Scrollare

Scrollare (scarica audio)

episodio 1277

Trascrizione

Oggi parliamo di un verbo interessante e, soprattutto, di un verbo che negli ultimi anni ha acquistato un nuovo significato.

Parliamo di scrollare.

Conoscete questo verbo?

Probabilmente sì, soprattutto se usate spesso il telefono o i social network. Ma forse non sapete che scrollare esisteva già in italiano prima dell’arrivo di Internet e degli smartphone.

Vediamo allora i due significati.

In italiano, tradizionalmente, scrollare significa scuotere, cioè muovere qualcosa con energia, spesso per far cadere qualcosa che si trova sopra o dentro.

Per esempio, possiamo dire:

Ho scrollato l’albero per far cadere le mele.

Significa che ho scosso l’albero, l’ho mosso con forza, in modo che le mele cadessero.

Ma possiamo usare scrollare anche con alcune parti del corpo.

Per esempio:

Giovanni ha scrollato la testa.

In questo caso significa che ha mosso la testa da una parte all’altra, generalmente per esprimere disaccordo o per dire di no o comunque disapprovazione.

Vuoi venire con noi?

No, grazie.

E lui scrolla la testa.

Cioè, muove la testa da una parte all’altra per dire di no.

Un’altra espressione molto comune è:

Scrollare le spalle.

Se una persona scrolla le spalle, generalmente vuole mostrare indifferenza, come per dire: “Non lo so”, “Non mi interessa”, “Non posso farci niente”. Può anche voler dire “pazienza” o “che vogliamo farci”?.

Immaginate che qualcuno vi chieda:

Perché Marco non è venuto?

E voi non lo sapete.

Potete semplicemente scrollare le spalle.

È come dire:

Boh! Non ne ho idea.

Spessissimo c’è anche del menefreghismo, nel senso che non lo sapete ma neanche vi interessa granché.

E c’è anche un’espressione molto interessante:

Scrollarsi di dosso qualcosa.

Attenzione ad usare la preposizione “di”.

Letteralmente significa scuotersi per liberarsi di qualcosa che si è attaccato addosso.

Ma, naturalmente, si usa anche in senso figurato.

Per esempio:

Devo scrollarmi di dosso questa paura.

Significa: devo liberarmi di questa paura.

Oppure:

Dopo quella brutta esperienza, è difficile scrollarsi di dosso la sensazione di pericolo.

Quindi, in questo caso, non c’è niente di materiale da scuotere: scrollarsi di dosso significa liberarsi, lasciarsi alle spalle qualcosa.

Oggi, però, quando diciamo scrollare, molto spesso pensiamo al nostro smartphone.

Avete presente quando prendete il telefono e, con un dito, fate scorrere lo schermo verso l’alto o verso il basso?

Ecco: state scrollando.

Per esempio:

Stavo scrollando Instagram quando ho visto il tuo messaggio.

Oppure:

Ho passato mezz’ora a scrollare i social.

In questo caso scrollare significa far scorrere i contenuti sullo schermo.

Questo nuovo significato deriva dall’inglese to scroll, che significa appunto far scorrere una pagina o un contenuto sullo schermo.

E quindi oggi possiamo sentire frasi come:

Scrolla verso il basso.

Devi scrollare la pagina per vedere il resto.

Se voi ad esempio adesso scrollate l’episodio verso il basso, vedrete alla fine l’immagine di due libri realizzati da Italiano Semplicemente per aiutare i non madrelingua a superare l’esame CILS, all’università di Siena.

Altro esempio:

Continuavo a scrollare e non trovavo quello che cercavo.

A volte si usa anche il sostantivo inglese scrolling:

Passo troppo tempo a fare scrolling sui social.

Ma possiamo tranquillamente dire anche:

Passo troppo tempo a scorrere i social.

Questa seconda espressione è più italiana e non ha bisogno dell’inglese.

Ed è proprio questo l’aspetto interessante della parola scrollare.

Il verbo esisteva già in italiano con il significato di scuotere, ma la tecnologia e l’inglese gli hanno dato un nuovo significato.

Quindi attenzione: scrollare un albero significa scuoterlo. Scrollare la testa significa muoverla per esprimere, generalmente, un rifiuto o un disaccordo. Scrollare le spalle significa mostrare indifferenza e scrollarsi di dosso una paura significa liberarsi di quella paura.

