465 per scrupolo

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Sapete cos’è lo scrupolo? Se sei una persona scrupolosa lo devi sapere!

Cominciamo da qui allora. Una persona scrupolosa è una persona potremmo dire attenta, ma non nel senso di concentrata, ma una persona che ci tiene particolarmente a fare le cose per bene. È una persona che è attenta a non trascurare le cose importanti e spesso anche le cose che sembrano meno importanti ma che però, secondo lei, potrebbero essere più importanti di quello che sembra. O importanti per altri e non per sé stessi. Allora, per scrupolo, è meglio curare anche questi aspetti.

Avete capito che l’essere scrupolosi non è una brutta cosa, è fondamentalmente un pregio, e possiamo sicuramente annoverare questo aggettivo come positivo, ma c’è una componente di ansia verso il fare tutto per bene, verso l’adempimento al proprio dovere nel miglior modo possibile. Anche solo per non avere pensieri preoccupanti in futuro.

Questo potremmo chiamarlo “spiccato senso del dovere”, “attenzione verso tutte le cose”, ma appunto c’è un po’ di preoccupazione, di inquietudine e di ansia, appunto.

La locuzione “per scrupolo“, che ho usato prima, è spesso usata da chi ha un atteggiamento scrupoloso.

Se io ad esempio faccio un errore in un episodio, un membro dell’associazione potrebbe dirmi:

Rafaela: Che facciamo, glielo diciamo a Giovanni che ha fatto un errore in un episodio? Magari si offende, però è importante correggere gli errori. Io per scrupolo glielo dico, tanto sono sicuro che capirà.

In questo esempio, chi ha parlato si è fatto venire uno scrupolo: glielo dico o non glielo dico?

Si usa anche in questo modo lo scrupolo. “Farsi venire uno scrupolo” o “porsi uno scrupolo” o semplicemente “farsi uno scrupolo” .

Significa pensare a qualcosa che potrebbe essere importante e il fatto stesso di porsi il problema, senza trascurarlo, senza far finta di niente, senza dire che non è importante, questo stesso fatto è “farsi uno scrupolo“.

Uno scrupolo nasce, o viene, nel momento in cui viene in mente una cosa che non sai se trascurare oppure no.

In questi casi sorge anche un dubbio, c’è incertezza, ma quando decidiamo di non trascurare questa cosa, lo facciamo per scrupolo.

Se vedo una persona che mi sembra un po’ pallida in viso, forse credo che stia male, allora dico: come stai?

Mi è venuto lo scrupolo di farle questa domanda, perché aveva il viso pallido.

Per scrupolo, mi sono detto, meglio che chiedo, non si sa mai…

Gli scrupoli quindi, avendo molto a che fare con i dubbi, sono tipici delle persone che mettono sempre tutto in discussione, e anche di quelle che si preoccupano molto, o che sollevano sempre incertezze, e sono anche anche tipici delle persone altruiste, che pensano al prossimo e che si pongono spesso il problema che le proprie azioni possono danneggiare gli altri.

C’è chi si fa molti scrupoli, (cioè chi si fa venire molti scrupoli) ma c’è anche chi non si fa mai scrupoli. Queste persone vanno dritte per la loro strada e spesso danno consigli di questo tipo agli altri:

Non devi farti scrupoli! Perché ti stai facendo tutti questi scrupoli?

Vale a dire: non porti dubbi, domande, preoccupazioni eccessive. Non avere remore. Non ti fare problemi, non pensare troppo alle conseguenze delle tue azioni. In poche parole “non farti scrupoli“. Questa è un’espressione piuttosto forte perché chi non si fa scrupoli generalmente si intende come una persona fredda, cattiva, senza affetti, nella vita, negli affari, al lavoro. Stanno ovunque le persone senza scrupoli. E’ molto simile  all’essere spregiudicati, perché anche queste non stanno molto attente alle conseguenze delle proprie azioni, ma anche e soprattutto per sé stesse. Questa è la differenza. Senza scrupoli invece è molto più simile a “senza remore“. Anche questa l’abbiamo già spiegata.

Tornando a “per scrupolo“, Espressioni simili sono:

Per sicurezza

E anche:

Nel dubbio

A scanso di equivoci

Per non saper né leggere né scrivere

Queste ultime due, come ricorderete, le abbiamo già trattate. E c’è anche un bell’episodio che riguarda i dubbi in generale.  Ci sono differenze ovviamente. “A scanso di qualcosa” si usa più per evitare qualcosa, per scansare qualcosa, mentre l’ultima espressione (per non saper né leggere né scrivere), oltre che più colloquiale, si usa sopratutto per stare al sicuro, per cautelarsi verso qualcosa di incerto e spesso è anche sintomo di furbizia, Lo scrupolo invece oltre ad essere meno informale, sottolinea maggiormente a volte la preoccupazione, altre volte l’attenzione a non trascurare cose importanti. Spessissimo è una forma di attenzione verso altre persone.

Ecco, direi che dopo aver spiegato “per non saper né leggere né scrivere“, “a scanso di” e “senza remore” ho ritenuto, per scrupolo, di spiegarvi anche l’espressione “per scrupolo”.

In questo modo probabilmente, riuscirete a usar bene ogni modalità nel modo più opportuno.

E voi siete persone scrupolose?

Lejla: Ho una curiosità: vi viene mai lo scrupolo di chiudere sempre il gas e l’acqua prima di andare in vacanza?

Ulrike: io sempre, acché possa stare tranquilla per tutta la vacanza.

Natalia: io a volte me ne dimentico. Ma tanto che vuoi che succeda?

Monica: e fu così che trovò la casa allagata…

464 lì per lì

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Ieri abbiamo visto la locuzione per e si è detto che si usa, nel linguaggio informale, per indicare un preciso momento, quello appena prima che qualcosa accada, anche se poi non accade più.

Oggi vediamo invece la locuzione lì per lì, quasi uguale. Cambia solamente la posizione del termine “per“.

Stavolta, invece di indicare un momento precedente, indichiamo un momento successivo, vicino, troppo vicino a qualcosa che è accaduto, qualcosa di inatteso, di inaspettato. Questa è la cosa più importante.

Infatti quando usiamo li per lì, il motivo è che questa cosa accaduta ci coglie impreparati, e spesso non sappiamo cosa fare, oppure non abbiamo il tempo per pensare. Non abbastanza almeno.

Vediamo qualche esempio:

Ieri ero nel parco a fare una passeggiata e ad un certo punto un cane ha iniziato ad abbaiare ed io ho iniziato a correre d’istinto. Lì per lì ho avuto paura e non sapevo che altro fare.

Oppure: la mia fidanzata ha chiesto di sposarmi, e io lì per lì non sapevo cosa rispondere perché non me l’aspettavo.

Insomma, lì per lì si può usaee ogni volta che dobbiamo reagire ad un evento che non ci aspettiamo e non riusciamo perciò a dare la risposta migliore, ad agire a nostra volta nel modo migliore. Ovviamente parliamo di qualcosa di accaduto nel passato, anche recente ma pur sempre passato.

Allora se qualcosa accade proprio adesso? A volte capita di ascoltare “qui per qui“, ma ‘espressione da usare in questo caso è: “su due piedi“, che in realtà potete sempre usarla, anche per il passato. Potete dire ad esempio:

Su due piedi non sapevo cosa fare

Se parlare di un episodio avvenuto nel passato.

Oppure:

Su due piedi non so cosa fare.

Parlando del presente.

Questa è sicuramente un’espressione meno colloquiale rispetto a “lì per li” e potete usarla in ogni contesto. Vediamo un esempio di come usarle entrambe in uno stesso discorso:

So cosa accade quando una persona ti chiede di sposarti. per lì non sai cosa dire. In realtà, basterebbe rispondere in questo modo:

Cosa? Così, su due piedi, non so. Fammici pensare un po’.

Oppure puoi dire semplicemente di sì 🙂

Irina: oppure si potrebbe rispondere: sposarmi? No grazie, non è proprio cosa!

Ulrike: oppure anche così: ok, ma come la vedi se aspettiamo che finisce la pandemia?

Mariana: in effetti fare un bel pranzo di nozze non è fattibile adesso.

463 lì lì per

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Sapete la differenza tra lì lì per e li per lì?

No? Allora la prima ve la spiego subito. “Lì per lì” la vediamo nel prossimo episodio.

Si tratta di due locuzioni diverse, anche se apparentemente simili.

Lì lì per (lì – con l’accento – ripetuto due volte) si usa per indicare un momento preciso: il momento immediatamente precedente a quando accade qualcosa. A volte questa cosa accade, altre volte non accade più. In genere però non accade più, perché, anche se non è necessario, accade qualcosa che lo impedisce. Qualcosa di inaspettato.

Ad esempio:

Stavo lì lì per uscire, quando ha suonato il telefono.

Significa che un attimo prima che io uscissi ha suonato il telefono. Non importa se poi io sono uscito o meno. La cosa importante è che io stavo per uscire, proprio in quel momento quando ha suonato il telefono.

È ammesso usare il verbo essere oppure stare:

Ero lì lì per…

Stavo lì lì per…

Notate che si aggiunge sempre “per” seguito dal verbo all’infinito,che indica l’azione imminente. Imminente significa che stava per accadere.

Volendo si può anche dire:

Stavo quasi per uscire…

Stavo in procinto di uscire…

Mi accingevo ad uscire…

Stavo proprio per uscire…

Sapete che il termine “lì” serve a indicare un luogo. È analogo a “qui”, solo che qui è più vicino rispetto a lì.

Se raddoppio lì diventa lì lì, che come si è visto perde il significato di indicare un luogo è invece indica un momento preciso.

Si usa spesso quando si racconta qualcosa che è accaduto. Si può usare col verbo al presente, ma generalmente si usa quando si parla del passato. In questo caso si può usare l’imperfetto o il passato prossimo, e, se parlo di tanto tempo fa, anche il passato remoto:

Stavo lì li per prendere l’aereo, quando ho sentito un’esplosione.

Più volte sono stato lì lì per sposarmi.

Fui lì li per essere catturato dai soldati tedeschi, ma riuscii a scappare.

Adesso ripassiamo qualche episodio già spiegato, molto importante per non dimenticare espressioni o locuzioni che stavate lì lì per dimenticare.

Mariana: anche laddove dimenticassi qualche espressione, prima o poi, a tempo debito viene ripassata alla fine di questi episodi.

Anthony: certo. Qualche volta può accadere di non ricordare tutto. Ma non rischiamo assolutamente di iniziare ogni volta da capo a dodici.

462 Acché

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Oggi vorrei spiegarvi una congiunzione particolare, e lo farò acché il vostro livello di conoscenza della lingua possa migliorare.

Acché è la congiunzione di cui vi parlavo, che si scrive in una sola parola, con un accento acuto sulla e finale, similmente a dacché, giacché, perché, poiché, granché, sicché, affinché eccetera.

Acché è equivalente a affinché. Si può usare quindi tutte le volte che specificate il motivo per cui fate o dite qualcosa, o il motivo per cui debba accadere qualcosa, oppure per specificare un obiettivo da realizzare, l’obiettivo da raggiungere, la finalità da perseguire con una azione. Acché è un po’ più formale, quindi si usa generalmente in contesti importanti.

Spesso si usa anche perché nello stesso modo. Che voi usiate perché, affinché o acché, ricordate però che si usa sempre il congiuntivo. Vediamo qualche esempio:

Bisogna accelerare le vaccinazioni, acché le persone siano al sicuro dal virus

 Bisogna quindi accelerare le vaccinazioni, in modo tale da mettere al sicuro la popolazione

 Bisogna accelerare le vaccinazioni, perché le persone siano al sicuro 

 Bisogna accelerare le vaccinazioni, affinché le persone siano al sicuro 

Si può sostituire volendo anche da “in modo da” e come avete visto, in questo caso non si usa il congiuntivo.

Voglio sottolineare ancora una volta che acché si scrive tutto attaccato. Infatti quando si scrive in due parti: “a che”, sebbene la pronuncia sia la stessa, il senso cambia:

Ad esempio: “Avere a che fare” e  “avere a che dire”, “avere a che vedere” hanno un significato diverso che vedremo in altri episodi. 

Adesso ripassiamo un po’ qualche episodio passato, acché possiate ricordare senza sforzo le questioni ivi spiegate. Ascoltiamo Irina.

Irina: Innanzitutto voglio dire che è solo il mio tentativo di incorporare le nuove parole. Non so se la cosa lederà gli interessi di qualcuno o meno. Comunque la mia illusione di poter imparare la grammatica italiana ha portato una pura delusione . La verità è che tutti i miei errori elidono le mie aspettative. Alludo al fatto di forse essere un po’ dura di comprendonio. Ma cosa ne dite voi, forse devo eludere i pensieri negativi e sforzarmi fino alla fine?

461 Calare le braghe

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Vi auguro che nessuno, nella vita, vi dica mai che avete calato le braghe di fronte a qualcuno. Ma soprattutto spero non lo facciate mai.

Ma cosa significa?

Iniziamo dalle braghe o brache. Si tratta dei pantaloni. In realtà si tratta di un antico indumento maschile, simile ai pantaloni di oggi.

Togliersi le brache allora significa togliersi i pantaloni. Ok, ma quando si parla di braghe o brache si usa generalmente il verbo calare o calarsi le braghe, che indica il gesto di far scendere i pantaloni verso il basso. Calare infatti significa far scendere in basso.

Calarsi, riflessivo, indica il far scendere i propri pantaloni, restando in questo modo con i pantaloni abbassati, calati, scesi.

Ebbene, avete intuito che calare/calarsi le braghe ha un senso figurato oltre che un senso proprio.

Infatti ha il seguente significato: arrendersi, rinunciando alle cose più importanti.

Ma quando si usa?

Si utilizza molto spesso nella politica, per muovere una critica, quindi per criticare qualcuno che, senza vergogna, rinuncia a tutto ciò che sembrava importante per lui, tutto ciò a cui teneva. E perché lo fa? Perché questa persona si cala le braghe? Questo sembra qualcosa di molto grave, perché significa rinunciare a ciò in cui si crede per qualche motivo.

Quando si calano le braghe lo si fa sempre a favore di altri, che quindi hanno la meglio, riescono a prevalere su chi si cala le braghe.

Ma allora calare le braghe significa perdere?

No, piuttosto si vuole sottolineare la vergogna, il valore morale legato alla rinuncia dei propri interessi, evidentemente senza ragioni, almeno senza una ragione valida, ammesso che esista una ragione valida per rinunciare alle proprie idee e valori.
In realtà un motivo c’è sempre quando si calano le braghe.

Nella politica questo è sempre legato al potere, e per raggiungere il potere a volte si accettano soluzioni, scelte, che in teoria sono inaccettabili, ma in pratica accade che alcuni politici, per ottenere parte del potere, per contare qualcosa, accettano di calarsi le braghe e rinunciare ai propri valori più importanti.

Se pensate all’immagine che ne esce fuori, non è certo piacevole e dà l’idea di spogliarsi di qualcosa. In qualche modo i pantaloni rappresentano i valori, le idee che venivano sostenute.

Calando le braghe si rinuncia a queste idee. C’è chi ci vede anche un riferimento sessuale, ma il senso è quello di cedere, di dichiararsi battuti, di rinunciare a una pretesa o anche a un diritto. Spesso lo si fa per accettare un compromesso. In ogni caso, la cosa che veramente conta è che ci si arrende con poca dignità perdendo così anche la credibilità.

Ripasso delle lezioni precedenti

Mariana: ragazzi, vi rendete conto che siamo alla puntata numero 461?

Ulrike: Vuoi che io non sappia che fra poco arriveremo alla puntata 500? Quella puntata sicuramente sarà il fior fiore della rubrica!

Anthony: Ma veramente non riesco a capacitarmene! Sei proprio votato a creare contenuti per aiutare gli stranieri ad imparare l’italiano!

Rafaela: dobbiamo un plauso a Gianni che è proprio degno di nota. Poi se riusciamo ad imparare tanto italiano quanto ci insegna, di certo, il nostro italiano non sarà una ciofeca.

Hartmut: al di là del fior fiore di episodi presenti sul sito, ci torna utile chiamare in causa le sette regole d’oro inculcandoceli con la pratica. Sono un binomio inscindibile con l’apprendimento.

Irina: Zitti zitti anche noi però ci siamo ascoltati quasi 500 episodi della rubrica di due minuti! Nientepopodimeno che 500! Gianni non solo è votato alla causa di italiano semplicemente ma ci prende alla sprovvista, ogni due per tre con le sue idee. Non ne è mai sguarnito. Ci sa fare, appunto. Personalmente ho una indefessa speranza che non smetta mai. Sfido chicchessia a dire il contrario!

460 Da capo a dodici

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Quando dobbiamo andare in un luogo, ad esempio a Roma, partendo da Berlino, usiamo, come sapete, le preposizioni da e a.

Vado da Parigi a Bruxelles

Parto da Parigi per andare a Vienna

Eccetera.

Accade la stessa cosa nell’espressione “da capo a dodici“, un’espressione colloquiale che si usa di solito non quando parliamo di un viaggio, piuttosto quando si parla di un percorso, nel senso più ampio del termine.

Parliamo di un percorso inteso come una qualunque attività che inizia, prosegue e prima o poi termina.

Durante il percorso si fanno delle cose, si fatica, si perde tempo, si studia, ci si applica, si parla, si comunica, si raggiungono obiettivi intermedi, si passa insomma, impiegando risorse di vario tipo, da una tappa all’altra, fino a raggiungere un risultato. Questo è l’obiettivo finale di un qualsiasi percorso.

Allora l’espressione da capo a dodici si usa quando questo percorso si interrompe e bisogna iniziare da capo (due parole) o daccapo (un solo termine), cioè dobbiamo iniziare di nuovo, dobbiamo iniziare nuovamente, dal principio.

In questi casi si usa spesso dire “essere da capo a dodici” o “ricominciare da capo a dodici”, “stare da cappa dodici”, “ritrovarsi da capo a dodici”.

Siamo sempre un po’ irritati quando pronunciano questa frase, perché è faticoso ricominciare daccapo. Però dobbiamo farlo.

Qualcosa è andato storto e ha compromesso tutto. Bisogna ricominciare.

Un’espressione nata a Roma ma si comprende e si usa in tutt’Italia.

Es:

con queste varianti del covid, dopo tutta la fatica fatta dai cittadini, rischiamo di ritrovarci da capo a dodici.

Rischiamo quindi di iniziare tutto daccapo: chiusura totale, non si può uscire da casa, niente lavoro eccetera.

Il senso è che non è servito a nulla quanto fatto finora. Rischiamo di tornare al punto di partenza.

So che state pensando al perché del numero dodici, ma è presto detto: il nunero dodici è lo stesso dei mesi dell’anno.

Avete mai avuto problemi tecnici col telefonino? Ad un certo punto trovate la soluzione dopo una lunga ricerca e tanta fatica. Poi un bel giorno scoprite che il problema torna a manifestarsi nuovamente: siete da capo a dodici!

459 La supercazzola

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Ciao a tutti. Oggi vorrei parlarvi dalla supercazzola, che si scrive tutto attaccato perché è unica parola.

È una parola introdotta dal mondo del cinema, dal film “amici miei” del 1975.

Il termine indica una frase senza significato, composta mettendo insieme parole esistenti o inventate.

È una specie di scherzo, ma se una frase di questo tipo viene inserita in un discorso con un tono sicuro, l’interlocutore, anziché chiedersi il significato di questa frase, le dà ugualmente un senso, cerca cioè di interpretare la frase alla luce del contesto in cui ci troviamo e del tono usato.

In effetti se ci pensate capita spesso di non comprendere tutte le parole di una frase e spesso evitiamo di chiedere di ripetere. Crediamo di aver capito abbastanza per rispondere.

Ma la supercazzola è appositamente senza senso, e l’obiettivo è di imbrogliare, di prendere in giro la persona con cui parliamo.

Proprio questo era l’obiettivo della supercazzola nel film. Prendere in giro. Una burla insomma.

Il termine supercazzola è poi uscita dalla pellicola ed è entrata nel linguaggio informale, con un uso un po’ diverso, quello dalla fregatura, del raggiro.

Non è più una semplice presa in giro, uno sberleffo, ma più in generale, si riferisce a un uso della parola, orale o scritta, con l’obiettivo di imbrogliare il prossimo, di far credere qualcosa, di intortare qualcuno.

Ho detto “intortare”.

Ecco, il verbo intortare rende molto bene il senso della supercazzola.

Intortare significa cercare di convincere, di persuadere qualcuno a fare qualcosa o semplicemente a credere qualcosa, con un preciso scopo egoistico. La torta in effetti non c’entra nulla.

Non ti far intortare! Non credere alle sue parole. È una supercazzola!

Allo stesso modo si usano i verbi abbindolare e imbrogliare, o anche il simpatico verbo infinocchiare, che, come intortare, si riferisce all’uso delle parole per dare delle fregature.

