519 Una volta per tutte

Una volta per tutte (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Buongiorno, oggi vediamo la differenza tra:

una volta per tutte

una volta per sempre

una buona volta

una volta tanto

Ringrazio Xhiaoheng per la domanda. Xhiaoheng è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ci siamo già occupati del termine volta, e a dire il vero lo abbiamo fatto più volte!

La prima volta lo abbiamo fatto nell’episodio 117, la seconda volta nell’episodio 184 (col verbo svoltare), la terza volta con”dare di volta il cervello” (episodio 260), poi anche nell’episodio 262, quando si è parlato della locuzione “alla volta di” e infine nella locuzione di volta in volta, episodio 328.

Allora iniziamo a rispondere alla domanda di Xhiaoheng. Le 4 frasi in questione hanno a che fare con i problemi e somigliano tutte a “finalmente“.

Una volta per tutte” indica qualcosa che si deve fare per risolvere un problema definitivamente.

Si usa quindi quando c’è un problema e una decisione che potrebbe finalmente risolvere questo problema in modo definitivo.

Ma questa decisione non viene mai presa. Allora posso dire:

È arrivato il momento che tu parli con tuo marito, una volta per tutte.

Te lo ripeto, ma che sia una volta per tutte: sono sposato. Ti prego di non darmi più fastidio!

Quando ci parli col direttore per chiedergli un aumento di stipendio? Vuoi farlo oggi una volta per tutte?

Ho due denti cariati che mi fanno molto male da un mese. Ho paura del dentista ma devo andarci una volta per tutte, così sparirà il dolore.

Una volta per sempre” ha un significato molto simile, ma si utilizza soprattutto per commentare un episodio accaduto che si trascinava da tempo.

Finalmente ho superato l’esame di italiano e mi sono tolto il problema una volta per sempre.

Spessissimo comunque viene usato allo stesso modo di “una volta per tutte”. Usate liberamente queste due modalità a scelta.

La terza frase è “una buona volta” , una locuzione ancora simile, che però esprime un’emozione, una certa irritazione per questa decisione che non viene mai presa. Usata quando si desidera o si attende con impazienza qualcosa.

Quindi:

Ti vuoi star zitto una buona volta?

La vuoi smettere una buona volta di chiamarmi di notte?

Attenzione perché “la volta buona” si usa diversamente dalla “buona volta”.

Infatti “la volta buona” si usa per indicare l’occasione giusta per risolvere un problema, o anche per indicare la speranza che il problema sia definitivamente risolto:

Dopo tre bocciature, domani sarà la volta buona che superi l’esame di italiano? Così almeno puoi dimenticare questo esame una volta per tutte. Ma vuoi metterti a studiare una buona volta?

Infine c’è “una volta tanto”, locuzione che indica qualcosa che accade molto raramente. Qualcosa di positivo. Esprime però anche rassegnazione, o speranza, o impazienza, o sollievo:

Una volta tanto abbiamo avuto fortuna.

Chissà se vinceremo, una volta tanto. Magari!

Simile ancora a “finalmente” , ma è riferita a una singola occasione. Non stiamo parlando di un problema risolto per sempre.

È quasi uguale a “una buona volta”, però “una volta tanto” sottolinea l’occasione rara (non accade quasi mai) che si è verificata o la speranza che accada, mentre “una buona volta” si usa più quando si è arrabbiati o impazienti per qualcosa che non accade mai.

Allora, ancora una volta non sono riuscito a fare un episodio breve come mi ero prefisso. La prossima sarà la volta buona?

Ve lo dico una volta per tutte però: la precisione non è mai stata il mio forte! Volete capirlo una buona volta?

Khaled: digiunando di mia volontà, non voglio avere torto lamentandomi con chicchessia.
Siamo negli ultimi 10 giorni del mese di Ramadan, quindi tutto sommato, meglio evitare di fare litigi con qualsiasi persona, quand’anche si subisca un torto o danno da questi.
In questi giorni, quando ci si sente offesi, è meglio dire sono un uomo in fase di digiuno , rivolgendosi a Dio con le invocazioni seguendo i riti del mese sacro.
Dobbiamo sentirci all’altezza dal punto di vista spirituale, per il fatto che c’è una notte che vale più di mille mesi di preghiera.

518 IL PARTICIPIO PASSATO DEI VERBI RIFLESSIVI

IL PARTICIPIO PASSATO DEI VERBI RIFLESSIVI (scarica audio)

IL PARTICIPIO PASSATO DEI VERBI RIFLESSIVI

Trascrizione

Giovanni: Affrontiamo una questione che riguarda solo i verbi riflessivi. Sapete che i verbi riflessivi sono quei verbi che, detto in modo semplice, si riflettono su sé stessi, cioè si rivolgono su chi parla, tipo pettinarsi, asciugarsi, sposarsi e mangiarsi (una pizza ad esempio!). Ci sono diversi tipi di verbi riflessivi, ma tutti i verbi riflessivi sono accompagnati da un pronome riflessivo: mi, ti, si, ci, vi.

Es:

Io mi lavo le mani

Tu ti asciughi i capelli

Lei si mangia la pizza

Noi ci guardiamo

Voi vi addormentate

Loro si congratulano con me

I verbi riflessivi hanno una particolarità: il participio presente e passato possono dare molti problemi ai non madrelingua.  In questo episodio mi interessa soprattutto il participio passato, che si usa decisamente di più.

Vediamo qualche esempio:

Verbo rivelarsi. Il participio passato è “rivelatosi“, che significa “che si è rivelato”.

Es:

Ho creato un sito web per insegnare l’italiano, rivelatosi molto utile tra gli stranieri.

Posso dire ugualmente:

Ho creato un sito web per insegnare l’italiano, che si è rivelato molto famoso tra gli stranieri.

E’ la stessa cosa, non cambia nulla.

Ovviamente se parlo di qualcosa che è femminile, diventa rivelatasi, mentre al plurale diventa rivelatisi e rivelatesi rispettivamente.

La nostra collega, rivelatasi inaffidabile, è stata licenziata (rivelatasi = che si è rivelata)

I nostri colleghi, rivelatisi inaffidabili, sono stati licenziati (rivelatisi = che si sono rivelati)

Le nostri colleghe, rivelatesi inaffidabili, sono state licenziati (rivelatesi = che si sono rivelate)

Questo vale per tutti i verbi riflessivi e solo per questi verbi.

Esempi:

Ho preso una medicina che si è dimostrata inefficace.

Posso dire:

Ho preso una medicina dimostratasi inefficace.

Ho usato il verbo “dimostrarsi“.

Oppure:

Giovanni e Margherita, sposatisi nel 2005, ebbero un figlio di nome Emanuele  

Ho usato il verbo sposarsi. Uso “sposatisi” e non “che si sono sposati” perché è più veloce. Ma non è obbligatorio. 

Tempo fa, sentitomi male dopo aver mangiati i funghi ho chiamato l’ambulanza 

Ho usato “sentirsi male”. 

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente, esercitatisi alla fine di ogni episodio della rubrica e abituatisi a parlare, hanno migliorato gradualmente il loro livello di italiano. 

Emma: Ero giù di corda per via del mio italiano che non migliorava, e avrei buttato tutto in vacca, sennonché, per mero caso, mi sono imbattuta in Italiano Semplicemente. Ho avuto lo scrupolo di approfondire, dacché, dal quel momento, ho cambiato registro in toto.  

Hartmut: Ah si? In che senso? Dai, non tenermi sulle spine. Spiegamelo meglio, sono tutt’orecchi. 

Emma: Guarda, non ti so dire come è andata di preciso. Il metodo ha un certo non so che che magicamente ti manforte a giostrare la lingua in maniera efficace e senza stress. Così, tappa dopo tappa, il mio italiano sta prendendo forma. 

Anthony: Sai, da illo tempore non sento cotanto entusiasmo, ma io non mi fido per natura, quand’anche mi sforzi. Mica mi stai prendendo per i fondelli? 

Emma: Macché! Come sarebbe a dire che ti prendo per i fondelli? Ma guarda tu! 

Irina:  Su! Non prendertela per così poco. Questa sera vieni da me e facciamo una capatina insieme nel sito di Italiano Semplicemente.  

Emma: Questa sera? No, non posso. Mi tocca accompagnare mia suocera a fare la vaccinazione. Ormai si è fatta la mezza, male che vada magari facciamo un pranzo spartano al bar qui vicino, ti va?

Irina: Se mi va? Ma certo, su questo non ci piove. A dopo!

 

517 Non ci piove

Non ci piove (scarica audio)

 

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qui non ci piove

Trascrizione

Non tutti gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente sono della durata di due minuti, e su questo non ci piove, ma prometto che stavolta ce la farò.

“Su questo non ci piove” è un’espressione, un detto col quale si afferma una certezza, qualcosa di certo, di sicuro, qualcosa sulla quale non abbiamo dubbi. Un’espressione ovviamente colloquiale. Potete anche dire “qui non ci piove!“, dove “qui” non indica un luogo riparato, dove non può cadere la pioggia, ma, come detto una certezza.

Non si ha però certezza sul motivo di questo modo di dire. Perché si dice che non ci piove? Forse la pioggia rappresenta l’incertezza, la precarietà, oppure ci si riferisce alla “pioggia di critiche“, espressione che indica una elevata quantità di critiche. Non si sa in realtà.

Non importa l’origine comunque. L’importante è che anche col tono si esprima sicurezza e certezza in ciò che si dice.

Ho ragione io, su questo non ci piove!

Ho visto Giovanni, sono sicuro che era lui. Su questo non ci piove!

Irina: Oggi ho litigato con un tizio per il parcheggio oggi. *Per quanto,* credo avesse ragione lui. Ma mi sono innervosito *per via* del suo tono scortese, e mi è partito un insulto!

Mariana: vedi di munirti un po’ di pazienza per non finire col passare dalla parte del torto. 

Emma: vedi un po’! Senno c’è rischio che tu possa finire in galera!. 

Irina: invece l’avrei anche mandato a quel paese, senza neanche dire una mezza parola. 

Khaked: ragazzi, smorzate i toni e andateci piano. Siamo nel mese più sacro di Ramadan, cerchiamo pertanto di essere all’altezza di Dio, senza fare torto a chicchessia.

 

516 Il torto

Torto (scarica audio)

torto

Trascrizione

Oggi parliamo del torto, che è un termine strano perché ha un sacco di significati diversi. In ogni caso si pronuncia con la o aperta.

Gli utilizzi più comuni però sono tre, tutti molto utilizzati. Il senso si comprende a seconda del verbo che si usa.

Infatti “avere torto“, ad esempio, è il contrario di avere ragione.

Io ho ragione e tu hai torto!

Molto utilizzata è soprattutto la frase “non avere tutti i torti” per indicare che c’è qualcosa di vero in quello che dice una persona.

E’ importante sapere che “avere torto” si può anche dire “essere in torto“, oppure “essere dalla parte del torto“.

Poi c’è dare torto.

Se io riconosco che tu hai ragione, allora io “non ti do torto“, o “non posso darti torto” mentre se non sono d’accordo con te devo darti torto, che è come contraddire una persona, cioè esprimere opinione contraria alla sua.

Fondamentalmente avere torto e dare torto si usano quando le opinioni, con le quali si può essere d’accordo o meno, sono accompagnate da pretese: qualcuno pretende qualcosa, crede di aver ragione o più spesso crede di aver diritto a qualcosa, ma questa persona ha torto. Oppure non ha affatto torto, perché le sue pretese sono legittime. Come dargli torto in questo caso?

In questi casi si usano spesso anche le locuzioni “a torto” e “a ragione” e dovete stare attenti perché non si tratta stavolta del verbo avere. “A torto” e “a ragione” si scrivono senza la lettera acca. “A” è la preposizione semplice.

Es:

Giovanni pretende di essere rispettato a ragione.

Vuol dire che le sue ragioni sono fondate, vuol dire che Giovanni fa bene a pretendere rispetto, perché sta nella ragione.

Io, dopo 20 anni di lavoro, a ragione pretendo un aumento di stipendio.

Anche questa non sembra una richiesta ingiusta.

Mario si lamenta a torto.

Quindi non è opportuno che Mario ai lamenti. Non fa bene Mario a lamentarsi.

A torto” significa senza avere una ragione valida, quindi indica l’infondatezza o l’inopportunità di un atto o di un’opinione o di una presa di posizione.

Sofia crede, a torto, che io abbia qualcosa contro di lei.

Quindi, cara Sofia, io non ho niente contro di te. Se lo credi lo fai a torto.

Posso anche usare entrambe le locuzioni nella stessa frase. Una cosa che avviene spesso:

A torto o a ragione, chi rompe paga.

Cioè: non importa se hai torto o ragione. Ciò che si rompe si paga sempre.

Passiamo al secondo uso più frequente. Si usano in questo caso soprattutto i verbi fare e subire.

Fare un torto e subire un torto.

In questo caso un torto è un’ingiustizia, un’azione ingiusta o almeno immeritata. A volte anche semplicemente ingiuriosa.

Quando facciamo un torto ad una persona abbiamo una mancanza nei suoi confronti. Facciamo o diciamo qualcosa di ingiusto, a volte non apprezzando nel modo dovuto il suo operato, altre volte trattando diversamente una persona dalle altre, senza motivo.

Bisogna combattere per difendere i più deboli e riparare i torti subiti.

I torti quindi si fanno e si subiscono, cioè si ricevono e sono sempre ingiustizie.

Si usa molto spesso dire:

Non far torto a nessuno

Si usa quando si vuole trattare tutti allo stesso modo.

Es:

Per non far torto a nessuno, tutti avranno 2 ore per finire il compito.

Bisogna stabilire chi ha diritto a vaccinarsi per primi, senza far torto a nessuno.

Notate che fare un torto non significa essere in torto, cioè avere torto. Nel primo caso è un’ingiustizia, nel secondo caso si tratta di aver ragione oppure torto.

Il terzo uso di “torto” è quando uso il verbo torcere, che significa avvolgere qualcosa su sé stesso una o più volte, con un movimento a spirale. Si può torcere un filo, torcere la biancheria, dopo averla lavata, per farne uscire l’acqua.

Si usa soprattutto nell’espressione “torcere un capello” che significa far del male fisicamente. Ovviamente “torto” è il participio passato. Si usa soprattutto con la negazione: non torcere un capello, col senso di non fare alcun male.

Non ti abbiamo torto un capello!

Cioè non ti abbiamo fatto male, non ti abbiamo neanche toccato, non ti abbiamo causato nessun danno fisico.

Non ho mai torto un capello ai mei figli, neanche quando mi hanno fatto molto arrabbiare!

Il mio cane è buonissimo e non ha mai torto un capello a nessuno.

Allora adesso se qualcuno mi fa notare che abbiamo ampiamente superato i due minuti, non posso sicuramente dargli torto, ma a torto o a ragione, ho ritenuto necessario essere esaustivo su questo argomento. Non voleva essere un torto nei vostri confronti. Questo significa che non c’era la volontà di fare un torto a nessuno.

Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri dell’associazione di produrre un bel ripasso.

Mariana: Di nuovo ci chiami in causa per un ripasso? Queste richieste, caro Giovanni non le reggo più.

Irina: Ma va’!! Io mi domando e dico: è mai possibile un atteggiamento così restio?

Emma: Infatti, dopo tutti gli episodi che ci offre, siamo in debito con lui!

Giovanni: beh, io non so chi abbia torto o ragione, ma grazie a tutti del ripasso ugualmente.

514 La mossa e le mosse

la mossaLa mossa e le mosse (audio)

Buongiorno ragazzi, oggi ci soffermiamo sui termini mossa e mosse, che è il plurale.

Cosa sono le mosse?

Sembra un sostantivo vero? Infatti c’è l’articolo.

Mosso però è il participio passato del verbo muovere, quindi indica movimento.

Infatti una mossa è proprio questo: un movimento di una persona o di un animale o anche del movimento di una parte: un braccio, una gamba eccetera.

Quindi una mossa è come un atto, un gesto, un movimento appunto.

Quando si usa?

Si può usare ad esempio come sinonimo semplice di movimento, in genere accompagnato da un aggettivo che descrive questa mossa. Generalmente un movimento singolo e rapido, ma non solo:

Il bambino ha fatto una mossa brusca col braccio e si è fatto male

Il mio collo ha fatto un’insolita mossa

Ho avuto una mossa involontaria col piede e ho rotto la sedia

Franco mi ha fatto una mossa con la testa e io ho capito che era d’accordo

Mentre parla, Mario fa molte mosse con la testa

Ma oltre che indicare un singolo movimento fisico del corpo o di una parte del corpo, le mosse sono anche dei comportamenti, degli atteggiamenti, in genere indicano qualcosa di negativo, ma non sempre:

Lucia somiglia alla madre anche nelle mosse

Come a dire che Lucia si comporta fisicamente come la madre, sembra la madre quando si muove.

Non fare tutte quelle mosse, con me non funziona.

Qui si intende, con mosse, proprio un modo fi fare, un atteggiamento finto, forzato, a volte una finta gentilezza, ma esagerata. Tanto esagerata che si riconosce.

Giovanna fa sempre troppe mosse con i ragazzi della sua età. Non è per niente naturale

La mossa è anche un movimento iniziato ma non terminato:

Mario ha fatto la mossa di darmi uno schiaffo ma poi si è fermato

Mi hai invitato a cena ma non hai neanche fatto la mossa di pagare il conto. Che maleducato.

Da questo esempio “una mossa” si capisce come indica l’intenzione di fare qualcosa. Posso anche dire:

Non doveva pagare lui, ma a me bastava la mossa!

Posso usare anche “gesto” in questo caso.

In ogni caso si sta parlando di manifestare, mostrare una intenzione, una volontà di fare qualcosa. Il verbo da usare è fare: “fare la mossa di” seguito dal verbo all’infinito.

Poi, una mossa si usa anche in alcune espressioni tipo:

Datti una mossa!

Cioè: sbrigati, muoviti, fai in fretta. Questo è “darsi una mossa“.

Ma le mosse (al plurale) si posso dare anche agli altri. “Dare le mosse” significa spingere, stimolare a fare qualcosa. Ad esempio:

Il sito Italianosemplicemente.com darà probabilmente le mosse a qualcuno per insegnare la propria lingua con lo stresso metodo.

Il tuo esempio darà le mosse anche ad altri

In realtà non solamente una persona può dare le mosse.

La pandemia ha dato le mosse all’Italia per una forte innovazione tecnologica e digitale.

Un significato interessante è poi quello che deriva dalla strategia. Nel gioco degli scacchi, quando si muove un pezzo sulla scacchiera, quella è una mossa:

Tocca a te fare la mossa, poi tocca a me.

Che mossa fai adesso?

Adesso muovo il cavallo! Questa è la mia mossa.

Sono bravissimo, ti faccio scacco in tre mosse!

Allora ogni volta che si parla di strategia, questa parola “mossa” indica bene un’azione che un individuo o un gruppo compie scegliendola tra le varie possibili.

La prossima mossa del governo sarà quella di abbassare le tasse

Oggi compirò la mossa decisiva a scuola: mi farò interrogare in matematica!

Non sarà una mossa azzardata licenziarsi dal tuo lavoro?

Bravo, questa sì che è una bella mossa!

In amore si dice sia l’uomo che deve fare la prima mossa

In senso figurato esistono infine varie espressioni, in cui si usa soprattutto il plurale: mosse.

Prendere le mosse” ad esempio, che significa iniziare a fare qualcosa (in genere iniziare a parlare) partendo da un punto di riferimento, o anche prendere a modello, prendere a esempio, simile a prendere lo spunto, che abbiamo già visto.

Il presidente, appena iniziato il discorso, ha preso le mosse dalle ultime vicende europee.

Quindi il presidente ha iniziato a parlare agganciandosi alle ultime vicende europee, a qualcosa che ultimamente è accaduto a livello europeo.

“Prendere lo spunto” è spesso più simile a “imitare”, invece “prendere le mosse” va usato proprio nel senso di agganciarsi a qualcosa, anche come un semplice “iniziare“, o “dare inizio“, o “fornire l’occasione giusta“. E’ più elegante però.

Nel mio racconto prendo le mosse dal 2019, quando è iniziata la pandemia

L’indagine ha preso le mosse da un altro procedimento penale che era già in corso

Il nostro progetto ha preso le mosse nel 2015 e da allora non ci siamo più fermati

Si tratta quindi di un modo diverso per indicare un inizio.

Se ci pensate, molto spesso accade che prendere e dare le mosse hanno lo stesso utilizzo:

Se si prendono le mosse da qualcosa o da qualcuno, è questo qualcosa o qualcuno che dà le mosse.

Se io prendo le mosse da te, tu dai le mosse a me.

Dipende quindi dal punto di vista da cui si guarda.

La pandemia ha dato le mosse ad una forte innovazione tecnologica

L’innovazione tecnologica prende le mosse dalla pandemia

Adesso ripassiamo: chi fa la prima mossa?

Sofie: la faccio io la prima mossa. Perché non rispolveriamo qualche espressione passata? Non fosse che per impressionare tutti sulle nostre capacità linguistiche?

Emma: Mi sta bene, ti darò manforte anche perché fortuna vuole che avevo questa frase pronta da illo tempore!

Hartmut: Io non mi preparo mai prima, ma non è una cattiva idea. La prossima volta lo farò anch’io, sperando di essere all’altezza della situazione.

Mariana: vabbè, tanto siamo qui apposta per migliorare no? E’ normale fare errori, vivaddio!

513 Togliersi un sassolino dalla scarpa

Togliersi un sassolino dalla scarpa (scarica audio)

Giovanni: Vi ricordate dello sfizio?

Ebbene, una forma particolare di sfizio è quella che consiste nel togliersi un sassolino dalla scarpa.

Lo sfizio, abbiamo detto, è qualcosa che si toglie, qualcosa che vogliamo toglierci. Anche i sassolini dalla scarpa è qualcosa che possiamo toglierci, che possiamo estrarre, tirar via dalla nostra scarpa.

Sono fastidiosi i sassolini quando entrano nelle scarpe, non è vero?

Per questo motivo non vediamo l’ora di toglierceli per ricevere questa soddisfazione.

Questa ovviamente è un’immagine figurata ma rende molto bene l’idea del fastidio.

Questa espressione si può usare quando non ce la fate più a sopportare una situazione. In genere si tratta di dire qualcosa a qualcuno tipo:

È un po’ di tempo che voglio dirti che non ti sopporto più!

Caro direttore, le posso dire una cosa? Lei è veramente un ignorante!

Ahhhhh, finalmente mi sono tolto questo sassolino dalla scarpa!

Adesso ripassiamo un po’ qualche espressione precedentemente spiegata.

Mariana: Ciao Irina, come stai? Senti, mi sto preoccupando, non parliamo da illo tempore.

Irina. Scusa Mariana, ero occupatissima. Sai, mi sono messa in proprio: Un piccolo caffè aperto solo da pochi giorni. Non ti dico guarda! È una mera pazzia con questa burocrazia.

Mariana. Davvero? Con questa notizia mi hai preso alla sprovvista. Allora adesso sei felice di brutto Finalmente ha preso corpo quello che sognavi già da tanto tempo. Beata te!

Irina: sono felice e ne ho ben donde. Infatti ho dovuto munirsi di pazienza, e dare fondo a tutte le forze per scavalcare le difficoltà burocratiche.

Mariana. Capisco, posso immaginarmelo. Adesso so perché avevi il tempo così risicato.

Irina: Eccome! Non si può eludere nessun obbligo dovendo avere tutte le carte in regola.

Mariana: E purtroppo bisogna mettere anche dei paletti al divertimento. Manca il tempo per togliersi lo sfizio di uno svago. Quasi vivessi solamente per il lavoro.

Irina: eh già, ma adesso bando alle ciance, perché non ci incontriamo e prendiamo un caffè insieme? Ti aspetto nel mio caffè. Se tanto mi dà tanto avremmo molto da raccontarci.

Mariana: Con tanto piacere. A dopo allora. Sto scalpitando di vederti.

512 All’altezza

All’altezza (scarica audio)

Giovanni: Siamo arrivati all’episodio n. 512 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo dell’altezza. Precisamente parliamo di “essere all’altezza“, una locuzione che può essere usata in due modi diversi.

Prima di tutto, essere all’altezza di qualcuno, cioè di una persona, significa essere al suo livello.

Ad esempio posso dire:

Un pugile ha dimostrato di essere all’altezza del suo maestro.

Oppure:

Un pugile si è dimostrato all’altezza del suo maestro.

Queste due frasi, che hanno lo stesso significato, vogliono dire che un pugile ha dimostrato di essere un atleta bravo come il suo maestro.

Se parlo di qualcosa, e non di qualcuno:

Non sono all’altezza di fare questo esercizio

In questo caso sto dicendo che non sono in possesso dei requisiti per fare questo esercizio, ma si usa normalmente quando si parla di sfide e di compiti. Non sono all’altezza di affrontare questo compito, questa sfida:

In entrambi i casi, si ha un livello di riferimento. Questo livello è rappresentato da una persona (come “il suo maestro”) o la difficoltà di una sfida. 