Ma scrollare una pagina web significa farla scorrere sullo schermo.

Due significati molto diversi, dunque, ma un’unica parola.

E adesso vi lascio con una domanda.

Se siete davanti al telefono e continuate a far scorrere Instagram senza trovare niente di interessante, potete dire:

«“Sto scrollando.”»

Ma attenzione a non scrollare troppo!

Perché magari, mentre scrollate, passa un’ora…

E voi nemmeno ve ne accorgete!

Alla prossima puntata di Italiano Semplicemente! Intanto ripassiamo con delle freddure o ele barzelette

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano semplicemente.

Hartmut (Germania): Il caffè alla moka dice al bollitore: «Calmati, ti vedo un po’ troppo fumantino oggi, rischi di sbottare

Julien (Lussemburgo): Come fanno i ladri di panini a darsi gli ordini in totale segretezza? «Aumm aumm

Carmen (Germania): Un tennista scarso va dal medico e dice: «Dottore, il mio servizio è disastroso!». Il medico risponde: «Non si preoccupi, valuteremo la sua situazione in seconda battuta

Edita (Repubblica Ceca): Il mio sogno di diventare famoso sta sfumando … per fortuna non aveva molto colore.

Ulrike (Germania): Il chirurgo al paziente prima dell’operazione: «Tranquillo, io ho un mio modus operandi ben preciso». Il paziente: «Sì, ma spero che dopo ci sia anche un modus guarendi!»

Estelle (Francia): Un sarto cieco fa una giacca a un cliente e gli dice: «Ecco fatto, la taglia l’ho presa a spanne …» E il cliente: «Ah ecco! Infatti le maniche le arrivano alle caviglie!»

Edita (Repubblica Ceca): Un’aquila di città va da un pollo e le fa: «A me questa vita in città ha davvero tarpato le ali …». E il pollo: «Sì, ma almeno a te non ti fanno al forno con le patate!»

Flora (Italia): Perché i caldarrostai non vanno mai in panico durante le crisi finanziarie? Perché c’è sempre qualcuno pronto a togliere le castagne dal fuoco per loro!

Carmen (Germania): Un pedone distratto sbatte contro l’angolo di un palazzo e fa: «Ah! Ho proprio preso una cantonata … in pieno viso!»

CILS TRE C1

CILS B2

771 Non esiste proprio

Non esiste proprio (scarica audio)

Trascrizione

Che ne dici se domani mattina ci alziamo alle 5 e ci facciamo una bella passeggiata?

Cosa rispondereste a questa domanda?

Alle 5? Assolutamente no.

Non ci pensare! È troppo presto!

Facciamo alle 10?

Ma perché così presto?

Alle 5 fa troppo freddo!

Non se ne parla proprio!

A quell’ora è ancora buio!

Un’altra possibile risposta è:

Non esiste proprio!

Questa è un’espressione informale, familiare, con la quale si esclude categoricamente qualcosa. Si tratta quasi sempre di una proposta che si vuole rifiutare categoricamente, cioè che non si vuole neanche prendere in considerazione. Il verbo esistere non va dunque interpretato alla lettera.

“Non esiste”, in teoria, sarebbe di per sé sufficiente, ma per sicurezza meglio aggiungere “proprio“.

Apriamo una breve parentesi. Proprio è normalemente un aggettivo, ma in questo caso è un avverbio, e il suo ruolo è rafforzare qualcosa. Normalmente viene rafforzato un aggettivo che viene dopo, tipo:

È proprio vero!

Cioè: è vero, verissimo, ti assicuro che è vero. Te lo posso assicurare.

Sei proprio un ingenuo!

Cioè: sei veramente un ingenuo, non c’è ombra di dubbio su questo.

Sei proprio sicuro?

Cioè: sei veramente sicuro? Sei sicuro al 100 percento?

In questo caso invece si rafforza qualcosa che viene prima, che è il verbo esistere.

È una specie di negazione rafforzata: “non esiste” esclude che qualcosa sia vero o che venga accettata una proposta.

Quasi sempre “non esiste” significa “non ci pensare proprio” oppure “non c’è nessuna possibilità che quello che hai detto si possa verificare“.

Non esiste proprio” quindi rafforza questo concetto.

