Se è una domanda, se la pongo con il tono di una domanda, in realtà non è una vera domanda: è una domanda retorica (ricordate?)
Accidenti che casino che hai fatto!! Poi dice perché ti arrabbi!
Alla fine della frase si possono mettere dei puntini di sospensione oppure un punto esclamativo.
Molto spesso è una espressione che si usa per lamentarsi, come in questo caso, quindi pronunciata con tono polemico. Anche quando voglio confermare o smentire qualcosa il tono è un po’ polemico, perché ciò che accade in quel momento e che si sta commentando, è una prova di qualcosa che si dice sempre o spesso, e che molte persone mettono in discussione, dicono che non è vero, dicono che è sbagliato pensare queste cose. Ed invece? Ecco, guarda! Poi dice che… Poi dice come mai… poi dice perché….
Altri due esempi:
Ma guarda che bella giornata oggi a Londra! Poi dice che qui piove sempre!
Lo sapevo che quel cane mi avrebbe morso. Poi dice come mai non sopporto i cani!
Mi trovo sempre benissimo quando vado in vacanza in Italia. Poi dice perché ci vuoi andare tutti gli anni!
Ma una domanda nasce spontanea: chi è che lo dice? Di chi si sta parlando? Chi è che “dice”?
A volte si tratta di stereotipi, come ho detto, di credenze, di voci che girano, altre volte si sta parlando di una persona specifica, ed allora il tono è più ironico. Forse sto parlando di mia moglie o di mio marito che mi sta ascoltando mentre dico questa frase.
In questi caso potrei usare un tono più serio:
Quindi non mi chiedere il motivo per cui preferisco l’Italia!
E non mi chiedere più perché ho paura dei cani!
Ma noi italiani amiamo scherzare ed essere ironici, giusto? Poi dice perché ti piace Italiano Semplicemente…
Bogusia (Polonia): È ormai ben risaputo il fatto che con tutti questi dispositivi che abbiamo a disposizione, imparare le lingue straniere è molto più semplice.
Ho iniziato la mia avventura con l’italiano con un grosso dizionario a portata di mano, perdendo il tempo sfogliandolo di buona lena. Mi sono scervellata tanto per capire come ovviare a questo spreco di tempo . Un giorno ho trovato italiano semplicemente e di punto in bianco ho capito che faceva proprio al caso mio. Bisognava solamente dare seguito alle sette regole d’oro. E funzionava, eccome se funzionava. Qualora qualcuno cercasse qualcosa di ancora più adeguato, sta fresco!
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Buongiorno amici di ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni ed oggi siamo qui per fare un esercizio particolare: un esercizio di botta e risposta. Adesso vi spiego cosa significa.
Ogni tanto bisogna che anche voi parliate un po’.
Allora diremo una frase ciascuno. Botta e risposta. Io la botta e voi la risposta.
Io cioè dirò la prima frase e voi direte la seconda. Ma non vi farò domande a cui rispondere… ma allora cosa dovete dire voi?
Dovete dire la mia stessa frase ma più breve, usando ci, ne, lo, vi, ti, eccetera, come se sapessimo di cosa stiamo parlando. Una cosa che si fa sempre nelle conversazioni per evitare di fare ripetizioni.
Io ovviamente darò la risposta dopo di voi.
Ad esempio. Se io dico:
Io devo parlare con te di quella cosa
Voglio evitare di dire “con te di quella cosa”
Voi dite:
Devo parlartene.
Oppure:
Te ne devo parlare
Altro esempio:
Io: Dobbiamo andare in quel luogo e parlare con loro (“con loro” e “in quel luogo” non voglio dirlo)
Voi: Dobbiamo andarci e parlargli
Mi sono spiegato? Adesso rispondete voi ok? Io vi dico cosa dovete abbreviare. Pronti e via!
Fai entrare lui – fallo entrare
Fai entrare lui nella macchina – faccelo entrare
Mettiamo le nostre mani nelle tasche – mettiamocele in tasca
Mettiamo le caramelle in tasca – mettiamole in tasca
Mettiamo qualche caramella in tasca – mettiamone qualcuna in tasca
Mettiamo la caramella dentro – mettiamola dentro
Mangiamo ancora altre mele – manogiamone ancora (mangiamocene ancora)
Voi vi dovete rendere conto di questo – rendetevene conto
Lavatevi bene le mani- lavatevele bene
Arruffa il pelo al gatto – arruffagli il pelo
Puoi dare un bacio a lui? – puoi baciarlo?
Versate un po’ d’acqua sulfuoco – versateci un po’ d’acqua
Versate un po’ d’acqua sul fuoco – versatene un po’ sul fuoco
Bisogna sperimentare il vaccino – bisogna sperimentarlo
Sbucciate le mele – sbucciatele
Sbucciate qualche mela – sbucciatene qualcuna
Andiamo al mare – andiamoci
Andiamo via – andiamocene
Mandiamo via loro – mandiamoli via
Mandiamo via qualcuno di loro – mandiamone via qualcuno
Lui salta sulla scala – lui ci salta sopra
Bisogna saltare le verdure in padella – bisogna saltarle in padella
Bisogna saltare le verdure in padella – bisogna saltarci le verdure
Io sono qui – io ci sono
Io sono in casa – io ci sono
Io sono presente – io ci sono
Io sono vicino a te – ti sono vicino
Fatti regalare qualche fiore – fattene regalare un po’/qualcuno
L’episodio termina qui, grazie a tutti per aver ascoltato e parlato in questo episodio di botta e risposta.
Adesso ascoltiamo la voce di Liliana di nazionalità moldava 🇲🇩 , membro dell’associazione Italiano Semplicemente che ha voluto provare a rispondere anche lei a qualche frase di botta e risposta di prima. Invito tutti voi a fare lo stesso per esercitare la lingua.
A proposito di membri c’è un nuovo membro dal Perù, si chiama Franco a cui do il mio bemvenuto.
Allora ascoltiamo anche la voce di Franco che ha voluto subito provare mettersi alla prova con una frase per ripassare alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Vai Franco. Prima Liliana e poi Franco però.
Franco: buongiorno a tutti, io sono Franco, il nuovo membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Volevo dire che laddove possa essere utile sono pronto anche io a registrare una frase di ripasso. Ah, dimenticavo di dire che sono peruviano. Avetepresente il Perù?
Ulrike: Ciao Franco! Il Perù? Vuoi che non l’abbiamo presente? Vabbè, non con tutti gli annessi e connessi, questo devo ammettere quantomeno per me.
Grazie anche ad Ulrike, con la quale condivido la risposta.
Colgo l’occasione infine per ringraziare i donatori che aiutano italiano semplicemente tramite paypal.
Per donare basta cliccare sul link che vi inserisco sul sito oppure indicare l’email italianosemplicemente@gmail.com.
Voglio fare un regalo speciale a tutti i donatori: l’ultimo audio-libro di espressioni idiomatiche, cosi sarà più facile e meno noioso stare a casa in questo brutto momento dominato dal coronavirus. Tanti episodi da leggere ed ascoltare durante il tempo libero (non potete dire di non avere tempo libero in tempi di coronavirus!)
Basta una qualsiasi donazione, di qualsiasi importo e riceverete sulla vostra email il link per scaricare tutti i file audio in formato mp3 delle spiegazioni e il file pdf dell’audiolibro.
Ciao ragazzi e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni. Allora oggi torno alla carica con la rubrica Grandi personaggi Italiani.
In passato abbiamo visto altri grandi personaggi, come Roberto Benigni, Rita Levi Montalcini e Umberto Eco. Sapete che questi episodi hanno la finalità di conoscere questi personaggi che hanno reso grande l’Italia ma anche la finalità di migliorare il vostro italiano. Questo episodio è infatti destinato ad un pubblico straniero di livello intermedio, quindi che riesce ad esprimersi, seppur facendo ancora molti errori e seppure con un vocabolario ridotto. Allora strada facendo vediamo i termini più complicati che incontriamo e cerchiamo di imparare qualcosa in più della lingua e della cultura italiana.
Ascoltare è il modo migliore per fare dei passi avanti. Allora oggi avete un bel motivo per ascoltare perché parliamo di Margherita Hack.
Chi è Margherita Hack?
Una delle più grandi menti che l’Italia abbia mai avuto. E’ nota soprattutto per la sua attività in ambito scientifico, poiché è stata una studiosa di astronomia, quindi era appassionata delle stelle e dell’universo. L’astronomia è la scienza che si occupa dell’osservazione e della spiegazione dei cosiddetti “eventi celesti“, cioè di ciò che c’è ma anche di ciò che accade nell’universo. “Celesti“, come aggettivo, sta ad indicare il cielo, che è di colore celeste, appunto. Ha poco a che fare con “celestiale“, un altro aggettivo, che però si usa quando si parla di Dio o del Paradiso, che si trova comunque in cielo, ma parliamo del regno dei cieli,. Che è un’altra cosa.
Ma torniamo alla Hack, che non credeva nel paradiso e nel regno dei cieli. Ma questo lo vediamo meglio dopo.
Ho detto torniamo alla Hack, usando l’articolo e poi il cognome: “la Hack”. È corretto fare questo? Si può fare se si tratta di personaggi famosi e si fa anche nel linguaggio burocratico, ma l’articolo va prima del cognome e non prima del nome.
Poi se si tratta di donne, è sempre permesso usare l’articolo.
Quindi possiamo dire tranquillamente:
La Hack è stata una grande scienziata.
Coi cognomi maschili non si fa però: quindi dire “Il dott Bianchi” è correttissimo, ma “il Bianchi” è sbagliato. Piuttosto meglio dire “Bianchi” e basta:
Bianchi è desiderato al telefono.
Invece è corretto dire:
La Hack è desiderata al telefono!
Ma torniamo a noi. Esistono altre forme di vita nell’universo? Le forme di vita è un’espressione interessante per indicare la varietà con cui un essere può essere chiamato “vivente“. vivente significa che è in vita o che è dotato di vita, dove la “vita” indica la capacità di muoversi e in generale di reagire agli stimoli ambientali.
Comunque Margherita Hack era convinta che la risposta fosse affermativa, quindi sì, esistono altre forme di vita, sebbene non ce ne siano le prove: vuoi per problemi legati alla lontananza dei pianeti e delle galassie, vuoi per la nostra tecnologia non troppo sviluppata.
Insomma, è difficile secondo lei entrare in contatto con altre forme di vita seppure queste sicuramente esistono da qualche parte.
Un’opinione certamente condivisa da molte persone, persino da me!
Allora, se questo è vero è normale chiedersi: perché non ci sono prove? E tutti coloro che hanno visto le navicelle spaziali extraterrestri volare? Tutti gli avvistamenti che ci sono stati negli anni, le fotografie, i video… tutto falso?
La Hack era piuttosto scettica riguardo ai cosiddetti UFO nei cieli. Gli oggetti volanti non identificati (sigla UFO) non esistono.
Tant’è che lei queste cose le chiamava “bischerate“.
In poche parole era scettica, cioè non credeva a queste cose, o comunque tendeva a non credere agli UFO. Provava scetticismo per queste cose.
Nel linguaggio comune, lo scetticismo è un atteggiamento d’incredulità o di sfiducia in qualcosa, in questo caso nell’esitistenza degli UFO.
“Bischerate”, le chiamava: un termine toscano, che si usa cioè nella regione Toscana, dove abitava, ma che tutti comprendono: Usava questa forma dialettale ma significa semplicemente “una cosa sciocca” , uno scherzo quasi, una cosa da non prendere sul serio. Altri direbbero una “sciocchezza“, altri appunto una “cosa sciocca“, altri, ma è sicuramente meno elegante, le definiscono “stronzate“, sicuramente bischerate è più simpatico e direi per niente volgare.
Comunque andiamo avanti.
La Hack e la religione. Era atea, vale a dire che non credeva in nessuna religione. Non ce n’è alcun bisogno secondo lei. Il regno dei cieli, strano a dirsi, non esisteva secondo lei.
Ma essere atei non significa non avere valori, non significa non rispettare il prossimo, non significa non avere principi morali. L’etica deriva dalla religione? E’ la religione a convincerci che bisogna avere etica nella vita? L’etica riguarda il nostro comportamento pratico di fronte al bene e al male. Sappiamo distinguere il bene dal male senza bisogno della religione?
Secondo lei sì, perché non dipende dalla religione, ma dalla nostra “coscienza“.
Sei in grado di fare una valutazione morale del tuo comportamento? Sai agire con coscienza o secondo coscienza? Sai cosa comportano le tue azioni? Sai cosa comportano anche nei confronti delle altre persone e del mondo in cui vivi? Ebbene, ciascuno di noi può avere coscienza oppure no, e se ha questi “principi di coscienza”, allora vuol dire che non ha importanza se la religione sia una o l’altra.
Questa è una visione cosiddetta laica della vita: avere rispetto del prossimo senza pensare alla religione. È il pensiero della hack.
Ricordo un fatto divertente legato alla vita di Margherita Hack.
Lei è morta a 91 anni, ma un anno prima era ancora in grado di guidare e ricordo come si arrabbiò quando invece le fu negata la possibilità di farlo.
In Italia la patente di guida va rinnovata ogni tanto, ed il rinnovo va fatto generalmente ogni 10 anni.
Ma quando si supera una certa età, i tempi si accorciano. Ebbene, all’età di 90 anni, fu deciso che la Hack non poté più guidare, perché aveva 90 anni e quindi non era nelle condizioni di poterlo fare. Neanche fu visitata.
Al che lei si arrabbiò molto e andò in TV a dirlo pubblicamente. Disse che lei non era vecchia e tanto meno “rincoglionita“.
Non sono “vecchia“, disse, un aggettivo che di solito si usa per gli oggetti o gli strumenti per indicare che non servono più a nulla, che sono “superati“. Solitamente per le persone si parla di “anziani” e non di vecchi. È meno offensivo, ma lei usò appositamente la parola vecchia proprio per riferirsi alle sue capacità che erano ancora sufficienti per guidare.
Ad ogni modo “vecchio” e “vecchia” si usano spesso per indicare una persona d’età avanzata, e la “vecchiaia” per indicare la fase più avanzata del ciclo biologico, della vita, quando il nostro corpo inizia a decadere fisicamente.
Non sono neanche “rincoglionita“, disse. Un altro aggettivo interessante, perché essere rincoglioniti, nel linguaggio familiare (siamo al limite della volgarità) significa non capire le cose, avere problemi cognitivi, mentali, insomma non avere più nè la capacità di capire con razionalità, né la capacità di nuocere, di fare cioè del male a nessuno, perché le facoltà mentali sono carenti.
Si sente dire spesso “un vecchio rincoglionito” come forma di insulto, per indicare la decadenza fisica ma anche quella mentale di una persona anziana, un anziano che “non capisce più nulla” in senso dispregiativo, ed è usato come un insulto grave molto spesso.
Sappiamo bene come lei non fosse rincoglionita ovviamente, sebbene avesse 90 anni, ed infatti ha continuato ad occuparsi di astrofisica, di universi e di scienza. Probabilmente avrebbe potuto guidare un’astronave, ma sulla terra non le era permesso più di guidare.
Cose dell’altro mondo, vero?
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Eccoci qua, ciao a tutti, sono Giovanni, di Italiano Semplicemente e oggi volevo raccontarvi il primo incontro dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Allora finalmente sono qui a raccontarvi di questa prima riunione dei membri, svoltasi in Puglia dal 6 al 9 settembre dell’anno 2019.
Un appuntamento molto atteso per diversi motivi. Per quanto mi riguarda volevo da una parte tener fede alla promessa fatta, che poiera una promessa fatta anche a me stesso, beninteso.
Inoltre sono molto sensibile alle emozioni, personalmente, e ogni tanto mi piace regalarmene qualcuna. Devo dire che l’incontro non ha deluso le aspettative. Ma adesso vi racconto come sono andate le cose. Mi raccomando state attenti alle espressioni, che ho già iniziato ad usare. Nella trascrizione di questo episodio ci sono i collegamenti che vi portano alle singole espressioni spiegate. Se doveste avere qualche problema di comprensione è del tutto normale, ma qualoranon riusciate neanche a capire il senso di una frase meglio dedicare un po’ di tempo a queste espressioni, onde evitare di demoralizzarsi.
Io e la mia famiglia siamo andati in Puglia qualche giorno prima, molto vicini alla struttura che ha ospitato i membri. D’altronde è la stessa cosa che ha fatto anche qualcun altro, con cui abbiamo avuto il piacere di condividere una serata insieme, prima della riunione dei membri.
In quell’occasione abbiamo trascorso una bella serata con una bella grigliata di carne, in compagnia di qualche pianta di ulivo. Un bell’ambiente fresco nella natura. Abbiamo concluso la serata con un buon caffè ed anche con un ammazza-caffè ungherese a base di mela, sebbene l’avessimo bevuto anche all’inizio del pasto, come ci era stato raccomandato.
Poi dal giorno 6 ci hanno raggiunto anche altri membri, di diversa nazionalità: finlandese, ungherese, spagnola, russa e slovena.
Dunque, il primo giorno abbiamo esorditocon una gita in barca, e abbiamo potuto visitare la costa ionica e le sue grotte naturali. Molto interessante anche la spiegazione del chiamiamolo “barcaiolo”, o dell’autista, il conducente della barca a motore, o come vogliamo chiamarlo. Ad ogni modo ha spiegato bene, e aveva anche un fare simpatico.
i membri dell’associazione in gita a Santa Maria di Leuca (Puglia)
Peccato che ad un certo punto abbia abbandonato la barca per farsi un bagno anche lui.
Vabbè, comunque il mare era tranquillissimo e dunque, ammesso e non concesso che lui abbia pensato a questo, non è stato un vero tiro mancino verso di noi che comunque siamo stati un po’ colti alla sprovvista da questo. Io stesso ad un certo punto non vendendolo più alla guida mi sono detto: ma dov’è? Dove si è nascosto?
Comunque… chiudiamo la parentesi barcaiolo. Le ville ottocentesche, ben conservate, proprio sulla costa, arricchivano il paesaggio, molto suggestivo. Abbiamo fatto qualche tuffo nel mare blu dello ionio (ed anche un po’ freddo a tratti). Veramente un’acqua meravigliosa. Questa gita di un’ora e mezza è stata la prima occasione in cui tutti i membri che hanno partecipato all’incontro si sono conosciuti dal vivo,a tu per tu.
Ovviamente è stato un “primo incontro” particolare, perché sebbene non conoscessimo l’uno vita morte e miracoli dell’altro, almeno in parte ci siconosceva già, avendo condiviso insieme molte informazioni nel gruppo WhatsApp dell’associazione.
Abbiamo fatto anche sport insieme, pensate un po’, la mattina presto, prima di colazione.
Non voglio raccontarvi tutto ciò che abbiamo fatto, ma sono emerse in generale, durante questo incontro in Puglia, alcuni aspetti simpatici, e vale la pena fermarsi su questi un attimo.
La questione “lingua” è stata credo molto interessante, ma affrontata in modo diverso dai partecipanti. C’era chi faceva molte domande su questo aspetto, e questo mi ha fatto molto piacere, chi ne faceva un po’ meno ma ugualmente non si tirava indietro quando c’era da rispondere ad una domanda o dire la sua opinione. C’erano anche degli amici italiani che ci hanno fatto compagnia e probabilmente questo ha arricchito ulteriormente il dialogo.
A volte ho avuto la sensazione che ci fossero alcune difficoltà di comprensione, ma questo è normale perché spesso gli italiani parlano velocemente e dimenticano che ci sono stranieri che ascoltano. Speriamo che i membri, bontà loro, ci abbiano perdonato per questo, ma occorre anche abituarsi a questo in fondo, prima o poi.
Mi sembra che comunque i ragazzi si siano armati di pazienza e ci abbiano sopportato per quieto vivere, nonostante qualche momento di difficoltà sono riusciti a comprendere tutto o quasi tutto. Solo una volta mi sono visto costretto ad intervenire con gli altri italiani prima che la misura fosse colma. Sto scherzando ovviamente!
Le diversità culturali (non ce ne sono mai abbastanza secondo me, con buona pace di chi non la pensa in questo modo) hanno avuto la loro influenza, senza dubbio, senz’altro direi: in Italia, soprattutto al sud, si cena molto tardi e c’è invece chi è abituato a mangiare qualche ora prima. C’è voluto un po’ per abituarsi e un sonnellino pomeridiano ha aiutato soprattutto i finlandesi a resistere più a lungo la sera.
A proposito di abitudinie di cultura: sapete che gli italiani parlano molto, sono abituati a ridere, scherzare e parlare del più e del meno anche per ore senza stancarsi.
Allora può capitare, quello che è accaduto a noi in uno dei dopocena, durante il nostro soggiorno, che il discorso verta sulla differenza tra la mozzarella e il caciocavallo, tra la differente nella lavorazione, nel gusto, addirittura nella definizione dei termini: la vera “mozzarella” è quella di mucca o quella di bufala? Forse gli stranieri (non tutti almeno) non conoscono la mozzarella bufalina, che viene proprio dalla bufala, la femmina del bufalo. Del resto non si può sapere tutto.
Ad un certo punto qualcuno ci ha fatto notare, scherzando, che la discussione sul formaggio durava ormai da circa due ore, così abbiamo dovuto cambiare discorso, nostro malgrado. E dire che c’erano ancora delle cosette da chiarire a mio parere… Comunque non eravamo sguarnitidi argomenti, questo è certo. Avevamo solamente l’imbarazzo della scelta in realtà.
E’ stato carino fare l’assaggio delle specialità delle varie nazioni. Ognuno ha portato qualcosa di tipico dal suo paese, e il programma prevedeva che questo scambio di leccornie avvenisse solamente una sera. Non vi dico ovviamente che tutte le sere è andata a finire a tarallucci e vino. Ma questa è un’espressione che devo ancora spiegare sul sito però. Beh, che volete, mica posso aver spiegato già tutto! Un’espressione che comunque mi guardero bene dal non spiegare, potete starne certi!
Come località, la località che abbiamo scelto: Santa Maria di Leuca, la scelta è stata ottima. Credo che siamo riusciti a soddisfare i desiderata di tutti.
C’è stata qualche difficoltà logistica forse, di questo bisogna prenderne atto; difficoltà quindi negli spostamenti perché ci trovavamo nella punta estrema dello stivale, e non si può dire che sia facile raggiungere con i mezzi pubblici questa località marina: quasi tutti hanno dovuto affittare un’automobile e tra l’altroi mezzi pubblici in Italia non spaccano sicuramente il minuto. Non sno puntualissimi.
Di sicuro siamo stati in un posto bellissimo che probabilmente i membri non avrebbero mai visitato in altre circostanze poiché, sebbene molto bello, non è uno di quei posti diciamo cheva per la maggiore tra i turisti stranieri, probabilmente proprio per questo tipo di difficoltà.
Io e la mia famiglia eravamo già stati lì negli anni passati, a Santa Maria di Leuca, ma non avevamo notato alcune cose. Ad esempio, a parte i membri dell’associazione, c’erano veramente poche persone, pochi turisti di nazionalità non italiana, e in generale sembrava una località poco “pensata” alla visita di persone straniere: ad esempio i cartelli stradali erano prevalentemente solo in lingua italiana, c’erano pochi negozi per turisti vicino alla costa eccetera. Questo comunque devo dire che è piaciuto, perché probabilmente è stato conservato il vero aspetto del luogo.
Alla fine è stato un po’ triste salutarci ma si sa, prima o poi bisognava farlo. Anche gli addii sono qualcosa a cui ci si deve abituare.
Ho avuto personalmente anche l’onore di regalare i libri di Italiano Semplicemente ai partecipanti; libri che ho provveduto anche a firmare, con dedica personalizzata a ciascuno di loro.
E’ stato un piacere per me, ma credo che a tutti possa fare piacere firmare dei libri. checché ne dicano alcune persone che pensano che questo significhi darsi delle arie.
Giovanni: Buongiorno, oggi parliamo della festa musulmana del sacrificio, grazie ad un’idea di Khaled, membro egiziano dell’associazione italiano semplicemente.Grazie anche a Zahid, insegnante di italiano in Marocco ed a Mona, egiziana. Entrambi mi hanno aiutato per parlarvi di questa importante festa musulmana, che non conoscevo. Le voci che ascolterete adesso sono proprio quelle di Zahid e Mona, ragazza egiziana.Il testo è stato realizzato da Khaled ed è un’occasione per rivedere le espressioni dedicate alla rubrica dei due minuti con italiano semplicemente.Zahid: Buongiorno, mi chiamo Zahid, insegnante della lingua italiana in Marocco. Oggi facciamo una forma di ripasso degli episodi della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”.Oggi esordisco parlandovi, come forma di ripasso, della festa musulmana del sacrificio, che i musulmani si dà il caso che festeggino in tutto il mondo. Questa festa ci ricorda che Abramo si era prefisso di far uccidere il figlio Ismaele per obbedire a un ordine di Allah, il quale poi, bontà sua, gli disse di sostituirlo con un montone. Apriamo una breve parentesi sulle feste musulmane.
I musulmani hanno due feste all’anno che devono rispettare e festeggiare. È un questione di religione, non certo un pro forma per chi ama il proprio credo e si comporta conformemente a quanto prescritto dai testi sacri.
La prima é quella per la fine del Ramadan. Il mese di Ramadan è il momento in cui tutti i musulmani digiunano dall’alba fino al tramonto del sole.Non vi dico che sofferenza!Ci si astiene dal cibo, dal bere e dalle relazioni sessuali. Il tutto, si potrebbe dire, per non uscire dalla retta via, o, detto diversamente, per non prendere una brutta piega.Sebbene il digiuno faccia bene alla salute, esso é infatti considerato principalmente una purificazione spirituale.Fede e rispetto del digiuno pertanto sono un binomioindissolubile per chi sta bene in salute.Distaccandosi dalle comodità del mondo, anche se per un periodo di tempo limitato, una persona si avvicina alle sofferenze di chi soffre veramente la fame e la sete e in questo modo aumenta la crescita spirituale dell’individuo.Non si può decidere di rispettare il ramadan ogni due per tre. La fede è una cosa seria, quindi o così, o pomì. Non ci sono alternative.La seconda festa, quella del sacrificio si svolge in occasione del pellegrinaggio alla mecca.Quello del pellegrinaggio alla mecca é un obbligo: almeno una volta nella vita per tutti i musulmani. Poi chi vuole può tornarci altre volte. Non c’è pericolo di sforare.Infatti per chi é fisicamente e finanziariamente in grado di farlo invece (circa due milioni di persone da ogni parte del mondo), ci si reca alla mecca ogni anno, durante il dodicesimo mese del calendario musulmano.Gli uomini indossano semplici vestiti, in modo che siano eliminate le distinzioni sociali e culturali, affinché tutti siano uguali davanti ad Allah. Balzerebbesenz’altro all’occhio un vestito osé, o anche un abito troppo costoso.Meglio rispettare le traduzioni.Per i pellegrini che pregano nella moschea di al _Haram, alla mecca, c’é la cosiddetta “costruzione nera” , verso la quale si volgono i musulmani, durante la preghiera.Si tratta del luogo di venerazione che Allah ordinò di costruire al profeta Abramo e a suo figlio Ismaele.Uno dei riti è girare sette volte intorno alla kà aba e percorrere per sette volte (andata e ritorno) la distanza compresa tra la collina di saga a quella di marwa, come fece Aagar, moglie di Abramo, mentre era alla ricerca di acqua per suo figlio Ismaele.Facendolo quindi non si rischia certo di essere visti come anime in pena. Nessun musulmano considera questi riti come qualcosa di obbligatorio, qualcosa che tocca fare per forza. Piuttosto apparirebbe strano ed insolito se qualcuno lo facesse con un fare di superficialità e stanchezza.I pellegrini si riuniscono a circa 15 miglia dalla mecca, dove trascorrono l’ntera giornata in intense invocazioni; un raduno che spesso é pensato come un’anticipazione del Giorno del Giudizio.Al decimo giorno. i musulmani celebrano la festa del sacrificio.Questa ricorrenza , assieme alla cosiddetta “festa piccola” cioè la festa del fine del mese Ramadan, che cade nel nono mese del calendario islamico, sono le due feste annuali del calendario musulmano.Grazie a Zahid e Mona che ringrazio. Adesso rileggo anche io la storia così avrete modo di verificare qualche differenza della pronuncia.Mi riferisco soprattutto alle parole: rubrica, osé, Abramo.Zahid: Spero di essere stato chiaro, auguro una buona festa a tutti i musulmani e un grande saluto a tutti i membri del gruppo di italiano semplicemente. Ciao ciao.Giovanni: Sei stato chiarissimo ed anche Mona. Grazie ancora per l’aiuto e grazie a Khaled per l’idea dell’episodio.
Avete mai sentito parlare di Tizio, Caio e Sempronio? E’ questo l’oggetto dell’episodio di oggi. Io sono Giovanni, creatore del sito Italiano Semplicemente.com.
Dunque, avete mai sentito parlare di Tizio, Caio e Sempronio? Probabilmente no, ed allora si fa presto a spiegare chi siano questi tre personaggi misteriosi.
Anche nella vostra lingua, qualunque essa sia, esistono queste persone, sapete? Ma esse si nascondono sotto altri nomi: Pierre, Paul e Jacques in Francia, in Germania invece ci sono solamente Hinz und Kunz (almeno così sembra!) e così via anche in altri paesi.
Ma chi saranno mai queste persone?three people
Niente paura, come avrete sicuramente capito, sono solamente i nomi di tre ipotetiche persone, nomi utilizzati nella lingua italiana per indicare una qualsiasi persona che viene presa ad esempio.
Le persone ipotetiche sono le persone che si usano negli esempi, quindi semplicemente servono a fare degli esempi.
Cosa significa? Significa che quando dovete parlare in generale, e dovete fare un esempio, fate finta che ci siano delle persone alle quali dovete necessariamente dare un nome. Capita spesso di fare esempi di questo tipo.
Non solo. quando non ricordate il nome di una persona, si usa dire “quel tizio”, cioè quella persona, quel ragazzo, quel signore di cui non so il nome. Si dice anche “quel tale”, per indicare questa persona. Naturalmente “quel tizio” diventa “quella tizia” se si tratta di una donna.
Se ci sono più persone si usa “quei tizi”, il primo tizio e il secondo tizio eccetera. Caio e Sempronio in questo caso non si usano.
Hai presente quel tizio che abbiamo incontrato ieri?
No, quale?
Quello a cui abbiamo fatto una domanda in metropolitana, ricordi?
Ah, quel tizio con la barba che stava con quella tizia dai capelli corti?
Eh, sì, proprio quel tizio lì.
Tizio, tra i tre, è sicuramente il più famoso. Ma anche Caio e Sempronio sono abbastanza noti a tutti gli italiani.
Dunque questi tre tizi, vale a dire Tizio, Caio e Sempronio come nascono?
Pensate un po’: nascono per motivi legati alla legge. Infatti quando si fanno degli esempi per far capire come funziona una specifica legge, o come funziona il diritto, si è dovuto far ricorso a dei nomi generici, nomi che servono solamente a far capire come funziona l’applicazione di quel diritto o legge. Ed allora anziché dire: persona 1, persona 2 e persona 3, Giuseppe, Carlo o Giovanni, si è iniziato a usare Tizio, Caio e Sempronio, tutti nomi maschili, ma poco importa.
Ciò che conta è che con Tizio si vuole indicare una persona qualsiasi, e lo stesso vale per Caio e Sempronio, altre due persone qualsiasi.
Il nome di Tizio quindi si usa, a differenza di Caio e Sempronio, anche nel linguaggio di tutti i giorni per indicare “quel tale”, cioè una persona di cui non si sa o non si ricorda il nome, mentre Caio e Sempronio in genere si trovano solamente nei testi giuridici, sempre insieme a Tizio però per indicare persone qualsiasi, non persone precise di cui non si sa o non si ricorda il nome. Un po’ diverso quindi.
Facciamo qualche esempio:
Se Tizio è un artigiano e, commettendo un errore, consegna a Caio un prodotto frutto del suo lavoro, costui (cioè Caio) è tenuto a restituirlo a Tizio, se, nel momento in cui Tizio glielo richiede, questo bene esiste ancora.
Tizio e Caio sono quindi due persone qualsiasi.
E Sempronio?
Beh, se c’è bisogno di una terza persona qualsiasi arriva anche Sempronio.
Se Tizio deve dare a Caio 100 euro e Caio, a sua volta, deve dare a Sempronio 100 euro, allora Tizio, su richiesta di Caio, può dare a Sempronio questi 100 euro. Così è tutto più semplice, no?
Piccolo esercizio di ripetizione:
Ripeti dopo di me:
Hai visto quel tizio che scappava?
Quei tizi laggiù, li vedi? Non sono gli stessi che abbiamo visto ieri?
Se Tizio mi dà 1 euro per consegnarlo a Caio, ma io lo consegno a Sempronio, Caio potrebbe arrabbiarsi.
Erradi (Marocco 🇲🇦 ): Si Giovanni, ci fidiamo ciecamente di te. Ad occhi chiusi.
Giovanni: vi fidate anche di italiano semplicemente e del metodo di insegnamento utilizzato?
José Alfredo (Honduras 🇭🇳): naturalmente Giovanni, mai riposta tanta fiducia in nessun altro sito.
Giovanni: avete voglia di darmi la vostra fidicia anche oggi?
José Alfredo: accordarti la mia fiducia sarà ancora una volta un piacere da parte mia.
Alexandre (Brasile 🇧🇷): Anche io te la concedo volentieri Gianni.
Linda (Camerun 🇨🇲): io mi sono sempre fidata di chi si chiama Giovanni.
Giovanni: bene, mi fa piacere ispirare fiducia da parte vostra. Spero di meritarla.
Papa (🇸🇳 Sénégal): Si Gianni, se godi della nostra fiducia è perché te la sei guadagnata.
Erradi: Giusto, ricevi ciò che meriti.
Khaled (Egitto 🇪🇬): mi raccomando, confidiamo in te anche oggi.
Giovanni: Concedere, riporre, accordare, dare, avere, ispirare, godere, ricevere, meritare, guadagnare: sono tutti verbi che si possono usare con la fiducia.
Un sentimento nobile la fiducia, e se voi mi giudicate persona di fiducia ne sono ben lieto.
Questo episodio però non voleva essere un encomio al mio operato, ma un modo alternativo e divertente per parlare della fiducia e dei tanti verbi che si possono usare.
Un non madrelingua normalmente dà la propria fiducia e riceve la fiducia dagli altri. Questi sono i verbi che usano normalmente anche gli stessi italiani.
Ma se volete cambiare verbo ogni tanto non fa male.
Se date la vostra fiducia a qualcuno, allora riponete fiducia in loro. In questo caso usate il verbo riporre.
È come dare qualcosa di prezioso, e lo fate perché vi fidate. Vi fidate ciecamente. Ciecamente significa senza guardare. Ovviamente è una espressione idiomatica. Significa accordare una fiducia assoluta, quindi fidarsi ciecamente. Non ho bisogno di guardare, di verificare. Mi fido ad occhi chiusi. Un’altra frase con senso figurato.
Non avete bisogno di guardare tanta è la fiducia che avete ripostoin questa persona.
Concedere la vostra fiducia a qualcuno è segnale di rispetto, ed è segno che le vicende passate vi hanno insegnato che non c’è motivo per non concedere la vostra fiducia a questa persona. Concedendo fiducia a me, accordandomi la vostra fiducia, mi fate una concessione, mi concedete qualcosa, è come se mi state consegnando un bene prezioso, da custodire.
Allora significa che io gododella vostra fiducia, altrimenti non me l’avreste mai accordata.
In poche parole, anziché dire: “io mi fido di te”, ci sono delle alternative:
Io confido in te.
Confidare è un sinonimo di fidarsi.
Io ti concedo la mia fiducia.
Vi lascio il tempo per ripetere. Non dimenticate mai di ripetere. Sempre se avete fiducia nelle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.
È molto impegnativo concedere la propria fiducia a qualcuno. Una concessione è una cosa importante. Il verbo concedere è simile a permettere, autorizzare, acconsentire. Anche un diritto si concede. Così anche un permesso.
Io ripongo (la mia) fiducia in te
Qui uso il verbo riporre. Ripongo fiducia in te è come ho fiducia in te, oppure metto la mia fiducia sulle tue mani. Cerca di utilizzarla bene.
Riporre fiducia è come dire anche “mi affido a te”, “ora dipende da te”. Anche in questo caso c’è un grande sentimento in gioco.
Una volta concessa, la fiducia può anche essere rinnovata, se credo che tu continui a meritarla.
Rinnovo la fiducia nei tuoi confronti
Abbastanza formale come dichiarazione. Si può tranquillamente usare anche nel commercio e in generale tra aziende, in comunicazioni scritte.
Ci auguriamo che anche in futuro vogliate rinnovare la fiducia nei nostri prodotti.
Questa potrebbe essere la parte finale di una mail ad un cliente che ha appena effettuato un acquisto.
È un po’ come dire:
Continua ad avere fiducia in noi
Quindi rinnovaci la tua fiducia.
Così come si dà, la fiducia si può anche togliere.
Se non mi fido più di te ti posso toglierela fiducia che ti avevo accordato, cioè dato. In questo caso ti sto sfiduciando. Non esiste invece il verbo “fiduciarie”. Bisogna per forza usare un verbo se vogliamo dare la fiducia a qualcuno.
Togliere la fiducia è un’espressione che si usa molto in ambito politico, quando viene a mancare la fiducia, cioè il supporto politico da parte di un gruppo di uomini politici.
Lo stesso discorso vale per il rinnovo della fiducia: anche rinnovare la fiducia è tipico della politica. Anche qui significa dare nuovamente, concedere ancora una volta.
Attenzione alla preposizione che usate ogni volta: Ho fiducia in te. Ho fiducia in loro, ho fiducia nella magistratura, ho fiducia nei giudici, ho fiducia nelle istituzioni, eccetera.
Vediamo anche la fiducia dalle due parti. Chi la dà e chi la riceve.
Da parte di chi la dà, di chi la accorda, di chi la concede, si usa “nel”, “in” e simili col verbo avere, che come verbo si può usare sia per le persone che per le altre cose: avere fiducia in te, avere fiducia nel futuro, eccetera. C’è un legame tra il destinatario della fiducia e la preposizione che si usa. Questo è normale perché con le persone non si usa l’articolo.
Ma anche se cambio il verbo può cambiare la preposizione.
Accordare la fiducia a te. Accordartela.
Concedere la fiducia a te. Concedertela.
Riporre fiducia in te. Riportela.
Dare fiducia a te. Dartela.
Rinnovare la fiducia a te. Rinnovartela.
Questi verbi sono più adatti per le persone.
Da parte di chi riceve la fiducia invece Ispirare fiducia è fondamentale. A me piace quasi di più ispirare fiducia che avere la fiducia di qualcuno. Ma forse no, anche perché chi ispira fiducia magari non ha fatto nulla per meritarla.
Quando qualcuno ispira fiducia viene voglia di fidarti di questa persona. Per le persone che ispirano fiducia posso dire che godono della nostra fiducia, ma solo se gli viene accordata fiducia. Poi magari non dimostreranno di meritarla, ma intanto se la sono guadagnata. Evidentemente se la sono meritata anche. Ma poi devono anche meritare di mantenenersela e questo accade solamente se decidiamo di rinnovargliela. Altrimenti verranno sfiduciate.
Ripetete dopo di me:
Le persone che ispirano fiducia godono della nostra fiducia,
Ma solo se gli viene accordata fiducia.
