881 Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve

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Trascrizione

Tanto tuonò che piovve è un’espressione in cui si utilizza l’immagine del tuono, cioè del rumore che viene dal cielo dopo il fulmine.

Tuonare è il verbo in questione.

Il tuono normalmente arriva però prima della pioggia.

Senti come tuona! Rientriamo in casa prima che piove!

Il tuono quindi anticipa la pioggia, preannuncia la pioggia.

In questa espressione utilizziamo i due verbi tuonare e piovere al passato remoto. Tuonò e piovve.

“Tanto tuonò che piovve è l’espressione” , che significa: tuonò talmente tanto che iniziò a piovere.

Non si può utilizzare il passato prossimo, come potrebbe sembrare normale, ma solamente il passato remoto. Il senso sarebbe conunque ben comprensibile, ma questa, lo avrete capito, è una espressione figurata e va usata così com’è, come normalmente accade.

Si parla infatti di qualcos’altro e non delle cattive condizioni del tempo.

Parliamo di quando accade qualcosa che era stato preannunciato da qualche segnale.

C’erano già state delle avvisaglie. Termine questo che si usa soprattutto per indicare i primi sintomi di una malattia e primi segnali di un temporale. Oltre al senso figurato ovviamente.

Qualsiasi avvenimento in fondo, soprattutto quelli negativi, non accade all’improvviso, ma ci sono sempre vari segnali, che vengono chiamati segnali premonitori, proprio come il tuono è un segnale premonitore della pioggia.

Stiamo allora parlando di un vero e proprio proverbio che ci dice di non non ignorare gli avvertimenti, ciò che accade, perché potrebbe preannunciare qualcosa di molto negativo.

Vediamo ad esempio l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non si può dire che non ci siano stati avvenimenti premonitori. Adesso che siamo in piena guerra, possiamo dire “tanto tuonò che piovve“.

In qualche modo è come dire: si capiva che sarebbe accaduto ciò che è successo, perché c’erano tutti i segnali. Il destino era scritto.

L’espressione è adatta per commentare degli episodi, degli accadimenti, e in teoria solo se negativi, per cui nel passato si era capito che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa.

Si trovano comunque anche esempi di semplici conclusioni in qualche modo annunciate, persino se positive.

Dopo aver letto sui giornali per tanto tempo che sarebbe cambiata la proprietà di Twitter, quando alla fine questo diventa realtà si potrebbe commentare questa vicenda proprio così: tanto tuonò che piovve.

Questa è una semplice conclusione annunciata. Che poi le conseguenze siano veramente negative o positive può non essere importante.

In genere comunque la pioggia viene intesa come qualcosa di negativo. Basti pensare all’espressione “piove sempre sul bagnato” per dire che la sfortuna o le disgrazie capitano sempre a chi ha già tanti guai.

Adesso ripassiamo:

Da registrare:

Marcelo:
Un giorno, un uomo d’affari, lavoratore indefesso che non vi dico, uno che con gli affari ci sa proprio fare, stava sul lungomare a fare una passeggiata. D’un tratto si accorge che un pescatore stava battendo la fiacca e stava fissando le onde del mare a braccia conserte. Così gli fa:

Mary: Signore, non è che io voglia disturbarla, ma non va a pescare oggi?

Irina: macché!

Khaled: Come mai? Metterei la mano sul fuoco sul fatto che lei piglierebbe tanti pesci oggi. Se non se la prende comoda , molto probabilmente potrebbe fare due o tre viaggi prima che faccia notte. Quanti più pesci porta a casa, tanto più il guadagno cresce. E così potrebbe comprarsi più barche e assumere altri pescatori. Sarebbe un crescendo di guadagno e così via.

Irina: sarà! Ma quale sarebbe lo scopo di tutto questo?

Rauno: Faccia conto di essere già ricco grazie a tanto lavoro fatto. Allora potrà finalmente godersi questo bellissimo posto.

Estelle: Il pescatore allora si guardò l’imprenditore e gli fece:

Irina: Sa, stavo proprio lì lì per farlo prima che arrivasse lei ad attaccarmi il pippone. Ma dimmi tu!

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La moral suasion – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 27)

La moral suasion

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della moral suasion.

Una locuzione quasi esclusivamente politica. In questo ambito infatti, si usa in alcune occasioni al posto di “persuasione“.
Sapete cos’è la persuasione?
La persuasione è ciò che si fa quando si cerca di convincere qualcuno della propria idea. Si cerca di modificare l’atteggiamento o il comportamento altrui attraverso la parola o lo scritto.

La persuasione è una vera capacità, un’abilità, quasi un’arte direi.

Chi sa persuadere (questo è il verbo che dovremmo usare al posto di “convincere“) ha una forma di potere che coloro che non ne sono capaci non hanno.
La moral suasion è però una persuasione morale. Si cerca di persuadere facendo leva su dei valori morali.
E’ dunque un invito a correggere o rivedere determinate scelte o comportamenti in politica perché ritenuti moralmente sbagliati.
Ma tutti possono fare questa moral suasion?
Non esattamente.

In genere la moral suasion è proveniente da una personalità, una persona importante o da un organismo a cui è riconosciuta da tutti una certa autorevolezza.

Il presidente della Repubblica italiana, dall’alto del Colle, può ad esempio esercitare moral suasion nei confronti di politici o correnti politiche o partiti politici che hanno intenzione di prendere certi provvedimenti che il presidente ritiene immorali.

Questa autorità, qualunque essa sia, generalmente ha un ruolo imparziale, saggio, equanime (dovrei usare un’altra definizione ma la spiegherò nel prossimo episodio dedicato alla politica) e ha obblighi di vigilanza di qualche tipo, lavora in genere a garanzia delle istituzioni, e utilizza, in questo caso, questo suo potere non attraverso atti formali, documenti, approvazioni ufficiali, provvedimenti di qualunque tipo, ma semplicemente cerca di convincere, cerca di indurre ad un comportamento moralmente e socialmente corretto.

Sto cercando altri verbi adatti per descrivere l’obiettivo della moral suasion.

Indurre va bene ma anche orientare: si cerca di orientare dei comportamenti. La moral suasion si propone di orientate, di influenzate scelte e comportamenti.

Quindi questa autorità non ricorre direttamente ai poteri che la sua carica o la legge le mette a disposizione per l’esercizio delle sue funzioni ma usa la sua autorevolezza.

