In merito all’episodio di ieri, abbiamo visto che usare la preposizione “in” davanti a “merito” è come dire “riguardo a” oppure ‘per quanto riguarda’ con riferimento a un campo circoscritto.
A volte si dice anche “in quanto a” ed altre “quanto a“. Questo però lo vediamo nel prossimo episodio. Se ricordate vi avevo accennato al fatto che esiste anche “nelmerito“. Usiamo “nel merito” quando vogliamo entrare dentro quell’aspetto, cioè più in profondità. Infatti si usa spesso il verbo entrare.
Entrare nel merito
Se entriamo nel merito di una questione vogliamo esaminarla, trattarla, discuterla nei suoi aspetti essenziali, quelli più importanti. Ad esempio:
Oggi ho voluto entrare nel merito di questa locuzione, mentre nell’ultimo episodio ve ne avevo solamente fatto un accenno.
La locuzione nasce nel dirittoprocessuale, infatti quando un giudice prende la decisione, decidendo chi ha ragione e chi ha torto, il giudice entra nel merito. Il merito rappresenta proprio la questione sulla quale il giudice prende una decisione. Il giudice entra nel merito e quindi analizza la questione e poi prende la sua decisione. In generale entrare nel merito significa sempre questo, e tutti possono farlo, non solo i giudici.
Possiamo usare questa espressione ogni volta che vogliamo approfondire un aspetto, senza restare in superficie.
Un professore entra nel merito di un argomento ogni volta che fa una spiegazione.
Quindi per indicare un argomento, un aspetto qualsiasi si usa “in merito” mentre per analizzarlo si entra nel merito.
Chiunque è chiamato a risolvere dei problemi per trovare soluzioni deve entrare nel merito.
Possiamo anche decidere di non entrare nel merito di qualcosa, magari perché crediamo non sia necessario oppure per mancanza di tempo. Si usa spesso anche in questo modo infatti.
Se conoscete il termine merito, non è detto conosciate anche la locuzione “in merito” che non ha niente a che fare con il merito. Il termine merito infatti indica l’attribuzione di una qualità, un valore. “In merito” si usa invece per indicare una questione, un argomento di cui parlare o di cui si è già parlato, e per indicare questa questione si utilizza la preposizione “a”:
In merito a
È equivalente a “riguardo a“, ma è un po’ meno informale. Esempio, appena dopo una spiegazione del professore, potete fare la domanda:
Avrei una domanda in merito
Significa: avrei una domanda su questo argomento, vorrei fare una domanda riguardo a questo. In questo caso potreste semplicemente chiedere:
Avrei una domanda
Se volete invece indicare una questione diversa dovete specificarla:
Avrei una domanda in merito alla preposizione da usare.
È lo stesso che:
Avrei una domanda riguardo alla preposizione da usare.
“Inmerito” quindi serve a centrare l’argomento. Se si vuole cambiare argomento, si potrebbe anche utilizzare “per quanto riguarda” che è più discorsivo, quindi usato maggiormente all’orale:
Per quanto riguarda la pronuncia di “merito”, c’è un accento grave sulla lettera e. In merito alla pronuncia… Riguardo alla pronuncia…
Nel prossimo episodio vediamo “nel merito” che ha un significato diverso. Ma la vediamo domani. Oggi non voglio entrare nel merito. Vi lascio al ripasso adesso, dove ascolterete le voci di Carmen e Anthony. Se avete domande in merito a questo episodio potete lasciare un commento.
Anthony: È giunto il tempo di fare dei buoni propositi, che ne dici? Carmen: ti prefiggi sempre una catervadi cose all’inizio dell’anno. Ma poco dopo vieni meno e transigiai tuoi propositi. Così ogni volta ricadi nelle abitudini precedenti, ossia battere la fiacca. Ci metterei la mano sul fuoco che anche questa volta ci risiamo.È sempre la solita solfa. I propositi del nuovo anno lasciano il tempo che trovano. Anthony: risparmiamiil tuo epilogo. Vedrai che questa è la voltabuona. Carmen: Ascolta, ti suggerisco di fare tesoro di un mio consiglio per non prendere una brutta piega anche questa volta. Devi renderti conto di una cosa: urgearmarsi di pazienza. Di prima acchitosembra di non fare alcun progresso, comunque via viavedrai i frutti. Se tieni duro il meritato esito non tarderà. Miraccomando tienilo a mente. Ci vuole pazienza. Anthony: Dunque, mettiamo che io voglia fare sport ogni giorno, cosa potrei fare di bello? Carmen: idea: Andrai tu a spasso con il cane e sarò io a battere la fiacca.
Si dice il prosieguo o il proseguo? E che differenza c’è con il proseguimento e con seguito (e seguìto)?
La risposta alla prima domanda è “Il prosieguo“, con la “i”, sebbene si utilizzi, ma meno comunemente anche la forma senza i: il proseguo.
Ma cos’è il prosieguo? Prosieguo viene da proseguire, continuare. In proseguire non c’è la lettera “i”, tra la “s” e la “e” quindi verrebbe spontaneo scrivere e dire proseguo. In realtà la forma più corretta è prosieguo.
Quindi c’è qualcosa che è iniziato e si sta parlando di un eventuale proseguimento.
Ma il termine prosieguo, nonostante sia equivalente al proseguimento, cioè ciò che viene dopo, si utilizza prevalentemente in una locuzione: “in prosieguo”, e soprattutto “in prosieguo di tempo”, ma ci sono esempi di utilizzo in cui si usano anche altre a cose oltre al tempo: “in prosieguo di qualcosa” significa in un momento successivo, quindi significa “in seguito a qualcosa“, “successivamente a qualcosa“.
Il termine prosieguo si utilizza anche come sostantivo: “il prosieguo” di qualcosa. Anche in questo caso si indica, e ancora più direttamente, ciò che accade in un momento successivo: “il prosieguo” è ciò che accade, ma bisogna indicare “di cosa”.
Vediamo qualche esempio in modo da capire quando possiamo usare “in prosieguo” e “il prosieguo“:
I professori potranno ricevere i genitori degli alunni in prosieguo all’orario scolastico.
Questo significa che i genitori vedranno i professori appena dopo che sono terminate le lezioni, nel prosieguo dell’orario scolastico.
E’ sicuramente un termine meno usato rispetto a proseguimento, ma sottolinea maggiormente il legame tra il prima e il dopo. E’ una specie di allungamento del tempo precedente, quindi generalmente è abbastanza vicino.
Non avete ancora capito? Sarà tutto più chiaro nel prosieguo dell’episodio
Gli studenti non erano molto attenti, ma durante il prosieguo della lezione, il loro interesse crebbe.
Anche con il Covid, bisogna garantire il prosieguo delle lezioni.
E’ importante quindi che le lezioni proseguano, che vadano avanti.
Notate che “in seguito” è abbastanza simile ma è più simile a “dopo“, “successivamente“, quindi c’è meno il senso della continuità, c’è meno legame tra il prima e il dopo. Inoltre spesso c’è il senso della “causa”, quindi di qualcosa che accade dopo che è successo qualcosa. Tuttavia questo è ancora più evidente se uso la preposizione “a”
“A seguito” si usa proprio per indicare la causa e ciò che è successo dopo.
Se dico:
A seguito dell’emergenza dovuta al Covid, le lezioni in presenza si sono interrotte.
C’è una causa: il Covid, che ha determinato l’interruzione delle lezioni in presenza.
Notate che l’accento di seguito è sulla “e”. Invece se parlate del verbo “seguire” al participio passato, l’accento è sulla “i”: seguìto.
Ho seguito tutte le lezioni, ma a seguito dell’emergenza Covid, queste sono avvenute a distanza
Avete seguito attentamente la spiegazione? Allora, come al solito, restate attenti al prosieguo dell’episodio, in cui ripassiamo le puntate precedenti.
Può risultare difficile a volte capire, per un non madrelingua, quando usare il verbo giusto. Questo accade ad esempio con i verbi essere e stare, soprattutto quando mettiamo la particella ci davanti.
Oggi parliamo di questo. Ci sono o ci sto? Ci sei o ci stai? Ci sono o ci stanno?
Vedrete che ci sono alcune circostanze in cui potete usare indifferentemente i due verbi e altri casi in cui questo non posso farlo.
Esprimere accordo o disaccordo
Vediamo qualche esempio e vediamo di fare chiarezza.
Cistate?
Ecco, iniziamo proprio da “ci state”. La vostra risposta può essere:
Si, ci sto Si, ci stiamo
Questo significa: d’accordo, ok, va bene, aggiudicato, per me va bene, accetto, sono d’accordo.
Ogni volta che siete d’accordo oppure no potete usare questa modalità. In genere però “ci sto” e “ci stiamo” ecc (o non ci sto, non ci stiamo, non ci stanno ecc) comportano un impegno personale. Non è un semplice “va bene”, ma c’è un coinvolgimento.
Vogliamo iniziare a studiare subito? Ci stai?
Andiamo a Roma quest’estate? Ci state?
Sfide e scommesse
Altre volte può essere una sfida o una scommessa:
Scommettiamo che la Roma vince lo scudetto quest’anno? Mi dai 100 euro se la Roma vince?
Ci stai?
In tutti questi casi visti finora, è bene dirlo, non posso usare il verbo essere. Quando si chiede un’opinione o si fa un accordo, o si accetta una sfida o una scommessa posso usare solo il verbo stare.
Presenza fisica e concentrazione
Vediamo invece quando posso usare anche il verbo essere.
Domani andiamo tutti al cinema insieme. Ci devi stare anche tu! Ci devi essere!
In questo caso è la stessa identica cosa usare essere o stare.
Ci stai domani a casa di Giovanni? Ci sei domani a casa di Giovanni?
Il verbo essere o stare in questo caso indica la presenza in un luogo.
Vengo a trovarti domani.
Ci sarai a casa? Ci starai a casa?
Potete scegliere il verbo che preferite, sebbene stare sia un pochino più colloquiale.
Che c’è da mangiare? C’è/ci sta qualcosa in frigo? Ci sta/c’è qualcosa di fresco?
La presenza può anche essere mentale e non fisica:
Giovanni, ti vedo distratto, ci sei? Ci stai?
Che significa: sei con noi? Sei mentalmente presente?
Esistono però due espressioni che meritano la vostra attenzione:
Esserci con la testa. Starci con la testa.
Entrambe si utilizzano per indicare un comportamento strano, un comportamento irrazionale di una persona e anche la pazzia.
Si parla di una persona che non ragiona più, che non usa più la testa, cioè il cervello.
Il verbo stare in questi casi è più adatto. Ad ogni modo le due espressioni possono essere usate sia per indicare la presenza mentale, la concentrazione o anche un comportamento irrazionale, e persino la pazzia vera e propria.
A volte può indicare anche una condizione momentanea in conseguenza di un trauma.
Bisogna starci con la testa per fare questo lavoro (concentrazione)
Giovanni non c’è più con la testa ultimamente. Ha molti problemi in famiglia (concentrazione o comportamento irrazionale).
Ma che fai? Ma ci stai con la testa? Hai fatto cadere tutti i bicchieri! (concentrazione).
Da quando ha perso il figlio Marco non ci sta più con la testa. È irascibile, scontroso, vuole stare sempre solo (conseguenza di un trauma)
Ma cosa fa quell’uomo? Mangia la pasta con le mani? Non ci fare caso, non ci sta con la testa (pazzia, malattia mentale).
In questi casi potete usare sia essere che stare, ma come detto stare è più adatto, più informale e più utile per estremizzare il concetto fino alla pazzia.
Accettare scherzi e sconfitte
C’è un altro caso, oltre alla richiesta di opinione, in cui si può usare solamente il verbo stare: quando si fanno degli scherzi o quando si devono accettare le conseguenze di qualcosa di negativo dal punto di vista personale, come una sconfitta.
Hai perso, ci devi stare!
Vale a dire: devi saper accettare la sconfitta, bisogna saper perdere.
In questo caso non ha senso usare il verbo essere.
Accettare una sconfitta quindi è simile ad accettare un invito o una sfida.
Ci stai domani se andiamo al. Cinema? (invito) Facciamo una sfida a chi arriva prima a casa? Ci stai? (sfida) Maria ci sta sempre quando perde (sconfitta)
Uguale con gli scherzi:
Francesca non sta mai agli scherzi.
Attenzione:
Con la frase “stare agli scherzi” però potete non usare “ci”. Stare agli scherzi significa ugualmente “accettare” gli scherzi, anche se pesanti, fastidiosi per chi li riceve.
Posso quindi dire:
Devi stare agli scherzi Devi starci agli scherzi Ci devi stare agli scherzi Non state mai agli scherzi Non cistate mai agli scherzi.
Se non pronunciate “agli scherzi” è però obbligatorio usare ci:
Ti arrabbi sempre, non ci stai mai! Devi starci, non ti irritare.
Invece se nominate gli scherzi potete scegliere, ma meglio senza ci:
Io (ci) so stare agli scherzi! Loro non (ci) sanno stare agli scherzi.
Anche in questo caso non ha senso usare il verbo essere perché è una locuzione con un significato preciso e cristallizzato.
Stare al gioco
C’è un caso simile agli scherzi, in cui ugualmente si usa solamente stare:
Stare al gioco: ci stai al gioco?
Stare al gioco significa assecondare un comportamento, “giocare insieme”, ma è inteso nel senso di uno scherzo, o di una finzione. Può significare “accettare le regole” e rispettarle ma anche non opporsi ad uno scherzo fatto ad altre persone.
Voglio fare uno scherzo a Giovanni. Tu ci stai al gioco?
In questo caso non si può usare essere.
Anche stare al gioco ha ormai assunto un significato preciso.
Se tu “stai al gioco”, se cioè “ci stai” significa che non ti opponi, o che fai finta di niente o anche che “non rovini lo scherzo”, che “partecipi al gioco anche tu”.
Anche qui c’è il senso di accettare qualcosa in fondo, ma lo scherzo, il gioco, non è contro di te, ma un’altra persona. Vedete anche l’episodio sulla frase “reggereilgioco” che è interessante.
Qualcosa di accettabile, adeguato, appropriato
Andiamo avanti e vediamo un altro modo di usare ci + stare che non può essere sostituito da ci + essere.
Si usa quando qualcosa è adeguato o normale, insomma accettabile.
Ancora una volta si parla di accettare ma non c’è nessuno che deve accettare. Si parla in generale.
Ci sta che qualche volta si perde
Come a dire: non è strano, ci sta, è accettabile, si può accettare, si può tollerare, può capitare.
Anche in questo caso il verbo essere non può essere usato.
Altre volte indica qualcosa non solo si accettabile, ma di adatto, adeguato, che serve, qualcosa di necessario:
Dopo 3 ore di lezione ci sta (bene) una pausa di almeno 10 minuti.
C’è, in questo caso, appunto il senso di adeguato, adatto. Altre volte addirittura indica qualcosa di desiderabile
Se dico:
Adesso un caffè ci sta tutto!
Cioè: un caffè è proprio ciò che ci vuole: è appropriato.
Come ci sta il formaggio sulla pasta?
Ci sta benissimo.
Anche qui: non possiamo usare il verbo essere. In questo caso si parla di una buona associazione, di appropriatezza: il formaggio ci sta bene, si associa perfettamente con la pasta. Potremmo dire che è la morte sua.
Ugualmente con l’accoppiamento dei colori o di vestiti.
Come ci sta la cravatta verde con la giacca blu?
Non ci sta bene. I colori verde e blu si associano male. Ci stanno male insieme. Non è appropriato come accoppiamento.
Il verbo essere in pratica si può sostituire al verbo stare solo nei casi visti all’inizio, quando parlo della presenza fisica, concentrazione, pazzia e strani comportamenti. Poi dopo vediamo altri casi abbiate pazienza.
Ma non finisce qui.
Dimensioni
Ci sta può significare anche “c’entra“, nel senso fisico, nel senso di spazio:
Ci sta questo armadio nella tua camera?
Cioè: C’entra? C’è spazio?
Questo è il senso.
Anche in questo caso il verbo essere non si può usare. Infatti “c’è” e “ci sono” non possono sostituire in questo caso ci sta e ci stanno.
Diverso è il caso della presenza fisica, come si è visto. Se ad esempio chiamo a casa di un amico posso chiedere:
C’è marco?
Ci sta marco?
Solo in questo caso, negli esempi visti finora, quindi posso usare indifferentemente essere e stare. “C’è” infatti è la forma apostrofata di “ci è”.
C’entra
Abbiamo parlato di c’entra prima, parlando di spazio.
Se ci pensate, c’entra si usa anche per l’appropriatezza:
Che c’entra la maionese sulla pasta? Che ci sta a fare?
Che c’entri tu? Non ti immischiare! Che ci stai a fare?
Posso spesso usare “stare” in questi casi ma non “essere”.
Che ci stai a fare qui? Non dovevi essere a casa?
È informale ma si usa spesso.
Vedete che si parla di presenza fisica, ma uso stare perché la tua presenza non è appropriata.
Per questo motivo si usa quasi sempre il verbo stare in questi casi. “Essere” suona veramente male: non ci sta bene, potrei dire.
Tra l’altro non sempre si parla di presenza fisica:
Che ci stai a fare con Maria?
In questo caso stare si intende star insieme, essere una coppia, essere fidanzati..
Comodità, agio
Vediamo un altro caso in cui invece stare non è sostituibile da essere:
Io ci sto bene con te.
Ci sto bene a casa mia.
In questi casi: ci sto bene/male, ci stai bene/male, ci stanno bene/male, eccetera significa starebene, trovarsi bene, esserecomodi, essere a proprio agio, provare comodità eccetera.
Posso anche dire:
Io ci sto bene/male con Margherita
In tutti questi casi stiano esprimendo quindi una sensazione positiva o negativa, una situazione comoda o scomoda. Non posso neanche in questo casi usare il verbo essere.
Autocritica e disponibilità
Ci sono altri due casi di cui voglio parlarvi:
Abbiamo preso il Covid perché non usavamo la mascherina: Ci sta bene!
Voglio dire che abbiamo ottenuto ciò che meritavamo. È un’autocritica.
Il “ci” in questo caso sta per “a noi”. Se parliamo di altre persone diventa mi, ti, vi, gli, le.
Infine, se dico che:
La ragazza ci sta!
Questo è un utilizzo di “stare” simile al primo caso visto in questo episodio, parlando di essere d’accordo, quindi “ci sta” esprime accordo, ma si parla di “disponibilità” in questo caso. Una disponibilità particolare però.
La ragazza che “ci sta” è una ragazza disponibile, una ragazza che cede alle lusinghe di un ragazzo, che viene conquistata da un ragazzo.
Si tratta di un linguaggio giovanile, informale, e si parla spesso in questo modo anche per indicare un aspetto negativo di una ragazza, che è troppo disponibile da questo punto di vista. In pratica questa ragazza non è una ragazza seria.
Si può usare anche con persone di sesso maschile, ma i ragazzi, si sa, è normale che siano più “disponibili” delle ragazze.
Comunque anche in questo caso non possiamo usare essere perché non parliamo di presenza fisica o dei casi visti all’inizio: pazzia, comportamenti strani, irrazionali e concentrazione.
Qualcosa sta arrivando
Anche il verbo essere ovviamente, sempre con ci davanti, in alcune occasione non può essere sostituito da stare. Vediamo quando.
Ad esempio se dico:
Ci siamo!
Questo può anche indicare che qualcosa sta per accadere, è vicino, quindi prepariamoci.
È curioso che si usa solo la forma al plurale anche se sono solo.
Domani farò l’esame. Ci siamo quasi!
Essere come ausiliare
Poi naturalmente non posso usare stare quando essere è ausiliare:
In Italia ci siamo stati 2 volte.
Stavolta addirittura ho usato entrambi i verbi! Infatti più in generale quando essere è verboausiliare non posso sostituirlo:
A casa ci sono arrivato da solo
Ci siamo visti ieri
E in tutte le espressioni idiomatiche e frasi fatte solitamente è lo stesso.
Ci sono rimasto male
Ci sta a cuore la tua felicità
Identificare
Comunque, pensandoci bene, possiamo usare essere e stare indifferentemente anche quando parliamo di identificare qualcosa o qualcuno, anche indicando delle caratteristiche:
Ci sono/sto anch’io
Ci stanno/sono anche i miei amici
Usare il verbo stare in questi casi è più colloquiale. È più corretto usare essere o anche esistere.
Ad esempio:
Ci sono/stanno due miei amici che vorrebbero conoscerti.
Questi amici hanno questa caratteristica: vorrebbero conoscerti.
Ci sono/stanno dei posti nel mondo che vorrei tanto visitare.
Ci stanno/sono alcune persone che hanno gli occhi di diverso colore.
Ci sono/stanno (esistono) problemi se resto a casa tua?
Ora, ci stanno/sono (esistono) molte persone che amano gli esercizi di ripetizione.
Esercizio di ripetizione
Allora facciamolo, così ripassiamo tutti i casi visti finora:
Ci sta/c’è del vino per la cena?
Non ci sono/stanno problemi se vuoi dormire a casa mia.
Ci stai a fare uno scherzo a Giovanni?
Che ci sta (c’è) da mangiare?
Che ci stai a fare qui?
Non stai mai agli scherzi!
Ci sei/stai domani a casa?
Facciamo una gara, ci stai?
Dai, che dopo 10 anni di matrimonio ogni tanto si litighi ci può stare.
Siamo in 7. Non ci stiamo tutti nella mia macchina.
Ho provato a baciare delle ragazze in discoteca ma nessuna ci stava.
Domani riunione? No, domani non ci sto/sono, sono in ferie.
Ci sta/c’è un amico al telefono che ti cerca
L’episodio è finito. Ci siamo esercitati abbastanza no?
Tutti gli studenti non madrelingua conoscono e sanno utilizzare l’aggettivo generoso, ma quanti conoscono e meglio ancora utilizzano ingeneroso?
Sembra avere a prima vista significato contrario rispetto a generosità. Ma non è esattamente così.
Infatti la generosità è la nobiltà d’animo che comporta il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personale di fronte al bene altrui.
Se sono generoso non ho difficoltà a “dare”. In genere ci si riferisce al denaro. La generosità è l’assenza di problemi nel ricompensare o nel donare, e essere generosi è indubbiamente una qualità. Significa essere altruisti e disinteressati. Solitamente il contrario della generosità è l’egoismo, ma se mi riferisco al denaro si parla di taccagneria, tirchieria, che è la caratteristica delle persone attaccate al denaro. Più in generale una persona non generosa è egoista, è gretta, meschina, misera.
Essere ingenerosi invece si riferisce all’assenza di generosità spirituale e di comprensione. Non si parla di soldi o di difficoltà nel dare. Piuttosto si parla di difficoltà nel riconoscere un merito.
La persona ingenerosa tende a dare colpe agli altri più del necessario, tende a non riconoscere qualcosa di positivo in un’altra persona, tende a non perdonare, tende a infierire. C’è poca indulgenza, poca umana comprensione nei confronti del prossimo. Ecco, forse quest’ultima definizione è la più appropriata. Nel linguaggio comune, quello di tutti i giorni, è molto facile lasciarsi andare e descrivere queste persone ingenerose come “stronze” o “egoiste“. Spesso si parla anche di giustizia o di cattiveria o di parlar male di qualcuno:
Non è giusto ciò che hai detto.
Sei cattivo a parlare così
Perché parli male di Giovanni?
Facile comunque usare parole offensive verso queste persone.
Parlare di ingenerosità non è invece offensivo, ma invita alla riflessione, e si può usare anche in contesti più formali. In sostanza, è molto più elegante parlare di ingenerosità piuttosto che utilizzar epiteti o insulti vari. Sicuramente è molto difficile usare questo aggettivo quando si è arrabbiati.
Perché parli male di Giovanni?
Sei ingeneroso se la pensi così
Hai usato parole molto ingenerose verso Giovanni
Con me sono state usate parole ingenerose
Credete che qualcuno abbia mai usato parole ingenerose verso di voi? Ebbene da oggi avete un modo in più per lamentarvi di questo, e per giunta senza offendere nessuno.
Con queste parole iniziano spesso le lettere o una email ad un amico. Un caro amico.
Oggi vediamo proprio i molteplici utilizzi di questo aggettivo italiano.
Caro è un termine che solitamente viene usato per esprimere affetto: caro amico, cara mamma, caro papà eccetera.
In realtà però ha molti utilizzi diversi e alcune volte l’affetto non c’entra nulla.
Giacomo Leopardi in una famosa lirica (l’Infinito) scriveva “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e lui si riferiva all’affetto che nutriva per un colle, che era il monte Tabor del comune di Recanati, nella regione Marche.
Tante cose possono essere definite come “care”.
Con “le persone care”, o “le persone più care“, ad esempio, si intendono i genitori, i parenti e gli amici più intimi. Si chiamano anche “i cari”:
Vorrei riabbracciare i miei cari.
Ha voglia di rivedere i suoi cari.
L’aggettivo diventa un vero e proprio nome in questi casi.
Che caro che sei stato a farmi un regalo per Natale
Sei stato gentile, amabile, anche simpatico.
Manda un caro saluto ai tuoi.
Anche questa è un modo ricorrente di usare caro.
Maria è una cara ragazza
Maria quindi è una ragazza gentile, affettuosa, amabile. Non c’entra con la parentela stavolta.
Giovanni è un carissimo amico
Giovanni è cioè una persona particolare per me, non un amico qualunque. Si usa spesso questa formula soprattutto quando si presenta una persona a cui teniamo molto ad un’altra oppure quando cerchiamo un aiuto per una persona per noi importante.
Sono le persone a noi più care, quelle per le quali si prova più affetto.
C’è un modo particolare di usare “caro”:
Caro mio!
Notate il tono che viene usato. E’ un modo familiare e spesso anche ironico. Ad esempio:
Caro mio, sapessi quanti momenti difficili ho vissuto io alla tua età.
Oppure:
Caro mio, stavolta non mi freghi!
Esprime a volte impazienza, a volte si vuole esprimere saggezza o esperienza di vita, una lezione imparata, o si vuole insegnare qualcosa all’altro, facendo pensare che ci sarebbe molto altro da dire su questo argomento. E’ anche un modo per dare dei consigli, e “il caro” sta a significare che il consiglio è il risultato dell’esperienza.
Caro mio, non sono mica scemo!
Se vuoi fare carriera, caro mio, devi lavorare meno e fare più politica!
Andiamo avanti:
Ma che caro!
Questa esclamazione può esprimere affetto, ma anche l’esatto opposto, dipende molto dal tono che si usa. Può anche esprimere una antipatia per una persona.
Ma che cari i nostri zii, hanno detto che anche quest’anno vengono e trovarci per Natale e resteranno fino a capodanno!
Anche un oggetto può essere molto caro. Lo può essere per due motivi: se ci teniamo molto, perché ha una particolare importanza per noi, oppure se ha un prezzo molto alto.
Quindi caro significa anche “costoso“. Un modo informale ma molto usato da tutti.
Un albergo caro, un ristorante caro hanno quindi dei prezzi alti rispetto alla media.
Anche una persona che esercita una professione può essere cara se si fa pagare molto.
Un parrucchiere caro ha dei prezzi più alti della media.
Com’è quel meccanico? E’ caro?
Equivale a dire: i prezzi sono alti?
Esiste anche “avere caro” che significa tenere a qualcosa o qualcuno.
Ci tengo che ci sia anche tu domani a pranzo da mia madre
Avrei caro che ci fossi anche tu domani a pranzo da mia madre
Significa quindi gradire, apprezzare, desiderare.
C’è anche “tenere caro” che significa aver cura, custodire con cura.
Il mio diario di quando ero ragazzo è un oggetto che tengo molto caro.
Ho cura di questo diario, mi dispiacerebbe che venisse perduto o distrutto.
Simile è “tenersi caro qualcuno“. Si usa solo con le persone.
Tieniti caro il tuo amico Giovanni che potrebbe esserti utile in futuro
Quindi l’amico Giovanni è un amico che non devi perdere: tientelo caro (o tientelo stretto). A proposito, “tientelo” si usa spesso ma è corretto anche “tienitelo“:
Tientelo per te (non dirlo a nessuno)
Tientelo stretto
Tienitelo bene in mente (non dimenticarlo)
Tornando a “caro“:
Ci sono alcuni verbi che usati insieme a caro o cara hanno un significato particolare:
“Vendere cara la pelle” significa perdere, essere sconfitti, soccombere, ma dopo essersi difesi con tutte le proprie forze.
La pelle rappresenta la vita, o anche una partita nello sport, e vendere cara la pelle significa che la propria vita costa molto, è cara, cioè costosa, quindi chi vende cara la pelle non si lascia sconfiggere facilmente, non perderà senza lottare.
Pagare caro un errore invece significa che questo errore ha delle conseguenze molto importanti e negative per chi lo ha commesso.
Costare caro ha lo stesso significato. Sia pagare caro che costare caro usano la metafora del prezzo per indicare le conseguenze di un errore o di uno sgarbo fatto a una persona:
Mi hai detto che sono uno stupido e questo ti costerò caro!
Nel caso di sgarbi, di torti fatti ad una persona, si usa spesso anche al femminile:
La pagherai cara!
Questa è una minaccia vera e propria che si fa ad una persona per aver fatto qualcosa di grave, spesso con la volontà.
Chi non vorrà farsi vaccinare contro il Covid potrebbe pagarla cara: niente viaggi in aereo, niente alberghi, impossibile lavorare nel pubblico impiego.
L’episodio di oggi riguarda purché, congiunzione molto usato nella lingua italiana.
Si usa in modo analogo a “basta che“, o anche “la cosa importante è che“.
In pratica si utilizza per indicare qualcosa di importante, qualcosa di necessario.
Anche questa congiunzione, come benché, si usa col congiuntivo. Stavolta però è sempre così. Non è possibile evitarlo.
Non importa quale vaccino fare contro il Covid, purché funzioni.
È chiaro che ciò che conta veramente è che questo vaccino funzioni. Questo basta, questo è necessario e sufficiente. Questa è l’unica cosa importante.
Ok, ti pagherò, purché tu te ne vada.
Vedete che si usa per le cose cui non possiamo rinunciare, per indicare il minimo richiesto per questo motivo possiamo usare anche “a patto che” , “sempre che” , “a condizione che“.
Si può usare quindi quando si fanno accordi, quando si accetta qualcosa, e anche quando si è disposti a fare qualche rinuncia, ma allo stesso tempo si fissa un limite minimo: meno di questo non è possibile. A questo serve purché.
Notate che nelle stesse circostanze potremmo usare anche “almeno” che è un avverbio di quantità, che ugualmente esprime il concetto di minimo, però non ha esattamente la stessa funzione di purché.
Ad esempio, nella frase
Ti aiuterò purché tu mi dica grazie.
Questo significa che io non ti aiuterò se non mi dirai grazie. Il tuo grazie è necessario.
Se invece io dico:
Ti aiuterò almeno mi dirai grazie
Sto dicendo che io ti aiuterò perché credo che tu mi ringrazierai per questo. Questo è un risultato minimo che credo di ottenere. E’ come dire “se non altro” mi dirai grazie.
Se invece dico:
Mi dirai almeno grazie?
Ti sto chiedendo la minima cosa che tu potresti fare per il mio aiuto. Ma magari potresti fare anche di più.
Quindi “almeno” è più simile a “se non altro“, “se non di più“, “come minimo“, ” a dir poco“.
In entrambi i casi però il mio aiuto non è in discussione.
Invece purché serve proprio a porre una condizione, benchéminima.
Dicevo che si può sostituire con “basta che“, che però è più informale. In questo modo però potete, se volete, evitare il congiuntivo.
Va bene la pasta per pranzo?
Ok, purché sia integrale.
Ok, basta che è/sia integrale.
Sei pronta per uscire?
Sono quasi pronta. Mi aspetti?
Si, basta che ti sbrighi!
Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso “basta che” e come avrete capito, a volte lo si fa quando si è arrabbiati o irritati. Diciamo che può esprimere impazienza in questo caso.
Adesso vediamo un ripasso, purché sia un breve però.
Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda la congiunzione benché, che si scrive con l’accento acuto sulla e, esattamente come perché.
Benché significa “anche se“. Questo è l’utilizzo primario.
Si può usare senza problemi sempre al posto di “anche se“, quindi non abbiate timore nel farlo, benché le prime volte possa sembrarvi strano. Mi piace la, carne, benché io preferisca mangiarne poca. Purtroppo la cattiva notizia è che quando usate benché, in genere si usa il congiuntivo.
A volte si preferisce usare benché perché la frase è più veloce. Il verbo si può addirittura togliere:
Anche se sono stanco, posso allenarmi.
Diventa:
Benché io sia stanco, posso allenarmi.
Oppure:
Benché stanco, posso allenarmi.
In questi casi il verbo lo potete togliere sempre:
Anche se (sono) stanco, posso allenarmi
C’è però un altro utilizzo interessante di benché.
Si utilizza molto spesso in caso di assenza di dubbi.
Se io non ho alcun dubbio posso dire:
Non ho il minimo dubbio
Oppure:
Non ho il benché minimo dubbio.
Non ho il benché minimo dubbio significa che non ho neanche un dubbio, neanche il più piccolo. Anche solo il più piccolo dubbio è da escludere.
Possiamo anche parlare di altro, non solo di dubbi:
Non ho fatto il benché minimo sforzo
Cioè non ho fatto nemmeno uno sforzo, neanche il più piccolo.
Non hai la benché minima prova che io ti abbia tradito!
Sul tuo viso non c’è il benché minimo segno di allegria.
Non ho provato il benché minimo senso di colpa
Sono a dieta. Non mangio la benché minima quantità di carboidrati.
Ora, benché siano passati da poco i due minuti, passo la parola ai membri per il ripasso delle puntate precedenti.
Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda una locuzione che sicuramente vi andrà a genio.
Di quale locuzione sto parlando? Sto parlando proprio della locuzione “andare a genio“.
Sapete cos’è un genio? Un genio è un essere immaginario o astratto, uno spirito dotato di poteri magici, come il celeberrimo genio della lampada di Aladino. Oppure un genio è una persona che ha un eccezionale talento. Si dice spesso della persona che eccelle in un particolare campo:
Mozart è un genio della musica
Einstein è un genio della matematica e della fisica
Maradona è un genio del calcio
eccetera
Ma “andare a genio” non ha niente a che fare né con i poteri magici, tanto meno con il talento.
Questa locuzione invece si usa per esprimere piacere, o meglio un gradimento.
Si può usare solamente il verbo andare.
Posso dire ad esempio:
Il nuovo fidanzato di mia madre non mi va a genio.
Evidentemente questo nuovo fidanzato non mi piace affatto, non è di mio gradimento.
L’oroscopo di oggi dice che avrai dei problemi al lavoro e sarai costretto a sopportare anche qualcosa che non ti va a genio.
Non tutti i ragazzi della mia classe mi vanno a genio
Questa locuzione si usa prevalentemente quando c’è qualcosa che può incontrare o meno la mia approvazione o il mio gradimento.
Un’espressione abbastanza informale per esprimere gradimento e approvazione.
Vedete come si usa il verbo andare? Esprimendo piacere, lo usiamo proprio come il verbo piacere, cioè in forma impersonale:
Mi piace – mi va a genio
Non mi piace – non mi va a genio
Mi piacciono – Mi vanno a genio
Non mi piacciono – Non mi vanno a genio
Si usa la maggioranza delle volte con qualcosa di esterno che può piacerci o meno.
Adesso però ripassiamo qualche espressione passata. Lascio la parola ai membri dell’associazione che hanno scelto, tra tutti gli episodi passati, quelli che gli andavano più a genio.
M1: Si, è vero, ma in primo luogo io personalmente quando faccio un ripasso scelgo le espressioni che credo di aver capito meno, per vedere se riesco ad usarle bene, e solo in secondo luogo quelle che mi vanno più a genio.
M2: Per contro ci sono quelli come me che invece, a valle di una spiegazione, cercano subito di usarla in qualche conversazione.
M3: poi ci sono anche quelli come me che crede di aver capito tutto, per poi ritrovarsi l’indomanicon mille dubbi!!
M4: meno male che avremo altri episodi per ripassare allora. A me ce ne vorranno almeno 1000. A mali estremi, estremi rimedi!
Buongiorno, oggi vediamo due modi alternativi per dire “invece”, che come sapete serve a contrapporre, cioè a evidenziare un contrasto. Questi modi alternativi per dire “invece” sono “di contro” e “per contro”.
Non si usano molto nel linguaggio colloquiale, si usano piuttosto allo scritto.
Si sentono e si leggono spesso anche nei telegiornali, alla radio e si leggono molto sui giornali, anche online.
Ovviamente ci sono delle differenze rispetto ad “invece“, che è più facile da usare perché è sempre utilizzabile.
Vediamo qualche esempio in cui possiamo usare queste due equivalenti locuzioni avverbiali:
Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli. Per contro, anche i datori di lavoro preferiscono lavoratori stranieri.
Vedete che sto facendo un confronto, dove volendo potrei usare “invece“, ma non c’è un confronto, diciamo, alla pari tra lavoratori e datori di lavoro,.
Sarebbe molto più adatto “invece” se dicessi:
Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli, invece molti lavoratori stranieri sono disponibili a venire a lavorare in Italia nel settore agricolo.
Questo è un confronto “alla pari”: si tratta di lavoratori in entrambi i casi. Andrebbe bene anche nel primo caso, ma visto che vogliamo perfezionare la lingua italiana, è più adatto usare “di contro” o “per contro”. Quantomeno è più elegante.
Ci sono poi anche altre modalità simili: al contrario, all’opposto, per converso, viceversa.
Ma queste modalità più che altro sono tutte perfettamente adatte a sostituire “invece“.
Vediamo altri esempi:
Le squadre di calcio italiane più famose sono La Juventus, la Roma, l’inter e il Milan. Di contro, ci sono tante altre squadre poco conosciute all’estero.
Io sono molto veloce a lavorare con word. Di contro i miei colleghi sono abbastanza lenti.
In questo caso “invece” è perfettamente adatto. Si tratta confronti semplici e potrei usare anche i sinonimi che vi ho detto prima:
Io sono molto veloce a lavorare con word. Al contrario, i miei colleghi sono abbastanza lenti.
Io sono molto veloce a lavorare con word. All’opposto i miei colleghi sono abbastanza lenti.
Io sono molto veloce a lavorare con word. Per converso i miei colleghi sono abbastanza lenti.
Io sono molto veloce a lavorare con word. Viceversa i miei colleghi sono abbastanza lenti.
Se in questi casi usiamo “di contro” o “per contro”, vogliamo creare una maggiore contrapposizione, vogliamo creare un maggiore contrasto, vogliamo evidenziare due cose contrarie
Mentre i leader democratici hanno dichiarato che si faranno vaccinare contro il Corona virus, per contro, i maggiori leader repubblicani non hanno ancora annunciato quando intendono e se intendono sottoporsi alla vaccinazione.
Questo è un esempio analogo al precedente in cui voglio creare una maggiore contrapposizione. Vediamo invece un altro esempio in cui è meglio usare “per contro”.
C’è stato un incidente sulla strada principale che ha causato una fila di auto lunga 3 km. Per contro, la circolazione nelle strade limitrofe ha subito parecchi disagi.
Anche in questo caso invece e i suoi sinonimi sono adatti, come sempre, ma io direi un po’ meno rispetto a “per contro” e “di contro”.
Ora il tempo a mia disposizione sarebbe finito e mi verrebbe voglia di salutarvi. Di contro però mi dispiacerebbe non fare il ripasso delle espressioni precedenti. E allora eccovi il ripasso:
Le voci che leggete sono dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
L’episodio di oggi infatti riguarda un utilizzo particolare della preposizione “di“.
Un uso che probabilmente per un non madrelingua occorre parecchio tempo di pratica della lingua per capire bene e assorbirlo nel proprio linguaggio, che poi è la cosa più importante.
Vediamo qualche esempio:
Ho dato una botta con il piede nudo alla sedia. Ho il dito mignolo che mi fa di un male..
Quindi dopo aver colpito la sedia con il piede nudo, cioè senza scarpe né calze, il dito mignolo del piede (cioè il dito più piccolo) mi fa molto male.
L’uso della preposizione di serve ad aumentare il senso di dolore (in questo caso si parla di dolore) e la frase diventa un’esclamazione. Potrei anche togliere ‘di’ e il significato non cambia:
Il dito mi fa un male…
La preposizione di sottolinea ancora di più la mia sensazione, qualunque essa sia, e lascia immaginare l’ascoltatore il livello raggiunto.
Molto colloquiale come modalità espressiva, ma veramente molto efficace.
Vediamo altri esempi:
Ho visto un bambino appena nato oggi… Mi ha fatto diuna tenerezza…
Si usa non solo con le sensazioni, ma con qualcosa di molto elevato in generale:
Ho visto un elefante che era di una grandezza immensa!
È come dire:
Ho visto un elefante che aveva una grandezza immensa.
Ho visto un elefante grandissimo!
Voglio enfatizzare però lo stupore che ho provato, quindi il fine è sempre sottolineare una mia sensazione. Posso enfatizzare qualunque cosa:
Questo pane è di un fragrante…
Questa pasta è di un buono…
Questo cuscino è di un morbido…
Spesso si usa anche per esprimere giudizi:
Sei di una stupidità incredibile.
Ieri sono stato di uno sgarbato unico con te. Scusami.
Spessissimo segue una frase introdotta da “che”.
Infine vi faccio notare che – ma sicuramente lo avrete già notato dagli esempi che vi ho fatto – nel parlato spesso non si usa dire il nome della caratteristica, tipo la tenerezza, la grandezza, la stupidità, ma l’aggettivo al maschile singolare: bravo, tenero, stupido ecc. Il senso è lo stesso:
Sei di una maleducazione (o di un maleducato) che mi viene voglia di prenderti a schiaffi!
Questo panettone è di una bontà (o di un buono) che me lo mangerei tutto.
I membri dell’associaizone sono di una bravura (o di un bravo) che vi faccio ascoltare l’ultimo ripasso che hanno fatto:
Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Avete mai fatto un applauso? Credo proprio di sì, perché gli applausi si fanno in molte occasioni, ad esempio al teatro, rivolto agli attori e alla loro prestazione.
Facile fare un applauso: basta applaudire, cioè battere le mani almeno due volte di fila. Si produce un suono con le mani e questo suono è una manifestazione di apprezzamento e approvazione.
Si fanno applausi anche durante le premiazioni.
Ebbene, per manifestare entusiasticamente il proprio consenso si può usare anche il verbo plaudire.
La differenza con applaudire è che in questo caso non si battono le mani. Non necessariamente almeno.
Plaudire è sicuramente un verbo che i non madrelingua non usano perché non è molto usato nella comunicazione di tutti i giorni.
La usano molto spesso i giornalisti, e si usa spesso anche nella comunicazione formale, quando appunto si manifesta un apprezzamento.
Ad esempio:
La tua decisione ha ricevuto il plauso di tutta la dirigenza.
Complimenti per il tuo discorso. Hai il mio plauso.
A tutti gli infermieri e i medici che hanno lavorato contro il Covid va tutto il nostro plauso.
In questi casi non c’è un applauso, che si fa con le mani, ma un plauso, che è quindi un apprezzamento in cui non si usano le mani.
Notate però che i confini tra il plauso e l’applauso non sono così netti, marcati.
Infatti esiste anche plaudente:
Dopo lo spettacolo, la folla era plaudente!
La folla plaudente è un insieme di persone che applaude. Non esiste “applaudente”, ma esiste solamente “plaudente”.
La folla ha molto apprezzato e ha fatto dunque un grosso applauso. Dunque la folla era plaudente, in quanto ha applaudito.
Plauso e plaudente si usano molto spesso nella lingua italiana, per il resto però non si usa granché. Si preferisce usare i verbi apprezzare e volendo anche approvare.
Quindi anziché dire “ti plaudo” si preferisce dire “ti apprezzo”. Plaudire come detto si riserva ad occasioni speciali e importanti, tipo:
Plaudire è il minimo che possiamo fare per questa tua nobile iniziativa
Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Per non saper né leggere né scrivere è l’espressione di oggi.
Un’espressione colloquiale molto usata da tutti gli italiani che si usa in caso di dubbio. Significa “nel dubbio”, o anche “per sicurezza”.
Quando si ha un dubbio, spesso questo dubbio è legato ad un evento che deve ancora accadere, o a qualcosa che si deve ancora scoprire. In questi casi si può decidere di prendere una decisione per sicurezza, anche se non si sa cosa succederà.
Questa decisione in qualche modo limita i danni. La scelta che facciamo, la decisione che prendiamo è cautelativa, e la prendiamo anche se continuiamo a avere dei dubbi.
Ad esempio, se non so se sarò interrogato dal professore domani, per sicurezza è una buona cosa prepararsi bene. Non si sa mai. Giusto? Allora posso dire:
Io, per non saper né leggere né scrivere, mi preparo lo steso.
Ovviamente la frase non va presa alla lettera. E’ solo un modo simpatico per esprimere una scelta cautelativa, per stare sicuri, tranquilli, perché non si sa mai. Magari non servirà a nulla, ma nel dubbio meglio prepararsi.
Altri esempi:
Non so se sono positivo al Covid, ma per non saper leggere né scrivere meglio non andare dai miei genitori queste feste natalizie.
Questa espressione è anche un atto di umiltà, ma una finta umiltà, come a dire che io non so fare previsioni, non so cosa succederà, ma nella mia ignoranza so cosa fare. Questa dichiarata ignoranza si esprime con il non saper leggere e scrivere, ma è ovviamente una figura retorica, solo un’immagine quindi.
Volendo potrei dire “nel dubbio”, o anche “a scanso di equivoci”, che abbiamo già visto, ma forse la frase equivalente più adatta è “per sicurezza”, e anche “in via cautelativa”.
Tra amici e in famiglia si usa spesso, soprattutto come consiglio. Solitamente non si usa allo scritto.
Adesso tocca al ripasso di oggi.
Bogusia: Gianni aspetta quantomeno da tre ore. E non arriva niente. Che ne dite, ci scervelliamo un po‘?
Rafaela: Io direi che mi gira bene adesso, perché no? Ieri non abbiamo fatto nulla e *tantomeno* oggi.
Ulrike: Cosa? Dovrei tornare a lavorare? Stai fresca
Hartmut: Ma dai! È ovvio! In virtù della nostra amicizia e tempo permettendo, ovviamente.
Emma: È risaputo che facendo le frasi di ripasso, quelle di fissano nella memoria.
Sofie: E poi sarebbe fuori luogo lasciar correre, e lasciarlo da solo, senza il nostro apporto.
Irina: Allora perso per perso, scherziamoci su. Tanto non possiamo ovviare a questi problemi con le frasi fatte della lingua italiana. Dobbiamo affrontarle.
Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi, prima di iniziare la spiegazione di una locuzione italiana, ascoltiamo un breve ripasso degli episodi precedenti dove viene usata l’espressione “di primo acchito“, che vi spiegherò dopo. Ascoltiamo un dialogo telefonico tra un ragazzo e i suoi genitori. Si parla del Natale 2020.
Emanuele (figlio): uè papino! ciao mammina!
Sedetevi che ho una domanda da farvi e non sarà una RETORICA. . . Non è che CI RESTERETE MALE se non scendo per Natale?
Emanuele: ma, mi state CAZZIANDO? Del fatto che sono giovane e IN QUANTO TALE eventuale portatore asintomatico del virus NON VE NE RENDETE minimamente CONTO? Se pensate che SGARRÒ alle disposizioni del governo così facilmente, correndo il rischio di infettarvi, STATE FRESCHI!
Anthony: di primo acchito, la tua proposta mi ha lasciato di STUCCO. Ma forse deve prevalere IL BUON SENSO.
Xiaoheng: Mi arrendo. Non PUNTO I PIEDI. Al di sopra di tutto, l’importante è che sopravviviamo a questo brutto periodo. E così, FORTI DI questa esperienza, saremo una famiglia ancora più compatta. Allora ciao carciofino, ché devo chiudere. Ho una lasagna da prepararti. Te la porterà zio Ciro che salirà domani per lavoro.
Giovanni: dunque avete ascoltato questo breve e divertente dialogo tra un ragazzo, molto saggio e i suoi genitori. Il papà dice che di primo acchito, la proposta del figlio l’ha lasciato di STUCCO.
Di primo acchito è un’espressione che significa inizialmente, all’inizio. Si tratta della primissima impressione che si ha. Spessissimo la si usa con due t (acchitto), ma la forma corretta è acchito, con una sola t.
Possiamo usare questa espressione in tantissime occasioni, ogni volta che a seguito di una prima impressione, la sensazione o l’opinione cambia: inizialmente si pensa una cosa e poi un’altra.
Ad esempio:
Ho visto una ragazza che di primo acchito sembrava la mia fidanzata, poi in realtà ho visto che non era lei.
Avevo gli occhiali appannati per via della mascherina, e stavo calpestando un topo che di primo acchito mi sembrava un pezzo di legno.
Andare ad abitare sulla luna potrebbe di primo acchito sembrare un’assurdità, eppure qualche scienziato ci sta pensando!
Appare di primo acchito incomprensibile imparare l’italiano senza concentrare troppo l’attenzione sulla grammatica, eppure questi episodi di Italiano Semplicemente mi stanno facendo cambiare idea.
Un’espressione che si può usare anche allo scritto, ma non in contesti troppo formali. La forma con due t, sebbene scorretta (acchitto), nella forma orale è comunque più diffusa.
Una delle parole italiane che hanno più utilizzi diversi è la parola FONDO.
Uno di questi utilizzi è nella frase “dare fondo” o “dar fondo”.
Si usa prevalentemente (ma non solo) in due diversi ambiti, quando si parla di energie, intese come forze, e quando si parla di soldi. In entrambi 8 casi si parla di risorse: fisiche o economiche.
In tutti i casi “dar fondo” significa terminare, finire, esaurire.
È un’espressione molto usata in entrambi i casi perché con la frase dar fondo a tutte le energie si vuole trasmettere l’idea di arrivare fino alla fine, con un senso di fatica, di impegno, di sofferenza, mentre nel caso dei soldi il senso è quello di terminare, esaurire completamente ogni risorsa economica.
Ad esempio:
Per vincere la gara di corsa ho dato fondo a tutte le mie forze.
Sicuramente dar fondo a tutte le energie o forze indica un impegno molto forte ed alla fine si è completamente esausti, completamente privi di forze.
In senso economico invece il senso è negativo, infatti per esprimere lo stesso concetto si può esprimere con verbi ed espressioni come:
bruciare, buttare, consumare dilapidare, disperdere, dissipare, gettare al vento, mandare in fumo, mangiare, polverizzare, scialacquare, scialare spendere e spandere, sperperare e sprecare.
Sono tutte modalità legate ad un utilizzo negativo del denaro. Non c’è solo il concetto di finire tutti i soldi, ma quello anche del modo sbagliato di usarli.
Si può usare solo preposizione a, al, alla, allo, agli, alle, ai.
Dar fondo al proprio patrimonio
Dar fondo a tutte le risorse
Dar fondo alle energie
Dar fondo ai risparmi di famiglia
Dar fondo agli ultimi dolci natalizi
Dar fondo allo stipendio
Dar fondo ai propri beni
Una cosa importante da dire, per capire bene questa frase, è che una volta che abbiamo dato fondo a qualcosa, non resta più nulla. Nessuna energia, nessuna forza, nessun bene, nessun patrimonio.
Adesso che siamo arrivati in fondo all’episodio non ci resta che ripassar
Rafaela: il 2020 sta perfinire. Vuoi per il Virus, vuoi per la morte di Maradona e di altri personaggi famosi, sarà annoverato tra gli anni peggiori.
Giovanni: Anche oggi ci scappa un episodio di due minuti con Italiano Semplicemente.
Ho appena usato il verbo scappare.
Tutti voi conoscete il verbo scappare, che significa lasciare un luogo velocemente. Questo è il modo più comune di usare questo verbo:
Scusate ho un impegno, devo proprio scappare.
Appena abbiamo sentito la scossa di terremoto siamo scappati tutti di casa.
Un ragazzo è scappato dalla scuola.
Eccetera.
Scappare ha anche sensi un po’ diversi e non sempre ha a che fare con la velocità. Come nel caso di scappare dalla scuola.
Si può anche scappare dalle proprie responsabilità.
Il verbo si può usare ancora in senso diverso.
Posso dire ad esempio che mi è scappato il cane. Dico che “mi” è scappato perché magari è colpa mia, oppure è scappato da casa, è fuggito, o semplicemente perché è il mio cane che è scappato.
Però può scapparmi anche un film al cinema che invece volevo vedere. Questo significa che non mi sono accorto che al cinema davano quel film ma me ne sono accorto tardi. Quindi mi è scappato.
Anche in senso proprio, un ladro può scappare alla polizia. Il senso è simile.
In questo caso si può usare anche sfuggire allo stesso modo.
Hai visto il film in TV ieri sera?
No, mi è sfuggito.
In fondo il senso non è molto diverso. Se dico che:
Il ladro è sfuggito alla polizia.
C’è sempre l’idea del breve tempo a disposizione, come in scappare.
Io invece il film non me lo sono lasciato scappare. Era da tempo che volevo vederlo.
Anche qui c’è il senso di prendere qualcosa velocemente, quando ad esempio abbiamo poco tempo ma non ci riusciamo.
Anche le occasioni possono scappare ad esempio. Infatti non capitano tutti i giorni in quanto occasionali.
Inoltre può scappare anche una parolaccia o una qualsiasi parola dalla bocca. Non volevo dire quella parola ma mi è scappata involontariamente. Qui c’è il senso della mancanza della volontà.
Anche uno schiaffo può scappare.
Non volevi dare uno schiaffo a tua moglie vero? Ti è scappato?
Si, giuro che mi è scappato, non volevo!
Poi c’è un modo particolare di usare scappare (o scapparci).
All’inizio ho detto che anche oggi ci scappa un episodio. È come dire che anche oggi riusciamo a fare un episodio, troviamo il tempo di farlo.
È come dire riuscire a ottenere, ad avere, venire fuori, anche con sforzo e fatica.
Quando qualcosa di non programmato, o di poco probabile, diventa probabile, posso dire che “ci scappa”.