Quindi in pratica la supercazzola è il nome che si dà alla fregatura, che si racconta.

Attenzione a non confondere la supercazzola con la cazzata, termine con cui spesso si indica una bugia, una cosa non vera, detta più per ignoranza, senza necessariamente esserci la volontà di raggirare, di dare una fregatura, ingrediente fondamentale per la supercazzola. A differenza delle cazzate, intese come sciocchezze, stupidaggini, spesso le supercazzole sono invece molto ingegnose. 

Possiamo usare questo termine, certamente informale, in modo molto ampio, ogni volta che si ascolta una frase che risulta conveniente per chi parla, che evita un problema a chi parla, mentre sembra, ma è solo un’apparenza, vantaggiosa per chi ascolta.

Un politico: Votatemi alle prossime elezioni, e io eliminerò le tasse per tutti

Un commerciante: Se acquistate il mio prodotto, non avrete più problemi.

Un macellaio: Mangia tanta carne se vuoi vivere più forte e più a lungo.

Dopo queste supercazzole ascoltiamo il ripasso di alcune espressioni già spiegate.
Ulrike: credo che riascolterò questo episodio. Tanto c’è il lockdown e non si può uscire.
Mariana: ah sì ? Tanto vale allora fare anche un bel ripasso.
Anthony: così riusciremo a giostrarcela meglio tra i 450 episodi passati

Me o mi

Stare in campana

Stare in campana (scarica audio)

Vi hanno mai consigliato di stare in campana?

Ma che significa? Devo stare in campana? Cioè?

Tranquilli, significa semplicemente “stai attento/a“.

Un’espressione informale sicuramente, ma molto diffusa in tutt’Italia.

La campana 🔔 infatti suona, e in particolare può essere utilizzata per far suonare un allarme.

Stai in campana significa infatti “stai in preallarme”, o meglio ancora “stai all’erta“.

È un invito, un consiglio che si fa ad una persona quando potrebbe accadere qualcosa, quindi occorre stare attenti, non rilassarsi troppo, non distrarsi, perché potrebbe essere necessario reagire immediatamente, oppure potrebbero esserci problemi.

È un preallarme dunque, non proprio un allarme.

Questo è importante sottolinearlo, quindi non è proprio come “stare attenti” che si può riferire anche ad un pericolo immediato.

Ancora più informalmente si può pronunciare una sola parola: occhio 👁!! Anche in questo caso tuttavia il pericolo è quasi sempre immediato:

Occhio, ché se cadi ti fai male!

Stai in campana quando guidi, ché se ti distrai potresti andare fuori strada.

Stai all’erta, ché se perdi l’aereo il prossimo volo è tra due giorni.

Va bene, grazie, starò in campana!

Un ultimo avvertimento.

Come ho detto prima, stare in campana è equivalente a stare all’erta.

Allora vi do un consiglio: state in campana quando scrivete all’erta, perché in questo caso si scrive con l’apostrofo e se state facendo un esame questo è importante.

Infatti allerta, senza apostrofo, esiste, ma è un sostantivo che indica sempre un preallarme, come ad esempio l’allerta meteo, cioè l’allerta per una possibile condizione metereologica negativa: temporale, pioggia, forte vento eccetera.

Invece, quando si invita una persona a “stare all’erta”, scritto con l’apostrofo, si tratta di una locuzione avverbiale. Significa stare vigili, guardinghi, attenti a ciò che può accadere.

Quindi si usa il verbo stare, nel senso di rimanere, restare, proprio come “stai attento” o “stare in piedi”.

Quindi prima nasce all’erta con l’apostrofo e solo successivamente il sostantivo allerta, tutto attaccato, senza apostrofo dunque:

Per domani allerta meteo, venti forti e temporali.

Ah, state in campana anche a quando usate il plurale del sostantivo allerta , che è sempre allerta: l’allerta al singolare, le allerta al plurale o anche gli allerta, se preferite.

Al plurale molto spesso si trova anche “le allerte” ma si tratta di un errore. Sarebbe al massimo “le allerta”.

Riguardo al genere, ho detto che potete scegliere, infatti c’è chi dice che allerta sia maschile, e altri che sia femminile. Allora il plurale è “gli allerta” oppure “le allerta“.

Non preoccupatevi del genere comunque. Maschile o femminile va bene lo stesso. È invece facile sbagliarsi sul plurale.

State all’erta dunque, anzi, in campana!

458 Un granché

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  • Ricordate la locuzione “un certo non so che“?
    Ce ne siamo già occupati, sempre all’interno della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
    Ebbene, questa locuzione, che se ricordate sottolinea qualcosa di vago, diciamo un’impressione non ben definita, è sempre preceduta da “un“.
    Questa locuzione in realtà è abbastanza flessibile, perché ci sono più modi di usare “che” in questo modo:
    un che, un non so che, un certo non so che.
    Ad esempio la forma più semplice, che è anche la più utilizzata, è “un che“, seguita sempre dalla preposizione “di”.
    Il viso di Maria ha un che di angelico.
    Il tono della tua voce ha un che di polemico.
    Il tuo viso ha un che di tua madre.
    Significa semplicemente “qualcosa“, che noi non riusciamo bene, per il momento, a identificare, a definire.
    Ma l’argomento di oggi è la locuzione “non è un gran che” dove che viene usato in modo simile.
    Si usa quando qualcosa o qualcuno non ci piace molto: ci aspettavamo di più.
    Non è un gran che significa non è niente di eccezionale.
    Granché si può scrivere anche in una sola parola, scritta però con l’accento acuto finale.
    Si usa quasi esclusivamente in frasi negative, proprio per evidenziare la non eccezionalità.
    Non è un granché significa non è bellissimo, non è un capolavoro, non è meraviglioso, eccetera.
    Si usa anche “una gran cosa” al posto di “un granché“, e in questo modo posso usarla anche in frasi non negative.
    Quindi se mi piace la tua idea, non posso dire “la tua idea è un granché”, ma posso dire “la tua idea è una gran cosa”.
    Se invece non mi piace molto posso usare entrambe le forme.

    Credevo non fosse un granché la tua idea.
    Invece adesso che me l’hai spiegata bene, credo sia una gran cosa!

    Si usa anche senza “un” quando si tratta di una quantità invece che una qualità, sempre in frasi negative:
    Non sei granché onesto con me.

    Quindi è come dire che non sei stato molto onesto.

    Mettere “un” quindi, oppure non metterlo, può fare la differenza:

    Questa pasta non è un granché.
    Questa pasta non è granché
    Nel primo caso la qualità è scarsa, nel secondo la quantità è scarsa: è poca pasta.

    A volte è la stessa cosa:

    Questa automobile non l’ho pagata (un) Granché.
    Si parla in questo caso sempre di una spesa non elevata.

    Infine, abbiamo visto insieme anche l’espressione ” niente di che“, assolutamente equivalente a ” non è un granché” sia che io lo scriva in due parole o usando granché con l’accento.

    La differenza è che “niente di che” si presta maggiormente ad essere usata come esclamazione:

    Domanda: Com’era il film?
    Risposta: Niente di che!

    La frase generalmente termina lì.
    Invece usando granché:

    Il film non è un granchéIl film non è granché interessanteNon c’è granché da aggiungere a questa spiegazione.
    Allora ripassiamo, parlando di impeachment.

    Flora: come si potrebbe tradurre impeachment? Il termine “accusa” non mi torna molto.

    Hartmut: si tratta di una accusa particolare, un’accusa in virtù di una cattiva condotta, insomma, per essersi comportati male, dal punto di vista dei doveri istituzionali.  Senz’altro è successo qualcosa di molto grave.

    Ulrike: molto grave certo. Non è un provvedimento pro forma sicuramente. D’altronde, che vuoi, bisogna mettere dei paletti a certi comportamenti.

    Anthony: ma per Trump potrebbe essere il colpo di grazia.

    Emma: e dire che poteva vincere nuovamente le elezioni nel 2020. Vi rendete conto?

    Komi: questi ripassi mi piacciono proprio. Sono un esercizio che per niente lascia il tempo che trova.

    Olga: Ogni tanto è il caso di rispolverare delle nostre ormai vecchie frasi.

    Anthony: Sì! Ormai di frasi, appunto, ce ne sono ben più di quattrocento! Vai a capire come siamo arrivati a così tante!

    Olga: E se non le continuiamo a ripassare, quando ci troviamo a tu per tu con un madrelingua italiano, saremo costretti ad andare a tentoni.

    Sofie: Ma dimmi tu! Come facciamo a ricordarle tutte? Ci vorrà una vera e propria mandrakata!

    Irina: Chiedi a Giovanni che la sa lunga in termini di disciplina. Ti dirà sicuramente di darti una regolata con la grammatica e invece continuare a seguire le sette regole d’oro dell’associazione Italiano Semplicemente .

    457 Alludere, eludere, elidere, deludere, ledere e illudere

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    Che differenza c’è tra i verbi alludere, eludere, elidere, deludere, ledere, illudere? Sono molto simili nella scrittura e nella pronuncia.

    Eludere lo abbiamo visto due episodi fa della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

    Oggi vediamo velocemente questi verbi, simili nella scrittura ma che sono in realtà molto diversi nel significato.

    Ve lo spiego velocemente e poi farò un esempio usando tutti i verbi in questione.

    Alludere indica una allusione, quindi quando si allude a qualcuno o qualcosa si fa un riferimento ad una persona o a qualcosa. Quando si allude, si fa un accenno velato, non evidente a cose o persone che non si vogliono nominare. Ma spesso è chiaro a chi o a cosa si allude. È simile a riferirsi, ma l’allusione è un riferimento poco evidente, nascosto di proposito.

    Eludere significa, come si è visto, evitare, in genere con malizia, furbizia o con destrezza qualcosa o una persona. L’elusione, pensate un po’, è persino un reato, perché si riferisce al mancato pagamento delle tasse.

    Elidere indica invece una elisione. Ha tutto un altro significato. Significa cancellare, ma più annullare, eliminare. Di solito si tratta di una eliminazione “a coppia”, dovuta a qualcosa che annulla gli effetti di un’altra.

    Generalmente quindi ci sono due cose che si elidono a vicenda.

    Deludere e quindi la delusione, indica un’aspettativa che, quando non è rispettata, genera un sentimento negativo, quindi c’è delusione quando c’è un risultato contrario a speranze e previsioni.

    Ledere significa invece danneggiare, quindi provocare una lesione, più morale o economica o nei diritti che materiale.

    Non devi ledere i miei interessi

    Hai leso i miei diritti

    La lesione della dignità umana

    Infine illudere è simile a deludere, perché una delusione mette fine a una illusione, cioè all’aver desiderato qualcosa che poi si dimostra contraria alla realtà. L’illusione proviene dalla nostra mente, mentre la delusione è una conseguenza della realtà.

    Io posso illudere una persona, cioè farle credere qualcosa, farle sognare qualcosa, ma posso anche illudermi da solo. È simile ad ingannare.

    Vediamo un esempio con tutti questi verbi.

    Inutile illudersi che l’essere umano riuscirà a mettere fine all’inquinamento del pianeta. Dovremmo velocemente stravolgere il funzionamento della nostra società e questo andrebbe a ledere troppi interessi.

    I politici spesso eludono le domande che riguardano le promesse non mantenute in questo ambito, e anche se ci sono alcuni uomini consapevoli che si impegnano in campo ambientale, i loro risultati positivi si elidono facilmente con quelli in senso opposto, che anzi, per ora hanno la meglio. E non solo i politici i colpevoli…

    Alludo alle grandi aziende che producono milioni di tonnellate di plastica. Non vorrei deludervi, ma siamo in una strada senza uscita.

    E dopo questo bel messaggio di ottimismo, ripassiamo qualche puntata precedente.

    Mariana: cosa si potrebbe fare per elidere in toto il problema dell’inquinamento?
    Irina: in toto? Cambiare pianeta! Tanto non c’è più niente da fare.
    Dorothea: mi piace l’idea di cambiare pianeta, ma se tanto mi dà tanto, nel giro di 30 anni saremmo nella stessa situazione. Riusciremmo a fare tesoro degli errori commessi sulla Terra?
    Ulrike: Hai ragione Dorothea. Allora bisogna subito mettere dei grossi paletti alle aziende più inquinanti. Non ce ne possiamo fregare.
    Natalia: Dovremmo guardare al futuro dei nostri figli e nipoti, anche se per noi il problema non si pone.

    456 Al netto di

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    Sapete la differenza tra peso netto e peso lordo? Siamo generalmente in un ambito commerciale, perché quando pesate una qualsiasi merce, questa merce è di solito in un contenitore, e anche questo contenitore ha un suo peso. Quindi in genere pesando un qualsiasi prodotto, ciò che pesate generalmente è il peso lordo, cioè il peso complessivo. Il peso del contenitore è compreso in questo peso lordo. Ma se tolgo il contenitore e peso nuovamente il prodotto, ciò che resta è il peso netto. Ciò che ho tolto invece è la tara, cioè il peso del contenitore.

    Se quindi mi chiedi: quanto pesa questo computer?

    Io potrei rispondere:

    Al netto del contenitore pesa 500 grammi.

    Questa espressione significa: se considero solo il computer, senza considerare il contenitore, il peso è 500 grammi. Ho in pratica fatto una sottrazione: peso lordo meno la tara (il contenitore).

    La stessa espressione “al netto di” si usa però non solo quando parliamo di peso, ma in generale quando vogliamo escludere qualcosa in termini di quantità, quando non vogliamo considerare qualcosa. Facciop sempre una sottrazione, ma stavolta di denaro.

    Ad esempio, se ho un negozio, se sono cioè il proprietario di una attività commerciale, parlando di denaro, se qualcuno mi chiede:

    Quanto guadagni con il tuo negozio?

    Posso dire:

    Al netto delle spese guadagno 1000 euro al mese.

    Quindi questo significa che ho sottratto le spese. 

    Notate che “netto” è un aggettivo che significa (tra le altre cose) anche “pulito“. Non a caso esiste la “nettezza urbana” che si occupa della raccolta dei rifiuti urbani nei comuni italiani. La nettezza urbana contrinbuisce a mantenere puliti i comuni.

    Sapete che anche quando devo indicare  un peso netto, cioè senza il contenitore, o una cifra netta, senza le spese, senza costi, si parla spesso di “peso pulito” anziché “peso netto”:

     Se compro un pesce in pescheria, in genere si parla di “peso pulito” del pesce, cioè una volta che il pesce è stato pulito, cioè eliminando le parti che non si mangiano.

    Ugualmente parlando di soldi:

    il guadagno pulito di questo mese è stato di 1000 euro. Si intende il guadagno netto, cioè al netto delle spese.

    Questo prodotto costa 10 euro al netto delle imposte.

    Vale a dire che se consideriamo le imposte, il prezzo aumenta, e magari diventa 12 euro. 

    Altre volte il senso di “al netto di” è leggermente diverso, perché indichiamo non sempre ciò che togliamo, tipo al netto delle tasse, al netto della tara eccetera, ma vogliamo dire che il numero che indichiamo è comunque un numero che si ottiene come differenza, quindi questo numero si indica come “al netto di” un altro numero che non viene indicato ma che è importante sottolineare:  

    Ad esempio:

     Oggi in Italia ci sono 10 ricoverati in meno in terapia intensiva per Covid, al netto di 100 nuovi ingressi.

    Anche in questo caso parliamo di quantità

    Questo significa che ieri magari i ricoverati erano 1000, oggi sono 990, quindi sono diminuiti di 10, ma questo non significa che 10 persone sono guarite. In realtà queste 990 persone di oggi non sono esattamente le stesse persone di ieri. Infatti ho detto che sono 10 in meno “al netto di” 100 nuovi ingressi. Quindi 100 di questi ricoverati sono entrati oggi in terapia intensiva. Allora questo significa che  qualcuno è uscito dalla terapia intensiva: si tratta di 110 persone, 10 in più di quelle entrate. Appunto. E come si esce dalle terapie intensive? O si guarisce o si muore.

    Quindi è vero che oggi ci sono 10 ricoverati in meno di ieri, e questa è una bella notizia, ma è bene dire che  questo dato è un dato che non considera  chi esce e chi entra ma solo il saldo,  la differenza. Anche in questo caso si dice “al netto di“. E’ un modo per dire: questo è un saldo, una differenza tra due numeri, come tra il peso lordo e la tara.

    Altri esempi, stavolta senza numeri. Qui il senso della frase può essere a volte diversa.

    Vediamo:

    Sapete che gli iscritti al Movimento 5 stelle sono stati chiamati ad esprimersi sul nuovo Governo. Sono d’accordo? I capi del movimento lo sono, ma non sappiamo ancora se lo sono anche gli iscritti al movimento. Allora posso dire che:  

    Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, al netto del voto degli iscritti.

    Cioè: Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, sempre che gli iscritti sono d’accordo.

    Si tratta di qualcosa di importante da evidenziare che nella prima parte della frase non abbiamo considerato.

    Notate che quando non si parla di quantità, l’espressione “al netto di” è molto simile a “al di là” che abbiamo già spiegato nell’episodio 193. Spesso diventa anche “al netto di tutto“, che è è proprio come “al di là di tutto“.

    Vediamo qualche altro esempio:

    Mario, al netto degli ultimi litigi, alla fine sposerà Chiara, perché in fondo sono molto innamorati.

    Come dire: non consideriamo i litigi, mettiamoli da parte. Separiamo queste due questioni.

    Ho sempre detto che studiare solo la grammatica non serve a imparare una lingua, ma al netto di ciò, quello che veramente è importante è ascoltare e parlare, ripetere, sbagliare e riprovare.

    Anche qui voglio separare due questioni: la grammatica e il resto. Allora “al netto di” qualcosa è anche simile “a prescindere da” questo, un’espressione che ho già spiegato e che potete ascoltare nuovamente. 

    Al netto della mia fede calcistica, credo che Maradona sia stato un grande calciatore.

    Come dire: mettiamo da parte la mia fede calcistica, la squadra del mio cuore, perché non c’entra con il mio giudizio.

     Al netto delle mie preferenze politiche, credo che il partito X abbia dimostrato più coerenza degli altri.

    Vedete quindi che, come la tara e il peso netto, si tratta sempre di cose da tener distinte.

    Ora, al netto della lunghezza della mia spiegazione che ha ampiamente superato la durata prevista, spero sia riuscito a spiegare bene, anche al netto di qualche errore di battitura che potrei aver commesso.

    Ulrike: io sono ampiamente soddisfatta, sarebbe ingeneroso dire il contrario.

    Natalia: sì, anch’io, purché non diventi un’abitudine fare episodi così lunghi.

    Anthony: benché, bisogna dire che ci sono persone alle quali vanno più a genio episodi più lunghi,

    Bogusia: Ivi inclusa la sottoscritta

     

     

     

    455 Eludere, ineludibile

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    Oggi voglio spiegarvi un verbo e un aggettivo. Si tratta di eludere e ineludibile.

    Vediamo qualche esempio:

    Dei ladri sono entrati nella mia villa in campagna, eludendo le telecamere di sorveglianza.

    Tanti italiani hanno eluso il fisco portando i loro soldi a Lussemburgo

    Le varianti del Corona virus potrebbero eludere i vaccini

     Dunque eludere significa evitare, sfuggire. 

    I ladri che eludono le telecamere di sorveglianza non si fanno riprendere da queste telecamere, e lo fanno volontariamente, con furbizia. Nell’elusione c’è sempre la volontà, la volontarietà, spesso la malizia, la furbizia.

    Infatti spesso si parla di eludere le tasse, i pagamenti, i controlli della polizia, appunto, le telecamere. 

    Ma si può eludere anche una domanda, facendo il furbo, o facendo finta di niente. In questo caso si evita di dare una risposta. In questi casi si ha un comportamento elusivo.

    Quindi a volte si usa anche nel senso di sottrarsi a un obbligo o ad un impegno.

    Io eludo le tasse per non pagarle

    Tu eludi una domanda per non rispondere

    Lui elude le telecamere per non farsi riprendere

    Noi abbiamo eluso i controlli della polizia scappando!

    Voi avreste voluto eludere la legge

    Loro scappano dalla polizia e vorrebbero eludere la giustizia.

    Proprio per questa malizia e furbizia che si usa, spesso significa “prendersi gioco” di qualcuno o qualcosa. Infatti proprio questa è l’origine di eludere: prendersi gioco. 

    A volte però qualcosa non si può eludere, neanche usando tutta la furbizia del mondo. Siamo di fronte a qualcosa di ineludibile, come i ripassi finali alla fine di ogni episodio. Ascoltatene uno allora.

    Irina: sebbene il tempo sia sempre risicato per me, non posso eludere la tua richiesta.

    Natalia: a me fa piacere ripassare, specie se nel frattempo sorbisco un buon caffè americano. 

