Le meraviglie di Roma: Palazzo Venezia

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Oggi parliamo di Palazzo Venezia, un palazzo di Roma, che si trova a Roma, e non a Venezia. Precisamente si trova a Piazza San Marco, proprio vicino a Piazza Venezia Siamo proprio al centro di Roma.

Se dite al navigatore satellitare di portavi a Roma vi porterà esattamente a Piazza Venezia. E’ lì che inizia via del Coro, la via dello shopping, e siamo anche molto vicini al Pantheon di cui abbiamo già parlato, a Fontana di Trevi ed a molte altre bellezze di Roma.

Ma perché questo palazzo si chiama così, col nome della città di Venezia?

Il palazzo fu costruito tra il 1455 e il 1467 ma nel 1564 papa Pio IV dona il palazzo alla Repubblica di Venezia per utilizzarlo come sede dei suoi ambasciatori ed oratori presso la Santa Sede. A questo si deve il nome.

Ma perché io oggi voglio parlarvi di Palazzo Venezia?
Per conoscere un po ‘ di storia innanzitutto ma soprattutto per ascoltare qualcosa di piacevole di tanto in tanto, nella speranza che nel frattempo ci sia modo di spiegare qualcosa della lingua italiana.

Dunque, per costruire questo palazzo è stato utilizzato del travertino proveniente dal Colosseo e dal Teatro di Marcello.

Oggi non faremmo mai una cosa del genere!

Comunque il palazzo è uno dei primi e più importanti edifici civili della Roma rinascimentale. E’ considerato la più grande opera civile del’400 romano.

Si parla del rinascimento, e il Rinascimento a Roma copre il periodo che va dagli anni quaranta del Quattrocento, fino alla prima metà del Cinquecento, quando la città papale (cioè Roma) fu il più importante luogo artistico del mondo, con maestri quali Michelangelo e Raffaello. Notate che ho utilizzato “quale” e non “come”. Vedete l’episodio in cui spiego il motivo di questa scelta. E’ il n. 200 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Quindi l’architettura è quella del rinascimento romano, e del Colosseo non ha soltanto il travertino (che è una roccia molto dura). Infatti la costruzione del palazzo si ispira in parte anche al Colosseo, e questo si nota osservando ad esempio il cornicione ed altri elementi architettonici. Il cornicione è il nome che si dà alla parte esterna della pizza, quella che solitamente si brucia un po’, ma in architettura è la parte più alta di un edificio. Il cornicione in questo caso sporge un po’ rispetto all’edificio.

Palazzo Venezia era talmente importante che persino Mussolini, il Duce, pose la sede del quartier generale. Il balcone di Palazzo Venezia è proprio quello da cui lo stesso Mussolini fece la dichiarazione di guerra alla Francia e al Regno Unito e, di conseguenza, decretò l’entrata in guerra dell’Italia. Era il 10 giugno 1940. Ho usato la parola “persino” ma avrei potuto usare “perfino” con lo stesso significato. Ne abbiamo parlato nell’episodio n. 367.

FOTO ATTUALITÀ / XVIII ANNUALE DELLA FONDAZIONE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO - MUSSOLINI PARLA AL POPOLO DAL BALCONE DI PALAZZO VENEZIA
FOTO ATTUALITÀ / XVIII ANNUALE DELLA FONDAZIONE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO – MUSSOLINI PARLA AL POPOLO DAL BALCONE DI PALAZZO VENEZIA – Fonte

Pensate che la luce di questa stanza del Palazzo non veniva mai spenta in quegli anni perché si voleva dare il messaggio che che il governo non riposava mai.

Notate che quando si parla di Palazzo Venezia si usa la preposizione “di” e non si può dire “del palazzo Venezia”.

Se diciamo il nome, allora dobbiamo usare “di“. Invece se non diciamo il nome, allora dobbiamo usare “del”, ad esempio: la proprietà del palazzo è cambiata, l’immagine del palazzo è stata ristrutturata, eccetera. Questo ovviamente non vale solamente per palazzo Venezia.

Comunque, prima si Mussolini, quel balcone era famoso per un’altra ragione.

Papa Paolo II scelse Palazzo Venezia come sua residenza e dallo stesso balcone (siamo nel ‘400) osservava le corsa dei cavalli che si svolgevano lungo tutta via del Corso Queste corse si svolgevano tradizionalmente durante il periodo di Carnevale (fonte).

Insomma, il balcone più famoso del mondo, forse secondo solo a quello di Romeo e Giulietta che si trova a Verona.

Ah, dimenticavo: Palazzo Venezia ospitò anche un concerto di Mozart quando aveva solo 14 anni. Quanti spettatori? Oggi conta molto il numero dei followers (o seguaci, in Italiano) e il numero delle persone in generale. Ma in quel caso furono in pochi ad assistere al concerto. Ma c’era il Papa tra questi. Non so se rendo… Questa espressione però ancora non l’ho spiegata. Si usa per esprimere, con falsa modestia, una virtù, o la grandezza.

Come a dire: sono riuscito a rendere l’idea? Non so se ci sono riuscito. Molto più brevemente: non so se rendo!

Questo episodio comunque finisce qui, un saluto da Giovanni di Italiano Semplicemente. Avete capito bene, sono prorpio io, Giovanni. Non so se rendo! (Scherzo naturalmente!)

Le meraviglie di Roma: Il Colosseo quadrato

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Ripassiamo qualcosa di quanto imparato su Italiano Semplicemente parlando delle Meraviglie di Roma, la rubrica dedicata alle bellezze di Roma dal punto di vista storico culturale.