In questo caso quindi “ci scappa” significa che si riesce a fare qualcosa o a ottenere qualcosa di inaspettato e spesso di piacevole.
Se è bel tempo oggi forse ci scappa una partita a calcetto.
Siamo andati a vedere un film e ci sono scappate anche due risate.
È simile a rimediare ma c’è maggiormente il senso della piacevole sorpresa inaspettata.
Siamo andati a Roma, abbiamo visto 5 musei in un giorno e ci è scappata anche una visita al Colosseo.
Quest’anno sono riuscito a risparmiare molto denaro, quindi a Natale ci scappa forse anche la macchina nuova.
Infine, posso usare “ci scappa”, non solo quando scappa la pipi (quando è urgente!) e non solo per qualcosa di inaspettato e piacevole, ma anche con qualcosa di non voluto, cioè di involontario:
C’è stata una rissa fuori dal ristorante e c’è scappato il morto.
In Italia si dice spesso che a volte i problemi non vengono mai affrontati se non ci scappa il morto.
Adesso però parliamo di qualcosa di più piacevole.
Probabilmente sono passati due minuti (aivoglia!) ma ci facciamo scappare anche un bel ripasso.
Mariana: Giovanni ha dimenticato di dire che fare una scappata in un luogo è come fare una capatina.
Bogusia: giusto, un suggerimento però che potevi anche fargli prima. Ma meglio tardi che mai.
Nell’ultimo episodio, il n. 421, vi avevo detto che avrei spiegato il termine anzi, ma poi mi sono ricordato di averlo già fatto. Vi invito a leggerlo ed ascoltarloperché hanno partecipato anche i miei figli. E’ un episodio del 2016. Spero che non punterete i piedi e pretendiate che io lo spieghi di nuovo vero?
Allora oggi possiamo vedere “puntare i piedi” che ho appena utilizzato.
I bambini puntano spesso i piedi quando fanno i capricci. Vogliono assolutamente una cosa e niente e nessuno può riuscire a convincerli a cambiare idea. “Puntare i piedi” in pratica significa non cambiare idea, rimanere ostinatamente sulle proprie posizioni.
Ma perché i piedi? I piedi si puntano quando non ci si vuole muovere da quel posto.
L’immagine è quella di restare fermo, puntigliosamente, in una convinzione.
Si dice spesso anche “impuntarsi”, come se piantassimo una punta a terra per non muoversi.
Ci sono molti verbi che si possono usare al posto di questa espressione: incaparbirsi, incaponirsi, insistere, intestardirsi, ostinarsi, ed anche l’espressione “tenere il punto“. Quest’ultima è meno informale ma il senso è identico: non cedere per ostinazione.
Queste frasi si usano quando c’è una forte pressione esterna ma nonostante questo si resiste, si tiene il punto, si puntano i piedi, non si cede a queste pressioni. C’è il senso della resistenza e della caparbietà.
Chi punta i piedi quindi non vuole cedere, non vuole demordere, non vuole desistere, non vuole mollare, non vuole arrendersi.
Spesso accade perché questa persona che punta i piedi si è offesa, se l’è presa per qualche motivo, è un po’ risentita per chissà quale ragione.
Adesso ripassiamo:
Xiaoheng: si batte la fiacca oggi? Nessuno se la sente di fare un ripasso?
Ulrike: Ma va! Abbassiamo i toni. Certo che anche oggi ci gira bene per fare un ripasso.
Carmen: E per giunta, senza remore, ci buttiamo a capofitto nel lavoro
Olga: vero, ma riguardo al parlare ho sempre un groppo in gola quando devo fare una registrazione.
Sofie: questo la dice lunga sull’importanza di questi ripassi e di parlare spesso . Se non lo facciamo rischiamo di mandare a monte ciò che abbiamo imparato.
Anthony: Ma va! Non gufare. Sulla scorta di ciò che abbiamo detto fino ad ora, si vede che ci destreggiamo bene qua nell’associazione .
L’espressione di oggi è “in primo luogo“, che si può utilizzare in ogni circostanza. Ciò che conta è che stiate parlando di priorità.
Vediamo qualche esempio:
Come risolviamo il problema dell’inquinamento?
In primo luogo si dovrebbe fare un accordo internazionale.
Questa è la cosa più importante: fare un accordo tra tutte le nazioni del mondo.
Allora “in primo luogo” è un modo per sottolineare l’importanza di una cosa.
E’ simile a “innanzitutto” ed anche a “prima di tutto” che però sono un pochino più informali.
“Anzitutto“, quasi uguale a “innanzitutto”, è un altro modo anch’esso meno informale per esprimere una priorità.
“Anzi” infatti significa “innanzi”, cioè “che precede”, quindi che sta “davanti”, si intende davanti per importanza. Quindi è la prima cosa in ordine di importanza. Ma questo lo vediamo meglio nel prossimo episodio.
In primo luogo, tra tutte le modalità indicate è la più formale e la più adatta alla forma scritta, anche nel caso di importanti email di lavoro.
E’ una formula che si utilizza semplicemente per introdurre un argomento che si ritiene fondamentale in una serie di questioni. E’ fondamentale usare la preposizione “in” sebbene per uno straniero può sembrare strano. Si tratta di una locuzione, quindi non bisogna farsi troppe domande ma imparare come si usa l’intera locuzione. Ad esempio:
Se crolla un ponte, in primo luogo bisogna vedere se qualcuno è rimasto ferito. In secondo luogo bisogna capire come è potuto accadere, in terzo luogo è necessario verificare le responsabilità.
Ma la cosa più importante è vedere se qualche persona ha subito danni, se è rimasta ferita o uccisa nell’incidente. Per questo motivo utilizzo la locuzione “in primo luogo“.
Notate che si usa anche dire “in ultimo luogo“, per indicare non necessariamente la cosa meno importante, ma spesso è solo una cosa da non dimenticare,o che serve a terminare un discorso o una serie di cose da dire. Quindi è una cosa anch’essa importante. A volte si potrebbe dire anche: “per ultimo“, o “ultimo, ma non per importanza” o anche “per concludere“.
“In primo luogo” si utilizza ogni volta che siamo in contesti abbastanza formali, oppure stiamo scrivendo un documento dove analizziamo una serie di aspetti, un insieme di cause, una lista di problemi, qualunque cosa abbia bisogno di ordine per iniziare a ragionare su come affrontare una questione. Quindi il bisogno di dare un ordine a questioni serie giustifica l’uso di “in primo luogo”.
Non è il caso allora di usare sempre “in primo luogo”, e anche “in secondo luogo” eccetera, proprio perché il contesto può non esser così serio e formale. In questi casi meglio usare “innanzitutto”, e “poi” o “inoltre”, oppure anche “prima di tutto” o “per prima cosa”. Ad esempio:
Innanzitutto vi ringrazio per la vostra attenzione, e poi voglio dirvi quanto sono felice di essere qui in questo momento.
Se non riuscite a imparare la lingua italiana la responsabilità è prima di tutto del vostro professore. Inoltre bisogna vedere se siete coinvolti e motivati nell’apprendimento.
In ultimo luogo… anzi meglio dire “per finire“, che è più informale, vi lascio al ripasso del giorno.
Anthony: siamo arrivati all’episodio 421 ragazzi! Questo significa che nel giro di 1 anno saremo arrivati almeno a 700.
Ulrike: sì, fermo restando che non dimentichiamo come si usano tutte queste espressioni
Carmen: Il problema non si pone se continuiamo ad ascoltare i nuovi episodi via via
Rafaela: infatti, in fondo basta dedicare 10 minuti al giorno all’italiano. Che sarà mai!
Un’espressione informale, che si utilizza in caso di gravi rischi. Il verbo “vedere” si usa in senso figurato. Non stiamo usando gli occhi ma il nostro intuito, la nostra immaginazione.
L’espressione è del tutto analoga a “vedersela brutta“. Una usa il singolare (brutta) e una il plurale (brutte).
L’uso dell’una o dell’altra dipende dal momento in cui si parla ma anche dalla differenza tra rischio potenziale e rischio effettivamente vissuto, corso.
Se parlo del passato, normalmente si usa vedersela brutta. Ad esempio:
Qualche anno fa me la sono vista brutta quando ho avuto un incidente.
Significa che ho rischiato di morire, ho corso il rischio di morire, di perdere la vita, ma fortunatamente non è accaduto. Sicuramente però ho avuto paura di non farcela.
Si può usare in tutte le circostanze simili, non solo parlando di rischio di morte:
Nel 2020 col nostro ristorante ce la siamo vista brutta, ma nel 2021 ci riprenderemo.
In questo caso abbiamo rischiato di fallire, e il fallimento è la morte di un’attività economica.
Anche in questo caso però alla fine è andata bene. Stiamo parlando in un momento successivo.
Se invece parlo del futuro e il rischio è solo potenziale, meglio usare “vedere le brutte“, che si usa anche in situazioni meno drammatiche:
Domani mi interroga il professore con la didattica a distanza. Se vedo le brutte farò cadere la connessione.
Ecco. In questo caso vedere le brutte significa prospettare uno scenario negativo. Non è detto che accadrà.
Potrei anche dire:
Se me la vedo brutta farò cadere la connessione.
Ma suona un po’ male. Molto meglio usare “vedere le brutte”.
Quest’ultima espressione si usa maggiormente quando si parla del futuro, ma la vera differenza sta nel fatto che il rischio non è stato veramente corso: si sono “viste le brutte“, o si potrebbero “vedere le brutte” cioè poteva accadere qualcosa di brutto di negativo, ma non è accaduto, o, nel futuro, sto dicendo che potrebbe accadere qualcosa di negativo.
Ad esempio:
C’è il mare in tempesta, non so se riuscirò a pescare oggi. Se vedo le brutte tornerò indietro.
Se parlo del passato viene spontaneo l’altra espressione, ma solo se il rischio corso è stato reale, altrimenti meglio vedere le brutte:
C’era il mare in tempesta ieri. Me la sono vista brutta (un rischio reale, vero) perché la barca si stava rovesciando. Mi sono salvato per miracolo.
C’era il mare in tempesta ieri, ho provato ad andare a pesca, ma quando ho visto le brutte sono subito tornato indietro.
Al presente invece, proprio quando sto provando la sensazione che qualcosa di brutto sta accadendo (ma non è ancora accaduto nulla) si una “la vedo brutta”, che è un mix tra le due espressioni precedenti. Esprime pessimismo:
Come andrà l’esame? La vedo brutta sai?
Che mare mosso che c’è. La vedo proprio brutta. Che ne dici se rinunciamo?
Che dici oggi pioverà? Io la vedo brutta andare a passeggio. Guarda che nuvoloni.
Va beh, proviamo, se vediamo le brutte prendiamo l’ombrello.
Spesso si dice anche “la vedo male“, un’altra modalità informale. Il contrario è ovviamente “la vedo bene“. Si tratta di previsioni. “La vedo bella” invece non si usa in questo caso. Quest’ultima espressione ha solo un senso proprio e non figurato. A proposito del verbo “vedere” usato in questo modo c’è anche l’episodio n. 206. La frase spiegata è “come la vedi“. Date un’occhiata se non ricordate.
Adesso però ripassiamo un po’, ma non prima di dirvi che stiamo organizzando la prossima riunione dei membri dell’associazione Italian Semplicemente, che si terrà in Molise a fine giugno del 2021. Adesso la parola va a Anthony, uno di quelli che ci tiene particolarmente a venire in Italia ed incontrare gli altri membri.
Anthony: SULLA SCORTA DI ciò detto da Giovanni riguardo alla prossima riunione dell’associazione, ci vedremo di persona in Molise NEL GIRO DI 6 o 7 mesi. Però questa riunione si farà solamente se i vaccini che stanno per sbarcare sul mercato si rivelano una vera e propria MANDRAKATA. Parlando dei vaccini e il probabile ritorno alla normalità che ne conseguirà mi chiedo se riuscite a CAPACITARVIdi quanto la gente abbia voglia di FARE BISBOCCIA,OSSIASBALLARSIdi nuovo come ragazzi in discoteca! Messo in questa luce, l’anno a venire promette di essere assai più’ interessante di quello attuale. Non TROVATE?
Ciao ragazzi, è un pezzo che non ci sentiamo vero?
Allora ne approfitto per spiegarvi una locuzione interessante che ho appena utilizzato.
Ho detto che è un pezzo che non ci sentiamo, cioè non ci sentiamo da un po’ di tempo.
Si usa spessissimo nel linguaggio di tutti i giorni.
È da un pezzo che non vado in Italia in vacanza.
Non ci vediamo da un bel pezzo
È da un pezzo ormai che studio l’italiano con Italiano Semplicemente.
Un pezzo non significa un tempo preciso, significa un po’ di tempo, non poco tempo comunque. Dipende, può essere qualche giorno, qualche mese o qualche anno, dipende da ciò di cui sto parlando. Comunque il senso è abbastanza tempo, o anche molto tempo.
Si dice spesso anche “da qualche tempo” o anche “da un po’“, o anche “un po’“.
Inoltre la preposizione “da” in realtà non è sempre obbligatoria.
Quando la frase inizia col verbo essere e solo in questo caso posso omettere “da”:
È un pezzo che non ci vediamo
e
È da un pezzo che non ci vediamo
Hanno lo stesso significato.
Era da un pezzo che non facevo una bella passeggiata
È uguale a:
Era un pezzo che non facevo una bella passeggiata
Invece se ad esempio dico:
Non ci vediamo da un pezzo
Mangiamo in questo ristorante tutti i giorni ormai da un pezzo
In questi casi non c’è il verbo essere e non posso togliere “da“.
Vabè, nonostante non sia un pezzo che sto parlando, meglio finire l’episodio adesso.
Ma non prima di aver ascoltato una frase di ripasso.
Irina: Ieri era il compleanno di mio marito. Per l’occasione ho prenotato la cena nel migliore ristorante della città, che va per la maggiore.
Non è un posto per fare una capatina . Il ristorante infatti è appannaggiosolo delle persone vestite elegantemente.
Stavo scalpitandodall’impazienza tutto il giorno. Finalmente il sole è volto al tramonto.
Il ristorante si trova a ridossodel fiume. È veramente un posto all’insegna di lusso e stile.
C’era musica dal vivo . Un pianista ha eseguito improvvisazioni jazz.
Siamo stati accompagnati al nostro tavolo, Abbiamo ordinato il cibo, e per prima cosa è arrivata l’insalata. Ho iniziato a mangiare. Di punto in bianco un grande insetto nero è strisciato fuori dalla mia insalata. Involontariamente io sono saltata per lo spavento.
Beh, forse questo significava che l’insalata era super fresca, però per me comunque era una magra consolazione. Il cameriere avendo visto l’incidente mi è venuto incontro subito. Di lì a poco mi ha portato un piatto fresco, ma si vedeva che gli rincresceva ancora per l’avvenimento. Mi ha promesso di fare tutto come si deve. .
Il resto della cena infatti è andato senza intoppi. Il cibo era prelibato, e a prescindere da tutto la sera era romantica. Infine, quando è arrivato il momento di pagare il conto ho scoperto che non mi hanno fatto pagare per niente. Ho Non ho speso un solo centesimo.
Che fortuna! Qualepiega inaspettata ha preso la serata!
L’espressione che vi spiego oggi ha a che fare con l’importanza di una persona. Forse dovrei parlare di autorevolezza di una persona.
Una persona è autorevole quando è stimata, quando ha credito nei confronti degli altri, quando cioè gli altri si fidano di lui o lei.
Questa espressione è “avere voce in capitolo”.
Quanto conta, quanto è importante ciò che dice una persona? Ebbene, se una persona non ha voce in capitolo, allora non è autorevole, non conta niente, ciò che dice non è importante per le altre persone. “Non avere voce” quindi non indica l’assenza della voce ma l’effetto è lo stesso. Nessuno ti ascolta. Se invece hai autorità, se hai voce in capitolo, allora sei importante, le persone ti ascoltano, o per volontà o per diritto.
L’espressione si può usare infatti anche quando si parla di diritti.
Ad esempio tutti i figli hanno voce in capitolo quando si parla di ricevere l’eredità. Almeno in Italia funziona così.
Il termine capitolo sembra del tutto estraneo al contesto. In effetti deriva dalla riunione dei monaci che si chiamava in antichità “capitolo”.
I monaci non erano tutti uguali, perché c’erano i novizi, cioè gli ultimi arrivati, la cui opinione non era importante come quella dei monaci più anziani, più auterevoili dei novizi. Questi novizi non potevano parlare durante la riunione quotidiana: non avevano voce in capitolo.
Oggi l’espressione è di uso quotidiano, di uso abbastanza informale.
Adesso proporrei che alcuni membri facciano alcuni esempi con l’espressione di oggi. Esempi che invito tutti gli ascoltatori a ripetere.
Inizio io:
Con i miei figli ho sempre meno voce in capitolo. Più crescono e più vogliono fare come dicono loro… .
Irina: so di essere solo una principiante qui. Però sono stufa di non avere voce in capitolo.
Xiaoheng: Di fronte alla sfida di registrare una frase di ripasso, lanciata da Gianni, il presidente dell’Associazione Italiano semplicemente, Irina, disperata, non sapeva cosa dire. È arrivata a dire di non avere voce in capitolo, come avete ascoltato dalla sua voce.
Ma è risaputo che IS è un’associazione democratica, dove spetta a tutti di diritto parlare liberamente.
Oggi parliamo di sospetti. Un sospetto è simile ad un dubbio, nel senso che è un dubbio che riguarda la colpevolezza di una persona.
Se ho un sospetto significa che ho un’opinione più o meno fondata, più o meno credibile, verosimile, che fa ritenere qualcuno responsabile di un’azione colpevole. Quindi io credo che una persona si colpevole di aver fatto qualcosa. Questo dubbio si chiama sospetto.
Ebbene, se questa persona cerca, secondo noi, di non apparire colpevole, se secondo noi dice delle bugie, ma io continuo a sospettare di lui o lei, in questi casi potrei dire che “non me la racconta giusta“. La frase è adatta soprattutto se noto che c’è qualcosa che non va, se noto che ci sono delle cose che mi fanno sospettare, delle incongruità ad esempio, delle contraddizioni. Qualcosa non mi torna.
Ad esempio: Qualcuno rompe il vetro della mia finestra. Ci sono dei ragazzi che giocavano a pallone, tra cui Giovanni. Allora gli chiedo: Giovanni, sei stato tu? Lui nego.
Giovanni però non me la racconta giusta. perché ho visto che tutti guardavano lui.
Non sono del tutto convinto se pronuncio o se penso questa frase. Però ho dei sospetti.
Un altro esempio:
Gli studenti hanno preso tutti il massimo dei voti, ma la volta precedente quasi nessuno aveva raggiunto la sufficienza….. mi sa che non me la raccontano giusta!
Ho evidentemente dei sospetti perché trovo molto strano che adesso tutti siano diventati bravissimi. Ho cioè il sospetto che abbiano copiato.
I genitori usano questa frase spesso con i propri figli quando sospettano che gli stiano nascondendo qualcosa. La verità raccontata può essere anche solo parziale, per rendere più credibile la storia.
Si usa il verbo “raccontare” come se si trattasse di una storia o di un avvenimento passato. In effetti spesso è così, ma in realtà l’espressione si può usare con qualsiasi tipo di sospetto.
Si tratta di una espressione informale e può essere offensiva. Non si usa nello scritto, dove si preferisce usare l”destare sospetti“. Quindi la persona che desta sospetti indubbiamente non la racconta giusta!
Destare significa far nascere, far venire, quindi si sta dicendo la stessa cosa: un dubbio sta nascendo, sta sorgendo, un sospetto sta emergendo.
L’espressione si usa quasi esclusivamente con la negazione. Se uso la frase senza negazione probabilmente sto negando di non raccontare tutta la verità, tipo:
Cosa? Non credi alle mie parole? Certo che te la racconto giusta, mica sono un bugiardo!
Ma perché “giusta?” Al femminile perché si riferisce ad una storia, come ho detto. Invece “giusta” nel senso di esatta, (il contrario di sbagliata), quindi è una storia non giusta, Non pariamo di giustizia, ma di giustezza.
Ad esempio se vi credo. Indovinate quanti anni ho? Se rispondete in modo giusto, avete risposto esattamente, avete indovinato. Al contrario avete sbagliato. Se una risposta è sbagliata, allora non è giusta, che è completamente diverso da “è ingiusto“. Non parliamo di giustizia e di ingiustizia, ma solo di esattezza, e l’esattezza, cioè la giustezza, non ha sfumature, non ha gradazioni. O è giusta oppure no.
Quindi la frase “non me la racconti giusta” sta a significare che la tua storia non è giusta, ovviamente in senso figurato. Quello che hai detto non corrisponde alla verità, ed anche se c’è qualcosa di vero, resta una cosa “non giusta”.
La frase posso, anche in senso affermativo, usarla anche in senso proprio, non figurato:
Ti racconto una storia e spero di raccontarla giusta, perché non sono sicuro di ricordami bene.
Aspetta, non la sto raccontando proprio giusta, ho paura che tu non capisca bene. Cerco di ricordare meglio e ci sentiamo domani
Adesso ripetete dopo di me, tanto per non perdere il vizio:
Mmm… Tu non me la racconti giusta!
Guardami negli occhi, non me la racconti giusta!
Credo che Marco non me la racconti giusta.
Secondo me Giuseppe non te la racconta giusta.
Secondo te Sofia ce la sta raccontando giusta?
Se non gliela raccontiamo giusta secondo me se ne accorgeranno!
I vostri figli secondo me non ve la stanno raccontando giusta. Io vi consiglio di approfondire.
Al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.
Questo episodio è stato inserito anche nell’audio-libro “Frasi idiomatiche italiane” in vendita su Amazon
Giovanni: Buongiorno, oggi voglio spiegarvi una bella espressione italiana, ma prima della spiegazione voglio fare una proposta ai visitatori di Italiano Semplicemente.
La proposta è che chi si iscrive oggi alla newsletter del sito Italianosemplicemente.com riceverà in regalo l’accesso alla cartella dei primi 100 episodi audio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, grazie alla quale potrete iniziare un percorso di miglioramento della lingua italiana.
Se siete in grado di capire ciò che dico e che scrivo evidentemente farete grossi passi in avanti.
Quindi chi si iscriverà verrà abilitato alla cartella con questi 100 episodi audio.
Spero che di fronte a questa proposta non farete spallucce.
Questo è l’argomento di oggi: fare spallucce.
Fare spallucce significa dimostrare disinteresse o disprezzo nei confronti di chi afferma qualcosa che si considera irrilevante. Fare spallucce è un gesto abbastanza offensivo direi. Quando non siete interessati a qualcosa alzate le spalle come a dire: non mi interessa!
Si dice in modo più semplice “alzare le spalle”. Vediamo qualche esempio:
Ragazzi, ho una proposta per voi. Spero non alziate le spalle.
Ho detto a mia moglie che avevo un regalo per lei ma ha fatto spallucce. Basta. Chiedo il divorzio!!
Sei un egoista. Fai sempre spallucce quando ti dico che ho un problema!
E’ un gesto quindi. Stiamo parlando del gesto di stringersi nelle spalle, o alzare le spalle leggermente. In realtà non serve solamente a esprimere disinteresse.
Il gesto può sostituire diverse frasi:
Non mi interessa
Boh, e che ne so io?
Io non ne so nulla.
Io non lo sapevo
Non so, non lo chiedere a me
Non saprei proprio
Non saprei che dirti
Ma che ne so!
Ci può essere quindi indifferenza ma spesso anche solo disinteresse. Dagli esempi fatti può sembrare che si faccia questo gesto anche quando non si conosce qualcosa.
In realtà non si fanno spallucce semplicemente quando non si conosce qualcosa, ma anche quando non si è interessati a questa cosa.
Spesso lo si fa anche quando ci si vuole giustificare di fronte ad un’accusa, quindi si accompagnano alcune frasi con questo gesto delle spalle.
Ma io non ne sapevo nulla!
Non è colpa mia!
Ma io non sapevo di fare una cosa sbagliata!
Allora se non fate spallucce 🤷♂️ anche voi alla mia richiesta iscrivetevi alla newsletter.
Se non sapete come fare potete semplicemente inviarmi una richiesta nella pagina della trascrizione di questo episodio.
Alla prossima.
Lezione 24 di due minuti con Italiano commerciale.
Il termine gamma è molto usato nel commercio, soprattutto nella pubblicità:
Il nostro negozio ha una vasta gamma di prodotti per animali
Abbiamo a disposizione un’ampia gamma di prodotti biologici
Possiamo offrirvi una gamma completa di prodotti per la casa
Se desidera prodotti di qualità, ha a disposizione un’ampia gamma di possibilità.
Dunque parliamo di una vasta scelta, stiamo dicendo che ci sono molte possibilità di acquisto di prodotti di quel tipo.
Parliamo di un ambito determinato di prodotti, di una topologia di prodotto.
Se un cliente chiede:
Vendete dei monitor per PC?
Se ne avete di molte tipologie diverse potete rispondere:
Certo, ne abbiamo una vasta gamma
Venga con me, vedrà che ne disponiamo di un’ampia gamma: 12 pollici, 15 pollici, leggeri, ad alta definizione eccetera.
Naturalmente! C”è un’ampia gamma/possibilità di scelta a seconda delle sue preferenze e della disponibilità economica.
E’ però importante dire che il termine più adatto a sostituire gamma è: “assortimento“. Assortimento è più professionale e più adatto alla forma scritta.
C’è un vasto assortimento di prodotti disponibili
L’assortimento di cravatte è molto vasto: ce ne sono di vario colore e disegno.
Il negozio dispone di un vasto assortimento di giocattoli.
Gamma e assortimento: Parliamo in generale di una serie di oggetti che si differenziano tra loro per alcuni particolari e offrono possibilità di scelta.
Il termine assortimento ha anche un utilizzo aggiuntivo. Serve ad indicare l’operazione mediante la quale si raggruppano merci che presentano le stesse caratteristiche.
L’assortimento di cravatte si trova in fondo a destra
In un supermercato i prodotti vengono infatti assortiti, cioè raggruppati per tipologia. Altrimenti i clienti non riuscirebbero a trovarli.
Esiste infatti il verbo assortire.
Assortire un negozio ad esempio significa rifornire il negozio di varie qualità di merce.
Solo in questo modo il negozio diventerà assortito.
E solo in questo modo potrete dire che nel vostro negozio c’è un vasto assortimento di merce.
Se avete solo un tipo di computer, solo un tipo di monitor e solo un tipo di carta per stampanti non potrete dire che avete un vasto assortimento di prodotti, neanche se avete 1 milione di prodotti in vendita.
Avete mai abbaiato alla luna? Sicuramente vi sarà successo, ma non come fanno i cani o i lupi.
Intendo dire, vi è mai successo di prendervela con qualcuno che però non reagisce per niente? In quel momento capite che state abbaiando alla luna, proprio come fanno i cani o i lupi che abbaiano contro la luna, forse per protestare per la luce eccessiva. Non sperate che la luna vi risponda! La luna non risponderà.
Ebbene, questa espressione si usa spesso con i figli, che non ascoltano mai i genitori, e i genitori continuano quindi ad abbaiare alla luna.
Potete usarla comunque con chiunque per indicare che la vostra protesta non sortisce alcun effetto apparente sul destinatario.
Non mi ascolti mai, con te è come abbaiare alla luna!
Ho provato a protestare con il direttore ma come al solito mi sembra di abbaiare alla luna!
Se non vogliamo usare l’immagine della luna potremmo dire “imprecare a vuoto“, Il significato è sempre lo stesso: agitarsi inutilmente, protestare inutilmente, inveire inutilmente.
Ancora una frase fatta, un modo di dire, un’espressione idiomatica.
Io sono Giovanni e quello che state ascoltando è un altro episodio di italianosemplicemente.com.
Cosa succede se a ora di pranzo o di cena scoprite che non c’è nulla da mangiare?
Restate a bocca asciutta.
Questo è quello che succede: restate a bocca asciutta.
Asciutta è il contrario di bagnata e umida anche. Simile a secca. Insomma senz’acqua. Ci si riferisce all’acquolina, che si forma nella nostra bocca quando mangiamo. Ma siccome non c’è nulla da mangiare, la nostra bocca rimane asciutta.
Una frase informale che potete però usare ogni volta che si prevedeva di ottenere qualcosa, non solo cibo, ma alla fine non si ottiene nulla.
Faccio un esempio:
Ci sono le elezioni e uno dei candidati è sicuro si vincere e invece viene sconfitto. Credeva si essere eletto e invece è restato a bocca asciutta.
Si può usare anche il verbo rimanere.
È rimasto a bocca asciutta.
Non è mai piacevole rimanere a bocca asciutta.
Avete mai visto cosa succede quando durante un compleanno un bambino non ha il suo pezzo di torta?
La torta finisce e lui resta senza niente, rimane a bocca asciutta nonostante le premesse favorevoli.
C’è insoddisfazione naturalmente. Si potrebbe dire rimanere insoddisfatti, delusi dopo avere sperato in qualcosa.
Sarà per la prossima volta.
Ripeti dopo di me:
Sono rimasto a bocca asciutta
Spero di non rimanere a bocca asciutta
Attento, potresti restare a bocca asciutta
La Juventus quest’anno resterà a bocca asciutta.
Ci sentiamo alla prossima espressione italiana.
Ps: notare come “a” in questa frase ha il senso di “con”. Succede anche in altre frasi simili:
Abbassare la cresta è una frase fatta che si sente spesso in Italia.
Una frase divertente, ma è anche un po’ offensiva che significa varie cose.
Se io ti dico che devi abbassare la cresta può significare:
– non fare l’arrogante
– non fare il presuntuoso
– non avere così tante pretese
– cerca di rispettarmi di più
– scendi dal piedistallo
– non fare il superiore
È una frase che si dice a chiunque cerchi di fare il prepotente o che ha troppe pretese.
Per capire bene dovete sapere che la cresta è ciò che i galli hanno in testa. La cresta è di colore rosso.
E il gallo, si sa, vuole essere il Re 👑 del pollaio. Il gallo 🐓 tiene sempre la cresta alta, a meno che perde il combattimento con un gallo più forte di lui.
A quel punto abbassa la cresta.
Questo per riconoscere la superiorità dell’avversario.
Un’espressione che arriva dal mondo contadino dunque.
L’espressione “a babbo morto” si utilizza nella lingua italiana quando si parla di soldi.
Precisamente quando si prestano i soldi ad una persona.
Prima o poi i prestiti vanno restituiti giusto?
I soldi devono tornare indietro, devono essere restituiti.
Ebbene, quando avverrà la restituzione dei soldi? Quando avremo i nostri soldi indietro?
Se dico che il prestito mi verrà restituito a babbo morto, voglio dire che non c’è alcuna certezza su quando questo avverrà.
Non c’è una data precisa, e probabilmente questo avverrà tra molto tempo, quando il babbo sarà morto.
Ovviamente questo è solo un modo di dire, una frase fatta. Il babbo è il padre, il papà, nel linguaggio familiare.
Quindi i soldi torneranno quando il papà sarà morto. Questo è il senso letterale della frase.
La preposizione “a” viene usata per indicare quando qualcosa accadrà. Questo non è l’unico caso in cui si fa questo:
A giochi conclusi = quando i giochi saranno conclusi
A pancia piena = quando la pancia sarà piena
A partita finita = quando la partita sarà finita
Ma perché si usa dire “a babbo morto? E’ quello che avviene, se ci pensate, quando si riceve un’eredità.
Dobbiamo aspettare la morte prima di ereditare, prima che ciò che era di mio padre diventi mio. E la morte non si sa quando arriverà. Quindi se un ragazzo prende un prestito, quando suo padre morirà, riceverà l’eredità e potrà ripagare il prestito.
Naturalmente è una frase informale. Si usa proprio per evidenziare l’incertezza legata alla restituzione del prestito.
Tieni questi soldi, me li restituirai a babbo morto.
Ho prestato 1000 euro al mio amico, ma credo che li rivedrò a babbo morto.
Spesso è solo un modo ironico per dire MAI!! Non li avrò mai indietro!!
Infatti quando due persone si conoscono si STRINGONO la mano.
Il verbo stringere quindi è all’origine della stretta: quando stringo qualcosa do una stretta.
Quando stringete qualcosa date una stretta.
Col verbo stringere si usa il verbo dare.
Dare una stretta di mano
Dare una stretta ad una vite
Dare una stretta ad un bullone
Dare una stretta alla cintola
Dare una stretta ai lacci delle scarpe
La stretta è quasi sempre legata all’allentamento.
Allentare infatti è il contrario di stringere.
Si può anche allentare una stretta.
Ehi, mi stai stringendo troppo forte la mano. Devi allentare la stretta!
Allenta la cinta, l’hai stretta troppo.
Devo allentare un po’ i lacci delle scarpe, li ho stretti troppo.
Una stretta quindi è una pressione intorno ad un corpo o su almeno due punti.
Con un dito si preme (verbo premere), ma con una mano si può anche stringere.
Il verbo stringere però si usa anche in senso figurato.
Esiste anche la stretta al cuore o a una qualsiasi parte del corpo .
È un dolore forte, acuto e circoscritto, si chiama anche fitta: una fitta
Avvertire una fitta, sentire una fitta è come avvertire un forte dolore in un punto.
Se però parlate del cuore, se non si tratta di un infarto, non è un vero dolore, ma una forte emozione di solito negativa.
La mia fidanzata mi ha lasciato e ho provato una stretta/fitta al cuore.
Ultimamente però, in tempi di covid-19, la stretta più usata, quella che si sente utilizzare maggiormente è quella economica e quella delle libertà.
Il governo è pronto ad una nuova stretta per contrastare la pandemia
In questo caso si dovrebbe parlare di RESTRIZIONE e non di stretta.
Si sta parlando di restringere le libertà, ridurre, oppure di politiche economiche restrittive.
La stretta di cui si parla quindi fa riferimento ad un restringimento, ad una restrizione delle libertà.
Tutti i governi del mondo, chi più, chi meno, hanno imposto delle strette alla popolazione.
Poi c’è anche un altro significato legato al precedente.
“Essere alle strette” infatti significa essere in una situazione molto difficile.
Quando siamo alle strette spesso siamo costretti a fare qualcosa. Non ci sono molte alternative perché in senso figurato non abbiamo molta libertà di movimento, non abbiamo molte scelte.
L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi
Un allenatore di una squadra di calcio è alle strette quando deve assolutamente vincere per non essere esonerato.
D’altronde quando “stiamo stretti” vuol dire che siamo vicini, troppo vicini e non riusciamo a muoverci.
Su un autobus pieno di persone si sta molto stretti infatti.
Infine, ancora un altro uso del termine “stretta“: quando siamo alla stretta finale vuol dire che siamo al momento decisivo, al momento culminante.
Tra una settimana ci sono le elezioni? Allora siamo alle stretta finale!
Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!
Siamo agli ultimi 100 metri della maratona? Siamo alla stretta finale!
E’ alla stretta finale che si decide qualcosa di importante, manca poco tempo, il tempo rimasto si RESTRINGE sempre di più.
Allora adesso ripetete dopo di me:
Piacere di conoscerla: Dare una stretta di mano.
Dare una stretta ad una vite. L’hai stretta bene?
Dare una stretta ad un bullone: ecco fatto, adesso è ben stretto!
Sono dimagrito, devo stringere la cinta! Devo dare una stretta alla cinta
Si sono allentate le scarpe: Dare una stretta ai lacci delle scarpe
Il Governo è pronto ad una nuova stretta!
Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!
L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi
Ho tradito mia moglie, lei mi ha scoperto e mi ha messo alle strette, mi ha detto di scegliere: o lei, o la morte!
Oggi amici di italiano semplicemente facciamo un gioco divertente. Vi consiglio di ascoltare inizialmente senza leggere e magari la seconda volta anche leggere contemporaneamente questo episodio.
Io vi dirò un aggettivo o un verbo e farò una frase con questo aggettivo o verbo. Il vostro compito sarà quello di dire il nome della caratteristica in questione, quindi il sostantivo associato.
Se ad esempio io dico che:
Ognuno è arbitro delle proprie azioni.
ll nome della caratteristica è arbitrio.
Scusare ho iniziato dalla caratteristica più difficile!
L’arbitrio (attenti alla pronuncia) è la piena facoltà di scelta.
Ad esempio, anziché dire “puoi fai come vuoi” posso dire “puoi fare a tuo arbitrio”, “hai libero arbitrio”. Più formale, certamente, ma ha lo stesso significato.
Se invece dico che:
Maria è brava
La caratteristica in questione è la bravura.
Maria è di una bravura impressionante. Questa è una frase in cui utilizzo il termine bravura.
Avanti:
Se Mario è simpatico, la caratteristica è invece la simpatia.
OK, Siete pronti?
Adesso tocca a voi.
Io ovviamente vi darò qualche secondo di tempo e poi vi darò la soluzione. Poi facciamo un esempio anche con la caratteristica.
L’esercizio è insidioso (la caratteristica è l’insidia) perché sceglierò delle caratteristiche la cui pronuncia o scrittura può ingannare qualche studente non madrelingua.
L’insidia, cioè la difficoltà, il pericolo nascosto sta anche in questo.
Pronti? Via!
La mia casa è piccola
Si parla della…. piccolezza. Ad esempio posso dire che la mia casa è di una piccolezza impressionante. Ovviamente la piccolezza è il contrario della grandezza.
Andiamo avanti:
Io sono una persona molto accorta
L’accortezza. L’accortezza è la caratteristica delle persone accorte, cioè attente. Le persone accorte si accorgono di tutto. Non gli sfugge niente.
Fabio è molto sicuro alla guida
Parliamo della… sicurezza. Questo era facile.
Maria è una ragazza affascinante.
Evidentemente parliamo… del fascino. Maria è una persona che ha fascino.
Marco è un vero codardo.
Se Marco è codardo allora la sua caratteristica è la… codardia.
Attenti alla pronuncia. La codardia è la caratteristica delle persone codarde, cioè le persone che non fanno il proprio dovere di fronte ad un pericolo.
Vi piace questo esercizio vero? Se state solo leggendo vi consiglio di ascoltare perché gli accenti spesso sono importanti.
Attenti adesso:
Paolo è una persona molto pudica.
Parliamo della… pudicizia. Questa è la caratteristica delle persone pudiche, e la pudicizia è un po’ riservatezza, un po’ timidezza, un po’ discrezione.
Una persona che ha questa caratteristica è pudica, e questa riservatezza, questa pudicizia, è soprattutto relativa al sesso. Le persone pudiche cercano di evitare di parlare di sesso, schivano certi discorsi, forse per educazione, altre volte per influenza della religione.
Andiamo avanti:
Giovanni è un ragazzo spesso malizioso.
Ecco, la… malizia è probabilmente l’opposto della pudicizia. Questo è un termine che ha molti significati, ma uno di questi è legato al sesso, ma più che altro alla seduzione e all’erotismo.
Un sorriso malizioso ad esempio è un sorriso che nasconde qualcosa, un sorriso fatto probabilmente per sedurre, per conquistare una persona.
Andiamo avanti:
Mio figlio è furbissimo.
Parliamo della… furbizia. Una caratteristica che, tra l’altro, hanno anche le persone maliziose.
Ok, andiamo avanti.
La banca è stata svaligiata da dei ladri molto astuti.
Parliamo… dell’astuzia, praticamente un sinonimo della furbizia.
Ancora:
Il premio Nobel è un premio molto ambito.
Sto parlando… dell’ambizione. Attenti alla pronuncia di ambito perché questa è una delle parole conosciute come omografe.
Ancora:
Il presidente dell’associazione è un tipo alquanto bizzarro.
Parliamo della… bizzarria. La bizzarria è una caratteristica di alcune persone che potremmo anche definire stravaganti. Si dice anche così.
Una stravaganza che si manifesta in atteggiamenti e comportamenti in forte contrasto con la normalità. Un tipo bizzarro è un tipo strano. Per dirla in parole povere.
E che ne dite se vi dico che il mio vicino di casa è un tipo molto cordiale?
Evidentemente parlo della…. cordialità, insomma della gentilezza, della cortesia, dell’educazione. Allora una persona cordiale è gentile, cortese e educata.
Se invece ti dico che devi diffidare delle persone che non ti guardano negli occhi, allora sto parlando della….diffidenza.
La diffidenza è l’opposto della fiducia. Diffidare significa non fidarsi di qualcuno o qualcosa.
Ci sono alcune frasi in italiano che si chiamano “frasi fatte“. Non si tratta di proverbi perché le frasi fatte non ci insegnano cose importanti, non sono insegnamenti di vita che vengono dal passato.
Potremmo chiamarle a volte espressioni idiomatiche quando si usa un’immagine figurata, come nella frase di oggi, in cui si usa l’immagine del mangiare.
Le “frasifatte“, cioè sono frasi che si sentono spesso pronunciare perché sono adatte a descrivere particolari circostanze ed allo stesso tempo si tratta spessissimo di banalità, di cose banali.
Per un non madrelingua però è importante conoscere anche queste frasi perché riflettono anch’esse la cultura si un paese.
Una di queste frasi fatte è la seguente:
È tutto un magna-magna
Si usa questa frase quando volete descrivere una situazione di corruzione, di malaffare, in cui gli interessi economici personali prevalgono sul bene pubblico.
Questa frase significa che ci sono molte persone che hanno da guadagnare, che tutto si fa solo per questo; solo per avere dei vantaggi personali.
Per indicare ad esempio che i concorsi pubblici non sono regolari e che si conoscono già i vincitori del concorso posso dire che è tutto un magna-magna.
Magna-magna indica come detto l’azione del mangiare. Sarebbe mangia-mangia, ma usando la forma dialettale magna-magna si sottolinea maggiormente l’ingordigia, l’avidità, l’egoismo di certe persone, cose che hanno la meglio, che prevalgono sulla giustizia e sulla democrazia.
È un po’ come dire che sono tutti corrotti, che ci sono molte persone che ci mangiano – si dice anche così.
I latini direbbero “doutdes” per indicare una situazione in cui ognuno dà qualcosa per ricevere qualcosa, ma nel linguaggio di tutti giorni, dicendo che è tutto un magna-magna si esprime anche un disprezzo per questo modo di fare, per questo modo di pensare, per questa cultura mafiosa diffusa.
Non potete usare quindi l’espressione in questione in un ristorante, perché questo magna-magna non c’entra col mangiare, ma col guadagnare in modo illecito, con l’avere vantaggi a scapito di altri.
Adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetizione in omaggio alla settima regola d’oro di italiano semplicemente: parlare.
Provate dunque a ripetere dopo di me.
È tutto un magna-magna
È tutto un magna-magna
Qui è tutto un magna-magna
In questo paese è tutto un magna-magna
Adesso le cose funzionano ma una volta in Italia era tutto un magna-magna.
Se in questa azienda non fosse tutto un magna-magna sarebbe meglio.
Al prossimo episodio di italiano semplicemente. Un saluto da Giovanni.
Quando qualcosa di negativo ritorna o sembra che possa tornare (a volte dopo essere andato via), gli italiani spesso pronunciano una frase: “Ci risiamo! ”
“Ci risiamo” è un’esclamazione che significa “ci siamo nuovamente“, e denota un senso di fastidio legato al ripetersi di un evento negativo.
Se ad esempio da qualche giorno piove tutti i pomeriggi, non appena vediamo un po’ di nuvole nel cielo diciamo:
ecco, ci risiamo!
Se la tua squadra del cuore perde tutte le partite, non appena la squadra avversaria fa il primo gol della partita ti verrà spontaneo alzare gli occhi al cielo e dire:
Ecco, vedi? Ci risiamo!
Come a dire: accidenti, sta accadendo di nuovo!
Un’espressione informale, da usare solo all’orale. Fa anche rima.
Ma sapete che non si usa solo in questo modo che tutti conoscono.
Il verbo salutare è interessante perché sapete che ai bambini, molto spesso, non si dice di salutare, e neanche di dire ciao. Ai bambini piccoli si dice invece di “fare ciao”.
Fai ciao con la manina!
Fai ciao a zia Giuseppina.
Fai ciao al cuginetto, dai!
Questo è un invito a salutare che si usa esclusivamente con i bambini molto piccoli, più o meno fino a 4 o massimo 5 anni.
“Fai ciao”, cioè muovi la manina.
Infatti “fare ciao” indica un gesto di saluto ottenuto aprendo e chiudendo la mano oppure agitando la mano.
Non è finita qui, perché ciao si usa anche per indicare la fine di qualcosa.
Es:
Un giorno ho deciso che volevo cambiare lavoro e allora ho detto ciao.
Cioè: mi sono licenziato, ho lasciato per sempre il lavoro. Ho salutato, potrei dire, il mio lavoro.
È proprio la conclusione definitiva di qualcosa, senza ritorno. Una fine sicura al 100%.
Mi sono innamorato di un uomo e da quel giorno ciao ciao matrimonio!
Ho inocontrato una brasiliana bellissima e ciao ciao Italia!
Luigi si è stancato della moglie e dopo 20 anni di matrimonio ha incontrato un’altra donna e ciao.
Ovviamente è una metafora del saluto, perché ciao si usa sia quando ci si incontra, sia quando ci si lascia, cioè sia nell’inconttarsi che nell’accomiatarsi. Il saluto di commiato è proprio quando ci si allontana, ci si lascia, magari solo per rivederci il giorno dopo, non certo mai più. Si usa anche “congedarsi” nelle stesse circostanze. Infatti il congedo è più o meno come il commiato.
Così per dare enfasi ad un addio definitivo molto spesso usiamo, sempre informalmente, la parola ciao.
Poi in questi ultimi tempi si usa anche dire “ciaone“, che sarebbe un grande ciao, ma ciaone è andato in uso solamente quando si prova un sentimento di rivalsa contro qualcuno, come a manifestare un odio o come minimo una rivalità. Si usa anche ironicamente.
Dire ciaone pertanto è giudicato più che un saluto affettuoso, direi una presa in giro, quasi un insulto a volte. Si può usare contro gli avversari sconfitti per prenderli in giro.
Tipo:
La polizia mi ha inseguito ma io sono riuscito a scappare perché la mia macchina andava più veloce. Un ciaone alla polizia.
Come a dire: ho vinto io!
Proprio per questo uso un po’ irriverente, irrispettoso e quasi volgare direi, a me non piace per niente questo “ciaone”.
Ma dacché si usa piuttosto spesso recentemente ho voluto parlarvene.
Io quindi non vi dirò mai ciaone ma sempre solamente ciao 🖐️!
Lezione 29 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è come parlare delle possibilità.
Analizziamo tutti gli avverbi utilizzabili a seconda della bassa, media e alta probabilità. La lezione appartiene alla sezione 3 del corso, dedicata alle riunioni e agli incontri.
In questa lezione di Italiano Professionale vediamo i vari modi che possiamo usare per generalizzare. La generalizzazione è l’operazione contraria della puntualizzazione, a cui abbiamo dedicato la lezione n. 24
La lezione n. 27 del corso di Italiano professionale è dedicata ai problemi, un argomento di cui si parla sempre al lavoro. Ogni forma di impiego richiede la risoluzione di problemi.
Il file audio e la trascrizione sono disponibili solamente per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)
Lezione n. 26 del corso di Italiano professionale. Oggi parliamo di due termini: vice e veci, che può capitare di utilizzare durate una riunione o un incontro di lavoro.
Può capitare infatti che in una riunione, in un incontro, qualcuno dia forfait, vale a dire che qualcuno non si presenti, che non venga alla riunione, ma che questa persona si faccia sostituire da una seconda persona.
Lezione n. 25 del corso di Italiano professionale. Oggi parliamo di come dare istruzioni.
Nell’ultima lezione abbiamo visto come puntualizzaree si parlava dunque di chiarimenti.
Oggi invece, pur restando nel tema chiarimenti, stiamo dando spiegazioni riguardanti una procedura da seguire, cosa che si fa soprattutto quando dobbiamo insegnare delle cose a dei colleghi: una procedura da seguire ad esempio.
Spiegare alle persone cosa fare non è una cosa che fanno solamente i capi, i dirigenti, ma ogni volta che si da un consiglio tecnico, che si spiega un processo, una procedura da seguire si stanno danno istruzioni e possono farlo tutti. Evidentemente non solo durante una riunione si danno istruzioni: nella vita di ufficio avviene quotidianamente.
Per proseguire la lettura dell’episodio occorre essere membri dell’associazione Italiano Semplicemente: Per diventare membri vai alla pagina italianosemplicemente.com/chi-siamo
Se sei già membro, puoi inserire la tua mail che hai segnalato in sede di iscrizione e inserire la passowrd.che ti è stata comunicata in precedenza.
Se hai problemi scrivi a italianosemplicemente@gmail.com
Stasera, 28 giugno 2020, ore 19 italiane, piattaforma zoom, appuntamento per spiegare le espressioni utilizzate nella storia (52). Per partecipare: https://italianosemplicemente.com/chi-siamo
Trascrizione
Ciao!! Vi ho preso di sorpresa? Tranquilli,
Adesso vi racconterò una storia che parla del verbo prendere.
Spero non la prendiate male se parlerò velocemente. Non mi prendete per matto però!
Se non riuscirà a prendere forma una bella storia, prenderla male non vi aiuterà a migliorare il vostro italiano. Quindi spero la prendiate bene, come quando venite bocciati ad un esame e non ne fate un dramma.
Poi c’è chi la prende con filosofia: apprezzo molto queste persone che danno il giusto peso alle delusioni.
A proposito: siete persone che se la prendono se qualcuno vi prende in giro?
Non ve la prendete con me però, io non c’entro nulla.
Parlo velocemente ma solo perché non mi piace prendermela comoda.
Certo, voi non madrelingua rischiate seriamente di prendere lucciole per lanterne, ma oggi avevo voglia di fare un episodio divertente, perciò meglio
Prendere la palla al balzo, no?
Saper prendere l’occasione al volo d’altronde è una qualità non da poco.
Non prendete alla lettera le mie frasi perché sono tutte espressioni figurate. Lo so, state pensando che io sia un po’ pazzo, ma state prendendo un granchio, e non vi sto neanche prendendo in giro. Oggi volevo divertirmi sebbene l’obiettivo è molto impegnativo: ma a un certo punto ho preso il toro per le corna e ho iniziato a scrivere.
Non mi prendete troppo sul serio però.
Piuttosto a me piace molto essere preso per la gola e voi? Sono sicuro che anche a voi! Che mi prenda un colpo se non è così!
Comunque voi starete pensando che vi stia prendendo per il culo, o per i fondelli, o magari per il naso.
Se invece non lo pensate è perché avete preso una bella cotta per la lingua italiana.
Allora in questo caso,
Prendete baracca e burattini, o armi e bagagli, se preferite, e fatevi un bel giro in Italia.
Adesso state attenti. Quale espressione ho usato per ultima?
Vi ho preso in castagna? Eravate distratti?
Se state ancora ascoltando avete proprio preso a cuore questo mio tentativo di oggi.
Credo che storie di questo tipo siano molto utili: si impara divertendosi. Si prendono quindi 2 piccioni con una fava.
Allora posso continuare?
Spero non pensiate che ciò che dico sia da prendere con le molle!!
Non che dobbiate prendere per buono tutto ciò che dico. Fate pure le vostre verifiche se volete.
Ma per chi mi avete preso? Per uno che dice sciocchezze?
Non prendete per oro colato nulla di ciò che dico. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Poi, chi si fida troppo, si dice che finisce per
Prenderlo in quel posto, prima o poi…
Non vi aspettavate parolacce? Vi ho preso in contropiede?
Capita a tutti non preoccupatevi.
Ma io voglio solo esplorare completamente la lingua italiana quindi è necessario spiegarvi bene le cose.
Se amate la lingua italiana dovete sopportare anche questo. In amore si prendono spesso cantonate, no?
Ma la lingua italiana non tradisce e non delude, non si possono prendere fregature e neanche sòle di nessun tipo.
L’unica cosa è che questo racconto sta prendendo una brutta piega.
Difficile sopportare uno come me, vero?
Prendermi a mali parole però non è la soluzione, anche se siete tipi che prendono fuoco facilmente. Se prendete di matto sapete cosa vi dico? Cosa vi prende?
Sapete che ho preso ad odiare gli esercizi di grammatica e a me piace divertirmi quando insegno l’italiano. Se un professore di italiano prova a contestarmi io gli faccio vedere i miei 100 associati:
Prendi e porta a casa! Che soddisfazione!
Cosa aspetti a cambiare metodo anche tu, caro professore? Prendi e cambia metodo, è facile e divertente.
Non conosci la strada?
Prendi a destra e poi a sinistra, poi prendi l’autostrada per Roma e vieni a trovarmi. Te lo spiego io volentieri! Così alla fine anche tu avrai preso le Misure del metodo.
Prenderà molto anche te questo metodo, vedrai!
A quel punto ci prenderemo molto anche noi due.
Comunque piacere. Mi chiamo Giovanni. E scusate se vi ho preso alla sprovvista, senza avvisare.
Si tratta del file audio del video chat dei membri dell’associazione in cui abbiamo spiegato il verbo ANDARE nelle espressioni idiomatiche che lo utilizzano.
– andare a farsi friggere
– andare in malora
– andare in rovina
– andare a monte
– è andata!
– e andiamo!!
– andare per i trenta
– andarci di mezzo
– andare pazzo per
– andare sul sicuro
– ne va di…
– va fatto
– Andare in vigore
– andare a ruba
– andare sul sicuro
– va da sé
– vai a quel paese
– andare a gonfie vele
– andarci piano
La video chat dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Buongiorno amici di ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni ed oggi siamo qui per fare un esercizio particolare: un esercizio di botta e risposta. Adesso vi spiego cosa significa.
Ogni tanto bisogna che anche voi parliate un po’.
Allora diremo una frase ciascuno. Botta e risposta. Io la botta e voi la risposta.
Io cioè dirò la prima frase e voi direte la seconda. Ma non vi farò domande a cui rispondere… ma allora cosa dovete dire voi?
Dovete dire la mia stessa frase ma più breve, usando ci, ne, lo, vi, ti, eccetera, come se sapessimo di cosa stiamo parlando. Una cosa che si fa sempre nelle conversazioni per evitare di fare ripetizioni.
