Accadde il 10 dicembre: alieno, alienare, alienabile e inalienabile

Alieno, alienare, alienabile e inalienabile (scarica audio)

Trascrizione

Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Questo però non è accaduto in Italia.

Allora prendiamo un altro evento, stavolta accaduto in Italia, sempre il 10 dicembre, come spunto per l’episodio della rubrica “accadde il”.

Parliamo della morte di Luigi Pirandello, avvenuta il 10 dicembre 1936 a Roma, come sapete è stato un grande scrittore italiano, drammaturgo e romanziere, celebre per opere come “Sei personaggi in cerca d’autore”, che contribuirono alla nascita del teatro moderno e del Teatro dell’assurdo.

Con la sua scrittura ha esplorato l’identità, la follia, il confine tra realtà e finzione. E il nucleo di molte delle sue opere ruota attorno a una verità che nessuno può negare o, potremmo dire, che nessuno può “alienare”: la libertà interiore dell’individuo di costruire e raccontare la propria esperienza umana.

Proprio partendo da Pirandello possiamo spiegare, oltre al verbo alienare, anche la parola inalienabile che incontriamo spesso anche nei testi giuridici o filosofici, ma che conserva un significato profondo quando la colleghiamo alla persona e alla sua esperienza umana.

Inalienabile significa qualcosa che non può essere tolto, ceduto, venduto o separato dal suo titolare, proprio perché fa parte essenziale di lui. L’aggettivo nasce dal latino in- (prefisso negativo) e alienabile (cioè “che si può trasferire” o “cedere”). Quindi inalienabile è letteralmente non cedibile, non trasferibile. È un linguaggio giuridico, quindi formale e si usa parlando dì proprietà.

Inalienabile però non si usa solo parlando dì una proprietà che non sì può cedere, ma si usa spesso per i diritti umani (diritto alla dignità, alla libertà), perché sono intrinseci alla persona e non si possono “dare via” come un oggetto. Quindi anche alcuni diritti dell’uomo si dicono inalienabili.

Ecco perché avevo parlato, all’inizio, del Il 10 dicembre 1948, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

I diritti fondamentali dell’uomo vengono definiti proprio così il 10 dicembre 1948, quanto si affermò che tali diritti appartengono all’uomo e non possono essere tolti, ceduti, venduti o rinunciati: sono inalienabili.

Passando a Pirandello, possiamo invece dire che per lui la ricerca dell’identità era qualcosa di inalienabile: ogni persona ha un mondo interiore che nessuno può davvero togliere, nemmeno attraverso regole sociali opprimenti o ruoli fissi. È un uso più “umano” della parola rispetto a quello giuridico formale, ma aiuta voi a capire l’idea profonda: ciò che appartiene all’essere umano nella sua essenza non può essere alienato.

Ora, alienare e la parola alieno (cioè extraterrestre) sono parole strettamente legate perché condividono una radice latina comune: alienus, che significa “di un altro”, “estraneo”, “altro da sé”.

Da qui alienare ha assunto il significato di trasferire qualcosa ad un altro, di cederlo: “alienare un proprio bene”, significa vendere o cedere una proprietà.

Quando usiamo la parola “alieno” in italiano moderno, spesso intendiamo qualcosa di estraneo, come appunto gli extraterrestri, ma non solo. Parliamo anche di qualcosa di diverso che non ci appartiene, come l’idea di sentirsi fuori posto o estraniati in una situazione sociale.

Quando Pirandello scriveva, rifletteva su come le persone a volte si sentono alienate dalla società: non capite, quasi di un altro mondo, come un personaggio che non riconosce più se stesso nello specchio. In questo senso, puoi dire: “in quella festa mi sentivo un alieno”. cioè ero totalmente diverso dagli altri partecipanti.

In questo episodio colleghiamo così una data storica italiana, la morte di un gigante della letteratura, a un termine che tocca identità, libertà e umanità. E proprio come gli altri episodi di Italiano Semplicemente, attraversiamo la storia, la cultura e la lingua per far emergere il cuore delle parole che usiamo ogni giorno.

Adesso voglio rispolverare qualche episodio passato partendo proprio da questi concetti.

