828 Fare conto

Fare conto

Trascrizione

Ecco una delle tante locuzioni che ho utilizzato inavvertitamente (cioè senza farlo apposta, senza volontà) in un episodio e che puntualmente mi è stato chiesto di spiegare: “fare conto“, una locuzione che ho usato nell’episodio dedicato a “come“.

Il contesto spesso aiuta capire il senso di questa locuzione, comunque è sempre gradita una spiegazione. Ad ogni modo non si deve mettere l’articolo alla parola conto, altrimenti fare il conto è ad esempio ciò che fa il proprietario del ristorante quando il cliente deve pagare il conto per pagare ciò che ha mangiato. Si parla, in questi casi, di effettuare un calcolo matematico.

Fare conto”, senza l’articolo, può avere due diversi significati.

Può significare “fare finta”, quindi si usa per considerare un’ipotesi vera, considerare un fatto presente come vero, anche se non lo è, con la finalità di usare l’immaginazione spesso per trarre una conseguenza, anche se solo ipotetica.

Es:

Se sono con una ragazza che deve togliersi i vestiti e si vergogna di farlo davanti a me, posso dirle:

Fai conto che io non sia presente

Fai conto di essere sola

Fai conto che io sia cieco

Quindi è proprio come dire “fai finta” che io non ci sia, fai finta di essere sola, fai finta che io sia cieco. Quindi stiamo dicendo:

Non è così, non sei sola, perché ci sono anch’io ma la cosa può essere imbarazzante.

Allora immagina di essere sola, immagina che io non sia qui a guardarti.

Vedete che se diciamo “fai conto che”, è bene usare il congiuntivo (questa sarebbe la regola) anche se nelle comunicazioni informali come sappiamo si usa spesso lindocatico presente.

Fai conto che io non ci sono/sia

Fai conto che non sono/sia qui con te.

Se. Invece usiamo la preposizione “di” non si usa il congiuntivo:

Fait conto di essere sola

Se invito un amico a casa mia, per farlo sentore a suo agio posso dirgli:

Fai conto di essere a casa tua

Ma volendo potrei usare “che” :

Fai conto che ti trovi a casa tua

Un secondo uso, diverso dal primo, si usa per fare una specie di promessa.

Ad esempio, se la mia fidanzata mi chiede un anello di diamanti, il cui costo si aggira sui 10000 euro, io potrei dirle:

Fai conto di averlo già al dito

Vale a dire:

te lo regalerò, puoi starne certa

ti assicuro che questo anello sarà tuo.

Ti prometto che l’avrai

Vediamo un secondo esempio.

Il mio capo mi chiede urgentemente un lavoro.

La mia risposta potrebbe essere:

Fai conto che io lo abbia già fatto.

Fai conto che ho già fatto il lavoro

Anche questa è una promessa, e l’obiettivo è rassicurare il mio capo, fargli capire che è come se avessi già fatto il lavoro, perché sono sicurissimo che farò ciò che mi hai chiesto. In questi casi usare “fare finta” non è appropriato perché non si tratta di immaginare il presente ma il futuro, che si può ancora realizzare.

La parola “conto” si usa anche in espressioni diverse, come “tenere conto“, che può infatti essere usata allo stesso modo, per immaginare il presente, proprio come “fare conto”.

Tuttavia, tenere conto si usa prevalentemente nel senso di considerare, tener presente, tenere in considerazione, o anche per sottolineare qualcosa di importante da non dimenticare.

“Fai conto” come ho detto, in questo secondo uso è una specie di promessa, e una cosa simile accade nella locuzione “contare su” qualcosa o qualcuno.

Conta su di me” infatti significa fidati di me, abbi fiducia in me, e si parla sempre del futuro.

Quindi per fare una promessa posso usare entrambe le locuzioni. Es:

Fai conto che hai ottenuto il risultato

Conta su di me, ti aiuterò a ottenere il risultato

Vuoi sapere se ti aiuterò? Contaci!

Si dice anche, quando ci si aspetta che una persona mantenga una promessa, o semplicemente crediamo che accadrà qualcosa e ci comporterei di conseguenza.

Ci conto!

Mi raccomando, ci conto!

Domani andrò al mare, perché conto sul fatto che non pioverà

In quest’ultimo caso non c’è una persona di cui fidarsi, ma speriamo e crediamo che domani non pioverà, e conseguentemente decidiamo di andare al mare. Se non avessimo contato su questo non avremmo preso questa decisione.

Io invece dovrei tener conto del fatto che questo episodio fa parte della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente e di conseguenza non tirarla troppo per le lunghe.

Adesso vediamo un ripasso, poi l’esercizio per vedere quanto avete appreso di questo episodio e casomai ripetere l’ascolto. L’esercizio in questione è appannaggio dei soli membri dell’associazione.

Ripasso episodi precedenti (a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente)

Sergio e Edita: qui, nel nostro gruppo whatsapp dell’associazione Italiano Semplicemente di volta in volta capita che il nuovo episodio venga costruito, così, su due piedi, grazie a una domanda posta o un dubbio sorto da chicchessia.
Che meraviglia!

Marcelo: infatti, non si lascia nulla di intentato per approfondire le questioni della lingua del sì.

Mariana: si, e quanto a me, davvero cerco di dare fondo a tutte le mie energie per tenere il passo, ma non ci riesco sempre.

Peggy: ma dai, è ovvio che non si può sempre seguire tutto, e poi l’ascolto di ogni episodio va quantomeno bissato, o persino trissato se più complicato. Siamo tutti sulla stessa barca.

Irina: non abbiamo di che lamentarci però. Le risorse non mancano per imparare, ognuno con i propri tempi. Lo dico a scanso di equivoci, perché nessuno venga tacciato di non stare sempre sul pezzoe venga apostrofato per questo. Non sia mai.

Bogusia: hahahaha, forse quando si parla troppo di grammatica qualcuno inizia ad aver voglia di cazziare il colpevole. Però questo non mi tange minimamente, perché anch’io sono propensa a evitarla.

827 Fare il bis

Fare il bis

Trascrizione

Siete mai stati al teatro la Scala di Milano?

Se la risposta è sì, allora conoscete anche il significato di “fare il bis”.

Succede spesso che gli spettatori chiedano il bis dopo un’esibizione alla Scala. Ma quello non è l’unico luogo in cui è possibile fare il bis.

Il bis è una ripetizione. Quindi se il pubblico ha particolarmente gradito una performance può chiedere il bis.

Un’espressione che si usa in molte circostanze, non solo al teatro, ma soprattutto a tavola, durante il pasto

Fare il bis, quando siamo a tavola, significa prendere un secondo piatto della stessa pietanza, cioè prendere un piatto una seconda volta.

Quindi se parliamo di performance artistiche fare il bis significa ripetere, ovviamente a richiesta del pubblico, un brano di uno spettacolo, specialmente negli spettacoli musicali, mentre più in generale vuol dire fare qualcosa una seconda volta.

Vi piace molto la pasta che vi hanno servito al ristorante?

Allora chiedete se è possibile fare il bis di pasta.

Si può fare il bis di pasta?

Si tratta sempre di qualcosa di piacevole, perché se si vuole ripetere un’esperienza è perché la prima volta avete provato piacere, che sia l’ascolto di un brano musicale che l’aver gustato un piatto prelibato.

Fare il bis è un’espressione ma si può esprimere lo stesso concetto attraverso un verbo: bissare.

Posso bissare la pasta?

Bissare è esattamente come fare il bis, quindi ripetere una seconda volta, replicare.

Fare il bis al ristorante tra l’altro è gratis, e in genere è ristoratore che chiede se qualcuno vuole fare il bis.

Anche a casa si usa spesso.

Qualcuno vuole il bis di carne?

Vale a dire:

Qualcuno vuole un secondo piatto di carne?

Qualcuno vuole la carne una seconda volta?

Qualcuno vuole la carne una volta ancora?

È comunque possibile bissare una canzone, ma anche bissare una vittoria, bissare un successo.

Se una atleta vince le olimpiadi nel 2020, se nel 2024 bissa il successo significa che vince anche nel 2024, e questa è la sua seconda vittoria. Ha fatto il bis.

L’atleta ha vinto una seconda volta quattro anni dopo, cioè l’atleta ha fatto il bis quattro anni dopo, l’atleta ha bissato la vittoria 4 anni dopo.

Non possiamo usare fare il bis e bissare in altre occasioni, specie se non legate al piacere. Una qualunque di altro tipo è solo una ripetizione.

E che succede se lo facciamo tre volte?

Si dice in questi casi “fare il tris” o trissare, ma è molto meno usato rispetto a fare il bis e bissare.

Edita: siamo arrivati in Spagna, ultima tappa del nostro viaggio dopo aver visitato l’Italia! Abbiamo conosciuto svariati e bellissimi luoghi, e la frase che abbiamo ascoltato maggiormente è stata “digitare pin e tasto verde!

Peggy: il momento topico senza dubbio è stato la riunione annuale dei membri di IS!…

Albéric: si, certo!…ma ricordo anche il contagio del Covid, che è arrivato come un fulmine a cielo sereno!

Rafaela: non sembrava plausibile fare un viaggio così lungo in Italia (3 mesi, per inciso) ma sicuramente, per quanto mi riguarda, è assolutamente congeniale ai miei gusti!

Per i membri:

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826 Propendere

Propendere

Trascrizione

Parliamo di scelte e decisioni.

Parliamo anche di opinioni.

Quando dobbiamo prendere una decisione, spesso usiamo il verbo propendere.

Cosa? Non l’avete mai usato?

Fino ad oggi no, capisco, ma lo farete in futuro!

Se usiamo questo verbo non esprimiamo un’opinione netta, decisa, ma è come se avessimo fatto una valutazione, una riflessione, e alla fine decidiamo qual è il nostro pensiero su una questione.

Più precisamente, vogliamo dire che siamo favorevoli a una soluzione o una decisione.

Che facciamo, proviamo a uscire anche se forse potrebbe piovere? Rischiamo?

Io propendo per il si, e voi?

Io propendo per aspettare un po’ e vediamo come si mette il tempo!

Propendere per il si o per il no si usa spessissimo.

In generale usiamo la preposizione per seguita da un verbo all’infinito:

Io propendo per provare, per aspettare eccetera.

Non è detto ci sia un verbo però.

Es:

Che facciamo, la guerra oppure trattiamo?

Io propendo per un compromesso.

Io propendo per trattare

Io propendo per la guerra

Usare questo verbo dunque è un modo per esprimere un’opinione pensata, su cui si è riflettuto e sulla quale si sono fatto le dovute riflessioni.

Ha senso usarlo quando c’è una alternativa.

Non posso dire ad esempio:

Oggi propendo per leggere un libro.

Questa è solamente una decisione.

Invece ha senso dire:

Ho un bel libro da leggere, oppure potrei fare una passeggiata col mio amico Marcelo.

Io propendo per la passeggiata!

Dunque, si usa nei casi in cui vi sia dubbio o necessità di scelta.

Non si usa sempre la preposizione per:

Giovanni ha detto che nelle sue spiegazioni non parla mai di grammatica:

Io propenderei a credergli, e voi?

Come facciamo a scegliere la preposizione da usare?

Si usa la preposizione “a” quando il senso è più vicino a essere incline, essere disposto. L’alternativa è meno marcata, meno netta, non esattamente definita. Sto dicendo che sono disposto a fare qualcosa.

Es: se c’è un problema e credo che si sistemerà. Posso dire:

Propendo a credere che tutto si sistemerà.

È simile a “penso che“. In questi casi si usa anche “essere propenso”:

Sono propenso a credere che si troverà una soluzione.

Con questa forma “sono propenso” (propensa al femminile) si usa sempre “a” seguita dal verbo all’infinito.

Vedete che c’è un pensiero, spesso una speranza, ma anche una riflessione.

Pensiamo un attimo alla radice del verbo propendere:

Propendere è simile a “pendere“, quindi possiamo considerare, com immagine un piano inclinato. E se mettiamo una pallina su un piano inclinato la pallina va in una direzione precisa: va in discesa. Fate conto che quella pallina è il vostro pensiero: va in una certa direzione. Tende ad andare in quella direzione.

Si usa anche una forma più formale: essere incline a, molto simile a essere propenso a:

Sono incline a credere che la crisi non terminerà a breve.

L’inclinazione è però un concetto più complesso. Lo vediamo nel prossimo episodio di due minuti con Italiano Semplicemente. Con l’occasione parleremo anche della cosiddetta propensione.

Concludo dicendo che per esprimere lo stesso concetto del verbo propendere si può anche semplicemente usare la forma condizionale:

Mare o montagna quest’anno?

Propendo per la montagna

Oppure:

Io andrei in montagna

Io sceglierei la montagna.

Quindi io propendo per fare diventa io farei. Io sono propenso a mangiare puo diventare io mangiarei eccetera.

Adesso il ripasso del giorno.

Ricordatevi che la caratteristica degli episodi di questa rubrica, la caratteristica che contraddistingue questa rubrica dalle altre è proprio la presenza dei ripassi, che servono a rispolverare ciò che abbiamo già spiegato e questo lo facciamo per non dimenticare.

Un metodo unico che non trovate in nessun altro sito.

Dimenticavo che dopo il ripasso i membri possono fare anche un l’esercizio che consiste nel rispondere a 10 domande.

Marcelo: dopo due mesi e passa che giro in Italia, devo ammettere che mi manca un po’ la mia casa. Tra l’altro ho lasciato svariate cosette in sospeso.

Mariana: Ciao marcelo, già scalpiti per il ritorno a casa? Di questo giro per il bel paese non ne puoi piú? Mi vedo costretto a dirti che stai provando il rovescio della medaglia.

Irina: Arriva sempre il momento in cui il corpo inizia a pagare lo scotto, e non te la senti di fare altro.
In pratica te ne freghi di tutto il resto e al coltempo ti verranno in mente in sacco di posti che non hai visitato ma ormai la frittata è fatta e ti sei reso conto che è arrivato il momento del rientro!

Ulrike: Voglio farti una domanda: è plausibile un altro viaggio simile a questo in futuro?

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43 – PIN e tasto verde

PIN e tasto verde

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Trascrizione

Lezione numero 43 di Italiano Commerciale.

Se non avete mai acquistato nulla in Italia, non conoscete questa frase: “PIN e tasto verde”.

È la frase che pronuncia ogni volta il cassiere o la cassiera di ogni supermercato italiano ogni volta che si paga con il bancomat o la carta di credito.

Il PIN, lo sapete tutti, è il numero che viene digitato sulla tastiera ed è il vostro numero segreto, che solo voi dovete conoscere. Dopo aver scritto il PIN vi viene però richiesto di premere anche il tasto verde che si trova in basso a destra sul tastierino del POS.

PIN e tasto verde” è quasi una parola d’ordine alla cassa.

Chissà quante volte viene pronunciata ogni giorno.

Ad ogni modo il tasto è ciascuna delle piccole leve, di plastica, che formano la tastiera, che sia quella del pc, del pos, o del cellulare o anche del pianoforte e altri strumenti musicali, che servono ad azionare un meccanismo.

Il POS invece è il terminale di pagamento, un POS (letteralmente, “punto di vendita” che in inglese sta per “Point of Sale”) è un dispositivo elettronico e informatico e il suo ruolo consiste nel permettere di effettuare pagamenti elettronici mediante l’utilizzo di carte di credito o bancomat.

Il tasto verde invece serve per dare l’ok, quindi, una volta inserito il PIN, serve a inviare il pagamento. Riguardo al verbo da usare, il tasto verde va premuto (verbo premere) così come vanno premuti i numeri che compongono il PIN. Premere significa esercitare una pressione, in questo caso con il dito.

Significa sottoporre a pressione, si può dire anche “schiacciare“, un verbo che si usa a volte in luogo di premere, sebbene schiacciare abbia altri significati, anche abbastanza negativi, tipo schiacciare il nemico.

Premere è simile anche a spingere, ma non si usa spingere per i tasti.

Naturalmente quando si dà una carta per pagare, questa carta può essere solamente un bancomat, solamente una carta di credito oppure entrambi, come nel mio caso. La mia tessera è sia bancomat che carta di euro credito e alla cassa mi viene sempre chiesto di scegliere come effettuare il pagamento. La cassiera dice:

Carta o bancomat?

Io scelgo quale circuito utilizzare, dopodiché digitare pin e tasto verde per dare l’ok.

Ho usato la parola circuito, un termine che generalmente ha a che fare con l’elettricità (il circuito elettrico, il cortocircuito ecc. perché ci si riferisce alla circolazione della corrente elettrica), ma è proprio questo termine che si usa quando occorre distinguere tra bancomat e carta si credito.

Si chiamano “circuiti di pagamento“, utilizzati sia per il servizio di prelievo di denaro contante da sportelli automatici sia per il pagamento di beni e servizi presso i terminali POS, appunto.

Non è sbagliato chiamarli circuiti, infatti quando si sceglie di prelevare denaro o di pagare, scegliendo il circuito di pagamento, si prendono due strade diverse, attivate da segnali elettrici.

Non ricordate Il PIN? Non vi resta che pagare in contanti, cioè usando monete e banconote.

– – –

La lezioni di italiano commerciale sono normalmente dedicate ai soli membri dell’associazione.

Se vuoi leggere e ascoltare tutti gli episodi, unisciti a noi:

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825 Come

Trascrizione

In questo episodio non vedremo i vari utilizzi di “come” che è un avverbio, una congiunzione e una preposizione a seconda del caso.

Potremmo distinguere infatti una decina o forse più di utilizzi diversi, ma resterete stupiti soprattutto di uno di questi usi, in cui “come” si utilizza con lo stesso significato di “appena” o anche “non appena“:

Come arrivo a casa ti chiamo

Questo uso normalmente non si trova nei dizionari perché è colloquiale. Si usa, come vedete, il presente indicativo e non il futuro.

Come arrivo a casa ti chiamo* quindi significa” appena arriverò a casa ti chiamerò”, oppure “non appena arriverò a casa ti chiamerò”

Aggiungere “non” è facoltativo come abbiamo visto nell’episodio dedicato a “appena“.

Vediamo altri esempi:

Scusi, mi sa dire la strada per arrivare ai musei vaticani?

Certo, vede quel semaforo? Come lo supera, giri subito a destra.

Quindi: non appena superato il semaforo bisogna voltare a destra.

Subito dopo” è un’altra possibile alternativa:

Subito dopo aver superato il semaforo occorre girare a destra.

Naturalmente, come abbiamo visto nel sopracitato episodio dedicato ad appena, ci sono altri usi di “appena” e dunque in questo episodio ci si riferisce solamente a quello equivalente a “subito dopo”, con o senza il non pleonastico.

Questo speciale uso di come è simile anche a “quando” e anche “ogni volta che“:

Come l’ho incontrato, gli ho detto cosa pensavo di lui!

Come vado al supermercato, compro tutto ciò di cui c’è bisogno

Mi raccomando, come arrivi in ufficio vieni da me!

Vi ho detto che l’utilizzo è colloquiale, ma pensate che anche Dante e Leopardi hanno usato “come” in questo modo. Oggi però, soprattutto allo scritto, si preferisce usare “appena”, “non appena”, “subito dopo“, “immediatamente dopo“, “subito dopo” e “quando”. 

Adesso basta con la spiegazione. Anzi no, facciamo altri due esempi e poi come li finisco facciamo il ripasso del giorno. Poi per gli associati faccio qualche domanda a seguire dell’epiosodio, per vedere se avete assimilato correttamente il concetto. Per gli altri, sappiate che basta iscriversi all’associazione e anche voi potrete mettervi alla prova.

Facciamo una cosa, ripassiamo e nello stesso tempo facciamo altri esempi di questo curioso uso di “come“.

Moglie: Ma quando arrivi a casa? Solo le venti e passa! Vedi di arrivare altrimenti…

Marito: come esco dall’ufficio ti chiamo! Stai tranquilla! Ma tanto lo so che come arrivo mi farai un cazziatone e forse mi darai anche il solito Aut Aut!

Moglie (2): non fai che lamentarti per come ti tratto! Mi dai sui nervi! Ti metto a posto io come arrivi!

Nonna: se volete faccio da tramite! Ma non voglio essere indiscreto!

Cugina: non credo abbiano bisogno di comunicare per interposta persona. Poi così facendo potrebbe infierire anche su di te!

Figlia: siamo alle solite! Ogni volta che papà fa tardi sono guai. Meglio che nessuno si metta in mezzo!

Esercizi

 Disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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L’istanza – ITALIANO PROFESSIONALE

L’istanza

Durata: 11 minuti

Sezione: approfondimenti

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Descrizione

Oggi vediamo il termine istanza, in questo nuovo approfondimento di italiano professionale.

 Disponibile ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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824 Variato, svariato, variare e svariare

Variato, svariato, variare e svariare (scarica audio)

Trascrizione

Ulrike: Ciao Gianni, in uno dei recenti episodi hai usato la parola svariato (hai detto “svariate espressioni”).

C’è un differenza tra svariato e variato? Esistono entrambi i verbi svariare e variare?

Non riesco a stabilire una differenza chiara. Magari non c’è?

Giovanni: ti ringrazio per la domanda Ulrike.

Una bella domanda devo dire.

Svariate espressioni significa semplicemente parecchie espressioni, quindi tante, una quantità non definita di espressioni, ma comunque un discreto numero. Io l’ho usata in questo senso.

Svariate e svariati, sempre al plurale, ha anche questo significato. Si tratta di uno dei tanti modi diversi per esprimere il concetto di “elevato numero” di qualcosa. Ma vediamo meglio.

Se passiamo al singolare abbiamo svariato e svariata.

Qui bisogna fare attenzione perché potrei ugualmente esprimere lo stesso concetto:

Nella lingua italiana c’è uno svariato numero di regole grammaticali.

Oppure:

Nel sito italiano Semplicemente c’è una svariata quantità di episodi.

Questo uso di “svariato”, sia al singolare che al plurale però, è da intendere non sempre esattamente come un numero elevato di qualcosa.

È vero che posso dire che una persona anziana ha uno svariato numero di anni, ma “svariato” può avere lo stesso senso di “variato”, senza la esse iniziale.

C’è qualcosa che varia, cioè che cambia. Il verbo variare infatti è simile a “cambiare” quindi parliamo di cose diverse, cioè variate. Possiamo anche dire cose svariate.

Questo uso però non è molto diffuso.

Nell’uso più diffuso però si parla generalmente di tipologie diverse. Quindi non è esattamente come tante cose (tutte uguali), ma tante tipologie diverse della stessa cosa.

Es:

Nel museo ci sono tanti quadri di stili svariati.

Al pranzo di nozze c’erano le pietanze più svariate

Quindi si parla di stili diversi, di generi diversi, di tipologie diverse.

Una cosa è dire che ci sono svariati quadri (nel senso di tanti) e un’altra cosa è dire che ci sono quadri di svariati stili.

Questo secondo modo di usare “svariati” e “svariate”, i cui si parla di varietà, è sicuramente più appropriato e più usato.

Quindi ad esempio:

La Fiat ha realizzato svariati modelli di automobili.

La nostra agenzia ha venduto svariate tipologie di appartamenti.

Quindi è vero che le automobili sono tante, ma di stili diversi, e i modelli sono svariati. Ogni modello è diverso dall’altro.

Anche gli appartamenti sono tanti ma diversi tra loro.

Con questo significato, svariati, con la esse iniziale, sicuramente si usa di più rispetto a variati, senza la esse iniziale.

Infatti variati, variato, variate e variata si usano maggiormente quando uso il verbo variare e solo in alcuni casi si preferisce a svariato se lo usiamo come aggettivo:

Io ho una alimentazione molto variata.

In questo caso è aggettivo e si preferisce variata a svariata.

Solitamente però non è così.

Io recentemente ho variato la mia alimentazione.

Questo invece è un uso del verbo variare.

Non possiamo usare svariare in questo caso.

Anche svariare esiste come verbo, ma ha un significato un po’ diverso.

L’utilizzo più usato di questo verbo indica sempre un tipo di cambiamento, una variazione, ma è molto vicino anche a uno spostamento, una deviazione, come ad indicare una qualità nel riuscire a cambiare senza problemi.

Si usa molto nello sport:

Questo calciatore riesce a svariare su tutta la parte sinistra del campo.

Questo significa che questo calciatore riesce a spostarsi con delle azioni estemporanee, improvvisate e avvolgenti. Non ha problemi a spostarsi di posizione. Occupa le posizioni più svariate.

È come dire che varia la sua posizione ma lo fa con efficacia e scioltezza.

Mio figlio, quando suona il pianoforte, riesce a svariare da Mozart a Beethoven senza alcun problema.

Il verbo svariare indica dunque sempre una variazione, ma c’è una certa intraprendenza nel variare qualcosa, una qualità nel riuscire a variare.

