728 È nelle cose

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Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlarvi di una locuzione: “è nelle cose” o “sta nelle cose“.

È una locuzione colloquiale che a volte può capitare di incontrare anche nello scritto.

Viene usata per descrivere qualcosa di normale, di naturale.

Si tratta in particolare di un avvenimento.

“Normale” nel senso che è qualcosa di cui non ci si deve stupire, qualcosa che, se dovesse accadere, non dovremmo meravigliarci, perché può accadere, perché le cose possono andare così. E se invece è già accaduto, non c’è ugualmente da stupirsi. È normale.

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727 Trovare la quadra

 

Trovare la quadra (scarica file audio)

Trascrizione

Giovanni: Ricordate l’espressione fare quadrato? Non crederete spero di aver finito con questa figura geometrica! Infatti oggi continuiamo a parlare di quadrati, o meglio, di termini simili.
Prendiamola alla larga partendo dal verbo venire:

Quando si ha un problema matematico da risolvere e avete già la soluzione, si deve svolgere il problema e vedere se alla fine il risultato torna. Ma tornare lo abbiamo già spiegato vero? Il verbo che ho appena usato (tornare) possiamo volendo sostituirlo col verbo “venire“.

Il risultato viene

Mi viene!

A te cosa ti viene? Ti viene il mio stesso risultato?

Oppure con la negazione.

Non mi viene il risultato

Non mi viene mai!

Oggi non mi viene niente!

A volte, nelle stesse occasioni, si usa anche il verbo quadrare, specie con la negazione:

Il risultato non quadra.

Evidentemente abbiamo sbagliato qualcosa, altrimenti quadrerebbe/tornerebbe/verrebbe.

 

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Giulio Cesare e la lingua italiana

Descrizione:

Alcune curiosità su Giulio Cesare e sui legami con la lingua italiana.

PER STUDENTI NON MADRELINGUA.

Audio e trascrizione: durata: 12:53

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726 Un colore che sbatte

Un colore che sbatte (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto che il verbo donare si può usare anche quando si parla di abiti e di come valorizzano una persona, oggi vediamo un uso particolare del verbo “sbattere“.

Voi non ci crederete ma questo ha ugualmente a che fare con la valorizzazione.

Parliamo in particolare della valorizzazione del viso di una persona.

La domanda è sempre la stessa: come mi sta?

È la risposta a cambiare…

Se andate in un negozio di abbigliamento in Italia e ascoltate i commenti, soprattutto delle donne, quando provano un nuovo abito, magari insieme a delle loro amiche o parenti, sicuramente potreste ascoltare un commento di questo tipo:

Il vestito non è male, ma questo colore ti sbatte un po’!

Il verde mi sbatte secondo te?

Il rosso le sbatte un po’ troppo signora. Provi questo colore che è un po’ più chiaro.

Eccetera.

Si sta parlando di un colore particolare che non valorizza il viso della persona che sta indossando un abito, o un maglione, una camicia, una giacca eccetera.

Non lo valorizza per un motivo ben preciso:

Quando una colore sbatte sul viso di una persona, o anche semplicemente sbatte su una persona, significa che il viso di quella persona, quando indossa quel vestito, appare pallido, smunto, emaciato, smorto. Aggettivi questi abbastanza simili.

Smorto è un aggettivo che non c’è forse neanche bisogno di spiegare, considerato che somiglia a “morto”. Diciamo che in generale significa indica mancanza di luminosità e di vivezza, pallido, sbiadito. Associato ad un viso indica anche malessere a volte.

Emaciato significa molto magro. Si potrebbe dire anche deperito o scavato. Emaciato è un aggettivo spesso associato al viso o all’aspetto di una persona, come anche smunto.

Smunto dà l’idea della fatica, della sofferenza che hanno reso un viso molto magro e pallido.

È chiaro che questi sono aggettivi che descrivono bene una persona che non è molto in salute, perché se lo fosse il viso apparirebbe invece colorito, fresco, in carne e non magro e pallido.

Allora forse è il caso di spiegare anche la locuzione essere “in carne“, che si utilizza per indicare una persona in ottime condizioni di salute, quindi è il contrario di emaciato, sebbene la locuzione “in carne” si possa usare anche per descrivere una persona, non dico grassa, ma leggermente sovrappeso. Un modo più che altro usato per non offendere, ma quasi sempre in realtà si usa per indicare un ottimo stato di salute.

Comunque, qualora un vestito avesse un colore che sbatte, allora in questi casi meglio cambiare colore perché quello che sbatte non valorizza come si deve la persona.

Ma non è detto si tratti di un vestito.

Vuoi farti i capelli biondo platino? Forse bisognerebbe prima vedere l’effetto che fa con una parrucca, perché quello è un colore che “sbatte” molto e non dona a tutte.

Ci sono ad esempio persone dalla pelle molto chiara e che magari non si truccano molto, dunque in quei casi scegliere un colore che “sbatte” o un altro che invece fa l’effetto contrario può cambiare l’aspetto del viso e valorizzarlo notevolmente.

Il verbo sbattere ha molti utilizzi diversi, ma in senso simile si può usare anche in altre occasioni, anche senza che sia un colore a sbattere.

Ti vedo un po’ sbattuto/a, come mai, non hai dormito o lavori troppo?

Stavolta l’aggettivo sbattuto si riferisce all’aspetto in sé, a prescindere dal vestito. Una persona che ha un aspetto sbattuto o che sembra sbattuto, ha dei segni di stanchezza sul viso, magari mostra delle occhiaie che solitamente non ha, oppure è un po’ più pallido del solito o anche più magro rispetto al solito. Stavolta però non c’è un colore che sbatte.

A proposito di colori, si potrebbe dire che in senso assoluto il marrone è un colore che sbatte, quindi ad esempio una parete della mia stanza meglio farla di un altro colore. Anche in questo caso si intende dire che fa un certo effetto negativo, che ha un impatto fastidioso, troppo forte vedere qualcosa di quel colore in alcune circostanze. Il senso di “sbattere” può conservare dunque un senso legato all’irruenza e al forte impatto, come sbattere una porta, facendo rumore. Ma nel caso del colore si tratta di un impatto alla vista un forte effetto dal punto di vista visivo.

Attenzione perché quando si parla dell’aspetto di una persona, un viso o un aspetto sbattuto o una persona sbattuta è completamente diverso da un viso o un aspetto abbattuto, o una persona abbattuta.

Quando una persona è abbattuta, parliamo del verbo abbattersi, che ha a che fare con l’umore e la forza d’animo, specie la forza di reagire alle avversità, ai problemi.

Abbattersi significa, quando accade un evento negativo, diventare pessimisti, perdere le motivazioni, non reagire ai problemi perché si è troppo scoraggiati: si è abbattuti.

Dai, non ti abbattere. Vedrai che la prossima volta andrà meglio.

In questi casi si usa anche anche “buttarsi giù“, che è più informale.

Non ti buttar giù per un esame, non sono questi i problemi della vita!

Anche abbattersi comunque è un verbo che ha usi molteplici, ma un viso sbattuto è un viso pallido di una persona stanca o malata, mentre un viso abbattuto è un viso triste, rassegnato, amareggiato per qualcosa che è accaduto e che lo ha colpito nell’umore e nella voglia di reagire e continuare a lottare.

Anche in questo caso i colori non c’entrano.
Ad ogni modo un colore può solo sbattere e non abbattere.

Adesso piccolo ripasso delle puntate precedenti.

Irina: gentilmente, qualcuno potrebbe farmi un esempio di capitolazione? Potete prendere spunto da qualsiasi avvenimento passato se volete.

Rafaela: non vorrei essere scortese ma si dà il caso che io non mi intenda di storia. Perciò vedi di cavartela da solo con questo benedetto ripasso.

Sofie: Ciao Irina, se lo chiedi a me caschi male lo stesso. Non mi ritengo all’altezza di questo compito, dunque non me la sento di raccogliere la provocazione. Dovremmo chiedere lumi a Gianni per capire quale sia la differenza tra capitolare, arrendersi e mollare.

Peggy: Secondo una fonte su internet, uno dei significati del termine capitolazione, è un trattato, contratto, accordo, convenzione o che dir si voglia unilaterale con il quale uno Stato sovrano cede competenze, entro i suoi confini, ai cittadini di uno stato straniero.

Ulrike: in quanto tedesco/a mi viene d’emblée il cosiddetto diktat di Versailles. Per giunta ho presente anche la resa della Germania nazista Quest’ultima capitolazione avviene nel maggio dell’anno 1945, e decreta la fine della seconda guerra mondiale. Sembra che le grandi capitolazioni del ventesimo secolo facciano molto tedesco.

Marcelo: Io ricordo il 14 Giugno 1982, guerra delle Malvine e dittatura militare. Diciamo la verità. La vogliamo dire? Come tutte le guerre è stata fatta per il meglio della popolazione argentina, però l’unico sacrificato, come sempre, è stato il popolo. Al netto delle ragioni storiche legate all’appartenenza delle isole all’Argentina, più che altro interessò a Margaret Tacher, perché così ha preso due piccioni con una fava: salire nella popolarità del popolo inglese e vincere una guerra. È stata senza dubbio una lotta impari: la NATO contro un esercito amateur. A che pro i militari argentini hanno fatto questa guerra? Per anni abbiamo pagato lo scotto e di risvolti positivi neanche l’ombra!

725 Come ti dona!

Come ti dona! (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlare di complimenti.

Si dice che le donne amino i complimenti:

Come sei bella con questo vestito!

Oggi sei più bella del solito!

Che occhi meravigliosi!

Eccetera eccetera

Ho detto le donne, ma in realtà tutti amano i complimenti.

Tra l’altro non si possono fare complimenti solamente per la bellezza, ma anche per la casa:

Che bella casa, complimenti!

Oppure per i figli:

Lei ha dei figli bravissimi e dolcissimi!

O per un risultato ottenuto:

Complimenti per la laurea!

Ho saputo che ha aperto una nuova sede per la sua azienda. I miei complimenti!

Eccetera.

Ma non voglio divagare troppo oggi.

Oggi vorrei parlarvi del verbo donare, molto adatto quando si fanno i complimenti.

Non esistono infatti solamente le donazioni, cioè quando si offre qualcosa di proprio ad altre persone, come la donazione del sangue, degli organi o le donazioni in denaro. Parlo dell’uso intransitivo del verbo.

Questo vestito ti dona molto.

Oddio come ti dona questo rossetto!

In questo caso donare vuol dire aggiungere grazia all’aspetto di una persona.

Questo vestito ti sta molto bene

Questa è una frase più o meno equivalente.

In pratica il vestito che indossi ti fa bella, ti giova esteticamente, ti rende più bella o magari più giovane, ti fa apparire in modo migliore, fa risaltare i tuoi pregi, esalta le tue caratteristiche più belle del viso, ti valorizza.

Quanti verbi diversi possiamo usare!

Perché allora usare il verbo donare?

È una delle possibilità, però direi che per fare un complimento è molto apprezzato da chi lo riceve. Posso usarlo però anche al contrario.

Quest’abito è bello, ma non ti dona.

Quindi quest’abito non ti sta bene, pur essendo un bell’abito, magari anche di qualità. Però non valorizza il tuo corpo perché risalta i tuoi difetti e non i tuoi pregi.

Un vestito può donare a una persona e allo stesso tempo non donare affatto a un’altra persona.

Un vestito può star bene a una persona e allo stesso tempo non star bene affatto a un’altra.

Donare però è meglio che “star bene”, perché quando un vestito mi sta bene potrebbe anche significare che non ha niente che non va, o che è della giusta taglia o che, al limite, ci sto comodo.

Se invece mi dona allora non c’è dubbio che quel vestito mi fa apparire di aspetto migliore, perché, per via del colore o per altro motivo, mette maggiormente in evidenza i miei pregi, mette in risalto i miei tratti, oppure mi fa sembrare una persona più alta, più magra, esalta il colore dei miei occhi, non mi fa vedere troppo la pancia, eccetera eccetera.

Se invece un abito non mi dona, come anche un trucco particolare o un taglio di capelli – tante cose possono donare o non donare – evidentemente l’effetto è il contrario: un pantalone che mi fa apparire i fianchi troppo larghi, un maglione che mi fa sembrare tropo grasso, una cravatta con un colore che non si abbina con quello dei miei capelli, eccetera; in tutti questi casi questo capo di abbigliamento (ad esempio) si dice che non mi dona, che non mi sta bene addosso.

Notate che il verbo donare si può anche usare in modo transitivo nelle stesse circostanze, però devo specificare. Vediamo alcuni esempi usati sia in un modo che nell’altro:

Questo pantalone ti dona un aspetto più giovanile (transitivo)

Una gonna che dona alle ragazze con i fianchi larghi (intransitivo)

Questo colore le dona tantissimo (intransitivo)

Questa signora ha uno smalto che le dona molta eleganza (transitivo)

Infine una osservazione.

Il verbo donare si può usare in modo transitivo anche al di fuori dei capi d’abbigliamento e della bellezza delle persone.

Questa crema al pistacchio dona qualcosa di molto speciale ai nostri dolci.

Questa cornice dona al quadro un aspetto troppo antico

Perché non appendi un bel quadro? Un quadro può donare ad un appartamento un aspetto più elegante e raffinato.

Vedete che donare allora, nel caso transitivo, è molto simile a dare, fare, far sembrare, oltre che a rendere. Anche conferire si avvicina molto. È più raffinato persino.

Questo taglio di capelli ti conferisce un aspetto molto raffinato.

Questo vestito ti un aspetto più aristocratico

No, questa gonna non va bene. Ti rende/fa troppo magra

Questo è un pantalone che ti fa (sembrare) più grassa di quello che sei.

Nel verbo donare, come anche in conferire, che è il più simile, c’è anche il senso di aggiungere una qualità nuova e pregevole.

Si ottiene un qualcosa in più, come se fosse un dono, un regalo.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente.

Ripassiamo adesso?
Irina: una domanda di riserva?

Marcelo: Irina, ti sei smarcata subito dalla domanda, neanche ti avesse fatto una domanda personale!

