Diminutivi e accrescitivi – Testina, Manona, Piedini: giocare con le parti del corpo

Diminutivi e accrescitivi – Testina, Manona, Piedini: giocare con le parti del corpo (scarica audio)

episodio 1214

Trascrizione

bocconcino

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di una cosa che vi farà sorridere, ve lo garantisco. Parliamo di come noi italiani amiamo giocare con le parole, in particolare con le parti del corpo.

Allora, voi sapete già che in italiano possiamo far diventare le parole più piccole o più grandi, no?

Parliamo dei diminutivi e degli accrescitivi, ma solamente relativi alle parti del corpo. C’è anche un altro episodio dedicato ai diminutivi, ma più generico.

Ad esempio manina è un diminutivo di mano, mentre manona è un accrescitivo.

Possiamo dire “manina” quando è piccola, oppure “manona” quando è grande. Semplice, direte voi. Sì, però…

Questi diminutivi e accrescitivi non indicano sempre e solo la dimensione fisica. Oh no. Sarebbe troppo facile!

I diminutivi come si formano? Come funziona tecnicamente questa cosa? Allora, per fare il diminutivo di solito aggiungiamo -ino/-ina o -etto/-etta.

Mano diventa manina, manetta
Piede diventa piedino
Testa diventa testina

Per l’accrescitivo usiamo -one/-ona:

Mano diventa manona
Testa diventa testone o testona
Naso diventa nasone

Il braccio diventa il braccino o il braccetto.

eccetera

La testina

Partiamo della parola testina. La mano la vediamo dopo.

Ovviamente una testina è una testa piccola, questo è il significato base. Un bambino ha una testina, un uccellino ha una testina. Fin qui tutto normale.

Ma aspettate. Se io dico a qualcuno “usa la testina!” cosa sto dicendo? Non sto mica dicendo che ha la testa piccola! Sto dicendo: ragiona un po’, pensa! È un modo carino, quasi affettuoso, di dire “usa il cervello”.

Ah, e poi c’è “avere una bella testina”. Qui parliamo di qualcuno intelligente, sveglio. Un ragazzo che a scuola va bene, che capisce le cose al volo, diremo: “Eh sì, ha una bella testina quello lì!”. È un complimento, insomma.

Il testone

E adesso veniamo al testone. Qui le cose si complicano un pochino.

Un testone è una testa grande, d’accordo. Ma in senso figurato?

Beh, un testone è anche una persona testarda, cocciuta, che non cambia idea facilmente.

Gianni è proprio un testone, quando si mette qualcosa in testa non c’è verso di fargli cambiare idea!

Vedete? Il testone non è necessariamente una cosa negativa, eh. A volte la testardaggine serve. Quando devi portare avanti un progetto difficile, quando tutti ti dicono di mollare e tu invece continui… ecco, lì essere un testone può essere una qualità!

A proposito, mi viene da fare una piccola divagazione. In Italia abbiamo un proverbio che dice “testa dura come il marmo”. Il marmo, sapete, è una pietra durissima. Ecco, quando qualcuno è particolarmente testardo, usiamo questa espressione. “Hai una testa dura come il marmo!” Non è esattamente un complimento, devo dirlo.

Manina e manona

Ah, le mani! Che argomento interessante. Allora, una manina è una mano piccola. I bambini hanno le manine, e quando diciamo “che belle manine!” a un bambino, è un’espressione di tenerezza.

Ma poi… poi c’è un uso direi “politico” di manina che è assolutamente geniale! Quando diciamo che c’è stata “una manina” in qualche affare politico, intendiamo che qualcuno ha interferito, si è intromesso, ha fatto qualcosa di nascosto per influenzare le cose.

Quel contratto non è stato assegnato in modo trasparente, c’è stata sicuramente una manina…”

Capite? La manina è piccola, quasi invisibile, proprio come un’interferenza discreta ma efficace. È bellissimo come uso metaforico, no?

Può esserci l’intervento di una manina anche in ufficio se un documento viene modificato all’ultimo per tutelare qualche interesse particolare.