Un altro uso di svariare è “svariare con la fantasia”, o “svariare con la mente” che si usano nel senso di muovere la mente, avere idee diverse, cercare di lavorare con l’immaginazione, non pensare sempre alle stesse cose.

Per capire quali nuovi bisogni nasceranno nell’uomo tra 1000 anni bisogna certamente svariare con la fantasia: avremo forse bisogno di respirare su Marte? Oppure avremo bisogno di viaggiare nel tempo? Riuscite a svariare con la mente e a immaginare?

Quindi ricapitoliamo: svariato, generalmente si usa per indicare tipologie diverse, generi diversi, mentre variato è più usato come verbo. Esiste anche svariare ma si usa diversamente perché può indicare una qualità nel cambiare o nel muoversi, anche con la mente.

Adesso ripassiamo alcuni episodi precedenti e poi, nell’ormai consueto esercizio finale, vi faccio 10 domande sull’episodio di oggi, che prevedo non saranno molto semplici. Potete mettervi alla prova per capire se avete assimilato le SVARIATE informazioni che vi ho dato. Si tratta di indovinare la parola mancante in ogni frase. Alla fine avrete anche la soluzione.

Ricordo a tutti che per diventare membri basta richiedere la propria adesione nella pagina dell’associazione.

Marcelo: ieri sera il caldo che faceva mi dava sui nervi, e per calmarmi mi sono incamminato verso i sentieri del monte San Pietro!

Hartmut: Eh, che vuoi che ti dica, caro Marcelo. Gli addetti ai lavori hanno detto che dobbiamo rassegnarci a queste temperature per via dello scellerato atteggiamento di noi uomini.

Khaled: Sapete che questi stessi sentieri sono stati percorsi nientepopodimeno che da Papa Lucio III nell’anno 1185! Sono dei veri meandri per raggiungere la cima.

Karin: Ho letto che ci sono due percorsi per ascendere. Una corsia per quelli a cui piace arrampicarsi e un’altra corsia, ma preferenziale, solo per anziani e bimbi.

Irina: Si, vero. La prima è difficile farla tutta una tirata, ma per me che sono molto in forma, entrambe sono abbastanza congeniali!

Sofie: E fu così che dovettero andarla a prendere con l’elicottero!! Una grave perdita per tutti noi!

Danita: cosa? Sarebbe una battuta questa? Abbastanza gratuita direi.

Peggy: Dà prova di coraggio Irina, fagliela vedere che non ti manca il fegato. Altro che elicottero!

Esercizi

10 domande per mettervi alla prova sull’episodio. Seguono le risposte.

 Disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Fare da tramite – ITALIANO PROFESSIONALE

Fare da tramite

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Descrizione

Questo approfondimento di italiano professionale riguarda le intermediazioni. Parliamo di rapporti professionali e anche dei verbi che si usano quando non c’è un rapporto diretto tra due persone.

Durata MP3: 10:47 minuti

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Brevi manu – ITALIANO PROFESSIONALE

Brevi manu

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Descrizione

Dopo aver visto “per le vie brevi”  vediamo un’altra locuzione: “brevi manu”. Anxhe questa lezione fa parte del corso di Italiano Professionale.

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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823 I meandri

I meandri (scarica audio)

Trascrizione

 

Irina: Sembrava non mi venisse niente in mente, mentre d’emblée, dai meandri dei miei pensieri è sbucato un ripasso.

Giovanni: iniziava in questo modo il ripasso dell’episodio 722. In quell’occasione qualcuno si sarà chiesto il significato del termine meandri.

Un termine che si utilizza prevalentemente al plurale. Il singolare è meandro.

Ma cos’è un meandro?

È un oggetto?

No, il meandro non è qualcosa di materiale.

È un luogo?

Più o meno. Ci stiamo avvicinando.

In effetti i meandri, nel loro significato proprio, indicano quelle serpentine, quelle curve a forma di S che si verificano nel corso di alcuni fiumi che hanno una bassa pendenza. È simile al termine ansa quando si parla di fiumi. Ansa, più in generale, somiglia conunque più a insenatura.

Può anche indicare, ma soprattutto al plurale, un movimento intricato, complicato di strade dove è difficile orientarsi. Possiamo chiamarlo labirinto, oppure dedalo, in alternativa.

Si usano anche i termini groviglio, intreccio e intrico, che danno maggiormente l’idea di confusione. Meandro dà invece maggiormente l’idea della complicazione e di qualcosa di nascosto dove ci si perde facilmente.

Anche nei meandri del fiume ci finisce dell’acqua che sembra essersi persa nel suo percorso, rimanendo intrappolata in un meandro, senza via d’uscita.

Possiamo allora dire che se andiamo a Roma, rischiamo di perderci nei meandri della città.

Oppure possiamo dire che in una casa molto grande c’è un meandro di corridoi e di stanze o c’è un meandro di cunicoli.

I meandri possono indicare anche dei luoghi nascosti, difficili da trovare, da raggiungere, soprattutto in senso figurato.

Ci sono molte informazioni e ricordi nascosti nei meandri della nostra memoria.

L’uomo può fare cose bellissime ma anche cose orribili, che possono uscire dai meandri dei nostri pensieri più profondi.

C’è un ricordo che si è perso nei meandri della mia mente.

Viaggio nei meandri dell’animo umano”, potrebbe essere il titolo di un film o di un libro in cui si esplora l’animo umano alla ricerca delle sue caratteristiche, anche quelle più nascoste.

Sicuramente si tratta di un termine che i non madrelingua non usano, o che almeno non usavano fino ad oggi.

Sappiate che se vi perdete qualcosa in casa, probabilmente sarà finito in qualche meandro nascosto.

Infine voglio dirvi che l’aggettivo recondito è spesso collegato al concetto di meandro. Si dice dii luogo nascosto e appartato, anche con un’idea di segretezza.

Recondito significa nascosto, sperduto, spesso anche molto lontano, e si usa ad esempio per indicare dei luoghi sperduti dove finiscono gli oggetti o le persone quando non si trovano o dei luoghi in senso figurato. Spesso è associato agli “angoli“.

Si dice anche di qualcosa quasi inaccessibile, irraggiungibili e spesso profondo e misterioso:

Le verità recondite

I reconditi misteri della fede

Angoli. È anche così che vengono chiamati i luoghi quando sono difficilmente raggiungibili, sperduti, lontani, remoti.

Si parla allora di angoli reconditi, di luoghi sperduti, di meandri nascosti, di luoghi molto lontani. In questo senso dunque un angolo e un meandro possono essere considerati più o meno sinonimi.

Ricordate l’aggettivo remoto? Lo abbiamo trattato in un episodio passato e parlavamo in quel caso soprattutto di lontananza.

Nella speranza che non vi siate persi nei meandri della spiagazione, vi invito ad ascoltare il ripasso di oggi, in cui parliamo proprio di meandri.

Poi per i membri dell’associazione propongo infine le 10 oramai consuete domande sull’episodio di oggi, alla fine, dopo la spiegazione.

Come sempre, chi vuole entrare nella nostra associazione basta fare richiesta. Diventando membri vi aspetta anche il gruppo whatsapp dove si discute e si fa pratica tutti i giorni su ciascun episodio. Ci sono ovviamente io che vi aiuto a chiarire tutti i dubbi.

Senza contare che si ha accesso esclusivo a tutti gli episodi dedicati ai soli membri, tra cui il corso di Italiano Professionale.

Edita: Mi è capitato di perdermi nei meandri di alcuni vicoli di Roma. In questi casi è bene portare con sé una cartina.

Mary: infatti. Non che un cellulare non basti, ma metti che poi non hai campo?

Marcelo: per quanto mi riguarda, mi oriento molto facilmente (basti pensare che non uso normalmente Google maps e men che meno cartine) e posso anche cambiare strada se quella iniziale sembra complicata.

Peggy: però, secondo un antico detto, chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova.

Esercizi

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Programma settimanale 25-30 luglio 2022

Programma settimanale 25-30 luglio 2022

Quotidianamente nel gruppo whatsapp dell’associazione si fanno le attività seguenti:

– vengono registrate le frasi di ripasso degli episodi precedenti.

– Si corregge la pronuncia quando è sbagliata)

– Si correggono le frasi quando sbagliate

– Si fanno esempi e si chiariscono dubbi

Programma

Lunedì: spiegazione di “i meandri”

Martedì: Trascrizione e commento del notiziario sul gruppo whatsapp dell’associazione (solo per membri) + spiegazione di ” Lo squallore”

Mercoledì: Italiano professionale – “brevi mano” (solo per membri).

Giovedì: la giornata della voce sul gruppo whatsapp + ripasso episodi precedenti (solo per membri)

Venerdì: cultura italiana: ascoltiamo, vediamo e commentiamo uno spezzone del film “Roma città aperta!

Sabato: leggiamo e commentiamo una storia del Decamerone nel gruppo whatsapp dell’associazione Italiano Semplicemente (solo per membri)

Per iscrizioni: italianosemplicemente.com/chi-siamo

822 Dare su

Dare su

Trascrizione

Vediamo oggi un uso particolare ma molto diffuso del verbo dare. “Dare su” è la locuzione alla quale mi riferisco, che ha due utilizzi in particolare.

Il primo è “dare sui nervi” che può essere anche “dare ai nervi”.

Si tratta di una espressione colloquiale che si usa quando qualcosa (soprattutto parliamo di un atteggiamento o un comportamento di una persona), ci dà fastidio, o meglio, quando questa cosa ci innervosisce.

Che significa?

Se una cosa ci rende nervosi, ci irrita, si può anche dire che ci dà sui/ai nervi.

Però sono soprattutto le persone e i loro comportamenti a dare sui nervi.

Se non si tratta di questo, solitamente possiamo usare il verbo numero innervosire, rendere nervosi o anche l’espressione “farsi prendere dal nervosismo” , che significa sempre irritarsi.

Dunque, un contrattempo può farmi innervosire.

Lo stesso vale per tutte le cose inaspettate che hanno conseguenze negative su di noi.

Quando passa il treno? Quest’attesa mi sta innervosendo/snervando

Non farti prendere dal nervoso per così poco!

Se invece si tratta di comportamenti è molto facile che si usi l’espressione dare sui nervi.

Giovanni quando insiste in questo modo mi dà proprio sui nervi!

Ma cosa sono i nervi?

Parliamo semplicemente delle fibre nervose, quindi si riferiscono al nostro sistema nervoso.

Nel linguaggio comune però con il termine nervi si intende la condizione psichica di una persona e si usa specialmente in espressioni figurate allusive a un insufficiente controllo della propria emotività in certe situazioni, o un intenso logorio psichico.

Si usano spesso espressioni tipo “avere i nervi” o anche “avere i nervi a fior di pelle”, “avere i nervi a pezzi”.

Quando si deve mantenere il controllo invece è bene mantenere i nervi saldi.

Molte cose comunque fanno venire i nervi. Si usa anche “urtare i nervi” con lo stesso senso di “dare sui nervi”.

Che nervi che mi fai venire!

Mi urti i nervi!

Mi dai sui nervi!

Sono frasi equivalenti.

In generale il cattivo umore spesso è manifestato con una frase che contiene il termine nervi.

Il secondo modo di usare “dare su” invece è simile al verbo affacciarsi.

La finestra della mia camera sul cortile.

Quindi quando mi affaccio dalla finestra della camera si vede il cortile. La finestra della camera si affaccia sul cortile, cioè la finestra dà sul cortile.

In quale camera vuoi dormire? Va bene quella che dà sul giardino o preferisci l’altra che dà sulla strada?

Si può utilizzare in teoria anche con le porte, con le facciate cioè con i muri, non solo con le finestre. Al posto di dare a volte si usa anche guardare:

La finestra guarda sulla strada.

Mi affaccio alla finestra e cosa vedo?

Vedo la strada.

Altre volte il verbo non si usa proprio:

La finestra sul cortile

Questo, tra l’altro, è anche il titolo di un vecchio film.

Attenzione perché non sempre, quando incontriamo “dare su” siamo di fronte a questi due utilizzi di cui vi ho parlato: dare sui nervi e dare nel senso di affacciarsi.

Questo sì deve ai tanti utilizzi del verbo dare.

Es:

Avete consigli da dare sulla lingua italiana?

Ognuno può, dare su questo argomento il suo contributo.

Abbiamo alcune notizie da dare su di noi.

È sbagliato dare su questo aspetto letture diverse dalla nostra.

La mia automobile il meglio lo dà su strada sterrata.

Adesso un bel ripasso e poi per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente faccio 10 domande sull’episodio di oggi. Seguiranno anche le risposte.

Nel ripasso di oggi si parla di vacanze.

Peggy: Visto che oramai l’aria nel gruppo sa di vacanza, non ti dico che voglia che ho di andare a lavorare in questo periodo. Non me la sento di fare qualunque cosa, ma solo di sognare di avviarmi seduta stante per una vacanza bell’e buona. Quale che sia il posto con una bella spiaggia mi andrà benissimo.

Khaled: Io invece, sebbene non sia proprio in vena di concludere il mio lavoro, (sarà comunque con i fiocchi però) ,dovrò farlo e tra una settimana e passa sarò tranquillo/a di godere della mia vacanza in montagna con la famiglia, spaziando in luoghi colmi di verde. Ragazzi, ho sentore che sarà uno svago da dio.

Hartmut: Guarda, il facente funzione del mio direttore mi ha chiesto di fare gli straordinari tutto agosto. Ma va’ ! Non esiste proprio, gli ho risposto. Ho già sacrificato due anni di vacanze estive. Questa volta non c’è santo che tenga, partirò di sicuro. Buone vacanze a tutti.

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821 Avere fegato, coraggio, le palle

Avere fegato, coraggio, le palle

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di coraggio.

Dovete sapere che il termine coraggio deriva dal termine cuore.

Se ci pensiamo infatti le persone coraggiose, quelle che hanno coraggio, hanno una elevata forza d’animo, che permette loro di affrontare situazioni difficili, situazioni che farebbero battere il cuore per le forti emozioni e in particolare la paura. Loro invece riescono a dominare la paura di fronte a situazioni difficili.

Per esprimere il concetto di coraggio ci sono diverse modalità nella lingua italiana. Esistono anche svariate espressioni o frasi fatte.

Le persone che dimostrano molto coraggio si dice ad esempio che hanno un coraggio da leone.

Ci vuole un coraggio da leone per affrontare Mike Tyson sul ring, ad esempio.

Dar prova di coraggio. Questa è un’altra frase molto usata.

Per dar prova di coraggio ci vuole ovviamente un’occasione.

Un’occasione in cui una persona dimostra di aver coraggio. Quella occasione è la dimostrazione, dunque rappresenta la prova che non manca il coraggio a questa persona.

Per rappresentare il coraggio spesso si utilizza il fegato.

Sapete cos’è il fegato? È un organo del corpo. Per la precisione il fegato è un grosso organo che nell’essere umano è situato nel l’addome e chissà perché ha sempre rappresentato un simbolo di coraggio.

Avere fegato. Questa è l’espressione normalmente utilizzata per dire che una persona è molto coraggiosa.

Si usa spesso nei film.

Non hai il fegato di sfidarmi a duello!

Non sempre però possiamo usare il fegato al posto del coraggio.

Ad esempio se vogliamo esortare, spingere qualcuno a non perdersi d’animo, a resistere, a perseverare, ad insistere, a non mollare davanti a situazioni difficili, a non scoraggiarsi di fronte alle sfide e agli ostacoli possiamo semplicenete dirle:

Coraggio!

Coraggio, ce la puoi fare.

In questo caso non possiamo usare il fegato, che piuttosto si utilizza quando manca il coraggio e vogliamo offendere questa persona:

Colpiscimi, avanti! Ti manca il fegato per farlo!

Non hai abbastanza fegato per sfidarmi!

Esiste poi il cosiddetto “coraggio della disperazione” , cioè quel coraggio che insorge, che nasce nell’animo di fronte a situazioni disperate, per le quali non sembra esistere alcuna via di uscita. E allora, di fronte a una situazione così disperata non resta che una strada da percorrere:! Farsi coraggio e andare avanti.

Farsi coraggio è un’altra locuzione molto usata.

Fatti coraggio, dai, non mollare!

Anche questo è un modo per esortare ad avere coraggio.

Stavo per abbandonare la sfida, poi mi sono fatto coraggio e ho proseguito.

Ti devi fare coraggio, dimostra a tutti che hai del fegato!

In alcune occasioni il termine coraggio si utilizza per sottolineare la sfacciataggine, l’impudenza di una persona.

Se ad esempio un ragazzo viene trovato a rubare, lui potrebbe provare a giustificarsi nonostante la colpa evidente.

Allora si potrebbe dire a questo ragazzo:

hai ancora il coraggio di parlare?

La sfacciataggine, anche detta impudenza, è la mancanza di ritegno. Di fronte a situazioni chiare, in cui è evidente la propria colpevolezza, si ha il coraggio di negare la verità evidente, tanto che si avrebbe voglia di prendere a schiaffi questa persona, per quanta mancanza di rispetto ha avuto.

In effetti ci vuole coraggio anche per avere un comportamento di questo tipo, che si definisce appunto impudente o anche insolente.

Attenzione, non ho detto imprudente, con la erre, ma impudente. Infatti l’imprudenza è la mancanza di prudenza, cioè dell’attenzione necessaria quando si parla d sicurezza.

Esiste anche l’espressione “prendere il coraggio a due mani” .

Questa è un’altro modo per esortare ad avere coraggio.

Prendi il coraggio a due mani e affronta la sfida!

Si tratta di un grande coraggio di cui c’è bisogno.

Prima abbiamo visto anche la locuzione “farsi coraggio” usata per spingere qualcuno ad avere coraggio nel frase qualcosa.

Non tutti però riescono a farsi coraggio, perché il coraggio uno non se lo può dare, diceva il poeta Manzoni.

Una frase quest’ultima che è talvolta ripresa e usata contro delle persone che, loro malgrado, mancano di coraggio, perché non l’hanno mai avuto.

Questo tipo di persone possono essere indicate in modo diverso. Uno di questi è cacasotto.

Un eggettivo ovviamente molto familiare che viene da “cagarsi sotto” cioè avere talmente paura da farsela addosso. Farsela sotto e farsela addosso sono altre due espressioni che indicano paura e si riferiscono sempre, in modo figurato, alla stessa attività del farsi la cacca addosso. Ce ne siamo già occupati.

Visto che ci sono, non posso non citare l’espressione “avere le palle”, del tutto simile a “avere fegato” ma ovviamente ne rappresenta la versione volgare. Le palle sono il modo più diffuso per chiamare i testicoli maschili.

Avere le palle, almeno in teoria, sarebbe dunque una prerogativa maschile, ma oramai questa è un’espressione entrata nel linguaggio colloquiale e indica l’assenza di paura nell’affrontare una situazione di pericolo o imbarazzo.

Non hai le palle per chiedere il divorzio da tua moglie!

Giovanni, insultato ingiustamente dal professore, ha avuto le palle di rispondergli, rischiando la bocciatura.

Comunque, che si parli di fegato o di palle, sempre di coraggio stiamo parlando.

Tutt’altra cosa è se le palle sono anche definite “quadrate“.

Le palle quadrate sono un modo molto originale di indicare una persona molto sicura di sé oppure una persona molto competente in una certa materia o in una certa professione.

In genere questa sicurezza implica anche coraggio, ma più in generale si parla in questo caso di sicurezza, di capacità di raggiungere con determinazione e convinzione un obiettivo.

Beninteso, la forma dei testicoli è assolutamente fuori discussione. Non c’entra nulla.

In realtà è la forma del quadrato che rappresenta in qualche modo queste caratteristiche di una persona.

Una persona “quadrata” è una persona che ha le sue regole, regole precise da rispettare, è molto precisa e non cambia mai idea, sa il fatto suo e non è molto flessibile. Trasmette sicuramente un pregio, da una parte: la precisione, la chiarezza delle idee e degli atteggiamenti, la linearità, e anche la correttezza e la competenza, ma anche alcuni difetti: la rigidità, la scarsa flessibilità, e difficilmente si mette in discussione.

Essere delle persone quadrate non è però come avere le palle quadrate, modalità volgare ovviamente quest’ultima, che indica come detto alta professionalità in un mestiere o molta sicurezza nei propri mezzi.

Insomma, avere le palle, avere le palle quadrate e essere persone quadrate solitamente hanno significati un po’ diversi.

Adesso ripassiamo e poi potete fare un test con 10 domande per capire quanto avere capito dell’episodio di oggi. Quest’ultima è una possibilità offerta ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente, ma tutti voi potete unirsi a noi se volete. Inviate la vostra richiesta dalla pagina italianosemplicemente.com/chi-siamo.

Ora vi saluto perché vado al mare.

Marcelo: ragazzi, scommettete che anche oggi il nostro presidente sta a spaparanzarsi su una sdraio su qualche spiaggia sarda?

Ulrike: embè? Ne va della sua professionalità? Piuttosto sta ricaricando le energie.

Peggy: beato lui. Putacaso avessi il coraggio di licenziarmi seduta stante mi precipiterei a fare una cosa del genere come il nostro presidente. Meglio mi sentirei se tutto questo godimento fosse a titolo non oneroso.

Albéric: apro una parentesi. Sapete che una volta l’ho accusato di essere un fannullone che non fa niente dalla mattina alla sera e lui mi ha fissato negli occhi imperterrito e mi ha detto di rispettare l’undicesimo comandamento. La cosa piu’ inquietante e’ che ha pronounciato queste parole non lasciando trasparire nessuna emozione.

Anthony: e cosa sarebbe l’undicesimo comandamento? Attendiamo lumi. Non tenerci sulle spine però!

Peggy: c’è già un episodio in merito.

Esercizio:

10 domande e risposte disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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820 Imperterrito

Imperterrito

Trascrizione

Giovanni: Un aggettivo interessante quello di cui voglio parlarvi oggi: imperterrito.

Ha a che fare con le emozioni.

Anthony: Ci sono infatti delle persone che, in certe situazioni, si mostrano assolutamente padroni delle emozioni, tanto che non lasciano trasparire alcuna emozione, alcun turbamento, quando invece le circostanze sembrano alquanto meritevoli di emozioni ed altre persone non sarebbero rimaste così imperterrite.

Invece c’è chi, imperterrito, si mostra assolutamente calmo e padrone di sé, sembra indifferente a quanto sta accadendo.

Si solito è successivo ad un verbo:

Giovanni ascoltava imperterrito le accuse di tutti i suoi compagni dopo aver sbagliato un’occasione da gol.

Quindi Giovanni, durante una partita di calcio, ha sbagliato un gol e tutti i compagni lo hanno accusato. Lui invece di sentirsi e di mostrarsi imbarazzato o colpevole, sembrava non provare alcuna emozione e li guardava imperterrito, cioè senza mostrare emozioni.

C’è anche una sfumatura di spavalderia, come a volersi mostrare superiore, indifferente, quasi a voler sfidare qualcuno:

Tutti dicevano a Maria che i leoni sono pericolosi, ma lei rimase imperterrita davanti al felino che ruggiva.

Maria dunque non mostrava alcuna paura davanti al leone. Ostentava indifferenza di fronte al leone (non ho usato casualmente questo verbo, per rappresentare la nota di spavalderia), leone che, in teoria, avrebbe dovuto turbarla, spaventarla, terrorizzarla, scuoterla o suscitare in lei almeno una reazione emotiva.

Giovanni: Dunque chi ostenta indifferenza di fronte a cose che dovrebbero tirarlo o suscitare una qualsiasi reazione lo fa in modo imperterrito.

Anthony: Avete visto che si utilizza quasi come un intercalare, infatti quasi sempre si potrebbe togliere senza danno per la frase, tipo:

Lui continuava imperterrito la sua strada nonostante i pericoli.

Altre volte invece è diverso:

Mi guardava imperterrito

Imperterrito somiglia molto a imperturbabile.

Imperturbabile, cioè non si può perturbare, cioè non si può turbare.

Se qualcosa mi turba, mi dà fastidio, mi disturba, mi scuote emotivamente.

Giovanni: Una persona ad esempio può essere imperturbabile, cioè capace di dimostrare in qualsiasi occasione una calma composta e serena. Impossibile turbare una persona imperturbabile.

Anthony: Una persona imperturbabile non si scompone, non mostra alcun turbamento di fronte a fatti e situazioni difficili, rimane impassibile, imperterrita.

Come altro sinonimo spesso si usa anche impavido, per sottolineare l’assenza di paura, oppure a volte anche ostinato, quando si continua imperterriti a fare la stessa cosa, nonostante gli insuccessi, ma questo è un uso più raro del termine.

Altre volte si utilizza anche l’aggettivo impassibile, ad indicare che nessuna emozione riesce a passare, cioè ad apparire evidente sul viso.

Giovanni::Adesso meglio ripassare, tanto per non perdere l’abitudine.

Marcelo: si dice che fare un lavoro che ti va molto a genio sia un po’ come non lavorare.