Somiglia molto a “non è cosa” (è anche a non se ne parla) di cui ci siamo già occupati, espressione più usata nel sud dell’Italia. Tuttavia “non esiste proprio” è più forte e meno adatto quando manca la voglia di fare qualcosa o quando non è il momento o la giornata giusta per farlo. In questi casi è più adatta l’espressione “non è cosa“.

Anch’essa può comunque diventare “non è proprio cosa”, rafforzando il concetto espresso.

È importante dire che se vogliamo dire che una cosa non è vera, non si usa “non esiste proprio”.

“Non esiste” potrebbe stare per “non può essere”, “non può essere vero” (abbastanza raramente) se mi riferisco a una cosa a cui non credo, ma non possiamo usarla per esprimere una negazione, cioè al posto di “no”, a meno che io non risponda a una proposta o io stia negando fortemente un’affermazione o una domanda accusatoria, tipo:

Mi hai tradito? Ti hanno visto con un’altra donna!

Risposta: Ma cosa dici? Non esiste proprio che tu mi abbia visto! (risposta sibillina?)

Si può usare il congiuntivo, come ho appena fatto, con “non esiste” quando spiego a cosa mi riferisco (non esiste che…).

Comunque non è obbligatorio se parlate ad amici e in contesti familiari.

Tra l’altro il problema non si pone perché “non esiste” non si usa al di fuori del linguaggio familiare.

Vediamo altri esempi?

Domanda: Vuoi chiedere scusa a tua moglie? Avanti! Chiedile scusa!

Risposta:

Chiedere scusa? Non esiste proprio! (che io le chieda scusa). È lei che deve chiedermi scusa. Altro che storie!

Domanda: Vuoi venire con noi sabato prossimo a mangiare il pesce?

Risposta:

Mangiare il pesce? Bell’idea ma sabato prossimo non esiste proprio perché c’è il concerto dei Maneskin!

Beh, allora andiamo stasera?

No, stasera non è cosa perché ho un mal si schiena terribile! Grazie lo stesso. Facciamo un’altra volta.

Albéric: io invece nutro dei forti dubbi e credo che non vuoi venire a mangiare il pesce perché ci nascondi qualcosa. Ultimamente non fai che trovare scuse. Tant’è vero che è qualcosa come un paio di mesi che hai sempre altro da fare.

Irina: non è che ti nascondo qualcosa, è che, come ti ho detto, stasera non è proprio cosa.

Peggy: va bene, come non detto. Allora vorrà dire che aspetteremo che tu ti rimetta in sesto e poi, se avrai voglia, sai dove trovarci. Tranquillo. Senza rancore. Ci mancherebbe altro.

Segue una spiegazione del ripasso

747 Nonché

Nonché (scarica audio)

Trascrizione

Gianni: Nonché, con l’accento sulla e, è una congiunzione che ha un significato simile a “anche”, ma è più vicino a “non solo”, “inoltre” , “per di più”, “in aggiunta”, “come pure”.

Il suo ruolo è spesso quello di evitare una serie di “e”. Altre volte semplicemente chiudere una lista. Questo accade soprattutto nel linguaggio burocratico.

Es

A Roma ci sono molte chiese da vedere, ma anche monumenti, opere d’arte, nonché luoghi storici, musei e piazze.

Si trova quindi sempre alla fine di una frase in cui si fa una lista.

In caso di assenza dal lavoro per malattia, occorre comunicare la propria assenza alla segreteria del personale, nonché giustificare la propria assenza attraverso il proprio medico.

Questo è un esempio di linguaggio burocratico.

In teoria si può usare anche in un contesto familiare ma è un po’ esagerato e in genere non si fa:

Devi mangiare tutto: la pasta, la carne, la verdura nonché la frutta.

In contesti familiari è sicuramente meglio usare “anche”, “e anche”, “senza dimenticare..”

Domani vediamo la forma staccata composta dalle parole “non” e “che”.

Adesso un brevissimo ripasso:

Anthony: avete notato che d’emblée non si parla più di Covid?

Ulrike: Già. Della seriec’è emergenza e emergenza

Segue spiegazione del ripasso (solo audio)

741 Il “non” pleonastico

Il “non” pleonastico

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Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio vi ho accennato ad un uso particolare di “non”, che però normalmente serve a negare.

Abbiamo visto in particolare alcune frasi:

Non ti parlerò più fino a quando non mi dirai che hai sbagliato!

