Il bambino farfalla: una storia emozionante. Ripasso verbi professionali (1-25)

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Oggi, cari amici di Italiano Semplicemente voglio raccontarvi una storia.

Durante questa storia vedremo alcuni termini e verbi particolari ed anche qualche espressione italiana. Inoltre faremo un ripasso di alcuni verbi professionali che abbiamo imparato finora nel corso di Italiano Professionale. Alla fine di questo episodio vi ripeterò brevemente tutte le frasi in cui ho utilizzato i verbi spiegati nel corso di Italiano Professionale.

Si tratta di una storia a lieto fine che ha come protagonista un bambino originario della Siria che aveva una brutta malattia. Il protagonista di questa storia è quindi un bambino siriano.

Quando si parla di storie a lieto fine significa che le storie finiscono bene, che hanno una fine lieta, cioè positiva, piacevole. Una fine lieta è un lieto fine. Fine è una parola, un sostantivo italiano che è sia femminile che maschile: la fine, il fine.

La storia però iniziava veramente male. Il bambino infatti aveva una bruttissima malattia genetica.

Per causa di questa malattia il bambino aveva perso quasi tutta la pelle. La malattia gli provocava enormi sofferenze naturalmente ed era continuamente a rischio infezione. Come potete immaginare il dolore era insopportabile.

I medici così, per poter alleviare le sofferenze a questo bambino  decisero di provocargli il coma. Alleviare le sofferenze significa rendere le sofferenze minori, renderle più lievi (alleviarle), renderle più tollerabili; attenuarle quindi.

Successivamente, i medici gli hanno trapiantato della pelle nuova. Ora il bambino è tornato a scuola e ha una vita normale.

È proprio una bella storia, anzi bellissima direi. Il protagonista è un bambino siriano di 9 anni.

Non vive in Italia, né in Siria, bensì in Germania con la sua famiglia numerosa. Bensì è una congiunzione poco usata, soprattutto dagli stranieri. Equivale a “ma”, “invece”, “anzi”, e si usa quando in precedenza abbiamo usato una negazione: non viveva in Italia, né in Siria, bensì in Germania.

Il bambino che viveva in Germania soffriva di una rara malattia genetica, una malattia dei suoi geni. Il gene è l’unità fondamentale degli organismi viventi. Tutti gli esseri viventi, non solamente gli esseri umani hanno i geni, ed i geni umani vengono ereditati dai nostri genitori. Non si tratta quindi di una malattia contratta per contagio ma di una malattia ereditata.

Fino a due anni fa non era possibile curare questo bambino e come lui tutti gli altri bambini con questa rara patologia.

La sua pelle era fragile come le ali di una farfalla. I bambini come lui sono anche chiamati “bambini dalla pelle di cristallo” o appunto “bambini farfalla”. Questo perché la loro pelle è così delicata che è sufficiente un minimo contatto, basta un minimo contatto per creare delle dolorose lesioni, delle ferite sulla pelle.

I “bambini dalla pelle di cristallo”: Il cristallo è un particolare tipo di vetro, un vetro particolarmente delicato e prezioso.

Il bambino siriano stava morendo, aveva di fatto perso quasi tutta la pelle. Spesso aveva anche infezioni come potete immaginare: le infezioni erano all’ordine del giorno. E quando qualcosa è all’ordine del giorno significa che possono accadere e di fatto accadono più o meno tutti i giorni.

Così la famiglia del ragazzo ha deciso di avvalersi dell’aiuto dei medici, che si sono adoperati per salvargli la vita procurandogli uno stato di coma. Lo stato di coma consiste in uno stato di assenza di coscienza, uno stato di incoscienza. Chi è in coma pertanto è incosciente, non è consapevole  del suo stato e pertanto non avverte neanche alcun dolore. In uno stato di coma i pazienti sono in uno stato di sonno profondo dal quale sembra non essere in grado di svegliarsi. Così i medici gli hanno procurato uno stato di coma. In questo caso il verbo procurare equivale a provocare e anche a indurre: I medici gli hanno provocato, gli hanno indotto, gli hanno procurato uno stato di coma. Un coma pertanto che possiamo chiamare farmacologico, vale a dire non un coma naturale, ma un coma indotto da farmaci, provocato cioè da farmaci.