Peggy: a proposito di complimenti, io li adoro, ma a volte è solo tutta fuffa mio malgrado.
Poi il mio ragazzo è molto taciturno in merito. La mia pazienza però è agli sgoccioli. Sono pronta a piantar baracca e burattini e lasciarlo per sempre.

724 Della serie, per la serie

Della serie, per la serie (scarica audio)

della serie

Trascrizione

Giovanni: oggi una locuzione che vi farà sentire molto italiani quando la userete.

Avete mai visto una serie TV? Su Netflix magari? Tutti conoscono le serie TV.

Ebbene, ogni serie TV ha un nome, un titolo, non è vero? E il nome della serie è in qualche modo indicativo – sebbene molto sintetico – del contenuto della serie, di cosa si parla, del tema trattato, del soggetto principale.

A volte il nome non ci dice molto, ma altre volte sì.

Pensiamo a delle serie chiamate ad esempio “Dopo la vita” oppure “Orrore a New York” .

È chiaro che abbiamo qualche indicazione del tema, che ci fa capire qualcosa di questa serie TV, proprio come il titolo di un film, ma non è certamente detto in nessuno dei due casi.

Comunque, la locuzione “della serie” o anche “per la serie” serve per spiegare meglio un concetto, quasi a voler indicare una categoria di appartenenza.

Non c’entrano nulla le serie TV, ma per capire bene questa locuzione meglio se parliamo delle serie TV,

Ogni volta che si usa questa espressione stiamo raccontando qualcosa, un fatto accaduto o il comportamento di una persona a cui vogliamo dare un’etichetta, un fatto a cui vogliamo dare un nome, per far capire bene di cosa si tratta.

In pratica è come se sentissimo la necessità di inventare su due piedi il nome di una serie TV.

Quel fatto, quel comportamento, si potrebbe verificare in una serie TV che abbia un titolo che possa far capire subito che tipo di fatto è, che tipo di comportamento è.

Allora ne inventiamo il titolo su due piedi.

Quando alla TV si assiste ad una presentazione di una puntata di una serie TV si ascolta il presentatore o la presentatrice una frase di questo tipo:

E ora va in onda una nuova puntata della serieCome mantenere un segreto

Come mantenere un segreto” è dunque il titolo della serie in questione. Il primo titolo che mi è venuto in mente.

Ovviamente questa serie TV non esiste, ma se mi capita che, ad esempio, che io confidi un segreto ad un mio amico e poi scopro che il mio amico l’ha raccontato a tutti e dopo due giorni non è più un segreto perché tutti lo conoscono, io mi arrabbierei e potrei chiamare il mio amico e dirgli:

Ehi, ma perché ti sei comportato in questo modo? Della serie “Come mantenere un segreto” eh? Non ti racconterò più niente di personale! Scordatelo!

Un’espressione che si usa spesso per commentare qualcosa di accaduto che si vuole spiegare meglio. Di solito è qualcosa che non ci piace.

Dopo l’espressione “della serie” troviamo quasi sempre un giudizio, nascosto dentro il titolo di una serie TV inventata.

Questa cosa rende l’espressione spesso ironica, ma altre volte il giudizio è anche crudele. Può anche essere una frecciatina nei confronti di qualcuno.

Oggi la mia fidanzata è stata puntualissima. non era mai successo prima. Della serie “mai perdere la speranza“.

Questa è ironica.

Il presidente degli Stati Uniti finalmente si è scusato pubblicamente per le sue dichiarazioni razziste del passato. Della serie “mai dire mai“.

Anche questa è ironica.

Mio marito mi ha lasciato con una telefonata dopo 10 anni di relazione. Della serie “non conti niente per me“.

Questa è meno ironica e sicuramente contiene un giudizio amaro su suo marito. Anzi, ex marito.

Spesso, dopo “della serie” si citano dei proverbi o frasi fatte o delle frasi riconoscibili da tutti che hanno un significato ben preciso, per spiegare quella cosa accaduta, tipo:

Giovanni ha detto che questo episodio sarebbe stato più breve del solito; della serie: “le ultime parole famose“.

I politici di oggi non sono onesti come un tempo. Della serie “si stava meglio quando si stava peggio

Incredibile, hai visto Maria, bella come il sole, si è fidanzata con quell’uomo anziano con la pancia e senza capelli. Della serie: “al cuor non si comanda

Visto cosa è successo a Giovanni? Ha divorziato per la terza volta! Mamma mia! Della serie “non c’è due senza tre

Comunque credo che questa espressione “della serie” sarà molto usata nel futuro nel corso dei nostri ripassi. Non è vero?

Mariana: Ah, della serie “conosco i miei membri“, non è vero?

Ulrike: Pare che Giovanni ci abbia chiamato in causa per un ripasso, della serie “io comincio, voi continuate”. Ma io non ci so fare con i ripassi, sono ancora a carissimo amico con la lingua italiana, ragion per cui preferisco tenermi da parte.

Marguerite: Però a me le serie TV non piacciono molto. Dovrei sacrificare molto tempo, il che non è facile per me.

Anthony: cosa dici? Non fai altro che spaparanzarti davanti alla TV e stai qua a dirci che la TV non ti sconfinfera?!

Marcelo: invece io sto sempre in campana quando sento la parola serie! A me sconfinerano molto le serie TV, soprattutto quelle storie dai risvolti inaspettati.

Hartmut: ci credo, ti piacciono le storie dai risvolti inaspettati perché la tua vita è banale e scontata. Scusa se ho infierito.

Cat: Stasera vi siete dati alle frecciatine! Se tanto mi dà tanto, chi avrà coraggio di continuare adesso?

Irina: io. Ben vengano le frecciate. Tante più se ne ricevono quanto più si impara. Vi ricordo che questo, per la cronaca, è un ripasso. Ci mancherebbe altro che queste cose si pensano veramente!

Caldeggiare – VERBI PROFESSIONALI (n.76)

Caldeggiare

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Trascrizione

Giovanni: brrrr, che freddo che fa vero?

Magari adesso in altre parti del mondo però fa caldo, anzi sicuramente è così!

Comunque non voglio parlare del tempo oggi. Dovevo però trovare un modo non banalissimo per introdurre il verbo professionale n. 76: caldeggiare.

Non si usa certamente parlando del tempo che fa, del caldo e del freddo e a dire il vero non si usa neanche molto al di fuori di contesti lavorativi o almeno è più spesso usato da giornalisti, per iscritto nei notiziari, nei tg eccetera.

Caldeggiare non è affatto slegato dal concetto di caldo, ma più propriamente è legato al calore, inteso in senso figurato.

Infatti caldeggiare significa Sostenere, appoggiare con calore, con impegno.

Si usa spesso con le proposte:

caldeggiare una proposta

Una proposta, o un’iniziativa, o un’ipotesi, hanno bisogno di essere caldeggiate, perché un semplice “sono d’accordo” o “sono favorevole” non bastano. Le proposte, per avere possibilità di realizzarsi, hanno bisogno di un sostegno caloroso, hanno bisogno di una spinta soprattutto emotiva, vigorosa, convinta. Bisogna favorire questa proposta, difenderla se qualcuno la osteggia, la ostacola, la contrasta. Questo è caldeggiare:

Io caldeggio fortemente la tua iniziativa

Spesso si aggiunge qualcosa come un avverbio di questo tipo per dare maggiormente l’idea del sostegno convinto.

Si usa come verbo anche con le candidature politiche, quindi in modo simile a sostenere una candidatura.

Caldeggiare una candidatura significa augurarsi che questa persona sia eletta perche si crede in lei.

Sostenere può dare a volte un’idea diversa.

Un gruppo politico, un partito può sostenere una candidatura. Significa che la propongono a loro rappresentanza, ma si esprime una preferenza, una scelta, magari frutto di un compromesso, di accordi. Magari questa scelta era l’unica possibile o anche peggio, è stata imposta da qualcuno, il leader del partito ad esempio. Niente di più.

Caldeggiare invece racchiude un convincimento nel sostenere questo candidato o un’idea qualunque.

Se si tratta di una proposta si tratta di appoggiarla con calore, con convincimento, anche in confronto ad altre proposte.

Se si tratta di una iniziativa, si esprime un “sono d’accordo” ma più convinto:

dai! Sì, è un’ottima idea!

Ma questo è troppo amichevole e informale!

Riguardo alle differenze rispetto al verbo sostenere, ci sono da dire altre cosette interessanti.

Il verbo “sostenere” può anche voler indicare un sostegno di tipo economico, cosa che non riguarda il verbo caldeggiare.

Caldeggiare, poi, sfiora anche il concetto di “augurarsi” e “sperare“, “volere“, “desiderare” ma c’è qualcosina in più solitamente, come una spinta, un aiuto, o almeno una forte volontà di avere una influenza per favorire questa iniziativa o proposta.

Il ministro caldeggia l’ipotesi di una interruzione della didattica a distanza

Quindi il ministro si mostra favorevole a questa sospensione, è d’accordo, la vorrebbe favorire e probabilmente lo farà.

Il convincimento ha la meglio rispetto al semplice sostegno, che spesso va anche interpretato come qualcosa di ufficiale, similmente ad “appoggiare” e “promuovere” come una dichiarazione pubblica o come un incoraggiamento, una protezione:

Il nuovo presidente è sostenuto da una maggioranza ampia

Gli elettori in piazza hanno sostenuto il sig.. Rossi come candidato alla presidenza

Ho bisogno del vostro sostegno, sono molto triste!

Poi sapete che sostenere ha anche un senso materiale, simile a reggere, tenere, con le mani ad esempio per non far cadere qualcosa, poi si può sostenere un peso, anche in senso figurato, come sostenere il peso di una responsabilità.

Infine, si sostiene anche nel senso di “dire”, “affermare”, “credere

Giovanni sostiene di aver ragione.

Niente di tutto ciò ritroviamo in caldeggiare. caldeggiare è più semplice, con un significato ben preciso.

Può somigliare anche a “raccomandare“:

Raccomando di scegliere Giovanni come presidente

cioè:

Io caldeggio Giovanni come scelta per la carica di presidente

Cioè:

secondo me dovreste scegliere lui, puntate su di lui. E’ un consiglio appassionato.

Anche il verbo “promuovere“, come ho accennato prima, si avvicina, pur avendo anche altri significati come verbo.  Comunque promuovere si usa spesso con le iniziative che si vogliono favorire, dare impulso.

Promuovo l’iniziativa da te proposta, mi piace molto.

Come a dire: per me è ok, per me va bene. Un senso simile ma come detto promuovere ha anche altri significati.

I verbi che esprimono il significato opposto sono contrastare, ostacolare, osteggiare.

Esercizio di ripetizione:

Caldeggiare

Caldeggiare una proposta

Caldeggiare un’iniziativa

Piace anche a me l’iniziativa da te caldeggiata

L’ipotesi da te caldeggiata non può non essere interessante

Questa strada è caldeggiata da tempo dal direttore. Dovremmo pensarci seriamente anche noi

Caldeggio la tua idea di prenderci una pausa di riflessione.

Tra le tante ipotesi in campo, le Regioni sembrano caldeggiare la prima.

Un piano caldeggiato da tutta la maggioranza

L’ipotesi di un governo tecnico sembra essere caldeggiato dall’Unione europea

Ci vediamo al prossimo verbo professionale

723 Diktat

Diktat (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: di cosa ci occupiamo oggi? Oggi vediamo il termine diktat.

Cos’è un diktat? Vi faccio lo spelling: D come Domodossola, I come Imola, K come Kebab, T come Torino, A come Ancora e ancora T come Torino. Questo mi ricorda un episodio di qualche tempo fa dedicato a come ricordare l’alfabeto italiano e come fare lo spelling.

Diktat: finalmente anche un termine tedesco che si usa nella lingua italiana!

Dunque un diktat è una imposizione unilaterale di volontà che esclude la possibilità di negoziati.

Cioè? Ho usato un linguaggio troppo formale?

Beh non dovete stupirvi perché questo termine viene dalla politica. DIKTAT si traduce come “dettato”. Avete presente il dettato di pace? E avete presente il verbo DETTARE? Ce ne siamo occupati tra i verbi professionali. Vi metto un collegamento per approfondire se volete.

Trascrizione completa disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA). Se non sei membro puoi registrarti qui.

722 Bene

Bene

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Trascrizione

Giovanni: È da parecchio tempo che pensavo di fare un bell’episodio dedicato al termine “bene”.

Ci sarebbero tante cose da dire a riguardo, ma questa rubrica si chiama, come sapete, due minuti con Italiano Semplicemente, e voglio avvicinarmi il più possibile a questa durata. Cerco sempre di farlo, a dire il vero, per poi accorgermi quasi sempre che l’obiettivo è troppo ambizioso per essere portarlo a termine così brevemente.

Allora meglio concentrarmi su un singolo uso di “bene“, così ché possiate usarlo facilmente durante i nostri tanto amati ripassi.

L’uso a cui sto facendo riferimento è quando l’avverbio “bene” si utilizza in un tipo particolare di consigli. Dei consigli direi “condizionati”. Vediamo cosa intendo con degli esempi:

Es:

Se fai come dico io, bene, altrimenti ci saranno conseguenze molto negative.

Si fa una pausa prima e dopo l’avverbio. Per questo metto una virgola prima e una dopo.

Questo sembra più una via di mezzo tra un consiglio e una minaccia. Però c’è una condizione iniziale come dicevo: se…

Un altro esempio:

Se volete imparare l’italiano e siete convinti nel seguire i miei consigli, bene, altrimenti sarete destinati a non fare troppi passi in avanti.

Vedete che quando uso bene in questo modo, c’è sempre una condizione iniziale:

se accade A, bene, altrimenti succede B

La prima condizione, che ho chiamato A, è sempre quella più gradita, mentre B è una conseguenza di non aver scelto A:

Se vieni con me, bene, altrimenti mi trovo un’altra compagnia.

Notate come le frasi di cui parliamo appaiono sempre un tantino cariche di nervosismo. Una sfumatura che si coglie solamente se qualcuno ve la spiega, non potendo ascoltare la giusta intonazione. Naturalmente chi sta ascoltando e non leggendo l’episodio può intuire questo senso di nervosismo o irritazione.