Hai le capacità di superare questo livello? Ce la puoi fare? Allora sei all’altezza. Altrimenti non sei all’altezza di questo compito o di questa persona.

Normalmente, quando si vuole indicare un livello da superare, come un livello di preparazione o di bravura, si usa “essere in grado” di fare qualcosa, cioè essere capace di fare questa cosa.

Ma se si parla di altezza si parla di qualità globali, spesso anche morali. L’altezza viene spesso legata all’animo, alla moralità, alla magnanimità o alle facoltà intellettive in generale. 

Si usa spesso “essere all’altezza della situazione“, dove la situazione è proprio il compito da affrontare. Si parla quindi della capacità di saperne valutare la gravità, affrontando e risolvendo le difficoltà che presenta.

Ma l’altezza è anche un concetto geometrico: l’altezza di un triangolo, l’altezza di una piramide eccetera. 

Non è un caso che “essere all’altezza” si utilizza anche quando si danno indicazioni stradali, quindi se venite in Italia e chiedete indicazioni ad un italiano, tipo:

Scusi, dove si trova il museo delle cere?

Risposta:

Si trova all’altezza di Piazza Venezia.

Si parla di luoghi dunque e essere o trovarsi all’altezza di un luogo significa semplicemente “essere vicino“, “trovarsi vicino” a un luogo. Ma è una vicinanza che si utilizza specialmente per indicare un punto di riferimento per far capire dove si trova qualcosa esattamente o dove è avvenuto un evento esattamente.

Andate verso il centro, e quando vi trovate all’altezza  del Colosseo, provate a chiedere informazioni a qualcuno.

Quindi all’altezza sta per “vicino” un luogo, “presso” un luogo, “nelle vicinanze” di un luogo.

Stamattina, in via Giulia, all’altezza di piazza Esedra, c’è stato un incidente.

 Per lavori stradali chiude la strada che collega Roma a Fiumicino all’altezza di via della Magliana.

Questa strada che collega Roma a Fiumicino è abbastanza lunga, allora per far capire in quale punto ci saranno i lavori stradali, indico “via della magliana” come punto di riferimento generale.

Attenzione adesso, perché “essere all’altezza di un luogo” può anche indicare qualcosa che non ha sufficienti qualità.

Es:

Il ristorante dove siamo andati a pranzo oggi, al centro di Roma, non è all’altezza del luogo.

Significa che questo ristorante non raggiunge il livello di qualità richiesto. Da un ristorante che si trova in quel luogo ci si aspetta di più.

Quindi sto facendo un confronto tra ciò che mi aspetto e quello che ho notato.

Allo stesso modo posso dire:

Lo studente non è all’altezza del nostro liceo.

Nel senso che dal nostro liceo viene richiesto un livello di preparazione molto alto e lo studente non raggiunge questo livello.

Adesso vediamo se i membri dell’associazione Italiano Semplicemente si dimostrano all’altezza di un ripasso:

Komi (Congo): Oggi ho voluto togliermi lo sfizio di una lunghissima passeggiata, e strada facendo ho ascoltato alcuni episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. C’è da dire che mi sono divertito di brutto, tant’è vero che l’ho fatto per 3 ore di fila. Mi sono proprio scatenato

 

32 – Il versamento e “verso pagamento” – ITALIANO COMMERCIALE

File audio  e trascrizione disponibile per i soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro puoi registrarti qui

Durata: 9:24

Tipo file: MP3 & PDF

 

Descrizione

Oggi ci occupiamo del versamento, un termine che in ambito commerciale è molto importante.

Infatti un versamento è ogni operazione commerciale o bancaria consistente nel pagamento o nel deposito di una somma di denaro.

Quindi un versamento è un pagamento?

Quando io effettuo un versamento sto facendo un pagamento? Stiamo emettendo un pagamento?

Il 5° audio-libro della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

𝑭𝒐𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒑𝒆𝒓𝒕𝒊𝒏𝒂: 𝑨𝒏𝒂𝒔𝒕𝒂𝒔𝒊𝒚𝒂 𝑺𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆𝒛

2 minuti con Italiano Semplicemente – Episodi 401-500- (MP3+PDF)

511 Vivaddio

Vivaddio (scarica audio)

Siamo arrivati all’episodio n. 511 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente e stavolta riuscirò a rientrare nei due minuti di tempo.

Oggi parliamo del termine “vivaddio”, scritto generalmente in una sola parola,  che, secondo i dizionari, è un’esclamazione fortemente asseverativa, cioè è una esclamazione con la quale si afferma qualcosa con una certa decisione.

Questo episodio, vivaddio, durerà non più di due minuti!

Voi tutti state pensando che non ci riuscirò, ma, vivaddio, stavolta non accetto compromessi!

Si usa vivaddio quindi per dare maggiore efficacia a un’affermazione:

Se mi prendete in giro, dovrete fare i conti con me, vivaddio!

Se però si va a vedere l’utilizzo che se ne fa, basta guardare ad esempio le notizie su internet, si usa anche come alternativa a “fortunatamente“, con un senso a volte vicino a “era ora“, o anche “meno male” o “per fortuna che è così“. Chiaramente c’è un’allusione a Dio, e dire “vivaddio” è come in qualche modo ringraziare Dio che le cose stiano in questo modo.

Vediamo qualche esempio:

Da quanto tempo, vivaddio, l’Italia non giocava così bene una partita?

Hai sgridato tuo figlio tante volte, ma ora, vivaddio, ha finalmente capito.

Le parole nuove si dimenticano facilmente, ma vivaddio esistono i ripassi dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ulrike: Giovanni chiede un ripassino. Ho sentore che alluda ad un nuovo episodio.

Komi: sì, ed è anche breve, quindi dobbiamo giocoforza fare un breve ripasso.

Irina: per quanto, i ripassi non dovrebbero essere conteggiati nei due minuti

Hartmut: E noi come di consueto, non ce la sentiamo di eludere compiti di questo tipo.

Bogusia: Così nel giro di qualche minuto il ripassino prenderà forma.

Carmen: Probabilmente non sarà il fior fiore dei ripassi, ma sicuramente non sarà un obbrobrio.

 

510 Per quanto

Per quanto (scarica audio)

Ecco un’altra parola della lingua italiana che può creare problemi: “quanto”.

Preparatevi perché questo episodio vi piacerà molto, ma allo stesso tempo non dobbiamo pensare al tempo. Detto in poche parole, non aspettatevi un episodio di due minuti, anche perché sono praticamente già passati.

Voglio parlarvi in particolare di “quanto” , preceduto dalla preposizione “per” .

Vi assicuro che per quanto possa sembrare semplice, questa locuzione può creare parecchi problemi ad un non madrelingua.

Adesso vediamo meglio cosa voglio dire.

Prima di tutto, quanto può indicare una quantità, allora posso dire:

Per quanto tempo ancora studierai oggi? Due ore?

Vuoi vendermi la tua automobile? Per quanto me la vendi? Me la vendi per 1000 euro?

In queste frasi a volte “per” possiamo anche ometterla, e altre volte posso anche sostituirla con altre preposizioni:

Quanto tempo ancora studierai oggi?

Stesso significato.

A quanto me la puoi vendere l’automobile?

Fortunatamente (si fa per dire) ci sono casi in cui “per quanto” va interpretato diversamente:

Per quanto io mi sforzi, non riesco proprio a concentrarmi oggi.

Per quanto lui si applichi nello studio, ha ancora troppo fa recuperare.

Per quanto io possa essere fedele a mia moglie, di fronte a una fotomodella disponibile non saprei resistere.

In questo caso si vuole indicare qualcosa di ancora non sufficiente per ottenere un risultato. Simile a “nonostante“, “anche se“, “sebbene“, ma c’è una quantità o un livello insufficiente.

Abbiamo anche un altro modo di usare “per quanto“:

Per quanto ho studiato mi fa male la testa

Non riesco a muovermi per quanto ho mangiato

Tutti mi invidiano per quanto piaccio alle donne

In questo caso si sottolinea qualcosa di eccessivo, che ha raggiunto un limite massimo non ben definito che sta producendo o ha prodotto un effetto, un risultato.

Simile, ma dal risultato opposto, è quando voglio indicare l’inutilità di un’azione:

Per quanto gridasse, nessuno lo sentì.

Si usa con un significato ancora simile a “nonostante” anche prima di un aggettivo o un avverbio e in questi casi si vuole indicare qualcosa che si ritiene improbabile che accada:

Per quanto stupido, Giovanni si accorgerà che lo stiamo imbrogliando

Per quanto malvolentieri, dovrò rinunciare al mio viaggio in Italia quest’anno.

Non c’è quindi una quantità o un livello stavolta. Ma poco cambia.

Esiste anche la locuzione “per quanto sia“, molto simile a “nonostante tutto“, che si può usare quando giungiamo ad una conclusione, esprimiamo un pensiero, un giudizio che è abbastanza solido e non può essere ancora messo in discussione. Es:

Tutti dicono che Giovanni è sincero, ma per quanto sia, io non riesco a fidarmi.

È vero, i vaccini sono sicuri, ma per quanto sia, preferisco non rischiare

C’è anche “per quanto possibile” o “per quanto sia possibile“:

Ti aiuterò per quanto possibile

Per quanto sia possibile, bisogna evitare affollamenti nei locali

Un altro modo molto diffuso di usare per quanto è nella locuzione “per quanto riguarda“, o, più formalmente: “per quanto concerne“, o “per quanto attiene“.

Si usa questa locuzione per introdurre un argomento da trattare, di solito dopo aver terminato un precedente discorso su altre questioni.

Poi c’è anche “per quanto mi risulti” o “per quanto ne so io“, locuzioni equivalenti a “che io sappia” e che servono a limitare l’ambito della risposta. Analoghe locuzioni sono “per quanto ho visto“, “per quanto ho potuto vedere” e simili. In questi casi Spesso si usa anche “quello”.

Es. “per quello che ne so..”

Infine, l’uso che troverete più strano è quando si usa al posto di ma, benché, tuttavia (attenti anche alle pause): 

Ok, non sei d’accordo con me. Voglio ascoltarti, per quanto, sono sicuro di quello che dico.

Gli esperti dicono che la casa crollerà. Bisogna assolutamente andar via da questo posto, per quanto, io abbia molti dubbi in proposito.

Non credo valga la pena di andare a vedere la partita Roma- Barcellona, per quanto, in passato la Roma abbia giocato bene a volte contro le grandi squadre.

A tal proposito, vi avverto che a volte è molto difficile per un non madrelingua capire il senso di una frase.

Come detto a volte “per quanto” significa “nonostante”, altre volte sta per “benché”, altre ancora indica un eccesso. Allora notate l’importanza di usare l’indicativo o il congiuntivo per capire il significato:

Per quanto ho dubbi, preferisco non rischiare (ho troppi dubbi per rischiare)

Per quanto abbia dubbi, preferisco rischiare (nonostante abbia molti dubbi, preferisco rischiare)

Notate come i numerosi utilizzi di questa locuzione, che a volte hanno qualcosa in comune, la rendono utilizzabile per ogni possibile argomento.

Se ad esempio devo fare un esame di italiano:

Per quanto io abbia studiato, mi sento ancora molto impreparato.

Per quanto ho studiato, ho un mal di testa terribile.

Ho studiato molto, per quanto, ci sono alcuni argomenti in cui avrei difficoltà a rispondere.

Per quanto tempo ancora dovrò studiare per sentirmi preparato?

Bene. Vi consiglio di ascoltare l’episodio più volte e di cercare su internet la frase “per quanto”, specie su google news.

Adesso, per quanto abbiamo ampiamente superato il tempo che ci era concesso, occorre riservare spazio per un per quanto breve, ripasso:

Irina (California): Giovanni, dilungarsi così, senza tener conto del tempo, non va bene. Sembra quasi tu voglia mettere alla prova la nostra pazienza.

Mariana (Brasile): averne di episodi come questi però!

Anthony (Stati Uniti): sicché tu sei favorevole agli episodi più lunghi?

Veronica (Brasile): anche io lo sono, purché siano interessanti però. E questo lo è stato parecchio. Tant’è vero che lo ascolterò un paio di volte ancora.

Lia (Brasile): ok, fermo restando che bisogna cercare di accorciare la durata, altrimenti il nome della rubrica lascia il tempo che trova.

Wilde (Brasile): pur di non lasciare niente in sospeso, Gianni si espone anche alle nostre critiche. Però dopo cotanto episodio, come si fa a contestare?

Khaled (Egitto): infatti. Ragion per cui io, se non fosse per il Virus, lo inviterei a cena per ringraziarlo

Enrico: rischi permettendo

509 Quasi

Quasi (scarica audio)

Quasi avverbio lingua italiana

Trascrizione

Episodio 509 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Siamo quasi arrivati a 510.

A proposito di “quasi“. Non so se vi siete mai chiesti in quanti modi può essere usato questo avverbio.

Il modo che conoscete tutti è sicuramente quello in cui significa “poco meno che“, “un po’ meno di” cioè una misura non tanto inferiore alla completezza. Simile a circa, pressappoco, ma “quasi” indica che si è molto vicini a qualcosa, un luogo o una quantità, una caratteristica. Siamo vicini ma non ci siamo ancora.

Tipo:

Siamo quasi arrivati a Roma

Il bicchiere è quasi pieno

Sono quasi soddisfatto

Il lavoro è quasi finito

Il panino l’ho pagato quasi 10 euro

Eccetera.

Un uso particolare di quasi è invece quando si utilizza nel senso di “come se“.

Mi hai guardato quasi fossi un alieno

Cioè:

Mi hai guardato come se fossi un alieno.

Camminava lentamente quasi avesse 100 anni.

Cioè:

Camminava lentamente come se avesse 100 anni.

Giovanni ha divorato il pranzo quasi non mangiasse da una settimana.

cioè:

Giovanni ha divorato il pranzo come se non mangiasse da una settimana.

Avrete sicuramente notato che in questo caso si usa il verbo al congiuntivo. Niente di male, niente di strano perché è la stessa cosa che facciamo quando usiamo “come se“.

Voglio inoltre farvi notare che si può anche raddoppiare il quasi, che diventa “quasi quasi“. Si usa quando voglio esprimere un giudizio o una decisione che sta cambiando. Si usa soprattutto quando si ha una tentazione di fare qualcosa, ma non sono ancora deciso:

Quasi quasi domenica vado al mare…

Andate al cinema? Quasi quasi vengo anch’io!

Quasi quasi adesso ripassiamo, che ne dite?

Hartmut (Germania)
Possibile mai che siamo in debito di un ripasso ?

Anthony (Stati Uniti)
Ma come si fa ad abbozzare un ripasso così di punto in bianco. Per me proprio non è cosa .

Veronica (Brasile)
Siamo alle solite, ossia sarà Gianni a farlo questo benedetto ripasso?

Ulrike (Germania)
Non sia mai! Cerchiamo di terminarlo noi. Siamo già a buon punto. Altrimenti Gianni potrebbe perdere la bussola per via del fatto che non ci applichiamo abbastanza.

Mariana (Brasile):
Vabbè, sarebbe ingeneroso nei nostri confronti, ma per non saper né leggere né scrivere, a scanso di equivoci meglio farne uno coi fiocchi.

Komi (Congo)
Credo possa bastare così no? Abbiamo dato fondo a tutte le nostre energie!

508 Averne fin sopra i capelli

Averne fin sopra i capelli (scarica audio)

https://youtu.be/G2SFZwoF340

Trascrizione

Episodio 508 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Se siete arrivati fin qui evidentemente ancora non ne avete fin sopra i capelli di Italiano Semplicemente.

Spero che non arriverà mai quel momento. E allora oggi vorrei parlarvi proprio dell’espressione “averne fin sopra i capelli“.

Averne fin sopra i capelli è una simpatica espressione che esprime una forma di stanchezza per qualcosa. Non parlo di stanchezza fisica ma della stanchezza intesa come atteggiamento caratterizzato da una progressiva riduzione dell’interesse per qualcosa, dovuta a sazietà, sfiducia o delusione.

Questa progressiva riduzione spesso riguarda anche la pazienza.

Quando vi trovate in questa condizione, si dice normalmente di essere stufi.

Stufarsi di qualcosa è esattamente questo.

C’è di mezzo la pazienza e quindi la sopportazione, cioè la capacità di esercitare a lungo la pazienza.

Quando arriviamo al punto di non poterne più, quando cioè la sopportazione finisce, ci sono diversi modi di dire in italiano, ad esempio:

La goccia che fa traboccare il vaso

Abbiamo un vaso (un contenitore che rappresenta la nostra capacità di sopportazione) e questo vaso è completamente pieno di acqua (che rappresenta tutto ciò che abbiamo già sopportato).

Adesso non c’è più spazio per altre cose che possiamo sopportare. Quindi basta una sola goccia a far traboccare il vaso.

In questo modo di dire si usa l’efficace metafora del contenitore per indicare il grado di sopportazione.

La stessa metafora del contenitore è quella usata anche nell’espressione “averne fin sopra i capelli”.

I capelli rappresentano la parte più in alto del nostro corpo, proprio come la fine del vaso dalla quale trabocca l’acqua in eccesso.

Perché si usa averne?

Tutto viene dall’espressione “averne abbastanza“, che ha ugualmente il significato di “essere stufi“.

È stato uno dei primi episodi di italiano semplicemente di cui vi inserisco il link nella trascrizione dell’episodio. Averne abbastanza è la versione “soft” di “averne fin sopra i capelli”.

Del tutto simile anche a “non poterne più“, che abbiamo ugualmente visto insieme qualche tempo fa.

Notare che le tre espressioni usano la preposizione “di”:

Non ne posso più di te

Ne ho abbastanza di te

Ne ho fin sopra i capelli di te

“Fin” significa “fino” quindi indica un limite massimo. “Fin sopra i capelli” significa “fino a sopra i capelli“, ad indicare che la nostra sopportazione è arrivata nella parte più alta possibile, anzi, persino più in alto!

Vi faccio qualche esempio:

Basta, ne ho fin sopra i capelli di te, delle tue scuse, del tuo atteggiamento irrispettoso nei miei confronti. Voglio il divorzio!

Gli italiani ne hanno fin sopra i capelli del Covid. Non ne possono più di stare a casa. Ne hanno abbastanza di tutta questa situazione.

Rauno: stavo pensando che, ammesso e non concesso che avremo la meglio sul Covid, voglio fare un bel viaggio.

Lia: non appena ci sarà l’opportunità, voglio recuperare il tempo perduto anch’io.

Mariana: oramai il 2020 è andato. Peccato, ma a dire degli esperti, tra poco ne usciremo.

Anthony: saràSenti, io finché non vedo, non credo! Prima di cantar vittoria aspettiamo il fischio finale!

506 Cantar vittoria

Cantar vittoria (scarica audio)

Trascrizione

Un tuo amico ha un esame scritto di lingua italiana e sta aspettando il risultato. Ma prima di sapere l’esito dell’esame, lui già esulta e dice che sarà sicuramente promosso.

Tu quale consiglio gli dai?

E cosa dici a te stesso quando la tua squadra del cuore vince ma mancano ancora 5 minuti alla fine della partita?

La risposta è:

Aspetta a cantare vittoria!

E’ proprio questa l’espressione del giorno: “cantare vittoria” significa proprio questo: proclamarsi vincitore, esultare per un successo.

Si può usare “cantar” oppure “cantare“. È la stessa cosa

Questa espressione si utilizza solamente quando questa proclamazione, questa esultanza, questa gioia per aver vinto è ancora prematura.

E’ ancora troppo presto, bisogna aspettare, non è ancora detto.

Aspetta a cantar vittoria!

Una frase semplice, in fondo, dove usiamo il verbo “cantare”, che esprime proprio la gioia che proviamo per il successo che però deve ancora venire. Non è ancora sicuro.

Naturalmente non parliamo sempre di sport, ma di un “successo” in generale. Vediamo qualche altro esempio:

Ho contattato l’agriturismo per la riunione dei membri dell’associazione, ai primi di luglio 2021. Il problema Covid dovrebbe essere più o meno risolto per quel periodo, ma aspettiamo ancora a cantar vittoria.

Si sa che cantar vittoria troppo presto equivale a vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso...

Si usa molto spesso anche questo modo di dire, che ha lo stesso significato di “cantar vittoria“: farsi illusioni troppo presto su qualcosa che in realtà non è scontato e, aggiungo, neanche facile da ottenere.

Adesso ripassiamo:

Ulrike (Germania): L’episodio che verte sul plagio ritengo sia fantastico, e ne ho ben donde. Se tanto mi dà tanto, questa sorta di episodi continuerà ad essere davvero utilissima.

Anthony (Stati Uniti): C’è chi preferisce la grammatica alla ripetizione, ma checché se ne dica, il ripasso è sempre più adatto per un miglioramento della lingua.

Mariana (Brasile): Giusto. In questo modo le espressioni precedenti possono prendere piede nella nostra mente. Questa forma di studio fa proprio al caso mio.

Sofie (Belgio): Si dà il caso che anche l’audio sia fantastico. Stando a ciò che dicono le sette regole d’oro, il senso dell’udito è molto importante.

Irina (Stati Uniti): Eccome! Mi va sempre a genio adoperare insieme il testo e l’audio. Faccio sempre più caso ai miei progressi, e il mio Italiano inizia finalmente a prendere forma

505 Il contentino

Il contentino (scarica audio)

Trascrizione

contentino

Sei contento? Sei contenta?
Se lo sei, allora saprai sicuramente cos’è un contentino.
Purtroppo però il contentino non è un piccolo contento! Non esiste il piccolo contento!
Se io sono contento, potrei dire che sono felice, sebbene la felicità non equivalga esattamente alla contentezza.
Infatti la contentezza è uno stato d’animo simile alla felicità, ma è più relativo a una soddisfazione per un episodio accaduto, mentre la felicità è più grande, più importante, coinvolge il soddisfacimento dei maggiori desideri della propria vita, un appagamento totale.
Il contentino invece è un premio di consolazione. Che significa? Significa che avere un contentino non ci dà la felicità, e neanche la contentezza, ma qualcosa in meno, solo per non essere completamente insoddisfatti. A questo serve il contentino, a non essere completamente insoddisfatti.
In realtà non fa piacere ricevere un contentino, perché somiglia molto ad una presa in giro.
L’uso più frequente di questo termine è nell’espressione “dare un contentino“, che consiste in un piccolo premio o altra cosa in sostituzione di quanto si doveva dare. Il contentino quindi viene dato solo per non scontentare totalmente l’altra parte, l’altra persona, per non far restare troppo male questa persona, che si aspettava qualcosa in più. In questo modo questa persona non protesterà o comunque sarà meno delusa.
Es:

Un bambino che si aspetta un bel cellulare nuovo, fiammante, come regalo di compleanno riceve invece un walky talky, che rappresenta il contentino per non farlo piangere.

Chi si aspetta un cagnolino potrebbe invece ricevere, come contentino, un bel peluche che abbaia con le pile.
In tempi di crisi economica causata dal Covid, le famiglie che hanno perso un lavoro devono accontentarsi del contentino che gli dà il governo, qualche centinaio di euro al mese.

Il termine contentino allora è sicuramente legato all’avverbio “almeno“, che esprime, in modo simile, un qualcosa di cui accontentarsi, simile a “soltanto”, “solamente”, “se non altro”, quindi qualcosa di piccolo o meno importante che è sempre meglio di niente.
Adesso possiamo ripassare qualche espressione già spiegata, ma non ascolterete la voce di madrelingua italiani. Speriamo che come contentino possano andare bene anche le voci dei membri dell’associazione.

Ulrike (Germania)
Ciao amici, probabilmente verrò meno nel gruppo negli prossimi giorni. Può darsi che non me la senta.

Olga (Saint Kitts e Nevis)
Beh.. non restare sul vago. Il. Motivo di questa tua possibile defezione è legato a qualcosa di bello o di brutto?

Rauno (Finlandia)
Ma come sarebbe a dire defezione? È un parolone direi. È risaputo nel gruppo che lei oggi si è vaccinata. Ovviamente sta paventando eventuali postumi del vaccino.

Emma (Taiwan)
Certo, penso ne abbia ben donde. Però benché ci sia qualche rischio di danni collaterali dei vaccini, io sto scalpitando nell’attesa del mio turno.

Irina (Stati Uniti)
Anch’io! Sono convinta che la paura di eventuali rischi di subire gravi danni in seguito ad un’infezione da Covid lasci il tempo che trovi.

Wilde (Brasile)
Ciò non toglie che ci siano preoccupazioni senz’altro comprensibili. Urge continuare a chiedere lumi agli scienziati sui rischi e l’utilità dei vaccini.

Carmen (Germania)
Speriamo che saranno all’altezza in merito. Però malgrado tutti i dubbi, l’unica via d’uscita dalla pandemia è la vaccinazione della stragrande maggioranza dei cittadini di ogni paese. Si parla di una percentuale pari a qualcosa come il 70 o l’80 percento. Altro che storie!

504 Lo sfizio

Lo sfizio (scarica audio)

Lo sfizio

Oggi ci occupiamo dello sfizio, parola diffusissima in tutta Italia, ma di uso colloquiale.

Lo sfizio è una specie di desiderio, ma un desiderio particolare, un desiderio capriccioso.