Chi è vittima della moral suasion potrebbe essere insensibile alle questioni morali, ma la moral suasion punta anche e soprattutto sull’impatto sociale della moral suasion, sulle sue conseguenze, non quelle giuridiche ma quelle sull’immagine, sulla notorietà, sulla reputazione di chi subisce la moral suasion.

Il termine suasion (notate la pronuncia) potrebbe sembrare di origine inglese ma è latina. Significa proprio persuasione.

Vediamo qualche esempio:
Il presidente della repubblicq esercita la sua moral suasion affinché il governo corregga il decreto che potrebbe favorire una maggiore l’evasione fiscale.
La moral suasion si esercita. Proprio come il potere.

Se vogliamo usare parole e verbi diversi potremmo dire che il presidente “fa pressione” sul governo affinché eccetera eccetera.

Oppure, il presidente cerca di persuadere o di dissuadere. Questo è interessante, perché la moral suasion si può utilizzare sia per persuadere che per dissuadere, a seconda dei casi.

Una cosa infatti è dire: “devi fare così”, “è meglio prendere questa decisione”, “questa è la strada corretta da seguire” (questo è persuadere), e un’altra cosa è dire: “non devi fare questo”, “questo provvedimento è immorale” ecc.

In quest’ultimo caso parliamo di dissuasione e di dissuadere.

Se non avete ancora capito la differenza, basti pensare a una persona che vuole suicidarsi. Bisogna dissuaderla! E bisogna persuaderlo del fatto che la vita è bella e va vissuta.

Si può tranquillamente fare un collegamento tra la moral suasion e l’espressioneavere un ascendente su una persona, che vi ho già spiegato, ma quest’ultima non è tipicamente politica, ma si può usare ogniqualvolta una persona abbia una certa capacità di influenzare le scelte e le decisioni di altre, senza essere un’autorità nazionale o una importante istituzione.

Comunque, all’inizio ho detto che la locuzione moral suasion è “quasi” esclusivamente politica. Anche in economia esiste la Moral suasion.

La pubblicazione di una notizia sui giornali o sui telegiornali ha il potere di dissuadere aziende che potrebbero infrangere la legge o dei regolamenti.

Potete comunque usare la moral suasion anche in senso ironico, quando si tratta di convincere una persona a intraprendere una decisione oppure a non farlo.

Es.Mia moglie non vuole partecipare a uno scambio di coppia. Perché non ci provi tu, che sei la sua migliore amica, a fare un po’ di moral suasion?Scherzi a parte, anche una istituzione nazionale può esercitare la moral suasion, ma per poterlo fare deve avere un potere di vigilanza, come la Consob, che è l’organo di controllo del mercato finanziario italiano, o l’autorità per anticorruzione o organismi di questo tipo.

Chi vuole adesso può rispondere a alcune domande di questo episodio per mettersi alla prova. Per farlo basta diventare membri di Italiano Semplicemente, la nostra associazione creata per conoscere l’italiano e l’Italia. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica.

Le domande e le risposte sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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880 Tanto di

Tanto di

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Trascrizione

L’episodio di oggi, come promesso, è dedicato a “tanto di“.

È interessante perché questa può avere un significato simile a persino, anche, addirittura.

Es:

La Francia è proprio brava a giocare a calcio. Quando la vedo in tv mi levo tanto di cappello!

Cioè: mi tolgo persino il cappello davanti a loro, per rispetto, per ammirazione. C’è spessissimo ironia in queste occasioni.

Tanto di cappello” è un’espressione abbastanza nota e utilizzata. Non è detto ci sia sempre ironia quando si usa. Può trattarsi anche di semplice ammirazione.

Se parliamo di rispetto non siamo affatto ironici comunque:

Es

Tanto di rispetto per chi dedica la propria vita a fare assistenza ai poveri.

Quindi più in generale, “tanto di” può essere seguita da un sostantivo allo scopo di sottolineare qualcosa con enfasi.

Il mio capo è proprio di estrema destra! Oggi sono stato nel suo ufficio e sulla sua scrivania c’era tanto di foto di Benito Mussolini!

Come vedete ha un significato simile a persino, anche, addirittura, ma si può usare anche insieme.

Spesso si usa la preposizione “con“:

Da babbo natale ho ricevuto un bel pacco con tanto di fiocco!

Io sono un cuoco con tanto di diploma!

Oppure: ho (anche) tanto di diploma.

È stata una festa bellissima, con tanto di ballerine, camerieri e champagne! (c’erano tanto di ballerine ecc.)

Notate che in questo caso stavolta non ho usato “con” ma “c’erano) e ho usato il plurale (c’erano tanto di ballerine e camerieri…) che è la forma corretta se ci sono più elementi che seguono.

Ora, bisogna anche saper riconoscere, in una frase, se veramente è questo il senso di “tanto di“. Non sempre è così

Es:

C’era tanto di quel sale nella pasta che non era mangiabile.

Questo è ancora un altro modo di usare “tanto di” seguito da un sostantivo. Si riconosce facilmente non solo perché c’è “tanto di quel, tanto di quei, tante di quelle” ma anche perché c’è “che” nella seconda parte della frase.

Non basta quindi che ci sia la preposizione “di”, affinché la frase abbia un unico significato. Posso farvi anche altri esempi:

Non importa se non c’è nulla da mettere sotto i denti, tanto di mangiare non ne ho proprio voglia.

C’è tanto di buono, di nobile e di vero, nel tuo carattere!

Dietro quel sorriso innocente c’è tanto di più di quanto si pensi!

C’è tanto di Giovanni in queste sue poesie.

Bisogna accontentarsi di quello che abbiamo trovato, non c’è tanto di meglio sul mercato.

Vi lascio soli perché immagino abbiate tanto di cui parlare

Qui fa freddo tanto di notte quanto di giorno (in questo caso posso sostituire “tanto” e “quanto” con “sia”)

Come avete visto, non è neanche sufficiente che ci sia un sostantivo, purtroppo.

Vediamo un ultimo esempio:

Hanno licenziato Giovanni perché pare che abbia rubato il portafogli ad un collega. C’è tanto di video a dimostrarlo!

A volte, come in questo caso, il sostantivo che segue serve a dimostrare qualcosa. Ricordate l’esempio precedente del diploma da cuoco? Anche in quel caso c’è una prova, una dimostrazione, e infatti il diploma dimostra che sono un cuoco, come il video del furto è a dimostrazione della colpevolezza di Giovanni.

Lo stesso si può dire, in misura più o meno evidente, in quasi tutti gli esempi: il fiocco è ciò che caratterizza un pacco regalo; se mi tolgo il cappello è segno che esprimo ammirazione.