Vediamo altri esempi simili:

Devi studiare fino a quando non sarai abbastanza preparato.

Camminerò fino a quando non sarò arrivato a casa.

In questi casi si parla sempre di qualcosa che continuerà fino ad un momento preciso, fino ad un certo punto.

Possiamo ovviamente sostituire “fino a quando” e “fino a che” con finché:

Ti bacio finché non ti stanchi

Mangerò finché non sarò sazio

Un non madrelingua però può trovare strano l’uso della negazione “non” in questi casi. In effetti il senso delle frasi non cambia se togliamo “non“:

Non ti parlerò più fino a quando mi dirai che hai sbagliato!

Devi studiare fino a quando sarai abbastanza preparato.

Camminerò fino a quando sarò attivato a casa.

Ti bacio finché sarai stanca

Mangerò finché sarò sazio

Se ricordate abbiamo già incontrato un caso simile nell’episodio dedicato al termine “appena“.

Anche in quell’episodio abbiamo visto che c’è un uso particolare di “appena” in cui la frase ha lo stesso significato con e senza “non“:

Prendo il caffè non appena mi sveglio.

Non appena arrivo a casa mi sdraio sul divano.

In questi casi “appena” come abbiamo visto, ha il senso di “subito dopo“, “subito dopo che”:

Prendo il caffè subito dopo che mi sono svegliato

Subito dopo essere arrivato a casa mi sdraio sul divano.

Anche in questi casi dunque il “non” perde il valore della negazione.

In ognuno di questi casi si parla di “non” pleonastico.

“Pleonastico” significa superfluo, inutile, non necessario. Un aggettivo questo che è in genere usato per descrivere comportamenti.

Anche con “appena“, dunque, posso togliere il “non” (in quanto pleonastico) senza cambiare il senso della frase:

Prendo il caffè appena mi sveglio.

Appena arrivo a casa mi sdraio sul divano.

Direi però che quando si parla di tempo e di eventi che si susseguono rapidamente, il “non” dà un maggior senso di vicinanza tra le due azioni, come a dire “subito dopo” , “immediatamente dopo”.

Ci sono però anche altre occasioni in cui compare questo “non pleonastico“: quando usiamo “per poco” e anche “a meno che” e le sue forme più o meno equivalenti, cioè “salvo che” e “eccetto che“.

Vediamo qualche esempio:

Oggi mi sono svegliato tardi e per poco non perdevo l’autobus.

Anche in questo caso si può togliere il non e il senso non cambia, sebbene a dire il vero si perda ancora una volta quel senso legato al tempo: qualcosa che accade ma solamente per una questione di un tempo brevissimo.

Vediamo con “a meno che”:

Vieni a cena da me? A meno che tu non preferisca andare al ristorante.

Stesso discorso. Togliendo il non va bene lo stesso. In questo caso, non parlando di tempo, non c’è proprio alcuna differenza. Nessuna delle due forme è sbagliata.

Notate che se invece io dico:

Vieni a cena da me? Sempre che tu non preferisca andare al ristorante.

In questo caso il “non” conserva il senso di negazione.

Oggi il ripasso del giorno lo dedichiamo al matrimonio di Khaled, un membro dell’associazione “Italiano Semplicemente“.

Irina: Tanti auguri Khaled, che tu possa essere felice come hai sempre desiderato. Notate che ho usato il congiuntivo. Non so se rendo!

Sofie: Una bella notizia, su questo non ci piove, anche per i membri de l’associazione che sono agli antipodi dell’Egitto. Non voglio essere da meno degli altri membri nel congratularmi con te!

Rafaela: Dunque, cari Khaled e Nadia, state li li per esordire nella nuova vita di coppia. Accettatene tutti gli annessi e connessi. Datevi manforte in ogni momento e circostanza. Assecondatevi a vicenda nei vostri progetti che sono ancora in fieri. Vi auguriamo numerosi successi e una vita con i fiocchi.

Harjit: Buongiorno Khaled e amici!. Per Khaled e Nadia invio i miei auguri di felicità per questa nuova tappa della vita. Che tutti i progetti che hanno immaginato come coppia diventino realtà. Auguri! Ah, dimenticavo, ricorda la frase di ripasso: hai voluto la bicicletta! Ora sai cosa segue!