Pensiamo ad esempio alla dignità umana. Sarebbe impensabile “venderla” o rinunciarvi, anche se qualcuno, come visto in altri episodi, tentasse di “prevaricare” o “sopraffare” l’individuo, o di “mettere a tacere” la sua libertà di parola o se tentasse addirittura di “epurarlo”. Ecco un uso corretto del termine: “La libertà di pensiero è un diritto inalienabile”. Ovviamente questo accade nelle società democratiche…

Alienare, a differenza di inalienabile, si usa spesso in contesti patrimoniali: “Ho alienato la mia proprietà”. Se ricordate l’episodio del 6 febbraio, dedicato a “mandare a carte 48”, alienare un bene può essere necessario per evitare un fallimento o un collasso finanziario. Se non volete mandare un affare a carte 48, può servire alienare una vostra proprietà.

L’alienazione è dunque un trasferimento volontario oppure imposto. Alieno invece si incontra anche nella lingua comune: “mi sento alieno nel tuo ambiente, tra tuoi amici”, ovvero mi sento estraneo, fuori posto. È la stessa distanza che, nel linguaggio politico, può portare a definirsi “euroscettici” o “europeisti”, cioè in sintonia o in contrasto con una comunità.

Per rinforzare il significato, posso usare esempi diversi dal contesto dei diritti. In una relazione sentimentale, si può essere gelosi del proprio tempo libero, ma non sarebbe corretto chiamarlo un diritto inalienabile, perché la parola porta con sé un peso formale che non si adatta allo sfogo colloquiale. Nello sport, invece, la dignità dell’atleta può essere considerata un valore inalienabile, soprattutto quando prima viene “idolatrato” o “messo su un piedistallo” e poi scaricato.

Non ho capito io!

Non ho capito io!

(ep. 1159) (scarica audio)

Trascrizione

non ho capito io!

Ricordate quando abbiamo parlato dell’espressione ‘hai capito!’? Ebbene, ricorderete che il significato dell’espressione ha poco a che fare con il suo significato letterale. Piuttosto esprime un mix tra incredulità e stima.

Bene, un discorso analogo avviene con l’espressione ‘Non ho capito’ oppure ‘non ho capito io!’.

Si tratta ancora una volta di un’esclamazione, e non esprime il senso letterale. Non si tratta infatti di una mancata comprensione di qualcosa.

“Non ho capito io!” è invece un’espressione breve, diretta e molto potente. A prima vista potrebbe sembrare solo un modo per dire che qualcosa non è chiaro (in effetti può usarsi anche in questo modo, con un altro tono però) ma il suo significato può cambiare completamente in base al contesto e proprio al tono che si usa.

Spesso, infatti, questa frase non esprime un’incomprensione vera e propria, ma diventa una dichiarazione enfatica per sottolineare un diritto, una posizione chiara e non negoziabile.

Vediamo insieme cosa significa esattamente e come si usa.

Questa espressione, quando usata in modo deciso, equivale a dire:

Questa cosa deve essere chiara!

Non ci sono dubbi, è un mio diritto!

Non scherziamo, le cose stanno così!

Espressioni simili, più brevi, possono essere:

Ma guarda un po’!

Ma pensa tu!

Non scherziamo!

Ma ti pare! (anche questa espressione l’abbiamo già spiegata)

L’attenzione è tutta sull’”io”, che tuttavia possiamo anche omettere. Chi parla vuole far capire che è sicuro della propria posizione e che ciò che sta affermando è evidente, giusto e non discutibile. È una rivendicazione, una sorta di “punto esclamativo” che chiude il discorso.

Come si usa?

“Non ho capito io!” si usa spesso in situazioni di confronto o quando si vuole mettere in chiaro qualcosa. Non serve aggiungere molto altro: il tono deciso e l’enfasi bastano per comunicare il proprio messaggio.

Facciamo qualche esempio. Tengo a sottolineare che l’espressione è usata solo nella forma orale. Potreste trovare qualcosa di scritto sulla rete, ma non ve lo garantisco. Anche Chatgpt non vi aiuterà. Ve lo dico da subito!

Vediamo quando si tratta di rivendicare un diritto. Ricorderete che il verbo rivendicare lo abbiamo già incontrato.

Quei soldi sono miei, me li devi restituire. Non ho capito io!