    Bogusia: Bene, ti risparmio di assaggiare quello che ho fatto io con la moka. E’ venuto una vera ciofeca.

    Dorothea: anche il mio non è niente di che comunque. 

    Ulrike: Forse andava pressato meno? Cosa ne dici Giovanni?

    Giovanni: non so, dovrei assaggiarlo per dirlo. Ma in questi casi meglio farne un altro. In questi casi però non posso dire che è meglio “eludere il caffè” fondamentalmente perché non c’è nessuna furbizia o malizia in questo. In generale non è escluso che un oggetto o una persona non possano essere elusi. Ad esempio si può “eludere un ostacolo” in mezzo alla strada, per evitare di prenderlo, di colpirlo e farsi male. Anche un colpo si può eludere: un colpo di pistola, di arma da fuoco o da taglio, o un calcio o un pugno. Queste sono tutte cose che possono essere eluse. Oltre alla malizia e alla furbizia può allora essere una questione di destrezza, di abilità

    Vi è mai capitato che qualcuno, vedendovi da lontano, cambi strada per non incontrarvi? Forse non lo sapevate, ma siete stati elusi! 

     

     

    454 Mettere dei paletti

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    Non so se vi sia mai capitato di incontrare il termine paletti, soprattutto nell’espressione “mettere dei paletti

    Si tratta di un’espressione che vale la pena di inserire nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente proprio perché è adatta a molti contesti diversi.

    Mettere dei paletti ha prima di tutto un senso proprio.

    I paletti sono dei pali, cioè delle assi di legno che vengono piantati a terra, cioè infilati nel terreno.

    Questo si fa in agricoltura per delimitare i terreni di proprietà, quindi si mettono dei paletti intorno al proprio terreno, con della rete tra un palo e l’altro.

    Queste recinzioni fatte con i pali e la rete servono anche per rinchiudere gli animali e formare un recinto che impedisce agli stessi animali di uscire.

    In senso figurato il senso non è molto diverso, infatti significa stabilire dei confini relativamente al comportamento delle persone. Si dice anche fissare o stabilire dei paletti con lo stesso significato.

    Stabilire dei vincoli, mettere dei confini, fissare delle regole: si tratta di paletti non materiali, bensì nel comportamento, quindi parliamo di un’imposizione di limiti a qualcuno. Si impongono dei limiti.

    Si dice: questo si può fare ma quest’altro no.

    Ad esempio una mamma potrebbe dire:

    Irina: Mio figlio esce tutte le sere e rientra a casa quando vuole. Non deve sottostare a nessuna regola.

    Un altro genitore potrebbe rispondere:

    Komi: Io invece no, perché se non metto dei paletti, mio figlio non studia più e poi prende una brutta piega.

    Anche dire semplicemente dei no significa mettere dei paletti.

    I figli devono imparare cosa si può fare e cosa invece è meglio non fare, e per questo i genitori spesso mettono dei paletti, fissano dei limiti da non superare.

    L’espressione si può usare, come avete ascoltato, in genere quando si parla di figli, per aducarli a comportarsi bene, ma si può usare anche in altre occasioni in cui si avverte il bisogno di imporre dei limiti al comportamento di qualcuno.

    In ufficio ad esempio, ci sono persone sempre disponibili ad aiutare i colleghi, e puoi entrare quando vuoi nel loro ufficio e chiedere loro aiuto. Loro non si lamentano mai.

    La disponibilità è sicuramente un pregio, una caratteristica positiva, ma se non si iniziano a mettere alcuni paletti, qualcuno sicuramente si approfitterà di questa disponibilità e non si riescirà a far bene il loro lavoro per aiutare sempre gli altri.

    Quali possono essere questi paletti? Ad esempio, si può rispondere: posso aiutarti dopo le 16, ché ho 10 minuti liberi. Prima devo finire un lavoro urgente.

    A me ad esempio non c’è nessuno che mi mette paletti, e la conseguenza è che gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente durano sempre un po’di più di due minuti.

    Hartmut: però almeno così, se tanto mi dà tanto, impariamo di più.

    Rafaela: poi questa strategia che abbiamo messo a punto per non dimenticarci degli episodi passati ha il suo perché.

    453 Risicato

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    Non so se vi ricordate, ma qualche tempo fa vi ho spiegato l’espressione “chi non risica non rosica“.
    In questa espressione abbiamo visto che il verbo risicare viene in questo caso usato al posto di rischiare.
    Infatti il senso della frase in questione è “chi non rischia non ottiene risultati”.
    Esistono anche però “risicato” e “risicata“, ed è vero che derivano dal partecipino passato del verbo risicare, ma in realtà questi due termini vengono usati nel linguaggio informale come aggettivi.
    Hanno un senso ben preciso: indica una quantità o una misura minima, appena sufficiente, limitata.
    Ma un’altra caratteristica è che spesso questa quantità o misura minima è stata raggiunta con fatica, o potrebbe non bastare, e spesso infatti non basta, perché è veramente esigua, sta ad un livello molto basso.
    Posso parlare di qualunque cosa:
    Se dico che:

    Il governo ha una maggioranza risicata

    Vuol dire che sommando tutti i voti a favore e sommando anche tutti i voti contro, la differenza è esigua.
    I voti a favore superano quelli contrari, ma di pochissimo.
    Si tratta di una maggioranza risicata, cioè appena sufficiente per governare.

    Quanti soldi abbiamo?
    Riusciamo a andare al cinema con i soldi che abbiamo?
    Non so, abbiamo una quantità risicata di denaro. Sicuramente non riusciremo a comprare anche i popcorn 🍿

    Quanto tempo abbiamo? Riusciamo a prendere l’aereo in tempo?

    Se disponiamo di un margine di tempo risicato, probabilmente potremmo riuscirci ma se non accade nessun inconveniente.

    Nel calcio, si parla spesso di vittorie risicate. Anche in questo caso si tratta calcolare una differenza: gol realizzati meno gol subiti. Si parla spesso anche di una vittoria di misura in questi casi, ma la vittoria di misura è semplicemente quella di un gol di scarto: 1-0 oppure 2-1 eccetera.
    Invece si parla di vittoria risicata quando ci si aspettava di più, oppure quando questa vittoria potrebbe non bastare per ottenere un risultato sportivo.
    Posso anche dire che nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente disponiamo di un tempo risicato per fare la Spiegazione, e infatti non riesco quasi mai a rispettare la regola dei due minuti.

    Adesso ripassiamo qualche puntata precedente. André dal Brasile ci parla della situazione politica italiana.

    André: ciao a tutti. Con una maggioranza risicata, tanto vale fare un nuovo governo giusto? Questo accade sempre quando non si riesce a fare incetta di voti. Questo sta accadendo in Italia e a me sinceramente non mi tange, in quanto brasiliano. Però credo che anche a molti italiani non vada a genio un governo che non riesca a prendere decisioni. Allora inutile puntare i piedi. Sicuramente adesso, forte dell’aiuto europeo, l’Italia si riprenderà facilmente. L’idea di chiamare Draghi alla guida del Governo comunque è veramente una Mandrakata!

    Risicato

    Il vallone dei mulini – le meraviglie d’Italia

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    Il Vallone dei Mulini è sicuramente una meta che vale la pena di visitare in Italia. 

    Si tratta di una valle. 

    In una valle di solito ci scorre un fiume o un corso d’acqua, poiché le valli si trovano sotto le montagne e hanno la forma di una striscia, una linea pianeggiante. 

    Il vallone è ugualmente una valle, ma stretta e molto profonda. Si possono chiamare anche “gole“. In effetti il termine “gola” è più diffuso in generale per questo tipo di insenature del terreno molto profonde, scavate dalle acque nel corso dei secoli. Esiste anche il termine “burrone“, abbastanza simile. 

    Quindi il Vallone dei Mulini è appunto un vallone, che si trova in Campania, la regione di Napoli, a pochissima distanza del centro di Sorrento. Precisamente questo vallone si trova nella “penisola sorrentina“.

    La penisole sorrentina è prima di tutto una penisola, proprio come l’Italia stessa.

    E’ quindi una striscia di terra che “entra” nel mare, ma non è circondata dal mare come le isole. E’ una delle principali mete turistiche della Campania, e ha due lati. Su un lato c’è la costiera sorrentina, e dall’altro forma la costiera amalfitana, che tra le altre cose è diventata patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO dal 1997.

    Il vallone dei Mulini si chiama così perché c’è un mulino, usato per macinare il grano, che molti anni fa era stato costruito proprio lì per utilizzare la potenza dell’acqua per far girare il mulino.

    Questo vallone non è ovviamente una zona abitata, soprattutto perché è molto umida. Ci sono comunque i resti di vecchi edifici del complesso industriale. 

    Questo clima comunque ha consentito la crescita di molte piante anche molto rare. Ci sono persino alcune  piante carnivore.

    L’esposizione solare e la presenza di moltissime piante conferiscono a questa valle un aspetto molto suggestivo. Infatti esistono moltissimi dipinti fatti ad ogni epoca da artisti di tutto il mondo.

     

    vallone dei mulini

    452 In toto

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    Avete mai incontrato l’espressione “in toto“? E’ un’espressione che dà il senso di interezza. Infatti ha il significato di interamente, totalmente, completamente.

    Partiamo dal contrario: come sapete, il contrario di “completamente” è “parzialmente“, o anche “in parte“.

    Ebbene, “in toto” si usa soprattutto per sottolineare la completezza, l’interezza.

    Si usa più spesso in circostanze e situazioni poco informali, come ad esempio nel linguaggio medico, economico, politico, e in generale nel mondo del lavoro:

    Dopo l’incidente abbiamo dovuto asportare in toto la prostata.

    Asportare la prostata in toto significa asportarla tutta, per intero, non parzialmente, non in parte. 

    Oppure:

    A casa abbiamo rinnovato in toto l’impianto elettrico.

    Quindi lo abbiamo sostituito completamente.

    Le tasse dei cittadini sono utilizzate in toto per finanziare la spesa pubblica.

    Quindi nel caso dell’impianto elettrico, questo vuol dire che tutto ciò che serve per la diffusione dell’elettricità nella casa, è stato rimosso completamente, totalmente, è stato rimosso del tutto. L’impianto elettrico è stato rinnovato, cioè sostituito in toto.

    Notate che nel caso di “generalmente”, “completamente”, “totalmente” e anche “globalmente” ho due possibilità:

    Abbiamo rinnovato completamente l’impianto elettrico.

    oppure

    Abbiamo completamente rinnovato l’impianto elettrico.

    Posso cioè usare l’avverbio (qualunque esso sia) prima o dopo il verbo.

    Invece “in toto” si usa in genere dopo il verbo: abbiamo rinnovato l’impianto in toto, abbiamo usato i soldi in toto, è stato asportato l’organo in toto eccetera. Un po’ è la stessa cosa che avviene con gli aggettivi quando decidiamo di metterli dopo il sostantivo è perché vogliamo dare più importanza allo stesso aggettivo, come abbiamo visto nell’episodio n. 215. Lo stesso avviene con “in toto“.

    Un po’ più usato di “in toto” è “del tutto“, che comunque posso dire che è del tutto equivalente, se non fosse che “del tutto” fa parte del linguaggio di tutti i giorni e lo stesso non si può dire per “in toto”, che si usa prevalentemente in occasioni meno informali. Ad ogni modo si può usare sempre, come detto, anche solo per sottolineare la non parzialità, cioè la completezza.

    Ad esempio:

    Sono d’accordo in toto con te (tutto ciò che hai detto mi trova d’accordo)

    Aderisco in toto all’iniziativa (non ho nessun dubbio);

    Tutto il gruppo aderisce in toto (nessuno di noi è contrario);

    Gli studenti hanno partecipato in toto alla didattica a distanza (hanno partecipato tutti);

    L’ospedale è dedicato in toto ai malati Covid (l’ospedale è completamente dedicato al Covid).

    Quello che ha detto Giovanni corrisponde in toto alle dichiarazioni di Francesco (si tratta di due dichiarazioni identiche, che coincidono completamente).

    Ulrike: se tanto mi dà tanto, per domani mi aspetto un episodio sul totocalcio

    Irina: io invece me ne aspetto uno sul toto-ministri. Sarebbe veramente degno di nota. 

    Natalia: a proposito, ho saputo che è in partenza una nuova rubrica dedicata alla politica. Che voi sappiate è vera? 

    Flora: non saprei, ma mi piace l’idea, per me sarebbe benaccetta

    Bogusia: ho sentore che sia proprio così.

    451 Tanto vale

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    Tanto vale

    Tanto vale

    Eccoci ad un altro esempio di come l’ordine delle parole è importante. Che differenza c’è tra vale tanto e tanto vale?

    Qui usiamo il verbo valere, che si può in generale usare in molti modi diversi, ma indica concetti simili: valore economico:

    Il mio cellulare vale 1000 euro

    Qualcosa di importante:

    Per me il tuo amore vale moltissimo  

    Un’utilità, una adeguatezza, un vantaggio:

    Vale la pena di spendere 1000 euro per un cellulare?

    Anche qualcosa che ‘può essere sufficiente, che può bastare:

    Il tuo gol valse il pareggio

    Il gioco vale la candela

    Essere leale, corretto, o il contrario:

    Hai fatto gol con la mano. Non vale!

    Allora, se torno al primo significato, e dico che il mio cellulare “vale tanto“, mi riferisco al valore economico: il mio cellulare ha un valore elevato, in termini di denaro, soldi.

    Invece “tanto vale“, “tanto valeva” e “tanto varrebbe”, sono locuzioni che si usano per indicare sempre qualcosa di inutile, e questo si fa facendo un esempio di come lo stesso risultato può essere raggiunto in modo molto più semplice, oppure semplicemente proponendo una soluzione migliore.
    Normalmente, in questi casi, si potrebbe semplicemente dire:

    Allora sarebbe meglio…
    In tal caso sarebbe stato meglio…
    Stando così le cose, forse la scelta sarebbe stata…

    Ma il modo migliore è usare “tanto vale”:

    Se non possiamo più vederci perché ti trasferisci in Cina per sempre, tanto vale lasciarci!

    Come a dire: inutile continuare: è meglio lasciarci. Soffriremmo inutilmente.

    Visto che devi acquistare una nuova auto, tanto vale prenderne una ecologica. Almeno è meno inquinante.

    Sei andato al parco a correre tutti i giorni per un anno? Tanto valeva ascoltare con le cuffie gli episodi di Italiano Semplicemente, almeno imparavi l’italiano e guadagnavi tempo.

    Con questa pandemia non viene nessuno al mio negozio. Tanto varrebbe tenere chiuso. 

    Attenzione adesso perché, ancora una volta, il modo di pronunciare la frase “tanto vale” può far sì che il senso sia simile a “vale tanto”, anzi, per la precisione, il senso può essere: “vale così tanto“, “vale proprio così tanto“. Suona come una conferma del valore economico, anche confrontando questo valore con un valore di altro tipo: utilità, caratteristiche, eccetera.

    Basta fermarsi un po’ sulla parola “tanto”.

    Es: Questa automobile l’ho pagata centomila euro e tanto vale!

    Notato il tono? Sto dicendo che è vero che l’auto costa molto, ma è anche vero che è un prezzo giusto in virtù delle caratteristiche dell’automobile. “Tanto”, in questo caso, è simile a “altrettanto“, che si usa spesso nei confronti.

    Ho messo in vendita la mia casa. Il prezzo è 300 mila euro perché tanto vale.

    Avete ancora un po’ di tempo? Allora tanto vale ascoltare un ripasso di qualche puntata precedente. 

    Rafaela: Nella nostra associazione c’è sempre tanto da fare. Ti dirò che non si lascia nulla di intentato per poter ingranare con l’italiano.
    Una puntata nuova ogni giorno, poi siamo chiamati a realizzare e a registrare un ripassino come questo e spesso ci scappa anche una parola misteriosa da indovinare: un giochino divertente che facciamo sul gruppo whatsapp.
    Nessuno si sente un’anima in pena però. Se qualcuno ha difficoltà a capire, nessuno oserebbe dire: “la cosa non mi tangeperché l’apprendimento di una lingua è un percorso a tappe e, con la lingua, al contempo si apprende anche la cultura del paese.
    Cercare di dividere i due aspetti è un tentativo che lascia il tempo che trova. Bisogna tener conto del fatto che è necessaria una vera e propria immersione nella lingua per non rimanere per sempre a carissimo amico e non andare a tentoni quando si cerca di capire un italiano quando parla.
    Bisogna dare fondo a tutte le forze, fermo restando che non si può dimenticare il divertimento.
    Già scalpito per quando partirò alla volta dell’Italia, ovviamente, previa vaccinazione!

    Giovanni: Grazie a Bogusia per aver realizzato questo bel ripasso e a Rafaela per averlo registrato. Ciao a tutti.

    450 Tanto piove o piove tanto?

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    Avete mai pensato che l’ordine delle parole spesso è importante per capire il significato di una frase?

    A volte non solo è sbagliato invertire l’ordine di due termini, ma succede spesso che cambia completamente il significato.

    Vi faccio un esempio:

    Piove tanto

    e

    Tanto piove

    Piove tanto” significa che sta cadendo molta pioggia, che sta piovendo tanto, molto. Una grande quantità d’acqua.

    Invece “tanto piove“, non si utilizza allo stesso scopo.

    Se dico:

    Domani non possiamo andare al mare perché dobbiamo studiare.

    Poi vedo le previsioni del tempo e dico: vabè, tanto piove!!

    “Tanto piove” in questa frase esprime questo significato: non avremmo comunque potuto andare al mare, perché domani piove.

    Questo utilizzo del termine “tanto” non esprime quindi una quantità, ma serve a sciogliere un rapporto di causa-effetto, di causalità o una relazione che sembrava scontata.

    Spesso si usa ad esempio per evidenziare una cosa che sembrava importante e invece poi si dimostra inutile.

    Inutile che pensi al mare, tanto domani piove (o tanto piove domani)

    Non studiare, tanto sarai bocciato all’esame!

    Inutile che continui a insistere, tanto non ti amo!

    Lo so che sbaglio sempre la pronuncia, ma tanto prima o poi io riuscirò a parlare come un vero italiano!

    A volte, soprattutto in caso di sconforto, rassegnazione, non si aggiunge nulla dopo “tanto”:

    Ma perché non provi ancora con la tua fidanzata, anche se ti ha detto che non ti ama più!

    Risposta: tanto

    Come a dire: tanto è inutile, tanto sarebbe fatica sprecata.

    Notare come anche il tono della voce è molto importante per trasmettere il senso della frase.

    In questo caso particolare “tanto” funge da congiunzione e possiamo spesso usare, al suo posto, anche “perché”:

    Non vado al mare, tanto piove.

    Non vado al mare perché piove

    Ci sono tanti esempi nella lingua italiana in cui invertire due parole cambia completamente il senso della frase. Nel prossimo episodio vediamo un altro caso.

    Ad ogni modo se volete c’è un bell’episodio, molto completo, dedicato alla parola tanto.

    Date un’occhiata, tanto piove fuori. Dove dovete andare?

    Bogusia: sì, darò un’occhiata ma prima io sarei per riascoltare questo episodio almeno un’altra volta.
    Ulrike: due volte ok, ma di più proprio non è cosa. Devo fare un sacco di cose a casa.
    Sofie: non dirlo a me, che devo andare a fare la spesa settimanale prima che si accaparrino tutto al supermercato.
    Ulrike: eh infatti con la crisi è così. La gente ha paura di restare a mani vuote, ma a me la crisi non mi tange proprio.
    Bogusia: tu parli così perché non sei più nel fior fiore degli anni. Scusa la Sincerità.

    449 Se tanto mi dà tanto

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    Ecco una bella espressione che potete utilizzare ogni volta che volete fare una deduzione logica.

    Quando accade qualcosa e, come conseguenza, vi aspettate una risposta, una reazione o un fatto più o meno logico che debba accadere – almeno secondo voi – potete usare “se tanto mi dà tanto”.

    Es: continuiamo a inquinare la terra con la plastica. Se tanto mi dà tanto, tra 100 anni dovremo trovare un altro pianeta su cui abitare.

    Si tratta quindi di una deduzione, si tratta di immaginare un prevedibile sviluppo di un fatto reale: l’inquinamento in questo caso.

    Potremmo anche dire:

    Se accade ciò che penso…

    Se la logica non mi inganna…

    Se le cose vanno avanti così…

    In base alla logica o alla nostra esperienza passata, allora crediamo di sapere cosa accadrà adesso.

    Vediamo un altro esempio:

    Ogni volta che Italiano Semplicemente pubblica un nuovo episodio, mi sento più sicuro. Se tanto mi dà tanto, nel giro di sei o sette mesi saprò usare almeno 200 nuove espressioni italiane!!

    Irina: esatto! E questo grazie ai ripassi con i fiocchi che facciamo tutti i giorni.