Parliamo allora di poesia, di architettura, di migrazioni di scienziati e di eroi. Come sarebbe a dire? Potreste dirmi voi.

«un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi di pensatori di scienziati, di navigatori di trasmigratori».

Questo è ciò che disse Benito Mussolini, il dittatore italiano nel 1935 ed è anche la scritta che campeggia sulla parte alta del Palazzo della Civiltà Italiana, anche detto Il Colosseo quadrato, un monumento costruito nel 1938 e terminato solo dopo la seconda guerra mondiale.

Iniziamo dal nome. Colosseo quadrato o Palazzo della Civiltà Italiana?

Il Colosseo quadrato è, si potrebbe dire, il soprannome, il nomignolo, perché il suol vero nome è appunto “Palazzo della Civiltà Italiana”.

Però somiglia molto al Colosseo, per via dei numerosi archi, ma avendo una base quadrata, è stato chiamato appunto Colosseo quadrato. Non trovate anche voi una certa somiglianza col Colosseo?

Allora, il Palazzo della Civiltà Italiana si chiama così perché doveva proprio rappresentare le virtù italiane, doveva parlare degli italiani. Durante l’era fascista, come sappiamo, si dava molta importanza all’identità dell’Italia e del popolo italiano.

Ovviamente dovevano essere descritte le virtù, e non certamente i difetti, il che non significa che non ne abbiamo! Dunque gli italiani vengono descritti come eroi, cioè come persone che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione s’impongono all’ammirazione di tutti.

Di indeciso42 – archivio personale, CC BY-SA 4.0, 

Un popolo di musicisti, cioè di persone che hanno talento per una determinata attività in musica, inerente alla creazione o all’esecuzione di composizioni strumentali, vocali, corali.

Un popolo di artisti, persone dedite all’arte.

Di Santi, vale a dire di persone riconosciute dalla Chiesa degne di venerazione.

Un popolo di pensatori e scienziati, cioè di studiosi di problemi a livello filosofico o di una particolare disciplina scientifica.

Siamo anche navigatori e trasmigratori, un termine, quest’ultimo, che equivale a “migranti”. A quel tempo erano gli italiani a migrare in altri paesi alla ricerca di fortuna e felicità.

Ebbene queste virtù del popolo italiano sono rappresentate da una serie di statue  altissime che si trovano a piano terra.

Dunque, una curiosità: essere migranti era considerata una virtù. In quanto tale dovrebbe essere sempre apprezzata, anche se appartiene ad altri popoli giusto? ma pare che oggi non sia più così. considerando tutti i problemi politici legati ai trasmigratori che arrivano oggi in Italia. Ma come si fa, dico io!

Si potrebbe dire che nel ventennio fascista, in quanto a democrazia e rispetto eravamo ancora a carissimo amico!

D’altronde si sa, i regimi sono quello che sono in quanto a democrazia.

Comunque, il Colosseo quadrato si trova in una zona molto grande a sud di Roma che si chiama EUR. Questa sigla sta per Esposizione Universale Roma.

Il palazzo nasce infatti insieme a tutto il quartiere dell’EUR, concepito per ospitare proprio una esposizione universale. La prima di queste esposizioni fu tenuta a Londra ad esempio, e in quell’occasione è stato costruito lo storico Crystal Palace.

Allora, nel 1942 se non ci fosse stata la guerra, si sarebbe svolta a Roma  l’Esposizione Universale e il Governo italiano, considerata la portata dell’evento, avrebbe approfittato dell’occasione per celebrare in tale data il ventennale del regime fascista. Il ventennale è il ventesimo anniversario, il ventesimo compleanno.

Che peccato vero?

Ma è interessante parlare di quanto disse Mussolini nel 1935 a proposito della scritta che campeggia sul Colosseo Quadrato.

Dovete sapere che la Società delle Nazioni ventilò delle sanzioni contro l’Italia a seguito della guerra d’Etiopia iniziata proprio nel 1935.

L’aggressione dell’Italia contro l’Etiopia ebbe importanti conseguenze diplomatiche e suscitò una notevole riprovazione (Il contrario dell’approvazione) da parte della Società delle Nazioni che quindi decise d’imporre delle sanzioni economiche contro l’Italia, ritirate nel luglio 1936 anche se Mussolini rispose picche all’appello delle Nazioni Unite. Mettere fine all’aggressione? Neanche per sogno, avrà pensato Mussolini!

Infatti il Duce, che evidentemente non era affatto d’accordo con queste sanzioni, disse che queste sanzioni erano un’offesa, e contro questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori, quindi come si osa parlare di sanzioni?

Come vi permettete di sanzionare l’Italia, voleva dire Mussolini, noi che abbiamo cotante virtù, le stesse virtù che adesso sono scritte sul Palazzo della civiltà italiana e che evidentemente Mussolini credeva fossero solo appannaggio degli italiani.

Poi non si può certo dire che il fascismo non ci abbia messo del suo nella costruzione del Colosseo quadrato: l’uso del materiale che si chiama Travertino, ad esempio, che ricopre la struttura esterna, non è casuale, infatti richiamava i valori dell’impero romano, era un ritorno alla tradizione, secondo i desiderata del duce.

Vi risparmio la lista completa dei desiderata del regime (lasciamo correre) perché alcuni di questi non sono affatto piacevoli da ascoltare. Qualcuno, ascoltando la lista completa, potrebbe prendere e interrompere l’ascolto di questo episodio,

Ma tanto finisce comunque qui. Non fosse altro che per non annoiarvi.

Comunque se venite a Roma, fate una capatina all’EUR. Dal vivo, il Palazzo è tutta un’altra cosa!