L’uso di bene, in questo modo può de notare insofferenza, o anche indifferenza, un atteggiamento di superiorità a volte, o una minaccia velata, o al limite un consiglio ma dato con un certo distacco, indifferenza appunto, oppure qualcosa di detto in modo sbrigativo, come a dire: vedi tu, decidi tu, poi comunque una soluzione alternativa si trova lo stesso, oppure per me è la stessa cosa, basta che decidi:

Dimmi che devo fare. Se vuoi che ti accompagni bene, altrimenti torno a studiare.

Se vuoi studiare ed essere uno dei più bravi, bene, altrimenti meglio che vai a lavorare!

Il contesto è sempre informale. Ancora più informale se uso sennò al posto di altrimenti:

Senti, lo sai come la penso. Se vuoi ascoltarmi, bene, sennò saranno problemi per te e io a quel punto non vorrò saperne niente.

Posso anche usare “in caso contrario”:

Se mi vuoi ancora, bene, in caso contrario me ne farò una ragione!

Anche “se” è sostituibile con altro:

Qualora decidessi di venire con me, bene, altrimenti mi cerco un’altra fidanzata

Se volete conoscere tutti i modi per esprimere questo concetto di condizione, vi raccomando l’episodio dedicato. Vi metto un link all’episodio intitolato: “putacaso ti tradissi?” che tra l’altro è molto divertente.

Anche l’avverbio “bene” non è in realtà insostituibile, perché può essere rimpiazzato (cioè sostituito) da forme più raffinate:

Se ti piacer questo lavoro, buon per te, sennò te ne dovrai trovare un altro.

Quindi “buon per te” al posto di bene. È una specifica ma il senso è lo stesso.

Se sarò assunto, ne sarò felice, in caso contrario, pazienza, proverò da un’altra parte.

Ricordate comunque che, qualunque sia la forma che scegliate, può non essere molto carino usare questo tipo di frase che abbiamo visto oggi.

Se volete essere più delicati e educati, magari cercate di preferire altre forme, tipo:

Se vuoi venire con me sarà un grande piacere, altrimenti ti auguro un buon viaggio.

In questo modo, anziché usare “bene” (che potrebbe sembrare sbrigativo e anche un po’ offensivo) usate “sarà un grande piacere” che toglie ogni dubbio.

Analogamente se volete dare a qualcuno la vostra disponibilità all’aiuto, potete dire:

Se non avrai bisogno di aiuto, questa potrebbe essere un’ottima notizia, in caso contrario sarei ben felice di aiutarti.

Anche questo è un modo più cortese e meno ambiguo di comunicare lo stesso concetto, rafforzato da “ben felice”. L’uso di ben, come si è visto nell’episodio dedicato, rafforza, sottolinea un concetto.

Bene, adesso passiamo al ripasso. Chi parlerà è credo Irina, membro dell’associazone Italiano Semplicemente che spero sarà ben contenta di partecipare a questo episodio. Detto tra noi Irina: se parteciperai, bene, sennò mi trovo un altro membro.

Scherzo naturalmente, ma mi piace subito mettervi alla prova!

Irina: Sembrava non mi venisse niente in mente, mentre d’emblée, dai meandri dei miei pensieri è sbucato un ripasso.

Oggi dopo la colazione mi sono spaparanzata sul divano ricordando il mio ultimo pasto italiano. Prima di partire dalla Calabria mi sono recata in un ristorante all’insegna del lusso, in quanto era l’ultima spiaggia per me per assaggiare vero cibo italiano. Va aggiunto che pur essendo un ristorante nuovo per me, la qualità del cibo ha avvalorato le mie speranze. È stata una bella scorpacciata. Cos’ho mangiato? Si fa prima a dire cosa NON ho mangiato. Mi sono abbuffata come si deve. Ho sforato col cibo, senza contare il dolce, ma alla fine tutto è andato per il meglio. Meno male che non ho accusato il colpo è non ci sono stati risvolti inaspettati.

721 I risvolti

I risvolti (scarica audio)

Trascrizione

I risvolti

Giovanni: avete fatto caso che man mano che andiamo avanti con questi episodi, inevitabilmente finiamo per toccare argomenti che abbiamo già affrontato? Questo è diventato quasi inevitabile.

Ma in realtà è proprio ciò che deve accadere perché non si finisce di imparare bene un concetto, una parola, un’espressione o una locuzione, fino a quando non abbiamo capito anche tutte quelle che le somigliano, in qualche modo, avendo dei punti in comune.

E’ lo stesso problema che si ha con la pronuncia: quanto è grave un errore di pronuncia?

Non possiamo saperlo finché non conosciamo tutti i possibili termini che somigliano a quello che pronunciamo male.

Se voglio dire MULO e invece dico MURO, è una cosa; completamente diverso è se invece dico CULO!

Scusate, mi sto solo divertendo un po’.

Allora anche oggi, parlando dei cosiddetti risvolti (questo è l’argomento di oggi) non possiamo non rispolverare l’episodio che riguarda il rovescio della medaglia, espressione che abbiamo incontrato qualche tempo fa. Niente di volgare stavolta. Però gli episodi sono legati.

Infatti un risvolto, al singolare, somiglia molto ad un rovescio della medaglia.

Arrivo subito a dirvi che un risvolto è un aspetto di una questione, anzi direi più una conseguenza di un fatto, una conseguenza spesso non del tutto evidente o attesa o prevedibile ma comunque in ogni caso non trascurabile.

Non tutto ciò che accade ce lo aspettiamo vero?

Spesso ci sono tante conseguenze che derivano da nostre azioni o da accadimenti di vario tipo. Qualcuna è prevedibile, altre meno. Qualche conseguenza è più importante, altre sono secondarie.

Ebbene, quando ci riferiamo a una conseguenza di secondaria importanza, possiamo parlare di risvolti.

A volte si usa risvolti anche semplicemente come sinonimo di conseguenze. Però in genere si tratta di qualcosa che non ci aspettiamo, o che deriva da una serie di eventi (anche detta una catena di eventi) che si susseguono uno dietro l’altro (eventi concatenati).

Questi eventi provengono tutti da una causa iniziale: il cosiddetto fattore scatenante. Cosa ha generato tutti questi eventi a catena? Vengono tutti da un’azione, da un fatto accaduto, “il fattore scatenante”. ebbene, tutte queste conseguenze possono essere anche imprevedibili a volte.

Ebbene tutte queste conseguenze possono essere chiamati “risvolti”.

Risvolto è un termine molto usato nei notiziari, nei tg, alla radio e al lavoro, ma decisamente meno nel linguaggio di tutti i giorni.

Dicevo della similitudine con il “rovescio della medaglia“.

Il rovescio della medaglia è anch’esso un risvolto, che però ha una caratteristica particolare: ha un effetto totalmente opposto dall’effetto principale.

Infatti ogni medaglia ha due facce, ed una è il rovescio dell’altra (la faccia A e la faccia B), quindi guardano in due direzioni diverse.

Il termine risvolto, pur non essendo l’effetto principale, quello primario, può essere un qualunque altro effetto derivante da quello stesso fatto, anche quello opposto, quindi anche il “rovescio della medaglia”.

In genere ogni risvolto ha un aggettivo che lo qualifica, un’etichetta:

Questa pandemia avrà anche dei risvolti positivi per l’ambiente.

Difficilmente non ci sono aggettivi. Posso anche dire:

Ci sono stati ulteriori risvolti?

In questo caso l’aggettivo è “ulteriore“.

Questa situazione ha già avuto pesanti risvolti economici, politici e sociali.

Una vicenda dai risvolti drammatici

Chissà se la faccenda accaduta avrà dei risvolti inaspettati?

Normalmente si usa al plurale, ma non c’è problema. Si può usare e infatti si usa anche al singolare.

C’è stato un furto a casa mia. Purtroppo in quell’occasione c’è stato anche un risvolto amaro per il ladro. Il mio cane l’ha morso e non lo voleva più mollare!

Per capire ancora meglio vi dico che finora ho usato il senso figurato del termine risvolto.

Infatti anche i pantaloni hanno un risvolto, o una giacca o un qualsiasi altro indumento.

Infatti il risvolto di un indumento è la parte che si vede quando rovesciamo all’infuori un elemento,

Quando rigiriamo un pantalone vediamo il risvolto del pantalone ad esempio.

Il risvolto di un indumento sta quindi a contatto col corpo prima di essere rigirato.

L’uso che ci interessa però è quello della conseguenza secondaria, quindi il senso figurato.

Adesso ripassiamo. I membri dell’associazione hanno qualcosa da dire sul 17 gennaio, la data odierna.

Peggy: sapete che proprio oggi, nel 1942, nasce Cassius Clay? Si dice sia il migliore di sempre. Con quel fare spocchioso che aveva sul ring.

Ulrike: Si fa presto a ricordare in primo luogo il suo fare spocchioso sul ring. Ma più che altro era un grande atleta, un pugile con la P maiuscola, senza contare il fatto che aveva messo in gioco la sua carriera, opponendosi alla guerra in Vietnam. Poi, per inciso, il suo nome, legalmente cambiato, era Muhammad Ali. Chiamarlo così, secondo me, è una questione di principio. Spero, M1, tu non me voglia per questa correzione.

Cat: Poi, per inciso, il suo nome, legalmente cambiato, era Muhammad Ali. Chiamarlo così è una questione di principio. Spero, Peggy, tu non me ne voglia per questa correzione.

Albèric: Non ne capisco un’acca di boxe. Ma non scorderò mai il suo motto : “Galleggia come una farfalla, pungi come un’ape”. Un modo per tenere sulle spine il suo avversario a stare sul chi vive da quanto mi risulta. Certo che nessun avversario sembrava essere alla sua altezza. Lui sapeva come apostrofarli e dar loro del filo da torcere senza dubbio.

Irina: Ecco un fatto secondo me valevole di nota: si dice che Sylvester Stallone dopo aver assistito a uno dei suoi combattimenti abbia ideato il suo film Rocky prendendo spunto dal suo avversario, un pugile che ha tenuto testa ad Alì, mettendolo a dura prova.

Hartmut: I suoi incontri di pugilato – per esempio il “Rumble in the Jungle” contro George Foreman oppure il “Thriller in Manila” contro Joe Frazier – erano spettacoli che affascinavano tutto il mondo. A suo tempo non c‘era uno migliore di lui ma ce n’erano altri che in tempi diversi sono stati del suo stesso livello, come Evander Holyfield oppure Lennox Lewis.

Harjit: Mi sembra M6 che te ne intendi di boxe anche se te le cerchi un po’. Anche fossero stati pugili della sua statura, Alì era un re della comunicazione.

Mariana. Devo prendere atto che le persone non conoscono ninjutsu, e che la boxe è molto più famosa come disciplina sportiva. A me non sconfinfera granché la boxe. Mi sono data al ninjutsu in quanto appassionata di arti marziali e non sono disposta a cambiare idea. Quanto a leggende, mai sentito parlare dei Ninja?

Marcelo: Io ricordo più Ali che i Ninja, con tutto il rispetto, ma a che pro confrontare le discipline tra loro? Qui stiamo valutando l’uomo oltre all’atleta. La sua causa contro la guerra del Vietnam da sola vale metà del successo che ha avuto. Altro che storie!

Programma settimanale 17-22 gennaio 2022

Programma settimanale 17-22 gennaio 2022

Lunedì: I risvolti (due minuti con IS). In questo episodio vedremo come usare il termine “risvolto”.

Martedì: notiziario del giorno + “bene” (due minuti con IS).

I membri sono chiamati a trascrivere il notiziario del giorno, inoltre si chiarirà un utilizzo particolare del termine “bene” e delle sue alternative.

Mercoledi: verbi professionali: il verbo caldeggiare. Un verbo molto adatto alle riunioni e agli incontri di lavoro e molto usato nei notiziari e nei telegiornali.

Giovedì: videochat ore 22 + “della serie” (due minuti con IS).

Nel corso della videochat, i membri parleranno di libri italiani.

L’episodio “della serie” riguarda una locuzione informale adatta per descrivere situazioni particolari.

Venerdì: cultura italiana: curiosità su Giulio Cesare.

Vediamo alcune espressioni che riguardano Giulio Cesare e anche alcune curiosità.

Sabato: leggiamo e commentiamo una novella di Moravia.

Ogni giorno nel gruppo whatsapp dell’associazione vengono registrare le frasi di ripasso da parte dei membri e si risponde alle domande su ciascun episodio della settimana.

Per partecipare italianosemplicemente.com/chi-siamo

720 D’emblée

D’emblée (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto tout court, visto che ci siamo continuiamo con i francesismi cioè con le parole o elementi o di origine francese che sono entrati nella lingua italiana ma restando in lingua francese. Stavolta tocca a d’emblée.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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719 Tout court

Tout court (scarica audio)

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Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo una espressione che si usa abbastanza spesso ma direi che non si tratta di linguaggio popolare. È molto usata in tv, dai giornalisti e più in generale da persone con una cultura mediamente più elevata. Vi dico subito che troveremo molti punti in comune con alcuni episodi recenti.

È un’espressione che contiene due parole francesi: tour court, che hanno il significato rispettivamente di “tutto” e “corto“.

In italiano sarebbe quindi “tutto corto“, ma se dovessimo cercare un’alternativa di uso comune, questa sarebbe rappresentata dalla locuzione “in breve“. Però quando cerchiamo di sostituire una parola con un’altra, una locuzione con un’altra, un’espressione con un’altra, ci perdiamo sempre qualcosa.

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Trascrizione completa disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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718 Cosa ne è, cosa ne fu, cosa ne è stato, che ne sarà

Cosa ne è, cosa ne fu, che ne è stato, che ne sarà (scarica file)

 

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un uso particolare della particella ne.

Ne abbiamo parlato già varie volte di questa particella, ma più se ne parla, meglio è. Che ne pensi? Ne convieni? (cioè sei d’accordo?)

Alla fine dell’episodio metterò anche dei collegamenti ai passati episodi in cui abbiamo utilizzato questa particella, ma l’uso di cui vorrei parlare oggi è nelle locuzioni “cosa ne è”, “cosa ne fu”, “cosa ne è stato” e “cosa ne sarà”.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA) 

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Avvalorare – VERBI PROFESSIONALI (n.75)

Avvalorare

Descrizione

Torniamo sul concetto di valore. In questo episodio spieghiamo il verbo avvalorare e vediamo con molti esempi il modo giusto di utilizzarlo.