Peggy: Al principio, pensavo così anch’io. Tuttavia con il passare del tempo, mi sono reso/a conto che a volte il concetto non è così semplice. Qualche fattore, che so, la responsabilità, la scadenza che ci corre dietro, persino le persone con cui collaboriamo influenzano il nostro stato d’anima di brutto. Dunque, al di di tutto, è sempre meglio avere un lavoro che ci sconfinfera piuttosto che il contrario. Altro che storie!

Albéric:

Marcelo: si dice che fare un lavoro che ti va molto a genio sia un po’ come non lavorare.

Peggy: Al principio, pensavo così anch’io. Tuttavia con il passare del tempo, mi sono reso/a conto che a volte il concetto non è così semplice. Qualche fattore, che so, la responsabilità, la scadenza che ci corre dietro, persino le persone con cui collaboriamo influenzano il nostro stato d’anima di brutto. Dunque, al di di tutto, è sempre meglio avere un lavoro che ci sconfinfera piuttosto che il contrario. Altro che storie!

Albéric:
Un ragionamento da prendere con le molle quello di cui ci parla Marcelo. Coloro che la pensano così, pare che non sappiano distinguere i concetti di lavoro e fatica. Lavoro è energia volta ad un fine determinato. Benaccetto se divertente, ma resta pur sempre lavoro.

Adesso mettiamoci alla prova con 10 domande sull’episodio.

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819 Gratuito e oneroso

Gratuito e oneroso

Trascrizione

Anthony:

Ragazzi buonasera. Oggi parliamo di gratuità.

Cosa? Non sapete cosa sia la gratuità?

Vi dice nulla la parola gratis?

La gratuità riguarda le cose gratuite. La gratuità è la possibilità di fruire di un bene o di un servizio senza pagamento.

Insomma la gratuità, con l’accento sulla a, è delle cose gratis, che non si pagano.

Magari fosse solo questo, vero?

Si, è vero, le cose gratuite non si pagano. Quindi la gratuità riguarda le cose gratuite.

Ma una cosa è gratuita non solo quando è gratis.

Se qualcuno vi regala un libro, lo fa gratuitamente, senza compenso o pagamento. Non bisogna dare soldi, perché non sono richiesti.

Le cose gratuite, si dice anche che non sono a titolo oneroso, cioè non si pagano.

Questo è un linguaggio burocratico. Quando si acquista un bene o un servizio, si paga per averlo, quindi si tratta di beni e servizi a pagamento.

Non si tratta di un omaggio. Si dice appunto che questi beni o servizi sono a titolo oneroso.

Ma soldi a parte, le cose gratuite sono sempre poco gradite.

Infatti si dice spesso di comportamenti gratuiti.

Perché si dicono gratuiti e perché sono qualcosa di negativo?

Prima di tutto notate l’accento della pronuncia di gratuito.

Riguardo al perché, si dice che un comportamento è gratuito quando è immotivato, cioè quando manca un motivo che lo giustifica, manca un fondamento logico, una ragione alla base del comportamento.

Si usa sempre però nel caso di torti o cose che recano danno a qualcuno.

Sei proprio stupido!

Risposta: La gratuità della tua offesa mi stupisce!

Anche in questo caso si parla di gratuità, sebbene non ci sia niente di gratis, ma c’è comunque qualcosa di gratuito, qualcosa che non corrisponde ad altro, qualcosa che non è una reazione motivata a un comportamento, ma è qualcosa di gratuito.

Perché mi hai offeso gratuitamente? Cosa ho fatto per meritarmi questo?

Quindi c’è in realtà una analogia tra le cose gratuite perché non si pagano, cioè cui non corrisponde alcuna forma di pagamento o di compenso e quelle gratuite perché non corrispondono a una ragione precisa.

In entrambi i casi manca una corrispondenza.

Dunque cosa può essere gratuito dal punto di vista figurato?

Solitamente una affermazione quando è priva di qualsiasi motivo o fondamento.

Spesso anche le accuse sono gratuite.

Sei stato tu a rubare dal mio portafogli!

Risposta: perché questa accusa gratuita nei miei confronti? Sai bene che non ho mai rubato in vita mia.

Spesso è qualcosa di immeritato, come in questo caso.

Se io ti do un calcio nel sedere, tu puoi dirmi che si tratta di qualcosa di assolutamente gratuito, perché non ti spieghi il motivo di questo calcio.

Sia il termine gratuità che l’aggettivo oneroso sono non esattamente di uso comune. Oneroso nell’uso colloquiale diventa “a pagamento”, mentre gratuito diventa gratis e quando si tratta di comportamenti si usa offensivo, immotivato, senza ragione, o si usano termini come cattiveria e crudeltà.

Usare la gratuità è molto più sofisticato e anche elegante quando si vuole accusare una persona:

Questo tuo atteggiamento è assolutamente gratuito.

La gratuità della tua accusa mi lascia sconcertato

L’aggettivo oneroso spesso si trova nell’espressione “a titolo oneroso” che sta per a pagamento.

Si tratta di linguaggio giuridico. Un tipico atto a titolo oneroso è la compravendita (lo scambio di un bene verso un prezzo).

La vendita di un immobile è un contratto a titolo oneroso.

Anche il mutuo per acquistare casa è a titolo oneroso, sebbene esista anche quello a titolo non oneroso, cioè, a titolo gratuito o detto più semplicemente, gratuito.

Ovviamente non posso usare il titolo oneroso quando parliamo di comportamenti. I concetti di gratuità e di onerosità in questo caso non possono usarsi in modo contrario.

Esercizio

Peggy: io l’unica cosa gratuita che abbia mai ricevuto sono degli insulti. È accaduto una volta con uno che mi accusava di avergli rubato il parcheggio. E dire che aveva la faccia pure simpatica.

Hartmut:

magari ti ha insultato tanto per.

Irina:
Che vuoi che ti dica Peggy. Questo tipo di insulti purtroppo fanno parte del traffico stradale, allora niente di trascendentale, anzi, da prendere con filosofia. Sono in tanti quegli uomini, benché sembrino simpatici, che ritengono la ricerca di un parcheggio una gara e la perdita del parcheggio desiderato una vera e propria sconfitta.

Estelle:
In queste circostanze prima di tutto bisogna stare zitti, e secondo poi non arrabbiarsi! Checcé se ne dica, questo tizio avrebbe potuto prenderti a pugni. Sei cascata bene!

Esercizio: 10 domande e 10 risposte.

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818 Perdite e sconfitte

Perdite e sconfitte

Trascrizione

Giovanni: attualmente mi trovo in vacanza e appena fuori del nostro appartamento, all’improvviso, si è scoperta una grossa perdita d’acqua dall’asfalto. Credo che dovranno intervenire urgentemente altrimenti si potrebbe rompere l’asfalto e magari qualche automobile potrebbe finire male.

Allora mi è subito venuto in mente questo termine: “perdita“.

In questo caso ho parlato di una perdita d’acqua, che si verifica quando dell’acqua esce da dove non dovrebbe uscire.

Una perdita d’acqua proviene dalla rottura di un tubo o anche da una guarnizione di gomma che non funziona più.

Se vedete dell’acqua sul pavimento o sul muro, probabilmente avete una perdita da qualche parte, oppure avete lasciato il rubinetto aperto.

Il rubinetto perde? Questo accade quando, pur chiudendo il rubinetto dell’acqua, continua a uscire un po’ d’acqua dal rubinetto. La cosa potrebbe anche farti perdere la pazienza…

Comunque meglio la perdita d’acqua che la perdita dei capelli. A quella generalmente non c’è rimedio.

Anche la perdita del fiato è abbastanza preoccupante perché si vede che siete affaticati e avete bisogno di riposare. Evidentemente avete corso a perdifiato. A meno che non abbiate visto una ragazza (o un ragazzo) tanto bella da far perdere il fiato.

Quest’ultima è un’espressione idiomatica.

Il fiato si perde anche col caldo o col freddo eccessivo. Quest’ultima è anch’essa una sensazione, provocata dall’improvviso cambio della temperatura però, e non dalla bellezza di una persona.

Questa perdita di fiato può essere considerata positiva, ma mai come quella relativa alla perdita di peso 🙂

Comunque, quello che mi interessa oggi è distinguere la perdita dalla sconfitta.

Dico questo perché quando si perde una partita parliamo di sconfitta, ma se un calciatore si fa male torniamo al concetto di perdita.

Ronaldo si fa male e per tre partite non potrà giocare. Una perdita importante per la squadra.

Ci sarà una regola? Certo!

Come definizione del termine perdita troviamo “una improvvisa mancanza di una determinata disponibilità, associata spesso a detrimento, danno, rovina”.

Insomma qualunque cosa sia a disposizione e all’improvviso non lo è più. In questi casi possiamo parlare di una perdita. In genere le perdite sono sempre brutte notizie!

La perdita dei capelli ne sono un chiaro esempio, ma possiamo parlare anche della perdita della vista e della vita.

Quando hai perso la vista?

La perdita della vista risale al 2020.

Che è come dire che ho perso la vista nel 2020.

Si possono anche avere perdite al gioco. In questo caso sono i soldi che non ci sono più.

Riferito a persone, vi si associa il significato di morte.

Ho perso mio padre nel 1973.

È stata una grave perdita per me.

Si usa molto comunque in campo economico:

Quest’anno siamo in perdita.

Questa è una eccedenza dei costi sui ricavi in operazioni economiche.

I costi superano i ricavi. Quindi siamo in perdita.

La sconfitta è una perdita? No, perché non è qualcosa che avevamo e che poi abbiamo perduto.

La sconfitta è invece un insuccesso. Si parla di guerre, di battaglie o di competizioni sportive. La cosa che conta è che ci sia un avversario che ci sconfigge.

La sconfitta è l’esito (il risultato) negativo di una guerra o di una battaglia o di una partita, gara, competizione, anche politica.

Possiamo anche parlare dell’eliminazione di una malattia o di un male sociale o morale.

La sconfitta dell’aids.

Come sconfiggere il corona virus?

Esistono anche le sconfitte amorose, le più difficili da digerire forse.

Quello che non dobbiamo fare comunque è confondere la perdita con la sconfitta.

Eppure si può perdere la vita, un posto di lavoro ma anche una partita e la guerra.

Eppure la perdita della vita è la perdita del posto di lavoro indicano la perdita di qualcosa che prima si aveva e all’improvviso non si ha più.

Va bene, lasciamo perdere adesso e facciamo un ripasso di qualche episodio passato. Poi i membri possono rispondere a 10 domande per testare la comprensione dell’episodio di oggi.

Chi vuole mettersi alla prova può diventare membro collegandosi alla pagina italianosemplicemente.com/chi-siamo

Essere membri di Italiano Semplicemente significa anche avere accesso a tutti gli episodi del sito, a tutti gli audio-libri, al corso per principianti e alle lezioni di italiano professionale e italiano commerciale.

Insomma, cosa aspettate? Vi prometto che non sarà una perdita di tempo!

Adesso il ripassino.

Ulrike:
Se il presidente chiede un ripassino e nessuno alza le terga per abbozzarne uno, cosa significa?

Peggy:
Che vuoi che ti dica. Può darsi che manchi solo un bell’assist, un qualcosa che apra una breccia per tuffarsi nell’elenco della rubrica.

Estelle:
Vabbé, sono sincero/a. Io semplicemente non oso uscirmene con un ripasso improvvisato. Pavento che vengano a galla tutte le mie lacune linguistiche. Quale vergogna!

Sofie:
Macché vergogna Estelle, non esiste proprio! Buttati! Cimentarsi nell’esercizio di rispolverare le espressioni precedenti della rubrica è proprio un metodo edificante per colmare le nostre lacune. E poi c’è sempre Gianni, instancabilmente disposto a correggere il nostro lavoro.

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817 Che vuoi che…

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Che vuoi che…

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: che volete che vi spieghi oggi?

Forse potrei fare qualche esempio su come una brevissima pausa o il tono sia a volte importante per capire il senso di una frase.

Oppure potrei mettervi alla prova su come distinguere una vera domanda da una domanda retorica.

Potremmo fare entrambe le cose allora.

Ricordate l’episodio sulle domande retoriche, spero.

Una domanda retorica non è una vera domanda, anche se può sembrare una domanda.

Che volete che vi spieghi oggi?

Questa è una vera domanda.

Che vuoi che ne sappia io?

Questa è una domanda retorica.

Come distinguere? Questo è un dubbio che potrebbe nascere sempre quando c’è “che vuoi che” seguito da qualcos’altro.

Vediamo allora cosa può essere questo qualcos’altro:

Che vuoi che sia?

Questa è un’altra domanda retorica.

Questo genere di domanda, col verbo essere al congiuntivo, si usa per sminuire qualcosa, per sdrammatizzare, per dare meno importanza a qualcosa.

Es: un ragazzo è triste e spiega il motivo a un suo amico:

Maria mi ha lasciato. È una tragedia!

Risposta dell’amico:

ma che vuoi che sia? Alla nostra età più esperienze si hanno, meglio è.

È come dire: non è niente di grave, niente di così importante.

Esiste anche la forma al plurale “che vuoi che siano”.

Es:

Dovrò fare cinque esami quest’anno all’università.

Risposta: che vuoi che siano cinque esami in un anno?

Cioè: non sono tanti cinque esami.

Andiamo avanti:

Che vuoi, che non lo sappia?

Questa è un’altra domanda retorica. Significa: certo che lo so, è una cosa ovvia, lo trovi strano che io ne sia a conoscenza?

Avrete notato che in questo caso c’è una piccola pausa dopo “vuoi”.

La frase è equivalente a:

vuoi che non lo sappia?

Abbiamo già visto questo “vuoi che non“, e mettere un secondo “che” all’inizio serve solo a dare maggiore enfasi alla frase. Questo si può fare sempre.

Andiamo avanti:

Che vuoi che ti dica…

Questa può essere una vera domanda ma generalmente non lo è. È un’altra domanda retorica.

Questa frase si utilizza nel linguaggio colloquiale quando non si ha una chiara idea di qualcosa. Solitamente si tratta di cercare una ragione che ci spieghi qualcosa ma non ne abbiamo proprio idea e proviamo spesso a dare comunque una risposta.

Es.

Sai perché Giovanni ha deciso di diventare un prete?

Risposta: che vuoi che ti dica, sarà perché ha parlato con Dio, o forse perché ha avuto una crisi mistica.

Che è un po’ come dire: non saprei proprio cosa dirti, non lo so. Non so come rispondere, ma provo a ragionare e provo a dare una risposta.

Non è come dire: che vuoi che ci mangiamo oggi?

Questa è una vera domanda ma può diventare retorica se il frigo è vuoto.

che vuoi che ci mangiamo oggi che il frigo è vuoto?

Come distinguere? L’uso del congiuntivo può spiegare qualcosa? In realtà è vero che la frase “che vuoi che ti dica” è sempre usata in modo retorico e esprime sempre una forma di incertezza, di dubbio e di ricerca di una risposta. Spesso è preceduta da un “mah”:

Mah, che vuoi che ti dica?

A volte denota scoraggiamento, delusione:

Come va tuo figlio all’università?

Mah, che vuoi che ti dica, ha fatto un esame in due anni, speriamo riesca a sbloccarsi.

Dipende spesso anche dal verbo che si usa.

Che vuoi che faccia?

Questa in genere è una vera domanda. Spesso provocatoria, ma pur sempre una domanda.

Es:

Perché nei tuoi episodi fai tanti esempi?

Risposta: che vuoi che faccia, un episodio senza esempi? Non è possibile!

Vediamo adesso:

Che vuoi che ne sappia…

Un’altra domanda retorica.

In questo modo si esprime un convincimento mostrando un po’ di fastidio.

Chiedi a Giovanni come si usa il congiuntivo.

Risposta: ma che vuoi che ne sappia Giovanni di grammatica, che lui non la sopporta?

In queste frasi, col verbo sapere ma anche con altri verbi, c’è sempre una seconda parte della frase che inizia con “che”, come nel caso appena visto.

Altro esempio:

Che vuoi che ti racconti della vacanza, che l’ho passata interamente in quarantena per via del covid?

La seconda parte della frase serve a giustificare la prima, serve a spiegare il motivo.

“Che vuoi che” è equivalente a “cosa vuoi che”, e se sono molto arrabbiato possiamo anche aggiungere una parolina intermedia:

Che cavolo vuoi che abbia scritto sul compito, che non avevo studiato per niente?

Cosa cacchio vuoi che ci siamo detti io e Cathy, che lei non parla una parola di italiano?

Cosa diamine vuoi che ne capisca io di lingua latina, che non me l’ha mai insegnata nessuno?

C’è sempre un tono abbastanza irritato, perentorio, deciso.

Lo stesso concetto può avvenire comunque anche senza necessariamente contenere “che vuoi che”, ma il verbo volere non manca quasi mai.

Solo per farvi un esempio:

Ti aiuto io a recuperare matematica a scuola:

Risposta possibile:

Cosa vuoi aiutarmi tu, che non hai mai preso una sufficienza in matematica?

Abbiamo visto le forme più utilizzate: che vuoi che sia, che vuoi che ne sappia, che vuoi che ti dica, ma “che vuoi che” può essere seguito in realtà da tutti i verbi al congiuntivo, spesso con un tono scocciato, infastidito per qualcosa che si ritiene ovvio.

Es:

Mi dici perché 10 anni fa non mi hai fatto il regalo di compleanno?

Risposta:

ma cosa vuoi che mi ricordi di 10 fa che a malapena ricordo cosa ho mangiato oggi!

Oppure, se mia moglie mi dice: stai male? Sei un po’ troppo silenzioso oggi.

Mia risposta:

ma niente, che vuoi che abbia? Sono solo un po’ stanco.

Tanto per concludere l’episodio, se si parla con più persone si può anche dire “che volete che…“. Questo vale per tutti gli verbi.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Poi, tutti voi membri potrete verificare quanto avrete appreso di questo episodio rispondendo a 10 domande. Lo scorso episodio almeno un paio di domande hanno creato qualche difficoltà anche ai più bravi.

Chi volesse mettersi alla prova in questo e in altri futuri episodi invii la richiesta alla pagina di iscrizione all’associazione italianosemplicemente.com/chi-siamo

Ulrike: quale regione italiana vorreste visitare? A me piace il vino, ragion per cui vanno bene tutte. Dovendo scegliere però direi Toscana, che è più congeniale ai gusti di mio marito in fatto di cultura.

Marcelo: io meglio che sto alla larga dai vini. Il medico dice che potrebbe pregiudicare la mia salute.

Peggy: io non sono al corrente di quale siano i vini italiani più buoni, ma a detta di molti, si casca sempre bene.

42 – LA RICEVUTA BANCARIA – ITALIANO COMMERCIALE

La ricevuta bancaria

Trascrizione

Sofie: Lezione numero 42 di due minuti con Italiano Commerciale.

Oggi parliamo della RICEVUTA BANCARIA.

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

816 Le terga

Le terga

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Per i membri (registrati)

Trascrizione

Giovanni:

Episodio 816 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Da questo episodio ci sarà anche un modo per mettersi alla prova dopo aver letto e ascoltato la spiegazione: un file pdf a disposizione che potrete scaricare e stampare. Ci sono 10 semplici frasi da completare con le parole chiave dell’episodio. Nella seconda pagina troverete anche le soluzioni. Per poter visualizzare e scaricare questo file è necessario iscriversi all’associazione Italiano Semplicemente. 

Ma iniziamo con la spiegazione.

Come si chiama quella cosa che sta davanti e dietro ad ogni automobile, dove ci sono scritti numeri e lettere?

Si chiama targa. La targa è, più in generale, una sottile piastra di metallo che porta incisa una scritta, delle lettere, numeri o indicazioni.

Quella dei veicoli riporta la sua carta d’identità, e sta sempre dietro ogni veicolo.

Ebbene, anche se le targhe si trovano dietro le macchine (oltre che davanti nel caso delle autovetture), la targa non ha niente a che fare con le terga. Anche le terga stanno dietro, ma stanno solamente dietro.

Il termine terga è il femminile di tergo e significa proprio dorso, schiena, dietro.

Vi spiego meglio.

Notate innanzitutto che terga è femminile plurale e il singolare femminile (la terga) non esiste e non esiste neanche il plurale maschile.

Le terga indicano, a seconda delle occasioni, le spalle, la parte posteriore del corpo oppure il sedere, che sempre nella parte posteriore del corpo si trova.

Di uso frequente è l’espressione voltare le terga (o voltare il tergo). Significa volgere le spalle, voltare le spalle, ma con un atteggiamento di sprezzo, con ostilità.

Una persona che volta le terga ad un’altra, praticamente si volta dall’altra parte, si gira, le dà le spalle, e questo indica la mancanza di un aiuto, anzi una indifferenza verso i problemi di questa persona a cui vengono voltate le terga. Le terga in questo caso indicano vagamente anche il sedere oltre alle spalle.

La forma maschile, dicevo, è tergo. La locuzione “a tergo” si usa spesso in contesti tecnici per indicare che una cosa si trova dietro un’altra.

A parte questo uso tecnico, sul quale non mi soffermo, “a tergo” si usa anche nel senso di dopo, successivamente. Molto giornalistico come uso:

A tergo dell’incontro con il presidente, si terrà una conferenza stampa.

Abbiamo deciso, a tergo della conferenza di oggi, di non appoggiare più il Governo.

A tergo” si usa spesso anche per indicare la parte posteriore di un foglio di carta. È una alternativa a “retro“, però retro si usa in senso materiale, tipo fare una stampa fronte-retro, cioè stampare su entrambi i lati del foglio.

Tergo, oltre ad essere più formale, si usa in particolare per rinviare a quanto è scritto nel retro di un foglio, cioè per indicare che bisogna leggere dietro, che bisogna leggere o scrivere o porre attenzione al retro di un foglio.

Es:

A tergo del presente documento potete trovare le indicazioni per raggiungere l’hotel in cui si terrà l’incontro.

Si prega di firmare a tergo dell’assegno

Si deve apporre la firma a tergo della scheda elettorale

Nello sport si usa spesso invece “da tergo”.

Un calciatore ad esempio, interviene da tergo quando commette un fallo su un altro giocatore, cioè quando fa un intervento irregolare intervenendo da tergo, cioè da dietro. Il giocatore che riceve il fallo quindi non vede nulla. Per questo gli interventi da tergo sono molto pericolosi. Si usa spesso nelle radiocronache delle partite di calcio.

Al di là del calcio, posso anche dire che non ho partecipato alla riunione ma l’ho seguita da tergo. Cioè ho assistito senza partecipare, da dietro. Mi trovavo fisicamente dietro rispetto alle persone che partecipavano.

Torniamo alle terga, al plurale.

Abbiamo già parlato di voltare le terga e abbiamo detto che le terga indicano, a seconda delle occasioni, le spalle, la schiena, il dorso, cioè la parte posteriore del corpo, oppure il sedere.

Infatti se vedo una persona seduta sulla mia automobile, io, che ne sono molto geloso, potrei dire:

Potresti togliere le terga dalla mia auto?

Si tratta di un invito ad alzarsi o a “alzare le chiappe” se volessi essere più esplicito e volgare.

Oppure posso dire:

Chiunque abbia mai messo le terga su una bicicletta sa bene che è uno sport molto faticoso.

Dopo due ore passate in bicicletta poi è facile esclamare: ah, le mie povere terga!

A volte è un modo per evitare di dire chiappe o sedere o culo.

Un altro esempio:

I politici italiani tolgono difficilmente le proprie terga dalle poltrone del governo.

È l’ora del ripasso che come sempre avviene a tergo dell’episodio, e dopo potrete mettervi alla prova rispondendo alle 10 domande sul presente episodio per capire quanto avete appreso da 1 a 10.

Rauno: Ah Gianni, ci risiamo! Si fa presto a dire facciamo un ripasso. Ed io, valutando l’utilità per il mio apprendimento, generalmente mi sento seduta stante disposta a mettermi all’opera, ma quanto devo scervellarmi prima che si apra una breccia creativa che mi ispiri un tema degno di nota!

Marcelo: per essere un di cui dell’ episodio, niente male come ripasso!

Peggy: io invece, ho appena letto l’episodio che verte su Viterbo. Desidero assai visitarla in men che non si dica. Ora che faccio, mi incammino verso questa città dei papi come una vera pellegrina? Vabbè, forse è solo un pio desidero visto che sta facendo questo caldo, senza contare che sono decisamente a corto di tempo.

815 la breccia

La breccia

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Trascrizione

Giovanni: avete presente la breccia di Porta Pia a Roma?

Si tratta della cosiddetta “presa di Roma“, un evento storico importantissimo avvenuto nel 1870 con cui è avvenuta l’annessione di Roma al Regno d’Italia. Con la breccia di Porta Pia si ebbe quindi la fine dello Stato Pontificio e fu un momento di profonda rivoluzione per il potere dei papi.