    Bogusia: io vorrei sapere quale sarà il prossimo episodio invece. Starò sulle spine fino a domani.

    Olga: scusate ma tenete conto che io, in quanto arrivata da poco tempo nell’associazione, ancora ho molti episodi passati da ascoltare.

    Ulrike: non preoccuparti, puoi anche iniziare dall’episodio di oggi e poi vedere solamente quelli che di volta in volta ripassiamo. Così sarà più facile.

    Anthony: infatti. Bisogna consentire alla mente di assorbire gli episodi un po’ alla volta, senza dar fondo a tutte le tue energie.

    Flora: vedrai che tra un paio di mesi ti sentirai a cavallo!

    448 Tener conto

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    Il verbo tenere è molto usato nelle locuzioni e nelle espressioni, anche idiomatiche, italiane.

    Uno dei modi di usare il verbo tenere è “tener conto“.

    Potremmo dire che questa locuzione è assolutamente equivalente a “considerare” o anche “tenere in considerazione“.

    Il verbo tenere quindi viene usato per esprimere, in questo caso, qualcosa da non lasciare, ma non nel senso materiale. Qualcosa da non trascurare, da non dimenticare.

    C’è quindi qualcosa di importante che va considerato, proprio perché è importante.

    Nel linguaggio informale normalmente quando si vuole evidenziare questo si usano anche altre modalità.

    Ad esempio:

    Andiamo al cinema? Ti passo a prendere alle otto questa sera.

    Ok, ma guarda che viene anche Giovanni.

    Guarda che” è una delle forme equivalenti. Molto informale ma molto usata come modalità.

    Potrei dire:

    Tieni conto che viene anche Giovanni.

    Prendi in considerazione che viene anche Giovanni.

    Considera che viene anche Giovanni.

    In aggiunta a “che” si usa, ma è un pochino meno informale, anche il termine “fatto”.

    Tieni conto anche del fatto che viene anche Giovanni.

    Prendi in considerazione il fatto che viene anche Giovanni.

    Considera anche il fatto che viene anche Giovanni.

    Tener conto si usa anche per sottolineare qualcosa su cui riflettere, qualcosa che merita attenzione, una circostanza che bisogna valutare attentamente.

    In questi casi, più formalmente, si può usare “tenere in debita considerazione“, o “fare la debita valutazione” o “tenere nel debito conto” una circostanza, un fatto o qualunque cosa che meriti attenzione. Aggiungere l’aggettivo “debita” o “debito” sottolinea l’importanza dell’aspetto da considerare. La debita attenzione è l’attenzione che merita.

    Se vi state chiedendo il perché si utilizzi il termine conto, non dimenticate, tenete conto che contare significa anche “avere importanza”.

    Inoltre il conto è anche un’operazione matematica, come il conto del ristorante, cioè la somma da pagare per ciò che si è mangiato.

    Quando si fa un conto, non bisogna dimenticare nulla, o meglio, bisogna tener conto di tutto ciò che va conteggiato, considerato.

    Se non lo fai, non ne stai tenendo conto.
    Che ne dite adesso facciamo altri esempi?

    Hartmut: tieni conto del fatto che hai già superato i due minuti. Lo farai a tempo debito magari in altri episodi.

    Mariana: sarebbe un peccato se dimentichiamo di tenere nel debito conto l’importanza della durata.

    Olga: Ciao amici, mi consentite solo una domanda?

    Emma: Beh, caschi male, perché da più di un’ora mi sto a scervellare preparando un ripasso e adesso che finalmente sono a cavallo devo continuare.

    Ulrike: Come sarebbe a dire caschi male, siamo tanti qui, qualcuno sarà disposto a ritagliarsi del tempo per una risposta. Vai Olga

    Olga: Allora, sicuramente avrete presente che Giovanni ci spedisce ogni giorno un nuovo episodio, a volte anche due. Mi sento in debito con lui, di volta in volta di più. In che modo potrei dargli il meritato plauso?

    Bogusia: Macché, non preoccuparti troppo, tanto è risaputo che lui si diverte e poi ci ha chiamato in causa lui, ossia è lui che ha voluto la bicicletta e adesso …

    Sofie: pure io penso che il presidente non voglia batter cassa, purché partecipiamo e diciamo grazie anche attraverso i nostri progressi. Benché, a pensarci bene, ogni tanto una donazione dovrebbe essere benaccetta.

    447 Il fior fiore

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    E’ interessante come il termine “fiore” sia spesso usato per rappresentare non solo la bellezza ma anche la parte migliore di qualcosa.

    Se ad esempio dico che mio figlio si torva nel fiore degli anni, voglio dire che si trova nel mezzo della giovinezza, l’età migliore. Si parla anche del fiore della vita per indicare questo periodo di tempo.

    fiore all'occhielloAllo stesso modo, essere il fiore all’occhiello, significa essere il motivo di maggior prestigio e di vanto di una persona, di un’azienda eccetera.

    Tecnicamente l’occhiello è un taglio fatto su una giacca, una fessura, precisamente sul risvolto sinistro della giacca, dove si può inserire qualcosa che va mostrato: un distintivo, un fazzoletto colorato, e appunto anche un fiore.

    Potremmo dire che, ad esempio, la pizza è il fiore all’occhiello dell’Italia, o che il fiore all’occhiello della mia azienda è un particolare prodotto, di cui sono molto orgoglioso.

    Per indicare la parte migliore di qualcosa, la parte scelta, selezionata di un insieme, posso usare semplicemente la parola “fiore“:

    il fiore della città è la parte migliore della città.

    Il fiore della nazione è la parte migliore della nazione, quella di cui essere più orgogliosi.

    Il fiore della letteratura italiana è la parte migliore della letteratura italiana, intesa come interpreti, personaggi.

    Posso usare anche “un” e anche la forma abbreviata “fior”:

    Marco è un fior di architetto .

    Cioè è uno dei migliori architetti.

    Ma anche in senso negativo lo posso usare, ovviamente il senso è ironico:

     Giovanni è un fior di delinquente.

    Quindi Giovanni é uno dei delinquenti peggiori, o migliori (dipende dai punti di vista), quasi ci fosse stata una selezione.

    Spesso poi si raddoppia: un fior fiore.

    Alla riunione dei membri parteciperà il fior fiore dell’associazione.

    Scherzi a parte, si sente parlare spesso del “fior fiore“, di tante cose, come della società.

    Si usa anche nel commercio sapete?
    Quando si vuole dire che un prodotto ha un’elevata qualità, possiamo dire che rappresenta non solo il fiore all’occhiello di quell’azienda, ma anche il fior fiore come prodotto:

    il fior fiore dei carciofi

    il fior fiore della salumeria italiana

    Se ho un ristorante, posso dire che nel mio ristorante viene a mangiare il fior fiore della società.

    Infine, a volte indica anche un’alta quantità.
    In questo caso si usa “fior fiori” (al plurale):

     Sul nostro sito abbiamo pubblicato fior fiori di episodi audio

    Si vuole evidenziare questa quantità per qualche motivo.

    Es:

    Basta, ti lascio perché sei troppo avaro!

    Cosa? Ma ti ho fatto fior fiori di regali!

    credo che abbiate capito sebbene non vi abbia fatto fior fiori di esempi.

    Adesso sentiamo alcune voci del fior fiore dell’associazione Italiano Semplicemente per un bel ripasso:

    Hartmut: circa la qualità dei membri, non c’è nessun dubbio!
    Irina: giusto, vedremo se sarà così anche nel presieguo della vita dell’associazione.
    Ulrike: non dobbiamo che aspettare per vedere

    446 Una ciofeca

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    Noi italiani siamo fissati per il caffè! Lo sapete vero?

    E sapete cosa diciamo quando beviamo un caffè che non è buono?

    Diciamo che è una ciofeca!

    Una ciofeca è solo questo (o quasi): una bevanda dal sapore cattivo: non solo un caffè quindi ma anche un tè o un’altra bevanda, specie se molto amara.

    Ma la ciofeca in Italia è soprattutto un caffè schifoso, spesso troppo lungo. Un caffè “annacquato” si dice a volte, ma per indicare il sapore pessimo “ciofeca” è l’ideale!

    Ma perché il caffè è venuto una ciofeca? Solo perché è troppo lungo? No, spesso è colpa del caffè stesso, di scarsa qualità, oppure è conservato male, Altre volte è colpa dell’acqua. Altre volte è colpa della quantità di caffè. Hai fatto la montagnola nella moka? Spero di sì. Quanto caffè hai messo? Meglio di più che di meno, ricorda, ma non pressarlo col cucchiaino, altrimenti, anche in questo caso,  ti viene una ciofeca! Bleah!

    Il termine “ciofeca” è persino uscito naturalmente dal linguaggio del caffè. Oggi si usa anche quando vogliamo disprezzare qualcosa, dicendo che è di pessima qualità. Non solo il caffè quindi.

    Non ci piace un lavoro fatto da un nostro collega? Quello che hai fatto è una vera ciofeca, è completamente da rifare.

    Questo cellulare è una mezza ciofeca, la batteria si scarica subito e le foto sono scarsissime!

    Hartmut: Almeno Italiano Semplicemente non è una ciofeca! Sarebbe molto ingeneroso!

    Irina: dicendo questo scateneresti l’ira di tutti i membri dell’associazione!

    Xin: come minimo direi! Te la caveresti a buon mercato!

    Bogusia: Ma dimmi tu cosa devo sentire! Vado a farmi un caffè che è meglio!

    445 Fare incetta e accaparrarsi

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    Fare incetta e accaparrarsi

    In tempi di pandemia, spessissimo si è parlato di accaparramento.

    Se ne parla soprattutto quando le persone, impaurite dalla possibilità di restare senza cibo, per via delle crisi, vanno al supermercato e prendono tutto ciò che possono prendere. In questo modo potrebbe accadere che non resti più nulla per qualcuno, una volta che gli scaffali sono stati svuotati.

    Gli scaffali sono i mobili dove vengono appoggiati i prodotti del supermercato.

    Il verbo accaparrarsi significa quindi assicurarsi, procurarsi l’uso di qualcosa prima che lo facciano altri.

    Ad esempio:

    Sono andato al supermercato e mi sono accaparrato una bella scorta di pasta.

    Quindi ho preso tantissima pasta, prima che altri facessero la stessa cosa: mi sono assicurato di prenderne tanta perché con questa crisi non si sa mai!

    Ci sono alcuni paesi che con la pandemia da Covid hanno cercato di fare incetta di vaccini e mascherine

    Fare incetta è esattamente come accaparrarsi.

    E’ vero che accaparrarsi deriva dal termine caparra, ma usato in questo modo ha poco a che fare con la caparra, termine che spiegheremo nella rubrica due minuti con l’Italiano commerciale.

    Lo stesso significato di accaparrarsi ha quindi l’espressione “fare incetta” di qualcosa.

    Se voglio fare incetta di olio d’oliva, vado al supermercato e cerco di acquistarne la maggiore quantità possibile.

    Posso usare fare incetta anche in senso non materiale.

    Ad esempio se un politico fa incetta di tutti i voti vuol dire che non resta più nulla ai suoi avversari alle elezioni.

    Anche incetta quindi si usa per indicare una raccolta di beni, prodotti, fatta per paura o per sicurezza, ma si può trattare anche di voti, preferenze o comunque altre cose che si tolgono ad altri.

    Si può fare incetta anche di titoli, o di medaglie alle olimpiadi. Quando qualcuno vince sempre tutti i premi sicuramente posso dire che fa o ha fatto incetta di premi. Posso dire lo stesso di un programma TV, che fa incetta di ascolti, perché i telespettatori hanno in maggioranza guardato quel programma TV.

    Adesso allora ripassiamo qualche puntata passata.

    Anne France: io sono Anne e non ho nulla da dire che sia veramente degno di nota.

    Ulrike: io sono… e non ti consento di dire queste cose. Sei bravissima/o invece

    Irina: almeno tanto quanto me, o forse anche di più.

    Hartmut: sicché state facendo a gara per chi è più bravo?

    Rafaela: embè?

    29 – La cauzione – ITALIANO COMMERCIALE

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    Descrizione

    Cosa significa CAUZIONE? Quando possiamo usare questo termine e dopo potrebbe capitare di leggerlo? Quando possiamo usarlo nel commercio?

    Durata: 5 minuti

    444 Consentire o acconsentire?

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    Che differenza c’è tra i verbi consentire e acconsentire?

    I due verbi sono in realtà molto simili, ma non identici.

    Un uso di consentire è quando si parla di opinioni, di punti di vista.

    Quando ci sono più persone possono esserci diversi punti di vista, uguali, simili, diversi o completamente diversi.

    Per esprimere un consenso potete usare consentire. È un po’ formale però:

    Se tu mi dici che la grammatica italiana è complicata, io ti potrei rispondere che consento con te, che consento pienamente con la tua opinione. 

    Quindi vuol dire che mi trovo d’accordo con te, che concordo con le tue opinioni, con i tuoi pensieri o affermazioni.

    Consentire pero si usa anche per esprimere un permesso, qualcosa che si rende possibile.

    La guida di un’automobile non consente distrazioni.

    Non ti consento di parlare.

    Consento solo agli amici di chiamarmi per nome

    I miei genitori mi consentono di uscire solo prima di cena

    Quindi è simile a permettere, concedere e accordare.

    A proposito di permessi. Vediamo acconsentire.

    Il verbo acconsentire significa dare il proprio consenso o assenso. In pratica significa dire di sì. Ma si tratta di un permesso da dare. Non è un sì qualunque.

    Se io ti chiedo:

    Conosci un po’ l’italiano?

    Se dici di sì, non stai acconsentendo, perché non ti è stata fatta una richiesta di permesso, ma una semplice domanda.

    Invece ad esempio:

    Figlio: Papà, io esco con alcuni amici stasera. Acconsenti?

    Padre: Si figliolo, acconsento. Vai pure e divertiti.

    Quindi: dico di sì, la mia risposta è sì.

    Oppure, se uso consentire, vediamo come cambia la frase:

    Papà, mi consentì di uscire stasera?

    Si, ti consento di uscire.

    Si, te lo consento.

    Quindi acconsentire significa essere d’accordo, dire di sì. Qualcuno ha chiesto un permesso e questo viene concesso.   Notate adesso le seguenti frasi

    Il padre acconsentì alla richiesta del figlio.

    Il padre acconsentì a far uscire il figlio

    Il padre acconsentì che il figlio uscisse.

    Questo significa, come ho detto, che il figlio ha fatto una richiesta. Quindi acconsentire significa concedere quanto viene richiesto o proposto.

    Notate un’altra cosa cosa. Consentire e acconsentire si distinguono perché se io consento a te di parlare dopo che me lo hai chiesto, allora posso dire che acconsento alla tua richiesta e che ti consento (quindi a te)! di parlare.

    Si acconsente a una richiesta

    Si consente a una persona di…

    Quindi: 

    Io acconsento alla tua richiesta 

    e

    Io ti consento di parlare 

    Oppure:

    Io acconsento alla tua richiesta di parlare

    Posso usare anche “che“:

    Io acconsento che tu parli

    Io acconsento a che tu possa parlare

    In definita si acconsente a una richiesta cioè si dice sì ad una richiesta.

    Si può acconsentire dicendo sì, ma anche ok, d’accordo, va bene, e anche con un cenno della testa o della mano 👌.

    Infine, anche consentire si può usare anche riferendosi non alla persona, ma all’oggetto. 

    Consentire il trattamento dei dati personali

    Consento il passaggio delle auto nel mio cortile

    Notate la differenza però:

    Acconsentire al trattamento dei dati personali

    Acconsento al passaggio delle auto nel mio cortile

    Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri di usare alcune episodi precedenti per produrre un piccolo ripasso. L’elevato numero di episodi a disposizione vi consente di parlare di qualsiasi cosa. Giusto?  

    Hartmut: se dici sempre di sì però diventi accondiscendente.

    Rauno: bisogna rispondere usando il buonsenso però. Non si può neanche dire sempre di no.

    Olga: giusto. Dire sempre sì è sbagliato tanto quanto dire sempre no.

    Lia: parole sagge! Io non ho nulla da aggiungere in merito. Quindi ci sentiamo al prossimo episodio.

    443 Degno di nota

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    degno di nota

    Ecco un’altra frase che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio di oggi: DEGNO DI NOTA.

    Accade nel canto XX della Divina Commedia, nell’ottavo girone, dove Dante vede avanzare una schiera di dannati che lentamente camminano con la faccia all’indietro come in una processione: si tratta degli indovini, che vengono puniti impedendo loro di “guardare avanti”, avendo in vita peccato facendo proprio questo: indovinare, prevedere il futuro, cioè guardare avanti.

    Così Dante, guardando queste anime, chiede a Virgilio (la sua guida) se fra questi indovini ve ne fosse qualcuno degno di nota, cioè conosciuto, noto, o qualcuno che valesse la pena di notare, qualche personaggio noto, famoso.

    Allo stesso modo oggi si usa questa espressione quando vogliamo indicare qualcosa o qualcuno che merita di essere notato, qualcosa o qualcuno dunque di importante, di notevole; qualcuno che meriti attenzione, che non è come gli altri.

    La dignità è un concetto abbastanza difficile da spiegare, e in genere è una caratteristica associata alle persone. Tra l’altro esiste anche come ricorderete, l’aggettivo dignitoso.

    Ma essere degno di qualcosa, come abbiamo visto anche nell’episodio 287, significa meritare questa cosa, più semplicemente.

    Se sei degno di attenzione meriti la mia attenzione o quella di altri.

    Se sei degno di stima meriti la stima delle persone.

    Eccetera.

    In questo caso abbiamo “degno di nota” che è più generale e significa importante: meritare una nota, cioè meritare considerazione, attenzione, meritare di essere menzionato, o annotato se vogliamo.

    Qualsiasi cosa può essere degna di nota: un documento, una notizia, una frase, uno studente eccetera e può anche indicare una qualità, ma non è affatto detto.

    A proposito di qualità: adesso attenti perché abbiamo un bel ripasso degno di nota, che consta di una trentina di episodi passati.

    State concentrati ed ascoltate la voce di Emma, che fa parte degnamente dell’associazione Italiano Semplicemente.

    Emma: Gianni è un professore eccellente. Per tendere la mano a noi membri, questa volta ci ha chiamato in causa con una caterva di indovinelli, cosicché possiamo ingranare con la lingua giocando.
    A dire il vero, alcuni membri se la cavano benissimo, ma di contro, altri meno, tra cui, mio malgrado, sono annoverata.. Mi incarto ogni due per tre nello scervellarmi per trovare la risposta. Sicché mi domando e dico: “ o sono io la dura di comprendonio o magari questo gioco non fa proprio al caso mio? O peggio, persino questo gioco è soltanto appannaggio delle teste più veloci. Se fosse così, sono passibile di miglioramento? E qui ti voglio!”.
    Inoltre è meglio precisare, a scanso di equivoci, che questo ripasso che ho scritto non vuole essere la benché minima lagna, se non altro quanto a me e al mio livello di italiano, bensì un pretesto per rispolverare qualche episodio passato. Che io sappia, ripetere giova, eccome! Non ci resta pertanto che esercitarci di continuo.
    Con i miei sentiti auguri, saluto tutti i membri dell’associazione, nella speranza che via via, con l’allenamento, riusciamo a destreggiarci con la lingua sempre meglio.
    Di nuovo buon anno e tanti Auguri.

    442 Non mi tange

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    non mi tange

    Una delle frasi che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio comune è NON MI TANGE.

    Tutti usano questa espressione in Italia: essa esprime un concetto potrei dire “geometrico”.

    Avete presente due rette parallele? Se sono parallele, due rette non si incontrano mai, quindi nessuna delle due tange l’altra. Tangere significa infatti incontrare, toccare o anche scalfire.

    Da un punto di vista geometrico diciamo ad esempio che una retta è tangente ad una circonferenza quando si toccano in un solo punto, ma nell’uso comune il verbo tangere si usa spesso scherzosamente per indicare che qualcosa non ci tocca neanche in un punto.

    La frase si usa quasi sempre con la negazione: NON mi tange.

    Esempio:

    Le tue accuse verso di me non mi tangono.

    Significa che non hanno alcun effetto su di me. In questo senso quindi le accuse non mi toccano: non influiscono sul mio umore, non mi fanno cambiare idea, non mi preoccupano, non mi scalfiscono, non mi importano.

    DANTE Alighieri la utilizza nel secondo canto dell’inferno, quando si parla di Beatrice che, trovandosi nell’inferno, non si lascia influenzare dalle sofferenze che si trovano in questo luogo:

    La vostra miseria non mi tange

    dice Beatrice.

    L’espressione si usa nel linguaggio comune a volte in modo scherzoso, altre volte in modo sprezzante, per indicare quanto poco effetto su di te, sulle tue emozioni, sui tuoi interessi, abbia il comportamento di una persona.