Io ovviamente darò la risposta dopo di voi.
Ad esempio. Se io dico:
Io devo parlare con te di quella cosa
Voglio evitare di dire “con te di quella cosa”
Voi dite:
Devo parlartene.
Oppure:
Te ne devo parlare
Altro esempio:
Io: Dobbiamo andare in quel luogo e parlare con loro (“con loro” e “in quel luogo” non voglio dirlo)
Voi: Dobbiamo andarci e parlargli
Mi sono spiegato? Adesso rispondete voi ok? Io vi dico cosa dovete abbreviare. Pronti e via!
Fai entrare lui – fallo entrare
Fai entrare lui nella macchina – faccelo entrare
Mettiamo le nostre mani nelle tasche – mettiamocele in tasca
Mettiamo le caramelle in tasca – mettiamole in tasca
Mettiamo qualche caramella in tasca – mettiamone qualcuna in tasca
Mettiamo la caramella dentro – mettiamola dentro
Mangiamo ancora altre mele – manogiamone ancora (mangiamocene ancora)
Voi vi dovete rendere conto di questo – rendetevene conto
Lavatevi bene le mani- lavatevele bene
Arruffa il pelo al gatto – arruffagli il pelo
Puoi dare un bacio a lui? – puoi baciarlo?
Versate un po’ d’acqua sulfuoco – versateci un po’ d’acqua
Versate un po’ d’acqua sul fuoco – versatene un po’ sul fuoco
Bisogna sperimentare il vaccino – bisogna sperimentarlo
Sbucciate le mele – sbucciatele
Sbucciate qualche mela – sbucciatene qualcuna
Andiamo al mare – andiamoci
Andiamo via – andiamocene
Mandiamo via loro – mandiamoli via
Mandiamo via qualcuno di loro – mandiamone via qualcuno
Lui salta sulla scala – lui ci salta sopra
Bisogna saltare le verdure in padella – bisogna saltarle in padella
Bisogna saltare le verdure in padella – bisogna saltarci le verdure
Io sono qui – io ci sono
Io sono in casa – io ci sono
Io sono presente – io ci sono
Io sono vicino a te – ti sono vicino
Fatti regalare qualche fiore – fattene regalare un po’/qualcuno
L’episodio termina qui, grazie a tutti per aver ascoltato e parlato in questo episodio di botta e risposta.
Adesso ascoltiamo la voce di Liliana di nazionalità moldava 🇲🇩 , membro dell’associazione Italiano Semplicemente che ha voluto provare a rispondere anche lei a qualche frase di botta e risposta di prima. Invito tutti voi a fare lo stesso per esercitare la lingua.
A proposito di membri c’è un nuovo membro dal Perù, si chiama Franco a cui do il mio bemvenuto.
Allora ascoltiamo anche la voce di Franco che ha voluto subito provare mettersi alla prova con una frase per ripassare alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Vai Franco. Prima Liliana e poi Franco però.
Franco: buongiorno a tutti, io sono Franco, il nuovo membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Volevo dire che laddove possa essere utile sono pronto anche io a registrare una frase di ripasso. Ah, dimenticavo di dire che sono peruviano. Avetepresente il Perù?
Ulrike: Ciao Franco! Il Perù? Vuoi che non l’abbiamo presente? Vabbè, non con tutti gli annessi e connessi, questo devo ammettere quantomeno per me.
Grazie anche ad Ulrike, con la quale condivido la risposta.
Colgo l’occasione infine per ringraziare i donatori che aiutano italiano semplicemente tramite paypal.
Per donare basta cliccare sul link che vi inserisco sul sito oppure indicare l’email italianosemplicemente@gmail.com.
Voglio fare un regalo speciale a tutti i donatori: l’ultimo audio-libro di espressioni idiomatiche, cosi sarà più facile e meno noioso stare a casa in questo brutto momento dominato dal coronavirus. Tanti episodi da leggere ed ascoltare durante il tempo libero (non potete dire di non avere tempo libero in tempi di coronavirus!)
Basta una qualsiasi donazione, di qualsiasi importo e riceverete sulla vostra email il link per scaricare tutti i file audio in formato mp3 delle spiegazioni e il file pdf dell’audiolibro.
Buongiorno ragazzi. Allora oggi volevo parlarvi un po’ dei verbi impersonali, una lezione apparentemente grammaticale ma non lo sarà.
Non lo sarà come di consueto, come d’abitudine per chi conosce Italiano Semplicemente.
Dunque cercherò di fare un discorso il più interessante possibile quindi il meno noioso possibile (è più o meno la stessa cosa). I verbi impersonali: vuol dire che non c’è la persona: impersonali, non c’è la persona, quindi non c’è il soggetto, non c’è nessuno che fa qualcosa o che comunque compie un’azione.
Beh, inutile parlare di queste cose se non facciamo degli esempi.
Quando si parla dei verbi impersonali di solito si fa riferimento al tempo, quindi alle condizioni meteo, alle condizioni atmosferiche o ai fenomeni atmosferici: 1uando si dice:
Che tempo fa? Piove!
Ci sono qui due verbi impersonali: il verbo piovere (e il verbo fare, usato in modo impersonale).
Piovere è tipicamente impersonale perché non c’è nessuno che piove ma piove semplicemente: si sta dicendo cos’è che accade al tempo.
Qual è il tempo attuale? Qual è la condizione meteo attuale?
Sta piovendo, o piove: è la stessa cosa.
Ovviamente così come vale per piovere vale anche per nevicare, grandinare, tuonare eccetera, piovigginare.
Lo stesso si può dire per albeggiare e imbrunire che sono quei due fenomeni che si verificano rispettivamente all’alba e al tramonto.
Sta albeggiando vuol dire il sole sta sorgendo, albeggia, albeggia all’orizzonte, vuol dire sta albeggiando, cioè il sole sta sorgendo: ci sono diversi modi per dirlo.
Invece imbrunisce vuol dire che il cielo sta diventando scuro cioè bruno, cioè sta scurendo. Sta scurendo è un altro verbo impersonale.
Quindi grandinare, tuonare eccetera… Ovviamente anche quando dico “fa caldo o fa freddo”, quindi in questo caso fare + aggettivo diciamo, fa caldo o fa freddo.
Che tempo fa?
Fa caldo oppure Fa freddo.
Oggi fa caldo, ieri faceva freddo.
Ovviamente possiamo cambiare il tempo: ieri ha fatto caldo o faceva caldo. Oggi fa freddo, domani farà ancora più freddo.
Quindi questi sono tutti i verbi impersonali quindi non hanno un soggetto: si sta descrivendo una situazione.
Comunque la cosa non riguarda soltanto le condizioni meteo.
Avete capito che si usa la terza persona singolare anche se non c’è un lui o una lei che compiono l’azione.
Se dico “piove” o “nevica” si potrebbe dire “il cielo piove” ma non è così.
In realtà vuol dire sta piovendo, sta nevicando. Quindi non si può attribuire a una persona o a una cosa l’azione, ma nonostante questo di fatto è un’azione che sta accadendo, si sta verificando.
Ora, cosa si può dire ancora a proposito dei verbi impersonali?
Dunque, normalmente a parte le condizioni meteo, si usano anche per esprimere dei bisogni, delle necessità che si hanno ma anche delle cose che accadono.
Quindi ad esempio proprio il verbo “bisognare”.
Bisogna andare al lavoro oggi. Eh sì, bisogna proprio farlo.
Anche questo è un verbo impersonale. Ovviamente anche qua non c’è una persona, si sta parlando in generale.
Ci si riferisce alla necessità di andare al lavoro, alla necessità, c’è un bisogno.
Bisogna andare al lavoro perché se non andiamo al lavoro non guadagniamo soldi e quindi non possiamo avere ciò che ci serve per vivere.
Un altro verbo tipicamente impersonale è accadere:
Cos’è accaduto oggi? Cosa accadrà domani?
Anche questo esprime non una necessità ma un accadimento, un accadimento quindi “accadere”.
Succedere si può considerare equivalente.. Accadere, succedere..
Che è successo oggi? Che è successo ieri? Cosa succederà domani?
Quindi, accadere, succedere, ma anche occorrere. Simile a bisognare.
Cosa occorre fare?
Occorre assolutamente porre rimedio a questa situazione.
Ad esempio.
Occorre, cioè bisogna, c’è bisogno di. Ancora una volta un verbo impersonale.
Un altro verbo impersonale è sembrare.
Sembra che tutto vada bene.
Anche qua terza persona singolare. Ma questo, il verbo sembrare, lo posso anche utilizzare in modo non impersonale:
Sembri strano oggi. Tu sembri strano.
Ma anche in modo impersonale:
Sembra che ci sia qualcosa che non va.
Lo stesso il verbo parere:
Pare che la situazione stia migliorando. Pare che ci sia qualcosa che non va.
Ovviamente parere ha anche altri significati. Importare è un altro verbo.
Cosa importa? Cosa importa se oggi piove? Non importa.
Cioè non è importante. Anche questo è impersonale, si può dire “io importo, tu importi” almeno che non parliamo del verbo importare nel senso di portare qualcosa in un luogo.
Ad esempio quando si dice “le importazioni dall’Italia, le importazioni in Italia che vengono dalla Germania. Quindi la Germania esporta, l’Italia importa.
Quindi posso dire che un paese importa della merce ma questo è un altro verbo. È importare ma è un altro verbo. Si scrive nello stesso modo, si pronuncia allo stesso modo ma sono due verbi diversi.
Non importa comunque. 🙂
Poi ci sono delle locuzioni verbali che si usano con i verbi andare, essere, stare, … Ad esempio, abbiamo già fatto qualche esempio col verbo bisognare tipo:
bisogna andare a casa, bisogna andare, bisogna fare.
Oppure se uso il verbo stare:
Non sta bene alzarsi da tavola.
Non sta bene, vuol dire non è educato. Non sta bene.
Quindi anche qua si parla in generale. Non sta bene, cioè non è educato. Non si fa così. Non sta bene, non rispetta le buone maniere. Non è buona cosa si potrebbe anche dire. Non è buona cosa. Quindi sono tutte maniere diciamo per esprimere un bisogno, una necessità o comunque quando si parla in generale, non sta bene.
Non sta bene, quindi: che sia io a farlo, che sia tu o che sia una terza persona, non sta comunque bene.
Del verbo sembrare abbiamo già parlato.
Cos’altro si può dire? Si può dire che quando si creano dei tempicomposti, cioè quando si usa il verbo essere con i verbi che indicano dei fenomeni meteorologici atmosferici, è possibile nella lingua parlata usare l’ausiliare avere
In ogni caso, cosa significa questo? Significa che spesso quando piove si dice parlando al passato ad esempio:
Ieri è piovuto.
Questa dovrebbe essere la modalità giusta di parlare dei fenomeni atmosferici passati. Ieri è piovuto ma spesso nella lingua parlata si dice:
Ieri ha piovuto. Ieri ha piovuto molto.
In realtà dovrebbe essere “ieri è piovuto molto” al passato. In ogni caso diciamo ogni verbo può diventare impersonale. Questo è importante dirlo, proprio così ogni verbo può diventare impersonale. Come si fa a far diventare un verbo impersonale?
Pensateci un attimo. Quando un verbo diventa impersonale vuol dire che in qualche modo non ci si sta referendo a una persona specifica quindi si parla in generale.
E allora? Allora per esempio il verbo andare. Io vado, tu vai, lui va, noi andiamo, voi andare, loro vanno.
Per parlare in modo impersonale potrei dire: bisogna andare via. Okay, ma qui c’è il verbo bisognare.
In realtà se io metto “si”, la particella “si” davanti, alla terza persona singolare, diventa:
Si va via.
ad esempio.
Che si fa?
Anche il verbo fare in modo impersonale. Che si fa? Si va via.
Anche al francese funziona in questo modo. On y va. Si va via.
Quindi, che si fa? Si pensava di andare a casa di Giovanni. Che ne pensate? Si pensava, si credeva.
Quindi non si parla di una persona precisa. Ieri si parlava di andare a casa di Giovanni. Voi, che ne pensate? Si potrebbe fare?
Si potrebbe partire alle sette di pomeriggio? Si potrebbe andare a casa di Giovanni. Si potrebbe andare a casa di Marco.
Vedete voi.
Okay,credo che possiamo considerare terminato questo episodio.
Quindi recapitolando: tutti verbi possono diventare impersonali. Basta mettere la particella “si” davanti, non ci si sta più referendo ad una persona ma si parla in generale. Inoltre con i fenomeni atmosferici si usano molto. È facile usare i verbi impersonali quando si parla del tempo: piove, nevica, pioviggina, albeggia, imbrunisce, grandina, tuona, eccetera.
E poi quando si usano delle locuzioni: fare + aggettivo “fa caldo, fa freddo”.
Quando parlo al passato e uso i verbi impersonali al passato, si dovrebbe utilizzare il verbo essere “ieri è piovuto” ma spesso nel parlato si dice “ieri ha piovuto”. Posso anche dire “ieri pioveva” se voglio evitare e non sono sicuro.
Daria: Ciao a tutti, sono Daria, un membro di italiano semplicemente. Oggi vorrei condividere con voi alcune espressioni che mi sembrano interessanti e molto curiose.Giovanni: Daria, ragazza russa, ha avuto un’ottima idea devo dire, quella di parlare dei colori. In che modo?
Daria: Chi di voi non ha un colore preferito? Ma sapete che l’italiano è una lingua ricca di parole con diverse sfaccettature di significato. Vero?
Sui colori ad esempio la lingua russa è un po’ povera, diciamo così, e presto capirete perché la lingua italiana è così ricca di sfumature anche quando si parla di colori.
Giovanni: hai detto sfumature Daria? Bella parola questa. Le Sfumature del significato intendevi. Ma ci sono anche le sfumature dei colori. Giusto Daria?
Daria: il concetto di sfumatura è interessante. Ogni colore, possiamo dire, ha infinite sfumature, come alcune parole italiane.
Il verbo sfumare è legato intimamente al concetto di colore. È simile a diluire, variare, si tratta di leggere differenze nella tonalità del colore e nella sua intensità anche.
Giovanni: Anche in cucina si usa il verbo “sfumare” , adesso che di penso. Il significato è un po’ diverso pero: attenuare l’intensità di un colore, che diventa così meno forte. In cucina significa far evaporare lentamente, quindi c’è il fumo di mezzo.
Daria: certo, ma torniamo ai colori.
L’intensità di un colore, si è detto, e la sua tonalità, vengono sfumate, cioè dissolte, attenuate, diminuite.
Giovanni: Qualcosa diminuisce fino a scomparire? Allora questa cosa possiamo dire che “va in fumo” . Questa è un’espressione idiomatica che indica il dissolversi di qualcosa. Un affare andato in fumo ad esempio, l’affare non c’è più, è scomparso. Se prima era qualcosa di reale, ora è andato in fumo. Ecco il legame con la cucina: quando un liquido evapora, sfuma, cioè diventa fumo, quindi scompare. Sfumare il pesce col vino bianco ad esempio: versare un po’ di vino e aspettare che evapori.
Daria: E la tonalità? Quando parliamo di un colore la tonalità è il grado di intensità di un colore. Quando è forte un rosso? Qual è la sua tonalità? Ci sono molte tonalità di rosso: rosso porpora, rosso sangue, rosso di Persia, il bordeaux, l’amaranto e tanti altri.
Un frutto rosso porpora – Photo by Pixabay on Pexels.com
Giovanni: Poi ci sono i colori “pastello“. Mai sentiti i colori pastello? Per tutti i colori esiste una tonalità pastello. Si tratta di colori con dei toni chiari e sfumati; sono i colori più delicati, i colori pastello.
Possiamo anche dire che i colori pastello hanno una tinta più delicata e luminosa.
La “tinta” è una parola usata in molti contesti diversi.
Essa stessa è un sinonimo di colore.
Colori pastello – Photo by Milly Eaton on Pexels.com
Daria: Di quale tinta mi faccio i capelli oggi? Ho voglia di provare la tinta rossa. Si, dirò alla parrucchiera di dare una tinta rossa aibmiei capelli oggi.
Giovanni: buona idea Daria.
La tinta si dà. Dare è il verbo più associato alla tinta. Devo tinteggiare le pareti della mia casa. Stavolta voglio dare una tinta gialla in cucina, mentre per la camera da letto preferisco la tinta rossa, magari con una tonalità pastello, così non dà molto fastidio alla lunga. La tinta è quindi il colore che si dà a qualcosa, che si applica a qualcosa per renderla colorata. Simile a tinta è vernice ed anche tintura.
Daria: La tintura è sia l’operazione che si fa quando si applica un colore, una tinta a qualcosa, ma indica anche il prodotto che si usa quando si tinge qualcosa. Molto usata è la tintura per capelli, che contiene dei materiali adatti a tingere i capelli, in modo che assumano un colore preciso.
E la vernice? Anche la vernice è un prodotto che serve a tingere, ma si dice in questo casi: verniciare. La vernice è come la tintura, è un mix di sostanze chimiche o naturali che serve a conferire un colore ad una superficie trattata con questa verniciatura.
Il colore che assume questa superficie dipende dal colore della vernice.
Una panchina verniciata di un colore verdastro – Photo by Ion Ceban @ionelceban on Pexels.com
Giovanni: Sì, la vernice si usa per dipingere i cancelli di ferro delle abitazioni, le inferriate eccetera. La vernice è uno strato sottile di copertura, e non si usa questo termine per i capelli, dove come si è detto si utilizza tintura o anche tinta.
Per gli oggetti metallici si usa sempre la vernice.
Ne esistono di vari tipi: la vernice antiruggine (per fare in modo che il ferro non arrugginisca, cioè non sia attaccato dall’acqua) quella ignifuga, che rende il materiale verniciato resistente al fuoco, ed altri tipi di vernici ancora.
Una catena arruginita (piena di ruggine) – Photo by Miguel Á. Padriñán on Pexels.com
Ma la parola tinta è interessante perché si usa per descrivere altre cose, non solo il colore. Ad esempio per descrivere uno stato d’animo, un modo per vedere le cose.
In fondo esistono colori chiari e colori scuri giusto?
Daria: E i colori sono da sempre associati agli stati d’animo. Oggi sono nera! Non mi dite nulla perché sono arrabbiatissima.
Giovanni: ho paura di rimanere bocciato all’esame di chimica. Sai Daria?
Daria: ma dai… non esagerare le tinte! Hai frequentato le lezioni e il professore sarà buono con te… non essere pessimista. Non devi vedere tutto nero! non devi vedere tutto in tinta fosca. C’è ancora tempo prima dell’esame.
Giovanni: in questo caso l’espressione “esagerare le tinte” significa drammatizzare le cose o circostanze, essere pessimisti.
La persona ottimista invece potrebbe dire all’altra:
di “non farne un dramma” oppure “lo dipingi come un dramma a forti tinte”.
In pratica sta consigliando di non essere negativo, di vedere il futuro con tinte meno fosche. Le tinte fosche indicano che si stanno accentuando gli aspetti negativi in modo da aver paura o da far aver paura anche gli altri.
Stai dipingendo una situazione a tinte fosche, ma non c’è niente di cui preoccuparsi in realtà.
Daria: Ora è chiaro che la parola tinta o tinte indica il colore immaginato dei pensieri, degli umori di una persona. Così si può anche dire “vedere tutto di tinta rosea” che ha il significato contrario, molto positivo. Quando si vede tutto positivamente, cioè nel colore rosa, a tinte tosa o rosee.
Giovanni: Evidentemente il colore rosa è associato alla positività. Quando siamo innamorati ad esempio spesso vediamo il nostro rapporto in tinta rosea. Che bello vivere quei momenti!
Tornando alla vernice, avete presente le panchine per sedersi nei parchi? Quando sono state tinte di recente, si mette una scritta:
“Vernice fresca” e noi sappiamo che sarebbe meglio non toccare la panchina per non macchiarci le mani o il vestito.
Una parete appena tinteggiata di bianco – Photo by rawpixel.com on Pexels.com
Daria: È interessante che la parola vernice possa usarsi anche il senso idiomatico:
-la vita che mostrano le persone su Instagram è tutta vernice e non corrisponde alla realtà.
La vernice in questa frase rappresenta l’immagine che deve essere mostrata, che deve apparire, non la realtà. Come quando qualcosa è stato colorato di proposito per farlo apparire più bello.
Giovanni: adesso abbiano fatto una bella descrizione dei colori mi sembra. Vero Daria?
Daria: facciamo un esercizio di ripetizione?
Giovanni: ok, un bell’esercizio di ripetizione.
Il Colore che preferisco è il rosso porpora.
Una sfumatura chiara.
Una sfumatura scura.
Tinteggiare il muro.
Tingere i capelli.
Dipingere un quadro.
Colorare un disegno.
Dipingere a tinte fosche. I pessimisti dipingo a tinte fosche
Le tonalità di colore.
Un tono più chiaro.
Bisogna sfumare un po’ questo verde. È troppo scuro.
La tintura per capelli.
Qualche domanda? Qualcosa da chiarire?
Bogusia (Polonia 🇵🇱): Buona serata a tutti. 👋Ho una fifa blu di iniziare la partecipazione così di punto in bianco, però penso che abbiate fatto un bel lavoro e vi do il disco verde. Un pochino sono verde dall’invidia però, perché non faccio parte di questo episodio. E non sto esagerando le tinte, dicendolo.
Bell’episodio. Avrei anche una domanda: posso anche attenuare oppure calcare le tinte non solo esagerare le tinte?
Vi piace vestirvi in tinta? Un maglione con le calze in tinta? Per esempio.
Giovanni: ciao Bogusia (Bogusia è uno dei membri più attivi dell’associazione). Hai usato molte espressioni sui colori. Se hai una fifa blu vuol dire che hai paura, hai molta paura, sei molto spaventata nell’iniziare a partecipare di punto in bianco (cioè all’improvviso). esiste anche la fifa nera, con significato equivalente. La fifa è sempre la paura, nel linguaggio colloquiale. Grazie del tuo disco verde, se ci dai il disco verde allora vuol dire che sei d’accordo, c’è il tuo benestare alla pubblicazione di questo episodio, quindi ci dai il via libera, una frase più o meno equivalente a dare il disco verde, che richiama il colore del semaforo: col verde si può passare.
Chris (Inghilterra 🏴): Puoi darmi alcuni esempi di suffissi che possono essere usati con i colori?
Giovanni: Ciao Chris, (anche Chris è un membro, londinese stavolta, dell’associazione). I suffissi, ok, ti riferisci a quando dopo il nome di un colore si aggiunge alla fine qualcosa come il suffisso –astro, ad esempio, tipo rossastro, oppure biancastro, verdastro. Oppure –ognolo, come azzurrognolo, verdognolo o –iccio, come bianchiccio o rossiccio.
Allora si tratta di variazioni, di colori particolari, simili a quelli indicati. Il rossastro ad esempio indica un colore rosso ma non esattamente rosso, un rosso un po’ tendente all’opaco e allo sporco. Un rosso opaco, un rosso sporco: Opaco significa poco trasparente, o anche privo di lucentezza, di luminosità, che quindi non brilla con la luce. Un colore opaco non è un colore vivido: ecco, probabilmente vivido è il contrario di opaco.
Capelli di un colore “rossastro” – Photo by Rene Asmussen on Pexels.com
Lo stesso discorso vale per biancastro o verdastro. Diciamo che questo rossastro è un rosso poco vivo, non ben definito e non uniforme, una luce rossastra ad esempio, o una sabbia un po’ rossastra. Quindi tendente al rosso, ma non esattamente rosso. Anche se non sappiamo esattamente di che tonalità di rosso si tratta, perché non conosciamo esattamente il tipo, il nome della sfumatura, allora spesso si dice colore rossastro, verdastro eccetera.
Se dico azzurrognolo, non cambia molto in realtà. Azzurrastro non si usa; é più bello azzurrognolo: un azzurro che può essere slavato, cioè quasi scolorito, quindi più chiaro o anche quasi un grigio tendente all’azzurro. Non esattamente azzurro quindi, ancora una volta. Slavato è un aggettivo spesso associato ai colori. Si vuole indicare un colore sbiadito, spento, un po’ scolorito appunto, si dice anche un colore smorto. Slavato, sbiadito, smorto, hanno tutti una connotazione un po’ negativa: non sono colori vividi, brillanti, luminosi. colori accesi.
Questo muro è di un giallo un po’ sbiadito – Photo by Leah on Pexels.com
Quando un vestito perde un po’ di colore si dice che sbiadisce, diventa di un rosso sbiadito ad esempio.
E bianchiccio? Più o meno la stessa cosa che biancastro, forse un po’ più sgradevole come colore, sempre simile al bianco comunque, tendente al bianco ma se non ci piace tanto come colore allora è un colore bianchiccio.
Ho dovuto prendere una medicina dal colore bianchiccio, una vera schifezza! Bleah!
Insomma avete capito certamente che la luce è molto legata ai colori e tutti gli aggettivi che posso trovare per indicare una variazione, una tonalità particolare di colore, hanno spesso a che fare con la luce. Un’altra domanda? Vedo una mano alzata. Ulrike, dimmi pure, piaciuto l’episodio?
Ulrike (Germania 🇩🇪): Bravi, bell’episodio in coppia. Spero non abbiate passati la notte in bianco per crearlo. Scherzi a parte. Forse il concetto cambiare colore per dire impallidire o arrossire a causa di emozioni particolari sarebbe interessante.
Giovanni: beh, brava, anche le emozioni sono legate ai colori. Non abbiamo passato la notte in bianco comunque. Passare la notte in bianco significa non dormire, stare svegli tutta la notte, e non per volontà. evidentemente qualcosa ci ha impedito di dormire e come conseguenza abbiamo passato la notte in bianco. Poi hai usato impallidire, che è un bel verbo. Viene dalla parola pallido, cioè sbiancato: se qualcosa è pallido (solitamente si parla del viso di una persona) significa che è diventato bianco: è sbiancato, quindi quando una persona “sbianca”, cioè “sbianca in volto“, evidentemente ha preso uno spavento all’improvviso, e il suo viso presenta un improvviso pallore. Quindi il viso è diventato pallido: il pallore del viso (pallore e non pallone, attenzione alla pronuncia).
Un viso pallido – Photo by Gratisography on Pexels.com
Questa persona che è diventata pallida in volto si dice che è impallidita, ad esempio per una forte emozione. Il verbo impallidire si usa anche in senso idiomatico quando si fa un confronto dove c’è un perdente.
I giocatori della Lazio impallidiscono di fronte a quelli della Roma (questo è solo un esempio).
Ovviamente sbiancare e impallidire si usano anche con gli oggetti:
il dentifricio sbianca i denti, le stelle del cielo impallidiscono con l’alba.
Quando viene il sole le stelle impallidiscono, cioè diventano più chiare, si vedono meno, perché la luce del sole le fa un po’ impallidire.
L’episodio finisce qui, grazie a tutti, visitatori, donatori e grazie anche a Daria, Bogusia, Ulrike e Chris per la collaborazione.
Anne France: Stavo navigando su internet, quando di punto in bianco ho trovato Italiano Semplicemente
Giovanni: Ciao a tutti, sono Giovanni, di Italiano Semplicemente, e state ascoltando la puntata n. 42 della rubrica denominata “due minuti con Italiano Semplicemente”, una nuova rubrica, che va online tutti i giorni, ormai quindi da 42 giorni. Una rubrica che ho deciso di punto in bianco, senza troppo pensarci.
Ogni giorno vi spiego un concetto nuovo, con l’aiuto dei membri dell’Associazione, ed oggi tocca a “di punto in bianco“. Un’espressione che significa all’improvviso, tutt’a un tratto, improvvisamente, cioè all’improvviso. Espressione abbastanza informale, che può diventare: “senza preavviso” in contesti più formali.
Anche “tutt’a un tratto” è interessante (notate com’è scritto, tra l’altro: tutto ad un tratto, può diventare tutt’a un tratto) ed il senso è lo stesso: senza preavviso, senza avvisare. In alcuni contesti posso anche usare “tutto d’un colpo” o “di botto”.
Ma restiamo a di punto in bianco: strana frase vero?
La frase ha origini dal linguaggio militare, quindi non cerchiamo di spiegarla. Di sicuro quando accadono cose di punto in bianco non c’è stato preavviso, sono mancati i segni che potevano far capire cosa stava succedendo.
Si usa sempre per cose accadute all’improvviso.
Quando una cosa accade di punto in bianco, questa cosa deve essere improvvisa, quindi non prevedibile, non ci sono avvisaglie.
Le cose che accadono di punto in bianco hanno un effetto sorpresa, stupiscono, colgono impreparati.
Durante la lezione, il professore di punto in bianco cadde a terra!
Qual’è il passato remoto di “io ti espello”?
Beh, così di punto in bianco, non ricordo, non so…
Oppure:
Stavamo parlando, quando Giovanni, di punto in bianco, mi baciò!
Stavamo tranquilli a cena, e di punto in bianco si è sentita una forte scossa di terremoto.
Ho scoperto che esiste anche in francese: “de but en blanc”
AnneFrance: ogni due per tre, bevendo un caffè, ascolto u n episodio di italiano semplicemente. Ecco una bella parentesi di due minuti.
Esercizio
1. Cosa significa l’espressione “di punto in bianco”?
a) all’improvviso
b) non ho voglia
c) tutt’a un tratto
d) non si vede niente
e) improvvisamente
2. Si può dire “di punto in bianco”, ma un espressione meno informale per esprimere lo stesso concetto è : “S _ _ _ _ P _ _ _ _ _ _ so” .
3. Il senso di “Tutt’a un tratto” è lo stesso di senza pre_ _ _ _ _ _ e senza _ _ _ _ _ are.
4. Quando le cose accadono all’_ _ _ _ _ _viso si può dire che le cose accadono “di punto in bianco”.
5. Le cose che accadono di punto in bianco hanno un effetto _ _ _ _ _ _ _ _
6. Tutt’a un tratto si può sostituire con “tutto d’un _ _ _ _ _” o ” di _ _ _ _ _”.
7.Quando Anne France ha trovato Italiano Semplicemente navigando su internet, N_ _ S_ L_ aspettava.
Soluzioni
1.
a) all’improvviso
c) tutt’a un tratto
e) improvvisamente
2. Si può dire “di punto in bianco”, ma un espressione meno informale per esprimere lo stesso concetto è : “SENZA Preavviso” .
3. Il senso di “Tutt’a un tratto” è lo stesso di senza PREAVVISO e senza AVVISARE.
4. Quando le cose accadano ALL’IMPROVVISO si può dire che le cose accadano “di punto in bianco “.
5. Le cose che accadono di punto in bianco hanno un effetto SORPRESA
6. “Tutt’a un tratto” si può sostituire con “tutto d’un COLPO” o “di BOTTO”.
7. Quando Anne France ha trovato Italiano Semplicemente navigando su internet, NON SE LO aspettava. .
Erradi (Marocco 🇲🇦 ): Si Giovanni, ci fidiamo ciecamente di te. Ad occhi chiusi.
Giovanni: vi fidate anche di italiano semplicemente e del metodo di insegnamento utilizzato?
José Alfredo (Honduras 🇭🇳): naturalmente Giovanni, mai riposta tanta fiducia in nessun altro sito.
Giovanni: avete voglia di darmi la vostra fidicia anche oggi?
José Alfredo: accordarti la mia fiducia sarà ancora una volta un piacere da parte mia.
Alexandre (Brasile 🇧🇷): Anche io te la concedo volentieri Gianni.
Linda (Camerun 🇨🇲): io mi sono sempre fidata di chi si chiama Giovanni.
Giovanni: bene, mi fa piacere ispirare fiducia da parte vostra. Spero di meritarla.
Papa (🇸🇳 Sénégal): Si Gianni, se godi della nostra fiducia è perché te la sei guadagnata.
Erradi: Giusto, ricevi ciò che meriti.
Khaled (Egitto 🇪🇬): mi raccomando, confidiamo in te anche oggi.
Giovanni: Concedere, riporre, accordare, dare, avere, ispirare, godere, ricevere, meritare, guadagnare: sono tutti verbi che si possono usare con la fiducia.
Un sentimento nobile la fiducia, e se voi mi giudicate persona di fiducia ne sono ben lieto.
Questo episodio però non voleva essere un encomio al mio operato, ma un modo alternativo e divertente per parlare della fiducia e dei tanti verbi che si possono usare.
Un non madrelingua normalmente dà la propria fiducia e riceve la fiducia dagli altri. Questi sono i verbi che usano normalmente anche gli stessi italiani.
Ma se volete cambiare verbo ogni tanto non fa male.
Se date la vostra fiducia a qualcuno, allora riponete fiducia in loro. In questo caso usate il verbo riporre.
È come dare qualcosa di prezioso, e lo fate perché vi fidate. Vi fidate ciecamente. Ciecamente significa senza guardare. Ovviamente è una espressione idiomatica. Significa accordare una fiducia assoluta, quindi fidarsi ciecamente. Non ho bisogno di guardare, di verificare. Mi fido ad occhi chiusi. Un’altra frase con senso figurato.
Non avete bisogno di guardare tanta è la fiducia che avete ripostoin questa persona.
Concedere la vostra fiducia a qualcuno è segnale di rispetto, ed è segno che le vicende passate vi hanno insegnato che non c’è motivo per non concedere la vostra fiducia a questa persona. Concedendo fiducia a me, accordandomi la vostra fiducia, mi fate una concessione, mi concedete qualcosa, è come se mi state consegnando un bene prezioso, da custodire.
Allora significa che io gododella vostra fiducia, altrimenti non me l’avreste mai accordata.
In poche parole, anziché dire: “io mi fido di te”, ci sono delle alternative:
Io confido in te.
Confidare è un sinonimo di fidarsi.
Io ti concedo la mia fiducia.
Vi lascio il tempo per ripetere. Non dimenticate mai di ripetere. Sempre se avete fiducia nelle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.
È molto impegnativo concedere la propria fiducia a qualcuno. Una concessione è una cosa importante. Il verbo concedere è simile a permettere, autorizzare, acconsentire. Anche un diritto si concede. Così anche un permesso.
Io ripongo (la mia) fiducia in te
Qui uso il verbo riporre. Ripongo fiducia in te è come ho fiducia in te, oppure metto la mia fiducia sulle tue mani. Cerca di utilizzarla bene.
Riporre fiducia è come dire anche “mi affido a te”, “ora dipende da te”. Anche in questo caso c’è un grande sentimento in gioco.
Una volta concessa, la fiducia può anche essere rinnovata, se credo che tu continui a meritarla.
Rinnovo la fiducia nei tuoi confronti
Abbastanza formale come dichiarazione. Si può tranquillamente usare anche nel commercio e in generale tra aziende, in comunicazioni scritte.
Ci auguriamo che anche in futuro vogliate rinnovare la fiducia nei nostri prodotti.
Questa potrebbe essere la parte finale di una mail ad un cliente che ha appena effettuato un acquisto.
È un po’ come dire:
Continua ad avere fiducia in noi
Quindi rinnovaci la tua fiducia.
Così come si dà, la fiducia si può anche togliere.
Se non mi fido più di te ti posso toglierela fiducia che ti avevo accordato, cioè dato. In questo caso ti sto sfiduciando. Non esiste invece il verbo “fiduciarie”. Bisogna per forza usare un verbo se vogliamo dare la fiducia a qualcuno.
Togliere la fiducia è un’espressione che si usa molto in ambito politico, quando viene a mancare la fiducia, cioè il supporto politico da parte di un gruppo di uomini politici.
Lo stesso discorso vale per il rinnovo della fiducia: anche rinnovare la fiducia è tipico della politica. Anche qui significa dare nuovamente, concedere ancora una volta.
Attenzione alla preposizione che usate ogni volta: Ho fiducia in te. Ho fiducia in loro, ho fiducia nella magistratura, ho fiducia nei giudici, ho fiducia nelle istituzioni, eccetera.
Vediamo anche la fiducia dalle due parti. Chi la dà e chi la riceve.
Da parte di chi la dà, di chi la accorda, di chi la concede, si usa “nel”, “in” e simili col verbo avere, che come verbo si può usare sia per le persone che per le altre cose: avere fiducia in te, avere fiducia nel futuro, eccetera. C’è un legame tra il destinatario della fiducia e la preposizione che si usa. Questo è normale perché con le persone non si usa l’articolo.
Ma anche se cambio il verbo può cambiare la preposizione.
Accordare la fiducia a te. Accordartela.
Concedere la fiducia a te. Concedertela.
Riporre fiducia in te. Riportela.
Dare fiducia a te. Dartela.
Rinnovare la fiducia a te. Rinnovartela.
Questi verbi sono più adatti per le persone.
Da parte di chi riceve la fiducia invece Ispirare fiducia è fondamentale. A me piace quasi di più ispirare fiducia che avere la fiducia di qualcuno. Ma forse no, anche perché chi ispira fiducia magari non ha fatto nulla per meritarla.
Quando qualcuno ispira fiducia viene voglia di fidarti di questa persona. Per le persone che ispirano fiducia posso dire che godono della nostra fiducia, ma solo se gli viene accordata fiducia. Poi magari non dimostreranno di meritarla, ma intanto se la sono guadagnata. Evidentemente se la sono meritata anche. Ma poi devono anche meritare di mantenenersela e questo accade solamente se decidiamo di rinnovargliela. Altrimenti verranno sfiduciate.
Ripetete dopo di me:
Le persone che ispirano fiducia godono della nostra fiducia,
Ma solo se gli viene accordata fiducia.
Poi magari non dimostreranno di meritarla.
Ma intanto se la sono guadagnata.
Evidentemente se la sono meritata.
Ma poi devono anche meritare di mantenersela.
Questo accade solamente se decidiamo di rinnovargliela.
Altrimenti verranno sfiduciate.
Un saluto da Giovanni, grazie della fiducia e dell’aiuto. Un ringraziamento anche ai donatori, almeno finché non verrò sfiduciato.
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Sapete che una medaglia è simile ad una moneta, ma la medaglia è un premio, serve a riconoscere il valore di qualcuno, come un atleta sportivo che vince la medaglia d’oro, la medaglia d’argento o quella di bronzo se arriva primo secondo o terzo.
Le medaglie, come le monete, hanno due facce, una sotto ed una sopra.
Si chiamano facce perché spesso sulle monete e sulle medaglie c’è sopra l’immagine del re, o di qualcuno di molto importante, e la sua faccia era su una delle due parti.
Ogni faccia di una medaglia è il rovescio dell’altra, cioè sta dall’altra parte, dalla parte opposta. Basta rovesciare, cioè girare, voltare una medaglia per vederne il rovescio.
Ma il rovescio della medaglia è anche un’immagine figurata che si usa per lindicare l’altro aspetto di una situazione, il suo lato opposto.
Se parlo di una cosa bella, positiva, il rovescio della medaglia è una cosa brutta, negativa. Se invece sto parlando di un aspetto negativo, il rovescio della medaglia deve essere positivo.
Qualche esempio?
Invecchiando si diventa più saggi ed esperti. Il rovescio della medaglia purtroppo è la nostra salute e forma fisica che peggiorano con l’avanzare dell’età.
Una virus potrebbe uccidere la metà della popolazione mondiale. Ma per la salute del mondo e l’ambiente questa sarebbe una bella notizia. Questo è il rovescio della medaglia.
Anthony: Una politica economica restrittiva fa dimagrire, ma puoi rimettere i pantaloni del 1990
Bogusia: Ingrassare è il rovescio della medaglia del piacere di gustare un buon pasticcio.
Domande episodio n. 25
(1) Una MED _ _ _ _ _ è simile ad una moneta, ma la _ _ _ _ _ _ _ _ è un premio, serve a riconoscere il valore di qualcuno, come un atleta sportivo che vince la medaglia d’oro.
(2) Le medaglie, come le monete, hanno due F _ _ _ _, una sotto ed una sopra.
(3) Ogni faccia di una medaglia è il R _ _ _ _ _ _O dell’altra, cioè sta dall’altra parte, dalla parte O_ _ _ _ _A.
(4) Ma “il rovescio della medaglia” ha anche un senso figurato e si usa per indicare l’altro A_ _ _ _ _O di una situazione, il suo lato O_ _ _ _ _ O.
(5) Se parlo di una cosa bella, POS _ _ _ _ _ A, il rovescio della medaglia è una cosa B_ _ _ _ A, negativa.
(6) L’espressione “il rovescio della medaglia” si usa soltanto quando vogliamo descrivere l’aspetto opposto di un fatto (a) positivo (b) negativo (c) sia positivo che negativo.
(7) Uffa! Una mia amica ha disdetto l’appuntamento con me per andare a fare acquisti. Vabbè, il rovescio _ _ _ _ _ medaglia è che si risparmiano soldi.
Soluzioni:
(1) una MEDAGLIA è simile ad una moneta, ma la MEDAGLIA è un premio, serve a riconoscere il valore di qualcuno, come un atleta sportivo che vince la medaglia d’oro.
(2) Le medaglie, come le monete, hanno due FACCE, una sotto ed una sopra.
(3) Ogni faccia di una medaglia è il ROVESCIO dell’altra, cioè sta dall’altra parte, dalla parte OPPOSTA.
(4) Ma il rovescio della medaglia è anche un’immagine figurata che si usa per indicare l’altro ASPETTO di una situazione, il suo lato OPPOSTO.
(5) Se parlo di una cosa bella, POSITIVA, il rovescio della medaglia è una cosa BRUTTA, negativa.
(6) (c) SIA POSITIVO CHE NEGATIVO.
(7) Uffa! Una mia amica ha disdetto l’appuntamento con me per andare a fare acquisti. Vabbè, il rovescio DELLA medaglia è che si risparmiano soldi.
Ciao a tutti da Giovanni, italianosemplicemente.com.
Oggi voglio parlarvi dell’espressione “guardarsi da”, molto usata nel linguaggio di tutti i giorni da tutti gli italiani. È interessante però aprire una parentesi sul verbo guardare.
Conoscete tutti il verbo guardare che significa utilizzare gli occhi. È simile a vedere. Per guardare occorre usare i nostri occhi, ma guardare non sempre implica il vedere. Non è chiaro?
Dove stanno le scarpe? Ho guardato nella scarpiera ma non le ho viste, eppure erano lì.
Per guardare è sufficiente dirigere lo sguardo in un punto, senza necessariamente essere consapevoli di ciò che si guarda. Quello è vedere.
Il verbo guardare è anche simile ad osservare.
Ci sono molti verbi simili a guardare, a dire il vero, dipende dal modo in cui guardiamo qualcosa, dal modo in cui usiamo i nostri occhi.
Osservare ad esempio indica il guardare con attenzione, esaminare, scrutare. Anche per osservare ci vogliono gli occhi. Ne abbiamo bisogno quasi sempre. A meno che non sto osservando il tuo comportamento, oppure se osservo una regola, cioè se la rispetto.
Esaminare poi si usa per fare oggetto di esame, considerare attentamente, analizzare. Per esaminare non sempre si usano gli occhi. Anche un non vedente può esaminare qualcosa. L’obiettivo è verificare se questo qualcosa supera una prova, un esame, appunto. Dicevo di scrutare,
Scrutare significa indagare, esaminare a fondo una cosa, quindi ancora una volta con attenzione, per cogliere aspetti difficilmente osservabili. Quindi devo sforzarmi un po’ per scrutare, se sto guardando qualcosa. Ma non sempre guardo.
Quando guardo, se scruto devo aguzzare la vista (o lo sguardo) a meno che non sto scrutando le profondità del cuore, o l’animo umano o i misteri dell’oceano, o quelli della fede.
Si tratta di una ricerca molto attenta, finalizzata a vedere, ma anche a trovare, identificare qualcosa di non semplice.
Poi c’è sbirciare, molto simile a scrutare, ma molto più legato alla vista.
Sbirciare è guardare con la coda dell’occhio. Si dice anche così per non farsi vedere, per osservare senza farsi notare, stando attento a non essere visto. Come si fa a sbirciare? Posso sbirciare una ragazza guardandola di nascosto, magari la guardo dal buco della serratura di una porta. Oppure uno studente, durante un compito, può sbirciare il compito del vicino di banco per copiarlo. Per sbirciare possiamo anche dare una veloce occhiata, di sfuggita.
Ehi, non sbirciare!
Dai, solo uno sguardo di sfuggita, ti prego!
Si dice anche così: guardare di sfuggita.
Poi c’è anche spiare, cioè guardare di nascosto per curiosità o interesse.
Guardare diventa guardarsi nella forma riflessiva. Attenti però. Per guardarsi occorre essere in due? Volendo si.
Due innamorati possono guardarsi negli occhi. In questo caso una persona guarda l’altra negli occhi: si guardano.
Ma volendo anche da solo posso guardarmi. Ad esempi guardarsi allo specchio la mattina per lavarsi i denti.
Attenzione adesso: guardarsi da qualcuno cosa significa?
E guardarsi da qualcosa?
Quando c’è la preposizione “da”, il senso è quello di difendersi, stare attento a un pericolo, assicurarsi che tutto vada bene. Si può dire anche “stare in guardia da” con lo stesso significato. Ad esempio:
Io mi devo guardare da Franco
Questo vuol dire che devo stare attento a Franco, perché potrebbe essere un pericolo per me.
Guardati dall’ascoltare I consigli di Giuseppe.
Sto dicendo che i consigli di Giuseppe potrebbero essere pericolosi quindi sono una cosa da cui guardarsi.
Spesso, per rafforzare, si usa anche aggiungere “bene” :
Giuseppe si deve guardare bene (o deve guardarsi bene) dal credere alle parole di Lucia.
Quindi guardarsi o guardarsi bene da qualcuno o qualcosa indica lo stare lontano o almeno stare attento a qualcosa.
A volte posso anche togliere la preposizione “da” ma deve essere scontato, sottinteso di quale pericolo stiamo parlando. Esempio:
Se vai in giro di notte a Roma devi guardarti sempre le (o alle) spalle.
Oppure posso dire:
Andare in giro di notte da sola? Me ne guardo bene!
Se dico “me ne guardo bene” voglio dire che sono convinto di non volerfare qualcosa. Anche qui non c’è “da” ma è scontato. La frase completa sarebbe:
Me ne guardo bene dall’andare in giro di notte da sola.
Adesso prova tu a rispondere:
Andiamo in montagna questa estate?
In montagna? Me ne guardo bene! Andrò al mare invece.
Il che equivale a dire :
Me ne guardo bene dall’andare in montagna! Andrò al mare invece.
Vogliamo smetterla di ascoltare gli epusodi di italiano semplicemente?
Cosa? Me ne guardo (bene dallo smettere)..
Spero che ve ne guardiate bene veramente dallo smettere di ascoltare gli episodi di italiano semplicemente.
In questo caso ci “ascoltiamo” nel prossimo episodio!
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Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuova puntata dedicata ad una espressione idiomatica.
Avere la coda di paglia.
Questa è la frase di oggi.
Una espressione informale, che quindi non è adatta al mondo del lavoro, quantomeno nel linguaggio tra aziende e con la clientela.
La potete però usare con gli amici e in famiglia, come fanno gli italiani.
Avere come sapete tutti significa possedere, detenere, essere in possesso di qualcosa.
La coda è la parte terminale posteriore del corpo dei Vertebrati. Gli esseri umani non hanno la coda, ma gli animali, i Vertebrati ce l’hanno. I cani, i gatti, le scimmie, le mucche eccetera hanno tutti una coda, che si trova alla parte opposta rispetto alla testa.
La coda è costituita dalle ultime vertebre della colonna vertebrale e gli animali possono muovere la coda se vogliono. Possono scodinzolare ad esempio, come segno di amicizia e di contentezza, possono usarla per scacciare le mosche, come fanno i cavalli.
Bessun animale però ha la coda fatta di paglia. Impossibile perché la paglia è di origine vegetale, non è parte del corpo di nessun aninale.
La paglia è fatta di steli secchi del grano o di altri cereali.
Insomma è come l’erba essiccata dal sole. Di colore giallo.
La paglia ha una caratteristica molto importante: prende fuoco molto facilmente, come la legna secca ed anche più facilmente. Basta una piccola fiammella e…. Woom… Il fuoco 🔥 è fatto.
Avere la coda di paglia quindi è un’immagine figurata.
Si dice che le persone che hanno la coda di paglia non hanno la coscienza pulita.
Sono colpevoli queste persone? Hanno fatto qualcosa? Hanno commesso un errore, qualcosa di cui pentirsi?
Questo non è dato sapere, ma chi accusa una persona di avere la coda di paglia ha dei sospetti in proposito.
E perché è sospettosa ?
Beh, magari questa persona, accusata di avere la coda di paglia, ha avuto una reazione esagerata a delle parole che ha sentito.
Se ad esempio io ti dico:
Accidenti, questa mattina mi hanno rubato 50 euro dal portafogli!!
E tu mi rispondi :
Io non sono stato, ero a casa mia questa mattina!!
Chi ascolta questa risposta rimane un po’ stupito, perché nessuno ha lanciato un’accusa diretta a te, nessuno ti ha accusato personalmente, e neanche io l’ho fatto. Allora potrei risponderti:
Certo, tranquillo, non ho detto questo.
Però dentro di me penso che tu hai avuto la coda di paglia, perché io non ti ho accusato. Sembra che tu non avessi la coscienza tranquilla, ed adesso io inizio veramente a sospettare di te.
Quindi questa frase si usa nel caso di discorsi ritenuti allusivi.
La coda di paglia è una coda che prende fuoco facilmente, e il fuoco fa allarmare, poiché è da sempre legato al concetto di pericolo e paura.
La reazione era evidentemente esagerata.
La persona accusata di avere la coda di paglia si trova in una situazione psicologica particolare. È consapevole di aver combinato qualcosa, non ha la coscienza tranquilla, quindi ha paura di essere scoperto.
Quindi appena sembra che qualcuno si possa essere accorto di qualcosa, va in allarme e, come si dice in questi casi, “mette le mani avanti“, anche qui in senso figurato, cioè si protegge, si discolpa senza essere stato neanche accusato, reagisce d’impulso, perché già stava in una condizione di allarme.
Ma nessuno in realtà l’aveva accusato.
In tutti questi casi, quando ci sono reazioni impulsive come questa, potete usare l’espressione avere la coda di paglia.
Naturalmente se lo dite direttamente alla persona, questa si sentirà ancora di più accusata e andrà ancora di più in allarme.
Vi sono aggettivi che racchiudono lo stesso significato dell’intera frase di oggi?
Suscettibile forse, ma solo parzialmente, perché la componente di colpevolezza, sebbene présente, non è così sottolineata.
Poi la suscettibilità è una caratteristica della persona, mentre la coda di paglia è relativa solo a certe situazioni. Conunque si, una persona suscettibile in effetti dimostra un’eccessiva sensibilità verso tutto ciò che sembri rappresentare in qualche modo un giudizio, più o meno critico nei propri confronti.
Forse sensibile?
Ancora più generico come aggettivo, e tra l’altro la sensibilità si estende anche alle sensazioni positive.
Forse permaloso?
Può darsi, in fondo è abbastanza simile a suscettibile. La permalosità e la suscettibilità sono due forme di sensibilità, possiamo dire.
In queste occasioni si usa anche il verbo risentirsi: una persona che si risente, che si è risentita, per qualcosa che le è stato detto, secondo lei ingiustamente. Simile ad offesa.
Vedete che siamo sempre nell’ambito dell’offesa, dell’accusa, a volte solo velata, altre volte più diretta. Ma se l’accusa è diretta proprio a una persona non si può usare l’espressione di oggi, perché non ci sarebbe nessuna esagerazione, nessuna coda di paglia, nessuna cattiva interpretazione di parole inoffensive.
Però, per terminare, anche essere permalosi è una caratteristica generale, del carattere di una persona. I permalosi se la prendono subito, si offendono anche per una battutina innocente. Non si può scherzare molto dei difetti di una persona permalosa.
Adesso prova a ripetere dopo di me per esercitare un po’ la pronuncia.
Io non ho la coda di paglia.
Una persona suscettibile.
Hai la coda di paglia?
Sei permaloso eh? Cos’hai, la coda di paglia?
Giovanni sembrava avere la coda di paglia, si difendeva troppo.
Chi è stato a rompere il vetro?
Io no, non c’ero, e se c’ero, non ho visto niente!
Ah allora hai la coda di paglia!
Dai non fare il risentito!
Un saluto da Giovanni e da italianosemplicemente.com e grazie e tutti per l’ascolto, grazie anche ai donatori che con un piccolo aiuto permettono al sito di esistere.
Chi non riesce a donare, non abbiate la coda di paglia, non sentitevi accusati. Potete sempre pensare di diventare membri dell’associazione italiano semplicemente, che ne dite? Date un’occhiata alle condizioni di adesione ed ai molti vantaggi riservati ai membri.
Ciao.
Donazione personale per italiano semplicemente
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Voglio andar via da questo posto in men che non si dica.
Cosa significa IN MEN CHE NON SI DICA?
È solo un modo per dire subito, immediatamente,molto velocemente, in un battibaleno.
Prima che io abbia terminato di dire questa frase, voglio andar via.
Voglio impiegare meno tempo a dire questa frase che ad uscire di qui.
Me ne andrò in meno tempo rispetto a quello impiegato per dirlo.
Sempre troppe parole però. Meglio dire: in men che non si dica.
Questo è il significato della frase.
Un bel modo per trasmettere il senso della velocità non è vero?
La usano tutti gli italiani quando parlano, ma difficilmente la trovate scritta.
Spesso si usa al passato, quando si racconta di cose avvenute:
Ce ne siamo andati in men che non si dica,
Hai visto? È subito arrivata l’estate! Il tempo è cambiato in men che non si dica
Mi sono bevuto 5 birre in men che non si dica
Anche questo episodio in fondo è stato molto breve no? Abbiamo finito in men che non si dica!
11 In men che non si dica
Domande:
1)Le parole “in men” stanno per una minore quantità di …
2) La locuzione esprime a) massimo impegnob) un saluto d’addio c) fretta d) velocità
3) La locuzione contiene un confronto. Vero o falso?