Ma cos’è la breccia? Perché si chiama proprio breccia di Porta Pia?

Porta Pia è una delle ultime opere di Michelangelo Buonarroti.

È una delle porte delle mura aureliane di Roma.

Il venti settembre 1870 ci fu un combattimento tra le truppe del Regno d’Italia e quelle dello Stato Pontificio. Furono esplosi molti colpi di cannone da parte italiana col tentativo di aprire un varco, un’apertura, una breccia, appunto, da cui passare per portare a termine la missione della presa di Roma.

Bisognava prendersi Roma. Per farlo occorreva aprire una breccia nelle mura.

Alla fine accadde proprio questo, infatti a circa 30 metri sulla sinistra di Porta Pia si apri una breccia da cui passarono le truppe.

Il termine breccia ha esattamente il significato di una apertura praticata mediante strumenti bellici (cioè armi) in un recinto difensivo.

Questo termine si usa però anche al di fuori dell’ambito militare. Altrimenti non avrei fatto un episodio dedicato alla breccia.

In particolare esiste l’espressione “far breccia“, cioè fare breccia. Il senso figurato indica riuscire a colpire, riuscire a entrare, ma si intende colpire intimamente, quindi impressionare. Molto simile a “fare colpo” su qualcosa.

Sono riuscito a far breccia nel cuore di Maria

È una modalità direi più poetica per dire che sono riuscito a far colpo su Maria, ad aprire un passaggio per arrivare al suo cuore.

Questa è la breccia di cui si parla: l’apertura che mi permette di arrivare al suo cuore, ai suoi sentimenti.

Si può usare anche in modo più ampio, anche al di fuori dell’ambito sentimentale, nel senso di suscitare una certa impressione, destare interesse.

In questo senso “fare colpo” è comunque l’espressione più usata.

La mia macchina fa sempre colpo sulle ragazze

Far breccia meglio usarlo quando vogliamo indicare un certo sforzo nel raggiungere un contatto generalmente emotivo, per raggiungere un obiettivo.

Es: i costruttori su macchine cinesi prestano grande attenzione al design e alla qualità per far breccia nelle scelte dei consumatori europei.

C’è quindi questa necessità di aprirsi un varco per infrangere la resistenza opposta da qualcuno. Bisogna, in questo caso convincere i consumatori europei, cosa non facile.

C’è sempre una certa resistenza opposta che si vuole vincere.

Un cantante con un pubblico anziano potrebbe avere l’obiettivo di far breccia tra le nuove generazioni.

I nuovi calciatori acquistati da una squadra sperano di riuscire a far breccia nei cuori dei tifosi.

Vedere che la breccia è in qualche modo sempre legata alla speranza nel riuscire ad ottenere qualcosa: quando si apre una breccia la speranza aumenta.

Marcelo: quindi se ho ben compreso, con una pia illusione non si ha alcuna possibilità che si apra una breccia di speranza.

Ulrike: a meno che tu non abbia una corsia preferenziale.

Peggy: meglio stare alla larga dalle spintarelle. Preferisco fare il nullafacente tutta la vita piuttosto che essere sempre in debito con qualcuno.

Danielle: de gustibus; io se mi propongono un lavoro lo accetto seduta stante, altro che storie!

814 Incamminarsi

Incamminarsi

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Trascrizione

Giovanni: tutti conoscete il verbo camminare vero?

Niente di più facile.

Credo risulti molto utile imparare anche un verbo simile: incamminarsi.

Incamminarsi significa avviarsi verso un luogo a piedi, iniziare un percorso a piedi.

Come usarlo?

Es.

Siamo nel bosco. Tra un’ora sarà notte. Siamo ancora lontani da casa, quindi è meglio che ci incamminiamo.

Dunque: ci incamminiamo sta per “iniziamo a camminare”.

Di solito c’è una destinazione nota, ma può accadere che sia l’intero percorso ad essere noto. La cosa che conta però è che si inizi a camminare:

Incamminiamoci verso casa

Voi incamminatevi, io vi raggiungo tra poco.

Ci siamo incamminati verso il parco

Avrete notato che mentre camminare vuole l’ausiliare avere (es: i ragazzi hanno camminato), incamminarsi vuole il verbo essere:

I ragazzi si sono incamminati intorno alle 14, poi non abbiamo più avuto notizie

Mi sono incamminato un’ora fa

Ti sei incamminato troppo tardi

Maria si è incamminata prima di Giovanni

Noi ci siamo incamminati la mattina presto

I ragazzi si sono incamminati per ultimi

Incamminarsi è simile a avviarsi:

Io intanto mi avvio, ti aspetto al supermercato.

Mentre però ci si può avviare anche in moto, in macchina, in bicicletta o con qualunque altro mezzo, per incamminarsi non si devono usare nient’altro che i propri piedi.

È tutto per oggi.

Danielle: che dite? È capace che Giovanni non ce lo chieda il ripasso oggi?

Albéric: Questa è nient’altro che una tua pia illusione. Farà il suo solito appello, non c’è santo che tenga.

Marcelo: Pensate che la sua richiesta sarà rivolta erga omnes oppure sarà una richiesta fatta ad personam a qualcuno che si fa sentire di meno?

Irina: Giovanni non è solito chiamare in causa membri specifici, ma se faccio mente locale mi sembra di ricordare che l’abbia fatto nell’episodio dedicato all’espressione cogliere sul vivo.

Peggy: sbagli! Non voglio, appunto, coglierti sul vivo ma sei mezzo rimbambita! In quel caso ha nominato Antonio tanto per fare un esempio, quando parlava dell’episodio qui ti voglio.

Irina: rimbambita? Questo è il colmo! Fatti sotto allora! Non sia mai detto che io non abbia il coraggio di rispondere a tono ad una provocazione così sopra le righe.

Per le vie brevi – ITALIANO PROFESSIONALE

Per le vie brevi

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Trascrizione

Ammettiamo che dovere spedire una comunicazione per lavoro. Si può trattare di una richiesta oppure di una risposta ad una richiesta, ma comunque una comunicazione di carattere ufficiale.

Ammettiamo anche che questa domanda o questa risposta sia già stata anticipata a voce o via sms o via WhatsApp o in qualunque altra modalità non ufficiale e ora si tratta semplicemente di confermarla per iscritto.

La comunicazione scritta è ovviamente quella ufficiale e nel testo della comunicazione dobbiamo però far riferimento a questa comunicazione avuta in precedenza. Come fare?

Ad esempio possiamo dire così?

Come già anticipato a voce, le confermiamo che la sua richiesta non può essere accolta.

In questo caso si tratta ad esempio di una risposta di una pubblica amministrazione a un cittadino che ha fatto una richiesta.

A voce ci è stato detto che la richiesta è stata rifiutata ma la comunicazione ufficiale arriva successivamente per iscritto.

Oppure:

Come già detto faccia a faccia ….

Come ci siamo già detti in precedenza…

Come le è stato già comunicato al telefono stamattina…

Come già anticipato via whatsapp…

Queste sono tutte forme che possiamo usare all’orale, ma per le comunicazioni ufficiali esiste una formula ben precisa che si usa esclusivamente allo scritto, all’interno di una mail, una raccomandata o una lettera: per le vie brevi.

Es:

Come da accordi per le vie brevi, le trasmettiamo la nostra offerta economica.

Facendo seguito agli accordi per le vie brevi, si trasmette in allegato l’elenco delle strutture di nostro interesse

Come anticipato per le vie brevi, si comunica che la riunione prevista per il giorno 2 marzo è posticipata al 3 maggio, alla stessa ora e nello stesso luogo.

Dagli esempi si capisce anche che a volte si tratta anche solamente di fare una premessa alla nostra comunicazione, citando una precedente comunicazione non ufficiale, alla quale si fa seguito.

Ma perché si dice “per le vie brevi”?

Le vie brevi indicano una comunicazione diretta, immediata. E’ proprio ciò che avviene quando si parla al telefono o faccia a faccia o tramite un sms.

La comunicazione è breve, rapida, ma non può essere una comunicazione ufficiale perché non è stata messa per iscritto.

Le comunicazioni scritte sono spesso ricche di termini complicati per i non madrelingua. L’espressione di oggi ne è un esempio.

“Per” all’inizio significa “attraverso”, quindi “per le vie brevi” sta per “attraverso la via di comunicazione più breve”.

Nel prossimo episodio di italiano professionale vediamo un’altra modalità, abbastanza simile, relativa alle comunicazioni.

813 Capace che

Capace che

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Trascrizione

Giovanni: voglio parlarvi di un modo particolare per esprimere una possibilità.

Nella lingua italiana esistono molti modi per farlo. Sappiamo ad esempio che è previsto l’uso del congiuntivo quando si esprime una possibilità o un dubbio:

Credo si tratti di questo…

Immagino sia così..

Presumo possa essere accaduto questo…

Senza stare ad esplorare tutte le possibilità, oggi ne vediamo una in particolare: l’uso di “capace che”.

Es:

Oggi capace che nevichi!

Il significato più vicino a questa frase è:

Potrebbe accadere che oggi nevichi.

Oppure potremmo dire:

È possibile che oggi nevicherà

Può darsi che oggi nevicherà

È una modalità informale ma molto diffusa.

Quasi sempre c’è il verbo al congiuntivo, ma soprattutto all’orale non sempre si usa:

Perché Giovanni non risponde al telefono?

Risposta: capace che stia/sta facendo la doccia.

È abbastanza fréquente anche l’uso del verbo essere, ma non è obbligatorio:

È capace che Giovanni non ti sente/senta perché ha la suoneria spenta.

A volte è una risposta secca equivalente a “può darsi” , “è possibile“:

Secondo me a casa non c’è nessuno, che ne dici?

Risposta: è capace!

Questo non è l’unico caso in cui manca la congiunzione che.

Infatti posso anche dire:

Oggi è capace a piovere

Questo possiamo farlo solo se non parliamo di persone, perché usare la congiunzione “a” fa pensare alla classica capacità, cioe l’abilità nel riuscire a fare qualcosa.

Notate infatti che non stiamo parlando della capacità di una persona. Non c’è nessuno in questi casi che è capace o incapace a fare qualcosa. Parliamo invece della semplice possibilità che qualcosa accada o che sia accaduto.

Si sta esprimendo un’opinione e si afferma che le cose potrebbero stare in un certo modo. Non si ha nessuna certezza, ma è solo una possibilità non troppo remota.

Somiglia anche a “forse“, “è probabile“:

Dovete anche sapere che non esiste la forma negativa.

Non posso dire “non è capace che” oppure “incapace che” per dire che qualcosa è improbabile.

Vediamo altri esempi:

Guarda che facce quei due. Capace che stanotte non abbiano neanche dormito!

Dai sbrighiamoci, altrimenti nostro padre è capace che non ci faccia più uscire per una settimana!

Secondo me a quest’ora capace che dorma e neanche se ne accorge che rientriamo tardi.

Capace che abbiamo già superato i due minuti? Altroché!

Allora ripassiamo:

Ulrike: Ah che bello, Marcelo ed Edgardo sono tornati alla carica per viziarci con le loro belle foto dell’Italia. Temevo che si fossero beccati anche loro il virus e Invece, vivaddio, qualcuno viene risparmiato. Oggi comunque se ne sono usciti con nuove belle foto dal Sud-Italia.

Peggy: E fu così che dimenticarono l’Uruguay…

Marcelo: Sono stato chiamato in causa e allora eccomi qua: Marcelo in carne e ossa. Vi assicuro che sia io che Edgardo ce la siamo cavata senza avere nessuna corsia preferenziale. Direi che si è trattato di mera fortuna.

812 Pio e pia

Pio e pia (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: voglio parlarvi di un uso particolare del termine pio e pia (al femminile).

Carla:

Pio: voce imitativa del verso dei pulcini o degli uccellini di nido (per lo più raddoppiata: pio pio).

Giovanni: grazie Carla. No, veramente non mi riferivo al verso del pulcino, ma grazie per averlo detto. In effetti pio è anche questo.

Giorgio:

Pio significa anche devoto: un atteggiamento pio, cioe credente convinto e praticante. Conosco molte famiglie pie.

Giovanni: grazie Giorgio, ma si dice pie. Pia è il femminile singolare di pio e pie è il femminile plurale.

Comunque ci stiamo avvicinando al concetto di pio di cui voglio parlarvi oggi.

Infatti Giorgio vi ha parlato di devozione, cioè della adesione agli aspetti spirituali e formali del culto (di una qualunque religione) o delle pratiche religiose in genere.

Quindi una persona molto pia rispetta le regole imposte dalla sua religione, crede ciecamente in essa. Si dice anche che questa persona è praticante perché segue scrupolosamente le pratiche di una religione.

Allora arriviamo al senso scherzoso di pio e pia.

Bianca:

Illusorio, utopistico, forse in quanto frutto di un abbandono ingenuo e sprovveduto alla divinità.

Giovanni: ecco, proprio questo significato intendevo. Grazie Bianca. Quanti aiutanti oggi!

Illusorio, ha detto Bianca, utopistico. Chi crede troppo nella sua religione, chi si fida ciecamente, crede a tutto ciò che dice la sua religione e rischia di prendere una cantonata. Questo è il senso ironico.

E allora, ogni volta che una persona si illude, ogni volta che ha una speranza vana, cioè che non si realizzerà mai, possiamo dire che ha una pia illusione.

Se ha un desiderio irrealizzabile, allora possiamo dire che ha un pio desiderio.

Se spera in qualcosa che secondo noi non accadrà mai, possiamo dire che la sua è una pia speranza.

Spesso, come ho fatto anch’io poco fa, si usa vana e vano al posto di pia e pio: una vana speranza, un vano desiderio, una vana illusione. Ma vano ha un senso un po’ diverso. Significa inutile, inconsistente, privo di utilità. Anche uno sforzo può essere vano. Anche delle parole possono essere vane quando non sono ascoltate o quando non sono servite a nulla.

Spero che le mie non lo saranno ovviamente. Oppure lo saranno?

Carla:

Se ti illudi che tutti abbiano capito la tua spiegazione, la tua è una pia illusione, caro Giovanni.

Giovanni: ah, facciamo anche gli spiritosi adesso? Secondo me invece hanno capito tutti!

Bianca:

Adesso meglio che ripassiamo.

Giovanni: questo veramente spetta a me dirlo! Non cominciamo!

Irina: stamattina mi sento proprio bene. Per questo ho rifatto il tampone rapido dopo sei giorni. Coltivavo la speranza, poi rivelatasi vana, di essermi negativizzato. Una pia illusione la mia.

Ulrike: Che vuoi Irina. Un tampone evidentemente realizzato anzitempo. Devi armarti di pazienza. Il virus non si lascia tallonare.

Anthony: sapete che oggi dice male pure a me cioè l’insorgere di sintomi me lo sento anch’io ormai da 2 giorni. Si tratta di un certo non so che di raffreddare leggero. Mi tocca fare il tampone. Purtroppo sono a corto di test fai da te e non me la sento di uscire di casa!

811 La bottarella

La bottarella

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno a tutti.

Per la spiegazione dell’episodio di oggi mi sarebbe di grande aiuto Anna Marchesini, una famosa comica italiana che riusciva ad affrontare gli argomenti più delicati, ovviamente in modo esilarante.

Ci proverò anch’io oggi. La parola che vi spiegherò è BOTTARELLA.

Inizierò con i significati più innocui.

Anzitutto, una bottarella è una piccola botta, vale a dire un piccolo colpo, un colpetto, un colpettino, una pacca.

Si usa maggiormente nel Lazio in questo senso, soprattutto nel caso di piccoli incidenti stradali.

Qualcuno ha dato una bottarella alla mia auto, esattamente sul paraurti, uscendo dal parcheggio.

Hanno preso una bottarella sulla fiancata dell’auto.

Non è un grave danno, comunque si tratta di qualcosa di visibile.

La bottarella si usa anche quando un dispositivo non funziona perfettamente.

Non vi capita mai che dando una bottarella con la mano al vostro computer, alla radio, o meglio ancora, a qualche strumento meccanico, si sistema miracolosamente?

Una piccola botta su un lato e tutto funziona!

Di solito quello è il sintomo che tra non molto tempo non funzionerà più neanche la bottarella.

Es:

Non funziona più la macchinetta per fare il caffè con le cialde!

Risposta: dagli una bottarella sul fianco e vedrai che funziona.

A volte si usa anche col senso di “spintarella“, un aiutino per andare avanti al lavoro.

Chi ha bisogno di questo tipo di bottarella evidentemente non ha le qualità necessarie per essere preferito agli altri concorrenti.

Ma veniamo alla bottarella legata al concetto di fugacità, di cui abbiamo parlato lo scorso episodio.

Stavolta però la poesia e la malinconia di cui abbiamo parlato non c’entrano proprio niente. Infatti questo tipo di bottarella indica un rapporto sessuale di breve durata, dunque fugace.

La bottarella, in questo senso, è un termine usato quasi esclusivamente dagli uomini, e ovviamente fa parte del linguaggio colloquiale.

Un termine abbastanza maschilista direi.

Attenzione alla differenza tra sveltina e bottarella. Anche la sveltina è un rapporto sessuale di breve durata, ma la definizione esatta di sveltina è “incontro sessuale frettoloso” .

C’è dunque un problema di tempo a disposizione per fare un “normale” rapporto sessuale, che ha bisogno invece di tempi decisamente più lunghi.

Tutto questo tempo non c’è però, e questo problema si risolve con una sveltina, un rapporto fatto alla svelta.

La bottarella è tutt’altra cosa: La bottarella si dà, la sveltina si fa.

Mi spiego meglio.

La sveltina coinvolge equamente i due partner che consumano un veloce rapporto sessuale, mentre la bottarella si utilizza quasi sempre quando si dà un giudizio su una ragazza o una donna. Teoricamente comunque si potrebbe usare anche nei confronti di un uomo con lo stesso senso:

Guarda quella ragazza laggiù. Gliela daresti una bottarella?

Questo è un giudizio di qualità, ma non implica nient’altro che la gradevolezza fisica, l’aspetto fisico che giustificherebbe la voglia di avere un rapporto veloce (dunque non impegnativo) con quella persona.

Tra l’altro questa gradevolezza non è molto alta. Anzi, normalmente se uso questo termine è perché la ragazza viene ritenuta sufficientemente carina ma niente di più:

Non so tu, ma io una bottarella gliela darei!

La fugacità è prevalentemente indicativa della mancanza di sentimento, del sesso poco impegnativo e non necessariamente nella velocità nell’esecuzione.

Spesso lo stesso termine si usa anche in senso ancora più dispregiativo del sesso femminile:

La nostra amica è troppo nervosa ultimamente. Secondo me ha bisogno di una bottarella rivitalizzante.

Mi rendo conto di essere sceso molto in basso rispetto al passato episodio in cui vi ho parlato di Petrarca e Boudelaire, ma il mio compito è aiutarvi a capire ogni tipo di conversazione e dunque non ci dobbiamo formalizzare troppo.

Tra l’altro capire la lingua italiana può essere importante anche in questo caso.

Se un italiano vi dicesse che vi darebbe volentieri una bottarella, potete rispondere così:

Dalla a tua sorella!

L’italiano non insisterà a questo punto.

Adesso che siamo scesi più in basso che più non si può, vediamo cosa ci hanno preparato i membri di Italiano Semplicemente per ripassare gli episodi passati.

Ulrike: Ho sentore che Gianni abbia un nuovo episodio pronto. Ha chiesto un ripassino, il che è tutto dire. Io purtroppo sono ancora sguarnita di forza mentale a causa del covid. All’inizio speravo in un attacco virale piuttosto fugace, invece no; quale idea peregrina questa. Allora tocca a voi!

Albéric: Un ripasso di domenica, seduta stante, questo è il colmo! La fa facile lui quando la metà del cucuzzaro è ammalata di Covid per non aver preso le dovute distanze al ristorante durante la riunione dei membri.
E cosa ci dice Gianni? Attaccatevi al tram! Bella faccia tosta che non è altro! Non vorrei sfondare una porta aperta ma secondo me il virus non guarda in faccia a nessuno. Basta mangiare un piatto di pasta in compagnia, il che è tutto dire. Allora per il ripassino, se la veda lui!

Estelle: se un così breve ripasso non fosse congeniale a qualcuno, potrei dirvi che, tanto per aggiungere qualcosa, anch’io ho avuto il Covid e non sembravo più io per quanto ero stanca. Se vi sembra un di più fate finta che non abbia detto nulla.

810 La fugacità e il fascino dell’effimero

La fugacità e il fascino dell’effimero

Audio MP3 e Trascrizione PDF disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

Trascrizione

Giovanni: avete mai ricevuto uno sguardo fugace? Potrei chiamarla anche una rapida occhiata. Ma da oggi in poi abbiamo un nuovo aggettivo, molto più elegante da usare.

Fugace è un aggettivo molto interessante perché si può usare in molte occasioni.

Fugace, in origine, è ciò che fugge, che scappa (il verbo è fuggire) ma in realtà questo aggettivo non si usa normalmente in questo modo. Almeno non nel senso di scappare fisicamente.

Al limite, potrei definire una persona fugace non perché scappa via, ma per il suo atteggiamento fugace, cioè è una persona che ha paura di mostrarsi così com’è e allora tende a “scappare” , nel senso che i suoi rapporti con le persone (o con qualche persona) sono veloci, senza troppe confidenze, senza intimità. Potremmo anche parlare di persona sfuggente o sfuggevole.

Una persona così ci dà la sensazione che nasconda qualcosa o che, appunto, abbia paura di mostrarsi.

In generale l’aggettivo fugace si usa però per indicare le cose che hanno breve durata, che durano poco.

Spesso si tratta di cose piacevoli, e il fatto che durino poco, cioè che siano fugaci, non è pertanto una bella notizia.

C’è chi dice che tutte le gioie e i piaceri della vita siano fugaci.

D’altronde, dice il proverbio, la felicità dura come il sole di marzo.

Un aggettivo poetico, senza dubbio.

Spesso fugace si utilizza al posto di “veloce“:

Una volta sono andato in TV ma è stata un’apparizione fugace.

Quindi la mia apparizione è stata breve, brevissima.

Come detto, uno sguardo può essere fugace, una gioia, ma anche la giovinezza può essere definita fugace, considerando che non dura mai quando vorremmo.

Una speranza fugace, un dubbio fugace: entrambi, in questo caso durano poco, scompaiono subito.

E della fugacità della bellezza ne vogliamo parlare? E quella della vita?

Un aggettivo finora alquanto malinconico.

Fa pensare soprattutto alle cose belle che finiscono subito e che non tornano più.

Il poeta Petrarca parlava della fugacità del tempo e ne era ossessionato. Il titolo del suo sonetto “La vita fugge e non s’arresta un’oraè tutto dire.

Per non parlare di come Charles Boudelaire pensava al tempo, come “il nemico” (il titolo di una sua poesia) per la sua fugacità.

Ciò che è fugace viene spesso definito anche “effimero” .

Ma se fugace equivale a effimero, come mai si sente parlare del cosiddetto fascino dell’effimero? Cosa c’è di affascinante in ciò che dura poco?

A me effimero fa pensare ad una cosa che adesso c’è e tra un attimo non c’è più. Non resta niente.

Il termine effimero indica sempre qualcosa che di breve durata, come ad esempio i prodotti di scarsa qualità, che si rompono subito o che vengono subito sostituiti da altri prodotti maggiormente alla moda.

Il fascino dell’effimero è una frase che in realtà attacca il fenomeno del consumismo, basato sul consumo continuo di cose, anche se inutili e di poca durata. Anzi queste cose sono affascinanti proprio perché durano poco. Non sappiamo resistere all’acquisto di qualcosa di nuovo.

Possiamo dire che oggi viviamo nella società dell’effimero.

Effimero deriva dal greco e significa “che dura un solo giorno” , come la vita di alcuni insetti.

Può essere effimero anche un sogno che svanisce la mattina al risveglio (dopo un attimo non c’è più) o un desiderio che non si realizzerà mai o anche una promessa mai mantenuta.

Il tuo sogno di diventare ricco e famoso è più effimero di una promessa d’amore fatta su una spiaggia d’estate.

In effetti “effimero” , rispetto a fugace, fa più pensare al fatto che, dopo la breve durata, non rimane niente.

Si dice che bisogna stare lontani dalle cose effimere, soprattutto dai piaceri effimeri, perché sono inutili, inconsistenti e non lasciano traccia.

Fugace invece sottolinea maggiormente la velocità, la breve durata e spesso si associa al piacere che finisce presto, in men che non si dica.

Oggi vi ho parlato anche di Petrarca, di Boudelaire e di poesie.

E dire che la mia intenzione iniziale era di parlarvi di un’altra cosa che non ha nulla di poetico, (ma proprio niente!) ma che tuttavia è la cosa più fugace che ci sia.