Albèric: Devo dire che se fossi al tuo posto, probabilmente fino all’ultimo momento avrei dei dubbi in merito. Non voglio dare adito a fraintendimenti, ma è una decisione con la D maiuscola. In queste occasioni comunque, è sempre meglio che i miei amici facciano quadrato attorno a me piuttosto che dirmi “attaccati al tram“!

Marcelo: Khaled, non molto tempo fa abbiamo parlato della vita di coppia e ricorderai che ho pressappoco 48 anni di matrimonio alle spalle. Sento il dovere di tenderti la mano. Ti posso dire che mi ricordo di tutti i momenti di felicità vissuti insieme, ma anche quelli cattivi. Per questi ultimi, devi solo armarti di pazienza. Sii accondiscendente con tua moglie e non deve mai mancare il “sì, amore!” Se c’è amore, anche le giornate no si superano sempre. Il matrimonio è una vera svolta nella vita e va vissuta all’insegna dell’amore, del rispetto reciproco e di Dio. Adesso non voglio più farti sorbire i miei consigli, ma soltanto i miei auguri di una vita piena di amore e felicità!. Questo è quanto.

Khaled: Grazie a tutti. Sono felice di sposarmi. Come ricorderete, anche in tempi non sospetti ho manifestato la mia voglia di avere una famiglia. Volete sapere che ne sarà della vecchia vita da single? Non la rimpiango, della serie “ogni cosa a suo tempo“. Adesso la mia vita sarà edificante più che mai. Già mi immagino circondato dai miei figli e già immagino mia moglie che mi rimprovera per essere troppo accondiscendente! In Egitto l’educazione dei figli è un compito prettamente femminile, ma ovviamente io darò manforte a Nadia, se non altro per non farmi dare del paravento! Che Dio ce la mandi buona!

Macché

Audio

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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, un episodio veloce oggi per spiegare una parolina: “macché”.

Mi voglio ricollegare all’episodio in cui è stata spiegata l’espressione “ma di che!” che come abbiamo visto ha più di un significato e utilizzo. Molto simile è l’espressione (composta da una singola parola): macché!

Macché è una opposizione a qualcosa, esprime una negazione.

Abbiamo visto che “ma di che” – per chi non ricorda vi invito a leggere l’episodio – si può usare anche per esprimere una forte negazione.

Ma quali sono allora le differenze con macché?

Iniziamo da una puntualizzazione.

Macché deriva da “ma che“, due parole separate, che però si usano insieme (senza attaccarle) in frasi interrogative.

Ma che (parole staccate) quindi si usa diversamente da macché.

Ma che stai dicendo?

Ma che stai scherzando?

Ma che dici, davvero?

Si tratta di frasi interrogative che esprimono anche uno stupore, una incredulità ed inoltre si tratta di vere domande.

Macché invece, con due “c” e con l’accento acuto sulla e, si usa per negare, come si è detto. Non è un semplice no, ma un no più convinto, equivale a “proprio no!“, “neanche per idea“, neppure per idea“, “ma no!, cosa dici“.

La differenza rispetto a “ma di che” è che “ma di che” si utilizza per affermare la propria opinione, si usa per rimarcare la contrapposizione tra due idee: tu hai un’idea e qualcuno ne ha un’altra, allora alzando la voce dico: “ma di che!” (cioè ma di che stai parlando?) una domanda che diventa una esclamazione come abbiamo visto.

Macchè invece si usa prevalentemente per dire qualcosa che non è una opinione, ma una verità assoluta. Solitamente si usa quando si parla del passato, per smentire seccamente qualcosa, per dare un’informazione più che un’opinione.

Alcune volte il confine tra macché e “ma di che” è molto sottile, ma nel caso di opinioni è più facile trovare “ma di che” mentre nel caso di informazioni è più facile trovare macché.

Perché la linea è sottile? Perché a volte può crearsi il dubbio su quale delle due espressioni usare?

Il motivo è che anche macché, come “ma di che”, ha un contenuto emotivo. In entrambe le espressioni chi parla non solo comunica un’informazione o un’opinione, ma anche un’emozione. Ci sono dei casi in cui è possibile avere il dubbio su quale usare, mentre in altri casi meno. Quando non si tratta di un’opinione, non abbiamo nessun dubbio: usiamo macché, che comunica sempre una contrarietà, una sensazione di opposizione all’argomento, alla frase che si sta negando. Spesso si esprime anche dispiacere o rammarico, o rassegnazione.