4) Quali dei seguenti termini sono sinonimi della locuzione? a) in un battibecco b) in un batter d’occhio c) in un lampo d) in un battibaleno
5) La velocità di un’azione viene paragonata con la velocità di cosa? a) con la durata nel contare fino a 10 b) con il tempo che si impiega per dire “in men che non si dica c) con la velocità che ci mette per dire quello che si sta per fare.
6) Anziché dire “in men che non si dica” posso dire “in quattro e quattr’otto. Vero o falso?
Risposte:
1) tempo
2) d)
3) vero
4) b), c), d)
5) c)
6) vero
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Buongiorno comunque a tutti, sono sempre Giovanni, italiansemplicemente.com.
Uguale, una parola che si può usare in moltissimi contesti diversi.
Tutti voi stranieri la conoscete sicuramente e la sapete usare.
E quando la usate? Quando fate dei confronti.
Uguale è il contrario di “diverso”, come sapete.
Sto facendo un confronto, una comparazione, un raffronto, per giungere a una conclusione.
Comunque è un termine molto generico.
Io sono uguale a te. Noi due siamo uguali, non è vero?
In che senso? Verrebbe da rispondere. Fisicamente? Siamo uguali fisicamente, abbiamo lo stesso carattere? O cos’altro?
Per questo esistono parole simili (ecco, ho appena usato un termine non esattamente uguale ad “uguale”). esistono termini simili ma non esattamente uguali.
Quando due cose sono simili hanno qualcosa in comune, ma non sono “uguali”. Se io e te siamo simili, allora evidentemente abbiamo qualche aspetto che si somiglia, siamo simili nell’aspetto fisico o nel carattere.
Sto confrontando due cose, voglio evidenziare delle similitudini, ma non voglio dire che sono uguali. Ci sono degli elementi che si somigliano: questo si vuole esprimere con la parola “similitudine”. Spesso poi si parla di concetti diversi che vengono messi a confronto.
Potrei ad esempio cercare delle similitudini tra il funzionamento del corpo umano e il funzionamento di un computer. Le similitudini sono dei punti in comune, degli aspetti confrontabili.
Ok, allora la similitudine è diversa dall’uguaglianza. Simile non vuol dire uguale. Ma abbiamo appena parlato anche di somiglianza!
Accidenti, un altro concetto simile all’uguaglianza ed alla similitudine.
In effetti è difficile distingue la similitudine e la somiglianza.
Diciamo che se parliamo di aspetto fisico, due persone si dice che si somigliano. C’è somiglianza tra loro:
Guarda come si somigliano quei due, sembrano fratelli!!
Si parla quasi sempre di aspetto esteriore ed anche di carattere, se parlo di persone.
Si parla spesso anche di somiglianza di gusti, o di carattere tra due persone.
Anche due situazioni si possono somigliare.
Difficile distinguere simile da somigliante. Alcune volte vanno bene tutti e due.
Altre volte no però:
Se io dico:
Oggi mi stai trattando come un estraneo. Come se non mi conoscessi.
Allora posso dire: oggi mi stai trattando in modo simile ad un estraneo.
Qui sto facendo non un confronto esteriore o nel carattere, ma confronto un concetto presentandolo in paragone con un altro. In questi casi posso usare solo “simile”.
Fin qui tutto chiaro giusto?
Quando faccio un confronto, lo faccio a scopo di valutazione. Faccio un accostamento, avvicino degli elementi (due o anche di più) e li comparo, li confronto, li raffronto.
Ci sarebbe anche la similarità: una cosa similare ad un’altra.
E’ la stessa cosa che simile, ma solo meno legata all’aspetto esteriore e più formale.
Ho visto delle scarpe in un negozio, poi le ho acquistate in un altro, ma il prezzo era similare.
L’uguaglianza, comunque, è un concetto particolare. Si usa nella matematica (a=b) e si usa anche quando facciamo accostamenti negativi:
Questi ragazzi di oggi sono tutti uguali! Tutti attaccati al loro cellulare!
In questo modo si fa sempre in modo negativo comunque, si tratta di etichettare delle persone, facendo una generalizzazione che li racchiude tutti. Attaccare un’etichetta sopra una categoria di persone non è mai per fargli un complimento.
Ma posso usare uguale anche quando parliamo di diritti e doveri. Quando parliamo di uguaglianza spesso voglio indicare delle medesime condizioni di parità rispetto a un certo criterio di confronto.
Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge
Posso esprimere questo concetto? Come no, e tra l’altro questo lo dice la Costituzione Italiana, ma lo dice usando parole un po’ diverse. Sapete che la legge usa un linguaggio a volte un po’ più formale. L’art. 3 della Costituzione Italiana dice:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Quindi i cittadini sono sono eguali davanti alla legge. Un termine sicuramente meno usato, un po’ più formale ma sicuramente lo trovate spesso nello scritto. Meno sicuramente nel parlato. Ad ogni modo l’eguaglianza è come l’uguaglianza, ma si usa solo in ambito di diritti.
Si parla di eguaglianza di tutti davanti alla legge. Molto meglio usare eguaglianza in questi casi: tutti capiranno che si sta parlando di diritti e di persone.
I cittadini hanno pari dignità sociale. Quindi hanno uguale dignità sociale? Sì, certo, ma in questo caso la “dignità sociale” è qualcosa che può avere dei livelli: più o meno dignità.
La “stessa” dignità quindi andrebbe già meglio anziché “uguale” dignità. Pari dignità è ancora meglio, perché serve a mettere sullo stesso livello due cose che stiamo confrontando. Qui solo il livello può cambiare, quindi si usa pari dignità.
Allo stesso modo posso dire:
io e te siamo pari di età, di statura e di forza.
Abbiamo la stessa forza? Certamente, ed abbiamo, posso dire, anche pari diritti e pari doveri. I nostri diritti e doveri sono eguali.
Passiamo all’identità.
Che bel cane che hai, una volta ne avevo uno proprio identico!
Se uguale ha la caratteristica di essere generico, identico si usa quando due cose sono proprio uguali, ugualissimi verrebbe da dire (ma “ugualissimi” non esiste!). Neanche “molto uguali” si può dire. invece possiamo dire che due cose sono identiche. In tal caso queste due cose sono esattamente coincidenti, corrispondono esattamente in tutto e per tutto, sono uguali punto per punto.
Questo quadro è una copia identica all’originale.
Quindi si tratta di un quadro perfettamente uguale, in tutti i suoi punti.
La mia opinione è identica alla tua
Quindi io la penso esattamente uguale a te.
Io e te abbiamo gli stessi identici gusti in tema di libri
Quindi a noi due piacciono gli stessi tipi di libri. I nostri gusti sono esattamente gli stessi.
Sono uguali? Sì, sono uguali, ma sono più che uguali. E’ troppo poco dire “uguali”.
Posso anche dire:
Abbiamo i medesimi gusti
Abbiamo la medesima opinione
Se usate medesimi e medesime, al plurale, volete dire gli stessi, le stesse.
Potete quindi sostituire medesimi con “stessi”.
Abbiamo gli stessi gusti
Abbiamo le stesse opinioni
E’ vero, sono cose uguali, di questo state parlando, ma la parola medesimi (anche al singolare: medesimo o al femminile: medesime) oltre ad essere più efficace di “stessi” o “stesso” (ed anche più formale) si usa soprattutto in un caso:
Quando state facendo un confronto, volete dire che due cose hanno una cosa in comune, non che ce l’hanno uguale:
Occorre garantire che tutti gli uomini abbiano i medesimi diritti.
C’è una differenza rispetto ad “uguali” o “identici”.
Non stiamo parlando di due cose: il medesimo è uno solo.
Il medesimo diritto è lo stesso diritto che abbiamo tutti e due. I medesimi diritti è la stessa cosa. Sono gli stessi diritti per entrambi.
Io e te abbiamo i medesimi diritti
Ci sono dei diritti quindi. Io ho quei diritti, e anche tu li ha, e sono gli stessi.
Io non ho dei diritti, tu i tuoi e questi sono uguali, ma gli stessi diritti sono di entrambi, appartengono ad entrambi.
Quindi ci sono degli obblighi che vanno rispettati, e tutti hanno gli stessi obblighi, i medesimi obblighi.
Non posso dite che “i nostri obblighi sono uguali” o che sono identici” perché gli obblighi sono sempre quelli.
Medesimi quindi è come dire “stessi”, è solo più formale, ma sia stessi che medesimi si usano in questo caso.
Vediamo qualcosa di più divertente:
Giovanni ha il naso spiccicato al mio!
Prima abbiamo visto identico. Spiccicato è informale e, come accade sempre nel linguaggio informale, riesce sempre a essere ancora più chiaro nel suo significato.
Generalmente parliamo di cose materiali: viso, parti del corpo, persone:
Giuseppe è spiccicato a mio marito
Tu invece sei spiccicato a mio fratello.
Giuseppe quindi è proprio uguale, “tale e quale” di può anche dire, a mio marito, e tu invece sei proprio identico a mio fratello. Da dove viene questa parola: “spiccicato”.
Pensate alle cose appiccicose, che cioè si attaccano, che si appiccicano. Pensate ad appiccicare due cose tra loro, con la colla, l’una di fronte all’altra, in modo che combacino perfettamente, che siano unite, in modo che coincidano perfettamente.
Perché lo faccio? Beh, ad esempio perché voglio che siano uguali.
Questa è l’immagine da usare, per capire che due cose sono “spiccicate”. Si dovrebbe dire “appiccicate” ma questo verbo si usa per dire “attaccate”, due cose “attaccate” tra loro son oappiccicate.
Invece due cose uguali identiche sono spiccicate tra loro, perfettamente uguali.
Poi in realtà spiccicare vuol dire anche staccare, togliere la colla, dividere due cose. Il contrario di appiccicare è spiccicare.
Prima posso appiccicare due oggetti, e poi posso spiccicarli.
Anche in senso figurato si dice spesso:
Non riesco a spiccicare parola!
Questo non ha nulla a che fare con l’uguaglianza. ma lasciamo perdere il verbo spiccicare.
Due cose spiccicate sono uguali, “tali e quali“, che è ancora un altro modo per esprimere l’uguaglianza assoluta.
A proposito di “tale”. Conoscete il detto:
Tale padre, tale figlio
Una espressione che indica che il figlio ha seguito l’esempio del padre.
Tale e quale invece è un’altra espressione che potete usare al posto di “uguale”, o meglio ancora a identico o spiccicato.
Io sono tale e quale a voi
Un modo utilizzatissimo per esprimere uguaglianza.
Un imitatore, colui che imita le persone, che per mestiere cerca di somigliare a personaggi famosi, ha un obiettivo: sembrare tale e quale ai personaggi che imita.
Tra uomini si potrebbe dire:
Le donne sono tali e quali in tutto il mondo
Ovviamente si potrebbe dire anche degli uomini.
Oppure io potrei dire:
I cellulari di oggi sono tali e quali a quelli di 10 anni fa?
No, per niente! Sono cambiate moltissime cose: c’era Whatsapp dieci anni fa? No. Non è la stessa cosa senza Whatsapp.
Esistono le medesime applicazioni sui cellulari? Per niente. Sono cambiate completamente in dieci anni.
Le batterie sono tali e quali a quelle di oggi? Ci sono le stesse batterie?
Ma quando mai! Sono diversissime. Durano di più adesso, e priva si toglievano, micacome adesso!
In poche parole i cellulari di oggi non somigliano per niente a quelli di 10 anni fa. E’ un confronto che non si può fare!
Un saluto a tutti. E grazie delle vostre donazioni.
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Benvenuti in questa nuova rubrica di Italiano Semplicemente, massimo due minuti, per chi non ha mai tempo ma non vuole abbandonare la lingua del cuore e vuole ripassare alcune espressioni italiane. Iniziamo subito con “due minuti“.
E’ un’espressione?
Non è una vera espressione ma si usa spesso. Ascoltiamo qualche esempio:
Quanto ti manca ancora?
Due minuti. Giuro!
Aspettami ancora due minuti!
Scendo tra due minuti!
Aspettami ancora due minuti!
Giuro, tra due minuti ti raggiungo!
Arrivo tra due minuti
Due minuti e sono da te!
Quanto ti manca ancora? Dai non farmi aspettare!
Giuro, tra due minuti ti raggiungo!
Sì, sì, ci credo, ci credo…
Ovviamente la usano soprattutto le donne e questi due minuti diventano due ore, ma non è il nostro caso.
Può significare subito, o quasi subito. Si usa anche 5 minuti e questo vuol dire spesso 20 minuti… non proprio subito!
Ci sentiamo domani: due minuti, 120 secondi, due sessantesimi di ora, ooc più di un millesimo della vostra giornata. Capirai, che sarà mai!
Esercizio
Quanti secondi ci vogliono per fare due minuti?
Si usa spesso nel caso di appuntamenti e si tratta di _ _ _ _ _ _ _ _ _ che qualcuno si prepari
Quando si devono aspettare due minuti, spesso questi due minuti possono A _ _ _ _ _ _ _ E
Aspettami, tra due minuti ti R _ _ _ _ _ _ _ _
A _ _ _ _ _ tra due minuti
S _ _ _ _ _ tra due minuti
Quanto ti M _ _ _ _ ancora?
Due minuti e _ _ _ _ da te!
Se dico che arrivo tra due minuti, spesso non sto esattamente per _ _ _ _ _ _ _
“Scendo tra due minuti” è più vicina a “ancora un po’ e arrivo” oppure a “sto scendendo”?
Risposte
Risposta: ci vogliono 120 secondi
Si usa spesso nel caso di appuntamenti e si tratta di ASPETTARE che qualcuno si prepari
Quando si devono aspettare due minuti, spesso questi due minuti possono AUMENTARE
Aspettami, tra due minuti ti RAGGIUNGO
ARRIVO tra due minuti
SCENDO tra due minuti
Quanto ti MANCA ancora?
Due minuti e SONO da te!
Se dico che arrivo tra due minuti, spesso non sto esattamente per ARRIVARE
Ciao ragazzi, facciamo oggi un bell’esercizio dedicato alle preposizioni semplici ed ai mestieri, cioè le professioni, vale a dire ai lavoro. In questo esercizio racconterà una storia in cui vengono utilizzate le espressioni idiomatiche spiegate sul sito italianosemplicemente.com dal 2015 fino ad oggi.
Nella spiegazione scritta, però, mancheranno le preposizioni semplici.
Di conseguenza sta a voi scrivere le giuste preposizioni da utilizzare, dopodiché potrete guardare ed ascoltate la soluzione domani, quando pubblicherà la soluzione con tutte le preposizioni semplici da usare nelle varie parti del testo: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.
Vi parlerò dell’apprendimento della lingua italiana secondo Italiano Semplicemente. Ogni volta che si presenterà una preposizione semplice vedrete uno spazio vuoto sul testo e ascolterete un “bip” nel file audio.
Domani invece potrete leggere e ascoltare la soluzione.
L’apprendimento secondo Italiano Semplicemente.
Come sapete, il sito Italiano semplicemente.com è basato sulle sette regole d’oro che vado____seguito ad elencare:
2) Usare i tempi morti____ascoltare. Questa è la seconda regola d’oro____cui far riferimento: quali sono i tempi morti? Mentre si fa colazione, al bagno (anche facendo la doccia), quando siete____viaggio, mentre si fa la spesa, lavando i piatti eccetera. Una cosa importante: se ci sono persone attorno____voi, magari parlate____voce bassa o nella vostra testa, ma se avete la faccia____bronzo non sarà un problema. ___ l’altro, non aver paura____essere giudicati e____fare brutte figure è sicuramente un punto____vostro vantaggio.
Lo stress, uno dei nemici____sconfiggere. Se non volete perdere la voglia____imparare, dovete armarvi____pazienza e aspettare che le prime due regole d’oro diano i risultati. Vedrete che scoprirete una cosa fondamentale nell’apprendimento della lingua, e se finora avete ascoltato o studiato stressati, adesso che conoscete questa regola, vi rifarete____gli interessi.
4) Apprendere attraverso delle storie ed emozioni. Questa è la quarta regola____usare. Cosa vuol dire? Non imparate frasi o singole parole: ascoltate delle storie, ascoltate dei podcast, un discorso compiuto che metta____moto il vostro cervello. Il contesto vi aiuterà____capire ciò che non riuscite____capire attraverso una singola frase; se non conoscete una parola, le altre parole del discorso vi aiuteranno. Le emozioni non vi faranno distrarre e non vi stancherete____ascoltare. Ma questa è una regola importante anche____chi insegna. Il mio ruolo è importante: sarà mia la responsabilità nel non farvi annoiare.
6) Sesta regola d’oro: Domande e risposte sulle storie ascoltate: I principianti e anche chi ha un livello più alto, deve esercitarsi____subito e provare____rispondere (con la propria voce)____delle facili domande____quanto ascoltato,____questo modo l’apprendimento diventa attivo, non passivo: voi partecipate attivamente e così imparare ad usare parole diverse, parole alternative, verbi e tempi diversi. Ci sono diversi modi____rispondere alla stessa domanda.
7) Parlare: l’ultima regola ma non____importanza. Oggi abbiamo i social, abbiamo whatsapp, abbiamo le chat____cui possiamo parlare____persone____ogni parte del mondo.
Usate tutti questi strumenti____parlare,____ascoltare e____scrivere, ma soprattutto____parlare, perché una lingua non si chiamerebbe così se non si dovesse parlare.____questo modo, rispettando queste sette regole d’oro, va____sé che ci sarà un miglioramento del vostro livello____italiano e questo avverrà anche____modo veloce. Gli amanti della grammatica si mettano l’anima____pace.
Spero che questo episodio rispetti le sette regole d’oro e che voi possiate riuscire____terminare l’ascolto avendo la voglia____rifarlo altre volte. Provate____stampare il dialogo e____riempirlo____le preposizioni semplici. E ascoltate poi la soluzione nel secondo file audio che trovate____questo episodio.____chi è interessato, abbiamo realizzato altri episodi dedicati alle preposizioni semplici. Date un’occhiata se avete tempo.____poco questo episodio sarà terminato. Solo il tempo____un saluto e un’ultima raccomandazione: trovate un amico____cui condividere i vostri episodi: farlo____due sarà più piacevole e produttivo!
Che voi siate italiani oppure no, sappiate che non ha alcuna importanza. È questa la frase idiomatica oggetto di spiegazione oggi. Chi vi parla è la voce di Italiano Semplicemente, Giovanni.
Bene è interessante notare l’uso del verbo lanciare.
Sapete cosa sono le frecce? Frecce si scrive senza la lettera i, a differenza del singolare freccia.
Le frecce stanno all’arco come i proiettili stanno ad un’arma da fuoco.
Le frecce le usano gli indiani, e sono un’arma. Si lanciano o si tirano oppure si scoccano o si scagliano. Le frecce le usano gli arcieri, che sono i tiratori d’arco, ad esempio dei soldati muniti di arco e frecce addestrati per lanciare delle frecce.
Esistono anche le freccette, ed anch’esse si lanciano. Sono delle piccole frecce che si afferrano con due dita e si lanciano contro un piccolo bersaglio. Un gioco da ragazzi in pratica. Si tratta del gioco delle freccette.
E le frecciate? Non sono come le freccette (anche freccette si scrive senza la lettera i). La parola frecciata è analoga alla parola sassata. Quando lancio un sasso, una pietra, do una sassata, tiro una sassata. Posso ad esempio dire che sono stato colpito da una sassata, cioè da un colpo di sasso.
Analogamente potrei dire che se qualcuno mi lancia una freccia, potrei essere colpito da una frecciata. In realtà però questo termine frecciata si usa in senso prevalentemente figurato. Cosa vuol dire?
Una frecciata non si lancia con l’arco bensì con lo sguardo, oppure con delle parole. Evidentemente l’effetto deve essere simile, quindi quantomeno pungente!
Quello che voglio dire è che quando una persona lancia una frecciata a qualcuno vuol dire che ha fatto una battuta, una battuta maliziosa, maligna, una allusione pungente. Oppure semplicemente ha lanciato uno sguardo ugualmente pungente.
Vi faccio alcuni esempi:
Siamo in ufficio e precisamente in una riunione. Io sto spiegando alcune cose al capo, al direttore diciamo, e sono presenti anche tutti i miei colleghi.
Il direttore chiede: come vanno le cose nell’ufficio?
Io rispondo: abbastanza bene, a parte qualche discussione ogni tanto.
A questo punto mi accorgo che una mia collega (diciamo che ad esempio si chiama Katia) mi sta guardando, mi sta fissando, cioè guardando intensamente, come se volesse che io la guardassi.
Katia non può dire nulla ovviamente perché siamo in riunione, ma se potesse, a giudicare dallo sguardo, credo mi direbbe:
Ma cosa stai dicendo? Stai dicendo al direttore che in ufficio ci sono discussioni? Ma come ti viene in mente?
Ma questo non può dirlo, ed allora continua a lanciarmi frecciatine con lo sguardo, per farmi capire che ho sbagliato. Direi che mi ha quasi fulminato con lo sguardo.
Poi un altro collega (Giuseppe) interviene e dice:
sì, in effetti alcuni colleghi hanno discusso ma in tutti gli uffici si discute un po’. Il tempo comunque premierà chi lavorerà di più e parlerà meno.
Questa è ancora una frecciatina. Molto spesso si usa il diminutivo: una frecciatina, per indicare che è meno grave della frecciata. In cosa consiste la frecciata o frecciatina di Giuseppe?
Giuseppe ha detto che il tempo premierà chi lavorerà di più e parlerà meno, e dicendo questo fa una allusione velata (leggermente nascosta) a me che ho osato dire che ci sono discussioni: ho parlato troppo, sono io che ho parlato troppo, e questo non mi premierà in futuro. Questo voleva dire Giuseppe.
Una frecciatina pertanto può essere lanciata con lo sguardo, con una “occhiataccia“, oppure con le parole, con una battuta “al vetriolo“.
Questi sono due termini molto usati: un’occhiataccia è una brutta occhiata, uno sguardo volto a ferire. Un’occhiataccia è molto simile alla frecciata: è una breve, rapida occhiata volta a fare un dispetto, o a rimproverare, a volte a minacciare.
L’occhiataccia è un termine più informale di frecciata ma direi equivalente. Potrei dire anche un’occhiata al vetriolo, come ho detto prima, o uno sguardo al vetriolo, o una frecciata al vetriolo.
Per vetriolo, nel linguaggio del popolo, si intende un acido, l’acido solforico fumante, che quindi corrode in un istante. Se quindi faccio una battuta al vetriolo, se lancio un’occhiata al vetriolo – è importante la preposizione “al” davanti – significa che c’è uno spirito polemico aggressivo, impietoso (senza pietà), volto a far male come l’acido.
Una frecciata in effetti fa male quando si riceve. Che si tratti di una occhiataccia, di una risposta al vetriolo, o di una battuta velenosa (si usa anche questo aggettivo a volte: velenosa come il veleno di un serpente) una frecciata non si dimentica.
C’è ovviamente chi preferisce parlare chiaramente ed apertamente, senza lasciare spazio all’allusione ed al veleno di un’occhiataccia e di una frecciata.
Volevo anche dire che le parole frecciata e frecciatina fanno pensar e anche ad altre parole che hanno un legame e che possono essere usate in circostanze simili.
Ad esempio il “sarcasmo“: è questo il nome che si dà ad una forma di ironia puntenge, con la quale si intende offendere o ferire una persona. E’ un atteggiamento di alcune persone o a volte proprio una caratteristica di alcune persone, che sono spesso sarcastiche. Spesso fanno battute allusive, ovviamente offensive. Un semplice commento può essere sarcastico, un sorriso, una frase detta con un certo tono. Un’espressione può essere sarcastica.
Il sarcasmo è molto fastidioso, è bene sottolinearlo.
Un’altra parola usata in queste circostanze “stoccata“, termine che viene dallo sport della scherma, ed è un colpo che colpisce il bersaglio.
Lanciare una stoccata (si usa lo stesso verbo di frecciata) significa colpire una persona, ferirla con una battuta, una frase, con una risposta al vetriolo. Questo avviene direttamente, come si fa con la frecciata. In effetti i termini sono molto simili. La stoccata è meno allusiva in generale. E’ un rimprovero più diretto a volte.
Posso usarla anche nel linguaggio di tutti i giorni:
Vai tu a fare la spesa caro? Così potrai incontrare la cassiera del supermercato che ti fa grandi sorrisi!
Ecco, questa è una stoccata!
Parlare “tra le righe” è un’altra espressione simile che si usa quando si dice una cosa e in realtà se ne vuole dire un’altra, oppure entrambe. Anche in questo caso si gioca con le parole facendo allusioni più o meno nascoste. Le righe sono quelle che state leggendo, una serie di parole disposte orizzontalmente sulla stessa linea in una pagina scritta. Tra le righe c’è uno spazio vuoto, e dunque leggendo “tra le righe” di un discorso si può leggere qualcosa che non è scritto e che non poteva essere scritto per diverse ragioni.
Un altro termine che si usa in caso di critiche è il “pettegolezzo“, che è il parlare alle spalle di qualcuno. Si tratta di chiacchiere di corridoio, spesso di notizie senza un fondamento di verità, una voce falsa messa in giro da qualcuno. La differenza tra una frecciata ed un pettegolezzo è che chi lancia frecciate lo fa direttamente al destinatario – è vero, facendo una allusione – ma l’obiettivo è ferire, far male.
Invece il pettegolo e la pettegola sono persone che parlano male di una persona ma parlandone con altre persone: non direttamente ma alle spalle. Si possono fare pettegolezzi anche su una società, su una squadra, ma generalmente sono sempre persone l’oggetto principale di un pettegolezzo. Molto simile a “chiacchiera” come termine, ed il “chiacchierone” è quindi simile al “pettegolo“: entrambi dicono cose “infondate“, cose cioè che non hanno fondamento, cioè non si può dimostrare che siano vere.
Quindi ricapitoliamo: una frecciata è a volte uno sguardo, un’occhiataccia, altre volte è una battuta pungente, e ha origine dal termine freccia, che insieme all’arco costituisce l’arma degli arcieri. Il senso figurato della freccia deve dare l’idea di far male, colpire, attraverso però una frase poco chiara, vagamente allusiva, una insinuazione maliziosa spesso. Se la persona offesa risponde, facendo notare l’offesa, chi ha lanciato la frecciata può sempre dire: ma io scherzavo, non volevo dire questo!
Si usa quasi sempre il verbo “lanciare” con le frecciate. Non si usa mai o quasi mai scoccare, a volte si usa scagliare e quasi mai tirare. Questi tre verbi sono riservati alle vere frecce.
Adesso facciamo un piccolo esercizio: provate a riformulare la frase in modo equivalente nel significato ma usando il termine “frecciata” o “frecciatina“:
Andrea mi ha fulminato con lo sguardo.
Andrea mi ha lanciato una frecciata.
Giovanni mi ha fatto una battutaccia allusiva in riunione!
Giovanni mi ha lanciato una frecciata in riunione.
Queste insinuazioni pubbliche non le sopporto più!
Queste frecciate lanciate pubblicamente sono insopportabili!
Paolo deve smetterla di darmi stoccate!
Paolo deve smetterla di lanciarmi frecciate!
Bene ragazzi, spero che io sia riuscito a spiegarmi bene. Al prossimo episodio di ItalianoSemplicemente.com.
Grazie infine a tutti coloro che ci sostengono: associati e donatori.
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Ciao ragazzi, oggi spieghiamo la frase “la solita solfa“.
Si tratta di un nuovo episodio di Italiano Semplicemente ed io, come di consueto, sono Giovanni, abito a Roma e sono il vostro professore di italiano.
Allora, “la solita solfa” è la frase di oggi.
Una espressione informale, che quindi si usa solamente nel linguaggio parlato, soprattutto tra amici e conoscenti.
Vediamo cosa significa.
“La solita“: comincia così la frase.
“Solita” è un aggettivo e significa conforme alla consuetudine, uguale alle altre volte, quindi una cosa “solita” è una cosa consueta, abituale.
Si sente dire spesso ad esempio:
Ci vediamo alla solita ora
Il che significa: ci vediamo alla stessa ora di sempre, ci vediamo all’ora in cui ci vediamo abitualmente, quando ci vediamo sempre. Insomma, alla stessa ora, al solito orario.
Si sente spesso anche dire:
Siamo alle solite!
E questa è una frase che viene pronunciata quando una persona è stanca di veder accadere sempre le stesse cose. Cose che si ripetono invariabilmente e sistematicamente ogni volta.
Sono stufo di sentire sempre i soliti discorsi
Anche questa frase è abbastanza standard come forma di lamentela orale.
Sei sempre il solito imbranato!
Anche questo tipo di frasi è molto frequente nei dialoghi informali: una persona esprime il proprio pensiero rivolgendosi ad una persona ed accusandola di essere sempre il solito… imbranato ad esempio, ma posso usare qualsiasi tipo di aggettivo!
In poche parole, “solito” e “solita” esprime una ripetizione e anche la mancanza di una novità, e generalmente è un termine che si usa in caso di lamentele.
La parola che segue nella nostra frase è “solfa” che è una parola apparentemente molto strana.
Cos’è una solfa?
La parola deriva dall’unione di due parole: sol e fa.
Sol e fa sono due note musicali, due delle sette note musicali: do, re, mi, fa, sol, la, si.
Di queste note musicali si considerano sol e fa esattamente in questo ordine.
Perché proprio queste due note? e perché in questo ordine?
Il motivo è che solfa è il nome con cui una volta, molto tempo fa, veniva chiamato il “solfeggio”, che è una attività che praticano coloro che imparano la musica. All’inizio, una delle attività che vengono fatte nelle scuole di musica è proprio il solfeggio.
Ricordo di averlo fatto anch’io da giovane. Ricordo ancora i movimenti con la mano ed i vocalizzi che prevedeva il solfeggio: doooo, reeee, miiiii eccetera, ed allo stesso tempo occorreva fare un movimento particolare con la mano, questo per imparare i tempi della musica e le varie note.
Quindi il solfeggio, lo avrete capito, è un’attività molto noiosa e ripetitiva. Bisogna fare sempre lo stesso tipo di esercizio finché non si riesce a legge un brano musicale. é importante ma comunque resta una cosa molto noiosa da fare.
La parola solfa quindi si porta dietro questo significato, legato inevitabilmente alla noia ed alla ripetizione.
Quindi la frase “la solita solfa” contiene due volte lo stesso concetto di ripetizione, arricchito anche da un po’ di noia. Inoltre nella frase “la solita solfa” non c’è nulla che faccia riferimento all’utilità.
Di solito è una frase che si usa quando si ascolta un discorso da una persona, per indicare che questo discorso lo si è già ascoltato in molte altre occasioni ed è sempre lo stesso, non cambia per niente.
Ad esempio, se assisto ad una lezione all’università dedicata ad un certo argomento e questa lezione viene fatta ogni volta usando le stesse parole e le stesse frasi, posso dire che la lezione è stata sempre la solita solfa. Ovviamente questo avviene in contesti informali.
Com’è andata la lezione? Interessante?
Macché, sempre la solita solfa!
Cioè?
Cioè il professore ha parlato delle solite cose, delle cose di cui parla sempre, tutti gli anni
Evidentemente la lezione è stata molto noiosa.
Si usa anche quando si ascolta un rimprovero, da parte di un genitore ad esempio.
Sono rientrato molto tardi sabato sera, ed al mio rientro mia madre mi ha fatto il solito discorso di sempre: che devo rientrare prima e che devo avvisare, che altrimenti mi toglie il telefono e che non mi fa più uscire da solo eccetera eccetera, insomma, niente di nuovo, sempre la solita solfa!
A volte si usano espressioni simili. Basta cambiare la parola finale. A volte si usa la parola “tiritera“, un discorso lungo e monotono.
Stessa cosa per le parole “cantilena” e “filastrocca“, che trovano un utilizzo a volte anche al di fuori dei contesti adatti ai bambini.
Una lunga successione di parole, fastidiosa e ripetitiva, proprio come le filastrocche che si cantano ai bambini, piccole canzoni, piccoli componimenti che hanno delle rime e dei versi. Abbiamo visto in un passato episodio una filastrocca: ambaraba cicci coccò, episodio che vi invito ad ascoltare se volete.
La parola cantilena è abbastanza simile, indica più una melodia, una canzone quindi, che ha però un ritmo abbastanza lento e anche monotono, come una ninnananna ad esempio, quelle canzoncine che si cantano ai bambini per farli addormentare. Questa è la cantilena: dormi bambino, della tua mamma, eccetera eccetera. Una melodia appositamente ripetitiva e noiosa che funge da sonnifero per i bambini. Ricordo però con affetto quando mi venivano cantate le ninannanne per addormentarmi.
Ad ogni modo la frase “la solita solfa” dà un’idea di noia più accentuata di quanto non faccia “la solita cantilena” o “la solita filastrocca”.
“La solita tiritera” è ugualmente efficace direi. Spero di non avervi mai annoiato tanto da farvi pronunciare una qualsiasi di queste frasi. Prima che lo facciate, come al solito, vi propongo la solita solfa della ripetizione, per fare in modo che possiate ricordare meglio questa frase.
Provate ad imitare anche il mio tono di voce e vedrete che riuscirete persnmoa divertirvi.
Ufff… questa lezione è la solita solfa….me ne vado!
Oddio, adesso che mia madre ha scoperto che ho rotto la macchina mi farà la solita solfa che non abbiamo soldi per ripararla!
Ecco, questo traffico mi farà fare tardi e mi toccherà sentire la solita solfa del mio dirigente! Che pizza!
Che noia questo discorso, la solita tiritera di ogni volta!
A ritroso. Questa è l’espressione di oggi. Buongiorno a tutti da Giovanni e da italiano semplicemente.
L’espressione di oggi è abbastanza semplice, e credo sarà molto utile a voi stranieri che volete migliorare il vostro livello di italiano perché è una di quelle espressioni che difficilmente un italiano usa quando parla con una persona straniera.
L’espressione ha a che fare con il carattere di una persona, ma ancora più spesso si usa quando si parla di movimenti del corpo e anche di memoria.
Riguardo al primo aspetto, si dice che una persona ha un carattere un po’ ritroso, oppure che è ritroso o che il suo atteggiamento è un po’ ritroso, significa che questa persona è di carattere riservato, vale a dire che non parliamo di una persona molto espansiva ed estroversa, ma piuttosto di una persona introversa, riservata, che non ama molto comunicare con gli altri. Possiamo anche dire che questa persona è schiva, che tende a volte ad evitare le persone, a farsi i fatti suoi, in qualche maniera. Le persone schive sono persone ritrose, ma c’è qualcosa in più nella ritrosia.
Chi ha un atteggiamento di ritrosia, molto spesso fa opposizione, è contrario alle proposte che vengono fatte. Si usa molto più spesso la parola ritrosia però piuttosto che l’aggettivo ritroso.
Cos’è quest’ atteggiamento di ritrosia?
A volte si utilizza anche la scontrosità come caratteristica. Entrambe sono caratteristiche che si manifestano, si mostrano nei rapporti umani, nelle relazioni con gli altri.
Ricordiamoci la parola “contrario“, quando parlavo di atteggiamento contrario, oppositivo delle persone ritrose.
Ebbene, se davanti alla parola “ritroso” mettiamo la preposizione “a”, resta il senso della contrarietà, ma cambia il contesto.
Non parliamo più del carattere di una persona e del suo atteggiamento schivo e contrario, ma parliamo di un:
movimento a ritroso
Oppure di:
Procedere/andare a ritroso
Se parliamo di movimenti, andare a ritroso è muoversi a ritroso vuol dire fare un movimento all’indietro.
Il nostro corpo normalmente va in avanti giusto? Ebbene dobbiamo fare il contrario (ecco la parola che dovevate ricordare).
Camminare a ritroso è muoversi a ritroso è muoversi all’indietro. Quando si usa?
Ad esempio se sto visitando una città ed ho paura di perdermi per le strade della città,se ho paura di non ricordare più la strada per tornare indietro, in mancanza di una bussola per orientarmi o di un cellulare con Google maps, potrei decidere di andare a ritroso e di ripercorrere le stesse vie del percorso di andata. Ho detto ripercorrere, che inizia per “ri”, come “ritroso” o “ripetere”.
Andare a ritroso significa quindi andare indietro, muoversi all’indietro, ripetendo i movimenti al contrario.
Posso anche dire che oggi molti italiani vanno a lavorare all’estero in alcuni paesi, facendo a ritroso lo stesso percorso che qualche anno fa facevano i lavoratori stranieri: prima venivano loro in Italia alla ricerca di lavoro, partendo dal loro paese, oggi sono gli italiani che percorrono a ritroso la stessa rotta.
Questi sono esempi di movimenti fisici.
A ritroso, ad ogni modo, si usa molto più spesso in senso figurato. Si parla sempre di muoversi all’indietro, di spostarsi all’indietro, ma stavolta lo facciamo con la mente: andare indietro nel tempo, ripercorrere con la mente al fine di ricordare o di provare piacere. Si guarda indietro, in senso contrario quindi, nella memoria.
Facciamo qualche esempio:
C’è un film. In questo film viene raccontata la vita di una persona che oggi ha 80 anni. Posso dire che in questo film si fa un viaggio aritroso nel tempo per riscoprire i momenti più belli della vita di quest’uomo. Un viaggio a ritroso nella sua adolescenza, un viaggio a ritroso nella sua città di origine, dove è nato, dove è cresciuto.
Oppure se mi sono dimenticato dove ho messo le chiavi di casa, potrei cercare di andare a ritroso per ricordare tutte le cose che ho fatto, ripercorrendo tutte le mie azioni da questa mattina.
Anche guardando una fotografia o una mostra fotografica si può fare un viaggio a ritroso nei momenti importanti della storia.
Infine un ultimo utilizzo:
Sì usa anche quando si fa qualcosa e questa cosa è il contrario a ciò che si fa normalmente. Ad esempio se io abito al centro di Roma e il mio ufficio si trova fuori rispetto al centro della città, posso dire che quando vado al lavoro e quando torno mi muovo a ritroso rispetto al traffico. Infatti il traffico è sempre al contrario, perché quasi tutte le persone vanno a lavorare al centro di roma ed abitano fuori Roma; il contrario quindi rispetto a me. Di conseguenza io non trovo mai traffico, né all’andata né al ritorno.
Voglio anche dirvi che non si usa “a ritrosa” al femminile.
Adesso vi metto alla prova. Ripetiamo qualche parola e frase e vediamo se riuscite a rispondere a qualche domanda.
Ritroso
A ritroso
Camminare a ritroso
Procedere a ritroso
Andare a ritroso
Ritrosia
Ho provato a parlarne con lui ma ho notato una certa ritrosia da parte sua
Se vado all’indietro come sto procedendo?
Sto procedendo a ritroso.
Non trovo più il mio cellulare. Per ritrovarlo potrei…. andare a ritroso per…. ripercorrere le azioni fatte finora.
Quel film mi ha fatto fare un viaggio…. a ritroso nel tempo della mia giovinezza.
Se non avete capito qualche parola andate… a ritroso e riascoltate quella parte dell’episodio una seconda volta.
Un saluto da Giovanni e da italianosemplicemente.com.
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Un’espressione molto usata dagli italiani anche perché la si utilizza in molti modi diversi.
Cominciamo ad analizzare le singole parole.
Ci è una particella di cui ci siamo occupati più volte. A volte indica un luogo: ci vado, ci vivo, ci abito, ci andrei eccetera.
A volte indica “noi”: io e i miei genitori ci vogliamo bene. Io e te ci amiamo. Noi due ci beviamo un bicchiere di vino insieme.
Altre volte è più complicato capire l’uso di ci. Questa è una di quelle volte.
Ci sono rimasto. Questa frase può essere usata sia in senso proprio sia in senso figurato.
In senso proprio ci indica un luogo. Ad esempio se mi trovo in casa e rimango in casa, nel senso che non esco di casa, posso dire che, parlando al passato:
Sono rimasto a casa
Cioè
Ci sono rimasto
“Ci” indica la casa. Quindi se ad esempio mia madre mi dice: io sono uscita di casa alle 10 e tu?
Io posso rispondere:
Io invece ci sono rimasto
Che equivale a dire:
Io invece sono rimasto a casa.
Questo è l’uso non figurato. Posso fare vari esempi di questo tipo, e ci indica sempre un luogo noto. Il nostro interlocutore capisce di quale luogo stiamo parlando e per questo possiamo usare la particella ci.
Vediamo l’uso figurato.
Quando accade qualcosa di negativo per me, qualcosa che non mi fa piacere, ma mi causa dispiacere, posso sempre dire, parlando al passato che:
Ci sono rimasto male
Al presente:
Ci rimango/resto male.
Ad esempio se un mio amico parla male di me, se io vengo a conoscenza di questo fatto, io ci rimango male. Cioè non mi fa piacere.
Posso anche dire:
Ci sono rimasto molto male quando ho saputo questo fatto.
Questo indica un sentimento negativo da parte mia.
Qualcosa mi ha colpito, ha colpito il mio orgoglio, ha colpito la mia autostima, oppure ha messo in discussione qualcosa di cui ero convinto, o qualche cosa di molto importante per me.
Sì tratta di una frase al passato ovviamente in questo caso. Si usa quasi sempre al passato. A volte posso anche usarla al prseente ma è più raro. Ad esempio:
Se una persona mi offende ci resto/ci rimango male.
I verbi rimanere o restare sono quasi equivalenti.
Io resto a casa, io rimango a casa
Io ci resto, io ci rimango
Siamo rimasti da soli, siamo restati da soli
Quanti soldi ci restano? Quanti soldi ci rimangono?
Tu resti del tuo parere, tu rimani del tuo parere
Rimanere e restare sono quindi usati quasi sempre indifferentemente in tutti gli utilizzi.
Anche il termine resto e rimanenza hanno lo stesso significato.
Certo, il termine resto è molto più usato, ma è solo una questione di abitudini e di usanze. Ad esempio la frase:
Il resto è mancia
Questa è la frase che si usa per lasciare la Mancia (cioè di soldi) come premio o ringraziamento o solo per cortesia al ristorante.
Nessuno dice “la rimanenza è mancia”, ma non sarebbe scorretto.
Comunque “restarci male” è nell’uso comune della lingua italiana, usata per indicare un leggero dispiacere. Non si può usare in casi gravi infatti.
Se ad esempio muore una persona, difficilmente sentirete che qualcuno c’è rimasto male. Inoltre la parola “male” alla fine della frase posso anche toglierla:
“ci sono rimasto“, espressione che non prevede parole aggiuntive.
In questo caso ha non sempre lo stesso rispetto a “ci sono rimasto male”.
“Ci sono rimasto” indica solamente un forte stupore, incredulità, per aver appena ascoltato qualcosa di strano, di incredibile, di sorprendente e spesso, bisogna dirlo, anche qualcosa di sgradevole, di inaspettato ma anche di negativo.
Altre volte invece può stupirci anche una notizia positiva.
Ad esempio:
Sai che ho saputo? Francesco, quel ragazzo che tutti dicevano fosse non molto intelligente, ricordi? Ebbene, ha ottenuto il premio nobel per una importante scoperta scientifica. Appena l’ho saputo ci sono rimasto!
Oppure :
Se c’è un mio amico che non vedo da molto tempo e che ricordo come una persona onestissima, se vengo a sapere che è stato arrestato per furto, io ci rimango, nel resto che resto stupito, meravigliato. C’è un senso di incredulità, di stupore, verso qualcosa di inaspettato che va contro ciò che pensavo, va contro i miei convincimenti.
In tutti questi casi posso dire che “ci sono rimasto” quando ho saputo questa notizia.
Dicevo che si usa soprattutto al passato, quindi si utilizza soprattutto quando si racconta un avvenimento a qualcuno.
Sai che hanno arrestato il mio amico per furto? Appena l’ho saputo ci sono rimasto.
Ci sei rimasto? Perché?
Ci sono rimasto perché me lo ricordavo come una persona onestissima. Non mi aspettavo una cosa del genere. Ci sono veramente rimasto.
Non è necessario aggiungere “male” anche se sarebbe la stessa cosa.
Possiamo dire che “ci sono rimasto” è più distaccato rispetto a “ci sono rimasto male” perché in fondo non si è trattato di un’offesa personale. Un grosso stupore e basta.
Attenti perché “restarci” o “rimanerci” ha anche un significato aggiuntivo. Piuttosto macabro direi.
Infatti si usa anche quando una persona perde la vita, cioè muore.
Anziché dire “è morto” spesso si sente dire “c’è rimasto”.
Restarci, rimanerci ha anche questo utilizzo. Ci sono anche versioni più simpatiche per indicare la morte di qualcuno:
C’è rimasto secco
C’è rimasto stecchito
Anche lo stupore poi si può esprimere in modo più simpatico:
Ci sono rimasto di stucco
Ci sono rimasto di sasso
Vedete che nel caso della morte, come bel caso dello stupore, c’è un elemento comune che viene dal verbo restare e rimanere.
Quando sono stupito, meravigliato, per un attimo il mio corpo è immobile, non si muove. Lo stupore è tale che il mio corpo per qualche secondo non si muove. “Rimanere di sasso” si basa proprio sulla figura del sasso, della pietra che non si muove per sua natura. E la morte?
È l’espressione massima dell’immobilità non credete?
Spero non ci siate rimasti male da questo mio confronto tra lo stupore e la morte. Probabilmente qualcuno ci sarà rimasto di sasso, ma adesso avrà anche lui o lei una nuova espressione da utilizzare.
Un breve esercizio di ripetizione:
Ci resto male
Ci rimango male
Restarci male
Rimanerci male
Ci sono rimasto
Ci sei rimasto vero?
Appena saputo ci siamo tutti rimasti!
Ci sono tutti rimasti appena l’hanno saputo.
Ci siete rimasti anche voi?
Grazie a tutti dell’ascolto ed al prossimo episodio di italiano semplicemente. Un saluto da Giovanni.
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Un’espressione informale ma molto utilizzata all’orale. Ha a che fare con le informazioni e con le regole. Usata prevalentemente con il verbo passare, trasmettere, dare.
Ciao a tutti, “chi di dovere” è l’espressione che voglio spiegarvi oggi. Io sono Giovanni e voi state ascoltando un nuovo episodio di italianosemplicemente.com.
Tre parole compongono questa frase, questa espressione, che si usa solamente nella forma orale.
Chi è un pronome, è significa “colui che” o “colei che” cioè “la persona che“. Quindi chi indica una persona. Non si può quindi usare per gli animali e per gli oggetti.
Di è una preposizione semplice. Si usa in moltissimi casi diversi. Vi consiglio un episodio dedicato proprio alle preposizioni semplici.
La parola dovere, infine, è un verbo e un sostantivo. Il dovere come sostantivo si contrappone solitamente al diritto.
Come verbo infatti indica l’obbligo di fare qualcosa. “Io devo fare qualcosa” significa che io sono tenuto a fare qualcosa, che sono obbligato a fare qualcosa.
Nella frase di oggi la parola “dovere” funge da sostantivo.
Quindi stiamo parlando di una persona, perché c’è il “chi”, e di un dovere: qualcuno forse ha un dovere da fare?
In realtà non c’è nessuno che ha un dovere da fare. Ma siamo vicini al concetto di dovere.
Vediamo perché.
L’espressione in effetti fa riferimento a qualcuno, questo è vero, quindi il pronome “chi” ha proprio questa funzione, ma “di dovere” indica qualcosa di molto generico.
Non si sta indicando una persona che conosciamo, qualcuno di preciso, una persona precisa.
Questa espressione possiamo anche vederla come una frase accorciata. La vera frase potrebbe cioè essere più lunga.
Ad esempio, se in ufficio accade qualcosa che io ritengo non sia corretta, potrei decidere di riferire l’accaduto al direttore o a qualcuno che ha capacità decisionale, qualcuno che possa prendere adeguati provvedimenti. In modo generico potrei dire:
Quello che è accaduto non deve più accadere, quindi riferirò a chi di dovere.
Riferirò a chi di dovere: voglio dire che l’accaduto sarà riferito a qualcuno che possa fare qualcosa.
Non mi sto riferendo ad una persona precisa, ma solamente alla figura che questa persona rappresenta.
Potrebbe trattarsi del direttore, del dirigente di un ufficio, del responsabile di un servizio.
Insomma, sto parlando della persona (o dell’ufficio) alla quale tocca o compete fare qualcosa.
Questa persona o quest’ufficio ha un potere, evidentemente.
Questa persona ha un ruolo, e potremmo dire che ha un “dovere”.
Spesso infatti parliamo di una figura professionale, di qualcuno che ha una responsabilità che deriva dal lavoro che fa, dal ruolo che occupa. Quindi questa persona ha un dovere, un dovere professionale.
Ecco perché si dice “chi di dovere”. Si intende dire:
Chi, di dovere, svolge questa funzione
Chi, di dovere, ha responsabilità in merito
Chi, di professione, ha il potere di fare qualcosa.
Mentre ho pronunciato queste frasi ho aggiunto sempre qualche parola in più rispetto a “chi di dovere” ed inoltre ho fatto una pausa dopo la parola “chi” , ed infatti ho anche messo una virgola:
chi, di dovere, svolge questa funzione.
Un modo veloce e discorsivo di esprimere lo stesso concetto è proprio:
Chi di dovere.
Senza fare pause, quindi senza mettere virgole, e senza aggiungere altro. Il concetto è chiaro così.
Vi faccio altri esempi:
Mi trovo in ospedale e devo fare delle analisi del sangue. Vado allo sportello amministrativo e la persona addetta a parlare con i clienti mi dice:
Compili questo foglio, scriva tutte le informazioni personali, dopodiché io provvederò a inoltrare la sua richiesta a chi di dovere!
Quindi il foglio verrà consegnato a qualcun altro, e precisamente alla persona a cui spetta questo compito, cioè alla persona cui va consegnato perché è proprio questo il suo compito.
Fa parte del suo “dovere” ricevere queste informazioni.
Ho usato diversi verbi finora parlando di responsabilità e dovere: Spettare, competere, toccare.
Il verbo “toccare” può sembrare strano da usare in questo contesto, poiché non stiamo parlando di mani e di tatto.
Toccare in questo caso equivale a spettare, competere.
Ah quasi dimenticavo: se invece conoscete la persona responsabile, cioè la persona alla quale spetta la responsabilità. Potete ugualmente usare l’espressione di oggi, se volete aggiungere che, in caso di sua assenza o indisponibilità, la responsabilità è di un’altra persona che la sostituisce. In tal caso potete sempre usare “chi di dovere” e dire dire ad esempio:
La responsabilità spetta a Giovanni o a chi di dovere
oppure:
La responsabilità spetta a Giovanni o chi per lui.
oppure
Bisogna inviare il documento a Francesca o (a) chi di dovere
Bisogna inviare il documento a Francesca o (a) chi per lei.
In questi casi quindi non sapete chi è il sostituto di Giovanni o Francesca (o non siete sicuri), potete usare entrambe le espressioni, ma se volete sottolineare la sostituzione meglio usare l’espressione “o a chi per lui/lei”.
Vediamo ancora questi verbi che abbiamo usato quando si parla di responsabilità: spettare, competere e toccare.
A chi tocca fare questo lavoro?
A chi spetta?
A chi compete?
Chi è il responsabile?
Di chi è la responsabilità?
Di chi è la competenza?
Di chi è la spettanza?
Sicuramente toccare è il più informale di tutti, ma è molto usato informalmente.
Facciamo un ultimo esempio. Ammettiamo che una persona abbia un incidente per colpa dell’amministrazione di una città.
Ad esempio una persona che cade in una buca nel terreno in città.
Questa persona potrebbe chiedere al sindaco della città, o a chi di dovere, di intervenire, per riparare il danno alla strada.
Questo cittadino non conosce le responsabilità dell’amministrazione, ma questo non significa che non possa lamentarsi, quindi nella sua lettera chiede un intervento da parte di chi di dovere.
“L’ufficio responsabile deve intervenire”, questa è la richiesta da parte del cittadino, pur non conoscendo di chi sia esattamente la responsabilità.
A chi spetta intervenire? A chi tocca? A chi compete? Non si sa, ma si spera che l’ufficio responsabile intervenga.
Bene un piccolo esercizio di ripetizione adesso. Ripetete dopo di me.
Chi di dovere
Spediamo il documento a chi di dovere
Chiedo a chi di dovere di intervenire
Speriamo che, chi di dovere, faccia immediatamente qualcosa.
Giovanni mi ha detto di aver parlato con chi di dovere sabato scorso.
Ciao ragazzi, al prossimo episodio di italiano semplicemente.
Buongiorno, oggi vorrei parlarvi del Cozonac, il dolce tipico nazionale rumeno. Un episodio particolare quello di oggi però.
Un episodio per aiutarvi non solo ad apprezzare la cucina rumena, ma anche e soprattutto per imparare e migliorare l’italiano.
Perché un episodio sul dolce della Romania?
E’ solamente un modo originale per ringraziare i donatori. I donatori sono coloro che hanno fatto (posso anche dire “effettuato”) una donazione a favore di Italiano Semplicemente.
I donatori rumeni dunque. O forse dovrei dire romeni? In realtà si può dire in entrambi i modi, sia rumeni che romeni.
Sarà questa l’occasione per imparare anche qualcosa di nuovo, usare qualche espressione idiomatica e qualche verbo particolare. Scriverò in colore rosso le cose più importanti che impareremo oggi.
Non voglio spiegare la ricetta nel dettaglio però (ci vorrebbe una persona rumena per questo), ma vorrei solamente parlarvi degli strumenti che occorrono per la sua preparazione. Vedrete che semplicemente parlando degli strumenti potrò cogliere l’occasione per poter spiegare qualche curiosità della lingua italiana. Gli strumenti sono gli oggetti di cui abbiamo bisogno, ciò che ci serve per preparare il Cozonac.
Allora vediamo gli strumenti usati per la preparazione del Cozonac. Cosa occorre?
Vi occorre (cioè vi serve). Posso anche dire: “avete bisogno di“. A volte si usa anche il verbo necessitare. Quindi necessitate di… Il verbo necessitare non si usa molto nel linguaggio di tutti i giorni, invece è abbastanza utilizzato nel linguaggio più formale: necessito di una spiegazione (attenzione all’accento di necessito:
Io necessito di spiegazioni
tu necessiti di materiale
Lui necessita di maggiori dettagli
Noi necessitiamo di voi
Voi necessitate della nostra presenza
loro necessitano urgentemente di cure mediche.