Ah, per la cronaca, voglio dare un ultimo messaggio dedicato a coloro che sono di diverso avviso sul regime fascista: questo episodio non voglio che vada loro di traverso in quanto è solo un episodio di ripasso delle espressioni spiegate su ItalianoSemplicemente.com e il sito non ha  niente a che spartire con la politica. Cominciamo a fare questo dovuto distinguo.

Le meraviglie di Roma: la gatta di Via della Gatta

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Bogusia (membro dell’associazione Italiano Semplicemente):

Buongiorno a tutti gli amici del sito italiano semplicemente. Sono di nuovo qui. Mi chiamo Bogusia, sono polacca, però affascinata della lingua italiana, della storia e cultura italiana e soprattutto della Roma con i suoi segreti e misteri.
Non riesco a smarcarmi dalla voglia di cercare i luoghi che forse sfuggono a tanti, che partendo alla volta di Roma, dimenticano che bisogna guardare in modo indefesso per scoprire cose meravigliose, che si trovano a portata di mano nel centro storico.

Mi rendo conto che a volte manca il tempo per fermarsi a lungo, guardare in su, bisogna fare qualche foto, consumare un pasto seguito da un ammazza-caffè e poi bisogna assolutamente dare seguito alle direttive della guida turistica. Altro che storie! A volte è un peccato però.
Il mio racconto di oggi verte su una gatta speciale. Forse adesso dovrei aprire una parentesi, si dà il caso che a Roma ci siano una caterva di raffigurazioni di animali, sparsi dappertutto, che coinvolgono tante leggende che non possono però passare in cavalleria.
Il mio racconto lo faccio ovviamente sulla falsariga degli episodi di ripasso precedenti, cioè facendo un ripasso delle espressioni di due minuti che mi ronzano per la testa.
Altrimenti non sarebbe cosa! Spero che io non sfori troppo e non faccia nessuno sgarro di sorta.
Ragion per cui smetto di parlare di cose futili, non vi tengo sulle spine e rinuncio ai preamboli, sperando anche che riesca a sfoderare un racconto con i fiocchi .
Siamo nel centro storico, via del Plebiscito, le collezioni di Palazzo Doria Pamphilj e di Palazzo Venezia, abbiamo visto già gli affreschi della chiesa del Gesù. E’ là dove ogni giorno si accalcano centinaia di visitatori, ma pochi sanno che a due passi da lì si trova una perla della Roma misteriosa.
Vale solamente la pena di fare una capatina sul retro di Palazzo Grazioli (che da qualche anno ha assunto una gran notorietà, al di là dei pregi architettonici, per essere stato scelto per un certo periodo di tempo come residenza romana di un noto esponente politico italiano: Silvio Berlusconi, nonché sede del suo “parlamentino”).

Palazzo Grazioli
Roma, palazzo Grazioli a via del Plebiscito – Autore =Lalupa

Passando per via della Gatta, bisogna buttare un occhio in su e si vede come sul cornicione di Palazzo Grazioli vi sia posata una piccola gatta in marmo, a grandezza naturale.

via della gatta romaSi presume proveniente dal vicino Iseo Campense. Infatti, a suo tempo il gatto era un animale sacro a Iside, divinità egiziana venerata anche a Roma. Ma che c’azzecca questa gatta egiziana con i romani e Roma? Vediamo un po’ allora.
La gatta di Via della Gatta proviene dagli scavi del tempio di Iside e Serapide che si trovava in questa zona: L’Iseo Campense. Non era però il tempio dedicato ad Iside più antico di Roma ma sicuramente il più grande ed in oltre sembra che il culto sia rimasto in piedi per molto tempo. Sono tante le statue che si possono ammirare a Roma, e può darsi che un giorno parlerò di una di quelle che ha attirato maggiormente la mia attenzione.
Ma torniamo a bomba, la nostra gatta di Via della Gatta.
La sua strana collocazione sul cornicione marcapiano fu oggetto di molte ipotesi e dicerie tra il popolino. È facile capacitarsene visto che spesso hanno anche un certo non so che di affascinante, e i romani amano le leggende e le sanno raccontare di punto in bianco, così su due piedi .
Vero Gianni? Mi reggeresti il gioco anche questa volta?

Giovanni: naturalmente, non vedo perché non dovrei, soprattutto quando trovo qualcuno che fa episodi al posto mio! Non c’è nessun rovescio della medaglia direi. Ma quante sono queste leggende?

Bogusia: Ne proverò a rispolverare tre, su questa nostra gatta.
Facendo questo non faccio nessuno strappo alla regola, infatti è un esercizio che faccio spesso, e vi dirò che mi aiuta molto ad ingranare con l’italiano, veramente come si deve. È Il metodo che preferisco e senz’altro forma un binomio inscindibile con l’apprendimento. Allora andiamo al dunque.
Una delle leggende racconta del salvataggio di un bambino in bilico sul cornicione di un palazzo. La gatta avrebbe avvisato la mamma distratta che riuscì poi a salvare il bambino. La statua in effetti ha dei tratti materni e protettivi e sarebbe stata posta proprio là dove il bambino avrebbe rischiato la vita.
Nella seconda leggenda, analogamente alla prima, il miagolio della gatta avrebbe svegliato gli abitanti della zona avvisandoli di un incendio notturno, salvando le case e le vite degli abitanti.
La storia più fantastica è sicuramente però quella relativa alla leggenda che vuole che la gatta punterebbe il suo sguardo proprio in direzione del luogo in cui sarebbe nascosto un tesoro. Nel tempo in parecchi hanno provato a cercarlo a destra e a manca. Non è dato sapere se tale tesoro sia rimasto sotterrato, oppure già da tempo scoperto e sfruttato nel più assoluto silenzio. Un parolone privo di fondamento? Per quanto se ne sa il tesoro non è stato ancora trovato e si dice che poiché lo sguardo della gatta si posa sulla vicina Biblioteca Rispoli, può darsi che il tesoro sia di altro tipo, tipo che si tratti di libri.
Non si direbbe?
Eh si, i libri sono il tesoro per eccellenza secondo me. Ragazzi, si sa che a Roma si racconta di tutto e sulla intera storia permane tuttora un alone di mistero. Le leggende non passano in cavalleria ed io ve le racconto, non fosse altro che per questo. Adesso vi dico ciao, ci riaggiorniamo.