Sono sicuro che l’episodio di oggi darà tante buone occasioni per mettersi alla prova durante i prossimi ripassi.

A proposito, eccovi quello di oggi.

Irina: tenetevi forte ché vi racconto cosa mi è accaduto.

Hartmut: Dai, raccontamelo, non tenermi sulle spine!

Irina: dunque, facevo due passi nel bosco per prendere una boccata d’aria come sono solita fare di sera. Di punto in bianco è sbucato nientepopodimeno che un cinghiale! Mi ha preso una fifa blu che non vi dico! Sembrava avermi presa di mira e stavamo a tu per tu. Mi guardavo intorno ma non c’era un rifugio. Avevo sentore che fossi spacciata. Avevo a portata di mano solo un bastone. Ero decisa di prendere il toro per le corna come non mai! Fortuna ha voluto che il cinghiale è scappato e così ho buttato via il bastone, che sì è rotto in una caterva di pezzi. Era proprio marcio!

Hartmut: Dai, che sciocchezze ci racconti! Non ci credo neanche per sogno.

Irina: macché sciocchezze! È tutto vero, altro che storie!

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879 Tanto di guadagnato, tanto meglio

Tanto di guadagnato, tanto meglio

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L’episodio di oggi è dedicato alla locuzione “tanto di guadagnato”. In questa locuzione il termine “tanto” non viene utilizzato nel modo classico, nel senso di molto, riferito a un’alta quantità o a un alto livello, ma d’altronde abbiamo già incontrato nei passati episodi altri esempi di utilizzi particolari.

Vi ricordo ad esempio: tanto più, tant’è vero che, tanto quanto, se tanto mi dà tanto, tanto piove, tanto vale ed altre ancora.

È sempre interessante vedere cosa sta vicino a “tanto”. Soprattutto da quello dipende il significato.

Stavolta l’espressione è interessante soprattutto per le prime due parole: tanto di.

È talmente interessante che il prossimo episodio lo dedicheremo proprio a “tanto di“.

Oggi però mi interessa spiegare “tanto di guadagnato” che è una locuzione a sé stante, con un significato specifico.

Guadagnato è naturalmente il participio passato del verbo guadagnare, verbo che solitamente si riferisce al denaro, ai soldi, al ricavato di una vendita o di un’attività, di un lavoro. In questo caso però non necessariamente parliamo di soldi ma semplicemente di qualcosa di positivo.

Tanto di guadagnato” infatti si utilizza quando ci potrebbe essere la possibilità che si verifichi un evento che può portare qualcosa di positivo (ad esempio per me). Sembra complicato vero? Non è così, vedrete.

Questo possibile risultato positivo poi è spesso indipendente dalla mia scelta o dalla mia volontà. Si tratta a volte di un vantaggio inaspettato, ma ad ogni modo questo vantaggio è ottenuto come sovrappiù. Niente di così importante ma comunque sempre positivo.

Potremmo dire quindi che rappresenta un di più di cui si potrebbe anche fare a meno, ma se viene, è benaccetto, è gradito.

Questo vantaggio in pratica potrebbe accadere o non potrebbe accadere, ma se dovesse accadere ne sarò lieto, sarò felice di questo. Sarà una bella notizia. Se accadrà, sarà tanto di guadagnato. Non dipende quasi mai da me però, quindi in questi casi non posso saperlo.

Si usa sempre il verbo essere, anche se spesso non si usa alcun verbo.

Vediamo qualche esempio.

Vado a riscuotere lo stipendio. Mi è stato detto che solo per questo mese ci sarà un piccolissimo aumento. Non mi faccio illusioni, ma se fosse così, (sarà) tanto di guadagnato.

Si dice anche, con lo stesso significato, “tanto meglio”. Solo a volte si possono usare meglio ancora o “ben venga“. In quest’ultimo caso il verbo essere non va mai usato.

In ogni caso si mostra in questo modo il proprio gradimento per un eventuale avvenimento.

Es:

I miei dipendenti hanno assicurato che faranno almeno la metà del lavoro entro stasera. Tutto ciò che verrà fatto in più sarà tanto di guadagnato.

In questo caso il verbo essere è obbligatorio.

Qualora la frase iniziasse con “se”, “nel caso in cui” e simili, potete normalmente decidere voi se mettere il verbo, che, ormai lo avete intuito, è sempre al futuro:

Se dovesse accadere, (sarà) tanto di guadagnato

Qualora arrivasse l’aumento, (sarà) tanto di guadagnato

Devo dire alla cliente che non è obbligatorio pagare per questo servizio, ma se vuole pagare (sarà) tanto di guadagnato.

Ogni volta c’è sempre un tono di soddisfazione verso questa positiva eventualità, ma come ho detto, si tratta di qualcosa in più, qualcosa di non molto importante, ma comunque qualcosa di gradito che se arriva, bene, altrimenti, pazienza.

Per concludere, mi rendo conto che in questo episodio ho utilizzato molte espressioni, locuzioni e molti termini che sono già stati oggetto di passati episodi (per questo forse sarò soggetto a critiche da parte di qualcuno), ma, come si suol dire, avete voluto la bicicletta e adesso pedalate.

Come se non bastasse adesso, dulcis in fundo, vi tocca anche un bel ripasso da parte di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente che da par loro, non vogliono lasciare nulla di intentato per migliorarsi.

Marcelo: Recentemente mi sono imbattuto in una storiella all’insegna della percezione positiva. Ve la racconto. C’era un tizio che, per arrotondare, faceva un lavoretto come muratore per il suo dirimpettaio.

Peggy: Si adoperava per mettere tutte le 100 pietre con cura a precisione affinché il muro fosse fatto con i fiocchi, come era solito fare.

Ulrike: Appena finito, fece un passo indietro a guardare con orgoglio il suo capolavoro. Di punto in bianco si sentì un urlo.

Estelle: uuhhh, Mannaggia. Non può essere!! Ho messo due pietre storte. Che obbrobrio! Non sono altro che una incompetente!

Edita: due minuti dopo o giù di lì passò una signora che disse:

Carmen: Chi ha eseguito questo lavoro? L’ha fatto lei? Veramente un bellissimo muro.

Danielle: Macché! Ha problemi di vista signora? Guardi quelle due pietre lì, sono di uno storto che non le dico!! Balza subito agli occhi, non si è accorta?