La preparazione dei dolci necessita di molta attenzione.
A volte, ma si usa veramente raramente, potete trovare anche il verbo abbisognare.
Comunque un’altra cosa di cui necessitate per preparare il Cozonac è:
1) una ciotola capiente, vale a dire un grande contenitore. Parliamo della capienza. La capienza di un contenitore, in questo caso una “ciotola” si misura in centimetri cubici. Tutti i contenitori hanno una capienza. Ad ogni modo una ciotola è un contenitore senza manico, di legno, plastica, metallo o terracotta e, cosa importante, le ciotole non vanno nel forno e sul gas. Non servono per cuocere ma solo per contenere del cibo. La posso chiamare anche “scodella” ed inoltre può contenere anche liquidi ed anche cose non commestibili, come oggetti di piccole dimensioni. Per cuocere e cucinare si usano invece padelle, pentole, tegami, tegamini e casseruole.
2) uno stampo da plumcake: Lo stampo: cos’è? Si tratta di uno strumento (possiamo anche parlare di “arnese“, che è un sinonimo di strumento ma l’arnese si usa prevalentemente con oggetti che si afferrano con le mani. L’arnese è un utensile di lavoro in genere, un’arte o un mestiere qualsiasi). Lo stampo di cui necessitiamo ha la forma di un contenitore. Può avere diverse forme. Anche uno stampo è un contenitore dunque, ma la sua funzione è diversa. Uno stampo ha dei disegni sulla base e serve a dare la forma a delle preparazioni come anche i biscotti. E’ dunque un recipiente (o contenitore) in cui si versa un liquido o un semiliquido formato da diversi ingredienti perché ne acquisti la forma solidificandosi. Quindi uno stampo serve a far assumere una forma particolare a un preparato, che, inizialmente liquido o denso, poi quando si solidifica, cioè quando diversa solido, assume la forma desiderata, che è quella dello stampo. Ci sono gli stampi per fare i budini, i biscotti ed anche quello per fare il Cozonac, che è ovviamente più grande. Gli “stampi” comunque in genere servono a modellare, cioè fungono da modello anche per ottenere oggetti di plastica o metallica nella forma voluta. “Fungono” significa “servono”. Il verbo fungere si usa solitamente per indicare una funzione, qualcosa “che è utile per… “, quindi indica l’utilità di qualcosa, utilità per un fine specifico, generalmente diverso da quello originario. Ed allora lo stampo assume la funzione di “modello”, perché modella, cioè dà una forma a ciò che viene messo all’interno dello stampo. Generalmente il verbo fungere, come dicevo, generalmente si usa quando l’uso è diverso da quello originario, solito. Ad esempio:”la mia camera da letto ultimamente fungedagarage“, nel senso che non c’è il letto adesso ma c’è la mia moto, ma chiaramente una camera da letto contiene un letto normalmente e viene usata per dormire. Ecco perché uso il verbo fungere generalmente. Nel nostro caso invece lo stampo ha proprio questa funzione, quella di modellare il contenuto, ed anche in questo caso posso dire “funge da modello”, anche se questa è la sua funzione primaria. La parola “stampo” è simile alla parola “stampa”, cioè quella dei giornali e della “carta stampata” ma se ci pensate, la stampa non è altro che una riproduzione di cose scritte o disegni in più copie, quindi si tratta ugualmente di riprodurre qualcosa diverse volte, sempre nella stessa forma e dimensione.
3) un forno: Un forno serve a cuocere. Quindi è un impianto per la cottura. A noi interessa il forno da cucina, ma come tutti i forni, si riscalda, e l’alta temperatura permette di cuocere le pietanze. In cucina si usa prevalentemente il forno elettrico. Nei ristoranti c’è anche il forno a legna, cioè alimentato con legna. Attenzione poi alla differenza tra cuocere e cucinare. Il forno cuoce, o un fornello del gas, perché c’è il calore che permette la cottura. Invece a cucinare è una persona. Cucinare significa in generale preparare un pasto. Si dice solitamente fare da mangiare.
Chi fa da mangiare oggi?
Equivale a dire:
Chi cucina oggi?
Chi prepara il pasto oggi?
4) uno stuzzicadenti: lo stuzzicadenti è un piccolo strumento di legno. Possiamo anche chiamarlo utensile se vogliamo, ma come dicevo prima l’utensile è il nome generico che possiamo dare ad un arnese o un “attrezzo” (possiamo chiamarlo anche così) necessario allo svolgimento di un’attività lavorativa. Questo attrezzo ha due piccole punte, ed in genere serve a pulire i denti dai residui di cibo. Ne abbiamo parlato anche in un altro episodio, di cui metto il link,parlando del verbo stuzzicare. Nel caso della preparazione del Cozonac invece lo stuzzicadenti viene usato per effettuare la cosiddetta “prova dello stuzzicadenti“, quindi possiamo dire che in questo caso lo stuzzicadenti funge da strumento per valutare il grado di cottura che è stato raggiunto. Il verbo fungere in questo caso è perfetto. Come si fa a fare la prova dello stuzzicadenti? Si infilza il Cozonac dopo che è stato cotto al forno. Si infilza, cioè si fa un piccolo foro, si “pratica” un buco. Lo stuzzicadenti, quando si usa per infilzare il Cozonac, si infila nel Cozonac. Attenzione perché i verbi infilare e infilzare sono molto simili. Diciamo che infilzare è più legato alla materia. Infilare invece si usa molto anche in senso figurato. Se dopo aver infilato lo stuzzicadenti nel Cozonac, questi (lo stuzzicadenti) esce pulito dal dolce, allora il Cozonac è cotto e potete toglierlo dal forno. Attenzione, ho detto “se questi esce pulito“, parlando dello stuzzicadenti. Ma lo stuzzicadenti è singolare! Non si tratta di un errore però! Infatti nella lingua italiana si usa spesso “questi” per indicare un solo oggetto. Si usa “questi”, che solitamente è invece il plurale di “questo”. Es:
Questo oggetto
Questi oggetti
Oppure:
Questi spaghetti non sono buoni.
In questa frase “questi” precede gli spaghetti, che è una parola plurale. “Questi”, al plurale, si usa anche ovviamente con le persone, indicando un gruppo di persone, o almeno più di una persona. Ma sapete una cosa? “Questi” si usa anche per indicare una sola persona. Anzi, a dire il vero “questi”, al singolare, si usa più con le persone che con gli oggetti o animali: “Questi” significa proprio “Questa persona“, e si usa quando sappiamo di chi stiamo parlando. Questo è fondamentale. Dobbiamo sapere di chi parliamo. In questo caso, nella ricetta, lo usiamo al posto di “lo stuzzicadenti“. Abbiamo detto che se questi esce pulito ed asciutto dopo che lo abbiamo infilato nel Cozonac, allora il dolce è pronto, se invece questi esce sporco significa che non è ancora pronto. Quindi “questi” significa solitamente “questa persona“, “la persona di cui si è appena parlato” ma, più raramente si usa anche con animali o cose. A volte si usa anche “quegli” per dire “quella persona“. In questo caso può essere che la persona è lontana, nello spazio o nel tempo, rispetto a chi parla. A volte poi si usano entrambi se si parla di due persone:
Mentre questi se ne andò, quegli non si mosse
Attenzione alla pronuncia di quegli, con “gli”. Tornando a questi e quegli, nell’uso “normale” dei due termini posso quindi dire:
Questi dolci sono buonissimi
Quegli animali sono tranquilli
Ma posso anche dire:
Giovanni era in casa. Quest’uomo mangiava la pasta
Giovanni era in casa. Mentre questi mangiava la pasta, suonò il campanello.
Oppure (uso sia questi che quegli):
Giovanni e Andrea sono due compagni di classe intelligenti, ma mentre questi è più studioso, quegli non ha molta voglia di studiare.
Un altro esempio:
Mentre la professoressa spiegava la grammatica, si addormentarono due ragazzi, questi dopo la spiegazione dei pronomi, e quegli appena prima dell’esercizio scritto.
Quindi ricapitolando: questi e quegli in questo caso sono dei pronomi dimostrativi (non l’avevo detto finora) e non devono essere confusi con il plurale degli aggettivi questo e quello: sono pronomi che si utilizzano soltanto in funzione di un soggetto maschile singolare e sono sempre in relazione ad una persona che è già stata menzionata in precedenza.
L’ultimo strumento di cui abbiamo bisogno per fare il nostro Cozonac è:
un tagliere di legno
Un tagliere. un tagliere è qualcosa su cui si taglia qualcosa. Il tagliere (attenti alla pronuncia) serve a tagliare, è uno strumento usato per tagliare, per affettareo spezzettaredegli alimenti. Generalmente è fatto di legno, ma non è detto. Nella ricetta di oggi serve ad appoggiarci sopra il Cozonac dopo che esce dal forno. per farlo raffreddare completamente prima di tagliarlo a fette e servirlo.
Abbiamo detto che il tagliere serve a tagliare, affettare o spezzettare. Spezzettare viene da pezzo. Significa fare a pezzetti, dividere qualcosa in piccoli pezzi, cioè in piccole parti. Affettare invece è tagliare a fette, e per affettare serve un coltello o qualcosa con una lama.
Se abbiamo del pane ad esempio usiamo le mani per spezzettarlo e usiamo il coltello per tagliarlo o affettarlo. Con il pane ad esempio il più usato è tagliare, mentre affettare sarebbe il più corretto. Lo si può anche spezzettare ma questo non dà lo stesso risultato poiché come detto lo si spezzetta con le mani.
Grazie ai donatori Romeni dunque, questo episodio è dedicato a loro.
Un saluto a tutti.
Giovanni
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Mettere le grinfie. Benvenuti nel sito italianosemplicemente.com o bentornati, che dir si voglia, io sono Giovanni ed oggi sono qui per spiegare a tutti voi, che state imparando – o meglio migliorando – la lingua italiana, l’espressione “mettere le grinfie“.
Da dove cominciamo?
Iniziamo dalle grinfie. Strana parola vero? Non solo è strana ma, fortunatamente per voi, si usa praticamente solo in questa espressione.
Però la parola grinfie ha un significato. Non trovate che il suono di questa parola sia un po’… come dire… graffiante?
Una cosa graffiante è una cosa che graffia, e per graffiare solitamente ci vogliono le unghie. Tutti noi, all’estremità delle nostre dita, sia delle mani che dei piedi, abbiamo le unghie. Le unghie a cosa servono? Beh negli animali servono proprio a graffiare, per difendersi, per lottare, per ferire, quindi per fare del male. Le unghie sono affilate, e se non stiamo attenti, anche noi possiamo fare del male a qualcuno con le nostre unghie.
Negli animali si parla di “artigli” per indicare le unghie affilate, unghie a punta, taglienti e le grinfie indicano la zampa fornita di artigli. La zampa con gli artigli è rappresentata dalle grinfie, al plurale.
Anche gli esseri umani, se vogliono fare del male ad una persona, basta graffiare questa persona. Le unghie quindi servono a far male, a graffiare, ed una mano umana, in senso animalesco e quindi figurato, con le unghie lunghe ed affilate la possiamo chiamare “le grinfie”.
Questo termine però si usa solo quando queste unghie (sempre in senso figurato) vengono usate per scopi personali e con un’azione che va contro l’interesse di altre persone.
Usare le proprie grinfie, quindi, si può usare con gli animali per indicare una difesa contro un nemico, mentre con gli essere umani la parola grinfie si usa in senso figurato e inoltre si usa quasi sempre insieme al verbo “mettere“:
mettere le grinfie su qualcosa
Quando si mettono le grinfie “su” qualcosa, si vuole indicare la volontà da parte di questa persona di impossessarsi di qualcosa. La preposizione “su” non è casuale, indica il possesso, stare sopra qualcosa che si desidera, per dire “questa cosa è mia e nessuno me la può toccare”.
L’obiettivo è quindi quello di prendere possesso dell’oggetto del proprio desiderio.
C’è la volontà di impossessarsi di qualcosa, come se questa fosse una preda (cioè una vittima), richiamando così il mondo animale, in cui l’istinto ha sempre la meglio sulla ragione.
Perché si usa il verbo mettere?
Mettere significa collocare, sistemare. In genere si usa con gli oggetti: mettere una penna sul tavolo, mettere le mani sul viso; ma volendo posso usarlo anche in senso figurato e questo si fa spesso nella lingua italiana:
mettere gli occhi addosso ad una persona (cioè osservarla, tenerla sotto controllo, essere interessati a lei)
mettere in imbarazzo (far provare o provocare imbarazzo in una persona)
mettere le mani avanti (cioè proteggersi prima di cadere o prima che accada qualcosa)
mettere le mani addosso a qualcuno (cioè provare a picchiarlo)
Queste sono alcune espressioni idiomatiche di uso comune in cui si usa il verbo mettere.
Se vogliamo, la frase “mettere le grinfie su qualcosa” è molto simile a “mettere le mani su qualcosa”, ma con la parola grinfie ci si avvicina al senso animale, si eccentua quindi il senso di difendere qualcosa che si crede proprio. Se mettete le mani o le grinfie comunque il senso non cambia molto.
Vi faccio qualche esempio:
Se sono in un ambiente lavorativo, se questo ambiente è molto competitivo, ci potrebbe essere qualcuno che, pur di avere la meglio sui colleghi, è disposto a “battersi con le unghie e con i denti” . Ovviamente in senso figurato. Questa è un’altra frase idiomatica che si usa in caso di competizioni e di sfide.
Ebbene, un lavoratore di questa azienda potrebbe mettere le grinfie su un ufficio, nel senso che vuole diventare il dirigente di questo ufficio, vorrebbe comandare lui, prendere lui le decisioni, perché evidentemente questo è il suo desiderio.
Ma se uso questa espressione vuol dire che questa sua volontà viene manifestata in modo molto opportunistico. Richiamando il mondo animale. questa persona non permette a nessuno di avvicinarsi, di ambire alla sua stessa preda, di avere il suo stesso desiderio. Le grinfie quindi indicano la volontà di nuocere, di far male, ma anche di possedere per fini personali.
Via le grinfie dalla mia torta! Quello è mio pezzo di torta!
Questo potrebbe dire un bambino a cui il fratello vuole mangiare la sua torta!
Esiste anche la frase:
Cadere nelle grinfie di qualcuno
Usare il verbo cadere è come usare il verbo “finire”; ha lo stesso significato: indica quindi finire sotto il controllo di qualcuno, sotto il suo potere. Le grinfie, le unghie fungono da prigione, come una gabbia nella quale si finisce.
Questo per sottolineare ancora di più il senso animalesco della frase, che si usa sempre in senso figurato.
Un altro esempio: se ci sono delle persone che subiscono dei furti da parte di ladri professionisti, posso dire che sono molte le persone che finiscono tra le grinfie dei ladri.
In questo caso ho usato “finire tra le grinfie“, per indicare delle vittime dei furti dei ladri che vogliono impadronirsi delle loro proprietà.
Ed i ladri a loro voltamettono le grinfie sulle cose che riescono a rubare.
Il verbo può cambiare a seconda dell’occasione.
Posso dire anche che coloro che evadono le tasse, coloro cioè che non pagano le tasse, sperano di non finire tra le grinfie del fisco, perché in questo caso sarebbero costretti a pagarle, le tasse, cioè le imposte. Analogamente posso dire che gli immigrati che vengono in Italia devono stare attenti se non vogliono cadere nelle grinfie (cioè finire nelle grinfie) della mafia, della criminalità organizzata.
Se parliamo di persone, si può quindi finire nelle grinfie di qualcuno, ma si può anche sfuggire alle (o dalle) grinfie di qualcuno. Se questo qualcuno infatti non riesce a mettere le grinfie su di te, allora sei riuscito a sfuggire alle sue grinfie.
Un po’ di ripetizione adesso (non crediate di sfuggire dalle grinfie delle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente!)
Grinfie
Le grinfie
Mettere le grinfie sulla torta
Non mettere le tue grinfie sulla mia torta!
Sfuggire dalle grinfie della mafia!
Finire tra le grinfie del fisco!
Cadere nelle grinfie del diavolo!
Grazie a tutti, ringraziando ancora una volta tutti i donatori, che permettono a Italiano Semplicemente di esistere e sopravvivere, anche senza pubblicità sul sito.
Un saluto da Giovanni.
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Rifarsi con gli interessi. Questa è la frase che vi spiego oggi. State ascoltando la voce di Giovanni e questo è uno dei tanti episodi presenti su italianosemplicemente.com.
Sapete cosa sono gli interessi? Facciamo una breve panoramica su questa parola, così capirete bene la frase di oggi in un secondo momento. Sarà anche l’occasione per vedere qualche verbo particolare.
Se andate in banca e chiedete dei soldi in prestito, vedrete che ciò che prendete in prestito dalla banca deve essere restituito indietro alla banca, ovviamente. Ma non basta la cifra che avete preso. Bisogna aggiungere gli interessi.
Se prendete €100 in prestito probabilmente dovrete restituirne circa €105.
€100 di capitale e €5 di interessi. I cinque euro rappresentano il compenso della banca, cioè il guadagno della banca.
La parola interesse ha anche altri significati come sapete.
Ad esempio è un’attrazione verso qualcosa che quindi attira il vostro interesse.
Inoltre l’interesse è un affare, una faccenda, un’attività da cui si può ricavare un vantaggio, un utile. I due significati sono ovviamente legati perché se puoi ricavare un vantaggio da qualcosa allora questo qualcosa attira o riscuote il tuo interesse.
È interessante notare i verbi legati alla parola interesse, in particolare mi interessa parlarvi di badare e curare, che hanno ciascuno due significati diversi.
Si può badare al proprio interesse o ai propri interessi. Badare significa prestare attenzione, avere cura in questo caso. L’interesse di cui si parla è il vantaggio personale, l’interesse personale, cioè che è importante per la singola persona. Non si parla necessariamente di denaro.
L’altro significato di badare è riferito alle persone, come ai bambini o agli anziani. Esiste anche la figura della badante nel caso degli anziani. La/il badante è chi si occupa, chi ha cura degli anziani (il senso è lo stesso di prima ma si riferisce alle persone). Nel caso dei bambini è la baby sitter (detta “Tata” in italiano) che bada (cioè ha cura) ai bambini.
In questo caso non possiamo chiamarla “badante”, che è solo la persona che si occupa delle persone anziane non autosufficienti.
L’altro verbo è curare: curare gli interessi.
Curare e simile a badare quando si parla di interessi. Nulla a che fare con la guarigione però. Non si tratta di curare una malattia, ma di curare gli interessi, avere cioè cura degli interessi. Sono gli avvocati che curano gli interessi di una persona. Si parla di interessi economici quindi. Non esiste solamente l’avvocato però.
Ad esempio la persona che cura gli interessi delle star, delle persone famose si chiama “agente“.
Quella che cura gli interessi dell’attore o degli atleti si chiama “manager“, ma nel caso dei calciatori ad esempio si sente parlare di “procuratore“.
Comunque quando parliamo di “rifarsi con gli interessi”, la frase di oggi, parliamo dell’interesse economico, quello che la banca ottiene in più oltre al capitale prestato. Questi interessi, come tutti voi saprete, aumentano al passare del tempo.
Si dice che gli interessi “maturano“, come se fossero un frutto di un albero. Ma in effetti se ci pensate bene, i soldi, come si dice, fruttano, nel senso che, come la frutta sugli alberi, al passare del tempo gli interessi aumentano.
Anche un investimento può fruttare, cioè può rilevarsi un buon investimento. Ma rimaniamo agli interessi.
“Rifarsi con gli interessi” contiene il verbo rifarsi. Un verbo che ha diverse interpretazioni.
Questa frase si usa quando un affare non va molto bene. Quando dico affare intendo solitamente una questione economica, legata ai soldi, ma in realtà in senso figurato posso usare l’espressione anche in altre circostanze.
Rifarsi con gli interessi significa che in futuro andrà meglio. Oggi non è andata come speravo, ma in futuro andrà meglio, meglio anche di quanto speravo accadesse oggi.
In futuro avrò una soddisfazione talmente alta che compenserà l’insoddisfazione di oggi.
Ad esempio:
Oggi un affare economico è andato male, non sono contento di quanto accaduto, ma domani mirifarò con gli interessi. Domani i mie guadagni saranno superiori delle perdite di oggi.
Rifarsi, questo è il verbo utilizzato, verbo riflessivo, non è come rifare.
Io mi rifaccio
tu ti rifai
lui si rifà
Noi ci rifacciamo
Voi vi rifate
Loro si rifanno
Rifarsi significa riprendersi economicamente recuperando i soldi spesi, oppure prendersi la rivincita su qualcuno o qualcosa. Non sempre il significato è economico.
Nella frase di oggi è però importante usare “con“: rifarsi con gli interessi. Questo perché il verbo rifarsi può avere altri significati. E’ un verbo che può ingannare. Non facilissimo da usare
Se dico:
Il pugile, dopo aver perso il primo incontro, si è rifatto con il secondo avversario.
Questo significa che inizialmente il pugile perde il primo incontro, ma il secondo lo vince. Il pugile si è rifatto con il secondo avversario. Il pugile ha avuto una rivincita col secondo avversario, ha quindi vinto il secondo incontro. Lo ha battuto, lo ha sconfitto.
Se invece dico:
Mi rifaccio una vita
Questa frase significa che la mia vita tornerà quella di prima. Non c’è “con“.
Devo recuperare la mia vita, farla tornare come prima. Sto parlando solo di me stesso, non mi sto rifacendo “con” qualcos’altro.
Perdo una sfida con Giovanni? Mi posso rifare con Luigi. Perdo anche con Luigi? Posso cercare di rifarmi con Andrea.
Se va male anche con Andrea, dovrò cercare di rifarmi una reputazione, visto che ho perso con tutti!
Adesso vediamo la frase di oggi:
Nella frase “rifarsi con gli interessi” il verbo rifarsi si riferisce a qualcosa che va recuperato. Gli interessi rappresentano qualcosa in più che si otterrà in futuro. Questo qualcosa in più, come abbiamo visto, nel linguaggio economico finanziario possiamo chiamarli “interessi”.
Rifarsi con gli interessi dunque rappresenta una soddisfazione che si otterrà in futuro che riuscirà a compensare abbondantemente la delusione di oggi, e posso usarla anche al di fuori dei discorsi che riguardano il denaro.
Facciamo alcuni esempi.
L’attaccante della Juventus non è riuscito a mettersi in mostra con la maglia della sua Nazionale ai Mondiali, ma si è rifatto con gli interessi nella stessa Juventus, vincendo lo scudetto.
Lo studente non riusciva a migliorare il proprio italiano, ma con Italiano Semplicemente spera di rifarsi con gli interessi.
Vedete che io sto facendo esempi che non hanno a che fare con i soldi, ed in effetti l’espressione si sua quasi sempre in modo figurato.
Non è un’espressione formale naturalmente.
Se volete esprimere lo stesso concetto in senso più formale anziché dire:
Mi sono rifatto con gli interessi
Potete dire (ripetete dopo di me):
Ho pienamente compensato le perdite
Ho risanato pienamente il fallimento iniziale
Ho ampiamente risanato la condizione iniziale
Mi sono riscattato abbondantemente dalla sconfitta iniziale
Ho completamente ripreso la condizione iniziale, ottenendo ancora di più
Concludo facendovi notare altri due modi il usare il verbo rifarsi:
Rifarsi = intervenire chirurgicamente modificando i connotati di una persona
Es: l’attore si è rifatto il naso
“Rifarsi a” che significa, tra le altre cose, riferirsi a, fare riferimento a. Ad esempio, se vi volessi spiegare il verbo “cavarsela” mi conviene rifarmi ad un podcast realizzato la settimana scorsa, in cui ho spiegato il significato di questo verbo. Quindi potrei aggiungere qualcosa ma comunque mi rifarei a quell’episodio.
Analogamente mi posso rifare a quanto già ho detto nella spiegazione delle sette regole d’oro per sottolineare l’importanza della ripetizione dell’ascolto. Ascoltate dunque questo episodio più volte.
Rifarsi il letto = rifare il proprio letto, sistemare il proprio letto in modo ordinato dopo aver dormito; farlo tornare come prima.
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Buongiorno amici, bentornati su Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuovo episodio raccontato dalla voce di Giovanni.
Spero che oggi siate in forma perché dobbiamo vedere la differenza tra CAVARSELA e VEDERSELA.
Si tratta di due verbi pronominali, ed abbiamo già dedicato un episodio ai verbi pronominali. Si tratta di un bell’episodio tra l’altro.
Se siete curiosi vi consiglio di darci un’occhiata. Oggi interessa invece vedere la differenza che esiste tra questi due particolari verbi pronominali, vedersela e cavarsela.
Vi dico questo perché si tratta di verbi simili apparentemente ma hanno funzioni diverse.
Dunque: iniziamo da cavarsela.
Il verbo è pronominale quindi si usa verso se stessi:
Io me la cavo
Tu te la cavi
Lui se la cava
Noi ce la caviamo
Voi ve la cavate
Loro se la cavano.
Si usa sempre al femminile quindi cavarselo in questo senso non esiste. E dunque non si può neanche dire “io me lo cavo” perché se dite una frase del genere, al maschile, state dicendo tutta un’altra cosa.
Il verbo cavarsela si usa in vari contesti diversi. Vediamo quali.
Se una persona ti chiede: come stai?
La risposta può essere “me la cavo, grazie, e tu?”.
Me la cavo significa che va bene, che è ok; si tratta di una risposta standard ma questa risposta indica che in realtà le cose vanno bene ma non troppo bene. Diciamo benino.
“Me la cavo” significa letteralmente “riesco ad andare avanti”, “riesco a sopravvivere” e solitamente la frase è accompagnata da una smorfia, un’espressione del viso che indica proprio questo. Una persona anziana risponde solitamente con:
Un secondo modo è quando si descrivono le proprie abilita nel fare qualcosa.
Come vai a scuola?
Me la cavo abbastanza bene in matematica, mentre in lingua italiana non me la cavo affatto.
A matematica quindi il ragazzo va bene, se la cava bene, e questo significa che raggiunge la sufficienza almeno. Può anche essere un modo modesto per rispondere che va benissimo.
In italiano invece non se la cava affatto quindi le cose vanno male. I risultati non sono positivi in italiano. Questo uso si estende a qualsiasi attività lavorativa.
come te la cavi a dipingere?
Il che equivale a dire: “sei bravo a dipingere”?
È una modalità informale ma molto usata in tutti i lavori.
Quando riusciamo a uscire da una situazione pericolosa. La situazione è simile in fondo a quando riusciamo a risolvere un problema o a svolgere una mansione, un’attività. Quando riusciamo a cavarcela vuol dire che siamo usciti illesi, indenni da una situazione pericolosa. Poteva essere pericolosa ma non lo è stata:
ce la siamo cavata.
Non deve necessariamente essere un pericolo di vita o di salute, ma un qualsiasi tipo di pericolo.
In questi casi si usa anche un’altra espressione:
l’abbiamo scampata
Oppure anche:
L’abbiamo scampata bella
Ce la siamo cavata è leggermente diversa perché implica un’attività da parte di chi parla, come uno sforzo compiuto. Si è riusciti a superare una difficoltà con astuzia o accortezza o con abilità. Insomma grazie ad una qualità personale.
Se c’è un terremoto pertanto è meglio usare “l’abbiamo scampata” perché se si sopravvive da un terremoto è solitamente solo merito della fortuna. Comunque posso dire: “ce la siamo cavata per miracolo” oppure “ce la siamo cavata per il rotto della cuffia“, un’altra espressione che si usa in questi casi.
Invece se siamo inseguiti da una persona e riusciamo a scappare meglio usare “me la sono cavata” perché c’è stata un’abilità personale nell’uscire da questa situazione pericolosa. Non è merito della fortuna.
Prima di passare a vedersela, voglio farvi notare che “cavare” significa anche “estrarre“, “tirar fuori”, quindi “uscire“. Non a caso la “cava” è quel luogo dove si estrae il materiale per le costruzioni. La cava si scava dalla Montagna. La cava viene scavata. Anche il verbo “scavare” vi aiuta quindi a capire il significato si cavarsela. Scavare significa togliere terra dal terreno (ad esempio).
Infine cavarsela si usa anche in senso economico.
Quanto l’hai pagata quella giacca?
Me la sono cavata per €20
Cioè sono riuscito a spendere solo venti euro.
Oppure:
Nella nostra azienda ce la caviamo bene ultimamente
Cioè gli affari vanno abbastanza bene recentemente.
E vedersela?
Anche vedersela si usa con i problemi, le attività ed i lavori ma è diverso però perché si riferisce non all’abilità nel fare qualcosa ma nel semplice affrontare la situazione.
Ad esempio:
Giovanni: Il direttore è arrabbiato con noi. Chi prova a calmarlo?
Francesco: ok, me la vedo io con lui.
Francesco dice che se la vede lui con il Direttore, cioè lui prova a risolvere il problema, ad affrontare la situazione. Non è detto che Francesco riuscirà però a cavarsela.
Giovanni: com’è andata col direttore? Te la sei cavata bene?
Francesco: si, me la sono cavata egregiamente.
Cavarsela egregiamente è una modalità molto usata per dire che il risultato è stato molto buono.
Quindi vedersela significa affrontare, fronteggiare, cercare di risolvere un problema, in particolare escludendo gli altri.
Quando si usa vedersela molto spesso si vuole dire che si vogliono escludere gli altri dal problema. In questo modo quindi ci si assume tutta la responsabilità.
Quindi “me la vedo io” è del tutto uguale a “ci penso io“.
Un uso particolare di vedersela è:
Me la sono vista brutta
Che è una frase che si usa quando si racconta una vicenda passata e si dice che si è passato un brutto momento. “Me la sono vista brutta” significa quindi “ho attraversato un brutto periodo”.
Spesso si usa quando le cose alla fine sono andate bene, ma c’è stato un momento in cui non andavano bene.
Quando ero giovane, durante la guerra, non c’era nulla da mangiare e ce la siamo veramente vista brutta in quel periodo.
Oppure:
La nostra azienda adesso va molto bene ma durante la crisi economica ce la siamo vista brutta.
Vi starete chiedendo:
Si usa “ce la siamo vista bella?”
La risposta purtroppo è no.
Quindi, ricapitolando: cavarsela e vedersela si usano entrambi con i problemi e le situazioni difficili o con le attività lavorative.
Cavarsela è più legata al risultato finale (me la sono cavata) e per esprimere una abilità nello svolgere una mansione (me la cavo bene a scrivere).
Vedersela invece è affrontare la situazione (me la vedo io) e si usa anche per escludere gli altri e quindi prendersi tutta la responsabilità (lascia stare, me la vedo io). Infine “vedersela brutta” significa passare una brutta situazione.
Adesso fate un bell’esercizio di ripetizione.
Cavarsela
Come te la cavi coi verbi pronominali?
In Italia ce la caviamo bene economicamente
Nella nostra famiglia ce la caviamo con poco
Vedersela
Me la vedo io con lui, voi statene fuori
Che paura il terremoto! Me la sono vista proprio brutta
Chiudo con un avvertimento: cavarsela e vedersela si usano solo e sempre al femminile. Ve lo avevo accennato all’inizio dell’episodio. Anche noi maschietti dobbiamo usare il femminile. Quindi me la cavo e me la vedo, me la sono cavata e me la sono vista. Se usate il maschile state dicendo un’altra cosa. Ad esempio:
– quel film me lo vedo domani.
Che è come dire “lo vedo domani”
Oppure:
– mi sono cavato un occhio.
Cioè (che brutta immagine) mi sono tolto un occhio. Quindi, parlando dell’occhio:
me lo sono cavato.
Come capite il significato di queste frasi al maschile è completamente diverso dalle precedenti.
Ciao a tutti.
Un saluto da Giovanni.
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Ancora buongiorno, domenica scorsa, effetivamente, è finito il carnevale, la festa più popolare in Brasile che era iniziata il primo marzo!
Una festa di fama mondiale, come molti di voi sapranno, grazie sopratutto ai meravigliosi spettacoli offerti dalle sfilate di scuole di samba.
Il Carnevale in Brasile è una manifestazione culturale che non conosce limiti e non conosce crisi. Praticamente l’intero paese si ferma per l’evento più atteso dell’anno (spesso in Brasile diciamo che l’anno inizia solo dopo il carnevale).
Ci sono quattro giorni di festa, almeno ufficialmente, dato che in alcune città la festa dura addirittura una settimana o più.
Quindi, sono quattro giorni di balli, canti, baci, e anche alcol, con cui alcune persone esagerano, e, come è noto, in questo caso il troppo stroppia, come si dice, ma almeno con l’occasione si dimenticano tutti i problemi che affliggono il paese.
Almeno per qualche ora…
Ovviamente il mio non vuole essere un invito ad abusare d
Il carnevale in Brasile è comunque un momento anche di “inversione sociale” – lasciatemi passare l’espressione – in cui i suoi partecipanti, i cosidetti “foliões” hanno la libertà di dire e fare cose proibite in altri periodi dell’anno.
È un momento in cui le gerarchi sociali vengono messe in discussione, un’occasione per far emergere in modo folkloristico anche le disuguaglianze sociali, che comunque a carnevale terminato torneranno a riaffermarsi più che mai!
Il carnevale brasiliano ha assunto oggi la connotazione di un mega-affare, che coinvolge l’industria culturale, il turismo e il divertimento.
Tra l’altro, il carnevale è anche un generatore di posti di lavoro. Oltre ai posti di lavoro temporanei durante i quattro giorni a febbraio, c’è da considerare tutto l’indotto, vale a dire le tante persone che lavorano, anche indirettamente, per il carnevale durante tutto l’anno, in diverse attività.
Per concludere, durante il carnevale brasiliano le barriere si attenuano, il pregiudizio sociale e razziale e l’omofobia si concedono un momento di pausa e di riflessione.
E’ veramente un peccato che questa speciale atmosfera duri così poco.
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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, è arrivato ancora una volta il momento di ringraziare i donatori.
Lo voglio fare dedicando loro un bell’episodio.
Oggi spiegherò a tutti voi la differenza tra “già” ed “ormai” che spesso crea problemi a molti stranieri.
Lo farò attraverso una serie di esempi e una spiegazione in cui parlerò di alcuni paesi, e precisamente: il Belgio, la Polonia, gli Stati Uniti d’America e L’Argentina.
Ci sono anche altri paesi da cui sono arrivate delle donazioni ma a loro dedicherò un altro episodio volentieri.
Allora: già, con l’accento sulla a, e ormai sono due avverbi, questo lo sapete già e non vi aiuta di certo a capire quando usare l’uno e quando usare l’altro.
Entrambi gli avverbi si riferiscono al tempo, e si usano quando si verificano degli eventi, oppure quando non si verificano degli eventi, quando succede o non succede qualcosa.
Ma come utilizzare questi due avverbi? E come capire quando è bene usare già e quando invece occorre utilizzare ormai?
Quali sono le regole?
Beh, occorre dire alcune cose e fare alcuni esempi ovviamente, ma intanto possiamo dire una cosa molto importante che vi aiuta a capire la differenza. Già si usa quando qualcosa è accaduto e ormai si usa quando non ha nessuna importanza se qualcosa accade o non accade.
vediamo bene con degli esempi:
Parliamo dell’Argentina. Uno studio mostra che in Argentina nei soli mesi di gennaio e febbraio del 2019 sono stati registrati già 54 casi di femminicidio. In due mesi siamo già arrivati a 54 donne uccise.
Cosa significa già in questo caso? Significa che 54 è un numero alto, e ci si aspettava che questo alto numero venisse raggiunto più tardi, ci si aspettava che questo numero fosse raggiunto qualche mese dopo. 54 già a fine febbraio? Quante saranno le donne uccise in Argentina a fine anno se continuiamo così?
Quindi usiamo “già” perché è presto, vale a dire che questo numero si è verificato molto presto, prima delle attese. Quindi usiamo “già” perché un’azione è avvenuta, o un fatto si è compiuto molto presto.
Posso aggiungere che: cosa possiamo fare per fermare del tutto questo fenomeno?
Qualcuno potrebbe dire che per quest’anno ormai è tardi.
Quando dico “ormai è tardi” (la parola TARDI si usa spessissimo insieme alla parola ORMAI) voglio dire che a questo punto (ormai) non si può fare nulla (è tardi). Ormai è tardi, cioè adesso non c’è più niente da fare. Si doveva fare qualcosa prima, ma adesso è troppo tardi. La parola ormai serve ad indicare che in questo momento (cioè ora) non si può fare nulla. Non è un caso che “mai” sia la fine di “ormai”.
Ormai contiene anche la parola “ora” oltre che la parola “mai”. Non a caso ormai equivale a “oramai” che ha lo stesso significato.
Nella parola ormai c’è spesso rimpianto, c’è rassegnazione. Inutile fare qualcosa, prendere provvedimenti adesso, perché in questo momento nulla può riuscire a risolvere il problema.
C’è anche un altro utilizzo di ormai però.
Ad esempio:
Sono già molti anni ormai che studio la lingua italiana
In questo caso c’è una situazione che semplicemente dura da molto tempo si protrae da molto tempo ed il risultato può anche essere positivo.
Non necessariamente quindi è tardi per qualcosa o c’è del rimpianto. Semplicemente è passato molto tempo, ed il tempo passato ha consentito il raggiungimento di un risultato.
Quello che voglio dire è semplicemente che dopo tanto tempo che accade qualcosa finalmente un obiettivo è stato raggiunto.
Dopo tanti anni, ormai ho capito come fare per imparare una lingua e divertirmi;
Dopo tanti anni che studio la lingua italiana,ormai conosco bene la differenza tra già ed ormai.
In questi casi quindi usiamo ormai e non già, perché già lo utilizziamo quando qualcosa accade prima del previsto, oppure quando qualcosa è accaduto.
Dopo questo episodio, già ho capito come fare per imparare una lingua e divertirmi;
Già conosco bene la differenza tra già ed ormai.non c’è bisogno di una spiegazione aggiuntiva.
Già ho capito: prima del previsto
Già conosco la differenza: l’ho già imparata in passato.
Vediamo un paio di esempi con gli Stati Uniti.
Sono già passati due anni da quando Donald Trump è diventato il presidente degli Stati Uniti d’America.
Questo uso di “già” è analogo al precedente esempio che riguardava l’Argentina: già indica il tempo che è passato velocemente: incredibile, sono già passati due anni! Qualcuno potrebbe rispondere: di già? (vedi approfondimento)
Di già? È una classica frase, un’esclamazione sotto forma di domanda, che esprime stupore, molto usata nelle risposte in cui non si aggiungono altre parole.
Sono già passati due anni lo sapevi
Di già?
Proprio così!
Non potete usare “di già” se continuate la frase, se cioè aggiungete altre parole. In questi casi la preposizione “di” se ne va e la parola “già” è sufficiente.
Sono già stato in Polonia.
Di già?
Sì, ci sono stato lo scorso anno.
Ci sono poi alcuni casi in cui potete usare o non usare la preposizione di. Inoltre non sempre si tratta di domande ma di semplici esclamazioni:
Mi machi già. Mi manchi di già. Già mi manchi.
Non è corretto invece dire “di già mi manchi”.
Vediamo ormai: state entrando in un museo di Dallas, il museo dedicato a George w. Bush sono le 16:50 e vi rendete conto che ormai è tardi per andare a visitare il museo, che chiude tra 10 minuti, alle 17.
Facciamo in tempo a visitare il museo?
Prova a rispondere.
No, non facciamo in tempo ormai. Mancano solo 10 minuti alla chiusura.
Oppure:
Ormai è tardi per andare al museo.
Avete sicuramente notato che l’avverbio già ha molti più utilizzi di ormai.
Ammettiamo che stiate decidendo dove andare in vacanza:
È pronta la valigia dei bambini?
Sì, già fatta!
La valigia è già fatta, cioè è stata preparata di già. È una cosa che è già avvenuta.
Gli spazzolini da denti li hai presi tu vero?
Sì, me lo hai già chiesto prima, smemorato!
Me lo hai già chiesto prima: quindi il già ha a che fare con il prima, mentre ormai ha più a che fare col dopo.
Ah scusa, sono un po’ addormentato, è già l’ora di un caffè
È già l’ora di/per un caffè: essendo stanco, è arrivato il momento di prendere un caffè, prima del previsto. Il desiderio del caffè è arrivato prima di quanto avessi previsto Ne ho già bisogno.
C’è un’offerta per andare in Belgio. Che ne dici, andiamo in vacanza in Belgio? O ci sei già andato?
Anche qui è chiaro che “ci sei già andato” si riferisce al passato, al prima.
In Belgio? Ormai è tardi per il Belgio. L’offerta è già scaduta
L’offerta è già scaduta Ormai è tardi. In questa frase si capisce bene la differenza tra già ed ormai.
È già scaduta, quindi è scaduta (si parla del passato). Ormai è tardi, quindi ancora una volta sto parlando di un’azione futura che non avverrà.
Notate che quando è tardi per fare qualcosa si dice normalmente “ormai è tardi” per evidenziare qualcosa che non si può più fare in futuro, ma si può dire anche “é già tardi” se vogliamo evidenziare anche che il tempo è passato velocemente: questo momento è arrivato prima del previsto.
Allo stesso modo, anche la frase l’offerta è già scaduta” può diventare “l’offerta è ormai scaduta”, o “ormai l’offerta è scaduta” per evidenziare che non si può più utilizzare questa offerta. L’attenzione quindi si sposta sul rimpianto per non aver prenotato prima..
Accidenti, l’offerta è ormai scaduta. Peccato!
Ci sono quindi dei casi in cui posso sostituire già con ormai è viceversa. Ma come si è cambia.
Ci sono anche alcuni casi in cui posso utilizzare insieme già ed ormai.
Se dico: “ormai è già tardi” voglio allo stesso tempo sottolineare che non c’è più nulla da fare (ormai) e che questo momento è arrivato velocemente prima del previsto (già).
Ci sono alcune modalità interessanti di usare “già” di cui voglio parlarvi.
Nella frase:
già m’immagino come andrà a finire
In questa frase “già” posso anche sostituirlo con “sin d’ora“. Stiamo pensando al futuro, stiamo immaginando il futuro e sto provando a fare una previsione. Sin d’ora, cioè già da questo momento, già oggi, già adesso. La frase “sin d’ora” è l’abbreviazione di “persino adesso”
La potete usare in ogni circostanza simile.
Vi dico sin d’ora che prima o poi andrò in Polonia per visitare Versavia, Cracovia e Danzica.
Posso anche usare già:
Vi dico già da oggi che prima o poi andrò in Polonia per visitare Versavia, Cracovia e Danzica.
Potete fare questa sostituzione: (sin d’ora al posto di già da ora) quando parlate di un futuro indefinito, oppure magari state facendo una promessa o avete un desiderio che volete subito realizzare:
Ringrazio tutti sin d’ora per l’aiuto che mi avete dato.
Desidero sin d’ora ringraziarti per quello che hai fatto.
Un secondo uso particolare di “già” è quando si parla di una persona che nel passato (ed oggi non più) aveva una funzione o una qualifica. Ad esempio se sto parlando di Silvio Berlusconi, che in passato è stato presidente del consiglio dei ministri italiano, posso dire:
Silvio Berlusconi, già presidente del consiglio ha deciso di candidarsi nuovamente
Oppure:
Il già presidente del consiglio Berlusconi ha deciso di candidarsi nuovamente.
Il che significa:
Silvio Berlusconi, che in passato è già stato presidente del consiglio, ha deciso di ricandidarsi.
Usare “già” in questo modo dunque è un modo veloce di esprimere lo stesso concetto Ma si usa solamente per le cariche, le funzioni, le qualifiche:
Il già ministro Giovanni, il già presidente Giuseppe, la già direttrice Maria (di sesso femminile), oppure (se dite subito il nome potete togliere l’articolo) :
Giovanni, già ministro. Giuseppe,, già presidente Maria, già direttrice.
Un ultimo utilizzo di “già” non ha nulla a che fare col tempo.
Già, hai ragione.
È un modo per dare una conferma. È come dire: è vero, hai ragione, è proprio così.
Se io dico: certo che la carne Argentina è proprio buona vero?
Tu puoi rispondere:
Già, hai proprio ragione
Già, è proprio così.
È quindi una forma di assenso un modo per dire che sei d’accordo.
La prossima volta, prima di andare in vacanza in Belgio cerchiamo di imparare un po’ di inglese.
Già, hai proprio ragione.
Ci sono alcune parole o frasi particolari di cui volevo parlarvi:
Già che ci sei, già che ci siamo, gia che ci siete, eccetera.
Queste locuzioni si usano quando si vuole approfittare di un’occasione favorevole.
Ad esempio:
Già che sei in Argentina, salutami Marta se andrai a Buenos Aires.
Già che ci sei, portami anche del mate.
Quindi è come dire: visto che ti trovi in Argentina, considerato che sei in Argentina puoi approfittare per… Puoi cogliere l’occasione per…
Vai in Belgio in viaggio d’affari?) già che sei lì, visita la più antica città del Belgio che si chiama Tournai.
Già che sei lì, già che ci sei già che ti trovi li. Si può dire in moltu modi diversi ma in tutti i casi si tratta di un’occasione da non perdere.
Le due parole già è che possono anche formare una sola parola: giacché, con l’accento acuto sulla e.
Giacché ha lo stesso uso di già + che è si usa anche in qualche occasione in più.
Ad esempio:
mi chiedi se sono mai andato a Cracovia? Giacché me lo chiedi, ti rispondo che non ci sono mai stato, ma che spero di farlo in futuro.
Quindi giacché è come poiché, siccome, visto che. Un uso più ampio rispetto a già + che.
Allora spero di essere stato abbastanza chiaro. Un piccolo esercizio di ripetizione prima di terminare:
Già te ne vai?
Sì, è già tardi.
Forse è troppo tardi ormai.
Stiamo insieme da 5 anni ormai. È ora di sposarsi
Stiamo insieme già da 5 anni! Come corre il tempo!
Già che vai in vacanza in Belgio portami un pensierino da Bruges.
Finisce l’episodio e già che ci sono vi saluto tutti con affetto.
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Buongiorno cari amici di Italiano Semplicemente, l’espressione che oggi vorrei spiegarvi è: “Il troppo stroppia“.
State ascoltando la voce di Giovanni che vi parla dalla città di Roma.
Tre parole dunque: il, troppo, stroppia. Si tratta di un noto proverbio usato in tutta Italia.
Un proverbio, quindi un detto, qualcosa che si tramanda di generazione in generazione, e che contiene un messaggio che rappresenta un insegnamento, qualcosa che può essere utile per vivere. Questo è un proverbio.
Naturalmente tutti voi stranieri vi starete chiedendo cosa significhi “stroppia“. Si tratta semplicemente di un verbo, e precisamente il verbo è STROPPIARE. Un verbo usato quasi sempre solo all’orale e abbastanza popolare.
Stroppiare è un verbo italiano, che deriva, cioè proviene, ha origine da un altro verbo: il verbo STORPIARE. Questa è la forma corretta in realtà.
Ripeti: storpiare, stroppiare
È necessario che io vi spieghi innanzitutto questi due verbi: storpiare e stroppiare.
Storpiare, se cercate sul vocabolario, significa deformare, cioè cambiare forma.
Il verbo stroppiare invece è, come vi dicevo, la variante popolare di storpiare. In pratica il verbo storpiare si è modificato e col tempo è nato anche il verbo stroppiare.
Succede qualche volta nella lingua italiana che da una parola ne derivi un’altra, ne scaturisca un’altra con lo stesso significato. Volete un esempio in più?
Su due piedi mi viene in mente la parola bisnonno, che è il padre del nonno, quindi bisnonno o bisonna = nonno/nonna due volte (il bisnonno è quindi il genitore del nonno o della nonna). Ebbene, a volte alcuni italiani pronunciano “sbinnonno” con la s iniziale.
Questo è un fenomeno fonetico per cui un suono può cambiare posizione all’interno di una parola.
Quindi stroppiare e storpiare hanno lo stesso significato e significano deformare, cambiare forma. Si passa da una forma originale, che aveva un senso ed una funzionalità, ad una forma diversa, che non ha più un senso vero.
Le cose che si stroppiano, che vengono stroppiate o che si storpiano, quindi hanno qualcosa di sbagliato. È una deformazione con un senso negativo. È un danneggiamento.
C’è un’opera, un dipinto del Pittore Spagnoletto che si chiama “Lo storpio”.
Se cercate su internet troverete questo dipinto che rappresenta una persona (si tratta di un bambino) che ha una caratteristica precisa: è storpio alla mano e anche al piede. Oppure possiamo dire che ha una mano storpia e un piede storpio.
Significa che la mano è stata storpiata, cioè danneggiata, tagliata. La mano ha perso la sua funzionalità, come anche il piede. Il ragazzo quindi è storpio alla mano ed al piede. Non si tratta di una deformazione qualsiasi dunque. C’è un danno anche.
Storpio, è vero, significa deforme nella braccia o nelle gambe, cioè minorato negli arti, e si dice anche “sciancato” nel caso delle gambe, facendo riferimento alle anche, che sono delle ossa.
In questi casi di deformazione fisica il termine stroppio si usa meno di storpio. Ma nel nostro proverbio invece “il troppo stroppia” è molto più diffuso rispetto a “il troppo storpia”.
Adesso siamo ad intuito capaci di provare a dare una spiegazione al proverbio.
E’ il troppo che stroppia! Quindi il troppo, cioè l’esagerazione, o anche l’abbondanza, l’eccesso, in qualsiasi cosa, crea una negatività, una deformazione negativa, che non fa bene.
Chiaramente il suono della parola “troppo” è simile a “stroppia” ed i proverbi spesso hanno una caratteristica fonetica di questo tipo; c’è quasi sempre una rima o un gioco di parole o un gioco di suoni che sono simili tra loro in un proverbio.
Quindi quando c’è un eccesso, un’abbondanza esagerata, anche nel caso di cose apparentemente belle e positive, si crea una situazione che nuoce, una situazione negativa.
Ogni eccesso quindi è negativo. Questo è il senso della frase.
Anche una grande fortuna, una eccessiva ricchezza (una ricchezza “smodata“, si dice anche) puo diventare controproducente, negativa.
Gli eccessi guastano, deformano, sciupano, rendono peggiori.
E’ come se un eccesso di quantità non rendesse più possibile la gestione e l’utilizzo, e per questo si rivela negativo.
Il proverbio in realtà ha anche altre versioni simili. Si dice anche in altri modi: “Il troppo è troppo“; oppure “ogni troppo è troppo“, “quando è troppo è troppo“.
Abbiamo visto in altri episodi anche altre frasi che giocano con le parole: “chi non risica non rosica“, una espressione che abbiamo spiegato all’interno del corso di italiano professionale, parlando di rischi ed opportunità.
Ma ce ne sono altre come “volente o nolente” , “chi dice donna dice danno” (in questo caso un’espressione discriminatoria contro le donne), o anche “capire fischi per fiaschi“, “dalle stelle alle stalle“.
Volevo farvi notare anche che Stroppiare e storpiare iniziano con la lettera s.
Spesso la lettera esse si usa per dare un senso di troppo, di intensità. Pensate alla differenza tra battere e sbattere, parlare e sparlare.
Insomma il troppo è troppo, quindi stroppia. C’è intensità quindi che porta ad una deformazione, un danneggiamento.
Come possiamo usare questo proverbio?
Possiamo pensare al denaro come ho detto prima, che porta sempre a cose negative quando è troppo ed arriva all’improvviso.
Possiamo pensare ad un’amicizia o ad una relazione di coppia. Stare troppo vicini ad una persona fa diventare il rapporto un rapporto eccessivamente morboso, porta a privazioni della libertà.
Pensate al lavoro: va bene lavorare perché senza lavoro non c’è dignità, ma troppo lavoro non va bene. Bisogna ricordarsi che il lavoro serve a vivere e non il contrario. Il troppo stroppia anche in questo caso.
Fate ginnastica, perché fa bene, ma non esagerate: anche la mente e l’anima vanno curate: il troppo stroppia.
Una virtù può diventare un vizio, un pregio può diventare un difetto, un vantaggio si trasforma in svantaggio.
Il proverbio è molto diffuso ed è presente anche in rete, se fate una ricerca lo potete verificare personalmente.
L’abbiamo spiegata sulle pagine di italianosemplicemente.com qualche tempo fa. Un’espressione abbastanza simile a “il troppo stroppia” o “il troppo storpia” , ma in quel contesto si fa riferimento solamente all’esagerazione nel parlare.
Bene allora facciamo un breve esercizio di ripetizione prima di concludere:
Il troppo stroppia
Il troppo storpia
Notate anche la pronuncia della o in questi due casi: storpia, stroppia
Storpiare
Stroppiare
Eccesso
Esagerazione
Deformazione
Danneggiamento
Ora vi saluto perché ho già parlato abbastanza e il troppo stroppia anche in questo caso.
Un saluto da Giovanni. Vi lascio ascoltare un esempio di utilizzo della frase di oggi. La voce è di Bogusia, un membro dell’associazione Italiano Semplicemente.
Bogusia: Io non sono una cicciona, questo no, ma visto che si approssima l’estate e siccome ho una certa mole che mi pesa addosso, dopo l’inverno, mi sono detta: basta Bogusia, il troppo stroppia, mettiamoci a digiuno, che inizierò mercoledì prossimo ricorrendo alla dieta depurativa. Mi prendo la briga di nutrirmi solamente di verdure per almeno quattro settimane.
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Buongiorno a tutti, oggi vediamo una espressione italiana molto particolare, ma non si tratta di una espressione idiomatica.
L’espressione in questione è “Da par suo“. Interessante vero?
Sicuramente anche questa espressione finirà in un audio libro di italiano semplicemente.
A proposito, per chi non lo sapesse io sono Giovanni e sono il creatore di ItalianoSemplicemente.com e per coloro che sono interessati vi informo che sono già due i libri audio che si possono acquistare su Amazon (oppure ordinando direttamente dal sito). Un libro per principianti e un libro per livello intermedio. Si tratta dei primi due libri di Italiano Semplicmenete a cui ne seguiranno nei prossimi mesi degli altri. Abbiate solo un po’ di pazienza.