In questo stato il bambino non sentiva dolore e le infezioni potevano essere meglio tenute sotto controllo da parte dei medici. Ecco il motivo della scelta disposta dai medici. Le infezioni avvengono quando dei batteri o dei virus entrano nel nostro organismo.

La pelle del bambino però doveva essere curata e così il bambino è stato sottoposto ad un trapianto di pelle. E tutto questo è merito della ricerca italiana, che ha permesso di poter produrre in laboratorio una pelle nuova per il bambino. Una pelle che è stata quindi “coltivata” in laboratorio, all’interno di un’Università di Modena alla quale è stato commissionato questo speciale incarico. Una pelle coltivata che è stata corretta dal difetto genetico.

Si parla di pelle “coltivata”, proprio come si usa dire per i terreni e per le piante o anche per gli orti. Una pelle quindi cresciuta in laboratorio, coltivata in laboratorio.

Per quanto riguarda la cura, si tratta di una terapia genetica condotta con cellule staminali epidermiche: la cura è stata condotta con delle cellule staminali epidermiche, cioè cellule dell’epidermide, altro nome della pelle: epidermide. Questo nuovo derma – altro nome ancora della pelle: il derma – è stato quindi trapiantato su gran parte del corpo del bambino. Potete immaginare la difficoltà di questo intervento. Con la parola “trapianto” in genere si indica un intervento chirurgico che prevede la sostituzione di un organo ma in realtà possiamo usarlo anche con i tessuti, come appunto la pelle, che è, tra le altre cose, un vero organo, come il cuore o i polmoni. La pelle, pensate un po’, ricopre una superficie di circa due metri quadrati.

L’intervento predisposto dai medici sul bambino siriano comunque è perfettamente riuscito. Ho detto infatti che la storia è una storia a lieto fine, e per valutare se una storia sia o meno a lieto fine bisogna quindi vedere la fine della storia. Si tratta del primo intervento in assoluto di questo tipo, ed è stato eseguito a Bochum, in Germania, alla fine dell’anno 2015.

Oggi il bambino sta bene, è tornato fortunatamente un bambino come tanti, che può giocare e divertirsi normalmente. I medici quindi sono riusciti con successo ad adempiere la loro delicata missione dopo essersi assunti le responsabilità per questo intervento. Spesso non riusciamo ad apprezzare adeguatamente la normalità con i nostri figli.

Facciamo ora un breve esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me per esercitare la pronuncia.

Si tratta di una storia a lieto fine.

Una malattia genetica

Alleviare le sofferenze

Bensì

Il bambino non vive in Italia, né in Siria, bensì in Germania

Geni, genetica, genitori

Un coma farmacologico

Procurare un coma farmacologico

Pelle, epidermide, derma

Cellule staminali

Coltivare cellule staminali

Coltivare cellule staminali epidermiche

Bene ragazzi spero abbiate gradito questa storia e che abbiate imparato nuovi termini del vocabolario italiano. Su Italiano Semplicemente facciamo spesso storie di questo tipo e ne faremo ancora. Uno dei segreti per imparare una lingua è, non dimentichiamolo mai, provare emozioni, (vedi le sette regole d’oro) ed anche per questo ho scelto questa storia che ritengo veramente emozionante.

Se volete migliorare il vostro italiano ad un livello professionale continuate ad ascoltare le storie di Italiano Semplicemente e non voglio liquidarvi senza ricordarvi che esiste anche un corso di Italiano Professionale che inizierà ufficialmente nel 2018, intorno al mese di marzo.

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I verbi professionali incontrati in questa lezione sono i seguenti:

 

1) rendere: Alleviare le sofferenze significa rendere le sofferenze minori

2) avvalersi: Così la famiglia del ragazzo ha deciso di avvalersi dell’aiuto dei medici,

3) adoperarsi: medici, che si sono adoperati per salvargli la vita procurandogli uno stato di coma.