Carmen: Come no! Non è che a me sia sfuggito, ma vedo soprattutto che le altre 98 pietre sono messe alla perfezione.

Anne Marie: A ragion veduta, Il tizio dice: Beh, è vero, e si dà il caso che non tutte le ciambelle riescano col buco. Sono stato uno sciocco a concentrarmi sulle uniche due messe storte: quisquilie direi. Ha proprio ragione signora.

Irina: Sai, ora che me ne sono fatta una ragione, me ne frego di questi due mattoni. Mica è un brutto muro in fondo! Grazie, avercene di percezioni positive come la sua. Sarei rimasta delusa senza il suo incoraggiamento.

Carmen: Si figuri, niente di che. Che sarà mai!

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878 Retto e corretto

Retto e corretto

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retta e corretta

L’episodio di oggi è dedicato alla rettitudine. Bella parola questa.

La rettitudine è una caratteristica di alcune persone che vengono chiamate “persone rette”.

Sapete tutti cos’è una retta? Il sostantivo intendo.

La retta si studia a scuola, in matematica. Per carità, non parliamo di matematica; basti sapere che la retta è qualcosa di diritto, senza curve. Tra l’altro, come sostantivo, il termine “retta” ha anche altri significati, come d’altronde anche il maschile “retto“.

A me oggi interessa però maggiormente l’uso di retto e retta come aggettivi.

Retta e retto sono aggettivi per definire una persona, ed esattamente quelle persone che sono “diritte“, proprio come le rette nella matematica, ma lo scrivo tra virgolette, perché non si parla della loro forma fisica ma si fa riferimento al loro comportamento, in particolare ai loro principi morali. I principi morali sono ciò in cui si crede, gli ideali in base ai quali si distingue il bene dal male. Se questi principi sono sani, giusti, onesti, allora parliamo di rettitudine.

Notate la pronuncia: I princìpi e non i prìncipi. Notate la differenza nell’accento. Attenzione alle parole omografe perché quando cambia l’accento cambia il significato della parola.

Una persona retta è quindi dotata di rettitudine, quindi è una persona coerente a una linea di condotta onesta e giusta. La persona retta si comporta sempre in modo giusto e onesto.

Si può fare un parallelismo con la retta, che, coerentemente, va sempre in avanti senza fare strane curve. La persona retta si comporta così perché crede nella giustizia e nell’onestà e risponde a quella morale che gli impone un tale comportamento. La retta invece risponde solamente ad una equazione.

Potremmo dire che questa persona, se è retta, allora sicuramente è anche corretta, quindi si comporta correttamente con gli altri.

Questa però si chiama semplicemente correttezza. Una persona corretta non ti imbroglia, non ti frega, non dice bugie, non cerca di approfittare di situazioni favorevoli per trarne dei vantaggi personali a scapito di altre persone.

Prima invece parlavamo della rettitudine, cioè la assoluta conformità ai principi morali, che si riflette in una condotta di assoluta onestà e probità. Si parla di una persona proba. Avete presente la canzone di Fabrizio De André?

Un uomo onesto, un uomo probo, tralalallalla tralallalero… s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente…

La canzone si chiama “la ballata dell’amore cieco o della vanità”.

Il termine probità si usa meno ma non fa certamente male conoscerne il significato.

La probità è un termine molto adatto in alcune circostanze:

Per esempio la probità di un magistrato, di uno studioso, la probità di vita e di costumi.

Il senso della moralità è forse persino più forte rispetto al termine rettitudine.

La rettitudine è una grande virtù, e una persona retta è per forza anche una persona corretta.

A volte però si dice che una certa persona è “retta e corretta”. Un semplice giochino di parole che serve però a rafforzare il concetto.

Parliamo si una persona di sani principi che non si comporta mai scorrettamente. In pratica ci si può fidare ad occhi chiusi di una persona retta e corretta.

E’ un po’ come dire:

Una persona correttissima e affidabile

Una persona onesta e corretta

Una persona nota per la sua estrema correttezza

eccetera

Proprio perché è un modo per rafforzare, per enfatizzare il concetto, non possiamo dire che una persona è molto retta e corretta, per lo stesso motivo per cui perché non si può dire “persona molto correttissima”.

Un’altra cosa: “retta” si può usare non solo per descrivere una persona, ma anche la vita di questa persona.

Es:

Dio apprezza e ricompensa in eterno coloro che vivono una vita retta e corretta.

Inoltre, ci si può comportare in modo retto e corretto. Quindi parliamo di un comportamento retto e corretto.

Anche una buona educazione può essere definita retta e corretta.

Parliamo di un’educazione che è basata su sani principi come il rispetto del prossimo, l’onestà e la giustizia.

Ugualmente, una “via” retta e corretta è una direzione di vita impostata ai più sani principi morali.

Vi faccio un ultimo esempio.

Io non sono un evasore fiscale, anzi, sono da sempre retto e corretto e quel poco che guadagno lo dichiaro tutto allo Stato a costo di fare la fame!

Adesso ripassiamo:

Edita: se è un ripasso che vuole Giovanni, dovrà aspettare. Piu’ in là avrò un po’ di tempo! Ho comunque sentore che questa risposta non gli sconfinfererà.

Rauno: andateci un po’ piano con Giovanni oggi, che ha ancora il magone per via dell’assenza dell’Italia al mondiale del Qatar. Potrebbe pure essere irritato quindi sappiate che è da prendere con le molle.

Danielle: ma è possibile mai, cara Edita, che non c’e’ una volta, dico una che è una, che tu non esordisca prendendo per i fondelli Giovanni quando chiede un ripasso?

Marcelo: non preoccuparti cosi’ tanto, Danielle. Giovanni è uno che sa prendere con filosofia le prese in giro di Edita. Comunque sfondi una porta aperta perché aspetto con ansia il giorno che lui farà piazza pulita, qui nel gruppo, e cosi facendo ci scrolleremo di dosso Edita una volta per tutte. Di dosso… ho usato un eufemismo. Volevo dire che ce lo toglieremo dalle scatole.

Anthony: Quanto a eufemismi, hai appena fatto il bis! Sei sempre stato incline agli eufemismi! Che finezza!

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esercizio -  domande episodio 878

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877 È che…

È che… (scarica audio)

Trascrizione

L’episodio di oggi è dedicato ad una brevissima locuzione con cui si può iniziare una frase. “È che”.

Probabilmente vi ricordate della locuzione “non è che“. Stavolta però non abbiamo la negazione, e togliere la negazione non significa sempre che il significato è l’opposto.