Qui il significato è: “Non c’è spazio per dubbi o discussioni, è un mio diritto.” Non è certamente una richiesta di spiegazioni. Siamo spesso in una posizione di difesa più che di attacco, nel senso che qualcuno sta cercando di privarci di un diritto, di fare una ingiustizia e noi vogliamo invece dire che non è giusto!

In qualche modo, se vogliamo proprio ricondurci al significato letterale, potremmo dire “non capisco per quale motivo non debba essere così”, “non c’è motivo di pensarla diversamente e se ne esistesse uno di motivo, io non lo capisco”.

Possiamo usare l’espressione anche per far rispettare una nostra decisione. Si tratta di una personale decisione, ma non è detto. Di sicuro però chi parla esprime una sua personale opinione.

Es:

Certo che hai lo stesso diritto degli altri, non ho capito io!

Come dire che è ovvio.

Spessissimo si parla di una questione di giustizia, quindi si usa quando manca un atteggiamento giusto, una decisione equa, una parità di diritti, quindi quando c’è ad esempio un chiaro favoreggiamento, una chiara preferenza, quando non ci dovrebbe essere, per una questione di giustizia, di pari opportunità!

Tutti dobbiamo essere trattati allo stesso modo, non ho capito io!

Stiamo contestando un’ingiustizia:

Perché lui sì e io no? Non ho capito io!

Ecco, in questo caso si fatica meno a capire il senso della frase.

Si esprime un senso di ingiustizia, ma è solo una apparente richiesta di spiegazioni.

Altre volte si impone una scelta, una decisione che riteniamo comunque giusta:

Sono stato io a fare tutto il lavoro, quindi decido io. Non ho capito io!

Vuol dire: Deve essere chiaro che tocca a me decidere, non a nessun altro. E’ giusto così! Nessuno provi a dire il contrario!

In modo scherzoso o ironico si può anche usarla per enfatizzare una piccola protesta in modo leggero.

Guarda che tocca a te lavare i piatti oggi, perché è giusto che si faccia un giorno ciascuno, non ho capito io!

“Non ho capito io!” è una frase tipica del linguaggio colloquiale italiano, come ho detto, molto usata in conversazioni informali, familiari, specialmente nel sud Italia ma un po’ dappertutto.

Il tono e il contesto giocano un ruolo fondamentale: è un’espressione che si adatta bene a situazioni in cui c’è un contrasto, una rivendicazione o anche solo il desiderio di enfatizzare un concetto.

La sua forza sta nella semplicità: tre o quattro parole bastano per esprimere con chiarezza una posizione ferma. Non c’è bisogno di spiegazioni aggiuntive o di dettagli, perché il messaggio è già completo e diretto.

E’ importante usarla con il tono giusto. Deve trasmettere sicurezza, decisione e, se necessario, un pizzico di ironia. È perfetta per chiudere una discussione, ribadire un diritto, far valere la propria opinione, far valere le proprie ragioni o farsi sentire. Non sarà il massimo dell’eleganza, ma che volete!

Una esclamazione dal senso simile è “ma io non lo so!” che tuttavia è più spesso usata per esprimere irritazione o fastidio o anche un certo giudizio implicito, come se chi parla si mettesse in una posizione di superiorità morale o di perplessità rispetto all’atteggiamento o alle azioni di qualcun altro. Espressione, questa, di solito accompagnata da gesti o toni che rafforzano il messaggio, come lo scuotere la testa o un’espressione esasperata. come a dire “no”. Ricordate che abbiamo un episodio su questa espressione?

Per gli amanti della lingua romanesca comunque, un’espressione con un senso ancora più vicino è “ma che davero davero!“, che enfatizza l’incredulità verso qualcosa di inaccettabile. E’ come dire “ma sul serio?” e la ripetizione della parola ‘davvero’ (‘davero’ in romanesco) sottolinea ed enfatizza lo stupore, molto spesso per una ingiustizia, per qualcosa di ingiusto, proprio come “non ho capito io!

Ah, dimenticavo di dirvi che l’espressione di oggi si può usare solamente alla prima persona singolare. La forma è invariabile! Non esiste ad esempio “non hai capito tu!”. State infatti esprimendo un’opinione personale, a prescindere dalla persona per la quale si rivendica un diritto.