E la manona? Beh, ovviamente è una mano grande. “Ha delle manone che sembrano pale!” diciamo di qualcuno con mani molto grandi.

Ma c’è anche un significato figurato interessante: dare una manona a qualcuno significa aiutarlo, dargli una mano in modo sostanziale.

Ho bisogno di una bella manona per finire questo lavoro

Vuol dire: ho bisogno di un aiuto consistente, non una cosa da poco.

I piedini

Qui entriamo nel regno della tenerezza! I piedini sono i piedi dei bambini, piccoli e grassottelli. “Che piedini carini!” diciamo ai neonati. È quasi impossibile dire “piedini” senza usare un tono affettuoso.

Però attenzione. “avere buoni piedini” si può usare nel linguaggio sportivo. Significa essere veloce, essere bravo a correre, oppure essere dotati di un’ottima tecnica. Un calciatore con buoni piedini è anche uno che sa muoversi bene in campo.

E poi c’è un’espressione che forse conoscerete: “stare in punta di piedi”. Aspettate, qui non stiamo usando il diminutivo, ma visto che parliamo di piedi… vi spiego lo stesso! Stare in punta di piedi significa letteralmente alzarsi sulle punte per vedere meglio, ma figuratamente vuol dire essere discreti, attenti a non disturbare. “Quando entro tardi a casa, cammino in punta di piedi per non svegliare nessuno.”.
In senso figurato “fare le cose in punta di piedi” significa però agire con molta discrezione, prudenza e delicatezza, per non farsi notare, non disturbare o non creare problemi, proprio come quando si cammina sulle punte per non fare rumore; può anche indicare un approccio cauto e misurato, evitando di sbilanciarsi o prendere posizioni nette, quasi come “non mettere i piedi per terra” se non necessario, ma in modo positivo, con garbo e rispetto.

Altri accrescitivi e diminutivi curiosi

Ora, visto che ci siamo, vi racconto qualche altra curiosità.

nasone roma

Il nasone: un naso grande. E Roma, lo sapete, ha i nasoni! Ma questi non sono nasi di persone, sono le fontanelle pubbliche di acqua potabile che hanno questa forma particolare, come un grosso naso. Geniale, no?

L’occhiolino: un occhio piccolo. Ma “fare l’occhiolino” significa ammiccare, flirtare con qualcuno. “Quella ragazza ti ha fatto l’occhiolino!” – stai attento, ti sta corteggiando! Attenzione poi, non si dice occhino, ma occhiolino. E’ lo stesso che dire “strizzare l’occhio“. A proposito, c’è già un episodio in cui ho spiegato questa bella espressione. Ci sarebbero anche gli occhioni e gli occhietti. Tipo:

Guardava il gattino con i suoi occhietti curiosi

Il suffisso -etto/-etti attenua e rende la parola più tenera, più simpatica.

Lo stesso vale però con occhioni.

Es:

Con quegli occhioni dolci, mi faceva molta tenerezza!

Passiamo al boccone: in realtà dovrebbe essere la “boccona”, e qui vabbene, è una grande bocca, ma il boccone, al maschile, cambia completamente significato! Un boccone non è una bocca grande, ma è un piccolo pezzo di cibo che si può mangiare in un solo morso. “Mangio solo un boccone e arrivo“, cioè mangio velocemente qualcosa.

Ma il boccone si usa in tantissime espressioni. La parola boccone nasce dal gesto concreto del mangiare, è vero, ma nel tempo ha esteso molto il proprio significato. In origine indica la quantità di cibo che si può addentare e masticare in una volta, come in “un boccone di pane” o “mangiare a grossi bocconi”. Da qui derivano numerose espressioni figurate: un boccone amaro è un’umiliazione o un forte dispiacere; buttare giù un boccone dopo l’altro significa mangiare con avidità; contare i bocconi a qualcuno vuol dire essere avari; levarsi il boccone di bocca indica privarsi del necessario per aiutare altri; mangiarsi qualcuno in un boccone equivale ad annientarlo grazie a una netta superiorità.