Per farlo spieghiamo anche la differenza con i verbi simili: valorizzare, suffragare, corroborare. Vediamo anche i verbi dal significato opposto e un esercizio di ripetizione.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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717 Tirare dritto

Tirare dritto

Trascrizione

Giovanni: caro visitatore di Italiano Semplicemente. So che stai cercando si imparare l’italiano.

Ne sei veramente convinto? Sei determinato? Sei veramente irremovibile? Sei tanto convinto che niente e nessuno potrebbe farti cambiare idea?

Dove voglio arrivare? Ve lo dico subito.

Uno dei modi per esprimere determinazione cioè una definitiva presa di posizione della propria volontà, una decisione irrevocabile, una decisione presa e nessuno riuscirà a farvi cambiare idea è usare l’espressione “tirare dritto“. Si usa spessissimo nei telegiornali.

 

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L’albero della fecondità

L’albero della fecondità

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Buongiorno a tutti, cari amici di Italiano Semplicemente.

Quello che segue è un episodio di ripasso.

Ho scelto di fare un episodio all’insegna dell’arte e della cultura italiana, sicuro che sarà di vostro interesse. Faremo dunque una bella ripassata di alcuni verbi, termini particolari ed espressioni che sono già state oggetto di spiegazione sulle pagine di italianosemplicemente.com. Per ognuno di questi episodi troverete un collegamento alla relativa spiegazione.

Parliamo dell’albero della fecondità, un affresco scoperto solo nell’anno 1999, che si trova a Massa Marittima, quindi in Toscana. Che c’azzecca, direte voi, con la lingua italiana? Oltre al pretesto del ripasso, c’è dell’altro e lo capirete tra un po’.

L'albero della fecondità

Autore foto: Niccolò Caranti

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Sentire due campane

Sentire due campane

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Video YouTube con sottotitoli

Sentire due campane

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Din don dan, din don dan…

Avete appena ascoltato il suono di una campana.

In realtà avete ascoltato la mia voce che imita una campana, ma se abitate vicino ad una chiesa, in Italia ogni quindici minuti sentirete una campana suonare. Un’abitudine nata nel passato, utile per ricordare l’ora con dei rintocchi ogni quarto d’ora a chi si trovava in campagna e poteva regolarsi prima che facesse buio.

Ad esempio all’una e trenta, di mattina o di pomeriggio, si ascolta un solo rintocco per le ore e due rintocchi (dal suono più acuto) per i minuti. Ogni rintocco dei minuti vale 15 minuti. Quindi due rintocchi vogliono dire mezz’ora.

Vi faccio ascoltare il vero suono dell’una e trenta:

suono delle campane –

Ma passiamo alla lingua italiana, perché spesso si dice che bisogna sentire almeno due campane, o entrambe le campane. Perché?

Questa è un’espressione idiomatica che si può usare in diverse circostanze.

Le campane però rappresentano, in questo caso, delle opinioni, dei punti di vista, dei giudizi.

Quando ci sono questioni controverse che vede due o più parti una contro l’altra, chi ha ragione? Ogni campana ha il suo suono particolare!

Spesso è addirittura un giudice a deciderlo, ma ogni persona può farsi un’idea.

Il giudice comunque, prima di prendere una decisione, prima sente una campana e poi anche l’altra. Sente sempre entrambe le campane, cioè entrambe le opinioni contrapposte. Naturalmente l’espressione fa parte del linguaggio familiare e colloquiale.

Però, così come deve fare un giudice, anche una qualunque persona, per farsi un’idea deve sentire entrambe le campane, entrambe le parti, perché ascoltando una sola campana, cioè solo una delle due parti, si avrebbe un opinione distorta della realtà.

Un’altro modo di usare questa espressione, sempre molto diffusa, è quando ci si rivolge ad un professionista.

Ammettiamo di avere un problema fisico. Da cosa dipenderà?

Il mio dentista mi ha detto che mi fa male la schiena perché ho un problema ai denti.

Quindi adesso secondo lui devo mettere un apparecchio ai denti per risolvere la situazione.

Ma perché non sentire anche un’altra campana?

Allora sono andato da un ortopedico che mi ha consigliato invece di fare dei massaggi alla schiena.

Ho seguito il suo consiglio e il mal di schiena è passato subito.

Si fa sempre bene a sentire almeno due campane, non è vero?

Questa espressione si usa più in generale quando dobbiamo farci un’opinione su una questione, o quando dobbiamo dare un nostro parere, un giudizio e abbiamo bisogno di sentire cosa ne pensano altre persone.

Sentire una sola campana, magari solo quella che suona più forte, è sempre considerato un’errore. State sempre in campana allora! Ma questa è un’altra espressione, che, tra l’altro, vi ho già spiegato.

Sono già passati due minuti? Strano, perché non ho sentito nessuna campana!

Questo episodio fa parte però non della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente ma della categoria espressioni idiomatiche. Ne trovate tante altre sulle pagine del sito Italianosemplicemente.com

Le trovate anche su due degli audio-libri di italiano semplicemente, in pdf ed mp3 ma anche in versione cartacea e kindle,su Amazon.

Vi metto tutti i collegamenti per chi fosse interessato.

espressioni idiomatiche 1 (anche cartaceo e kindle)

espressioni idiomatiche 2 (anche cartaceo e kindle)

Alla prossima.

716 Dalle filippiche alle prediche, dalle paternali ai sermoni

Dalle filippiche alle prediche, dalle paternali ai sermoni

Trascrizione

File audio e testo disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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715 Prettamente e squisitamente

ITALIANO PROFESSIONALE (Principianti) – La Costituzione Italiana – Art.12

Articolo 12 (scarica audio)

Lettura, domande & risposte sull’articolo 12 della Costituzione italiana

Costituzione italiana – Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Tricolore italiano

Domande & risposte

A cosa è dedicato l’articolo dodici della Costituzione italiana?

Alla sua bandiera. L’articolo in questione è dedicato alla bandiera italiana.

Come viene chiamata comunemente la bandiera italiana?
Il tricolore italiano. Il nome della bandiera italiana è il tricolore italiano.

Quali e quanti sono i colori del tricolore italiano?
Sono tre. I colori del tricolore italiano sono verde, bianco e rosso.

Come sono disposti i tre colori della bandiera italiana?
Sono disposti a tre bande verticali.

Le tre bande verticali sono uguali nelle dimensioni?
Si, sono tre bande di eguali dimensioni.

Le tre bande sono orizzontali?
No. Le bande sono disposte verticalmente, non orizzontalmente. Le bande sono verticali.

Quale dei tre colori è il più a sinistra?
Il verde. Il verde è il colore più a sinistra, seguito dal bianco e infine dal rosso.

Quale dei tre colori è il più a destra?
Il rosso. Il rosso è il colore più a destra.

Qual è il colore centrale?
Il bianco è il colore centrale.

Tra quali colori si trova il bianco?
Il bianco si trova tra il verde e il rosso.

714 Valevole

Valevole

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Video YouTube con sottotitoli

 

Trascrizione

Giovanni: oggi, dopo l’ultimo episodio in cui abbiamo parlato del verbo valere, continuiamo a parlare di valore, e in particolare parliamo di “valevole“, un aggettivo che secondo me è valevole di approfondimento.

Valevole è un semplice aggettivo, che però i non madrelingua non usano mai perché in genere non amano avventurarsi ad utilizzare termini di cui non sono sicuri.

Ma Italiano Semplicemente serve proprio a questo, ad esplorare e fare chiarezza, e darvi coraggio e rendere facile ciò che ieri era difficile se non impossibile.

Allora, una cosa è valevole, quando “vale“.

Cioè? Vale in che senso?

Il valore può essere di diverso tipo. Non significa solo denaro. Non si parla di valore solo quando parliamo di soldi, quindi non solo in termini prettamente economici. Ho detto prettamente. Questo ve la spiego domani…

Ad esempio possiamo parlare di utilità, oppure di efficacia, o di validità.

Ma perché valevole non viene usato dai non madrelingua? Prima di tutto perché anche gli italiani non lo usano spessissimo questo aggettivo, e poi, particolare non trascurabile, perché valevole si usa insieme ad una preposizione semplice, che generalmente è la preposizione “di”.

Altre volte invece la preposizione è “per“.

Posso usare quella che voglio?

No, perché dipende dalla frase e da ciò che si intende dire.

Dunque valevole significa essenzialmente “che serve” , che ha valore, validità, efficacia per qualche cosa, per un fine, per un obiettivo, qualcosa che ci permette o che è utile per raggiungere un obiettivo.

Quando usiamo la preposizione “per“, valevole è molto vicino all’aggettivo “valido“.

il biglietto di un autobus è valevole per un solo giorno

Quindi questo biglietto è valido per un giorno, si può usare solamente in giornata, fino alle ore 24, il biglietto ha validità solamente in quel giorno. Dal giorno seguente non vale più, non è più valido, non è più valevole.

Ugualmente per un abbonamento

Se invece sto cercando di sostenere un’idea, se sto cercando di dimostrare qualcosa, o di convincere una persona, o sto esponendo la mia opinione, posso cercare degli argomenti che mi aiutino per il mio scopo. Allora cerco gli argomenti più valevoli per il mio scopo.

Uso ancora la preposizione per. Infatti cerco gli argomenti più validi che possono aiutarmi.

Sempre di valore si sta parlando.

Anche nello sport si usa spesso valevole.

Infatti quando si disputa un incontro, quando si partecipa ad ad partita, o a una gara qualsiasi, questa competizione che valore ha? È importante?

È una partita di campionato? Allora è una partita valevole per il campionato.

È un incontro che mi può pernettere di diventare campione del mondo?

Allora è un incontro valevole per il titolo di campione del mondo.

Più semplicemente, se qualcosa vale, se ha valore per me, posso dire che è valevole per me. Anche in questo caso uso la preposizione per.

Vediamo adesso quando usare la preposizione “di“.

Voi adesso state pensando che questa è una lezione di grammatica?

Assolutamente no, altrimenti non stareste sorridendo.

Dunque vediamo qualche esempio con la preposizione di.

Innanzitutto qualcosa di interessante è qualcosa che è valevole di interesse. Molto semplice no? Lo stesso si può dire di qualcosa che è valevole di considerazione.

Si usa spesso anche “valevole di fiducia” che si usa quando si crede che una persona o un’idea o un progetto meritino fiducia.

In qualche modo si parla di aspettative, di fiducia che qualcosa andrà bene, quindi vale la pena accordare fiducia o interesse. Si parla spesso anche di futuro.

Valevole di” si usa infatti anche quando credete che sia il caso di fare qualcosa, quando credete valga la pena fare qualcosa, quando credete che sia conveniente fare qualcosa, soprattutto se questo “qualcosa” è semplicemente da prendere in considerazione, da approfondire, da studiare.

Crediamo che qualcosa sia interessante, o crediamo che potrebbe essere interessante approfondire un argomento, per i vantaggi che verranno.

Si usa spesso parlare di qualcosa valevole di studio, valevole di approfondimento, valevole di ulteriori ricerche, valevole di ulteriori analisi, valevole di analisi approfondite, valevole di considerazione.

È un aggettivo molto usato al lavoro e ovviamente nel campo della ricerca, dove si crede nel futuro, ma si può usare in molte occasioni in realtà, in modo molto simile a “vale la pena di“:

Ci sono molti argomenti valevoli di ulteriori approfondimenti.

Significa che vale la pena fare ulteriori approfondimenti. Vale la pena approfondire la conoscenza.

Così è più informale, più colloquiale. Se invece uso valevole, sono più professionale. È un linguaggio leggermente più formale. Inoltre “vale la pena” serve evidenziare il verbo, l’azione, e anche le conseguenze negative, sebbene sopportabili. Invece valevole risalta il valore, un valore tale da meritare attenzione, considerazione, merito, approfondimenti eccetera.

Valevole di” è del tutto simile a “meritevole di” e anche a “degno di” ma quest’ultimo ha un contenuto spesso più morale:

Non credi che anche io sia degna delle tue attenzioni?

Questo quadro non è assolutamente degno di interesse

C’è un giudizio anche. Ricordate la locuzione “degnarsi di“?

A parte il fatto che “degno” si usa spesso con la negazione (Non sono degno di te), quando entra in campo il giudizio e la dignità stiamo in genere in situazioni diverse. Giudichiamo, quindi stiamo discutendo, magari vogliamo offendere, oppure parliamo di giudizi morali, di qualità personali.

Invece con “valevole di” vogliamo essere obiettivi, non dare giudizi personali tantomeno offendere e giudicare. “Meritevole di” sta in una posizione intermedia.

Con “valevole” il giudizio e la morale non c’entrano dunque. C’entra solo il valore, il merito e la convenienza, che possono fornire un’opportunità, una utilità futura.

Ho trovato un vaso etrusco. Chissà qual è la storia di questo reperto archeologico. Secondo me è molto interessante e valevole di ulteriori indagini.

Si dice che si impara di più mentre il corpo è in movimento. Credo che possa essere un argomento valevole di approfondimento.

Allora vale la pena approfondire! È importante per il futuro e gli svantaggi sono sopportabili o trascurabili.

Allora provate a passeggiare ed ascoltare i podcast di Italiano Semplicemente. Sapete che adesso sono anche su Spotify?

Sto iniziando infatti da qualche giorno a caricare su Spotify gli episodi audio di Italiano Semplicemente, che sono disponibili anche su Apple podcast.

Scusate l’inciso. Ma secondo me questa cosa era valevole di citazione per chi ama ascoltare i nostri episodi.

Adesso se volete possiamo esercitarci con qualche espressione valevole di ripasso, cioè che vale la pena ripassare, così nel futuro riuscirete a memorizzare e faticherete meno a usarle, avendolo già fatto centinaia di volte. Insomma il gioco vale decisamente la candela.

Marcelo: Accidenti a questi benedetti ripassi! Tante volte quando mi sento in vena di abbozzare qualche frase di ripasso, subito mi blocco, rendendomi conto di essere a corto di idee per un argomento valevole di interesse.

Olga: Ah sì, c’è una caterva di espressioni degne di nota, ma per essere rispolverate come si deve, serve un bell’argomento.