    Es:

    Sai cosa dice Giovanni di te? Dice che sei la persona più brutta al mondo!

    Ciò che dice Giovanni non mi tange proprio!

    Emma: a me invece mi tange eccome!

    Anthony: scusate si può aprire una parentesi sul Covid?

    Irina: no, grazie, io sono per il rilassamento oggi!

    Hartmut: anche io, potrebbe risentirne l’apprendimento!

    441 Previo

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    Previo

    previoSapete che se una parola inizia con “pre” in italiano quasi sempre si riferisce a qualcosa che viene “prima”, qualcosa che sta “davanti”, qualcosa di necessario spesso.

    • Ad esempio:
    • Precedente
    • Preliminare
    • Preparatorio
    • Preambolo
    • Premessa
    • Pretesto

    Ci sono tante parole di questo tipo. Il concetto di “prima” può cambiare ogni volta. Ad esempio abbiamo già visto la parola “pretesto“, nell’episodio 134, e un pretesto è simile ad una scusa, qualcosa che ci prepariamo prima, di solito, per giustificare un’azione.

    Tra questi termini comunque ce n’è anche un’altro poco noto ai non madrelingua: PREVIO o PREVIA.

    Previo indica direttamente qualcosa che deve stare davanti, che deve avvenire prima di qualcos’altro. 

    Si parla quindi di qualcosa che ha la precedenza, di qualcosa di preliminare, qualcosa di indispensabile, qualcosa che occorre fare. Nel linguaggio comune si usa poco, poiché si preferisce usare altre forme per esprimere lo stesso concetto. Si usa invece spesso nel linguaggio burocratico e amministrativo, dove inevitabilmente si parla di cose “necessarie” da fare, di adempimenti obbligatori.

    Vediamo qualche esempio comunque:

    L’esame si svolgerà nei prossimi 20 giorni, previo avviso pubblicato sul sito dell’università

    Quindi prima uscirà l’avviso sul sito dell’università, e successivamente si svolgerà l’esame. 

    Qual è la cosa necessaria in questo caso? Qual è la cosa che deve avvenire prima? La pubblicazione dell’avviso sul sito dell’università. Senza questo avviso non ci sarà nessun esame.

    Ovviamente si userà previo o previa a seconda che la cosa necessaria è maschile o femminile rispettivamente.

    Si potranno incontrare i professori tutti i lunedì previa richiesta appuntamento telefonico

    Quindi per poter incontrare i professori bisogna fare necessariamente una richiesta telefonica in precedenza, altrimenti niente incontro.

    Notate due cose:

    La cosa necessaria sta solitamente alla fine. Inoltre la cosa necessaria va scritta senza articolo:

    • Previo appuntamento
    • Previa richiesta
    • Previo invio dei documenti
    • Previa telefonata in anticipo

    eccetera 

    Dicevo che solitamente nel linguaggio comune si preferisce evitare questa forma, ritenuta un po’ troppo formale e allora:

     Puoi passare a casa mia previa telefonata

    diventa

    Prima di passare a casa mia meglio se mi fai uno squillo

    e:

    Posso uscire stasera ma solo previa autorizzazione da parte di mia madre

    diventa ad esempio:

    Stasera potrò uscire solo se mia madre mi autorizza

    Esiste anche previamente, un avverbio, che quindi si usa prima dei verbi:

    Prima di lavorare in Italia bisogna previamente imparare la lingua

    Non si può fare un esame senza previamente aver studiato  

    Natalia: allora grazie Giovanni, al di là del fatto che forse non userò mai questo termine.

    Bogusia: vedi tu, quanto a me, credo che lo farò invece.

    Irina:  Anche io, sulla scorta di questa spiegazione poi sarà sicuramente più facile

    Ulrike: forti anche del fatto che potremo esercitarci nel gruppo whatsapp dell’associazione.

    440 Tanto quanto

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    Tanto quanto

    In questo episodio ci occupiamo di tanto e di quanto.

    Potrei dire che in questo episodio ci occupiamo tanto di quanto, quanto di tanto.

    Sia tanto che quanto sono termini legati alla quantità.

    Tanto è usato ovviamente per esprimere una grande quantità o anche una grande intensità.

    Ho guadagnato tanto

    Ti amo tanto

    Lo stesso vale per “quanto“, che si usa normalmente nelle domande:

    Quanto hai guadagnato oggi?

    Quanto mi ami?

    Se invece usiamo i due termini insieme, sto parlando sempre di quantità e di intensità, ma sto anche facendo un confronto.

    Quanto mi ami?

    Ti amo tanto quanto tu ami me

    Cioè io amo te quanto tu ami me. In pratica ognuno ama l’altro nella stessa misura, con la stessa intensità.

    Quanta pasta vuoi?

    Tanta quanto basta per riempire il piatto.

    Quindi “tanto quanto” serve a fare un confronto alla pari: la stessa quantità, o la quantità necessaria, lo stesso livello, la stessa intensità.

    Posso anche distanziare i due termini ma in questo caso sto facendo un confronto tra cose diverse:

    Sei tanto bella quanto intelligente.

    Vale a dire che:

    La tua bellezza è pari alla tua intelligenza.

    Posso anche arricchire con più o meno:

    Quanto più ti conosco, tanto più mi piaci.

    O più brevemente:

    Più ti conosco, più mi piaci

    Cioè: all’aumentare della tua conoscenza, aumenta anche il mio sentimento per te.

    Oppure:

    Quanto meno ti vedo, tanto più mi manchi.

    O più brevemente:

    Meno ti vedo, più mi manchi.

    Cioè: al diminuire dei nostri incontri, aumenta la mia voglia di vederti.

    Posso fare altri esempi:

    Quanto più ti fanno arrabbiare, tanto più devi avere pazienza

    Notate che “quanto” serve a fissare il termine di confronto, mentre “tanto” serve a indicare il secondo elemento che eguaglia il primo. “Tanto” ha il ruolo di “altrettanto” in questo caso.

    Inoltre tanto può diventare tanta, al femminile, e quanto può diventare quanta, ma quanto può restare anche al maschile:

    Ha tanta fantasia quanta creatività.

    Però attenzione perché:

    Ho tanto bisogno di lavoro quanto (bisogno) di felicità

    Invece il plurale lo posso usare in entrambi i casi quando sto confrontando due quantità, due numeri:

    Hai tante idee quante le cose che inizi ma non porti a termine.

    Quindi sto confrontando il numero di idee con il numero delle cose che inizi ma non porti a termine, e dico che sono la stessa quantità.

    Un altro esempio:

    Hai tanti figli quanti nipoti

     

    Tanti – tanti

    C’è da dire che se confronto la stessa quantità con sé stessa, allora posso usare due volte “tanto/a/i/e”

    Se dico infatti:

    Spendi tanti soldi quanti ne guadagni

    Significa che spendi tutti i soldi che guadagni. Allora posso anche dire, più brevemente:

    Tanti soldi guadagni, tanti ne spendi.

    In questo caso la sequenza è temporale, prima guadagni e poi spendi: tanto guadagni, tanto spendi. La stessa cifra.

    Giovanni ha una mira infallibile, infatti tanti colpi esplode, tanti vanno a segno.

    Quindi il primo “tanti” equivale a “quanti”, perché è il termine di confronto, mentre il secondo equivale a “altrettanti”.

    Hai fatto innamorare tanti uomini quanti te ne ho presentati

    Cioè:

    Tanti uomini ti ho presentato e tanti ne hai fatti innamorare

     

    Non solo quantità

    Attenzione a un’altra cosa adesso, perché non è neanche detto che si parli di quantità.

    La cosa che conta è che si faccia un confronto:

    Se tu mi dici che la matematica non è una scienza, io ti rispondo che:

    La matematica è una scienza tanto quanto la chimica.

    Confronto la matematica e la chimica. Le quantità non c’entrano.

    Qui significa “allo stesso modo“, “essere sullo stesso piano“.

    La matematica è una scienza allo stesso modo di quanto lo sia la chimica.

    È un po’ come dire che sia la matematica che la chimica sono scienze, ma se uso “tanto quanto la chimica” voglio portare la matematica allo stesso livello della chimica.

     

    Distinzioni e preferenze

    Ma il confronto posso farlo anche per distinguere:

    A me non piace tanto A, quanto B.

    È importante fare la pausa, per questo motivo c’è la virgola:

    A me non piace tanto insegnare la lingua, quanto far innamorare gli studenti della lingua

    Ovviamente se volete fare semplicemente una distinzione, meglio usare altre modalità, tipo usare “ma” , “invece” , “piuttosto”.

    Se utilizzo tanto e quanto è perché in questo caso voglio esprimere la preferenza per B senza escludere A.

    È possibile anche togliere “tanto” e cosi facendo aumenta la distanza tra A e B. L’aggiunta di “invece” e “piuttosto” hanno ugualmente questo ruolo.

    Non mi piacciono tanto gli episodi corti, quanto quelli interessanti.

    Non mi piacciono gli episodi corti, quanto invece quelli interessanti.

    Non mi piacciono gli episodi corti, quanto piuttosto quelli interessanti.

    Allora adesso ripassiamo qualche episodio precedente, con l’aiuto tanto dei membri più esperti dell’associazione, quanto di quelli che hanno meno esperienza.

    Ulrike: ciao a tutti, circa la durata degli episodi, in questo caso non va a discapito dell’interesse.

    Rafaela: poi ci sono anche i ripassi che arrivano a valle di ogni episodio e che vale la pena di aspettare.

    Kumi: si, a meno che non si sia dato fondo a tutte le energie.

    Irina: ma per noi che ci cimentiamo è comunque importante a prescindere.

    439 Scatenare

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    Scatenare 

    Scatenare è un verbo interessante. Si può usare in bagno, in discoteca, parlando con un amico o in un laboratorio chimico

    Deriva dal termine catena. La catena tra le altre cose può servire a incatenare, simile a legare.
    Allora se incatenare significa mettere delle catene, scatenare ha il senso opposto: togliere le catene, quindi liberare dalle catene.
    Si può ad esempio scatenare un cane, cioè liberarlo dalle catene. Dopo averlo scatenato l’animale è libero.

    Dicevo che si può utilizzare in bagno perché scatenare si usa talvolta per indicare quando si tira la catena.
    Oggi di bagni con la catena ce ne sono rimasti pochi, così si usa maggiormente il verbo scaricare, poiché c’è un pulsante da premere al posto della catena da tirare e premendo il pulsante si svuota lo scarico.

    Comunque il senso di liberare lo troviamo in qualche modo anche nello scarico del bagno perché l’acqua non è più nel contenitore, ma viene liberata “scatenando“.

    Questo senso di libertà e di movimento generato, provocato, lo troviamo anche nell’utilizzo principale del verbo scatenare, che è quello di iniziare improvvisamente un’azione, o di avviare una serie di azioni una dietro l’altra, a ripetizione, o meglio “a catena”.
    Scatenare quindi è simile a provocare, innescare, causare, dare avvio.
    Posso ad esempio fare qualcosa e facendo questo scatenare un sentimento, in genere negativo, in una persona.
    Es:

    Ho acquistato una ferrari e così ho scatenato l’invidia da parte dei miei vicini

    Sono io che ho scatenato l’invidia da parte dei vicini.
    Posso anche dire però che questo mio gesto ha fatto scatenare l’invidia.

    In generale significa quindi far sorgere all’improvviso un sentimento o un istinto, che può anche essere violento.

    Anche una guerra si può scatenare.

    La dichiarazione del presidente ha scatenato la guerra.

    L’ha provocata quindi, ma c’è il senso di un qualcosa di improvviso e dagli effetti violenti e spesso devastanti.

    Una reazione è una cosa che spesso viene associata al verbo scatenare. Non solo però la reazione di una persona, ma anche una reazione chimica ad esempio.

    Scatenare è simile anche a Incitare, istigare alla ribellione, alla violenza, spingere ad una reazione violenta:

    L’opposizione vuole scatenare il popolo contro lo stato.

    Quindi si può scatenare qualcosa (la guerra) ma anche qualcuno (il popolo, la folla).

    Parlando di persone, queste si possono scatenare anche da sole, quindi posso usare anche la forma riflessiva: scatenarsi.
    Il senso diventa quello di abbandonarsi senza controllo agli istinti, specie quelli violenti.
    C’è sempre il senso di qualcosa che viene liberato, di non più trattenuto.

    La folla dello stadio si scatena ad ogni gol della squadra.

    La folla si lascia andare, non si trattiene, si abbandona, si sfoga, si libera.
    Posso anche dire:

    Una folla scatenata ha preso d’assalto il supermercato

    Oppure:

    i manifestanti si scatenarono contro la polizia

    Quindi scatenarsi contro significa avventarsi contro qualcuno, aggredire qualcuno.

    Ma scatenarsi non sempre è pericoloso e violento.
    Infatti ci si può scatenare anche in discoteca.
    In questo modo ci si libera, si balla in modo energico e si esprime il proprio piacere per la musica e la voglia di divertirsi.
    Allora scatenarsi è simile a entusiasmarsi e infiammarsi.

    Se qualcosa ti piace molto ti puoi scatenare quindi.

    I bambini sono spesso scatenati quando stanno insieme

    Ho un amico che si scatena appena sente parlare di calcio: inizia a parlare e non si ferma più.

    Nello sport invece scatenarsi può significare esprimere al massimo e in modo inarrestabile le proprie doti e capacità.

    L’attaccante si scatena e segna tre gol

    Si può scatenare anche una pioggia improvvisa, una tempesta di neve, una bufera.

    Anche l’immaginazione si può scatenare, la curiosità e ogni altra facoltà quando si esprime senza freni.

    Un’altra cosa che può scatenarsi è una bicicletta. Ma il senso qui è completamente diverso perché
    La bici si scatena quando la sua catena, quella che provoca il movimento, si scollega dai pedali.
    Allora in questo caso si toglie la catena, e bisogna fermarsi e sistemare la catena.

    Ripasso

    Ulrike:
    In quanto membro dell’associazione italiano semplicemente per l’anno nuovo mi sono prefissa di partecipare alle attività del suo gruppo WhatsApp.

    Anthony: Ah, sicché nel futuro ti vedremo qui ogni due per tre?

    Hartmut: Che volete, magari doveva convincersi. Adesso però, benché sia stata assente fino ad ora, il suo proposito mi va proprio a genio, purché ci darà una mano d’ora in poi.

    Bogusia: Cosicché potrà esserci d’aiuto anche con i ripassi.

    Khaled: Giusto, e in quanto ai ripassi il suo esordio è venuto proprio a tempo debito, sicché ci dà subito lo spunto per abbozzarne uno.

    Olga: Meno male, dacché il nuovo episodio è pronto, occorre sbrigarsi, suppongo Gianni stia già scalpitando per il ripasso.

    438 Cosicché e sicché

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    cosicché e sicché

    Cosicché e sicché

    Oggi vediamo la differenza tra “cosicché” e “sicché“, due congiunzioni probabilmente poco usate dai non madrelingua.

    Sono abbastanza simili in realtà, ma non esattamente, sicché adesso vi spiego la differenza.

    Iniziamo da cosicché. Si usa in due modi diversi.

    Cosicché: i cambiamenti

    Nel primo caso si parla di cambiamenti.

    Se ad esempio dico:

    Piove, perciò prendo l’ombrello

    Posso dire tranquillamente:

    Piove, cosicché prendo l’ombrello

    Ma in questo caso perciò e quindi sono più adatti.

    Nel caso di una variazione invece meglio usare cosicché:

    Pensavo ci fosse il sole. Invece pioveva, cosicché ho dovuto prendere l’ombrello

    Ogni volta che c’è un cambiamento pertanto è una buona idea usare cosicché. 

    Quindi “cosicché” è molto simile a perciò, quindi, ma più simile a “pertanto”,  “in conseguenza di ciò”.

    C’era tantissima gente in strada, cosicché siamo dovuti tornare a casa

    Stavamo per sposarci, ma il Covid ci ha impedito di farlo alla data programmata, cosicché siamo ancora in attesa di fissare una data per il matrimonio.

    Anche qui è chiaro il cambiamento, causato da un inconveniente, un problema inaspettato.

    Cosicché: possibilità e potenzialità

    Nel secondo caso si parla di possibilità e potenzialità: Una cosa è possibile grazie ad un’altra. Non parlo necessariamente di causa ed effetto, di una semplice conseguenza, piuttosto di un fattore che può determinare delle conseguenze, o che può rendere possibile una conseguenza.

    In questo caso cosicché è più simile a: in modo tale da, di modo che, affinché

    Es:

    La settimana prossima saranno vaccinati gli insegnanti, cosicché si possano riaprire le scuole

    Ecco: la riapertura delle scuole è possibile grazie alla vaccinazione degli insegnanti. 

    Bisogna rafforzare i controlli della Casa Bianca, cosicché nessuno possa entrare quando vuole

    Occorre più trasparenza, cosicché sia possibile controllare i conti pubblici senza alcun problema

    Notate che nel caso di cambiamenti, spesso si parla al passato, pertanto nella maggioranza dei casi non si usa il congiuntivo. Quando invece parliamo di possibilità o potenzialità,  di cose che sono state o saranno possibili solo grazie a qualcosa, è consigliato usare il congiuntivo:

    Con tutta quella neve abbiamo dovuto mettere le catene alla macchina cosicché potessimo continuare il viaggio

    Comunque spesso il congiuntivo non è obbligatorio neanche in questo caso:

    Ho deciso di spostare la lezione di italiano  dal lunedì al martedì cosicché il lunedì potrò giocare a basket. (Se volete maggiori informazioni in merito, c’è un episodio dedicato proprio al congiuntivo)

    C’è quindi questa possibilità di giocare a basket il lunedì, che diventa reale quando decido di spostare al martedì la lezione di italiano.

    Questi dunque sono i due principali casi in cui cosicché è molto adatto: cambiamenti e possibilità

    Passiamo a sicché.

    Sicché: i cambiamenti

    Si usa esattamente come cosicché nel primo caso (anche staccato: così che) quindi per esprimere una conseguenza  in modo analogo a quindi e perciò, specie quando ci sono dei cambiamenti, proprio come cosicché.

    Non sopportavo che mia moglie mi tradisse, sicché adesso sono di nuovo single.

    Da questo punto di vista quindi sicché è identico a cosicché, forse anche un po’ più secco, più deciso, netto: una conseguenza inevitabile diciamo:

    Ho mangiato troppo in questi ultimi anni, sicché adesso ho 20 kg in sovrappeso.

    Nessuno mi aiutava, sicché ho fatto tutto da solo

    Come a dire: non poteva che accadere questo, è stata una conseguenza inevitabile.

     Nel secondo caso visto prima però, quindi nel caso di possibilità e potenzialità, sicché non è molto adatto.

    Normalmente quindi la frase:

    Adesso mangerò meno sicché dimagrirò sicuramente

    Non è scorretto di per sé, ma si preferisce usare cosicché, in modo tale da. perché non è una conseguenza inevitabile ma una possibilità.

    Invece sicché ha un uso specifico. 

    Sicché: frasi interrogative conclusive

    Si può usare infatti con un tono interrogativo per invitare altre persone a trarre delle conclusioni. 

    Sicché, cosa hai deciso, verrai con noi al corso di italiano? 

    Anche in questo caso potrei usare quindi o perciò, ma anche in questo caso sicché esprime in modo più netto e deciso un concetto finale, conclusivo. A volte può esserci irritazione, impazienza:

    Cara, io devo dirti la verità… amo un altra. 

    Ah, sicché, hai deciso di lasciarmi? E cosa avrebbe lei più di me?

    In questi casi la frase è sotto forma di domanda, ma spesso si tratta di domande retoriche o di deduzioni logiche (come in quest’ultimo caso). Spessissimo si tratta di domande ironiche. Solo a volte è una vera domanda, diciamo più una richiesta di conferma, come a dire: io so questa cosa, è vera?

    Sicché hai una nuova fidanzata, complimenti!

    Sicché stasera vieni anche tu alla festa vero?   

    L’episodio è durato più del previsto, cosicché meglio fare un ripasso molto breve:

    Irina: bene, anche brevissimo, purché non si salti il ripasso però. Per me è fondamentale.

    Ulrike: Quanto a me, sono completamente d’accordo.

    Sofie: Io no invece. Certi episodi sono di un breve che finiscono subito! 

    M4: sicché hai intenzione di continuare a contraddire sempre tutti? Non hai il mio plauso in questo caso.

    Sofie: Assolutamente no. Dico solo la mia idea cosicché tutti possano conoscerla. Questo è quanto.

     

    437 In quanto

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    In quanto

    Oggi vediamo la differenza tra “in quanto”, “in quanto a” e “quanto a“. Pare che queste preposizioni, usate prima o dopo, abbiano una certa importanza.