Ve ne parlerò nel prossimo episodio, salute permettendo (per la cronaca mi sono appena beccato il Covid).

Per adesso ripassiamo fugacemente qualche episodio passato:

Irina: Giovanni, mi stai dicendo che ciò che finisce anzitempo può essere fugace? Oppure è il contrario?

Anthony: però le cose fugaci possono essere anche piacevoli proprio perché durano poco. Ma non voglio anticipare il prossimo episodio. La cosa potrebbe dare adito a polemiche.

809 La corsia preferenziale

La corsia preferenziale (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: conoscete il termine “corsia”?

Una corsia è una specie di via, di strada. È un luogo in cui si può passare, quindi un passaggio, spesso un corridoio.

Le corsie più note sono le corsie degli ospedali che sono delle sale con dei letti disposti lungo le pareti.

Anche al teatro e al cinema ci sono le corsie. La corsia in quel caso è lo spazio vuoto che si trova tra due file di poltrone, in cui si può passare. Ogni corsia divide due file di poltrone.

Anche nei tram e sugli autobus c’è la corsia che divide due file di sedili.

Nelle gare di atletica una corsia è lo spazio riservato a ciascun concorrente sulla pista o, nelle piscine di gara, lo spazio riservato a ciascun nuotatore.

Ogni atleta ha la sua corsia.

Anche sulla strada ci sono le corsie dove passano le macchine. Ci sono strade ad una sola corsia, strade con due o più corsie. Tra una corsia e l’altra ci sono delle strisce sull’asfalto. Tali strisce servono proprio a delimitare le corsie.

Nel caso di due corsie c’è la corsia di destra e la corsia di sinistra, che poi è detta anche la corsia di sorpasso.

Ci sono poi particolari tipi di corsie che vengono dette “corsie preferenziali”. Parliamo sempre di strada.

Al centro di Roma ce ne sono moltissime perché le corsie preferenziali sono quelle corsie in cui possono passare solamente i mezzi di trasporto pubblico.

Di solito queste corsie sono indicate con dei colori diversi per indicare agli automobilisti che sono riservate ai soli mezzi pubblici.

La corsia preferenziale però ha anche un significato figurato.

In un paese perfetto dove regna la democrazia non dovrebbero esistere corsie preferenziali.

Infatti le corsie preferenziali di cui sto parlando sono dei trattamenti di favore, delle procedure di comodo.

Si tratta molto spesso di modi per favorire delle persone a danno di altre, anche se a volte si tratta semplicemente di stabilire delle priorità.

Es:

I profughi ucraini hanno una corsia preferenziale rispetto agli altri.

A loro quindi viene data priorità rispetto agli altri profughi in questo momento. Si può anche dire che i profughi ucraini godono di una corsia preferenziale.

Fin qui niente di strano, ma spesso si tratta di favoritismi a scapito di altre persone.

Es:

I personaggi famosi come Calciatori, attori e altri vip godono di una corsia preferenziale per fare i tamponi per il coronavirus, mentre i normali cittadini devono mettersi in fila.

I parenti delle famiglie mafiose hanno una corsia preferenziale quando devono prenotare un tavolo al ristorante.

Questi ultimi due esempi sono due esempi negativi di corsia preferenziale, esempi che rientrano nella categoria dei cosiddetti “favoritismi“.

Stavolta il senso è sempre negativo perché quando si fa un favoritismo a una persona la si favorisce indebitamente con dei vantaggi a scapito di altre persone.

L’esistenza di una corsia preferenziale pertanto, nell’uso figurato, non necessariamente implica un favoritismo.

Questo accade solo quando c’è una ingiustizia, quando qualcuno viene avvantaggiato ed altri vengono svantaggiati senza una giusta causa. Se invece c’è un motivo valido non c’è niente di male ad avere una corsia preferenziale.

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente ad esempio godono di una corsia preferenziale da parte mia quando hanno delle domande relative alla lingua italiana.

Adesso vediamo un ripasso degli episodi precedenti:

Anthony: avete sentito la raucedine nella voce di Giovanni? Poverino sembra un’anima in pena.

Irina: purtroppo sia il nostro capo indefesso che molti altri membri del gruppo si trovano contagiati con questo maledetto virus che ci tallona tutti da ormai piu’ di 2 anni. Purtroppo è toccato a loro questa settimana.

Peggy: il capo adesso dovra’ essere un po’ meno indefesso cosi’ potra’ prendersi un bel riposo per poi tornare alla carica ancora più forte. E secondo me lo fara’ in men che non si dica.

Hartmut: intanto, ci fai la cortesia, Peggy, di riferire a Giovanni che siamo disponibili a dargli manforte, ivi inclusi la composizione dei nuovi episodi e la loro registrazione.

Rafaela: Sarebbe un di più rispetto ai soliti ripassi, ma si può fare. È plausibile che ne abbia bisogno.

808 Plausibile

Plausibile

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Giovanni: è molto probabile che quella di oggi sia una parola poco o per niente usata dai non madrelingua. Sto parlando di plausibile.

Questo per diversi motivi. Prima di tutto non è esattamente un termine che usano tutti, soprattutto nel linguaggio colloquiale. Sicuramente non fa parte del vocabolario della maggioranza dei giovani, almeno fino ai 20 anni.

Il secondo motivo è che si preferisce sempre usare “probabile” e non plausibile.

In effetti i due eggettivi sono abbastanza simili.

Probabile fa riferimento al concetto di probabilità.

Un fatto probabile si suppone possa accadere o sia già accaduto. Crediamo in questo fatto, dunque secondo noi è possibile, è verosimile. Non siamo sicuri ma lo riteniamo possibile.

Pensi che oggi pioverà?

Risposta:

Probabile.

Oppure:

lo ritengo poco probabile

Plausibile è simile ma si usa maggiormente quando si cerca una spiegazione a un fatto accaduto, perché vogliamo capire se sia accettabile dal punto di vista logico. Somiglia quindi molto a “credibile“.

Vogliamo capire se una possibile spiegazione sia ragionevole, convincente, ammissibile, attendibile, credibile. Altre volte non si tratta di una spiegazione ma di credere in qualcosa, di una possibilità concreta.

Se invece non ci convince diciamo che non è plausibile, cioè che non crediamo sia realistica come spiegazione o come possibilità, quindi è implausible, inaccettabile, inverosimile o anche incredibile.

Il contesto in cui usare plausibile è, come dicevo, poco informale perché generalmente soprattutto all’orale si usano altre forme. Se riteniamo che una spiegazione non sia plausibile normalmente si dice:

– no, non credo sia possibile questo

– secondo me non è credibile

– non mi pare sia logico

– non mi convince

oppure, se è plausibile:

– si, è logico

– ci può stare

– potrebbe darsi

– mi pare una spiegazione convincente

Il terzo motivo è che plausibile deriva da plaudere che significa applaudire. Abbiamo dedicato anche un episodio al termine plauso se ricordate.

Dunque se una cosa è plausibile è anche apprezzabile, encomiabile, degna di approvazione, merita il nostro plauso.

In realtà questo utilizzo è rarissimo e devo confessare che non sapevo si potesse usare anche in questo modo.

Vediamo invece qualche esempio che tutti gli italiani comprendono:

Secondo te è plausibile pensare che l’uomo abbia origine extraterrestre?

Cioè: ti sembra logico? Credi sia possibile?

Secondo i virologi, è plausibile un picco dei contagi di Covid a fine luglio.

Dunque i virologi ritengono sia questa un’ipotesi credibile, realistica, probabile, verosimile.

Se ci credessero meno avrebbero potuto dire che si tratta di un ipotesi che non è da scartare, e se avessero ritenuto questa possibilità inverosimile, avrebbero potuto dire che è implausible o poco probabile.

Ora, con ogni probabilità da oggi in poi userete questo aggettivo vero?

Sicuramente lo faranno i membri dell’associazione Italiano Semplicemente in qualche ripasso nei prossimi episodi. A proposito, ecco il ripasso di oggi:

Ulrike:
Ho appena guardato le belle foto della riunione dei membri dell’associazione italiano semplicemente a Roma. Ho sentore che sia stato un grande successo.

Irina:
Sì, vi è una caterva di foto e alla faccia della tremenda calura, che dovrebbe aver reso faticoso i percorsi sulle strade di Roma, tutti sorridono. I volti felicissimi, il che è tutto dire circa lo stato d’animo dei membri viaggiatori.

Rauno:
Ah interessante, vado a guardarmi le foto di cui parlate, che ancora non ho visto. E se tanto mi dà tanto, parteciperò anch’io alla prossima riunione.

Anthony:
Ottima idea Rauno. Sai, io ho partecipato a questa bellissima riunione. A scanso di equivoci, vorrei chiarire però che oltre il divertimento e l’affetto che ci collegava reciprocamente, c’era un bel di più legato al nostro apprendimento della lingua italiana. Quattro giorni in cui abbiamo provato a spacciarci per italiane e italiani, parlando esclusivamente la lingua del sì. Non è stato affatto uno scherzo, anzi una vera sfida piuttosto.

Marcelo:
E dire che che avevo una fifa blu di non capire bene e non farmi capire bene. Tutto è andato liscio invece. Ci starò anche la prossima volta.

807 Congeniale

Congeniale (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: spesso mi chiedo: Gli episodi di italiano semplicemente saranno congeniali alle esigenze degli stranieri che studiano l’italiano?

E la durata dei singoli episodi sarà congeniale per tutti?

Congeniale è un aggettivo che i non madrelingua italiana non usano mai. Evidentemente per via del fatto che non è molto utilizzato nel linguaggio comune neanche dagli italiani.

Spiegare questo tipo di termini però dà a me la possibilità di esplorare il vocabolario alla ricerca di modalità alternative e a voi la possibilità di imparare qualcosa in più.

Congeniale significa confacente all’indole, ai gusti, all’intelligenza di una persona.

Questa è una definizione che ho trovato sul dizionario.

Se dovessi spiegarla a parole mie, direi che quando qualcosa mi è congeniale, o quando è congeniale alle mie necessità o esigenze o caratteristiche, significa che è adatta a me, che si confà alle mie caratteristiche o alle esigenze del momento.

Ciò che è congeniale a me o alle mie esigenze non è detto lo sia per tutti.

E’ molto simile a adatto, perché si tratta di confrontare un bisogno con ciò che serve a soddisfarlo. Ugualmente è simile a consono e confacente.

Questo lavoro mi è congeniale

Il viaggio che mi ha proposto l’agenzia è veramente congeniale alla nostra famiglia e ai nostri gusti.

Anche i gusti personali sono coinvolti, e non è un caso che l’espresione “andare a genio” è abbastanza simile, anche se più informale.

Anche l’indole, come visto sopra, è coinvolta. L’indole è l’insieme delle inclinazioni naturali che concorrono a definire il carattere individuale.

Molti termini interessanti oggi vero?

Detto in modo più semplice, e quindi in modo più congeniale a voi non madrelingua, si tratta dell’insieme delle qualità e delle caratteristiche in una persona.

Io sono di indole molto tollerante ma nonostante questo non mi risultano molto congeniali le persone razziste

Nota bene: è l’indole ad essere tollerante, non io. Io sono di indole tollerante, ho un’indole tollerante, la mia indole è tollerante.

Tu hai un’indole molto coraggiosa (coraggiosa è femminile, come indole) e le vacanze avventurose ti sono molto congeniali.

Mio fratello è di indole molto nervosa e non trova molto congeniale lavorare sotto pressione.

Si usa spesso: “mi è congeniale”, “ti è congeniale”, “gli è congeniale” eccetera.

Oppure “questa cosa è congeniale a me” o “questa cosa è congeniale alle mie necessità/esigenze/gusti/caratteristiche/interessi/capacità/aspettative”.

Per un tennista, ad esempio, un tipo di terreno può essere più o meno congeniale alle proprie caratteristiche

Uno sport a me congeniale? Devo ancora trovarlo!

In compenso fare episodi per italiano semplicemente mi risulta molto congeniale, considerate le mie inclinazioni verso l’insegnamento e l’informatica.

L’inclinazione: è anche questo un termine interessante, perché oltre a riguardare gli oggetti inclinati, cioè la loro posizione rispetto al piano orizzontale o verticale, è molto simile all’indole.

La differenza è che l’indole è più generica e riguarda maggiormente il carattere di una persona (calma, nervosismo, ecc,), mentre l’inclinazione, è vero che è anch’essa una caratteristica psicologica individuale che sta alla base di un comportamento, ma generalmente si usa per ciò che si fa: il lavoro, lo sport, lo studio eccetera.

Ognuno deve seguire le proprie inclinazioni; c’è chi ha una inclinazione per lo studio della statistica, chi invece è incline allo studio della medicina eccetera.

Ricordate l’espressione “essere portati a fare qualcosa”? Quella è l’inclinazione. Simile anche alla propensione e persino, a volte, alla simpatia o agli affetti.

Io ho sempre avuto una inclinazione per Maria

Tornando a congeniale, se qualcosa ci piace o non ci piace però non è il caso di usare sempre congeniale, perché non è esattamente una questione di puro piacere.

È pur vero però che a volte si dice, quando qualcosa ci piace, che incontra i nostri gusti, o che non li incontra, in caso contrario, e allora posso anche dire che questa cosa è congeniale ai miei gusti.

Niente di male in questo. È un modo di parlare, questo, sicuramente più sofisticato, meno informale, ma assolutamente consentito e molto utile in determinate circostanze.

Adesso ripassiamo altrimenti qualcuno potrebbe accusarmi di essere incline al ritardo.

Anthony: la prossima riunione dei membri che ne dite se la facciamo in Toscana? Potremmo prendere una villa e stare tutti insieme. Casomai potremmo anche cucinare insieme, così, tanto per creare altre occasioni per parlare italiano.

Irina: se fosse così mi precipiterei a prenotare un posto per me seduta stante!

806 Il che è tutto dire, basti pensare che

Il che è tutto dire, basti pensare che

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Trascrizione

Giovanni: L’espressione di oggi è utilizzatissima in tutt’Italia: il che è tutto dire.

Partiamo subito da “il che“. Ricorderete che ne abbiamo già parlato in un episodio (il n. 199 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente). Allora tutto sarà più semplice oggi. Ricorderete quindi che “il che” è analogo a “questo”, “questo fatto”, “questa cosa”.

Adesso non resta che spiegare “è tutto dire“. Scusate se ho appena usato il “non pleonastico” nella frase “non resta che…”. Non era mia intenzione ma forse è una buona cosa in fondo che ripassiamo i vecchi episodi anche durante la spiegazione e non solamente alla fine di ogni spiegazione.

Tornando a “il che è tutto dire”, è un’espressione ironica che ha lo stesso significato di “con questo tutto è chiaro”, “ciò che ho appena detto fa capire tutto”, “non serve aggiungere altro”, oppure “non c’è bisogno di aggiungere altre parole”.
Si usa ogniqualvolta esprimiamo un fatto, qualcosa di accaduto, che ci fa capire perfettamente cosa ne consegue come immediata conseguenza, quindi ci spiega lo stato dei fatti in modo evidente.
Spesso è accompagnata o sostituita da “ti dico solo che…” o il meno informale “basti pensare che…

Vediamo qualche esempio.

In Italia in questi giorni fa caldissimo. Mia moglie, che ha sempre amato il caldo, vuole stare sempre con l’aria condizionata accesa il che è tutto dire.

C’è spesso qualcosa che stupisce quando usiamo questa espressione, proprio come nell’esempio fatto. Come a dire che se anche mia moglie non sopporta il caldo di questi giorni, figuriamoci quando caldo possa fare!

Non è necessario che accada però qualcosa di incredibile o di impensabile, ma spesso si tratta di qualcosa che rende chiara la situazione e speso per ottenere questo obiettivo si deve mostrare un esempio che rappresenta “il massimo che possa accadere” o comunque qualcosa che stupisce molto.

Un altro esempio.

Nel mondo di oggi, nonostante siamo bombardati dalle informazioni e tutte le notizie sono accessibili a tutti ci sono molte persone che non credono a tante cose. Basti pensare che più del 5% degli italiani crede che la terra sia piatta. Il che è tutto dire.

Ancora un ultimo esempio:

Le persone che vogliono fare conoscenza o avere esperienze oggi possono ricorrere ad Internet. Funziona? Vi dico solo che un mio amico in un anno ha ottenuto “250 appuntamenti”. Il che è tutto dire.

In quest’ultimo esempio potrei anche evitare l’ultima frase “il che è tutto dire”. Infatti abbiamo già espresso lo stesso concetto attraverso “vi dico solo che…” equivalente ma più informale di “basti pensare che”.

Infine, “il che” non è sempre presente nell’espressione; serve solamente a dare maggiore enfasi alla frase. Può infatti anche essere sostituito da “questo”: questo è tutto dire, oppure omesso se cambiamo un po’ la frase:

E’ tutto dire che neanche tu, espertissimo in informatica, non riesca  a superare l’esame. E’ veramente un esame difficile.

Adesso ripassiamo:

Ulrike: Belle le foto della riunione dei membri! Questa gita sembra il fior fiore degli eventi ed io mi domando e dico: come è possibile che non ci sia pure io? Vabbè, domanda retorica; dovevo mantenere la parola data ad un amico, quindi mi sentivo proprio costretta a tornare ad Orvieto e lasciarvi. Allora mi limito a mandarvi i saluti ed un ripassino, tanto per starvi vicini. Buon proseguimento!

805 Potabile, edibile, bevibile, commestibile, immangiabile

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Potabile, edibile, bevibile, commestibile, immangiabile

Danielle: Ieri, con alcuni membri dell’associazione, tra i vari luoghi visitati insieme a Roma, siamo stati a Piazza di Spagna, dove come probabilmente tutti sapete c’è una fontana a forma di barca. Si chiama fornana della Barcaccia.

Molti turisti facevano la fila per bere l’acqua dalla fontana e nessuno si chiedeva se l’acqua fosse realmente potabile, cioè se si potesse bere senza problemi.

Oggi mi interessa proprio il termine “potabile“, che molti stranieri sicuramente non conoscono.

Capita spesso infatti di incontrare delle fontane in cui si legge “acqua non potabile” e dunque quell’acqua non è acqua adatta ad essere bevuta. Non si può bere perché per le sue caratteristiche non è destinata a usi alimentari.

Possiamo anche dire che quell’acqua, se è potabile, si può bere senza pregiudizio per la salute, o senza pregiudicare la salute.

Potabile è un aggettivo che si può usare in generale con tutti i liquidi ma viene nella pratica utilizzato solamente parlando di acqua.

Fate attenzione perché il verbo potare in realtà significa *tagliare” ma si utilizza sempre per indicare il taglio degli alberi.

Dunque potabile significa anche albero “che può essere tagliato” e non soltanto liquido “che può essere bevuto”.

Potabile si può usare in realtà anche per descrivere un discorso troppo lungo, che dunque andrebbe accorciato, cioè tagliato, appunto, ma nei fatti si usa praticamente sempre parlando di acqua che si può bere, acqua che è consentito bere senza il rischio di sentirsi male.

Non si usa normalmente “bevibile”, ma in teoria possiamo usare anche questo aggettivo per descrivere l’acqua che si può bere senza problemi.

Bevibile, piuttosto, si usa perlopiù in senso figurato nel linguaggio orale e indica qualcosa di credibile, di plausibile, di verosimile, ma allo stesso tempo di non vero.

Il verbo “bere” infatti, si usa abbastanza spesso in questo senso simile a “credere“:

Questa non la bevo!

Cioè: non ci credo a questa cosa. Non è una bibita, una bevanda, ma una notizia, un’informazione.

Mi vuoi far bere che a trent’anni non hai mai avuto una fidanzata?

Normalmente quando usiamo bere al posto di credere è perché qualcuno cerca di imbrogliare un’altra persona, facendole credere qualcosa di non vero.

Es:

Ho detto alla mia fidanzata che ero a cena con mio fratello, ma non se l’è bevuta.

Cosa? Non sei venuto al lavoro perché non è suonata la sveglia? Questa scusa non è bevibile.

Non si usa “potabile” in questi casi, ma solo bevibile, che si usa anche per i liquidi, ma parliamo di qualità e sapore.

Quando non si riesce a bere un liquido perché ha un brutto sapore, possiamo usare in particolare “imbevibile” e non “non potabile”.

Questo caffè è imbevibile!

Abbastanza simile a ciofeca, soprattutto nel caso del caffè.

Quando qualcosa invece non si può mangiare? Quale aggettivo usiamo?

In genere l’aggettivo da usare anche in questo caso cambia a seconda se il cibo ha un brutto sapore oppure non si presta, per le sue caratteristiche, ad essere mangiato.

Stavolta ci sono tre diversi aggettivi:

Immangiabile si utilizza quando il cibo non riusciamo a mangiarlo per via del sapore oppure perché ha oggettivamente delle caratteristiche che non rendono possibile mangiarlo.

Questa carne è completamente bruciata. Così è immangiabile.

Questo gelato è immangiabile. Lo getto immediatamente.

Se uso “mangiabile” invece, in genere è per indicare che la qualità di quel cibo è appena sufficiente per poterlo mangiare.

Com’è questa pasta?

Direi che è mangiabile!

Questo non è certamente un complimento. Si usa anche “passabile” con lo stesso senso.

Esiste però anche l’aggettivo “commestibile“.

Indica qualcosa che si può mangiare, qualcosa atto a servire di nutrimento all’uomo.

Si può usare allo stesso modo di mangiabile, ma generalmente non ha un senso negativo.

Ci sono ad esempio funghi commestibili e funghi velenosi, cioè non commestibili.

Dunque i funghi commestibili non sono velenosi e possiamo mangiarli senza problemi. Commestibile è esattamente come potabile per i liquidi.

Ugualmente possiamo dire che dopo tre giorni, il pesce non è più commestibile.

Se state mangiando una fetta di torta e su questa fetta c’è un fiore rosso, probabilmente vi chiedete se si possa mangiare. Allora se non riuscite a capirlo potete domandare:

Il fiore è commestibile?

Se poi la torta o il fiore fa schifo potrete dire che è immangiabile.

Quindi l’aggettivo commestibile non c’entra (anche se ovviamente influisce) con la bontà o la gradevolezza di ciò che mangiate.

Infine, può capitare di incontrare l’aggettivo edibile, uguale nel significato a commestibile, ma è più scientifico, più tecnico.

Edbile si usa soprattutto parlando delle bucce delle arance e dei limoni, che non sempre si possono mangiare. Dipende dal trattamento che hanno ricevuto e dall’uso di alcune sostanze potenzialmente dannose per la salute.

Se ad esempio al supermercato trovate sull’etichetta delle arance o dei limoni la scritta “buccia non edibile” significa che la buccia non si può mangiare e quindi non si può usare neanche per fare marmellate e neanche per insaporire pietanze, verdure o secondi. Le arance e i limoni biologici hanno anche la buccia edibile.

Questo aggettivo in genere si usa per le bucce, ma si può usare anche per altre cose come ad esempio il fiore sulla torta di cui sopra.

Anche edibile, ancor più che commestibile, non si usa per giudicare la qualità o la bontà di un prodotto alimentare, proprio come potabile.

Per finire, vi dico che commestibile si usa talvolta anche per indicare i generi alimentari, cioè i prodotti alimentari.

Non vi stupite pertanto se trovate la scritta “vendita di commestibili” sulla porta di un negozio di alimentari. In questo caso, commestibile è sostantivo.

Adesso ripassiamo. Parliamo del ritardo.

Marcelo: Ieri sera abbiamo rischiato di perdere il tram. Per poco non ci attacchiamo al tram, perché fortunatamente un taxi ci ha salvato in calcio d’angolo.

Mary: a mio avviso, per non saper né leggere né scrivere, domani mattina metti la sveglia alle 5.

804 Tanto per

Tanto per (scarica audio)

Trascrizione

Ricordate gli episodi dedicati a “tanto“?

Ne abbiamo fatti diversi. Il primo l’abbiamo dedicato a tutti i modi per dire tanto e molto, poi abbiamo visto l’episodio che abbiamo chiamato “tanto piove” e poi “non più di tanto“, “tanto più“, “tanto quanto“, “se tanto mi dà tanto“, “tanto vale“, “Tanto da, tanto che”.

In particolare nel primo episodio vi avevo appena accennato ad un uso informale della locuzione “tanto per”.

A volte infatti non si aggiunge altro dopo: “tanto per“. In effetti ci si aspetta che ci sia un verbo, tipo:

Tanto per parlare

Tanto per ridere

Ecc.

Spesso però non c’è bisogno di aggiungere nient’altro, ma questo si può fare solo nel linguaggio colloquiale.

Si sta sempre cercando di spiegare il motivo per cui fare qualcosa o il motivo per cui si è fatto qualcosa.

Vediamo qualche esempio:

Passami a trovare qualche volta se capiti vicino casa mia. Così, tanto per.

Domanda: Come mai hai deciso di provare a dare l’esame anche se non eri preparato?