Harjit: Ma perché non ci lasciamo ispirare dall’elenco delle espressioni? Propongo di dare un’occhiata alla parola abbozzare. Prima Marcelo ha usato proprio abbozzare. Abbozzare un ripasso è come buttar giù un ripasso e magari poi gli si dà una sgrossata.

Hartmut: le eventuali magagne linguistiche le lasciamo correggere agli addetti ai lavori. Cioè ai madrelingua. Ma ricordiamoci anche dell’altro significato del verbo abbozzare che stranamente non ha nulla a che spartire con la bozza di un ripasso.

Ulrike: Ben detto Hartmut! Di questo altro significato del verbo me ne ricordo bene. Un mio amico italiano, da bambino era un po’ cicciotto e perciò, poverino, doveva subire dispetti e offese da parte dei suoi compagni di classe. Lui mi ha raccontato che sua madre gli consigliava sempre: non te la prendere con loro, abbozza, figlio mio, Prendi e vattene in silenzio, purché non ti picchino.

Peggy: Vale a dire che doveva sopportare gli insulti senza diffendersi, e ingoiare tutte le ingiurie. Allora aivoglia ad abbozzare!

Rafaela: Ma perché abbozzare sempre? Può darsi che questo lasciar correre, di far finta di niente, a volte sia una reazione da prendere in considerazione l, ma i bambini devono anche imparare a opporsi alle ingiurie e reagire. Così imparano a darsi una regolata questi sbruffoni.

Irina: ben detto. Imparare a giostrarsela da soli in certe situazioni aiuta a crescere. Poi al limite si chiama il fratello maggiore. Mica possono sempre cavarsela a buon mercato, questi bulli.

– – –

Episodio consigliato: il verbo avvalorare

Il, verbo avvalorare - VERBI professionali

 

713 Valere e costare

Valere e costare

Trascrizione

Giovanni: c’è un uso del verbo valere che sicuramente gli studenti di lingua italiana conoscono poco. Infatti valere solitamente è associato al valore, specie quello economico.

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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712 Fa molto italiano

Fa molto italiano (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: sapete cosa fa molto italiano?

Mangiare la pasta fa italiano. Non c’è dubbio.

Anche mangiare la pizza fa molto italiano. Ancora di più, parlare a voce alta fa italiano, ma anche vestire alla moda.

Ma qual è la cosa che fa più italiano fra tutte?

Pensateci, nel frattempo voglio chiarire questo uso particolare del verbo fare che ho utilizzato più volte finora in questo episodio.

Se qualcosa “fa italiano“, significa che fa sembrare italiano.

Ma non si usa solo per sembrare italiano, ma va bene ogni volta che un certo comportamento, una certa azione, rispecchia delle caratteristiche, caratteristiche che ci fanno pensare a qualcuno, o a una categoria di persone, come anche ad un popolo, come quello italiano, appunto.

Vediamo altri esempi in cui il verbo fare si usa in questo modo:

Oggi volevo indossare dei pantaloni bianchi. Mia moglie però dice che fa troppo uomo di destra, e allora ho preferito non discutere e ho indossato un paio dj jeans.

Somiglia, se vogliamo, al verbo “rendere“, o “somigliare” oppure somiglia a “fa pensare a“.

Es:

Alzare il dito mignolo quando si beve fa molto persona di poca classe.

Quindi se avete un bicchiere in mano e bevete, o anche una tazzina di caffè o una tazza di tè se quando impugnate e sollevate il bicchiere, la tazzina o la tazza, sollevate anche il dito mignolo, si dice che questo sia segno di maleducazione.

Molti in realtà credono che sia segno di nobiltà, ma questo è sicuramente un falso mito. Quindi fa molto maleducato se alzate il dito mignolo in queste occasioni.

Si può dire anche che dà l’idea di una persona poco ben aducata.

Ho un amico che a pranzo mangia spesso hamburger e patatine perché fa molto americano.

Ne ho un altro che indossa sempre una sciarpa kefiah, ché fa parecchio uomo di sinistra.

Mia moglie è una maniaca dello shopping, ma lei mi dice sempre che non mi devo lamentare perché fa molto donna, e questo ha vantaggi e svantaggi.

Ora devo sottolineare una cosa: so che per un non madrelingua non è normale non usare articoli, ma questo invece accade spesso nella lingua italiana. Questo è proprio uno di quei casi.

Quindi “mangiare pasta fa italiano” , e non “fa un italiano” o “fa l’italiano”.

Comunque potete sbizzarrirvi come volete nell’usare il verbo fare in questo modo.

In precedenza abbiamo visto due espressioni che sono legate a questo uso del verbo fare. Mi riferisco a “mi fa strano” e “mi fa specie“. Anche in questi casi abbiamo il verbo fare, che indica però una sensazione personale: “mi sembra strano” in quei casi. Date un’occhiata ai due episodi se non ricordate.

Stavolta non c’è il pronome davanti, perché si tratta di cose che tutti conoscono, si tratta di caratteristiche che sono notoriamente associate ad una categoria. E allora perché mettere il pronome personale?

È interessante, se facciamo ricerche sul web, perché si scoprono caratteristiche tipiche di categorie di tutti i tipi.

Cosa fa molto tedesco? Si scopre che scrivere le parole attaccate fa molto tedesco.

Invece chiamare il classico cornetto col nome di “croissant” fa troppo francese. Forse per questo motivo al nord Italia si preferisce croissant a cornetto.

A proposito. Mangiare la polenta fa molto persona del nord.

Parlare di cinema fa molto persona di cultura.

Mariana: hai intenzione di continuare all’infinito? Non è che siamo così duri di comprendonio noi.

Peggy: Credo che se Gianni ha fatto così sicuramente avrà un suo perché. A mio avviso, gli esempi facilitano soltanto la nostra comprensione, a prescindere dall’argomento su cui verte l’episodio. In nessun caso comunque un esempio in più può cagionare danni.

Anthony: Giovanni ci ha fatto un appello a dargli manforte a comporre un ripasso. Scusatemi che mi ha colto un attimo alla sprovvista. Ma adesso mi sono rimesso in sesto e sono pronto per seguire sulla falsariga di Peggy con una bella frase da aggiungere al ripasso di oggi.

Ulrike: Vai a capire, benedetta Mariana, cos’hai contro gli esempi! Guarda la sostanza e non la forma! A cosa serve la spiegazione del significato di una parola se non sei in grado di destreggiarti nel suo uso comune? Per la cronaca, se volete sapere la mia opinione, più esempi vi sono, meglio è.

711 Una soluzione di ripiego e ripiegare

Una soluzione di ripiego e ripiegare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: ecco un altro verbo che inizia con ri.

Il verbo ripiegare è quello di cui ci occupiamo oggi.

In realtà avevo un’idea diversa, infatti la mia intenzione era di fare un altro episodio che avevo in mente, ma siccome l’ho dimenticato, ho dovuto ripiegare su un altro argomento.

Proprio questo è l’uso principale del verbo ripiegare. Significa rinunciare all’obiettivo principale o all’obiettivo massimo e così scegliere un secondo obiettivo.

In questi casi posso usare anche altri verbi simili. Infatti, quando scelgo un secondo obiettivo, o a una seconda soluzione, sto ricorrendo ad un secondo obiettivo. Questo però è il verbo ricorrere, che abbiamo già visto tra i verbi professionali.

Come abbiamo visto, anche ricorrere, sempre per la presenza di questa doppia lettera ri, si utilizza in circostanze simili.

Ripiegare però, a differenza di ricorrere, si utilizza non per risolvere un problema, ma semplicente dobbiamo rinunciare (un altro verbo con ri) al primo obiettivo e accontentarci del secondo in ordine di importanza.

In questi casi si parla anche di “soluzione di ripiego“, che è appunto la soluzione, o la scelta che sostituisce la prima a cui rinunciamo.

Se la soluzione À non è disponibile, si ripiega sulla soluzione B.

Vediamo qualche altro esempio?

A Giovanni piaceva Maria, ma Maria amava Giuseppe, così Giovanni dovette ripiegare su Lucia.

Lucia, evidentemente, era meno attraente rispetto a Maria, almeno agli occhi di Giovanni.

Giovanni voleva Maria, ma si dovette accontentare di Lucia e così fece: ripiegò su Lucia.

Anche Lucia però era innamorata di Giuseppe, che però ricambiava i sentimenti di Maria, così a Lucia non restò che ripiegare su Giovanni.

In pratica, sia Giovanni che Lucia rappresentano una soluzione di ripiego l’uno per l’altro.

Che tristezza… 🙂

Di solito, in questi casi, si sente spesso parlare anche di “seconda scelta” oltre che di “soluzione di ripiego”.

Vi devo dire però che “seconda scelta” è più un concetto commerciale, relativo a prodotti di minore qualità. Ne parleremo meglio nella rubrica che si chiama proprio Italiano Commerciale.

Torniamo invece a ripiegare e alla soluzione di ripiego.

Il termine “ripiego” viene usato anche da solo per indicare una soluzione alternativa.

Per ripiego infatti si intende una soluzione di emergenza o un rimedio, in genere inadeguato. Potremmo chiamarlo a volte un compromesso non molto soddisfacente.

Cercando tra gli episodi precedenti, c’è l’episodio in cui abbiamo parlato di uno strumento “di fortuna“. Ricordate?

Beh in quel caso siamo proprio in una situazione di emergenza e dobbiamo usare ciò che abbiamo in quel momento.

Quando invece usiamo ripiegare e la soluzione di ripiego non è detto che siamo in emergenza. Semplicemente il primo obiettivo è sfumato e allora ripieghiamo sul secondo. Sempre meglio che niente.

Certo, tutti si stanno accontentando, non sono quindi ugualmente soddisfatti, perché a Giovanni piaceva molto più Maria che Lucia ma, suo malgrado, deve ripiegare su Lucia. Così come Lucia, che a sua volta, non potendo avere Giuseppe, ripiega su Giovanni.

Si usa la preposizione “su”.

Perché proprio su?

Cosa importa? Usatela e basta. Su, ragazzi, lo sapete che di grammatica non parliamo qui.

Scherzi a parte,

Vediamo altri esempi:

Le vongole costavano troppo quest’anno, per fare la pasta a capodanno abbiamo dovuto ripiegare sui lupini, che sono più economici, ma anche più piccoli e dal sapore più dolce rispetto alle classiche vongole.

Con questo Covid, molti ristoranti non hanno potuto ospitare clienti nei loro locali e hanno dovuto ripiegare sull’asporto.

L’asporto è ciò che avviene quando cibi e bevande vengono consumate fuori del negozio di vendita.

Ripassiamo adesso:

Anthony: Da qualche tempo a questa parte seguo un sito che si chiama italiano semplicemente. Tu che studi l’italiano, ce l’hai presente?

Marcelo: Ma, scusami, a che pro mi dici questo? Non mi risulta tu che sia mai stato interessato ad approfondire la conoscenza di questa lingua in modo diverso da quello classico, che prevede esclusivamente lo studio della grammatica. Comunque si, lo conosco e lo seguo di buona lena.

Mary: anche io lo seguo e il momento della mia iscrizione è stato il momento topico del mio percorso di apprendimento. Ma mi fa specie che proprio adesso tu voglia sacrificare il tuo libro di grammatica.

Anthony: diciamo che ho visto che fate molti progressi con questi brevi episodi. Dunque credo di aver cambiato idea e credo di averne ben donde. Infatti gli episodi si prestano bene a chi ha il tempo risicato come me.

Edita: Non posso darti torto. Il sito però contiene anche episodi più lunghi.

Ulrike: per inciso, laddove non siate convinti, non dimentichiamo che esiste anche il gruppo whatsapp dei membri dell’associazione.

Peggy: ah si infatti questo mi sconfinfera molto. Gianni, il creatore del sito insieme a tutto il cucuzzaro, non solo ti danno manforte nel caso di dubbi linguistici, ma fioccano anche le battute

Irina: a me la grammatica piace, a volte però mi dà troppo filo da torcere. Ad imparare si fa comunque prima col metodo proposto dal sito. E poi è più divertente. Poi si conoscono tante persone.

Harjit: giusto. Poi ci occupiamo anche del linguaggio professionale. Così puoi unire l’utile al dilettevole.

Chris: Su questo non ci piove.

Giovanni: ah, non vi ho detto gli altri significati di ripiegare. Va bè dai, fa niente. Un’altra volta.

710 Benedetto, ben detto e ben fatto

Benedetto, ben detto e ben fatto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: abbiamo già parlato di ben. Giusto?

In quell’episodio, tra le altre cose, ho utilizzato anche un’esclamazione:

Ben detto!

Che si usa quando si approva una affermazione con entusiasmo e soddisfazione, specie quando ce n’è veramente bisogno. Spesso poi si accompagna questa esclamazione con un’espressione del viso di compiacimento. Vale a dire che si esprime gradimento, si mostra e si sente un’intima soddisfazione.

Tutto questo però non l’avevo detto!

Meglio tardi che mai allora!

Se ad esempio sono stato licenziato, se cioè ho perso il lavoro, posso dire:

Non mi devo abbattere, devo mettermi subito a cercare un altro lavoro!

Qualcuno, che mi vuole bene ed apprezza le mie parole può dire:

Ben detto! Bravo, così mi piaci!

Che è un po’ come dire: è lo spirito giusto da avere in questi casi! Approvo pienamente ciò che hai detto.

Similmente si utilizza anche “ben fatto“:

Mio marito mi ha tradito e io sai cos’ho fatto? L’ho cacciato di casa!

Io, che sono tuo amico rispondo:

Ben fatto! Così impara ‘sto stronzo!

Oh, scusate, mi sono lasciato andare!

Notate che non c’è alcun verbo davanti. Se ci fosse, sarebbe il verbo avere:

Hai ben fatto!

Ma, generalmente, quando si mette il verbo avere, si inverte:

Hai fatto bene!

Hai fatto bene a lasciarlo!

Avete fatto bene a fare questo

Secondo te ho fatto bene a farlo?

Ma un conto è comunicare un concetto, un altro conto è comunicare un’emozione:

Ben fatto!

C’è approvazione, ma anche sostegno, entusiasmo. C’è emozione.