Poi magari non dimostreranno di meritarla.
Ma intanto se la sono guadagnata.
Evidentemente se la sono meritata.
Ma poi devono anche meritare di mantenersela.
Questo accade solamente se decidiamo di rinnovargliela.
Altrimenti verranno sfiduciate.
Un saluto da Giovanni, grazie della fiducia e dell’aiuto. Un ringraziamento anche ai donatori, almeno finché non verrò sfiduciato.
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Buongiorno comunque a tutti, sono sempre Giovanni, italiansemplicemente.com.
Uguale, una parola che si può usare in moltissimi contesti diversi.
Tutti voi stranieri la conoscete sicuramente e la sapete usare.
E quando la usate? Quando fate dei confronti.
Uguale è il contrario di “diverso”, come sapete.
Sto facendo un confronto, una comparazione, un raffronto, per giungere a una conclusione.
Comunque è un termine molto generico.
Io sono uguale a te. Noi due siamo uguali, non è vero?
In che senso? Verrebbe da rispondere. Fisicamente? Siamo uguali fisicamente, abbiamo lo stesso carattere? O cos’altro?
Per questo esistono parole simili (ecco, ho appena usato un termine non esattamente uguale ad “uguale”). esistono termini simili ma non esattamente uguali.
Quando due cose sono simili hanno qualcosa in comune, ma non sono “uguali”. Se io e te siamo simili, allora evidentemente abbiamo qualche aspetto che si somiglia, siamo simili nell’aspetto fisico o nel carattere.
Sto confrontando due cose, voglio evidenziare delle similitudini, ma non voglio dire che sono uguali. Ci sono degli elementi che si somigliano: questo si vuole esprimere con la parola “similitudine”. Spesso poi si parla di concetti diversi che vengono messi a confronto.
Potrei ad esempio cercare delle similitudini tra il funzionamento del corpo umano e il funzionamento di un computer. Le similitudini sono dei punti in comune, degli aspetti confrontabili.
Ok, allora la similitudine è diversa dall’uguaglianza. Simile non vuol dire uguale. Ma abbiamo appena parlato anche di somiglianza!
Accidenti, un altro concetto simile all’uguaglianza ed alla similitudine.
In effetti è difficile distingue la similitudine e la somiglianza.
Diciamo che se parliamo di aspetto fisico, due persone si dice che si somigliano. C’è somiglianza tra loro:
Guarda come si somigliano quei due, sembrano fratelli!!
Si parla quasi sempre di aspetto esteriore ed anche di carattere, se parlo di persone.
Si parla spesso anche di somiglianza di gusti, o di carattere tra due persone.
Anche due situazioni si possono somigliare.
Difficile distinguere simile da somigliante. Alcune volte vanno bene tutti e due.
Altre volte no però:
Se io dico:
Oggi mi stai trattando come un estraneo. Come se non mi conoscessi.
Allora posso dire: oggi mi stai trattando in modo simile ad un estraneo.
Qui sto facendo non un confronto esteriore o nel carattere, ma confronto un concetto presentandolo in paragone con un altro. In questi casi posso usare solo “simile”.
Fin qui tutto chiaro giusto?
Quando faccio un confronto, lo faccio a scopo di valutazione. Faccio un accostamento, avvicino degli elementi (due o anche di più) e li comparo, li confronto, li raffronto.
Ci sarebbe anche la similarità: una cosa similare ad un’altra.
E’ la stessa cosa che simile, ma solo meno legata all’aspetto esteriore e più formale.
Ho visto delle scarpe in un negozio, poi le ho acquistate in un altro, ma il prezzo era similare.
L’uguaglianza, comunque, è un concetto particolare. Si usa nella matematica (a=b) e si usa anche quando facciamo accostamenti negativi:
Questi ragazzi di oggi sono tutti uguali! Tutti attaccati al loro cellulare!
In questo modo si fa sempre in modo negativo comunque, si tratta di etichettare delle persone, facendo una generalizzazione che li racchiude tutti. Attaccare un’etichetta sopra una categoria di persone non è mai per fargli un complimento.
Ma posso usare uguale anche quando parliamo di diritti e doveri. Quando parliamo di uguaglianza spesso voglio indicare delle medesime condizioni di parità rispetto a un certo criterio di confronto.
Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge
Posso esprimere questo concetto? Come no, e tra l’altro questo lo dice la Costituzione Italiana, ma lo dice usando parole un po’ diverse. Sapete che la legge usa un linguaggio a volte un po’ più formale. L’art. 3 della Costituzione Italiana dice:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Quindi i cittadini sono sono eguali davanti alla legge. Un termine sicuramente meno usato, un po’ più formale ma sicuramente lo trovate spesso nello scritto. Meno sicuramente nel parlato. Ad ogni modo l’eguaglianza è come l’uguaglianza, ma si usa solo in ambito di diritti.
Si parla di eguaglianza di tutti davanti alla legge. Molto meglio usare eguaglianza in questi casi: tutti capiranno che si sta parlando di diritti e di persone.
I cittadini hanno pari dignità sociale. Quindi hanno uguale dignità sociale? Sì, certo, ma in questo caso la “dignità sociale” è qualcosa che può avere dei livelli: più o meno dignità.
La “stessa” dignità quindi andrebbe già meglio anziché “uguale” dignità. Pari dignità è ancora meglio, perché serve a mettere sullo stesso livello due cose che stiamo confrontando. Qui solo il livello può cambiare, quindi si usa pari dignità.
Allo stesso modo posso dire:
io e te siamo pari di età, di statura e di forza.
Abbiamo la stessa forza? Certamente, ed abbiamo, posso dire, anche pari diritti e pari doveri. I nostri diritti e doveri sono eguali.
Passiamo all’identità.
Che bel cane che hai, una volta ne avevo uno proprio identico!
Se uguale ha la caratteristica di essere generico, identico si usa quando due cose sono proprio uguali, ugualissimi verrebbe da dire (ma “ugualissimi” non esiste!). Neanche “molto uguali” si può dire. invece possiamo dire che due cose sono identiche. In tal caso queste due cose sono esattamente coincidenti, corrispondono esattamente in tutto e per tutto, sono uguali punto per punto.
Questo quadro è una copia identica all’originale.
Quindi si tratta di un quadro perfettamente uguale, in tutti i suoi punti.
La mia opinione è identica alla tua
Quindi io la penso esattamente uguale a te.
Io e te abbiamo gli stessi identici gusti in tema di libri
Quindi a noi due piacciono gli stessi tipi di libri. I nostri gusti sono esattamente gli stessi.
Sono uguali? Sì, sono uguali, ma sono più che uguali. E’ troppo poco dire “uguali”.
Posso anche dire:
Abbiamo i medesimi gusti
Abbiamo la medesima opinione
Se usate medesimi e medesime, al plurale, volete dire gli stessi, le stesse.
Potete quindi sostituire medesimi con “stessi”.
Abbiamo gli stessi gusti
Abbiamo le stesse opinioni
E’ vero, sono cose uguali, di questo state parlando, ma la parola medesimi (anche al singolare: medesimo o al femminile: medesime) oltre ad essere più efficace di “stessi” o “stesso” (ed anche più formale) si usa soprattutto in un caso:
Quando state facendo un confronto, volete dire che due cose hanno una cosa in comune, non che ce l’hanno uguale:
Occorre garantire che tutti gli uomini abbiano i medesimi diritti.
C’è una differenza rispetto ad “uguali” o “identici”.
Non stiamo parlando di due cose: il medesimo è uno solo.
Il medesimo diritto è lo stesso diritto che abbiamo tutti e due. I medesimi diritti è la stessa cosa. Sono gli stessi diritti per entrambi.
Io e te abbiamo i medesimi diritti
Ci sono dei diritti quindi. Io ho quei diritti, e anche tu li ha, e sono gli stessi.
Io non ho dei diritti, tu i tuoi e questi sono uguali, ma gli stessi diritti sono di entrambi, appartengono ad entrambi.
Quindi ci sono degli obblighi che vanno rispettati, e tutti hanno gli stessi obblighi, i medesimi obblighi.
Non posso dite che “i nostri obblighi sono uguali” o che sono identici” perché gli obblighi sono sempre quelli.
Medesimi quindi è come dire “stessi”, è solo più formale, ma sia stessi che medesimi si usano in questo caso.
Vediamo qualcosa di più divertente:
Giovanni ha il naso spiccicato al mio!
Prima abbiamo visto identico. Spiccicato è informale e, come accade sempre nel linguaggio informale, riesce sempre a essere ancora più chiaro nel suo significato.
Generalmente parliamo di cose materiali: viso, parti del corpo, persone:
Giuseppe è spiccicato a mio marito
Tu invece sei spiccicato a mio fratello.
Giuseppe quindi è proprio uguale, “tale e quale” di può anche dire, a mio marito, e tu invece sei proprio identico a mio fratello. Da dove viene questa parola: “spiccicato”.
Pensate alle cose appiccicose, che cioè si attaccano, che si appiccicano. Pensate ad appiccicare due cose tra loro, con la colla, l’una di fronte all’altra, in modo che combacino perfettamente, che siano unite, in modo che coincidano perfettamente.
Perché lo faccio? Beh, ad esempio perché voglio che siano uguali.
Questa è l’immagine da usare, per capire che due cose sono “spiccicate”. Si dovrebbe dire “appiccicate” ma questo verbo si usa per dire “attaccate”, due cose “attaccate” tra loro son oappiccicate.
Invece due cose uguali identiche sono spiccicate tra loro, perfettamente uguali.
Poi in realtà spiccicare vuol dire anche staccare, togliere la colla, dividere due cose. Il contrario di appiccicare è spiccicare.
Prima posso appiccicare due oggetti, e poi posso spiccicarli.
Anche in senso figurato si dice spesso:
Non riesco a spiccicare parola!
Questo non ha nulla a che fare con l’uguaglianza. ma lasciamo perdere il verbo spiccicare.
Due cose spiccicate sono uguali, “tali e quali“, che è ancora un altro modo per esprimere l’uguaglianza assoluta.
A proposito di “tale”. Conoscete il detto:
Tale padre, tale figlio
Una espressione che indica che il figlio ha seguito l’esempio del padre.
Tale e quale invece è un’altra espressione che potete usare al posto di “uguale”, o meglio ancora a identico o spiccicato.
Io sono tale e quale a voi
Un modo utilizzatissimo per esprimere uguaglianza.
Un imitatore, colui che imita le persone, che per mestiere cerca di somigliare a personaggi famosi, ha un obiettivo: sembrare tale e quale ai personaggi che imita.
Tra uomini si potrebbe dire:
Le donne sono tali e quali in tutto il mondo
Ovviamente si potrebbe dire anche degli uomini.
Oppure io potrei dire:
I cellulari di oggi sono tali e quali a quelli di 10 anni fa?
No, per niente! Sono cambiate moltissime cose: c’era Whatsapp dieci anni fa? No. Non è la stessa cosa senza Whatsapp.
Esistono le medesime applicazioni sui cellulari? Per niente. Sono cambiate completamente in dieci anni.
Le batterie sono tali e quali a quelle di oggi? Ci sono le stesse batterie?
Ma quando mai! Sono diversissime. Durano di più adesso, e priva si toglievano, micacome adesso!
In poche parole i cellulari di oggi non somigliano per niente a quelli di 10 anni fa. E’ un confronto che non si può fare!
Un saluto a tutti. E grazie delle vostre donazioni.
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Per il sito significa vita, per te significa istruzione.
Si, è vero che un oggetto è un generico elemento, qualcosa fatto di materia, un modo generico di chiamare qualcosa che ha una certa utilità, come gli oggetti di ufficio, o anche gli oggetti inutili, ma la parola oggetto si usa spesso anche in altro modo, per identificare qualcosa.
Ad esempio: essere oggetto di scherno. Se io sono oggetto di scherno, allora io sono schernito, io sono preso in giro da qualcuno. Chi viene preso in giro? Chi è oggetto di scherno? Sono io. Sono io ad esseres chernito.
Analogamente esiste: L’oggetto di un discorso. Si tratta di ciò di cui state parlando. Allo stesso modo :
La lingua italiana è oggetto di studio in molte università fuori dall’italiana. Cosa si studia in molte
università? Cosa è oggetto di studio? La lingua italiana.
Interessante poi l’avverbio oggettivamente.
L’oggetto si contrappone al soggetto, ma attenzione, nona parliamo di grammatica!
Oggettivamente, la lingua italiana è la più musicale del mondo. È la mia opinione? No, non è un’opinione soggettiva, ma è una verità che prescinde dalla mia opinione, dalle mie preferenze e anche da quelle degli altri.
Tu lo dici perché sei italiano!
No, no! E’ oggettivo, è una verità oggettiva. È OGGETTIVAMENTE vero. Sbaglio forse?
Esercizio
Domande:
1.A che cosa può riferirsi la parola oggetto
a) a cose materiali,
b) a persone,
c) a un concetto grammaticale?
2.Nell’episodio precedente abbiamo conosciuto la locuzione “essere soggetto a…” Quale preposizione segue a “essere oggetto …” ?
a) a
b) con
c) di
d) per
3.L ‘oggetto di un discorso è
a) la persona che parla,
b) l’interlocutore della persona che parla
c) l’argomento del discorso
4.Nella frase: Maria picchia Giovanni! Chi è oggetto di violenza?
5.Se trovi un portafoglio sulla strada, cosa fai?
a) mi ritengo fortunato, lo metto in tasca e me ne vado,
b) lo prendo e il giorno dopo metto un annuncio sul giornale
Mmmm… maledizione!! Anche oggi si è impallato il computer… e cosa fare quando si impalla il computer? C’è una sola soluzione: riavviarlo: riavviare il computer, premere il pulsante e riavviarlo. Ma cosa significa impallare?
Quando qualcosa si impalla – solitamente il computer, il cellulare, un dispositivo elettronico – vuol dire che c’è qualcosa che continua a funzionare, come una palla che gira continuamente ma che non arriva da nessuna parte… aspettate, aspettare, aspettate… ma non succede niente. L’unica soluzione è premere il pulsantino e riavviare, riavviare il computer o quello che è.
E a te si è mai impallato il computer? A me si impalla continuamente, e prima o poi dovrò cambiarlo.
E solo così si usa il verbo impallare.
Il computer si impalla, il cellulare si impalla, eccetera
Cos’è che si impalla? il computer Si impalla il computer.
Tutti i computer si impallano? Mah, prima o poi forse sì. Prima o poi si impallano tutti, almeno quelli che ho avuto io. I cellulari si impallano?
A te si è mai impallato il cellulare?
…. diciamo… non so, forse, sì, qualche volta, non molto spesso, ma anche i cellulari si impallano. Stanno per finire i due minuti. È stato un piacere anche oggi. Ciao!!
Esercizi
Quando il computer si _ _ _ _ _ _ _ riavviarlo
Come posso fare? _ _ si è impallato il PC!
A chi _ _ _ impallato il PC?
Il cellulare si è impallato e adesso devo _ _ _ _ _ _ _ _ LO
Se un dispositivo si impalla vuol dire che si _ _ _ _ _ _ e non va più avanti
Per riavviare il PC occorre _ _ _ _ _ _ _ il pulsante di spegnimento
Anche i cellulari a volte si _ _ _ _ _ _ _ _ _
Soluzioni
Quando il computer si IMPALLA riavviarlo
Come posso fare? MI si è impallato il PC!
A chi SI È impallato il PC?
Il cellulare si è impallato e adesso devo RIAVVIARLO
Se un dispositivo si impalla vuol dire che si BLOCCA e non va più avanti
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Buongiorno a tutti da Giovanni e da Italianosemplicemente.com
Oggi vorrei dedicare un episodio ai donatori, a coloro che sostengono Italiano Semplicemente. So che tutti non possono farlo, ma ci sono molte persone generose nel mondo e queste vanno ringraziate. A me piace farlo con degli episodi come questi. E quale modo migliore di ringraziarli se non facendo qualcosa di utile per loro?
Bene oggi parliamo di mestieri, vale a dire di professioni, di lavoro. Come si chiamano coloro che lavorano nei vari settori?
Le ultime donazioni provengono da Danimarca, Francia, Romania, Germania, Brasile, Argentina, Canada, Belgio e UK.
Vi racconto qualche curiosità su alcune professioni legate a questi paesi. Esploriamo in particolare il mondo della medicina.
In Danimarca ad esempio è molta richiesta forza lavoro nel settore sanitario, quindi prevalentemente medici (coloro che che sono laureati in medicina), e infermieri (cioè che lavorano in infermeria, sempre negli ospedali comunque.
Ma i nomi delle professioni mediche sono moltissimi in realtà. dipende dal ramo che consideriamo, o dalla branca. Si usano indifferentemente questi due termini per distinguere un medico dall’altro. Iniziamo dal ramo della radiologia.
C’è il radiologo che è un medico specializzato in radiologia, che è quella parte della medicina che utilizza le radiazioni ionizzanti a scopi clinici, diagnostici e terapeutici. Molto richiesto in Inghilterra.
C’è il pediatra, medico specializzato in pediatria, molto ricercato ad esempio in Francia. Si parla del ramo della medicina relativo allo studio, alla cura e alla prevenzione delle malattie dell’infanzia. L’infanzia è quell’età compresa fra la nascita e il momento in cui si usa in modo completo la parola, e di solito arriva fino a comprendere la fanciullezza. Diciamo fino ai 13 anni.
Poi c’è il dentista. Chi è il dentista? Lo dice la parola, è un medico chirurgo specializzato in odontoiatria. Questo termine è difficilmente digeribile forse (dentista si capisce facilmente che derivi dalla parola “denti”), ad ogni modo il dentista è un odontoiatra, che, appunto, è laureato in odontoiatria. In Romania è nato il turismo dentale: persone che vanno a curarsi i denti in Romania (le carie ai denti ed esempio) per via dei bassi prezzi ma anche della qualità delle cure e della bellezza della natura.
Molto diffuso è il dietologo, il medico specialista in dietologia (o dietetica): si chiama così quella parte della scienza dell’alimentazione che si occupa dei regimi alimentari indicati nelle varie condizioni fisiologiche e patologiche. In pratica dal dietista ci vanno fondamentalmente le persone grasse, obese, o quantomeno coloro che sono in sovrappeso, ma anche coloro che hanno il problema opposto, o che hanno alterazioni nelle analisi del sangue. Una curiosità: I medici dietisti del Canada, affermano che le diete vegetariane, se correttamente bilanciate giovano alla salute e quindi comportano molti benefici per la salute.
Poi c’è l’anestesista: in caso di operazioni di chirurgia, c’è sempre bisogno di un anestesista, che pratica l’anestesia chirurgica. Nell’anestologia (questo è il nome della scienza) in pratica si fa addormentare il paziente, o una parte del corpo per non sentire il dolore. Anche il dentista anestetizza una parte della bocca prima di estrarre un dente o curare una carie. Alcuni medici ricercatori del Belgio, durante le anestesie, hanno provato la realtà virtuale tramite ipnosi su alcuni pazienti, ed hanno scoperto che il risultato è provare meno dolore e meno ansia in questi pazienti.
C’è poi il cardiologo, che si occupa del nostro cuore. Prima o poi tutti abbiamo bisogno di un cardiologo. Ed in Germania si trova uno dei centri di cardiologia migliori del mondo, ad Amburgo precisamente.
Solo le donne invece hanno bisogno di un ginecologo, che è specialista in ginecologia, quella parte della medicina che si occupa della patologia degli organi sessuali femminili. La patologia è lo studio delle malattie. Tutti i medici si occupano di diversi tipi di patologie. In Brasile, nel 2018, si è svolto il XXII Congresso mondiale di Ginecologia, a Rio de Janeiro ed è stata premiata anche una dottoressa italiana, quindi una ginecologa italiana.
E degli uomini chi se ne occupa? Fortunatamente esiste l’andrologo, disciplina e specializzazione medica concernente la sessualità dell’uomo in rapporto alla capacità di generare. In pratica chi ha problemi legati agli spermatozoi o problemi di erezione, quindi tutte le malattie che possono interessare gli organi maschili deputati alla riproduzione (pene, testicoli, prostata eccetera) e ed anche alle urine, quindi alla pipì. Gli andrologi hanno molto da lavorare ad esempio in l’Argentina, che è il paese che detiene il primato mondiale nell’uso di Glicosato, un pesticida – i pesticidi servono a combattere gli insetti nei campi per la coltivazione di cereali ad esempio. Questi pesticidi causano, tra le altre cose, problemi che riguardano ad esempio la riproduzione, quindi l’apparato genitale.
Molto simile all’andrologo è l’urologo, che si occupa di urologia (urina=pipì), quindi delle malattie dell’apparato urinario, quindi di tutti gli organi che sono coinvolti quando si fa la pipì: reni e vescica ad esempio. I reni sono gli organi del corpo che servono a eliminare dall’organismo le sostanze inutili e dannose o in eccesso. La vescica invece è quel contenitore in cui il nostro corpo raccoglie le urine, prima di essere emesse attraverso la minzione. La minzione è il termine medico per indicare fare la pipì, cioè l’espulsione dal corpo dell’urina che si trova nella vescica. Anche gli urologi sono molto ricercati in Danimarca. Gli ospedali danesi in effetti sono alla ricerca di medici con varie specializzazioni, tra cui proprio quella di urologia. Ovviamente bisogna fare un corso intensivo di lingua danese. Qui arrivano i veri dolori!!
Che dire dell’oculista (anche detto oftalmologo): lui si occupa delle malattie dell’occhio e della vista. L’oculista, nel corso della visita oculistica (o oftalmica), ci misura la vista, controlla quanto ci vediamo e se abbiamo bisogno degli occhiali. Ovviamente si occupa anche delle malattie dell’occhio. A proposito di occhio: il Belgio è una delle mete più ambite dagli studenti di medicina italiani ( se hanno una buona conoscenza del francese). Ci sono centri d’eccellenza nella chirurgia oftalmica, ad Anversa ad esempio. La chirurgia oftalmica è la chirurgia dell’occhio; la chirurgia della retina dell’occhio ad esempio. E se la scienza dell’oculista si chiama oculistica, se parliamo del mestiere dell’oftalmologo la scienza è l’oftalmologia.
E l’ortopedico? Si occupa di ortopedia, che studia l’apparato motore, cioè tutte le parti del corpo che sono deputate e coinvolte nel nostro movimento, quindi ossa e muscoli. Si va dall’ortopedico ad esempio quando fa male un braccio, quando si ha bisogno del plantare per le scarpe, in caso di traumi, cioè incidenti che colpiscono parti del nostro corpo, in special modo ossa e muscoli. Non parliamo degli organi interni quindi. In Inghilterra c’è una forte domanda di ortopedici. Si cercano specializzati in ortopedia ed in altre discipline mediche e ci sono molti aiuti ed agevolazioni ai medici disposti a lavorare in Inghilterra.
Poi c’è il dermatologo, specialista in dermatologia, quella branca della medicina che si occupa delle malattie della pelle. Si dice branca o ramo della medicina. sono termini equivalenti. Si va dal dermatologo quando si ha ad esempio la pelle troppo grassa o troppo secca, o nel caso di rughe sulla pelle quando compaiono con l’età, i più giovani nel caso di presenza di acne o anche macchie sulla pelle. A proposito di acne. Queste bollicine fastidiose sulla pelle vengono chiamate normalmente “brufoli“. Recentemente uno studio a cui hanno partecipato anche medici tedeschi, pare abbia quasi trovato una cura definitiva contro i brufoli. Speriamo bene…
Parliamo anche del neurologo. In effetti anche la neurologia è importante, cioè lo studio del sistema nervoso. In pratica il nostro cervello, quando è colpito da malattie neurologiche può avere gravissimi problemi: Alzheimer, Parkinson, epilessia, sclerosi multipla, eccetera. Quando il nostro sistema nervoso ha dei problemi ci possono essere disturbi alla memoria, al linguaggio, all’invecchiamento.
Diverso è lo psicologo, che aiuta il paziente a comprendere meglio se stessi e gli altri, a favorire il cambiamento, quindi anche a migliorare le proprie reazioni a ciò che ci accade e a migliorare quindi le relazioni con le altre persone.
Diverso ancora è lo psicoterapeuta, o psicoterapista. che è uno psicologo ma anche un medico. Si studia ancora di più per aiutare il paziente ad affrontare ad esempio l’ansia, la depressione, i disturbi psicosomatici, ovviamente le difficoltà relazionali, ma anche i problemi alimentari di origine psicologica e infine le dipendenze, come la droga e l’alcool.
Non so chi dei tre, tra il neurologo, lo psicologo e lo psicoterapeuta se ne occupi, ma in Canada hanno pensato che l’arte possa giovare alla salute: dei medici canadesi hanno iniziato a prescrivere visite e mostre e musei come forma di terapia: l’arteterapia. Niente male come idea. Complimenti ai medici canadesi.
Terminiamo con il chirurgo e l’otorinolaringoiatra.
Il chirurgo si occupa di chirurgia, quindi di operazioni chirurgiche, cioè interventi operatori. Ci sono moltissimi tipi di chirurgia e quindi moltissimi tipi di esperti e professioni: chirurgia della mano, del piede eccetera, dell’occhio eccetera. Sappiate che in Argentina c’è un grande mercato di interventi chirurgici, soprattutto nell’ambito della bellezza: chirurgia del naso, del seno, liposuzioni (per estrarre il grasso in eccesso), eccetera. Grazie ai chirurghi argentini dunque!
L’otorinolaringoiatra invece è specializzato in otorinolaringoiatria (difficile da pronunciare vero?) che si occupa delle malattie dell’orecchio e delle vie “aeree” superiori (naso, faringe, laringe). Quindi perché si deve andare dall’otorinolaringoiatra? Lo si fa quando si hanno problemi di udito e di equilibrio (che come sapete è collegato all’orecchio) ma anche in caso di problemi di respirazione e problemi alla gola (mancanza di voce ad esempio e deglutizione: quando non riusciamo ad ingoiare bene, cioè a deglutire). A proposito di orecchie: una indagine condotta in Francia, mostra come ascoltare musica ad alto volume faccia molto male. I genitori devono stare più attenti ai loro figli, perché basta un’ora al giorno di musica ad alto volume per danneggiare fortemente l’apparato uditivo. Gli otorinolaringoiatri consigliano di seguire la regola del 60-60. Al massimo ascoltare musica per 60 minuti ad un livello non superiore al 60% del massimo volume. Grazie anche alle indagini francesi!
Adesso tocca a voi: io dico una parola e voi dite la professione o il nome del medico:
Un saluto e un ringraziamento ai membri dell’associazione xhe avete ascoltato e a tutti gli ascoltatori. Spero abbiate gradito questo episodio, molto legato alle professioni ed al mondo del lavoro. Se volete saperne di più del linguaggio del lavoro, date un’occhiata al programma del corso di Italiano Professionale, dove potete imparare i verbi italiani più usati nel linguaggio formale e al lavoro, le espressioni e come esprimersi in generale nelle comunicazioni professionali. Un saluto a tutti da Giovanni e da Italianosemplicemente.com
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Ciao ragazzi, facciamo oggi un bell’esercizio dedicato alle preposizioni semplici ed ai mestieri, cioè le professioni, vale a dire ai lavoro. In questo esercizio racconterà una storia in cui vengono utilizzate le espressioni idiomatiche spiegate sul sito italianosemplicemente.com dal 2015 fino ad oggi.
Nella spiegazione scritta, però, mancheranno le preposizioni semplici.
Di conseguenza sta a voi scrivere le giuste preposizioni da utilizzare, dopodiché potrete guardare ed ascoltate la soluzione domani, quando pubblicherà la soluzione con tutte le preposizioni semplici da usare nelle varie parti del testo: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.
Vi parlerò dell’apprendimento della lingua italiana secondo Italiano Semplicemente. Ogni volta che si presenterà una preposizione semplice vedrete uno spazio vuoto sul testo e ascolterete un “bip” nel file audio.
Domani invece potrete leggere e ascoltare la soluzione.
L’apprendimento secondo Italiano Semplicemente.
Come sapete, il sito Italiano semplicemente.com è basato sulle sette regole d’oro che vado____seguito ad elencare:
2) Usare i tempi morti____ascoltare. Questa è la seconda regola d’oro____cui far riferimento: quali sono i tempi morti? Mentre si fa colazione, al bagno (anche facendo la doccia), quando siete____viaggio, mentre si fa la spesa, lavando i piatti eccetera. Una cosa importante: se ci sono persone attorno____voi, magari parlate____voce bassa o nella vostra testa, ma se avete la faccia____bronzo non sarà un problema. ___ l’altro, non aver paura____essere giudicati e____fare brutte figure è sicuramente un punto____vostro vantaggio.
Lo stress, uno dei nemici____sconfiggere. Se non volete perdere la voglia____imparare, dovete armarvi____pazienza e aspettare che le prime due regole d’oro diano i risultati. Vedrete che scoprirete una cosa fondamentale nell’apprendimento della lingua, e se finora avete ascoltato o studiato stressati, adesso che conoscete questa regola, vi rifarete____gli interessi.
4) Apprendere attraverso delle storie ed emozioni. Questa è la quarta regola____usare. Cosa vuol dire? Non imparate frasi o singole parole: ascoltate delle storie, ascoltate dei podcast, un discorso compiuto che metta____moto il vostro cervello. Il contesto vi aiuterà____capire ciò che non riuscite____capire attraverso una singola frase; se non conoscete una parola, le altre parole del discorso vi aiuteranno. Le emozioni non vi faranno distrarre e non vi stancherete____ascoltare. Ma questa è una regola importante anche____chi insegna. Il mio ruolo è importante: sarà mia la responsabilità nel non farvi annoiare.
6) Sesta regola d’oro: Domande e risposte sulle storie ascoltate: I principianti e anche chi ha un livello più alto, deve esercitarsi____subito e provare____rispondere (con la propria voce)____delle facili domande____quanto ascoltato,____questo modo l’apprendimento diventa attivo, non passivo: voi partecipate attivamente e così imparare ad usare parole diverse, parole alternative, verbi e tempi diversi. Ci sono diversi modi____rispondere alla stessa domanda.
7) Parlare: l’ultima regola ma non____importanza. Oggi abbiamo i social, abbiamo whatsapp, abbiamo le chat____cui possiamo parlare____persone____ogni parte del mondo.
Usate tutti questi strumenti____parlare,____ascoltare e____scrivere, ma soprattutto____parlare, perché una lingua non si chiamerebbe così se non si dovesse parlare.____questo modo, rispettando queste sette regole d’oro, va____sé che ci sarà un miglioramento del vostro livello____italiano e questo avverrà anche____modo veloce. Gli amanti della grammatica si mettano l’anima____pace.
Spero che questo episodio rispetti le sette regole d’oro e che voi possiate riuscire____terminare l’ascolto avendo la voglia____rifarlo altre volte. Provate____stampare il dialogo e____riempirlo____le preposizioni semplici. E ascoltate poi la soluzione nel secondo file audio che trovate____questo episodio.____chi è interessato, abbiamo realizzato altri episodi dedicati alle preposizioni semplici. Date un’occhiata se avete tempo.____poco questo episodio sarà terminato. Solo il tempo____un saluto e un’ultima raccomandazione: trovate un amico____cui condividere i vostri episodi: farlo____due sarà più piacevole e produttivo!
Ciao ragazzi oggi come decidiamo di passare questo tempo insieme?
Avrei pensato di affrontare la differenza tra invece e piuttosto, che ne dite?
Ho notato che molti stranieri hanno spesso alcuni problemi nel distinguere questi due avverbi. In effetti hanno ognuno delle caratteristiche ed usi specifici. Oggi ne parliamo insieme se volete, con Giovanni di italiano semplicemente.
Facile confondere invece con piuttosto. A volte non è un grave errore comunque.
Iniziano da invece.
Invece è un avverbio usato per sottolineare l’opposizione, il contrasto o la sostituzione di un concetto ad un altro. Si usa quindi quando vogliamo sottolineare la differenza tra due cose.
Io studio italiano invece tu preferisci l’inglese.
Maria sta a dieta, io invece no.
Credevo mi amassi, invece tu amavi un’altra persona
Abbastanza semplice in questo caso come in altri casi simili: c’è un concetto all’inizio della frase, poi c’è invece che serve ad annunciare un secondo concetto opposto a quello iniziale.
Ci sono alcuni casi particolari però che è necessario spiegare bene a voi stranieri:
1 caso: a volte si può rafforzare l’opposizione usando “mentre invece“, oppure “ma invece“. Ad esempio:
Pensavo che Maria mi baciasse, mentre invece mi ha detto che io e lei siamo solo amici.
L’opposizione tra il bacio ed il rifiuto è sottolineata da “mentre”.
I ladri sono entrati in casa mia ma invece di rubare, hanno giocato con la Play station
Anche qui usare “ma invece” rafforza il contrasto tra i ladri che entrano in casa, che si presume lo facciano per rubare, portare via le cose, ed il fatto che invece si sono messi a giocare.
2 caso: invece di. Quando la preposizione “di” segue dopo, in questo caso c’è sempre una opposizione, ma nel senso dello scambio.
Invece di lamentarti che non hai soldi, perché non vai a lavorare?
Questo libro è in offerta: costa € 10 invece di € 20
Notate che “invece di” in questi casi sostituisce anziché.
Quindi lavora anziché lamentarti. Lavora invece di lamentarti.
10 euro anziché 20 euro. 10 euro invece di 20 euro.
Non sempre però:
Maria sta bene, invece di Giovanni cosa mi dici?
Vediamo adesso “piuttosto“.
Anche piuttosto è un avverbio, ed anche piuttosto serve a fare dei confronti oppositivi. Questo è un problema? Come facciamo a capire quando è la stessa cosa usare invece e piuttosto?
“Piuttosto”, dobbiamo dirlo, si usa anche in altri modi, con altri significati. Invece l’avverbio “invece” è esclusivamente dedicato all’opposizione.
Piuttosto però a volte si può usare al posto di invece, altre volte no. Quando questo accade il significato è quello di “anziché”:
Piuttosto che studiare italiano, perché non studi l’inglese?
In questo caso posso sostituire “piuttosto che” con “invece che”:
Invece che/di studiare italiano, perché non studi l’inglese?
Il senso è lo stesso: opposizione.
Preferisco mangiare tutto ciò che voglio piuttosto che stare a dieta
Preferisco mangiare tutto ciò che voglio invece che stare a dieta
Quindi anziché può diventare “invece di” oppure “piuttosto che”, oppure “invece che” e anche “piuttosto di” a seconda della circostanza.
C’è da dire che “piuttosto che” viene usato anche in modo improprio molto spesso, con lo stesso significato di “oppure”. Ne parliamo dopo.
Riprendiamo adesso gli esempi fatti all’inizio e vediamo come possiamo usare piuttosto al posto di invece, perché non sempre possiamo usare indifferentemente l’uno e l’altro. In questo modo capirete la differenza tra invece ed piuttosto. Gli esempi erano:
Io studio italiano, invece tu preferisci l’inglese.
Potrei chiederti:
Perché non studi l’inglese?
e tu potresti rispondere:
Cosa? Inglese? Piuttosto che studiare inglese, studierei l’eschimese!
Vedete che l’uso di piuttosto serve a contrapporre ancora di più. “Invece” è più neutrale, mentre con piuttosto c’è spesso una rifiuto di una scelta e la preferenza di un’altra. A volte si usa piuttosto per sottolineare l’assoluta avversione verso una cosa, una avversione talmente elevata che siamo disposti, come alternativa a scegliere la peggior cosa possibile, sempre meglio della prima:
Cosa? Inglese? Piuttosto che studiare inglese, studierei l’eschimese!
Piuttosto studio l’eschimese (che non mi servirebbe a nulla), ma l’inglese non lo studierei mai. Una avversione talmente alta verso questa lingua che preferirei la lingua più inutile del mondo: l’eschimese (ovviamente è solo un esempio).
Altri esempi? Prima abbiamo detto
Maria sta a dieta, io invece no.
Potrei dire:
Odio le diete, e piuttosto che stare a dieta, preferisco morire!
Anche qui: talmente è alto l’odio per la dieta, che al limite, sarei disposto a morire come alternativa. Meglio morire che stare a dieta!
Scelta sicuramente opinabile, ma anche questo è solo un esempio.
Credevo mi amassi, invece tu amavi un’altra persona
Questo era l’ultimo esempio fatto inizialmente. Notate che non posso sostituire invece con piuttosto. Il risultato avrebbe un altro significato.
Credevo mi amassi, piuttosto tu amavi un’altra persona
In questo caso può significare: non sono io che amavo un’altra persona, eri tu che amavi un’altra persona: l’enfasi, l’accento, sta sulla parola “tu”:
Non c’è quindi solo una semplice differenza, come con “invece”: io ti amo, invece tu no.
Quindi l’avverbio piuttosto si può usare:
1. Al posto di “invece” per segnalare un’alternativa preferibile.
Quando poi non si vuole proprio esprimere una preferenza ma aggiungere delle possibilità che si ritengono migliori, meglio usare “piuttosto”, e mettere davanti “o”. In questo modo si esprime una preferenza senza scartare la prima possibilità:
Vuoi conquistare quella ragazza? Allora mandale delle rose, opiuttosto scrivile una lettera d’amore.
E’ come dire: “mandale delle rose, omeglioancora, scrivile una lettera d’amore”.
2. Seconda categoria di usi: Il senso di “meglio ancora” può diventare una avversione assoluta verso una scelta quando si fa un paragone e si usa piuttosto per scartare fortemente una scelta, come abbiamo visto:
– piuttosto che sposarti, divento suora!
– piuttosto che tifare la Juventus, non vado più allo stadio!
In questi casi “invece” non è adatto. A volte l’avversione è meno marcata, ma sempre meglio usare piuttosto per evidenziare la contrapposizione:
Non ti lamentare sempre che hai molto da studiare, piuttosto inizia a farlo, perché domani hai l’esame!
In questi casi piuttosto può stare anche alla fine della frase:
Non ti lamentare, studia piuttosto!
3. Terza possibilità: si usa piuttosto per spostare una colpa, o per evidenziare in generale come una caratteristica sia da associare a B anziché ad A.
Un esempio di questo terzo utilizzo lo abbiamo visto prima, quando si parlava di amare altre persone e spostare una colpa da una persona all’altra:
Io non ti ho mai tradito, tu piuttosto, lo hai fatto tante volte!
Mi sembri ingrassato.
Io ingrassato? Ma cosa dici? Tu, piuttosto, non ti riconosco più con quella pancia!
Velocemente vorrei dirvi che, come dicevo all’inizio, l’avverbio “piuttosto” si usa anche in altri modi, che non c’entrano con l’opposizione. Come ad esempio al posto di “un po’“, “abbastanza“:
Oggi mi sento piuttosto bene, cioè mi sento bene, abbastanza bene;
Giulia è piuttosto simpatica;
E’ piuttosto tardi per andare al cinema.
eccetera.
L’uso di piuttosto indica quindi una sensazione non del tutto definita, ma senza eccessi, con una certa cautela, senza troppa decisione.
Infine, un uso improprio, cioè non corretto di “piuttosto” è quello di usarlo al posto di oppure, o di indifferentemente, come se, anziché indicare contrapposizione o avversione, si stesse esprimendo una uguale preferenza. Si sente usare in questo modo nella lingua parlata quando si fa una lista di cose, una lista generalmente non esaustiva e completa. A volte si sente dire ad esempio:
Nel tempo libero studio italiano piuttosto che inglese o francese.