Giovanni: abbiamo ripassato ben 55 episodi. Ciao a tutti e grazie a Bogusia.

fonti: www.romasegreta.itwww.fuoridellaclasse.it

Romolo, Remo e la storia di Roma

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Romolo e Remo
Romolo, Remo e la lupa

Giovanni: Conoscete Romolo e Remo?

Chi sono? La leggenda vuole che siano i fondatori della Città di Roma.
Sono, o meglio, erano, due fratelli gemelli, uno dei quali, Romolo, fu il fondatore della città di Roma e suo primo re. Quindi sarebbe state Romolo e non entrambi a fondare Roma. Ma vediamo meglio, adesso vi racconto la storia. Con l’occasione aprirò alcune parentesi per spiegarvi qualcosa relativamente alla lingua italiana.

Apro prima di tutto una parentesi sul verbo fondare: Il verbo fondare è interessante perché si usa non solo per fondare una città o una nazione, nel senso di dare vita a un nuovo centro abitato, costruirne il primo nucleo.

Ma si usa anche nella politica: fondare un partito politico, è dare inizio al partito; non cambia molto rispetto alla città.

Fondare quindi è anche dare vita a un qualsiasi organismo, o a un’istituzione, o anche ad un pensiero, stabilendone le basi o i principi. E’ simile anche a istituire.

Freud è il fondatore della psicoanalisi ad esempio, come il sottoscritto (cioè io, Giovanni) è il fondatore di Italiano Semplicemente.

La data di fondazione di Roma è il 21 aprile 753 a.C. (cioè avanti Cristo, cioè prima della nascita di Gesù). Si parla di questa data come del Natale di Roma. Il 21 aprile 753 a.C. è dunque il Natale di Roma.

Sapete che la parola “Natale” si usa anche per indicare la nascita in generale, e non solo il, giorno in cui è nato Gesù Cristo (il fondatore del Cristianesimo).

Se io sono nato a Roma, poi, posso dire che la città di Roma ha dato i natali a Giovanni. Così analogamente Firenze ha dato i natali a Dante.

E quale città ti ha dato i natali? Tutti voi sicuramente avete un luogo e anche una nazione che vi ha dato i natali. Ricordate che natali si scrive con la n minuscola. Solo Natale, al singolare vuole l’iniziale maiuscola (l’iniziale è la prima lettera di una parola).

Dunque si parlava di Romolo e Remo, i fondatori di Roma. La leggenda vuole che Romolo e Remo furono cresciuti dalla femmina di un lupo, cioè da una lupa. Insomma da un animale.

Una lupa infatti, un giorno, narra la leggenda, scese dai monti fino al fiume per bere, quando fu attirata dal pianto di due bambini. Così li raggiunse e si mise ad allattarli.

In seguito i due bambini furono trovati da un pastore che insieme alla moglie decide di crescerli come suoi figli.

Alcuni dicono che sia proprio la moglie di questo pastore la famosa “lupa“, parola che in lingua latina significa, pensate un po’, anche “prostituta“.

Prostituta è un termine che indica generalmente una donna che dona il proprio corpo in cambio di denaro. Ma anche un uomo si può prostituire, avendo anche lui un corpo. Il verbo che indica l’atto di vendere il proprio corpo è proprio questo: prostituirsi, mentre per il luogo in cui ci si prostituisce, il luogo dove si svolge l’attività della prostituzione, ci sono diverse denominazioni. Normalmente si parla di “bordello”, termine abbastanza informale, ma si parla anche di casa di appuntamenti, casino (senza accento, altrimenti diventa casinò, dove si gioca d’azzardo), postribolo, puttanaio (termine abbastanza volgare) o anche, pensate, lupanara.

Le lupanare è un termine che oggi non si usa più, ma indica ugualmente un luogo dove si svolge la prostituzione. Sono famose le lupanare di Pompei, la città sommersa dalla lava del vulcano Vesuvio, nella regione Campania.

Di conseguenza questo ci dice che è molto probabile che la “lupa” da cui sono cresciuti Romolo e Remo sia stata in realtà una prostituta e i romani, gli abitanti di Roma, che orgogliosamente si dicono “figli della lupa“, capite bene che non sarebbe esattamente un complimento…

Comunque Romolo e Remo, secondo la leggenda, crebbero inizialmente in una capanna situata sulla sommità del Palatino, sulla punta più alta del Palatino. Si parla di sommità, cioè del punto più alto, perché il Palatino è un colle, cioè una collina, e precisamente si tratta di uno dei sette colli di Roma. A Roma ci sono sette colli.

Ebbene quando furono un po’ cresciuti, Romolo e Remo si recarono sulla riva del Tevere (il fiume che attraversa anche oggi Roma) per fondare una nuova città.