Adesso ripassiamo e siccome siamo sotto Natale, parliamo di regali di Natale:

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Ripasso a cura dei membri dellassociazione Italiano Semplicemente

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Anne Marie: io a mio fratello regalo un’agenda per aiutarlo con i suoi impegni. Lui è sempre alle prese con mille cose e non sa mai dove annotarle!

Edita: Io, invece, ho optato per qualcosa di più semplice. Regalo libri usati. Ne ho parecchi intonsi, pare brutto che nessuno li legga.

Estelle: Quant’è vero Iddio, io non voglio più sentire recriminazioni da mia sorella! Ogni Natale si lamenta per i regali che riceve. Quest’anno schiafferò sotto l’albero un buono regalo, così si compra ciò che vuole.

Marcelo: Per la cronaca, non mi sconfinfera per niente il Natale. È un continuo correre dietro a regali, decorazioni e pranzi interminabili. Poi, il Natale mi ricorda il mio gatto che non c’è più. Mi viene il magone solo a pensarci!

Julien: Dai! Non fare così. È pur sempre una festa per stare insieme. Piuttosto, durante le cene di Natale in famiglia, bisogna sempre stare sul chi vive per evitare di toccare argomenti che possono scatenare discussioni infinite.

Irina: Hai ragione, però non mi dirai che stare sul chi vive durante il Natale sia così edificante… comunque tornando a Bomba sui regali, io ormai faccio regali neutri e utili a tutti, così mi paro il culo ed evito che qualcuno abbia da ridire!

Mariana: sei sempre stato un paravento tu!

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Cedere – VERBI PROFESSIONALI (n.72)

Cedere

Descrizione

Cedere è il verbo numero 72 della speciale sezione verbi professionali.

Durata: 20 minuti

Con esercizio finale di ripetizione

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Il lavoro nobilita l’uomo

Il lavoro nobilita l’uomo (scarica audio)

 

Trascrizione

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Il Palazzo della civiltà del lavoro, a Roma

Ciao ragazzi, eccoci arrivati all’appuntamento settimanale di Italiano Semplicemente.

Qualche giorno fa ho chiesto, sul gruppo Facebook di Italiano Semplicemente, se i visitatori, i membri della famiglia di Italiano Semplicemente, avessero delle domande da farmi, avessero qualche cosa da chiarire a proposito della lingua italiana, una domanda che  faccio di tanto in tanto per avere un’idea dei problemi degli stranieri con la lingua italiana. Ho ricevuto molte richieste e sto lavorando sulle risposte. State tranquilli quindi che piano piano cercherò di rispondere a tutte le vostre richieste.

Oggi invece vorrei parlarvi di una frase molto importante che ha un profondo significato. La frase è “il lavoro nobilita l’uomo“. La frase è stata detta probabilmente per la prima volta da Darwin, cioè da Charles Darwin, colui che creò la teoria dell’evoluzione.

Il lavoro nobilita l’uomo, cioè il lavoro rende nobile l’uomo, quindi lo nobilita, il lavoro nobilita l’uomo, lo rende  nobile. Rendere nobile qualcuno vuol dire far diventare nobile: é grazie al lavoro che l’uomo diventa nobile. Senza il lavoro invece, l’uomo, inteso come razza umana (quindi anche la donna) non sono nobili.

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Essere nobili significa essere superiori, significa avere un maggiore prestigio. In sostanza se qualcosa ci rende nobili, ci rende migliori, ci fa diventare migliori. Il lavoro è talmente importante che grazie al lavoro siamo persone migliori.

Questo è il significato della frase “il lavoro nobilita l’uomo“.

L’importanza del lavoro è talmente elevata che è universalmente riconosciuto, il lavoro,  come fondamentale, come un diritto fondamentale dell’uomo.

Il lavoro è un diritto fondamentale, cioè tra tutti i diritti, tra tutte le cose che spettano all’uomo, di cui l’uomo ha diritto, il lavoro è una delle cose più importanti, fondamentali. Fondamentale significa che senza il lavoro non c’è nulla. Il lavoro è fondamentale, cioè necessario, indispensabile.

Fondamentale viene da fondamenta, e le fondamenta (fondamenta è una parola femminile) sono ciò che si trova sotto le case, ciò che sostiene ogni casa: esistono le fondamenta di un palazzo, le fondamenta della casa, le fondamenta di una chiesa.