La juventus si mangerà il Milan in un sol boccone

La juventus farà del Milan un sol boccone

Entrambe le forme sono valide.

In senso figurato, boccone può indicare anche un’offerta molto allettante, qualcosa che “fa gola” e che si vorrebbe accettare senza esitazione.

Es:

Quel lavoro da sogno a tempo indeterminato con stipendio alto è un vero boccone: chi non lo prenderebbe?

Non posso però non parlarvi del “bocconcino“.
Si usa spesso ad esempio “un vero bocconcino” che può riferirsi a una delizia culinaria (come un piccolo morso saporito, spesso di mozzarella di bufala), a una persona molto attraente (in senso figurato). Indica quindi qualcosa di piccolo, appetitoso e di alta qualità, perfetto per un assaggio. Avete mai assaggiato i bocconcini di pollo? Tranquilli, si tratta semplicemente dei chicken nugget 🙂

Sul termine “bocchino” invece andiamo anche sul volgare, perché il significato è legato alla bocca, ma questo non è solamente il, nome del piccolo e sottile cannello per introdurvi il sigaro o la sigaretta da fumare. Indica anche l’imboccatura degli strumenti a fiato, ma è anche il nome volgare della fellatio, vale a dire il nome volgare del “rapporto orale”.

E bocconi? Al plurale cosa succede? Sì, si usa per mangiare, come boccone (tipo: “mangio due bocconi e arrivo”) ma non solo.
Ad esempio “Bocconi”, oltre che il nome di una prestigiosa università di Milano, è anche un avverbio e indica una posizione del corpo. La posizione di chi è disteso con il ventre e la faccia in giù. E’ opposto a supino, cioè a pancia in su.
Quindi “stare bocconi” in italiano significa essere distesi a pancia in giù, con il viso rivolto verso il basso. Per curiosità, tu dormi bocconi, supino o di fianco? Qual è la tua posizione ideale quando dormi?

bocconi e supino

Poi c’è l’espressione “a spizzichi e bocconi”, molto divertente perché accosta due modi diversi di mangiare poco: lo spizzico, cioè spizzicare, il prendere qua e là piccole quantità, e il boccone, che richiama invece qualcosa di un po’ più consistente. Insieme rendono bene l’idea di un’azione fatta senza ordine, senza continuità e senza mai saziarsi davvero.

Per questo oggi l’espressione si usa quasi sempre in senso figurato: studiare a spizzichi e bocconi, lavorare a spizzichi e bocconi o raccontare qualcosa a spizzichi e bocconi significa farlo in modo frammentato, saltuario e disorganico, spesso perché manca tempo o concentrazione. L’effetto è spesso ironico, perché suggerisce che, proprio come a tavola, non ci si gode né un vero pasto né un risultato completo.

Poi, visto che vi ho parlato di “stare bocconi” e “stare supini“, parlando di posizioni del corpo mi viene in mente anche la parola ginocchioni, che sarebbero grandi ginocchia, è vero, ma in realtà stare ginocchioni (o “stare ginocchione”, al singolare) significa stare “in ginocchio”, cioè con le ginocchia piegate a terra, come quando si prega. Quindi stare ginocchioni, pregare ginocchioni, mettersi ginocchioni, cadere ginocchioni: tutte modalità usate dagli italiani. Talmente usate che, nella versione “in ginocchioni” si possono anche attaccare le due parole e ottenere “inginocchioni, tutto attaccato, o con grafia unita, come si dice.

Altre parti del corpo?

Potrei dirvi della “linguetta“. Se una persona ha la “linguetta lunga” significa che parla troppo o che non sa tenere un segreto o che parla male delle persone. Dipende un po’ dal contesto.

Che dire delle orecchie? Qui entriamo in un ambito divertente, perché le orecchiette si mangiano; non si ascoltano ma si mangiano: si tratta di una tipologia di pasta e il nome nasce dalla forma, che ricorda piccole orecchie. Le orecchiette nascono in Puglia ma si mangiano ovunque ormai. Gli orecchini invece si indossano, essendo un ornamento che si portano all’orecchio, mentre gli orecchioni sono una malattia, il cui nome in realtà è “parotite“, una malattia tipica dell’infanzia. Il nome deriva dal gonfiore evidente vicino alle orecchie, quindi ancora una volta dall’aspetto fisico, ma con un valore medico e popolare insieme. Non parliamo del recchione invece, o ricchione, che è un termine volgare per indicare un omosessuale: non serve a descrivere ma a offendere.