    Iniziamo da “in quanto“, che si utilizza con lo stesso significato di “quindi” e “perciò“. Un altro modo, questo, per esprimere le conseguenze. Abbiamo affrontato il problema delle conseguenze più volte. Vi ricordo gli episodi attraverso dei link: Esprimere le conseguenze – Ragion per cuidacchépoichéin virtù.

    Ad esempio: 

    Dobbiamo fare un episodio breve in quanto siamo nella rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano Semplicemente”.

    Sono stato battezzato in quanto la mia famiglia è cattolica

    Credo nel futuro in quanto ottimista 

    Quindi “in quanto” ha lo un uso molto simile a “quindi”, “perciò”, ma anche a “poiché”, “dato che”, “considerato che”, “visto che”, ed anche “quale“.

    Se invece uso la preposizione “a” immediatamente dopo ottengo “in quanto a“, una locuzione molto simile a “circa“, che abbiamo spiegato nell’episodio n. 212 e quindi significa “relativamente a“, “riguardo a“, “in merito a“.

    Torniamo quindi all’episodio “in merito a” visto due puntate fa, per indicare qualcosa, per circoscrivere un aspetto.

    Ci sono però alcune cose interessanti da specificare.

    Prima di tutto “in quanto a” è più colloquiale rispetto a “in merito a“:

    In quanto alla cosa di cui mi volevi parlare, la vediamo domani ok?

    Secondo: si usa spesso per indicare cose che meritano meno importanza o per sottolineare dei difetti.

    Abbiamo detto le cose più importanti. In quanto ai dettagli li vedremo domani. 

    La ragazza è carina ma non è il massimo in quanto a educazione 

    Il compito di italiano che hai fatto non è molto buono in quanto a creatività

    Più raramente si usa anche per evidenziare pregi:

    Non sei male in quanto a idee.

    Italiano semplicemente si contraddistingue in quanto alla qualità delle lezioni  

    In modo simile posso usare anche “in fatto di“, “a livello di“:

    In fatto di fantasia, non mi batte nessuno!

    A livello di comodità, la mia macchina è il massimo!

    Anche in questo caso parliamo sempre dello stesso uso di “in merito a“, ma in modo più colloquiale.

    Ora, a volte succede anche di non mettere “in” all’inizio, ma generalmente l’utilizzo in questo caso è ancora più informale. Sto sempre indicando qualcosa, ma questa forma senza “in” spesso si utilizza per esprimere un sentimento negativo o comunque sempre per sottolineare cose meno importanti,  

    (in) quanto a te,  facciamo i conti dopo!

    A voi, amici, vi aiuto volentieri. (In) quanto a coloro che mi criticano sempre, si arrangeranno! 

    Adesso ripassiamo. Quanto alla durata di questo episodio, non ve ne preoccupate troppo…

    Kumi (Giappone): io non mi preoccupo Gianni, ma cerchiamo di darci una regolata comunque.

    Rauno Finlandia): di cosa parlerà il prossimo episodio di bello?
    Lia (Brasile): pare che nessuno sappia questo. In quanto a me, non faccio eccezione.
    Rafaela (Spagna): invece secondo me, zitta zitta tu ne sai qualcosa…

    436 Nel merito

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    Nel merito

    Entrare nel merito

    In merito all’episodio di ieri, abbiamo visto che usare la preposizione “in” davanti a “merito” è come dire “riguardo a” oppure ‘per quanto riguarda’  con riferimento a un campo circoscritto.

    A volte si dice anche “in quanto a” ed altre “quanto a“. Questo però lo vediamo nel prossimo episodio.
    Se ricordate vi avevo accennato al fatto che esiste anche “nel merito“.
    Usiamo “nel merito” quando vogliamo entrare dentro quell’aspetto, cioè più in profondità. Infatti si usa spesso il verbo entrare.

    Entrare nel merito

    Se entriamo nel merito di una questione vogliamo esaminarla, trattarla, discuterla nei suoi aspetti essenziali, quelli più importanti.
    Ad esempio:

    Oggi ho voluto entrare nel merito di questa locuzione, mentre nell’ultimo episodio ve ne avevo solamente fatto un accenno.

    La locuzione nasce nel diritto processuale, infatti quando un giudice prende la decisione, decidendo chi ha ragione e chi ha torto, il giudice entra nel merito. Il merito rappresenta proprio la questione sulla quale il giudice prende una decisione.
    Il giudice entra nel merito e quindi analizza la questione e poi prende la sua decisione.
    In generale entrare nel merito significa sempre questo, e tutti possono farlo, non solo i giudici.

    Possiamo usare questa espressione ogni volta che vogliamo approfondire un aspetto, senza restare in superficie.

    Un professore entra nel merito di un argomento ogni volta che fa una spiegazione.

    Quindi per indicare un argomento, un aspetto qualsiasi si usa “in merito” mentre per analizzarlo si entra nel merito.

    Chiunque è chiamato a risolvere dei problemi per trovare soluzioni deve entrare nel merito.

    Possiamo anche decidere di non entrare nel merito di qualcosa, magari perché crediamo non sia necessario oppure per mancanza di tempo.
    Si usa spesso anche in questo modo infatti.

    Adesso però, senza entrare troppo nel merito, vorrei qualche frase di ripasso in merito ai vantaggi di far parte dell’associazione Italiano semplicemente.

    Khaled: a me piace il gruppo whatsapp dei membri. Finalmente posso parlare in italiano, benché sia piuttosto timida ancora.

    Irina: a me piace parlare della cultura italiana, purché lo si faccia in modo anche divertente.

    Rafael: a me piace un po’ tutto, ma mi vanno molto a genio le letture del sabato soprattutto.

    Xiaoheng: a me non piace molto la mia voce, di contro però capisco l’importanza del parlare

    435 In merito

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    In merito

    in meritoSe conoscete il termine merito, non è detto conosciate anche la locuzione “in merito” che non ha niente a che fare con il merito.
    Il termine merito infatti indica l’attribuzione di una qualità, un valore.
    In merito” si usa invece per indicare una questione, un argomento di cui parlare o di cui si è già parlato, e per indicare questa questione si utilizza la preposizione “a”:

    In merito a

    È equivalente a “riguardo a“, ma è un po’ meno informale.
    Esempio, appena dopo una spiegazione del professore, potete fare la domanda:

    Avrei una domanda in merito

    Significa: avrei una domanda su questo argomento, vorrei fare una domanda riguardo a questo.
    In questo caso potreste semplicemente chiedere:

    Avrei una domanda

    Se volete invece indicare una questione diversa dovete specificarla:

    Avrei una domanda in merito alla preposizione da usare.

    È lo stesso che:

    Avrei una domanda riguardo alla preposizione da usare.

    In merito” quindi serve a centrare l’argomento.
    Se si vuole cambiare argomento, si potrebbe anche utilizzare “per quanto riguarda” che è più discorsivo, quindi usato maggiormente all’orale:

    Per quanto riguarda la pronuncia di “merito”, c’è un accento grave sulla lettera e.
    In merito alla pronuncia…
    Riguardo alla pronuncia…

    Nel prossimo episodio vediamo “nel merito” che ha un significato diverso. Ma la vediamo domani. Oggi non voglio entrare nel merito.
    Vi lascio al ripasso adesso, dove ascolterete le voci di Carmen e Anthony. Se avete domande in merito a questo episodio potete lasciare un commento.

    Anthony: È giunto il tempo di fare dei buoni propositi, che ne dici?
    Carmen: ti prefiggi  sempre una caterva di cose all’inizio dell’anno. Ma poco dopo vieni meno e transigi ai tuoi propositi. Così ogni volta ricadi nelle abitudini precedenti, ossia battere la fiacca. Ci metterei la mano sul fuoco che anche questa volta  ci risiamo. È sempre la solita solfa. I propositi del nuovo anno lasciano il tempo che trovano.
    Anthony: risparmiami il tuo epilogo. Vedrai che questa è la volta buona.
    Carmen: Ascolta, ti suggerisco di fare tesoro di un mio consiglio per non prendere una brutta piega anche questa volta. Devi renderti conto di una cosa: urge armarsi di pazienza. Di prima acchito sembra di non fare alcun progresso, comunque  via via vedrai i frutti. Se tieni duro il meritato esito non tarderà. Mi raccomando tienilo a mente. Ci vuole pazienza.
    Anthony: Dunque, mettiamo che io voglia fare sport ogni giorno, cosa potrei fare di bello?
    Carmen: idea: Andrai tu a spasso con il cane e sarò io a battere la fiacca.

    434 Il prosieguo

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    • Il prosieguo

      Il prosieguo

      Si dice il prosieguo o il proseguo? E che differenza c’è con il proseguimento e con seguito (e seguìto)?

      La risposta alla prima domanda è “Il prosieguo“, con la “i”, sebbene si utilizzi, ma meno comunemente anche la forma senza i: il proseguo.

      Ma cos’è il prosieguo? Prosieguo viene da proseguire, continuare. In proseguire non c’è la lettera “i”, tra la “s” e la “e” quindi verrebbe spontaneo scrivere e dire proseguo. In realtà la forma più corretta è prosieguo.

      Quindi c’è qualcosa che è iniziato e si sta parlando di un eventuale proseguimento.

      Ma il termine prosieguo, nonostante sia equivalente al proseguimento, cioè ciò che viene dopo, si utilizza prevalentemente in una locuzione: “in prosieguo”, e soprattutto “in prosieguo di tempo”, ma ci sono esempi di utilizzo in cui si usano anche altre a cose oltre al tempo: “in prosieguo di qualcosa” significa in un momento successivo, quindi significa “in seguito a qualcosa“, “successivamente a qualcosa“. 

      Il termine prosieguo si utilizza anche come sostantivo: “il prosieguo” di qualcosa. Anche in questo caso si indica, e ancora più direttamente, ciò che accade in un momento successivo: “il prosieguo” è ciò che accade, ma bisogna indicare “di cosa”.

      Vediamo qualche esempio in modo da capire quando possiamo usare “in prosieguo” e “il prosieguo“:

      I professori potranno ricevere i genitori degli alunni in prosieguo all’orario scolastico.

       Questo significa che i genitori vedranno i professori appena dopo che sono terminate le lezioni, nel prosieguo dell’orario scolastico.

      E’ sicuramente un termine meno usato rispetto a proseguimento, ma sottolinea maggiormente il legame tra il prima e il dopo. E’ una specie di allungamento del tempo precedente, quindi generalmente è abbastanza vicino.

      Non avete ancora capito? Sarà tutto più chiaro nel prosieguo dell’episodio

       Gli studenti non erano molto attenti, ma durante il prosieguo della lezione, il loro interesse crebbe.

      Anche con il Covid, bisogna garantire il prosieguo delle lezioni.

      E’ importante quindi che le lezioni proseguano, che vadano avanti. 

      Notate che “in seguito” è abbastanza simile ma è più simile a “dopo“, “successivamente“, quindi c’è meno il senso della continuità, c’è meno legame tra il prima e il dopo. Inoltre spesso c’è il senso della “causa”, quindi di qualcosa che accade dopo che è successo qualcosa. Tuttavia questo è ancora più evidente se uso la preposizione “a”

      A seguito” si usa proprio per indicare la causa e ciò che è successo dopo.

      Se dico:

      A seguito dell’emergenza dovuta al Covid, le lezioni in presenza si sono interrotte.

       C’è una causa: il Covid, che ha determinato l’interruzione delle lezioni in presenza.  

      Notate che l’accento di seguito è sulla “e”. Invece se parlate del verbo “seguire” al participio passato, l’accento è sulla “i”: seguìto. 

      Ho seguito tutte le lezioni, ma a seguito dell’emergenza Covid, queste sono avvenute a distanza

      Avete seguito attentamente la spiegazione? Allora, come al solito, restate attenti al prosieguo dell’episodio, in cui ripassiamo le puntate precedenti.

      Irina: A volte sembra che io sia un po’ dura di comprendonio, ma fermo restando che non faccio altro che studiare, di tanto in tanto il mio cervello mi fa vedere i sorci verdi.
      Che io tenti di rispolverare le locuzioni precedenti o meno, spesso non mi sento in grado di sfoderare un linguaggio decente, trovandomi a tu per tu con un italiano.
      Ma checché se ne dica, la speranza è l’ultima a morire. Devo solo armarmi di pazienza.
      Sono sicura che il lavoro sarà appagante e spero anche divertente.

    433 Ingeneroso

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    Ingeneroso

    Tutti gli studenti non madrelingua conoscono e sanno utilizzare l’aggettivo generoso, ma quanti conoscono e meglio ancora utilizzano ingeneroso?

    Sembra avere a prima vista significato contrario rispetto a generosità. Ma non è esattamente così.

    Infatti la generosità è la nobiltà d’animo che comporta il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personale di fronte al bene altrui.

    essere ingeneroso

    Se sono generoso non ho difficoltà a “dare”. In genere ci si riferisce al denaro. La generosità è l’assenza di problemi nel ricompensare o nel donare, e essere generosi è indubbiamente una qualità. Significa essere altruisti e disinteressati. Solitamente il contrario della generosità è l’egoismo, ma se mi riferisco al denaro si parla di taccagneria, tirchieria, che è la caratteristica delle persone attaccate al denaro. Più in generale una persona non generosa è egoista, è gretta, meschina, misera.

    Essere ingenerosi invece si riferisce  all’assenza di generosità spirituale e di comprensione. Non si parla di soldi o di difficoltà nel dare. Piuttosto si parla di difficoltà nel riconoscere un merito.

    La persona ingenerosa tende a dare colpe agli altri più del necessario, tende a non riconoscere qualcosa di positivo in un’altra persona, tende a non perdonare, tende a infierire. C’è poca indulgenza, poca umana comprensione nei confronti del prossimo. Ecco, forse quest’ultima definizione è la più appropriata. Nel linguaggio comune, quello di tutti i giorni, è molto facile lasciarsi andare e descrivere queste persone ingenerose come “stronze” o “egoiste“. Spesso si parla anche di giustizia o di cattiveria o di parlar male di qualcuno:

    Non è giusto ciò che hai detto.

    Sei cattivo a parlare così

    Perché parli male di Giovanni?

    Facile comunque usare parole offensive verso queste persone.

    Parlare di ingenerosità non è invece offensivo, ma invita alla riflessione, e si può usare anche in contesti più formali.  In sostanza, è molto più elegante parlare di ingenerosità piuttosto che utilizzar epiteti o insulti vari. Sicuramente è molto difficile usare questo aggettivo quando si è arrabbiati. 

    Perché parli male di Giovanni?

    Sei ingeneroso se la pensi così

    Hai usato parole molto ingenerose verso Giovanni

    Con me sono state usate parole ingenerose

    Credete che qualcuno abbia mai usato parole ingenerose verso di voi? Ebbene da oggi avete un modo in più per lamentarvi di questo, e per giunta senza offendere nessuno. 

    Adesso ripassiamo:

    Anthony: TI FAREBBE SPECIE se io dicessi che i membri dell’associazione CI SANNO FARE con i ripassi?

    Hartmut: Ti rispondo io SENZA REMORE che non ho il BENCHÉ minimo dubbio sul fatto che i membri CI CAPISCONO benissimo in termini di ripassi.

    Rauno: lasciati prendere dall’ispirazione allora e scrivicene uno. È QUI CHE TI VOGLIO!

    Hartmut: vuoi che io RACCOLGA LA PROVOCAZIONE? Va bene. SONO IN VENA. Lo farò molto volentieri PURCHÉ tu non rompa più le scatole!

    Irina: SMORZIAMO I TONI ragazzi! Altrimenti PAGHERETE entrambi LO SCOTTO di un’amicizia mandata A MONTE.

    Caro

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    Caro amico ti scrivo…

    Caro - aggettivo

    Con queste parole iniziano spesso le lettere o una email ad un amico. Un caro amico. 

    Oggi vediamo proprio i molteplici utilizzi di questo aggettivo italiano.

    Caro è un termine che solitamente viene usato per esprimere affetto: caro amico, cara mamma, caro papà eccetera.

    In realtà però ha molti utilizzi diversi e alcune volte l’affetto non c’entra nulla.

    Giacomo Leopardi in una famosa lirica (l’Infinito) scriveva “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e lui si riferiva all’affetto che nutriva per un colle, che era il monte Tabor del comune di Recanati, nella regione Marche.

    Tante cose possono essere definite come “care”.

    Con “le persone care”, o “le persone più care“, ad esempio, si intendono i genitori, i parenti e gli amici più intimi. Si chiamano anche “i cari”:

    Vorrei riabbracciare i miei cari.

    Ha voglia di rivedere i suoi cari.

    L’aggettivo diventa un vero e proprio nome in questi casi.

    Che caro che sei stato a farmi un regalo per Natale

    Sei stato gentile, amabile, anche simpatico.

    Manda un caro saluto ai tuoi.

    Anche questa è un modo ricorrente di usare caro.

    Maria è una cara ragazza

    Maria quindi è una ragazza gentile, affettuosa, amabile. Non c’entra con la parentela stavolta.

     Giovanni è un carissimo amico

      Giovanni è cioè una persona particolare per me, non un amico qualunque. Si usa spesso questa formula soprattutto quando si presenta una persona a cui teniamo molto ad un’altra oppure quando cerchiamo un aiuto per una persona per noi importante.

    Sono le persone a noi più care, quelle per le quali si prova più affetto.

    C’è un modo particolare di usare “caro”:

    Caro mio!

    Notate il tono che viene usato. E’ un modo familiare e spesso anche ironico. Ad esempio:

    Caro mio, sapessi quanti momenti difficili ho vissuto io alla tua età.

     Oppure:

    Caro mio, stavolta non mi freghi!

    Esprime a volte impazienza, a volte si vuole esprimere saggezza o esperienza di vita, una lezione imparata, o si vuole insegnare qualcosa all’altro, facendo pensare che ci sarebbe molto altro da dire su questo argomento. E’ anche un modo per dare dei consigli, e “il caro” sta  a significare che il consiglio è il risultato dell’esperienza.

    Caro mio, non sono mica scemo!

    Se vuoi fare carriera, caro mio, devi lavorare meno e fare più politica!

    Andiamo avanti: 

    Ma che caro!

    Questa esclamazione può esprimere affetto, ma anche l’esatto opposto, dipende molto dal tono che si usa. Può anche esprimere una antipatia per una persona.

    Ma che cari i nostri zii, hanno detto che anche quest’anno vengono e trovarci per Natale e resteranno fino a  capodanno!

    Anche un oggetto può essere molto caro. Lo può essere per due motivi: se ci teniamo molto, perché ha una particolare importanza per noi, oppure se ha un prezzo molto alto.

    Quindi caro significa anche “costoso“. Un modo informale ma molto usato da tutti.

    Un albergo caro, un ristorante caro hanno quindi dei prezzi alti rispetto alla media.

    Anche una persona che esercita una professione può essere cara se si fa pagare molto.

    Un parrucchiere caro ha dei prezzi più alti della media.

    Com’è quel meccanico? E’ caro?

    Equivale a dire: i prezzi sono alti?

    Esiste anche “avere caro” che significa tenere a qualcosa o qualcuno. 

    Ci tengo che ci sia anche tu domani a pranzo da mia madre

    Avrei caro che ci fossi anche tu domani a pranzo da mia madre

    Significa quindi gradire, apprezzare, desiderare.

    C’è anche “tenere caro” che significa aver cura, custodire con cura.

    Il mio diario di quando ero ragazzo è un oggetto che tengo molto caro.

    Ho cura di questo diario, mi dispiacerebbe che venisse perduto o distrutto.

    Simile è “tenersi caro qualcuno“. Si usa solo con le persone.

    Tieniti caro il tuo amico Giovanni che potrebbe esserti utile in futuro

    Quindi l’amico Giovanni è un amico che non devi perdere: tientelo caro (o tientelo stretto). A proposito, “tientelo” si usa spesso ma è corretto anche “tienitelo“:

    Tientelo per te (non dirlo a nessuno)

    Tientelo stretto

    Tienitelo bene in mente (non dimenticarlo)

    Tornando a “caro“:

    Ci sono alcuni verbi che usati insieme a caro o cara hanno un significato particolare:

    Vendere cara la pelle” significa perdere, essere sconfitti, soccombere, ma dopo essersi difesi con tutte le proprie forze.

    La pelle rappresenta la vita, o anche una partita nello sport, e vendere cara la pelle significa che la propria vita costa molto, è cara, cioè costosa, quindi chi vende cara la pelle non si lascia sconfiggere facilmente, non perderà senza lottare.

    Pagare caro un errore  invece significa che questo errore ha delle conseguenze molto importanti e negative per chi lo ha commesso.

    Costare caro ha lo stesso significato. Sia pagare caro che costare caro usano la metafora del prezzo per indicare le conseguenze di un errore o di uno sgarbo fatto a una persona:

    Mi hai detto che sono uno stupido e questo ti costerò caro!

    Nel caso di sgarbi, di torti fatti ad una persona, si usa spesso anche al femminile:

    La pagherai cara!