Risposta: niente di particolare, tanto per.

Nel primo esempio è come dire: non c’è un motivo particolare, passa a trovarmi per salutarmi, se non hai da fare niente di urgente, ma senza avere necessariamente un motivo per farlo. Non si tratta di qualcosa di molto importante, se lo vuoi fare, fallo “tanto per”.

Tanto per“, usato in questo modo, serve a comunicare il motivo di un’azione che si fa, ma in modo poco impegnativo, o qualcosa che si fa senza un motivo particolare, e si usa solamente all’orale o al massimo in una chat.

Nel secondo esempio, quando ho detto “ho deciso di fare l’esame tanto per” , cioè tanto per provare, perché tanto non avevo niente da perdere. La risposta sarebbe dunque stata “tanto per provare”, ma in fondo si capisce lo stesso se togliamo l’ultima parola, non è così?

In ogni caso è comunque una locuzione che si usa in contesti informali, dove non si richiede nessun impegno o responsabilità.

Rispetto all’uso di “tanto” che vi ho spiegato nell’episodio dal titolo “tanto piove”, c’è in comune il senso di qualcosa (come una scelta) che non comporta conseguenze negative, quindi i contesti sono abbastanza simili.

Ci sono alcune occasioni però in cui è bene concludere la frase, senza abbreviarla, senza togliere l’ultimo termine, che di solito è un verbo, perché potrebbe non essere scontato ciò che vogliamo dire.

Ad esempio:

Ho provato a iscrivermi all’associazione Italiano Semplicemente tanto per vedere come funziona (solo per vedere come funziona)

Ti ho fatto l’occhiolino tanto per scherzare, non perché volevo provarci con te! (stavo solo scherzando)

Ho fatto quella battuta tanto per ridere, mica perché volevo offendere (solo per ridere)

Quest’anno andiamo nella regione Molise in vacanza, tanto per cambiare! (solo per cambiare)

In questi casi siamo sempre in contesti informali, ma vogliamo specificare il motivo per cui facciamo qualcosa, perché altrimenti potrebbe sembrare che non avevamo nient’altro da fare o perché avevo voglia di fare questa cosa senza badare alle conseguenze.

Infatti “tanto per” denota una certa rilassatezza di stato d’animo o una poca attenzione ai particolari, e queste caratteristiche sono importanti quando vogliamo comunicare esattamente quello:

Vieni a trovarmi se passi da queste parti, tanto per.

Qui voglio fare proprio questo: comunicare rilassatezza, mancanza di impegno, mancanza di formalità.

Negli stessi contesti potremmo usare anche l’espressione “niente di che” di cui ci siamo già occupati. Anche questa espressione si può usare per abbassare il livello di importanza o formalità.

Adesso ripassiamo, tanto per non perdere l’abitudine.

Marcelo: dispiace che alla riunione dei membri non saremo tutti.

Edgardo: stando ai numeri attuali, saremo 18 alla cena di stasera a Trastevere.

Edita: casomai si aggiungessero altri, spero non ci saranno problemi.

Danielle: ma con ogni probabilità ormai le cose non cambieranno.

Irina: a stasera allora. E mi raccomando non vi schiaffate seduti vicino al presidente. Ho già prenotato quel posto per me.

Programma settimanale 20-25 giugno 2022

Programma settimanale 20-25 giugno 2022

(quotidianamente nel gruppo whatsapp dell’associazione vengono registrate anche le frasi di ripasso degli episodi precedenti. Si corregge la pronuncia quando è sbagliata)

Lunedì: sembro io o sembra me?

Il verbo sembrare può sembrar facile da usare ma anche gli italiani pare non o sappiano usare bene…

Martedì: Trascrizione e commento del notiziario sul gruppo whatsapp dell’associazione

Mercoledì: Italiano professionale.

Giovedì: riunione dei membri a Roma

Venerdì: riunione dei membri a Roma

Sabato: riunione dei membri a Roma

Per iscrizioni: italianosemplicemente.com/chi-siamo

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803 Sembra me, sembro io, sembra te, sembri tu

File audio e trascrizione in PDF disponibili ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Sembra me, sembro io, sembra te, sembri tu

Trascrizione

Figlio: Guarda papà, guarda quell’uomo, sembri tu!

Padre: Sembro io, davvero? A me non sembra! Io direi che tu sembri me, non che lui sembri me.

Figlio: Secondo me, sia io che lui sembriamo te. Ti somigliamo entrambi.

Padre: secondo te entrambi sembrate me?

Figlio: si si, sicuramente. Però è strano perché io invece non sembro lui e lui non sembra me. Strano vero?

Giovanni: Avete appena ascoltato un dialogo tra padre e figlio, in cui più volte si è utilizzato il verbo sembrare. Moltissimi italiani direbbero che questo dialogo è assolutamente corretto, ma non è così.

Vediamo meglio il dialogo:

Figlio: Guarda papà, guarda quell’uomo, sembri tu!

Il figlio dice al padre che c’è un uomo che gli somiglia, somiglia al padre: c’è un uomo che sembra lui, il padre.

Sembri tu!

Sembri proprio tu!

In altre parole lui ti somiglia molto, tu e lui siete molto simili, sembrate la stessa persona.

Lui sembri tu.

Qualcuno potrebbe chiedere: ma perché “lui sembri tu” e non “lui sembra te?

Domanda assolutamente pertinente!

Infatti “lui sembra te” è sicuramente il modo corretto per indicare questa somiglianza.

A proposito dell’uso di tu e te, le regole grammaticali infatti dicono chiaramente che il pronome personale tu è d’obbligo come soggetto, mentre te si usa nei complementi.

Accade normalmente tuttavia di ascoltare “sembri tu”, “sembri proprio tu”. Sono formule utilizzatissime nel linguaggio colloquiale.

Dunque la frase corretta è:

Guarda papà, guarda quell’uomo, sembra te!

Tra l’altro, a proposito del verbo, è lui che “sembra” dunque non potrebbe neanche essere giusto: lui sembri te” perché verbo e soggetto devono andare d’accordo.

Andiamo avanti:

il Padre risponde:

Sembro io, davvero? A me non sembra! Io direi che tu sembri me, non che lui sembri me.

Per lo stesso motivo di prima, la risposta corretta è:

Sembra me, davvero? A me non sembra! Io direi che tu sembri me, non che lui sembri me.

Dunque “lui sembra me” e non “lui sembro io”.

Il resto della frase è corretto. Infatti “A me non sembra” significa “secondo me non è così”, “non ho avuto la stessa sensazione”, “a me non pare”.

Infine la parte finale: “Io direi che tu sembri me, non che lui sembri me.”

Alla fine quel “sembri” è congiuntivo, quindi corretto. Qui c’era un tranello quindi tutto corretto!

Andiamo avanti:

Figlio: Secondo me, sia io che lui sembriamo te. Ti somigliamo entrambi.

Questa frase è tutta corretta: “sia io che lui sembriamo te” cioè entrambi sembriamo te.

Andiamo avanti:

Padre: secondo te entrambi sembrate me?

Anche questa ok.

L’ultima:

Figlio: si si, sicuramente. Però è strano perché io invece non sembro lui e lui non sembra me. Strano vero?

Corretta anche questa.

Allora ricapitoliamo:

“Sembri tu” non si può dire in questi casi.

Allo stesso modo anche “sembro io” è scorretto. “Sembra me” invece è corretto.

Dunque se vedo una persona che mi somiglia è corretto dire:

Quel tizio sembra proprio me! E’ uguale a me!

E non:

Quel tizio sembro io!

Ovviamente la regola vale anche con la negazione:

Quel tizio non sembra me! (corretto)

Quel tizio non sembra te (corretto)

e non:

Quel tizio non sembro io (non corretto)

Quel tizio non sembri tu/te (scorretto)

Dunque il problema che vi ho appena descritto si pone quando parla la persona interessata (quest’ultimo caso) e quando io parlo con te (il caso precedentemente esposto).

Può accadere con noi e voi, anche se più raramente:

Quelle persone sembrano noi da giovani (versione corretta)

Quelle persone sembriamo noi da giovani (versione non corretta)

Quelle persone sembrano voi da giovani (versione corretta)

Quelle persone sembrate voi da giovani (versione non corretta)

Sembro io” e “sembri tu” non sono sempre scorretti, ma si possono usare quando io sono il soggetto, oppure quando sei tu.

Oggi non sembro io. non mi riconosco. Sono nervosissimo.

E’ come dire: non è da me, perché solitamente io non sono mai nervoso, non mi riconosco, non sembro la solita persona. E’ più efficace come messaggio:

Ero emozionatissimo! Non sembravo io!

Oggi sembro io quello pazzo tra noi due, ma sono sempre stato un tipo molto sereno e tranquillo rispetto a te.

In questo caso “sembro io” è l’unica forma accettata perché voglio sottolineare la mia persona.

Un altro esempio:

Ma cos’hai oggi? Non (mi) sembri tu con quell’aria triste e cupa! Cosa ti è successo?

Adesso ripassiamo e scusate se oggi mi sono occupato di grammatica: non sembro io ad aver scritto questo episodio, vero?

Ulrike: Va bene, mi faccio sotto con un ripassino. Perché lo faccio? Perché me la sento, cioè mi gira bene oggi. Certo, devo scervellarmi un po’, ma che volete, è solo un ripassino questa volta, solo un di più piccolo piccolo dell’episodio. E come posso esimermi dal rispolverare qualche espressione precedente, visto ho aderito all’associazione italiano semplicemente? Sono un membro, Il che significa che ho voluto la bicicletta, allora pedalo!

802 Farsi sotto e farsela sotto

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Farsi sotto e farsela sotto

Trascrizione

Avete mai visto un incontro di pugilato (o incontro di box)?

Avete mai sentito dei ragazzi adolescenti litigare fino a venire alle mani?

In occasioni come queste è facile che qualcuno possa dire la frase “fatti sotto!”.

È una esclamazione, una frase di sfida, con cui una persona invita l’altra a provare, a venire avanti, a rischiare. Nel caso in questione si invita a prendere l’iniziativa senza paura, per affrontarsi fisicamente.

Un pugile ad esempio invita l’altro pugile a prendere l’iniziativa, a farsi coraggio e provare a colpire l’avversario senza paura.

Fatti sotto” non è una frase volgare, solo più colloquiale, ma analoga a fatti avanti, fatti coraggio, fatti forza, vieni avanti, prova senza aver paura, eccetera.

Generalmente si usa in contesti come quelli di cui ho parlato, ma “fatti sotto” e “fatevi sotto” , al plurale, possono essere usati anche senza necessariamente usare le mani o senza parlare di paura di essere sconfitti.

Posso anche dirlo io ad esempio quando voglio invitare degli studenti a parlare italiano senza paura di sbagliare.

Adesso tocca a voi, fatevi sotto con gli esempi con questa espressione!

Oppure, se non avete ancora capito bene:

Dai, fatevi sotto con le domande!

Farsi sotto, state attenti, potrebbe essere confusa con “farsela sotto” che ha sempre a che fare con la paura, ma significa avere molta paura.

Farsela sotto, o farsela addosso, è un’espressione idiomatica che ha il senso proprio di farsi la pipi o la popò addosso, cioè nelle mutande.

In pratica significa farsi la cacca addosso o urinarsi addosso.

Vediamo comunque la differenza tra le due espressioni di oggi con un esempio concreto.

C’è uno studente universitario che dice:

Oggi ho l’esame più difficile. Me la sto letteralmente facendo sotto dalla paura!

Un amico gli risponde:

Dai, non fare il bambino. Sei preparatissimo. Vedrai che andrà bene. Ti hanno appena chiamato. Adesso fatti sotto che tocca a te!

Dunque “farsela sotto” è cosa molto diversa da “farsi sotto”.

La prima si usa spesso con la preposizione articolata dalla, dalle, dallo, dalle o dagli e “la”, alla fine di “farsela” (verbo pronominale) si riferisce alla cacca o alla pipi:

Io me la faccio sotto

Tu te la fai sotto

Lui se la fa sotto

Noi ce la facciamo sotto

Voi ve la fate sotto

Loro se la fanno sotto

Es:

Me la sto facendo sotto dalla paura

Me la sono fatta sotto dalle risate

Avete sentito bene: questa espressione si usa anche quando si ride molto. Si ride talmente tanto che la pipi non si riesce a trattenere. Questa tra l’altro è una cosa che può accadere veramente!

Farsi sotto” invece si usa a volte con la preposizione “con”:

Fatevi sotto con gli esempi!

Questa settimana mi devo far sotto col lavoro!

Fatti sotto con le ragazze, non aver paura di un rifiuto!

A seconda della circostanza, può voler dire anche “impegnarsi molto” , oltre a “non tirarsi indietro”, dunque molto similmente a “farsi coraggio”, “affrontare un impegno senza paura”, “farsi avanti”.

Può capitare a un non madrelingua di usare queste espressioni nel modo sbagliato anche perché la frase spesso è quasi identica:

Mi sono fatto sotto e l’ho affrontato!

Me la sono fatta sotto quando l’ho affrontato!

Adesso ripassiamo con la nostra Peggy che come al solito si è fatta

sotto con delle ottime frasi senza paura di sbagliare. Altre persone al suo posto se la sarebbero fatta sotto!

Peggy:

L’altro giorno ho assistito insieme a un gruppetto di amici allo spettacolo di una nostra amica. Il tema verteva sulle “ANTENATE”. Lo spettacolo è stato realizzato da una ventina di donne provenienti da diversi angoli di Napoli, e un di cui è dello stesso quartiere, ivi inclusa* la nostra amica.

Nelle scene, ognuna di loro raccontava in modo drammatico una storiella di una parente anziana scomparsa, che so, la nonna, la prozia, la bisnonna, e portava nelle mani anche un ricordo lasciato dalla protagonista.

I loro racconti mi hanno colmato di emozioni, tra cose divertenti e non, nonostante la non piena comprensione, per via delle voci dialettali, ma al contempo, grazie ai ricchi gesti delle narratrici *me la sono cavata abbastanza bene, afferrando la sostanza dei racconti.

Tra l’altro, lo spettacolo si teneva presso.

L’Archivio di Stato, dove si conserva e si sorveglia il patrimonio archivistico statale. La prerogativa di questo luogo magico è che offre a ogni cittadino la possibilità di risalire alle proprie origini per poi *avere contezza* di chi siano i suoi antenati e da dove provenissero. Intanto, immaginate! Queste donne raccontavano le vere storie delle loro care al cospetto di un’immensa quantità di libri antichi e significativi in uno spazio mastodontico, come fare a *tenere a bada* la propria commozione?

Sebbene questa sia stata un’esperienza singolare, edificante nonché colma di virtù, purtroppo però, oggigiorno il grosso della popolazione non è memore di quanto i nostri antenati ci hanno lasciato e insegnato e dunque non ne fa tesoro.

“Voi l’avete fatto ben presente in un modo più che reale, affermando dei valori di grande portata. Vi ringrazio di cuore.”
Così ho scritto alla nostra amica non appena il loro spettacolo è terminato.

Inguaribile

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Trascrizione

Un aggettivo italiano molto interessante è inguaribile.

Infatti non si usa solamente parlando di malattie dalle quali non si può guarire. In questo caso si dice comunque preferibilmente che la malattia è incurabile, cioè non si può curare, quindi non esiste una cura per questa malattia, il che è come dire che non si può guarire da essa.

L’aggettivo inguaribile si può comunque associare anche ad altri aggettivi o comunque a delle caratteristiche delle persone, ottenendo spesso espressioni spiritose da usare in contesti informali e amichevoli.

Potete ad esempio parlare del vostro fidanzato definendolo un inguaribile romantico.

Questo significa che non riesce a fare a meno di essere romantico e questo non è certo un difetto.

Questa infatti è una frase scherzosa. Si presenta il romanticismo come un difetto di una persona che non si riesce a correggere.

Generalmente infatti si vuole parlare di un vizio di una persona, quindi di un difetto, presentando questo vizio come qualcosa che non si può eliminare quindi un vizio o un difetto incorregibile, o appunto inguaribile.

Es:

Sono un giocatore inguaribile, non riesco a smettere neanche quando rischio il fallimento.

Se un mio amico è particolarmente appassionato di donne, potrei dire che è un inguaribile donnaiolo o un inguaribile don Giovanni.

Così si fa riferimento implicito anche alle possibili conseguenze negative di questa caratteristica.

Giovanni è un inguaribile spendaccione.

Questo vuol dire che Giovanni non riesce a risparmiare e non sta attento alle spese.

Da questa “malattia” non riesce a guarire.

Posso usare anche l’avverbio inguaribilmente.

Io sono inguaribilmente ritardatario, come molti altri italiani.

Dunque non ho speranze di riuscire ad essere puntuale agli appuntamenti. Anche la propensione al ritardo è quindi paragonata ad una malattia incurabile.

Una mia amica è inguaribilmente affascinante.

Questo è un altro esempio di un pregio, un punto di forza, Una qualità e non un difetto.

Vi immaginate una persona che cerca di non essere affascinante e non ci riesce?

Potete dunque usare inguaribile e inguaribilmente anche con dei pregi e delle qualità, sempre in contesti scherzosi e amichevoli,spesso anche ironici:

Qualcuno potrebbe dirmi che sono un inguaribile italiano, sia per farmi un complimento sia per offendermi non troppo esplicitamente. Dipende molto dal contesto.

Che equivale a dire, sempre in tono ironico:

Questa tua caratteristica è più forte di te, non la puoi correggere, è inutile che ti sforzi, non puoi farci niente.

Può anche esserci un tono di leggero rimprovero, o anche di giustificazione verso una persona che è da scusare perché non può fare a meno di comportarsi in un certo modo:

Perdonate Giovanni se fa sempre scherzi e non sembra mai una persona seria. È un inguaribile burlone.

Ci vediamo al prossimo episodio.

Gli straordinari – ITALIANO PROFESSIONALE

Gli straordinari

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lavoro straordinario

TRASCRIZIONE

Questa lezione di italiano professionale la dedichiamo agli straordinari.

Gli straordinari” ,con l’articolo, è qualcosa di cui si parla esclusivamente in ambito lavorativo.

Ciò di cui stiamo parlando è di lavoro straordinario.

Il termine straordinario, lo sappiamo, è un aggettivo e indica normalmente qualcosa di molto positivo, di molto bello, di magnifico, di eccezionale.

Può trattarsi di una qualunque qualità che, quando diventa straordinaria, è fuori del comune e generalmente si tratta di qualcosa di positivo:

Giovanni ha una straordinaria virtù!

Maria ha una pazienza straordinaria!

Paolo è straordinariamente efficiente.

Romina è una donna con un’intelligenza straordinaria.

Si può anche usare da solo comunque:

Sei una persona straordinaria!

Giovanni è straordinario con i suoi figli.

Non solo virtù però:

Questi luoghi sono stato teatro di eventi di straordinaria violenza

Ciò che è straordinario infatti eccede, supera i limiti del normale o del comune, nel senso di un’eccezionalità rispetto alla prassi o al normale.

Non è quindi detto che si tratti di qualcosa di molto positivo o negativo.

Ciò che conta è il fatto che si va oltre la normalità, oltre l’ordinario.

Oggi c’era un traffico straordinario per via di un incidente. Solitamente da queste parti non c’è mai traffico.

In caso di avvenimenti straordinari il contratto si considera sospeso.

Quest’ultima potrebbe essere una clausola contrattuale. Si parla si fatti non prevedibili, inaspettati, rari, e dunque non parliamo di cose magnifiche, bellissime, stupende.

Tornando allo straordinario iniziale, quello con l’articolo, “lo straordinario” è, come dicevo, il lavoro straordinario.

Anche in questi caso non è né una qualità né un difetto. Per lavoro straordinario si intende il lavoro svolto oltre il normale orario di lavoro.

C’è dunque un lavoro ordinario e un lavoro straordinario.

L’orario normale di lavoro è fissato in 40 ore settimanali per legge. Poi c’è anche la possibilità che possa essere di durata inferiore. Questo si decide con la cosiddetta contrattazione collettiva.

Tutte le ore in più che vendono fatte, oltre le 40 ore settimanali sono dette ore di straordinario.

Si intende “lavoro straordinario” ma soprattutto nel linguaggio orale si omette il termine lavoro e si parla solamente di straordinario o di straordinari.

Quanto straordinario hai fatto questo mese?

Quante ore di straordinario puoi fare ogni mese?

Questa settimana ho fatto 10 ore di straordinario.

Gli straordinari, cioè le ore di lavoro straordinario, vengono pagati meglio rispetto alle ore ordinarie. Può essere il 15% in più, o il 20% o anche di più, dipende dal proprio contratto collettivo NAZIONALE, indicato con la sigla CCNL.

Tra le tipologie più pagate ci sono gli straordinari festivi e gli straordinari notturni.

La domanda è: gli straordinari sono obbligatori?

A volte sì, e si deve sempre guardare il proprio CCNL.

Ci possono infatti essere dei motivi, indicati nel contratto collettivo di riferimento per cui non si può rifiutare di farli.

Oppure se diventa importante perché altrimenti ci può essere un pericolo grave e immediato o danni alle persone o alla produzione.

O anche per eventi particolari collegati all’attività, come mostre o fiere.

A parte questo, in tutti gli altri casi è sempre necessario il consenso del lavoratore e l’accordo con il datore di lavoro; Insomma bisogna essere d’accordo in due.

Molti lavoratori in Italia fanno straordinari e lo fanno perché così guadagnano di più. Altri invece fanno straordinari perché sono costretti dal proprio datore di lavoro.

Poi tantissimi lavoratori, nonostante ne facciano molte ore al mese, non vengono neanche pagati se non con delle promesse…

Non per questo credo che l’Italia non si possa considerare una nazione straordinaria, siete d’accordo?

Programma settimanale 13-18 giugno

Ecco il programma settimanale delle lezioni di italiano (13-18 giugno 2022)

Programma settimanale 13-18 giugno 2022

(quotidianamente nel gruppo whatsapp dell’associazione vengono registrate anche le frasi di ripasso degli episodi precedenti. Si corregge la pronuncia quando è sbagliata)  

Lunedì: larga e largo

Larghezza

Martedì: Trascrizione e commento del notiziario sul gruppo whatsapp dell’associazione  + la parola “tirata

tirata d'orecchie

Mercoledì: Italiano professionale – gli straordinari

Giovedì: la giornata della voce sul gruppo whatsapp dell’associazione + ripasso

Venerdì: iniziamo un nuovo audio-libro dedicato alle regioni italiane.

Sabato: leggiamo e commentiamo una storia del Decamerone nel gruppo whatsapp dell’associazione Italiano Semplicemente.

Per iscrizioni: italianosemplicemente.com/chi-siamo

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801 La tirata

La tirata (scarica audio)

Trascrizione

Ricordate l’episodio dedicato alle tappe? Bene, oggi non ne facciamo neanche una e dunque facciamo tutta una tirata.

Se ricordate l’episodio dedicato alle tappe, fare una o più tappe, durante un viaggio, significa fermarsi da qualche parte per un caffè o anche per una notte, evitando così di fare un unico e lungo viaggio. Può essere utile anche dare un’occhiata all’episodio dedicato al suffisso “ata”.

Se dunque, anziché fare tappe, facciamo tutta una tirata, questo vuol dire che non ci fermiamo mai nel nostro viaggio. Non facciamo soste, o tappe, appunto. Potremmo anche chiamarle pause o interruzioni volendo.

Ma per usare l’espressione “fare tutta una tirata” non c’è bisogno di fare viaggi. E’ vero che le tappe riguardano solamente i viaggi, ma stavolta parliamo più in generale di assenza di pause, soste o interruzioni, e allora possiamo anche, ad esempio, parlare di lavoro.

Anche al lavoro si fanno pause e interruzioni, ad esempio per prendere un caffè, per fare la pausa pranzo o due semplici chiacchiere con i colleghi per non stancarsi troppo. Se però dobbiamo fare un lavoro urgente può capitare di fare tutta una tirata finché non finisce. Magari dalle 8 di mattina alle 8 di sera e anche più tardi.

Si tratta di fare qualcosa senza interruzione, continuativamente, cioè in modo continuato.

Ieri sera ho dovuto fare tutta una tirata fino a tarda notte per terminare il lavoro

Abbiamo viaggiato da Roma a Parigi facendo tutta una tirata. ‘ stata una faticaccia!

Il senso della fatica e della stanchezza c’è quasi sempre, che si parli di viaggi o di lavoro. poi vediamo che esistono anche altre attività in cui si può fare tutta una tirata, come leggere e dormire.