Ad ogni modo torniamo all’espressione di oggi.
Da par suo è formata da tre parole: Da + par + suo.
Da è una preposizione semplice, e in questo caso indica una provenienza, come ad esempio:
Vengo da casa,
Veniamo da Roma
Attenzione perché “da” altre volte si usa per indicare una destinazione (il contrario della provenienza). Ad esempio:
Domani vengo da te, ti troverò a casa?
In questo caso è “da par suo“, e si vuole indicare una provenienza, ma non da un luogo, bensì da una persona: “suo” significa “di lui”, o “di lei”, qualcosa che appartiene o proviene da una terza persona. Ma cosa può provenire da una persona? Un oggetto, un pensiero, uno sguardo, una sensazione, un’emozione qualsiasi ed altro ancora.
Si possono fare tanti esempi con questo significato:
Da te non me l’aspettavo!
Dal suo sguardo sembra una persona tranquilla.
A giudicare dalla sua abitazione, sembra una persona ricca
“Da par suo” quindi contiene qualcosa che viene da una persona. Vediamo cosa. Questa frase può avere diversi significati. Vediamo il primo significato:
Se ad esempio una persona mi fa un torto, un dispetto, fa qualcosa contro di me, ha un comportamento che io non apprezzo, oppure io ricevo un’offesa da questa persona, in questo caso, se questa persona è nota, è famosa per essere un tipo che fa sempre queste cose, io posso dire dire:
Da un par suo c’era da aspettarselo
Cioè da uno come lui, da lui, o da una persona come lui, o come lei (se è una donna). Par in questo caso significa “pari”, cioè “uguale”. Da par suo = Da un suo pari, da uno che è pari a lui: cioè semplicemente “da uno come lui”.
“Par”, senza la lettera i finale, sta per “pari” dunque. Ma se ci pensiamo bene possiamo interpretare “par” anche come l’abbreviazione di “parte”.
Infatti la frase precedente é equivalente a:
Da parte sua c’era da aspettarselo.
In questa frase non si fa riferimento ad “un suo pari“, ma semplicemente a lui: da un par suo diventa “da parte sua”. Ad ogni modo è importante dire che “par” nella frase “da par suo” significa pari, e non “parte”. Questo però come abbiamo visto non ci impedisce di costruire una frase molto simile utilizzando la parola “parte”.
Se mettiamo l’articolo “un” davanti (un par suo) vogliamo etichettare questa persona di cui parliamo, vogliamo considerarla una persona di un certo tipo, con certe caratteristiche. Quindi è un po’ offensivo e distaccato. E’ un modo di prendere le distanze da questa persona, o dalle persone come lui, con le stesse sue caratteristiche.
Spesso però l’articolo “un” non c’è. Ed a volte non c’è neanche la preposizione semplice. Ad esempio:
Non è da par tuo comportarsi così.
Giuseppe si mantiene da par suo;
Non è giusto accusare un galantuomo par suo!
Quindi “Non è da par tuo comportarsi così” significa “lui solitamente non si comporta in questo modo”, “non è questo il modo in cui si comporta”.
E’ solo una modalità diversa e più elegante di esprimersi usando “da par suo“.
Ovviamente “suo” può diventare mio, loro, tuo eccetera se ci riferiamo ad altre persone.
“Giuseppe si mantiene da par suo” significa invece che Giuseppe si mantiene da solo, senza l’aiuto di nessuno. Qui il significato è diverso da prima.
“Non è giusto accusare un galantuomo par suo!”.- In questa frase “par suo” lo potete semplicemente sostituire con “come lui“. E’ come se volessimo indicare le qualità di una persona, o il suo grado sociale. Questo è ancora un altro significato: si usa “da par suo” per fare un complimento. Esempio:
Cosa? Vorresti accusarlo di aver rubato? Non puoi accusare una persona onesta par suo! Non è una persona che farebbe una cosa simile.
Qui non c’è la preposizione “da”.
Si usa quindi per lodare una persona, evidenziare le sue doti, le sue capacità intellettuali, o di altro tipo. Posso dire ad esempio:
Se qualcuno ti insulta, devi rispondere da par tuo.
Cioè devi rispondere come sai fare tu, com’è nel tuo normale modo di fare.
Bravo, adesso sì che hai dato una risposta da par tuo;
Ancora un esempio: se conosco un pittore bravissimo, vedendo il suo quadro posso dire:
Ha realizzato un quadro da par suo, quale ci si doveva aspettare conoscendo il suo valore.
Questa modalità in teoria si potrebbe usare anche per evidenziare difetti o lacune delle persone, ma molto più frequentemente si utilizza per lodare.
Prima vi ho detto che “par” sta per pari, ed a volte “da par suo” è interpretabile come “da parte sua”. Attenzione perché se è vero che qualche volta questo posso farlo, non sempre posso fare il contrario. Infatti solitamente la frase “da parte sua” ha un senso diverso, e si usa per indicare un comportamento di una persona che si contrappone al comportamento di una seconda persona. Ad esempio:
Io volevo fare l’attore, ma mia madre, da parte sua, preferiva che io mi laureassi per diventare un medico.
In questo caso “da parte sua”, così come “da parte mia”, “da parte tua”, eccetera si usa per indicare una preferenza, o la scelta o anche solo un pensiero che viene da una persona:
Da parte mia, non ho nulla da aggiungere
Da parte mia nessun problema
Da parte tua, che ne pensi?
Da parte nostra ok, tutto a posto.
Oh scusa ti ho fatto male? Non c’era la volontà di farti male da parte mia!
Un’ultima annotazione: “da par suo” si usa solo al maschile se non vogliamo che il significato sia quello di “da parte sua”. Non potete quindi dire: “da par sua” e neanche “da par nostra” o “da par vostra”. Meglio non usare il femminile proprio per non confondere “da par suo” con “da parte sua”. Ed infatti la parola “parte” è femminile: “la parte sua”. Se usate”da par sua” (al femminile) evidentemente state dicendo “da parte sua” in modo abbreviato, ma non si usa molto fare questa abbreviazione.
Quindi ricapitoliamo: da par suo, da par mio, da par tuo eccetera si usa in diversi modi: “da par suo” significa da uno come lui, da una persona uguale a lui. Abbiamo visto diversi utilizzi di questa espressione, che rappresenta una modalità abbastanza elegante e simpatica per esprimere un concetto abbastanza semplice. Si può usare sia per lodare le persone, per evidenziare le cose ocaratteristiche positive, ma anche (più raramente) per evidenziare quelle negative. Sebbene “da par suo” sia simile a “da parte sua” possiamo costruire frasi simili con le sud modalità ma generalmente si usano in contesti diversi, infatti da parte sua, mia, tua eccetera si usa per riferirsi ad una persona e per esprimere una opinione o preferenza o scelta. Infine “par suo” si usa solo al maschile, altrimenti state abbreviando la frase “da parte sua”.
Da parte mia quindi avrei terminato questo episodio, e se voi, amici ascoltatori e lettori appassionati della lingua italiana, volete da parte vostra fare un esercizio di ripetizione, mi accingo a proporvi alcune frasi da par mio, che voi, da par vostro, potrete ripetere:
Da par mio
Da par suo
Da par loro
Da par nostro
Ho risposto alle accuse da par mio!
Bravo, hai mangiato tutto da par tuo!
Giovanni, da par suo, ha scritto ben due libri
In Italia si mangia bene, ma la Svizzera, da par suo, ha un cioccolato strepitoso!
Negli Stati Uniti c’è un luogo che si chiama Rock Springs. Ebbene la bellezze naturali di Rock Springs, da par loro, non hanno nulla da invidiare a quelle italiane.
Affrontate il nuovo anno da par vostro con una bella sfida da vincere
Ho citato la Svizzera e Rock Springs per ringraziare alcuni donatori di Italiano Semplicemente. E’ grazie a loro se non trovate la pubblicità all’interno del sito.
Al prossimo episodio ringrazierò anche altri donatori che vengono da altre località in tutto il mondo, e lo farò perché, da par loro, meritano un ringraziamento speciale.
Buongiorno amici, oggi un breve episodio per rispondere ad una domanda di un visitatore di italiano Semplicemente. Chi vi parla è Giovanni.
Si tratta di una visitatrice a dire il vero: Bianca Maria, che mi chiede di fare luce sulla frase seguente: “la piccola igiene quotidiana”.
Dunque, cara Bianca Maria, chiariamo innanzitutto che non si tratta di un’espressione idiomatica o una frase che può avere significati nascosti.
L’igiene: i-g-i-e-n-e: notate innanzitutto che igiene si scrive con la “i” anche se non si sente.
Con il termine igiene si intende la pulizia. In genere col termine igiene si intende Il complesso delle norme igieniche, con particolare riferimento alla pulizia personale o degli ambienti che ci circondano.
Quindi esiste l’igiene degli alimenti (del cibo), l’igiene degli ambienti di lavoro, l’igiene delle stanze della nostra casa e anche l’igiene ambientale in generale.
Si tratta di un complesso di norme, cioè di un insieme di regole igieniche; l’insieme delle regole che riguardano la pulizia personale ad esempio (cioè del nostro corpo) o la pulizia degli ambienti eccetera.
Possiamo scendere nel dettaglio se vogliamo. Esiste quindi ad esempio l’igiene orale, che si realizza lavandosi i denti con spazzolino e dentifricio, o usando il colluttorio (per fare degli sciacqui alla bocca) e anche il filo interdentale, per pulire bene lo spazio tra denti e gengive. Si chiama igiene orale perché serve a pulire il cavo orale, cioè la bocca. Si chiama “cavo” perché la bocca è una cavità.
Ci sono anche altri tipi di igiene, come ad esempio l’igiene mentale, che è sempre un insieme di norme, di regole, ma racchiude anche i provvedimenti per la prevenzione e la cura delle malattie psichiche, del cervello, della mente, attuati attraverso centri specializzati che sono sul territorio di un paese.
In questo caso la pulizia c’entra poco ed il legame con l’igiene inteso come pulizia a prima vista non si vede molto.
In realtà solo apparentemente, perché il termine igiene è un ramo della medicina, è una branca della medicina, cioè una parte della scienza medica dedicata alla salute fisica e mentale. Si parla di salute quindi e non di pulizia.
Quindi si capisce che anche l’igiene mentale riguardi la cura della nostra salute, come la pulizia del cavo orale riguarda anch’essa la nostra salute.
Bene, passiamo adesso all’igiene personale.
La domanda di Bianca Maria faceva riferimento all’igiene personale, e questo riguarda la pulizia del nostro corpo. L’obiettivo è quello di prevenire infezioni e malattie, quindi quando parliamo di igiene personale, parliamo di igiene orale ma non solo. Infatti pulire il nostro corpo non significa solamente pulire il cavo orale.
Parliamo della pulizia delle mani ad esempio, della pelle, del viso e del resto del corpo. C’è poi una categoria speciale di igiene: l’igiene intima, che riguarda la pulizia delle parti intime: le zone genitali quindi, che sono molto sensibili e sempre a rischio di irritazione, soprattutto a causa del sudore, dello sfregamento con i vestiti, ed ovviamente si possono sviluppare anche cattivi odori.
Di conseguenza le operazioni che fanno parte della nostra igiene personale sono la doccia o il bagno, con i quali laviamo il nostro corpo per intero, o il lavaggio e la cura di parti del nostro corpo: il lavaggio delle mani, del viso, dei denti e delle orecchie, delle parti intime eccetera.
Quando si parla di piccola igiene personale, in genere si intende tutto ciò che può servire per avere cura della nostra igiene personale; potremmo parlare del minimo indispensabile per occuparsi del proprio corpo.
Può capitare che in alcune occasioni venga richiesto ad una persona di avere a disposizione tutto il necessario per la “piccola igiene personale“. Ad esempio in casi di viaggi per andare in gita, una escursione organizzata, un campeggio o cose del genere. Se non viene specificato altro, probabilmente questa attrezzatura include semplicemente uno spazzolino da denti e del dentifricio, un pettine o una spazzola per capelli, una saponetta, uno shampoo e nel caso di persone anziane anche un contenitore per protesi, come la dentiera ad esempio. Per i maschi anche un rasoio elettrico personale, una lametta e del dopobarba. Il tutto dovrebbe riuscire ad entrare in una bustina. Credo di poter escludere tutto ciò che riguarda il trucco femminile, anche se da qualcuno potrebbe essere considerato fondamentale per la propria salute e sopravvivenza! In questi casi non dimenticate rossetto, smalto, fondotinta e mascara.
Credo sia effettivamente questo il motivo che ha spinto Bianca Maria a fare la sua domanda. Grazie a tutti per averci seguito ed ascoltato anche oggi con questo brevissimo episodio.
Vi invito a ripetere alcune parole prima di concludere, che ci aiuteranno a ricordare qualcosa sulla piccola igiene personale:
igiene personale
spazzolino e dentifricio
filo interdentale
colluttorio
dentiera
shampoo
doccia
igiene intima
igiene orale
saponetta
bagnoschiuma
assorbenti intimi
spazzola
pettine
Grazie a tutti, vi aspetto al prossimo episodio di italiano semplicemente.
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Buongiorno amici bentornati su italiano semplicemente, rispondo volentieri ad una domanda arrivata per email, una domanda in cui si chiede di spiegare il significato di una frase.
La frase indicata da Tamara è “conti qualcosa per me”.
Una frase romantica, che si pronuncia di fronte alla persona amata.
In effetti il verbo contare ha diversi significati, ed uno di questi significati è legato al valore delle cose e delle persone.
Quando una persona conta, o quando qualcosa conta, vuol dire che ha molta importanza.
Contare significa quindi essere importanti, e contare qualcosa ha lo stesso significato.
Contare qualcosa per qualcuno significa che c’è una persona (qualcuno) che crede che tu sia importante.
Conti qualcosa per me è come dire “tengo molto a te”.
Tu conti molto per me =io tengo molto a te.
Tu conti qualcosa per me è una modalità meno impegnativa rispetto a “tu conti molto per me” ma è pur sempre una dichiarazione d’amore.
Credo che sia persino più sincera, perché se una persona vuole mentire non userebbe “qualcosa” ma per fare colpo userebbe “molto”.
Questa è la mia opinione e sensazione ovviamente.
Abbiamo fatto un episodio in passato dedicato alla frase “ci tengo”, “tengo a te” ed altre modalità di esprimere dei sentimenti.
Consiglio a Tamara e anche a tutti i visitatori di dare un’occhiata all’episodio in questione.
Per oggi è tutto. Se siete arrivati fino alla fine significa sicuramente che italiano semplicemente conta qualcosa per voi.
Sappiate che la cosa è reciproca.
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Buongiorno ragazzi, voglio rispondere a Giorgia, ha fatto una richiesta riguardo alla frase “stare all’aria aperta“. Grazie Giorgia della tua richiesta. Io sono Giovanni di italianosemplicemente.com e vediamo di riuscire a spiegare questa frase: stare all’aria aperta. E’ anche una bella occasione per vedere insieme qualche termine particolare e alcune frasi che si usano quando si parla di “aria aperta”.
Credo che sia il caso di spiegare una parola alla volta.
Stare è un verbo, e questo verbo si usa in moltissime occasioni diverse. Stare significa prima di tutto essere in un luogo, e restare in quel luogo senza allontanarsi; quindi stare significa fermarsi, trattenersi; è il contrario di andare.
Sono stato a casa tutto il giorno;
Stare a scuola,
Stare in ufficio
Stare a letto;
Sono stato dai miei genitori
Finora il senso è proprio relativo alla permanenza in un luogo: la scuola, l’ufficio, il letto, la casa dei genitori.
Se non consideriamo in questo episodio le infinite frasi idiomatiche che contengono il verbo stare, possiamo però notare che a volte questo verbo si usa più in generale per indicare la permanenza non esattamente in un luogo ma in una situazione o in un ambiente:
Stare sotto la pioggia
Stare all’ombra
Stare al chiuso
Stare all’aperto
Quest’ultima frase: “stare all’aperto” è quindi il contrario di “stare al chiuso”.
Molto simile è “stare all’aria aperta” che è l’espressione che ha chiesto Giorgia. La frase è equivalente a stare all’aperto, ma si aggiunge la parola aria per sottolineare l’aspetto legato alla salute.
L’aria si trova normalmente in tutti gli ambienti, e si usa spesso dire “stare all’aria” per indicare che qualcosa si trova in un ambiente aperto, non chiuso quindi, non riparato, ma spesso esposto alle condizioni atmosferiche.
A volte si usa aggiungere “aperta”: stare all’aria aperta, ed in questo caso si fa quasi sempre riferimento, come dicevo, ai benefici di stare in un ambiente aperto. Trovarsi in un ambiente all’aperto significa quindi stare all’aria aperta.
E’ un consiglio valido per tutti quello di stare all’aria aperta un po’ tutti i giorni, per godere dei benefici come l’assorbimento della vitamina D, evitare di stare troppo seduti e fare attività salutari preferibilmentee sposti alla luce del sole.
Quando si dice “stare all’aria aperta” è perciò come dire “stare all’aperto”, che è il contrario di “stare al chiuso“.
L’aria si dice “aperta” proprio perché quando essa è “chiusa”, vuol dire che non ha possibilità di uscire all’esterno, è racchiusa in un ambiente, quindi si trova chiusa (o racchiusa) in un ambiente, e questo spesso è causa di malattie, vuoiperché con delle persone dentro si riempie di batteri, vuoi perché l’aria a volte si riempie anche di gas che provengono dal terreno, come il radon ad esempio. Insomma è sempre bene far ossigenare gli ambienti, facilitare il ricambio dell’aria negli ambienti chiusi.
Facilitare un costante ricambio dell’aria negli ambienti è quindi buono per la salute, perché ci sono molte sostanze che si possono trovare nell’aria e non si possono percepire, non ci si accorge della loro presenza. Si parla di “aria viziata” in questi casi. L’aria viziata è l’aria che si trova in un ambiente e che non è stata cambiata, quindi si sente come si dice “puzza di chiuso“.
Fermiamoci un attimo sul concetto di “aria viziata”.
La parola “viziata“, o “viziato” si usano quasi sempre per indicare un difetto, o un “vizio” di una persona. Spesso i bambini si dicono viziati quando i genitori li abituano a ricevere molti regali o li abituano a vedere soddisfatti tutti i loro desideri.
Nel caso dell’aria viziata invece si fa riferimento proprio al fatto che l’aria necessita di essere ricambiata in un ambiente chiuso.
A questo proposito un piccolo consiglio che viene dalla medicina: se non si ha l’opportunità di stare all’aria aperta e si è costretti a stare in ambienti chiusi con altre persone, i medici suggeriscono di lasciare le finestre aperte 1-5 minuti ogni ora. Questo assicura un adeguato ricambio dell’aria. Arieggiare quindi una stanza (cioè far circolare l’aria al suo interno) da 1 ai 5 minuti ogni ora. Molte persone hanno la tendenza a non aprire mai le finestre di casa quando fa molto freddo ma questo non fa bene dunque alla salute.
Sperando di aver ben spiegato la frase, facciamo un breve esercizio di ripetizione:
Aria aperta
Stare all’aria aperta
Arieggiare una stanza
Aria viziata
C’è aria viziata in questa stanza
Che puzza di chiuso in questa stanza, apri le finestre!
Occorre un ricambio dell’aria
Ossigenare i polmoni
Far circolare l’aria
Al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Grazie ai donatori, a chi sostiene il sito, e grazie a tutti coloro che ci seguono, che spesso stanno all’aria aperta, fanno una corsetta nel prato e nello stesso tempo ascoltano gli episodi di Italiano Semplicemente. Per chi non lo ricordasse, l’utilizzo dei cosiddetti tempi morti è una (la seconda) delle sette regole d’oro per imparare l’italiano.
Ciao a tutti
Donazione personale per italiano semplicemente
Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale.
Per il sito significa vita, per te significa istruzione.
Giovanni: ciao a tutti. Bentornati su italianosemplicemente.com. Oggi ritorna la rubrica “le meraviglie di Roma“. Io sono Giovanni ma questa puntata la lascio volentieri nelle parole di Bogusia, membro dell’Associazione Italiano Semplicemente.
Bogusia ci parlerà della Scala Santa, a Roma. Mentre farà questo, Bogusia prova ad utilizzare alcune espressioni imparate sulle pagine del nostro sito. Vediamo come se la caverà. Buon ascolto a tutti. Iniziano le trasmissioni di radio italiano semplicemente.
Bogusia:
Buongiorno, salve cari ascoltatori di “radio italiano semplicemente”.
Mi chiamo Bogusia e vi ringrazio per aver scelto di ascoltarci ancora una volta.
Io sono uno dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente e oggi mi piacerebbe parlare della nostra nuova rubrica, “le meraviglie di Roma”, che è stata lanciata circa un mese fa, quando ci siamo occupati della Bocca della Verità.
A dire il vero c’è stato anche un episodio dedicato al Pantheon tempo addietro, ed uno anche dedicato a Castel Sant’Angelo, ma non era ancora stata definita con esattezza l’intenzione di realizzare una rubrica dedicata a Roma ed alle sue meraviglie.
Devo ammettere che non è stato affatto facile riprendere la rubrica per via della scelta giusta. Più volte sono stata sul punto di mollare tutto; capirai!
Avevo solo l’imbarazzo della scelta su quale delle tante meraviglie scegliere.
Ci sono tanti posti, luoghi, attrazioni, meraviglie a Roma di cui parlare, ma penso che man mano li potremo scoprire tutti, senza farci prendere dalla frenesia.
Possiamo dare un’occhiata soprattutto ai meravigliosi luoghi che risultano ancora poco conosciuti dalle masse.
Un’altra sfida poi avevo in mente: mettere a frutto le espressioni (alcune intendo) imparate su italiano Semplicemente.
Con questi due obiettivi in mente, per questa puntata ho voluto scegliere un luogo adatto.
Dopo tanta esitazione e tanto indugio, alla fine sono riuscita a far uscire dalla testa “la scala Santa“. Ma quale scala Santa d’Egitto?
Qualcuno potrebbe mettersi a gridare!
Io ho scelto questo luogo turistico poco conosciuto perché si trova presso il centro di Roma ed è facilmente raggiungibile da tutti.
Inoltre, come dicevo, è un luogo non molto conosciuto, se non dai cittadini e turisti di fede cristiana.
Considerata la storia della Scala Santa (forse dovremmo parlare di leggenda) secondo me vale assolutamente la pena di parlarne, fede religiosa a parte.
Cercherò di rendere il mio racconto il più breve possibile e spero di riuscire ad adempiere ai miei due obiettivi di cui sopra ed al mio piacere di riscuotere il vostro interesse.
Vediamo un po’: il santuario della Scala Santa si trova nel complesso dei palazzi del Laterano, a un passo dalla basilica di San Giovanni in laterano, antica sede del Papa. Lo sapevate?
Bisogna attraversare solamente la strada rispetto alla basilica lateranense e si entra in un altro mondo che ci riconduce alla passione di Gesù Cristo.
Ma anticamente, pochi lo sanno, quel luogo era tutt’uno con il palazzo papale.
Non vorrei però raccontare la storia del luogo, ma la tradizione raccontata da più di mille anni.
Per la religione cristiana e secondo gli storici del medioevo si tratta di uno dei luoghi più venerati di Roma.
Una leggenda medievale vuole infatti che questa scala sia la stessa che Gesù utilizzò per raggiungere l’aula dove poi lo avrebbe aspettato il governatore Ponzio Pilato per interrogarlo, a Gerusalemme, poco prima della crocifissione.
Questa scala utilizzata da Gesù fu trasportata a Roma nell’anno 326 per volere della madre di Costantino l, Flavia Giulia Elena, venerata dai cristiani col nome di Sant’Elena Imperatrice.
Si tratta di 28 gradini in tutto, gradini marmorei, quindi costruiti in marmo.
La venerazione della Scala Santa si deve anche al fatto che la scala porta verso la cappella di San Lorenzo in Palatio ad Sancta Sanctorum, ovvero la cappella privata del pontefice, nella quale si trovano tesori numerosi, tesori non da vagliare da un orefice o gioielliere ma dal punto di vista sacro.
Tra questi, ci sono le reliquie della passione di Cristo portati a Roma insieme alla scala di Sant’Elena.
Come racconta la tradizione, i 28 gradini furono sistemati dall’alto verso il basso in modo da non essere calpestati dai muratori.
I fedeli possono salirla in ginocchio. Non a piedi dunque ma con le ginocchia, sempre in segno di rispetto e venerazione.
Tale uso è antichissimo ed è stato sempre osservato. Parecchi fedeli percorrono, tutt’oggi, rigorosamente in ginocchio, tutta la scala Santa, pregando e chiedendo delle grazie.
I gradini della Scala Santa non sono mai stati percorsi a piedi, come avviene normalmente, tranne un’unica volta.
Si racconta di un solo caso infatti, come riferiscono le cronache del 1600: quello di un non credente che la volle salire a piedi.
Sembra però che quando posò il piede sull’undicesimo gradino, lo stesso sul quale cadde Gesù, una forza misteriosa gli fece improvvisamente piegare le gambe.
Spero di essere riuscita a destare qualche stupore o interesse e farvi voglia di saperne di più. Magari se andate a Roma, dare un’occhiata a questo posto, che seppur poco conosciuto ai più. Neanche, a quanto sembra, ai romani stessi, che passando in macchina nelle immediate vicinanze o fermi in attesa che scatti il fatidico semaforo, la guardano pensando che si tratti di una chiesa qualsiasi.
Chi ha il pane non ha i denti, come si dice a Roma, dove spesso ci si perde tra mille bellezze architettoniche e storiche.
Il mio racconto finisce qui, grazie mille per la vostra attenzione.
Comunque, a prescindere da quanto ho raccontato oggi, dovete sapere che in questo periodo si approssima la cosiddetta “quinta stagione” dell‘anno.
Si chiama comunemente così il tempo del carnevale in Germania, dove abito.
Approfitto pertanto per augurarvi buon divertimento e tanto gustose ciambelle di Carnevale, chiacchiere e tutto ciò che ha a che vedere con il carnevale.
Ho appena menzionato le ciambelle di carnevale ed allora prendo l’occasione al volo per ringraziare Giuseppina che registra per noi ottimi episodi che trattano delle specialità italiane.
Grazie mille Giuseppina.
Giovanni: brava Bogusia, hai usato parecchie espressioni di cui ci siamo occupati in passato ed anche qualche frase e qualche verbo dal corso di Italiano Professionale. Sulla trascrizione di questo episodio trovate i collegamenti alle frasi usate da Bogusia, che saluto. Mi piace molto fare questi episodi con i membri dell’associazione perché mi permette di capire le singole difficoltà dei membri che in questo modo possono essere risolte. Nel caso di. Bogusia le problematiche erano relative alle parole con l’apostrofo, come tutt’altro e castel Santangelo, oppure “un altro” dove, sebbene l’apostrofo non ci sia, potrebbe venire la tentazione di staccare le parole nella pronuncia. Questo è uno dei vantaggi dell’associazione italiano semplicemente.Grazie Bogusia.
Benvenuti a tutti in questo nuovo episodio di ItalianoSemplicemente.com, io sono Giovanni.
Per chi non conosce Italiano Semplicemente, in questo sito ci occupiamo di lingua italiana e ci impegniamo affinché gli stranieri imparino o migliorino il proprio livello di italiano e allo stesso tempo non si annoino a studiare con i metodi classici.
Bene, allora speriamo di riuscirci anche oggi, perché oggi parliamo di preposizioni semplici.
Un argomento in cui è difficile non annoiarsi, perché stiamo parlando di grammatica. Vediamo se riuscirò nel mio obiettivo dunque.
Allora parliamo di preposizioni semplici, cioè di come usare le parole di, a, da, in, con, su, per, tra, fra. Sono nove in tutto. Servono semplicemente a mettere in relazione due parti di una frase o due frasi diverse.
Gli stranieri, anche i più esperti, sbagliano spesso le preposizioni semplici. Oggi facciamo quindi tanti esempi di utilizzo e lo facciamo parlando dei paesi da cui ultimamente sono arrivate le donazioni ad Italiano Semplicemente. Un omaggio quindi ai donatori, che hanno aiutato Italiano Semplicemente.
Bene, cominciamo nel fare alcuni esempi di utilizzo. Faremo più episodi per non annoiarvi, altrimenti un solo episodio verrebbe troppo lungo e vi annoiereste. Allora iniziamo:
La città di l’Hospitalet de Llobregat è un comune spagnolo di261.130 abitanti situato nella comunità autonoma della Catalogna, in Spagna. A pochi km da Barcellona quindi.
Quindi “La città di l’Hospitalet de Llobregat è un comune spagnolo di 261.130 abitanti”. La Preposizione “di” l’ho utilizzata due volte. Prima per specificare quale città, per dire il nome della città. sto precisando di quale città sto parlando.
La città dil’Hospitalet de Llobregat
Analogamente posso dire:
La città diNova Friburgo si trova in Brasile. Quale città? Quella di Nova Friburgo. Oppure semplicemente: Nova Friburgo.
Quale città è un comune spagnolo di 261.130 abitanti? La città di l’Hospitalet de Llobregat, in Spagna.
Poi la seconda volta che ho usato “di”, ho detto:
“è un comune spagnolo di 261.130 abitanti”. In questo caso specifico il numero degli abitanti, ma ogni volta che specifico qualcosa uso “di”: il peso, la misura ad esempio.
Una animale di 10 kg, una memoria di 100 megabyte.
In questo caso indichiamo il numero di abitanti.
Poi diciamo che la città si trova a pochi da Barcellona.
Quando si parla di luoghi, di località, spesso troviamo “da“.
Ad esempio quando vogliamo indicare una distanza, come in questo caso.
Quindi la città si trova a pochi km da Barcellona. Significa che la distanza tra Barcellona e questa città è di pochi chilometri. Si sta prendendo Barcellona come un punto di riferimento.
Analogamente posso dire:
Itápolis è un comune del Brasile nello Stato di San Paolo ma è molto distante da San Paolo. Per andare daItápolis a San Paolo ci vogliono almeno 4 ore di automobile.
Quindi_
daItápolis a san Paolo ci vogliono almeno 4 ore guidando.
“Da” ed “a” si usano spesso nelle stessa frase quando si parla di distanze: Da un luogo ad un altro. Cioè da un luogo di partenza a un luogo di arrivo. Ad esempio
Da Silkeborg (in Danimarca) aHagen (inGermania), ci sono 682 km diguida.
In questo caso abbiamo usato anche “in” (in Danimarca, in Germania) e ancora “di” (682 km di guida).
Notate che é veramente difficile costruire una frase qualsiasi senza utilizzare nessuna preposizione semplice (o articolata). In Danimarca, in Germania: posso fare lo stesso con qualsiasi altra nazione. Attenzione però, non tutte le nazioni a dire il vero.
Quali sono le eccezioni?
Ad esempio Cuba:
per andare a Cuba, prendo l’aereo
“A” cuba quindi.
Perché? Generalmente “a” si usa con le città (vado a Roma, a Venezia, a Bolzano) e in con le nazioni (vado in Brasile, in Germania ecc), oltre che con i continenti (vado in Asia, in Africa ecc) ed anche con le Regioni (vado In Calabria, mi trovo in Lombardia ecc. Invece Cuba è uno stato insulare, fatto di isole, come anche Trinidad e Aruba.
Dunque in realtà non c’è una regola. Il motivo non esiste in realtà. Non chiedetevi il perché! Meglio no? Così non dovrete studiare la regola! C’è una consuetudine, che si è rafforzata col tempo e per gli italiani si dice così: vado a Cuba!
Quando si tratta di una sola isola invece generalmente con le isole piccole si usa “a”: vado a Ponza, vivo a Ventotene, mentre con le isole grandi si usa “in”, come se fosse una nazione, un continente o una regione. Quindi:
Ora mi trovo inSicilia
Mi piacerebbe andare inSardegna. InMadagascar non ci sono mai stato.
Con le città dicevo, per indicarle invece si usa generalmente “a”: vado a Roma, mi trovo a Silkeborg. Posso usare “in” solamente quando voglio intendere dentro, all’interno della città, senza dire il nome ma dicendo “città”.
Vado in città.
Simile a quando vado in ufficio.
Quindi la città, se la nominiamo col nome, indica un punto d’arrivo, mentre una nazione o un continente sono più grandi, quindi usiamo “in” perché andiamo “dentro” lo spazio di appartenenza. Lo stesso per le grandi isole: in Sardegna, in Sicilia eccetera.
Le città invece è come se avessero una sola dimensione, come se fosse un punto adimensionale: vado a Bolzano, mi trovo ad Umeå (in Svezia) eccetera.
Non è però la dimensione quella che conta, non c’è come abbiamo visto una regola fissa.
Infatti “in” si usa anche con spazi più piccoli: ad esempio se sono in una casa a Roma, evidentemente la mia casa è più piccola della città di Roma.
Se mi trovo in una casa a Roma e devo andare da una camera a un’altra e devo indicare il punto di arrivo, uso “in” e non “a”:
Voglio andare in camera da letto
Vado in giardino
Mi trovo in cucina
Lo stesso vale per dei luoghi precisi, più piccoli della città:
Vado inun albergo a Nova Friburgo, vicono alla Cattedrale di San Giovanni Battista;
Mi trovo in un appartamento di Itápolis, la città brasiliana gemellata con Pomezia (che si trova vicino Roma.
Quindi in un appartamento. Come anche:
Vado a pregare in una chiesa ad Umeå, in Svezia.
I luoghi possono essere molti quindi. Quando si indica un luogo uso in e a, a meno che si voglia indicare una appartenenza, allora è più adatto “di”:
Università diUmeå ad esempio, che nel 2012, è stata classificata 23ª tra i migliori istituti d’istruzione del mondo.
Quindi Università “di” Umeå, cioè che appartiene ad Umeå.
Oppure:
Nello Stato diRio de Janeiro, la città di Nova Friburgo è quella più fredda di tutte temperatura media annuale: circa 19 °C)
Riguardo alla differenza tra “a” e “in”, quando parliamo di luoghi, prima abbiamo detto che si usa una o l’altra a seconda che si tratti di una città, una regione, uno stato, un continente eccetera.
A volte si possono usare entrambe le preposizioni (“a” e “in”) e non cambia nulla, ma a volte cambia il livello di precisione che voglio dare: in ha più un senso fisico:
“sono in bagno” e “sono al bagno” ad esempio hanno lo stesso significato,
mentre “sono alla stazione” e “sono in stazione” possono avere significati un po’ diversi:
“A” ha un’idea di prossimità, quindi sono “alla stazione” significa che sono nei pressi della stazione, da quelle parti, magari anche fuori della stazione, mentre invece “sono in stazione” può indicare all’interno della stazione, non certamente fuori dunque.
Secondo episodio
In questo secondo episodio dedicato alle preposizioni semplici passiamo alle preposizioni “con, su, per, tra, fra“. Ancora un episodio dedicato ai paesi ed alle località da cui provengono le donazioni ad Italiano Semplicemente.
Vediamo qualche esempio usando “con e su“:
Nel mese di settembre 2019 ci vedremo in Italia coni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Quindi “con” esprime compagnia, unione. Ma non solo questo.
Posso anche parlare di uno strumento, un mezzo che viene utilizzato.
Ad esempio:
Se dovessi un giorno andare ad Hagen, in Germania, per vedere l’Hagen Open-air Museum, credo che andrei con l’aereo. Poi con un taxi arriverei al museo.
Quindi con un taxi, con l’aereo. La stessa cosa vale per qualsiasi tipo di strumento o mezzo.
Poi con si usa anche per esprimere un modo di fare una cosa, una maniera.
Quindi ad esempio, se dovessi recarmi in catalogna lo farei con entusiasmo.
Invece nello Stato di rio de Janeiro ci andrei con prudenza, visto che è più pericoloso.
Possiamo esprimere anche una qualità, una caratteristica:
Itápolis è una città brasiliana con molte attrazioni da scoprire, con la sua atmosfera particolare e con un passato affascinante da scoprire.
Posso inoltre dire: mi piacerebbe visitare anche Umea, in Svezia, che è stata la capitale europea della Cultura del 2014, ma con la crisi attuale credo che dovrò rimandare. Quindi “con la crisi attuale”, cioè a causa di questa crisi economica.
Vediamo un altro utilizzo, l’ultimo, della preposizione “con”. Sapete che a Silkeborg in Svezia spesso piove, ma nonostante tutto molte persone vanno a lavorare in bicicletta. Allora come si fa con la pioggia a Silkeborg per andare al lavoro? Si va lo stesso, questa è la risposta!
Allora ho usato “con” per limitare, per delimitare il discorso ad un argomento: con la pioggia. Analogamente potrei dire:
Come va con la salute? Non intendo dire “insieme” alla salute, e non intendo dire che la salute è uno strumento per fare qualcosa, e non è neanche un modo, una modalità, così come non è una caratteristica di Silkeborg. Infine non è una causa. In quest’ultimo caso sto delimitando il discorso ad un solo argomento: la pioggia.
Vediamo adesso “su“.
Diciamo innanzitutto che spesso troviamo sul, sullo, sulla, sui, sugli, sulle perché, come tutte le preposizioni si può unire all’articolo e forma una preposizione articolata.
Però capita spesso anche si usare “su”, mi raccomando senza accento.
Quando lo usiamo?
Ad esempio su è il contrario di giù.
Su quindi è quasi come “sopra”, ma non esattamente uguale.
Ad esempio: sei mai stato su in Svezia? (su quindi indica una localizzazione, si usa spesso quando si va in un luogo che sta più a nord).
Sì, sono stato in Svezia. Non ricordo esattamente quando ma avevo sui 30 anni quando ho visitato la città di Umeå. Quindi avevo sui 30 anni. In questo caso indica una approssimazione, come “avevo circa 30 anni”, “più o meno 30 anni”.
Allora in quell’occasione, quando sono andato In Svezia, abbiamo visitato anche la Danimarca, cosa che probabilmente fa un turista su due. In questo caso: “un turista su due” equivale a “per ogni due”: Si usa spesso anche così: Quanti riescono a visitare, nello stesso anno, sia Nova Friburgo in Brasile, che Hagen in Germania, sia La città di l’Hospitalet de Llobregat in Spagna?
Credo solo uno su mille, più o meno. Diciamo uno su mille, suppergiù.
Ecco, “uno su mille”, “un su due” è come dire “ogni 1000 persone, soltanto una persona riesce a farlo. “ogni due persone, solo una persona” riesce a farlo.
La parola “ogni” naturalmente non nel senso di tutti o tutte (tipo mi piace ogni tipo di pasta) ma nel senso di “gruppo” di due persone: uno ogni mille=uno su mille.
Poi prima ho usato la parola suppergiù, tutta unita. Suppergiù, che contiene “su” (ed anche giù) ed è un avverbio che indica un numero non preciso o in quantità approssimativa. Più o meno si usa maggiormente, circa è ancora più usato. Suppergiù è il più informale di tutti. Si usa nello stesso modo comunque.
Quante persone entrano ogni anno nel Duomo di Bolzano? Si tratta della chiesa più importante della città di Bolzano. Quante persone la visitano ogni anno? Non so, migliaia di visitatori, suppergiù 100 mila diciamo. Quindi più o meno, circa 100 mila visitatori ogni anno. Il senso dell’approssimazione quindi è presente anche nell’avverbio suppergiù, quindi è come dire “sui 100 mila visitatori ogni anno”, oppure “intorno ai 100 mila visitatori”.
Bene, quella stessa sera, durante il viaggio in Svezia e Danimarca, siamo stati a cena a Silkeborg, abbiamo cenato in albergo che fa anche degli ottimi dolci su ordinazione.
I dolci su ordinazione: un modo un po’ strano per dire che i dolci vanno ordinati. Si tratta di una locuzione in questo caso. Non puoi andare lì nel ristorante e prendere i dolci senza averli prima ordinati. I dolci sono su ordinazione. Quindi si indica una modalità, un modo di ordinare. E’ un po’ come dire: bisogna insegnare l’italiano sull’esempio di Giovanni ad esempio.
Questo è ancora un modo diverso di usare su. Come abbiamo visto quindi su diventa facilmente sui, sugli eccetera. Dipende dalla cosa a cui ci riferiamo. Ad esempio questo dolce costa sui 15 euro. Eccetera. Ci sono poi utilizzi di “su” che sembrano un po’ strani e qualcuno di questi ha qualche legame con il senso di “sopra”
posso contare su di te?
Italiano Semplicemente è sulla bocca di tutti
Poi altre locuzioni perdono del tutto il senso di “sopra”:
fare o dire sul serio: tornerò in Brasile: dico sul serio, cioè dico veramente.
stare sulle sue: oggi non mi va di parlare con nessuno, voglio stare un po’ sulle mie.
su due piedi: allora mi lasci così su due piedi? Così all’improvviso?
Nelle locuzioni, nelle frasi fatte, nelle frasi idiomatiche non ci si deve chiedere il perché a volte si usa o non si usa una preposizione semplice o articolata o qualche altro termine. Queste espressioni particolari si riconoscono anche per questa loro caratteristica. Adesso vi lascio al terzo episodio dedicato alla preposizione per.
Terzo episodio
Eccoci di nuovo qui, sono sempre Giovanni di Italianosemplicemente.com. Parliamo della preposizione “per“. Questo è il terzo episodio dedicato alle preposizioni semplici, che sono 9 in tutto: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.
Adesso tocca a “per”. Come al solito cercherò di fare molti esempi parlando dei paesi da cui provengono le donazioni ad Italiano Semplicemente.
Vi racconterò una storia, immaginata da me in cui utilizzerò tutti i modi possibili di usare la preposizione per. Vedremo che “per” si può usare sia in una stessa frase sia per collegare due elementi della stessa frase, sia al fine di collegare due frasi diverse.
Ecco la storia:
Allora:
Viaggio in Spagna: Quando sono partito per la Spagna, sull’aereo sono entrato per primo, ma i posti erano tutti prenotati dunque mi sono seduto per terra. Che sfortuna!
Sarei volentieri passato per Madrid ma non ho avuto il tempo, così ci andrò per tempo in un’altra occasione.
Sull’aereo c’era un signore di Itápolis che si lamentava per la fame che aveva, ed era appena entrato in aereo, quando ad un certo punto la hostess gentilmente le ha detto: prego sono qui per servirla. Arriverà qualcosa da mangiare per giovedì prossimo. Oggi purtroppo non possiamo aiutarla.
Giovedì prossimo? Al massimo aspetto per 5 minuti, non di più. Certo che lei non è proprio il numero uno per pazienza, replicò la hostess. Non sopporto di essere preso per i fondelli, rispose il brasiliano , mentre tutti gli altri passeggeri se ne stavano ancora in piedi in fila per per due pronti ad entrare anche loro.
Tra loro, un danese di Silkeborg perse la pazienza: ma cosa pretende per soli trenta euro? Che lo facciano anche mangiare? Per la miseria!
Se vuole, aggiunse, le posso dare il panino che mia moglie aveva preparato per me. Glielo vendo per soli 10 euro.
Ad un certo punto il pilota, un esperto pilota tedesco che abitava ad Hagen, disse al microfono: attenzione prego, l’aereo è in partenza per non fare ritardo.
Allora vediamo bene un pezzo alla volta:
Viaggio in Spagna: Quando sono partito per la Spagna, sull’aereo sono entrato per primo, ma i posti erano tutti prenotati dunque mi sono seduto per terra. Che sfortuna!
Sono partito per la Spagna. Indica la direzione, come anche:
vado per la mia strada
parto per l’Italia
Sono entrato per primo: Per primo, per secondo, per terzo, per ultimo. Per quindi si può usare quando parliamo di ordine:
per prima cosa, fai silenzio!
Mi sono seduto per terra. Con la terra, cioè il suolo, per si usa per dire dove si trova una cosa o una persona:
seduto per terra
appoggiato per terra
Sarei volentieri passato per Madrid ma non ho avuto il tempo, così ci andrò per tempo in un’altra occasione.
Sarei volentieri passato per Madrid: qui per indica un passaggio. Non si usa solo per le destinazioni dunque (partire per Roma) ma anche per indicare una tappa intermedia: partire per Roma (destinazione) passando per Napoli (tappa intermedia).
Ci andrò per tempo: A Madrid ci andrò per tempo, cioè ci andrò più in là, in un’altra occasione, nel futuro, senza specificare esattamente quando. Notate che a volte “per tempo” si usa come “in tempo“, cioè prima che accada qualcosa. Quindi posso dire:
Andremo “per tempo” a raccogliere le fragole (prima che sia troppo tardi quindi)
oppure:
Oggi impariamo l’italiano, poi “per tempo” studierò anche l’inglese.
Sull’aereo c’era un signore di Itápolis che si lamentava per la fame che aveva, ed era appena entrato in aereo, quando ad un certo punto la hostess gentilmente le ha detto: prego sono qui per servirla. Arriverà qualcosa da mangiare per giovedì prossimo. Oggi purtroppo non possiamo aiutarla.
Si lamentava per la fame: indico la causa, il motivo. Posso indicare anche un obiettivo come vedremo:
sono qui per servirla (obiettivo)
Altri esempi:
morire per la sete (causa)
scrivere per piacere (obiettivo)
complimentarsi per aver fatto qualcosa (causa)
pettinarsi per essere più carino (obiettivo)
Sono contento per il tuo successo (causa)
partecipo alla gara solo per vincere (obiettivo)
Qualcosa da mangiare per giovedì prossimo. Qui indichiamo un tempo preciso, determinato; può essere una scadenza oppure un giorno preciso.
quel documento che riguarda il turismo a Nova Friburgo mi serve per giovedì (scadenza. é come dire: “entro giovedì”);
Facciamo un giro in bici a Silkeborg: ho fatto una prenotazione per domani (esattamente domani);
ho un appuntamento per l’ora di pranzo al museo di Alexandre Gusmao ad Itápolis (durante l’orario del pranzo, non entro, ma esattamente in quel tempo)
Giovedì prossimo? Al massimo aspetto per 5 minuti, non di più. Certo che lei non è proprio il numero uno per pazienza, replicò la hostess. Non sopporto di essere preso per i fondelli, rispose il brasiliano, mentre tutti gli altri passeggeri se ne stavano ancora in piedi in fila per per due pronti ad entrare anche loro.
Al massimo aspetto per 5 minuti. Qui si indica quanto tempo si aspetta, quindi dopo quel tempo andrò via:
ti aspetto per mezz’ora davanti al museo di Hagen e poi vado via;
sono rimasto alla stazione di Newcastle per un’ora;
Il numero uno per pazienza. Si indica la cosa a cui ci si riferisce:
Per bellezza il campo sportivo Nou Camp, vicino Barcellona non lo batte nessuno;
Per intonazione è il numero uno;
Per bellezza, il museo dell’immagine ad Umeå in Svezia è uno dei primi.
“Non sopporto di essere preso per i fondelli, rispose il brasiliano”: essere preso per i fondelli è un’espressione idiomatica, che significa “prendere in giro”, ma “prendere qualcosa per“, in senso materiale significa afferrare per, cioè prendere con la mano una parte di qualcosa: si indica la cosa che si prende:
ti prendo per la giacca; uso la giacca afferrandola con l’obiettivo di fermarti o tirarti verso di me;
ti tiro per la camicia: la camicia è la parte che utilizzo per tirarti con la mano
In senso figurato invece “Prendere per” significa anche scambiare per, cioè confondere una persona per un’altra:
Ciao Giovanni. Ah, scusa Marco, ti avevo preso per Giovanni. Ti avevo scambiato per Giovanni. In questo caso posso usare anche “con”: ti avevo confuso con Giovanni.
In fila per due: si usa “per” in questi casi; “per due” indica il gruppo composto da due persone. Due persone, poi altre due, dietro altre due. In breve: in fila per due.
Tra loro, un danese di Silkeborg perse la pazienza: ma cosa pretende per soli trenta euro? Che la facciano anche mangiare? Per la miseria!
Per soli trenta euro: in questo caso c’è un prezzo pagato; c’è uno scambio. Ogni volta che c’è un pagamento o uno scambio posso usare “per”:
per circa 50 euro possiamo visitare la città di Mosca e visitare 40 diverse località turistiche.
per 8 euro potete invece visitare il Victoria Tunnel, a NewCastle, un tunnel sotterraneo che corre sotto Newcastle in Inghilterra, che fu costruito nel 1800 per trasportare il carbone.
Per la miseria!
In questo caso si tratta di una imprecazione! si usa spesso nella lingua italiana la preposizione per in questi casi.
Possiamo anche dire “Per Dio!” che in realtà si scrive attaccato: perdìo!
Non è molto educato, ed in fatti anche questa è un’imprecazione. E’ un’esclamazione imprecativa che serve ad esprime disappunto, risentimento, insofferenza o anche una sorpresa, a volte si usa per rafforzare qualcosa che viene detto, per dare più forza ad un discorso. Anche una minaccia: la vuoi smettere perdio!; ti avevo detto di non disturbarmi, perdio! (sempre attaccato); gliela farò pagare a Giovanni, perdio!
Attenzione perché non è molto carino usare questa imprecazione.
Quindi “per” serve a chiamare in causa qualcosa, come se stessimo facendo una scommessa, come se fosse in gioco qualcosa: per la miseria! Esistono anche espressioni senza un particolare riferimento, come Perdinci!, Perdindirindina! Perbacco! che sono tra l’altro più usate come imprecazioni perché diciamo che sono più leggere.
Se vuole, aggiunse, le posso dare il panino che mia moglie aveva preparato per me. Glielo vendo per soli 10 euro. Ad un certo punto il pilota, un esperto pilota tedesco che abitava ad Hagen, disse al microfono: attenzione prego, l’aereo è in partenza per non fare ritardo.
Aveva preparato per me: per qui indica un beneficiario, quindi la persona che subisce un vantaggio (o anche uno svantaggio)
L’ho fatto solo per te, ho acquistato due biglietti per Mosca.
Glielo vendo per soli 10 euro: ancora un prezzo, come prima.
L’aereo è in partenza per non fare ritardo: si indica nuovamente il fine, lo scopo, l’obiettivo.
Vado a Mosca per fare una passeggiata nel parco di Dyussel’dorfskiy
Vado avanti per non farvi annoiarvi;
Volevo dirvi che “per” si usa spesso nelle espressioni idiomatiche e in molte locuzioni o in alcuni avverbi che contengono “per” e spesso frasi equivalenti esistono usando altre preposizioni. Frasi ad esempio come:
per quanto ne so io; cioè “che io sappia”, “secondo le mie conoscenze”, a quanto ne so io;
peraltro, che si scrive attaccato, cioè del resto, d’altronde;
per esempio, che si dice anche “ad esempio”; a titolo di esempio (più formale)
Lì per lì, che significa in un primo momento;
per causa di, per colpa di
Poco per volta, cioè gradatamente, gradualmente, piano piano, lentamente;
senza riguardi per nessuno;
Per intuito, cioè a naso;
un po’ per tutti;
A tu per tu. cioè a faccia a faccia, a quattr’occhi;
per forza o per amore, cioè con le buone o con le cattive
Per caso, cioè accidentalmente, senza volerlo, senza l’intervento della volontà;
Per dispetto, cioè con l’intenzione di procurare un dispiacere, per farti un dispetto, per farti arrabbiare;
Per filo e per segno. cioè raccontare tutti i particolari di qualcosa, che è successo;
Per giunta. cioè inoltre, per di più, tra l’altro, oltre a ciò;
Per il rotto della cuffia, cioè “a malapena”, “a stento”, “pelo pelo” (più informale);
Per miracolo, cioè “a stento”, “a malapena”; “per caso”.
Per monti e per valli, cioè dappertutto, ovunque.
Bene, adesso tocca alle preposizioni tra e fra. Ho cercato di fare molti esempi per farvi capire bene, nella speranza di non avervi annoiato. Nel’ultimo episodio vedremo tra e fra.
Quarto episodio
Eccoci all’ultimo episodio dedicato alle preposizioni semplici pubblicato su Italianosemplicemente.com. Siamo arrivati alle ultime due preposizioni semplici: tra e fra. Trae frapossiamo considerarle identiche e intercambiabili, questo significa che possiamo usare tra e fra sostituendoli se vogliamo in tutte le frasi.
A volte la scelta dipende dal suono, che non deve essere fastidioso. Ad esempio se dico:
Tra fratelli non si deve litigare.
Fra fratelli suona un po’ male non credete? Inoltre vi si attorciglia anche la lingua. Meglio “tra” in questo caso.
Si usano in molti casi diversi comunque.
Ad esempio:
Mi piacerebbe abitare in una casa fra le montagne di Bolzano.
Si indica un luogo indicativo, che non si trova esattamente tra una montagna e l’altra.
Tra e fra può indicare una posizione centrale tra due cose, in mezzo. Ma spesso non è così in realtà. Se ad esempio dico che sto camminando tra i fiori, allora vuol dire che attorno a me ci sono dei fiori, che io sono circondato da fiori.
Analogamente se dico che:
Il direttore è sceso tra noi, umili dipendenti
E’ la stessa cosa: non si trova tra una persona ed un’altra, in mezzo, ma tra noi, in mezzo a noi, nel senso di insieme a noi.
Se invece passo con la macchina tra Hagen e Berlino indico esattamente una posizione tra le due città, una zona intermedia tra le due città. Anche col tempo si può usare:
Tra il 15 e il 19 aprile partirò per il Brasile.
Intorno a quelle date quindi. Torna il concetto dell’approssimazione, come con “su” ma qui parliamo di un intervallo di tempo.
Se invece saluto il mio amico di Itapolis e gli dico:
Ci vediamo fra una settimana a casa tua, quando verrò in Brasile in vacanza.
Fra/tra una settimana indica un tempo, una distanza temporale. Si può usare anche con lo spazio:
Tra venti km saremo arrivati a Nova Friburgo.
Quindi dovremo aspettare ancora 20 km prima di arrivarci.
Vediamo poi che le cause si possono indicare anche con tra e fra.