Sembra quasi che la persona che parla stia esprimendo una netta preferenza per la lingua italiana, ed invece nelle intenzioni di chi parla c’è solo quello di fare una lista di lingue, come a dire:
Nel tempo libero studio italiano ma anche inglese o francese.
Nel tempo libero studio italiano oppure inglese o francese.
Nel tempo libero studio italiano oltre che l’inglese o il francese.
La scelta tra queste lingue è indifferente quindi. Ma questo modo di usare “piuttosto” non è corretto, è bene dirlo, proprio perché può essere interpretata in modo diverso, visto che “piuttosto” si usa per contrapporre e non al posto di “oppure”.
Si sente usare anche in ufficio, e a volte anche nella forma scritta. Personalmente mi provoca una sensazione molto negativa quando ascolto quest’uso di piuttosto.
Chiudiamo con un esercizio. Mi aiutano alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente: sentirete una frase da me, avrete il tempo per riflettere e provare a rispondere, con una frase equivalente usando “invece” oppure “piuttosto”, poi sentirete la risposta. Grazie a Khaled dall’Egitto, Anthony e Albert dagli Stati Uniti, Mariana ed Andrè dal Brasile, Ulrike e Bogusia dalla Germania, Natalia dalla Colombia, Monica dalla Spagna e Rauno dalla Finlandia.
Fare il bagno d’inverno? In Egitto Preferisco farlo d’estate!
Khaled: Fare il bagno d’inverno? Piuttosto meglio farlo d’estate in Egitto!
Dici che non ho studiato abbastanza? Tu non l’hai fatto invece! Tu non hai studiato, non io!
Mariana: dici che non ho studiato abbastanza? Tu non l’hai fatto piuttosto!
In Germania si vive abbastanza bene
Ulrike: In Germania si vive piuttosto bene
In Brasile però si potrebbe vivere meglio
Andrè: In Brasile invece si potrebbe vivere meglio
Il caffè prodotto in Colombia viene abbastanza ricco di complessità aromatiche!
Natalia: Il caffè prodotto in Colombia viene piuttosto ricco di complessità aromatiche!
Io sono Polacca ma vivo in Germania, e in Germania sto abbastanza bene. In Polonia però mi sento proprio a casa.
Bogusia: Io sono Polacca ma vivo in Germania, e in Germania sto piuttosto bene. In Polonia invece mi sento proprio a casa,
Invece io sono finlandese, e non rinuncerei mai alla sauna. Meglio morire in quel caso.
Rauno: Invece io sono finlandese, e piuttosto che rinunciare alla mia sauna preferirei morire!
In Italia non si fa la corrida. In Spagna sì.
Monica: In Italia non si fa la corrida. In Spagna invece sì!
Grazie a tutti per l’ascolto.
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Utilissimo un libro di questo tipo. Io non ho mai avuto intenzione di lavorare in Italia.
Perché mi sono interessata quindi del corso di italiano professionale?
Semplicemente perché so che la bellezza di ogni lingua sta nella sua ricchezza espressiva. Voglio leggere libri, poesia, giornali, capire quello che parlano in radio e tv, voglio capire anche le sfumature delle espressioni nei contesti diversi in cui vengono usate. È per questo che faccio parte dell’associazione Italiano Semplicemente; è per questo che seguo con attenzione e grande divertimento il corso e i verbi che formano una sezione importante
del corso.
Un libro scritto da una persona che sa, come nessuno, il significato della parola “insegnare”, impeccabile e indispensabile per qualsiasi straniero che usi quotidianamente la lingua italiana nel suo lavoro oppure, come me, che semplicemente ha voglia di imparare a comunicare in italiano.
È un libro che io potrei raccomandare a tutti quelli che stanno cercando la possibilità o le fonti che faciliterebbero il passaggio dal vocabolario di base al livello più avanzata che assomiglia a quello degli stessi italiani, non solo nell’ambito professionale. In un modo divertente e istruttivo viene mostrata la possibilità di usare i verbi in ogni situazione quotidiana. Il metodo proposto dal sito Italiano Semplicemente (vale la pena dare un occhiata) viene implementato rigorosamente attraverso tutti i contenuti del libro. La mia esperienza personale mi permette di dire: funziona. Basta ascoltare gli audio nel tempo libero e durante un’attività che non coinvolge la concentrazione assoluta. In questo modo impari ad esprimerti in un modo anche migliore rispetto all’italiano medio.
Per me è un piacevole utilizzo dei tempi morti della giornata: sfogliare, leggere un libro di questo tipo e trovare gli argomenti più disparati spiegati nei dettagli e in modo divertente. Vi consiglio di leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente prima di leggere il libro. Sono uno studente universitario ed interessato ad imparare la lingua italiana, soprattutto la cultura italiana. Sinceramente, seguire il sito e la pagina Facebook può cambiare le vostre idee sull’apprendimento. Essere membro di Italiano Semplicemente ha soddisfatto le mie esigenze di imparare e vivere la cultura italiana.
l libro “Verbi professionali” è indispensabile sia per quelli che studiano la lingua italiana sia per quelli che la insegnano. Tutti e due hanno in comune la stessa meta: riuscire a padroneggiare bene la lingua. E se vogliamo bene padroneggiare la lingua italiana questo libro non dovrebbe mancare sul nostro scaffale. La padronanza di tali vocaboli contribuirà di sicuro al successo di una comunicazione d’affari in italiano e aumenterà senz’altro le opportunità di carriera nel mercato di lavoro. Secondo me con questo libro saranno evitate le eventuali incomprensioni interculturali, che accadono spesso, e che sono uno dei maggiori ostacoli al successo della comunicazione d’affari.
E poi c’è il metodo giusto – TPRS – che ci facilita il loro apprendimento e che diventa alla fine divertente. Molto consigliabile.
Andrè e Giovanni vanno in discoteca. I due diciottenni promettono ai propri genitori di non bere.
Alla fine della serata, Andrè sembra in grado di guidare, sebbene abbia bevuto un paio di bicchieri.
Giovanni invece è decisamente brillo, per non dire alticcio. Peccato, perché dei due, Giovanni è il più attento alla guida, mentre Andrè si distrae abbastanza spesso. Inoltre Andrè non ha ancora fatto l’esame di guida!
Andrè si mette comunque alla guida.
“Tu fammi da navigatore”, dice a Giovanni, “perché non sono sicuro di ricordare la strada di casa.
“Conta su di me”, risponde Giovanni, sebbene Andrè fosse consapevole della probabile scarsa credibilità delle parole di Giovanni, ma d’altronde non aveva scelta.
“Fai attenzione ai segnali di precedenza”. Giovanni inizia subito con i sui consigli, sbracato sul sedile posteriore ad occhi semichiusi.
Andrè: Ok, tranquillo, ce la faccio. Però dammi indicazioni precise, perché i cartelli stradali non li conosco benissimo ancora.
Dopo 100 metri, ecco il primo incrocio pericoloso.
Giovanni: “fermati allo stop, vedi il cartello?”
Andrè si ferma allo stop, rispettando correttamente l’apposita segnaletica verticale e orizzontale.
Giovanni: Questo segnale o cartello indica che ci dobbiamo fermare per dare la precedenza alle macchine che vengono da destra o da sinistra. E’ uno stop. Si chiama così.
“Tra un po’ inoltre incroceremo una strada con diritto di precedenza”, la voce di Giovanni arrivava puntuale dalle retrovie.
Andrè: Bene, ecco la strada. Che faccio?
Giovanni: il cartello triangolare con la punta verso il basso indica che bisogna dare la precedenza a chi viene da destra.
Adesso vedrai che la strada peggiorerà, ci sono molte buche qui, quindi vai più piano. Ecco il cartello che indica che la strada è dissestata.
Andrè: ah ok, che devo fare?
Giovanni: rallenta, mica vorrai rompere il semiasse, no?
Andrè: Giusto. E quel segnale ritondo? Questo con le frecce che fanno il giro.
Giovanni:vuol dire che tra poco c’è una rotatoria.
E’ un segnale di prescrizione, cioè di obbligo. Lo trovi prima dello sbocco su un’area in cui è prescritta la circolazione rotatoria (un incrocio, una piazza). Quindi i conducenti sono obbligati, c’è cioè la prescrizione, quindi devono per forza circolare secondo il verso indicato dalle frecce. Il segnale lo trovi sempre prima dell’incrocio sul lato destro. Ricordati he?
Andrè: va bene allora giro in tondo.
Giovanni:adesso attento perché c’è una scorciatoia che possiamo prendere, una strada in cui non si potrebbe passare, ma considerata l’ora, possiamo provarci. Eccola, vedi che c’è il cartello di divieto di transito.
Andrè: Quello rotondo col bordo rosso e dentro bianco?
Giovanni: sì, quello, ma vai lo stesso, tanto chi deve passare a quest’ora! Tra l’altro nessuno può passare qui, né da una parte né dall’altra. Quello è un divieto di transito,
Andrè: rischiamo una multa?
Giovanni:sì, ma la polizia non c’è in giro. Ecco, adesso vai fino alla fine, gira a sinistra e siamo quasi arrivati.
Andrè: ok, ma quest’altro cartello che significa? E’ rosso ed ha una banda bianca orizzontale al centro.
Giovanni: non potremmo transitare, è vero, infatti quando incontri questo segnale vuol dire che stiamo entrando dal senso sbagliato. Da questa parte non si può entrare, dobbiamo entrare dall’altro senso. Ma vai tranquillo, sono le tre di mattina.
Andrè: possibile che incontriamo tutte strade in cui non possiamo andare?
Giovanni:no, tranquillo, adesso c’è anche un senso unico. Prendilo. Ecco, è questa strada davanti a te, che ci porterà fino a casa.
Andrè: quale strada? E dov’è il cartello?
Giovanni:questo rettangolare blu, con la freccia bianca dentro verso destra.
Andrè: ah sì, lo vedo. Vado tranquillo quindi?
Giovanni:vai, vai, questa è una strada a senso unico, puoi andare tranquillamente!
Andrè: sì… a meno che incontriamo altri due ubriaconi come noi che tornano a casa!
Giovanni: vai a tutta birra qui che siamo quasi arrivati!
Andrè: ma c’è il limite di velocità a 80 all’ora, non possiamo andare forte qui, questo cartello lo conosco! E poi c’è una macchina davanti a noi. Mica possiamo sorpassarla.
Giovanni: sì, lo so, ma stanotte abbiamo fatto tante infrazioni, quindi vai forte e sorpassa questa lumaca!
Andrè: va bè, ma ti ricordavo come un ragazzo prudente, cosa ti è successo stanotte? Comunque faccio finta che questo divieto di sorpasso non esista?
Giovanni: esatto! Allora qualche cartello lo conosci!
Andrè: solo qualcuno. Ma guarda chi sta arrivando!
Giovanni: la polizia!! Ci stava seguendo da un po’ di tempo!
Meno male che siamo arrivati. Accosta davanti casa e fai finta di niente!
Poliziotta: buongiorno (si fa per dire), non è la vostra giornata fortunata oggi: Guida in stato di ebrezza, guida senza cinture di sicurezza, infrazione del divieto di transito, transito senso contrario, ed infine parcheggio in sosta vietata. Non oso neanche chiederle di farmi vedere la patente!
Andrè: beh, in effetti… ma come sosta vietata?
Poliziotta: certo, non si può parcheggiare qui. Non conosce i cartelli stradali?
Giovanni: signora poliziotto, potrebbe chiudere un occhio per stavolta? Siamo stanchi e…
Poliziotta:… va bene, va bene, ma la prossima vi ritiro la patente! Se ce l’avete…
Giovanni: Buongiorno ragazzi oggi vediamo un piatto classico della cucina italiana: la parmigiana di melanzane. Dal nome si capisce subito che gli ingredienti fondamentali sono due: il parmigiano e le melanzane. Spessissimo gli italiani la chiamano semplicemente la parmigiana, ma lascio la parola a Giuseppina, che vi spiega la ricetta da par suo, noi ci sentiamo dopo. Vai mamma!
Giuseppina:
Parmigiana di melanzane.
Che domenica piovosa! Oggi si presenta una giornata di quelle noiosissime e io cosa posso fare, per passare la giornata senza restare tutto il giorno davanti alla TV?
Cucino, e preparo un piatto confort food, di quelli che ci coccola e ci scalda il cuore, gratifica, rassicura e fa passare anche eventuali momenti di tristezza.
Da buona italiana il mio piatto di conforto, quello per i giorni in cui serve tirarsi su, è la parmigiana di melanzane, il piatto della famiglia in festa.
Un grande classico della cucina italiana, ricco, fatto con melanzane, farina, uova, sugo di pomodoro, mozzarella e parmigiano.
Se decidiamo di concederci una parmigiana, dobbiamo farla buona, perché questo non è un piatto dietetico, inutile pensare di fare light un piatto come la parmigiana, la facciamo una volta ogni tanto e quella volta ce la gustiamo così, ricca e gustosa.
Se poi volete sentirvi meno in colpa, gustatela come piatto unico. E’ un piatto generoso, di quelli che dopo aver riposato, il giorno dopo è ancora più buono.
Allora dai, facciamo insieme questo piatto tradizionale, semplice e perfetto, che rappresenta uno dei piatti meglio riusciti della tradizione mediterranea e ha il grosso vantaggio di poter essere preparato in anticipo per poi essere cotto al forno, prima di servirlo caldo e filante.
Le regioni che si contendono l’origine delle melanzane alla parmigiana sono la Sicilia, la Campania e la città di Parma.
Non spetta certamente a me decidere chi ha ragione, ma solo cercare di prepararla al meglio per poterla gustare sulle nostre tavole. Io la preparo così:
Prendiamo le melanzane, quelle lunghe e strette, 1 chilogrammo.
Le laviamo bene, togliamo la parte superiore e le facciamo a fette dello spessore di mezzo cm. che faremo fritte dorate. Procediamo così:
Passiamo nella farina le fette di melanzane;
Sbattiamo due uova con un pizzichino di sale e ci bagniamo le fette di melanzane infarinate. Le rigiriamo una per volta in modo che l’uovo le ricopra bene e le lasciamo li.
Mettiamo sul fuoco una padella con abbondante olio per friggere, – io per friggere preferisco l’olio di girasole – e mettendo 3,4 fette per volta le facciamo dorare tutte.
Mano a mano che le togliamo dalla padella le mettiamo in un piatto sopra della carta assorbente che toglierà l’olio in eccesso.
Ora facciamo un bel sugo di pomodoro, ma non solo con quello.
Metteremo in un tegame olio extra vergine di oliva, sedano, carota e cipolla, e 300 grammi di carne bovina macinata, facciamo scaldare e aggiungiamo una bottiglia di polpa di pomodoro o di passata, come preferite, l’importante è che sia di buona qualità, sale e pepe e facciamo cuocere circa mezz’ora.
Qualcuno arriccia il naso di fronte al sugo di carne sulla parmigiana, io vi assicuro che ci sta proprio bene, però se volete farla solo vegetariana, come la vuole Gianni, preparate la salsa di pomodoro solo con il trito di sedano, carota e cipolla e basilico.
Facciamo a fettine una bella mozzarella grande, di circa 300 grammi.
Ora, in una teglia, versiamo sul fondo un poco di sugo, poi facciamo uno strato di melanzane, aggiungiamo la mozzarella, il parmigiano e copriamo con il sugo.
Continuiamo sempre così fino a che avremo finito tutte le melanzane.
Mettiamo in forno a 200 gradi per 30 minuti con il calore impostato sia sotto che sopra in modo che venga una bella crosticina dorata.
Ed eccola qua, pronta, profumata e molto invitante. Basta lei sola a rendere importante un pranzo. Buon appetito!
Un consiglio: fatela riposare qualche minuto prima di tagliarla e servirla, troppo bollente ed appena sfornata non da il meglio.
Giovanni: bene, ora che non vedete l’ora di assaggiarla, considerato che dovete aspettare un po’ per farla raffreddare, usiamo questo poco tempo per imparare qualcosa.
Mia madre ha parlato di conforto: un piatto di conforto, che serve a confortare le persone, cioè a tirarle su, a farle risollevare il morale, a rassicurarle. A consolare, ad alleviare una sofferenza. Quando piove confortatevi con una bella parmigiana, concedetevi una bella parmigiana come ha fatto mia madre. Cedete alla tentazione e concedete una gratificazione al vostro palato. Attenzione perché il verbo concedersi, quindi nella forma riflessiva (concedersi a qualcuno) significa concedere se stesso, nel senso sessuale, vale a dire abbandonarsi tra le braccia di qualcuno. Meglio concedersi la parmigiana!
Il verbo contendersi, utilizzato da mia madre, significa lottare per aggiudicarsi qualcosa. In questo caso la Sicilia, la Campania e la città di Parma si contendono l’origine della parmigiana, come ci si può contendere una coppa, un premio o una conquista amorosa. Se la parmigiana è troppo poca e gli ospiti sono tanti, allora vi contenderete anche voi la parmigiana.
La parmigiana, tra i suoi ingredienti ha due tipi di formaggi, il parmigiano e la mozzarella. Ed è quest’ultima a rendere filante la parmigiana.
Filante è tutto ciò che fila. Ed è la stessa mozzarella a filare.
Un verbo particolare “filare“. Ha molti significati, ma nel caso della mozzarella, filare significa produrre dei fili, cioè assumere un aspetto filiforme, formare dei filamenti. La mozzarella, quando è riscaldata, diventa filante, cioè fila, diventa molto più morbida e non si spezza, ma forma dei filamenti. Questo accade quando mordete un pizza con della mozzarella o provate a spezzare con la forchetta la parmigiana. Avrete bisogno di allungare il braccio per spezzare la mozzarella filante (un gesto non molto elegante).
La mozzarella difficilmente si spezza ma rimane sempre un filamento attaccato che si allunga, si allunga, si allunga…
Meglio poi la polpa di pomodoro o la passata di pomodoro 🍅?
Qual è la differenza innanzitutto?
La polpa è ricavata direttamente da pomodori che sono stati precedentemente tagliati a pezzi e privati dei semi. La polpa è usata prevalentemente per cotture lunghe o a elevate temperature ed è particolarmente indicata per fare il ragù.
La passata invece è più liquida perché i pomodori li trovate già tritati ed inseriti nella loro acqua. Non è pomodoro in pezzi quindi ma pomodori tritato. Inoltre la passata a differenza della polpa viene precedentemente cotta durante la produzione quindi necessita di una cottura più breve, anche perché perderebbe parte delle sue proprietà.
Vediamo adesso arricciare il naso.
Questa è un’espressione del viso oltre che un’espressione idiomatica. Simile a storcere il naso, Quando ascoltiamo qualcosa con cui non siamo d’accordo facciamo una smorfia tipica, arricciamo il naso, storciamo il naso. Un’espressione del viso particolare che mostra la nostra disapprovazione verso qualcosa, come se assaggiassimo un cibo che non ci convince. Arricciare e storcere significano piegare, avvolgere, cambiandone la forma.
Potete usare l’espressione arricciare il naso in un contesto informale ogni volta che c’è qualcuno che disapprova qualcosa. Non è una forte disapprovazione, altrimenti useremmo altre espressioni tipo provare ribrezzo verso qualcosa o schifare qualcosa o rabbrividire per qualcosa.
Se viene servito un caffè non eccezionale un italiano sicuramente storce o arriccia il naso. Se sento dire che in alcuni paesi la parmigiana viene preparata senza melanzane, qualcuno potrebbe incuriosirsi, altri arriccierebbero il naso per questo.
Vediamo adesso la differenza tra una padella ed un tegame.
Avete ascoltato che si usa la padella per friggere le melanzane con olio. In effetti la padella si usa prevalentemente per friggere verdure e per fare le frittate, cioè uova fritte. La padella è poco profonda ed ha un solo manico. Solo una mano è necessaria per usare una padella.
Il tegame invece è un utensile di metallo (come anche la padella) ma è più profondo, ed ha due manici. Il tegame è più adatto per preparazioni più lunghe perché può contenere una quantità maggiore di verdure, carne eccetera.
Quindi un hamburger si cucina in padella, mentre per il ragù si usa un tegame. Sia la padella che il tegame comunque vanno sul fuoco, cioè si usano solo sui fornelli. In un forno potete mettere invece una teglia (o pirofila), generalmente rettangolare, alta circa 7-10 centimetri, di metallo o rame ed ha anche questa due manici. È nella teglia che cuoce la parmigiana al forno.
Adesso potete andare a farvi confortare dalla vostra parmigiana. Se ne avete fatta abbastanza potete evitare di contendervela.
Un saluto da Giovanni.
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Giovanni: Benvenuti nel segno del Leone. L’animale credo lo conosciate tutti, il “Re della foresta”, così si fa chiamare, o meglio così’ lo chiamiamo noi esseri umani.
Ma anche nello zodiaco il leone è il re. Siamo di fronte al re dello zodiaco. Il re dei segni zodiacali.
Cosa significa?
I segni zodiacali a voi che state cercando di migliorare il vostro italiano, sono stati pensati per capire come descrivere il carattere delle persone, e già solo da questo dettaglio che vi ho detto: il re dello zodiaco, si può intuire che la personalità del Leone è tutt’altro che priva di sapore e di spessore.
Il Leone è un segno di fuoco, ed è anche un segno fisso.
Abbiamo già descritto queste caratteristiche dei segni zodiacali. I segni di fuoco sono Ariete, Leone e Sagittario. Essere un segno di fuoco significa essere persone creative, calde e luminose. Creatività, energia, ma anche istinto, intuito, entusiasmo, coraggio, e spesso impulsività e slancio. Questo sono i segni di fuoco. Le persone di uno di questi segni sono spesso anche individualisti, hanno una forte capacità di decisione ed orgoglio.
Poi è un segno fisso, cioè cade al centro di una stagione, non si trova al limite tra una stagione ed un’altra. E la sua stagione è quella più calda, l’estate. E durante l’estate il Sole scalda il Leone, e lo fa brillare. Potremmo anche dire che il Leone brilla di luce propria, perché è l’energia che scorre nelle sue vene.
Cosa voglio dire quando una persona brilla di luce propria? In genere questo accade perché queste persone hanno un forte ego, un forte senso dell’io, una forte personalità: non sono persone che passano inosservate, tutt’altro, sanno ciò che vogliono, e lo mostrano senza remore, senza timore, rischiando ovviamente di risultare evidenti, a volte ingombranti.
Iniziamo da questo: i leoni sono spesso ingombranti. Tutti gli aggettivi che abbiamo visto finora di questo segno adesso li spieghiamo bene, iniziando proprio dalla loro presenza ingombrante.
Ulrike: trovo interessante l’aggettivo ingombrante. Cosa sai dirci del significato?
Giovanni: Grazie Ulrike della domanda. L’aggettivo ingombrante viene spesso associato alla presenza: una “presenza ingombrante” parlando di una persona: Giovanni è una presenza ingombrante. Non è certo un complimento però.
Il senso è chiaramente figurato, perché ingombrante vuol dire che ingombra, cioè che occupa un grande spazio, e così facendo rende inutilizzabile una eccessiva quantità di spazio; è voluminoso. Questo è quanto si dice di un mobile ingombrante, ma in senso figurato quando una persona la definiamo tale significa che toglie spazio agli altri e che non possiamo far finta che non esista.
Una persona la cui presenza mette a disagio altre persone, o suscita anche fastidio. Una simile persona è invadente (nel senso che invade, occupa spazio altrui) scomoda (non si tratta facilmente con una persona così), inopportuna a volte (si comporta in modo sconveniente in circostanze che richiedono invece un comportamento diverso, più opportuno appunto). Questi sono altri termini abbastanza simili.
Il Leone in effetti non conosce le mezze misure. Non è una persona moderata, che sa gestire gli equilibri in modo ragionato, che pensa ai compromessi tra i vari interessi: per lui non esistono le mezze misure, e si dice così quando si parla di persone decise, che o vogliono ottenere il massimo dalle cose, oppure meglio niente, meglio niente che una via di mezzo, una “mezza misura”, appunto. Il suo obiettivo, di solito, ciò a cui mira un leone, è tutto, perché il leone non conosce le sfumature. non conosce le differenti tonalità di grigio. Esiste solo il bianco ed il nero.
Ma non dovete pensare, dalle mie parole, che i leoni sia egoisti, perché invece il segno è molto generoso, uno di quelli che adorano invece condividere con gli altri.
Ricordiamoci che il calore si trasmette, e le persone calorose, calde, trasmettono il loro calore a chi sta loro vicino. In questo modo il leone dà anche prova di sè, mostra a tutti che è lui il “re della foresta”. Anche con i bambini riesce ad essere affettuoso ed amorevole.
Il Leone infatti non passa inosservato, tutti si accorgono di lui: è estroverso, volitivo, sprizza gioia di vivere ed è un leader nato. E’ lui il numero uno, il leader, colui che calamita l’attenzione di tutti gli altri.
Ma vediamo meglio la volitività. Cos’è? la volitività è la caratteristica delle persone volitive, ed il volitivo è colui che ha una capacità decisa e durevole a volere.
Il volitivo non si arrende mai, punta l’obiettivo e non lo molla, non lo abbandona. Il volitivo vuole, è deciso a volere e non si arrende al primo nè al secondo inconveniente che incontra sulla sua strada.
I suoi sogni sono sempre i più grandi: diventare presidente come Obama (è un Leone), essere la star del rock (Madonna è del Leone). I leoni sono seguiti dalle masse, anche nel piccolo il leone è quello del gruppo che si fa notare di più, il leader, colui che sa scaldare i cuori, che sa essere travolgente. In fondo non ha mezze misure il leone.
Ulrike: e cosa significa travolgente? Da dove deriva questa parola?
Giovanni: travolgente riferito alle persone, ha un significato figurato: una persona travolgente è una persona che conquista, che trascina irresistibilmente, colui che riesce a conquistarti col suo entusiasmo; ed il Leone è trascinante, coinvolgente, prorompente. La sua eloquenza travolgente; il suo modo di parlare quindi, riscuote sempre un successo travolgente. A volte è la sua simpatia a travolgere tutti, altre volte è la sua passione travolgente a calamitare tutti attorno a sè.
Travolgente da dove deriva? In senso proprio, non figurato, si riferisce alla forza della natura: un vento travolgente, che abbatte ogni resistenza; che non incontra ostacoli e che quindi ti travolge, ti inonda, ti sorprende. La sua forza impetuosa, irresistibile, a volte violenta, non incontra resistenza. Ti travolge, appunto. Il loro attivismo ed entusiasmo si notano, eccome.
Difficilmente, infatti, incontrerete dei Leoni che non fanno nulla, che sono cioè nullafacenti o nullatenenti.
I loro sogni sono grandiosi, magari sono sogni artistici, ma sicuramente ci sono forti possibilità di un futuro successo.
Il leone non si nasconde, non lo fa neanche in amore. E’ limpido, tutte le sue dimostrazioni sono plateali. Anche in amore si fa rispettare ed è coerente con quanto detto finora. Anche qui è travolgente: il suo potenziale partner si accorge di lui o di lei perché non può fare altrimenti: attenzioni continue, regali, plateali dimostrazioni anche in questo campo, e pazienza se anche gli altri se ne accorgono!
Andrè: qual è il significato di dimostrazioni plateali?
Giovanni: Grazie della domanda Andrè. plateali viene da platea, che significa piazza. Questo termine viene usato in due modi diversi, ed in questo caso significa “evidente”. Un gesto plateale, ad esempio, è un gesto chiaro, evidente, aperto, che tutti possono vedere, un gesto che non è possibile venga frainteso il significato. Il gesto plateale, così come le dimostrazioni plateali, sono comportamenti, atteggiamenti con cui si vuole dimostrare chiaramente, senza ambiguità, qualcosa. Si tratta di gesti chiari ed a volte quasi ostentati, ed infatti il termine plateale ha anche un significato negativo, inteso come qualcosa di volgare e grossolano, poco delicato, fatto solo per farsi notare.
Quindi una dimostrazione plateale esprime la volontà chiara di dimostrare qualcosa senza troppo badare ad altro. La cosa che conta è che venga capita l’intenzione di chi compie il gesto, senza ambiguità, e per questo spesso è considerato un po’ eccessivo e vistoso.
Si parlava anche di amore, e il leone ha anche un’altra caratteristica molto apprezzata in quest’ambito: la virilità. Il leone è virile.
Bogusia: non conosco l’aggettivo virile. Potresti spiegarmi per favore?
Giovanni: Certo Bogusia. La virilità è un tipica caratteristica dell’uomo. Significa proprio mascolino. Quindi chi ha il pelo sul petto è un uomo virile, ma in senso figurato indica un comportamento dei maschi, spesso apprezzato, altre volte no. Il virile è maschio, piace perché deciso, fermo, risoluto. Proprio come il leone.
Al leone non mancano i difetti e questo lo abbiamo già visto parlando di ingombranza e egoeccessivo. Loro amano essere apprezzati, stimati, amano i complimenti, ma amano anche le sfide, le conquiste sofferte: più è alta la posta, maggiore è la soddisfazione.
Di conseguenza le lodi eccessive e le critiche possono dar fastidio: i leoni sono suscettibili all’adulazione.
Sono encomiabili per il loro impegno e dedizione, la loro voglia di vincere sempre, e la pazienza che mettono, e il cuore, e l’entusiasmo, e il trasporto ma troppe lodi gli danno fastidio, così come una frase sbagliata può dare loro mollto fastidio. Sono encomiabili ma suscettibili. Possono reagire in modo stizzito, diciamo mostrando uno stizzito orgoglio.
Khaled: Ci potresti dire del termine encomiabile?
Bogusia: cosa significa stizzito orgoglio?
Giovanni: grazie delle vostre domande Khaled e Bogusia. Encomiabile significa degno di encomio, cioè degno di ricevere una lode, un encomio, un complimento.
Invece la parola suscettibile ha a che fare con lo stizzito orgoglio. Suscettibile significa che bisogna stare attenti perché il loro orgoglio è grande. I leoni sono orgogliosi e a volte altezzosi, e difficilmente sono in grado di sopportare, fa passare una battuta di cattivo gusto. Se si sentono feriti, reagiscono in maniera aggressiva, reagiscono in modo stizzito, perché il loro orgoglio è stato colpito. Reagire in modo stizzito vuol dire che si è ricevuta un’offesa, e la reazione è immediata. Stizzito significa irritato, risentito, molto infastidito. Infastidito in questo caso nell’orgoglio che è stato ferito.
Questa, in breve, è la suscettibilità. E Il contrario è paziente, tollerante, equilibrato. Ma il leone, non pazienta, non tollera, e abbiamo detto che non ha mezze misure, quindi l’equilibrio non è cosa sua. Il leone odia il nichilismo.
Andrè: non ho la più pallida idea di cosa significhi nichilismo.
Giovanni: è un termine filosofico, ma nel linguaggio più comune il nichilista è colui che ha un atteggiamento rinunciatario, perché è convinto che tanto non serve a nulla, tutto è inutile. Ma evidentemente i nichilisti hanno poca stima nei propri confronti. Non è il caso del leone.
Abbiamo anche detto altezzoso come aggettivo. Simile ad orgoglioso, ma molto peggio: essere altezzosi è avere una boria, una presunzione offensiva nei propri atteggiamenti, nei rapporti sociali, che dà molto fastidio alle altre persone.
La boriosità è fastidiosissima. Il borioso, l’altezzoso, cammina a testa alta con sguardo fiero, sicuro di sè, un abituale atteggiamento di sprezzante superiorità e grandezza, rispetto agli altri, ma è più presunta, più nella sua testa, che reale. Si dice presuntuoso normalmente, perché il presuntuoso presume di essere migliore degli altri, lo immagina, ma agli occhi degli altri non lo è affatto. Insomma la presunzione, l’altezzosità e la boria (attenzione all’accento) che si possono vedere nel Leone lo allontanano dal concetto di empatia.
Ma queste caratteristiche appaiono solo se provocate un leone.
La sua fierezza gli inpedisce di essere equilibrato, ma il leone sa essere anche conprensivo. Lui è trasparente, sa esteriorizzare i sentimenti, può reagire male a volte ma sa essere molto magnanimo.
Ecco un’altra caratteristica interessante: la magnanimità.
Rauno: potresti chiarire un po’ che cosa significa esteriorizzazione e magnanimità?
Giovanni: grazie della domanda Rauno. Esteriorizzare significa far uscire fuori, all’esterno. Parliamo di sentimenti, delle emozioni. Essendo un carattere estroverso, il leone esteriorizza, mentre la persona introversa fa l’opposto: interiorizza.
Anche la magnanimità è interessante. Essa consiste nell’essere nobili nell’animo.
Il magnanimo è grande nell’animo, questo è all’origine del termine.
Il magnanimo è colui che si ritiene degno di onori e di fama, degno del successo, ed è veramente degno, altrimenti sarebbe un pusillanime. Chi crede di essere invece non lo è, quindi, si chiama pusillanime, mentre chi merita gli onori che riceve è magnanimo.
Il magnanimo quindi non aspira ad imprese troppo grandi rispetto alle sue capacità. Sa chi è e cosa merita, è ben presente e consapevole. Una qualità che non hanno tutti, evidentemente.
Bogusia: Gianni, quando posso dire che qualcuno è un po’ sfuggente?
Giovanni: grazie della domanda Bogusia. Qualcuno potrebbe in effetti definire il leone un po’ sfuggente. È un leone un po’ diverso dagli altri, perché non lascia trapelare chiaramente i suoi pensieri, i sentimenti, le emozioni. Questo leone è più silenzioso e riservato, un po’ timido forse, ma se riuscite ad avere confidenza con lui o lei, uscirà il vero leone, sicuro e volitivo, uno che sa esteriorizzare, che sa manifestare i propri sentimenti.
Bogusia: ho ancora una domanda. Mi interesserebbe la differenza tra volenteroso e volitivo.
Giovanni: un’ottima domanda Bogusia. Il volenteroso ha volontà, e il leone ha una grande forza di volontà. Il volenteroso ha buona volontà, è diligente, non si distrae, ha voglia di fare. Ma essere volitivi è invece indice di grandissima forza di volontà. Il volitivo si riconosce dallo sguardo, dai gesti, dagli atteggiamenti. L’essere volenterosi non garantisce il successo, anzi spesso si usa il termine quasi per bilanciare un lato negativo:
Il ragazzo non è molto intelligente ma abbastanza volenteroso.
Non si può essere invece abbastanza volitivi. O bianco o nero. Questo è il leone.
Infine volevo evidenziare come il leone vada molto d’accordo con i bambini, come io detto prima. Sono gli unici che possono prendere in giro un leone, che possono ottenere ciò che vogliono da una persona scaltra come sono i leoni.
Monica: ecco la mia domanda. Cosa significa scaltro?
Giovanni: ciao Monica. Scaltro è un altro modo di dire intelligente. La scaltrezza è l’abilità a capire subito una situazione, a capire se qualcosa può essere utile o meno. La persona scaltra si accorge di tutto e sa reagire subito e con efficacia. Una forma di intelligenza che denota una assoluta mancanza di distrazione e un controllo del presente e della realtà. C’è un po’ di furbizia, di astuzia, di attenzione, di concentrazione, ma a volte si usa con una accezione negativa, più legata alla furbizia.
Terminiamo con un esercizio di ripetizione. E con qualche domandina per voi.
Il leone è un pusillanime? Rispondete.
Tutt’altro. È magnanimo.
Il leone è generoso e affettuoso.
Creatività, calore e luminosità.
Ingombrante a volte.
Conosce le mezze misure? No, non le conosce.
È estroverso e non passa inosservato.
Volitivo e travolgente.
Fa gesti plateali a volte.
La virilità è una caratteristica dei maschi del leone.
Encomiabile ma suscettibile.
Odia il nichilismo ma pecca di presunzione.
Magnanimo e mai pusillanime.
A volte sfuggente
Scaltro con tutti, tenero coi bambini.
Un saluto da Giovanni, e grazie a Ulrike, Bogusia, Monica, Khaled, Rauno ed André per il loro contributo.
Ciao ragazzi, oggi spieghiamo la frase “la solita solfa“.
Si tratta di un nuovo episodio di Italiano Semplicemente ed io, come di consueto, sono Giovanni, abito a Roma e sono il vostro professore di italiano.
Allora, “la solita solfa” è la frase di oggi.
Una espressione informale, che quindi si usa solamente nel linguaggio parlato, soprattutto tra amici e conoscenti.
Vediamo cosa significa.
“La solita“: comincia così la frase.
“Solita” è un aggettivo e significa conforme alla consuetudine, uguale alle altre volte, quindi una cosa “solita” è una cosa consueta, abituale.
Si sente dire spesso ad esempio:
Ci vediamo alla solita ora
Il che significa: ci vediamo alla stessa ora di sempre, ci vediamo all’ora in cui ci vediamo abitualmente, quando ci vediamo sempre. Insomma, alla stessa ora, al solito orario.
Si sente spesso anche dire:
Siamo alle solite!
E questa è una frase che viene pronunciata quando una persona è stanca di veder accadere sempre le stesse cose. Cose che si ripetono invariabilmente e sistematicamente ogni volta.
Sono stufo di sentire sempre i soliti discorsi
Anche questa frase è abbastanza standard come forma di lamentela orale.
Sei sempre il solito imbranato!
Anche questo tipo di frasi è molto frequente nei dialoghi informali: una persona esprime il proprio pensiero rivolgendosi ad una persona ed accusandola di essere sempre il solito… imbranato ad esempio, ma posso usare qualsiasi tipo di aggettivo!
In poche parole, “solito” e “solita” esprime una ripetizione e anche la mancanza di una novità, e generalmente è un termine che si usa in caso di lamentele.
La parola che segue nella nostra frase è “solfa” che è una parola apparentemente molto strana.
Cos’è una solfa?
La parola deriva dall’unione di due parole: sol e fa.
Sol e fa sono due note musicali, due delle sette note musicali: do, re, mi, fa, sol, la, si.
Di queste note musicali si considerano sol e fa esattamente in questo ordine.
Perché proprio queste due note? e perché in questo ordine?
Il motivo è che solfa è il nome con cui una volta, molto tempo fa, veniva chiamato il “solfeggio”, che è una attività che praticano coloro che imparano la musica. All’inizio, una delle attività che vengono fatte nelle scuole di musica è proprio il solfeggio.
Ricordo di averlo fatto anch’io da giovane. Ricordo ancora i movimenti con la mano ed i vocalizzi che prevedeva il solfeggio: doooo, reeee, miiiii eccetera, ed allo stesso tempo occorreva fare un movimento particolare con la mano, questo per imparare i tempi della musica e le varie note.
Quindi il solfeggio, lo avrete capito, è un’attività molto noiosa e ripetitiva. Bisogna fare sempre lo stesso tipo di esercizio finché non si riesce a legge un brano musicale. é importante ma comunque resta una cosa molto noiosa da fare.
La parola solfa quindi si porta dietro questo significato, legato inevitabilmente alla noia ed alla ripetizione.
Quindi la frase “la solita solfa” contiene due volte lo stesso concetto di ripetizione, arricchito anche da un po’ di noia. Inoltre nella frase “la solita solfa” non c’è nulla che faccia riferimento all’utilità.
Di solito è una frase che si usa quando si ascolta un discorso da una persona, per indicare che questo discorso lo si è già ascoltato in molte altre occasioni ed è sempre lo stesso, non cambia per niente.
Ad esempio, se assisto ad una lezione all’università dedicata ad un certo argomento e questa lezione viene fatta ogni volta usando le stesse parole e le stesse frasi, posso dire che la lezione è stata sempre la solita solfa. Ovviamente questo avviene in contesti informali.