Romolo e Remo erano di origini nobili discendenti da Enea, figlio della dea Venere. La madre di Romolo e Remo era Rea Silvia, e il padre era il dio Marte, il dio della guerra, anche se la loro storia è abbastanza triste perché la loro madre fu uccisa e i due bambini furono messi un un una cesta, cioè in un contenitore e furono messi sull’acqua del fiume. La corrente ovviamente li trascinò con sé e successivamente furono trovati proprio dalla famosa “lupa”.

Rea Silvia: è vero, io, Rea Silvia, sono la madre di Romolo e Remo. Mio zio mi costrinse a fare voto di castità. Amulio, sì, proprio mio zio, dopo aver ucciso mio padre Numitore, che aveva diritto al trono (era il primo figlio).

Amulio non voleva che facessi figli. Tuttavia un giorno, in un bosco, mentre ero a prendere dell’acqua, il dio Marte mi ha preso con la forza e da quel rapporto nacquero Romolo e Remo. Poi io sono stata seppellita viva, aimé, per non aver rispettato il voto di castità.

Giovanni: Dunque, i due erano gemelli, dunque chi era il successore? Toccava agli dei decidere e così gli dei dovevano indicare colui che doveva dare il nome alla nuova città e che quindi diventasse il primo re di questa città dopo la fondazione. Ma come fanno gli dei ad indicare qualcosa? Come fanno a dare dei segnali agli esseri umani? Beh, sta agli stessi umani interpretarli, osservando ciò che accade e notando se accade qualcosa di strano. Si chiamano “presagi” in italiano. I presagi spesso venivano dal cielo, che era qualcosa di molto misterioso a quei tempi.

Allora sembra che apparvero sei avvoltoi, a Remo, e questo venne interpretato come un segno degli dei, cioè un presagio divino.

Gli avvoltoi sono degli uccelli, dei grossi uccelli rapaci. Evidentemente non accadeva spesso di vedere nel cielo di Roma degli avvoltoi.

Ma a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio di Remo era stato annunciato, così vennero proclamati re entrambi.

Ma uno solo poteva essere il re. Chi doveva spuntarla? Chi doveva avere la meglio?

C’era chi diceva che era giusto fosse Remo, perché il suo presagio era avvenuto prima, e c’era chi invece sosteneva che 12 è il doppio di 6, quindi toccava a Romolo l’onore di dare il nome alla città.

Dalle parole si passò allo scontro fisico e Romolo uccise Remo. E così poté dare il nome alla città: Roma.

E solo lui è stato pertanto il fondatore di Roma.

Chissà come si sarebbe chiamata la città se avesse vinto Remo!

Naturalmente tutto questo che vi ho detto è vero se questa storia è fondata!! Questo è un altro modo di usare il verbo fondare. Si tratta di un senso figurato. Significa prendere origine, basarsi. Ma se una cosa è fondata, come una teoria, o una storia, senza aggiungere altro, significa semplicemente che è credibile e quindi che molto probabilmente è vera.

Su cosa è fondata la tua teoria? Cioè su cosa è basata? Qual è l’origine?

Cosa c’è alla base dee tue idee? Si tratta di idee fondate? Oppure sono prive di fondamento?

Si può dire semplicemente così: la storia è fondata, oppure in caso contrario, la storia è infondata!

La storia di Romolo e Remo, o meglio la loro leggenda è fondata sulla tradizione mitologica romana e questo non significa che sia fondata, cioè credibile, vera. E’ fondata su quanto raccontato anche nell’Eneide di Virgilio e dalla storia di Roma raccontata dallo storico latino Tito Livio. Si parla di leggenda, appunto, e una leggenda è un racconto o immaginario, frutto della fantasia, oppure alterato dalla tradizione, modificato nel tempo dalla fantasia e dalla tradizione, per poter esaltare dei personaggi, per costruire un mito che appartenga al patrimonio di un popolo, per circondare di mistero e quindi di fascino un oggetto o un luogo.

Spero che abbiate gradito questo episodio. Ci sentiamo al prossimo.

Il verbo AVERE: Esercizio di ripetizione con tutte le coniugazioni.

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Il verbo avere. Coniugazione

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Buongiorno ragazzi, io sono Giovanni, il creatore del sito web italiano semplicemente punto com.

Oggi ci divertiamo un po’ col verbo avere. Lo abbiamo fatto in passato anche col verbo essere se ricordate, metterò un link sull’episodio per i più curiosi o smemorati.

Anche questo episodio sarà pertanto un pretesto per ripassare le espressioni spiegate sul sito italianosemplicemente.com. Le espressioni fanno parte della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente“.

Il verbo avere lo vediamo quindi in tutte le sue possibili utilizzazioni.

Potete, se volete, arrestare l’ascolto e ripetere la frase, oppure, meglio ancora, cambiarla al femminile o al plurale o anche negare la frase appena ascoltata o metterla sotto forma di domanda. Ci vorrà almeno una mezz’ora per ascoltare, mettetevi comodi e con l’occasione ripasseremo parecchie espressioni già spiegate fino alla lezione n. 265. Pronti?

Iniziamo dall’indicativo presente.

Indicativo presente

Indicativo imperfetto

  • Io avevo: Avevo tenuto fede alla mia promessa
  • Tu avevi: avevi tenuto a bada la tua impulsività.
  • Lei aveva: mi aveva indisposto, ecco perché ero arrabbiato.
  • Noi avevamo:  in men che non si dica abbiamo finito tutto. Con quella fame che avevamo!
  • Voi avevate: avevate detto o così o pomì. poi invece siete diventati più democratici.
  • loro avevano: i ragazzi avevano cincischiato fino a quel momento, poi hanno iniziato a lavorare.