    Questa è una minaccia vera e propria che si fa ad una persona per aver fatto qualcosa di grave, spesso con la volontà.

    Chi non vorrà farsi vaccinare contro il Covid potrebbe pagarla cara: niente viaggi in aereo, niente alberghi, impossibile lavorare nel pubblico impiego. 

    432 Purché

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    La congiunzione purché

    purchéL’episodio di oggi riguarda purché, congiunzione molto usato nella lingua italiana.

    Si usa in modo analogo a “basta che“, o anche “la cosa importante è che“.

    In pratica si utilizza per indicare qualcosa di importante, qualcosa di necessario.

    Anche questa congiunzione, come benché, si usa col congiuntivo. Stavolta però è sempre così. Non è possibile evitarlo.

    Non importa quale vaccino fare contro il Covid, purché funzioni.

    È chiaro che ciò che conta veramente è che questo vaccino funzioni. Questo basta, questo è necessario e sufficiente. Questa è l’unica cosa importante.

    Ok, ti pagherò, purché tu te ne vada.

    Vedete che si usa per le cose cui non possiamo rinunciare, per indicare il minimo richiesto per questo motivo possiamo usare anche “a patto che” , “sempre che” , “a condizione che“.

    Si può usare quindi quando si fanno accordi, quando si accetta qualcosa, e anche quando si è disposti a fare qualche rinuncia, ma allo stesso tempo si fissa un limite minimo: meno di questo non è possibile. A questo serve purché.

    Notate che nelle stesse circostanze potremmo usare anche “almeno” che è un avverbio di quantità, che ugualmente esprime il concetto di minimo, però non ha esattamente la stessa funzione di purché.

    Ad esempio, nella frase

    Ti aiuterò purché tu mi dica grazie.

    Questo significa che io non ti aiuterò se non mi dirai grazie. Il tuo grazie è necessario.

    Se invece io dico:

    Ti aiuterò almeno mi dirai grazie

    Sto dicendo che io ti aiuterò perché credo che tu mi ringrazierai per questo. Questo è un risultato minimo che credo di ottenere. E’ come dire “se non altro” mi dirai grazie.

    Se invece dico:

    Mi dirai almeno grazie?

    Ti sto chiedendo la minima cosa che tu potresti fare per il mio aiuto. Ma magari potresti fare anche di più.

    Quindi “almeno” è più simile a “se non altro“, “se non di più“, “come minimo“, ” a dir poco“.

    In entrambi i casi però il mio aiuto non è in discussione.

    Invece purché serve proprio a porre una condizione, benché minima.

    Dicevo che si può sostituire con “basta che“, che però è più informale. In questo modo però potete, se volete, evitare il congiuntivo.

    Va bene la pasta per pranzo?

    Ok, purché sia integrale.

    Ok, basta che è/sia integrale.

    Sei pronta per uscire?

    Sono quasi pronta. Mi aspetti?

    Si, basta che ti sbrighi!

    Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso “basta che” e come avrete capito, a volte lo si fa quando si è arrabbiati o irritati. Diciamo che può esprimere impazienza in questo caso.

    Adesso vediamo un ripasso, purché sia un breve però.

    Hartmut: a me non va molto a genio questo “basta che”, ma di contro, quando sono irritato allora lo utilizzerò.

    Xiaoheng: La cosa che conta è fare tesoro di tutti gli episodi per riuscire a prendere confidenza con la lingua italiana.

    Bogusia: Io è un pezzo che non uso purché, sapete? Inizierò subito con qualche messaggio whatsapp nel gruppo dell’associazione Italiano Semplicemente

    Anthony: ottima idea, purché tu lo faccia in modo corretto. Fermo restando che ci sono sempre Gianni e Flora che ti aiuteranno. 

    431 Benché

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    Benché

    Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda la congiunzione benché, che si scrive con l’accento acuto sulla e, esattamente come perché.

    Benché significa “anche se“. Questo è l’utilizzo primario.

    benché

    Si può usare senza problemi sempre al posto di “anche se“, quindi non abbiate timore nel farlo, benché le prime volte possa sembrarvi strano.
    Mi piace la, carne, benché io preferisca mangiarne poca.
    Purtroppo la cattiva notizia è che quando usate benché, in genere si usa il congiuntivo.

    A volte si preferisce usare benché perché la frase è più veloce. Il verbo si può addirittura togliere:

    Anche se sono stanco, posso allenarmi.

    Diventa:

    Benché io sia stanco, posso allenarmi.

    Oppure:

    Benché stanco, posso allenarmi.

    In questi casi il verbo lo potete togliere sempre:

    Anche se (sono) stanco, posso allenarmi

    C’è però un altro utilizzo interessante di benché.

    Si utilizza molto spesso in caso di assenza di dubbi.

    Se io non ho alcun dubbio posso dire:

    Non ho il minimo dubbio

    Oppure:

    Non ho il benché minimo dubbio.

    Non ho il benché minimo dubbio significa che non ho neanche un dubbio, neanche il più piccolo. Anche solo il più piccolo dubbio è da escludere.

    Possiamo anche parlare di altro, non solo di dubbi:

    Non ho fatto il benché minimo sforzo

    Cioè non ho fatto nemmeno uno sforzo, neanche il più piccolo.

    Non hai la benché minima prova che io ti abbia tradito!

    Sul tuo viso non c’è il benché minimo segno di allegria.

    Non ho provato il benché minimo senso di colpa

    Sono a dieta. Non mangio la benché minima quantità di carboidrati.

    Ora, benché siano passati da poco i due minuti, passo la parola ai membri per il ripasso delle puntate precedenti.

    Mariana
    Oggi tocca a noi comporre un ripasso?

    Hartmut
    Certo, non hai presente la richiesta qualche attimo fa? Speriamo vi sia qualcuno preparato!

    Ulrike
    Io rispondo picche alla domanda. Ho da fare.

    Wilde
    Ma va’, l’episodio vuoi sentire, ma di un ripasso non ti degni? Per la cronaca, senza un ripasso non ci sarà un episodio!

    Iberè
    Il problema non si pone amici. Se noi veniamo meno, fortuna vuole che ci sarà un ripasso del presidente. Altro che storie!

    430 Andare a genio

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    Trascrizione

    Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda una locuzione che sicuramente vi andrà a genio.

    Di quale locuzione sto parlando? Sto parlando proprio della locuzione “andare a genio“.

    Sapete cos’è un genio? Un genio è un essere immaginario o astratto, uno spirito dotato di poteri magici, come il celeberrimo genio della lampada di Aladino. Oppure un genio è una persona che ha un eccezionale talento. Si dice spesso della persona che eccelle in un particolare campo:

    Mozart è un genio della musica

    Einstein è un genio della matematica e della fisica

    Maradona è un genio del calcio

    eccetera

    Ma “andare a genio” non ha niente a che fare né con i poteri magici, tanto meno con il talento.

    Questa locuzione invece si usa per esprimere piacere, o meglio un gradimento.

    Si può usare solamente il verbo andare.

    Posso dire ad esempio:

    Il nuovo fidanzato di mia madre non mi va a genio.

    Evidentemente questo nuovo fidanzato non mi piace affatto, non è di mio gradimento.

    L’oroscopo di oggi dice che avrai dei problemi al lavoro e sarai costretto a sopportare anche qualcosa che non ti va a genio.

    Non tutti i ragazzi della mia classe mi vanno a genio

    Questa locuzione si usa prevalentemente quando c’è qualcosa che può incontrare o meno la mia approvazione o il mio gradimento. 

    Un’espressione abbastanza informale per esprimere gradimento e approvazione.

    Vedete come si usa il verbo andare? Esprimendo piacere, lo usiamo proprio come il verbo piacere, cioè in forma impersonale:

    Mi piace – mi va a genio

    Non mi piace – non mi va a genio

    Mi piacciono – Mi vanno a genio

    Non mi piacciono – Non mi vanno a genio

    Si usa la maggioranza delle volte con qualcosa di esterno che può piacerci o meno.

    Adesso però ripassiamo qualche espressione passata. Lascio la parola ai membri dell’associazione che hanno scelto, tra tutti gli episodi passati, quelli che gli andavano più a genio.

    M1: Si, è vero, ma in primo luogo io personalmente quando faccio un ripasso scelgo le espressioni che credo di aver capito meno, per vedere se riesco ad usarle bene, e solo in secondo luogo quelle che mi vanno più a genio.

    M2: Per contro ci sono quelli come me che invece, a valle di una spiegazione, cercano subito di usarla in qualche conversazione. 

    M3: poi ci sono anche quelli come me che crede di aver capito tutto, per poi ritrovarsi l’indomani con mille dubbi!!

    M4: meno male che avremo altri episodi per ripassare allora. A me ce ne vorranno almeno 1000. A mali estremi, estremi rimedi!  

    429 Di contro, Per contro

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    Trascrizione

    Buongiorno, oggi vediamo due modi alternativi per dire “invece”, che come sapete serve a contrapporre, cioè a evidenziare un contrasto. Questi modi alternativi per dire “invece” sono “di contro” e “per contro”.

    Non si usano molto nel linguaggio colloquiale, si usano piuttosto allo scritto.

    Si sentono e si leggono spesso anche nei telegiornali, alla radio e si leggono molto sui giornali, anche online.

    Ovviamente ci sono delle differenze rispetto ad “invece“, che è più facile da usare perché è sempre utilizzabile.

    Vediamo qualche esempio in cui possiamo usare queste due equivalenti locuzioni avverbiali:

    Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli. Per contro, anche i datori di lavoro preferiscono lavoratori stranieri.

    Vedete che sto facendo un confronto, dove volendo potrei usare “invece“, ma non c’è un confronto, diciamo, alla pari tra lavoratori e datori di lavoro,.

    Sarebbe molto più adatto “invece” se dicessi:

    Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli, invece molti lavoratori stranieri sono disponibili a venire a lavorare in Italia nel settore agricolo.

    Questo è un confronto “alla pari”: si tratta di lavoratori in entrambi i casi. Andrebbe bene anche nel primo caso, ma visto che vogliamo perfezionare la lingua italiana, è più adatto usare “di contro” o “per contro”. Quantomeno è più elegante.

    Ci sono poi anche altre modalità simili: al contrario, all’opposto, per converso, viceversa.

    Ma queste modalità più che altro sono tutte perfettamente adatte a sostituire “invece“.

    Vediamo altri esempi:

    Le squadre di calcio italiane più famose sono La Juventus, la Roma, l’inter e il Milan. Di contro, ci sono tante altre squadre poco conosciute all’estero.

    Io sono molto veloce a lavorare con word. Di contro i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    In questo caso “invece” è perfettamente adatto. Si tratta confronti semplici e potrei usare anche i sinonimi che vi ho detto prima:

    Io sono molto veloce a lavorare con word. Al contrario, i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    Io sono molto veloce a lavorare con word. All’opposto i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    Io sono molto veloce a lavorare con word. Per converso i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    Io sono molto veloce a lavorare con word. Viceversa i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    Se in questi casi usiamo “di contro” o “per contro”, vogliamo creare una maggiore contrapposizione, vogliamo creare un maggiore contrasto, vogliamo evidenziare due cose contrarie

    Mentre i leader democratici hanno dichiarato che si faranno vaccinare contro il Corona virus, per contro, i maggiori leader repubblicani non hanno ancora annunciato quando intendono e se intendono sottoporsi alla vaccinazione.

     

    Questo è un esempio analogo al precedente in cui voglio creare una maggiore contrapposizione. Vediamo invece un altro esempio in cui è meglio usare “per contro”.

    C’è stato un incidente sulla strada principale che ha causato una fila di auto lunga 3 km. Per contro, la circolazione nelle strade limitrofe ha subito parecchi disagi.

     

    Anche in questo caso invece e i suoi sinonimi sono adatti, come sempre, ma io direi un po’ meno rispetto a “per contro” e “di contro”.

    Ora il tempo a mia disposizione sarebbe finito e mi verrebbe voglia di salutarvi. Di contro però mi dispiacerebbe non fare il ripasso delle espressioni precedenti. E allora eccovi il ripasso:

    Le voci che leggete sono dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

    Rafaela: Mi sarebbe dispiaciuto se non ci fosse scappato un ripasso.

    Ulrike: infatti anche io di primo acchito avevo pensato che non ci fosse nessun ripasso.

    Lia: a me non viene in mente nulla. Mi rimetto ai vostri consigli.

    Rauno: non ne hai affatto bisogno. Per quanto mi riguarda non c’è più tempo perché siamo a ridosso della fine dell’episodio.

    Irina: se non fosse che mancava ancora il mio contributo. Ci vediamo al prossimo episodio

    428 Essere di un

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    Trascrizione

    Buongiorno, oggi vi stupirò, ne sono sicuro.

    L’episodio di oggi infatti riguarda un utilizzo particolare della preposizione “di“.

    Un uso che probabilmente per un non madrelingua occorre parecchio tempo di pratica della lingua per capire bene e assorbirlo nel proprio linguaggio, che poi è la cosa più importante.

    Vediamo qualche esempio:

    Ho dato una botta con il piede nudo alla sedia. Ho il dito mignolo che mi fa di un male..

    Quindi dopo aver colpito la sedia con il piede nudo, cioè senza scarpe né calze, il dito mignolo del piede (cioè il dito più piccolo) mi fa molto male.

    L’uso della preposizione di serve ad aumentare il senso di dolore (in questo caso si parla di dolore) e la frase diventa un’esclamazione. Potrei anche togliere ‘di’ e il significato non cambia:

    Il dito mi fa un male…

    La preposizione di sottolinea ancora di più la mia sensazione, qualunque essa sia, e lascia immaginare l’ascoltatore il livello raggiunto.

    Molto colloquiale come modalità espressiva, ma veramente molto efficace.

    Vediamo altri esempi:

    Ho visto un bambino appena nato oggi… Mi ha fatto di una tenerezza…

    Si usa non solo con le sensazioni, ma con qualcosa di molto elevato in generale:

    Ho visto un elefante che era di una grandezza immensa!

    È come dire:

    Ho visto un elefante che aveva una grandezza immensa.

    Ho visto un elefante grandissimo!

    Voglio enfatizzare però lo stupore che ho provato, quindi il fine è sempre sottolineare una mia sensazione. Posso enfatizzare qualunque cosa:

    Questo pane è di un fragrante…

    Questa pasta è di un buono…

    Questo cuscino è di un morbido…

    Spesso si usa anche per esprimere giudizi:

    Sei di una stupidità incredibile.

    Ieri sono stato di uno sgarbato unico con te. Scusami.

    Spessissimo segue una frase introdotta da “che”.

    Infine vi faccio notare che – ma sicuramente lo avrete già notato dagli esempi che vi ho fatto – nel parlato spesso non si usa dire il nome della caratteristica, tipo la tenerezza, la grandezza, la stupidità, ma l’aggettivo al maschile singolare: bravo, tenero, stupido ecc. Il senso è lo stesso:

    Sei di una maleducazione (o di un maleducato) che mi viene voglia di prenderti a schiaffi!

    Questo panettone è di una bontà (o di un buono) che me lo mangerei tutto.

    I membri dell’associaizone sono di una bravura (o di un bravo) che vi faccio ascoltare l’ultimo ripasso che hanno fatto:

    Ulrike: Spesso e volentieri quando voglio cimentarmi con un ripasso, di primo acchito mi sento sguarnita di idee e tendo a darmi alla fuga.
    Poi però, memore dell’esperienza con i miei ripassi precedenti e dell’utilità di questo esercizio per il mio apprendimento, mi domando e dico: come sarebbe a dire “sguarnita di idee”? Hai voluto la bicicletta e allora pedala!
    Quindi faccio una capatina nell’elenco della rubrica e ogni volta quale sorpresa! Sono le espressioni stesse che mi danno supporto! E così di volta in volta avete l’occasione per seguire i miei ripassi 😀 .

    427 Il plauso

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    Trascrizione

    Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

    Avete mai fatto un applauso? Credo proprio di sì, perché gli applausi si fanno in molte occasioni, ad esempio al teatro, rivolto agli attori e alla loro prestazione.

    Facile fare un applauso: basta applaudire, cioè battere le mani almeno due volte di fila. Si produce un suono con le mani e questo suono è una manifestazione di apprezzamento e approvazione.

    Si fanno applausi anche durante le premiazioni.

    Ebbene, per manifestare entusiasticamente il proprio consenso si può usare anche il verbo plaudire.

    La differenza con applaudire è che in questo caso non si battono le mani. Non necessariamente almeno.

    Plaudire è sicuramente un verbo che i non madrelingua non usano perché non è molto usato nella comunicazione di tutti i giorni.

    La usano molto spesso i giornalisti, e si usa spesso anche nella comunicazione formale, quando appunto si manifesta un apprezzamento.

    Ad esempio:

    La tua decisione ha ricevuto il plauso di tutta la dirigenza.

    Complimenti per il tuo discorso. Hai il mio plauso.

    A tutti gli infermieri e i medici che hanno lavorato contro il Covid va tutto il nostro plauso.

    In questi casi non c’è un applauso, che si fa con le mani, ma un plauso, che è quindi un apprezzamento in cui non si usano le mani.

    Notate però che i confini tra il plauso e l’applauso non sono così netti, marcati.

    Infatti esiste anche plaudente:

    Dopo lo spettacolo, la folla era plaudente!

    La folla plaudente è un insieme di persone che applaude. Non esiste “applaudente”, ma esiste solamente “plaudente”.

    La folla ha molto apprezzato e ha fatto dunque un grosso applauso. Dunque la folla era plaudente, in quanto ha applaudito.

    Plauso e plaudente si usano molto spesso nella lingua italiana, per il resto però non si usa granché. Si preferisce usare i verbi apprezzare e volendo anche approvare.

    Quindi anziché dire “ti plaudo” si preferisce dire “ti apprezzo”. Plaudire come detto si riserva ad occasioni speciali e importanti, tipo:

    Plaudire è il minimo che possiamo fare per questa tua nobile iniziativa

    Ma adesso è il momento del ripasso:

    Andrè: Ma dimmi tu se stamattina mi sono sbagliato con una paralisi facciale!
    Di primo acchitto ho pensato ad un ictus. Ho visto veramente le brutte fino a quando le Analisi hanno dato il Risultato: paralisi di Bell. Nel Giro di 10 giorni dovrebbe tutto tornare a posto. Ma per non saper né leggere né scrivere continuerò a informarmi.

    426 Per non saper né leggere né scrivere

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    Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

    Per non saper né leggere né scrivere è l’espressione di oggi.

    Un’espressione colloquiale molto usata da tutti gli italiani che si usa in caso di dubbio. Significa “nel dubbio”, o anche “per sicurezza”.

    Quando si ha un dubbio, spesso questo dubbio è legato ad un evento che deve ancora accadere, o a qualcosa che si deve ancora scoprire. In questi casi si può decidere di prendere una decisione per sicurezza, anche se non si sa cosa succederà.

    Questa decisione in qualche modo limita i danni. La scelta che facciamo, la decisione che prendiamo è cautelativa, e la prendiamo anche se continuiamo a avere dei dubbi.

    Ad esempio, se non so se sarò interrogato dal professore domani, per sicurezza è una buona cosa prepararsi bene. Non si sa mai. Giusto? Allora posso dire:

    Io, per non saper né leggere né scrivere, mi preparo lo steso.

    Ovviamente la frase non va presa alla lettera. E’ solo un modo simpatico per esprimere una scelta cautelativa, per stare sicuri, tranquilli, perché non si sa mai. Magari non servirà a nulla, ma nel dubbio meglio prepararsi.

    Altri esempi:

    Non so se sono positivo al Covid, ma per non saper leggere né scrivere meglio non andare dai miei genitori queste feste natalizie.

    Questa espressione è anche un atto di umiltà, ma una finta umiltà, come a dire che io non so fare previsioni, non so cosa succederà, ma nella mia ignoranza so cosa fare. Questa dichiarata ignoranza si esprime con il non saper leggere e scrivere, ma è ovviamente una figura retorica, solo un’immagine quindi.

    Volendo potrei dire “nel dubbio”, o anche “a scanso di equivoci”, che abbiamo già visto, ma forse la frase equivalente più adatta è “per sicurezza”, e anche “in via cautelativa”.

    Tra amici e in famiglia si usa spesso, soprattutto come consiglio. Solitamente non si usa allo scritto.

    Adesso tocca al ripasso di oggi.

    Bogusia: Gianni aspetta quantomeno da tre ore. E non arriva niente. Che ne dite, ci scervelliamo un po‘?

    Rafaela: Io direi che mi gira bene adesso, perché no? Ieri non abbiamo fatto nulla e *tantomeno* oggi.

    Ulrike: Cosa? Dovrei tornare a lavorare? Stai fresca

    Hartmut: Ma dai! È ovvio! In virtù della nostra amicizia e tempo permettendo, ovviamente.