A dire il vero a volte “è che” si utilizza anche insieme a “non è che” e si usa proprio in senso opposto per sottolineare ciò che voglio dire. Prima nego una affermazione e poi aggiungo qualcosa, poi spiego meglio.

Ad esempio:

Non è che mi sono scordato del tuo compleanno, è che ricordavo fosse ieri.

Raramente però le due locuzioni si usano insieme a questo scopo. Vediamo allora di aggiungere qualcosa in più per capire come si usa “è che“.

Nel linguaggio colloquiale è molto frequente. Più difficilmente si trova anche per iscritto.

Questa locuzione si usa per dare una risposta, spesso per dare una giustificazione oppure come semplice commento.

Questo lo avevamo detto anche nell’episodio dedicato a “non è che”, a proposito di uno dei suoi utilizzi.

In questi casi si tratta di spiegare un motivo per cui accade qualcosa, ad esempio quando ci si deve giustificare, quando si deve trovare una scusa per giustificare un comportamento proprio o di altre persone.

Es: come mai non puoi venire più al cinema stasera?

Risposta:

è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Non c’è bisogno di negare (usando “non è che”) e poi giustificarsi. È sufficiente la giustificazione. In questo caso non c’è niente da negare, a meno che la domanda non fosse stata:

Non ti va più di venire al cinema stasera?

Allora la risposta poteva essere:

Non è che non mi va più, è che avevo dimenticato di avere un impegno.

La risposta precedente (senza la negazione) è in pratica la forma abbreviata di:

Il motivo è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Oppure:

Il fatto è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Spesso è quest’ultima la versione che si preferisce utilizzare in queste occasioni.

A volte si è dispiaciuti per un certo motivo, altre volte si vorrebbe prendere una decisione ma non si può per un qualunque motivo.

Es: dobbiamo assolutamente rinunciare al nostro viaggio in Italia.

Risposta:

Lo so, è che volevo andare a trovare Giovanni.

Equivalente a:

Lo so, mi spiace perché volevo andare a trovare Giovanni.

Oppure:

I miei amici Carlo e Francesca, dopo 20 anni di matrimonio, si sono lasciati.

Commento:

È che dopo un po’ il rapporto cambia, l’innamoramento finisce e con gli anni bisogna vivacizzare il rapporto.

Anche in questi caso possiamo dire “il fatto è che“, come prima. Così però è più informale, meno impegnativo, meno giudicante.

Un altro esempio. Paolo parla con Alfredo e gli dice quanto è sfortunato:

Paolo: Non ho mai vinto alla lotteria. Che sfortunato che sono!

Alfredo: sai, è che per vincere bisogna anche provare a giocare…

In questo caso è anche ironico.

Avete notato che in questo caso somiglia anche a “però“. Può somigliare anche a “ma purtroppo”.

Esempio:

Vorrei tanto comprare una Ferrari; è che non ho abbastanza soldi!

Infine si utilizza quando si hanno dei dubbi, preoccupazioni e problemi:

Mi piacerebbe trasferirmi in un’altra nazione completamente diversa dall’Italia.

Ci sarebbe anche l’opportunità, è che i miei figli non sono molto d’accordo.

Oppure:

Io e mia moglie stiamo pensando di fare un altro figlio. È che abbiamo solo due camere da letto per il momento.

Qui all’inizio sembra essere “il problema è che“. Lo stesso nell’esempio precedente.

Oppure:

Mio figlio stasera dovrà rientrare a casa da solo. Va bene, ha 15 anni; è che sarà buio a quell’ora.

In questo caso si potrebbe dire:

Sono preoccupato ugualmente perché a quell’ora sarà buio

O anche:

Nonostante questo sono preoccupato perché sarà buio a quell’ora.

È che” è più veloce e per questo adatto a un linguaggio colloquiale.

Vi lascio adesso ad un bellissimo ripasso realizzato dalla nostra Peggy. Le voci sono di altri membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Peggy: Un giorno, un bambino giapponese di 4 anni, di punto in bianco ha espresso ai suoi il desiderio di volersi far crescere i capelli fintantoché non sarebbero diventati molto lunghi.

Ulrike: vai a capire cosa gli è frullato in testa!

Marcelo: Il padre, di primo acchito, era prevenuto contro questo pensiero che gli era alquanto peregrino. La richiesta del figlio ha suscitato una forte preoccupazione in entrambi i genitori, facendogli pensare che il loro piccolo possedesse un orientamento sessuale diverso rispetto dagli altri bambini.

Irina: Per ridurre ai minimi termini tale preoccupazione, i genitori hanno interpellato il figlio per conoscere il motivo per cui aveva preso la decisione attinente ai capelli.

Estelle: Dopo le plausibili spiegazioni del figlio, nonostante inizialmente poco propensi ad aderire alla sua idea, sono rimasti d’accordo con lui. al contempo però gli hanno fatto presente che questo atto avrebbe dato adito a tante critiche nei suoi confronti da parte degli amici. Un rovescio della medaglia a cui forse non aveva pensato.

Sofie: Manco a dirlo, nel giro di tre anni, via via che i suoi capelli crescevano, spesso e volentieri veniva preso di mira ed a mali parole da altri bambini. Alcuni non l’hanno neanche degnato di uno sguardo, guardandosi bene da qualunque approccio con lui.

Natalia: Certamente, tutto ciò è quanto mai difficile da sorbire per un ragazzo, e a maggior ragione per un bambino di una simile età.

Danita: In effetti, per via della frustrazione, diverse volte ha ceduto, pensando di tornare sui propri passi. Tuttavia, ogni volta, come rifletteva sulla finalità del suo gesto, pensava all’imminente momento del traguardo, così stringeva i denti e andava avanti.

Hartmut: All’età di sette anni, i suoi capelli sono arrivati alla lunghezza che voleva, ossia all’altezza della vita. Al che, si è fatto tagliare i capelli per poi donarli ai malati di cancro.

Danielle: Ecco perché tre anni fa ha deciso di intraprendere questo percorso tortuoso! La causa misteriosa alla fine è venuta a galla.

Anthony: Dunque, forte della sua tenacia, non ha reso il proprio desiderio pio o effimero che dir si voglia. Il suo gesto non lascia affatto il tempo che trova.

Fatima: A suo modo ha dato un valido apporto al progetto di aiutare le persone sofferenti di cancro.

Cat: Pensiamoci! Noi grandi, ci reputiamo all’altezza di questo bambino? Sappiamo fare qualcosa del genere tendendo la mano ai bisognosi?