Domanda: E’ arrivata la lettera?

Risposta: macché!

La lettera non è arrivata e questo non mi rende felice. Non è una bella notizia. Non è un’opinione la mia, ma è un fatto concreto che la lettera non è arrivata. Avrei voluto che fosse arrivata, speravo, ma purtroppo non lo è. Vediamo quando si può creare il dubbio:

Mamma ha detto che la lettera è arrivata!

Risposta: macché!

In questo caso la risposta è sia un’opinione (infatti mamma ha una diversa opinione dalla mia) sia una negazione convinta. In questo caso avremmo potuto dire anche “neanche per idea!, “non è vero!“, oppure “ma di che“, sebbene forse quest’ultima è un po’ esagerata in questo caso. Non c’è uno scontro diretto tra due opinioni infatti. Un altro esempio:

Secondo me Giovanni è stanco di fare episodi per Italiano Semplicemente!

Macché stanco, lui è un vulcano inesauribile di idee ed è anche molto motivato, come ti viene in mente?

In questo caso lo stesso è una opinione, ma possiamo usare “macché”, perché come prima non è uno scontro diretto con chi parla, e poi si esprime comunque una forte convinzione. Infine possiamo aggiungere “stanco”, possiamo dire: “macché stanco“, sottolineando la cosa che stiamo negando. Questo non possiamo farlo con “ma di che”, che invece sottolinea di più la contrapposizione, e direi meno il convincimento.

Macché in generale si utilizza di più per parlare di fatti, di cose accadute, e questo lo rende più convincente.

Notate che quando si tratta di eventi passati e stiamo dando un’informazione, come abbiamo detto con “macché” vogliamo comunicare a volte un dispiacere, altre volte una contrarietà, altre un’emozione contrastante con questa verità. Invece quando usiamo “macché” per esprimere un’opinione (in uno dei casi in cui potremmo usare anche “ma di che”) sottolineiamo la negazione e non il dispiacere, l’enfasi in questo caso è sul negare quanto abbiamo sentito (macché stanco!) e non sul comunicare dispiacere o rammarico ad esempio.

Facciamo alcuni esempi (ripetete le risposta):

Hai superato l’esame oggi?

Macché! era molto complicato, dovrò riprovare tra due mesi

Oppure:

Come sta la zia? So che che sei andato a trovarla. Sta meglio dopo l’incidente che ha avuto?

Macché, non sta per niente meglio purtroppo!

Oppure:

Come mai hai quest’aria sognante? Secondo me sei innamorato di Maria!

Macché innamorato, stavo pensando alla partita di calcetto di stasera!

Oppure:

Hai visto che la Roma affronterà il Real Madrid in finale? Vincerà la Roma secondo te?

Macché, faremo l’ennesima figuraccia, vedrai!

Quindi ricapitolando: macché esprime una forte negazione e si può usare in due casi: o per negare un avvenimento, qualora qualcuno ci faccia una domanda e noi dobbiamo rispondere negativamente con contrarietà, dispiacere, rassegnazione o rammarico, oppure quando si utilizza per dare un’opinione, analogamente a “ma di che“, ma quando il confine tra l’opinione e l’informazione è sottile, oppure quando la circostanza non è così oppositiva tra due opinioni diverse da giustificare l’utilizzo di “ma di che”, che infatti è molto forte, spesso anche segno di maleducazione. “Macchè” in questi casi è una risposta anche più convinta, equivale a “no, credimi!“, “sei fuori strada“, e frasi di questo tipo. Anche macché, questo è importante dirlo, è una espressione informale.

In contesti formali potreste dire:

Non direi, piuttosto credo sia vero il contrario!

Non mi sento di sottoscriverlo, tutt’altro direi!

Questo non corrisponde alla verità!

Infine come abbiamo detto “macché” consente di aggiungere qualcosa dopo, cioè ciò che si sta negando: macché stanco, macché allegro, eccetera.

A proposito di contesti formali, nel corso di Italiano Professionale è prevista una lezione interamente dedicata a come esprimere assenso e dissenso (cioè accordi e disaccordi) in contesti lavorativi. Se siete interessati potete fare richiesta di adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Un saluto a tutti da Giovanni ed alla prossima

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