Com’è andata la lezione? Interessante?
Macché, sempre la solita solfa!
Cioè?
Cioè il professore ha parlato delle solite cose, delle cose di cui parla sempre, tutti gli anni
Evidentemente la lezione è stata molto noiosa.
Si usa anche quando si ascolta un rimprovero, da parte di un genitore ad esempio.
Sono rientrato molto tardi sabato sera, ed al mio rientro mia madre mi ha fatto il solito discorso di sempre: che devo rientrare prima e che devo avvisare, che altrimenti mi toglie il telefono e che non mi fa più uscire da solo eccetera eccetera, insomma, niente di nuovo, sempre la solita solfa!
A volte si usano espressioni simili. Basta cambiare la parola finale. A volte si usa la parola “tiritera“, un discorso lungo e monotono.
Stessa cosa per le parole “cantilena” e “filastrocca“, che trovano un utilizzo a volte anche al di fuori dei contesti adatti ai bambini.
Una lunga successione di parole, fastidiosa e ripetitiva, proprio come le filastrocche che si cantano ai bambini, piccole canzoni, piccoli componimenti che hanno delle rime e dei versi. Abbiamo visto in un passato episodio una filastrocca: ambaraba cicci coccò, episodio che vi invito ad ascoltare se volete.
La parola cantilena è abbastanza simile, indica più una melodia, una canzone quindi, che ha però un ritmo abbastanza lento e anche monotono, come una ninnananna ad esempio, quelle canzoncine che si cantano ai bambini per farli addormentare. Questa è la cantilena: dormi bambino, della tua mamma, eccetera eccetera. Una melodia appositamente ripetitiva e noiosa che funge da sonnifero per i bambini. Ricordo però con affetto quando mi venivano cantate le ninannanne per addormentarmi.
Ad ogni modo la frase “la solita solfa” dà un’idea di noia più accentuata di quanto non faccia “la solita cantilena” o “la solita filastrocca”.
“La solita tiritera” è ugualmente efficace direi. Spero di non avervi mai annoiato tanto da farvi pronunciare una qualsiasi di queste frasi. Prima che lo facciate, come al solito, vi propongo la solita solfa della ripetizione, per fare in modo che possiate ricordare meglio questa frase.
Provate ad imitare anche il mio tono di voce e vedrete che riuscirete persnmoa divertirvi.
Ufff… questa lezione è la solita solfa….me ne vado!
Oddio, adesso che mia madre ha scoperto che ho rotto la macchina mi farà la solita solfa che non abbiamo soldi per ripararla!
Ecco, questo traffico mi farà fare tardi e mi toccherà sentire la solita solfa del mio dirigente! Che pizza!
Che noia questo discorso, la solita tiritera di ogni volta!
Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuova puntata dedicata ai donatori, coloro che aiutano italiano semplicemente a sostenersi. Gli episodi dedicati ai donatori devono essere utili, ed allora parliamo oggi del congiuntivo. Lo facciamo attraverso quella che ho chiamato la catena del congiuntivo. Cosa significa?
Un semplice gioco utile a capire la differenza tra congiuntivo e condizionale.
Si forma una frase che contiene un verbo al congiuntivo ed uno al condizionale, poi la frase successiva inizia con lo stesso verbo precedente ma usando la forma del congiuntivo e poi un nuovo verbo al condizionale. L’uso del condizionale non è obbligatorio in tutti i casi, come vedremo.
La catena comunque continua con la frase successiva. In questo modo noterete la differenza tra il congiuntivo ed il condizionale. Provate a farlo anche voi insieme a me, provando a pensare ad una possibile frase.
Pronti?
Se vivessi in Brasile parlerei il portoghese.
Quindi vivessi è congiuntivo (imperfetto) invece parlerei è condizionale (presente).
Adesso quindi dobbiamo usare il verbo parlare al congiuntivo, in una delle forme possibili, non è importante quale, la cosa che conta è la frase che deve essere corretta.
Posso ad esempio dire:
Se parlassi più velocemente voi non capireste.
Andiamo avanti in questo modo.
Se capissi la lingua bulgara, mi trasferirei a Sofia.
Che io mi trasferisca o meno, a nessuno interesserebbe.
Ho cambiato la forma del congiuntivo: stavolta era la forma presente di trasferirsi.
Se tu fossi interessato alla cucina italiana, avresti scoperto la pasta alla norma.
Ho usato il congiuntivo trapassato di interessarsi.
Se loro scoprissero quanto è bella l’Arizona, ci andrebbero un paio di mesi l’anno per giocare a golf.
Adesso usiamo il congiuntivo passato del verbo andare:
Che voi siate andati in vacanza a san Paolo o a Santa Fe, per me non fa alcuna differenza.
In questo caso non abbiamo usato il condizionale. Parliamo del passato (che voi siate andati) e non ho messo “se” davanti come si fa con altre forme del congiuntivo.
Continuiamo. Iniziamo la frase col verbo “fare” per continuare la catena.
Se un canadese facesse una donazione per italiano semplicemente io me ne accorgerei.
Ed infatti me ne sono accorto!
Se vi foste accorti prima di italiano semplicemente, avreste imparato meglio il congiuntivo.
Accorti, verbo accorgersi, e imparato, verbo imparare.
Qualora imparassimo ad essere empatici, seguiremmo l’esempio del Belgio, che infatti è il primo paese al mondo in termini di sensibilità verso le persone in difficoltà.
Se imparassimo, quindi congiuntivo imperfetto, e seguiremmo, cioè condizionale presente.
Nell’eventualità che noi seguissimo i vostri consigli, siccome ci fidiamo di voi, sicuramente rimarremmo molto soddisfatti.
Rimarremmo è il verbo rimanere.
Adesso sentiamo qualche membro dell’associazione se ha qualche idea di come proseguire.
Sentiamo Ulrike dalla Germania. Ulrike devi iniziare con rimanere.
Ulrike: Casomai rimaneste a bocca asciutta io ci resterei e verrei a trovarvi per una lezione in privato.
Nel caso che venissi a trovarvi per una lezione in privato mi aspetterei un piatto tipico prelibato del vostro paese.
Giovanni: bene Ulrike, tedesca e membro dell’associazione Italiano Semplicemente.
Grazie, e adesso se qualcuno si aspettasse un esempio anche da un membro finlandese, io azzarderei il nome di Rauno, anche lui membro della nostra associazione.
Vai Rauno, tocca a te. Azzardare è il verbo da usare.
Rauno: se putacaso…..
Putacaso qualcuno si azzardasse ad accendere una sigaretta in macchina, gliela farei spegnere subito.
Giovanni: grazie Rauno. Ottimo. Hai ragione, e se anche io facessi come te, sarei orgoglioso di me. Vai. Ritocca a te.
Rauno: Se la frase fosse stata perfetta non avrei imparato quella cosa.
Giovanni: perfetto Rauno. All’inizio Rauno aveva fatto un piccolissimo errore (si fa per dire) dicendo “se putacaso”, quando sarebbe bastato “se” oppure solamente “putacaso” (ma può andar bene anche così).
In generale putacaso può sostituire la parola “se”, ma le due parole si possono anche scrivere insieme poiché “putacaso” è molto simile a “metti il caso”, quindi sottolinea l’eventualità. In questi casi “putacaso” si inserisce tra due virgole.
Niente di grave quindi ma Bogusia ha qualcosa da dire per continuare la catena. Bogusia è anche lei un membro dell’associazione.
Bogusia: ammettiamo che Rauno avesse ascoltato con attenzione un bell’episodio intitolato “putacaso ti tradissi “ non avrebbe mai fatto un errore del genere.
Giovanni: ehehe, però la tua frase doveva iniziare con “imparare”.
Bogusia: Putacaso imparasse qualcosa dovrebbe condividerlo con il mondo.
Giovanni: Bene ragazzi, grazie anche a Bogusia. Begli esempi che abbiamo fatto. spessso abbiamo citato alcuni paesi da cui sono arrivate le ultime donazioni ad italiano Semplicemente. Stati Uniti, Brasile, Bulgaria, Nuovo Messico, Canada e Belgio.
Per chi fosse interessato abbiamo realizzato altri episodi sul congiuntivo. Vi metto a seguire sull’articolo così potete dare un’occhiata, se volete.
Giovanni: Buongiorno ragazzi, io sono Giovanni, italianosemplicemente.com, ed oggi parliamo del Ramadan.
Sono molti i musulmani che seguono Italiano Semplicemente e già da molto tempo volevo dedicare un bell’episodio ad un argomento a loro molto caro. Cosa di meglio allora del Ramadan?
Ce ne parla Zahid. Ovviamente, per rendere l’episodio interessante per tutti spieghiamo anche qualcosa della lingua italiana.
Ciao Zahid, puoi presentarti e poi puoi cercare di spiegare a me cos’è il Ramadan e perché è così importante?
Spiegalo come si spiegherebbe ad un bambino. Un bambino italiano però… 🙂
L’insegnante di italiano Zahid Sam
Zahid: Buongiorno, sono Zahid Sam e sono insegnante della lingua italiana in Marocco.
Nel mondo orientale e nei paesi arabi, l’islam è la religione dominante ma c’è anche una comunità islamica in Italia, in europa in tutto il mondo allora vale la pena di conoscerla.
Quello che passa nei media è spesso un’immagine negativa: appena si sente parlare dell’islam c’e una sollevazione. Io invece cerco di dare un’immagine diversa. L’islam non è solo quello che conosciamo in modo superficiale. Lo faccio già nelle conferenze e a scuola con i miei studenti. Adesso lo faccio con il professor Gianni nel sito Italiano Semplicemente.
Oggi parleremo del mese di Ramadan. Non ho niente da insegnarvi, ma cerco di creare in voi una certa curiosità. Allora iniziamo.
Giovanni: bene Zahid, sì quello che hai detto è vero, ed è interessante questo confronto inter-culturale ed inter-religioso. L’immagine negativa esiste, è vero, ma nel mondo occidentale siamo anche tutti affascinati dalla cultura musulmana. Allora il mese del Ramadan: hai già creato una certa curiosità in me. Posso anche dire che hai destato una certa curiosità in me. Il verbo è “destare“, simile a “svegliare“, o “far nascere“. Un verbo interessante.
Qualcosa può destare interesse, qualcos’altro può destare scalpore, stupore, altre cose possono destare curiosità, meraviglia. Altre possono destare sospetti. In questo caso si parla di destare curiosità, cioè far nascere curiosità.
Il Ramadan è un mese sacro giusto Zahid?
Zahid: Il mese di Ramadan è il nono mese del calendario islamico, reso doppiamente sacro dall’Islam per il fatto che è il mese in cui fu rivelato il corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza.
Uno dei mesi benedetti per i musulmani ê il mese dell’astensione e della purificazione durante il quale, oltre a praticare il digiuno alimentare (cibo, bevande e acqua compresa) occorre praticare anche il digiuno sessuale dall’alba al tramonto.
Giovanni: ok, un doppio digiuno quindi: alimentare e sessuale. Parliamo di astensione.
Durante il Ramadan ci si astiene dal mangiare, dal bere e ci si astiene anche dalla pratica sessuale. Un’astensione dai piaceri del corpo dunque.
Astenersi significa dunque tenersi lontano da qualcosa, fare a meno di qualcosa. Potremmo anche dire trattenersi dai piaceri del corpo, evitare i piaceri della carne, astenersi dai piaceri della carne
Un verbo adatto, il verbo astenersi, anche quando parliamo di fumo, e adatto anche quando si parla di votazioni: astenersi dal voto significa non votare, così come astenersi dal mangiare significa semplicemente non mangiare.
Ma è obbligatorio Zahid? Tutti devono astenersi obbligatoriamente?
Zahid: Ramadan è un atto basilare di culto obbligatorio per tutti i musulmani tranne che per alcune categorie di persone: per legge sono esenti dal digiuno: i minorenni, i vecchi, i malati di mente, i malati cronici, i viaggiatori le donne in stato di gravidanza o che allattano. E’ proibito anche alle donne musulmane che hanno il ciclo mestruale.
Giovanni: ah quindi ci sono alcune categorie che possono, anzi che devono astenersi dalla pratica del Ramadan. Un’altra domanda per te Zahid: ho letto che si tratta di uno dei cinque pilastri dell’Islam.
La parola “pilastro” rende bene l’idea sai? Il termine pilastro si usa in italiano quasi sempre per indicare una colonna portante. Una colonna che tiene tutto il peso di una struttura e lo scarica a terra. Insomma in questo senso i pilastri sono qualcosa su cui si regge la fede musulmana, come i pilastri di una casa o i pilastri di un ponte: senza pilastri, la casa crolla. Quindi il Ramadan è uno di questi cinque pilastri Zahid? Giusto?
Zahid: Nell’islam ci sono cinque pilastri. Il primo è il più importante. E’ la testimonianzadi fede, nella quale il musulmano dichiara che non esiste divinità al di fuori di Allah e Muhammad, il suo profeta.
Il secondo pilastro è la preghiera: cinque volte al giorno.
Il terzo: l’elemosina: dare un percentuale di alcune proprietà ai bisognosi.
Il quarto pilastro è il digiuno durante il Ramadan: non si può bere mangiare fumare e avere rapporti sessuali durante tutto il giorno fino al calare del sole.
Poi, l’ultimo pilastro è il pellegrinaggio alla Mecca.
I 5 pilastri dell’ISLAM
Giovanni: ok, quindi la testimonianza di fede, la preghiera, l’elemosina, il digiuno e il pellegrinaggio alla Mecca sono i cinque pilastri.
Ho una curiosità Zahid: cosa si mangia prima dell’alba e dopo il tramonto? Cibi particolari? Poi immagino anche che dobbiate alzarvi presto, almeno prima dell’alba giusto?
Zahid: Bisogna alzarsi molto presto al mattino. Il pasto prima dell’alba si chiama (so-hour) e sopratutto per bere prima che suoni il fajr, preghiera del mattino.
La sera, quando suona il Maghreb: preghiera del tramonto, ci si mette a tavola con succhi di frutta, zuppe, pane e molti dolci di solito la tavola è abbastanza imbandita perché si cena in famiglia.
Giovanni: interessante. Quindi possiamo dire che il Ramadan va rispettato dal fajr, preghiera del mattino. fino al Maghreb, la preghiera del tramonto. E qual è uno degli alimenti più importanti?
Zahid: Uno degli alimenti fondamentali durante il mese di Ramadan sono i datteri, sopratutto nella colazione serale poiché donano subito zuccheri e energie di cui si ha bisogno.
Giovanni: e poi?
Zahid: Il pasto serale, chiamato Fotour, inizia con una zuppa: in Marocco ad esempio si mangia l’Harira, piatto tradizionale.
Tanti piatti vengono preparati il giorno e in grande quantità, con l’obiettivo di sfamare tutti quanti: amici, familiari e di passare un momento conviviale tutti insieme.
Giovanni: comincio a capire l’importanza del Ramadan, Zahid, un mese importante, unificatore direi, che avvicina i fedeli a valori importanti come la fratellanza, la generosità, capire l’importanza del cibo come bene primario e se non sbaglio anche essere un po’ più in pace con sé stessi e con gli altri giusto? E’ questo il significato del digiuno Zahid?
Zahid: Ciò che molte persone non sanno è il significato profondo del digiuno.
Ramadan è il mese più sacro per i musulmani; un mese di benedizione è di misericordia un mese in cui si intensifica la preghiera a non essere aggressivo, a non essere adirato, a perdonare se una persona gli fa uno sgarbo, in maniera di essere in pace con sé stessi e in pace con gli altri: uno sforzo maggiore nel controllo di sé stessi. Combattere contro il male questa situazione di grande purificazione, di grande serenità e di pace.
Giovanni: un significato materiale e spirituale dunque.
Zahid: Nelle prove di digiuno è più importante il significato spirituale di quello materiale per il fatto che l’uomo obbedisce a un ordine divino; egli impara a tenere sotto controllo i suoi desideri fisici e supera la sua natura umana.
Il digiuno non ê un’imposizione, ma significa solo rispettare la fede della comunità musulmana. Le persone nelle loro case sono libere.
Giovanni: Ah, ok adesso è più chiaro. C’è anche una festa alla fine del Ramadan vero Zahid?
Zahid: Tradizione durante (Eid al-Fitr). E’ un momento di intensa celebrazione per la comunità musulmana Eid al-Fitr inizia la mattina presto nelle moschee con la preghiera di Eid. E’ consuetudine mangiare dei datteri a colazione e offrire un elemosina. La natura è molto festosa e calorosa di Eid al-Fitr è un opportunità per la comunità musulmana di scambiarsi gli auguri, offrire regali sopratutto ai bambini, e fare visita ad amici e familiari.
Giovanni: notate la pronuncia della parola moschea e del plurale: moschee: la prima “e” è aperta e la seconda è chiusa. Non è sempre così nella lingua italiana però:
Infatti notate la differenza tra lauree (il plurale di laurea) o anche coriacee (singolare: coriacea) e moschee, che si pronuncia come giudee (singolare: giudea, cioè ebrea), odissee (singolare: odissea), diarree (singolare: diarrea), partenopee (singolare: partenopea, cioè napoletana).
Zahid, esiste anche una chiamata alla preghiera vero?
Zahid: prima della preghiera c’è una chiamata alla preghiera, che si chiama Adhān.
Giovanni: é la musica che abbiamo ascoltato all’inizio dell’episodio, e ora facciamo ascoltare a tutti anche adesso una piccola parte di questa chiamata alla preghiera.
– – – – Chiamata alla preghiera – – – –
Giovanni: bene Zahid, mille grazie per il tuo aiuto, ma vorrei ascoltare anche le parole di Mona, una ragazza egiziana. So che le tradizioni sono un po’ diverse da paese a paese, ma a Mona vorrei chiedere di spiegarmi qualcosa sulle tradizioni egiziane, tipo cosa si dice per augurare un buon Ramadan ed anche cosa si risponde.
Mona: Ramadan Kareem, diciamo questo saluto più diffuso nel mondo arabo quando arriva il mese sacro di Ramadan. Significa “buon Ramadan” oppure “Ramadan è generoso”. Di solito rispondiamo a questo saluto dicendo “Halla Akram” (Halla è più generoso).
Giovanni: e le tradizioni egiziane?
Mona: Sono davvero molte le tradizioni che accompagnano il Ramadan. Una di queste tradizioni è il Fawanis, che significa la “lanterna colorata”. Vengono utilizzate queste lanterne colorate per abbellire le strade, i balconi, i negozi ed i palazzi della città. I bambini giocano con queste lanterne colorate dentro le case oppure fuori in strada con i loro amici e corrono insieme, accendono queste lanterne bellissime, specialmente dopo aver rotto il digiuno.
Un’altra tradizione famosa si chiama Zinet Ramadan, cioè la “decorazione delle strade“, specialmente quelle piccole, strette: i bambini prima del ramadan fanno delle attività manuali, tagliano delle carte per formare le lanterne, oppure vedono cartoni animati o film che vengono trasmessi in TV durante il mese del Ramadan. Sono davvero famosi in Egitto.
Un’altra importante tradizione egiziana è fare shopping per acquistare gli Amish Ramadan, cioè frutta secca ed essiccata. Perché è importante? Perché questo è il pasto per la rottura del digiuno. Alcune persone mettono questa frutta secca dentro del succo di albicocca, mentre altre persone dentro una bevanda di datteri. Ed alla fine mettono anche delle noci.
Le lanterne del ramadan. Foto di Khaled Mohamed
Foto di Khaled Mohamed
Foto di Khaled Mohamed
Giovanni: Si è parlato di frutta secca, ed approfitto per dire che la parola frutto ha un doppio singolare e un doppio plurale, con significati abbastanza diversi.
Il frutto ad esempio indica un singolo prodotto di una pianta, e in senso figurato ha il significato di “risultato”, quindi posso mangiare un frutto, come una mela, oppure posso dire che questo episodio è la conseguenza, cioè il risultato, cioè il frutto del mio lavoro.
Se dico “la frutta”, quindi uso il singolare femminile, e intendo l’insieme dei frutti che si mangiano: la frutta, la frutta secca: “La frutta secca ha molte vitamine”, “mangiamo molta frutta secca” eccetera.
Esiste anche il plurale maschile “frutti” che si usa con il significato di “prodotti della pianta” o anche con il significato figurato di “risultati”, come frutto al singolare.
Quindi se parlo dei prodotti della pianta dico ad esempio che “l’albero nel mio giardino è ricco di frutti”, così come posso parlare dei “frutti della mia attività lavorativa”.
In teoria esiste anche il plurale femminile (le frutta, o le frutte) ma non si usano praticamente mai in questo modo.
Allora Zahid e Mona, grazìe delle spiegazioni esaustive, auguriamo a tutti un buon Ramadan. L’episodio finisce qui.
Zahid: Grazie a tutti i membri del sito italiano semplicemente e auguro un buon ramadan a tutti i musulmani in tutto il mondo grazie al prof. Gianni spero di essere stato chiaro, ciao.
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Ciao ragazzi, oggi vediamo come fare per descrivere e riportare ciò che dice o che ha detto qualcun altro, riportare cioè quanto è stato detto in un momento precedente.
In questo caso stiamo cioè raccontando qualcosa di accaduto o qualcosa che è stato detto. Non è una cosa semplicissima da fare, ed anche gli italiani spesso hanno qualche dubbio sul modo più corretto per farlo.
Senza dilungarmi molto nelle spiegazioni, proviamo ad ascoltare un dialogo tra tre persone. Si tratta di un dialogo tra un poliziotto che ferma una macchina per un controllo (è una lezione del corso di Italiano professionale):
Nell’auto ci sono un ragazzo e sua madre. Io faccio la parte del ragazzo e mia madre Giuseppina fa ovviamente la parte della mamma del ragazzo.
Iniziamo col dialogo dunque, seguirà immediatamente una descrizione dello stesso dialogo. Io racconterò il dialogo, vi parlerò cioè del dialogo, vi descriverò questo controllo della polizia e cosa dicono i protagonisti.
Attenzione perché nella descrizione del dialogo userò fondamentalmente il presente: si tratta di una descrizione di quello che accade, e la cosa è non esattamente uguale se invece il giorno stesso o il successivo raccontassi ad un’altra persona quanto accaduto.
In questi casi si usa più spesso invece una delle forme del passato.
Vediamo dopo meglio.
Iniziamo:
Un ragazzo appena patentato di nome Giovanni guida la sua automobile accompagnato dalla mamma Giuseppina, che siede sul sedile anteriore come passeggero.
Giovanni: accidenti, un posto di blocco, mamma che faccio?
Giuseppina: aspetta, vediamo se alza la paletta! Se lo fa allora, quello è un invito ad accostare l’auto.
Giovanni: l’ha alzata, l’ha alzata! Allora accosto ok?
Giuseppina: calma calma, sì, adesso accosta, devi solo accostare e stare calmo!
Giovanni: ok! Sono un po’ in soggezione! Spero tutto sia in regola!
Poliziotto: buongiorno, favorisca patente di guida e libretto di circolazione.
Giovanni: subito!
Giuseppina: buongiorno signor poliziotto, mio figlio ha appena preso la patente, lo perdoni se è un po’ emozionato, ma è tutto a posto, abbiamo tutti i documenti.
Poliziotto: non c’è problema, si figuri. Il ragazzo non abbia timore, se tutto è a posto! Adesso facciamo una breve verifica.
Giovanni: sì, sì, tutto a posto. Ecco il libretto, ed ecco anche la mia patente!
Poliziotto: mmmm, la patente va bene, ed anche la carta di circolazione tutto in ordine.
Giuseppina: ne ero sicura! Possiamo andare adesso?
Poliziotto: solo un attimo. Mi lasci ispezionare la vostra automobile.
Giovanni: ispezionare? Cosa vuole ispezionare esattamente?
Poliziotto: devo fare un breve controllo all’abitacolo, al cofano motore e al bagagliaio. Poi darò anche un’occhiata alle gomme.
Giovanni: prego, faccia pure!
Poliziotto: tutto bene, ma devo dirle che le sue gomme sono decisamente lisce!
Giuseppina: lisce signor poliziotto? Sicuro?
Poliziotto: certo, guardi lei stessa il battistrada! Vede le scanalature? Non sono affatto profonde!
Giovanni: va bene allora le facciamo cambiare!
Poliziotto: fatele subito sostituire, perché con le gomme lisce si va incontro a diversi problemi di aderenza alla strada ed il controllo dell’auto può diventare difficoltoso.
Giovanni: benissimo allora la porto subito dal gommista!
Poliziotto: le dovrei fare una multa ed anche piuttosto salata, ma per questa volta può andare. Mi raccomando le sostituisca il prima possibile.
Giuseppina: per curiosità, a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione?
Poliziotto: per chi circola con pneumatici consumati o lisci la sanzione va dagli 85 a più di 300 euro.
Giovanni: accidenti! L’abbiamo scampata bella!
Giuseppina: (verso il figlio) …. ringrazia per la gentilezza e saluta…
Giovanni: arrivederci e grazie mille per la sua gentilezza eh?
Poliziotto: dovere! Arrivederci.
Giovanni: hai sentito? Sembrava un accento brasiliano! Mah!
Spiegazione dialogo
Ok dunque vediamo che il dialogo inizia con me che, notando un posto di blocco della polizia chiedo, molto preoccupato, a mia madre cosa fare. Essendo un ragazzo appena patentato chiedo un consiglio a chi ne sa più di me, e mia madre risponde di aspettare, e di vedere se il poliziotto alza la paletta!
In questo caso, dice mia madre, significa che quello è un invito ad accostare l’auto. L’alzarsi della paletta, secondo l’esperienza di mia madre ha un significato preciso: fermarsi, accostare l’auto. Questo risponde mia madre alla mia richiesta di aiuto.
Allora io, sempre più preoccupato, vedendo che la paletta si alza, chiedo ancora una volta conferma a mia madre: le chiedo se devo veramente accostare, avendo visto alzarsi la paletta.
Mia madre replica prontamente di mantenere la calma, di accostare e restare calmo. Nient’altro.
Io a quel punto ammetto di essere un po’ in soggezione e manifesto la mia speranza che tutto sia in regola.
A questo punto, una volta accostata l’autovettura, il poliziotto ci saluta e ci chiede di favorirgli sia la patente di guida che il libretto di circolazione.
Io ovviamente lo faccio subito, gli favorisco i documenti da lui richiesti sperando che tutto sia a posto.
Mia madre, vedendo il mio imbarazzo e nella paura che il poliziotto interpreti quell’emozione in modo sbagliato, cerca, dopo aver risposto al saluto, di spiegare che il figlio ha appena preso la patente, e gli chiede di perdonarlo per la sua emozione ed imbarazzo. Alla fine mia madre aggiunge che tutti i documenti sono in regola, che cioè è tutto a posto.
Al che, il poliziotto capisce immediatamente la situazione e replica prontamente che non ci sono problemi e che non è il caso di essere preoccupati, non è il caso di aver timore di un controllo della polizia, ovviamente questo solo se tutto è a posto, se cioè tutto è in regola! Per verificare questo dice di voler fare una breve ispezione, cioè un breve controllo.
Io mostro il libretto e la patente al poliziotto, che li controlla e dice che vanno bene, cioè che i documenti sono in regola, che tutto è in ordine. Un poliziotto molto attento sembra.
Mia madre allora interviene dicendo di essere stata sicura che tutto fosse in ordine. Poi mia madre chiede se a questo punto il controllo sia terminato o meno e se possiamo quindi andare via. “Possiamo andare adesso?” – Dice mia madre.
Ma il poliziotto non è affatto d’accordo, e dice di aspettare un attimo. La sua volontà è quella di ispezionare l’automobile. Questa non ci voleva proprio!
L’ispezione fa preoccupare il sottoscritto, tant’è che io a quel punto chiedo al poliziotto cosa voglia ispezionare esattamente.
Solo un breve controllo all’abitacolo – replica questi – al cofano motore e al bagagliaio. Ed infine anche un’occhiata alle gomme.
Io dico di far pure.
Il poliziotto fa la sua ispezione e fortunatamente dice che tutto va bene, ma aggiunge, dandomi sempre del lei, che le gomme dell’automobile sono decisamente lisce. Si riferisce ai pneumatici ovviamente, che normalmente vengono dette “gomme” dell’automobile, dal nome della gomma, il materiale usato per la sua fabbricazione.
Mia madre però non ci sta e mette in discussione ciò che ha appena detto il poliziotto. Gli chiede così se sia sicuro che le gomme, come da lui affermato, siano veramente lisce come dice, sempre con gentilezza ovviamente.
Il poliziotto, che evidentemente è abituato a polemiche di questo tipo, chiede a mia madre di verificare personalmente il battistrada, e di porre attenzione in particolare alle scanalature del pneumatico, e al fatto che queste non siano affatto profonde!
Io allora, per non far innervosire il poliziotto rispondo prontamente che le gomme saranno sostituite, ed il poliziotto aggiunge che questo va fatto subito.
Il poliziotto fa notare la sua competenza in materia, motivando la sua richiesta di sostituzione, dicendo che con le gomme lisce si va incontro a diversi problemi di aderenza alla strada ed il controllo dell’auto può diventare difficoltoso.
A questo punto io ribadisco la mia promessa e dico di portare subito la macchina dal gommista.
Tutto bene dunque, ma il poliziotto ci tiene a dire che è stato buono, e che se dovesse applicare correttamente le disposizioni del codice della strada, dovrebbe fare una multa, cioè elevare una contravvenzione piuttosto salata.
Ciononostante il poliziotto dice che per questa volta può andar bene così, lasciando intendere che se accadesse una seconda volta non sarebbe così tollerante. Per questa volta il poliziotto decide di chiudere un occhio.
Ad ogni modo si raccomanda con me perché io faccia sostituire il prima possibile le gomme lisce.
Curiosità è donna, si sa, ed allora mia madre chiede a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione. Quanto sarebbe stata salata la multa nel caso che il poliziotto avesse deciso di non chiudere un occhio?
Il poliziotto risponde che va dagli 85 a più di 300 euro. Questa è la multa, cioè la sanzione, l’ammenda per chi circola con pneumatici consumati o lisci.
Io allora, risollevato, mi rendo conto di aver scampato un bel pericolo ma vengo subito ripreso da mia madre che mi chiede di ringraziare il poliziotto per la gentilezza e di salutarlo… non sia mai dovesse cambiare idea…
Ovviamente io seguo immediatamente il consiglio di mia madre, saluto e ringrazio per la gentilezza (cioè per aver chiuso un occhio).
Il poliziotto allora replica: dovere! E con questo intende dire ovviamente che per lui essere gentile è un dovere.
Il dialogo termina con il sottoscritto che manifesta dei dubbi sull’accento del poliziotto. Secondo lui il poliziotto sembrava avere un accento brasiliano!
Racconto di un episodio avvenuto in passato
Dunque avete ascoltato come vi ho parlato di questo dialogo.
All’inizio vi ho detto che una cosa è descrivere un dialogo e una cosa diversa è raccontare quanto accaduto in passato, una vicenda passata.
Io ad esempio ho descritto questo dialogo usando sempre il presente:
Mia madre dice, il poliziotto risponde, io replico eccetera.
Vediamo cosa succede invece se racconto un episodio passato.
Potrei anche usare ugualmente il presente per rendere il racconto ricco di suspance, come se la cosa stesse accadendo in quel momento, ma normalmente uso il passato, cioè una delle forme del passato, ed inoltre devo cercare di adattare un po’ i verbi nella giusta forma quando racconto.
Ammettiamo che io racconti l’episodio il giorno successivo. Ci sono molti modi per raccontare un evento passato, nel senso che avete una certa libertà nel modo di raccontare. Io ve ne propongo solo uno di questi.
Sai, ieri sono stato fermato dalla polizia in un posto di blocco. Ero molto preoccupato, ma c’era mia madre accanto a me che mi ha aiutato, mi ha rassicurato molto.
Ho appena preso la partente e così ho chiesto cosa fare a mia madre ancor prima di vedere la paletta della polizia alzarsi. Lei mi ha detto di aspettare la paletta che si alzava e, non appena l’avessi vista alzare, si è raccomandata di accostare la macchina e di accettare così l’invito della polizia. E così è stato: la paletta si è alzata!!
Io ero preoccupato, ma mia madre mi diceva di mantenere la calma, di accostare e restare calmo. Nient’altro.
Io a quel punto ricordo di aver ammesso di essere un po’ in soggezione con lei ed ho e manifestato la mia speranza che tutto fosse in regola.
A questo punto, una volta accostata l’autovettura, il poliziotto, dopo averci salutato, ci ha chiesto di favorirgli sia la patente di guida che il libretto di circolazione.
Io ovviamente ho obbedito, gli ho dato ciò che voleva, cioè gli ho consegnato sia la patente che il libretto.
Mia madre, dopo aver salutato il poliziotto, ha ritenuto opportuno spiegargli come suo figlio (cioè io) fosse appena patentato, e gli ha chiesto di perdonarmi per la mia emozione ed imbarazzo. Alla fine mia madre ha aggiunto che tutti i documenti erano in regola, che cioè era tutto a posto da quel punto di vista.
Al che, il poliziotto ha replicato che non c’erano problemi e che non era il caso di essere preoccupati, non era il caso di aver timore di un controllo della polizia – ovviamente questo solo se tutto fosse stato a posto, se cioè tutto fosse stato in regola – Per verificare questo ha dichiarato di voler fare una breve ispezione.
Io allora ho mostrato il libretto e la patente al poliziotto, documenti subito controllati dallo stesso con esito positivo (per nostra fortuna). A me è sembrato un poliziotto molto attento.
Mia madre allora è intervenuta dicendo di essere stata sicura che tutto fosse in ordine, chiedendo se a questo punto il controllo fosse terminato e se potevamo quindi andar via. “Possiamo andare adesso?” – ha chiesto mia madre.
Ma il poliziotto non era affatto d’accordo, e ha detto di aspettare un attimo. La sua volontà era quella di ispezionare l’automobile. “Non è una bella notizia” ho pensato.
L’ispezione sinceramente mi ha fatto molto preoccupare, tant’è che io a quel punto ho anche chiesto al poliziotto cosa avesse voluto ispezionare esattamente.
Solo un breve controllo all’abitacolo – ha replicato questi – al cofano motore e al bagagliaio. Ed infine, come se non bastasse, ha detto anche di voler ispezionare le gomme.
Io gli ho detto di far pure.
Il poliziotto ha terminato la sua ispezione e fortunatamente ha anche detto che tutto andava bene, ma ci ha fatto notare come secondo lui le gomme dell’automobile fossero lisce.
Mia madre non era d’accordo, ed ha messo in discussione le parole del poliziotto. Gli ha così chiesto se fosse sicuro che le gomme fossero lisce come diceva, sempre con gentilezza ovviamente.
Il poliziotto, evidentemente abituato a polemiche di questo tipo, ha chiesto a mia madre di verificare personalmente il battistrada, e di porre attenzione in particolare alle scanalature del pneumatico, e al fatto che queste non fossero affatto profonde!
Io allora ho risposto che le gomme sarebbero state sostituite, ed il poliziotto ha tenuto a puntualizzare come questo andasse fatto subito.
Il poliziotto ci ha fatto notare come con le gomme lisce si vada incontro a diversi problemi di aderenza alla strada e come il controllo dell’auto possa diventare difficoltoso.
A questo punto io, per tranquillizzarlo, ho ribadito la mia promessa dicendo di portare subito la macchina dal gommista.
Il poliziotto è sembrato effettivamente rassicurato, ma ha tenuto a puntualizzare che se avesse applicato correttamente le regole, avrebbe dovuto fare una multa, cioè applicare una sanzione piuttosto salata. Ma per questa volta poteva andar bene così, ed in questo modo ha lasciato intendere che una seconda volta non sarebbe stato così tollerante. Per questa volta il poliziotto ha deciso di chiudere un occhio.
Ad ogni modo si è raccomandato con me perché io sostituissi il prima possibile le gomme lisce.
Mia madre gli ha anche chiesto a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione se il poliziotto avesse deciso di non chiudere un occhio.
Il poliziotto ha risposto che la multa in questi casi sarebbe stata abbastanza cara: dagli 85 a più di 300 euro.
Noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo, così mia madre alla fine, con un tono di rimprovero, mi ha chiesto di salutare e ringraziare il poliziotto per la sua gentilezza.
Ovviamente io ho seguito immediatamente il suo consiglio ed ho salutato e ringraziato il poliziotto per aver chiuso un occhio.
Il poliziotto mi ha però risposto che l’esser gentili fa parte del suo dovere di poliziotto.
Sai, alla fine devo dirti che mi sono anche chiesto se il poliziotto fosse un vero italiano, perché dall’accento mi sembra quasi avesse origini brasiliane. Questo almeno mi è sembrato. Impossibile credo, ma comunque sembrava proprio un accento sud-americano! Che strano!
Bene ragazzi, finisce qui questo episodio, ascoltatelo più di una volta mi raccomando. Ho avuto modo anche di inserire due espressioni spiegate in episodi passati, parlo dell’espressione “Al che” e dell’uso della parola “questi” al singolare. Date un’occhiata ai due episodi se siete curiosi.
Per realizzare questo episodio ho utilizzato un dialogo che fa parte del corso di Italiano Professionale e precisamente è una delle lezioni dedicate alla polizia.
I membri dell’associazione Italiano Semplicemente hanno accesso a tutte queste lezioni.
Date un’occhiata al corso se siete interessati. Un saluto da Giovanni e da Italiano Semplicemente.
Buongiorno, oggi vorrei parlarvi del Cozonac, il dolce tipico nazionale rumeno. Un episodio particolare quello di oggi però.
Un episodio per aiutarvi non solo ad apprezzare la cucina rumena, ma anche e soprattutto per imparare e migliorare l’italiano.
Perché un episodio sul dolce della Romania?
E’ solamente un modo originale per ringraziare i donatori. I donatori sono coloro che hanno fatto (posso anche dire “effettuato”) una donazione a favore di Italiano Semplicemente.
I donatori rumeni dunque. O forse dovrei dire romeni? In realtà si può dire in entrambi i modi, sia rumeni che romeni.
Sarà questa l’occasione per imparare anche qualcosa di nuovo, usare qualche espressione idiomatica e qualche verbo particolare. Scriverò in colore rosso le cose più importanti che impareremo oggi.
Non voglio spiegare la ricetta nel dettaglio però (ci vorrebbe una persona rumena per questo), ma vorrei solamente parlarvi degli strumenti che occorrono per la sua preparazione. Vedrete che semplicemente parlando degli strumenti potrò cogliere l’occasione per poter spiegare qualche curiosità della lingua italiana. Gli strumenti sono gli oggetti di cui abbiamo bisogno, ciò che ci serve per preparare il Cozonac.
Allora vediamo gli strumenti usati per la preparazione del Cozonac. Cosa occorre?
Vi occorre (cioè vi serve). Posso anche dire: “avete bisogno di“. A volte si usa anche il verbo necessitare. Quindi necessitate di… Il verbo necessitare non si usa molto nel linguaggio di tutti i giorni, invece è abbastanza utilizzato nel linguaggio più formale: necessito di una spiegazione (attenzione all’accento di necessito:
Io necessito di spiegazioni
tu necessiti di materiale
Lui necessita di maggiori dettagli
Noi necessitiamo di voi
Voi necessitate della nostra presenza
loro necessitano urgentemente di cure mediche.
La preparazione dei dolci necessita di molta attenzione.
A volte, ma si usa veramente raramente, potete trovare anche il verbo abbisognare.