Peggy: Senz’altro si tratta di un bambino sui generis, nonché con tanta nobiltà d’animo! Tra l’altro, il suo lavoro non è risultato fine a sé stesso, anzi è stato molto edificante. Fare del bene fa del bene anche a sé stessi.

Rauno: Dopo tale vicenda, numerosi bambini provenienti da svariati angoli del mondo, hanno seguito il suo esempio sulla falsariga del protagonista, andando incontro a chi necessitava di aiuto nei modi più svariati. Questi bambini hanno tutto il nostro plauso, eccome!

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Il verbo rimanere

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Trascrizione

Vediamo insieme come usare il verbo “rimanere“. Sono sicuro che rimarrete stupiti almeno di uno di questi utilizzi.

Infatti, tutti voi che state imparando la lingua italiana e che vi trovate ad un livello intermedio sicuramente conoscerete il modo più comune di utilizzare il verbo rimanere.

E’ molto simile a “restare“.

Quanto mi rimane da studiare l’italiano prima di imparare tutto?

Quando mio figlio mangia, non rimane niente per gli altri!

In questi casi c’è qualcosa che manca, che rimane, che resta ancora da fare, da mangiare eccetera.

C’è anche però il senso opposto, quello della persistenza, di qualcosa che non cambia. C’è una sorta di immobilità:

Io rimango concentrato tutta la lezione

Si usa spessissimo anche con i luoghi: restare/rimanere in un luogo, trattenersi in un luogo, senza andar via, senza lasciarlo.

Si può rimanere a Roma, si può rimanere in vita, si può rimanere da soli, oppure rimanere con Giovanni, come state facendo ora.
Ho cercato di usare rimanere con le preposizioni normalmente più utilizzate.
Ci sono anche un sacco di espressioni e locuzioni che sono nel linguaggio comune:
  • rimanere a bocca aperta (per lo stupore, per la bellezza)
  • rimanere di stucco (per lo stupore)
  • rimanere di sasso (per lo stupore, per qualcosa di spiacevole accaduto)
  • rimanere a bocca asciutta (per essere rimasti senza niente, per non aver ottenuto nulla rispetto ad altri)
  • rimanere al verde o rimanere all’asciutto (rimanere senza soldi)
  • rimanere a piedi (non riuscire a rimediare un passaggio)
  • rimanere a secco (es, senza benzina)
  • rimanere con un palmo di naso (restare deluso, rimanere male nonostante le aspettative fossero alte)
Un altro utilizzo abbastanza comune è rimanere indietro, proprio come restare indietro.
Qui c’è il senso di non riuscire a recuperare, non riuscire ad avanzare, magari in una gara, rispetto ad altri. C’è il senso di mancato movimento anche qui, mancato recupero.
Con lo stesso senso si può anche rimanere avanti (quindi non perdere posizioni).

In senso figurato può significare essere arrivati in un punto in una determinata attività, in un discorso, ecc.,

es:
Riprendiamo il lavoro da dove eravamo rimasti ieri.
In senso simile abbiamo già visto il significato di “come rimaniamo?” che si usa ugualmente quando una attività si interrompe per essere ripresa successivamente.

Il senso di immobilità, di mancato movimento si usa dunque anche in senso figurato.

Infatti se è vero che si può rimanere indietro, o sdraiato o in piedi, si può anche rimanere in carica (es. come direttore) nel senso che non si perde una carica un ruolo e si rimane con quella carica.

Le espressioni idiomatiche viste prima sono un esempio di questo utilizzo.
L’utilizzo di cui vi accennavo prima, quello che molti di voi probabilmente non conoscete, è invece relativo ad un uso un po’ insolito del verbo rimanere. Si usa soprattutto in modo colloquiale, informale.
Se ad esempio vi trovate a Roma e chiedete un’informazione ad un italiano che incontrate per strada, perché non riuscite a trovare un luogo, come una chiesa, una via eccetera, potete dire:
Mi scusi, dove rimane il Colosseo?
In questo strano uso del verbo rimanere, significa stare, essere situato, essere posto, essere ubicato, trovarsi.
Quindi la domanda è equivalente a:
Mi scusi, dove si trova il Colosseo?
Oppure, quando si dà una informazione:
Casa mia rimane abbastanza vicina alla stazione
Il Colosseo rimane vicinissimo alla metropolitana linea B di Roma
Sempre parlando di localizzazione fisica, si può anche dire:
Casa tua mi rimane un po’ scomoda perché io abito dall’altra parte di Roma
Il senso della “localizzazione fisica” però non è l’unico, perché si può estendere l’uso di rimanere con un significato simile a risultare, finire per essere, finire per trovarsi in una certa situazione.
Sono rimasto a piedi
I peperoni mi rimangono un po’ indigesti
Vedete che in questo caso si nota ugualmente un senso legato ad un mancato movimento, una mancata progressione, al senso di stabilità, simile in qualche modo a “rimanere indietro” e simili. Come se questi peperoni non riuscissimo a digerirli al passare del tempo.
Questo senso si perde un po’ in frasi come “mi rimane scomodo“, “rimane lontano da casa mia” e somiglia in questi casi maggiormente a “risultare”, verbo che si usa prevalentemente per indicare la conseguenza di una azione o una chiara evidenza. In effetti si può tranquillamente dire:
Casa tua mi risulta scomoda
i peperoni mi risultano molto indigesti
Poi c’è un uso che abbiamo già incontrato nell’episodio n. 399: rimanerci o restarci male. Veramente abbiamo già incontrato anche l’espressione “ci sono rimasto“, senza aggiungere bene o male. In quel caso c’è ugualmente stupore.
Vabbè a questo punto non rimane che terminare l’episodio. Rimane da vedere se avete capito tutto!
Provate allora a rispondere alle domande su questo esercizio e verifichiamo subito. Non tutti però possono fare questi esercizi. Spero che non ci rimarrete male

Rimane il fatto comunque che potete sempre iscrivervi alla nostra associazione. In questo modo potrete fare tutti gli esercizi in tutti gli episodi e vedrete che rimarrete stupiti di quanti episodi a cui potete accedere e di quanto sia bello far parte della nostra associazione.

Cosa? Vi rimane scomodo venire in Italia per partecipare alle attività dell’associazione? Ma noi facciamo tutto online, anche se una volta l’anno almeno ci incontriamo in Italia per conoscerci meglio. Poi qualcuno ci rimane pure in Italia!