Finiamo col piedino, perché l’espressione “fare piedino” significa toccare o sfiorare il piede (o la gamba) di qualcuno con il proprio piede, di solito sotto un tavolo, con un’intenzione complice o seduttiva. È un gesto silenzioso, nascosto, che serve a comunicare interesse o intimità senza farsi notare dagli altri presenti. Si può fare piedino anche a letto, al proprio partner, per fare pace o dichiarasi disponibili… fate voi 🙂

Ah quasi dimenticavo il braccino. Abbiamo visto una volta in un episodio l’espressione “avere il braccino corto, che denota una difficoltà nello spendere, diciamo così. Ma no, diciamo le cose come stanno: chi ha il braccino corto è proprio tirchio!, Un avaro!

Abbiamo anche visto poi un uso particolare del termine braccetto: “andare a braccetto“, cioè più o meno andare d’accordo, ma meglio se date un’occhiatina all’episodio, tanto per restare in tema 🙂

Un consiglio finale: quando imparate questi diminutivi e accrescitivi, cercate di memorizzarli insieme al loro uso figurato, non solo quello letterale.

Bene, per oggi è tutto. Vi saluto con una piccola sfida: provate a usare almeno uno di questi diminutivi o accrescitivi nella vostra prossima conversazione in italiano. Magari dite a qualcuno “usa la testina!” quando deve risolvere un problema. Vedrete che effetto fa!

L’episodio di oggi è stato già inserito all’interno dell’audiolibro delle espressioni idiomatiche, il terzo della serie, quindi se vi interessa leggere e ascoltare anche gli altri episodi, potete acquistare l’audiolibro da questo sito, nella sezione “shop” in versione PDF e MP3, oppure se preferite la versione cartacea o la versione Kindle, potete andare sulla pagina Amazon di Italiano Semplicemente.

Ovviamente, se volete tutti, ma proprio tutti gli audiolibri, basta diventare membro dell’associazione!

Ciao a tutti e… alla prossima!

Ripasso del giorno:

Marcelo: ma lo avete visto il bambino di Marco? Con quegli occhioni spalancati e le manine che si muovono a vuoto ti mette kappaò!

Julien: Ma dai, non mi dirai che sei così sensibile! Passi pure che che la tua testolina vada in tilt per cinque minuti, ma poi voglio sperare che tu sappia tornare la persona fredda e logica che tutti conosciamo!

Hartmut: Anche io voglio usare qualche parola imparata oggi. Ove mai ci riuscissi ne sarei felice, ma sono abbastanza testone, quindi provo e riprovo finchè alla fine non ne vengo a capo.

Carmen: ci provo anch’io. Questo lungo episodio, tra braccine corte e testone dure ci ha messo a dura prova! Ho tenuto botta comunque! Adesso vado a cucinarmi le orecchiette!

Edita: A chi lo dici, ma dovrè rileggere l’episodio più volte sapete… Detto ciò, voglio sperare che i prossimi episodi siano più brevi. Bisogna che Gianni corregga il tiro, perché questo andazzo non mi piace.

Anne Marie: sì, correggere il tiro. Magari lo farà, ma durerà da Natale a Santo Stefano, conoscendolo!

Ulrike: Che io ricordi, più volte ha fatto questa promessa, ma a quanto pare anche se noi protestiamo, alla lunga fa orecchie da mercante! Vabbè, io levo le tende ché ho da fare!

579 Diminutivi, spregiativi e vezzeggiativi:

Diminutivi, spregiativi e vezzeggiativi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: una domanda che spesso pongono i visitatori di Italiano Semplicemente:ma quanti diminutivi ci sono nella lingua italiana?