Comunque un’altra cosa di cui necessitate per preparare il Cozonac è:
1) una ciotola capiente, vale a dire un grande contenitore. Parliamo della capienza. La capienza di un contenitore, in questo caso una “ciotola” si misura in centimetri cubici. Tutti i contenitori hanno una capienza. Ad ogni modo una ciotola è un contenitore senza manico, di legno, plastica, metallo o terracotta e, cosa importante, le ciotole non vanno nel forno e sul gas. Non servono per cuocere ma solo per contenere del cibo. La posso chiamare anche “scodella” ed inoltre può contenere anche liquidi ed anche cose non commestibili, come oggetti di piccole dimensioni. Per cuocere e cucinare si usano invece padelle, pentole, tegami, tegamini e casseruole.
2) uno stampo da plumcake: Lo stampo: cos’è? Si tratta di uno strumento (possiamo anche parlare di “arnese“, che è un sinonimo di strumento ma l’arnese si usa prevalentemente con oggetti che si afferrano con le mani. L’arnese è un utensile di lavoro in genere, un’arte o un mestiere qualsiasi). Lo stampo di cui necessitiamo ha la forma di un contenitore. Può avere diverse forme. Anche uno stampo è un contenitore dunque, ma la sua funzione è diversa. Uno stampo ha dei disegni sulla base e serve a dare la forma a delle preparazioni come anche i biscotti. E’ dunque un recipiente (o contenitore) in cui si versa un liquido o un semiliquido formato da diversi ingredienti perché ne acquisti la forma solidificandosi. Quindi uno stampo serve a far assumere una forma particolare a un preparato, che, inizialmente liquido o denso, poi quando si solidifica, cioè quando diversa solido, assume la forma desiderata, che è quella dello stampo. Ci sono gli stampi per fare i budini, i biscotti ed anche quello per fare il Cozonac, che è ovviamente più grande. Gli “stampi” comunque in genere servono a modellare, cioè fungono da modello anche per ottenere oggetti di plastica o metallica nella forma voluta. “Fungono” significa “servono”. Il verbo fungere si usa solitamente per indicare una funzione, qualcosa “che è utile per… “, quindi indica l’utilità di qualcosa, utilità per un fine specifico, generalmente diverso da quello originario. Ed allora lo stampo assume la funzione di “modello”, perché modella, cioè dà una forma a ciò che viene messo all’interno dello stampo. Generalmente il verbo fungere, come dicevo, generalmente si usa quando l’uso è diverso da quello originario, solito. Ad esempio:”la mia camera da letto ultimamente fungedagarage“, nel senso che non c’è il letto adesso ma c’è la mia moto, ma chiaramente una camera da letto contiene un letto normalmente e viene usata per dormire. Ecco perché uso il verbo fungere generalmente. Nel nostro caso invece lo stampo ha proprio questa funzione, quella di modellare il contenuto, ed anche in questo caso posso dire “funge da modello”, anche se questa è la sua funzione primaria. La parola “stampo” è simile alla parola “stampa”, cioè quella dei giornali e della “carta stampata” ma se ci pensate, la stampa non è altro che una riproduzione di cose scritte o disegni in più copie, quindi si tratta ugualmente di riprodurre qualcosa diverse volte, sempre nella stessa forma e dimensione.
3) un forno: Un forno serve a cuocere. Quindi è un impianto per la cottura. A noi interessa il forno da cucina, ma come tutti i forni, si riscalda, e l’alta temperatura permette di cuocere le pietanze. In cucina si usa prevalentemente il forno elettrico. Nei ristoranti c’è anche il forno a legna, cioè alimentato con legna. Attenzione poi alla differenza tra cuocere e cucinare. Il forno cuoce, o un fornello del gas, perché c’è il calore che permette la cottura. Invece a cucinare è una persona. Cucinare significa in generale preparare un pasto. Si dice solitamente fare da mangiare.
Chi fa da mangiare oggi?
Equivale a dire:
Chi cucina oggi?
Chi prepara il pasto oggi?
4) uno stuzzicadenti: lo stuzzicadenti è un piccolo strumento di legno. Possiamo anche chiamarlo utensile se vogliamo, ma come dicevo prima l’utensile è il nome generico che possiamo dare ad un arnese o un “attrezzo” (possiamo chiamarlo anche così) necessario allo svolgimento di un’attività lavorativa. Questo attrezzo ha due piccole punte, ed in genere serve a pulire i denti dai residui di cibo. Ne abbiamo parlato anche in un altro episodio, di cui metto il link,parlando del verbo stuzzicare. Nel caso della preparazione del Cozonac invece lo stuzzicadenti viene usato per effettuare la cosiddetta “prova dello stuzzicadenti“, quindi possiamo dire che in questo caso lo stuzzicadenti funge da strumento per valutare il grado di cottura che è stato raggiunto. Il verbo fungere in questo caso è perfetto. Come si fa a fare la prova dello stuzzicadenti? Si infilza il Cozonac dopo che è stato cotto al forno. Si infilza, cioè si fa un piccolo foro, si “pratica” un buco. Lo stuzzicadenti, quando si usa per infilzare il Cozonac, si infila nel Cozonac. Attenzione perché i verbi infilare e infilzare sono molto simili. Diciamo che infilzare è più legato alla materia. Infilare invece si usa molto anche in senso figurato. Se dopo aver infilato lo stuzzicadenti nel Cozonac, questi (lo stuzzicadenti) esce pulito dal dolce, allora il Cozonac è cotto e potete toglierlo dal forno. Attenzione, ho detto “se questi esce pulito“, parlando dello stuzzicadenti. Ma lo stuzzicadenti è singolare! Non si tratta di un errore però! Infatti nella lingua italiana si usa spesso “questi” per indicare un solo oggetto. Si usa “questi”, che solitamente è invece il plurale di “questo”. Es:
Questo oggetto
Questi oggetti
Oppure:
Questi spaghetti non sono buoni.
In questa frase “questi” precede gli spaghetti, che è una parola plurale. “Questi”, al plurale, si usa anche ovviamente con le persone, indicando un gruppo di persone, o almeno più di una persona. Ma sapete una cosa? “Questi” si usa anche per indicare una sola persona. Anzi, a dire il vero “questi”, al singolare, si usa più con le persone che con gli oggetti o animali: “Questi” significa proprio “Questa persona“, e si usa quando sappiamo di chi stiamo parlando. Questo è fondamentale. Dobbiamo sapere di chi parliamo. In questo caso, nella ricetta, lo usiamo al posto di “lo stuzzicadenti“. Abbiamo detto che se questi esce pulito ed asciutto dopo che lo abbiamo infilato nel Cozonac, allora il dolce è pronto, se invece questi esce sporco significa che non è ancora pronto. Quindi “questi” significa solitamente “questa persona“, “la persona di cui si è appena parlato” ma, più raramente si usa anche con animali o cose. A volte si usa anche “quegli” per dire “quella persona“. In questo caso può essere che la persona è lontana, nello spazio o nel tempo, rispetto a chi parla. A volte poi si usano entrambi se si parla di due persone:
Mentre questi se ne andò, quegli non si mosse
Attenzione alla pronuncia di quegli, con “gli”. Tornando a questi e quegli, nell’uso “normale” dei due termini posso quindi dire:
Questi dolci sono buonissimi
Quegli animali sono tranquilli
Ma posso anche dire:
Giovanni era in casa. Quest’uomo mangiava la pasta
Giovanni era in casa. Mentre questi mangiava la pasta, suonò il campanello.
Oppure (uso sia questi che quegli):
Giovanni e Andrea sono due compagni di classe intelligenti, ma mentre questi è più studioso, quegli non ha molta voglia di studiare.
Un altro esempio:
Mentre la professoressa spiegava la grammatica, si addormentarono due ragazzi, questi dopo la spiegazione dei pronomi, e quegli appena prima dell’esercizio scritto.
Quindi ricapitolando: questi e quegli in questo caso sono dei pronomi dimostrativi (non l’avevo detto finora) e non devono essere confusi con il plurale degli aggettivi questo e quello: sono pronomi che si utilizzano soltanto in funzione di un soggetto maschile singolare e sono sempre in relazione ad una persona che è già stata menzionata in precedenza.
L’ultimo strumento di cui abbiamo bisogno per fare il nostro Cozonac è:
un tagliere di legno
Un tagliere. un tagliere è qualcosa su cui si taglia qualcosa. Il tagliere (attenti alla pronuncia) serve a tagliare, è uno strumento usato per tagliare, per affettareo spezzettaredegli alimenti. Generalmente è fatto di legno, ma non è detto. Nella ricetta di oggi serve ad appoggiarci sopra il Cozonac dopo che esce dal forno. per farlo raffreddare completamente prima di tagliarlo a fette e servirlo.
Abbiamo detto che il tagliere serve a tagliare, affettare o spezzettare. Spezzettare viene da pezzo. Significa fare a pezzetti, dividere qualcosa in piccoli pezzi, cioè in piccole parti. Affettare invece è tagliare a fette, e per affettare serve un coltello o qualcosa con una lama.
Se abbiamo del pane ad esempio usiamo le mani per spezzettarlo e usiamo il coltello per tagliarlo o affettarlo. Con il pane ad esempio il più usato è tagliare, mentre affettare sarebbe il più corretto. Lo si può anche spezzettare ma questo non dà lo stesso risultato poiché come detto lo si spezzetta con le mani.
Grazie ai donatori Romeni dunque, questo episodio è dedicato a loro.
Un saluto a tutti.
Giovanni
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Buongiorno amici, bentornati su Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuovo episodio raccontato dalla voce di Giovanni.
Spero che oggi siate in forma perché dobbiamo vedere la differenza tra CAVARSELA e VEDERSELA.
Si tratta di due verbi pronominali, ed abbiamo già dedicato un episodio ai verbi pronominali. Si tratta di un bell’episodio tra l’altro.
Se siete curiosi vi consiglio di darci un’occhiata. Oggi interessa invece vedere la differenza che esiste tra questi due particolari verbi pronominali, vedersela e cavarsela.
Vi dico questo perché si tratta di verbi simili apparentemente ma hanno funzioni diverse.
Dunque: iniziamo da cavarsela.
Il verbo è pronominale quindi si usa verso se stessi:
Io me la cavo
Tu te la cavi
Lui se la cava
Noi ce la caviamo
Voi ve la cavate
Loro se la cavano.
Si usa sempre al femminile quindi cavarselo in questo senso non esiste. E dunque non si può neanche dire “io me lo cavo” perché se dite una frase del genere, al maschile, state dicendo tutta un’altra cosa.
Il verbo cavarsela si usa in vari contesti diversi. Vediamo quali.
Se una persona ti chiede: come stai?
La risposta può essere “me la cavo, grazie, e tu?”.
Me la cavo significa che va bene, che è ok; si tratta di una risposta standard ma questa risposta indica che in realtà le cose vanno bene ma non troppo bene. Diciamo benino.
“Me la cavo” significa letteralmente “riesco ad andare avanti”, “riesco a sopravvivere” e solitamente la frase è accompagnata da una smorfia, un’espressione del viso che indica proprio questo. Una persona anziana risponde solitamente con:
Un secondo modo è quando si descrivono le proprie abilita nel fare qualcosa.
Come vai a scuola?
Me la cavo abbastanza bene in matematica, mentre in lingua italiana non me la cavo affatto.
A matematica quindi il ragazzo va bene, se la cava bene, e questo significa che raggiunge la sufficienza almeno. Può anche essere un modo modesto per rispondere che va benissimo.
In italiano invece non se la cava affatto quindi le cose vanno male. I risultati non sono positivi in italiano. Questo uso si estende a qualsiasi attività lavorativa.
come te la cavi a dipingere?
Il che equivale a dire: “sei bravo a dipingere”?
È una modalità informale ma molto usata in tutti i lavori.
Quando riusciamo a uscire da una situazione pericolosa. La situazione è simile in fondo a quando riusciamo a risolvere un problema o a svolgere una mansione, un’attività. Quando riusciamo a cavarcela vuol dire che siamo usciti illesi, indenni da una situazione pericolosa. Poteva essere pericolosa ma non lo è stata:
ce la siamo cavata.
Non deve necessariamente essere un pericolo di vita o di salute, ma un qualsiasi tipo di pericolo.
In questi casi si usa anche un’altra espressione:
l’abbiamo scampata
Oppure anche:
L’abbiamo scampata bella
Ce la siamo cavata è leggermente diversa perché implica un’attività da parte di chi parla, come uno sforzo compiuto. Si è riusciti a superare una difficoltà con astuzia o accortezza o con abilità. Insomma grazie ad una qualità personale.
Se c’è un terremoto pertanto è meglio usare “l’abbiamo scampata” perché se si sopravvive da un terremoto è solitamente solo merito della fortuna. Comunque posso dire: “ce la siamo cavata per miracolo” oppure “ce la siamo cavata per il rotto della cuffia“, un’altra espressione che si usa in questi casi.
Invece se siamo inseguiti da una persona e riusciamo a scappare meglio usare “me la sono cavata” perché c’è stata un’abilità personale nell’uscire da questa situazione pericolosa. Non è merito della fortuna.
Prima di passare a vedersela, voglio farvi notare che “cavare” significa anche “estrarre“, “tirar fuori”, quindi “uscire“. Non a caso la “cava” è quel luogo dove si estrae il materiale per le costruzioni. La cava si scava dalla Montagna. La cava viene scavata. Anche il verbo “scavare” vi aiuta quindi a capire il significato si cavarsela. Scavare significa togliere terra dal terreno (ad esempio).
Infine cavarsela si usa anche in senso economico.
Quanto l’hai pagata quella giacca?
Me la sono cavata per €20
Cioè sono riuscito a spendere solo venti euro.
Oppure:
Nella nostra azienda ce la caviamo bene ultimamente
Cioè gli affari vanno abbastanza bene recentemente.
E vedersela?
Anche vedersela si usa con i problemi, le attività ed i lavori ma è diverso però perché si riferisce non all’abilità nel fare qualcosa ma nel semplice affrontare la situazione.
Ad esempio:
Giovanni: Il direttore è arrabbiato con noi. Chi prova a calmarlo?
Francesco: ok, me la vedo io con lui.
Francesco dice che se la vede lui con il Direttore, cioè lui prova a risolvere il problema, ad affrontare la situazione. Non è detto che Francesco riuscirà però a cavarsela.
Giovanni: com’è andata col direttore? Te la sei cavata bene?
Francesco: si, me la sono cavata egregiamente.
Cavarsela egregiamente è una modalità molto usata per dire che il risultato è stato molto buono.
Quindi vedersela significa affrontare, fronteggiare, cercare di risolvere un problema, in particolare escludendo gli altri.
Quando si usa vedersela molto spesso si vuole dire che si vogliono escludere gli altri dal problema. In questo modo quindi ci si assume tutta la responsabilità.
Quindi “me la vedo io” è del tutto uguale a “ci penso io“.
Un uso particolare di vedersela è:
Me la sono vista brutta
Che è una frase che si usa quando si racconta una vicenda passata e si dice che si è passato un brutto momento. “Me la sono vista brutta” significa quindi “ho attraversato un brutto periodo”.
Spesso si usa quando le cose alla fine sono andate bene, ma c’è stato un momento in cui non andavano bene.
Quando ero giovane, durante la guerra, non c’era nulla da mangiare e ce la siamo veramente vista brutta in quel periodo.
Oppure:
La nostra azienda adesso va molto bene ma durante la crisi economica ce la siamo vista brutta.
Vi starete chiedendo:
Si usa “ce la siamo vista bella?”
La risposta purtroppo è no.
Quindi, ricapitolando: cavarsela e vedersela si usano entrambi con i problemi e le situazioni difficili o con le attività lavorative.
Cavarsela è più legata al risultato finale (me la sono cavata) e per esprimere una abilità nello svolgere una mansione (me la cavo bene a scrivere).
Vedersela invece è affrontare la situazione (me la vedo io) e si usa anche per escludere gli altri e quindi prendersi tutta la responsabilità (lascia stare, me la vedo io). Infine “vedersela brutta” significa passare una brutta situazione.
Adesso fate un bell’esercizio di ripetizione.
Cavarsela
Come te la cavi coi verbi pronominali?
In Italia ce la caviamo bene economicamente
Nella nostra famiglia ce la caviamo con poco
Vedersela
Me la vedo io con lui, voi statene fuori
Che paura il terremoto! Me la sono vista proprio brutta
Chiudo con un avvertimento: cavarsela e vedersela si usano solo e sempre al femminile. Ve lo avevo accennato all’inizio dell’episodio. Anche noi maschietti dobbiamo usare il femminile. Quindi me la cavo e me la vedo, me la sono cavata e me la sono vista. Se usate il maschile state dicendo un’altra cosa. Ad esempio:
– quel film me lo vedo domani.
Che è come dire “lo vedo domani”
Oppure:
– mi sono cavato un occhio.
Cioè (che brutta immagine) mi sono tolto un occhio. Quindi, parlando dell’occhio:
me lo sono cavato.
Come capite il significato di queste frasi al maschile è completamente diverso dalle precedenti.
Ciao a tutti.
Un saluto da Giovanni.
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Buongiorno ragazzi, in questo episodio di italiano semplicemente, intitolato “cambiamo i protagonisti” facciamo un esercizio interessante, non molto semplice ma molto utile. Vi suggerisco di leggere ed ascoltare nello stesso tempo, almeno la prima volta.
Ascolterete un breve dialogo che riguarda due persone, Anna e Gianni. Un episodio molto breve in cui si parla di fiori. Gianni ed Anna verranno interpretati rispettivamente da me e da Maria Eugenia, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.
Disegno di Daria, membro russo dell’associazione Italiano Semplicemente
Dopo aver ascoltato proviamo a cambiare i protagonisti della storia. Un esercizio sui pronomi personali ma non solo.
Anna: A me piacciono molto i fiori…me lo regaleresti un fiore?
Gianni: ti piacciono i fiori? anche a me piacciono!
Anna: perché non me ne regali uno? Me lo vuoi fare questo regalo?
Gianni: certo che te ne regalo uno. Te l’ho già promesso una settimana fa.
Anna: quando me lo regali?
Gianni: domani. Domani te ne regalo un bel mazzo. Mi fa molto piacere.
Anna: me ne basta uno grazie. Mi farai felice.
Bene proviamo adesso a cambiare le persone, cioè i protagonisti della storia.
Chi regala i fiori e chi li riceve? Proviamo a modificare questi due soggetti.
1) TU regali i fiori ad ANNA
2) VOI regalate i fiori ad ANNA
3)VOI relagate i fiori ad ANNA e MARGHERITA
4) LORO regalano i fiori ad ANNA e MARGHERITA
5) LUI regala i fiori ad ANNA.
1) TU regali i fiori ad Anna.
Io (Gianni) parlo con TE. Sei tu che regali i fiori ad Anna.
Gianni: Ad Anna piacciono molto i fiori. Glielo regaleresti un fiore?
Tu: le piacciono i fiori? anche a me piacciono!
Gianni: perché non gliene regali uno? Glielo vuoi fare questo regalo?
Tu: certo che gliene regalo uno. Gliel’ho già promesso una settimana fa.
Gianni: quando glielo regali?
Tu: domani. Domani gliene regalo un bel mazzo. Mi fa molto piacere.
Gianni: gliene basta uno grazie. La farai felice.
2) VOI regalate i fiori ad ANNA
Adesso io (Gianni) parlo con voi. E siete voi che regalate i fiori ad Anna.
Gianni: Ad Anna piacciono molto i fiori…glielo regalereste un fiore?
Voi: le piacciono i fiori? anche a noi piacciono!
Gianni: perché non gliene regalate uno? Glielo volete fare questo regalo?
Voi: certo che gliene regaliamo uno. Gliel’abbiamo già promesso una settimana fa.
Gianni: quando glielo regalate?
Voi: domani. Domani gliene regaliamo un bel mazzo. Ci fa molto piacere.
Gianni: gliene basta uno grazie. La farete felice.
3) VOI relagate i fiori ad ANNA e Margherita.
Voi regalare i fiori ma stavolta chi riceve i fiori sono due persone: Anna e Margherita. Ne parlo io con voi.
Gianni: Ad Anna e Margherita piacciono molto i fiori. Glielo regalereste un fiore?
Voi: gli piacciono i fiori? anche a noi piacciono!
Gianni: perché non gliene regalate uno? Glielo volete fare questo regalo?
Voi: certo che gliene regaliamo uno. Gliel’abbiamo già promesso una settimana fa.
Gianni: quando glielo regalate?
Voi: domani. Domani gliene regaliamo un bel mazzo. Ci fa molto piacere.
Gianni: gliene basta uno grazie. Le farete felici.
4) LORO regalano i fiori ad ANNA e MARGHERITA
Stavolta chi regala i fiori sono loro, quindi più persone. Chi li riceve sono sempre Anna e Margherita. Io ne parlo con te.
Gianni: Ad Anna e Margherita piacciono molto i fiori… glielo regalerebbero un fiore?
Tu: gli piacciono i fiori? anche a loro piacciono!
Gianni: perché non gliene regalano uno? Glielo vogliono fare questo regalo?
Tu: certo che gliene regalano uno. Gliel’hanno già promesso una settimana fa.
Gianni: quando glielo regalano?
Tu: domani. Domani gliene regalano un bel mazzo. Gli fa molto piacere.
Gianni: gliene basta uno grazie. Le faranno felici.
5) LUI regala i fiori ad Anna.
Io (Gianni) parlo con TE. Ma è LUI che regala i fiori ad Anna. Lui si chiama Giuseppe.
Gianni: Ad Anna piacciono molto i fiori. Glielo regalerebbe un fiore Giuseppe?
Tu: le piacciono i fiori? anche a lui piacciono.
Gianni: perché non gliene regala uno? Glielo vuole fare questo regalo?
Tu: certo che gliene regala uno. Gliel’ha già promesso una settimana fa.
Gianni: quando glielo regala?
Tu: domani. Domani gliene regala un bel MAZZO. Gli fa molto piacere.
Gianni: gliene basta uno grazie. La farà felice.
Un saluto da Giovanni e continuate a seguire italiano semplicemente.
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La ricetta dei carciofi “alla giudia“. Stasera aggiungeremo la spiegazione dei termini più difficili.
Trascrizione
Giovanni: buonasera a tutti, oggi vi faccio ascoltare la ricetta di un piatto eccezionale. La voce è sempre quella di Giuseppina, mia madre, titolare della rubrica “le Specialità ditalia“. Una ricetta italiana, ma che dico italiana: laziale. Ma che dico laziale: romana!
Spiegalo meglio tu mamma!
Giuseppina: Da noi questa è la stagione dei carciofi, un ortaggio adatto a tante ricette di cucina e ricchissimo di antiossidanti, vitamine e sali minerali.
Sono utili in questo periodo dell’anno in cui siamo esposti ad acciacchi e malanni, oltre che depurativi. Io li adoro.
Son molte le varietà coltivate, io stamattina ho comprato i cimaroli romaneschi.
I cimaroli sono quelli che crescono al centro della pianta, sono considerati i migliori da cuocere alla giudìa, ovvero prima stufati nell’olio e poi fritti o, appunto, alla romana.
Servono: carciofi (io ne preparo 2 a persona), prezzemolo, 3, 4 spicchi di aglio, olio abbondante, sale e pepe.
Prepariamo una ciotola con acqua e 2 cucchiai di aceto oppure succo di limone, dove metteremo i carciofi abagno, mano a mano che li puliamo.
Si puliscono così: tagliamo i gambi alla base, togliamo le foglie più dure, sbucciamo anche i gambi fino alla parte tenera, gli tagliamo poi le punte.
Poi li togliamo dall’acqua, allarghiamo poco poco le foglie, senza romperli, e ci mettiamo al centro un pezzettino di aglio, e un pochino di prezzemolo, sale e pepe.
Li sistemiamo in una pentola senza lasciare troppo spazio vuoto e irroriamo di abbondante olio, deve restarne almeno 1 cm sul fondo della pentola, aggiungiamo un mezzo bicchiere di acqua e mettiamo a cuocere a fuoco medio.
Durante la cottura potrebbe servire di aggiungere un altro pochino di acqua, non devono attaccare alla pentola altrimenti sono amari.
Dopo circa 15 minuti li giriamo , continuiamo altri 15 minuti circa e sono cotti.
Buoni, buoni, buoni. Buon appetito.
Giovanni: allora vediamo chevmia madre ha utilizzato alcuni verbi particolari:
Irrorare: un verbo con ben quattro erre. Mica facile trovarne di altri. Irrorare significa cospargere, versare, bagnare, riempire di liquido, mettere sopra. Solo una sostanza liquida si può irrorare, come l’olio d’oliva appunto. Irrorando i carciofi con dell’olio si mette dell’olio sopra i carcuofi in modo omogeneo, uniforme.
Sbucciare: sbucciamo anche i gambi fino alla parte tenera. Questo generalmente significa togliere le bucce. Le arance hanno la Buccia, le mele, le pere eccetera.
Il verbo in genere è riferito a frutta e verdure, e si può spiegare dicendo “privare della buccia”, cioè togliere la buccia. Al limite potete dire anche pelare. Molto simile in effetti ma pelare si usa con le patate, che ugualmente hanno una buccia. In genere pelare però si riferisce ai peli e non alla buccia. Probabilmente pelare le patate si usa per via del fatto che le patate sembrano avere una pelle più chebuna buccia: pelle è simile a pelare.
In alternativa esiste anche sfogliare, cioè togliere le foglie, ma senza dubbio sbucciare è ul verbo più adatto per i carciofi.
Mia madre ha usato anche il termine “cimaroli” per indicare un tipo particolare di carciofi. Cimaroli viene da cima cioè punta. I cimaroli stanno sulla punta ed al centro della pianta dei carciofi, sono in cima alla pianta,come la neve che sta sulla cima delle montagne.
I Cimaroli o Mammole sono i carciofi più buoni ed anche i più grandi della pianta.
Vediamo poi cosa significa questo nome: I carciofi alla giudia. Alla giudia (attenzione all’accento) significa alla maniera degli ebrei, cioè seguendo la città giudaica.
Potremmo dire anche carciofi alla giudea, con la lettera e al posto della i, ma in realtà la ricetta dei carciofi si chiama alla giudia.
Sono una ricetta tipica del lazio, e se capitate a Roma potete assaggiare i carciofi alla giudia un po’ dappertutto, ma in special modo nel quartiere denominato “il ghetto ebraico di Roma”.
I carciofi alla romana sono quelli che ha cucinato mia madre e sono leggermente diversi da quelli alla giudia, poiché c’è anche aglio, prezzemolo e/o mentuccia ed inoltre i carcuofi vanno stufati, anzichè fritti. Stufare un alimento, significa cuocere a lungo a fuoco lento o medio, in un recipiente ben chiuso.
Un giorno, molto vicino, le ricette di mia madre finiranno in un audiolibro.
Nel frattempo voglio dire a tutti che abbiamo già realizzato due Audiolibri, il primo per principianti ed il secondo per un livello intermedio.
Potete acquistarli su Amazon oppure su italianosemplicememte.com.
Ringrazio infine i donatori di italiano semplicemente che mi permettono di togliere la pubblicità dal sito. Un saluto a tutti.
Questi invece sono carciofi alla giudia (fritti)
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Buongiorno amici bentornati su italiano semplicemente, rispondo volentieri ad una domanda arrivata per email, una domanda in cui si chiede di spiegare il significato di una frase.
La frase indicata da Tamara è “conti qualcosa per me”.
Una frase romantica, che si pronuncia di fronte alla persona amata.
In effetti il verbo contare ha diversi significati, ed uno di questi significati è legato al valore delle cose e delle persone.
Quando una persona conta, o quando qualcosa conta, vuol dire che ha molta importanza.
Contare significa quindi essere importanti, e contare qualcosa ha lo stesso significato.
Contare qualcosa per qualcuno significa che c’è una persona (qualcuno) che crede che tu sia importante.
Conti qualcosa per me è come dire “tengo molto a te”.
Tu conti molto per me =io tengo molto a te.
Tu conti qualcosa per me è una modalità meno impegnativa rispetto a “tu conti molto per me” ma è pur sempre una dichiarazione d’amore.
Credo che sia persino più sincera, perché se una persona vuole mentire non userebbe “qualcosa” ma per fare colpo userebbe “molto”.
Questa è la mia opinione e sensazione ovviamente.
Abbiamo fatto un episodio in passato dedicato alla frase “ci tengo”, “tengo a te” ed altre modalità di esprimere dei sentimenti.
Consiglio a Tamara e anche a tutti i visitatori di dare un’occhiata all’episodio in questione.
Per oggi è tutto. Se siete arrivati fino alla fine significa sicuramente che italiano semplicemente conta qualcosa per voi.
Sappiate che la cosa è reciproca.
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Buongiorno ragazzi, voglio rispondere a Giorgia, ha fatto una richiesta riguardo alla frase “stare all’aria aperta“. Grazie Giorgia della tua richiesta. Io sono Giovanni di italianosemplicemente.com e vediamo di riuscire a spiegare questa frase: stare all’aria aperta. E’ anche una bella occasione per vedere insieme qualche termine particolare e alcune frasi che si usano quando si parla di “aria aperta”.
Credo che sia il caso di spiegare una parola alla volta.
Stare è un verbo, e questo verbo si usa in moltissime occasioni diverse. Stare significa prima di tutto essere in un luogo, e restare in quel luogo senza allontanarsi; quindi stare significa fermarsi, trattenersi; è il contrario di andare.
Sono stato a casa tutto il giorno;
Stare a scuola,
Stare in ufficio
Stare a letto;
Sono stato dai miei genitori
Finora il senso è proprio relativo alla permanenza in un luogo: la scuola, l’ufficio, il letto, la casa dei genitori.
Se non consideriamo in questo episodio le infinite frasi idiomatiche che contengono il verbo stare, possiamo però notare che a volte questo verbo si usa più in generale per indicare la permanenza non esattamente in un luogo ma in una situazione o in un ambiente:
Stare sotto la pioggia
Stare all’ombra
Stare al chiuso
Stare all’aperto
Quest’ultima frase: “stare all’aperto” è quindi il contrario di “stare al chiuso”.
Molto simile è “stare all’aria aperta” che è l’espressione che ha chiesto Giorgia. La frase è equivalente a stare all’aperto, ma si aggiunge la parola aria per sottolineare l’aspetto legato alla salute.
L’aria si trova normalmente in tutti gli ambienti, e si usa spesso dire “stare all’aria” per indicare che qualcosa si trova in un ambiente aperto, non chiuso quindi, non riparato, ma spesso esposto alle condizioni atmosferiche.
A volte si usa aggiungere “aperta”: stare all’aria aperta, ed in questo caso si fa quasi sempre riferimento, come dicevo, ai benefici di stare in un ambiente aperto. Trovarsi in un ambiente all’aperto significa quindi stare all’aria aperta.
E’ un consiglio valido per tutti quello di stare all’aria aperta un po’ tutti i giorni, per godere dei benefici come l’assorbimento della vitamina D, evitare di stare troppo seduti e fare attività salutari preferibilmentee sposti alla luce del sole.
Quando si dice “stare all’aria aperta” è perciò come dire “stare all’aperto”, che è il contrario di “stare al chiuso“.
L’aria si dice “aperta” proprio perché quando essa è “chiusa”, vuol dire che non ha possibilità di uscire all’esterno, è racchiusa in un ambiente, quindi si trova chiusa (o racchiusa) in un ambiente, e questo spesso è causa di malattie, vuoiperché con delle persone dentro si riempie di batteri, vuoi perché l’aria a volte si riempie anche di gas che provengono dal terreno, come il radon ad esempio. Insomma è sempre bene far ossigenare gli ambienti, facilitare il ricambio dell’aria negli ambienti chiusi.
Facilitare un costante ricambio dell’aria negli ambienti è quindi buono per la salute, perché ci sono molte sostanze che si possono trovare nell’aria e non si possono percepire, non ci si accorge della loro presenza. Si parla di “aria viziata” in questi casi. L’aria viziata è l’aria che si trova in un ambiente e che non è stata cambiata, quindi si sente come si dice “puzza di chiuso“.
Fermiamoci un attimo sul concetto di “aria viziata”.
La parola “viziata“, o “viziato” si usano quasi sempre per indicare un difetto, o un “vizio” di una persona. Spesso i bambini si dicono viziati quando i genitori li abituano a ricevere molti regali o li abituano a vedere soddisfatti tutti i loro desideri.
Nel caso dell’aria viziata invece si fa riferimento proprio al fatto che l’aria necessita di essere ricambiata in un ambiente chiuso.
A questo proposito un piccolo consiglio che viene dalla medicina: se non si ha l’opportunità di stare all’aria aperta e si è costretti a stare in ambienti chiusi con altre persone, i medici suggeriscono di lasciare le finestre aperte 1-5 minuti ogni ora. Questo assicura un adeguato ricambio dell’aria. Arieggiare quindi una stanza (cioè far circolare l’aria al suo interno) da 1 ai 5 minuti ogni ora. Molte persone hanno la tendenza a non aprire mai le finestre di casa quando fa molto freddo ma questo non fa bene dunque alla salute.
Sperando di aver ben spiegato la frase, facciamo un breve esercizio di ripetizione:
Aria aperta
Stare all’aria aperta
Arieggiare una stanza
Aria viziata
C’è aria viziata in questa stanza
Che puzza di chiuso in questa stanza, apri le finestre!
Occorre un ricambio dell’aria
Ossigenare i polmoni
Far circolare l’aria
Al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Grazie ai donatori, a chi sostiene il sito, e grazie a tutti coloro che ci seguono, che spesso stanno all’aria aperta, fanno una corsetta nel prato e nello stesso tempo ascoltano gli episodi di Italiano Semplicemente. Per chi non lo ricordasse, l’utilizzo dei cosiddetti tempi morti è una (la seconda) delle sette regole d’oro per imparare l’italiano.
Ciao a tutti
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Giovanni: buongiorno a tutti e bentornati su Italiano Semplicemente.
Se sei uno straniero che sta cercando di migliorare il proprio italiano questo è il posto giusto per te. Io sono Giovanni e oggi ci occupiamo di vino. Sapete che l’Italia, checché se ne dica, non la batte nessuno in termini di vini e cibo. La rubrica in questione è denominata “le specialità italiane” ed è curata da mia madre Giuseppina, che oggi vi racconta qualcosa su un vino bianco laziale, cioè della regione Lazio, nel Centritalia.
Ricevo molti apprezzamenti, molti complimenti per questa rubrica, ed allora vi lascio volentieri nelle parole di Giuseppina. Ci sentiamo dopo
Giuseppina: Se parliamo di eccellenze nazionali non possiamo dimenticare il vino.
Le nostre regioni ne producono tante varietà, bianchi o rossi, tutti ottimi, ma io voglio farvi conoscere un vino della mia zona, quello della Tuscia Viterbese.
Esattamente a Montefiascone e nei paesi vicini, si produce un eccellente vino: l’est est est.
E’ un vino bianco al quale è stata riconosciuta la DOC (denominazione di origine controllata). Ha un gusto secco, pieno, ed un aspetto limpido e brillante. Buono fresco, con tutti i tipi di pietanze.
Ora però vi racconto l’origine di questo nome particolare:
Nell’anno mille, esattamente nel 1111, Enrico V, re di Germania si stava recando a Roma per ricevere la corona del Sacro Romano Impero.
Un vescovo tedesco del suo seguito, amante del buon vino, per essere certo di gustare solo il meglio della produzione italiana, escogitò un astuto stratagemma.
Si fece infatti precedere, di un paio di giorni, lungo il suo tragitto, dal fedele servo e coppiere Martino che aveva il compito di ispezionare la zona prima dell’arrivo del padrone.
Quando Martino , trovava un vino buono doveva segnalare la locanda con la scritta “est” che significava “vino buono”.
Arrivato nella cittadina di Montefiascone nel Lazio settentrionale, trovò un vino talmente buono che ripeté per tre volte il segnale convenuto con l’aggiunta di sei punti esclamativi. Così accanto alla porta dell’osteria scrisse a grandi lettere: est!! est!! est!!
Il cardinale quando arrivò, apprezzò così tanto questo vino che rimase a Montefiascone per tre giorni, prima di riprendere il suo viaggio verso Roma.
Che ne dite, facciamo un brindisi?
Giovanni: bene, allora mia madre vi ha parlato della Tuscia viterbese. Si tratta di una zona (la Tuscia) che non è una regione amministrativa, ma un territorio abbastanza esteso, grande, che prende parte del Lazio, dell’Umbria e della Toscana.
La Tuscia la possiamo anche chiamare Etruria, dove vissero gli Etruschi parecchi anni fa. Quindi la Tuscia viterbese è la parte di questo territorio che si trova in provincia di Viterbo, una città che si trova a nord rispetto a Roma.
Anche il comune di Montefiascone si trova nella Tuscia viterbese quindi.
Poi vorrei fare chiarezza su alcuni termini usati da mia madre. Vediamo la seguente frase:
Un vescovo tedesco del suo seguito, amante del buon vino, per essere certo di gustare solo il meglio della produzione italiana, escogitò un astuto stratagemma.
Il seguito (attenzione alla pronuncia) è un gruppo di persone che fanno scorta o compagnia a un alto personaggio, un personaggio importante. Quindi il seguito del vescovo tedesco è un gruppo di persone che accompagna il vescovo.
Escogitò un astuto stratagemma: Il verbo è escogitare. Significa trovare con la mente. Quando si pensa intensamente ad una soluzione, per risolvere un problema spesso si usa questo verbo: escogitare.
Quindi quando si escogita qualcosa, si riflette, si pensa, si immagina, si cercano idee per risolvere un problema.
Si può escogitare un trucco, un rimedio, una soluzione, o anche uno stratagemma. La parola stratagemma di solito si usa per indicare una finta mossa, come per ingannare qualcuno, una mossa intesa a disorientare e sorprendere il nemico. Potremmo parlare di espediente, un furbo, un astuto espediente.
Si tratta sempre di superare un problema, un impedimento. In questo caso si potrebbe semplicemente parlare di idea. Il vescovo, molto più semplicemente, ha avuto una buon’idea.
Infine parliamo del “segnale convenuto”:
Arrivato a Montefiascone, Martino trovò un vino talmente buono che ripeté per tre volte il segnale convenuto.
Il segnale convenuto è il segnale (la scritta EST) che Martino aveva convenuto con il vescovo tedesco. Insieme avevano convenuto, cioè avevano deciso, si erano accordati su un segnale. Si erano quindi messi d’accordo su un segnale, avevano concordato che il segnale dovesse essere la scritta “EST” questo era il segnale che avevano convenuto, o semplicemente il segnale convenuto.
Concludiamo col brindisi: il brindisi è un movimento che si fa, è un atto, l’atto di alzare i bicchieri e farli toccare tra loro, farli tintinnare tra loro, dopodiché si beve alla salute di qualcuno, in segno di augurio.
E quando si fa un brindisi non si dice “tin tin” come suggerirebbe la parola “tintinnare” ma in Italia si dice “Cin cin”, entrambi sono suoni onomatopeici ma “cin cin” deriva dal cinese e significa “prego, prego”.
Si dice spesso anche “prosit” quando si fa un brindisi, oppure potete dire semplicemente “alla salute” ed al prossimo episodio di ItalianoSemplicemente.com.
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Benvenuti a tutti in questo nuovo episodio di ItalianoSemplicemente.com, io sono Giovanni.
Per chi non conosce Italiano Semplicemente, in questo sito ci occupiamo di lingua italiana e ci impegniamo affinché gli stranieri imparino o migliorino il proprio livello di italiano e allo stesso tempo non si annoino a studiare con i metodi classici.