In effetti sfizio e capriccio sono due sinonimi, e indicano entrambi la voglia di qualcosa.

Non si tratta di desideri importanti, tipo desiderare la pace nel mondo o di avere una famiglia. Gli sfizi sono voglie capricciose, desideri di cose abbastanza futili, di poca importanza; quei desideri che vogliamo soddisfare per divertimento o per avere una soddisfazione personale che ci procura un qualche tipo di gratificazione.

Insomma, vogliamo toglierci uno sfizio.

È proprio questo l’utilizzo principale di questa parola. Lo sfizio è qualcosa che si toglie, qualcosa che vogliamo toglierci. Uso il verbo togliere per indicare il soddisfacimento di questo desiderio, questa voglia, che è quasi un bisogno di essere soddisfatti.

Oggi vado in centro e mi voglio togliere lo sfizio di un bel gelato.

Sarebbe come dire: mi voglio prendere la soddisfazione di gustarmi un bel gelato.

È tanto tempo che desidero farlo, quindi voglio togliermi questo sfizio, questo capriccio. Non voglio più avere questo pensiero in mente.

Spesso si dice anche “è solo uno sfizio” parlando di un desiderio che vogliamo soddisfare. Dicendo “solo” si evidenzia la poca importanza dello “sfizio“. L’utilizzo più frequente resta comunque l’espressione “togliersi lo sfizio“.

L’uso del verbo togliere sta proprio ad indicare la voglia di non avere più un pensiero in mente ed essere così soddisfatti.

Soddisfare una voglia” è molto simile a “togliersi uno sfizio“. E non è un caso che moltissimi esercizi commerciali in Italia si chiamano proprio così: “lo sfizio“, per invitare le persone a soddisfare un loro desiderio; in questo caso un loro appetito.

Questi desideri possiamo chiamarli desideri “sfiziosi“, un aggettivo, questo, che si addice anche alle cose che si mangiano:

Un pranzo sfizioso è un pranzo che ci attrae, ci attira per la sua particolarità, e non vediamo l’ora di assaggiare qualche pietanza.

Ma ci si può togliere uno sfizio in tantissimi modi diversi, non solo attraverso il cibo.

È sufficiente avere una voglia, un piccolo desiderio che, una volta soddisfatto, ci gratificherà.

Hai voglia di mandare a quel paese una persona da tanto tempo?

Dai, togliti questo sfizio e ti sentirai molto meglio.

Irina: manco a farlo apposta, stavo proprio pensando a uno sfizio che vorrei togliermi: andare due settimane in Italia.

Mariana: uno sfizio che potrai toglierti solo virus permettendo.
Hartmut: Siamo ottimisti, sta prendendo corpo l’ipotesi di apertura totale nel mese di giugno in Italia.

Ulrike: Per scrupolo però, sempre meglio aspettare un mesetto prima di prenotare

Emma: Poi con queste varianti: la brasiliana, l’inglese, adesso anche la giapponese… speriamo che a settembre non saremo da capo a dodici

503 Spartano

Spartano (scarica audio)

Vi hanno mai detto che siete un tipo un po’ spartano?

Oppure che la vostra casa ha un aspetto spartano?

Sappiate che non è esattamente un complimento.

Infatti spartano non è solo il nome di un abitante della città di Sparta, nell’antica Grecia, ma nella lingua italiana, se qualcosa viene definito spartano, si parla di severità, semplicità, austerità, sobrietà. Mi spiego meglio:

Se si parla di oggetti, si parla di oggetti semplici, limitati all’essenziale. Dunque in una casa spartana c’è un arredamento spartano. In pratica non c’è quasi nulla se non ciò che è assolutamente necessario. Non parliamo di appartamenti grandi o piccoli. Nel caso della casa, quel che conta è l’arredamento.

Anche una cena può essere spartana. Non morirete di fame, ma non aspettatevi cose complicate o abbondanti. Solamente cose semplicissime e limitate nella quantità.

Anche una persona, al limite, può essere definita così: spartana. Una persona semplice, sobria, che vive spartanamente, vive con poche semplici cose. E se una persona di questo vi invita a cena, aspettatevi una cena spartana!

In realtà non è solamente una questione di semplicità. Se parlo di persone ad esempio, ci si riferisce alla loro rigidità, cioè poca flessibilità. Si sta parlando della loro educazione, una educazione severa e austera.

L’austerità è il controllo imposto ai propri desideri ed esigenze. È una rigidità, un’educazione all’intransigenza e all’inflessibilità nei confronti di sé stessi. Un uomo austero non si concede vizi, non fuma, non abusa di sostanze stupefacenti, non compra più del necessario, non beve e non fa tardi. Una vita all’insegna dell’austerità e della sobrietà. Una vitaccia insomma! 🙂

In tempi di crisi economica si parla spesso di austerità, ma in questo caso specifico le limitazioni sono imposte dallo stato: pochi consumi privati e poca spesa pubblica perché si deve risanare l’economia del paese.

La sobrietà è abbastanza simile all’austerità. Ma mentre l’austerità fa pensare alla rigidità e quindi ad un difetto, la sobrietà si presenta più come un pregio.

La sobrietà è una moderazione nel soddisfacimento degli appetiti e delle esigenze naturali. Un po’ meno forte rispetto all’austerità, che fa pensare soprattutto all’educazione rigida.

Comunque parlavamo dell’essere spartani. Questo aggettivo non è un caso che coincida con il nome degli abitanti di Sparta, una città greca caratterizzata proprio da una educazione rigida e militare. Gli spartani avevano regole precise da rispettare ed erano quindi rigidi come persone.

Sembra infatti che il bambino spartano ricevesse un’educazione di base, non troppo approfondita. Ciò che veramente era importante era l’educazione militare. La disciplina era più importante della matematica e della geografia.

Se volessimo cercare dei contrari all’aggettivo spartano, dovremmo cercare l’abbondanza e passeremmo dalla Grecia all’Egitto: un appartamento faraonico, cioè sfarzoso,

E adesso ripassiamo:
Bogusia: Del nome di Gaetano Salvemini, ne avete contezza? Penso di sì, quali membri dell’associazione culturale di italiano semplicemente . Quando ho ascoltato la spiegazione della locuzione ”passarla liscia“ , di punto in bianco mi sono ricordata della sorte del suddetto storico e politico italiano. Si dà il caso che, manco a farlo apposta, sia stato l’unico, dell’intera famiglia, a passarla liscia, dal terremoto di Messina del 1908, appunto.
È stato proprio l’esempio che ha fatto Gianni sul crollo della casa, ad avermi dato lo spunto per questo ripasso. Gaetano Salvemini ne aveva ben donde di essere felice sopravvivendo al crollo della sua casa, oppure doveva piangere per aver perso l’intera famiglia? Io direi che è giocoforza piangere e provare a iniziare una nuova vita da capo a dodici.

502 Illo tempore

Illo tempore (scarica audio)

Curiosa questa locuzione: “illo tempore“, evidentemente di origine latina, ma tutt’oggi ancora utilizzata per indicare tanto tempo fa.

Esattamente si usa per indicare un tempo lontano che quasi non si ricorda più. Un tempo lontanissimo dunque.

Si usa spesso in modo scherzoso:

Ehi, ma tu non sei Vincenzo? Oddio! È da illo tempore che non ci vedevamo!

I diritti delle donne sono rivendicati da illo tempore.

L’economia mondiale messa in crisi da una pandemia. Alcuni virologi ci avevano illo tempore avvertito.

In Italia, non pagare le tasse è un’attività diffusa da illo tempore da molti imprenditori.

Illo tempore andammo in Italia. Ricordi come eravamo giovani?

Spesso si usa la preposizione “da”, (da illo tempore), ma troverete a volte anche “in illo tempore”, simile a “c’era una volta” o, ancora meglio “in principio”, o “all’inizio” quando questo inizio però risale a molto ma molto tempo fa.

Mariana: a proposito di tempo, quanto tempo passerà prima dell’episodio numero 1000? Vuoi che non passerà almeno un annetto?

Hartmut: e vabbè, tanto che abbiamo da fare?

Olga: un anno? Non male come scadenza, ma ci si potrebbe arrivare anche anzitempo

Lia: al di là del tempo che ci vorrà, io credo che non aspetteremo invano.

André: comunque il primo episodio di questa rubrica risale al 1 giugno 2019. Se tanto mi dà tanto, ci vorrà almeno 1 anno e 9 mesi, quindi l’episodio numero 1000 sarà non prima del capodanno 2023. Non c’è bisogno di scervellarsi tanto.

501 Il senso

Il senso (audio)

Video YouTube con sottotitoli

Trascrizione

Oggi facciamo il gioco della parola misteriosa. Io vi darò 10 indizi, e voi dovrete indovinare la parola di cui sto parlando.
Ecco i 10 indizi. Poi vi darò ovviamente la soluzione e vi spiegherò un indizio alla volta. Questo è un gioco che facciamo spesso nel nostro gruppo whatsapp dell’associazione.
Ecco gli indizi:
1- può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali.
2 – questa cosa esiste se si trova una spiegazione.
3 – al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge.
4 – Qualche discorso ne è privo
5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito.
6 – Secondo un certo punto di vista.
7 . Può essere doppio.
8 – Una istintiva repulsione.
9 – Uno stato fisico che si avverte.
10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione.
Dunque.
La parola misteriosa è “senso” e adesso vediamo perché.
1- Può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali.
Infatti esistono ad esempio i cinque sensi, la vista, l’udito, il gusto, l’odorato, il tatto. Attraverso questi sensi abbiamo la capacità, o se vogliamo la facoltà, di vedere, ascoltare, gustare, odorare e toccare. Esiste anche il cosiddetto sesto senso, una particolare capacità di cui sono dotate soprattutto le donne. Il sesto senso è infatti la capacità d’intuizione. La capacità di dedurre, di capire, attraverso forme alternative alla logica, ma solo attraverso l’intuito, la percezione.
Esiste anche il senso dell’orientamento, e anche questa è una nostra capacità. Più in generale parliamo della capacità di sentire, avvertire, distinguere, intuire.
2 – Questa cosa esiste se si trova una spiegazione.
Infatti quando una cosa ha senso significa che è sensata, cioè può essere dedotta attraverso un ragionamento logico, oppure ha semplicemente un significato. Quando una cosa non ha senso, invece, o non ha significato o c’è qualcosa che non ci convince. Il termine senso spesso serve a identificare uno dei possibili significati di un termine o di una frase, o a identificare bene la volontà di chi parla quando ci sono dei dubbi.
Se dico ad esempio che non mi piace l’italiano, qualcuno potrebbe chiedere un chiarimento:

In che senso non ti piace l’italiano?

È io: mi sono spiegato male. Non parlo della lingua italiana, ma dell’uomo italiano.
3 – Al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge.
Infatti “ai sensi” si usa quando si parla di una norma. Ad esempio, ai sensi della legge n. 50 è vietato fumare nei luoghi pubblici. Quindi ai sensi si potrebbe tradurre con “secondo quanto previsto” dalla norma in questione.
4 – Qualche discorso ne è privo
Infatti se un discorso è privo di senso vuol dire che non ha un senso logico, analogamente a quanto abbiano già detto.
5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito.
Qui parliamo del senso di marcia, inteso come verso di marcia. Infatti ci sono delle strade che si percorrono solamente in un senso. Si tratta delle strade a senso unico. In questo caso dunque quando la circolazione è consentita in uno dei due sensi, non lo è nell’altro senso.
6 – Secondo un certo punto di vista.
Questo indizio si riferisce alla locuzione, molto comune “in un certo senso” che significa proprio secondo un certo punto di vista.
Ad esempio se io dico:

In un certo senso a me piace soffrire per amore.

Potrei riferirmi ad esempio alla sensazione di essere vivi, oppure al fatto che l’amore, qualora conquistato, sarà ancora più forte. C’è dunque un aspetto a cui mi riferisco in particolare, ma questo può essere considerato solo un mio punto di vista personale.
7 Può essere doppio
Mi riferisco al cosiddetto doppio senso, che solitamente si scrive in una sola parola: doppiosenso. cioè ad una frase che si presta a una duplice interpretazione. Le frasi a doppiosenso sono spesso volute, e questa ambiguità, questo possibile doppio significato, specie se voluto, ha solitamente un tratto malizioso, spesso anche volgare.
Se io dico ad esempio:

Alla mia amica piace molto il pesce

Qualcuno potrebbe pensare ad un riferimento sessuale voluto, e questa è, in ogni caso, una frase a doppiosenso.
8 – Una istintiva repulsione.
Quando qualcosa non ci piace. perché ci provoca una reazione fisica o morale, quando ci suscita un’istintiva repulsione, possiamo dire che ci fa senso. È, se vogliamo, simile a “fare schifo” o “fare ribrezzo”. “Mi fa senso” utilizza il verbo fare, ma nel senso di provocare, suscitare, e il termine senso rappresenta una reazione istintiva che ci allontana, che ci respinge da questa cosa.
9 – Uno stato fisico che si avverte.
Questo indizio si collega al precedente, perché in generale il termine senso indica uno stato fisico, un modo di sentirsi, fisico ma anche psichico o sentimentale. Di solito è uno stato abbastanza indefinito ma comunque intenso. Si può provare/avvertire un senso di benessere, un senso di malessere, eccetera.
10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione.
Parliamo in questo caso del buonsenso, che si scrive tutto attaccato solitamente, che è quella capacità che hanno le persone che ragionano in modo corretto e equilibrato, specialmente quando ci sono necessità pratiche. Abbiamo dedicato un bell’episodio al buonsenso.
E adesso ripassiamo.

Anthony: ottima parola misteriosa oggi! All’inizio qualcosa non mi tornava con gli indizi. Mi stavo per arrendere, ma poi ci sono arrivato e mi sono salvato in calcio d’angolo.

Ulrike: sì! la parola misteriosa rimane senz’altro un esercizio assai utile. Non è mica una cosa che facciamo pro forma.

Sofie: l’altra tappa, assolutamente essenziale del nostro programma settimanale è la video-chat con Zoom che si fa il giovedì sera. È sempre un’ottima esperienza confrontarsi a tu per tu con gli altri membri.

Rafaela: alcuni di loro però sono restii e non se la sentono di partecipare. Sono da incoraggiare, sì, ma dobbiamo anche tener conto che ognuno di loro avrà un suo buon motivo se non riesce a partecipare. Motivo che va rispettato.

Mariana: Su questo non sono affatto di diverso avviso. Mica da tallonare sono! Allora ci sentiamo e ci vediamo alla prossima conversazione?

Giovanni: anche al prossimo episodio.

Grazie per la collaborazione a Mariana, Ulrike, Sofie, Irina, Lia, Rafaela, Emma, Anthony e Rauno.

500 Mezzo

Mezzo (scarica audio)

Buongiorno a tutti e benvenuti nell’episodio n. 500 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Considerato che siamo arrivati a 500, cioè abbiamo fatto mezzo migliaio di episodi di questa rubrica, ho pensato di dedicare l’episodio al termine mezzo, che ha diversi utilizzi e significati.

Prima di tutto la pronuncia, che è come ribrezzo, pezzo e palazzo, cioè con la zeta aspra o sorda.

Passiamo al significato principale. Mezzo significa “metà“, analogamente a “mezza” che è il femminile. La metà di qualcosa.

Mezzo chilometro infatti sono 500 metri.

Mezzo litro è la metà di un litro, cioè 500 millilitri.

Mezza giornata è la metà di una giornata.

Mezz’ora è esattamente trenta minuti, cioè la metà di un’ora.

Una mezza porzione è la metà di una porzione. Potete chiederla al ristorante se non avete troppa fame.

Vorrei una mezza porzione di penne all’arrabbiata!

A volte la misura è solamente indicativa, non precisa. Infatti un signore di mezza età indica un uomo di età intorno ai 50-60 anni.

A che punto siamo del nostro viaggio?

Più o meno a mezza/metà strada.

Lo stadio era mezzo vuoto

Se parlo di una persona e dico che è mezza matta, allo stesso modo, sto dicendo non che è pazza a metà, anche perché non esiste una misura quantitativa della pazzia, ma che probabilmente ha un caratteraccio, irascibile e magari che reagisce a volte in modo troppo impulsivo, magari anche inaspettatamente violento.

Quante persone c’erano al supermercato?

C’era mezzo mondo!

Anche in questo caso si vuole indicare una quantità indicativa, semplicemente elevata in particolare.

Soprattutto se mezzo e mezza sono preceduti da un, uno e una, l’approssimazione aumenta:

Abbiamo una mezza giornata di tempo libero

Ho una mezza idea di cui ti voglio parlare.

Abbiamo fatto un mezzo migliaio di episodi (circa 500 episodi. Se tolgo “un”, gli episodi sono esattamente 500)

È stato un mezzo fallimento

Anche in quest’ultimo esempio “un” serve non a indicare l’esatta metà, altrimenti devo togliere “un”. Si vuole invece indicare un fallimento, non un completo fallimento ma giù di lì.

In questo esempio c’è anche un altro utilizzo di mezzo. Infatti alcune volte, sempre con un, uno e una, si usa mezzo per sminuire qualcosa, per evidenziare una caratteristica negativa, o per dire che manca qualcosa:

Giovanni è un mezzo professore

Non hai speso una mezza parola per me

Sei solo una mezza cartuccia (cioè sei un incompetente)

Tutti dicono che sono un mezzo fallito

Se però parliamo solamente di mezzo, solo al maschile quindi, i significati aumentano.

Come ti senti?

Oggi non molto bene. Mi sento mezz’e mezzo

Cioè non sto troppo bene. Come a dire che la mia condizione di salute è a metà strada tra la malattia e la salute completa.

È cosa succede se facciamo a mezzo? Significa che facciamo a metà, cioè metà io e metà tu. Un’espressione che si usa quando c’è qualcosa da dividere.

Equivale al fifty fifty inglese.

Ho vinto 10000 euro, ma stai tranquillo, facciamo a mezzo.

In mezzo“, quindi se usiamo la preposizione “in” , mi riferisco alla posizione, quindi equivale a “tra” oppure al centro di qualcosa:

In mezzo a noi c’è un traditore (tra)

In mezzo alla strada c’è una buca (al centro).

Ci sono poi una serie infinita di locuzioni con un significato specifico, come essere in mezzo a una strada (essere in una situazione disastrosa economicamente), andarci di mezzo, togliersi di mezzo eccetera. Pian piano le vedremo tutte. Basta avere pazienza.

Il termine mezzo, sempre al maschile, indica molto spesso uno strumento o qualcosa di utile a uno scopo:

Esistono i mezzi di comunicazione di massa, come la radio e la TV, che servono a comunicare alla massa, e ci sono i mezzi pubblici (i mezzi di trasporto pubblici) come gli autobus e i treni ad esempio, che servono a far muovere le persone da un posto all’altro.

È cosa dire dei mezzi di produzione (i macchinari) e dei mezzi di pagamento come la carta di credito?

Impiegherò ogni mezzo per insegnarvi l’italiano.

Il fatto di servire a qualcosa è molto importante e questo caratterizza tutti i mezzi. D’altronde se uso qualcosa per ottenere un risultato posso anche dire:

Per mezzo di…

Es:

Ha ottenuto un lavoro per mezzo di alcune amicizie.

Quindi “per mezzo di” significa “con” o “attraverso”, “tramite”, “grazie all’aiuto di”.

Non voglio annoiarvi ulteriormente, anche perché si è fatta la mezza e quindi è ora di pranzo.

Solo il tempo per spiegarvi che “la mezza” è un modo colloquiale per indicare l’ora di mezzogiorno e mezzo, cioè le ore 12.30 del mattino.

Si è fatta la mezza” quindi significa che sono le ore 12.30. Buon appetito allora. Adesso ripassiamo un po’ qualche episodio passato, anche perché, neanche a farlo apposta ascoltate cosa aveva pensato Anthony di questo episodio:

Anto: Ué Giovanni, vedi di non fare la solita pappardella con l’episodio di oggi, eh? Trovi sempre un modo di farla lunga.

Irina: Fioccano sempre le critiche quando si tratta di un episodio lungo ma se il tema è complesso, è giocoforza che i tempi si allungano.

Emma: Non passerà in cavalleria questa tua ennesima critica. Farò si che questa volta tu non la passi liscia.

Ulrike: Anto, sono d’accordo con gli altri. Te ne sei uscito con un vero e proprio obbrobrio (i.e. una cazzata). Vedi tu di munirti di pazienza invece.

Anto: va bene ragazzi. Mi avete dato il benservito. Ma sappiate che non intendevo ledere (o minare) l’eccellenza del nostro presidente.

Giovanni: almeno non mi hai dato del mezzo presidente…

499 Vacci piano

Vacci piano (scarica audio)

 

Irina: (membro dell’associazione Italiano Semplicemente)

Ehi Giovanni, vacci piano con questi episodi, hanno detto una volta a Giovanni.

Giovanni: sì, è proprio vero, grazie Irina. Una volta mi hanno detto proprio così: vacci piano, cioè, Giovanni, fai troppi episodi. Vacci piano! 

Vacci piano” è una locuzione italiana che non ha nulla a che vedere con i vaccini…

Scherzi a parte, “vacci” è formato dall’imperativo del verbo andare (va) seguito da “ci”, che solitamente indica un luogo:

Voglio andare al mare!

E allora vacci!

Questo è un esempio di utilizzo standard di “vacci“.

Se non parlo di te ma di una terza persona invece:

Mio fratello vuole andare al mare

E allora ci vada!

Analogamente, se parlo di più persone:

I miei fratelli vogliono andare al mare

E allora ci vadano!

Spesso “vacci” lo troviamo nel linguaggio colloquiale anche in frasi di protesta, abbastanza sgarbate, scortesi, poco educate, tipo:

Vai a gettare l’immondizia!

Vacci tu, io non ne ho voglia!

Vai a quel paese!

Ma vacci tu!

Bene. L’espressione “vacci piano” non c’entra proprio nulla però col verbo andare.

Infatti vacci piano si usa per dire che la persona con cui si parla ha esagerato, oppure che non deve esagerare.

Posso parlare di qualsiasi forma di esagerazione, sia se parlo di una quantità eccessiva di qualcosa, sia se parlo di esagerazione riguardante un gesto, un commento, qualsiasi cosa.

Spesso si usa perché in passato ci sono state esagerazioni di qualche tipo, qualcosa di detto o fatto in modo esageratamente veloce, sgarbato, indelicato eccetera.

Allora, l’invito, non troppo cortese, è di non farlo più e di darsi una regolata insomma, tanto per usare un’espressione già spiegata.

Vediamo qualche esempio:

Vuoi un po’ di zucchero nel caffè?

Sì grazie, ma vacci piano!

Vale a dire: non mettere troppo zucchero. Attento alla quantità, non esagerare.

Un altro esempio:

Padre: Cosa? Nostro figlio ti ha mancato di rispetto? Adesso ci parlo io.

Madre: va bene, ma vacci piano!

Anche in questo caso significa: non esagerare, sii moderato, fai attenzione.

Vacci piano è quindi un invito, certamente informale, alla moderazione.

Stiamo dando del tu al nostro interlocutore. Ma difficile usare questa espressione dando del lei, proprio perché si tratta di una espressione colloquiale che prevede un minimo di confidenza.

Ci vada piano“, di conseguenza, si usa più spesso per indicare una terza persona:

Ho detto a Giovanni di parcheggiare la tua macchina nuova. Spero ci vada piano.

Spero cioè che Giovanni usi accortezza, spero che faccia attenzione con la macchina nuova, altrimenti la potrebbe danneggiare.

Se volessi invitare alla moderazione una persona che non conosco, dando quindi del lei a questa persona, esistono altre modalità:

La prego di fare attenzione

Mi raccomando, non esageri

La invito alla prudenza

Faccia attenzione

Sia moderato

Le chiedo la massima accortezza

Hartmut: oggi ho assistito in TV ad un episodio di maschilismo in cui la vittima è stata Ursula Von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ospite del presidente turco. Era qualcosa che ci si poteva aspettare da Erdogan?

Mariana: chissà se la passerà liscia adesso.

Irina: certo, magari non lo farebbe più se potesse tornare indietro, ma col senno di poi non si ragiona mai.

Giovanni: andiamoci piano ragazzi, stiamo sempre parlando di presidenti!

vacci piano

498 Del senno di poi ne son piene le fosse

Del senno di poi ne son piene le fosse (scarica audio)

Video YouTube con sottotitoli

Del senno di poi ne son piene le fosse

Sofie:
Avete mai incontrato la frase “Del senno di poi ne son piene le fosse“? È la versione poetica di “le fosse sono piene del senno di poi”.

Ma che significa?

Si tratta di un antico proverbio, molto noto da tutti gli italiani, un proverbio che ci insegna una cosa molto importante:

Non bisogna valutare un fatto o un comportamento a posteriori, cioè dopo, “poi”, quando è ormai troppo tardi e non si può più rimediare.

È chiaro che non si può prevedere il futuro, perciò a priori (cioè prima, e non poi) posso solo sperare che la mia decisione si rivelerà giusta. Ma chi lo sa!