Potreste chiedervi il motivo per cui ho deciso di parlare di lavoro oggi.

La motivazione principale è che, come molti di voi sanno, sto sviluppando da tempo il corso di Italiano Professionale, un corso che forniscaetutti gli strumenti linguistici per poter lavorare in Italia, ma c’è anche un altro motivo.

Mi è infatti capitato qualche giorno fa di vedere un programma in TV in cui si parlava della religione islamica e delle regole che ogni musulmano deve rispettare.

Mi ha molto colpito che all’interno del Corano, scusate la mia ignoranza ma in quanto cattolico non conosco nel dettaglio il contenuto del Corano, ci sia spazio anche per il lavoro.

Allora ho chiesto ai miei amici su Facebook di spiegarmi in legame tra l’ISLAM e il lavoro.

Allora mi è stato spiegato, e ringrazio Mohamed, Safia e Rania per il loro aiuto, che secondo la religione islamica, “Lavorare è un dovere“.

Lavorare è un dovere quindi, oppure lavorare è un diritto?

E’ un dovere, cioè è una cosa che si deve fare, oppure è un diritto, cioè è una cosa che ci spetta, e di cui tutti ne hanno il diritto?

Due concetti opposti: diritto e dovere, se ci pensate bene, ma vediamo meglio:

Mohamed specifica che secondo la dottrina islamica:

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Il Corano

“il lavoro costituisce la base sulla quale si fonda l’universo ed è il solo garante della sopravvivenza delle creature”.

Spieghiamo: garante significa che garantisce, cioè che assicura. Il lavoro è il solo garante della sopravvivenza delle creature, cioè il lavoro assicura la sopravvivenza. Grazie al lavoro si è vivi. Lavoro è vita.

Continuo citando testualmente le parole di Mohamed:

Dio l’Altissimo ha dotato ciascuna delle Sue creature di adeguati mezzi, mediante i quali esse possono trarre profitto ed evitare i danni.L’uomo, che è la più stupefacente e complessa specie dell’universo, ha maggiori necessità rispetto alle altre creature. È per questo che gli occorre una maggiore attività per potere da un lato soddisfare le sue numerose esigenze e dall’altro mantenere la famiglia che deve per natura formare.È questo il motivo per il quale l’Islam, religione naturale e sociale, considera il lavoro come uno dei doveri dell’essere umano. A tal proposito il sommo Profeta dice: “È dovere di ogni Musulmano, uomo o donna che sia, lavorare per conseguire beni leciti con i quali sostentarsi”.

Ok. Vale la pena evidenziare la parola “leciti“:  con il lavoro si devono conseguire, cioè raggiungere, i beni leciti con i quali sostentarsi. I beni leciti sono i beni ottenuti senza commettere illeciti, cioè rispettando la legge

Tutto ciò che è lecito si può fare, perché la legge ci consente di farlo. I beni quindi sono leciti se sono ottenuti lecitamente, cioè rispettando la legge.

Torniamo però al concetto di dovere e di diritto.

« “Il diritto è un apparato simbolico che struttura un’organizzazione sociale anche quando si sa che alcune sue norme sono destinate a rimanere inapplicate”. »

(Definizione di Stefano Rodotà)

Secondo la dottrina islamica il lavoro è un dovere, abbiamo detto. Si deve lavorare, perché se non si  lavora vuol dire che per sopravvivere si deve ricorrere a qualcosa di illecito, di non lecito.

Chi non lavora, questo credo sia il senso, vuol dire che non rispetta la legge.

Questo è molto interessante, ma nello stesso tempo si dice anche che, come detto prima, che il lavoro costituisce la base sulla quale si fonda l’universo ed è il solo garante della sopravvivenza delle creature.

Questa frase dà maggiormente l’idea del diritto, perché è il mezzo attraverso il quale si vive. La sopravvivenza  quindi è la posta in gioco. Quindi in questo senso il lavoro è maggiormente interpretabile come un diritto che come un dovere.