Bene, allora speriamo di riuscirci anche oggi, perché oggi parliamo di preposizioni semplici.
Un argomento in cui è difficile non annoiarsi, perché stiamo parlando di grammatica. Vediamo se riuscirò nel mio obiettivo dunque.
Allora parliamo di preposizioni semplici, cioè di come usare le parole di, a, da, in, con, su, per, tra, fra. Sono nove in tutto. Servono semplicemente a mettere in relazione due parti di una frase o due frasi diverse.
Gli stranieri, anche i più esperti, sbagliano spesso le preposizioni semplici. Oggi facciamo quindi tanti esempi di utilizzo e lo facciamo parlando dei paesi da cui ultimamente sono arrivate le donazioni ad Italiano Semplicemente. Un omaggio quindi ai donatori, che hanno aiutato Italiano Semplicemente.
Bene, cominciamo nel fare alcuni esempi di utilizzo. Faremo più episodi per non annoiarvi, altrimenti un solo episodio verrebbe troppo lungo e vi annoiereste. Allora iniziamo:
La città di l’Hospitalet de Llobregat è un comune spagnolo di261.130 abitanti situato nella comunità autonoma della Catalogna, in Spagna. A pochi km da Barcellona quindi.
Quindi “La città di l’Hospitalet de Llobregat è un comune spagnolo di 261.130 abitanti”. La Preposizione “di” l’ho utilizzata due volte. Prima per specificare quale città, per dire il nome della città. sto precisando di quale città sto parlando.
La città dil’Hospitalet de Llobregat
Analogamente posso dire:
La città diNova Friburgo si trova in Brasile. Quale città? Quella di Nova Friburgo. Oppure semplicemente: Nova Friburgo.
Quale città è un comune spagnolo di 261.130 abitanti? La città di l’Hospitalet de Llobregat, in Spagna.
Poi la seconda volta che ho usato “di”, ho detto:
“è un comune spagnolo di 261.130 abitanti”. In questo caso specifico il numero degli abitanti, ma ogni volta che specifico qualcosa uso “di”: il peso, la misura ad esempio.
Una animale di 10 kg, una memoria di 100 megabyte.
In questo caso indichiamo il numero di abitanti.
Poi diciamo che la città si trova a pochi da Barcellona.
Quando si parla di luoghi, di località, spesso troviamo “da“.
Ad esempio quando vogliamo indicare una distanza, come in questo caso.
Quindi la città si trova a pochi km da Barcellona. Significa che la distanza tra Barcellona e questa città è di pochi chilometri. Si sta prendendo Barcellona come un punto di riferimento.
Analogamente posso dire:
Itápolis è un comune del Brasile nello Stato di San Paolo ma è molto distante da San Paolo. Per andare daItápolis a San Paolo ci vogliono almeno 4 ore di automobile.
Quindi_
daItápolis a san Paolo ci vogliono almeno 4 ore guidando.
“Da” ed “a” si usano spesso nelle stessa frase quando si parla di distanze: Da un luogo ad un altro. Cioè da un luogo di partenza a un luogo di arrivo. Ad esempio
Da Silkeborg (in Danimarca) aHagen (inGermania), ci sono 682 km diguida.
In questo caso abbiamo usato anche “in” (in Danimarca, in Germania) e ancora “di” (682 km di guida).
Notate che é veramente difficile costruire una frase qualsiasi senza utilizzare nessuna preposizione semplice (o articolata). In Danimarca, in Germania: posso fare lo stesso con qualsiasi altra nazione. Attenzione però, non tutte le nazioni a dire il vero.
Quali sono le eccezioni?
Ad esempio Cuba:
per andare a Cuba, prendo l’aereo
“A” cuba quindi.
Perché? Generalmente “a” si usa con le città (vado a Roma, a Venezia, a Bolzano) e in con le nazioni (vado in Brasile, in Germania ecc), oltre che con i continenti (vado in Asia, in Africa ecc) ed anche con le Regioni (vado In Calabria, mi trovo in Lombardia ecc. Invece Cuba è uno stato insulare, fatto di isole, come anche Trinidad e Aruba.
Dunque in realtà non c’è una regola. Il motivo non esiste in realtà. Non chiedetevi il perché! Meglio no? Così non dovrete studiare la regola! C’è una consuetudine, che si è rafforzata col tempo e per gli italiani si dice così: vado a Cuba!
Quando si tratta di una sola isola invece generalmente con le isole piccole si usa “a”: vado a Ponza, vivo a Ventotene, mentre con le isole grandi si usa “in”, come se fosse una nazione, un continente o una regione. Quindi:
Ora mi trovo inSicilia
Mi piacerebbe andare inSardegna. InMadagascar non ci sono mai stato.
Con le città dicevo, per indicarle invece si usa generalmente “a”: vado a Roma, mi trovo a Silkeborg. Posso usare “in” solamente quando voglio intendere dentro, all’interno della città, senza dire il nome ma dicendo “città”.
Vado in città.
Simile a quando vado in ufficio.
Quindi la città, se la nominiamo col nome, indica un punto d’arrivo, mentre una nazione o un continente sono più grandi, quindi usiamo “in” perché andiamo “dentro” lo spazio di appartenenza. Lo stesso per le grandi isole: in Sardegna, in Sicilia eccetera.
Le città invece è come se avessero una sola dimensione, come se fosse un punto adimensionale: vado a Bolzano, mi trovo ad Umeå (in Svezia) eccetera.
Non è però la dimensione quella che conta, non c’è come abbiamo visto una regola fissa.
Infatti “in” si usa anche con spazi più piccoli: ad esempio se sono in una casa a Roma, evidentemente la mia casa è più piccola della città di Roma.
Se mi trovo in una casa a Roma e devo andare da una camera a un’altra e devo indicare il punto di arrivo, uso “in” e non “a”:
Voglio andare in camera da letto
Vado in giardino
Mi trovo in cucina
Lo stesso vale per dei luoghi precisi, più piccoli della città:
Vado inun albergo a Nova Friburgo, vicono alla Cattedrale di San Giovanni Battista;
Mi trovo in un appartamento di Itápolis, la città brasiliana gemellata con Pomezia (che si trova vicino Roma.
Quindi in un appartamento. Come anche:
Vado a pregare in una chiesa ad Umeå, in Svezia.
I luoghi possono essere molti quindi. Quando si indica un luogo uso in e a, a meno che si voglia indicare una appartenenza, allora è più adatto “di”:
Università diUmeå ad esempio, che nel 2012, è stata classificata 23ª tra i migliori istituti d’istruzione del mondo.
Quindi Università “di” Umeå, cioè che appartiene ad Umeå.
Oppure:
Nello Stato diRio de Janeiro, la città di Nova Friburgo è quella più fredda di tutte temperatura media annuale: circa 19 °C)
Riguardo alla differenza tra “a” e “in”, quando parliamo di luoghi, prima abbiamo detto che si usa una o l’altra a seconda che si tratti di una città, una regione, uno stato, un continente eccetera.
A volte si possono usare entrambe le preposizioni (“a” e “in”) e non cambia nulla, ma a volte cambia il livello di precisione che voglio dare: in ha più un senso fisico:
“sono in bagno” e “sono al bagno” ad esempio hanno lo stesso significato,
mentre “sono alla stazione” e “sono in stazione” possono avere significati un po’ diversi:
“A” ha un’idea di prossimità, quindi sono “alla stazione” significa che sono nei pressi della stazione, da quelle parti, magari anche fuori della stazione, mentre invece “sono in stazione” può indicare all’interno della stazione, non certamente fuori dunque.
Secondo episodio
In questo secondo episodio dedicato alle preposizioni semplici passiamo alle preposizioni “con, su, per, tra, fra“. Ancora un episodio dedicato ai paesi ed alle località da cui provengono le donazioni ad Italiano Semplicemente.
Vediamo qualche esempio usando “con e su“:
Nel mese di settembre 2019 ci vedremo in Italia coni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Quindi “con” esprime compagnia, unione. Ma non solo questo.
Posso anche parlare di uno strumento, un mezzo che viene utilizzato.
Ad esempio:
Se dovessi un giorno andare ad Hagen, in Germania, per vedere l’Hagen Open-air Museum, credo che andrei con l’aereo. Poi con un taxi arriverei al museo.
Quindi con un taxi, con l’aereo. La stessa cosa vale per qualsiasi tipo di strumento o mezzo.
Poi con si usa anche per esprimere un modo di fare una cosa, una maniera.
Quindi ad esempio, se dovessi recarmi in catalogna lo farei con entusiasmo.
Invece nello Stato di rio de Janeiro ci andrei con prudenza, visto che è più pericoloso.
Possiamo esprimere anche una qualità, una caratteristica:
Itápolis è una città brasiliana con molte attrazioni da scoprire, con la sua atmosfera particolare e con un passato affascinante da scoprire.
Posso inoltre dire: mi piacerebbe visitare anche Umea, in Svezia, che è stata la capitale europea della Cultura del 2014, ma con la crisi attuale credo che dovrò rimandare. Quindi “con la crisi attuale”, cioè a causa di questa crisi economica.
Vediamo un altro utilizzo, l’ultimo, della preposizione “con”. Sapete che a Silkeborg in Svezia spesso piove, ma nonostante tutto molte persone vanno a lavorare in bicicletta. Allora come si fa con la pioggia a Silkeborg per andare al lavoro? Si va lo stesso, questa è la risposta!
Allora ho usato “con” per limitare, per delimitare il discorso ad un argomento: con la pioggia. Analogamente potrei dire:
Come va con la salute? Non intendo dire “insieme” alla salute, e non intendo dire che la salute è uno strumento per fare qualcosa, e non è neanche un modo, una modalità, così come non è una caratteristica di Silkeborg. Infine non è una causa. In quest’ultimo caso sto delimitando il discorso ad un solo argomento: la pioggia.
Vediamo adesso “su“.
Diciamo innanzitutto che spesso troviamo sul, sullo, sulla, sui, sugli, sulle perché, come tutte le preposizioni si può unire all’articolo e forma una preposizione articolata.
Però capita spesso anche si usare “su”, mi raccomando senza accento.
Quando lo usiamo?
Ad esempio su è il contrario di giù.
Su quindi è quasi come “sopra”, ma non esattamente uguale.
Ad esempio: sei mai stato su in Svezia? (su quindi indica una localizzazione, si usa spesso quando si va in un luogo che sta più a nord).
Sì, sono stato in Svezia. Non ricordo esattamente quando ma avevo sui 30 anni quando ho visitato la città di Umeå. Quindi avevo sui 30 anni. In questo caso indica una approssimazione, come “avevo circa 30 anni”, “più o meno 30 anni”.
Allora in quell’occasione, quando sono andato In Svezia, abbiamo visitato anche la Danimarca, cosa che probabilmente fa un turista su due. In questo caso: “un turista su due” equivale a “per ogni due”: Si usa spesso anche così: Quanti riescono a visitare, nello stesso anno, sia Nova Friburgo in Brasile, che Hagen in Germania, sia La città di l’Hospitalet de Llobregat in Spagna?
Credo solo uno su mille, più o meno. Diciamo uno su mille, suppergiù.
Ecco, “uno su mille”, “un su due” è come dire “ogni 1000 persone, soltanto una persona riesce a farlo. “ogni due persone, solo una persona” riesce a farlo.
La parola “ogni” naturalmente non nel senso di tutti o tutte (tipo mi piace ogni tipo di pasta) ma nel senso di “gruppo” di due persone: uno ogni mille=uno su mille.
Poi prima ho usato la parola suppergiù, tutta unita. Suppergiù, che contiene “su” (ed anche giù) ed è un avverbio che indica un numero non preciso o in quantità approssimativa. Più o meno si usa maggiormente, circa è ancora più usato. Suppergiù è il più informale di tutti. Si usa nello stesso modo comunque.
Quante persone entrano ogni anno nel Duomo di Bolzano? Si tratta della chiesa più importante della città di Bolzano. Quante persone la visitano ogni anno? Non so, migliaia di visitatori, suppergiù 100 mila diciamo. Quindi più o meno, circa 100 mila visitatori ogni anno. Il senso dell’approssimazione quindi è presente anche nell’avverbio suppergiù, quindi è come dire “sui 100 mila visitatori ogni anno”, oppure “intorno ai 100 mila visitatori”.
Bene, quella stessa sera, durante il viaggio in Svezia e Danimarca, siamo stati a cena a Silkeborg, abbiamo cenato in albergo che fa anche degli ottimi dolci su ordinazione.
I dolci su ordinazione: un modo un po’ strano per dire che i dolci vanno ordinati. Si tratta di una locuzione in questo caso. Non puoi andare lì nel ristorante e prendere i dolci senza averli prima ordinati. I dolci sono su ordinazione. Quindi si indica una modalità, un modo di ordinare. E’ un po’ come dire: bisogna insegnare l’italiano sull’esempio di Giovanni ad esempio.
Questo è ancora un modo diverso di usare su. Come abbiamo visto quindi su diventa facilmente sui, sugli eccetera. Dipende dalla cosa a cui ci riferiamo. Ad esempio questo dolce costa sui 15 euro. Eccetera. Ci sono poi utilizzi di “su” che sembrano un po’ strani e qualcuno di questi ha qualche legame con il senso di “sopra”
posso contare su di te?
Italiano Semplicemente è sulla bocca di tutti
Poi altre locuzioni perdono del tutto il senso di “sopra”:
fare o dire sul serio: tornerò in Brasile: dico sul serio, cioè dico veramente.
stare sulle sue: oggi non mi va di parlare con nessuno, voglio stare un po’ sulle mie.
su due piedi: allora mi lasci così su due piedi? Così all’improvviso?
Nelle locuzioni, nelle frasi fatte, nelle frasi idiomatiche non ci si deve chiedere il perché a volte si usa o non si usa una preposizione semplice o articolata o qualche altro termine. Queste espressioni particolari si riconoscono anche per questa loro caratteristica. Adesso vi lascio al terzo episodio dedicato alla preposizione per.
Terzo episodio
Eccoci di nuovo qui, sono sempre Giovanni di Italianosemplicemente.com. Parliamo della preposizione “per“. Questo è il terzo episodio dedicato alle preposizioni semplici, che sono 9 in tutto: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.
Adesso tocca a “per”. Come al solito cercherò di fare molti esempi parlando dei paesi da cui provengono le donazioni ad Italiano Semplicemente.
Vi racconterò una storia, immaginata da me in cui utilizzerò tutti i modi possibili di usare la preposizione per. Vedremo che “per” si può usare sia in una stessa frase sia per collegare due elementi della stessa frase, sia al fine di collegare due frasi diverse.
Ecco la storia:
Allora:
Viaggio in Spagna: Quando sono partito per la Spagna, sull’aereo sono entrato per primo, ma i posti erano tutti prenotati dunque mi sono seduto per terra. Che sfortuna!
Sarei volentieri passato per Madrid ma non ho avuto il tempo, così ci andrò per tempo in un’altra occasione.
Sull’aereo c’era un signore di Itápolis che si lamentava per la fame che aveva, ed era appena entrato in aereo, quando ad un certo punto la hostess gentilmente le ha detto: prego sono qui per servirla. Arriverà qualcosa da mangiare per giovedì prossimo. Oggi purtroppo non possiamo aiutarla.
Giovedì prossimo? Al massimo aspetto per 5 minuti, non di più. Certo che lei non è proprio il numero uno per pazienza, replicò la hostess. Non sopporto di essere preso per i fondelli, rispose il brasiliano , mentre tutti gli altri passeggeri se ne stavano ancora in piedi in fila per per due pronti ad entrare anche loro.
Tra loro, un danese di Silkeborg perse la pazienza: ma cosa pretende per soli trenta euro? Che lo facciano anche mangiare? Per la miseria!
Se vuole, aggiunse, le posso dare il panino che mia moglie aveva preparato per me. Glielo vendo per soli 10 euro.
Ad un certo punto il pilota, un esperto pilota tedesco che abitava ad Hagen, disse al microfono: attenzione prego, l’aereo è in partenza per non fare ritardo.
Allora vediamo bene un pezzo alla volta:
Viaggio in Spagna: Quando sono partito per la Spagna, sull’aereo sono entrato per primo, ma i posti erano tutti prenotati dunque mi sono seduto per terra. Che sfortuna!
Sono partito per la Spagna. Indica la direzione, come anche:
vado per la mia strada
parto per l’Italia
Sono entrato per primo: Per primo, per secondo, per terzo, per ultimo. Per quindi si può usare quando parliamo di ordine:
per prima cosa, fai silenzio!
Mi sono seduto per terra. Con la terra, cioè il suolo, per si usa per dire dove si trova una cosa o una persona:
seduto per terra
appoggiato per terra
Sarei volentieri passato per Madrid ma non ho avuto il tempo, così ci andrò per tempo in un’altra occasione.
Sarei volentieri passato per Madrid: qui per indica un passaggio. Non si usa solo per le destinazioni dunque (partire per Roma) ma anche per indicare una tappa intermedia: partire per Roma (destinazione) passando per Napoli (tappa intermedia).
Ci andrò per tempo: A Madrid ci andrò per tempo, cioè ci andrò più in là, in un’altra occasione, nel futuro, senza specificare esattamente quando. Notate che a volte “per tempo” si usa come “in tempo“, cioè prima che accada qualcosa. Quindi posso dire:
Andremo “per tempo” a raccogliere le fragole (prima che sia troppo tardi quindi)
oppure:
Oggi impariamo l’italiano, poi “per tempo” studierò anche l’inglese.
Sull’aereo c’era un signore di Itápolis che si lamentava per la fame che aveva, ed era appena entrato in aereo, quando ad un certo punto la hostess gentilmente le ha detto: prego sono qui per servirla. Arriverà qualcosa da mangiare per giovedì prossimo. Oggi purtroppo non possiamo aiutarla.
Si lamentava per la fame: indico la causa, il motivo. Posso indicare anche un obiettivo come vedremo:
sono qui per servirla (obiettivo)
Altri esempi:
morire per la sete (causa)
scrivere per piacere (obiettivo)
complimentarsi per aver fatto qualcosa (causa)
pettinarsi per essere più carino (obiettivo)
Sono contento per il tuo successo (causa)
partecipo alla gara solo per vincere (obiettivo)
Qualcosa da mangiare per giovedì prossimo. Qui indichiamo un tempo preciso, determinato; può essere una scadenza oppure un giorno preciso.
quel documento che riguarda il turismo a Nova Friburgo mi serve per giovedì (scadenza. é come dire: “entro giovedì”);
Facciamo un giro in bici a Silkeborg: ho fatto una prenotazione per domani (esattamente domani);
ho un appuntamento per l’ora di pranzo al museo di Alexandre Gusmao ad Itápolis (durante l’orario del pranzo, non entro, ma esattamente in quel tempo)
Giovedì prossimo? Al massimo aspetto per 5 minuti, non di più. Certo che lei non è proprio il numero uno per pazienza, replicò la hostess. Non sopporto di essere preso per i fondelli, rispose il brasiliano, mentre tutti gli altri passeggeri se ne stavano ancora in piedi in fila per per due pronti ad entrare anche loro.
Al massimo aspetto per 5 minuti. Qui si indica quanto tempo si aspetta, quindi dopo quel tempo andrò via:
ti aspetto per mezz’ora davanti al museo di Hagen e poi vado via;
sono rimasto alla stazione di Newcastle per un’ora;
Il numero uno per pazienza. Si indica la cosa a cui ci si riferisce:
Per bellezza il campo sportivo Nou Camp, vicino Barcellona non lo batte nessuno;
Per intonazione è il numero uno;
Per bellezza, il museo dell’immagine ad Umeå in Svezia è uno dei primi.
“Non sopporto di essere preso per i fondelli, rispose il brasiliano”: essere preso per i fondelli è un’espressione idiomatica, che significa “prendere in giro”, ma “prendere qualcosa per“, in senso materiale significa afferrare per, cioè prendere con la mano una parte di qualcosa: si indica la cosa che si prende:
ti prendo per la giacca; uso la giacca afferrandola con l’obiettivo di fermarti o tirarti verso di me;
ti tiro per la camicia: la camicia è la parte che utilizzo per tirarti con la mano
In senso figurato invece “Prendere per” significa anche scambiare per, cioè confondere una persona per un’altra:
Ciao Giovanni. Ah, scusa Marco, ti avevo preso per Giovanni. Ti avevo scambiato per Giovanni. In questo caso posso usare anche “con”: ti avevo confuso con Giovanni.
In fila per due: si usa “per” in questi casi; “per due” indica il gruppo composto da due persone. Due persone, poi altre due, dietro altre due. In breve: in fila per due.
Tra loro, un danese di Silkeborg perse la pazienza: ma cosa pretende per soli trenta euro? Che la facciano anche mangiare? Per la miseria!
Per soli trenta euro: in questo caso c’è un prezzo pagato; c’è uno scambio. Ogni volta che c’è un pagamento o uno scambio posso usare “per”:
per circa 50 euro possiamo visitare la città di Mosca e visitare 40 diverse località turistiche.
per 8 euro potete invece visitare il Victoria Tunnel, a NewCastle, un tunnel sotterraneo che corre sotto Newcastle in Inghilterra, che fu costruito nel 1800 per trasportare il carbone.
Per la miseria!
In questo caso si tratta di una imprecazione! si usa spesso nella lingua italiana la preposizione per in questi casi.
Possiamo anche dire “Per Dio!” che in realtà si scrive attaccato: perdìo!
Non è molto educato, ed in fatti anche questa è un’imprecazione. E’ un’esclamazione imprecativa che serve ad esprime disappunto, risentimento, insofferenza o anche una sorpresa, a volte si usa per rafforzare qualcosa che viene detto, per dare più forza ad un discorso. Anche una minaccia: la vuoi smettere perdio!; ti avevo detto di non disturbarmi, perdio! (sempre attaccato); gliela farò pagare a Giovanni, perdio!
Attenzione perché non è molto carino usare questa imprecazione.
Quindi “per” serve a chiamare in causa qualcosa, come se stessimo facendo una scommessa, come se fosse in gioco qualcosa: per la miseria! Esistono anche espressioni senza un particolare riferimento, come Perdinci!, Perdindirindina! Perbacco! che sono tra l’altro più usate come imprecazioni perché diciamo che sono più leggere.
Se vuole, aggiunse, le posso dare il panino che mia moglie aveva preparato per me. Glielo vendo per soli 10 euro. Ad un certo punto il pilota, un esperto pilota tedesco che abitava ad Hagen, disse al microfono: attenzione prego, l’aereo è in partenza per non fare ritardo.
Aveva preparato per me: per qui indica un beneficiario, quindi la persona che subisce un vantaggio (o anche uno svantaggio)
L’ho fatto solo per te, ho acquistato due biglietti per Mosca.
Glielo vendo per soli 10 euro: ancora un prezzo, come prima.
L’aereo è in partenza per non fare ritardo: si indica nuovamente il fine, lo scopo, l’obiettivo.
Vado a Mosca per fare una passeggiata nel parco di Dyussel’dorfskiy
Vado avanti per non farvi annoiarvi;
Volevo dirvi che “per” si usa spesso nelle espressioni idiomatiche e in molte locuzioni o in alcuni avverbi che contengono “per” e spesso frasi equivalenti esistono usando altre preposizioni. Frasi ad esempio come:
per quanto ne so io; cioè “che io sappia”, “secondo le mie conoscenze”, a quanto ne so io;
peraltro, che si scrive attaccato, cioè del resto, d’altronde;
per esempio, che si dice anche “ad esempio”; a titolo di esempio (più formale)
Lì per lì, che significa in un primo momento;
per causa di, per colpa di
Poco per volta, cioè gradatamente, gradualmente, piano piano, lentamente;
senza riguardi per nessuno;
Per intuito, cioè a naso;
un po’ per tutti;
A tu per tu. cioè a faccia a faccia, a quattr’occhi;
per forza o per amore, cioè con le buone o con le cattive
Per caso, cioè accidentalmente, senza volerlo, senza l’intervento della volontà;
Per dispetto, cioè con l’intenzione di procurare un dispiacere, per farti un dispetto, per farti arrabbiare;
Per filo e per segno. cioè raccontare tutti i particolari di qualcosa, che è successo;
Per giunta. cioè inoltre, per di più, tra l’altro, oltre a ciò;
Per il rotto della cuffia, cioè “a malapena”, “a stento”, “pelo pelo” (più informale);
Per miracolo, cioè “a stento”, “a malapena”; “per caso”.
Per monti e per valli, cioè dappertutto, ovunque.
Bene, adesso tocca alle preposizioni tra e fra. Ho cercato di fare molti esempi per farvi capire bene, nella speranza di non avervi annoiato. Nel’ultimo episodio vedremo tra e fra.
Quarto episodio
Eccoci all’ultimo episodio dedicato alle preposizioni semplici pubblicato su Italianosemplicemente.com. Siamo arrivati alle ultime due preposizioni semplici: tra e fra. Trae frapossiamo considerarle identiche e intercambiabili, questo significa che possiamo usare tra e fra sostituendoli se vogliamo in tutte le frasi.
A volte la scelta dipende dal suono, che non deve essere fastidioso. Ad esempio se dico:
Tra fratelli non si deve litigare.
Fra fratelli suona un po’ male non credete? Inoltre vi si attorciglia anche la lingua. Meglio “tra” in questo caso.
Si usano in molti casi diversi comunque.
Ad esempio:
Mi piacerebbe abitare in una casa fra le montagne di Bolzano.
Si indica un luogo indicativo, che non si trova esattamente tra una montagna e l’altra.
Tra e fra può indicare una posizione centrale tra due cose, in mezzo. Ma spesso non è così in realtà. Se ad esempio dico che sto camminando tra i fiori, allora vuol dire che attorno a me ci sono dei fiori, che io sono circondato da fiori.
Analogamente se dico che:
Il direttore è sceso tra noi, umili dipendenti
E’ la stessa cosa: non si trova tra una persona ed un’altra, in mezzo, ma tra noi, in mezzo a noi, nel senso di insieme a noi.
Se invece passo con la macchina tra Hagen e Berlino indico esattamente una posizione tra le due città, una zona intermedia tra le due città. Anche col tempo si può usare:
Tra il 15 e il 19 aprile partirò per il Brasile.
Intorno a quelle date quindi. Torna il concetto dell’approssimazione, come con “su” ma qui parliamo di un intervallo di tempo.
Se invece saluto il mio amico di Itapolis e gli dico:
Ci vediamo fra una settimana a casa tua, quando verrò in Brasile in vacanza.
Fra/tra una settimana indica un tempo, una distanza temporale. Si può usare anche con lo spazio:
Tra venti km saremo arrivati a Nova Friburgo.
Quindi dovremo aspettare ancora 20 km prima di arrivarci.
Vediamo poi che le cause si possono indicare anche con tra e fra.
Tra una cosa e l’altra, non sono mai a casa
Questa è anche una espressione ma indica una causa. Perché non sono mai a casa? perché sono impegnato in altre cose; tante cose: tra una cosa e l’altra non ci sono mai a casa.
Vediamo altri due utilizzi di tra e fra:
Tra tutte le città che ho visitato finora, la più fredda è Mosca.
Qui uso tra o fra per scegliere in un gruppo:
Scegli tra Silkeborg e Newcastle: dove vogliamo andare?
Infine se dico:
Oggi c’è stata una discussione fra colleghi
Uso fra per indicare un gruppo, una compagnia, un’unione. Posso quindi dire:
Una lite tra maschi
Un litigio tra fratelli
Una birra tra amici
Una riunione tra colleghi
Ci vediamo al prossimo episodio. Grazie ancora a tutti i donatori.
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Trascrizione
Ciao ragazzi benvenuti su italianosemplicemente.com, oggi vediamo una espressione che fa parte del linguaggio formale: “sussistono gli estremi“, ma con l’occasione possiamo vedere anche molte altre modalità che possiamo utilizzare nella lingua italiana per esprimere lo stesso concetto con parole diverse.
A proposito, per coloro che ascoltano per la prima volta questo episodio, io sono Giovanni, la voce principale e creatore del sito italianosemplicemente.com, sito rivolto a tutti gli amanti della lingua italiana e a coloro che vogliono migliorare il proprio livello di italiano.
Allora tornando alla nostra espressione del giorno, siamo nell’ambito dell’italiano professionale, del linguaggio del lavoro prevalentemente.
Chi ci segue sa che esiste un corso di italiano professionale a disposizione dei membri dell’associazione italiano semplicemente, utile non solo per imparare il linguaggio del lavoro ma in generale per ampliare il vocabolario ed entrare più in profondità nella lingua italiana.
Questo episodio possiamo quindi considerarlo una lezione di italiano professionale disponibile per tutti, un’espressione un po’ tecnica, ma nessun problema perché la cosa interessante è capire in quale contesto, in quale occasione possiamo usare un’espressione di questo tipo e soprattutto le modalità equivalenti per farlo a seconda delle persone con cui state parlando.
E’ quello che facciamo in tutte le lezioni del corso professionale e questa è un’occasione per promuoverlo pubblicamente.
Allora iniziamo con gli “estremi“. Parola complicata? Può darsi. Ci sono più significati di questa parola. Estremi è il plurale di estremo.
Gli estremi sono ad esempio la parte finale, terminale di un oggetto o anche di un periodo di tempo. Quindi parliamo del “termine ultimo” , in senso locale o temporale. Oppure anche del “limite“.
Materialmente posso considerare gli estremi di un tavolo.
Ad esempio c’è il punto estremo dell’orizzonte, cioè il limite dell’orizzonte.
Se sono stanco posso dire che sono all’estremo delle forze, quindi non posso andare avanti; sono talmente stanco che non posso proseguire, non posso fare neanche un passo in più.
Oppure la frase “sono all’estremo della sopportazione”: quando sono in una situazione difficile in cui ho sopportato molto, ho dovuto sopportare cose molto difficili da sopportare e non sono più disposto a farlo ancora, posso appunto dire che sono all’estremo della sopportazione, sono al limite estremo della sopportazione. In poche parole: basta! Non riesco più a sopportare.
Analogamente si può essere all’estremo della resistenza e cose di questo tipo. Posso lottare fino all’estremo della resistenza, o fino all’estremo delle forze, fino cioè a quando si hanno energie, fino al limite delle energie.
Dal punto di vista materiale, gli estremi caratterizzano invece gli oggetti che hanno un inizio ed una fine, quindi possiamo parlare degli estremi di un tavolo, o, meglio ancora, delle estremità di un tavolo. Oppure delle due estremità di una penna.
A cosa servono gli estremi o le estremità di un oggetto? Beh ad esempio servono ad afferrare questo oggetto. Afferro, prendo una penna afferrandola per una delle due estremità.
Vi dico questo perché quando usiamo la parola estremi, al plurale, la usiamo in senso quasi sempre figurato.
Le estremità sono invece un termine più adatto agli oggetti.
In senso figurato esiste anche un famoso proverbio:
a mali estremi, estremi rimedi
Che significa che quando accade qualcosa di molto grave, al limite della gravità, bisogna prendere una decisione estrema, cioè molto forte. Questo è un esempio del senso figurato della parola “estremi“.
Come le estremità degli oggetti però, gli estremi in senso figurato, rappresentano un appiglio, qualcosa che serve ad essere afferrato, ma non con le mani, al fine di ottenere un risultato. Se “ci sono gli estremi” per fare qualcosa quindi, in generale significa che qualcosa si può fare, qualcosa è possibile. Si parla di una decisione, di un’azione da intraprendere.
Proprio in questi casi si usa l’espressione “sussistono gli estremi“, che sta ad indicare l’esistenza di qualcosa che può essere “preso” per cercare di ottenere un risultato.
Siamo in un ambito molto tecnico e formale comunque. Il verbo sussistere sostituisce il verbo esistere. Di fatto però è la stessa cosa. Si usa questo verbo perché nel linguaggio giuridico indica qualcosa di simile alla “validità“.
Quando sussistono gli estremi per fare qualcosa significa quindi che esistono gli elementi che ci permettono, ci consentono di procedere, per ottenere un risultato. In pratica, se invece non sussistono gli estremi, allora viene a mancare qualcosa, come una base di appoggio, un punto da “afferrare” e su cui fare leva per proseguire in un’azione.
Il verbo sussistere è molto usato nel linguaggio giuridico.
“Il reato non sussiste”, ad esempio, che significa che il reato, cioè l’atto contro la legge, non è stato commesso. Potremmo dire che il reato non esiste, ma l’esistenza è un concetto più universale, mentre la sussistenza è più specifico come verbo.
Vediamo come possiamo usare la frase “sussistono gli estremi” e quali altre espressioni meno formali possiamo usare in contesti più familiari.
Dunque, se ad esempio chiedete un prestito ad una banca italiana, la banca potrebbe rifiutare di concedervi il prestito e potrebbe rispondervi con una lettera in cui si dice:
“Gentile cliente, la informiamo che, a tutt’oggi ci risulta che non sussistano gli estremi per proseguire nell’attività istruttoria”
Questo messaggio da parte della banca significa che la vostra richiesta di prestito non è andata a buon fine, vale dire che la banca vi sta comunicando che a tutt’oggi, cioè considerando la situazione attuale, il finanziamento, il prestito da quella banca non può essere concesso, perché non sussistono gli estremi, secondo la banca, per poter concedere la fiducia necessaria al cliente.
In pratica la banca, prima di concedere un prestito, studia la situazione del cliente: vede quanto guadagna mensilmente, se ha già preso dei soldi in prestito in passato, controlla se ci sono stati problemi, controlla se il cliente ha acquistato un’automobile a rate ad esempio, o se sta pagando un mutuo. Insomma alla fine la banca deve arrivare ad una conclusione e se alcune condizioni sono rispettate, se cioè sussistono gli estremi per concedere il prestito, questo sarà concesso altrimenti no.
La banca vaglia la tua situazione economica generale e, per concedere il prestito, deve trovare qualcosa che ponga le condizioni necessarie; alcune condizioni devono essere rispettate, perché solamente a queste condizioni la banca concede il prestito. Se la banca non trova queste condizioni soddisfatte, se non si verificano alcune condizioni fondamentali, è come se le mancasse lo strumento per fare il prestito. Sto cercando di trovare un legame tra gli estremi di un oggetto come immagine figurata, per dare l’idea di qualcosa da afferrare per poter raggiungere un risultato. In questo senso è da interpretare il sussistere degli estremi.
Badate bene che la banca avrebbe potuto utilizzare altri termini per rifiutare il prestito, ma solitamente il linguaggio usato in questi casi è abbastanza formale. Pertanto una banca non potrebbe mai dire frasi tipo:
Purtroppo non possiamo concedere il prestito
Se parlate a voce con il direttore della banca potrebbe però dirvi:
Ci dispiace ma non esistono le condizioni per poter concedere il prestito
oppure
Siamo desolati ma siamo impossibilitati per mancanza delle condizioni necessarie
Se invece cambiamo contesto – vi faccio un secondo esempio:
Parliamo di matrimonio. Quando due persone si sposano, fanno un matrimonio, quindi firmano un vero contratto, il contratto matrimoniale.
Ora, esiste una legge italiana che dice che è possibile chiedere il divorzio, cioè lo scioglimento del matrimonio in alcuni casi.
Ad esempio si può chiedere il divorzio in caso di mancata consumazione del matrimonio. “Consumare un matrimonio” significa che gli sposi compiono “l’atto coniugale” (praticamente significa che devono fare all’amore) in modo libero e consapevole. Dopo la celebrazione delle nozze, deve esserci un rapporto fisico completo tra i due libero e consapevole. Questo è consumare un matrimonio.
Dunque la legge italiana prevede che se questa consumazione non avviene, allora sussistono gli estremi per chiedere che il matrimonio venga sciolto, cioè sussistono gli estremi per chiedere il divorzio. La mancata consumazione è solo uno dei motivi che possono permettere ad uno dei coniugi di chiedere lo scioglimento del matrimonio. Ci sono altri motivi che possono far sussistere gli estremi per un divorzio.
In modo meno giuridico posso anche dire “sussistere i presupposti“, un po’ meno formale dunque, ed ancora meno formale è “sussistere le condizioni“.
Se esistono i presupposti o le condizioni si può quindi procedere in una azione, altrimenti no.
Quando parliamo in contesti più informali, tra semplici colleghi o amici, il verbo sussistere lo possiamo tranquillamente sostituire con esistere.
La cosa importante da capire è che gli estremi (al plurale), così come i presupposti, o le condizioni, passando dal più al meno formale, sono assolutamente equivalenti nel significato- Cambia solo il contesto.
In tutti questi casi a volte si parla anche di una condizione preliminare, una premessa che deve essere soddisfatta per poter andare avanti, per poter procedere.
Se ad esempio nella mia azienda mi viene fatta una proposta per risolvere un qualsiasi problema, se questa proposta non mi piace, posso dire:
Questa proposta non è accettata perché manca qualsiasi presuppostoper la buona riuscita dell’iniziativa;
Non ci sono i presupposti per il successo dell’iniziativa
Non sussistono le condizioni necessarie per un successo dell’iniziativa
In poche parole:
Non credo che sia una buona proposta
Oppure se mi piace molto questa proposta posso dire che:
Ci sono tutti i presuppostinecessari per una positiva conclusione della vicenda.
oppure, meno formalmente:
Esistono le condizioni per una buona riuscita della proposta
Quindi esistere al posto di sussistere, gli estremi o i presupposti o le condizioni.
Le persone comuni, nel linguaggio di tutti i giorni, naturalmente utilizzano il verbo esistere, ma non è affatto raro che in una pubblica amministrazione, anche parlando tra colleghi, si utilizzi il verbo sussistere.
Il modo più informale di tutti per esprimere lo stesso concetto può essere:
Non ci sono le basi per andare avanti,
Non ci sono le condizioni per proseguire
Mancano le condizioni per andare avanti.
Bene ragazzi adesso un piccolo esercizio di ripetizione:
Sussistono gli estremi
Esistono le condizioni
Ci sono i presupposti
Adesso invece io dico una frase e voi dite il contrario di questa frase usando l’espressione “sussistono gli estremi“. Ripeto, dovete dire il contrario, quindi negare ciò che dirò io usando l’espressione di oggi.
Esistono le condizioni per proseguire
——
Quindi il contrario è “non sussitono gli estremi per proseguire”.
Mi piace questa idea ma non credo ci siano i presupposti per metterla in pratica.
——
Mi piace questa idea e credo che sussistano gli estremi per metterla in pratica
Secondo me non ci sono le basi per andare avanti
——
Secondo me sussistono gli estremi per andare avanti
Abbiamo consumato il matrimonio quindi non ci sono le condizioni per il divorzio
Non abbiamo consumato il matrimonio quindi sussistono gli estremi per il divorzio
Non ho compreso l’espressione di oggi quindi non ci sono i presupposti per iscrivermi all’associazione Italiano Semplicemente
—–
Ho compreso l’espressione di oggi quindi sussistono gli estremi per iscrivermi all’associazione Italiano Semplicemente.
Bene, l’episodio finisce qui e sperando che abbiate azzeccato l’ultima risposta, sarò ben lieto di accettare la vostra proposta di adesione all’associazione. In effetti questo episodio è un buon test per capire se si possiede il livello necessario per poter fare il corso di italiano professionale.
Spero sia stato pertanto utile per voi, e grazie per averci seguito, alla prossima puntata di Italiano Semplicemente.
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E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramitel’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
Trascrizione
Buongiorno amici di ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni ed oggi siamo qui per fare un esercizio particolare: sarà essenzialmente un esercizio di ripetizione e di domande e risposte. Ricordatevi sempre della regola n. 6 per imparare l’italiano: l’importanza delle domande e risposte.