Non possiamo infatti sapere prima cosa accadrà, però ragionare dopo è troppo facile, e molte persone, dopo, dicono cose tipo:

Eh, però se facevamo così, se avessimo detto questo…

Se non ci fossimo comportati in questo modo forse le cose sarebbero andate diversamente.

Insomma, ragionare a posteriori, non serve proprio a niente.

Allora usare il “senno del/di poi” serve proprio a contestare (in modo abbastanza poetico) le persone che ragionano a posteriori.

Posso dire ad esempio:

Eh, ma si fa presto a parlare così, col senno del poi!

Il senno, (con due enne) rappresenta la mente, l’intelligenza. È la facoltà che ognuno di noi ha di intendere, giudicare e operare con prudenza. Avere o usare il senno significa quindi avere equilibrio, intelligenza e fare le scelte giuste.

Ma “il senno di poi” è il senno di coloro che giudicano a posteriori.

Ma è ovvio che dopo che le cose sono accadute puoi sapere meglio la cosa più assennata che si poteva fare, la cosa giusta, conoscendo meglio di prima quale sarà la conseguenza di tutte le scelte che ho a disposizione.

Il fatto è che non saremo mai in quella condizione. Le scelte vanno fatte prima, non dopo.

La frase “col senno di poi” si usa abbastanza spesso.

Es:

con il senno di poi non lo farei più;

con il senno del poi è facile giudicare;

Non puoi ragionare col senno del poi. È troppo facile.

Altrettanto spesso si trova la frase che dà il titolo a questo episodio:

Del senno di poi son piene le fosse.

Questa si usa sempre allo stesso scopo, cioè per contestare tutti coloro che, dopo un fatto, dicono quel che si doveva o poteva fare prima.

Dunque anche un questo caso la frase è una critica rivolta a queste persone.

Fosse – attenzione all’accento tonico grave sulla lettera o – è il plurale di fossa, che è una sorta di buca nel terreno.

Una fossa è uno scavo praticato nel terreno, di misure e grandezze diverse secondo l’uso cui è destinato.

Generalmente le fosse indicano uno scavo nel terreno in cui si mettono i cadaveri, quindi i morti. Una fossa è come una tomba, una sepoltura, e questo termine si trova in molte espressioni italiane, tipo “scavare la fossa a qualcuno” , cioè tramare ai danni di qualcuno e “essere con un piede nella fossa” , cioè essere vicino alla morte.

Dunque la frase “del senno di poi ne son piene le fosse” sottolinea l’inutilità del giudizio fatto a posteriori, perché parlare dopo ormai è troppo tardi ed è del tutto inutile, alludendo al fatto che solo dopo la morte si conosce veramente come si sarebbe dovuto vivere.

Anche Manzoni ha utilizzato questa espressione ne “i promessi sposi” e questo naturalmente contribuì molto alla sua diffusione nella lingua italiana. Ad ogni modo le origini del proverbio sono ancora più antiche.

Potete dunque usare l’espressione “col senno di poi” che forse può essere usata in più occasioni, oppure “del senno di poi ne son piene le fosse“, che è sicuramente più poetica ma anche più polemica.

Non siate timidi però, usatele pure queste espressioni non appena ne avete l’occasione.

Fernando: ho saputo che in Italia è stata abolita la censura dei film. Una decisione di una certa portata direi.

Wilde: finalmente i registi non dovranno più rimettersi al giudizio di un’autorità, anche se la cosa può andar di traverso a qualcuno.

Khaled: sentite! Era proprio ora! E’ una notizia che va molto a genio anche me.

497 Sincerarsi

Sincerarsi (scarica audio)

Sincerarsi e sincerare
Buongiorno, sarete stupiti di non sentire la voce di Giovanni vero? Infatti io sono Xiaoheng e sono un membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Approfitto dell’occasione per salutare tutti gli altri membri.
Con questo vorrei sincerare tutti che vi trovate sempre sul vostro sito preferito per imparare l’italiano.
Il fatto è che Giovanni mi ha chiesto se volessi provare a registrare un episodio dedicato ai verbi sincerare e sincerarsi.
Allora siete pronti?Sincerare te, ad esempio vuol dire che io voglio che tu sia sicuro di qualcosa:
Io ti voglio sincerare di qualcosa.

Quando una persona prova a sincerarne un’altra, vuol dire che sta cercando di renderla persuasa, sta cercando di assicurare questa persona della verità di una cosa.

È importante sapere che è bene usare questo verbo quando vogliamo che una persona si tranquillizzi attraverso la sicurezza, la certezza che qualcosa è vero:
Es:
vi dico questo per sincerarvi della mia buona fede

Cioè: voglio che voi siate sicuri che io sia in buona fede. Voglio convincervi di questo.
Quindi sincerare una persona di qualcosa è simile a convincerla, persuaderla. Se però usiamo “sincerare” è perché teniamo di più a lei, le mostriamo allora una maggiore vicinanza e empatia. Si usa soprattutto quando c’è qualcosa che potrebbe generare preoccupazione, incertezza e allora ci sforziamo affinché questa persona si senta tranquilla e sicura.

Questo verbo si usa però soprattutto verso se stessi: sincerare sé stessi, cioè sincerarsi.
Anche in questo caso c’è un contesto di preoccupazione e incertezza. Allora per stare più tranquilla, voglio essere sicura, voglio accertarmi di qualcosa, voglio sincerarmi di qualcosa.
Significa quindi accertarsi, assicurarsi, convincersi.

Es: mi hanno detto che mio figlio sta bene, ma adesso lo chiamo perché voglio sincerarmi che le cose stiano realmente così.

Ho comprato questo apparecchio e ora voglio sincerarmi che funzioni. Vado subito a provarlo.
Non credi che io sia un membro dell’associazione? Se non ci credi, te ne puoi sincerare di persona. Scrivi a Giovanni e chiedi a lui. In questo modo te ne sarai sincerato.
Come vedete, sincerarsi è simile anche a verificare e appurare, perché c’è di mezzo la verità. Ricordate però che per usare questo verbo nel modo corretto, occorre anche che ci sia di mezzo la preoccupazione, la sicurezza, la tranquillità.

Voglio terminare l’episodio con un consiglio orientale:

Prima di parlare in italiano occorre sincerarsi di avere una pronuncia perfetta?
Assolutamente no!!

Irina: io non ho nulla da dire oggi ma con questo non vorrei scatenare delle proteste.
Ulrike: non fioccheranno proteste per così poco. Tranquillo/a.
Khaled: va bene, ma alla fine un piccolo ripasso c’è scappato lo stesso mi pare, no?

496 Senti o ascolta?

File audio disponibile per i soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro puoi registrarti qui

 

Quando volete essere ascoltati da una persona, quando cioè volete chiedere ascolto, quando volete dire che volete essere ascoltati, cioè che la persona che sta davanti a voi stia attenta a ciò che dite, avete diverse scelte:

Senti cosa ho da dirti…

Ascolta

Ascolta cosa ho da dirti…

Scusa, ascoltami per favore…

Senti un po’, ma chi ti credi di essere?

Ascoltami un attimo…

In particolare voglio farvi notare che in questo caso usare il verbo sentire oppure ascoltare non è sempre la stessa cosa.

Nel linguaggio colloquiale si usano entrambi i verbi, ma sentire, al di là deisentimenti”, si usa anche nel senso di ascoltare, ma prevalentemente quando siamo arrabbiati, stanchi, irritati, e quando vogliamo chiudere la conversazione, spesso con una frase autoritaria.

Figlio: Papà, ascolta, posso uscire stasera con Marco?

Padre: No, sai che c’è il virus e non si può.

Figlio: Ti prego papà, solo un paio d’ore.

Padre: No, non insistere.

Figlio: Dai papà!

Padre: Senti figliolo, in questa casa tu fai quello che dico io ok??

Sono stato indubbiamente autoritario con mio figlio. In questi casi si usa prevalentemente sentire e non ascoltare, ma attenzione, non è sbagliato usare ascoltare.

Se invece voglio essere gentile, delicato, con lui, o voglio dargli un consiglio e non un ordine, ascoltare è il verbo sicuramente da preferire.

Ascolta figliolo, c’è il pericolo concreto di ammalarsi, non è perché non voglio farti uscire.

Senti papà, ma se mi vedo tutti i giorni con Marco, che pericolo c’è!

Ascolta tuo padre che ti vuole bene!

Anche quando c’è una notizia da dare, o quando si fa una proposta, ascoltare è sempre da preferire.

Ma perché si usa sentire per essere autoritari o arrabbiati e ascoltare è più gentile?

Il fatto è che ascoltare implica la volontà di capire quello che si sente. Infatti “ascolta” ha spesso il senso di “accogli questo consiglio”, dunque ascoltare è l’azione di udire fatta con volontà e consapevolezza, non è solo udire con le orecchie.

Sentire invece è proprio usato al posto di udire, è il semplice fatto di udire un suono o una voce e non implica necessariamente la disponibilità a capire. Allora à volte è proprio perché non capisci che ti chiedo di “sentire” ciò che ho da dirti, con un tono spesso arrabbiato o autoritario.

Ma torneremo con un altro episodio su questi due verbi perché meritano un approfondimento. Adesso voglio ascoltare qualche frase di ripasso degli episodi precedenti.

Marguerite: ascoltate un po’ adesso: l’università di Harvard propone di oscurare il sole per combattere il riscaldamento globale. Anche come extrema ratio a me sembra eccessivo.

Mariana: la proposta secondo me lascia il tempo che trova.

Lejla: io direi anche che è una vera sciocchezza, se non fosse che è stata fatta da una famosa università.

Ulrike: beh, magari avrà un suo perché questa proposta.

Lia: può darsi, ma ci sono tanti rischi legati a questo esperimento di cui tener conto , fermo restando che va fatto un accordo mondiale per realizzarlo.

Fernando: di sicuro fioccherebbero le proteste da tutte le parti.

Carmen: a me sembra decisamente improbabile che ciò accadrà. E poi, quale fondamento scientifico può avere una proposta del genere?

Anthony: di questa idea peregrina siete molto dubitosi e ne avete ben donde!

Il verbo Sapere – Esercizio di ripetizione con tutte le coniugazioni

IL VERBO Sapere (scarica audio)

a cura di Sofie (Belgio), membro dell’associazione Italiano Semplicemente

Vediamo il verbo sapere in tutte le sue forme e approfittiamo per ripassare alcuni episodi già spiegati.

Indicativo presente

– Io so: So benissimo che Luigi non è sempre sincero, a volte fa il ruffiano
– Tu sai: È vero ma, sai, a suo modo è anche simpatico.
– Lui sa: Lui sa benissimo che io tengo fede alle mie promesse
– Noi sappiamo: Ma che c’azzecca? Sappiamo tutti che tu ti consideri una santa!
– Voi sapete: Sapete che cosa non mi torna?
– Loro sanno: Smettila, la questione non si pone, lo sanno già tutti.

Indicativo imperfetto

– Io sapevo: Ieri l’ho sgridato ma non sapevo che fosse reduce da una settimana di lavoro massacrante
– Tu sapevi: Non sapevi che è una persona da prendere con le molle?
– Lui sapeva: La docente non sapeva come aiutare l’alunno duro di comprendonio.
– Noi sapevamo: Dopo due ore siamo tornati a casa perché non sapevamo se si sarebbero ancora fatti vivi.
– Voi sapevate: E voi? Che, lo sapevate e non avete detto niente? Perché fate sempre i finti tonti?
– Loro sapevano: Queste persone non si sono iscritte all’associazione perché non sapevano che Italiano Semplicemente non ha niente a che spartire con la grammatica.

Indicativo passato prossimo

– Io ho saputo: Eravamo agitatissimi e stavamo per dire delle ingiurie. Per fortuna ho saputo smorzare i toni.
– Tu hai saputo: Allora hai saputo tenere a bada la voglia di cazziarli!
– Lui ha saputo: Eleonora è una persona molto coraggiosa che non si perde mai d’animo. Per fortuna anche dopo l’ennesima sconfitta ha saputo fare di necessità virtù.
– Noi abbiamo saputo: Non l’abbiamo eletto perché abbiamo saputo in tempo che aveva avuto molti agganci.
– Voi avete saputo: Avete saputo in anticipo che il PC si sarebbe impallato di nuovo?
– Hanno saputo: per poco non sono stati bocciati all’esame, ma per fortuna, rispondendo molto bene all’ultima domanda, hanno saputo salvarsi in calcio d’angolo.

Indicativo trapassato prossimo

– Io avevo saputo: Finalmente ho avuto il coraggio di dirgli ciò che avevo saputo da sempre, cioè che alla fin fine la sua ragazza se ne frega di lui.
– Tu avevi saputo: Ti si leggeva in faccia che avevi sempre saputo che nel giro di qualche mese l’affare sarebbe andato a monte.
– Lui aveva saputo: Alla sua età faceva ancora progetti a lunga scadenza, fermo restando che aveva saputo sin dall’inizio che la sua malattia era terminale.
– Noi avevamo saputo: Avevamo saputo che non saresti venuto e invece di aspettarti abbiamo fatto una capatina dai miei genitori.
– Voi avevate saputo: L’esame del mese scorso non era per niente facile, per fortuna avevate saputo ritagliarvi del tempo per prepararlo bene.
– Loro avevano saputo: Hanno ottenuto il lavoro perché avevano saputo fare buona impressione al colloquio.

Passato remoto

– Io seppi: Quando seppi che a pagare lo scotto sarebbe stata mia figlia diventai un’anima in pena.
– Tu sapesti: Balzava agli occhi che ti stavano prendendo in giro ma in quel momento non sapesti rispondergli a tono.
– Lui seppe: Quando seppe che ero arrivato in finale cominciò a gufarmi contro.
– Noi sapemmo: Quando sapemmo che la brutta notizia sul vaccino Astra Zeneca era priva di fondamento tirammo un sospiro di sollievo
– Voi sapeste: Appena sapeste che aveva frodato il fisco, gli deste il benservito.
– Loro seppero: Quando seppero che stava prendendo corpo l’ipotesi di un mutamento del virus cambiarono strategia.

Trapassato remoto

– Io ebbi saputo: Appena ebbi saputo che mio figlio rientrava spesso dopo mezzanotte gli misi dei paletti.
– Tu avesti saputo: Appena avesti saputo di aver superato l’esame ti scatenasti.
– Lui ebbe saputo: Appena ebbe saputo che suo genero sfruttava la moglie si vide costretto a intervenire sulla loro relazione
– Noi avemmo saputo: Quando avemmo saputo che furono di diverso avviso tagliammo corto e ce ne andammo.
– Voi aveste saputo: Appena aveste saputo che il virus si trasmetteva soprattutto negli asili nido, correste ai ripari attraverso misure adeguate.
– Loro ebbero saputo: Dopo che ebbero saputo che avevo la zeppola non mi degnarono più di uno sguardo.

Futuro semplice

– Io saprò: Stasera vado a vedere la partita di calcio e così saprò se la cosiddetta malattia di Gianni è solo un pretesto per marinare la scuola o meno.
– Tu saprai: È ovvio che a volte Gianni non lo reggi più ma ascolta qualche suo episodio e saprai apprezzarlo molto di più!
– Lui saprà: di primo acchito la mia proposta gli sembrerà un’assurdità ma sono sicura che dopo qualche riflessione saprà coglierne il significato più profondo.
– Noi sapremo: Ma quale significato profondo? Datti una regolata! A breve sapremo tutti che ti sei montata la testa.
– Voi saprete: Se volete essere al corrente degli ultimi pettegolezzi, andate dal parrucchiere in paese. Saprete tutto di tutti ma state attenti alle voci false e tendenziose.
– Loro sapranno: Se sei a debito di una bella espressione italiana, rivolgiti ai membri dell’associazione. In men che non si dica loro sapranno rispolverare tutti gli episodi dei due minuti.

Futuro anteriore

– Io avrò saputo: Quando avrò saputo che ciò che dici risponde al vero accetterò volentieri il tuo invito!
– Tu avrai saputo: Avrai anche saputo esordire con una frase poetica ma il prosieguo della conversazione non è stato un granché.
– Lui avrà saputo: Temo che mia figlia si stia innamorando di quel bel ragazzo! Avrà saputo vedere la sostanza e non la forma?
– Noi avremo saputo: Soltanto quando avremo saputo avere contezza completa di quanto stia accadendo saremo in grado di affrontare la situazione Covid 19. Con tutte le notizie false che ci arrivano a destra e a manca continuiamo ad andare a tentoni!
– Loro avranno saputo: Quando questi direttori d’orchestra avranno saputo giostrare la rosa dei loro musicisti saranno in grado di riscuotere successo e fama a livello internazionale.

Condizionale presente

– Io saprei: Mi armo di pazienza. Se tu mi dovessi rispondere picche ti saprei aspettare per tutta la vita.
– Tu sapresti: Sapresti l’ora esatta? A volte il mio orologio sgarra di qualche minuto.
– Lui saprebbe: Se Angela non cincischiasse durante la spiegazione dell’insegnante adesso saprebbe rispondere alle domande.
– Noi sapremmo: Se durante la nostra assenza i nostri figli avessero fatto bisboccia, lo sapremmo perché abbiamo chiesto al nostro dirimpettaio di dare un’occhiata regolarmente.
– Voi sapreste: Stasera giochiamo la prima partita della stagione. Sapreste darci manforte?
– Loro saprebbero: Se non avessero calcato troppo la mano saprebbero molte più cose sulla vita sociale del loro figlio. Adesso il povero ragazzo è introspettivo e riservato nei loro confronti.

Condizionale passato

– Io avrei saputo: Avrei saputo aiutarlo a farsi strada se non avesse preso la decisione scellerata di licenziarsi.
– Tu avresti saputo: Non ti nascondo che mi sono licenziata. Altrimenti avresti saputo presto che mi sarei dovuta calare le braghe per accontentare la direttrice. Non si poteva andare avanti così.
– Lui avrebbe saputo: Se non avesse indugiato così a lungo a firmare un nuovo DPCM, avrebbe saputo molto prima che le mezze misure non sono sufficienti.
– Noi avremmo saputo: Caro figlio, grazie per essere stato sincero con noi. Non devi mai nasconderci le cose. Infatti avremmo saputo dal tuo comportamento che la tua ex-fidanzata si è fatta viva di nuovo. Occhio però!
– Voi avreste saputo: Ah, siamo alle solite. Ma io sono più furbo di come pensate: lo avreste saputo solo se lo avessi voluto. E così è stato.
– Loro avrebbero saputo: Se i giocatori avessero dato seguito alle parole dell’allenatore avrebbero saputo smarcare i difensori della squadra avversaria.

Congiuntivo presente

– Io sappia: Ciao Lucia, mio marito era abbastanza ubriaco ieri sera durante la cena. Spero che non se ne sia uscito con le sue solite barzellette imbarazzanti?

Stai tranquilla, non che io sappia.
– Tu sappia: Buongiorno, sto cercando un regalo per la mia fidanzata. Ah, bello, pensavi a un romanzo? Beh, a dire il vero, non ne ho la più pallida idea. Che tu sappia, quali libri piacciono alle ragazze?’
– Lui sappia: Aspetta, chiamo il direttore. Si dà il caso che lui sappia proprio tutto sui libri che piacciono alle ragazze.
– Noi sappiamo: Abbiamo molta fiducia in nostro figlio, siamo sicuri che sarà promosso benché sappiamo che non è votato allo studio.
– Voi sappiate: Scusatemi se torno alla carica ma lo faccio affinché voi sappiate che mi piacerebbe veramente poter lavorare in questa azienda.
– Loro sappiano: Spero tanto che i nuovi ministri sappiano rimettere in sesto il paese dopo la crisi economica.

Congiuntivo passato

– Io abbia saputo: che io abbia saputo sconfiggere il covid non è certamente merito mio. Questo va detto. Sono solo molto giovane.
– Tu abbia saputo: Mi dispiace che tu abbia saputo la notizia da un giornale. Avrebbero dovuto dirtelo a tu per tu!
– Lui abbia saputo: Credo che Luigi abbia saputo dei controlli sul lungomare. Infatti si è munito di una autocertificazione
– Noi abbiamo saputo: che noi abbiamo saputo proprio da te il nome della tua ragazza è un mero caso. Ma adesso ci sfugge di mente.
– Voi abbiate saputo: Spero che abbiate saputo godere dell’ammazza-caffè che vi hanno offerto Sandro e Paolo?
– Loro abbiano saputo: Eccome se ne abbiamo goduto! De-li-zio-so!!! Quello al sambuco è il migliore che i due abbiano saputo preparare!

Congiuntivo imperfetto

– Io sapessi: Il professore si aspettava che io sapessi rispondere almeno all’ottanta per cento delle domande prima che scadesse l’ora di tempo, ma dopo 50 minuti non ero ancora a cavallo.
– Tu sapessi: Vorrei che tu sapessi che io non prendo la seggiovia neanche per sogno!
– Lui/lei sapesse: Non vorrei che mia moglie sapesse che ci incontriamo ogni martedì. Ci rimarrei male se dovesse scoprirlo e poi decidesse di lasciarmi.’
– Noi sapessimo: Ma che dici? Ti pare che prima o poi non avrà sentore di adulterio? Stai fresco! Poi sappiamo come sono gli uomini. Ancora ancora se non lo sapessimo….
– Voi sapeste: Non immaginavo che voi sapeste sempre tutto. Ma a ragion veduta avrei potuto ipotizzarlo. E allora io mi domando e dico: come ho fatto a non rendermene conto prima?
– Loro sapessero: Dai, non farla lunga! Stai zitto, bugiardino che non sei altro! Se gli uomini sapessero tutto allora ….. No, meglio che io resti sul vago.

Congiuntivo trapassato

– Io avessi saputo: Se avessi saputo che mi avrebbero colto sul vivo, sarei rimasta zitta.
– Tu avessi saputo: Se tu avessi saputo saperci fare coi bambini, il rapporto che adesso hai con loro sarebbe migliore.
– Lui avesse saputo: Se Gianni avesse saputo in anticipo che sua nonna gli sarebbe venuta incontro, probabilmente avrebbe comprato la casa di campagna.
– Noi avessimo saputo: Ha venduto la sua dimora perché non voleva che sapessimo che la casa fu ristrutturata in modo così obbrobrioso. Se lo avessimo saputo prima avremmo potuto impedirlo.
– Voi aveste saputo: se non aveste saputo prendere spunto da questa bella storia per farne un film, oggi non sareste qualcuno ad Hollywood.
– Loro avessero saputo: Se avessero saputo che di lì a poco il nemico sarebbe stato sul piede di guerra probabilmente sarebbero stati più attenti. E dire che li avevano avvisati.

Imperativo Presente

– Sappi: Il professore è sempre stato accondiscendente ma sappi che adesso anche per lui la misura è colma.
– Sappia: Mi scusi. Da dove parte il treno per Bologna?

Dovrebbe recarsi al binario tre ma sappia che di volta in volta i treni partono con un ritardo di qualche minuto.

– Sappiate: Okay, sono d’accordo per assumervi come camerieri ma sappiate che dovrete cimentarvi anche in cucina!
– Sappiano: Ma di che cosa si lamentano? Sappiano che ho preso atto di tutte le loro richieste e che ho fatto di tutto per andargli incontro.

Infinito Presente

– Sapere: Vorrei sapere chi crede ancora alle sue supercazzole! Lui non dice altro che frasi fatte di paroloni senza senso!

Infinito passato

– Aver saputo: Dopo aver saputo che alla festa mi sarei dovuta sorbire tutte le lamentele di mia suocera ho fatto finta di essere malata e sono rimasta a casa.

Participio presente

– Sapiente: Tu sola sei sapiente di quello che tutti gli altri ignorano. Te ne capaciti oppure no?

Participio passato

– Saputo: Ho saputo che tu e la tua nuova segretaria sareste diventati amanti ancora prima che lo sapessi tu! Ma stai tranquillo. Le tue tresche non mi tangono più.

Gerundio presente

– Sapendo: Sapendo che non sarà altro che l’ennesima tua infatuazione a breve termine me ne faccio una ragione.

Gerundio passato

– Avendo saputo: Avendo saputo delle tue numerose avventure mi prefissi di ignorarle per non soffrire.

495 Essere/diventare qualcuno

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Vi ricordate dell’espressione “puntare su qualcuno“? Si tratta dell’episodio 181 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, e in questo episodio abbiamo usato “qualcuno” per indicare una persona indefinita. “Qualcuno” si usa in generale anche con riferimento ad un numero indeterminato e ristretto di cose o persone:

C’è qualcuno a cui interessa questo episodio? (spero di sì…) 🙂

Gli episodi di Italiano Semplicemente sono solitamente brevi, ma ce n’è qualcuno che supera i 20 minuti di durata.

Qualcuno di voi vuole una spiegazione dell’espressione “essere qualcuno“?

Allora se qualcuno di voi è interessato, esiste appunto questa strana modalità di usare “qualcuno“:

Essere qualcuno o diventare qualcuno.

Che vuol dire che io, ad esempio, vorrei essere o diventare qualcuno?

E’ un modo questo per dire che mi piacerebbe diventare una persona importante.