4) disporre: In questo stato il bambino non sentiva dolore e le infezioni potevano essere tenute meglio sotto controllo da parte dei medici. Ecco il motivo della scelta disposta dai medici.

5) commissionare: La  pelle è stata coltivata in laboratorio all’interno di un’Università di Modena alla quale è stato commissionato questo speciale incarico.

6) predisporre: L’intervento predisposto dai medici sul bambino siriano è perfettamente riuscito.

7) valutare: per valutare se una storia sia o meno a lieto fine bisogna vedere la fine della storia.

8) eseguire: l’intervento è stato eseguito a Bochum, in Germania, alla fine dell’anno 2015.

9) adempiere: I medici sono riusciti con successo ad adempiere la loro delicata missione

10) assumere: I medici si sono assunti le responsabilità per questo intervento.

11) liquidare: non voglio liquidarvi ma adesso è veramente terminato l’episodio.

Ciao a tutti

Lettera di un padre al figlio: i padri dimenticano

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Ciao amici, oggi parleremo di un argomento molto interessante: parleremo delle critiche.

La critica, cioè l’atteggiamento critico, le lamentele, il fatto che spesso ci lamentiamo con gli altri e molto spesso, ad esempio, sgridiamo i nostri figli, cioè ci lamentiamo con loro e li critichiamo, per degli errori che fanno, magari anche delle sciocchezze. Lo facciamo a scopo educativo, in questo caso, o meglio crediamo di farlo a scopo educativo (parlo anche per me stesso) ma, essendo padre come molti di voi, mi è capitato spesso di farlo, magari al rientro di una giornata pesante, stressante, quando è facile perdere la pazienza. Il risultato che si ottiene non è così educativo come crediamo però, e l’unico beneficio che otteniamo è quello di sfogarci, di scaricare la tensione, ma sicuramente le conseguenze sugli altri, in questo caso sui nostri figli, sono molto negative: rancore, sensi di colpa, insicurezza. Questo vale per l’atteggiamento critico e severo nei confronti di tutti, e non solamente dei nostri figli. A casa come in ufficio, con gli amici eccetera.

Voglio leggervi una lettera che mi ha molto colpito, una lettera di W. Livingstone Larned, che se volete potete trovate su internet credo in tutte le lingue del mondo; lettera che in inglese si chiama”FATHER FORGETS”, cioè “il padre dimentica”.

Vi voglio leggere questa lettera, alcuni pezzi, sperando che faccia piacere anche a voi ascoltarla, io l’ho letta in lingua francese, e quando si ascolta qualcosa di interessante  ci si dimentica che si sta imparando una lingua straniera. Per analogia con “father forgets”, quando si impara una lingua potremmo dire “LEARNER FORGETS” cioè lo studente dimentica. Ed infatti questo fa parte del metodo utilizzato nel sito italianosemplicemente.com, come chi ci segue sa già, parlo delle sette regole d’oro per imparare l’italiano. In particolare la quarta e la quinta regola.  Se non pensate al fatto che state ascoltando in lingua italiana per imparare l’italiano, ma state concentrati sul contenuto di quanto ascoltate, allora vuol dire che ciò che ascoltate è interessante, e  magari anche emozionante. Almeno lo spero. Alla fine della lettera vi spiegherò comunque alcune parole più difficili. Ah dimenticavo di dire che mio figlio di tanto in tanto interviene per rendere la lettera ancora più emozionante.

Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte umida. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa, mi avvicino al tuo letto.

Stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia. Perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.

A colazione, anche lì ti ho trovato in difetto: hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao papino!” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!”

E di nuovo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato, eri in ginocchio sul pavimento a giocare con le biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me: Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura!

Ti ricordi, più tardi, come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, scocciato per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta.

“Papà?”

“Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore. Poi te ne sei andato sgambettando giù per le scale.

Beh’, figlio, è stato subito dopo che mi è scivolato di mano il giornale che mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare; è questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino e non un adulto? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mia età.

E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore è grande come l’alba dietro le colline. Lo dimostra il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Sono solamente venuto qui, vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.

È un misero tentativo di riparazione, lo so che non capiresti queste cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papà. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “è ancora un bambino, un ragazzino!”