Il termine “tirata” si usa in poche altre occasioni nella lingua italiana. Ad esempio si utilizza nell’espressione “dare una tirata d’orecchie“. Qui si usa il verbo dare.

tirata d'orecchie

E’ un modo questo per indicare un rimprovero, spesso affettuoso. Ricordate gli episodi dedicati alle ammonizioni e agli ammonimenti? Il contesto è più familiare in questo caso, direi analogo a quando si usa il verbo “cercarsela” a cui abbiamo dedicato un bell’episodio. Rispetto invece alle filippiche e alle prediche, direi che quando si parla di tirate di orecchie il contesto generalmente è meno serio.

Ovviamente non è necessario tirarle veramente le orecchie, anche se con i propri figli a volte si fa veramente, sempre per rimproverarli (senza fargli male) per qualche marachella che hanno fatto.

Ti devo dare una tirata d’orecchie perché hai dimenticato di inviarmi quella email importante.

Ragazzi, devo darvi una bella tirata d’orecchie perché non avete fatto gli esercizi.

La “tirata” si usa anche parlando di sigarette. Tra adolescenti si usa spesso:

Mi fai fare/dare una tirata?

Mi fai fare/dare due tirate alla sigaretta?

Mi fai fare/dare un tiro? (versione altrettanto diffusa)

Dell’espressione di oggi invece esiste una versione alternativa: “tutto/tutta di filata

Il libro era bellissimo. L’ho letto tutto di filata!

Andremo a Venezia e poi tutto di filata fino a Palermo.

Ho visto la serie TV tutta di filata: 8 ore senza interruzione

Finalmente sono riuscito a dormire stanotte: 9 ore tutte di filata e adesso sono riposatissimo

Stavolta tutto può diventare tutta, tutti, tutte, a seconda del soggetto, mentre “fare tutta una tirata” è invariabile.

Notate che “filata” viene da “fila” e indica una serie di oggetti, cose o fatti in successione regolare o non interrotta. Si deve però usare “fila” e non “filata” quando non vogliamo sottolineare la fatica, la mancanza di pause o interruzioni nella nostra attività: viaggiare, leggere, lavorare o dormire (in questo caso sottolineiamo il sollievo) e anche altre attività.

Bene, allora è il momento del ripasso, che avviene come al solito grazie al supporto dei membri dell’associazione.

Marcelo: Come sapete amici, io ed Edgardo abbiamo deciso di fare un viaggio insieme alla volta dell’Italia. Abbiamo l’aspettativa che questo viaggio possa colmare le nostre voglie di imparare la lingua del sì, accanto agli altri amici di IS. Il sacrificio varrebbe lo sforzo e non sarebbe un di piú. Tutt’altro direi.

Sofie: Ottima decisione Marcelo. Ma ho sentito che siete partiti da Madrid in macchina e sarete a Roma per la riunione dei membri guidando per tutti i paesi!… Caspita!… a me fa fatica ma de gustibus!

Edgardo: Ma Scusami Marcelo, ma avete fatto il percorso tutto di filata? Oavete fatto qualche sosta?

Marcelo: Ovviamente abbiamo fatto piú di usa sosta. Prima tappa a Madrid, dove abbiamo preso la macchina a noleggio. Abbiamo dovuto aspettare tre giorni, ma all’improvviso e come un fulmine a ciel sereno abbiamo ricevuto la notizia che la macchina non sarebbe stata pronta prima di una settimana!. Mannaggia!¨ alla ditta di renting!

Rafaela: Si, vero… tanto che questo tipo di lamentela è tipica in queste compagnie di noleggio di macchine che brillano per la poca attenzione ai clienti.

Peggy: A detta di un altro amico, devi sfogarti contro di loro fino a che non trovano una soluzione!
M6. Infatti! So che lo avete fatto e non vi foste sfogati sareste ancora a carissimo amico e avreste avuto bisogno di qualche espediente per arrivare a Roma alla riunione.

Per partecipare alla costruzione e alla registrazione degli episodi e dei ripassi bisogna essere membri dell’associazione Italiano Semplicemente

richiesta adesione iscrizione associazione

800 Larga e largo

Larga e largo (scarica audio)

Trascrizione

Nell’episodio di oggi esploriamo tutti gli utilizzi degli aggettivi largo e larga. È bene subito precisare che la forma maschile e quella femminile si usano spesso in modo particolare, quindi in questi casi il genere non è coinvolto.

Largo e larga, nel loro uso “normale”, sono semplici aggettivi che indicano la larghezza, che si contrappone alla lunghezza. Parliamo delle dimensioni.

La larghezza è una delle tre dimensioni spaziali, infatti c’è anche la profondità. C’è poi anche l’altezza, che equivale alla lunghezza se parliamo di qualcosa che si sviluppa in verticale, Nel caso di un essere umano ad esempio si chiede sempre: quanto sei alto? non: quanto sei lungo?

Comunque restiamo sulla larghezza, che si riferisce a qualcosa che si sviluppa in senso orizzontale, quindi su una superficie piana, e si misura da sinistra verso destra con un metro, inteso come strumento di misurazione. Spesso la larghezza viene identificata con la distanza fra due lati, o i margini (pensiamo ad un foglio di carta) o le sponde (pensiamo ad un fiume o a un letto). Anche parlando delle caratteristiche fisiche di una persona si può dire che ad esempio una persona è “larga di fianchi”.

Allora la larghezza è anche l’opposto della strettezza. Infatti ci sono persone che hanno i fianchi stretti e queste si dice che sono strette di fianchi. Anche un vestito può essere srretto di fianchi.

Infatti quando misuriamo un qualunque tipo di indumento, se non è esattamente della nostra misura, possiamo dire che è largo (o che è stretto) o che “mi sta largo”:

Queste scarpe mi stano larghe. Mi occorre almeno un numero in meno.

Ogni indumento può essere largo o stretto se le sue dimensioni sono maggiori o minori rispetto alla taglia delle persone.

Prima di parlarvi di tutti i modi con cui si usa il concetto di larghezza è necessario dire che la larghezza si può anche riferire a qualcosa di non materiale come un oggetto ma anche a concetti diversi, come le caratteristiche di una persona o persino alla distanza concettuale tra due argomenti.

La sto prendendo alla larga vero?

Ecco, prendere qualcosa alla larga, o prendere qualcosa alla lontana, significa non affrontare direttamente un argomento ma iniziare in modo vago, da “lontano” quindi, con l’intenzione di avvicinarsi all’obiettivo lentamente. Solitamente quando si prende qualcosa alla lontana è perché si tratta di discorsi sensibili, delicati, quando si ha paura di una reazione e allora ci si avvicina lentamente alla questione. Ma posso usare l’espressione anche quando si descrive qualcosa genericamente per posi passare nello specifico, come ho fatto io.

“Prenderla larga” si usa anche in senso materiale,, per dire dirigersi verso un luogo scartando la via più corta e diretta. Qualche volta quando prendiamo un taxi in un paese straniero, il tassista la prende larga per farci spendere di più.

Anche “stare alla larga” significa stare lontano fisicamente da qualcosa, anzi, generalmente da qualcuno. Stare alla larga da qualcuno significa evitare con cura qualsiasi contatto o rapporto con questa persona, perché può essere pericolosa:

Stai alla larga da Giovanni, perché frequenta cattive persone!

Oppure si usa come consiglio:

Stai alla larga da mia figlia!

Stai alla larga dalla grammatica quando parli con Giovanni. A lui non piace per niente!

Al maschile poi c’è “prendere il largo”, che nasce nel linguaggio marinaresco. Significa andare in mare aperto, lontano dalla riva, quindi allontarsi molto fino a sparire dalla vista.

In senso figurato invece se una persona prende il largo vuol dire che se n’è andata, se l’è svignata (verbo svignarsela), quindi anche lei non si vede più. Questa è una espressione che si usa specialmente quando le cose sembrano volgere al peggio, quando le cose si mettono male per una persona e allora preferisce andar via, quindi preferisce “prendere il largo“.

Esiste anche la “larghezza di vedute” che è una qualità delle persone.

Quando una persona è larga di vedute, stiamo parlando della su intelligenza, del suo intelletto. Parliamo in particolare del suo modo di vedere e giudicare le cose, Quindi una persona può avere larghe vedute o strette vedute, o una maggiore e o minore larghezza di vedute.

Ovviamente un uomo o una donna di/dalle larghe vedute (si dice anche ampie vedute), lo/la reputiamo migliore di una una persona dalle vedute meno larghe che invece reputiamo meno intelligente, troppo giudicante, troppo rogido e poco flessibile.

Invece una persona di larghe vedute sa comprendere diversi stili di vita senza giudicare, Riesce a osservare e capire diversi modi di essere, diverse abitudini e opinioni che altre persone invece sono portate a giudicare istintivamente perché diverse dalle proprie, ed e si dice che queste ultime persone hanno una certa ristrettezza mentale.

La larghezza di vedute è fortemente influenzata dalle proprie esperienze, da quanto si è viaggiato ma anche dall’educazione ricevuta.

Passiamo ad un’altra espressione: “Con largo anticipo“.

Non posso certamente dire ad esempio che questo episodio sta terminando con largo anticipo rispetto al previsto.

Quando parliamo di “largo anticipo” significa che parliamo di una attività che avviene prima della scadenza o il prima possibile:

Bisogna prenotare il volo per Roma con largo anticipo, altrimenti rischiamo di non trovare posto.

Ho consegnato il compito con largo anticipo rispetto alle 3 ore previste.

La squadra ha vinto lo scudetto con largo anticipo (ad esempio con 5 giornate in anticipo, cioè prima della fine del campionato).

Si usa spesso anche “In largo anticipo“:

Si raccomanda di avviare le procedure formali per l’iscrizione all’università in largo anticipo (metà marzo per l’iscrizione di settembre).

Quest’anno abbiamo effettuato la prenotazione per le vacanze in largo anticipo rispetto agli anni passati.

In pratica “largo anticipo” equivale a “molto anticipo”.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato della rubrica, grazie alle voci di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente, ma anche qualche verbo più difficile che abbiamo spiegato nella rubrica dei verbi professionali:

Peggy: Se fosse possibile ricrearsi la vita ex novo, voi amici, cosa cambiereste rispetto alla vostra vita trascorsa?

Danita: Caspita! Quanto a me, ti chiedo subito una domanda di riserva.

Marcelo: Infatti, perché rischiare di imbattersi in eventuali errori di portata inimmaginabile, sebbene remoti? Il passato è quello che è. E questo è quanto da parte mia.

Edgardo: Convengo con te Marcelo. Valutare il nostro passato col senno di poi non può rispondere al vero, e men che meno può essere una risposta sul da farsi nella vita presente e futura.

Komi: Ma va‘! Una capatina al passato ogni tanto, che male fa? Cosa paventate che possa succedere viaggiando indietro nel tempo? Rimpianti? Forse! Ma pensate un po’, le esperienze raccolte ieri determinano le decisioni odierne e non solo, esse formano anche la personalità degli uomini. Da che mondo è mondo è così.

Estelle: Si, ma c’è capatina e capatina. Qui si parla di cambiare le cose e rifarle ex novo. Piuttosto diverso, no? Non vorrei aver frainteso.

799 Men che meno

Men che meno (scarica audio)

Trascrizione

La locuzione di oggi è “Men che meno“.

Iniziamo dalla prima parola.

“Men” non è uomini in inglese, ma è l’abbreviazione di meno.

In pratica la locuzione sarebbe “meno che meno”, ma lo sapete che noi italiani siamo fissati e quando una parola o una frase non suona bene, cerchiamo di trovare una soluzione e spesso questa soluzione consiste proprio nell’abbreviare una parola o anche nel modificarla.

Questo non è certamente l’unico caso. Basti pensare a “in men che non si dica”, “l’un l’altro”, “ancor meno”, “ancor più”, “chi non risica non rosica” e tante altre.

“Men che meno” quindi è esattamente come “meno che meno”, dunque significa “ancora meno”.

Ovviamente non possiamo dire “più meno” anche se potrebbe venire in mente una cosa simile. Cancellatela subito dalla mente!

Men che meno” si usa per enfatizzare una negazione in una frase in cui abbiamo già negato qualcos’altro. Es:

Quando andavo a scuola, in italiano non ho mai preso una sufficienza, e men che meno in matematica.

Posso dire “peggio ancora” in molti casi.

Sono sempre andato male in italiano e peggio ancora in matematica.

“Peggio ancora” è esattamente come “ancora peggio”.

Se usassi “neanche” sarebbe una negazione dello stesso grado, se così possiamo dire. Invece noi vogliamo enfatizzare ancor di più la negazione.

Men che meno” è simile anche a figuriamoci o figurati, che infatti a volte si usano allo stesso modo:

Se non posso permettermi di andare in vacanza al mare vicino casa, figuriamoci se posso andare all’estero.

Dunque:

Quest’anno non mi posso permettere di andare in vacanza al mare, men che meno all’estero.

Un altro modo curioso, usato soprattutto a Roma ma velocemente diffuso nel resto dello stivale, è usare l’espressione, “peggio mi sento“:

Normalmente si usa “meglio mi sento” che si può usare in frasi come:

Più viaggio, meglio mi sento

Più gioco a calcio, meglio mi sento

Eccetera.

In questi casi si vuole sottolineare un’attività che vi fa sentire bene, e questo sentimento, questo benessere aumenta con l’aumentare di questa attività.

In modo opposto si può usare “peggio mi sento” :

Più tempo passo in ufficio, peggio mi sento

Evidentemente meglio lavorare meno.

In realtà però “peggio mi sento” si usa in modo stavolta assolutamente equivalente, proprio con lo stesso senso di “men che meno”.

Qualcuno nel nord Italia potrebbe storcere il naso ma la verità è che nonostante sia un’espressione nata a Roma, si comprende ormai dappertutto.

Per questa espressione è importante che il tono della voce accompagni adeguatamente la frase.

Ci deve essere più enfasi. In particolare va sottolineata la parola “peggio“:

Non bacerei mai Giovanni. E Paolo peggio mi sento!

Esattamente come dire:

Non bacerei mai Giovanni e men che meno Paolo.

Non bacerei mai Giovanni e ancora meno Paolo.

Un altro esempio

Non mi piace andare all’estero. Se poi devo guidare, peggio mi sento.

Cioè:

Non mi piace andare all’estero. Men che meno se devo guidare.

Vale a dire che il mio malessere peggiora ancor di più se devo guidare.

Si può mangiare la pasta durante la tua dieta?

Risposta: assolutamente no!

E il formaggio?

Risposta: Peggio mi sento!

Adesso ripassiamo.

Peggy:

Durante i fine settimana, quando possiamo, cerchiamo di fare delle belle escursioni da qualche parte, vuoi per immergerci in mezzo alla natura, vuoi per fare un po’ di movimento, considerato che abbiamo una vita piuttosto sedentaria.

La destinazione del sabato scorso era un sentiero che si trova nei pressi del lago Matese. Tuttavia, Google maps non ce l’ha raccontata giusta.

Infatti, ci ha condotto in un luogo remoto, desolato, nonché sperduto, quindi piuttosto che arrivare al punto iniziale del sentiero alle dieci e mezza, abbiamo tardato due ore e passa, allorché il sole rischiava di ustionarci, per non parlare del fatto che sono alquanto insofferente alle perdite di tempo. Accidenti!
Infine, fortuna ha voluto che passassimo una giornata col buon umore e infatti ci ha regalato un sentiero in cui il grosso del percorso è colmo di alberi quindi ombra assicurata! Alla fine della fiera, questa giornata in linea di massima, si è messa abbastanza bene. Grazie a Dio.

798 Ex novo, di sana pianta

Ex novo, di sana pianta (scarica audio)

Trascrizione

Una locuzione latina che viene usata molto spesso, anche se non da tutti gli italiani, è “ex novo“. Diciamo che dai 30 anni in su rappresenta una locuzione di uso corrente.

Parliamo innanzitutto della pronuncia: la lettera o va pronunciata aperta, come la o di coro, foto, foro e come anche la prima o di “nuovo”.

In effetti novo significa proprio “nuovo” ma per come si utilizza, ex novo è molto più simile a “nuovamente“, o anche a “di nuovo”.

Però c’è qualche differenza. Altrimenti non sarei qui parlarvi di questa locuzione.

Di nuovo” e nuovamente significano infatti “ancora una volta”, “un’altra volta”, “ancora”. C’è la ripetizione di qualcosa.

Ex novo ha qualcosa di diverso e si potrebbe meglio sostituire con daccapo, e con l’espressione “di sana pianta”, e “dall’inizio“.

Questa modalità però (ex novo) si usa soprattutto al lavoro. Vediamo qualche utilizzo molto diffuso:

Questo lavoro va rifatto ex novo.

Significa che il lavoro, più semplicemente, è da rifare, è da iniziare da zero nuovamente, è da ricominciare daccapo, è da rifare daccapo.

Daccapo è più informale. Si scrive anche staccato: da capo. Significa ugualmente “di nuovo”, da principio, dall’inizio, e talvolta sottolinea impazienza per qualcosa che è stato fatto male.

Ricomincia daccapo! Hai sbagliato tutto.

Eccoci daccapo alle solite!

Quando si sbaglia si deve spesso ricominciare daccapo.

Daccapo si usa quindi spesso quando siamo spazientiti e vogliamo sottolineare questa perdita di pazienza. Si usa quasi sempre col verbo “ricominciare” col senso di ricominciare dall’inizio, da zero.

Ex novo è meno informale ma si usa comunque abbastanza spesso, sebbene abbia un contenuto meno emotivo.

Inoltre a volte non si usa esattamente col senso di iniziare dall’inizio nuovamente.

Es: vuoi acquistare una azienda o crearne una ex novo?

Cioè: vuoi acquistare un’azienda che è già avviata e esistente oppure ne vuoi creare una del tutto nuova?

Allo stesso modo possiamo parlare di una azienda che si occupa di realizzazione di opere di ristrutturazione ed opere ex-novo.

In questo caso si tratta quindi di creare una nuova opera a partire da zero.

Si parla spessissimo di realizzazioni ex novo nel campo dell’edilizia quindi nel campo delle costruzioni.

Possiamo quindi anche iniziare un lavoro ex novo, ma non è detto che questo lavoro era stato già fatto ed era stato fatto male. Potrebbe trattarsi di un nuovo lavoro, di un nuovo progetto, diverso dai precedenti di cui c’eravamo già occupati o l’avevano fatto altre persone.

Il governo ha promesso di creare lavoro ex novo per 10000 persone.

Se vogliamo dire che un lavoro è fatto male, allora daccapo e nuovamente sono termini più adatti.

Se poi vogliamo trasmettere emozioni negative, tipo insoddisfazione e impazienza, ancora meglio ricorrere ad espressioni informali come “da capo a dodici” che abbiamo già incontrato in un episodio passato. Quest’ultima espressione è molto simile a “di sana pianta”.

Si usa spesso nelle stesse circostanze, cioè per iniziare qualcosa dall’inizio, per ricominciare daccapo, ma a volte somiglia molto anche a “completamente“.

Posso ad esempio dire:

Oggi durante il concorso ho copiato il compito di sana pianta.

Non è vero ciò che stai dicendo. Hai inventato tutto di sana pianta.

Posso comunque tornare al significato precedente e dire:

Questo lavoro non è fatto per niente bene. Bisogna rifarlo di sana pianta.

Devo ricominciare di sana pianta

Devo rifare tutto di sana pianta

In questi casi di sana pianta e da capo a dodici sono equivalenti a parte il fatto che con “da capo a dodici” si usa spesso “essere da capo a dodici”.

Forse il termine “pianta” si usa per via delle radici, che rappresentano la parte “iniziale” se così possiamo dire, di tutte le piante.

Tornando a ex novo, come detto usando questa espressione non si trasmettono emozioni particolari e generalmente si usa in contesti lavorativi, professionali e non può indicare solo un rifacimento, qualcosa che si rifà daccapo, ma anche qualcosa di nuovo.

Il comune ha dovuto realizzare ex novo la segnaletica stradale.

La società sportiva ha comunicato i costi per rinnovare e per fare ex novo l’abbonamento per vedere le partite allo stadio.

Ex novo infine è invariable per genere e numero. Non esiste la versione femminile e neanche il plurale.

Se volete adesso potete ripassare gli episodi precedenti mentre io mi metto al lavoro per iniziarne uno ex novo. Ascoltiamo André dal Brasile.

André: a volte sembra che non me ne sia ancora reso conto, ma mio padre se n’è ormai andato una settimana fa e nonostante il mio cuore sia colmo di tristezza devo dare seguito alla vita! Lo so, non avete conosciuto mio padre, ma era una delle persone più fantastiche che io abbia mai conosciuto. Era nientepopodimeno che un eroe e su questo non ci piove!

Pregiudicare – VERBI PROFESSIONALI (n. 81)

Pregiudicare

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

Trascrizione

Gianni: Verbo professionale n. 81: pregiudicare.

Un verbo molto usato nel linguaggio scritto, soprattutto in ambito lavorativo, specie quando si fanno delle relazioni sull’andamento dell’attività o quando si devono evidenziare i rischi legati a determinate scelte e decisioni.

Pregiudicare significa compromettere la riuscita positiva di qualcosa.

Abbiamo già trovato un verbo simile: compromettere. In realtà ci sono diversi verbi simili: danneggiare, deteriorare, , guastare, nuocere, rovinare.

Di tutti, pregiudicare è il più formale e adatto al linguaggio scritto. Inoltre direi che pregiudicare ha anche un senso simile a: fare qualcosa che cambierebbe in senso negativo il risultato finale.

Nella sostanza, si parla dell’esito di qualcosa, si parla del risultato finale che si vuole ottenere, considerando il fatto che c’è la possibilità che le cose vadano male per colpa di una azione oppure di qualcosa che accade anche solamente fortuitamente, per caso o senza la nostra volontà.

Questa cosa che accade potrebbe pregiudicare il risultato finale.

Generalmente si usa questo verbo per dare un allarme, come a dire: stiamo attenti che le cose potrebbero andare male se facciamo in questo modo. Questa azione potrebbe pregiudicare il risultato finale.

Si usa spesso anche insieme al verbo rischiare:

Questa disattenzione rischia di pregiudicare il risultato finale. Stiamoci attenti!

Cerca di mangiare in modo perché ordinato altrimenti rischi di pregiudicare la tua salute
Se non ci riposiamo un po’ rischiamo di pregiudicare anche gli affari oltre che la nostra salute.
Le affermazioni del presidente americano potrebbero pregiudicare i futuri rapporti tra i due paesi.
Non puoi arrivare sempre così tardi in ufficio. Si tratta anche di non pregiudicare i rapporti coi tuoi colleghi che invece sono sempre molto puntuali.
C’è anche, in questo verbo, il messaggio che non si possa tornare più indietro e quindi che il danno sia irreparabile.
Se vengono pregiudicati dei rapporti personali, poi sarà molto complicato, se non impossibile, recuperarli.
Lo stesso se pregiudico i mie affari attraverso operazioni  rischiose in borsa o se pregiudico la mia salute mangiando in modo disordinato.
Rovinare, guastare, deteriorare andrebbero anche bene ma spesso questi sono verbi che si usano si usano in senso più materiale e non c’è necessariamente un’azione che sta all’origine.
Una mela si può rovinare o guastare anche da sola.
Per pregiudicare però c’è sempre bisogno di una azione.
Es:
Un raccolto agricolo può essere pregiudicato da una brutta grandinata.
Può anche essere rovinato o guastato dalla grandinata, ma questi verbi si possono usare anche senza azione. Inoltre sono sicuramente più diffusi e più informali rispetto a pregiudicare.
Compromettere è il più simile a pregiudicare perché anche in questo caso c’è una azione, però compromettere ha anche altri significati perché è più legato alla reputazione. Lo vediamo meglio in un altro episodio.
Anche danneggiare quasi sempre sottolinea un’azione che ha causato un risultato negativo, un danno, appunto. Più usato sicuramente rispetto a pregiudicare, ma è meno legato al rischio e più al danno (spesso materiale o economico) concreto.
Notate che pregiudicare teoricamente ha anche un altro significato. Infatti si usa anche nel linguaggio giuridico ma non voglio soffermarmi su questo perché non vi servirà a molto.
Vale la pena però soffermarmi sul termine “pregiudicato“.
Posso semplicemente parlare di una situazione pregiudicata, nel senso che è stata pregiudicata da un atto commesso o un evento accaduto, come detto sopra. Si tratta quindi di qualcosa che non è andata a buon fine perch qualcosa ha pregiudicato il risultato.
Es:
Il risultato ormai è pregiudicato (anche “compromesso” è analogo)
Significa in pratica che non c’è più nulla da fare
Oppure, come sostantivo, un pregiudicato o una persona pregiudicata indica una persona che è stata condannata penalmente da un giudice. Quindi questa persona è stata giudicata colpevole di aver commesso un reato penale.
Si tratta quindi di un pregiudicato per questo motivo.
Ci sono ache persone pluripregiudicate, per via del fatto che sono state condannate più volte, per diversi reati penali commessi.
Adesso un esercizio di ripetizione:
Pregiudicare
Questi incidenti possono pregiudicare il normale svolgimento dei servizi
Questo brutto voto rischia di pregiudicare la promozione
Le decisioni politiche non dovrebbero pregiudicare la tutela degli interessi ambientali
Ci sono tanti casi di Covid nella scuola che si rischia di pregiudicare lo svolgimento delle lezioni
Se non arrivassero tanti lavoratori stranieri sarebbe pregiudicato il raccolto di frutta e verdura
Ci vediamo al prossimo verbo professionale.