Indicativo passato prossimo

  • Io ho avuto: ho avuto pazienza finora ma adesso bisogna rompere gli indugi.
  • tu hai avuto: al tuo esordio hai avuto molta paura di sbagliare.
  • Lui ha avuto: Giuseppe ha avuto un fare un po’ prepotente.
  • Noi abbiamo avuto: non abbiamo mai avuto voglia di lavorare, ma oggi siamo abbastanza in vena.
  • voi avete avuto: avete avuto tempo fino a ieri per fare il lavoro, oggi quindi a maggior ragione dovreste averlo finito.
  • loro hanno avuto: il supporto che hanno avuto non è stato sufficiente?

Indicativo trapassato prossimo

Passato remoto

  • io ebbi ragione a comportami così, ma vai a capire quanti avrebbero fatto lo stesso!
  • 10 anni fa non avesti la pazienza di aspettare la verità e così hai creduto a tante notizie prive di fondamento.
  • Appena noi iniziammo a discutere, mia figlia ebbe il coraggio di intervenire per dire che dovevamo smorzare i toni.
  • Io e Gianni avemmo una discussione molto accesa, ma siamo rimasti sempre amici. Poi dice a cosa servono gli amici…
  • voi aveste il coraggio di dire che non sapevate ovviare al problema in alcun modo
  • loro ebbero solo 2 euro per mangiare e bere, ivi incluso il caffè.

Trapassato remoto

  • Rimasi in silenzio perché non ebbi avuto il coraggio di dire tutta la verità. È risaputo che sono sempre stato un ragazzo timido.
  • in quell’occasione tu non avesti avuto il coraggio di rispondere al professore quando ti disse che il compito era passibile di miglioramento.
  • Il ragazzo ebbe avuto la sensazione di aver ricevuto un torto, sebbene tutto si fosse svolto a sua insaputa.
  • la crisi ci travolse e non avemmo avuto il tempo di reagire considerata la portata dell’avvenimento
  • qualora aveste avuto qualche dubbio, tranquillizzatevi perché lo chiariremo a tempo debito.
  • 20 anni fa i ragazzi non ebbero avuto il tempo per studiare, ma a suo tempo  non c’era wikipedia.

Futuro semplice

  • io avrò sicuramente qualcosa a casa che farà al caso mio.
  • tu, a tuo modo, avrai le tue ragioni per non studiare.
  • A suo dire, tra un mese avrà battuto tutti gli avversari.
  • Credo che vinceremo, ma se perderemo vorrà dire che avremo peccato di ottimismo e anche di presunzione.
  • voi avrete modo di speculare sulla crisi più tardi, adesso pensate ad aiutarci.
  • Ci vediamo alla solita ora allora, ma avranno tutti capito come siamo rimasti?

Futuro anteriore

  • Allora ci riaggiorniamo la prossima settimana? Spero che  avrò avuto il tempo di fare tutto per quella data.
  • Quando avrai avuto il tempo di decidere da che parte stai? Domani? Oppure domani è un parolone?
  • Luigi avrà avuto modo di superare i postumi dell’infortunio?
  • Saremo chiamati in causa non appena avremo avuto modo di comunicare.
  • Come avrete avuto modo di vedere, Gianni era molto arrabbiato, tant’è che uscendo ha anche sbattuto la porta.
  • Prendi questa medicina; se morirai, che senso avranno avuto i tuoi sforzi?, Tanto piú che hai anche due figli! disgraziato!

Condizionale Presente

  • io avrei quantomeno qualcosa da dire in merito.
  • tu avresti contezza della situazione attuale se leggessi i giornali.
  • in virtù della sua esperienza, mia madre avrebbe firmato il contratto!
  • noi avremmo voglia di uscire, ma se aspettiamo che ti prepari in 5 minuti stiamo freschi!
  • voi avreste voglia di venire a casa nostra laddove il ristorante fosse chiuso?
  • loro avrebbero deciso di andare al mare, tempo permettendo.

Condizionale Passato

  • Se non fosse arrivata la resa dei conti non avrei avuto il coraggio di sfidarlo.
  • tu avresti avuto il coraggio di dirgli che non devi rendere conto a nessuno se non ti avesse insultato?
  • Lui avrebbe avuto paura e si sarebbe reso conto di aver esagerato.
  • avremmo avuto una bella cazziata dal nostro capo se avessimo sbagliato.
  • voi avreste avuto paura di uscire se non ci fosse stata la comprova che il pericolo fosse finito.
  • loro avrebbero avuto voglia di picchiarvi, a dispetto della loro educazione alle buone maniere.

Congiuntivo Presente

Congiuntivo Passato

  • Devi dire alla tua sorella carina che quel bel sorriso che mi ha fatto, mi ha colpito. Dille anche come io abbia avuto fortuna ad incontrarla.
  • Io sono polemico? Vorrei farti notare come, per la cronaca, anche tu abbia avuto qualcosa da ridire in molte occasioni.
  • Che poi lei abbia avuto ragione quella volta, non significa che sia sempre così.
  • Non so cosa abbiamo mai avuto da contestare quella volta, circa la questione della pandemia.
  • Io sono il più fortunato di tutti, altro che storie! A meno che non abbiate avuto anche voi la fortuna di vincere la lotteria!
  • Il grande attore, che poi sarebbe morto due anni più tardi, finì la sua opera prima che i critici avessero avuto il tempo di valutarne la bellezza. Che abbiano avuto poca prontezza?