Potrei anche dire:

Vorrei essere o diventare qualcuno di importante

“Qualcuno di importante” diventa più semplicemente “qualcuno”

Giovanni si crede qualcuno nel mondo dell’insegnamento

Marco crede d’essere qualcuno nello spettacolo

Adesso che sono il direttore, mi sento finalmente qualcuno

In questo mondose non sei qualcuno, non conti niente!

Diventare qualcuno nella moda è sempre stato il mio sogno

Si usa quasi solo al maschile: qualcuno, e raramente si vede usare “qualcuna“.

Quindi anche se si parla di una ragazza che ad esempio si sente importante, si usa solitamente il maschile:

Maria si sente qualcuno.

 Potete usare anche il femminile comunque. 

Vorrei aggiungere che:

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente non si sentono qualcuno in quanto tali.

Mariana: Hai ragione Gianni, ma manco a farlo apposta, tocca a noi adesso a parlare.

Lia: vorrei aggiungere che non ci sentiamo qualcuno, ma ne avremmo ben donde.

Hartmut: vediamo di finirla adesso di scherzare ragazzi. Qualcuno potrebbe annoiarsi.

Ulrike: Perché annoiarsi? Mica stiamo leggendo una pappardella

Irina: No, una pappardella no, ma per scrupolo meglio cercare di non allungare troppo questi episodi.

Marguerite: Ciò non toglie che siano molto interessanti. 

Anthony: Certo, ma al netto di questo, non bisogna illuderli che si tratti di episodi della durata di due minuti esatti.

Fernando: va bene, allora a proposito del ripasso, questo è quanto.

 

494 Manco a farlo apposta

Manco a farlo apposta (scarica audio)

“Manco a farlo apposta” è un’espressione colloquiale che ha tre diverse forme. Infatti si può sostituire il primo termine manco con neanche o nemmeno.

Manco a farlo apposta

Neanche a farlo apposta

Nemmeno a farlo apposta

Apposta” in questo caso significa con intenzione, deliberatamente, di proposito, con volontà, quindi fare qualcosa “apposta” vuol dire fare questa cosa con la volontà di farla, volendolo fare. Si può dire anche anche “appositamente” al posto di “apposta”.

A volte il termine “apposta” significa anche “per questo motivo“. Ad esempio se dico:

“te l’ho detto apposta”, cioè: te l’ho detto per questo motivo, te l’ho detto proprio per questo.

Altre volte indica qualcosa di adatto, mirato, ma non cambia molto. Se ad esempio vogliamo dire che c’è bisogno di una legge particolare, su un certo argomento, per combattere un certo reato, possiamo dire:

Ci vorrebbe una legge (fatta) apposta!

Cioè: ci vorrebbe una legge proprio per questo motivo, proprio per ottenere questo risultato, proprio su questo aspetto, una legge adatta proprio a questo. Una legge appositamente disegnata per questo aspetto.

Invece “l’ho fatto apposta” sta per “l’ho fatto di proposito“, volontariamente.

Se invece non l’ho fatto apposta, questa cosa dunque è casuale, è il frutto del caso, e accade non perché c’è la volontà, non perché è stato fatto apposta.

Mi hai calpestato il piede!

Scusa non l’ho fatto apposta!

Questa risposta viene data quando non è evidentemente molto chiaro se un fatto è la conseguenza di una volontà oppure no.

Non l’ho fatto apposta” significa “non l’ho fatto volontariamente“.

In circostanze simili, quando cioè non è del tutto chiaro quando un evento, un fatto, è fortuito, casuale oppure no, si può usare l’espressione “manco a farlo apposta”.

Però in questo caso non ci stiamo scusando con nessuno, e ciò che è accaduto non è un fatto negativo per nessuno in genere.

Semplicemente facciamo notare, con questa espressione, che qualcosa è accaduto in modo fortuito o casuale, quando questa casualità non è chiarissima. Potrebbe sembrare invece ci sia una pianificazione.

Somiglia molto all’espressione “guarda caso” alla quale abbiano dedicato un episodio. Non c’è ironia in questo caso e neanche nessun sospetto di falsa casualità. Si sta dicendo che questa cosa che è accaduta non sarebbe accaduta neanche se l’avessimo fatto apposta, neanche se avessimo voluto che accadesse, nemmeno se ci fosse stata una volontarietà, una pianificazione da parte di qualcuno. Quindi c’è stupore che questa cosa accaduta sembri proprio fatta apposta, ma è assolutamente casuale. Una coincidenza in pratica!

Es:

Ieri ho messo le telecamere nel mio giardino e manco a farlo apposta proprio ieri sera dei ladri hanno provato a entrare in casa.

Quindi è successa una cosa casuale, che non sarebbe successa neanche se fosse stata pianificata, neanche se fosse stato fatto apposta. In questo caso sarebbe stato impossibile pianificarlo, tra l’altro.

Ieri non sono andato al lavoro per la prima volta dopo 10 anni e neanche a farlo apposta, proprio ieri c’è stato un grosso incendio nel palazzo dell’ufficio.

Che coincidenza! Si potrebbe dire, e invece è stato tutto frutto del caso.

Stamattina pensavo alla mia ex fidanzata, e manco a farlo apposta la incontro in metropolitana.

Sofie: secondo me pochi animali sono adatti per stare in casa con noi esseri umani. Da bambino ho portato in casa delle rane, e le ho messe nella vasca da bagno. Non ti dico la faccia di mia madre quando è entrata in bagno!

Rafaela: ci credo! Ci sono persone che hanno anche il drago barbuto o anche dei maiali nani. Avete presente?

Lejla: ma ti rendi conto dove arriva la follia umana? Ancora ancora un criceto o un coniglio, ma un maiale! Io non lo so guarda !

Ulrike: ma che sarebbe il drago barbuto? Mi state prendendo in giro?

Hartmut: no, no, è una sorta di lucertolone che cresce fino a quasi diventare un coccodrillo.

Flora: Stando ai dati sembra che ce ne siano parecchi nelle case italiane. Il fatto è che molto spesso non vivono nel loro ambiente ideale. Gli va di lusso se hanno un giardino a disposizione.

Irina: con buona pace degli animalisti.

493 Averne ben donde

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Eccoci ad una espressione italiana molto interessante e direi anche molto elegante: averne ben donde.

Apparentemente incomprensibile per un orecchio non madrelingua, ma vediamo se riesco a far luce su questa espressione in qualche minuto.

Dunque, iniziamo dal verbo avere. Iniziamo da averne. Come possiamo usare “averne” in una frase meno complicata?

Dunque, sapete che la particella “ne” alla fine del verbo si riferisce a qualcosa: avere qualcosa.

Ad esempio:

di automobili mi piacerebbe averne tre.

Oppure:

Quanti motivi hai per imparare l’italiano? Solitamente non è sufficiente averne solamente uno. Servono almeno due motivi (è solo un esempio).

Anche i motivi, le ragioni dunque si possono avere. E qui ci avviciniamo all’espressione si oggi.

Infatti “averne ben donde” di utilizza per esprimere che si ha un buon motivo di fare qualcosa. Generalmente usiamo averne e non avere. Si usa quasi sempre in questa forma infatti, con “ne”, messo più spesso prima del verbo, e quasi mai dopo:

Io ne ho ben donde

Tu ne hai ben donde

Lui/lei ne ha ben donde

Noi ne abbiamo ben donde

Voi ne avete ben donde

Loro ne hanno ben donde

Attenti agli esempi:

Marco sta piangendo e ne ha ben donde, perché la sua bellissima fidanzata l’ha appena lasciato.

Ne ha ben donde, come a dire: ha un buon motivo per piangere, un motivo molto valido, veramente valido.

Questo è il senso: un motivo valido, un buon motivo.

I membri che riescono a comporre delle belle frasi di ripasso con le espressioni già spiegare, hanno ben donde di essere soddisfatti.

Se qualcuno ti distrugge l’automobile nuova hai ben donde di essere arrabbiato con lui.

Sei arrabbiato? Ne hai ben donde!

In Italia tutti vogliono avere il vaccino per primi: avvocati, religiosi, eccetera. Solo le persone che lavorano alle casse dei supermercati (che invece ne avrebbero ben donde) non si sono fatte ancora sentire.

Si usa quasi sempre così: “ben donde“, e questo ben indica la validità del motivo.

Ma da dove viene questo “donde“?

Potrei dire:

Donde viene questo “donde“?

Questo termine, infatti, viene dal latino, e al di là della frase di oggi, donde ha un senso simile a “da dove”, “da cui”, inteso nel senso di “origine”, o “punto di partenza” :

Per spiegare questa espressione non sapevo donde (da dove) iniziare

Donde (da dove) vieni?

Sono tornato al punto donde (da cui) ero partito

Suona un po’ vecchiotto come utilizzo usato in questo modo.

Anche un buon motivo, in fondo, è un punto di partenza. Questo forse deve aver pensato anche Giacomo Leopardi che nella poesia che si intitola “All’Italia” scrive:

Piangi, che ben hai donde, Italia mia

Poesia molto attuale direi. Anche adesso, infatti, in questo periodo di pandemia, l’Italia ha valide ragioni per piangere. Speriamo ancora per poco.

Marguerite: Io non ho ancora preso il vaccino x il covid, ma entro l’anno, stando a ciò che si dice, dovrei averlo.
Mariana: Bisogna munirsi di pazienza
Rafaela: Che vedano di sbrigarsi, questi governi, ad immunizzarci tutti.
Irina: Prende corpo l’idea di una immunità di gregge a metà luglio. Dopodiché potrò partire alla volta dell’Italia!!

492 Passarla liscia

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Passarla liscia

Oggi vediamo un’espressione informale usata in tutt’Italia: passarla liscia, che ha lo stesso significato di cavarsela, riuscire a evitare una punizione o una conseguenza negativa, soprattutto se deriva da un proprio comportamento sbagliato.

Vediamo qualche esempio di utilizzo:

Un automobilista ha superato i 200 km orari in autostrada, ma non l’ha passata liscia e la Polizia l’ha multato.

Quindi l’automobilista, dopo aver superato il limite di velocità in autostrada, sperava di passarla liscia ma non c’è riuscito. Sperava che la polizia non si accorgesse di questa infrazione ma invece non l’ha passata liscia e ha dovuto pagare la multa.

Si usa il verbo passare, nel senso di superare, lasciarsi alle spalle qualcosa senza pagare.

Si può usare anche per indicare il superare un pericolo o una difficoltà, in genere per pura fortuna.

È la seconda volta che crolla la mia casa ma anche stavolta l’ho passata liscia.

In questo caso è simile a “è andata bene“, “l’ho scampata bella“. Passarla liscia si usa solo al femminile: sempre passarla, mai passarlo.

Però generalmente è più usato nel senso di scansare una punizione, una punizione meritata per aver sbagliato qualcosa.

La usano spesso i genitori con i propri figli:

È la quarta volta che rientri a casa molto tardi la sera. Non credere di passarla liscia!

Con il pallone i ragazzi hanno rotto il vetro di una finestra ma l’hanno passata liscia perché nessuno li ha visti.

Ma perché liscia?

Liscio e liscia si usano anche in un’altra espressione: andare liscio. In questo caso indica l’assenza di problemi.

Com’è andata?

Tutto liscio!

È andato tutto liscio.

Tutto liscio come l’olio.

Le cose lisce, gli oggetti lisci, infatti, scivolano, al contrario delle cose ruvide, che incontrano resistenza con l’attrito.

I problemi quindi scivolano via, è come se non ci fossero.

Io la passo liscia

Tu la passi liscia

Lui la passa liscia

Lei la passa liscia

Noi la passiamo liscia

Voi la passate liscia

Loro la passano liscia

potete ascoltare e leggere proprio adesso:

Rafaela. Come saprete tutti, ho un cane a casa. L’altro ieri questa bestiola, tanto bella quanto vispa, è scappata via.

Ulrike: Lì per li, ho perso il lume della ragione per via della paura che le accadesse qualche guaio, sola soletta per le strade. Volevo andare in giro gridando a squarciagola il suo nome affinché rivenisse da me. Ero sconvolta emotivamente e allo stesso tempo arrabbiata di brutto. Avevo bisogno di aiuto.

Marguerite: In quel mentre, mio marito mi guardò in malo modo e, udite udite, invece di darmi una mano mi fece questa paternale:

Hartmut: Ma come si fa!! Sembrerebbe che la tua brutta bestia lo faccia apposta per vederti andare su tutte le furie! Di fatto è troppo maleducata, devi metterle dei paletti. Bisogna insegnarle tutto da capo a dodici. In via cautelativa meglio tenerla incatenata. Punto e basta.

Irina: Nel prosieguo la cagnetta si è fatta viva, e io, per rimettermi in sesto mi sono sorseggiata un bicchiere di spumante con mio marito che, tutto sommato, di per sé non è un vero cattivone.

Ottimo lavoro ragazzi! Qualcuno avrà già notato che passarla liscia ha qualcosa in comune con passare in cavalleria! Ma sono le persone a passarla liscia, mentre sono le questioni a passare in cavalleria.

491 Vedi di

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Quando diamo un consiglio ad Vedi di (scarica audio)

Quando diamo un consiglio ad una persona, come possiamo iniziare? Soprattutto se vogliamo spingere una persona, magari un amico, a fare qualcosa, ci sono diversi modi. Dipende un po’ da ciò di cui stiamo parlando e anche se questa cosa influisce su chi parla. E come facciamo a seconda che si tratti di qualcosa di simile a una richiesta, un favore, e meno di un consiglio?

Cerca di smettere di fumare!

Secondo me dovresti andare più piano con la macchina

Posso dirti una cosa? Perché non smetti di lamentarti?

Mi permetto di dirti che, secondo me, dovresti chiedere scusa a tua madre.

In queste frasi prevale a volte la cortesia, altre volte la stanchezza di vedere una situazione negativa che non cambia, o anche la curiosità.

Se questa cosa ci dà fastidio, possiamo decidere di essere gentili, oppure no, e allora il consiglio diventa un rimprovero:

Ma perché non smetti di fumare? Mi dà fastidio che ti fai del male così!

Che aspetti a rallentare? Vai troppo forte!

E piantala di lamentarti!!

Dai, che pizza che sei, smettila!

Chiedi scusa a tua madre e basta! Non ti sopporto.

Se vogliamo essere brevi, sintetici, categorici (cioè che non vogliamo una replica, una risposta a ciò che diciamo) e nello stesso tempo irritati perché la cosa riguarda anche noi, uno dei modi è usare il verbo “vedere” in questo modo:

Vedi di smetterla di parlare, mi dai fastidio!

Ehi, vedi di star zitto!

Vedi di rallentare, se non vuoi che io alzi la voce.

Vedete di fare silenzio mentre dormo, ok?

Vedete di finire il lavoro entro domani! Mi raccomando!

Vedi di toglierti da davanti alla TV!

Avevo fatto un accenno a questo uso di vedere in un episodio passato in cui si parlava di “vedi un po’ e vediamo un po’. Ma in questo caso c’è la preposizione “di”.

Il modo più corretto per chiamare una frase di questo tipo è “esortazione” . In effetti esiste il verbo esortare, che non è offensivo.

Esortare significa indurre a un certo comportamento, spingere a fare qualcosa facendo leva sugli affetti o sulla ragione; incitare, spronare.

Vedi di andare piano!

Equivale a:

Ti esorto alla prudenza (o a essere prudente).

Una prima differenza è che esortare vuole la preposizione “a”.

La differenza più importante è che usare “vedere di” è molto colloquiale come modalità, e chi la usa in qualche modo è in una condizione di superiorità, come un genitore o un datore di lavoro. C’è irritazione sicuramente.

Se non siete in una condizione simile non è consigliabile usare il verbo vedere in questo modo. Infatti sarebbe come dire che se non segui il mio consiglio puoi immaginare cosa potrebbe succedere. Suona come una minaccia!

Anche un po’ sgarbato e maleducato come “consiglio”. Senza dubbio. Dipende anche dal tono.

Spesso si usa proprio sotto forma di minaccia. Attenti al tono e alla differenza tra una minaccia e una frase arrabbiata:

Vedi di star zitto…

Vedi di andartene…

In casi estremi può anche sostituire o integrare la parolaccia italiana più famosa:

Vedi di toglierti dalla mia vista!

Vedi di andare a quel paese!

E adesso, non dovrei dirlo, ma vedete di fare un bel ripasso!!

Anthony: Questa mattina AVEVO proprio SENTORE che SAREBBE TOCCATO A ME scrivere un ripasso. Allora non ELUDO alle mie responsabilità IN QUALITÀ DI membro del gruppo e VEDO DI SFODERARNE uno CON I FIOCCHI. Era nessun altro che la capa Ulrike ad esortarmi a darmi da fare. PAVENTANDOMI la sua reazione se sono VENUTO MENO a questa sua esortazione, mi sono messo all’opera DI BUONA LENA.

Ulrike: apprezzo il tuo entusiasmo IN QUANTO mio collaboratore. Però molte volte nel passato, erano sia la scarsa qualità del tuo lavoro sia la tua inclinazione ad usare le parolacce davanti ai clienti a farmi CADERE LE BRACCIA. Non voglio che esca di nuovo un OBBROBRIO come il tuo ultimo tentativo.

Anthony: agli ordini, capo. MI MUNISCO di attenzione e con questo ripasso ambisco a farne uno che piacerà IN TOTO ai nostri clienti (cioè i nostri amici membri del gruppo). persona, come possiamo iniziare? Soprattutto se vogliamo spingere una persona, magari un amico, a fare qualcosa, ci sono diversi modi. Dipende un po’ da ciò di cui stiamo parlando e anche se questa cosa influisce su chi parla. E come facciamo a seconda che si tratti di qualcosa di simile a una richiesta, un favore, e meno di un consiglio?

Cerca di smettere di fumare!

Secondo me dovresti andare più piano con la macchina

Posso dirti una cosa? Perché non smetti di lamentarti?

Mi permetto di dirti che, secondo me, dovresti chiedere scusa a tua madre.

In queste frasi prevale a volte la cortesia, altre volte la stanchezza di vedere una situazione negativa che non cambia, o anche la curiosità.

Se questa cosa ci dà fastidio, possiamo decidere di essere gentili, oppure no, e allora il consiglio diventa un rimprovero:

Ma perché non smetti di fumare? Mi dà fastidio che ti fai del male così!

Che aspetti a rallentare? Vai troppo forte!

E piantala di lamentarti!!

Dai, che pizza che sei, smettila!

Chiedi scusa a tua madre e basta! Non ti sopporto.

Se vogliamo essere brevi, sintetici, categorici (cioè che non vogliamo una replica, una risposta a ciò che diciamo) e nello stesso tempo irritati perché la cosa riguarda anche noi, uno dei modi è usare il verbo “vedere” in questo modo:

Vedi di smetterla di parlare, mi dai fastidio!

Ehi, vedi di star zitto!

Vedi di rallentare, se non vuoi che io alzi la voce.

Vedete di fare silenzio mentre dormo, ok?

Vedete di finire il lavoro entro domani! Mi raccomando!

Vedi di toglierti da davanti alla TV!

Avevo fatto un accenno a questo uso di vedere in un episodio passato in cui si parlava di “vedi un po’ e vediamo un po’. Ma in questo caso c’è la preposizione “di”.

Il modo più corretto per chiamare una frase di questo tipo è “esortazione” . In effetti esiste il verbo esortare, che non è offensivo.

Esortare significa indurre a un certo comportamento, spingere a fare qualcosa facendo leva sugli affetti o sulla ragione; incitare, spronare.

Vedi di andare piano!

Equivale a:

Ti esorto alla prudenza (o a essere prudente).

Una prima differenza è che esortare vuole la preposizione “a”.

La differenza più importante è che usare “vedere di” è molto colloquiale come modalità, e chi la usa in qualche modo è in una condizione di superiorità, come un genitore o un datore di lavoro. C’è irritazione sicuramente.

Se non siete in una condizione simile non è consigliabile usare il verbo vedere in questo modo. Infatti sarebbe come dire che se non segui il mio consiglio puoi immaginare cosa potrebbe succedere. Suona come una minaccia!

Anche un po’ sgarbato e maleducato come “consiglio”. Senza dubbio. Dipende anche dal tono.

Spesso si usa proprio sotto forma di minaccia. Attenti al tono e alla differenza tra una minaccia e una frase arrabbiata:

Vedi di star zitto…

Vedi di andartene…

In casi estremi può anche sostituire o integrare la parolaccia italiana più famosa:

Vedi di toglierti dalla mia vista!

Vedi di andare a quel paese!

E adesso, non dovrei dirlo, ma vedete di fare un bel ripasso!!

Anthony: Questa mattina AVEVO proprio SENTORE che SAREBBE TOCCATO A ME scrivere un ripasso. Allora non ELUDO alle mie responsabilità IN QUALITÀ DI membro del gruppo e VEDO DI SFODERARNE uno CON I FIOCCHI. Era nessun altro che la capa Ulrike ad esortarmi a darmi da fare. PAVENTANDOMI la sua reazione se sono VENUTO MENO a questa sua esortazione, mi sono messo all’opera DI BUONA LENA.

Ulrike: apprezzo il tuo entusiasmo IN QUANTO mio collaboratore. Però molte volte nel passato, erano sia la scarsa qualità del tuo lavoro sia la tua inclinazione ad usare le parolacce davanti ai clienti a farmi CADERE LE BRACCIA. Non voglio che esca di nuovo un OBBROBRIO come il tuo ultimo tentativo.

Anthony: agli ordini, capo. MI MUNISCO di attenzione e con questo ripasso ambisco a farne uno che piacerà IN TOTO ai nostri clienti (cioè i nostri amici membri del gruppo).

490 Munirsi di

Munirsi di (scarica audio)

Avete mai letto gli annunci in cui si ricercano baby sitter o persone per fare le pulizie di casa?

Questo è un esempio:

Cercasi babysitter automunita in zona

L’annuncio è chiaro: si cerca (cercasi) una baby sitter in zona, cioè che abiti nello stesso quartiere, la stessa zona in cui si trova questo annuncio, e questa baby-sitter deve essere automunita.

Automunita significa munita di automobile. In pratica la baby-sitter che si sta cercando deve avere una automobile propria, quindi deve essere indipendente dal punto di vista degli spostamenti, perché deve, evidentemente, anche accompagnare il bambino o la bambina dove è necessario.

Si sta parlando del verbo munirsi.

Essere munito di qualcosa ha il significato di avere qualcosa, possedere qualcosa.

Quindi se io sono automunito significa che ho un’auto mia, che possiedo un’auto.

In questo caso si tratta di un unico termine, ma generalmente si usa semplicemente il verbo munirsi o munire.

Quando usiamo questo verbo generalmente lo facciamo per indicare qualcosa che bisogna avere per raggiungere uno scopo.

Spesso è legato alla protezione personale, alla difesa e alla sicurezza:

Se si va a camminare nel bosco meglio munirsi di un bastone.

Il mio computer è munito di un buon antivirus

La città è munita di mura di protezione

Si usa, come avete visto, la preposizione di.

Per andare in America bisogna munirsi di passaporto.

Il senso è simile a provvedere, fornire e dotare. Il senso del bisogno, della necessità per un fine preciso è fondamentale per poter usare questo verbo.

Si può usare comunque anche in modo non riflessivo.

Se vogliamo che i ladri non entrino nella nostra casa, bisogna munire le finestre di inferriate e munirsi anche di un buon allarme.

Ci si può munire anche di qualità:

Bisogna munirsi di pazienza con i bambini.

Altri esempi:

Il portone di casa è munito di una serratura elettronica.

Mario è ben munito di soldi. Sposatelo!!

Sono sempre munito di buone idee per nuovi episodi

Adesso ripassiamo:

Mariana: la mia scelta di imparare italiano è meramente di piacere.

Rafaela: stando ai dati, la motivazione più comune è l’arricchimento culturale

Wilde: spesso e volentieri anche per esigenze di studio, di lavoro, per turismo o per ragioni affettive.

488 Chiedere lumi, attendere lumi

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Il termine lume, nella

lingua italiana, indica una luce.

In genere questo termine si utilizza quando si parla del lume di una candela, o del lume di una lampada. Nel caso della candela è una luce debole, leggera, fioca.

Il lume può essere, nel linguaggio comune, anche la stessa lampada, e non la luce che essa emana.

Una lampada a petrolio quindi diventa un lume a petrolio.

Il lume è un termine che si usa spesso nella letteratura nella poesia in sostituzione del termine luce.

Questo è il senso proprio di lume, che al plurale diventa lumi.

Ebbene, lumi, al plurale, invece si usa soprattutto nell’espressione “chiedere lumi” e anche “attendere lumi”, ma in questi due casi il lume non è una luce.

Il significato delle espressioni però è legato alla parola lume, quindi alla luce. In questo caso non si sta chiedendo a qualcuno di illuminare una stanza buia, o di “chiedere un lume” inteso come una lampada. Anche “attendere lumi” non significa aspettare una luce.

Non si sta chiedendo questo ma il senso è figurato, sia col verbo chiedere, sia con attendere.

Si sta, in questo caso, chiedendo una spiegazione, un chiarimento per qualcosa che noi non capiamo. Si spesso in senso ironico.