Che ne dite se adesso cambiamo il verbo ausiliare?

Questo lavoro è veramente ben fatto!

Adesso essere è il verbo usato.

Beh, questa frase è da leggere un po’ diversamente, cioè:

Questo lavoro è fatto veramente bene, è ben fatto. Anche qui se usiamo prima ben e poi fatto, c’è più emozione e coinvolgimento rispetto a “fatto bene”.

Torniamo a:

Ben detto!

Cioè: hai detto proprio bene, approvo pienamente ciò che hai detto. C’è entusiasmo e soddisfazione anche in questo caso.

Invece “hai detto bene” può indicare ugualmente una approvazione (con poco entusiasmo in genere) ma più spesso si usa quando qualcosa è corretto, è giusto, quando non ci sono errori:

Dico bene?

Sto dicendo bene?

Hai detto bene, nessun errore!

Per “hai fatto bene” vale lo stesso discorso.

Bene.

Adesso, dopo “ben detto” , passiamo a benedetto.

Notate per prima cosa che la prima “e” è chiusa e non più aperta. Sono tutte chiuse in realtà, anche se nel nord Italia spesso si sentono e aperte, specie la seconda e.

Ciao, mi chiamo Benedètta!

Benedetto comunque non c’entra proprio nulla con “ben detto“, questo lo avete capito già.

Tra l’altro è un’unica parola.

Infatti Benedetto, oltre ad essere un nome maschile (come anche Benedetta, che è un nome femminile) – e si scrive con l’iniziale maiuscola in questo caso – è anche un aggettivo.

Ha a che fare con le benedizioni, certamente. Anche questo lo sapete già.

In chiesa c’è l’acqua benedetta, ad esempio (o almeno prima del COVID c’era). Anche l’ostia è benedetta, perché rappresenta il corpo di Cristo.

Tutte cose che già sapete naturalmente.

Ma in senso figurato, l’aggettivo benedetto e benedetta si usano tantissimo nel linguaggio comune.

Infatti si utilizza generalmente per esprimere un affettuoso rimprovero, oppure quando si vuole evitare di dire parolacce, ma facendo capire chiaramente che c’eravamo quasi…

In questo caso l’affetto non c’entra granché!

Vediamo se sapete distinguere.

Vi faccio qualche esempio.

Un professore chiede a uno studente:

Oggi sei preparato? Vorrei interrogarti.

Lo studente dice che non ha potuto studiare e chiede di spostare ad un’altra occasione.

Il professore:

Ma, benedetto ragazzo, sono già tre volte che rimandiamo. Quando deciderai di metterti a studiare?

Allora? Rimprovero affettuoso o incazzatura mitigata?

Si tratta di un rimprovero affettuoso. Il professore rimprovera, sgrida il ragazzo ma lo fa con affetto, senza essere duro, senza punirlo o maltrattarlo. Se ci fosse solo affetto direi “caro ragazzo“.

Qusto professore probabilmente avrebbe potuto usare parole diverse, ben più pesanti e per niente affettuose:

Ma porca miseria! È già la terza volta!

È solo un esempio.

Secondo esempio:

Esco di casa con la solita fretta e come sempre c’è traffico.

All’ennesimo semaforo rosso che mi scatta sotto gli occhi dico:

Uff… Questi benedetti semafori! Sempre rossi mi capitano!

Lo so, vorremmo dire di peggio, ma stavolta ci tratteniamo.

Questo non è ovviamente un rimprovero affettuoso ma una leggera irritazione. Magari c’è qualcuno vicino a noi e non vogliamo mostrarci isterici di prima mattina!

In quest’ultimo caso al posto di benedetto potrei sbizzarrirmi con altri termini:

Ma guarda tu! Tutti rossi mi capitano!

Questo caspita di semaforo rosso!

E che cacchio!

Che diamine! Proprio adesso che ho fretta!

Questo cavolo di semaforo!

Avtrete notato che ho evitato termini ben peggiori!

Allora, ho fatto bene a fare un episodio di questo tipo?

Karin: veramente ben fatto direi, ma, benedetto presidente, so che sacrifichi il tuo tempo per il meglio di tutti noi, ma i due minuti sono passati da un bel pezzo.

Peggy: ma io mi domando e dico: a che pro criticare? Me lo vuoi fare un favore? Anziché dire castronerie, abbi la bontà di tacere. Per quello non c’è bisogno di imparare una lingua!

Sofie: ben detto Peggy! Gli hai dato un benservito bell’e buono! D’altronde ti ha fornito un assist perfetto criticando Giovanni. Tra l’altro lui non ha raccolto la provocazione. Un vero signore, no?

Ulrike: a me la vostra sembra una reazione un po’ sopra le righe. Cosa avrà detto mai Karin di così offensivo? A cosa si deve tanta acredine?

Irina: Acredine? Proprio a ridosso della fine dell’episodio te ne esci con le parole nuove? Sei proprio senz’appello! E dire che avevo quasi capito tutto…

Ricorrere e fare ricorso – VERBI PROFESSIONALI (n.74)

Ricorrere e fare ricorso

(scarica audio)

Indice verbi professionali

Ricorrere e fare ricorso

Ricorrere è il verbo numero 74 della sezione verbi professionali.

Il verbo ricorrere inizia per RI, e il senso più immediato, come accade in molti casi, è quello di ripetere qualcosa, in questo caso può significare “correre un’altra volta“.

Ma non è questo il modo professionale di usarlo, quello a cui siamo interessati.

Il verbo è stato inserito tra i verbi professionali perché nel linguaggio comune, di tutti i giorni, si usa abbastanza poco. Poi vediamo qualche modo per usarlo. Al lavoro invece è molto usato per diverse ragioni.

Un secondo modo di usarlo è infatti quello di ripensare a un’esperienza del passato:

bisogna ricorrere con la mente a quando ero bambino per ricordare un’emozione simile.

Anche questo però non è legato al mondo del lavoro.

L’uso più comune del verbo è invece quello di rivolgersi a qualcuno o a qualcosa per ottenere aiuto, conforto o sostegno o per raggiungere uno scopo:

Devo ricorrere a tutta la mia pazienza per sopportarti.

Bisogna ricorrere ad un dizionario per capire il significato di questo verbo.

Dobbiamo ricorrere alla legge quando le persone non rispettano le regole.

Questo verbo si utilizza spessissimo, in questi casi, quando in particolare qualcosa non funziona, quando abbiamo provato a risolvere il problema con un altro modo ma non ci siamo riusciti.

Allora ricorriamo ad un’altra procedura per risolverlo.

È come se fossimo in una situazione in cui bisogna trovare un rimedio straordinario, spesso obbligato e/o doloroso.

Si può dire anche “fare ricorso a” qualcosa o qualcuno, esattamente con lo stesso senso di ricorrere a qualcosa o qualcuno.

È molto simile al verbo avvalersi da questo punto di vista.

Molto utilizzata nel linguaggio comune è l’espressione “ricorrere alle maniere forti” ad esempio, e questo indica chiaramente che le maniere standard, quelle che si usano normalmente, non hanno funzionato.

Il proverbio che rende meglio l’idea è:

A mali estremi, estremi rimedi

La cui spiegazione si trova nella rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.

Significa che quando c’è un problema molto grave, si ricorre ad una soluzione estrema, come extrema ratio, ma solo se necessario.

Anche ricorrere alla violenza è una frase che si legge e si ascolta spessissimo.

Vediamo qualche esempio più strettamente legato al lavoro:

Non vorrei ricorrere alle vie legali, ma se il cliente non pagherà la cifra pattuita, dovrò farlo.

O anche:

Quando un’azienda sta fallendo, spesso ricorre ai licenziamenti per ridurre le spese.

I malati di Covid devono ricorrere spesso alla terapia intensiva.

Quando si parla di legge, in particolare, il senso di ricorrere è spesso quello di presentare ricorso all’autorità per avere il riconoscimento di un diritto o per ottenere rimedio a torti subiti.

ricorrere alla magistratura

Ricorrendo alla magistratura si spera di ottenere giustizia e per fare ricorso alla magistratura si deve presentare una domanda, occorre presentare un ricorso, che è un documento e per farlo occorre un avvocato.

Si dice più informalmente anche “fare ricorso”, sebbene il verbo fare sì preferisca quando il senso è meno legato alla legge e più semplicenete per risolvere un problema.

Può anche significare presentare un ricorso davanti a un giudice superiore per annullare la sentenza di un giudice inferiore.

Allora si usa una preposizione diversa: in

Bisogna ricorrere in cassazione contro una sentenza ingiusta

In questi casi, usare il verbo avvalersi non è vietato, ma avvalersi non esprime tecnicamente la presentazione di un ricorso ma solo l’esercizio di una facoltà per arrivare a una soluzione. È simile a usare, utilizzare, solo che si usa la preposizione di:

Mi avvalgo dell’aiuto dei miei colleghi

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere

L’allenatore si avvale della sostituzione quando un giocatore si va male.

È abbastanza professionale come verbo, anche avvalersi e lo abbiamo già visto. È il verbo n. 14 della lista dei verbi professionali.

Invece ricorrere come visto vuole la preposizione a oppure in per indicare cosa ci può aiutare.

Al di fuori del linguaggio giuridico, quello relativo alla presentazione di un ricorso, che è una procedura amministrativa, i due verbi si somigliano molto.

Ricorrere però contiene questo senso di cui vi ho parlato prima, quello di usare una soluzione alternativa, estrema a volte, come ultima soluzione, quando le altre non hanno funzionato, o quando non c’è alternativa, anche come prima soluzione.

Ma i significati di ricorrere non finiscono qui.

Vogliamo parlare delle ricorrenze?

Si parla di date, avvenimenti, ecc., che ritornano periodicamente.

oggi ricorre la festa della Repubblica

Ieri ricorreva il decimo anniversario della nascita di mio figlio.

La ricorrenza però non è solo un anniversario, ma qualsiasi avvenimento periodico, che si presenta ogni tot tempo. Qualunque cosa si presenti con regolarità e frequenza; anche un argomento, un’idea, che si ripete:

In questo documento ricorre più volte un riferimento a Dio.

A volte ricorrere simiglia anche a “chiamare in causa” sempre come forma di aiuto, di soccorso. In caso di bisogno:

Io ricorro a molti esempi per spiegare bene un concetto

Anche qui somiglia a usare, utilizzare, avvalersi.

A volte, come in questo caso, mi piace ricorrere anche a qualche membro dell’associazione che mi aiuta a fare alcuni esempi.

Ci vediamo al prossimo verbo professionale:

Marguerite: Ricorderò in appello, non accetto questa sentenza!

Marcelo: Dovrò ricorrere a tutta la mia forza di volontà!

Rafaela: Farò ricorso alla ripetizione se non riuscirò a capire al primo ascolto.

Hartmut: Bisogna ricorrere ai miei ricordi più lontani per ricordare un’emozione del genere.

Quest’anno Giovanni ricorre per la Ferrari, come l’altr’anno.

Ricorrerò al tuo aiuto se necessario.

Danita: Avete notato che in “l’altr’anno” l’apostrofo ricorre due volte?

709 La vogliamo dire la verità? Come dare enfasi

La vogliamo dire la verità? Come dare enfasi

Enfasi

Descrizione

Giovanni: oggi parliamo di un argomento molto interessante: come dare enfasi, ciò come enfatizzare, sottolineare, dare rilievo, mettere in risalto un particolare elemento di una frase. Questa è una cosa difficile da fare per un non madrelingua, che normalmente sta più attento ai singoli termini della frase, a non sbagliare i verbi e alla preposizione giusta da usare.

File audio e trascrizione completa in PDF disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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708 A che pro?

A che pro?

 

Video YouTube con sottotitoli

A che pro

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707 Tipico, topico e saliente

Tipico, topico e saliente (scarica)

Trascrizione

Giovanni: dunque, questo è un tipico episodio di Italiano Semplicemente, in cui cercherò di farvi conoscere qualcosa della lingua italiana. È un tipico episodio anche della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, in cui non riuscirò a rispettare la durata promessa.

Hartmut: Ma questo è anche normale, essendo tu un tipico italiano, che non rispetta le regole. Si direbbe quasi che a stabilirle sia stato qualcun altro…

Giovanni: abbiate pazienza.

Cosa imparerete in questo episodio? Allora siccome tutti conoscete già il significato di tipico, dovrò concentrarmi su un termine simile ma poco conosciuto da chi non mastica italiano quotidianamente. Parlo del termine “topico“.

L’uso prevalente è quando parliamo di tempo.

In particolare, l’aggettivo topico si usa per qualificare quasi sempre un momento, oppure un minuto, un’ora, una giornata.

Un momento topico

Un minuto topico

Un’ora topica

Una giornata topica

Si tratta di un momento importante, decisivo, cruciale, risolutivo per ciò che accadrà dopo, cioè per gli sviluppi successivi.

Mary: dunque è un momento in cui cambiano le cose, un momento di svolta, se vogliamo.

Giovanni: esattamente. Si usa molto nello sport, nel descrivere i momenti salienti di una partita, i momenti in cui accadono le cose più importanti della gara.

Anche una serata tra amici può avere il suo momentilo topico, quello più importante, magari quello in cui accade qualcosa che cambia l’andamento della serata.

Lo stesso si può dire del momento topico di un film. E se perdiamo il momento topico di un film non capiamo nulla.

Possiamo parlare anche di momenti salienti, con lo stesso significato, che si tratti di un film, una serata, una partita o qualsiasi altro evento.

Solo che i momenti salienti sono generalmente più di uno, ed inoltre tante cose diverse possono essere salienti.

Il significato di saliente è anch’esso legato all’importanza, quindi significa notevole, rilevante, oltre che usarsi prevalentemente al plurale: i fatti più salienti di un periodo storico; i punti salienti di un discorso; i tratti salienti di una persona, le caratteristiche salienti di un’opera eccetera.

Se parlo di tempo, posso dire

le fasi più salienti di una gara

O

I momenti salienti di un film

Ma il momento topico è generalmente uno solo, ed è quello in assoluto più importante, quello cruciale. Poi, se un momento è topico, è perché da quel momento le cose cambiano. È un momento determinante per questo motivo. Per questo non è adatto per descrivere altre cose al di fuori della dimensione temporale.