La barbetta, lo stanzino, il capoccione, il ragazzetto, il vinaccio, pienotto, poveraccio, benone, la bestiaccia, alberello e tanti altri termini.

Quando vogliamo indicare una caratteristica particolare, spesso in italiano si ricorre, anziché agli aggettivi, ai suffissi, cioè modifichiamo una parola alla fine, aggiungendo qualcosa

Si parla di alterazione. Alterare significa modificare.

La caratteristica che si vuole evidenziare spesso è la dimensione, piccola o grande. Altre volte c’è un giudizio: una cosa brutta, bella, delicata. Una caratteristiche di questo tipo. Altre volte però il termine indica un particolare tipo di oggetto, che non risponde necessariamente alla regola generale dell’uso di quel particolare suffisso.

Si cambia la parte finale di una parola, che in genere è un sostantivo ma può anche essere un verbo o anche spessissimo un aggettivo o un avverbio.

Ecco allora che si possono formare delle parole a partire da altre.

Si tratta quasi sempre di linguaggio colloquiale, di termini che si usano all’orale.

La parte finale che si aggiunge si chiama suffisso. La parte iniziale non cambia in questi casi.

Come cambia la parte finale?

Quali e quanti suffissi esistono?

Non molti ma neanche pochi:

Ino” è il più diffuso.

Un tavolino ad esempio è un tavolo in cui si usa il suffisso “ino”. Si tratta di un piccolo tavolo, ma in realtà un tavolino non è solamente un piccolo tavolo, ma indica anche quella tavola su cui si scrive e si studia, quindi è un nome normalmente usato per particolari tipi di tavoli.

Sempre con “ino” c’è anche piccolino, che viene da piccolo. Gli aggettivi in generale che finiscono con ino indicano, con ironia o meno, una caratteristica di una persona o un oggetto. Questa caratteristica si riferisce in genere alle piccole dimensioni ma c’è spesso una nota di simpatia e di affetto. Ma non sempre.

Un ragazzo piccolino ad esempio è solamente non troppo alto di statura.

Un giochino invece? Spesso è un piccolo gioco, ma altre volte è qualcosa con cui ci si diverte, come un gioco, ma poco impegnativo, oppure un modo per giudicare negativamente il comportamento di una persona:

Non fare questi giochini con me! Non sono uno stupido!

Invece ci sono termini che indicano cose specifiche come il pannolino che chiamiamo così perché esiste anche il pannolone. Il primo è per i bambini, è più piccolo, e il secondo è per gli anziani, più grande. Non esiste il “pannolo” però.

Il termine “birichino” analogamente, non deriva da nessuna parola. Si tratta di un ragazzo o bambino vivace e impertinente, che fa i dispetti e che non obbedisce, è un po’ indisciplinato. Comunque si addice spesso ai bambini, che sono piccoli.

Comunque generalmente “ino” si usa per indicare una piccola dimensione, cosi come “one” è per le grandi dimensioni. Le cose di piccole dimensioni però terminano anche con “etto“.

Se prendiamo una stanza, uno stanzone è una grande stanza, mentre una piccola stanza la chiamiamo stanzetta, e parliamo solamente delle dimensioni, mentre lo stanzino è sempre una piccola stanza, un ambiente di piccole dimensioni, ma senza finestre, quindi buio, adibito però a ripostiglio o spogliatoio. Un oggetto che non usiamo lo mettiamo nello stanzino e non nella stanzetta.

Questo accade con molti termini.

Ragazzino e ragazzina indicano un ragazzo/a che è nell’età dell’adolescenza o della giovinezza. Spesso si usa per indicare semplicemente l’età:

È un ragazzino di 10 anni.

Oppure per giudicare comportamenti:

Ti comporti come un ragazzino viziato.

È un bravo ragazzino

È un ragazzino giudizioso e obbediente

Esiste però anche il ragazzaccio. Il suffisso “accio” si usa sia per giudicare la cattiva qualità, sia come forma amichevole.