Il lume indica infatti la luce, ma la luce ci fa vedere ciò che al buio non si vede, quindi in senso figurato ci fa capire qualcosa che, senza una spiegazione, non riusciamo a capire. Questo è il motivo per cui si utilizza chiedere lumi al posto di chiedere una spiegazione.

Si tratta di spiegazioni particolari.

Generalmente si usa infatti quando non è colpa nostra quando non capiamo o non conosciamo qualcosa.

Es: come mai papà ha deciso di licenziarsi?

No so, appena torna chiediamo lumi a lui.

Quindi i lumi sono delle spiegazioni, ma possono anche dei chiarimenti, intesi come istruzioni su cosa fare, su come procedere.

Cosa facciamo con queste scatole che abbiamo in cucina?

Bisogna chiedere lumi a mamma. Le ha messe lei qui.

Questa è un’istruzione precisa che dobbiamo ricevere da mamma. È a lei che chiediamo lumi.

Attendiamo lumi da mamma.

Si può dire anche così.

Sarebbe come dire:

Aspettiamo che mamma ci illumini.

La luce, se ci pensate, è anche il simbolo dell’idea, che ci illumina la mente.

Notate che c’è quasi sempre una nota ironica o poetica quando uso il lume in senso figurato.

Attendere lumi e chiedere lumi si usa alquanto spesso nel linguaggio di tutti i giorni e anche si legge spesso sui giornali e nelle notizie in generale. Il senso spesso non è ironico in questo caso. Si chiedono semplicemente spiegazioni, o, come detto, chiarimenti su come comportarsi.

Es: il sindaco di Roma chiude le scuole nonostante le indicazioni del governo fossero diverse. Sono stati chiesti lumi al sindaco di Roma.

Qui si tratta di spiegazioni, per capire il motivo della chiusura delle scuole.

Il governo chiede lumi agli esperti di virus per capire quali decisioni prendere

In questo caso si tratta di un parere professionale, un importante punto di vista.

Attenzione perché non c’è mai l’articolo in queste locuzioni. Succede spesso nelle espressioni della lingua italiana, ci avete fatto caso?

Esiste anche “il lume della ragione”. In questo caso l’articolo c’è, ma il motivo è che sto indicando un lume particolare, ben preciso: il lume della ragione.

Qui si usa la luce per indicare la mente, la razionalità, la ragione.

Se una persona “perde il lume della ragione” significa conseguentemente che perde la ragione. Quindi chi perde il lume della ragione impazzisce.

Prima del ripasso del giorno, termino l’episodio citando Giacomo Leopardi, che nello Zibaldone scrive:

La ragione è un lume; la Natura vuol essere illuminata dalla ragione non incendiata. Come io dico accadde appresso i Greci e i Romani: al tempo…

Mariana: episodio dopo episodio, sapete che il mio Italiano inizia a prendere forma?

Irina: beato te, il mio Italiano invece è ancora un obbrobrio.

Ulrike: sempre ottimista eh? Mai che te ne esci con un segnale di entusiasmo. Prendi spunto da Mariana. Non ti farebbe male.

487 La pappardella

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Avete mai mangiato le pappardelle?

Sono sicuro di sì, ma se non lo avete ancora fatto, vi raccomando vivamente di farlo al più presto, non appena mettete piede in Italia.

Le pappardelle sono un tipo di pasta. Una pasta di farina e uova, tagliata in strisce più larghe rispetto alle tagliatelle. Si mangiano in tutti i ristoranti d’Italia, specie in Toscana e nel Lazio.

Pappardelle è il plurale di pappardella. Ma cos’è una pappardella?

La versione singolare non si usa in genere con la pasta alimentare, cosa questa che avviene anche con altri tipi di pasta, come le penne, i rigatoni, gli spaghetti eccetera.
Per la pasta si usa sempre il plurale, a parte rare eccezioni. Un esempio di eccezione è la “sagra della pappardella“.
Ma la sagra è una festa, e quella della pappardella (si svolge in molte località italiane) è appunto dedicata alle pappardelle. In questo caso, se parliamo di sagre, si usa spesso anche il singolare.

C’è un altro caso in cui si usa il singolare, e questo riguarda molti tipi di pasta.
Anche gli spaghetti infatti, o altri tipi di pasta, vengono chiamati al singolare, ma questo è soprattutto una usanza dei camerieri e dei ristoratori.
Quando prendono le loro “comande” (ordinazioni) ai tavoli, scrivono ad esempio: uno spaghetto ai funghi, un rigatone alla parmigiana e una penna al pomodoro“. Ma questo fa parte del gergo del cameriere, fa parte del loro linguaggio. “Uno spaghetto” significa “un piatto di spaghetti” eccetera.  Analogamente può accadere che venga ordinata “una pappardella ai funghi porcini”, cioè un piatto di pappardelle ai funghi porcini.

La pappardella (al singolare) però è un termine che si usa, nella lingua italiana per indicare anche un discorso o uno scritto farraginoso, cioè molto lungo, prolisso, confuso e dunque anche noioso. Quando si legge qualcosa di molto noioso e non ne abbiamo voglia, spesso si sentono commenti di questo tipo:

Durante la lezione, ho dovuto sopportare tutta la pappardella dei testi classici antichi. Due ore di una noiosissima lezione.

 Oggi ho il corso di teatro. Bisogna recitare tutta la pappardella a memoria! 

Spesso si parla proprio di imparare a memoria qualcosa, come un testo scritto, in genere noioso. 

A scuola è una parola che si usa spesso, quando ad esempio il professore rimprovera gli studenti di non usare il cervello ma di impararsi la pappardella a memoria, oppure quando c’è qualcosa che va imparato assolutamente a memoria, anche se è molto noioso.

Non dovete imparare la pappardella a memoria, ma usare il cervello per ragionare. 

Vediamo comunque un altro esempio:

I politici, quando fanno la campagna elettorale in tutt’Italia, a volte hanno fino a 10 discorsi da fare in luoghi diversi e ogni volta recitano la stessa pappardella.

Quindi i politici, che devono fare il loro discorso alle persone in luoghi diversi, fanno spesso sempre lo stesso discorso, che diventa quindi una pappardella da imparare a memoria.

Mia madre, ogni volta che rientro tardi da casa mi recita sempre la stessa pappardella sul rispetto e sulle regole da rispettare.

Si usa il termine pappardella perché contiene “pappa”, e la pappa ha il significato di “cibo”. Si usa coi i bambini:

Mangia la pappa che è buona! Apri la bocca bel bambino!

Si usa però “pappa” anche per indicare un impasto, un miscuglio di ingredienti, a volte che non riesco neanche a distinguere tra loro. Se poi prendo del pane cotto e lo metto in acqua o brodo e magari aggiungo olio, aglio, pomodoro ottengo la “pappa al pomodoro“, un piatto tipico della cucina fiorentina. I senso figurato allora quando ho un discorso o uno scritto confuso, con molte parole (gli ingredienti) confuse, questa la posso chiamare “una pappa”, o una pappardella proprio per indicare che è lunga e noiosa.
Con il termine pappardella molto spesso si utilizza l’espressione  “attaccare il Pippone” che abbiamo già spiegato e altrettanto spesso si può utilizzare il verbo sorbire: sorbirsi una pappardella sorbire una pappardella. Anche sorbire è un verbo a cui abbiamo dedicato un episodio.

Ulrike: se questi episodi fossero una pappardella non staremmo qui ad ascoltarli. Te lo dico senza remore.
Sofie: e in questo caso tutti gli episodi ci andrebbero di traverso.
Irina: per carità! State freschi se pensate che sarei membro dell’associazione in quel caso!

 

 

 

486 Dare il benservito

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Dare il benservito

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Nella lingua italiana, quando siete in opposizione con qualcuno, quando cioè avete un avversario, un oppositore, uno che non la pensa come voi, ebbene, in queste situazioni, volete voi avere la meglio, volete batterlo, volete che la vostra idea o opinione prevalga sulla sua.

C’è in particolare una situazione di cui mi interessa parlare oggi cioè di quando finalmente la vostra idea prevale, quando riuscite a prendervi una soddisfazione nei suoi confronti.

Non parliamo necessariamente di un incontro sportivo ma piuttosto di conflitti ideologici, di diverse idee e punti di vista, o, al lavoro, diversi idee nel risolvere un problema, o diversi obiettivi da raggiungere. Insomma, tu e questa persona non andate d’accordo e ad un certo punto riuscite ad avere la meglio.

Più in generale possiamo parlare di prendersi una soddisfazione personale nei confronti di una persona.

In questi casi c’è una esclamazione molto adatta: tiè!

Questa esclamazione, molto colloquiale e anche abbastanza offensiva, ha il significato di “tieni”, come quando si dà una cosa ad una persona e la si invita a prenderla. Il senso però è di: 

Ho vinto io e tu hai perso

Ho avuto la meglio!

Alla faccia tua (offensivo)

Hai perso, ben ti sta!

Ti sta bene!

Questo è ciò che meritavi!

Così impari a contraddirmi!

Più brevemente:

tiè!

In questo modo si esprimere una maligna soddisfazione per qualcosa di spiacevole capitato ad altri:

Tiè, così impari!

Come a dire: sono contento che è successa questa cosa per te molto negativa.

A volte questa esclamazione è accompagnata da un gesto, il cosiddetto gesto dell’ombrello, ugualmente offensivo e volgare.

Ulrike
Le preoccupazioni che riguardano il vaccino AstraZeneca sono prive di fondamento? Io non lo so, come la vedete voi ?

Irina
Io non ci capisco, ho letto però che sembra ci siano degli esami che comprovino un nesso fra casi mortali e questo vaccino.

Rafaela
Infatti, i dubbi che riguardano i rischi del vaccino spuntano a destra e a manca .

Mariana
Il mio dirimpettaio mi ha dato dell’ allarmista, quando gli ho detto di non voler vaccinarmi con AstraZeneca. Pensate un po’ !

Hartmut
Vabbè, finora la maggior parte degli esami resta sul vago, quindi è da prendere con le molle.

Anthony
Giusto! Urge piuttosto un’accelerazione dei vaccini, altro che storie! per quanto mi riguarda, se mi chiamassero accetterei senz’altro un vaccino con AstraZeneca. Ciò non toglie però che sto seguendo le voci degli scienziati con attenzione.

 

485 Prendere spunto

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Sapete cos’è uno spuntino?
È semplicemente un piccolo pasto. In inglese si direbbe uno snack. In italiano potremmo anche dire “una leggera refezione al di fuori o in sostituzione dei pasti principali”.
La refezione è, per dirlo in parole più semplici, un pasto.
Bene, allora si potrebbe pensare che lo spuntino sia il diminutivo di spunto.
Secondo questa logica anche lo spunto sarebbe un pasto. Sarebbe persino più grande dello spuntino!
Invece no. Lo spunto è un’occasione iniziale da cui si prende ispirazione.
Cosa significa? Posso usare il termine spunto in diversi modi. Oggi però mi interessa in particolare parlare della locuzioni prendere spunto (o trarre spunto) e offrire lo spunto.
Il primo modo per usarlo è quando si parla con una o più persone e si introduce un argomento di discussione collegandosi a qualcosa di cui si è già parlato. Questo però si fa quasi esclusivamente durante una lezione o una spiegazione o anche una conferenza, una riunione. Un po’ accademico e formale come contesto.
Quindi si prende l’occasione di introdurre un’idea, un progetto, un piano, a partire da qualcosa di già detto.
Es: se stiamo parlando di lingua italiana e di Dante Alighieri io potrei dire:

Vorrei prendere spunto da questo argomento per parlarvi del periodo storico in cui è stata scritta la divina commedia.

Spesso quando si fa questa operazione si può cambiare anche completamente discorso. L’importante è trovare un legame tra le due questioni. Trovare lo spunto, l’occasione, cogliere l’opportunità per agganciarsi.
Quando si prende spunto, spesso si aspetta l’occasione giusta per farlo. Si aspetta che si abbia una ragione, per trovare un collegamento che mi dia questa possibilità.

Vorrei prendere spunto da quanto detto poc’anzi da Giovanni sulla divina commedia per parlarvi di un aspetto particolare…

È un po’ come dire:

Colgo l’occasione per parlarvi di un aspetto particolare della divina commedia…
Vorrei collegarmi a quanto detto da Giovanni a proposito di Dante Alighieri…
Visto che si è parlato di Dante Alighieri, approfitto per parlarvi di…

Si può prendere spunto da qualcosa anche per fare una domanda:

Mi scusi, prendo spunto da quanto appena detto per farle una domanda…

È un linguaggio, come detto, che appartiene più al mondo accademico. Non dico che sia molto formale, ma neanche colloquiale.
Un secondo modo di usare prendere spunto è nel senso di imitare e ispirarsi.

Un pittore per dipingere un quadro può prendere spunto da un altro quadro, o dalla tecnica usata da un altro pittore.

È una sorta di punto di partenza, punto iniziale per trarre ispirazione, per prendere ispirazione, per prendere spunto, qualcosa da cui partire.
I due quadri potranno alla fine avere qualcosa in comune.
Ma il pittore può prendere spunto anche da un sogno, o da una persona o un’immagine che gli è rimasta impressa. Anche questa è più un ispirazione che un’imitazione.
L’imitazione e l’ispirazione vanno bene entrambe comunque per usare l’espressione.
Una squadra di calcio che vive un momento di difficoltà perché le vittorie non arrivano può prendere spunto da un’altra squadra che, in un momento simile, è riuscita a superare il problema.

Prendiamo spunto da loro!

È come dire:

Facciamo come loro, imitiamoli.

Si può anche prendere più di uno spunto:

Ti piace il dolce che ho fatto? Ho preso qualche spunto da una ricetta vista in TV.

Vale a dire: mi sono lasciata ispirare da una ricetta in TV. Ho visto una ricetta in TV e ho imparato due o tre cose che non conoscevo. Magari mi riferisco alla tecnica usata, o magari solo che la farina da usare è quella tipo 0 e che la temperatura del forno è di 180 gradi. Non è detto che io abbia copiato interamente la ricetta.
Queste sono le due modalità per usare prendere spunto.
Prendere spunto a volte si scrive con l’articolo: prendere lo spunto.
Si può fare sempre in realtà, ma si fa soprattutto per dare più importanza a ciò che si vuole dire, quindi ridurre il senso di “approfittare dell’occasione”, “agganciarsi a un discorso” e dare maggiore enfasi in discorsi più seri. Si avvicina al senso approfittare dell’occasione per riflettere.

L’essere umano dovrebbe prendere lo spunto dalla pandemia che stiamo vivendo per riflettere maggiormente su un modo di vivere più consapevole.
Le donne vittime di violenza da parte di uomini crescono sempre di più. Si dovrebbe prendere lo spunto da questo fatto per affrontare seriamente il problema.

Esiste anche offrire lo spunto. Non è difficile capire come si usa:

La pandemia che stiamo vivendo dovrebbe offrire lo spunto all’essere umano per riflettere maggiormente su un modo di vivere più consapevole.
L’aumentare de casi di violenza sulle donne ci deve offrire lo spunto per affrontare seriamente il problema.

Offrire lo spunto si usa sempre con l’articolo. Si può usare lo spunto o uno spunto o qualche spunto.

Questo di cui lei ha appena parlato mi offre lo spunto per introdurre un argomento interessante…
Vorrei offrire a tutti voi uno spunto di riflessione adesso…
Magari qualcuno può anche trarre spunto da questo episodio per una frase di ripasso.

Stavolta ho usato “trarre spunto” (anche con l’articolo se si dà enfasi) che è analogo a prendere spunto.
Che ne dite allora? Ripassiamo?

Bogusia:

Buonasera ragazzi, oggi voglio parlarvi pane al pane, vino al vino, perché stamattina, sentendomi in vena, ho messo a punto un ripasso con una caterva di espressioni di due minuti. L’ho subito spedito a Giovanni, ma è passato un pezzo prima di ricevere un suo riscontro. Questo non mi va per niente a genio perché non vi dico quanto mi sono scervellata fino a quel momento. Di volta in volta ho la sensazione che ciò che scrivo non sia abbastanza degno di nota. A volte perdo persino il lume della ragione , perché qualcosa non mi torna. Allora, memore di tutti questi miei interventi che restano senza nessun commento da parte sua per lungo tempo ci resto male . Questo è quanto. Ma non mi sono lamentata invano perché alla fine Gianni ha accolto le mie preghiere. Magari a voi non vi tange, ma mi farebbe specie, perché se fosse così non vi sareste sorbiti questo mio tentativo di ripasso.

484 Prendere atto

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Dopo aver visto diversi utilizzi del verbo prendere che hanno a che fare con il movimento e la trasformazione, come prendere corpo,e prendere forma e “prendere piede” oggi vediamo una locuzione che invece usa il verbo prendere in un modo più vicino al senso proprio del verbo.

Infatti nella locuzione “prendere atto” (di qualcosa) il verbo prendere indica qualcosa che diventa nostro, qualcosa che viene preso, o meglio, viene acquisito, E’ qualcosa che entra in nostro possesso, ma non nel senso materiale. Infatti prendere atto si usa con le informazioni. Quando veniamo a conoscenza di un fatto o di una notizia in qualche modo è come se diventasse nostra, è come se la prendessimo con noi.
E’ quindi un “prendere” figurato, che somiglia molto al verbo “acquisire“, “considerare“, o “prendere in considerazione“.o, meglio ancora “constatare“.

Prendere in considerazione” è molto più usata come locuzione, ma non è esattamente equivalente a “prendere atto“.

Infatti un “atto” è un fatto, qualcosa di accaduto, o comunque una verità da non trascurare. Generalmente si tratta di un fatto che si è verificato e che ad un certo punto arriva a noi. Noi ne veniamo a conoscenza. Ma questa cosa di cui veniamo a conoscenza può anche essere una deduzione logica, una conseguenza di un fatto, e non il fatto stesso.

Es:

Maria mi ha rifiutato ancora una volta. Devo prendere atto del fatto che evidentemente non sono il suo tipo.

Questa è una deduzione, è una conseguenza della realtà (Maria non mi vuole!).

In effetti si usa spesso in questo modo, quando ci si deve convincere di qualcosa attraverso un ragionamento.

Potrei anche dire:

Dopo 10 volte che provo a fare inutilmente l’esame di matematica devo prendere atto

In modo più semplice posso dire che:

La polizia ha preso atto che la banca è stata rapinata.

Questa è una semplice constatazione, perché quando la polizia è arrivata ha visto, cioè si è accorta che la banca è stata rapinata, che la banca ha subito una rapina. Non è una deduzione ma una constatazione, è un fatto concreto che si è realizzato. Non c’è bisogno di fare una deduzione, ma posso usare ugualmente “prendere atto”.

Quindi “prendere atto” si usa quando si fa una deduzione, e in questo caso è simile a “cercare di accettare“, in quanto si tratta sempre di deduzioni negative, sgradevoli, e anche quando si fa una constatazione.

Nel caso della constatazione, l’uso è abbastanza formale. Io ho fatto l’esempio della polizia che prende atto di un fatto accaduto, ma anche al lavoro si usa spessissimo, nella politica e anche nel linguaggio giornalistico.

Vediamo alcuni esempi, sia di constatazione, sia di deduzione

Il direttore dell’azienda ha preso atto delle richieste dei lavoratori (constatazione)

Il Governo, preso atto dell’aumento dei contagi da Covid, ha deciso di dichiarare la zona rossa nazionale (constatazione)

La professoressa, preso atto dei buoni voti degli studenti, ha voluto dare loro una settimana di riposo dallo studio (constatazione)

Alcuni italiani che non credevano nel virus del Covid, di fronte al numero elevatissimo di morti, hanno dovuto prendere atto del fatto che si sbagliavano (deduzione)

Notate che spesso quando si “prende atto” di qualcosa, subito dopo accade qualcosa, si fa qualcosa, si reagisce a questa “presa d’atto” attraverso un’azione. E questa azione è influenzata da ciò di cui si prende atto. Non a caso il termine “atto” può indicare anche un documento. Pensiamo agli atti di un processo,

Il direttore dell’azienda, se dichiara di aver preso atto delle richieste dei lavoratori, evidentemente ha intenzione di fare qualcosa per andare incontro a questi lavoratori.

Il Governo, quando prende atto dell’aumento dei contagi da Covid, ha subito deciso di dichiarare la zona rossa nazionale. Se non ne avesse preso atto, non avrebbe agito in quel modo.

Analogamente, la professoressa, quando prende atto dei buoni voti degli studenti, decide di premiarli con una settimana di riposo dallo studio.

So cosa volete dirmi adesso: che devo prendere atto del fatto che non riesco mai a fare una spiegazione in due minuti. Va bene, ne prendo atto, ma voi dovrete prendere atto che questo episodio, come tanti altri, meritava una spiegazione più dettagliata.

Ripasso espressioni precedenti:

Ulrike:

Giochiamo un po’? Un indovinello vi va? Domanda retorica, lo so. Allora cominciamo: con quale espressione della rubrica dei due minuti si può dire che una cosa o un fare sono di scarsa importanza o di poco valore, ragion per cui non varebbe la pena di darle importanza? Ora tocca a voi.

Hartmut:
Vuoi che non lo sappiamo, è chiarissimo. Aggiungo un ulteriore indizio: dedicarsi ad una cosa inutile che non ha nessun effetto, non è cosa.

Mariana:
Chiarissimo dici? Vabbè, magari sono dura di comprendonio, ma questo tipo di indovinello non mi va, anzi mi fa persino voltare il cervello. Non contate su di me.

Anthony:
Ma va‘, vuoi darti subito alla fuga Hartmut? Dai, facciamo un po’ mente locale e vedrai che troveremo la soluzione nel giro di pochi minuti.

Bogusia:
Hai ragione, ma prima che ci incartiamo con questa caterva di espressioni della rubrica, dacci un altro indizio Ulrike oppure tu Hartmut.

Sofie:
La neccessità di un ulteriore indizio secondo me non si pone, anzi lascerebbe il tempo che trova, dato che gli indizi presentati sono ben chiari. Avete capito? Ho appena usato l’espressione misteriosa.🙂

483 Prendere piede

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E’ il terzo episodio dedicato al verbo prendere. Ci state prendendo gusto spero. Spero cioè che vi stia iniziando a piacere.

Oggi però è il turno di “prendere piede“.

Prendere piede è una locuzione simile a “prendere corpo“, e “prendere forma“. Ancora una volta prendere esprime cambiamento, mutazione, trasformazione in qualcosa; stavolta, in particolare, c’è qualcosa che si sta affermando.

Ad affermarsi può essere un’abitudine, una moda, una usanza, un modo di fare. La cosa che conta è che la questione riguarda le persone, cioè il numero di persone che fanno qualcosa. Quando prende piede una moda ad esempio, questa moda, questo modo di vestirsi ad esempio, si diffonde, quindi si afferma in modo consistente. Molte persone in iniziano a vestirsi in un certo modo e la cosa inizia a diffondersi. C’è questo fenomeno in aumento che riguarda molte persone.

Si può usare anche il verbo “attecchire“. Per ricordarlo pensate ad “attaccare”, ma non pensate ad attaccare nel senso della guerra (attaccare il nemico) ma nel senso di contagiare, come quando si dice che una persona attacca l’influenza ad un’altra persona, cioè la passa ad un’altra persona. Oppure nel senso di attaccare come la colla, che serve per attaccare due oggetti o due superfici.

Attecchire è abbastanza simile e in senso proprio è tipico delle piante. Si mette una pianta nel terreno  e si vede cosa succede nel tempo. Se la pianta attecchisce, mette le radici e tutto è andato bene: la pianta è sopravvissuta e sta crescendo. Si potrebbe dire che “ha funzionato”, nel senso che siamo riusciti a far attecchire la pianta al terreno. Vedete come attecchire è simile a attaccare. In effetti la pianta con le radici si è attaccata al terreno   D’altronde esiste anche il piede di insalata e il piede di lattuga, che è un modo comune di chiamare una singola pianta, un singolo cespo di insalata.

In senso figurato attecchire si può usare al posto di diffondersi, affermarsi, prendere piede

Avete notato che ogni tanto la moda anni settanta sembra prendere piede nuovamente?

Anche una moda che prende piede sicuramente possiamo dire che “funziona”. Ha attecchito tra la gente. Inizia ad emergere, a diffondersi, a farsi strada.

Dicevo che prendere piede si utilizza anche per le abitudini se si parla di più persone, e più in generale qualunque cosa possa diffondersi ed affermarsi.

Tra gli italiani sta prendendo piede l’abitudine di mettersi la mascherina prima di uscire di casa!

 La variante inglese del Covid sta prendendo piede anche in Italia.

Whatsapp ha preso piede già da qualche anno in tutto il mondo.

Si usa in realtà anche con le ipotesi, a volte impropriamente, proprio come “prendere corpo“. Es:

Sta prendendo piede l’ipotesi di un allungamento del calendario scolastico, per consentire agli studenti di recuperare il tempo perduto a causa del Covid.

Dipende dal senso che si vuole dare alla frase. In questo caso ad esempio potrei voler dire che questa ipotesi di allungare le lezioni per un periodo di tempo aggiuntivo sta prendendo piede nel senso che inizia a trovare un sacco di persone che sarebbero d’accordo con questa idea.