Tra una cosa e l’altra, non sono mai a casa
Questa è anche una espressione ma indica una causa. Perché non sono mai a casa? perché sono impegnato in altre cose; tante cose: tra una cosa e l’altra non ci sono mai a casa.
Vediamo altri due utilizzi di tra e fra:
Tra tutte le città che ho visitato finora, la più fredda è Mosca.
Qui uso tra o fra per scegliere in un gruppo:
Scegli tra Silkeborg e Newcastle: dove vogliamo andare?
Infine se dico:
Oggi c’è stata una discussione fra colleghi
Uso fra per indicare un gruppo, una compagnia, un’unione. Posso quindi dire:
Una lite tra maschi
Un litigio tra fratelli
Una birra tra amici
Una riunione tra colleghi
Ci vediamo al prossimo episodio. Grazie ancora a tutti i donatori.
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Trascrizione
Sparare a zero è l’espressione di oggi. Ciao a tutti da Giovanni.
L’episodio di Italianosemplicemente.com di oggi comunque non è un episodio in cui parleremo di guerra o di conflitti a fuoco di alcun tipo. Parliamo invece di linguaggio di tutti i giorni.
“Sparare a zero”: una strana espressione che deriva comunque dal linguaggio bellico, cioè il linguaggio della guerra.
Sparare infatti significa, far partire uno o più colpi d’arma da fuoco, un fucile, una pistola, un cannone. Si dice: sparare un colpo, oppure anche “esplodere un colpo” quindi un colpo di fucile, di cannone eccetera.
Sparare si usa anche nel linguaggio quotidiano. Si usa quando si dice qualcosa senza pensarci troppo. Somiglia anche a provare, tentare, provare ad indovinare, oppure anche semplicemente dire qualcosa che potrebbe far male a qualcuno.
Chi vincerà lo scudetto quest’anno secondo te? Spara il nome della squadra!
Sai che mi è venuta un’idea? E quale? Dai spara!
Indovina quante volte sono andato a Parigi? Spara un numero!
Quindi in quest’ultimo caso significa dire cose di cui non si è sicuri tirando a indovinare.
Sparare ha in realtà molti significati nella lingua italiana, ma nel caso di “sparare a zero“, che è l’espressione di oggi, ha un senso legato alle parole. In particolare quando si spara a zero, si spara a zero “su” qualcuno.
Se io sparo a zero su una persona vuol dire che sto palando di questa persona. Ma in che modo?
Sto dicendo cose positive? Niente affatto!
Infatti sparare a zero su qualcuno significa dire o scrivere tutto il male possibile su qualcuno o anche qualcosa.
Nel linguaggio quotidiano sparare a zero su oppure contro qualcuno significa attaccarlo, criticarlo, insultarlo con grande veemenza, senza controllarsi, senza frenarsi. Si capisce bene che questa espressione deriva dal linguaggio militare.
Si usa spessissimo nel linguaggio giornalistico ma anche tra amici e al lavoro, sempre tra colleghi comunque, e non con persone che non si conoscono. Non è un modo formale di parlare, tutt’altro.
Facciamo alcuni esempi che vi invito a ripetere dopo di me:
Francesco era arrabbiatissimo con Giovanni e ha sparato a zero contro di lui. Era veramente arrabbiato. Povero Giovanni.
Il sindaco di Roma spara a zero contro l’opposizione
Il tecnico ha sparato a zero contro i suoi giocatori dopo la brutta sconfitta in campionato
Ma perché si dice “a zero”? Questo non è molto importante. Generalmente le frasi idiomatiche si utilizzano e basta, ma per i curiosi, si dice così perché in battaglia quando un soldato spara con il suo fucile o pistola, se “spara a zero”, allora nel gergo militare significa che l’arma si fa sparare più volte ripetutamente, senza pause, senza interruzioni. Evidentemente lo zero indica il tempo che passa da una carica all’altra. In questo modo si perde meno tempo anche se i colpi saranno meno precisi.
Vedete che il verbo sparare quindi anche in questo caso, in questa espressione, dà un po’ l’idea dell’approssimazione, della scarsa precisione, come quando si risponde ad una domanda sparando, o sparando a caso. C’è sempre un’idea di approssimazione, di scarsa riflessione, come quando si tira ad indovinare.
Insomma un’espressione semplice. Spesso anche in famiglia accade che uno dei membri della famiglia spari a zero contro un altro: si accusa, si alza la voce, e si perde anche la pazienza. Un breve episodio oggi, spero sia tutto chiaro. Ripetete l’ascolto se volete. Ciao
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Trascrizione
Giovanni: Buongiorno a tutti, bentornati su Italiano Semplicemente. Io sono Giovanni, ed oggi ci occupiamo di buone notizie, una buona occasione anche per ripassare alcune espressioni tipiche italiane che abbiamo già spiegato sulle pagine di Italianosemplicemente.com. Una buona idea vero?
Vorrei in particolare ascoltare una buona notizia dal Brasile.
Ci sono buone notizie dal Brasile? Ci risponde il nostro inviato Andrè Arena da San Paolo. Andrè è membro dell’associazione Italiano Semplicemente, con la sua rubrica che si chiama “quasi 100 secondi con Andrè Arena“. A te la parola Andrè.
Andrè: Ancora buongiorno da André Arena, vi parlo dal Brasile, ed oggi vi voglio raccontare qualcosa dal mio paese, come di consueto. Non intendoperò annoiarvi con una brutta notizia oggi.
Quasi 100 secondi con Andrè Arena
È stato difficile ma sono riuscito a trovarne una buona che riguarda il Brasile.
Parliamo di Calcio, in particolare del cosiddetto Calciomercato.
A questo riguardo il Brasile è il maggior esportatore di talenti al mondo!
Sono più di 1.200 infatti i calciatori brasiliani impegnati nei campionati esteri!
Da uno studio risulta che alle spalle del Brasile si collocano i giocatori francesi, seguiti da argentini, serbi e britannici.
Questa settimana arriva a Roma il giovanissimo attaccante FelipeEstrellaGaleazzi che è stato appena acquistato proprio dalla squadra giallorossa che come immagino sappiate è una delle più importanti squadre di calcio in Italia.
Quest’anno, male che va, dovrebbe arrivare almeno quarta.
Quella capitolina è, tra l’altro, la stessa squadra in cui hanno militato, fantastici calciatori verdeoro, fenomeni come il centrocampista Falcão, l’ala Cafú, il difensore Aldair è, più recentemente, il portiere Alisson.
Felipe proviene dalla squadra della Ferroviaria, club della città di Araraquara, nello stato di San Paolo.
Araraquara è lo stesso posto dove è nato Careca, l’ex calcitatore del Napoli e della nazionale brasiliana, sicuramente uno dei più grandi attaccanti brasiliani!
La storia si ripeterà? A priorisi tratta di un acquisto di prospettiva, vista l’età, comunque tutti i tifosi romanisti sperano che Felipe si rilevi subito un grande cannonieri.
Proprio tu che l’anno scorso quando sei venuto in Brasile hai comprato una maglietta della Ferroviaria come se avessi avuto qualche presentimento!
Giovanni: Eh, hai ragione Andrè, credo di essere l’unico in Italia ad avere una maglietta della squadra dell’Araraquara!! Bella notizia comunque, sia per me per tutti i romanisti. Durante il tuo breve episodio hai usato alcune espressioni di cui ci siamo già occupati; nell’ordine hai utilizzato:
Il verbo intendere che è un verbo che appartiene alla categoria verbi professionali, più usato nel mondo del lavoro e la spiegazione fa parte del corso di italiano professionale;
male che va, quando hai detto che quest’anno la squadra della Roma dovrebbe arrivare, male che va, almeno quarta. Quindi nella peggiore delle ipotesi dovrebbe arrivare quarta. Spero che tu abbia ragione Andrè;
“a priori” ed “a posteriori”, due locuzioni spiegate in un unico episodio ed utilizzate quando ci si riferisce al tempo e a come ci poniamo rispetto ad esso;
tra l’altro, una locuzione utilizzatissima nei dialoghi parlati e scritti.
Andrè ha anche usato dei termini del mondo del calcio, come “calciomercato“, un’unica parola che indica Il complesso delle trattative per il trasferimento, definitivo o temporaneo, di un giocatore di calcio da una società a un’altra, ma è una parola usata anche in politica, a volte. Nel “gergo” della politica, è la stessa cosa ma i calciatori sono gli uomini politici: si parla sempre di una contrattazione privata con la quale il capo di uno schieramento politico cerca di indurre singoli parlamentari a passare dalla propria parte politica offrendo loro denaro o incarichi di prestigio. Non è una bella cosa quindi parlare di calciomercato nella politica.
Poi, parlando dei giocatori brasiliani, Andrè ci ha parlato dei ruoli del gioco del calcio: il portiere (che difende la porta), il difensore, che è un giocatore arretrato di una squadra, non solo di calcio, cui sono affidati compiti di difesa. Il difensore gioca in difesa, quindi il suo ruolo è difendere la squadra. Poi il centrocampista, che gioca a centrocampo. Nel gioco del calcio, il centrocampista (un’unica parola) è ciascuno dei giocatori a cui è affidato il compito d’impostare il gioco nella zona di centrocampo, facendo da collegamento tra la difesa e l’attacco. Infine l’attaccante, che è il giocatore il cui compito è segnare i gol per la propria squadra, quindi attaccando, appunto, gli avversari. L’ala, al plurale “le ali”, nel gioco del calcio ma anche nell’hockey, ecc. l’ala è il giocatore schierato a destra o sinistra del campo; c’è quindi l’ala destra e l’ala sinistra: Cafù (il giocatore brasiliano che ha giocato nella Roma) giocava come ala destra. Per chi volesse approfondire il linguaggio del mondo del calcio ricordo che c’è anche un episodio espressamente dedicato a questo argomento pubblicato su italianosemplicemente.com.
Allora Andrè, la prossima volta la sfida sarà ancora più difficile. Ti sfido a trovare una bella notizia brasiliana nel mondo della cronaca. Una bella sfida vero?
Un saluto a tutti da Roma.
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Descrizione
Una espressione non formale utilizzata prevalentemente in ambienti lavorativi.
Durata: 18 minuti
Livello: B1-C2
Trascrizione
Buongiorno amici di italianosemplicemente siamo di nuovo qui ed io sono sempre Giovanni.
Voi invece state ascoltando un nuovo episodio di italianosemplicemente.com, episodio quest’oggi dedicato ad un’espressione idiomatica più che altro utilizzata nel mondo del lavoro.
Parliamo dell’espressione “a stretto giro“.
A stretto giro: tre parole di cui la prima è una preposizione semplice.
Sapete che il lunedì è il giorno in cui pubblichiamo una nuova espressione idiomatica: fa parte, già da qualche tempo, del programma settimanale di Italiano Semplicemente e all’interno del gruppo Whatsapp dell’associazione tutti gli associati possono fare esempi, discutiamo insieme del significato di questa espressione. Invece la spiegazione della frase, quella è disponibile per tutti ed è esattamente questa che state ascoltando.
Allora: “a stretto giro” a, abbiamo detto, è una preposizione semplice, che sono in tutto nove: di a da in con su per tra fra.
Facile da ricordare: a quindi è una preposizione semplice. Stretto e poi giro sono le altre due parole. Che cos’è un giro?
Beh generalmente quando si usa questa parola lo si fa in un contesto amichevole e confidenziale: facciamo un giro? Facciamo un giro per Roma? Ti accompagno a fare un bel giro. Spesso si usa anche giretto.
Ebbene questo significa semplicemente un’uscita, una passeggiata a piedi o in macchina, anche senza un obiettivo preciso. Oppure facciamo un giro a vedere se troviamo una gelateria.
In generale la parola giro indica un percorso, e spesso si tratta di un percorso più o meno circolare. Diciamo un circuito. Infatti quando si parte a fare un giro alla fine si torna sempre al punto di partenza. Questo significato è più esplicito se dico:
Faccio il giro di casa
Come allenamento facciamo tre giri del campo. Quindi giriamo tre volte intorno al campo.
Quest’idea del partire e tornare al punto di partenza è presente anche nella frase “a stretto giro” come vediamo tra un po’.
Restando al lavoro, in ambienti lavorativi soprattutto, si lavora in gruppo. E la parola giro si usa spesso. Si usa in diverse occasioni e in diverse espressioni.
Spesso dobbiamo consultarci con altre persone per fare un lavoro, spesso siamo in contatto con più persone e dobbiamo fare un giro di telefonate per raggiungere un obiettivo. Questo è un modo abbastanza comune di usare la parola giro al lavoro.
“Fare un giro di telefonate” cioè fare più teleonate, a più persone, dobbiamo farne diverse, più di una dunque. Non sappiamo esattamente quante. Alla fine del giro arriverà una conclusione.
In una riunione potremmo fare un “giro di tavolo” per ascoltare tutte le opinioni delle persone che partecipano alla riunione e quindi che sono sedute attorno al tavolo. Facciamo un giro di tavolo per presentarci? Inizio io. Mi chiamo Giovanni e lavoro per italiano semplicemente. Ora tocca al prossimo.
Poi quando dobbiamo sentire più opinioni, opinioni diverse, e non solo presentarci, ma quando ognuno deve dire la propria opinione allora posso dire “facciamo un giro di consultazioni“. Questo significa che tutti, uno ad uno, tutte le persone saranno ascoltate, anzi consultate, fino a esaurire le persone. Spesso il giro diventa stretto:
Facciamo uno stretto giro di consultazioni.
Uno stretto giro di consultazioni vuol dire che le persone saranno ascoltate in breve tempo. Si impiegherà poco tempo per fare il giro, per terminare il giro, cioè per ascoltare tutte le persone.
Sapete che stretto è il contrario di largo. Un pantalone stretto, una maglietta stretta, un anello stretto, una strada stretta: sicuramente avrete ascoltato o letto una di queste modalità di usare la parola stretto o stretta. Simile a piccolo, piccola, sottile, poco spaziosa eccetera.
Sapete che, sempre in senso fisico, un giro largo è più grande di un giro stretto, quindi si impiega più tempo a fare un giro largo che un giro stretto.
Ma uno stretto giro, invertendo quindi le due parole, spesso si usa in senso figurato. Non si tratta di un giro fisico come il giro per Roma o il giro intorno casa, ma si tratta di ascoltare delle persone.
Lo “stretto giro” quindi si usa in senso figurato ed è diverso dal giro stretto.
Ci sono però due modi di usare le due parole stretto giro.
Il primo lo abbiamo già visto. Uno stretto giro si usa quasi sempre in senso figurato per indicare la consultazione veloce di più persone. La parola stretto può anche riferirsi al numero delle persone. Poche persone consultate quindi: non parliamo del tempo ma delle persone.
Attenzione perché se aggiungiamo la preposizione “a” otteniamo: “a stretto giro” che ha un secondo significato.
Non parliamo più necessariamente di consultare più persone. Parliamo invece solamente di tempo.
A stretto giro quindi significa solamente: tra poco tempo.
Perché si usa questa espressione? E perché parliamo di un giro? E infine perché questo giro è stretto?
La strettezza è riferita al tempo, quindi niente di nuovo rispetto a prima, quando parlavamo di consultare persone.
Il giro invece probabilmente si usa perché quando usiamo questa espressione “a stretto giro” solitamente lo facciamo perché dobbiamo dare una risposta, dobbiamo fornire una risposta, dobbiamo soddisfare una richiesta. Si tratta di domande o richieste che ci vengono fatte e noi dobbiamo rispondere in breve tempo. Per poter rispondere a questa domanda o richiesta probabilmente dobbiamo parlare con alcune persone, magari dobbiamo invece consultare dei documenti, oppure dobbiamo recarci da qualche parte a recuperare delle informazioni.
Più in generale dobbiamo fare alcune attività, attività di vario tipo. Non siamo in grado di rispondere subito alla domanda o alla richiesta. Quindi diciamo ad esempio:
A stretto giro ti faccio sapere.
Facciamo alcuni esempi:
Sono in ufficio ed un collega mi chiede se posso invitarlo ad una riunione. Posso venire anch’io alla riunione di italiano semplicemente?
Allora io rispondo:
non so devo chiedere il permesso al presidente Giovanni. Aspetta che gli faccio una telefonata e a stretto giro ti faccio sapere.
Quindi: appena avrò fatto la telefonata al presidente di italiano semplicemente potrò darti una risposta, e appena avrò la risposta ti farò subito sapere. Non passerà molto tempo: a stretto giro avrai una risposta.
Oppure: lavorate in un’azienda italiana che produce pasta. Allora state facendo una riunione di lavoro e decidete tutti insieme che si potrebbe raddoppiare la produzione di pasta in Brasile. Si può fare? Abbiamo delle aziende in Brasile in grado di raddoppiare la produzione della pasta? I brasiliani amano la pasta italiana e non basta quella attualmente prodotta.
A questo punto è necessario che qualcuno verifichi se effettivamente si possa fare questo raddoppio della produzione. A questo punto la riunione sta terminando e uno si alza e dice:
mi occupo io di questo. Farò qualche telefonata ed a stretto giro vi farò sapere se sarà possibile raddoppiare la produzione di pasta in Brasile.
Anche in questo caso non è possibile dare subito una riposta, ma questa risposta sarà data tra pochissimo tempo; giusto il tempo necessario di fare una telefonata. Non sappiamo esattamente quanto tempo passerà: a stretto giro significa esattamente anche questo. Non dipende solo da noi ma i tempi saranno comunque brevi.
Un ultimo esempio: se qualcuno vi chiede: cosa significa a stretto giro? Ora potreste rispondere:
Un attimo, vado ad ascoltare l’episodio di italiano semplicemente ed a stretto giro ti darò una risposta.
È bene sapere che l’espressione si usa quasi sempre in contesti lavorativi, sebbene non si tratti di una frase formale. Si può usare nelle mail senza problema, oppure a voce, ma non si usa nei documenti formali.
In occasioni formali, importanti potete sostituire a stretto giro con:
– nel più breve tempo possibile
– nel minor tempo possibile
– non appena sarà possibile
– il prima possibile
Bene ragazzi, ripetete l’ascolto se necessario, fate delle pause e ripetete. Ho letto abbastanza lentamente quindi in teoria potreste ripetere l’intero episodio voi stessi mentre ascoltate.
Grazie a tutti per l’ascolto. Il prossimo episodio sarà dedicato ai donatori, alle persone cioè che hanno recentemente fatto una donazione ad italiano Semplicemente.
Parleremo dei loro paesi, dei paesi dai quali vengono le donazioni ed affronteremo nello stesso tempo un argomento legato alla lingua italiana.
Ad esempio potremmo parlare di preposizioni semplici, uno dei maggiori problemi degli stranieri di ogni livello e nazionalità.
Allora, l’episodio finisce qui. Oggi abbiamo parlato anche di riunioni, di incontri, abbiamo parlato di opinioni, di esprimere opinioni e di consultare persone.
Queste sono tutte questioni legate evidentemente di più al mondo del lavoro ed è per questo che se ne volete sapere di più su questi argomenti professionali, legati al lavoro, italiano semplicemente ha realizzato un corso di italiano professionale, riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
La seconda parte di questo corso è interamente dedicata alle riunioni e a tutto ciò che riguarda gli incontri di lavoro.
Ci occupiamo di lingua naturalmente. Come esprimersi nel modo migliore in ogni occasione. Perché ciò che esce dalla nostra bocca spesso non è ciò che arriva all’orecchio di chi ci ascolta.
Migliorare la comunicazione è l’obiettivo di italiano semplicemente dunque.
Adesso un piccolo esercizio di ripetizione:
A stretto giro
Ti faccio sapere a stretto giro
Verrete informati a stretto giro
Riceverete un nostro riscontro a stretto giro
Faccio un paio di telefonate e ti faccio sapere a stretto giro
Ciao a tutti. Allora anche noi ci sentiamo a stretto giro.
Il tempo di preparare il prossimo episodio dedicato alle preposizioni semplici ed ai donatori. Grazie. Ciao.
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Trascrizione
Ciao ragazzi benvenuti su italianosemplicemente.com, oggi vediamo una espressione che fa parte del linguaggio formale: “sussistono gli estremi“, ma con l’occasione possiamo vedere anche molte altre modalità che possiamo utilizzare nella lingua italiana per esprimere lo stesso concetto con parole diverse.
A proposito, per coloro che ascoltano per la prima volta questo episodio, io sono Giovanni, la voce principale e creatore del sito italianosemplicemente.com, sito rivolto a tutti gli amanti della lingua italiana e a coloro che vogliono migliorare il proprio livello di italiano.
Allora tornando alla nostra espressione del giorno, siamo nell’ambito dell’italiano professionale, del linguaggio del lavoro prevalentemente.
Chi ci segue sa che esiste un corso di italiano professionale a disposizione dei membri dell’associazione italiano semplicemente, utile non solo per imparare il linguaggio del lavoro ma in generale per ampliare il vocabolario ed entrare più in profondità nella lingua italiana.
Questo episodio possiamo quindi considerarlo una lezione di italiano professionale disponibile per tutti, un’espressione un po’ tecnica, ma nessun problema perché la cosa interessante è capire in quale contesto, in quale occasione possiamo usare un’espressione di questo tipo e soprattutto le modalità equivalenti per farlo a seconda delle persone con cui state parlando.
E’ quello che facciamo in tutte le lezioni del corso professionale e questa è un’occasione per promuoverlo pubblicamente.
Allora iniziamo con gli “estremi“. Parola complicata? Può darsi. Ci sono più significati di questa parola. Estremi è il plurale di estremo.
Gli estremi sono ad esempio la parte finale, terminale di un oggetto o anche di un periodo di tempo. Quindi parliamo del “termine ultimo” , in senso locale o temporale. Oppure anche del “limite“.
Materialmente posso considerare gli estremi di un tavolo.
Ad esempio c’è il punto estremo dell’orizzonte, cioè il limite dell’orizzonte.
Se sono stanco posso dire che sono all’estremo delle forze, quindi non posso andare avanti; sono talmente stanco che non posso proseguire, non posso fare neanche un passo in più.
Oppure la frase “sono all’estremo della sopportazione”: quando sono in una situazione difficile in cui ho sopportato molto, ho dovuto sopportare cose molto difficili da sopportare e non sono più disposto a farlo ancora, posso appunto dire che sono all’estremo della sopportazione, sono al limite estremo della sopportazione. In poche parole: basta! Non riesco più a sopportare.
Analogamente si può essere all’estremo della resistenza e cose di questo tipo. Posso lottare fino all’estremo della resistenza, o fino all’estremo delle forze, fino cioè a quando si hanno energie, fino al limite delle energie.
Dal punto di vista materiale, gli estremi caratterizzano invece gli oggetti che hanno un inizio ed una fine, quindi possiamo parlare degli estremi di un tavolo, o, meglio ancora, delle estremità di un tavolo. Oppure delle due estremità di una penna.
A cosa servono gli estremi o le estremità di un oggetto? Beh ad esempio servono ad afferrare questo oggetto. Afferro, prendo una penna afferrandola per una delle due estremità.
Vi dico questo perché quando usiamo la parola estremi, al plurale, la usiamo in senso quasi sempre figurato.
Le estremità sono invece un termine più adatto agli oggetti.
In senso figurato esiste anche un famoso proverbio:
a mali estremi, estremi rimedi
Che significa che quando accade qualcosa di molto grave, al limite della gravità, bisogna prendere una decisione estrema, cioè molto forte. Questo è un esempio del senso figurato della parola “estremi“.
Come le estremità degli oggetti però, gli estremi in senso figurato, rappresentano un appiglio, qualcosa che serve ad essere afferrato, ma non con le mani, al fine di ottenere un risultato. Se “ci sono gli estremi” per fare qualcosa quindi, in generale significa che qualcosa si può fare, qualcosa è possibile. Si parla di una decisione, di un’azione da intraprendere.
Proprio in questi casi si usa l’espressione “sussistono gli estremi“, che sta ad indicare l’esistenza di qualcosa che può essere “preso” per cercare di ottenere un risultato.
Siamo in un ambito molto tecnico e formale comunque. Il verbo sussistere sostituisce il verbo esistere. Di fatto però è la stessa cosa. Si usa questo verbo perché nel linguaggio giuridico indica qualcosa di simile alla “validità“.
Quando sussistono gli estremi per fare qualcosa significa quindi che esistono gli elementi che ci permettono, ci consentono di procedere, per ottenere un risultato. In pratica, se invece non sussistono gli estremi, allora viene a mancare qualcosa, come una base di appoggio, un punto da “afferrare” e su cui fare leva per proseguire in un’azione.
Il verbo sussistere è molto usato nel linguaggio giuridico.
“Il reato non sussiste”, ad esempio, che significa che il reato, cioè l’atto contro la legge, non è stato commesso. Potremmo dire che il reato non esiste, ma l’esistenza è un concetto più universale, mentre la sussistenza è più specifico come verbo.
Vediamo come possiamo usare la frase “sussistono gli estremi” e quali altre espressioni meno formali possiamo usare in contesti più familiari.
Dunque, se ad esempio chiedete un prestito ad una banca italiana, la banca potrebbe rifiutare di concedervi il prestito e potrebbe rispondervi con una lettera in cui si dice:
“Gentile cliente, la informiamo che, a tutt’oggi ci risulta che non sussistano gli estremi per proseguire nell’attività istruttoria”
Questo messaggio da parte della banca significa che la vostra richiesta di prestito non è andata a buon fine, vale dire che la banca vi sta comunicando che a tutt’oggi, cioè considerando la situazione attuale, il finanziamento, il prestito da quella banca non può essere concesso, perché non sussistono gli estremi, secondo la banca, per poter concedere la fiducia necessaria al cliente.
In pratica la banca, prima di concedere un prestito, studia la situazione del cliente: vede quanto guadagna mensilmente, se ha già preso dei soldi in prestito in passato, controlla se ci sono stati problemi, controlla se il cliente ha acquistato un’automobile a rate ad esempio, o se sta pagando un mutuo. Insomma alla fine la banca deve arrivare ad una conclusione e se alcune condizioni sono rispettate, se cioè sussistono gli estremi per concedere il prestito, questo sarà concesso altrimenti no.
La banca vaglia la tua situazione economica generale e, per concedere il prestito, deve trovare qualcosa che ponga le condizioni necessarie; alcune condizioni devono essere rispettate, perché solamente a queste condizioni la banca concede il prestito. Se la banca non trova queste condizioni soddisfatte, se non si verificano alcune condizioni fondamentali, è come se le mancasse lo strumento per fare il prestito. Sto cercando di trovare un legame tra gli estremi di un oggetto come immagine figurata, per dare l’idea di qualcosa da afferrare per poter raggiungere un risultato. In questo senso è da interpretare il sussistere degli estremi.
Badate bene che la banca avrebbe potuto utilizzare altri termini per rifiutare il prestito, ma solitamente il linguaggio usato in questi casi è abbastanza formale. Pertanto una banca non potrebbe mai dire frasi tipo:
Purtroppo non possiamo concedere il prestito
Se parlate a voce con il direttore della banca potrebbe però dirvi:
Ci dispiace ma non esistono le condizioni per poter concedere il prestito
oppure
Siamo desolati ma siamo impossibilitati per mancanza delle condizioni necessarie
Se invece cambiamo contesto – vi faccio un secondo esempio:
Parliamo di matrimonio. Quando due persone si sposano, fanno un matrimonio, quindi firmano un vero contratto, il contratto matrimoniale.
Ora, esiste una legge italiana che dice che è possibile chiedere il divorzio, cioè lo scioglimento del matrimonio in alcuni casi.
Ad esempio si può chiedere il divorzio in caso di mancata consumazione del matrimonio. “Consumare un matrimonio” significa che gli sposi compiono “l’atto coniugale” (praticamente significa che devono fare all’amore) in modo libero e consapevole. Dopo la celebrazione delle nozze, deve esserci un rapporto fisico completo tra i due libero e consapevole. Questo è consumare un matrimonio.
Dunque la legge italiana prevede che se questa consumazione non avviene, allora sussistono gli estremi per chiedere che il matrimonio venga sciolto, cioè sussistono gli estremi per chiedere il divorzio. La mancata consumazione è solo uno dei motivi che possono permettere ad uno dei coniugi di chiedere lo scioglimento del matrimonio. Ci sono altri motivi che possono far sussistere gli estremi per un divorzio.
In modo meno giuridico posso anche dire “sussistere i presupposti“, un po’ meno formale dunque, ed ancora meno formale è “sussistere le condizioni“.
Se esistono i presupposti o le condizioni si può quindi procedere in una azione, altrimenti no.
Quando parliamo in contesti più informali, tra semplici colleghi o amici, il verbo sussistere lo possiamo tranquillamente sostituire con esistere.
La cosa importante da capire è che gli estremi (al plurale), così come i presupposti, o le condizioni, passando dal più al meno formale, sono assolutamente equivalenti nel significato- Cambia solo il contesto.
In tutti questi casi a volte si parla anche di una condizione preliminare, una premessa che deve essere soddisfatta per poter andare avanti, per poter procedere.
Se ad esempio nella mia azienda mi viene fatta una proposta per risolvere un qualsiasi problema, se questa proposta non mi piace, posso dire:
Questa proposta non è accettata perché manca qualsiasi presuppostoper la buona riuscita dell’iniziativa;
Non ci sono i presupposti per il successo dell’iniziativa
Non sussistono le condizioni necessarie per un successo dell’iniziativa
In poche parole:
Non credo che sia una buona proposta
Oppure se mi piace molto questa proposta posso dire che:
Ci sono tutti i presuppostinecessari per una positiva conclusione della vicenda.
oppure, meno formalmente:
Esistono le condizioni per una buona riuscita della proposta
Quindi esistere al posto di sussistere, gli estremi o i presupposti o le condizioni.
Le persone comuni, nel linguaggio di tutti i giorni, naturalmente utilizzano il verbo esistere, ma non è affatto raro che in una pubblica amministrazione, anche parlando tra colleghi, si utilizzi il verbo sussistere.
Il modo più informale di tutti per esprimere lo stesso concetto può essere:
Non ci sono le basi per andare avanti,
Non ci sono le condizioni per proseguire
Mancano le condizioni per andare avanti.
Bene ragazzi adesso un piccolo esercizio di ripetizione:
Sussistono gli estremi
Esistono le condizioni
Ci sono i presupposti
Adesso invece io dico una frase e voi dite il contrario di questa frase usando l’espressione “sussistono gli estremi“. Ripeto, dovete dire il contrario, quindi negare ciò che dirò io usando l’espressione di oggi.
Esistono le condizioni per proseguire
——
Quindi il contrario è “non sussitono gli estremi per proseguire”.
Mi piace questa idea ma non credo ci siano i presupposti per metterla in pratica.
——
Mi piace questa idea e credo che sussistano gli estremi per metterla in pratica
Secondo me non ci sono le basi per andare avanti
——
Secondo me sussistono gli estremi per andare avanti
Abbiamo consumato il matrimonio quindi non ci sono le condizioni per il divorzio
Non abbiamo consumato il matrimonio quindi sussistono gli estremi per il divorzio
Non ho compreso l’espressione di oggi quindi non ci sono i presupposti per iscrivermi all’associazione Italiano Semplicemente
—–
Ho compreso l’espressione di oggi quindi sussistono gli estremi per iscrivermi all’associazione Italiano Semplicemente.
Bene, l’episodio finisce qui e sperando che abbiate azzeccato l’ultima risposta, sarò ben lieto di accettare la vostra proposta di adesione all’associazione. In effetti questo episodio è un buon test per capire se si possiede il livello necessario per poter fare il corso di italiano professionale.
Spero sia stato pertanto utile per voi, e grazie per averci seguito, alla prossima puntata di Italiano Semplicemente.
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Trascrizione
Giovanni: buonasera a tutti, o buongiorno, bentornati con italianosemplicemente.com e con Giovanni, il sottoscritto, chi vi parla in questo momento e anche da parte di mia madre Giuseppina, che ascolterete tra poco.
Se dico Giuseppina avete già capito che questo è un episodio dedicato alle specialità culinarie italiane. Ebbene si! Stavolta parliamo di coppiette.
Ma cosa sono le Coppiette? Lasciamo che ce ne parli mia madre.
Giuseppina: Le coppiette sono un antipasto, certamente non romantico ma di sicuro molto appetitoso.
Cosa saranno mai?
Si tratta di striscioline di carne magra, larghe circa 3 cm e lunghe circa 10, originalmente solo di cavallo, ma in seguito anche bovina o suina, salata, pepata e aromatizzata.
Da noi, nel viterbese, vengono preparare con i fiori di finocchio selvatico e legate due a due, ecco perché si chiamano coppiette, con un pezzettino di spago e sono messe ad asciugare appese in un luogo freddo e arioso o sotto il camino.
Si conservano per mesi e questo, negli anni passati, faceva si che fossero cibo dei pastori durante i periodi estivi sui pascoli in montagna.
Questo una volta, perché adesso per noi che abbiamo vite diverse, per fortuna, sono semplicemente uno snack carnivoro buono e nutriente, con cui è gradevole gustare una birra o un buon bicchiere di vino. Provatele, sono piccantine e buonissime.
Giovanni: la parola coppietta ora è più chiara dunque: parliamo di carne essiccata, cioè privata dell’acqua attraverso un processo naturale: si lascia asciugare in un luogo. In questo modo la carne si secca ed assume l’aspetto particolare oltre che quella durezza fibrosa al morso.
Ma forse qualcuno di voi saprà che con questa parola “coppietta” viene indicata anche una coppia di fidanzati, di innamorati dunque. In senso affettuoso quindi la coppietta è una coppia di fidanzati, generalmente giovane. Più in generale una coppietta è costituita da due unità considerate come una cosa sola. È quello che avviene anche con le coppiette di carne essiccata.
Mia madre vi ha parlato della preparazione delle coppiette nel viterbese, la sua zona, quella in cui anche io sono cresciuto.
Il viterbese è l’area del territorio della provincia di Viterbo, una delle città della regione Lazio.
Viterbese quindi vuol dire “diViterbo” e questo è sia un aggettivo sia un sostantivo. Il viterbese, come sostantivo, può quindi indicare sia un abitante di Viterbo, la città laziale, sia lo stesso territorio, come lo ha utilizzato mia madre.
Questo si fa con un po’ tutte le città italiane. Esiste quindi il bellunese per la città di Belluno, come esiste anche il palermitano per la città di Palermo, solo per fare due esempi.
Spero riusciate prima o poi ad assaggiare questa specialità laziale, piccante e salata al punto giusto per via del sale e del peperoncino, preparatevi a bere molto quando mangiate le coppiette.
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Trascrizione
Giovanni: buongiorno amici di italiano Semplicemente. Inizia oggi una nuova rubrica, disponibile per tutti i visitatori di Italiano Semplicemente.
La rubrica è curata interamente da mia madre, Giuseppina, che vi parlerà delle specialità culinarie italiane. Tra le nostre specialità, mia madre ha deciso di iniziare dalle salcicce (o salsicce, più corretto). Parliamo di carne dunque. A te la parola mamma:
Giuseppina: Le nostre specialità. Un pochino per volta voglio farvi conoscere le nostre specialità alimentari, prodotti diversi in ogni regione e stagione che fanno parte della nostra cultura. Fa freddo, dunque iniziamo con le salsicce?
Nelle nostre campagne si allevano ancora maiali per uso famigliare e non appena viene l’inverno, purtroppo per loro, vengono abbattuti e le loro carni, trasformate in prodotti meravigliosi. Uno di questi, sono le salsicce.
Un bel camino acceso, una griglia e non serve altro, pochi minuti e una pietanza
ottima è pronta.
Per le persone che non amano mangiare per ragioni religiose questo cibo, prometto che rimedierò con la specialità di domani.
Giovanni: bene, grazie della veloce spiegazione.
Giuseppina ci ha parlato delle salcicce, un prodotto ottenuto dalla carne del maiale.
La parola salsicce è il plurale di salsiccia. Molti preferiscono scrivere salsiccie, con la i, ma si tratta di un errore. A voce non ve ne accorgete però. Infatti le parole che terminano con CIA a volte è problematico scriverle al plurale. La soluzione sta nel guardare cosa c’è immediatamente prima di CIA. C’è una vocale? allora la seconda “i” di salsiccia rimane anche nel plurale, se invece c’è una consonante quella “i” se ne va:
Salsiccia – Salsicce
Robaccia – robacce
Pancia – pance
Invece
camicia – camicie (con la i)
fiducia – fiducie
Socia – socie
Molto breve come episodio dunque, ma saranno tutti così questi episodi della rubrica “le specialità italiane“: veloci e snelli, da ascoltare quando si ha tempo ma non quando si ha fame… potrebbe essere controproducente…:-) allora aspettiamo domani la prossima specialità italiana. Un saluto.
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Ciao ragazzi, io sono Giovanni, e questa che state ascoltando è la spiegazione di una espressione italiana. Lo facciamo tutti i lunedì: una espressione, un modo di dire, insomma qualcosa di nuovo, per farvi ascoltare la voce di un italiano.
La trascrizione di questo episodio, come tutti gli altri, è disponibile sul sito italianosemplicemente.com.
La frase di oggi è “ne va“.
“Ne va” non è una espressione idiomatica; si tratta di un semplice modo, un modo molto veloce che gli italiani utilizzano per esprimere qualcosa di importante.
“Ne” è una particella che ha moltissimi utilizzi nella lingua italiana. Molto spesso l’abbiamo incontrata nelle passate spiegazioni su questo sito.
“Va” invece rappresenta il verbo andare.
Io vado, tu vai, lui va, noi andiamo, voi andate, loro vanno.
Quindi “lui o lei va“. Ma in questo caso c’è “ne” in più e il significato cambia completamente.
Non si parla di persone che “vanno“: le persone ed il loro movimento non centrano nulla. Si parla invece di importanza, come dicevo prima.
C’è qualcosa di molto importante che potrebbe essere in pericolo. Qualcosa di molto importante che potrebbe essere a rischio, che potrebbe essere compromesso, che potrebbe essere perso.
La cosa importante che in pericolo va aggiunta dopo le due parole “ne va”.
Per unire “ne va” e la cosa importante, si utilizza una preposizione articolata. Ad esempio se dico:
La sanità è una cosa seria, i medici devono essere competenti, perché ne va della salute dei cittadini.
Quindi ne va della salute dei cittadini. E’ la salute dei cittadini la cosa importante. E’ la salute dei cittadini ad essere a rischio, è la salute dei cittadini che potrebbe essere compromessa. Quindi se i medici non sono competenti, se cioè non sono dei bravi medici a rimetterci saranno i cittadini e la loro salute: ne va della loro salute.
Posso anche dire ne va di mezzo la loro salute. Molto spesso si trova anche la parola “mezzo” alla fine. In questo caso l’espressione ha più l’aspetto di una espressione idiomatica.
“Andare di mezzo” è l’espressione, che però ha più significati.
Infatti l’espressione “andare di mezzo” ha anche il senso di essere coinvolti.
Ad esempio se dico che:
Nel mio ufficio è stata trovata una valigia con 1 milione di euro. Non so chi sia stato a mettercela, ma speriamo di non andarci di mezzo.
Questo significa che io spero di non essere coinvolto in questo fatto. Forse qualcuno ha rubato questi soldi ma non sono stato io, e spero di non andarci di mezzo. Spero che non ne vadano di mezzo neanche i miei colleghi.
Questo “andarci di mezzo” ha il senso di essere coinvolti.
Potrei anche aggiungere:
Se ne va di mezzo anche il mio dirigente potrei andarci di mezzo anch’io.
Ecco, se “ne va di mezzo” anche il mio dirigente significa che viene coinvolto anche il mio dirigente. In questo caso ne sarei coinvolto anche io in questa brutta faccenda.
Spero che questo non accada: ne va del futuro della nostra azienda.
“Ne va del” futuro della nostra azienda: ecco, in questo caso vuol dire che il futuro della nostra azienda sarebbe a rischio, sarebbe compromesso. Perché il futuro della nostra azienda è importante. E’ proprio questo il senso iniziale, che avevo spiegato inizialmente e che rappresenta l’espressione che voglio spiegare oggi.
Ma il significato se ci pensate è abbastanza simile.
Ne va di mezzo il mio dirigente = Viene coinvolto il mio dirigente
Ne va del futuro dell’azienda = ne va di mezzo il futuro dell’azienda = il futuro dell’azienda è a rischio, è in pericolo, è in gioco, è in ballo.
Vi faccio altri esempi di rischio e pericolo, cioè casi in cui usare “ne va”:
L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: ne va del futuro dell’Europa stessa.
Potremmo anche dire:
L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: è in giocoil futuro dell’Europa stessa.
L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: altrimenti sarebbe a rischio il futuro dell’Europa stessa.
L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: se non accade questo sarà in pericolo il futuro dell’Europa stessa.
L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: è in questo modo che si può assicurare un futuro all’Europa stessa.
Parliamo di benessere:
Non posso smettere di fare sport, ne va del mio benessere
Non posso smettere di fare sport, è in gioco il mio benessere
Non posso smettere di fare sport, altrimenti metterei a rischio il mio benessere
Non posso smettere di fare sport, il mio benessere è troppo importante
Non posso smettere di fare sport, ci tengo al mio benessere
Non posso smettere di fare sport, è in ballo il mio benessere
Vedete che si parla sempre di qualcosa di molto importante e che potrebbe in futuro essere in pericolo.
Dicevo che “ne va” è seguito sempre da una preposizione articolata:
del, della, dello, dei, degli, delle
Ma se usate la parola “mezzo” dovete usare la preposizione semplice “di”
Ne va di mezzo il futuro dell’Europa stessa
Ne va di mezzo il mio benessere
Se decidete di non usare la preposizione articolata state attenti perché in questo caso “andare di mezzo”, come abbiamo visto, ha anche un secondo significato: essere coinvolti, essere chiamati in causa.
Notate anche che la particella “ne” come sapete solitamente si usa per sostituire qualcosa che non viene ripetuto. Ad esempio: Vuoi un po’ di torta? Sì, grazie, ma ne vorrei solo un po’. Quindi il “ne” si riferisce alla torta.
Lo stesso accade quando uso “andarci di mezzo” nel senso di essere coinvolti in qualcosa.
Come abbiamo visto anche prima in una frase simile (quella della valigia con un milione di euro):
Spero che in questo brutto affare non ne vada di mezzo nessuno!
In questo caso non solo la parola “mezzo” è obbligatoria ma il “ne” si riferisce al brutto affare, nel quale non deve andarci di mezzo nessuno.
Invece nella frase: “ne va del mio benessere” o “ne va di mezzo il mio benessere” la parola “mezzo” non è obbligatoria e inoltre “ne” ha il senso di conseguenza, il senso di effetto, di risultato. Questo significato della particella “ne” lo troviamo anche se la usiamo con altri verbi:
Ne deriva, ne consegue, ne emerge, ne deduco.
In questi casi il “ne” si usa per esprimere una conseguenza.
Ho fame, ne consegue che devo mangiare! (la conseguenza della mia fame è che devo mangiare)
Hai perso, ne deriva che devi pagare la scommessa! (la conseguenza della tua sconfitta è che devi pagare)
Non mi hai risposto al telefono: ne deduco che non eri a casa (non hai risposto quindi come conseguenza io credo che tu non eri in casa)
Allo stesso modo, ad esempio:
Devo vincere: ne va della mia reputazione.
Una frase, questa, che posso dire se ho una sfida, una partita importante: Devo vincere: ne va della mia reputazione.
Anche in questo caso la conseguenza della mia vittoria è che sarebbe salva la mia reputazione. Se invece perdessi perderei la mia reputazione. Si tratta sempre di una conseguenza dunque.
Notate una cosa: in genere quando si usa “ne va” si parla quasi sempre del futuro, si parla quasi sempre di qualcosa di importante che è in pericolo, a rischio. Non si usa mai o comunque è difficile vedere “ne va” al passato. Può comunque accadere qualche volta di trovare frasi tipo:
Ha dovuto studiare molto per ottenere il lavoro: ne andava del suo futuro.
“Ne va”, quindi, se parliamo al passato, diventa “ne andava”.
Vediamo altri esempi:
Ho dovuto e ho voluto donare un rene a mio figlio: ne andava della sua vita
La Juventus non poteva cedere il suo giocatore migliore, ne andava dell’immagine della squadra.
Notate infine che se, davanti a “ne va” o davanti a “ne andava” aggiungete il pronome se il significato cambia completamente. Difficile a spiegarsi ma l’esempio chiarirà tutto.
Se dico:
Io me ne vado di casa
Vuol dire che io lascio la mia casa. Uso il pronome “me” perché sono io che lascio la casa.
Analogamente se mi riferisco a una terza persona, lui o lei, la frase diventa:
Lui se ne va di casa
Lei se ne va di casa
Che significano semplicemente che lui o lei lasciano la casa, lui o lei abbandonano la casa. Ho parlato della terza persona (lui o lei) perché è l’unico caso in cui si possa far confusione con l’espressione di oggi. Infatti nelle altre persone non è possibile confondersi: Io me ne vado, Tu te ne vai. Noi ce ne andiamo, voi ve ne andate: solamente se dico: Lui (o lei) se ne va si può creare confusione.
Anche in questo caso compare “ne va di” ma c’è il sedavanti. In questo caso quindi le conseguenze non c’entrano nulla. Il verbo “va” in questo caso indica proprio il verbo andare, indica quindi movimento: l’uscita di casa, in questo caso.
Un’ultima notazione: “ne va”, l’espressione di oggi, si usa solo con il verbo andare alla terza persona singolare.
Non esiste: ne vado. Non esiste in questo senso voglio dire. Posso dire ne vado fiero, ne vado orgoglioso, ma ha un altro significato. Lo stesso vale per “ne vai”, “ne andiamo”, “ne andate”, “ne vanno”.
Perché? Beh, perché come vi ho detto il senso è dire che c’è qualcosa che è in pericolo, che è a rischio. Per questo motivo basta cambiare l’aggettivo possessivo o la preposizione e mai il verbo; ad esempio:
E’ a rischio la mia reputazione? Ne va della mia reputazione
E’ a rischio la nostra amicizia? Ne va della nostra amicizia
E’ in pericolo la tua vita: Ne va della tua vita
E’ in gioco la vostra esistenza? Ne va della vostra esistenza
E’ in ballo la loro credibilità? Ne va della loro credibilità
E’ in ballo il destino dell’azienda? Ne va del destino dell’azienda
Mariana (Brasile): speriamo che il nuovo presidente del Brasile Bolsonaro sia un buon presidente: Ne va del futuro del mio paese.
Ho bisogno di praticare l’arte marziale per riuscire a difendermi, ne va della mia protezione.
Assma (Marocco): Spero che possiate visitare il Marocco un giorno, ne va dell’immagine del mio paese
Grazie a Mariana dal Brasile e Assma dal Marocco. Vorrei concludere ringraziando i membri dell’associazione che hanno collaborato e tutti i donatori che ci aiutano a mantenere vivo il sito web. Grazie a queste donazioni è possibile evitare la pubblicità sul sito. Grazie dunque a chi ci sostiene economicamente. Mi auguro che questo possa servire a ricevere altre donazioni perché ne va del futuro del sito italianosemplicemente.com.
Andrè (Brasile): se le persone non fanno donazioni, ne va di mezzo la nostra associazione!
Infatti. Questa era la voce di Andrè, dal Brasile. Grazie anche ad Andrè. Un saluto a tutti.
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Giovanni: Buongiorno e buon anno a tutti. Iniziamo questo nuovo anno con una notizia dal Brasile. Sapete che il governo Bolsonaro dal 1 gennaio 2019 è in carica. Allora ascoltiamo il nostro corrispondente dal Brasile André Arena, con i suoi “quasi 100 secondi”.
Andrè: In Brasile ora è effettivamente iniziata l’era Bolsonaro. Il nuovo presidente inizia il suo governo disponendodel sostegno della maggioranza della popolazione. Ieri, durante la sessione solenne svoltasi nella sede del Parlamento a Brasilia, Bolsonaro ha ripreso i principali punti che hanno segnato la sua campagna elettorale, vale a dire: valori conservatori, lotta alla corruzione, pugno di ferro contro la criminalità, riforme politiche ed economiche che costituiscono il cosiddetto “patto nazionale” .
Quanto alla sicurezza, una delle questioni più sentite dall’opinione pubblica brasiliana e uno dei punti più controversi del suo programma di governo. Bolsonaro insiste nelle sue intenzioni di ampliare il diritto alla legittima difesa, nonché onorare coloro che sacrificano la loro vita in nome della sicurezza di tutti.
Cosa succederà? Succederà che il porto d’armi sarà consentito a tutti i cittadini e ci sarà la cosiddetta “esclusione dell’illiceità” che in definitiva da il via libera ai poliziotti di sparare.
Non si sa ancora se queste misure saranno veramente realizzate, ma se ciò avverrà, speriamo che il paese non si trasformi in un film Western!
Giovanni: Bene Andrè, grazie di questa notizia in tempo quasi reale, in questi tuoi quasi 100 secondi. Vai molto bene col tuo italiano… ci siamo quasi direi!
Hai parlato di un “patto nazionale“. Un patto è un accordo, un’alleanza che Bolsonaro fa col popolo. La sua è una promessa in realtà, anche se sono in molti a sperare che non riesca a mantenerla. Poi hai parlato di “esclusione dell’illiceità”. Significa che, come hai ben spiegato, i poliziotti possono sparare, sono liberi di farlo: sparare sarà lecito; sparare non sarà più illecito, non sarà più contro la legge, quindi la illiceità dell’atto di sparare sarà esclusa dalla legge. Non sarà più illecito: diventerà quindi lecito, cioè possibile, legittimo, sparare da parte dei poliziotti.
C’è anche Mariana con noi, che è dello stato di Minas Gerais, sempre in Brasile. Allora Mariana ha da dire qualcosa anche lei. Vuole aggiungere qualcosa sulle misure di sicurezza messe in atto durante il discorso di Bolsonaro.
Mariana: Buongiorno. Bolsonaro ha fatto il suo primo discorso col maggior apparato di sicurezza della storia in Brasile.
I Cecchini armati si sono posizionati sul tetto dei palazzi circostanti. Persino missili a guida laser hanno fatto parte della struttura di sicurezza di Bolsonaro, che è la più grande e costosa sicurezza che la storia del Brasile ricordi per questa occasione.
Era ancora buio quando le macchine della sicurezza nazionale hanno raggiunto la Esplanada dos Ministérios.
Una videocamera all’interno di un pallone ha permesso loro una visione privilegiata. Più in basso, anche accurati controlli manuali e utilizzo di metal detector.
Misure di sicurezza anche per il pubblico che ha assistito: cibo in imballaggi non trasparenti non era consentito. In alcuni posti, i poliziotti militari hanno tagliato addirittura la frutta in pezzi!
Niente ombrelli e caschetti: vietati anch’essi.
Bottiglie d’acqua? Stessa sorte.
L’unico tipo di acqua consentita era quella distribuita da una fidata impresa di Brasilia.
Giovanni. Grazie Mariana, “più sicuri di così si muore!” Verrebbe da dire… Mariana ci ha parlato di cecchini sui tetti che sparano: un cecchino è un tiratore scelto che è appostato pronto a sparare in caso di necessità.
Volevo concludere con una cosa che a me personalmente ha molto colpito, che non ha nulla a che fare con la sicurezza, cioè il discorso tenuto dalla moglie del nuovo presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che si chiama Michelle: dire che ha un nome abbastanza impegnativo da portare è poco!
Ebbene Michelle – i brasiliani ne sono al corrente naturalmente – ha partecipato ieri alla cerimonia di insediamento del marito. Lo ha fatto con un messaggio di ringraziamento rivolto al popolo utilizzando la lingua dei segni (pensate un po’), quindi quella con la quale ci si rivolge ai non udenti.
Michelle ha voluto ringraziare i brasiliani per la “solidarietà” che gli hanno espresso durante i momenti difficili passati di recente dal marito”, ed ha fatto anche riferimento all’attentato subito nel settembre scorso, durante la campagna elettorale.
Michelle parla di “elezioni che hanno dato voce a chi non è stato ascoltato” e aggiunge che il motivo principale per cui le urne lo hanno decretato presidente è proprio la questione della sicurezza: “il cittadino brasiliano vuole sicurezza, vuole pace e vuole prosperità”, ha detto Michelle.
Iniziativa interessante comunque quella di Michelle. Chissà, e spero per lei, se riuscirà ad essere all’altezza della Michelle più famosa…
Grazie a Andrè e Mariana. Continuate a tenerci aggiornati sul Brasile e a tutti i visitatori di Italiano Semplicemente invece dico che siete tutti invitati nella nostra associazione. Abbiamo bisogno di altri inviati speciali dall’estero.
Un saluto.
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“Care concittadine e cari concittadini, siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vitaquotidiana.
Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento, nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi.
Non è un rito formale.
Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo.
Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso.
Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce.
E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.
Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita.
La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.
Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno.
Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.
Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme.
Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese. Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri.
Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.
So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buonisentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.
Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.
Ma la sicurezzaparte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del viverecomune.
La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente.
E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità. Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.
La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.
Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.
Qualche settimana fa a Torino, alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità.
Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia.
Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.
In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.
Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.
Il nostro è un Paese ricco di solidarietà.
Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più caloreumano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubblicheistituzioni.
Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità.
I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturalia fianco dei Corpi dello Stato.
È l’Italia che ricuce e che dà fiducia. Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà. Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.
Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.
È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.
Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi.
Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo.
Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare.
Lo sport è un’altra cosa.
Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte.
Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà.
Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.
Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere.
La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili.
L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani.
La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati.
Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.
Dobbiamo aver fiducia in un camminopositivo.
Ma non ci sono ricette miracolistiche. Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno.
Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo.
Frutto del lavoro e dell’ingegno di interegenerazioni che ci hanno preceduto.
Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale.
E’ stato, ed è, un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia, che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali.
Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.
L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo, da tutelare.
Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore.
Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.
La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportunoconfronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento.
Mi auguro vivamente che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.
La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.
Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei. Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia.
Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.
Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta.
È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recherannoalle urne.
Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.
Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri.
Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità.
Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso.
Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri.
La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità.
Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.
Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia.
La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibilicon la loro elevata specializzazione. In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono, malgrado il tempo trascorso, le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna.
Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.
Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero.
Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese. Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesionesociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.
Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.
Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita.
Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato.
Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare.
Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso.
E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramitel’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
Eccoci di nuovo qui ragazzi, è ancora lunedì e come tutti i lunedì vi spiego una espressione tutta italiana.
Questo è il programma di oggi dunque: spieghiamo l’espressione “darsi pace”.
Io sono Giovanni e la trascrizione integrale di questo nuovo episodio si trova sul sito italianosemplicemente.com.
Darsi pace: due parole, due semplici parole con un significato particolare.
Potremmo dire che si tratta di una locuzione, oppure la potete chiamare espressione idiomatica.
Ad ogni modo sicuramente avrete notato, cioè vi sarete accorti che in questa espressione mancano articoli, o avverbi o preposizioni.
Succede a volte nelle espressioni italiane. Non sempre è così ovviamente.
Infatti se ad esempio diamo un’occhiata alle molte espressioni che contengono la parola “darsi”, notiamo che volte ci sono articoli, a volte preposizioni, a volte nulla. Ad esempio:
Darsi alla pazza gioia, darsi battaglia, darsi all’ippica, darsi da fare, darsi delle arie, darsi il cambio, darsi la morte, darsi pena, darsi pensiero, darsi per vinto, darsi una mano, darsi una mossa.
Vediamo di spiegare la frase di oggi è capirete che non è banale inserire o togliere un articolo.
La parola “pace” la conoscete tutti: pace è il contrario di guerra.
“Darsi” invece viene da “dare”.
Il verbo dare, rivolto a sé stessi, diventa darsi. Darsi significa dare a sé stessi. Non sempre però, fate attenzione. Pensate alla frase “darsi la mano“: in questo caso è uno scambio, due persone si danno la mano: io do la mano a te e tu la dai a me.
In questo caso invece è dare a sé stessi la pace. Ognuno da la pace a sé stesso.
Succede la stessa cosa con la frase “darsi le arie“, solo per fare un esempio. Un’altra espressione figurata.
Ma quante cose possono darsi a sé stessi? La pace è una di queste cose, ma ovviamente anche qui il senso è figurato. Non parliamo di una “non guerra” , dell’assenza di una guerra, di una vera guerra.
Se fosse così, se l’obiettivo fosse cambiare e passare da uno stato di guerra ad uno stato di pace, allora diremmo: “darsi la pace”.
Ad esempio, l’obiettivo degli esseri umani, prima di tutto dovrebbe essere quello di darsi la pace. Questo vale soprattutto per gli Stati in guerra, quelli che attualmente vivono uno stato di guerra, senza pace, dove le persone muoiono, si uccidono, vivono un conflitto.
Se invece togliamo l’articolo “la” la frase darsi la pace diventa “darsipace“.
In effetti questa pace di cui parliamo in questa espressione è una pace interiore. Non si tratta di un conflitto combattuto con le armi, con le esplosioni,con i fucili e con i carri armati. Si tratta invece di una condizione interiore, di un conflitto interiore, che avviene dentro di noi, nella nostra mente.
Quando una qualsiasi situazione viene vissuta con un atteggiamento negativo, con uno stato mentale sofferente, uno stato d’animo negativo, preoccupato, ansioso, nervoso, in tutti questi casi possiamo dire che questa persona, quella che vive questa condizione mentale non si dà pace, non si sta dando pace, non riesce a darsi pace.
Di conseguenza dall’esterno, guardando, osservando questa persona si potrebbe dire una frase tipo: perché non ti dai pace? Perché questa persona non si dà pace?
È chiaro che si sta facendo riferimento ad una pace diversa, ad una pace interiore, ad uno stato d’animo sofferente, quindi ad una persona che non è in pace con sé stessa.
Possiamo anche dire così, che non è in pace con sé stessa: questo stato di nervosismo, quest’ansia, questa preoccupazione perenne, duratura, questo essere sempre preoccupati, ansiosi, nervosi ci fa vivere una condizione difficile quindi non siamo in una condizione di pace interiore.
Ebbene in tutte queste occasioni possiamo quindi usare questa espressione “darsi pace“, e senza nessun articolo.
Spesso, questo bisogna dirlo, si usa in frasi con una negazione, a meno che si tratti di un invito a darsi pace!
Ad esempio:
Non riesco a darmi pace. Ho perso le chiavi di casa. Devo ritrovarle assolutamente. Dove le avrò perse?
Oppure:
Come mai non ti dai mai pace? Cos’è che ti preoccupa? Hai degli ospiti a cena e sei preoccupato? Ogni volta non riesci maia dartipace in queste occasioni.
Oppure:
Tuo fratello non riesce a darsi pace, da quando il medico gli ha detto che ha la pressione un po’ alta è diventato molto nervoso e non è mai tranquillo.
Ancora:
Nella mia famiglia non riusciamo a darci pace da quando i ladri sono entrati in casa a rubare. Siamo sempre preoccupati e non dormiamo più bene come prima la notte.
Vediamo con voi:
Voi brasiliani non vi date pace da quando Bolsonaro ha vinto le elezioni. Fatevene una ragione e vedrete che le cose potrebbero non essere così negative.
In Inghilterra i politici sembra non riescano a darsi pace da quando si parla di brexit. Tutti i giornali parlano di uno stato di preoccupazione continuo della classe politica.
Se invece non voglio usare la negazione posso dire ad esempio:
Datti pace un attimo! Sei troppo agitato! Prendi una bella camomilla calda!
Questo è un invito. Senza la negazione si tratta di un invito. Datti: cioè dai a te stesso.
Allo stesso modo potrei rivolgere questo invito ad una terza persona:
tuo padre si dia pace.
Più difficilmente invece troverete questo invito rivolto a voi o loro: datevi pace e si diano pace, ma può comunque capitare.
Si usa quasi sempre con te: datti pace, e con lui o lei: si dia pace.
Con la negazione invece si usa con tutte le persone (prova a ripetere):
Io non mi do pace
Tu non ti dai pace
Lui non si dà pace
Noi non ci diamo pace
Voi non vi date pace
Loro non si danno pace.
Prima ho usato anche l’espressione “farsene una ragione“, che abbiamo già spiegato sulle pagine di italiano semplicemente, ed in effetti le due espressioni possono essere utilizzate nello stesso contesto.
C’è una certa similitudine.
Infatti chi non si dà mai pace, a prescindere dal motivo, farebbe bene a farsene una ragione. Le persone che continuano ad agitarsi, ad essere preoccupate per qualcosa non si danno pace e allo stesso tempo non se ne fanno una ragione, non riescono a farsene una ragione. Non ci riescono perché non si danno mai pace.
In sostanza queste persone non trovano mai la tranquillità.
Le due espressioni si possono usare una al posto dell’altra, perché in entrambi i casi siamo in presenza di una persona che non riesce ad accettare fino in fondo un qualcosa che per lui rappresenta un problema.
Lo stato di ansia e di preoccupazione che ne deriva è eccessivo, e soprattutto non si trovano soluzioni, non si cercano neanche le soluzioni.
Molto simile è anche un’altra espressione: darsi una calmata.
L’spressione darsi una calmata è però più informale (decisamente) e può essere offensiva.
Inoltre si usa esclusivamente quando si è molto nervosi e si perde il controllo, si urla, ci si agita molto. In questi casi puoi dire:
Adesso datti una calmata e siediti; respira e poi ne parliamo con calma.
Invece darsi pace è molto più ampia come frase, si usa in molte occasioni diverse e non è offensivo. Darsi pace poi è un processo più lungo: ci vuole più tempo per darsi pace.
Anche se viene a mancare una persona cara (cioè se muore una persona cara) può capitare che qualcuno non riesca a darsi pace per questo e non si rassegni per questa perdita.
Attenzione poi anche alla similitudine con un’altra espressione italiana che abbiamo già spiegato sulle pagine di italianosemplicemente.
L’espressione in questione è “prendere atto“, e vi invito a leggere ed ascoltare anche questa spiegazione per capire le differenze.
Ad ogni modo, molto brevemente, prendere atto significa considerare, tenere in considerazione, tener conto.
È un’espressione più formale, decisamente, che si può utilizzare anche per iscritto, anche nella forma scritta, mentre invece darsi pace è informale e difficilmente la utilizzate al lavoro o nella forma scritta.
Prendere atto ad ogni modo è una bella espressione, molto utile al lavoro e vi consiglio di dare un’occhiata anche a questa espressione.
Spero sia abbastanza chiaro.
Se quindi non riuscite a imparare l’italiano e vi state preoccupando per questo adesso che avete trovato italiano semplicemente potete darvi finalmente pace.
Un saluto da Giovanni, e vi ricordo che siete tutti invitati nell’associazione Italiano Semplicemente, ufficialmente registrata in Italia. Se volete perfezionare il vostro italiano basta fare richiesta attraverso una semplice mail dal sito italianosemplicemente.com.
Giovanni: Buongiorno amici di italiano semplicemente, chi vi parla e Giovanni il creatore del sito italianosemplicemente.Com.
Oggi però voglio lasciare la parola a Bogusia, un membro dell’associazione italiano semplicemente che ha deciso di farmi e di farvi (anche a voi) un regalo.
Bogusia vi racconterà una storia la storia della bocca della verità e la ringrazio per questo ma Bogusia farà anche un omaggio a me e alla associazione anche mettendo alla prova le sue ottime capacità di utilizzare molte espressioni che abbiamo spiegato all’interno del sito.
Molte espressioni idiomatiche, ma Bogusia, essendo membro dell’associazione ha utilizzato anche molti verbi professionali, i verbi che nascono per essere utilizzati prevalentemente in ambienti lavorativi ma che possono essere usati anche in altri contesti; questa ne è una dimostrazione.
Vedrete come Bogusia oltre quindi ad un certo numero di espressioni idiomatiche italiane utilizza verbi come addossare, spacciare spacciarsi, promuovere, valutare suffragare, avvalersi e fruire (e non solo) ad esempio, molti verbi professionali che abbiamo spiegato all’interno del corso di italiano professionale ma lascio la parola a Bogusia.
Ciao Bogusia, grazie per tutto questo. lLascio a te la parola dunque.
Bogusia: Buongiorno, cari ascoltatori di radio italiano semplicemente.
Per coloro che non mi conoscono mi chiamo Bogusia e sono polacca.
Un Caloroso benvenuto a tutti voi che mi ascoltate.
Io sono un membro dell’associazione italiano semplicemente e – spero che mi crediate – ne sono assai fiera.
Le feste natalizie sono arrivate, sono le feste più belle dell’anno, almeno secondo me, e con queste festività anche tutti gli auguri.
Prendol’occasione al voloper fare i miei auguri a tutti coloro che mi stanno ascoltando.
Pensavo anche che con questo intervento potessi fare gli auguri e il ringraziamento al nostro professore e fondatore dell’associazione Giovanni, l’uomo di Roma che ci si mette con tanto impegno per aiutare agli stranieri nell’apprendimento dell’italiano: non solo è sempre disponibile con tutti coloro che abbiano delle domande o dei dubbi, ma registra per noia iosa interessantissimi episodi con cui l’apprendimento va a gonfie vele.
Non so come faccia Gianni ma vi giuro che le sue idee sono inesauribili.
Forse alza troppo il tiro di tanto in tanto (nel senso che a volte pretende troppo da noi) ma riesce sempre farlo in modo divertente e riesce rende sempre a rendere bene l’idea con le sue spiegazioni.
Macché, mi potreste dire voi, ci sono tantissimi siti nella rete, ci sono tantissimi libri per imparare la grammatica, non ci serve il metodo l’italiano semplicemente.
La mia risposta, qualora fosse richiesta, sarebbe la seguente: è vero, anche io seguo altri siti e ascolto altre persone, ma purtroppo la maggior parte del materiale che offre la rete è realizzato in modo approssimativo.
Il problema è che spesso questi materiali lasciano a desiderarein quanto lo scopo è quasi esclusivamente quello di promuovere i loro prodotti a pagamento oppure parlano sempre degli stessi argomenti. È già grasso che cola se spiegano qualche espressione in modo breve.
Nell’associazione Italiano Semplicemente si parla di tutto, ce n’è per ognuno di noi, per tutti i gusti ed interessi.
Per noi tutto fa brodo appunto, ma ci deve essere amore altrimenti il brodo viene senza sapore.
Non vorrei dilungarmi troppo, spero che prendiate la palla al balzoe raccogliate il mio invito, incuriositi da queste mie parole.
Abbiamo anche un gruppo whatsapp che è sempre molto attivo, e tutti ci aiutiamo a vicenda.
Se, come spero, decidete di aderire all’associazione, vi assicuro che ne vale la pena.
Del resto, penso che questo sia il modo più opportuno di ringraziarmi Gianni.
Vorrei adesso continuare dando uno spunto per un nuovo episodio: forse potrebbe trattarsi di una nuova serie, cioè “Le meraviglie di Roma” , che è la sua città.
Vagliando le diverse possibilità, per una serie di questo tipo sveglierei la “bocca della verità”.
Mi piacerebbe poter provare se la leggenda dice la verità in merito.
Magari si tratta solo di fandonie, oppure no.
Mi piacerebbe scoprirlo.
Guai a me? No, ne sono sicura!
Adesso prendo il toro per le corna e racconto la leggenda che ha a che fare con questo posto conosciutissimo.
Si dice che se un bugiardo mette la mano all’interno della bocca, la bocca gliela taglierà.
Molto tempo fa a tutti coloro che raccontavano troppe menzogne, un boia mascherato e posizionato apposta dietro la scultura tagliava la mano con una arma tagliente.
Poveri loro!
La tradizione vuole che la capacità della Bocca della verità di smascherare i bugiardi una volta non abbia funzionato e questo fu grazie all’astuzia di una donna.
Ecco la storia: Si racconta che c’era una ragazza sposata che aveva anche un amante, col quale tradiva il proprio marito; tutti lo sapevano ma non riuscivano a suffragarlo con delle prove.
Alla fine il marito decise di valutare la sincerità della moglie attraverso la famosa scultura.
La donna sembra spacciata, ma mentre la ragazza si recava verso il mascherone, l’amante, già d’accordo con lei, travestito per non farsi riconoscere , si era spacciato per un pazzo, la baciò all’improvviso!
Essendo all’apparenza il gesto di un matto, fu subito perdonato e poté andarsene.
Ma perché fecero questo?
Perché hanno fatto questa messa in scena ?
É proprio qui l’astuzia della donna!
Quel bacio in strada permise alla donna di dire, senza mentire, che nessun uomo l’aveva mai baciata, tranne il marito e quel pazzo di poco prima… ovvero il suo amante.
La donna aveva detto la verità!
Certo che con la verità aveva mascherato la sua bugia, il suo tradimento, ma era stata sincera, per cuila mano non le venne tagliata e la bocca della verità rimase così, per la prima volta nella storia, beffata.
Ecco la fine della leggenda.
Adesso tocca a voi: potete anche voi usufruire potere della Bocca della Verità se pensiate che io racconti delle bugie riguardo ai vantaggi di far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente: portate me a Roma di fronte alla Bocca della Verità e verifichiamo insieme.
A proposito di Italiano Semplicemente: vorrei dare la benvenuta a Leily dal Brasile, che è appena diventata un membro dell’associazione.
Non che vi dobbiate sentire addossata qualche colpa per non aver fatto come Leily!
Vi consiglio però di avvalervi anche voi della possibilità di imparare con Italiano Semplicemente.
Non declinate il mio invito se state cercando di migliorare il vostro italiano.
Ancora una volta grazie mille a tutti per avermi concesso del vostro tempo.
Vorrei augurarvi un felicissimo anno nuovo 2019.
Fruite nel miglior modo possibile del tempo che verrà e mettete nella lista dei buoni propositi l’approfondimento dell’italiano.
Un abbraccio e a presto.
Giovanni: Grazie mille, davvero una bella storia quella che ha raccontato Bogusia alla fine, che ringrazio tanto anche per i complimenti a me e alla associazione.
La storia quindi della bocca della verità che, sapete, non conoscevo neanch’io fino in fondo.
Non conoscevo questa questa leggenda e mi ha molto incuriosito e credo che darò un’occhiata adesso su internet per saperne un po’ di più.
Sì, grazie Bogusia poi anche perché ha salutato e ha dato il benvenuto anche a Leily, brasiliana, nuovo membro dell’associazione: è l’undicesima brasiliana ma mentre Bogusia stava registrando questo episodio nel frattempo si è scritto anche Jean Marie, dalla Francia.
Benvenuto Dunque anche a Jean Marie all’interno dell’associazione: Il primo francese, quindi un motivo in più per festeggiare.
E grazie ancora per l’ascolto e a Bogusia ancora una volta per questo bel ringraziamento e questo che sto bell’episodio che ci ha regalato.
Un’ultima cosa: Ovviamente sì, accetto l’idea delle meraviglie di Roma che hai appena inaugurato tu con questo episodio.
La rubrica denominata “Le meraviglie di Roma”: seguiranno quindi altri episodi; in futuro parleremo di tutte queste cose belle che ci sono a Roma: tutte le opere d’arte, attrazioni turistiche varie, anche poco conosciute, e… ne vedremo delle belle!
E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramitel’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
Trascrizione
Giovanni: oggi ragazzi parliamo di moda.
Sapete cosa sia la moda? E conoscete il linguaggio della moda? In italiano ci sono parecchie espressioni, parecchi termini specifici sulla moda.
Ne parliamo oggi insieme ad un nostro amico che ascolterete tra poco. Un insegnante di italiano.
Sapete che con il termine “moda” (con la o aperta) si Intende in generale il gusto particolare del momento, ciò che piace a molte persone in quel momento o in un certo luogo anche.
Cosa piace alle persone in un certo momento?
Queste cose, quelle che incontrano il gusto, cioè che incontrano la preferenza delle persone si dice che “sono di moda“, o che “vanno di moda“.
Dal punto di vista commerciale la moda è costituita dai prodotti che maggiormente sono venduti rispetto agli altri.
Tutti questi prodotti possiamo dire che sono di moda. In realtà però non possiamo parlare di tutte le tipologie di prodotti. Non tutte.
Ovviamente ognuno ha i suoi gusti, ma ci sono delle tendenze generali, dei gusti, delle preferenze di molte persone che tendono a prevalere rispetto ai gusti dei singoli.
E questa tendenza, questi gusti possono cambiare, possono modificarsi e di fatto più o meno cambiano di anno in anno: un anno le persone preferiscono il colore rosso per i loro vestiti e l’anno dopo piace di più il verde ad esempio. Questo accade tutti gli anni e quando accade qualcosa di questo tipo parliamo di moda.
Ripeti: le mode cambiano di anno in anno.
Una cosa può essere di moda oppure può andare di moda, o semplicemente può andare.
Il verbo andare, da solo, si può utilizzare per indicare la tendenza della moda.
Cosa va quest’anno?
Quest’anno va di moda il giallo, tutti indossano vestiti gialli, oppure vanno le gonne corte, oppure quest’anno vanno i capelli corti.
Non possiamo fare la stessa cosa col verbo essere però.
È di moda = va.
Il giallo va = il giallo è di moda
Rispondi alla domanda:
quale colore va quest’anno?
Potete rispondere dicendo semplicemente:
Il giallo. Oppure:
Quest’anno va il giallo
Quest’anno va di moda il giallo
Quest’anno il giallo è di tendenza
Lo scorso anno invece magari andava il rosso (ad esempio) e andavano di moda i capelli lunghi.
Questi sono solo esempi comunque.
In generale quando si parla di moda, come dicevo, non si parla di tutti i tipi di prodotti: si parla prevalentemente di vestiti, quindi di abbigliamento, sia maschile che femminile.
Ma la moda si estende a tutto ciò che riguarda la cura e l’aspetto delle persone, o anche la bellezza della casa, insomma le cose personali, tutto ciò che viene mostrato agli altri.
Ma anche un quartiere di una città a volte può essere di moda. Perché no!
Quindi possiamo avere un profumo di moda, oppure una gonna, un pantalone, o anche un colore come abbiamo visto prima.
Ogni anno infatti c’è un colore tra gli altri che è più di moda rispetto agli altri.
Quando un colore è di moda allora molti dei vestiti, molti dei capi d’abbigliamento, hanno quel particolare colore.
C’è poi la cosìddetta alta moda, L’alta moda, la “haute couture” Che è quel settore dell’abbigliamento nel quale operano i creatori di abiti di lusso, abiti costosi, gli stilisti dell’alta moda.
Gli abiti di lusso sono gli abiti più costosi, che hanno un prezzo più elevato, più alto rispetto agli altri.
C’è da dire che la moda è diventato un grande business, un grande affare, ma ci sono, almeno in alcuni paesi, degli abiti che è tradizione indossarli in particolari occasioni e fanno parte della cultura di un paese.
Se parliamo ad esempio del Marocco, c’è un capo d’abbigliamento che non passa mai di moda: qual è questo capo?
Ce lo facciamo raccontare da Zahid, che insegna italiano in Marocco. Ciao Zahid.
Ascoltiamo dunque Zahid, che ci spiega qualcosa su questo tradizionale abito femminile.
Zahid: Il caftan, l’abito tradizionale della donna marocchina, ė un vestito lungo, generalmente ha due strati sovrapposti.
Esistono innumerevoli varietà di caftan: ce ne sono di classici e moderni, eleganti per le grandi occasioni ma anche semplici, adatti per essere utilizzati tutti i giorni.
La produzione del caftan, come di altri abiti marocchini quali la djellaba, la gandoura e altri, ė relativamente costosa poiché la maggior parte del lavoro è fatto a mano.
Il caftan marocchino sta accrescendo la sua notorietà, sia nel mondo arabo che in quello occidentale.
Compare nelle più prestigiose sfilate di moda, e non solo a Casablanca e a Marakech ma anche a Parigi ad esempio: ricordiamo la sfilata che si tiene al carousel del Louvre, dove il caftan ė presente, e apprezzati stilisti marocchini e stranieri di anno in anno presentano nuovi modelli, classici e moderni ma sempre di alta classe, rinnovando il gusto ma preservando, nello stesso tempo, il suo stile originario.
Giovanni: una domanda Zahid, ma le donne in Marocco lo indossano? Tutti i giorni voglio dire.
Zahid: no, il caftan non si mette tutti i giorni, ma solo nelle occasioni importanti, per esempio le feste tradizionali, o una festa di matrimonio.
Giovanni: ah bene. Grazie Zahid.
Nell’associazione abbiamo una bella ragazza marocchina, si Chiama Assma. Chissà se lei l’abbia mai indossato quest’ambito. Ce lo facciamo dire proprio da lei. Ciao Assma!
Assma: Buongiorno a tutti io sono assma, membro dell’associazione e devo dire che io questo abito tradizionale l’ho indossato al matrimonio di mio cugino. Era la prima volta nella mia vita, e mi sono sentita una 👑 regina.
Giovanni: Ci sono alcune parole e frasi che ha utilizzato Zahid e che trovo interessanti dal punto di vista della pronuncia. Quindi dopo aver chiesto a zahid, vi invito a ripetere le seguenti parole:
Accrescere
Notorietà
Accrescere la notorietà
Il caftan sta accrescendo la sua notorietà
Sfilate di moda
Prestigiose
Prestigiose sfilate di moda
Le più prestigiose sfilate di moda
Il caftan sta accrescendo la sua notorietà nelle più prestigiose sfilate di moda
Quindi Zahid, hai parlato di un vestito lungo che sta accrescendo la sua notorietà.
In questo caso però non possiamo dire che il caftan stia diventando di moda, perché la moda si riferisce alle preferenze delle masse, che cambiano anno dopo anno. Non possiamo quindi usare in questo caso le varie espressioni che si usano quando parliamo di moda.
Vediamo qualcuna di queste espressioni legate alla moda.
Ad esempio quando la moda cambia, quando cambia il modo di vestirsi delle persone, si tratta prevalentemente di variazioni di stile, solo di piccoli dettagli, a volte no.
Ma come cambia la moda? Chi decide cosa andrà di moda il prossimo anno?
Chi è a lanciare una nuova moda ed a decretare la fine della vecchia? Chi è che lancia una nuova moda?
Lanciare una moda è appunto una di queste espressioni. Lanciare una moda significa ispirare le altre persone con il proprio modo di vestire e dare il via ad un fenomeno di massa. Molti iniziano ad imitare queste persone nel vestirsi. E queste persone hanno appena lanciato una moda: tutti li seguono.
Oggi a lanciare la moda sono i grandi personaggi pubblici, cantanti, attori, non solo gli stilisti dunque.
Quando poi un oggetto o un vestito passano di moda, allora questo significa che le persone hanno delle nuove preferenze, dei nuovi gusti, e quell’oggetto non va più, non è più di moda. Dunque è passato di moda. Si dice anche che è fuori moda.
I pantaloni a zampa d’elefante non vanno più, sono fuori moda. Sono passati di moda. Non è più di moda indossare i pantaloni a zampa d’elefante. Andavano negli anni ’70, che io sappia.
Quindi: passare di moda, essere fuori moda – anche una persona può essere fuori moda se non veste alla moda, se non mette abiti che sono in voga in quel momento.
Le tradizioni dunque solo qualcosa che resiste alla moda. Le tradizioni resistono alla moda, altrimenti non si sarebbero chiamate così.
Potremmo dire che il termine tradizione possa considerarsi come il contrario, l’opposto del termine moda. Oppure che gli abiti tradizionali non passano mai di moda. La tradizione non può essere di moda e non può passare di moda.
Passare di moda è un’espressione tipica del linguaggio dell’abbigliamento. Come fuori moda anche.
Difficilmente qualcosa torna di moda o torna ad essere di moda dopo essere passato di moda. Può conunque accadere e a volte accade, che dopo 10, 20 o 30 anni ci sia qualcosa che ritorni di moda o ritorni in voga.
Una improvvisa diffusione e un successo crescente, questo accade quando qualcosa è in voga o è in gran voga.
Un termine questo che può andar bene anche per una persona famosa, un cantante in gran voga, quindi semplicemente molto famoso, che riscuote molto successo
in un momento particolare
Quando questa diffusi. ne avviene allora questo “prodotto” (diciamo!) incontra un largo favore da parte delle persone. Questo è un altro modo per dire lo stesso concetto: “Incontrare il favore” è un’altra espressione che possiamo usare in questo caso.
Infine la frase seguire la moda. Zahid a te la parola. Puoi spiegare tu questa espressione? Io nel frattempo saluto e ringrazio tutti per l’ascolto. Alla fine ascoltiamo qualche frase sulla moda da parte di alcuni studenti di Zahid e di qualche membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Un bel connubio questo!
Zhaid: seguire le moda è una tendenza naturale, significa gusto per il bello e piacere per il nuovo. Con la moda ci divertiamo, e diamo ai ritmi quotidiani il colore della creatività e il sapore della fantasia.
Spero di essere stato chiaro.
Vi saluto dal Marocco, che è sempre stato paragonato ad un albero con le radici in Africa ma con le foglie esposte in area Europea.
Bogusia (Polonia): Bisognerebbe valutare con attenzione cosa indossare per non sentirsi soli, almeno all’apparenza. Ma visto che la moda di oggigiorno cambia con una velocità non indifferente, non bisogna essere molto rigidi quando si segue la moda. Si può essere alla moda anche con pochi soldi, e sapersi avvalere sapientemente di quanto abbiamo accumulato nell‘armadio.
La moda serve ad esprimere un sentimento interiore e una creatività personale.
Ulrike (Germania): ognuno dovrebbe trovare lo stile proprio. La moda fa delle proposte. La moda è il buono ed il cattivo gusto. Solo l’indifferenza non è moda. Non mi piace vestire alla moda, ma essere io stessa di moda.
Andrè (Brasile): nell’abbigliamento di tutti i giorni, la moda brasiliana ha una costante: fa trionfare i colori: giallo, verde smeraldo, rosa intenso, azzurro cielo, rosso corallo e arancione sono i colori quasi sempre presenti a prescindere dalla moda del momento. Tutti sono ricchi di ispirazioni tropicali con un tocco di creatività.
Gema (Spagna):
La Moda mi aiuta a riconoscere Il periodo in cui hanno girato un film.
Amina, studente di Zahid: per me la moda non serve a niente.
Brahim, studente di Zahid: io vesto sempre di giallo. La moda non mi interessa.
Alcune frasi da Mariana dal Brasile – membro n. 20 dell’Associazione
– la moda nasce per le strade e muore negli armadi
– la Moda nasce dall’osservazione attenta delle persone
– la moda esprime l’appartenenza ad un gruppo, oppure ad un ideale.
– la Moda serve a esprimere un sentimento interiore e una creatività personale
– essere alla moda mi fa sentire meno solo
– ho molti vestiti nell’armadio. Spero ritorni la moda per poterli indossare nuovamente
– con la moda esprimo me stessa, il mio modo di essere
– la moda è come l’amore: Viene, passa, ritorna e mai si scorda
– la moda riflette il mio pensiero
– anche chi passa di moda passa alla storia
– secondo me la moda serve a sentirsi accettati dagli altri
– Il termine moda indica uno o più comportamenti collettivi con criteri mutevoli.
Donazione personale per italiano semplicemente
Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale.
Per il sito significa vita, per te significa istruzione.
E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramitel’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
Trascrizione
Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com.
Oggi facciamo un bell’episodio di esempi sul congiuntivo, e lo facciamo rendendo omaggio ad alcune città: gli esempi di oggi riguarderanno le città di OrAkiva, in Israele, Berlino (Germania), Bruges (in Belgio), Oristano, città della Sardegna, in Italia e infine la città di Canpinas, in Brasile
Da queste località provengono infatti le ultime donazioni fatte ad italiano Semplicemente e mi fa piacere rendere loro omaggio con un episodio dedicato.
Ho trovato pertanto alcune curiosità su queste città e voglio condividerle con voi.
Se volete potete ripetere le singole frasi. Attenzione all’utilizzo del. Congiuntivo.
– se la distanza tra Roma e Or Akiva, in Israele, fosse inferiore ai quattromila chilometri (c. imperfetto) forse ci farei un salto di tanto in tanto. Se partissi adesso (c. Imperfetto) che è il 24 dicembre, non è detto che riesca ad arrivare in tempo per il 26 (c. presente. Verbo riuscire).
– È possibile che qualora partissi da Berlino (c. Imperfetto) a piedi per andare a Bruges, in Belgio, impiegherei ben sette giorni. Sette giorni a piedi? Fossi scemo! (c. imperfetto).
– sto aspettando un amico dal Brasile. Ha detto che è appena partito con la sua bicicletta. Temo che non ce la faccia ad arrivare per l’ora di cena (c. presente). Arriverà domani? Neanche per domani credo possa farcela.
Se fosse partito un mese fa probabilmente oggi sarebbe qui (c. trapassato).
– È facile che prima o poi io riesca a visitare Berlino (c. presente). Finora non ci sono mai riuscito. Sento che il giorno è vicino, me lo sento. Ma che io losenta o meno forse non è molto importante (c. presente).
– sono andato in Brasile a maggio. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che io fossi addirittura statoinvitato da un membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Eppure è proprio così (fossi stato, congiuntivo trapassato. Verbo invitare).
– non è importante che io sia già stato in Brasile. Voglio tornarci presto! (congiuntivo passato).
– Oristano è una città italiana che si trova in Sardegna, e devo dire che io non credevo che lì ci fossero visitatori di italiano Semplicemente (c. Imperfetto).
– Siete stati a Bruges ma eravate distratti? Ebbene se aveste prestato attenzione vi sareste accorti che a Bruges c’è il primo birradotto al mondo, cioè un sistema che permette di trasportare la birra attraverso un sistema di tubature sotterranee (se aveste prestato, congiuntivo trapassato).
– sapevate che il cimitero di Or Akiva, in Israele, ha un sito web che permette di ricercare le persone seppellite in quel cimitero? Basta inserire nome e cognome. Se però qualcuno ve neavessegiàparlato, questa non sarebbe una novità (Congiuntivo trapassato).
– dovete sapere che la città di Canpinas, in Brasile, nel corso degli anni ’70 ha raddoppiato le sue dimensioni grazie ai flussi migratori. Molti italiani si trasferirono a Campinas in quel periodo. La città per questo suo veloce sviluppo viene chiamata la “Principessa dell’Ovest”, ovest perché si trova ad ovest rispetto a San Paolo, la capitale dello stato omonimo. Tutto questo è accaduto senza che io ne sapessi nulla finora! (congiuntivo imperfetto).
– vi racconto queste curiosita soltanto affinché possiate conoscere notizie interessanti su alcune località del mondo (Congiuntivo presente)
– gli abitanti di Bruges sono molto sensibili al problema dell’inquinamento. Recentemente una grande balena è stata realizzata con rifiuti di plastica ed è stata esposta proprio a Bruges. Fossimo anche noi italiani così virtuosi! (congiuntivo imperfetto).
– molto interessante la scritta che si legge sul logo della città di Or Akiva. Si tratta di un versetto biblico che tradotto recita così: ve lo faccio ascoltare da una signora israeliana di nome Bella.
Bella: “se le tue origini sono umili, il tuo futuro sarà prospero“.
Grazie Bella, un omaggio all’umiltà dunque. Prospero significa felice, ricco soddisfacente. Un futuro radioso potremmo anche dire.
Se qualcuno non ci crede e vuole recarsi a vedere questa scritta di persona, ci andasse pure! Non se ne pentirà (congiuntivo imperfetto).
– se solo fossi un pochino più libero, volerei subito a Berlino a trovare un’amica, che mi porterebbe a fare un giro della Città sempre che si trovasse anche lei a Berlino, considerando che sta spesso in Italia (se fossi, si trovasse, sempre congiuntivo imperfetto).
– mi sono sempre trovato particolarmente a mio agio con i brasiliani. Che io abbia vissuto in Brasile in una mia vita precedente? Chissà! (congiuntivo passato)
– credete che io abbia già terminato l’episodio? (congiuntivo passato). Se fosse vero (cong. Imperfetto) voi avreste già completamente imparato l’uso del Congiuntivo, sia che abitiate a Campinas (cong. Presente), sia che siate di Berlino, di Oristano oppure di Bruges.
– È possibile che nell’episodio di oggi abbiate trovato alcuni esempi più interessanti di altri (cong. passato), in questa eventualità, abbiate pazienza! (cong. presente) perché che io mi sia impegnato molto non ci sono dubbi (cong. passato).
– gli abitanti di Oristano si chiamano oristanesi. Se invece vi avessi parlato degli abitanti di Sassari (altra città della Sardegna) vi avrei parlato dei sassaresi (se avessi parlato, congiuntivo trapassato).
– se uno studente della lingua italiana berlinese desse (c. Presente) una mano con l’italiano ad uno studente belga di Bruges, e quest’ultimo non stesse attento alle spiegazioni (c. Presente) il primo direbbe al secondo: temo che tu non sia abbastanza concentrato (c. Presente).
“È possibile che io abbia bevuto troppa birra” , risponderebbe il secondo (c. passato). Che io sia ubriaco? (c. passato).
No, replicherebbe lo studente tedesco, invece è probabile che a quest’ora tu sia molto stanco (c. presente).
Suppongo che l’episodio termini qui (c. presente).
Grazie ai donatori di Oristano, Bruges, Berlino e Campinas. Grazie a tutti per l’ascolto. Ed il fatto che siate arrivati fino alla fine mi rende felice. Che io sia un a persona che si accontenta di poco?
Non credo proprio!
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Un esperimento divertente che vi mostra un modo molto produttivo per parlare ed ascoltare nello stesso tempo. Sopratutto per pronunciare correttamente.
Giovanni: Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com, oggi come promesso facciamo un episodio dedicato al congiuntivo, ma naturalmente lo facciamo non in modo noioso ma nello stile di Italiano Semplicemente.
Un episodio dedicato anche ad uno dei paesi che recentemente hanno fatto una donazione e in questo modo aiutano italiano Semplicemente. Il paese in questione è la Spagna. Per questo ho chiesto aiuto a Monica, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, madrilena, che ci racconta qualcosa sulla Spagna, che riguarda il Natale. Notate bene quando Monica usa il congiuntivo. Lo fa svariate volte. Le rivediamo anche dopo insieme.
Allora Monica ti lascio la parola.
Monica: In Spagna, le feste natalizie cominciano il 22 dicembre, il giorno della lotteria di Natale.
Credosia questa la tradizione più condivisa fra tutti gli spagnoli, qualunque sia l’origine geografica, la sua ideologia politica o anche la sua credenza religiosa.
I giorni precedenti tutti compriamo dei biglietti. Questi biglietti sono molto particolari perché si possono dividere in tante parti, in tanti pezzi.
Tutti i pezzi riportano lo stesso numero identificativo, quindi vada sé che la cosa è stata pensata affinché il biglietto possa essere diviso in più parti. In questo modo anche l’eventuale premio verrebbe diviso tra molte persone. Quindi se una di queste persone avesse fortuna, se cioè il suo biglietto fosse quello vincitore, il suo premio sarebbe diviso tra famigliari e amici.
Questo accade chiunque sia il possessore del biglietto fortunato.
Lo scambio dei pezzi dei biglietti avviene nel momento degli auguri di Natale.
È un modo per dimostrare che teniamo l’uno all’altro e che se fossimo fortunati e diventassimo ricchi saremmo molto lieti di condividere la nostra fortuna.
Il 22 dicembre, tutte le stazioni radio e TV trasmettono dal Teatro Real di Madrid l’estrazione dei premi come se si trattasse di uno spettacolo.
La gente aspetta tutta la notte in coda per essere in prima fila ad assistere all’estrazione dei biglietti vincenti da parte dei bambini di una antica scuola. Questi bambini estraggono delle palline a coppia: una pallina contiene il numero del biglietto vincitore e l’altra pallina il premio associato.
Il momento più aspettato e più visto, anche in TV, è l’arrivo del primo premio chiamato ELGORDO (che significa Il grosso).
Alla fine quasi tutti rimaniamo un po’ delusi, ma ci accontentiamo pensando che la cosa più importante nella vita non sia il denaro.
Per questo, molti dicono che il 22 dicembre sia anche il giorno della salute.
Giovanni: grazie Monica molto interessante non sapevo di questa tradizione spagnola. Allora rivediamo insieme l’uso del congiuntivo analizzando le frasi in cui Monica lo ha utilizzato… (continua sul file audio).
Monica: Ciao amici, vi mando i miei auguri per un buon Natale e un anno 2019 molto felice.
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È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)
Trascrizione
Buongiorno amici di Italiano Semplicemente.
L’espressione di oggi è “non ti ci mettere pure tu“, espressione informale, che usano tutti gli italiani, anche in versioni leggermente diverse, vediamo tra poco come.
Si tratta di una frase che si dice in una circostanza particolare, quando si è arrabbiati.
E’ accaduto qualcosa, anzi è accaduto più di qualcosa, ed ai nostri occhi sono accadute tutte cose negative. Non si tratta di tragedie, catastrofi naturali, non di grosse cose, ma comunque di cose negative, che ci hanno messo di cattivo umore, che ci fanno pensare che una giornata non è delle migliori.
Ebbene in queste situazioni potrebbe capitare di pronunciare una frase di questo tipo: non ti ci mettere pure tu!
Ma quando la pronunciamo? Quando possiamo pronunciarla?
Beh intanto nella frase c’è il pronome personale “tu”, quindi è evidente che si sta parlando con qualcuno.
Non ti ci mettere pure tu!
E’ un’esclamazione rivolta ad una persona, che si pronuncia con tono severo.
Il verbo “mettere” non va interpretato nel senso standard, abituale. Mettere significa collocare in un posto: mettere i libri nella libreria; mettere i piatti in tavola; mettere le chiavi sul tavolo; mettere i panni in lavatrice, eccetera. Mettere in realtà ha tantissimi significati, ma in questo caso stiamo parlando di “mettercisi“.
In mezzo, tra mettere e mettercisi c’è “metterci”. Ne abbiamo già parlato in un episodio della differenza tra mettere, metterci e mettercisi. Vi invito a dare un’occhiata. E’ l’episodio in cui abbiamo spiegato la particella ci e la frase “ci sta”.
“Metterci”, ad esempio “metterci 30 minuti” significa impiegare. Nello stesso modo si usa anche volerci:
Le due frasi seguenti ad esempio sono equivalenti:
Per andare al lavoro ci si mettono 30 minuti, ma potrebbero volercene anche 40. Di minuti ce se ne potrebbero mettere anche 50 con molto traffico.
Per andare al lavoro ci vogliono 30 minuti, ma ce ne se potrebbero mettere anche 40. Di minuti potrebbero anche volercene 50 con molto traffico.
Ok quindi questo è impiegare, metterci, volerci.
Invece “mettercisi” si riferisce alle persone e in un primo significato indica impegno, concentrazione. Ad esempio. Proviamo a pronunciare alcune frasi con metterci e mettercisi, di diversa difficoltà:
Io per andare al lavoro ci metto trenta minuti (verbo metterci=impiegare=volerci)
Se mi ci metto riesco a finire il lavoro entro oggi (mi ci metto – mettercisi = mi impegno – impegnarsi)
Tu ci metti quaranta minuti ad andare al lavoro (metterci = impiegare=volerci)
Se ti ci metti riuscirai a impiegare 35 minuti (mettercisi=impegnarsi)
Se ti ci mettici metterai 35 minuti (ti ci metti = ti impegnerai; ci metterai=impiegherai)
Puoi metterci 30 minuti se andrai velocissimo (puoi metterci = puoi impiegare)
Potresti metterci 25 minuti se andrai con lo scooter (potresti metterci = potresti impiegare)
Esiste anche una espressione molto usata: “Mi ci metto con impegno” che significa proprio che mi impegnerò, sarò molto concentrato.
Se un ragazzo dice: devo fare tutti i compiti entro oggi! Se mi ci metto con impegno ce la farò”.
La madre potrebbe rispondere: “mettercisi con impegno potrebbe non bastare se non sei stato attento durante la lezione in classe”.
Quindi mettercisi = impegnarsi, applicarsi, stare concentrato su qualcosa.
Nella frase di oggi però: “non ti ci mettere pure tu” il verbo mettercisi non è usato in questo modo.
Infatti esiste un secondo modo di usare il verbo. In questo caso si vuole dire alla persona che quello che è accaduto è già sufficiente, non c’è bisogno di te, del tuo intervento, mi sono già accadute abbastanza cose negative oggi.
Il verbo è sempre “mettercisi” ma si usa quindi quando qualcosa o qualcuno si aggiunge ad una situazione già problematica.
Facciamo alcuni esempi con l’aiuto di qualche membro dell’associazione Italiano Semplicemente:
Bogusia: Non ne posso più oggi amore! Non solo mi sono svegliata troppo tardi, ma poi ho trovato la mia macchina rigata da un pazzo, inoltre è piovuto a catinelle e infine, ciliegina sulla torta, il traffico mi ha impedito di arrivare in tempo al lavoro. E adesso arrivi tu che vuoi consigliarmi di alzarmi più presto? Ti prego, non ti ci mettere pure tu caro!!!
Grazie Bogusia. Ottimo esempio. Molto divertente! Ci mancava solo la pioggia a catinelle! Beh per quella bastava un bell’ombrello!
Un altro esempio?
Ulrike:Da quando ho comunicato agli amici di voler separarmi da mio marito non mancano i loro consigli e commenti in merito. L’ultima volta però mi sono arrabbiata: “basta così, ne ho abbastanza. Non ti ci mettere pure tu!” ho detto ad una mia amica. Spero non si sia offesa, ma credo che capirà la mia situazione. Ero esasperata!
Bene, grazie Ulrike, in effetti una separazione è sempre difficile da gestire e da capire a volte, quindi se poi ci si mettono anche i troppi consigli di amici e parenti potremmo perdere la pazienza. Hai ragione.
Enrique: Ciao ragazzi, penso che il significato di questa espressione “non ti ci mettere pure tu” o “non ti ci metter anche tu” sia molto simile all’espressione “ci mancava solo questa“, cioè ci sono già abbastanza problemi e tu non solo non risolvi niente, ma addirittura peggiori le cose ancora di più, cioè aggiungi un problema addizionale a tutti quelli che avevamo prima, non dai una mano ma tutt’altro, peggiori le cose ancora di più. Non ne sono certo ma penso che questo sia il significato dell’espressione, cioè molto prossimo a “ci mancava solo questa“. Forse un po’ più personalizzato verso la persona con cui parliamo, ma penso che questa espressione è molto simile a “ci mancava solo questa”.
Ottimo anche per te Enrique. Giustamente hai detto che “pure” vuol dire “anche” e possiamo in alternativa usare anche al posto di pure senza problemi.
Poi hai ragione, “non ti ci mettere anche tu” è rivolto direttamente al nostro interlocutore, mentre invece “ci mancava solo questa/o” è una frase che si usa parlando di eventi accaduti che si aggiungono e peggiorano una situazione già problematica, come la pioggia a catinelle dell’esempio di Bogusia.
A volte la ciliegina sulla torta viene usata ironicamente per sdrammatizzare una situazione problematica. Sdrammatizzare significa rendere meno drammatica, meno grave una situazione, semplicemente scherzandoci un po’ su.
Ad esempio:
Piove, c’è traffico e, ciliegina sulla torta, mi hanno anche rigato la macchina. Ci mancava solo questa!
Bogusia prima ha usato proprio l’espressione “ciliegina sulla torta” per indicare ironicamente che per completare una situazione già difficile mancava qualcosa, come la ciliegina, cioè una piccola ciliegia, può aggiungere un tocco decorativo ad una torta, ed in questo modo una torta è perfetta. Una frase ironica ovviamente. Anche questa si usa in situazioni del genere. E come dicevo anche “dulcis in fundo” è una espressione equivalente ironica e col medesimo significato di “ciliegina sulla torta“. “Il dolce (viene) in fondo” è un proverbio latino spesso citato per indicare qualcosa di bello (o ironicamente di brutto) che arriva per ultimo e inatteso.
Se preferite ironizzare e sdrammatizzare una situazione difficile potete usare una di queste due espressioni dunque.
Qualche altro esempio e terminiamo l’episodio di oggi. Usiamo “ci mancava solo questo” ed anche “mettercisi“. Notate che mettercisi si può usare non solo rivolto all’interlocutore ma anche verso altri soggetti o eventi esterni. Infatti posso dire ad esempio:
In Italia le cose non vanno molto bene, ed adesso ci si mette anche il cattivo tempo a peggiorare la situazione!
La situazione sociale in Francia era già difficile, ora ci si mettono pure i gilè gialli!
Ieri la mia ragazza mi ha lasciato ed ho perso il lavoro. Poi la sera sono anche caduto dallo scooter. Ci mancava solo questa!
Ragazzi, oggi è una giornataccia, me ne sono già successe abbastanza, vi prego, non vi ci mettete pure voi adesso!
Noooo! Davvero la Juventus ha perso la finale di Champions League? Dopo la sconfitta con l’Inter in campionato ci mancava solo questa!
Mia sorella mi ha urlato al telefono stamattina! Oggi poi ho anche l’esame di italiano e mi ha fatto innervosire! Spero che ora non ci si metta pure l’autobus che ritarda!
Non bastava l’allagamento della casa, ora ci si mettono anche i ladri. Una giornataccia!
L’episodio finisce qui. Ascoltate altre volte, fate delle pause se necessario, mettetevici con impegno e vedrete che per imparare bene l’italiano non ci metterete molto tempo.
Un saluto da me e da tutti i membri dell’associazione.
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Buonasera amici di Italianosemplicemente.com, oggi come tutti i lunedì vi spiego il significato di un’espressione idiomatica italiana.
La frase di oggi è “tutto fa brodo“. Simpatica espressione italiana usata poco o per niente dagli stranieri. Almeno fino ad oggi!
Si tratta di un’espressione molto usata invece dagli italiani, un’espressione informale, à cui si fa ricorso spesso ma sempre in circostanze familiari o informali, tra amici e conoscenti.
Iniziamo a spiegare le parole e poi il significato della frase.
A seguire vi farò degli esempi di utilizzo ed ogni tanto vi inviterò anche a ripetere qualche frase per attivare anche quel muscolo interessante che si chiama lingua.
Allora iniziamo da “tutto“. Tutto è il contrario di “Niente” quindi indica un insieme completo, o la quantità complessiva di qualcosa. Ad esempio “capire tutto”, che è il contrario di “non capire niente” , o nulla.
La seconda parola è “fa“: è il verbo fare all’indicativo presente, terza persona singolare.
Infine la terza e più importante parola: “brodo“. Brodo si pronuncia con la o aperta.
Ripeti: brodo. Facile da pronunciare.
Il brodo è anche come parola singola quasi mai usata dagli stranieri ma molto spesso dagli italiani.
La parola brodo infatti, che si trova nell’espressione di oggi, “tutto fa brodo” è presente in realtà anche in altre espressioni italiane molto utilizzate come ad esempio:
– andare in brodo di giuggiole (che si usa quando si è molto felici)
– è un brodo (espressione che si usa per indicare che l’acqua del mare o di una piscina o quella in un qualsiasi contenitore, è molto calda)
Ecco: il calore, cioè l’alta temperatura è una caratteristica importante del brodo perché questo è un termine che nasce in cucina.
Il brodo è una pietanza, un piatto, cioè un alimento, la cui caratteristica è quella di essere composto essenzialmente d’acqua calda.
Ripeti: il brodo è essenzialmente composto d’acqua.
Al ristorante però se chiedete un brodo dovete specificare al cameriere, perché ci sono moltissime varianti diverse. Infatti oltre all’acqua calda si deve aggiungere almeno un altro alimento, qualcosa che insaporisca l’acqua, qualcosa che aggiunga sapore all’acqua calda.
C’è il: – brodo vegetale – brodo di pollo – brodo di carne – tortellini in brodo – brodo di tacchino – canederli in brodo (piatto del nord Italia) – cappelletti in brodo – passatelli in brodo – brodo di pesce
Se usciamo dalla cucina esiste anche il brodo primordiale che non c’entra nulla col cibo ma che ha a che fare con l’origine dell’universo.
Diciamo che dal punto di vista culinario, cioè in cucina, come avete sentito ci sono molti tipi di brodo. Tutte sono pietanze il cui ingrediente fondamentale è l’acqua.
Si prepara facendo bollire nell’acqua un secondo ingrediente, quindi carne, degli ortaggi o anche dei legumi, con l’aggiunta volendo di sale, aromi o spezie. Se l’acqua è poca il brodo si chiama “brodo ristretto“.
Ripeti: il brodo ristretto ha poca acqua
Ma cosa c’entra con l’espressione di oggi?
C’entra invece perché in pratica avete capito che per fare un brodo va bene qualsiasi alimento o quasi. Possiamo dire che, in questo senso, tutto fa brodo, cioè per preparare anzi per fare un brodo va bene tutto: tutto fa brodo. “Tutto fa brodo” è quindi un’espressione che viene utilizzata spesso in Italia anche al di fuori della cucina ma che origina proprio in cucina.
Ed infatti quando si è in condizioni economiche estremamente negative possiamo dire che “tutto fa brodo”, ovvero che ci si riduce a insaporire l’acqua calda con i più diversi prodotti alimentati, anche ricorrendo a patate o persino bucce di patate, croste di formaggio e cose di questo tipo.
Dunque, “Tutto fa brodo” nasce per indicare una situazione di disagio economico estremo, ma se esco dalla cucina posso usare questa frase anche in altre occasioni, l’importante è che ogni volta si usi quando si ricorre a qualcosa di generico per raggiungere un obiettivo minimo: posso aver bisogno di qualcosa che mi avvicini all’obiettivo, qualcosa che mi aiuti a raggiungerlo, senza badare troppo alla qualità di questo qualcosa.
Facciamo un esempio. Parliamo di furti, quindi di ladri che rubano, che vanno a rubare negli appartamenti.
Capita spesso che dei ladri entrino per rubare in un appartamento ma che non abbiano un obiettivo preciso. Rubano quello che trovano: possono trovare quadri, dei gioielli, tv, ma anche bestiame, attrezzi agricoli. Possiamo dire che per loro tutto fa brodo.
Nel senso che rubano ciò che trovano, senza badare troppo al valore, la cosa importante è dare un senso, un significato al loro tempo impiegato ed anche al rischio che corrono entrando in una casa. Tutto fa brodo, quello che c’è si prendono. Vi faccio un altro esempio. Ammettiamo di fare un concorso per essere assunto in una azienda. Quindi un concorso lavorativo.
Come tutti i concorsi c’è il relativo bando di concorso, dove ci sono scritti i requisiti che deve avere il candidato, la persona che vuole ottenere quel lavoro. Senza i requisiti non si può partecipare a questo concorso, e quindi è impossibile ottenere questo posto di lavoro senza requisiti.
Ebbene tra i requisiti potrebbero essere richieste almeno tre pubblicazioni scientifiche ad esempio.
Ebbene, se non è importante la qualità di queste pubblicazioni necessarie, ma ciò che conta è che siano almeno tre, allora anche in questo caso possiamo dire che tutto fa brodo.
Ripeti: tutto fa brodo.
Infatti bastano tre qualsiasi pubblicazioni, di qualiasi tipo. Ok?
Il brodo in questo caso è costituito dalle tre pubblicazioni necessarie. Questo è il nostro obiettivo. Questo è il brodo. Per raggiungere questo obiettivo bastano tre pubblicazioni.
Anche in questo caso vedete che l’obiettivo è generico, ed occorre qualsiasi cosa che abbia certe caratteristiche per raggiungerlo. In tutte queste occasioni potete usare “tutto fa brodo”.
È tutto per oggi, vi lascio alle vostre attività e spero che abbiate ascoltato questa spiegazione utilizzando il vostro tempo morto, come in palestra, lavando i piatti, in autobus mentre si va al lavoro eccetera. Vi ricordate delle sette regole d’oro vero?
Grazie a tutti, anche ai donatori di italiano semplicemente che aiutano a sostenere il sito anche senza usare la pubblicità.
Ho deciso di toglierla dal sito da un paio di mesi perché credo dia fastidio a chi voglia leggere la trascrizione del file audio.
Finché riesco ad aiutarvi senza pubblicità lo faccio sempre volentieri.
Un saluto da Giovanni.
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