Se il ragazzone ad esempio indica un ragazzo grande o alto, più del normale, un ragazzaccio si usa per indicare simpaticamente una persona che si comporta a volte in modo infantile solo per divertirsi, magari un ragazzo che fuma, beve alcool e cambia partner continuamente.

Non sempre accio è pertanto uno spregiativo.

Pensiamo a fisicaccio che indica un fisico muscoloso o agile. Tutt’altro che qualcosa di negativo.

Accidenti che fisicaccio che ti è venuto!

Givanni è un ragazzaccio, ma è molto simpatico!

La maggioranza delle volte però accio indica cose scadenti, di bassa qualità:

Attento alle stradacce di campagna ché si rompe la macchina.

Quella signora è una vecchiaccia invidiosa!

È successo un fattaccio oggi a scuola: hanno picchiato un insegnante.

Il quel quartiere è pieno di donnacce!

Si tratta quasi sempre di giudizi negativi: con una donnaccia ci si riferisce alle abitudini sessuali, se invece parlo di vecchiaccia si parla di cattiveria pura. Se parlo di scarpacce parlo di scarpe di bassa qualità, mentre le parolacce sono parole da non usare perché volgari e offensive. Un fattaccio è un brutto fatto.

L’episodio si chiama diminutivi, dispregiativi e anche vezzeggiativi perché i diminutivi servono a ridurre (non solo le dimensioni), a diminuire qualcosa, in genere le dimensioni (tavolino, bambino, ecc) mentre i vezzeggiativi sono una particolare forma di diminutivo, perché l’immagine della piccolezza è accompagnata dalla simpatia o dalla grazia. Vezzeggiare infatti significa trattare con tenerezza, con affetto.

Non solo ino quindi, ma anche etto e uccio:

È nato un bel maschietto!

No, ci siamo sbagliati, è una femminuccia!

Che bel nasetto che ha quel bambino.

Ha una boccuccia molto carina

Che tesoruccio che sei stato a regalarmi le rose 🌹

Se parliamo di spregiativi, oltre che accio, come suffisso per dare un’immagine negativa c’è anche – ucolo, accio, uccio, astro, aglia:

Giovanni non è una persona onestà ma solo un omuncolo insignificante.

Questi suffissi, aggiunti in genere a sostantivi o aggettivi, esprimono valore diminutivo con un senso peggiorativo, e molto raramente affettivo:

Non ascoltare il giudizio delle persone a cui non stai simpatico. Si tratta di gentucola (piccole persone, di poca importanza)

Peppe non è uno scrittore, scrive solo su giornarucolo di paese. Niente di importante.

Tutt’altra cosa che dire: il mio è un giornalino per ora ma se ci comportiamo bene possiamo crescere.

Che gentaglia che ci sta in questo posto. Andiamo via subito! Veramente un postaccio! (un brutto posto)

Attenzione perché non sempre è così. La vestaglia ad esempio è un indumento che si indossa in camera, maschile o femminile, più o meno lunga, tenuta chiusa da una cintura allacciata in vita o, per la donna, anche da una fila di bottoni. Non c’è niente di male nell’indossarla.

Riguardo ad uccio, si è detto che esprime affetto, questo quasi sempre: tesoruccio, caruccio (che è simile a carino) ma raramente può diventare spregiativo:

Paolo è un impiegatuccio del comune di Roma.

Poi c’è da dire che succede anche che dal maschile al femminile si aggiunge un diminutivo e le dimensioni non c’entrano granché:

Sapone, saponetta

Sigaro, sigaretta

Palazzo, palazzina

Una cosa curiosa è quando usiamo due suffissi insieme:

Palo, paletto, palettino

salto, saltello, saltellino

quadro, quadretto, quadrettino

Casa, casetta, casettina

Mora, moretta, morettina

Bestia, bestiola, bestiolina

uomo, omaccio, omaccione

Stanza, stanzetta, stanzettina

Altre volte non esiste il passaggio intermedio:

Fiore, fiorellino (non c’è fiorello)

Buono, bonaccione

Bonaccione è interessante perché si usa per descrivere le persone buone, ma anche di indole semplice e mite. Si usa anche quando queste persone hanno un aspetto imponente, ma per questo non sono da temere:

Pietro sembra cattivo. È alto e grosso ma è un bonaccione.