L’argomento è utilizzare: ce, si, ci lo, la, gli, ne eccetera. Lo abbiamo fatto altre volte, intendo parlare di queste particelle.
Oggi però mi interessa soprattutto quando inseriamo queste particelle e pronomi alla fine del verbo per riferirci a qualcosa. Senza dare troppe spiegazioni, passiamo subito alla pratica, come si compete a chi rispetta le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.
Io dunque dirò una frase normale, una frase per esteso, parlando di qualcosa (non importa cosa) mentre voi dovete dire la stessa frase dando per scontato la cosa di cui parliamo. Capita spessissimo in una conversazione di riferirsi alla cosa di cui parliamo non attraverso il suo nome ma usando una di quelle particelle alla fine, attaccandole al verbo.
Non si tratta di vere domande, in realtà, ma di due tipi di frasi diverse, ma l’importante è far lavorare il cervello.
Ad esempio se io dico “mangiare lamela” voi dovete dire “mangiarla“. “La”mela, quindi: mangiarla. “La” va alla fine del verbo.
Ad esempio in una frase posso dire: ecco la mela ma non mangiarla tutta. Non posso dire: ecco la mela ma non devi mangiare tutta la mela; per non ripetere “la mela” dico semplicemente: non devi mangiarla.
Se invece io dico “mangiare uno spicchio di mela” voi dite: “mangiarne uno spicchio“.
Se dico: “Noi ci mangiamo un po’ di mele” voi dite: “mangiamone un po’” (oppure mangiamocene un po’)
Mangiamone o mangiamocene: in questo caso è più difficile perché ho messo insieme sia la persona che compie l’azione (noi) che la mela (usiamo ne perché è una parte della mela): Posso anche dire:
mangiamoci un po’ di mela (la mela la scrivo)
Se invece dico “ce la mangiano noi lamela” voi dite: “mangiamocela“, oppure mangiamola (Ce anche in questo caso è facoltativo, anche nella domanda).
Tutti chiaro? Usate ce, ne, ci, lo, gli eccetera a seconda della frase.
Ho notato che si tratta di un ostacolo difficile anche per gli stranieri più bravi.
Allora un gioco di questo tipo può aiutare.
Iniziamo:
Noi dobbiamo ricordare quelle ragazze.
Voi rispondete senza nominare la parola “ragazze” (che prevede l’articolo le) e senza di dire “noi” ma facendo riferimento a noi ed alle ragazze alla fine del verbo:
Ricordiamocele, oppure Dobbiamo ricordarcele. Cele dobbiamo ricordare (che è la stessa cosa).
È importante questo esercizio perché bisogna saper distinguere le cose tra loro, a seconda ad esempio che siano divisibili o meno, o altre regole che è inutile spiegare perché quello che conta è praticare e ripetere come vi dico sempre. Tutto verrà in automatico.
Bene continuiamo. Vi darò il tempo per rispondere e poi rispondo io.
Prendi la penna: Prendila.
Prendi la penna per me: prendimela
Prendete la penna per voi: prendetevela
Andiamo a Roma: andiamoci
Andate a Roma: andateci
Mordi la mela: mordila
Mangia una parte della mela: mangiane una parte
Scrivi una storia: scrivila
Scrivi una parte della storia: scrivine una parte
Scriviamo il libro insieme: scriviamolo insieme, scriviamocelo insieme
Spedisci una e-mail a Giovanni: Spediscigli una e-mail, spediscigliela
Raccomanda quel ristorante a Maria: Raccomandale quel ristorante, raccomandaglielo.
Spedisci la cartolina: spediscila
Spedisci a noi una cartolina: spediscici una cartolina. Spediscicela.
Manda i saluti: mandali
Manda i saluti a lui: mandagli i saluti, mandaglieli
Chiedi un bacio a Giovanna: chiedilo a Giovanna, chiediglielo
Dammi i soldi: dammeli
Alcune persone simangiano le unghie. Non è normale (in questo caso dovete usare “si” alla fine del verbo mangiare): non è normale mangiarsi le unghie. Alcune persone lo fanno.
Attenzione con la terza persona:
Mario deve dare i soldi a noi: Mario deve darceli, ce li deve dare, ce li dia.
Mario deve dare i soldi a te: Mario deve darteli, te li deve dare, te li dia.
Mario deve dare i soldi a Maria: Mario deve darglieli, glieli deve dare, glieli dia
Mario deve dare i soldi a me: Deve darmeli,meli devi dare, me li dia!
Fate i compiti: fateli.
Fai i compiti: falli
Alcuni si fanno dei problemi a parlare in pubblico. E’ segno di poca esperienza. (usare “si”: Farsi dei problemi a parlare in pubblico è segno di poca esperienza.
Devi farti carico di quel lavoro: fatti carico di quel lavoro, fattene carico.
Mangia tutto il cibo: mangialo tutto!
Responsabilizza tuo figlio: responsabilizzalo.
Attenti sempre alla terza persona:
Quella madre deve responsabilizzare il figlio: che lo responsabilizzi, che responsabilizzi suo figlio (con la terza persona non posso mettere lo alla fine).
Dovrei andare sul sito: dovrei andarci.
Andiamo via da qui: andiamocene.
Noi ci occupiamo di loro: occupiamocene.
Devi ritrovare la pazienza: ritrovala. Ci devi riprovare: riprovaci
Voi vi occupate di lui: occupatevene.
Siete voi che dovete occuparvi di lui: occupatevene voi!
Sono io che mi occupo di lei: me ne occupo io.
Devi occuparti di lei: occupatene tu!
Devo fare la pasta al dente: devo farla al dente. Che la facciano al dente.
Dillo a lui: diglielo.
È lui che si deve occupare di lei: sene occupi lui. Se ne deve occupare lui, deve occuparsene lui.
Occorre che qualcuno si occupi del problema: Qualcuno sene deve occupare. Occorre occuparsene.
Mettiamo il sale sulla pasta: mettiamocelo sopra.
Attenzione questa è più difficile:
Dovete aver cura di questa cosa: dovete averne cura, abbiatene cura
Difficile?
Proviamo le ultime volte:
Andate via: andatevene
Vogliamo parlare di questa cosa? Vogliamo parlarne? Parliamone.
Mettiamo il pantalone nell’armadio: mettiamolo nell’armadio. Mettiamocelo.
Devi ridare la fiducia a noi: ridaccila fiducia, ridaccela
Bene amici spero vi sia piaciuto questo episodio. Grazie a tutti dell’ascolto. Spero ce l’abbiate fatta.
Per chi è interessato e vuole approfondire la pronuncia, tutti i giovedì facciamo questi esercizi nel gruppo Whatsapp dell’Associazione Italiano Semplicemente. Fate richiesta di adesione e saremo felici di avervi tra noi. E’ possibile aderire anche se si rappresenta una scuola o un istituto dove si studia italiano.
Buongiorno a tutti, sono Giovanni, la voce principale di italianoSemplicemente.com.
L’episodio di oggi è un episodio dedicato alla Germania. Perché ho deciso di dedicare una puntata di Italiano Semplicemente alla Germania? Beh solo per ringraziare i donatori di questo sito, coloro che hanno aiutato e continuano ad aiutare Italiano Semplicemente attraverso delle donazioni.
L’ho già fatto con L’Azerbaigian e con l’Argentina in passato, in due episodi dedicati rispettivamente al Dolma (specialità azera) e al Mate (specialità argentina).
Oggi vediamo qualcosa della Germania e con l’occasione ripassiamo alcuni verbi che abbiamo dettagliatamente spiegato nel corso di italiano professionale. Parliamo dei cosiddetti “verbi professionali” che si usano più spesso in ambito lavorativo e che gli stranieri non usano quasi mai. Questa allora può essere una buona occasione per vedere qualche utilizzo interessante. Finora abbiamo spiegato ben 31 verbi di questo tipo.
Ok ma di cosa parliamo in particolare? Parliamo di un ponte tedesco. Sapete che il tema dei ponti recentemente è un tema sensibile per via del ponte di Genova crollato recentemente.
Ebbene Il ponte di cui sto parlando è il ponte di Glienicke, detto “il ponte delle spie”. Una cosa molto interessante, soprattutto dal punto di vista storico. Un film che sicuramente ci aiuta a volgerelo sguardo all’indietro per imparare qualcosa dal passato.
Il Ponte delle Spie – Autore: Undogmatisch Berlin
Mi avvalgodi questo episodio quindi non per promuovereil film di Spielberg dal titolo omonimo, di cui vi parlerò dopo, ma è solamente un modo che io utilizzo per ripassare i verbi professionali e per ringraziare i generosi tedeschi amici di Italiano Semplicemente. Un compito non facile, sicuramente, ma mi sono assuntoquesto incarico e mi adopereròper adempierea questo compito fino alla fine. Ho già iniziato a dire il vero, poiché ho già utilizzato sei verbi professionali: avvalersi, promuovere, assumere, adoperarsi ed adempiere.
Andiamo avanti però perché dobbiamo arrivare a quota 31.
Il ponte di Glienicke è un ponte stradale di Berlino che supera il fiume Havel collegando la città di Potsdam e quella di Berlino; prende il nome dal centro abitato di Klein Glienicke.
È un ponte importante perché è un pezzo che insistesulla storia di Berlino, ed investedirettamente il tema della guerra fredda che seguì dopo la seconda guerra mondiale.
È stato costruito tra il 1904 e il 1907. Fu distrutto nel corso della seconda guerra mondiale e fu ricostruito nell’immediato dopoguerra e riaperto al pubblico nel 1949 come “ponte dell’Unità“. Infatti prima che venne costruito il muro di Berlino nel 1961, questo confine era ancora aperto e dopo il 1949 il ponte fungeva da unione tra est e ovest e quello che succedeva è che ogni giorno centinaia di macchine transitavano sul ponte senza troppi controlli da una parte del ponte all’altra, da Berlino ovest alla DDR e viceversa. Il ponte, proprio al centro, vedeva il confine tra le due parti, e si può vedere come ad est e ad ovest le due parti del ponte abbiano anche un colore diverso.
Nel 1961 fu costruito il famoso muro e chiuso al traffico essendo posto sulla linea di demarcazione, la linea di confine fra la Berlino Ovest e la Germania Est. Alle due estremità del ponte furono collocati due posti di controllo dei militari delle due parti, quindi il transito fu interdetto. Interdire significa proibire con un atto d’autorità; vietare. Quindi il traffico, fino a quel momento libero per tutti, fu vietato ai normali cittadini.
Poi come sapete il muro cadde e così il ponte fu riaperto al transito nel 1989.
Il ponte è conosciuto soprattutto con il soprannome di “ponte delle spie“, in quanto durante il periodo della guerra fredda fu il luogo in cui avvennero alcuni scambi diplomatici fra le due parti: venivano scambiati dei prigionieri, delle spie di entrambe le fazioni.
Chi sono le “spie”? Spie è il plurale di “spia”, un termine femminile, ma in realtà non ha nulla a che fare col sesso. Una spia è infatti una persona (può essere di entrambi i sessi) che esercita un’attività segreta, che fa qualcosa di segreto: come ad esempio cercare di catturare informazioni importanti, eseguendodegli ordini commissionatida uno stato ai danni di qualcuno. In questo caso si tratta di spie di guerra, spie particolari, persone che, nel territorio di uno stato, svolgono un’attività clandestina, la svolgono di nascosto, al fine di informare un altro stato. Quindi in questo caso le spie sono le persone che cercavano informazioni importanti in Occidente per conto dell’Oriente e In Oriente per conto dell’Occidente.
Abbiamo anche parlato di “guerra fredda”, che, è bene precisarlo, è un termine che indica la lotta politica, i contrasti ideologici che vennero a crearsi dal 1947, cioè dalla fine della seconda Guerra Mondiale, tra i due vincitori della guerra: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, che non potendo affrontarsi direttamente per il rischio di essere distrutte entrambe con armi atomiche (le armi più importanti di cui si possa disporre), hanno dato vita ad una “guerra fredda” (si chiama fredda poiché il caldo è associato alle armi ed alle esplosioni). Si forma a quei tempi quello che anche oggi chiamiamo l’Occidente e l’Oriente, due grandi blocchi internazionali tra loro ostili. L’occidente comprende gli Stati Uniti, gli alleati della NATO e i Paesi amici mentre l’Oriente, è il cosiddetto “blocco comunista” composto dall’Unione Sovietica, gli alleati del Patto di Varsavia e i Paesi amici.
L’Unione Sovietica e gli Stati Uniti durante questo periodo della guerra fredda usarono per molto tempo il ponte per scambiarsi tra loro le spie fatte prigioniere, per questo motivo il ponte fu soprannominato il “ponte delle spie“.
In pratica avvenivano su questo ponte degli scambi di prigionieri. Questo dal 1962 quando una spia russa, fu liberata in cambio di un pilota statunitense.
Nel 1985 ci fu un altro scambio: 23 agenti dei servizi segreti statunitensi in cambio di un agente e altre tre spie sovietiche. L’ultimo scambio avvenne nel 1986 e fu l’unico reso pubblico a seguito di un servizio delle televisioni occidentali. Uno di questi scambi di spie viene descritto in un film dal titolo “il ponte delle spie”, un film di Steven Spielberg. Sapete che si tratta di un grande regista, anche se all’inizio veniva liquidatocome regista un po’ commerciale rispetto a Coppola e Scorsese. Spielberg con l’aiuto dell’attore Tom Hanks, si è adoperatoper rendereil ponte delle spie ancora più famoso; si tratta infatti di un film che ha un’ottima valutazioneda parte dei critici dopo che questi ultimi lo hanno vagliatocon attenzione.
Spielberg con questo film infatti ha saputo convertire una sua naturale predisposizionealla metafora in un denso rigore narrativo. Un film infatti che ha molta attinenza ai fatti. Questo significa che quanto viene raccontato risponde in linea di massima a ciò che è realmente accaduto: La ricostruzione di Berlino, devastata dai bombardamenti, è splendida e allo stesso tempo abbastanza cruda e scioccante. Sono molto belli anche i passaggi del film in cui si mostrano le trattative dello scambio delle spie, con ognuna delle due parti che cerca di dettarele condizioni usando il proprio stile, così diverso dall’altro ed è proprio uno splendido Tom Hanks che impersona un avvocato che riesce a dirimereuna trattativa molto delicata. Un film da vedere sicuramente, anche se la sua durata supera, se vogliamo arrotondare, le due ore e quindi potrebbe far declinarela concentrazione. Comunque Il film ha riscosso un discreto successo in Italia, anche da parte della critica, non solo dal pubblico. Non lo sto dicendo tanto per dire perché questo è suffragatodai dati. Qualcuno però dice che non è un film da spacciarecome un capolavoro del cinema, un film per cui valga la pena di contrarreun debito per pagare il biglietto, ad ogni modo sicuramente non ha disattesole aspettative del pubblico, non a caso è un film che ha come si dice, sbancatoil botteghino.
L’episodio sta volgendoal termine, spero di essere riuscito a fare un buon lavoro. Sono riuscito ad utilizzare tutti i verbi professionali visti finora. Se ci sono riuscito significa che ho erogato un servizio di qualità per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente. Se invece non ci sono riuscito potete addossarela responsabilità esclusivamente su di me ma non potete querelarmi. Non potete farlo perché non ho parlato male di nessuno dei visitatori di Italiano Semplicemente.
Piuttosto coloro che sono interessati ai verbi professionali ed in generale al linguaggio del mondo del lavoro non devono fare altro che chiedere la loro adesione all’Associazione Italiano Semplicemente. State certi che non casseròla vostra richiesta di adesione.
Bene. Finalmente ho appena utilizzato il penultimo dei 31 verbi professionali (cassare) e questo implicache adesso posso dare il mio consueto saluto a tutti. Implicare era infatti l’ultimo verbo in programma.
Grazie dell’ascolto.
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Trascrizione
Buongiorno amici. Io sono Giovanni e voi state ascoltando un episodio di Italiano Semplicemente, un sito in cui si impara a comunicare usando la lingua italiana. Sapete che in questo sito non ci piace parlare di grammatica, lo diciamo sempre. Difficilmente studiare la grammatica non risulta noioso e inoltre tiene lontani coloro che di tempo per studiare non ne hanno molto.
Per questa ragione in Italianosemplicemente.com si realizzano episodi audio come questo. Per aiutare i lavoratori e coloro che hanno poco tempo.
Bene, oggi parliamo dell’uso dell’apostrofo. Una di quelle cose che può creare difficoltà nella comprensione di un italiano quando parla e allo stesso tempo uno di quegli aspetti che caratterizza l’armoniosità di una lingua. E’ anche grazie ad un corretto uso dell’apostrofo che la lingua italiana è così all’udito, all’ascolto.
L’apostrofo inoltre è anche molto usato dai poeti italiani di oggi e di ieri.
Ma quando si può usare l’apostrofo. Beh, innanzitutto cos’è l’apostrofo. Per spiegare questo dobbiamo necessariamente parlare di grammatica, ma questo ogni tanto può andar bene perché comunque faremo molti esempi, sperando di non annoiarvi. Cercherò di essere più chiaro possibile, come al solito.
L’apostrofo è un segno, simile alla virgola, ed infatti possiamo chiamarla anche una “virgoletta” sopraelevata (’), una virgoletta che sta un po’ in alto (sopraelevata) rispetto alle lettere, e sta ad indicare diverse cose. Solitamente l’apostrofo si mette in sostituzione di una vocale che sta alla fine di una parola. Si parla di “elisione di una vocale finale”. Elidere significa eliminare, annullare. Possiamo elidere, eliminare la vocale che sta alla fine di una parole. Allora quando facciamo questo dobbiamo usare l’apostrofo. Ho appena detto “l’apostrofo” e per dire “l’apostrofo” ho usato un apostrofo. Infatti l’apostrofo sarebbe in realtà “lo apostrofo”. Noi eliminiamo, elidiamo la lettera “o” dell’articolo “lo”, sia nello scritto che nella pronuncia e sostituiamo la lettera “o” con un apostrofo.
Perché lo facciamo? Perché si fatica meno a dire l’apostrofo e il suono è più musicale. Infatti la lettera “o” dell’articolo “lo” è troppo attaccata alla “a” di apostrofo.
Quando due vocali di due parole diverse sono vicine, qualche volta possiamo sostituire la prima vocale con un apostrofo. Non sempre però. Quando non possiamo farlo, siamo di fronte ad uno “iato”, una brutta parola, lo so, ma così si chiama.
Sappiate che uno “iato” lo incontrate ogni volta che avete due vocali ma non possiamo sostituire una vocale con un apostrofo. In questi casi abbiamo uno iato.
Ebbene qualche volta possiamo evitare lo iato, come se fosse una malattia, usando un apostrofo.
Ci sono delle regole naturalmente per capire quando possiamo evitare questa malattia.
A volte l’apostrofo è obbligatorio, a volte è facoltativo cioè sta alla vostra facoltà di usarlo: decidete voi se volete usarlo o meno. Altre volte l’apostrofo è vietato: non potete usarlo. In quest’ultimo caso la malattia di nome “iato” è inevitabile. E la cosa brutta è che non esiste la cura!
Bene, come facciamo molto spesso, prima di spiegarvi la regola vi racconto una storia. Poi spieghiamo i perché della storia sull’uso dell’apostrofo.
Prima però devo dirvi che l’apostrofo non si usa solamente per evitare lo “iato”. Si usa anche in altri casi: ad esempio nei numeri (1948 diventa ’48) e “gli anni ‘90” si scrive con l’apostrofo prima di scrivere 90. In questo caso non si parla di elisione, perché non cadono vocali in questo caso. Si parla invece di aferesi.
Bisogna dire che a volte l’apostrofo può sostituire anche un’intera sillaba, ad esempio quando scriviamo la parola “poco” questa può diventare po’ dove la sillaba finale è stata tolta per far posto ad un bell’apostrofo (non è un accento ma un apostrofo. Molti italiani si sbagliano qui). In questo caso si parla di troncamento.
Poi a volte capita di vedere parole in cui manca la prima vocale, tipo ‘nsomma al posto di insomma, ma questo non è linguaggio corretto.
Eccovi la storia dunque, dove troviamo un po’ di tutto: elisioni, aferesi e troncamenti, usi obbligatori, vietati e facoltativi:
C’era una volta uno straniero che sapeva scrivere solo un po’.
L’arte di scrivere d’altronde non è una cosa semplice da imparare. Questo straniero, nato negli anni ’90, non dava importanza all’apostrofo.
“Va bè, l’imparerò col tempo”, diceva al suo professore che insisteva. “Quell‘allievo ho l’impressione che sia un po’ cocciuto”, diceva sempre il professore : “fa tutto di testa sua e dà tutto per scontato, e questo non mi va a genio.
“Sono un uomo bravo”, diceva lo studente, e il professore: “sei un brav’uomo, vorrai dire, ma ancora c’è molto da fare perché l’apostrofo lo devi imparare ma lo devi anche studiare, perché sant’Antonio non ti può aiutare!”
“Che c’entraSant’Antonio?” Diceva lo studente “Comunque lo userò d‘ora in poi, d’altra parte son qui per imparare”
“Ok”, rispose il professore “Tutt‘al più – aggiunse – se proprio non riesci, puoi diventare membro dell’associazione Italiano Semplicemente, dove i membri sono molto motivati, studenti di tutt‘altro tipo rispetto agli altri. Senz‘altro questo t’aiuterà, hanno tutti la buona volontà di seguire le lezioni tutti i giorni”.
“Ah, sì, l’associazione… proprio avant‘ieri ne ho sentito parlare – disse lo studente –ma sono sicuro che non serve a niente!”
“Nient‘affatto! – rispose il professore – lì c’è molto da imparare, e se andrai d’amore e d’accordo con gli altri membri saranno fiori d’arancio, ne sono sicuro. Dai un’occhiata al sito web!
“ok, ci andrò subito allora e se trovo le regole dell’apostrofo le userò subito!
Il professore allora disse: “imparerai subito come evitare lo iato, vedrai, e magari troverai anche un’amichetta…”
Lo studente rispose: “Questo non m’importa, quello che m’incuriosisce per adesso è sapere dov’è che posso usare l’apostrofo e com’è che posso impararlo facilmente!”
Fammi sapere com’è andata ok?
Senz’altro! A domani prof!
Domani vediamo le regole.
Ciao
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Oggi è giovedì, e come tutti i giovedì, nel gruppo Whatsapp dell’Associazione ci occupiamo di pronuncia. È sicuramente uno dei giorni più divertenti il giovedì: a tutti i membri piace mettersi alla prova, leggere ed ascoltare parole nuove, parole che possono nascondere problemi particolari, a seconda della nazionalità.
Ogni giovedì nel gruppo ci occupiamo di un argomento diverso, ed oggi eccezionalmente volevo condividere con tutti voi l’argomento del giorno: voglio condividere con tutti i visitatori di ItalianoSemplicemente.com, anche se non sono membri dell’associazione, l’argomento di cui ci occupiamo oggi: Il Rafforzamento.
La parola rafforzamento fa pensare alla forza. Una persona che fa ginnastica in effetti si rafforza, fa del rafforzamento. Ma non è questo il rafforzamento di cui parliamo. Parliamo di rafforzare non i nostri muscoli, non il nostro corpo, ma delle lettere di alcune parole. Rafforziamo alcune lettere che si trovano in alcune parole.
Tutte le parole? No, non tutte. Alcune parole. Dentro queste parole ci sono alcune lettere che vanno rafforzate, lettere che diventano più forti quando le pronunciamo.
Sì, perché stiamo parlando di pronuncia, non parliamo di scrittura. Sapete che la lingua italiana si legge come si scrive, ma a dire il vero non è esattamente così. Ci sono alcune attenzioni, alcuni accorgimenti da mettere quando si pronunciano delle parole. Gli italiani neanche ci fanno caso, e nelle varie regioni italiane cambia molto la pronuncia e gli accenti: ci sono i dialetti, i dialetti regionali, locali, e ci sono le inflessioni, le tonalità diverse. Nelle varie regioni italiane si parla sempre la stessa lingua ma ci sono alcune differenze.
Una di queste differenze sta proprio nel rafforzamento.
Allora proprio di questo parliamo oggi nel gruppo. Per questo ho raccontato una storia ai membri dell’associazione, come faccio tutti i giovedì.
Questa storia, un brevissimo racconto, è una storia divertente, un semplice gioco, ma che contiene moltissimi casi di rafforzamento.
Allora condivido con voi questa storia. Io la leggerò e vi chiederò di fare un piccolo esercizio di ripetizione. Provate a ripetere la storia dopo di me, frase per frase, e notate che alcune lettere, anche se sono scritte una volta sola, nel parlato vanno raddoppiate, anzi vanno “rafforzate”: queste lettere si allungano, diventano più forti. In pratica è come se si scrivessero doppie.
Ecco la storia. È scritta al femminile, perché è una donna che parla, ma non è importante questo, possono provare tutti a leggere la storia_
Vogliamo provare a fare questo esercizio di pronuncia?
Dai, *perché no!*
*È vero*, potrei sbagliare. Allora facciamo un patto *fra noi*: se sbaglierò *sarò tua* stanotte. *E poi* non dire che non sono generosa!
Non verrò però nella *città santa*, ma ti aspetto a casa mia. Tardissimo. *Berrò sia* un *caffè nero* che un tè per tenermi sveglia. In *virtù di* ciò, non sbaglierò!
Se non *sbaglierò mai* invece, se cioè *avrò vinto* io, allora sarai tu a pagare.
Farai una prova di pronuncia: associazione, dissociazione, zanzara e zuzzurellonando. *A proposito* di associazione: *A noi* tutti verrà da ridere se sbaglierai, è vero, ma se vincerai, te l’ho *già detto*, *sarò tua* stanotte. Forza allora, iniziamo: dall’emozione *fa già* caldo!
Un ultima cosa: *più che* di un esercizio si tratta di uno scherzo! *E’ falso* tutto ciò che ho detto! *Fra noi* possiamo scherzare! *Ma dai*, sarà mica che non l’avevi capito! *Se dici* questo non apprezzi l’ironia. *O no*?
Bene, avete ascoltato la storia. Adesso scommetto che volete sapere quali sono le regole. Giusto?
Beh, è inutile che ve le dica, tanto domani lo avreste dimenticate.
Se ne volete sapere di più, allora unitevi anche voi all’associazione, dove proverete a pronunciare la storia per intero e capirete se sbaglierete oppure no. Io pronuncerò per voi le singole frasi, e vi faccio capire le differenze, una frase alla volta. Molto divertente ed isruttivo
Molti italiani sbagliano a dire il vero. Sbagliano ma nemmeno ne sono consapevoli. Non è un problema grande in fin dei conti comunque. Gli accenti e le inflessioni sono una cosa anche gradevole da ascoltare. Questo infatti è una di quelle cose che insegnano agli attori, sia del cinema che teatrali, oppure a coloro che fanno dei corsi di dizione per pronunciare bene le parole. Molti italiani sentono questa esigenza, soprattutto per motivi di lavoro, per non sentirsi in imbarazzo. Per uno straniero è un problema minore, ma se volete siamo qui per aiutarvi. Perché no.
Vi aspetto nell’associazione, dove periodicamente ripetiamo le giornate dedicate alla pronuncia, quindi se saltate un giovedì, qualche mese dopo ricapiterà la stessa giornata, nessun problema. Scrivete a italianosemplicemente@gmail.com oppure andate sul sito e scoprirete tutti i vantaggi nell’essere membri.
Ricordate che non esiste un’altra associazione come la nostra.
Buongiorno ragazzi, oggi vediamo l’alfabeto italiano e due diversi modi per impararlo velocemente.
Il primo modo è quello di associare le singole lettere con delle città, ma non solo città.
Gli Italiani di solito usano questa tecnica per fare lo spelling, cioè per dettare lettera per lettera. Vediamolo insieme:
A come Ancona
B come Bologna
C come Como
D come Domodossola
E come Empoli
F come Firenze
G come Genova
H come Hotel
I come Imola
J come Jolly
K come Kappa
L come Livorno
M come Milano
N come Napoli
O come Otranto
P come Perugia
Q come quadro
R come Roma
S come Savona
T come Torino
U come Udine
V come Venezia
W come Whisky
X come Xenofobia
Y come Yankee
Z come Zagabria
In realtà ci sono le vocali “O” come Otranto, ed “E” come Empoli, che hanno un suono aperto e chiuso:
“O” Aperto: Ostrica
“O”chiusa: Orologio
“E” aperta: Erba
“E” chiusa: Erbetta
Quindi se dovessi dire il mio nome lettera per lettera direi:
E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramitel’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
Trascrizione
Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Oggi una puntata dedicata alla pronuncia. Siete pronti?
Non ho sentito… siete pronti?
Bene, facciamo finta che siate pronti, allora oggi vediamo le parole omografe, argomento che abbiamo affrontato anche tra i membri dell’Associazione, all’interno del gruppo Whatsapp.
Argomento difficile quello di oggi, ma credo possa essere molto importante per voi stranieri: le parole omografe sono le parole che hanno più significati ma che per questo motivo si pronunciano in modo diverso: un accento diverso oppure una “o” o una “e” aperta o chiusa.
La differenza sta quindi a volte nell’accento, che si sente ma non si legge, e nell’apertura delle vocali: possiamo avere delle “O” chiuse e delle “O” aperte, delle “E” chiuse e delle “E” aperte.
E ed O sono le uniche vocali che possono avere una pronuncia diversa. A,I,U hanno invece sempre la stessa pronuncia.
Allora per divertirci un po’ vediamo alcune esempi in cui ci sono delle parole omografe. Nella stessa frase ascolterete due volte la stessa parola, ma con due significati diversi.
Ad esempio:
I principi spesso non hanno sani principi.
I principi, cioè i figli dei Re, non hanno sani principi. Prova a pronunciare la frase stando attento alla diversa pronuncia: prìncipi, princìpi
Ho acquistato una nuova accetta per tagliare gli alberi. La regalerò a Giovanni che di solito accetta i miei regali.
Pronuncia: Accetta (nome dello strumento usato per tagliare gli alberi), Accètta (dal verbo accettare). Prova a coniugare la frase:
Io accetto la tua accetta
Tu accetti la mia accetta
Lui accetta la mia accetta
Noi accettiamo la tua accetta
Voi accettate la mia accetta
Loro accettano la mia accetta.
Da piccolo una volta mi sono ferito: appena me ne accorsi chiamai i miei amici che subito sono accorsi
Pronuncia: accórsi (“o” chiusa: viene dal verbo accorrere: i miei amici sono subito accorsi) e accòrsi (“o” aperta: viene dal verbo accorgersi.
Prova ancora a coniugare la frase:
Io mi accorsi che i miei amici sono accorsi
Tu ti accorgesti che i tuoi amici sono accorsi
Lui si accorse che i suoi amici sono accorsi
Noi ci accorgemmo che i nostri amici sono accorsi
Voi vi accorgeste che i vostri amici sono accorsi
Loro si accorsero che i loro amici sono accorsi.
Il Capitano Schettino non abbandonò la nave. Sono cose che capitano
Pronuncia: Il capitàno; sono cose che càpitano (verbo capitare)
Può capitare che un capitano abbandoni la nave? Non deve capitare!
Adesso proviamo con la parola “affetto”.
Non provo affetto quando affetto il pane
Notate la differenza nella pronuncia tra affètto (cioè il sentimento) e affétto (dal verbo affettare)
Io affetto il pane con affetto.
Vediamo la parola “apposta”:
La tua firma deve essere apposta. Non l’hai fatto, e l’hai fatto apposta
Una firma infatti viene appòsta (cioè viene messa. Si tratta del verbo apporre). E se non la apponi potresti farlo appòsta (cioè con la tua volontà, cioè lo fai deliberatamente), cioè lo fai appòsta.
passiamo adesso alla botte ed alle botte: “La botte” è un contenitore, mentre “le botte” sono i colpi, le percosse, i colpi dati alle persone o alle cose. Notate la differenza nella pronuncia: la bótte, le bòtte,
Poi ci sono anche “le botti“, (con la o chiusa) che è il plurale di “la bótte” e ci sono “i bòtti“, come i botti di capodanno. In questo caso è il plurale di bòtto: buuumm! Questo è un botto.
Allora con questi 4 termini possiamo costruire una frase:
Oggi sono stato in cantina di nascosto da mio padre. La cantina è piena di botti di vino. Ad un certo punto ho sentito un botto: buummmm! E’ esplosa una botte! Mio padre adesso mi riempirà di botte!
Vediamo ora il verbo cogliere, ed in particolare la parola cogli (Pronuncia: cògli con la o aperta). Poi c’è cógli (con la o chiusa).
Se vai in Italia, cogli l’occasione di parlare cogli italiani
Quindi cògli viene dal verbo cogliere mentre cógli è semplicemente “con gli” (con gli italiani, parlare cogli italiani)
Altra parola omografa: colla.
Cólla sola còlla non puoi incollare la pietra.
Quindi abbiamo la còlla (cioè l’adesivo, una sostanza che incolla, cioè che serve ad attaccare due oggetti) e cólla (con la):
è più facile dire: con la colla non puoi incollare la pietra.
Ma volendo puoi dire, facendo attenzione alla pronuncia:
Cólla còlla non puoi incollare la pietra
Analogamente esiste il collo (il còllo, che è la parte del corpo che sta tra la testa e le spalle) e esiste cóllo (la forma composta della preposizione con e dell’articolo lo), del tutto analogo a “con la” (cólla)
Esempio:
Collo smalto delle unghie non puoi dipingere le collane che vanno al collo.
Interessante è la parola ambito, o ambito (dipende da dove metti l’accento).
Se pronunci àmbito intendi riferirti al contesto, alla situazione. Invece se dici ambìto intendi il verbo ambire.
Io sono ambito, tu sei ambito, il lavoro è ambito da molti, eccetera.
Nell’ambito della nostra professione, occupiamo una posizione molto ambita
Passiamo alla frutta: la pesca (si pronuncia pèsca – con la “e” aperta”), mentre la pesca è l’attività del pescare.
Pésca, pèsca:
Se vogliamo pescare delle pèsche, non possiamo usare l’amo da pesca!
Io pesco la pesca con l’amo da pesca,
tu peschi la pesca con l’amo da pesca,
lui pesca la pesca con l’amo da pesca,
noi peschiamo la pesca,
voi pescate la pesca,
loro pescano la pesca.
Se sei istruito e non sei mai colto da malattie, allora sei colto e fortunato.
Quindi in questo caso abbiamo il verbo cogliere: Io non sono còlto da malattie, cioè non sono colpito da malattie, e per questo sono fortunato. Se invece sono colto (“o” chiusa) allora sono istruito, come tutte le persone colte, cioè istruite, che hanno studiato.
Interessante è la parola desidèri (e desìderi). Si tratta del verbo desiderare. Qui è facile fare un esempio:
Se desideri troppi desideri, non si avvererà alcun desiderio!
Ieri ho corso ed ho incontrato un corso.
In questo caso si tratta del verbo correre (io ho córso) ed ho incontrato un còrso, cioè un abitante della Corsica, l’isola francese che si trova sopra la Sardegna.
Al plurale i “còrsi” sono infatti gli abitanti della Corsica, mentre i corsi sono le lezioni. Come i corsi di italiano, o anche i corsi d’acqua che sono i fiumi ad esempio. Sia i corsi di italiano che i corsi d’acqua hanno la “o” chiusa, mentre gli abitanti della Corsica (i còrsi) hanno la “o” aperta, come Corsica.
I Dei: i dei (Dèi) sono le divinità, mentre “dei” (“e” chiusa) è preposizione articolata:
Dicono di essere degli dei dell’universo, invece sono solo dei truffatori.
Poi ancora:
C’è un detto sugli italiani: vuoi che te lo detto?
Il detto è il proverbio (“e” chiusa, sostantivo), mentre se te lo dètto significa che sto facendo il dettato, cioè io parlo e tu scrivi: io dètto e tu scrivi:
Vuoi che te lo detti (dètti) questo ed anche altri detti (détti)?
Adesso vediamo la lettera esse (“s”: èsse) e il pronome personale esse (ésse)
Le ragazze studentesse di italiano che ho conosciuto sono bellissime; esse hanno detto tutte di amarmi, ma non pronunciano bene la lettera esse.
Spesso quindi si tratta di pronunciare una parola mettendo l’accento su vocali diverse, a volte però si tratta di pronunciare una “o” oppure una “e” chiusa o aperta.
Ad esempio:
Le fòsse (cioè le buche – “o” aperta) sono vuote. Se fosse giorno potrei riempirle di terra (verbo essere: fosse, con la “o” chiusa))
Interessante è anche la parola impòrti (dal verbo importare o il plurale di importo, cioè una certa somma di denaro) e impórti (da imporre):
Hai litigato con tuo figlio e non riesci a importi? (“o” chiusa). Che vuoi che mi importi! (“o” aperta).
Quanti sono gli importi da riscuotere? (“o” aperta). Possibile che non ti importi nulla (sempre “o” aperta)
Allo stesso modo potrei proseguire all’infinito: ci sono molte altre parole omografe molto interessanti e vi invito a fare degli esercizi di ripetizione anche con le parole:
Lègge (da leggere), Légge (norma): lui legge la legge
Nèi (macchie sulla pelle), Néi (preposizione articolata): ho dei nei neri nei punti più nascosti del corpo.
Pène (organo maschile) Péne (punizioni, castighi): le mie pene dipendono dall’assenza del pène!
Pòrci (animali) Pórci (dal verbo porre): De porci (animali) vanno a fare un esame: avete delle domande da porci?
Vendétte (dal verbo vendere), Vendétte (plurale di vendetta): da bambino una volta mi hanno imbrogliato: un signore mi vendette un giocattolo, ma non funzionava. Le mie vendette non si fecero attendere!
Vènti (correnti d’aria), Vénti (numero): I venti che vengono dal mare sono più forti: sono venti anni che te lo dico!
Capisco che questa è una puntata difficile, ma sicuramente avete scoperto una cosa molto divertente della lingua italiana e magari vi siete accorti solo adesso che pronunciate male certe parole.
Bene, allora ripetete l’ascolto se volete, e ringrazio tutti ancora una volta dell’ascolto. Ringrazio tutti i donatori, che aiutano Italiano Semplicemente con una offerta economica. Mi è venuta un’idea stanotte: devo dedicare una puntata di Italiano semplicemente ad ogni paese da cui arriva una donazione: ad esempio ieri è arrivata una donazione dall’Azerbaijan, precisamente da Baku, e a questo argomento sarà dedicato il prossimo episodio di Italiano Semplicemente: parlerò di Baku e di una sua specialità culinaria. Con l’occasione ripassiamo le ultime espressioni che avete imparato sulle pagine di Italiano Semplicemente.
Questa è la terza lezione del programma di Italiano Professionale per Principianti.
Titolo: Programma di una giornata di lavoro
Descrizione: Viene descritto il programma di una giornata di lavoro in giorni diversi diversi: prima il giorno stesso, poi il giorno successivo ed infine il giorno precedente. Attenzione a come e quando cambia il tempo dei verbi.
Audio della giornata nei tre tempi diversi: oggi, ieri e domani (durata: 1:57)
Per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente sono disponibili anche i tre file audio con le domande e le risposte relative ai tre tempi diversi: 207 domande e 207 risposte. 60 minuti di ascolto. In più la trascrizione integrale del testo.