Congiuntivo Imperfetto

  • Se io avessi risentito delle offese ricevute, ora sarei offeso.
  • Se tu avessi capito che la tua decisione andava a discapito degli altri, non avresti agito così.
  • Se avesse agito a scapito di altre vite umane, sarebbe stato condannato.
  • Qualora noi avessimo insistito, ora saremmo a cavallo! come la vedi tu?
  • Se voi aveste voglia di divertirvi alle mie spalle, poi dovreste vedervela con i miei genitori.
  • Se i tuoi amici avessero voglia di uscire, io andrei, ma poi vedi tu 

Congiuntivo trapassato

  • Se avessi avuto più tempo avrei capito che a scanso di equivoci sarebbe stato meglio essere più chiari.
  • Stavo appena addormentarmi quando ho sentito delle urla così terribili che perfino tu che fai sempre il duro, sembrava avessi avuto paura.
  • Io sono per la pace in famiglia, ma se mio figlio avesse avuto più rispetto per me, io non l’avrei sgridato.
  • Quale responsabile del progetto, non doveva scappare. Se avessimo avuto il coraggio di denunciarlo, non saremmo a questo punto.
  • Nel caso in cui non ne aveste avuto abbastanza, vi spedisco un altro documento molto pesante. Il che non significa che dobbiate leggerlo oggi.
  • se queste persone avessero avuto la sfortuna di nascere in un Paese diverso, saremmo a cavallo, e non avremmo problemi di integrazione.

Imperativo Presente

  • Abbi pazienza, siamo ancora studenti, un compito difficile come questo, proprio non è cosa!
  • Mi chiedo se quel tipo abbia cose più interessanti da raccontare oltre alle sue solite sciocchezze! Vedremo!
  • abbiamo il coraggio di lottare! Dobbiamo contare solo su noi stessi!
  • Se vogliamo è abbastanza semplice la soluzione. Basta aspettare. Abbiate pazienza!
  • Mi chiedo se i miei dipendenti abbiano capito l’importanza delle regole. Non possono continuare a sgarrare così, ogni due per tre!

Infinito presente

Infinito passato

  • Ringrazio tutti i visitatori di avere avuto pazienza nell’ascoltare questi episodio sul verbo avere realizzato sulla falsariga dell’episodio sul verbo essere

Participio presente

  • Questo episodio avente ad oggetto il verbo avere, può risultare piuttosto difficile, ma volendo essere precisi, è stato lungo anche costruire tutti questi esempi!

Participio passato

  • Una volta avuto il coraggio di ascoltare tutti gli esempi, potremmo confrontarci dal vivo, magari in una videochat per chiarire eventuali diubbi.

Gerundio presente

  • avendo ancora un esempio da fare, sono abbastanza soddisfatto, così ora potrò fare una capatina sul gruppo whatsapp per vedere se ho dei messaggi a cui rispondere.

Gerundio passato

  • Pur avendo avuto un successo strepitoso, Amelia non si montò mai la testa, perché aveva sempre presente la massima, “chi si esalta sarà umiliato”.

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192 – SULLA FALSARIGA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Sapete ragazzi che sono nate due nuove rubriche sulla falsariga della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Si tratta della rubrica “primi passi” (questa è la prima) e della rubrica “linguaggio commerciale” (questa è la seconda); due nuove rubriche di breve durata (episodi di breve durata); cercheremo di restare nei due minuti – e con una espressione di ripasso alla fine di ogni episodio per ripassare le espressioni precedenti. Si tratta quindi esattamente dello stesso funzionamento degli episodi della rubrica che si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente“, di cui state ascoltando la puntata n. 192.

In questa puntata ci occupiamo del termine “falsariga“, un’unica parola che serve per esprimere il concetto sopra descritto.

Ogni volta che volete indicare un modello da seguire, da imitare, un esempio da ricalcare, qualcosa da cui prendere spunto, ebbene, potete usare il termine falsariga, non molto facile da usare all’inizio per degli stranieri, ma vale la pena imparare questo termine.

Si deve dire e scrivere: “sulla falsariga” in quasi tutte le occasioni, perché si sta cercando di seguire un percorso già tracciato, uno stile già utilizzato, come se ci fosse una riga disegnata, cioè un segno, una linea tracciata su un foglio e noi stiamo cercando di usare questa riga per andare dritto, per disegnarne un’altra simile. Cose di questo tipo insomma.

Si prende quindi in prestito un’immagine figurata, come si fa solitamente in tutte le espressioni idiomatiche per esprimere un concetto. E’ un termine adatto per essere usato in moltissime occasioni.

Vediamo qualche altro esempio oltre a quello delle rubriche:

In Italia spesso si fanno delle leggi sulla falsariga di altre leggi fatte in altri paesi.

Quindi si vuole dire che si fa una legge cercando di imitare ciò che si è fatto altrove, non esattamente con la stessa legge, identica in tutti termini usati, ma mantenendo una struttura e coerenza simili, quindi “sulla falsariga” di altre leggi. Un altro esempio:

La squadra della Roma ha dominato la squadra avversaria, sulla falsariga di quanto accaduto nella partita precedente.

Quindi si vuole dire che, più o meno, le due partite hanno visto la squadra della Roma avere la meglio sulla squadra avversaria: così come si è svolta la prima gara si è svolta anche la seconda, sulla falsariga della prima, quindi seguendo lo stesso andamento, la stessa logica della prima.

Ora ascoltiamo un breve ripasso delle espressioni precedenti:

Bogusia (Polonia): Si dà il caso che una volta fosse un cestista italiano, avendo seguito le orme di papà Joe a Reggio Calabria. Parlo di Kobe Bryant. A quei tempi non era ancora conosciuto, non più di tanto almeno, ma col passare del tempo, l’abbiamo in tanti guardato dal vivo a volte accalcati nelle arene: un uomo indefesso nello suo ambito.