Vi aspetto!

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Il calcio d’inizio – il linguaggio del calcio

Il calcio d’inizio

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Indice episodi

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al mondo del calcio.

Come inizia una partita? Inizia con il calcio d’inizio.

Naturalmente sarebbe “il calcio di inizio” ma si mette normalmente sempre l’apostrofo.

Una espressione questa che si utilizza in più di una circostanza.

Alle 15 ci sarà il calcio d’inizio della partita.

Questo è il consueto modo per indicare l’inizio di una partita. La partita inizierà alle ore 15.

Il calcio d’inizio del campionato è previsto per le ore 20.

Si, anche l’inizio di un’intera competizione avviene con un calcio d’inizio. Per la precisione si tratta del momento in cui inizia la prima partita o le prime partite della competizione.

A 15 minuti dal calcio d’inizio le squadre sono ancora sullo zero a zero.

In questo caso ci troviamo a 15 minuti dal calcio d’inizio, il che vuol dire che la partita è iniziata da 15 minuti e le due squadre sono sullo zero a zero, si trovano sul punteggio di 0-0, cioè il punteggio della gara è ancora 0-0.

Si dice anche, in questo caso, che le reti sono inviolate. In pratica nessuna delle due squadre ha ancora fatto gol.

Il calcio d’inizio è dunque semplicemente l’inizio della partita o di una competizione.

Il termine “calcio” infatti è non solamente il nome del gioco in lingua italiana, ma è anche il nome con cui si indica ogni colpo che si dà al pallone con i piedi. Quindi il primo calcio che si dà al pallone in una partita è proprio il calcio d’inizio della partita.

Esiste anche il verbo calciare.

Quando si colpisce la palla infatti si può anche dire che viene “calciata“. E il giocatore di calcio, non a caso, viene chiamato “calciatore“: è colui che calcia la palla cioè colui che gioca a pallone.

La cosa interessante è che benché il termine calcio indichi un colpo dato al pallone con uno dei due piedi, si può calciare anche con altre parti del corpo, ad esempio con la testa.

Es:

L’attaccante riceve il Cross ma tutto solo calcia di testa altissimo sulla traversa.

Calciare di testa è quindi esattamente come colpire la palla con la testa.

Normalmente. Infatti quando si colpisce il pallone con la testa si parla più frequentemente di “colpo di testa”:

Colpo di testa dell’attaccante che fa gol!

Il calcio d’inizio è anche il modo con cui riprende il gioco dopo che è stato segnati un gol, e anche il modo per indicare l’inizio di ciascuno dei tempi regolamentari o supplementari.

Quando inizia il secondo tempo, c’è dunque il calcio d’inizio del secondo tempo, perché riprende il gioco dopo l’intervallo tra la prima e la seconda frazione di gioco, cioè il primo e il secondo tempo.

Lo stesso vale per gli eventuali tempi supplementari, cioè quelli che possono seguire ai 90 minuti regolamentari nel caso di competizioni ad eliminazione, come i mondiali di calcio.

Concludo dicendo che il calcio d’inizio, soprattutto quando si riferisce all’inizio di una gara o di una competizione, viene chiamato anche fischio d’inizio, riferito al fischio dell’arbitro che decreta l’inizio della partita o la ripresa del gioco.

Il verbo decretare, nel linguaggio del calcio, è quasi esclusivamente dedicato alle decisioni dell’arbitro.

Infatti l’arbitro può decretare l’inizio della partita ma può decretare anche la fine della partita.

Ci vediamo al prossimo episodio dedicato al linguaggio del calcio.

876 Andare a braccetto

Andare a braccetto

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Trascrizione

Ricordate l’episodio dedicato all’espressione “avere il braccino corto?”

Oltre al braccino, dovete sapere che esiste anche il braccetto!

Andare a braccetto” è infatti un’espressione idiomatica in cui si usa sempre l’immagine del braccio.

Il senso proprio di andare a braccetto è prendere sottobraccio una persona e camminare insieme.

Queste sue persone, affiancate cioè una di fianco all’altra, camminano insieme, e sono in qualche modo “legate” tra loro attraverso le loro braccia, poiché vanno a braccetto.

Camminare tenendosi sottobraccio quindi si dice anche andare a braccetto.

Notate che sottobraccio si scrive in una unica parola. In fondo anche prendere sottobraccio una persona è una espressione che vale la pena imparare. Questa però si usa solamente in senso proprio e non in senso figurato.

Di solito marito e moglie o due fidanzati si tengono per mano più che andare a braccetto.

Direi che più frequentemente, nonno e nipote, madre e figlia, nonno e nonna vanno a braccetto.

Quando si va a braccetto infatti quasi si sostiene l’altra persona, quasi la si aiuta preoccupandosi che non cada.

Si dice anche tenere sottobraccio perché una delle due persone mette il proprio braccio sotto a quello ripiegato dell’altro formando una sorta di nodo.

Passiamo adesso all’uso figurato dell’espressione, perché andare a braccetto ha un significato simile a andare d’accordo con qualcuno. Questo se parliamo di due persone che vanno a braccetto.

Se nel senso proprio però andare a braccetto è segno di particolare affetto, nell’uso figurato indica una certa familiarità o un certo tipo di accordo tra due persone o, meglio ancora, tra due questioni, due fatti, due argomenti che, in determinate circostanze vanno nella stessa direzione o si favoriscono a vicenda.

Infatti in senso figurato ad andare a braccetto non sono solitamente delle persone.

Vediamo qualche utilizzo:

Gianni e Antonio vanno sempre a braccetto quando si tratta di festeggiare.

In questo caso c’è una sorta di accordo, di affinità, di complicità tra Antonio e Gianni che la pensano nello stesso modo a proposito di festeggiare. Ma Gianni e Antonio non si prendono sottobraccio.

L’ambiente e la crescita economica non vanno a braccetto.

Quindi ambiente e crescita economica sono in contrasto tra loro, perché ad esempio, si dice che che la crescita economica non porti benefici all’ambiente. Tutt’altro.

Quando ci sono delle partite di calcio per beneficenza, possiamo dire che calcio e solidarietà vanno a braccetto.

Se dico che il Comune di Roma e l’Università vanno “a braccetto” per la sistemazione della facoltà di giurisprudenza, allora significa che sono d’accordo, sono favorevoli entrambi, hanno come comune obiettivo della sistemazione della facoltà di giurisprudenza.

E’ una formula molto utilizzata dai giornalisti.