Vedete come col verbo prendere c’è una certa flessibilità nell’utilizzo.

Irina: Sono di un avviso particolare sull’apprendimento della lingua italiana: Mi butto a pesce su ogni episodio per approfondire il mio vocabolario. Non lascio nulla d’intentato pur di migliorare il mio livello.
Devo ammettere  che a volte mi cascano le braccia, perché sembra che il mio cervello somigli a un colino.
Non mi capacito di come ogni due per tre dimentichi delle parole. Forse questo accade perché parlare mi procura batticuore, ho una fifa blu di sbagliare. 
Peraltro va aggiunto che sbaglio un sacco. Ogni volta, parlando a tu per tu con qualcuno, sono lì lì per mollare tutto.
Ciò non toglie che io abbia intenzione di continuare, purché vedrò un miglioramento significativo. A ben pensare, l’amore per la lingua italiana mi far andare avanti di buona lena.
Non so cos’altro dire, se non che tentar non nuoce.
Infatti, nonostante i problemi di cui vi ho parlato,  tanto non me la sento di arrendermi.
Do fondo a tutta la mie energie, perché mi sono prefissa di migliorare. A questo punto non mi va di piantar baracca e burattini.
Finora ho visto i sorci verdi con la grammatica, ma d’ora in poi cambio registro con Italiano Semplicemente. Questo sito è una fucina di idee e un pozzo d’ispirazione.

482 Prendere forma

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Prendere forma è una locuzione simile a prendere corpo, che abbiamo visto nell’ultimo episodio. Può capitare anche che vengano usate una al posto dell’altra, ma in realtà c’è una differenza. La cosa in comune è che il verbo prendere indica sempre una trasformazione, un cambiamento. La differenza è che prendere forma non si usa, o meglio non dovrebbe usarsi per le ipotesi che si concretizzano, ma si usa per indicare che le caratteristiche di qualcosa iniziano a delinearsi, iniziano a definirsi. Questa cosa inizia ad assumere delle caratteristiche precise.

Es: guarda mia figlia, adesso ha 14 anni. Fino allo scorso anno era ancora una bambina. Adesso la donna inizia a prendere forma.

Questo è un esempio in cui mi riferisco alla forma fisica, la forma intesa in senso materiale. La ragazza inizia ad assumere le forme femminili, di una donna, e non più di una bambina. In senso immateriale invece:

Il progetto inizia a prendere forma.

Parliamo di un progetto qualsiasi, le cui caratteristiche iniziano ad essere evidenti.

Questo giorni in Italia sta prendendo forma il piano vaccinale contro il Covid.

Infatti ci sarà presto una comunicazione da parte del governo in cui si spiegheranno tutte le caratteristiche del piano: chi sarà vaccinato, dove, quando, dove prenotare la vaccinazione, chi sarà abilitato a farlo eccetera. Qualunque cosa allora può prendere forma nel momento in cui iniziamo a vedere dei cambiamenti che rendono questa cosa più chiara, con caratteristiche precise, che fino ad ora non erano emerse. Ancora una volta non dobbiamo mettere l’articolo, come in “farsi strada” e “prendere corpo” , perché è una locuzione con un significato preciso. Se lo facciamo ci riferiamo a una forma precisa e dobbiamo indicare questa forma.

La ragazza sta assumendo la forma di una donna. Il progetto inizia a prendere la forma di ciò che avevamo in mente.

Adesso ripassiamo: Mariana: va detto che comporre delle frasi per ripassare gli episodi precedenti non è facile, ma ci consente di metterci alla prova. Ulrike: le prime volte che si prova a farlo è facile che fiocchino gli errori. Wilde: che vuoi, da che mondo è mondo una lingua non si impara in un giorno!

481 Prendere corpo

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Ricordate l’episodio scorso?

Abbiamo parlato in particolare di “farsi strada“. Mi riferisco a quando si fa strada un’ipotesi. Dimentichiamo per un attimo lr persone che fanno strada o che si fanno strada ma pensiamo solo alle ipotesi che si fanno strada, cioè che diventano più concrete.

Ebbene, in questi casi possiamo dire anche che l’ipotesi “prende corpo“. Più facile da ricordare e sicuramente non vi confondere con gli altri usi di “farsi strada“.

“Prendere corpo” è dunque equivalente, ha lo stesso significato di “farsi strada”, ma solo in questo caso specifico delle ipotesi che diventano più concrete.

Vediamo alcuni esempi:

Sta prendendo corpo l’ipotesi di un fidanzamento tra Giovanni e Maria.

Sta prendendo sempre più corpo l’ipotesi di una cessione di Cristiano Rinaldo da parte della Juventus

Quindi Giovanni e Maria molto probabilmente si fidanzeranno. Non è una certezza, però rispetto a prima, è sicuramente l’ipotesi più probabile.

Lo stesso dicasi per la cessione di Ronaldo da parte della Juventus.

Queste ipotesi stanno prendendo corpo.

Perché su dice così?

Ogni corpo, come il corpo umano, è reale, si può toccare.

Quando qualcosa prende corpo, questa cosa non è ancora reale, ma il verbo “prendere” si usa per trasmette il senso della trasformazione verso qualcosa di reale. Qualcosa sta diventando reale, sta diventando qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ha un corpo. Pensate all’espressione “prendere l’abitudine” o a “prenderci la mano“. Anche in questi casi il verbo prendere si usa per trasmettere una trasformazione.

L’espressione si può usare in ogni contesto, anche il più formale quando si parla di qualcosa che si potrebbe avverare.

Non si tratta di un “corpo” materiale naturalmente. L’espressione è figurata. Si tratta appunto ancora di ipotesi, che in quanto tali, sono supposizioni, sono frutto dell’immaginazione. Ma ci stiamo avvicinando alla realtà. E’ in corso un avvicinamento ritenuto realisticamente possibile.

È con le ipotesi che si usa prevalentemente l’espressione “prendere corpo“.

Nei prossimi episodi vediamo invece altre due locuzioni, abbastanza simili: prendere forma e prendere piede.

Così capiremo meglio anche l’utilizzo del verbo prendere.

Dico davvero. Non vi sto prendendo in giro!

Adesso ripassiamo:

Rauno: Stava prendendo corpo l’idea di vaccinare tutti gli italiani entro l’anno, sennonché tutti questi problemi con i vaccini adesso stanno rallentando le cose.
Ulrike: C’è un crescendo di preoccupazione in tutta Europa attorno agli eventuali effetti collaterali dei vaccini.
Lejla: in merito, i dati non sono ancora allarmanti. Ma gli allarmisti ci sono sempre. Basta non lasciarsi coinvolgere

480 Fare e farsi strada

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Fare strada e farsi strada

Tutti voi conoscete il termine strada, giusto?

La strada è, in senso proprio, il luogo dove le macchine, le automobili, e in generale gli autoveicoli e i motoveicoli si muovono.

Ci sono le strade, le autostrade, e, volendo, anche le vie, le stradine, i viottoli, i viadotti, le bretelle autostradali, eccetera. La strada si percorre in senso materiale, fisico, ma si può anche “fare” :

Che strada fai per andare a casa?

Risposta: Faccio la strada di sempre, la solita strada

In questo caso si usa normalmente il verbo fare.

Ma cosa succede se tolgo l’articolo? Fare la strada, diventa “fare strada”.

Oggi voglio parlarvi proprio dell’espressione “fare strada”, e anche di “farsi strada”.

Quando ci sono delle macchine su una strada, spesso qualche automobile procede ad una velocità maggiore delle altre, allora la macchina più veloce sorpassa la macchina lenta. La macchina veloce supera la macchina lenta. Possiamo usare i due verbi superare o sorpassare indifferentemente.

Se però la strada è stretta e la macchina lenta non si accorge che ha una macchina che vuole passare, la macchina veloce suona il clacson: bep bep. La macchina lenta allora fa passare la macchina veloce. Posso anche dire che la macchina veloce chiede strada alla macchina lenta, oppure chiede alla macchina lenta di farle strada:

Fammi strada, devo passare!

Allora la macchina lenta fa strada alla macchina veloce.

Se ci pensiamo, quando una macchina fa strada ad un’altra, facendola passare, fa un gesto di cortesia.

A proposito di cortesia. “Fare strada” ha anche un altro significato. Si usa proprio in formule di cortesia, quando sono insieme ad una persona ospite e io devo mostrarle dove andare.

Prego, si accomodi, le faccio strada!

Prego accomodati, ti faccio strada.

Quindi io vado avanti e questa persona mi segue. In pratica io mostro la strada da percorrere e quindi precedo gli altri indicando il cammino:

Seguitemi, vi faccio strada!

Anche questo significa “fare strada” a qualcuno.

Ma c’è anche un altro modo di usare questa locuzione. Stavolta ci sono solamente io.

Fare strada” in questo caso significa fare carriera. Significa avere successo, migliorare la propria condizione:

Giovanni è un ragazzo che farà strada

Maria è molto intelligente, farà sicuramente strada nella vita

Quando si ha successo, se ci pensate, è come se si vincesse una sfida con gli altri perché si emerge rispetto ad altre persone.

Non è facile fare strada nel mondo dello spettacolo

Significa che non è facile emergere nel mondo dello spettacolo.

Ma esiste anche “farsi strada“. Il verbo fare diventa farsi se si riferisce a se stessi, o alle persone in generale, ma anche quando si riferisce a un qualcosa di esterno.

Se lo riferisco alle persone, posso ad esempio dire:

Non è facile farsi strada nel mondo dello spettacolo

Farsi strada significa trovare il modo di emergere, superando gli ostacoli e i problemi. Significa andare avanti con caparbietà. Ci si fa strada quando si cerca di andare avanti lottando, cercando di superare le difficoltà. Fare strada invece è semplicemente il risultato finale, il fatto di emergere.

Se hai un problema nella vita devi affrontarlo, non aspettare che ti aiutino gli altri. Bisogna farsi strada da soli.

E’ possibile anche farsi strada tra la folla, tra la gente, andando avanti e cercando di passare eventualmente anche spostando le persone con le mani.

Permesso, scusate, devo passare!

Ci si può fare strada anche a gomitate! A mali estremi, estremi rimedi!

Se qualcuno si fa strada quindi, questa persona vuole passare, vuole superare le difficoltà e fa ciò che può per andare avanti.

Farsi strada tra la folla

Io mi faccio strada per poter passare

Tu ti fai strada per poter passare

Lui/lei si fa strada per passare

eccetera.

Attenzione adesso. Ho detto che farsi strada si usa anche con riferimento a un qualcosa e non solo a qualcuno.

Es:

Si fa strada l’ipotesi di un rinvio delle elezioni

Sembra farsi strada l’ipotesi di un rinvio delle elezioni

Questo significa che questa ipotesi sta diventando più probabile. E’ dunque una possibilità che si sta facendo più concreta. Si rafforza questa ipotesi.

Pensate a tante ipotesi possibili sul futuro, che potete vedere come delle automobili su una strada. Quando una ipotesi si fa strada, è come se superasse le altre ipotesi in termini di probabilità.

Quindi se è una persona a farsi strada, questa persona avanza, va avanti superando i problemi o le altre persone.

Se è una ipotesi a farsi strada, questa ipotesi diventa più probabile e concreta rispetto alle altre.

Posso usare anche le idee al posto delle ipotesi. Il concetto non cambia. Idea in questo caso sta per ipotesi. Stesso significato.

Quindi ricapitolando, si può fare strada al lavoro, o in qualsiasi attività dove ci si fa notare, si emerge, si fa carriera o si diventa esperti di qualcosa.

Si può far strada a qualcun altro se lo si fa passare, se lo si fa andare avanti. È anche una formula o cortesia quando si precede una persona indicando così la strada da percorrere.

Infine, c’è anche farsi strada. Ci si fa strada quando si va avanti superando le difficoltà, aiutandoci con le proprie forze. Quando è un’ipotesi a farsi strada invece questa ipotesi diventa più probabile.

Questo è quanto.
MARIANA: è il momento di rispolverare qualche episodio caduto nel dimenticatoio?
ULRIKE: daccordissimo. Lungi da me dall’essere di diverso avviso.
EMMA: allora vi propongo di fare mente locale e ricordarmi quell’espressione che si usa quando… avete presente quando vi pentite di una scelta perché scoprite che comporta fatica?
LEJLA: “hai voluto la bicicletta?” ti risparmio il finale perché lo conosci!!

479 L’ultima spiaggia

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L'ultima spiaggia

Se amate l’Italia amate probabilmente anche le spiagge italiane.

L’ultima spiaggia” però non è la spiaggia più lontana Italiana. Non è neanche l’ultima volta dell’estate che vedete una spiaggia italiana. Niente di tutto questo.

Niente a che fare con il mare e la sabbia. L’ultima spiaggia è invece una locuzione che indica un’ultima speranza, un’estrema possibilità di risolvere una situazione.

L’espressione che abbiamo visto insieme nell’ultimo episodio, se ricordate, è simile: l’extrema ratio l’ho definita in modo simile. Ma stavolta si parla di ultima possibilità, non di ultima possibile soluzione.

L’extrema ratio è una possibile soluzione che noi stessi scegliamo di applicare quando tutte le altre non hanno funzionato, perché siamo consapevoli delle conseguenze negative di questa soluzione.

Invece l’ultima spiaggia è l’ultima volta che abbiamo la possibilità di risolvere questo problema. Non ci saranno altre occasioni. Non si tratta di una soluzione diversa e percicolosa, ma solo di un’altra possibilità per riuscire a fare qualcosa di positivo. Poi basta.

Es:

La prossima partita sarà l’ultima spiaggia per la squadra italiana. Se l’Italia non vince sarà fuori dal campionato del mondo.

Nello sport si usa spesso per trasmettere il senso di ultima POSSIBILITÀ, il senso di “ora o mai più”.

La locuzione viene da un libro, un romanzo. Ma questo quasi nessun italiano lo sa. Non è importante saperlo per poterla usare.

Ci sono due modi per usarla.

Il primo modo è dire che l’ultima occasione è ultima spiaggia, o rappresenta l’ultima spiaggia, o costituisce l’ultima spiaggia.

Questa partita è l’ultima spiaggia per l’Italia

Ma si può anche dire:

L’Italia è all’ultima spiaggia…

L’Italia si trova all’ultima spiaggia…

Si usa anche fuori dello sport ma si tratta sempre di un’ultima possibilità:

Mi hanno bocciato 5 volte all’esame di italiano finora. Il prossimo sarà l’ultima spiaggia. Se sarò bocciato ancora, lascerò l’università.

Un’espressione colloquiale, non formale quindi. Spesso si parla di ultima chance con quasi lo stesso significato. L’ultima spiaggia però ha spesso un senso più drammatico.

Inoltre la chance, cioè la possibilità in senso stretto, è legata ai singoli tentativi, come quando si cerca di colpire un bersaglio. L’ultima spiaggia ha un uso più generale, legato sempre alla perdita di qualcosa di importante. Vi consiglio pertanto di non abusare nell’utilizzo di questa espressione.

Bogusia: si leggono, qui nel gruppo, in modo indefesso le opere della letteratura italiana. Voglio ringraziare tutti i lettori che non cincischiano mai, e così facendo ci offrono, bontà loro, il loro contributo per il nostro quotidiano destreggiamento, Ci tendono la mano, dandoci la possibilità di scoprire i vari scrittori, per qualcuno forse sconosciuti. Spesso e volentieri ci si dimentica che lo stanno facendo per noi, il che non è cosa da poco.
Bisogna quindi farne tesoro e seguire con attenzione questa bella musica che viene dalla loro lingua. Si meritano il nostro plauso, eccome.

478 Extrema ratio

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Episodio 478 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Parliamo di una espressione latina molto usata e molto utile da conoscere. Extrema ratio è l’espressione in questione. Si scrive con la x al posto della s. L’espressione si può usare quando abbiamo un problema da risolvere e, tra le possibili soluzioni, vogliamo indicare quella più pericolosa, quindi anche quella che sceglieremmo per ultima. Tradotta significa proprio questo: “ultima soluzione“, “estremo rimedio“. L’aggettivo estremo, scritto però con la s e non con la x, in italiano indica, tra le altre cose, qualcosa di pericoloso. Pensiamo agli “sport estremi“, che sono i più pericolosi, come lo sci o l’arrampicata sulle montagne. L’estremo è spesso anche legato alla morte, come l’estrema unzione, che è la benedizione che si riceve prima di morire, o anche il gesto estremo, che in pratica indica il gesto di togliersi la vita. L’estremo è legato al pericolo anche perché esiste l’espressione “essere in estremo pericolo“, cioè correre un forte pericolo di morire. Esiste anche l’espressione: “a mali estremi, estremi rimedi”, di cui abbiamo già parlato nell’episodio 375. Insomma, una soluzione estrema è una soluzione a cui si ricorre quando non vi siano altre vie d’uscita, quando resta solamente questa possibilità, e questa è la soluzione più pericolosa, la più dolorosa o la più violenta. Il termine ratio, che si pronuncia “razzio”, indica invece la ragione, l’intelletto, la razionalità. E allora l’extrema ratio è una soluzione estrema, una soluzione che si decide di prendere razionalmente, con razionalità, usando la testa, consapevoli dei rischi che si corrono o delle conseguenze ovvie. Per questo motivo è estrema. Vediamo qualche esempio:

Per sconfiggere il covid ci sono metodi diversi, e la chiusura totale, il cosiddetto lockdown, è una scelta da prendere come extrema ratio. Per funzionare funziona, ma a forte danno dell’economia. La stessa scelta di chiudere le scuole è un’extrema ratio.

Prima di prendere una scelta simile bisogna cercare tutte le alternative possibili. Un altro esempio:

Come si fa a salvare un’azienda che sta per fallire? Ci sono varie strade. Come extrema ratio si possono anche licenziare tutti i lavoratori in eccesso.

Ci si deve augurare che questa sia veramente una extrema ratio. A volte comunque si può usare anche se non c’è pericolo legato a questa soluzione ultima. In questo caso potrebbero diminuire i benefici anziché arrivare i pericoli. Resta il fatto che come alternativa è sempre l’ultima. Sarebbe allora un po’ come dire “meglio che niente“. Adesso chiedo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente se hanno una frase per non dimenticare le espressioni precedenti. Una cosa che faccio sempre è chiedere loro una frase di ripasso. Se poi non arriva niente, giocoforza, come estrema ratio, ci penso io a realizzarla e poi loro la registrano. Meglio che niente! Stavolta però non c’è stato bisogno. A te la parola Bogusia. Bogusia: Ho preso una brutta piega recentemente, non partecipando alle chiacchiere del gruppo. È già grasso che cola se dico buongiorno. Mera pigrizia da parte mia? Può darsi . Di volta in volta mi trovo sguarnita di idee. Boh, adesso, ho abbozzato abbastanza con questo mio atteggiamento. Mi sono messa a studiare di nuovo, ma ho sentore che gli errori fioccheranno. Di paventare giornate difficili da recuperare con le espressioni, però non me lo sento, poiché si sa che basta ritagliarsi del tempo per ascoltare il contenuto piacevole degli episodi. Con i due minuti di italiano semplicemente è anche possibile quando si ha il tempo risicato. Questo esercizio va fatto ogni giorno però, altrimenti giocoforza si dimentica quanto imparato.

477 Si o ci si?

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Episodio 477 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Un episodio ancora una volta dedicato a “ci si”. Ce ne siamo già occupati in un episodio precedente. era il n. 32 di questa rubrica.

Oggi vediamo la differenza tra “si” e “ci si“. In questo modo non ci saranno più dubbi.

Mi riferisco sempre al “si” senza accento, che si usa quando si parla in modo impersonale, come sto facendo adesso.

Parliamo in modo impersonale quando il soggetto non è chiaramente espresso e parliamo di noi o di tutti, cioè della gente in generale. Spesso si parla di regole da rispettare.

Quando si parla in modo impersonale, un errore comune tra i non madrelingua è dimenticare la particella “ci” quando questa è necessaria. Ad esempio:

Si deve indossare la mascherina sugli autobus (verbo indossare)

Ci si deve preoccupare se una persona non indossa la mascherina in un autobus (verbo preoccuparsi)

Ma quando è necessaria questa “ci”? C’è una regola?

La risposta è semplice: “ci” è necessario quando i verbi sono riflessivi, cioè quando l’azione del verbo è rivolta verso se stessi (come preoccuparsi) o se due o più soggetti compiono un’azione e nello stesso tempo la subiscono (come darsi la mano). Dipende dal tipo di verbo riflessivo.

Quindi, quando si parla in modo impersonale, se i verbi non sono riflessivi, ci vuole solamente “si”. Altrimenti si usa “ci si“. Questo accade soprattutto quando si inizia la frase con “quando”, oppure “se”, “nel caso in cui”, “qualora” eccetera. Cosa che accade spessissimo quando si parla in modo impersonale.

Quando si mangia, si tiene la bocca chiusa! (verbo tenere, non riflessivo)

Se si deve fare questa cosa, allora facciamola! (verbo fare)

Si deve finire questo lavoro entro oggi (verbo finire)

Se si vuole, si può consegnare subito il compito (verbo volere)

Fate attenzione invece con i verbi riflessivi come ad esempio pettinarsi, impegnarsi, disinteressarsi, stringersi (la mano), sposarsi, divertirsi. pulirsi, sbagliarsi, scatenarsi. Ascoltate i seguenti esempi, dove la voce è anche quella di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente. In questi esempi che ascolterete ci sono sia verbi riflessivi che non riflessivi. Così potete vedere la differenza. Cogliamo l’occasione per ripassare alcune puntate precedenti:

Ci si deve voler bene se si vuol vivere a lungo (verbo volersi).

Tra amici ci si dice tutto (verbo dirsi)

Fernando: Quando ci si pettina, si deve fare lentamente. Mi fa specie che tu non lo sappia, visto che sei una parrucchiera.

Irina: Se ci si impegna, si può superare l’esame col massimo dei voti, salvo sfortuna.

Ulrike: Quando ci si disinteressa della propria moglie, alla fine si finisce per divorziare. Bisogna darsi una regolata.

Hartmut: Facciamo un gioco. Al mio “via” ci si stringe tutti la mano, purché poi ci si lavi le mani.

Anthony: Quando ci si sposa, si deve essere convinti, benché poi si possa divorziare.

Rauno: Ci si diverte molto in vacanza, vero? Ad esempio ci si può scatenare in discoteca

Mariana: E’ risaputo che ogni volta che se ne ha l’occasione, ci si deve lavare le mani.

Anthony: Qualora ci si sbagli, va detto subito.

Fate attenzione perché a volte “ci” indica un luogo. Tipo:

Al mare ci si andrà quando farà più caldo.

Ma andare non è riflessivo.

Questo però è un altro caso. Si parla sempre in modo impersonale, ma ma la presenza del “ci” fa riferimento al luogo e non al verbo riflessivo o meno.

Quindi “ci” va sempre messo in questo caso.

Allora ci si vede al prossimo episodio.

476 Giocoforza

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Giocoforza (scarica audio)

Episodio 476 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

La caratteristica che rende la rubrica, unica nel suo genere, è la presenza, alla fine di ogni episodio, di un ripasso degli episodi passati. In questo modo, è giocoforza impossibile dimenticare.

Proprio “giocoforza” è l’argomento della puntata di oggi.

Significa inevitabilmente, necessariamente, obbligatoriamente.

Ma perché dovremmo usare giocoforza se non l’abbiamo mai fatto finora?

Se non volete usarlo, sempre meglio conoscerne almeno il significato e l’uso, altrimenti vi spiego anche come si usa. Notiamo che compare la “forza“.

Nel linguaggio colloquiale, quando qualcosa è obbligatorio o quando è inevitabile spesso si usa la locuzione “per forza“. Si usa soprattutto quando non si ha voglia, quando un’azione non è spontanea o volontaria, ma bisogna farla per forza, obbligatoriamente.

Devo studiare per forza oggi? Proprio non ne ho voglia!

Andiamo a trovare Giovanni?

Risposta: No, non ne ho voglia!

Devi venire per forza. Non puoi non venire.

Ebbene, giocoforza è simile ma meno informale, meno legato alle emozioni personali.

Si usa quando non si può fare a meno di fare qualcosa, quando un’azione è inevitabile, quando non c’è altra strada. Quindi obbligatorio ma solo in questo senso, non un obbligo imposto da una persona, da un dovere o da una regola da seguire.

In questi casi si può anche usare l’espressione “per forza di cose“, anch’essa più informale rispetto a giocoforza e forse anche più utilizzata.

Es: la pandemia ha comportato giocoforza misure restrittive.

Quindi: Per forza di cose si sono dovuti prendere dei provvedimenti. Non c’era un’altra strada.

Le circostanze hanno imposto delle decisioni, altrimenti le conseguenze sarebbero state ancora peggiori. Non si poteva evitare di prendere provvedimenti. E’ stata una scelta obbligata. Potrei anche dire che “è stato inevitabile prendere provvedimenti”.

L’esempio che ho fatto è il più semplice possibile.

Molto spesso però si usa insieme al verbo essere nella locuzione: “essere giocoforza“.