797 Il colmo

Il colmo (scarica audio)

Trascrizione

Dopo aver visto il verbo colmare, voglio parlarvi oggi in modo più approfondito del termine colmo, che si usa in diversi modi.

Vi ho già detto che “colmo” è l’aggettivo che indica la pienezza di un contenitore fino al massimo della sua capacità.

Un Bicchiere colmo è un bicchiere completamente riempito.

Potremmo in realtà anche dire che questo bicchiere è pieno zeppo, ma in realtà questo aggettivo “zeppo” non si usa normalmente con i liquidi.

Piuttosto invece si usa con gli ambienti, parlando di persone o di oggetti. Si parla anche di contenitori pieni ma si tratta di oggetti normalmente se usiamo l’aggettivo zeppo.

La casa è piena zeppa di mobili.

A natale la chiesa è zeppa di fedeli.

Il tuo cervello è pieno zeppo di pregiudizi!

Quindi non c’è più spazio per altro.

Quest’ultimo esempio è solo per mostrarvi che zeppo e “pieno zeppo” si usano anche in senso figurato. È un po’ come dire: pienissimo.

Tra l’altro esiste anche ll verbo inzeppare che significa rendere pieno zeppo di qualcosa.

Abbastanza informale come verbo:

Non c’entrano tutti i bagagli in macchina? Bisogna inzepparli per bene e vedrai che c’entrano.

Ma oggi non volevo parlare di questo, bensì del “colmo“.

Colmo, è vero, è un aggettivo, e si usa soprattutto con i liquidi che riempiono completamente un contenitore.

Si usa comunque anche in altre circostanze:

Uno stadio colmo di gente

Sono colmo di felicità

Sono colmo. Ho mangiato troppo.

Sono stracolmo. Ho veramente esagerato col cibo.

Colmo però è anche un sostantivo. Il colmo.

Parliamo di una cosa esagerata, una esagerazione. Abbiamo raggiunto il punto massimo.

L’immagine è quella dell’acqua che raggiunge il bordo del bicchiere, che è la misura massima prima che l’acqua esca.

Così, in senso figurato, quando si raggiunge il “massimo” in qualunque tipo di situazione di sopportabilità massima, possiamo parlare di colmo.

Attenzione quindi. Si tratta di massimo ma di qualcosa di insopportabile se andiamo oltre.

Ci si trova normalmente di fronte a dei comportamenti che ad un certo punto raggiungono un massimo di sopportazione.

C’è una esagerazione dunque, soprattutto quando questa esagerazione diventa poco sopportabile per diversi motivi. Spesso poi c’è qualcosa di paradossale, una contraddizione che aggrava la situazione.

Si è sempre abbastanza irritati quando si usa questo termine.

Vediamo qualche esempio:

È il colmo che arrivino medici da altri paesi quando in Italia i laureati ìn medicina se ne vadano a lavorare all’estero!

Vedete quindi che la cosa non sarebbe strana se non fosse che in Italia ci sono molti laureati che in Italia non trovano lavoro e che quindi vanno a lavorare all’estero.

Si potrebbe dire “è il massimo“, ma “è il colmo” è l’espressione più usata in questi casi in cui c’è qualcosa di strano (una contraddizione) e non accettabile.

Ma è il colmo!

Questo è il colmo!

Si esprimere il massimo dell’indignazione.

È il colmo che propri tu adesso mi chieda se io ti ami se mi hai sempre detto che l’amore non esiste.

Anche qui c’è una contraddizione evidente. Sono indignato e voglio esprimere che questa cosa offende la mia persona, la mia dignità o il senso della giustizia.

Si usa spesso anche dire:

“Sarebbe il colmo” quando ci si immagina possa accadere qualcosa di paradossale, di strano.

Se ad esempio tu mi dicessi:

Giovanni, quando inizierà il primo corso di pura grammatica di italiano semplicemente?

Io ti risponderei che sarebbe il colmo se facessi un corso simile, visto che la filosofia di Italiano Semplicemente è quella di evitare l’insegnamento della grammatica senza usare le emozioni, l’ascolto, la ripetizione e tutte le altre regole d’oro.

Vedete che, come dicevo, “il colmo” , per come lo si usa, è analogo a “il massimo“.

Si usa infatti spesso anche in questo modo:

Questo è il colmo dell’ignoranza!

Abbiamo perso il primo treno, poi il successivo si è rotto. Il colmo della sfortuna.

Si usa sempre per sottolineare cose negative naturalmente. Questo è bene ribadirlo. Si usa quando ci si indigna di qualcosa. E non è un caso che “indignarsi” somigli a “dignità”.

In pratica in questi ultimi esempi specifichiamo la cosa di cui parliamo, che è stata particolarmente intensa: Il colmo della sfortuna ecc.

Attenzione perché quando specifico, usando la preposizione del, della eccetera, si usa spesso anche in un secondo modo, molto diverso dal primo.

Parliamo di barzellette, di battute, di frasi che fanno ridere perché presentano un gioco di parole.

Si usano parole che hanno più significati. Questo è interessante e allo stesso tempo molto difficile per una persona non madrelingua.

Sto parlando dei cosiddetti “colmi“.

Per poter capire un colmo (questo tipo di colmo) bisogna capire al volo il doppio significato del termine in questione.

Sapete ad esempio che la parola “cappuccino” indica sia la bevanda italiana a base di latte e caffè, sia un uomo religioso, un frate.

Allora potrei giocare con queste due parole e dire che il colmo per una suora è “bere un cappuccino”.

Troverete tantissimi colmi di questo tipo sul web e in questi casi il termine colmo è, come detto poc’anzi, simile a “barzelletta”.

Adesso ripassiamo. Parliamo di un piccolo infortunio accaduto al nostro Anthony, il medico dell’associazione.

Anthony: Come avrete capito dai messaggi nel gruppo la settimana scorsa, il vostro dottorino ha sofferto una bruttissima recidiva di un vecchio infortunio alla schiena. È arrivato come un fulmine a ciel sereno.

Estelle: Sì, e abbiamo anche capito che è stato subito chiaro ai chirurghi che avrebbero dovuto operarti seduta stante poiché non era possibile restare a braccia conserte neanche un giorno in più.

Rafaela: Esattamente! Gli hanno subito detto che qualsiasi altra opzione sarebbe stata nient’altro che un palliativo. Quando un dolore così eclatante si abbina all’eventuale danneggiamento dei nervi, i pannicelli caldi non servono a nulla.

Hartmut: Quindi quando operare se non di fronte a queste conseguenze così potenzialmente rilevanti?

Marcelo: Sì, l’intera vicenda mi sembra limpida. Per non correre il rischio di conseguenze permanenti, è stato necessario che prendesse subito atto della serietà della sua condizione e che desse subito ai chirurghi il suo consenso di portarlo in sala operatoria.

Peggy: Ma fermi tutti un attimo! E’ mai possibile che il cosiddetto dottorino dei miei stivali (come lo chiamo sempre) non sia ancora entrato negli anta e sia già reduce di due interventi alla schiena?!

Khaled: purtroppo pare di sì. Cosa vuoi che ti diciamo? Quando si dice la sfortuna!

Programma settimanale 6-11 giugno

Ecco il programma settimanale delle lezioni di italiano (6-11 giugno 2022)

Lunedì: il colmo

Martedì: Trascrizione e commento del notiziario sul gruppo whatsapp dell’associazione (solo per membri)

Mercoledì: Italiano professionale – il verbo pregiudicare (audio solo per membri)

Giovedì: ex novo (audio solo per membri)

Venerdì: men che meno (audio solo per membri)

Sabato: leggiamo e commentiamo una storia del Decamerone nel gruppo whatsapp dell’associazione Italiano Semplicemente (solo per membri)

796 Il verbo colmare

Il verbo colmare (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno amici.

Vediamo un bel verbo oggi, un verbo che sento che utilizzerete spesso. Si tratta di “colmare”.

Colmare, tutto attaccato, che non c’entra nulla col mare.

Colmare ha a che fare invece con i recipienti, con i contenitori.

Pensate al termine “colmo”: “riempire fino al colmo” vuol dire riempire fino alla fine, riempire un recipiente completamente, fino all’orlo, oppure fino al colmo.

Potremmo dire anche: fino a colmare il recipiente, fino a raggiungere la capienza massima.

Potremmo colmare un sacco, potremmo colmare un barattolo, un secchio d’acqua ma anche un contenitore di mele, riempire il contenitore fino a colmarlo – si può dire anche così – quindi ha un utilizzo materiale fino ad ora.

L’utilizzo maggiore però che se ne fa è quello di colmare una lacuna.

Qui c’è il senso figurato. Una lacuna è qualcosa che manca. Quindi colmare una lacuna vuol dire riempire una lacuna.

In effetti si può dire anche così. La lacuna ha a che fare con ciò che si impara, con ciò che ci dovrebbe essere ma non c’è, con ciò che si dovrebbe sapere ma non si sa.

Allora colmare una lacuna vuol dire rimediare a una carenza specie dal punto di vista culturale o della preparazione scolastica.

I professori quando emettono un giudizio nei confronti di un ragazzo o di una ragazza spesso dicono che il ragazzo deve ancora colmare qualche lacuna cioè deve sopperire a qualche carenza, deve rimediare, deve studiare di più, in pratica, perché c’è qualche lacuna da colmare.

Si può anche colmare un vuoto, cioè supplire a una mancanza.

Il verbo supplire in effetti è abbastanza simile forse un po’ più complicato ma supplire a una mancanza è come colmare una lacuna, colmare un vuoto.

Ecco, colmare un vuoto dal punto di vista scolastico è un po’ più forte che colmare una lacuna. Vuol dire che c’è proprio un vuoto. Il ragazzo, o la ragazza, non sa nulla sul quest’argomento, deve proprio colmare un vuoto.

Invece “qualche lacuna” è diverso, vuol dire che c’è qualche mancanza, che la preparazione non è perfetta, c’è qualche lacuna da colmare.

Si può però colmare anche, non so, un amico di regali.

L’ho colmato di regali

Parlo di una ragazza, anche una fidanzata, una moglie:

Mia moglie si lamenta sempre ma io l’ho sempre colmata di regali, cioè l’ho riempita di regali, anche se lei in effetti non è un contenitore, ma si può dire lo stesso “l’ho colmata di regali”.

Non ce n’è mai abbastanza in questo caso, quindi non si riuscirà mai a raggiungere l’orlo, a raggiungere la misura finale, quando non c’è più spazio per altro.

Ma colmare si utilizza anche in un altro modo sempre nel senso figurato: riempire l’animo di qualcosa, di un sentimento.

Allora se hai una notizia, una notizia meravigliosa che riguarda una persona, ad esempio una tua amica o un tuo amico è riuscito dopo tante difficoltà ad avere un figlio.

Che bello! È una notizia che aspettavi da tanto tempo, quasi mi sto commovendo al solo pensiero e allora questa notizia mi colma di gioia.

Questa notizia veramente mi colma il cuore di gioia (mi si sta spezzando il fiato dall’emozione)

Mi colma di gioia questa notizia.

Quando una persona si laurea, questa notizia mi colma di gioia. Ecco, si utilizza fondamentalmente con la gioia, con la felicità e con le attenzioni:

Sono colmo di felicità.

Devi colmarmi di attenzioni

Ripasso in costruzione

Rafaela:
Ciao amici, è un pezzo che il covid, questo infame con tutte le sue varianti non è più il leitmotiv dei nostri ripassi. Strano però, perché il virus c’è ancora.

Irina:
E che caspita! Devi per forza ricorrere al covid? Come tema di fondo per i ripassi si può fare di meglio, non credi? Che noia! Ne ho proprio abbastanza di questo virus e pure di chi me lo ricorda.

Hartmut:
Ragazzi, manco cominciamo che già c’è maretta? Bisogna cambiare tema.

Peggy:
Beh…quando si dice per quieto vivere.

Karin:
Io convengo con M1. Il virus c’è e pare che i casi di nuove infezioni persino stiano crescendo. E dire che siamo all’inizio dell’estate…!! Quindi per niente una cosa da prendere alla leggera M2, anzi non resta che continuare a stare sul chi vive. Urge tenersi aggiornati e parlarne anche qui.

Edgardo:
Questa pandemia suscita sempre un vespaio di polemiche! È assolutamente necessario colmare l’assenza d’informazioni obiettive.

795 Un di più

Un di più (scarica audio)

Trascrizione

Dopo aver visto “un di cui“, ci occupiamo oggi di una locuzione simile “un di più”.

Più, lo sapete tutti, è l’opposto di meno, ma quando ci sono di mezzo le locuzioni, non è detto che esista un opposto.

È proprio il caso della locuzione “un di più” che si usa in due modi diversi. Innanzitutto può indicare qualcosa che non aggiunge nulla, quindi qualcosa di superfluo.

Es:

Abbiamo già fatto tanto da mangiare per gli ospiti. Perché vuoi fare altri tre primi? Sarebbe solamente un di più.

Qui è simile a uno spreco.

I ripassi che si trovano alla fine degli episodi di questa rubrica non sono un di più, un semplice dettaglio che si può considerare o meno a seconda dei gusti, delle preferenze e della disponibilità di tempo, ma sono invece l’elemento essenziale della rubrica, perché solo grazie ai ripassi non si dimenticano i passati episodi.

Vedete che “un di più” somiglia a volte a “un di cui” e infatti in questo caso possiamo usare l’una o l’altra locuzione a piacimento.

Un altro esempio:

Quando il professore ti farà quella domanda rispondi semplicemente no. Non dire altro. Qualsiasi parola è solo un di più di non necessario.

Un secondo uso invece ha un significato diverso, e indica qualcosa in più che viene richiesto rispetto a ciò che normalmente è sufficiente.

Esempio:

Questa scuola non è come le altre, perché è richiesta una preparazione superiore, un/quel dì più che solo in pochi possono dare.

Una volta il papa ha detto:

Per uscire dalla crisi è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani.

In questo caso significa “un qualcosa in più” rispetto all’attuale, che richiede uno sforzo aggiuntivo che però fa la differenza.

Nel primo caso, “essere un di più” è simile alla locuzione “essere di troppo”. Essere di troppo però indica che c’è persino uno svantaggio in questo qualcosa in più e poi normalmente si usa con le persone:

Devo uscire insieme a Carla stasera. Non puoi venire anche tu. Saresti di troppo.

Questo divano nel salone è decisamente di troppo. Neanche si passa! Bisogna toglierlo!

Ho la sensazione di essere di troppo. Che faccio, me ne vado?

Se qualcosa è di troppo non è solamente superfluo o inutile come “un di più”, ma è anche inopportuno e fastidioso.

Vedere quindi che nonostante ci sia il termine “più”, quindi, “un di più” può indicare qualcosa di inutile, di cui si può fare a meno (anche se non porta danni e non è controproducente) oppure qualcosa di molto utile, quel di più che fa la differenza.

Adesso ripassiamo:

Ulrike: nel nostro percorso di apprendimento quotidiano, rispolverare gli episodi precedenti non deve essere considerato solo un di cui, anzi, i ripassi fanno parte essenziale delle singole spiegazioni e in quanto tali non costituiscono mai soltanto un di più, ossia qualcosa di superfluo o persino qualcosa di troppo. Più si ripassa, meglio è.

Peggy: Ne convengo. Purtroppo, la momoria spesso ci fa marameo e tante espressioni studiate con il passare del tempo alle volte vanno nel dimenticatoio se non le ripassiamo. Personalmente mi sconfinfera assai leggere o ascoltare ripassi, in quanto talvolta sono interessanti, divertenti, talaltra culturali. È proprio il caso di dire che si unisce l’utile al dilettevole, e tutto ciò è assolutamente conforme allo spirito della nostra associazione.

794 Un di cui

Un di cui (scarica audio)

Trascrizione

Sono sicuro che molti non madrelingua sanno usare il termine “cui“.

È qualcosa di cui abbiamo già parlato, potrei dire.

Cui“, scritto con lettera c seguita dalla u e dalla i, si utilizza per riferirsi a qualcosa. È simile a “che” e anche a “quale”.

Tutte le preposizioni semplici possono accompagnare “cui” e ogni volta il significato cambia.

La casa in cui vivo è questa

La questione di cui ti vorrei parlare riguarda il nostro legame

La cosa a cui mi riferisco la conosci benissimo

Il motivo per cui mi preoccupo è che ti voglio bene

Questo è un luogo da cui voglio scappare

Questo è l’amico con cui mi trovo più a mio agio

Sono preparato. Per cui supererò l’esame (stavolta significa “quindi”)

Ho tanti amici, tra cui Paolo.

Esiste però una locuzione interessanti: un di cui.

Es:

Gli Iscritti all’associazione Italiano Semplicemente di nazionalità brasiliana sono un di cui degli Iscritti complessivi dell’associazione.

Significa dunque che qualcosa fa parte di un’altra, abbiamo quindi un sottoinsieme di un insieme più grande.

Potrei ugualmente dire che gli Iscritti all’associazione Italiano Semplicemente di nazionalità brasiliana sono una parte degli Iscritti complessivi dell’associazione.

Le due modalità sono equivalenti, ma quando uso “un di cui” spesso sto sottolineando questo fatto con una finalità, quella di sminuire qualcosa, oppure per dare più importanza a qualcosa di più grande.

Non a caso infatti spesso si usa dire “solo/solamente un di cui”.

Es:

I costi relativi al mutuo sono solo un di cui rispetto alle spese che affrontiamo tutti i mesi in famiglia.

Quindi le spese complessive sono molto maggiori.

Notate che potrei anche dire:

Le nostre spese mensili ammontano a 2500 euro, di cui 1000 servono a pagare il mutuo della nostra casa.

“Di cui 1000” è un modo veloce per dire, in questo caso:

Di questi 2500 euro, 1000 sono per il mutuo.

Non c’è però nessuna enfasi in “di cui” a differenza di “un di cui”.

Un altro esempio:

Il rispetto dell’ambiente deve diventare una priorità per tutti e un utilizzo maggiore del lavoro da remoto rappresenta solamente un di cui.

Sto sottolineando che c’è anche altro da considerare, e non solo il lavoro da casa quando parliamo di dare maggiore importanza all’ambiente. Occorre fare anche altro.

Un altro esempio:

Due fidanzati parlano del loro futuro. La ragazza ad un certo punto dice:

Di tutto ciò che hai detto oggi, mi è piaciuto solamente una parola: “matrimonio”. Il resto è solamente un di cui.

Quindi, ciò che vuole dire la ragazza è che il resto non è molto importante, essendo solamente “un di cui”. Stavolta usiamo la locuzione per sminuire la parte restante, che è la maggioranza, ma ha meno importanza.

Quasi dimenticavo di dirvi che non esiste la versione femminile “una di cui”, o meglio, esiste, ma non è da interpretare con questo senso.

Es:

Giovanna è una di cui ti puoi fidare.

Semplicemente Giovanna è una persona degna della tua fiducia. Come abbiamo già visto in un altro episodio, “uno” e “una” spesso indicano una persona.

Allora esiste similmente anche “uno di cui” (“uno”, non “un”):

Gianni è uno di cui sentirai parlare presto.

“Un di cui” pertanto è diverso da “uno di cui”.

E adesso ripassiamo, perché il ripasso che facciamo alla fine di ogni episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente non dovete considerarlo solo un di cui dell’episodio, ma è la cosa più importante perché è esattamente questa la prerogativa di questa rubrica: il ripasso.

Ascoltiamo Peggy, una di cui sentirete spesso parlare, e di cui avete in realtà già sentito parlare nei passati ripassi.

Peggy: L’altro giorno, mi è balzata agli occhi la seguente notizia. Ve la racconto:
Biniam Girmay, alla decima tappa del Giro d’Italia ha avuto la meglio su Mathieu van der Poel, uno dei migliori ciclisti al mondo. Il ciclista eritreo, festeggiava la vittoria sul podio, stappando la consueta bottiglia di spumante, quando il tappo gli ha colpito un occhio. Si è dovuto per questo ritirare dalle gare successive. Che vuoi! Quando si dice la sfortuna!
Per la cronaca, anche il suo avversario Van der Poel, che aveva vinto la prima tappa, a sua volta era stato centrato al collo e al viso dal sughero della sua bottiglia durante il festeggiamento sul podio.
Sarà pure un caso, ma per non saper né leggere né scrivere, dopo l’infortunio dei due ciclisti , dalla tappa appresso si è deciso di rimuovere i tappi dalle bottiglie.

Il putiferio, il vespaio e la bufera

Il putiferio, il vespaio e la bufera (scarica audio)

altre frasi idiomatiche

associazione italiano semplicemente

Voce di Sofie, membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Trascrizione

Sofie (Belgio): Il termine putiferio non è molto usato dai non madrelingua.

Il motivo probabilmente è che somiglia molto al più diffuso “casino“.

Casino è però molto informale, e sicuramente è il più usato da tutti nel linguaggio di tutti i giorni.

Ad ogni modo un putiferio, proprio come il casino, possiamo usarlo in più occasioni. La scelta dipende dal contesto, che può essere più o meno familiare.

Prima di tutto un putiferio è una specie di litigio tra persone o meglio ancora una situazione di clamore improvvisa.

Questo clamore è stato provocato da un grosso problema venutosi a creare.

Es:

Appena la notizia della corruzione è apparsa sui giornali, nel partito è successo il/un putiferio.

Il mio ragazzo mi ha lasciato e io all’inizio ho fatto il/un putiferio.

Quando arrivai tardi alla riunione il mio capo ha scatenato il/un putiferio.

Si tratta di qualcosa di rumoroso e violento, che genera confusione e generalmente anche dei grossi cambiamenti.

Ma un putiferio può anche essere una scenata, una reazione di una persona che giudichiamo esagerata, uno sfogo incontrollato di rabbia e di risentimento contro qualcuno:

Il mio ragazzo mi ha visto che baciavo un altro ragazzo e ha fatto un putiferio.

Perché per così poco hai generato un putiferio? Che bisogno c’era? Non potevi reagire da persona equilibrata e tranquilla? C’era bisogno di questa reazione esagerata?

Un putiferio può indicare, proprio come il casino, un grande disordine:

Che putiferio che c’è in questa stanza! Perché non la riordini?

Ci sono altri termini anch’essi altrettanto usati, quali finimondo, pandemonio, parapiglia, trambusto, tumulto e al limite anche il vespaio.

Il vespaio è interessante perché viene dal termine vespa. In vespaio è in senso proprio il nido delle vespe.

Rispetto al pandemonio, il vespaio dà l’idea di una reazione più silenziosa, ma comunque confusionale e incontrollata. Indica pettegolezzi, scandali, gente che parla e discute, l’esistenza di risentimenti e malumori.

Il tipico esempio dell’uso del vespaio è:

Provocare un vespaio di polemiche

Suscitare un vespaio di critiche

Sollevare un vespaio di proteste

Queste critiche vengono da più parti. Pensate al rumore delle vespe nel vespaio.

Il pandemonio dunque è più rumoroso e può essere fatto anche da una sola persona. Il vespaio invece coinvolge più persone.

Molto giornalistico è anche il termine “bufera“, preso in prestito dalla terminologia meteorologica:

Si scatena una bufera nelle istituzioni scolastiche dopo le dichiarazioni di Giovanni che vuole rinunciare all’insegnamento della grammatica.

Si tratta sempre di proteste generalizzate, che vengono da più parti e generano scompiglio, confusione; un grave sconvolgimento, in genere politico o sociale.

Generalmente il vespaio viene generato, suscitato o sollevato e si riferisce a critiche e polemiche da parte di più persone.

Appena ho pronunciato il verbo sollevare mi è subito venuto alla mente il termine “polverone“, anch’esso simile.

Hai sollevato un polverone per un nonnulla. Datti una calmata!

Più informale il polverone rispetto al vespaio.

Le bufere invece, proprio come le tempeste di pioggia e vento, sono qualcosa di più violento e si dice in genere che si abbattono (ad es. su una persona o su un personaggio pubblico) dopo un certo avvenimento, come può essere una dichiarazione pubblica.

Il pandemonio si può tranquillamente usare al posto del vespaio e della bufera, ma in tal caso si preferisce usare il verbo “fare” o “provocare” (fare/provocare un pandemonio), oppure si dice che è successo un pandemonio.

Oddio,vedo che siamo arrivati a sei minuti! Allora vi saluto e spero che tra di voi non si sia sollevato un vespaio di proteste!

Ciao.