Con la pandemia, l’emergenza sanitaria viaggia a braccetto con quella economica.

Si possono fare tanti esempi di questo tipo.

A volte si usano anche verbi diversi da “andare“, come abbiamo visto nell’ultimo esempio.

Un ultimo esempio:

La criminalità organizzata è disposta a andare a braccetto con tutti i governi, purché facciano i suoi interessi.

Adesso ripassiamo.

Khaled: Ciao amici, avete un attimo? Capita anche a voi ogni tanto di avere il magone, apparentemente senza motivo? Capace che si tratti di una depressione bell’e buona? Poi c’è chi dice siano i soliti postumi dell’invecchiamento, cioè in pratica niente di trascendentale. Vabbè, lasciamo perdere, sicuramente si tratta solo dell’imminente arrivo dell’inverno.

Danielle: Secondo me possiamo anche prendercela un po’ con la sparizione delle mezze stagioni, visto che non ci lasciano il tempo per abituarci al cambiamento del tempo e in men che non si dica ci si sente indisposti e non solo a livello fisico ma soprattutto giù di giri a livello psichico, come se di punto in bianco venissero a galla tutti gli acciacchi della vecchiaia.

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875 Più in là

Più in là (scarica audio)

Più in là

Trascrizione

C’è una vecchia canzone italiana, abbastanza nota, dal titolo “fatti più in là” e che probabilmente chi non vive in Italia non ha mai ascoltato. Ebbene, “fatti più in là” significa semplicemente “spostati”, “fai spazio”, “fammi spazio”.

È un’espressione che si usa soprattutto a tavola, o comunque quando ci si deve sedere da qualche parte e non c’è abbastanza spazio. Occorre stringersi.

Con questa domanda quindi si chiede a una persona di “farsi più in là“, cioè di spostarsi di lato, di spostarsi lateralmente, un po’ più a destra o più a sinistra. Il motivo solitamente è per far spazio anche a un’altra persona, per far sedere anche un’altra persona. Può però avere anche un senso figurato.

La parte finale “In là” indica quindi una direzione (destra o sinistra) e “farsi“, in questo caso equivale a spostarsi, muoversi.

C’è però un altro significato di “più in là”: una locuzione che ha a che fare anche con il tempo e non solo con lo spazio.

Es:

Ho appena acquistato un appartamento. Per ora ho ristrutturato un solo bagno. L’altro bagno verrà ristrutturato più in là, quando avrò qualche soldo da spendere.

Ovviamente va scritto con l’accento perché non è l’articolo femminile “la” (es. la finestra).

Più in là pertanto significa in questo caso “più avanti”, “dopo” , “più tardi”, senza dire quanto più tardi o quando esattamente

Oppure sta per “in un momento successivo”, “successivamente”, senza necessità di specificare il momento esatto.

Generalmente, se parlo di un evento futuro, non è molto vicino ad oggi, perché in questi casi si userebbero modalità diverse, tipo “nei prossimi giorni”, “tra qualche giorno”.

Più in là somiglia invece in questi casi a “tra qualche tempo”, “tra qualche anno”, “non adesso, ma quando potrò”, “quando sarà possibile”.

Oppure significa “qualche anno in più”, “qualche giorno in più”, o anche “qualche tempo dopo” se parlo di un evento già passato o se parlo dell’età.

Si usa spesso insieme alla preposizione “con” e anche “nel“:

Quando vi sposate ragazzi?

Risposta:

non abbiamo in programma un matrimonio nell’immediato. Forse più in là con gli anni, chissà…

Luca ha 30 anni, ma suo fratello è più in là con l’età.

Mi sono sempre trovato a mio agio con persone più in là con gli anni.

Domani le previsioni dicono che pioverà. Se ci spingiamo più in là con i giorni, non ci sono però certezze.

Mi impegno per portarmi più in là col lavoro.

Prima degli esseri umani c’erano i dinosauri, poi, più in là nei secoli e nei millenni, arrivammo noi.

Per capire se una sostanza tossica ci fa male non basta un solo giorno, ma dobbiamo guardare più in là nei giorni e spesso negli anni.

Le origini del mio cognome non risalgono al secolo scorso, ma a più in là nel passato.

Non so cosa farò da grande. Magari più in là nel futuro saprò dirti qualcosa in più.

Anche “farsi più in là” che come detto all’inizio, solitamente significa “spostarsi”, “fare spazio”, può in realtà anche essere riferito al tempo:

La squadra della Roma ha bisogno di un nuovo stadio. Quello della Lazio potrà anche farsi più in là.

In questo caso si parla di “fare/realizzare/costruire lo stadio più avanti negli anni, nel senso che non è una cosa urgente”.

A proposito di stadio. Che ne pensate del calcio e di questi mondiali in Qatar?

Irina: Il calcio non è da annoverare tra gli sport rinomati per la loro moralità.

Peggy: sfondi una porta aperta Irina. Questo mondiale è proprio un obbrobrio a riguardo. Su questo non ci piove.

Mary: secondo me sarebbe bastato che i giocatori avessero deciso di non partecipare in quanto ne andava del loro onore.
Non c’è uno che è uno ad aver avuto il fegato di farlo.

Hartmut: Esatto! È nell’assumere una sua posizione così netta che si riconosce l’uomo di valore.

Rafaela: Come sono messi adesso con la loro coscienza?

Karin: La Bibbia ci insegna che basta un uomo per salvare una città, ma quest’uno chiaramente lì non c’è.

Ulrike: Ma dimmi tu!

Paulo: Che vuoi che ti dica. Il calcio è quello che è e gli uomini pure. Poi, considerando le sconfitte dell’Argentina e della Germania abbiamo la conferma che, da che mondo è mondo, il pallone è sempre rotondo.

Albèric: sai, Paulo, “il problema” si chiama denaro! Tutti sapevano come funzionano le cose in Qatar! Non so se sarebbe plausibile che i principali calciatori delle principali nazionale assumessero una posizione contraria allo svolgimento del mondiale lì! Ormai la frittata è fatta!

Natalia: già, avete ragione. Io per non sapere né leggere né scrivere vi dico che questa vicenda andrà a finire come col COVID, ve lo ricordate? Tutti che dicevano che ne saremmo usciti migliori e invece, eccoci qua come prima. Altro che storie, I fatti oscuri di questo mondiale andranno a finire presto nel dimenticatoio di tutti quanti. Purtroppo.

Danielle: Amici, questo è solo calcio, una gara sportiva. Il resto è un di più!

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