Ma perché topico? Da dove viene questo termine?

Topico viene dal greco topos, che significa luogo, e per questo motivo l’aggettivo topico si usa ad esempio per indicare dei medicamenti da applicare su determinate aree del corpo, tipo le creme antidolorifiche, che sono appunto di uso topico, vanno quindi applicate localmente, sul “luogo” del corpo che fa male.

Ma per luogo si può intendere anche un argomento, un tema, una argomentazione.

E infatti la topica, nella retorica classica, è la ricerca di argomenti generici a cui si può fare ricorso per una determinata dimostrazione, per esporre le proprie tesi, su un certo argomento, per convincere, per persuadere, per insegnare.

Allora topico indica il mezzo dialettico con cui condurre un’argomentazione. Più in generale si definisce topico tutto ciò che riguarda l’arte topica.

Ci sono allora gli scritti topici di Aristotele.

Ma allora perché topico oggi si usa soprattutto per indicare un momento molto importante?

Marcelo: potresti venirci incontro? Non è che sia molto intuitivo.

Giovanni: Perché nell’arte topica si cerca di trovare il modo e la situazione giusta, il momento giusto e anche il luogo migliore, per arrivare all’obiettivo, che era per i greci, esporre le proprie idee.

Per questo si parla del momento topico, quello risolutivo, decisivo, cruciale. L’arte della topica è riuscire a trovare il luogo e il momento più adatti e importanti per esporre le proprie tesi.

Tipico invece viene da typos, sempre dal greco dunque, ma typos significa impronta, e ognuno di noi ha la propria impronta. È dall’impronta delle zampe che si riconosce l’animale. Quindi tipico è ciò che rappresenta qualcosa, cioè che lo identifica. Quanto tempo abbiamo impiegato oggi?

Peggy: un episodio bello lungo. Faccio appello alla mia pazienza ancora una volta.

Giovanni: grazie per la pazienza. Alla prossima!

706 Sacrificato

Il Sasso di Dante Alighieri

Il sasso di Dante Alighieri

Sofie: Oggi come programma del venerdì, che mi piace dedicare a qualcosa di diverso rispetto ad una semplice espressione italiana, voglio parlarvi del cosiddetto “sasso di Dante”. Sono stata deputata da Gianni a raccontarvi questa bella storia.

File audio da scaricare e trascrizione disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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705 Per il meglio

Per il meglio

 

 

per il meglio

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Ristabilire – VERBI PROFESSIONALI (n.73)

Ristabilire è il verbo numero 73 della speciale sezione verbi professionali.

Durata: 15 minuti

Lista dei verbi professionali 

 

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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704 Scomodare

703 Ridotto male o malridotto?

Ridotto male o malridotto?

 

File audio da scaricare e trascrizione sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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702 Battute, frecciatine, barzellette e freddure, gag, siparietti e macchiette

File audio da scaricare e la trascrizione sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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701 Ridursi all’ultimo, ritardatario e tardivo, per tempo e in tempo

Ridursi all’ultimo, ritardatario e tardivo, per tempo e in tempo

(scarica audio)

Trascrizione

Sofie: benvenuti nell’episodio numero 701 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. In quanto membro dell’associazione Italiano semplicemente sono stata deputata a fare l’introduzione del presente episodio.

 Trascrizione completa disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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La lingua del sì

La lingua del sì

Descrizione

Lo sapevate che la lingua italiana, da Dante Alighieri era chiamata “la lingua del sì” ?

Durata: 6 minuti

Episodio del corso settimanale di lingua e cultura italiana. Disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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700 Sette, la sette giorni

Sette, la sette giorni (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: benvenuti nell’episodio numero 700 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Parliamo proprio del numero sette. Un numero? Non c’è dubbio su questo. Tranquilli, non voglio smontare le vostre certezze.

Voglio cogliere però l’occasione per dirvi alcune cosette di questo numero che possono risultare interessanti.

Partiamo dall’articolo. Cominciamo dal singolare.

Oltre a “il sette” che esprime il numero nudo e crudo, esiste anche “La Sette” , ma in questo caso si sta parlando di un canale tv. La maggioranza delle volte in questo caso si scrive LA7 scrivendo il numero attaccato all’articolo.

Poi, riguardo al plurale, se dopo c’è un sostantivo, l’articolo normalmente deve accordarsi:

I sette fratelli

Le sette sorelle

Eccetera.

Comunque ci sono eccezioni. Esiste infatti anche un’altra “la” sette. Ad esempio:

La sette giorni

Ma, direte voi, non si dice “i sette giorni”?

Certo, ma non è proprio la stessa cosa. Questo vale anche per gli altri numeri. Non solo per il numero sette.

La due giorni

La tre giorni

La quattro giorni

Eccetera

L’articolo la si usa solamente quando si parla di eventi, manifestazioni che hanno una durata di due giorni o tre giorni o quattro eccetera.

La sette giorni pertanto è generalmente un evento qualsiasi che dura sette giorni.

Dico “generalmente” perché si può parlare in realtà di qualunque cosa che duri un certo numero di giorni, non solo di eventi veri e propri.

Si legge ad esempio che la sette giorni può essere una dieta della durata di sette giorni.

Quindi anziché dire “la dieta dei sette giorni“, se stiamo parlando di diete potremmo dire “la sette giorni”. Questo significa che ne abbiamo già parlato, e chi ascolta capisce che si tratta di una dieta, proprio come quando parliamo di una festa o un evento di una certa durata:

La due giorni di Agliana

Che ad esempio è un evento sportivo, una gara ciclistica.

Di “due giorni” ce ne sono moltissime soprattutto riguardo ad eventi sportivi. Basta fare una ricerca su internet.

La maggioranza delle volte si parla di eventi, feste, manifestazioni. Si usa in particolare nelle notizie.

Si è chiusa la sette giorni di “giardini in festa”

che è appunto una manifestazione di sette giorni.

Il Festival Internazionale della Robotica si svolge dal 27 settembre al 3 ottobre a Pisa. Durante la sette giorni si parlerà anche di medicina e chirurgia.

Esiste anche:

“Milano Food Week”, la sette giorni dedicata al gusto.

Anche questa è una manifestazione.

Si può comunque parlare anche dei sette giorni e non della sette giorni:

La dieta dei sette giorni

Le battaglie dei sette giorni

Eccetera

In questi casi però si specifica di cosa si sta parlando: diete e battaglie. Generalmente non si tratta di eventi e manifestazioni.

Questo comunque vale anche per gli altri numeri. Ma restiamo sul numero sette.

In sette giorni si dice si sia creato il mondo e per questo motivo esiste la “settimana“. Ma il sette è il numero che rappresenta un sacco di cose:

I sette vizi capitali

Biancaneve e i sette nani

I sette re di Roma

I sette colli di Roma

I sette chakra

Sette, d’altronde, è il numero buddhista della completezza.

Sette sono anche i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio.

Per non parlare della “settima arte” cioè il cinema. Perché settima?

Perché la prima arte è l’architettura,

la seconda arte è la Musica,

la terza arte è la Pittura,

la quarta arte è la Scultura,

la quinta arte è la Poesia,

la sesta arte è la Danza

Sette sono anche le note musicali e sette sono anche gli anni di sfortuna quando si rompe uno specchio.

Ci sarebbe molto da dire sul numero sette. Ma a noi interessa il 700 in realtà, come il numero dell’episodio di oggi.

Il numero 7 simboleggia, tra l’altro, anche la conoscenza, lo studio, l’apprendimento e l’insegnamento. La cosa inizia a diventare interessante. Ah, quasi dimenticavo le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente! Sarà un caso?

Lo zero invece simboleggia la scelta, il potenziale e le nuove opportunità.

E allora cosa dire del numero 700? Il numero 700 unisce l’apprendimento alle opportunità e quindi rappresenta l’utilità e le opportunità che possono arrivare dall’apprendimento.

Allora questo mi sembra un chiaro invito a continuare con l’ascolto degli episodi di italiano Semplicemente.

Avrete così l’opportunità di apprendere sempre più cose della lingua italiana.

Che ne dite?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente l

Komi: ci mancherebbe che adesso smettiamo! Dopo tutta la fatica che abbiamo fatto, tanto vale arrivare almeno fino all’episodio 5000, sempre che Gianni sarà disposto a supportarci fino a quel punto.

Olga: io non sono affatto provato! Anzi direi che vado alla grande! Adesso finalmente inizio ad ingranare!

Bogusia: di questo passo, di qui a tre mesi o giù di lì saremo arrivati a 1000 episodi. Favoloso!

Marguerite: si, va bene, io però se gli episodi non si accorciano un po’ vi dico subito che smetterò di ascoltarli. È una questione di principio.

Peggy: cos’è, un aut aut il tuo? Non è il momento di fare ultimatum adesso! Manco ti facesse male ascoltare qualche secondo in più!

Ulrike: infatti! Anche io prendo le distanze da affermazioni di questo tipo. A volte Marguerite sei di un noioso che non ti dico!

699 La fuffa

La fuffa (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Tra i termini italiani più curiosi rientra sicuramente la “fuffa“.

Si usa soprattutto quando qualcosa crediamo che non abbia alcun valore, specie se pretende di averne.

Questa cosa che stiamo giudicando molto male, è la maggioranza delle volte qualcosa che si mostra, come ad esempio un tipo qualsiasi di arte. Potrei dire ad esempio, se non mi piace per niente l’arte contemporanea, che l’arte contemporanea è tutta fuffa.

Si parla sempre di qualcosa che si vorrebbe “vendere”, tra virgolette. Metto le virgolette perché si può trattare di merce, di oggetti, di prodotti che valgono poco, ma la maggioranza delle volte si tratta di parole, di cose dette da qualcuno che non valgono nulla, e che spesso vengono pronunciate con lo scopo di imbrogliare le persone.

Quando si tratta di vera merce, la fuffa è merce cosiddetta anche “dozzinale”, di scarsissimo o nessun valore. In questi casi si parla anche di ciarpame, di paccottiglia. Roba che non vale niente e che invece viene spacciata per roba di valore. Ma in realtà è tutta fuffa.
Se parliamo di cose che si dicono, come dichiarazioni, affermazioni o argomentazioni varie, il loro scopo è convincere le persone per qualche motivo ma fatte con l’intento di ingannare.
Si tratta di cose anche dette inconsistenti, senza capo né coda oltre che ingannevoli.
Nel momento in cui si dice che si tratta di fuffa, o di “tutta fuffa”, è come dire:

Questa roba non ha alcun valore, non lasciatevi ingannare,

Non ha detto nulla e quello che ha detto sono solo chiacchiere

Vuole ingannarci con tutti questi paroloni.

Non c’è sostanza nelle sue parole

Sono solo chiacchiere, non credete a queste cose

In pratica non c’è alcun fondamento nella fuffa, oppure non ha alcun significato, o sono cose prive di sostanza.

Lui una persona competente? Ma è tutta fuffa!

Un termine che si può usare per commentare una dichiarazione pubblica di un politico, o tutte le cose che teniamo in soffitta e che sono da gettare.

Oppure le promesse che fa un ragazzo a una ragazza (o viceversa) se non crediamo per niente che si tratti di cose credibili.

Un termine che sicuramente dà colore alla nostra affermazione ma che risulta molto offensivo se lo utilizziamo per commentare ciò che ha detto o scritto una persona.

Potremmo chiamarle anche sciocchezze, stupidaggini, amenità, chiacchiere, stronzate, luoghi comuni e chi più ne ha, più ne metta. Ma nella fuffa, se si parla di cose dette, c’è la componente dell’imbroglio che è prevalente e che la rende unica nel suo genere.

Allora cosa ha detto il direttore? Ci aumenterà lo stipendio come ha promesso? Oppure è stata la solita fuffa di fine anno?

In campagna elettorale tutti promettono meno tasse. Fuffa! Solo fuffa.

Sveglia! E’ tutta fuffa!!

A me ad esempio in quest’ultima frase dà molto fastidio la parola “sveglia”, che si sente spessissimo sulla bocca di persone che cercano sempre di venderci fuffa!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Peggy: scusate la parola “uffa” ha qualcosa a che fare con la fuffa? Ha ugualmente il senso di imbroglio o giù di lì?

Rauno: Per quanto mi risulti, se dici “uffa” stai semplicemente sbuffando! Ti stai forse annoiando?

Marcelo: Aspettate che controllo… dunque dunque… il dizionario non lo trovo. Mi sa che si fa prima a vedere su internet!

Sofie: mi sa di sì, ma attenti ai siti farlocchi, ché ce ne sono svariati. C’è un sacco di fuffa nella rete!

Ulrike: Uffa! Non ti ci mettere pure tu con le parole nuove adesso!

La connivenza – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 19)

La connivenza

Politica italiana, episodio numero 19. Parliamo della connivenza. Un termine che quando si legge e quando si utilizza parliamo sempre di malaffare, di malavita, di criminalità, di affari illeciti, di ruberie. Un tacito assenso che diventa colpevolezza.

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

 

connivenza

697 Smodato

Smodato (scarica audio)

Trascrizione

voci di Giovanni e Emanuele

Oggi ci occupiamo dell’aggettivo smodato.

Parliamo di un tipo particolare di esagerazione.

Smodato infatti significa eccedente i limiti. Una cosa smodata è esagerata, eccessiva.

Esempio:

Giovanni ha un desiderio smodato di successo

Mario ha sempre avuto una fame smodata

Anche una persona può essere definita smodata.

Parliamo di chi oltrepassa certi limiti.

Non è mai qualcosa di positivo quando si parla di qualcosa di smodato.

Una persona che fa uso smodato di alcool è incapace di farne a meno. Esagera, va oltre i limiti, non ha freni, non si regola quando beve bevande alcoliche.

C’è chi ha una voglia smodata di dolci e ugualmente non si tratta di qualcosa di normale, che si riesce a controllare.

Viene dalla parola modo. La lettera iniziale ha valore sottrattivo, quindi si potrebbe dire che “non c’è modo” di contenere qualcosa di smodato.

Si potrebbe anche usare l’aggettivo sfrenato/a.

Un desiderio smodato di gloria.