Il lavoro è importante ovviamente in tutto il mondo, e se usciamo dalla religione islamica e vediamo come il lavoro è visto in Italia in generale, c’è un chiaro riferimento al lavoro nella Costituzione Italiana, che è la legge più importante d’Italia. In questo caso quindi non si sta parlando di una religione, ma si parla di diritti e doveri in generale.

costituzione_immagine

Secondo la Costituzione italiana, al primo articolo della Costituzione si legge che:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Questa è la prima parte del primo articolo della Costituzione Italiana.

Secondo la Costituzione Italiana quindi la stessa Italia, lo stesso paese, è fondato sul lavoro.

Non parla di diritti o doveri quindi, ma dice che l’Italia, la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro. Il lavoro è un fondamento della Repubblica Italiana. Senza il lavoro la Repubblica Italiana non esiste.

Quindi anche qui, come nel Corano nella frase che abbiamo visto prima, è chiaro, anche se non viene scritto, si sta più parlando di diritti che di doveri.

Ci sono poi altre parti, altri articoli della Costituzione che parlano del lavoro, ad esempio nell’articolo 48, dove si parla del lavoro come un diritto ma, attenzione, anche come di un dovere civico, cioè di un dovere del cittadino, di ogni cittadino italiano.

costituzione_immagine_art-48

L’articolo numero 4  poi è molto importante perché afferma che tutti i cittadini hanno  il diritto al lavoro, e che ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Insomma per la legge italiana il lavoro è un diritto-dovere.

Non è obbligatorio lavorare però, quindi non possiamo dire che il lavoro sia un vero dovere, però sicuramente è un diritto.

Sul diritto non ci sono dubbi. Riguardo al dovere, si tratta, come detto prima, di un dovere civico, cioè per potersi sentire un vero cittadino, bisogna lavorare, è importante che ciascun cittadino italiano lavori per potersi ritenere un vero cittadino Italiano.

Certo, parlare di un vero dovere, nell’Italia moderna, fa un po’ ridere, poiché in effetti oggi è molto difficile lavorare, è difficile riuscire a trovare un lavoro, riuscire ad esercitare il diritto al lavoro.

Quindi purtroppo nella società di oggi è facile parlare di diritto, perché nessuno ci può negare il diritto al lavoro ma parlare di dovere non è, diciamo, così scontato.

Un dovere è il frutto di una scelta , e se non si può scegliere se lavorare o non lavorare, parlare di dovere lascia un po’ il tempo che trova. Se una cosa lascia il tempo che trova vuol dire che non serve a nulla, è inutile.

Bene ragazzi mi è piaciuto fare questo confronto tra la religione musulmana e la Costituzione Italiana sul tema del lavoro.

Mi spiace molto che ci siano i cosiddetti Hadith, cioè i detti del Profeta, che parlano di lavoro ma che purtroppo non vengono tradotti in italiano.

Grazie  a Rania per questa informazione.

Attendo comunque i vostri commenti su Facebok oppure sullo stesso articolo sui italianosemplicemente.com e mi scuso con tutti se non fossi riuscito a ben interpretare la dottrina musulmana su questo argomento.

Mi rendo conto che l’argomento necessita di approfondimento ma lascio a voi visitatori la possibilità di commentare l’articolo e  aggiungere tutte le informazioni che ritenete opportune.

Ora facciamo un piccolo esercizio di ripetizione per esercitare la pronuncia: ripetete dopo di me e cercate di ricopiare ciò che dico.

Non pensate alla grammatica ma ripetete semplicemente.

Il lavoro nobilita l’uomo

Il lavoro nobilita l’uomo

Il lavoro nobilita l’uomo

Il lavoro rende nobile l’uomo

Il lavoro rende nobile l’uomo

Lavorare è un dovere

Lavorare è un dovere

Lavorare è un diritto

Lavorare è un diritto

Ciao ragazzi, ci sentiamo al prossimo podcast e grazie a tutti coloro che aiutano Italiano Semplicemente attraverso i loro suggerimenti, commenti, e anche a chi ci aiuta attraverso una donazione con paypal o con carta di credito.

Vi farò vedere attraverso una foto su Facebook il regalo che acquisterò per i miei con i primi soldi raccolti.

Per i più esigenti vi ricordo poi che esiste l’associazione italiano semplicemente. 

Grazie a tutti e al prossimo podcast dove cercherò di venire incontro alle vostre numerose richieste di spiegazione.