Ho paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fai capire che sei ancora un bambino. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.

Questa lettera ci insegna, me compreso, che non si deve condannare l’operato delle persone, piuttosto occorre cercate di capirle, di comprenderle. Occorre sforzarsi perché l’istinto ci dice di criticare, è più naturale credo, è umano. Ma cercate di immaginare perché la gente fa quello che fa. Capire è molto più utile e interessante che criticare, senza contare che questo poi, porta cose positive, produce simpatia, genera tolleranza e gentilezza anche da parte degli altri verso di te.

Spero vi siate emozionati, come me la prima volta che ho letto questa lettera ed anche un po’ ora rileggendola. Voi l’avete anche ascoltata, quindi credo faccia ancora più effetto.

Vediamo le parole difficili, che ho sottolineato e scritto in colore rosso sul testo che vi ho appena letto.

1) Appiccicati: I capelli biondi appiccicati alla fronte umida – Appiccicati vuol, dire attaccati, come incollati, come se ci fosse la colla. Ad esempio posso dire: i capelli sono appiccicati alla testa; oppure gli abiti, i vestiti sono appiccicati addosso. Appiccicati però da un po’ il senso di fastidio: non starmi così appiccitato! cioè mi stai dando fastidio, mi stai attaccato.

2)  Ti ho messo in croce: ti ho messo in croce vuol dire, in senso figurato, tormentare, infliggere sofferenza, far soffrire, far provare della sofferenza a qualcuno. È un modo di dire evidentemente collegato alla croce di Cristo, alla croce di Gesù, che come sapete è stato “messo in croce”, cioè è stato crocefisso, cioè fissato alla croce, messo in croce. Mettere in croce qualcuno quindi si usa senza pensare al senso proprio della frase, in qualunque circostanza dove si mette in forte difficoltà una persona. Nella lettera il papà ha messo in croce il figlio, cioè lo ha punito, gli ha provocato sofferenza, perché lo ha sgridato troppo, lo ha rimproverato contunuamente.

3) Ingurgitare: “hai ingurgitato cibo come un affamato”. Ingurgitare vuol dire ingoiare qualcosa, mangiare qualcosa frettolosamente, di fretta, come quando si è molto affamati, cioè quando si ha molta fame.

aggrottare
aggrottare la fronte

4) Aggrottare: “io ho aggrottato le sopracciglia”. Aggrottare vuol dire contrarre, corrugare, vuol dire piegare le sopracciglia. È un termine quasi esclusivo delle sopracciglia, cioè si usa quasi solamente per le sopracciglia. Si usa infatti anche per la fronte. Si può aggrottare la fronte e si possono aggrottare le sopracciglia, e quando si aggrottano le sopracciglia si aggrotta anche la fronte. E quando si aggrotta la fronte e le sopracciglia vuol dire che si sta pensando, oppure si prova un po’ di inquietudine, o magari si ha paura.

5) Sgambettare: “te ne sei andato sgambettando giù dalle scale”. Sbambettare, in questo caso, vuol dire correre, correre per le scale. Si dice dei bambini, che sgambettano, cioè che cioè dimenano le gambe qua e là, corrono cioè in modo un po’ disordinato.

6) Beninteso: beninteso vuol dire bene inteso, cioè capito bene, inteso bene, che è la stessa cosa che dire “è ovvio che”, “é scontato che”, “come ben sai”. Si usa per esprimere un punto di vista di chi parla. Beninteso, è una parola che si può usare in ogni circostanza.

7) Appallottolato: “tutto appallottolato nel tuo lettino”. Appallottolato viene da pallottola, cioè proiettile, che è simile ad una palla. Quindi appallottolare qualcosa vuol dire ridurre qualcosa in forma di una piccola palla. Posso appallottolare un foglio di carta ad esempio, ma posso anche appallottolare me stesso. Appallottolarsi quindi significa avvolgersi su se stessi, assumere la forma di una palla.

Bene amici, nella speranza che vi siate dimenticati che stavate ascoltando in lingua italiana, vi abbraccio e vi saluto.

“Ciao!”

Ps: grazie per le vostre donazioni