Per sapere quale diminutivo usare, per un non madrelingua non è facile, perché bisogna leggere molto e conoscere bene la lingua per sapere alcune differenze.

Basti pensare al fiore. Un piccolo fiore non si chiama fioretto perché questo è una specie di promessa a Dio, un sacrificio, una astinenza, un atto di rinuncia fatto volontariamente per devozione, per fede. Se faccio un fioretto alla Madonna faccio una promessa alla Madonna, ad esempio prometto di non fare piu l’amore con nessuno.

Un fiorino invece oltre ad essere una moneta è anche un tipo di macchina. Il fioruccio invece non si usa proprio. Allora un piccolo fiore si chiama solamente fiorellino. Ma bisogna saperlo.

Lo stesso vale per altri sostantivi e aggettivi. Bisogna praticare per capire quale suffisso usare.

Per i nomi delle persone è molto frequente l’uso di un diminutivo:

Paolo può diventare, per gli amici, Paoletto, Paolino, Paolone, Paoluccio.

Questo vale per ogni nome di persona: Franceschina, Marchetto eccetera.

Esistono comunque anche altri suffissi più rari: – ello:

Adesso sei grandicello, puoi iniziare a cucinare da solo che ne dici?

attolo

Omiciattolo ad esempio è come omuncolo nel significato.

otto, come – one, può formare accrescitivi, qualcosa di grande nelle dimensioni o nelle caratteristiche, ma otto è particolare perché si usa per dare ambiguità, nel senso che non è ben chiaro se stiamo sottolineando un accrescimento o una diminuzione. Dipende dal caso. In effetti qualcosa di barzotto di trova in uno stato intermedio.

Può dirsi barzotto un tempo meteorologico variabile, come anche una persona un po’ ubriaca. O anche delle uova cotte a metà sono, se vogliamo, barzotte.

Con i sostantivi dipende. Un cipollotto è inteso come più piccolo di una cipolletta o cipollina, mentre un barilotto è inteso come più grande d’un bariletto.

Poi in quanto ambiguo si presta bene a situazioni scherzose: scemotto e cretinotto al posto di scemo e cretino. È meglio o peggio? Dipende dal l’occasione.

Quanto detto finora ci fa capire che non esiste una regola per capire esattamente quando un suffisso indichi una cosa precisa, senza sbagliare. Pazienza!

Credo sia abbastanza per oggi che ne dite? Spero che avete apprezzato l’episodio, in tal caso ho fatto un figurone, altrimenti una figuraccia.

Adesso ripassiamo:

Irina: sono stata colpita dal termine accattivante, che è stato usato nella lezione dedicata ai suggerimenti, nel corso di Italiano Professionale. Una spiegazione non lascerebbe il tempo che trova secondo me. Mi dispiacerebbe se passasse in cavalleria.

Bogusia: va detto subito che non ha niente a che fare con la cattiveria.

Harjit: infatti, invece è simile a attraente. È qualcosa che cattura la nostra attenzione e interesse. A volte ispira simpatia e fiducia, altre volte c’è una sfumatura di furbizia, come un sorrisetto accattivante.

Flora: in virtù di questa spiegazione, adesso credo che non perderò occasione per usare “accattivante“, laddove ovviamente sia adatto.

Hartmut: non abbiamo che da aspettare allora…

Ulrike: Questo è un ripasso particolare, senz’altro degno di nota. Abbiamo preso due piccioni con una fava, cioè rispolverato qualche espressione già trattata e al contempo letto e ascoltato una concisa lezione sull’aggettivo accattivante. Veramente impressionante, bravissimo Gianni, ma come si fa a non iscriversi all’associazione italiano semplicemente?

Bogusia: È il nostro professore indefesso, appunto, che ci propone una caterva di idee per ingranare con l’italiano. Non molla neanche nel caso di duri di comprendonio come siamo talvolta e va avanti cercando di inculcarci qualcosa anziché darci il benservito. Avercene di professori come Gianni