    Emma: È risaputo che facendo le frasi di ripasso, quelle di fissano nella memoria.

    Sofie: E poi sarebbe fuori luogo lasciar correre, e lasciarlo da solo, senza il nostro apporto.

    Irina: Allora perso per perso, scherziamoci su. Tanto non possiamo ovviare a questi problemi con le frasi fatte della lingua italiana. Dobbiamo affrontarle.

    425 Di primo acchito

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    Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

    Oggi, prima di iniziare la spiegazione di una locuzione italiana, ascoltiamo un breve ripasso degli episodi precedenti dove viene usata l’espressione “di primo acchito“, che vi spiegherò dopo. Ascoltiamo un dialogo telefonico tra un ragazzo e i suoi genitori. Si parla del Natale 2020.

    Emanuele (figlio): uè papino! ciao mammina!
    Sedetevi che ho una domanda da farvi e non sarà una RETORICA. . . Non è che CI RESTERETE MALE se non scendo per Natale?

    Anthony (padre) : Ao! ma sei scemo?! O magari ti è DATO DI VOLTA IL CERVELLO? Il Natale e stare tutti insieme in famiglia sono un BINOMIO INSCINDIBILE. Questa tua idea LASCIA IL TEMPO CHE TROVA!

    Xiaoheng (madre) : eh sì, non dire STUPIDAGGINI! A suggerire una cosa del genere NON È COSA! TANTO COMUNQUE se non scendi, salgo io!

    Emanuele: ma, mi state CAZZIANDO? Del fatto che sono giovane e IN QUANTO TALE eventuale portatore asintomatico del virus NON VE NE RENDETE minimamente CONTO? Se pensate che SGARRÒ alle disposizioni del governo così facilmente, correndo il rischio di infettarvi, STATE FRESCHI!

    Anthony: di primo acchito, la tua proposta mi ha lasciato di STUCCO. Ma forse deve prevalere IL BUON SENSO.

    Emanuele: eh già. Non ѐ che voglio stare lontano da voi. Ma il paese è di nuovo allo stremo. E A MALI ESTREMI, ESTREMI RIMEDI!

    Xiaoheng: Mi arrendo. Non PUNTO I PIEDI. Al di sopra di tutto, l’importante è che sopravviviamo a questo brutto periodo. E così, FORTI DI questa esperienza, saremo una famiglia ancora più compatta. Allora ciao carciofino, ché devo chiudere. Ho una lasagna da prepararti. Te la porterà zio Ciro che salirà domani per lavoro.

    Giovanni: dunque avete ascoltato questo breve e divertente dialogo tra un ragazzo, molto saggio e i suoi genitori. Il papà dice che di primo acchito, la proposta del figlio l’ha lasciato di STUCCO.

    Di primo acchito è un’espressione che significa inizialmente, all’inizio. Si tratta della primissima impressione che si ha. Spessissimo la si usa con due t (acchitto), ma la forma corretta è acchito, con una sola t.

    Possiamo usare questa espressione in tantissime occasioni, ogni volta che a seguito di una prima impressione, la sensazione o l’opinione cambia: inizialmente si pensa una cosa e poi un’altra.

    Ad esempio:

    Ho visto una ragazza che di primo acchito sembrava la mia fidanzata, poi in realtà ho visto che non era lei.

    Avevo gli occhiali appannati per via della mascherina, e stavo calpestando un topo che di primo acchito mi sembrava un pezzo di legno.

    Andare ad abitare sulla luna potrebbe di primo acchito sembrare un’assurdità, eppure qualche scienziato ci sta pensando!

    Appare di primo acchito incomprensibile imparare l’italiano senza concentrare troppo l’attenzione sulla grammatica, eppure questi episodi di Italiano Semplicemente mi stanno facendo cambiare idea.

    Un’espressione che si può usare anche allo scritto, ma non in contesti troppo formali. La forma con due t, sebbene scorretta (acchitto), nella forma orale è comunque più diffusa.

    418 – A monte e a valle

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    Giovanni: Oggi vediamo due locuzioni che servono per indicare l’inizio e la fine di qualcosa.

    Le locuzioni in questione sono “a monte” e “a valle” che rappresentano l’inizio e la fine rispettivamente.

    “A monte”, sembra indicare un monte, cioè una montagna. La cosa non è casuale perché la montagna, o il monte è dove nasce un fiume.

    Avete già capito che queste due locuzioni usano un’immagine figurata.

    In realtà si possono usare sia in senso proprio che figurato.

    In senso proprio, dicevo, “a monte” indica la parte più alta del corso di un fiume. Tutti i fiumi scendono dall’alto al basso ovviamente, per effetto della forza di gravità.

    Quindi se vi trovate in un punto qualsiasi del fiume, per capire dove nasce il fiume dovrete andare a monte, dovrete cioè risalire il fiume fino a monte.

    Si usa il verbo risalire i questi casi. E dove è diretto il fiume?

    Tutti i fiumi dono diretti a valle.

    Quando finiamo di scendere il monte significa che siamo arrivati a valle. In Italia ci sono tante valli perché ci sono anche tanti monti. Ogni valle ha un suo nome.

    Quindi a monte e a valle in senso proprio indicano due direzioni opposte, una che rappresenta l’origine del fiume, l’altra dove il fiume termina, quindi è la parte più vicina alla foce, cioè dove il fiume entra in un mare, un lago o un altro corso d’acqua.

    In senso figurato invece si vuole indicare non l’origine di un fiume, ma un altro tipo di origine, come l’origine di un problema, dove nasce un problema.

    Non per forza un problema però. Diciamo che la cosa che conta è che ci sia una serie, breve o lunga che sia, di eventi, legati logicamente tra loro, che si susseguono l’un l’altro.

    Ogni evento ne causa un altro, ne determina un altro. In genere c’è anche un ordine cronologico.

    Vediamo qualche esempio:

    Se vedo un uomo che vive per strada, che non ha una casa, probabilmente a monte ci sono stati dei problemi economici, o magari dei problemi psicologici o anche entrambi. Magari invece a monte c’è stato un problema familiare.

    Voglio quindi indicare l’inizio del problema, il momento che ha dato origine alla situazione attuale.

    Vediamo un esempio con ” a valle”.

    Amazon è un’azienda di servizi grandissima, dove lavorano tantissime persone. A valle della catena dei servizi ci sono i cosiddetti corrieri amazon, che sono coloro che consegnano i pacchi ai clienti.

    Vedere che in questo caso non parliamo di problemi, ma solo di una catena di passaggi successivi che termina con la consegna al cliente da parte di amazon.

    Sono due locuzioni che si usano molto spesso in ambito lavorativo, dove i problemi e i processi non mancano mai.

    A volte si preferisce semplicemente parlare di origine o di inizio o anche di causa.

    Ad esempio:

    In origine, questa casa era un albergo.

    All’origine del problema dell’inquinamento c’è l’estrazione del petrolio.

    L’origine dell’uomo è la scimmia.

    Non si può certamente dire che a monte della casa c’era un albergo.

    Non lo posso fare perché sono cose slegate tra loro. Il motivo per cui oggi c’è una casa normale non risiede nel fatto che prima fosse un albergo. Non c’è una causa e un effetto ma solo un evento precedente uno successivo.

    Invece nel caso dell’inquinamento potrei dire che a monte dell’inquinamento c’è l’estrazione del petrolio. È un processo industriale.

    Posso anche dire che la produzione della plastica avviene a valle dell’estrazione del petrolio. Quindi “a valle” si può spesso tradurre con successivamente, e “a monte” può diventare precedentemente, o in precedenza, ma deve esserci una catena causale (causale, non casuale).

    Le due locuzioni si usano spesso anche in ambito economico e politico.

    Ad esempio posso dire che a monte delle politiche nazionali in Europa ci sono spesso le decisioni prese dalla comunità europea. Ancora più a valle ci sono le politiche regionali e comunali.

    Vedete quindi che spesso non si tratta semplicemente di un prima e di un dopo, ma c’è anche un legame logico oltre che cronologico.

    L’episodio non finisce qui, perché come al solito, a valle di ogni spiegazione della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente c’è sempre un breve ripasso delle puntate precedenti.

    Ulrike:
    Facciamo un breve ripasso di gruppo. Siete in vena?

    Doris:
    Domanda retorica. Vuoi che non abbiamo sempre presente la prima regola d’oro di italiano semplicemente, ossia l’importanza delle ripetizioni per il nostro apprendimento?

    Bogusia :
    Giusto, poi quali membri dell’associazione italiano semplicemente siamo votati alla sua causa.

    Komi:
    Il che non significa che tutto vada dritto, senza intoppi. Bisogna scervellarsi e ci dà di volta il cervello, di volta in volta, con questa caterva di espressioni a portata di mano. Anche oggi però ce l’abbiamo fatta 😀

    417 – Fare tesoro

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    Giovanni: Oggi vediamo l’ultimo episodio della serie memoria e esperienza.

    Abbiamo visto “memore“, poi “reduce” poi “forte” e anche “sulla scorta“.

    L’espressione di oggi è “fare tesoro” si qualcosa.

    La caratteristica di questa espressione è utilità di un’esperienza vissuta, ma non solo di un’esperienza; anche delle parole che ci ha detto una persona.

    Il termine “memore” è più incentrato sulla memoria, “reduce” sull’esperienza vissuta, “forte” si concentra invece su qualcosa che ci rafforza.
    Fare tesoro” invece utilizza la parola tesoro, che esprime ricchezza. Un tesoro è qualcosa da custodire perché è molto prezioso. Quando si dice che dobbiamo fare tesoro di qualcosa ci si riferisce all’utilità, alla grande utilità  che ne deriva.

    Posso fare tesoro di un’esperienza vissuta cercando di non ripetere gli errori commessi.

    Se invece faccio tesoro dei consigli di un amico allora cerco di seguirli, di metterli in pratica

    Far tesoro si usa spesso quando si parla di consigli e di esperienze, quando si vuole sottolineare la loro utilità. Si usa anche quando si fanno le promesse: “farò tesoro dei tuoi insegnamenti”.

    Tradurre “fare tesoro” come “tener conto” non è del tutto esatto perché “tener conto” è, diciamo, privo di sentimento, una modalità troppo fredda, senza emozione.

    Infatti “tener conto” si può usare anche al posto di “non dimenticare“, oppure al posto di “bisogna considerare” quindi non parliamo necessariamente di esperienze vissute che possono tornare utilissime nel futuro.

    Un ultimo esempio:

    Se siete curiosi della cucina italiana, se venite in Italia e vi capita di assistere alla preparazione di qualche specialità italiana, fate tesoro di ciò che vedete perché potrete provarci anche voi in futuro.

    Attenzione poi perché non si deve inserire nulla tra “fare” e “tesoro” in quanto questa è una espressione ormai cristallizzata e va usata in questo modo. Non è la stessa cosa “fare un tesoro” o “fare il tesoro” eccetera.

    Adesso che ne dite se facciamo tesoro di quanto imparato negli episodi precedenti? La parola a Bogusia.

    Bogusia: Sulla scorta di quanto hai detto poc’anzi sulle pietanze italiane, di punto in bianco mi sono ricordata di una vicenda avvenuta quando, assieme a qualche mio compatriota, viaggiavamo alla volta dell’Italia. Si dà il caso che alcuni di loro siano rimasti sbigottiti del fatto che si mangiasse la pasta come primo piatto. Infatti in Polonia il primo piatto è sempre la zuppa (tra parentesi la facciamo buonissima).
    Comunque, visitando un altro paese, bisogna avere contezza delle sue usanze ed accettarle. Forte della flessibilità che contraddistingue il mio carattere (sono del segno dei pesci), appunto per la mancanza della stessa flessibilità ho dovuto cazziarli, e ricordare loro che bisognerebbe badare a non lamentarsi ma accettare la cultura di ogni paese. Sono stata restia di essere accondiscendente. Nonostante la mia cazziata, cercare di cambiare le persone lascia il tempo che trova.
    Che volete, la gente è quello che è. Pazienza!

    416 – Sulla scorta

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    Giovanni: Abbiamo quasi finito di spiegare una serie di modalità molto simili tra loro.

    Abbiamo iniziato con “memore“, poi abbiamo visto “reduce” poi “forte“. Rimangono due modalità simili per riferirsi alle esperienze vissute in passato.

    Oggi vediamo “sulla scorta“. E’ molto simile alle precedenti. La meno prossima tra quelle che abbiamo già visto è  “memore”, che è quella che più fa riferimento alla memoria. Quindi sempre del passato parliamo, ma spesso memore richiama un passato molto lontano, e non sempre si tratta di esperienze personali. “Sulla scorta” si usa spesso in ambienti lavorativi.

    Infatti c’è poca emozione in questo caso e il singolo individuo è meno coinvolto. Sulla scorta vuole la preposizione di, e “sulla scorta di” equivale a “in base a“.

    Attenzione perché in questo caso non sempre si parla di passato. O meglio si tratta di un momento precedente ad un altro, ma questo momento può anche essere futuro.

    Faccio un esempio per capire immediatamente:

    In una classe di studenti, il professore potrebbe dire:

    Deciderò la difficoltà dei compiti da assegnarvi sulla scorta del vostro livello raggiunto col passare del tempo.

    .Questo significa che il professore, prima di decidere quale compito assegnare di volta in volta, aspetterà di vedere i risultati del compito precedente.

    E’ esattamente come “in base a“, o anche “basandosi su“.

    A me non piace molto come locuzione, comunque si usa il termine “scorta” perché questo termine viene usato, se ci pensate, anche per indicare una sorta di aiuto, qualcosa che può essere utile, come la “ruota di scorta” che è utile se ci capita di forare uno pneumatico della nostra auto. Le “scorte alimentari” invece hanno la funzione di essere utilizzate quando abbiamo fame.

    Quindi sulla scorta di qualcosa indica qualcosa da usare, qualcosa di cui tenere conto. Sulla scorta in definitiva equivale a:

    In/sulla base a/di

    tenendo conto di

    Alla luce di

    Vediamo qualche esempio:

    Dobbiamo terminare il lavoro sulla scorta di quanto abbiamo fatto ieri.

    Equivalente a:

    Dobbiamo terminare il lavoro sulla base di quanto abbiamo fatto ieri.

    Dobbiamo terminare il lavoro alla luce di quanto abbiamo fatto ieri.

    Dobbiamo terminare il lavoro tenendo conto di quanto abbiamo fatto ieri.

    In questo esempio, a differenza di prima, ci riferiamo a ieri, quindi al passato.

    Altro esempio:

    Coronavirus: Il Governo deciderà le regole da rispettare per il 2021 sulla scorta dei dati di fine anno 2020

    La decisione di fare la riunione dei membri di Italiano Semplicemente nel 2021 in Italia sarà presa sulla scorta del livello di sicurezza che sarà raggiunto.

    Giovanni, sulla scorta delle indicazioni dei membri dell’associazione, deciderà la data più opportuna per incontrarci nel 2021.

    Bene adesso ripassiamo un po’:

    Doris: Hai fatto bene a parlare della riunione dei membri, perché probabilmente ci sarò anch’io. Te lo faccio saper nel giro di un mese, ma deciderò anche sulla scorta di quello che dicono gli altri.

    Ulrike: Io ci resterei male però se non si facesse la riunione neanche quest’anno.

    Rafaela: avrei in mente una mandrakata, ve la dico?

    Komi: Magari!,Io pur di venire in Italia farei anche le magie nel 2021.

    Rafaela: Ecco cosa ho pensato: noi intanto prenotiamo, così i prezzi sono più bassi, che ne dite? Pensate che questa proposta abbia il suo perché?

    Sofie: un’idea ottima idea. Ma dopo cotanta idea, adesso Giovanni datti da fare se tutti siete d’accordo!

    Giovanni: Benissimo. Poi dice a che servono i ripassi!

     

     

     

     

     

    415 – Forte di

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    Giovanni: oggi, cari amici, ci occupiamo dell’espressione “forte di”. Vorrei farlo ancora una volta con l’aiuto dei miei amici e membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Se siete d’accordo eh?

    Olga: io ci sto. Anche se mi è rimasto un dubbio sul termine reduce. Si può usare in senso positivo?

    Giovanni: si, si può fare infatti “essere reduci da” molto spesso si usa al posto di “venire da“, quindi semplicemente citando qualcosa di vissuto, un’esperienza positiva o negativa.

    Ad esempio nello sport posso dire che una squadra è reduce da 10 vittorie consecutive. Si può fare. Non è tanto la memoria in questo caso la protagonista, ma ciò che è appena accaduto, cioè le ultime esperienze vissute. Vero Max?

    Max: invece l’espressione di oggi Giovanni, “forte di” cosa ha a che fare con la forza?

    Giovanni: Ok, grazie della domanda. Ci sono altre domande?

    Ulrike: ciao Gianni. Avevi annunciato un episodio sulla locuzione “forte di”. Allora ho dato un’occhiata su google ed ho visto che ci sono significati diversi! C’è un utilizzo particolare di cui vuoi parlare?

    Giovanni: grazie anche a te Ulrike. Bella domanda.

    Normalmente trovate frasi come:

    Sono più forte di te

    Sono più forte di prima

    Sono molto forte di cuore

    Siamo la squadra più forte del Campionato

    Eccetera.

    In questo episodio invece “forte di” è legata all’esperienza o a qualcosa che ci rende più forti, ma non fisicamente. Dopo “di” dobbiamo indicare la cosa che ci rafforza, la cosa che ci dà forza. “forte di” , in questo caso è esattamente come “rafforzato da”.

    Ha a che fare con la forza perché l’esperienza vissuta in passato ci rende più forti. Soprattutto se in futuro ci ricapita di vivere esperienze simili.

    Irina: e quale verbo si usa in questo caso? Sempre il verbo essere come con memore e reduce?

    Giovanni: si Irina, e anche il verbo fare: essere forte e farsi forte. Ma anche nessun verbo.

    Vi faccio alcuni esempi.

    I lavoratori hanno fatto un accordo molto favorevole con l’azienda. Forti dell’accordo raggiunto, ora possono essere soddisfatti.

    Sofie: ho una domanda sulla preposizione da usare: stavolta è “di” e non “da”. Perché? Con reduce usiamo “da” invece.

    Giovanni: Ottima domanda Sofie. Con reduce usiamo “di” nel caso in cui reduce è sostantivo, tipo: “i reduci di guerra”. Invece quando è aggettivo usiamo “da”: “siamo reduci da una brutta esperienza”. Ad esempio. Usiamo “da” perché veniamo da una brutta esperienza.  “I reduci” invece hanno l’articolo, quindi è sostantivo.

    Quindi stavolta usiamo di perché la forza viene imputata a un particolare motivo. Ad esempio:

    Forte dell’esperienza vissuta

    Forte di un successo avuto

    Forte di molti anni di studio

    Eccetera.

    Poi c’è un’altra cosa da dire. La preposizione “da” è più adatta per indicare la provenienza, quindi anche le esperienze vissute, il passato, ciò che viene prima in generale.

    Invece in questo caso vogliamo riferirci a ciò che ci rende forti. Vogliamo indicare quello che ci è utile adesso. E per indicare qualcosa la preposizione di è più adatta.

    Xiaoheng: Quindi adesso potrei dire che, forte di questa spiegazione, sento che potrei subito usare questa locuzione. Ho detto bene?

    Giovanni: perfetto cara Xiaoheng. Vedi come ho imparato bene la pronuncia del tuo nome, forte di tanti tentativi?

    Komi: riguardo all’uso del verbo fare, “farsi forte” di qualcosa è diverso da “farsi forza”?

    Giovanni: infatti caro Komi, molto diverso. Farsi forza significa farsi coraggio, incoraggiarsi. Si può dire a una persona che non sembra avere la forza di affrontare qualcosa. Se devi fare un esame ma hai paura di non superarlo io posso dirti:

    dai, fatti forza e vedrai che ce la farai

    Questo però non c’entra nulla con la frase di oggi ma hai fatto bene a fare la domanda.

    Allora se avete altre domande, fatevi forza e fatele.

    Carmen: sembra che farsi forte di qualcosa, se ho capito bene, vuol dire utilizzare questa cosa come principale argomento a proprio vantaggio.

    Giovanni: proprio così Carmen. Ad esempio io, che sono il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, posso farmi forte di questa posizione per decidere quale sarà il prossimo episodio di cui ci occuperemo.

    Vedete che in questo caso non parliamo neanche di un’esperienza passata, ma stiamo solo indicando la cosa che mi rende forte. Questo è un motivo in più per usare la preposizione “di” e non “da”. Questo la rende simile all’espressione “in virtù di” che abbiamo spiegato nell’episodio 231 di questa rubrica.

    Bene, credo che abbiate abbastanza su cui riflettere. Nel prossimo episodio vediamo insieme “sulla scorta di” e vedrete che, forti degli episodi precedenti tutto sarà più facile. Un saluto e grazie a tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente che mi hanno aiutato oggi.