Una voglia sfrenata di sesso

Manca il senso della misura. Anche questa è una espressione che si usa molto spesso:

Quando mangi non hai mai il senso della misura

Oppure:

Ho mangiato oltremisura

In pratica ho esagerato, ho mangiato troppo.

Sono stato smodato nel mangiare

Non bisogna bere smodatamente

Cioè:

Non bisogna bere in modo smodato

Paola è smodatamente ambiziosa.

Paola è ambiziosa oltremisura

Mario eccede sempre i limiti, è sempre smodato

C’era un chiasso smodato nel ristorante

C’è una differenza, se vogliamo, tra l’uso della smodatezza e il termine oltremisura.

Sono entrambe indicativi di esagerazione e di eccesso, ma la smodatezza in genere riguarda una caratteristica di una persona. Invece l’avverbio oltremisura ha un senso di straordinarietà o di eccezionalità: stavolta si è andati oltre la misura, cioè oltre l’ordinario, la normalità.

Di conseguenza quando si mangia in modo esagerato in una singola occasione meglio usare oltremisura, mentre se lo si fa sempre, allora meglio dire che si è smodati nel mangiare, ciò non toglie che io possa ugualmente dire che in un’occasione particolare si è mangiato in modo smodato o smodatamente.

Le esagerazioni e gli eccessi sono invece termini più generici che vanno bene in ogni occasione.

Poi c’è anche la smisuratezza, che si avvicina molto alla smodatezza, nel senso che quando una cosa è smodata può definirsi anche smisurata, ma la smisuratezza non contiene necessariamente un giudizio morale.

L’universo, ad esempio, è smisurato, dunque è grandissimo, grande oltre ogni misura, ma semplicemente perché non si può misurare.

La bontà di Dio è smisurata, ammesso e non concesso che si creda in Dio.

Possiamo ugualmente dire che Lionel Messi è smisuratamente bravo à giocare a calcio. Ma così dicendo Cristiano Ronaldo si potrebbe arrabbiare oltremisura.

Avete pertanto capito che la smodatezza ha anche la prerogativa di essere prevalentemente usata per descrivere dei difetti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: dovete sapere che ogni domenica, nella nostra bella associazione, si legge un brano della letteratura italiana. Ieri è toccato di nuovo a Moravia. Questo racconto, intitolato “Tirato a sorte” mi è piaciuto molto. Bello vero?

Sofie: Eccome! Bel racconto, tanto quanto la lettura di Giuseppina. Un grazie a lei da tutti noi. Il suo apporto per noi è sempre importante. Quanto all‘apprendimento ci va sempre di lusso nel gruppo whatsapp dell’associazione.

Marguerite: Si, su questo non ci piove. Grazie mille Giuseppina.

Ulrike: a proposito di Moravia. Nel racconto di ieri mi sono balzate agli occhi alcune frasi di due minuti come: a tratti, tutto ad un tratto, manco per, sostenuto e ben presto.

Marcelo: le ho viste anch’io. Io a mia volta, vorrei parlare di alcune parole nuove per me: ciancicato, rimbeccare, immusonita, scorfano, imbronciato e impuniti.

Peggy: ehi, vacci piano, è una bella caterva di parole. Che fai, te le cerchi?

Edita: Una volta per tutte basta con i litigi. non è bene apostrofare nessuno. Quando sarà il caso Gianni ci spiegherà tutto. È risaputo che ha il tempo risicato. Siamo ormai un nutrito gruppo di amanti della lingua italiana.

Peggy: va beh, Come non detto, allora non me ne vogliate per questo mio sgarro.

Bogusia: Allora diamoci da fare con questo ripasso, perché non mi sconfinfera spaparanzarmi sul divano senza far niente, non è proprio cosa.

Programma settimanale 13-19 dicembre 2021

Corso di Italiano

Programma settimanale 13-19 dicembre 2021

lunedì: l’aggettivo “smodato”

martedì: ll notiziario del giorno + “Il paravento” (episodio rubrica 2 minuti con IS)

mercoledì: “la connivenza” (politica italiana)

giovedì: videochat ore 14 + “glissare” (episodio rubrica 2 minuti con IS)

venerdi: “la lingua del sì” (letteratura italiana)

sabato: leggiamo il racconto di Moravia dal titolo “Gli occhiali 😎”

domenica: le freddure, le barzellette, le battute

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696 Un sostantivo di fortuna

Un sostantivo di fortuna (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un modo particolare di utilizzare il termine fortuna.

Non ne abbiamo mai parlato prima, neanche in un episodio in cui si è parlato di tutti i modi per esprimere il senso della fortuna.

Il fatto è che il legame con la fortuna non è molto evidente

Vi faccio alcuni esempi e poi cerchiamo di capire insieme cosa c’entri la fortuna.

Molte persone arrivano in Italia a bordo di imbarcazioni di fortuna.

Sono riuscito a sostenere un esame universitario in una stanza d’albergo, con una connessione internet di fortuna.

Abbiamo riparato la macchina rotta con strumenti di fortuna

Ho finito la benzina. Sono tornato a casa con mezzi di fortuna

C’era una tempesta e il pilota ha dovuto tentare un atterraggio su una pista di fortuna

Forse avrete già capito che quando si parla di qualcosa “di fortuna” si sta parlando di un qualcosa di improvvisato o che costituisca un ripiego in caso di necessità.

Se parlo di imbarcazioni di fortuna voglio esprimere il senso di precarietà, di insicurezza e del pericolo che si corre usando una tale imbarcazione. Può trattarsi ad esempio di una vecchia e malridotta barchetta.

Se abbiamo riparato la macchina rotta con strumenti di fortuna, abbiamo usato non dei veri strumenti professionali, ma qualcosa che abbiamo trovato all’ultimo momento e che abbiamo usato a questo scopo.

Magari al posto di un martello abbiamo usato un sasso, ad esempio.

Se ho finito la benzina e sono tornato a casa utilizzando dei mezzi di fortuna, magari ho fatto l’autostop, oppure mi ha dato un passaggio un signore a cavallo, o un ragazzo con la sua bicicletta.

Se infine stavo volando su un aereo e arriva una tempesta di vento, se l’aereo si trova in pericolo di cadere il pilota potrebbe optare per un atterraggio su una pista di fortuna, magari su una strada o su un prato.

Si può parlare in questo caso di atterraggio di fortuna, sperando che le cose vadano bene.

Questo è il motivo dell’uso della parola fortuna. Dunque non siamo fortunati se tentiamo un atterraggio di fortuna, ma semplicemente speriamo di riuscire lo stesso a ottenere un risultato. Serve un po’ di fortuna per farlo, ma non è detto che arriverà.

C’è sempre improvvisazione, un modo di far fronte ad una necessità con ciò che si ha, con i mezzi à disposizione e questo porta solitamente ad una conclusione positiva.

Anche nell’esempio dell’esame universitario fatto col computer in una stanza d’albergo usando una connessione internet di fortuna, si parla di una cosa che è andata a buon fine, che è finita bene, si è risolta positivamente nonostante le condizioni non fossero favorevoli.

Questa quindi è una locuzione che si può usare sempre in casi simili in cui si improvvisa (solitamente con successo) una soluzione in mancanza degli strumenti più adatti ma trovando qualcosa in sostituzione, non potendo fare altrimenti, considerate le circostanze.

C’è sempre un problema da risolvere.

Questa locuzione si collega con un’altra espressione che abbiamo già visto: “fortuna vuole“. In alcuni casi infatti si possono usare in modo simile:

Es:

L’aereo stava finendo il carburante e nelle vicinanze non c’era una pista di atterraggio. Fortuna ha voluto che il pilota ha potuto usare un’autostrada come pista di atterraggio di fortuna.

Non sempre la locuzione “di fortuna” è legata al successo però.

Lo abbiamo visto con l’esempio dell’imbarcazione di fortuna, che trasmette, come detto, la pericolosità del viaggio, e spesso la tragicità, considerando che molte di quelle imbarcazioni di fortuna si rovesciano.

Il sostantivo da usare prima della locuzione può essere singolare plurale (imbarcazione, mezzi, strumenti, connessione ecc) a seconda del caso.

E voi, avete mai improvvisato qualcosa con mezzi di fortuna?

Edita: a me quando accade un guaio o mi caccio in qualche casino, di solito la fortuna mi fa marameo.

Albéric: beh, ci sono dei giorni particolari in cui proprio non è cosa ed è meglio starsene a casa al sicuro.

Hartmut: la sfortuna secondo me non esiste. Si fa presto a dire sfortuna. La verità è che bisogna organizzarsi e stare sempre sul chi vive perché un inconveniente può sempre accadere.

Irina: non dire amenità. Può capitare a tutti che non si abbiano gli strumenti più adatti. Metti che adesso ad esempio ti si rompe il cellulare. Non mi dire che ne hai uno di ricambio in tasca!

Peggy: Avete Appena ascoltato un ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Cat: se non sono indiscreta, ci sono anch’io.

Danita: anche questo episodio è finito. Allelùia.

695 Marameo

Marameo (scarica audio)

Trascrizione

Fonte immagine: http://www.accademiadelloscivolo.it/banda-del-marameo/

Giovanni: oggi vediamo un termine molto divertente: marameo.

Si tratta di una parola scherzosa in cui si imita il verso del gatto (miao).

È una parola che si usa in senso di sfida e che si pronuncia imitando il verso del gatto ed eventualmente poggiando il pollice della mano sulla punta del naso (o volendo anche sulle orecchie) e agitando velocemente le dita tese.

Si fa anche con due mani, in fila sul naso o sulle orecchie, una a destra e una a sinistra.

È una vera presa in giro, scherzosa però.

Fare marameo è simile a dire:

Così impari!

Un’espressione che abbiamo incontrato recentemente.

Non ha però esattamente lo stesso utilizzo, perché non ha né valore di rimprovero né si pronuncia per dare una lezione.

Si tratta in realtà di una parola che esprime soddisfazione per qualcosa che è accaduto, e che invece non soddisfa affatto l’altra persona alla quale si fa marameo.

Si usa spesso con i bambini, quando ci si rincorre, cioè quando un bambino cerca di prendere l’altro.

Se un altro bambino cerca di prendermi, io scappo, fuggo, e mentre scappo gli dico:

Marameo!

È un messaggio di sfida dunque come a dire:

Sono qui, vieni a prendermi! Tanto non ci riesci!

Oppure:

Io ho vinto e tu hai perso!

Un altro esempio:

I giorni scorsi mia figlia aveva un compito in classe molto impegnativo, ma proprio quel giorno gli studenti hanno scioperato. Così la professoressa ha dovuto, suo malgrado, rimandare il compito.

Nel gruppo whatsapp della classe, appena appresa la notizia dello sciopero, uno studente ha avuto la sfacciataggine e il coraggio di fare marameo alla professoressa. Per farlo ha usato una “faccina” di WhatsApp.

Marameo

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Edita: certo che ci vuole una bella faccia di bronzo per fare marameo alla professoressa!

Danita: eh sì! Una faccia di bronzo bell’e buona!

Marcelo: sicuramente non avrà un occhio di riguardo con lui quando verrà interrogato. Ben gli sta. Così impara.

Jon: gli insegnanti vanno rispettati. Certi comportamenti non vanno né assecondati, tantomeno tollerati.

André: ai miei tempi te la dovevi vedere col preside. E dire che sono passati solo trent’anni!

40 – Le migliorie – ITALIANO COMMERCIALE

Le migliorie

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

 

Descrizione

Vediamo la miglioria e l’utilizzo appropriato dei verbi apportare e presentare.

694 Spaparanzarsi

Spaparanzarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto i verbi ficcarsi e schiaffarsi, un verbo altrettanto informale, che si usa spesso in famiglia è spaparanzarsi. Un altro verbo riflessivo.

Spaparanzarsi deriva dal dialetto napoletano e significa sdraiarsi o sedersi molto comodamente, abbandonando il corpo in una posizione rilassata e spesso anche scomposta.

La frase più comunemente usata è:

Spaparanzarsi sul divano

Appena entro a casa stasera mi spaparanzo sul divano. Non vedo l’ora!

Oggi vado al mare e mi spaparanzo sulla spiaggia!

C’è anche la versione spaparacchiarsi.

Dopo pranzo ci siamo spaparacchiati sulla veranda a prendere il sole. Non ti dico come si stava bene!

C’è il senso della goduria, del piacere, del rilassamento totale e meritato.

Non c’è quasi mai quella connotazione negativa che invece sta nel verbo schiaffarsi, che, nonostante talvolta si usi con senso simile, è quasi sempre inteso un atto di egoismo e menefreghismo.

Se volessi criticare una persona che sta spaparanzata sul divano userei un altro verbo: il verbo stravaccarsi. Molto familiare anche questo.

Sono due ore che te ne stai stravaccato sul divano. Non mi dai una mano a sistemare casa?

Chissà perché si usa l’immagine della vacca! Povera vacca!

Dicevo che nella posizione spaparanzata c’è anche un forte senso di scompostezza.

La scompostezza in generale esprime disordine, mancanza di equilibrio, mancanza di attenzione o di cura.

È l’opposto della compostezza. Quindi una cosa scomposta è priva di compostezza, e se parliamo di una posizione del corpo vuol dire che non è rispettosa dell’opportuna decenza. È sconveniente, è sguaiata.

Vuoi stare in una posizione più composta per favore?

Stai composto quando ti siedi!

Scomposto infatti è un aggettivo che spesso viene associato alla posizione di qualcuno o qualcosa quando non è ordinata, diritta, corretta.

Anche i capelli o la pettinatura spesso vengono definiti scomposti:

Dove vai con i capelli così scomposti? Datti una pettinata!

Siediti composto, quando imparerai l’educazione? Stai diritto con la schiena!

Spaparanzarsi comunque ribadisco che esprime generalmente una pura goduria, una rilassatezza completa, e normalmente non si usa per rimproverare qualcuno per l’eccessiva scompostezza assunta su una poltrona, una sedia o un divano.

Adesso un breve ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite: sarà pure una posizione goduriosa, ma quando mio figlio si schiaffa davanti alla tv e si spaparanza sul divano a me viene subito il nervoso. Altro che storie!

Karin: Colpa tua che non l’hai educato come si deve!

Hartmut: e ti pareva che anche oggi non ci scappava la discussione!