E’ possibile ascoltare e/o scaricare tutti i file audio di questo episodio in formato MP3 tramitel’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
Video 1^ parte
Trascrizione
1^ parte
Ciao amici, bentornati su Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e oggi in questa nuova puntata di italiano semplicemente, vi voglio parlare di desideri, cioè di ciò che vogliamo, che desideriamo, ciò che vorremmo accadesse nel futuro.
Lo faremo in un episodio diviso in più parti per rendervi più facile e meno stancante l’ascolto e per poter fare anche un po’ di ripetizione, in omaggio alla settima regola d’oro di italiano semplicemente.
Come fare per esprimere un desiderio? Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.
Chi può dire di non avere desideri d’altronde? Innanzitutto vorrei dirvi che ci sono i desideri, che sono ciò che si desidera, poi ci sono le semplici volontà, una parola che non cambia al plurale (la volontà, le volontà), al contrario dei desideri, che al singolare diventa desiderio.
Le volontà rappresentano ciò che si vuole, un concetto forse meno nobile rispetto a ciò che si desidera.
Volere, desiderare: ma non sono solo questi gli unici verbi che si usano per esprimere un desiderio. Notate che le nostre volontà si chiamano anche i nostri voleri.
Curioso quest’ultimo termine: “voleri” è simile a volontà, ma si usa solamente in talune circostanze, come quando c’è un’autorità :
Bisogna rispettare i voleri del popolo
I voleri di sua maestà la regina.
Un volere indubbiamente esprime un desiderio, ma si usa solo quando qualcosa va rispettato, e questo qualcosa è la volontà di qualcuno di importante, come appunto una regina o l’intero popolo di una nazione.
Cominciamo dalle cose semplici. Per esprimere un desiderio o un volere normalmente si usa “vorrei”.
È il modo più semplice possibile:
Vorrei andare in Italia
Vorrei visitare Roma,
Vorresti andare a Venezia?
Tuo padre vorrebbe che tu ti laureassi?
Noi vorremmo aiutarvi
Loro vorrebbero venire
Però il verbo “volere” esprime una volontà, o un desiderio, diciamo in modo semplice, così come se usiamo il verbo piacere, sempre al condizionale.
A me piacerebbe imparare l’arabo.
Stavolta però è un po’ più lontano come desiderio, mi piacerebbe esprime più una possibilità, come un provare piacere al pensiero di raggiungere qualcosa, non una volontà forte ed emozionante.
Si usa spesso quando devo esprimere un desiderio lontano, oppure anche un desiderio irrealizzabile, ed in questo caso usiamo il condizionale passato, come se fosse accaduto nel passato ma ormai fosse tardi. Ad esempio:
Mi sarebbe piaciuto essere un’aquila
il presente in questo caso non si usa, proprio perché è impossibile diventare un’aquila, al massimo saremmo potuti nascere aquila, ammesso che questa frase abbia un senso.
Il condizionale passato ovviamente lo usiamo per tutti i desideri svaniti, ormai non più realizzabili, non solo per quelli irrealizzabili per definizione, quindi:
Mi sarebbe piaciuto vederti ieri
Quindi in generale mi piacerebbe e mi sarebbe piaciuto sono più adatti per desideri lontani, ipotetici o irrealizzabili, mentre vorrei e avrei voluto (al passato) sono più consoni ad esprimere volontà, vere volontà, cioè desideri reali, realizzabili, vicini.
Se ieri avreste voluto fare una cosa che per mancanza di tempo non avete potuto fare potete quindi dire:
Ieri avrei voluto mangiare insieme a te.
Comunque tranquilli, non succede nulla se usate mi piacerebbe o vorrei in entrambi i casi.
Una cosa da ricordare è che non dovete dire “a me mi piacerebbe” ma “a me piacerebbe” oppure “mi piacerebbe”. Queste ultime sono le uniche due forme corrette.
È un errore comune nei bambini e negli stranieri.
Iniziare con “A me”, sottolinea il soggetto:
A Giovanni piacerebbe visitare la Francia, a me invece piacerebbe andare in Norvegia.
In questo caso si deve usare “a me” perché devo sottolineare la differenza tra me e Giovanni.
Il verbo desiderare si può ugualmente usare in tutti gli esempi visti, ma il desiderio è qualcosa di più importante della volontà, un desiderio esprime qualcosa che ha a che fare con la felicità, e solitamente i desideri non sono molti per ognuno di noi. C’è chi ha un solo desiderio nella vita:
Visitare la mecca, diventare famosi, sposare l’uomo dei sogni, aprire un’attività, ottenere un lavoro, trasferirsi in un paese, questi possono essere chiamati desideri.
I desideri sono solitamente raggiungibili, devono essere raggiungibili, alla nostra portata, altrimenti si avvicinano a dei sogni o a delle utopie.
Desideri e sogni sono più o meno identici, forse il sogno è visto un po’ più lontano. L’utopia invece è qualcosa di impossibile, scollegato dalla realtà.
Seconda parte
C’è un modo interessante con cui potete chiamare i desideri: I desiderata.
Desiderata è un termine che si usa ed esiste quasi sempre al plurale. I desiderata sono i propri desideri, ma possiamo parlare anche di un solo desiderata, inoltre i desiderata si usano solo in certe occasioni.
Si tratta di richieste, di desideri ma nell’uso burocratico o amministrativo.
Quali sono i vostri desiderata?
“I vostri desiderata”, attenzione, quindi plurale maschile: I desiderata.
Quali sono i vostri desiderata?
Questa è una domanda che non può fare un cameriere di un ristorante ai clienti o una madre ai propri figli. Invece potrebbe farla un dirigente ai lavoratori di una azienda, o in una biblioteca, il responsabile della biblioteca a degli utenti, dei clienti o visitatori della biblioteca.
Sono qui pronto a soddisfare i desiderata dei cittadini.
Non c’è nessun sogno nei desiderata, questa è la principale differenza rispetto ai desideri. Potrei ad esempio dire che con questo episodio spero di soddisfare i desiderata di chi ha cercato su Google questo argomento o questa parola. Se così fosse sarebbero soddisfatti della mia spiegazione.
Desiderio e volontà: Chi ha dei desideri possiamo dire che è desideroso di qualcosa. Essere desiderosi però non significa essere volenterosi.
Essere desiderosi è avere un desiderio, mentre essere volenterosi significa avere forza di volontà. La parola volontà esprime infatti un volere, ma anche una forza, quella forza che ci fa raggiungere ciò che vogliamo.
L’uomo volenteroso ad esempio è un uomo che è determinato ad ottenere un risultato, tanto da impegnarsi quanto necessario, tanto da mettercisi con la testa e col cuore.
Essere volenterosi quindi è il contrario che essere sfaticati, fannulloni, indolenti, e non significa volere o desiderare qualcosa, il desiderio è la forza che ci spinge verso il risultato, la volontà è lo strumento che usiamo.
Due verbi particolari sono gradire ed apprezzare. Vedremo che più che i desideri, questi due verbi hanno a che fare con le sensazioni. Per esprimere un desiderio bisogna usare il condizionale: gradirei, apprezzerei, ma ad ogni modo il piacere è più importante del desiderio. Vediamo di distinguere però:
Il verbo gradire è più collegato al piacere ed alla piacevolezza.
Al bar o al ristorante si usa spesso:
Gradisce un caffè?
I signori gradiscono qualcosa da bere?
Si usa spesso e quasi solamente nei locali dove si fanno degli ordini, dove si consuma qualcosa. Significa accettare con piacere, ricevere con soddisfazione, apprezzare: gradire un regalo, una visita, una notizia. Si usa quindi in formule di cortesia, nell’offrire qualcosa.
Vedete quindi che anche gradire ha a che fare con i desideri, ma si tratta di piaceri momentanei, di piaceri dei sensi soprattutto.
Si usa più per distinguere ciò che si gradisce da ciò che invece non si gradisce.
Apprezzare è quasi identico a gradire. Ma apprezzando si riconosce una qualità ad una persona o ad un aspetto particolare di qualcuno o qualcosa; è come se riconosciamo il valore di qualcosa o qualcuno. Es:
Apprezzo molto i complimenti, specie i tuoi.
È da apprezzare la sua capacità di adattamento.
Quindi sia il gradimento che l’apprezzamento sono diversi da desiderare e volere: sono più due modi di riconoscere il valore di qualcosa o qualcuno. Apprezzare si usa di più con le persone e con i comportamenti:
Apprezzo il tuo altruismo
Apprezziamo la vostra generosità
Si usa quindi con le qualità e i meriti delle persone.
Gradire si usa più con le gentilezze e i regali.
Ho gradito molto il regalo che mi hai fatto. Apprezzo soprattutto la tua fantasia.
Vediamo adesso bramare e agognare.
Parliamo adesso di un forte desiderio. Quando un desiderio è talmente forte da sembrare esagerato, quasi come una malattia, possiamo parlare di bramosia. La bramosia è il forte desiderio di qualcosa.
Più che forte, il termine più adatto nei desideri è ardente. Desiderare ardentemente una cosa significa bramarla, agognarla.
Molto comune è la bramosia del potere, che ossessiona gli esseri umani, o meglio, qualche essere umano.
Essere ossessionati da qualcosa significa pensare solo a quella cosa, avere una ossessione, e in questo caso usare la parola bramosia il verbo bramare è molto adatto.
La bramosia, o brama, è il desiderio smodato, incontenibile, che si riflette nel comportamento e in ogni atto dell’individuo.
Si dice avere brama di potere, o essere bramosi di qualcosa.
Es:
Sono bramoso di rivederti
Vale a dire: desidero ardentemente rivederti, lo desidero moltissimo.
Terza parte
Agognare è identico. Si usa maggiormente però come aggettivo:
Finalmente ho ottenuto la tanto agognata laurea.
C’è anche qui un forte desiderio, un desiderio che esisteva da tanto tempo. Molto simile è il verbo ambire.
L’ambizione però è diversa dal desiderio. Più che altro è un tipo particolare di desiderio. È un desiderio assiduo, costante ed egocentrico di affermarsi e distinguersi.
Riguarda quindi la sfera lavorativa, quella della realizzazione personale. In senso positivo, è il desiderio legittimo di migliorare la propria posizione o di essere valutato secondo i propri meriti.
Una persona può essere quindi ambiziosa, mentre un oggetto può essere ambito, cioè desiderato, e quando un oggetto è ambito vuol dire che non tutti possono raggiungerlo, averlo. Si può trattare anche di un posto di lavoro, che evidentemente può essere occupato soltanto da una persona.
Molti politici ad esempio ambiscono a diventare presidente del consiglio. Attenzione all accento: ambìto ed ambito si scrivono nello stesso modo, ma ambito è un sostantivo e vuol dire ambiente, circostanza ecc.
Le aspirazioni sono abbastanza simili alle ambizioni. Ciò a cui si aspira equivale a ciò à cui si ambisce. Si può aspirare ad una carriera lavorativa soddisfacente, ad un matrimonio felice, a diventare ricchi e famosi. E tu? A cosa aspiri? A cosa aspiri nella tua vita? Eh sì, perché le aspirazioni sono obiettivi di vita in ambiti specifici, nel lavoro, in famiglia, eccetera. Quando si aspira a qualcosa e poi si raggiunge l’obiettivo ci si sente appagati, soddisfatti, realizzati. Ma c’è chi dice che questa realizzazione, questo appagamento, duri un attimo, è subito ci si pone un obiettivo più alto ed ambizioso.
Restiamo nell’ambito del forte desiderio. Esiste anche il verbo fremere. Questo verbo si usa spesso quando il desiderio è associato all impazienza.
Fremo dalla voglia di vederti.
Allo stesso tempo c’è uno stato di nervosismo. Si usa infatti dire, quando non ci riesce a trattenere:
Mi fremono le mani
Le mani fremono quando hanno voglia di muoversi e così le dita vengono strisciate tra loro, in segno di impazienza.
Quindi una persona si dice che freme quando è impaziente e dà dei segnali di insofferenza, si agita nervosamente, perché non sa aspettare.
Quando una persona freme non vede l’ora di fare qualcosa, scalpita, sta sulle spine. Scalpitare è identico a fremere, ma mentre fremere fa pensare alle dita che si muovono, scalpitare fa pensare al cavallo, che dimostra di essere irrequieto, e batte continuamente il suolo con gli zoccoli. Gli zoccoli sono la parte terminale delle zampe del cavallo.
Un verbo simile è pretendere. Anche pretendere esprime un desiderio, ma in questo caso si tratta di un sentimento negativo. Quando una persona pretende qualcosa, è perché crede che sia sua, o che se la sia meritata. Si tratta di qualcosa che gli spetta (o che le spetta se di sesso femminile).
C’è una canzone italiana che fa:
Io non ti voglio, ti pretendo!
Il sostantivo è pretesa e pretese. Un sostantivo femminile quindi, al contrario di desiderio che è maschile. Pretendere ha una seconda caratteristica: quando si pretende qualcosa lo si fa quasi sempre da qualcuno. Se il tuo partner non si sente amato e ti chiede di più, puoi dirgli:
Cosa pretendi da me?
Pretendo un minimo d’attenzione accidenti!
Pretendi troppo!
Una pretesa è ovviamente un desiderio, ma è una cosa che pensiamo di meritare, una cosa che crediamo ci spetti.
Spettare è simile a pretendere. Però è più usato per i diritti che per i desideri.
Ci sono alcune differenze poi. Spettare significa due cose diverse. Il primo significato è legato ai desideri ma come dicevo più ai diritti: “Essere dovuto per diritto”, quindi è come pretendere ma più formale.
A me spetta rispetto!
Voglio dire che ho il diritto di essere rispettato. Desidero rispetto.
Mi spetta una fetta della torta.
Quindi pretendo una fetta di torta, è mia di diritto. Ma è più formale, si può usare anche in contesti più seri.
Il secondo significato ha a che fare invece con le competenze, con ciò che si deve fare: rientrare fra le competenze, i compiti di qualcuno; competere.
Mi spiego meglio
Se dico:
Spetta a me pulire casa.
Significa che è mia competenza, sono io la persona che deve pulire casa, sono io la persona a cui spetta pulirla.
Se facciamo una volta ciascuno posso dire che spetta una volta a ciascuno di noi la pulizia della casa.
Attenzione perché in entrambi i modi di usare spettare si usa spesso la preposizione “a” quindi potreste confondere:
L’eredità spetta a me.
Le pulizie spettano a me.
Se invece c’è il pronome gli o le (ed anche ci, vi) non vi potete sbagliare:
Gli spetta, le spetta si usano solamente per i diritti.
Spetta a lui, spetta a me, spetta a loro eccetera si usa sempre (o quasi) per indicare i doveri, cioè il secondo significato di spettare.
Tornando all esagerazione del desiderio si dice anche “avete sete” di qualcosa. Sete di potere, sete di successo, si usano molto spesso. Molto simile alla bramosia ed all’ardente desiderio.
Se invece non vogliamo esagerare ed il mio desiderio voglio esprimerlo in modo pacato, posso dire “sarebbe bello“, che è abbastanza simile a “mi piacerebbe” e a “vorrei”. Forse è più un desiderio che dipende meno da noi. Sicuramente però non c’è bramosia, nessuna pretesa, nessun egoismo. Solo un desiderio, un sogno ad occhi aperti.
La parola sogno si associa spesso ai desideri, sono più o meno sinonimi, e se sognamo ad occhi aperti spesso sospiriamo, guardiamo in alto e pensiamo: oh, come sarebbe bello se…
Terminiamo questa carrellata di espressioni e verbi con una singola parola: magari!
Un’espressione che esprime desiderio allo stato puro, o una speranza legata a qualcosa che potrebbe accadere. Nella speranza che sia stato esaustivo, auguro a tutti voi che riusciate ad esaudire tutti i vostri desideri.
Un abbraccio.
Quarta parte
Benvenuti nella quarta parte dedicata ai desideri, alle volontà ed ai voleri.
Ho deciso di fare una quarta parte in quanto mi sono reso conto di poter ampliare la discussione ad altri modi molto usati per esprimere alcuni tipi di desideri.
In effetti mi ero dimenticato dei bisogni.
Bisogni e desideri sono concetti abbastanza simili.
I bisogni esprimono qualcosa di cui si sente la mancanza. Se ci manca qualcosa, ci sono due possibilità:
La prima è che si tratta di qualcosa di cui sentite il bisogno, cioè la necessità, di qualcosa che vi risulterebbe utile, che vi risolverebbe un problema particolare. Ad esempio se state cucinando la pasta avrete bisogno del sale per salare l’acqua, per rendere cioè salata l’acqua in cui butterete la pasta. In questo caso potete tranquillamente dire:
Scusami Giovanni, ho bisogno di una manciata di sale grosso per la pasta.
Questo vale per qualsiasi tipo di oggetto (e non solo oggetti). Il bisogno è una necessità, qualcosa di necessario che ha una specifica utilità, un fine definito.
Potete anche dire:
Necessito di sale.
O anche:
E’ necessario un po’ di sale per la pasta.
Tuttavia “necessitare“, come verbo, è usato più in circostanze formali, usato maggiormente allo scritto che all’orale.
Necessitate è simile a “bisognare”, ed entrambi i verbi hanno una particolarità: si usano anche quando non è una persona ad avere bisogno di qualcosa. Ad esempio:
L’armadio ha bisogno di una sistemata.
L’armadio bisogna di una sistemata.
Le pareti della nostra cucina hanno bisogno di una nuova pittura.
Le pareti bisognano di una nuova pittura.
La nostra casa necessita urgentemente di una ristrutturazione
Questo tuo comportamento necessita di una spiegazione
In questi casi non si tratta di un desiderio dell’armadio, della parete o dell’appartamento ma sempre di una persona, quella che parla. Sono verbi che si usano per esprimere opinioni:
Secondo me l’armadio ha bisogno di una sistemata.
La necessità quindi esprime qualcosa che è necessario fare, un bisogno, una mancanza che va colmata.
Si tratta pur sempre di desideri, ma trattati da un punto di vista diverso, quello delle esigenze, dei bisogni.
Ho usato il verbo “colmare“, che è un verbo che si usa spesso quando si parla di desideri: colmare una mancanza significa riempire un vuoto, soddisfare un desiderio.
Esigenze e bisogni ci portano poi a discutere dei due verbi associati: esigere e bisognare.
Del verbo bisognare abbiamo già visto qualche esempio. “Bisognare di” è il modo giusto di usare il verbo.
Ancora però non vi ho parlato del verbo esigere, perché questo verbo esprime un significato diverso dalle esigenze.
Esigere è simile a pretendere, reclamare, richiedere, rivendicare.
Esigere: Quando una persona esige qualcosa vuol dire che sta pretendendo qualche cosa, e la pretende in virtù di un diritto che si ha o che si crede di avere, oppure in virtù della propria autorità, della propria forza, importanza.
Si tratta quindi di qualcosa di diverso di un desiderio o di una esigenza. ecco perché vi ho detto che esigere ed esigenza non hanno molte cose in comune in realtà.
L’esigenza è simile al desiderio e si usa molto nelle comunicazioni commerciali e con i clienti:
I clienti scelgono i loro prodotti in base alle loro esigenze.
Non c’è niente di male ad usare il verbo esigere in questo caso. Niente a che fare col verbo esigere.
Avere delle esigenze: si tratta semplicemente di aver bisogno di qualcosa.
Nonostante questo nei vostri dizionari troverete che una esigenza è una richiesta non sempre legittima e per lo più è pretensiosa, fatta valere nei confronti del prossimo con altezzosità.
In questi casi si usa sempre il verbo esigere e non il termine esigenza/e.
Basta citare alcuni esempi:
Esigere obbedienza
Esigere rispetto
Esigere interessi troppo alti
Esigere uno stipendio eccessivo;
Esigere delle prove
Esigere una spiegazione
C’è sempre “esigere”. Invece l’esigenza difficilmente si usa in questi contesti di pretenziosità, di qualcosa che ci spetta di diritto.
Posso dire che:
Per me la ginnastica quotidiana è un’esigenza
Per te la lettura delle notizie su internet è un’esigenza
Ci sono le:
Normali esigenze della vita
che semplicemente sono ciò di cui si ha bisogno per vivere: le normali esigenze della vita.
Si dice molto spesso:
Fare fronte alle esigenze quotidiane
In ufficio posso:
Modificare l’orario di lavoro per esigenze di servizio.
Un dirigente di un ufficio può:
Venire incontro alle esigenze dei lavoratori o della clientela.
Quindi esigere ed esigenza sono concetti apparentemente simili ma molto diversi nel loro utilizzo.
Prima abbiamo usato il verbo “colmare” quando parlavamo di mancanze. In effetti il verbo colmare ha questo utilizzo, anche con la parola bisogno:
Occorre colmare il bisogno di informazioni
ad esempio.
Molto simile è il verbo “Supplire“: supplire ad una mancanza o supplire ad un bisogno, ad una necessità.
Ogni volta che abbiamo un desiderio, un bisogno e non riusciamo a soddisfarlo, potremmo cercare di supplire a questa mancanza con qualcos’altro. Supplire vuol dire rimediare, sopperire, sostituire. Colmare significa riempire un vuoto, come quando abbiamo un bicchiere vuoto e lo riempiamo, lo facciamo diventare colmo. Invece se abbiamo un bisogno, un desiderio e non riusciamo a soddisfarlo, allora posso supplire a questo bisogno, posso compensare a questa mancanza con qualcosa che possa sostituire il bisogno.
Ad esempio:
Posso supplire alla mancanza di affetto con del cioccolato
Il desiderio di affetto posso quindi sostituirlo con del cioccolato. A volte funziona 🙂
Vediamo che in generale si usano anche altri verbi: quando si riesce a soddisfare un desiderio posso dire che si riesce a rispondere a delle esigenze (si una proprio questo verbo “rispondere“). In tali casi si soddisfano dei bisogni, si dice anche che si appagano le esigenze.
Soddisfare, appagare, colmare, rispondere, supplire sono tutti verbi adatti a questo scopo. Si usano a seconda dell’occasione.
C’è anche un altro verbo: quando si trova qualcosa che è in grado di soddisfare delle esigenze, dei bisogni, delle necessità, possiamo anche usare il verbo “confare“.
Uno strano verbo vero? In realtà non si usa mai alla forma infinita. Vediamo come si usa:
Ho trovato una casa che si confà perfettamente alle esigenze della nostra famiglia.
Si confà: si usa quasi sempre solamente in questo modo, al singolare; difficilmente troverete cose che si “confanno” a delle esigenze. Sicuramente è più raro.
Quando qualcosa, come una casa, si confà alle esigenze (alle nostre, ad esempio), alle esigenze della nostra famiglia, ebbene significa che la casa è adatta alla nostra famiglia, ai nostri bisogni, ai nostri desideri.
La casa è in grado di soddisfare le nostre esigenze.
Usare la parola desideri qui è un tantino esagerato. Meglio esigenze, o al limite bisogni.
Voglio ritornare e sottolineare che le esigenze hanno poco a che fare col verbo esigere, a meno che non accompagnate le esigenze con altre parole: tante, troppe, eccessive esigenze.
Solo in questo caso le esigenze somigliano molto alle pretese, ed alle cose che si esigono.
Abbiamo poi più volte parlato di desideri eccessivi, esagerati, bisogni esagerati, smodati: abbiano già visto le bramosie e il verbo agognare.
In questi casi possiamo usare anche le smanie e il verbo smaniare. Molto simile a fremere.
Smanie non c’entra con le manie, infatti cambia anche l’accento: smànie, manìe.
Avere la smania di fare qualcosa significa avere fretta di fare qualcosa, molta fretta.
Vediamo le differenze: smaniare non è come avere una bramosia, perché la bramosia è più negativa, è usata sempre in situazioni negative e con il potere o con il sesso.
La smania invece si può usare in contesti più leggeri, situazione di tutti i giorni; sempre come una esagerazione, come una fretta esagerata di cui sarebbe meglio fare a meno.
Smaniare è praticamente come fremere: indica uno stato di nervosismo legato ad un desiderio che è molto vicino al realizzarsi.
Es:
Io smanio ogni volta che devo partire per una vacanza.
È molto simile a “non vedere l’ora“.
Tu smani (o tu hai la smania) di aprire il regalo di compleanno.
Non vedi l’ora di aprire questo regalo di compleanno che hai ricevuto, hai quindi questo desierio molto forte e fremi, smani dalla voglia di aprirlo.
Questa è la smania: uno stato di agitazione, di nervosismo, di inquietudine, di ansia, di impazienza e di frenesia. “Non vedere l’ora” è simile come significato ma non esprime molto nervosismo ma più che altro la felicità dell’approssimarsi dell’evento futuro.
Il desiderio poi possiamo esprimerlo anche come una forma di “appetito“. Appetito: Sapete bene che quando una persona ha fame, cioè ha voglia di mangiare, possiamo dire che questa persona ha appetito. E’ una forma di desiderio solitamente associata al cibo: un desiderio di mettere qualcosa sotto i denti. Solitamente si usa per indicare una forma leggera di fame.
Si dice che bisogna alzarsi da tavola sempre con ancora un po’ di appetito, cioè che non bisogna mangiare fino a farsi passare la fame. Questo è un consiglio dei nutrizionisti e dei medici per vivere in salute.
La parola appetito deriva comunque dal latino e significa “aspirare a” e questo significa che avere appetito significa in realtà aspirare, ambire a qualcosa, desiderare qualcosa, benché si usi prevalentemente a tavola.
La parola appetito infatti si usa qualche volta in modo figurato, alludendo ironicamente a chi, pur ottenendo molto nella vita (talvolta non onestamente), cerca di avere sempre di più. Una forma di appetito un po’ negativa quindi, un desiderio negativo.
Si parla anche di “appetiti”, al plurale, per indicare un desiderio di possedere qualcosa.
Gli appetiti dei politici
Gli appetiti dei clan della mafia
Gli appetiti del crimine
Ogni volta che si parla di appetiti ci sono cose scorrette, contro la legge o comunque egoistiche. Le persone che hanno appetito di successo, ad esempio, sono le persone che, pur avendo avuto successo, pur essendo state fortunate nella loro vita da questo punto di vista, ne hanno ancora voglia, hanno ancora appetito di successo. Posso anche dire “fame” di successo, ed in questo modo indico un desiderio ancora maggiore: proprio come avviene con il cibo l’appetito è una forma più leggera di fame.
Si dice in questi casi che “l’appetito vien mangiando“, cioè l’appetito viene mangiando”, espressione che si usa ogni volta che si desidera qualcosa solo dopo che si è iniziato a mangiare e non solo a mangiare: si usa anche per le cose che non si mangiano; al di fuori dell’ambito culinario.
Potreste quindi sentir parlare di “appetito di potere”, dell’appetito di successo, eccetera.
Infine voglio parlarvi della parola peggiore possibile associata al desiderio: la cupidigia.
Chi ha studiatoDante Alighierie la Divina Commedia ha sicuramente memoria di questa parola.
La cupidigia è un termine che indica in genere la fame, o l’appetito per i beni terreni, quindi la fame, la voglia dei beni terreni, non solo di soldi, ma di tutto ciò che non è spirituale, tutto ciò che è superfluo, e che quindi è giudicato sbagliato e pericoloso per l’uomo.
La cupidigia è uno dei “sette vizi capitali” di cui Dante Alighieri parla nella Divina Commedia, la sua opera più importante. Uno dei vizi più grandi dell’essere umano: Si dicono vizi “capitali” poiché sono i più gravi, i vizi principali dell’uomo. Così come la capitale di una nazione è la città più importante della nazione.
La cupidigia è un desiderio intenso, ma è qualcosa di più di un desiderio intenso, è una bramosia sfrenata. Ancora peggiore della bramosia quindi.
E’ una brama peccaminosa, un desiderio che porta al peccato. Si tratta di un costante senso di insoddisfazione per ciò che si ha già e un bisogno sfrenato (cioè senza freni), un bisogno esagerato di ottenere sempre di più.
Dante Alighieri parla della cupidigia nell’Inferno, all’inizio del suo viaggio. E la cupidigia è raffigurata come una bestia selvatica, una bestia feroce: una lupa. La lupa, cioè la femmina del lupo, è una bestia feroce, malvagia, che rappresenta proprio la cupidigia. La lupa è la bestia più feroce delle tre fiere (sono chiamate così) nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Le altre due fiere rappresentano la lussuria e la superbia.
William Blake: illustration to Dante The Divine Comedy, Inferno, Canto I, 1-90
Dante indica la cupidigia come il vizio peggiore, perché è il difetto dell’uomo più difficile da cui liberarsi poiché è quasi istintivo nell’uomo. E’ come se l’uomo fosse portato naturalmente ad avere desideri egoistici, quindi l’uomo, per liberarsene, deve andare contro la sua natura.
La cupidigia tutti gli italiani se la ricordano per merito di Dante, che la chiama anche “avarizia” e ogni volta che gli italiani usano la parola cupidigia pensano a Dante. Difficilmente viene usata nel linguaggio comune se non per indicare una forma di desiderio esagerato che andrebbe punito con l’inferno, come fa Dante. Con la cupidigia delle persone è impossibile avere pace e giustizia, riteneva Dante.
Tutti in Italia abbiamo studiato la Divina Commedia alle scuole superiori, e Dante indica nella cupidigia l’origine di tutti i mali d’Italia ed anche l’origine della corruzione della Chiesa.
Ciao ragazzi, e grazie dell’ascolto di questo episodio.
Ciao ragazzi e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni.
Che ne pensate se oggi parliamo di un grande personaggio italiano?
Tra i tanti personaggi famosi in tutto il mondo potremmo ad esempio parlare di Rita Levi Montalcini.
Una grande donna italiana, vissuta dal 1909 al 2012; dunque ha vissuto ben 103 anni, durante i quali è stata una famosa neurologa e accademica, oltre che una senatrice a vita italiana, e per finire ha vinto il Premio Nobel per la medicina nel 1986.
Neurologa significa che ha studiato neurologia, cioè la scienza che si occupa del sistema nervoso. La neurologia è la branca specialistica della medicina che studia le patologie del sistema nervoso.
Accademica vuol dire che si è dedicata alla ricerca e all’insegnamento, mentre il premio Nobel, o Nobèl (si può pronunciare in entrambi i modi) è innanzitutto un premio, anzi potremmo dire che si tratta di un’onorificenza, cioè un alto premio, un premio di alto valore, legato all’onore. Il premio Nobel è quindi un premio di valore mondiale, un’onorificenza attribuita annualmente a persone viventi che si sono distinte nei diversi campi dello scibile apportando i maggiori benefici all’umanità per le loro ricerche, scoperte e invenzioni, per l’opera letteraria, per l’impegno in favore della pace mondiale.
Questa è la definizione di premio Nobel. Soltanto persone che viventi possono ricevere questo premio, quindi persone che sono vive nel momento della premiazione.
Il premio è attribuito (cioè dato) annualmente (cioè tutti gli anni) a persone viventi che si sono distinte nei diversi campi dello scibile.
Ho detto persone che si sono “distinte”. Si parla del verbo “distinguere” nella modalità riflessiva: “distinguersi”, che significa mettersi in luce, farsi notare, essere riconoscibile per qualcosa che si è fatto nella vita. Chi si distingue quindi si distingue dagli altri, perché è diverso dagli altri. In questo caso perché ha una qualità rispetto agli altri, una grande qualità. In generale ci si può distinguere per diversi motivi.
Ci si può distinguere per onestà,
Ci si può distinguere per correttezza, per diligenza, per chiarezza, ed in generale per qualità morali e professionali soprattutto.
Comunque spesso i parla semplicemente di caratteristiche, come l’elefante indiano ad esempio, che si distingue da quello africano perché ha le zanne meno sviluppate, più corte quindi.
Ebbene Rita Levi Montalcini nella sua vita si è distinta (parlo al passato ovviamente e al femminile) per diverse cose. Si è distinta in uno dei campi dello scibile.
Lo scibile è un termine che indica tutto ciò che può essere conosciuto e compreso. Si parla spesso dello scibile umano, cioè di tutto quello che gli esseri umani posso conoscere, quindi si parla di scienze, di conoscenze degli esseri umani. Questo è lo “scibile umano”.
Ripeti: scibile umano
Ripeti: lo scibile umano
Ripeti: Distinguersi in un campo dello scibile umano.
Rita Levi Montalcini per cosa si è distinta quindi? Essendo una scienziata in medicina, di è ovviamente distinta nel campo della medicina e della neurologia. Ha fatto un’importante scoperta scientifica, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina.
È stata insignita del premio Nobel per la medicina dunque.
Insignita. Insignita viene dal verbo “insignire”, che significa: “Fregiare di un’onorificenza o di un titolo”.
Quando una persona viene insignita di qualcosa, si tratta sempre di qualcosa che dà onore a questa persona, che la premia, che la onora, che le riconosce un alto merito per la sua opera. Si usa sempre in questo modo:
Insignire di un premio, insignire di una onorificenza, insignire di riconoscimenti, insignire di una targa.
Rita Levi Montalcini è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina.
Attenzione perché solamente per le alte onorificenze posso parlare di un vero insignimento. Non posso certamente insignire un amico di un premio per aver vinto una corsa in bicicletta. La cosa farebbe un po’ sorridere.
Stiamo facendo perciò un alto riconoscimento, ed è quello che ha avuto Rita Levi Montalcini quando è stata insignita del Premio Nobel per la medicina. Questo sì che è un vero insignimento.
Ripeti: Insignita
Ripeti: Insignita del premio Nobel
Ripeti: Rita Levi Montalcini è stata insignita del Premio Nobel per la medicina
Nel 2001 poi è stata nominata senatrice a vita “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.
È stata nominata senatrice a vita, cioè è stata designata senatrice a vita.
Essere nominati senatrice a vita (o senatore a vita) è ovviamente un onore, perché quando una persona viene nominata o designata senatore o senatrice a vita, questo può avvenire solamente per alti meriti; per aver fatto delle grandi cose.
In questo caso per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale.
Rita Levi Montalcini ha illustrato la patria, cioè l’ha resa gloriosa, ha dato lustro alla patria, cioè ha reso la patria migliore, l’ha migliorata, le ha dato gloria, l’ha illustrata.
Il verbo illustrare si può usare anche in questo modo. Normalmente quando si illustra qualcosa si mostra, si commenta, si chiarisce nei particolari:
vorrei illustrare un libro con delle immagini
ad esempio.
In tal caso si usa per dare lustro, per dare gloria alla patria, cioè all’Italia. E lei lo ha fatto “con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.
Il senatore a vita è una carica istituzionale. Normalmente si diventa senatori attraverso una elezione, ma senatore a vita si diventa per due motivi: o perché si è stati Presidente della Repubblica Italiana, oppure perché ci si è distinti “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. In questo caso si viene scelti dal presidente della Repubblica Italiana, che ha la facoltà (cioè la possibilità) di nominare 5 senatori a vita, scegliendoli tra i cittadini italiani.
Capite quindi che essere nominati senatore a vita non è una cosa da poco. “A vita” vuol dire per tutta la vita, cioè fino alla morte.
E’ interessante notare che su più di 500 premi Nobel assegnati fino ad oggi, soltanto 12 di questi sono andati a delle donne: circa 1 su 50.
Lei stessa ha ammesso che nella sua vita ha dovuto combattere, ed ha sofferto tutta la vita per essere accettata in quanto donna negli ambienti scientifici più esclusivi e rinomati. Ha faticato, ha sofferto tutta la vita.
Lei era consapevole di questa difficoltà per le donne di tutto il mondo, soprattutto nel mondo dello studio e delle scienze.
Per questo ha deciso di aiutare le giovani studentesse universitarie africane, con l’obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo chiave, un ruolo importante nella vita scientifica e sociale del loro paese.
In Africa infatti anche il diritto allo studio è spesso negato alle donne. La donna africana spesso non ha diritto allo studio. Il diritto allo studio le viene negato, cioè le viene impedito di studiare alla donna africana: studiare non è un suo diritto, non rientra tra i suoi diritti.
Notate che ho detto “le viene negato” e non “gli viene negato” perché si tratta di una donna. Anche gli italiani speso fanno questo errore: il pronome “gli” tende a essere usato anche al posto del femminile “le”.
– Stasera chiamerò Giovanni. Gli mostrerò il mio lavoro.
– Stasera chiamerò Giovanna. Le mostrerò il mio lavoro.
Analogamente posso dire:
– Voglio bene a Giovanni. Gli voglio bene.
– Voglio bene a Giovanna. Le voglio bene.
– A Giovanni viene negato un diritto. Gli viene negato un diritto
– A Giovanna viene negato un diritto. Le viene negato un diritto
Dunque secondo la Montalcini le ragazze africane hanno fame di conoscenza, di sapere: “hanno più fame di conoscenza che di cibo” (sono le sue esatte parole) e “sono molto più determinate degli uomini: quando possono istruirsi i risultati sono davvero sorprendenti”.
Sentiamo direttamente la sua voce, quando in un’intervista parlava delle donne e della sua esperienza di vita come donna:
—-
Rita Levi non si è mai sposata (un’altra curiosità interessante) e non ha mai pensato di sposarsi: “Io sono sposata con la scienza” diceva, e “non ho mai sentito la mancanza di un figlio o il bisogno di legarmi a un uomo. Sono felice così”.
Aggiunge che se in passato fosse mai stata corteggiata da qualche uomo, se qualche uomo fosse mai stato interessato a lei, magari un collega di lavoro, ebbene, lei non ne n’è neanche accorta. “L’amore su di me ha l’effetto dell’acqua sulle piume di un’anatra: sono totalmente impermeabile”, ha detto.
Come sapete infatti l’acqua, quando viene a contatto con le piume delle anatre non riesce a bagnare le piume, perché queste sono impermeabili, quindi l’acqua scivola sulle piume, e la Montalcini usa questa immagine per descrivere l’amore e l’effetto che fa su di lei: l’amore per un uomo, su di lei, è impermeabile, nel senso che lei non si è mai innamorata di un uomo, l’amore le scivola addosso, come l’acqua scivola sulle piume di un’anatra.
Tra parentesi, una piccola curiosità: mi sono informato su questo, ed ho scoperto che le anatre, come anche le oche e i cigni, possiedono una ghiandola, che si trova sul dorso, cioè sulla schiena, vicino alla coda, che produce una sostanza oleosa, (come un olio quindi) con la quale gli uccelli si spalmano le piume per renderle impermeabili.
Ripeti:
un olio
una sostanza oleosa
un olio che le anatre si spalmano sulle piume
una sostanza con la quale le anatre si spalmano le piume
un olio con il quale le anatre si spalmano le piume
Comunque, curiosità a parte, mi sono anche chiesto se Rita Levi Montalcini avesse a che fare in qualche modo con la lingua italiana.
Beh, comunque non ho trovato granché sul legame con la lingua italiana, ma ho trovato una curiosità: dovete sapere che La Montalcini ha scritto anche una canzone nell’anno 2006 che si chiamava “Linguaggio Universale”, che ha partecipato alle selezioni del Festival di Sanremo 2007.
Non si parlava di lingua italiana però. Si parla però di una lingua, anzi di un linguaggio: questa canzone parla di vita, di pace e di amore, gli unici veri linguaggi universali che uniscono il mondo.
La canzone sarebbe stata cantata dal gruppo Musicale Jalisse. Ho detto “sarebbe stata cantata” perché la canzone non è riuscita a superare le selezioni, quindi non ha partecipato a quel Festival.
L’episodio di oggi finisce qui. Spero ne abbiate tratto giovamento, ci voleva un grande personaggio come Rita Levi Montalcini per onorare la donna e l’intelligenza umana.
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