La presenza di “gioco“, dà quasi l’idea di una strategia di gioco. Questo rende il termine non troppo colloquiale. Comunque possiamo usarlo per qualunque tipo di discorso, anche in senso ironico:

Quando i miei figli si picchiano è giocoforza intervenire.

In questa frase posso anche non usare la locuzione col verbo essere:

Quando i miei figli si picchiano devo giocoforza intervenire.

Quando i miei figli si picchiano, giocoforza è necessario un mio intervento.

Comunque la maggioranza delle volte si usa col verbo essere. Vediamo altri esempi:

Appena ho scoperto la rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, era la puntata 476. A quel punto fu giocoforza iniziare dal primo episodio.

Gli attaccanti titolari sono tutti infortunati. È giocoforza chiamare un ragazzo dalla squadra primavera.

Anche se oggi sono povero, il mio futuro non è giocoforza segnato.

Di fronte alla violenza è giocoforza cedere

Se domani piove, è giocoforza restare a casa

Se ci pensate, la questione è simile a quella dell’episodio scorso, dove si è parlato del verbo andare usato per esprimere il senso di dovere, o obbligo in modo impersonale.

Non è un caso che ho voluto affrontare subito il termine giocoforza.

Ad esempio le frasi:

I compiti vanno fatti subito!

Questo lavoro va finito entro domani!

Si parla sempre di necessità, di dovere, di bisogno, spesso di regole da rispettare o di doveri appunto. Obblighi in questo senso. Non si tratta di scelte inevitabili, di qualcosa di obbligatorio e ineluttabile.

Nel caso di giocoforza invece, come ho detto anche all’inizio dell’episodio, non ci sono alternative, non ci sono altre scelte. Un obbligo in questo senso. Inoltre quest’obbligo è sempre la conseguenza di una causa, qualcosa che ci obbliga, qualcosa che rende necessaria o obbligatoria un’azione.

Vediamo un esempio per chiarire maggiormente la differenza:

Va fatta attenzione quando si guida la macchina con la neve.

Se nevica tantissimo è giocoforza mettere le catene alle ruote.

Irina: adesso è giocoforza ripassare, sennò dimentichiamo, giusto? Però finora non mi ero mai imbattuta in questo termine.

Lejla: Adesso che la conosciamo però, non è solo appannaggio dei madrelingua!

Hartmut: però bisogna anche imparare ad usare questa nuova parola. E qui ti voglio!

Ulrike: è vero. Ma verrà il giorno che non avremo altra scelta. Allora faremo di necessità virtù.

475 Il verbo andare: ci va, va detto, va fatto

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Oggi parliamo del verbo andare, che ha un uso particolare che voglio spiegarvi. Iniziamo da “ci va“.

Vedremo insieme come “ci va” possa avere 4 diversi utilizzi: avere voglia,  andare in un luogo, c’entra, bisogna mettere. 

Per questo motivo il senso di “ci va” non è facile da capire per un non madrelingua.

Il senso cambia anche a seconda del senso da dare alla particella “ci”. “Va” come sapete è la terza persona singolare del verbo andare.

Aver voglia

Vediamo il primo modo di usare “ci va”: esprime il senso di  aver voglia.

A me va di andare al cinema stasera. A te va? Ti va di andare al cinema?

Se anche a te va, posso dire che a noi va di andare al cinema.

I miei amici potrebbero rispondere:

A noi invece non va

Oppure:

A noi non ci va

Non ci va perché…

In questo caso il “ci” si riferisce a noi. Inoltre a volte (quando c’è anche “noi”) potrei anche togliere “ci” e il senso non cambia.

A noi non va

Cioè: noi non abbiamo voglia di andare al cinema. Uso “ci” per indicare noi.

Mi va (a me)

Ti va (a te)

Gli va (a lui)

Le va (a lei)

Ci va (a noi)

Vi va (a voi)

Gli va (a loro)

Andare in un luogo

Un secondo significato di “ci va” è invece quando “ci” si riferisce ad un luogo:

Io vado in città. Tu vai mai in città?

No, non ci vado mai.

E Giovanni? Giovanni ci va mai?

Quindi “ci” indica la città in questo caso.

Ci va Giovanni in città?

Si, ci va.

Io ci vado

Tu ci vai

Lui ci va

Noi ci andiamo

Voi ci andate

Loro ci vanno.

Il “ci” indica sempre lo stesso luogo. Stavolta non cambia mai perché indica un luogo e non noi.

Vediamo un terzo e un quarto modo di usare ci va.

C’entra

Nel terzo modo significa c’entra (entra dentro, oppure c’è spazio, ci passa), nel quarto modo significa bisogna mettere

Es:

Ci va un elefante nella tua macchina?

Sicuramente non ci va, a meno che non sia molto piccolo.

Stavolta “ci va” significa “c’entra”, cioè “Entra dentro”, “c’è spazio” , e si usa quando si parla di spazio.

Ci vanno 10 persone nella tua auto?

No, non ci va un elefante e non ci vanno neanche 10 persone.

Necessità, bisogno, dovere

Vediamo adesso il senso di necessità, bisogno, dovere.

Sulla pasta ci va il parmigiano?

Risposta: dipende. Se è una pasta col pesce non ci va. Altrimenti, molto spesso ci va.

Ecco, questa volta “ci” si riferisce alla pasta: insieme o sopra la pasta.

Insieme alla pasta ci va il parmigiano.

“Ci va” significa che il parmigiano è adatto, è appropriato, significa che ci sta bene insieme. Potrei anche dire, in questo caso, anche che “ci va” implica un dovere.

Sulla pasta bisogna mettere il parmigiano.

Posso anche dire infatti:

Sulla pasta ci va messo il parmigiano.

Il senso è lo stesso: devi mettere il parmigiano sulla pasta.

Ma se dico “ci va”, io non mi sto rivolgendo a te e a nessuno in particolare.

Parlo in generale invece.
Sto dicendo che bisogna mettere il parmigiano sulla pasta.

Quindi il verbo andare in questo caso esprime qualcosa di necessario, qualcosa che bisogna fare, quindi è legato al dovere, ma in modo impersonale.

Mi spiego meglio.
La particella “ci” in questo caso indica un oggetto: la pasta.

Ma la particella “ci” non è obbligatoria ai fini di esprimere la necessità, o il senso del dovere. È sufficiente il verbo andare che sostituisce il verbo dovere:

Sulla pasta ci va il Parmigiano

Sulla pasta va il Parmigiano? Sì!

Sulla pasta ci va messo il parmigiano? Sì

Sulla pasta va messo il ketchup? No!!!

Sulla pasta si deve mettere il parmigiano.

Sulla pasta va messo il parmigiano.

Queste sono tutte frasi equivalenti. Uso andare o dovere.

In questo modo si possono fare tantissimi esempi, ogni volta esprimendo un bisogno, una necessità, qualcosa da fare usando il verbo andare.

Il verbo andare quindi, qui volevo arrivare, si può usare anche in questo modo, non solo nel senso di insieme, sopra (questo significato si riferiva al verbo mettere) ma con qualsiasi altro verbo che segue. La maggior parte dei verbi non richiedono la particella “ci”, ma rimane il senso del dovere o del bisogno.

Questo lavoro va fatto entro stasera (deve essere fatto entro stasera, si deve fare entro stasera, bisogna farlo entro stasera, è necessario farlo entro stasera)

Va detto che sulla pasta con i funghi porcini non a tutti piace mettere il parmigiano (bisogna dire che… )

Questo latte va bevuto entro una settimana (bisogna berlo, è necessario berlo, si deve bere)

Va presa una decisione subito. (si deve prendere, bisogna prendere, è necessario prendere)

Questi ragazzi vanno puniti per ciò che hanno fatto (devono essere puniti, si devono punire, è necessario siano punili)

Notate cosa abbiamo fatto?

Si usa sempre il participio passato per esprimere questo dovere impersonale, o meglio questa necessità, questo bisogno:

Questo libro va assolutamente letto (si deve leggere, deve essere letto)

Le leggi vanno rispettate (si devono rispettare, devono essere rispettate)

Tutti questi documenti vanno firmati (devono essere firmati, si devono firmare)

Posso anche cambiare tempo:

Questo documento andava firmato ieri (doveva essere firmato ieri, si doveva firmare ieri) Come mai non è stato fatto?

Sulla pasta (ci) andava (messo) il parmigiano, non il ketchup.

Questo lavoro andrebbe fatto (dovrebbe essere fatto, si dovrebbe fare) entro oggi, ma possiamo fare un’eccezione

Un ultimo esempio: gli episodi di italiano semplicemente vanno ascoltati oltre che letti.
Va aggiunto che per poterli ascoltare tutti, bisogna essere membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Questo va detto.

Irina: giusto, ma tutti possono scaricare gli episodi audio, previa registrazione come membro dell’associazione.

Lejla: se ancora non l’hai fatto, puoi ovviare facilmente facendolo ora.

Mariana: vai a capire come mai non ci avevi pensato prima, vero?

Ulrike: Non aver paura, avrai il supporto da parte di tutti i membri, e potrai anche tu dare il tuo apporto ai prossimi episodi con la tua voce.

Anthony: noi abbiamo fatto molto progressi, e nel giro di qualche mese, se tanto mi dà tanto, potrai farne anche tu.

474 Fioccare

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richiesta adesione Buongiorno.

Non sono molto sicuro di questo, ma credo che il verbo fioccare non sia usato dai non madrelingua.

Va bene allora proviamo a vedere se riesco a spiegarvelo in modo tale da invertire la tendenza 🙂
Dunque, fioccare viene dal fiocco di neve. La neve infatti cade dal cielo sotto forma di fiocchi. E i fiocchi di neve sono tanti, direi che nessuno li ha mai contati! Un po’ come le gocce di pioggia.
Comunque, quando nevica, si dice spesso che fiocca. Quindi il verbo fioccare è simile al verbo nevicare. Anziché dire che nevica si può dire che fiocca, in modo colloquiale.

Guarda come fiocca fuori!
Da noi sta fioccando, e da voi? Fiocca anche da voi?

Ma non finisce qui naturalmente, perché fioccare si usa anche in modo figurato. Si usa anche per indicare dei fatti, per lo più negativi, che si susseguono rapidamente e in gran quantità.

Si usa spesso con le critiche:

Le critiche fioccano!

Es:

Dopo questa decisione del governo fioccheranno le critiche!

Possiamo anche usare i fiocchi:

A questa decisione del governo seguiranno critiche a fiocchi!

Tantissime critiche ci saranno, una dietro l’altra.

Vediamo altri esempi:

Controlli anti-Covid in Italia: fioccano le multe e le denunce!

Ancora una volta: tante multe, tante denunce sono seguite ai controlli previsti per evitare la diffusione del Covid.

State attenti al termine fiocchi, perché come abbiamo visto dell’episodio 113, intitolato “con i fiocchi“, questo termine si usa anche per indicare cose molto positive, appunto con i fiocchi, ma questi fiocchi non sono i fiocchi di neve ma i fiocchi che si fanno per abbellire i pacchi, come ricorderete dalla spiegazione. Però in quel caso si dice “con i fiocchi” e non si usa il verbo fioccare.

Non sempre si tratta di cose negative comunque:

Fioccano le richieste di lavoro in modalità agile (smart working)

Quindi ci sono tantissime richieste da parte dei lavoratori, per usare la modalità di lavoro agile, cioè da casa, anziché recarsi sul luogo di lavoro.

Diciamo che usare “fioccare” è un modo per dare enfasi alla frase. Posso anche dire che:

In tutta Italia fioccano le località turistiche

Però siamo al limite in questo caso perché stiamo semplicemente dicendo che in Italia ci sono tantissime località turistiche. 

Ha molto più senso se invece dico ad esempio che:

In Italia, spessissimo le macchine parcheggiano in doppia fila e non vengono multate. Fosse accaduto in altri paesi sarebbero fioccate le multe.

Inoltre ha più senso usare “fioccare” quando c’è un susseguirsi di tanti fatti, uno dietro l’altro, come i fiocchi di neve, ed in genere si tratta di fatti che sono successivi ad un accadimento, quindi si parla spesso di una reazione:

Appena è arrivata la sposa, con quel vestito rosso fiammante, sono fioccati i complimenti ma fioccavano anche gli sguardi critici da parte di alcuni invitati.

Adesso ripassiamo. 

Lejla: oggi è la festa delle donne. C’è molto da fare ancora prima di festeggiare l’uguaglianza tra uomo e donna, sebbene l’ultimo secolo non sia passato invano.

Ulrike: oggi se ne parla molto più di prima, ma al di là delle mere dichiarazioni, occorrono i fatti. È da un pezzo che lo dico. 

Sofie: ciò non toglie che sia comunque molto importante che se ne parli acché le intenzioni diventino fatti concreti. 

Mariana: non voglio illudermi che la piena uguaglianza avvenga presto, ma mi piacerebbe almeno che non siano più tollerate e consentite violenze di genere.

473 Mero e mera

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Quando volete ridurre, cioè diminuire l’importanza o il significato di qualcosa, potete usare l’aggettivo “mero” e “mera” (al femminile). Lo spiego meglio: questi aggettivi si usano per circoscrivere i limiti di questa cosa. Normalmente a questo scopo si utilizzano “solo” o “solamente” che però hanno utilizzi più ampi: Ad esempio:
Il tuo gatto ci sta ascoltando?
Sì, ma è solamente un gatto, non capisce ciò che diciamo.
Oppure:
Mi devi dire altre cose o solamente questo?
Ecco, in questi casi non posso usare “mero” e “mera”. Non posso dire cioè ad esempio:
E’ un mero gatto
Devo dirti mero questo
Invece mero e mera si usano, nell’uso odierno al posto di “solamente” ma il suo significato è più vicino a “nient’altro che”, quando vogliamo escludere tutto il resto, soprattutto quando qualcuno potrebbe avere dei dubbi in merito.
Ecco i modi più utilizzati:
Un mero caso: “Ci siamo incontrati per mero caso”, cioè solamente per caso, per puro caso, cioè casualmente.
Una mera coincidenza: Si è trattato di una mera coincidenza, nient’altro che una coincidenza. Una pura coincidenza.
Una mera ipotesi: Facciamo un’ipotesi, ma è solo una mera ipotesi, nient’altro che questo. Non voglio creare discussioni.
Una mera curiosità: Per curiosità, state seguendo la lezione? Non vi sto giudicando, non mi fraintendete, la mia è una mera curiosità.
Una mera svista: Accidenti ho sbagliato indirizzo di posta elettronica e adesso Giovanni non crederà che si è trattato di una mera svista.
Potete usarlo sempre davanti ad un qualcosa per sminuire il significato:
Un poliziotto che esegue l’ordine del suo capo di arrestare una persona, di fronte ad una protesta da parte di questa persona, può dire:
Non prendertela con me, io sono un mero esecutore! Cioè io eseguo solamente un ordine, non sono io che ho deciso il tuo arresto. Io faccio solamente il mio dovere.
Se invece dovesi vincere un premio importante, potrei esprimere la mia soddisfazione in questo modo:
La mia soddisfazione per aver vinto il premio di miglior professore al mondo va al di là del mero premio economico.

Questo significa che non sono soddisfatto per aver vinto dei soldi, ma per quello che significa il premio.

Esiste anche l’avverbio “meramente” che posso usare in alternativa all’aggettivo:
“E’ una mera questione formale” diventa “è una questione meramente formale”. Che significa “è una pura formalità”, “è solamente un problema di forma”, non di altro tipo.
“E’ un problema meramente matematico” è come dire “E’ un mero problema matematico” e significa che non è altro che questo, un problema matematico, non pensare ad altre cose.
Avete notato che posso spesso tradurre “mero” con “puro“, nel senso di “non c’è altro“. Infatti il senso proprio del termine nasce con le sostanze “mere”, cioè “pure”, nel senso di non mescolate con altre sostanze. I romani lo usavano ad esempio per indicare il vino non mescolato con acqua. Oggi in questo modo in pratica non si usa più se non in alcuni casi, abbastanza tecnici, per circoscrivere, isolare qualcosa:
Questo prodotto costa 100 euro, ma 30 euro sono di trasporto. Il mero costo del prodotto è di 70 euro.
Per ultimo, mero non può usarsi da solo, senza specificare, come posso invece fare con solo, solamente e anche puro.
Non posso dire:
Questa cosa è mera.
Inoltre non può andare dopo il sostantivo ma solo prima:
E’ una mera abitudine quella di fare i ripassi alla fine degli episodi
Non posso dire che “è una abitudine mera”. Sempre prima del sostantivo dunque. Ci farete l’abitudine comunque a forza di ripassare questo episodio.
Adesso ripassiamo, appunto:

Anthony: Mi annovererei senza dubbio tra i membri del gruppo a cui piace scherzare, anche eccessivamente a volte. Ciò non toglie che posso subito tornare a Bomba per seguire il piano settimanale.

Mariana: Sai, mi chiedo spesso se tu hai contezza di quanto spesso deragli le conversazioni rispetto all’argomento del giorno!

Khaled: lo/la stai cazziando? Questa tua critica è un po’ fuori luogo. Non trovi?

Rauno: Io per scrupolo ci tengo a precisare che è anche possibile darci a volte ad alcune deviazioni perché da così emergono degli spunti da cui imparare ancora di più.

Ulrike: sono d’accordo. Con l’ampia partecipazione dei membri siamo proprio a cavallo e il problema delle deviazioni non si pone.

472 Beato te

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Che significano le espressioni “beato te“, “beati loro“, “beata lei” e “beato lui”? 

Beato te è una esclamazione che significa “quanto sei fortunato!”. E’ un modo simpatico per dire che a me piacerebbe essere nei tuoi panni. 

Beato te che vai in vacanza in Italia!

Maria ha superato l’esame di italiano al primo colpo? Beata lei, quanto la invidio!

Beato Mario che vive in campagna!

Beato colui che riesce a vivere senza desiderare le ricchezze.

Non si tratta di invidia però. Ha un senso molto più attenuato, è più un apprezzamento e anche un desiderio di poter godere dello stesso bene che altri possiedono. Nel’invidia invece c’è rivalità, e non felicità per l’altro. L’invidia per questo è addirittura uno dei sette vizi capitali, secondo la dottrina cattolica (opposto alla virtù della carità). 

L’espressione “beato te” non contiene quindi rivalità e malanimo, ma si usa quando si apprezza qualcosa di altre persone, una condizione, qualcosa di accaduto, una prospettiva futura, una qualità posseduta eccetera. E’ come dire “come vorrei fosse accaduto a me”, “piacerebbe anche a me”, “che bello sarebbe se accadesse anche a me”. 

L’aggettivo in realtà viene dalla religione, dalla condizione di beatitudine, quindi il beato, sostantivo, è colui che gode della beatitudine eterna. La beatitudine è simile alla santità e rappresenta una tappa obbligatoria verso la santità. Prima di diventare santi bisogna diventare beati.

Ma torniamo all’aggettivo.

A volte si usa anche per scherzo, come nell’espressione “beato tra le donne” che si può utilizzare quando un uomo si trova ad essere l’unico uomo insieme a tante donne. Può anche essere rivolto a una condizione, come in “beata gioventù“, con cui si apprezza la condizione della gioventù, dell’essere giovani e tutto ciò che ne deriva.

In senso ironico, “beato” si usa anche quando diciamo di apprezzare qualcosa che in realtà è un grosso difetto: “beata ignoranza” potremmo dire ad esempio a persone che reputiamo ignoranti, se vogliamo intendere che questa loro ignoranza gli impedisce di affrontare dei grossi problemi, e per questo sono da invidiare.
Il senso comunque è ironico e il tono con cui si pronuncia questa esclamazione è importante.
Posso usare l’ironia anche in frasi simili, tipo:

Beato te che ancora credi nell’amore!

Speri ancora che questi episodi durino due minuti? Beato te!

Ricordatevi infine che se mi rivolgo a te, si dice “beato te” e non  “beato tu”.
Ora vediamo un breve ripasso delle puntate precedenti.

Irina:  Ciao caro amico! Sei scomparso di nuovo… Stavo scalpitando per il tuo messaggio da giorni ormai, ma sono rimasta a bocca asciutta. Mi chiedo se io abbia detto qualcosa che non ti vada a genio. Forse devo dare una stretta ai miei sentimenti. Immagino che dopo San Valentino la tua vita sia proprio scatenata con le nuove amiche. Ma io non mi scoraggio, bensì resto ottimista, in quanto ancora in balia dei miei sogni. *Sicché per non saper né leggere né scrivere, io continuo ad aspettare notizie da te.

471 Invano

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Questo è l’episodio numero 471 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Di cosa parliamo oggi?

Parliamo di religione ed in particolare del terzo comandamento della religione cattolica:

Non nominare il nome di Dio invano

Cosa significa invano?

Significa inutilmente, o meglio indica le cose vane, futili o false.

Quindi il terzo comandamento afferma che non è in generale vietato nominare il nome di Dio, ma non per motivi vani, cioè di poca importanza.

Ebbene, “invano“, che nasce proprio dal terzo comandamento, si usa nella lingua italiana subito dopo un verbo, in modo leggermente diverso: si usa per indicare le azioni che si rivelano inutili. Si potrebbe tradurre con “inutilmente“, o “in modo inutile” ma il modo corretto di usare invano è quando parliamo di un‘azione che non va a buon fine, che non riesce al fine voluto, che non dà alcun risultato positivo, e quindi una cosa fatta invano è priva di effetto, è senza un esito positivo.

Si usa, come dicevo,  dopo un verbo, proprio per indicare quell’azione, espressa da quel verbo, che si rivela inutile, priva di effetto.

Abbiamo combattuto inutilmente?

Allora abbiamo combattuto invano. Il combattimento non ha prodotto nessun risultato. Abbiamo perso.

Avete tentato di convincermi a fare episodi più brevi ma non ci siete riusciti? Allora avete tentato invano di convincermi.

Semplice vero?

Continuate a seguire gli episodi di italiano semplicemente e vi prometto che non sarà invano. Adesso vorrei una frse di ripasso di alcune espressioni precedentemente spiegate.

Ulrike: avete sentito? Il presidente ci ha chiamato in causa per una frase di ripasso. Io non me la sento proprio. L’ultima volta che ne ho sfoderata una me ne sono uscita con un vero obbrobrio. Con me dunque ha chiesto invano, vedete voi.

Bogusia: un obbrobrio? È un parolone. Mi fa specie che lo dica proprio tu perché non mi ricordo neanche di una ciofeca di ripasso fatto da te. Se questo è vero, come è vero, allora se non lo facciamo dovremo iniziare da capo a dodici. E questo non mi va giù.

470 Un obbrobrio

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Un sostantivo molto particolare, che bisogna fare attenzione ad usare, è obbrobrio. Sostantivo curioso anche per la pronuncia per un non madrelingua.

Obbrobrio è un sostantivo molto negativo che potete usare per descrivere soprattutto delle opere che non vi piacciono per niente. Queste opere offendono il senso estetico. Questo è il senso di obbrobrio.

Se vedete un brutto quadro, potete dire che:

Questo quadro è un obbrobrio!

Oddio, Che obbrobrio!

Ci sono termini simili, e quelli più comuni in questo caso sono sicuramente “bruttissimo“, e peggio ancora “schifo“.

Questo squadro è uno schifo!

Obbrobrio non si usa di solito per le persone che non ci piacciono. Si riferisce al gusto estetico sicuramente e ha un uso abbastanza ampio per giudicare negativamente qualsiasi cosa dal punto di vista visivo, ma solitamente si usa per le opere, spesso anche non solo dal punto di vista visivo. 

Questo compito è un obbrobrio! E’ pieno di errori.

Questa legge è un obbrobrio, è scritta con i piedi!

Si può usare anche in questo modo, ma il più adatto è per un giudizio estetico.

Le nuove costruzioni fatte dal comune sono un vero obbrobrio. Ma chi è l’architetto?

 Notate che obbrobrio è un sostantivo. Per questo dico “un obbrobrio”. Non è un aggettivo. Quindi obbrobrio sarebbe l’equivalente di schifo e non di schifoso. Sia “schifo” che “schifoso” sono troppo dispregiativi comunque.  Un artista, un critico d’arte o un esperto non userebbe mai questi due termini. Schifo e schifoso si usano per manifestare una sensazione di profonda ripugnanza o disgusto. Troppo forte decisamente.

Comunque l’equivalente di schifoso, e quindi l’aggettivo da usare è “obbrobrioso“, ma “un obbrobrio” è molto più usato e anche più semplice da pronunciare.

I termini più simili a obbrobrio, oltre a schifo e schifoso sono: “osceno”, “oscenità”, “orrore”, “terrificante” e volendo anche “abominio”, “disonore”, “ignominia” e “vergogna”. Informalmente si dice spesso anche “non si può vedere” e “non si può proprio vedere”.

Komi: Una volta ho provato a fare dei quadri, Ho fatto qualcosa come 30 quadri. Non erano un granché, ma non credo così brutti da potersi definire obbrobri.

Rafaela: Bisogna essere portati per dipingere, è così per tutte le arti.

Olga: Fermo restando che anche la pratica e l’esercizio sono cose importanti.

Irina: io comunque ero tanto incapace quanto te. I miei disegni a scuola erano di un brutto che non vi dico! Non credo di essere ingenerosa nei miei riguardi!