La stella della pallacanestro 🏀 è scomparsa in un incidente con l’elicottero. Gli ha detto proprio male quel giorno. Ma in realtà ha detto male a tutto lo sport in generale. Non possiamo fare i finti tonti, che non lo sappiamo, tanto meno che ciò che è successo non ci commuove.

Un crescendo di voci sconvolte proviene da tutte le direzioni. Mi unisco al coro anche io, perché sono sempre stata una appassionata di pallacanestro e al contempo alla passione non riesco a restare indifferente.

– – –

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

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N.1 – PIACERE, MI CHIAMO GIOVANNI – 2 minuti con Italiano semplicemente – PRIMI PASSI

PRIMI PASSI: CORSO DI ITALIANO PER PRINCIPIANTI

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1^ lezione: Piacere, mi chiamo Giovanni

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Giovanni: piacere, io sono Giovanni, e tu? Qual è il tuo nome?

Emanuele: Io sono Emanuele, piacere mio.

Giovanni: piacere, mi chiamo Giovanni, questo è il mio nome.

Emanuele: Emanuele, io mi chiamo Emanuele.

Giovanni: Piacere, io mi chiamo Giovanni. Tu come ti chiami? Qual è il tuo nome?

Emanuele: Emanuele. Il mio nome è Emanuele.

Giovanni: Ah, Emanuele è il tuo nome. Piacere di conoscerti Emanuele! Il mio nome è Giovanni!

Emanuele: piacere mio! Il mio nome è Emanuele

Giovanni: va bene, ho molto piacere di conoscerti Emanuele.

Giovanni: ti chiami Emanuele vero? Io mi chiamo Giovanni.

Emanuele: Sì, mi chiamo Emanuele, e tu ti chiami Giovanni.

Giovanni: esatto, io mi chiamo Giovanni, questo è il mio nome. Tu invece ti chiami Emanuele. Questo è il tuo nome. Giovanni e Emanuele: questi sono i nostri nomi.

 

– – –

 

191 – DAL VIVO – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Ciao amici. Abbiamo visto già l’espressione farsi vivo, oggi invece, in questo episodio n. 191 della rubrica due minuti con italiano semplicemente, vediamo “dal vivo“, una seconda espressione che utilizza lo stesso termine.
Dal vivo si usa soprattutto quando si ascolta la radio o si guarda la TV, quando si ascolta un programma che è trasmesso in diretta, cioè quando i fatti trasmessi si verificano proprio mentre si sta guardando la TV o ascoltando la radio. È una trasmissione in diretta, quindi è trasmessa dal vivo, di conseguenza non si tratta di trasmissioni registate e poi trasmesse.
Ad esempio si può ascoltare un programma dal vivo, un concerto dal vivo. A dire il vero però quando si assiste dal vivo a un concerto, ad uno spettacolo e cose simili, si è fisicamente presenti in quel luogo dove avviene il concerto o lo spettacolo. C’è la presenza fisica quindi, niente TV o radio.

Stasera andiamo ad un concerto dal vivo.
Domani fanno musica dal vivo, andiamo?

Ma l’espressione non si usa solo in questo modo. La presenza fisica è legata all’espressione anche quando parlo di incontrare persone o assistere a cose accadute.
Posso anche dire di aver visto una persona dal vivo cioè di averla incontrata di persona, di averla vista fisicamente: l’ho incontrata veramente, non era la TV. L’ho proprio vista dal vivo! Vivo resta vivo, al maschile quindi non diventa “viva” o “vivi”se la persona che incontro è una donna o sono più persone.
Poi posso anche dire di aver vissuto dal vivo una vicenda. Usare il verbo vivere significa coinvolgere anche le emozioni, non solo il corpo, la presenza fisica.
Ad esempio c’è chi ha vissuto dal vivo la caduta del muro di Berlino perché era proprio lì quando è accaduto, ha vissuto personalmente, di persona la vicenda della caduta del muro. Evidentemente si tratta di una persona di nazionalità tedesca, o qualcuno che viveva a Berlino proprio il quel periodo. Coloro invece che l’hanno vista in TV non l’hanno vissuta dal vivo. Non possono dirlo. Possono solo dire di averlo visto dal vivo, nel senso di “in diretta TV“.
Oppure chi ama la formula 1 può dire di aver vissuto dal vivo una gara automobilistica. Lo stesso per gli altri sport in caso di eventi particolari.
Ci deve sempre essere una forte emozione per vivere dal vivo.

Ho vissuto dal vivo la sofferenza dell’amore.
Tu hai vissuto dal vivo cosa significa essere poveri.
Giovanni ama vivere dal vivo queste esperienze sportive.

Quindi dal vivo, se legato alla TV o alla radio si può tradurre come “in diretta”, oppure per dire “io c’ero“, “io l’ho vissuto” , mentre in altre occasioni si traduce con “di persona” o “personalmente“, perché in questo caso ci sono sempre delle emozioni coinvolte, che implicano un coinvolgimento personale. Posso usare anche altri verbi oltre a vedere e vivere: partecipare dal vivo, abbiamo visto assistere dal vivo, ma c’è anche esibirsi dal vivo: un cantante si esibisce dal vivo ad esempio.
Ora ripassiamo alcune espressioni già spiegate negli episodi precedenti:
Bogusia (Polonia 🇵🇱):
Un poliziotto mi ha affibbiato una multa oggi. Sono cascata male oppure sono stata presa di mira? Vi spiego: Mi ero ritagliata del tempo per un appuntamento con una mia amica in un ristorante in e come di consueto ero in ritardo e l’incrocio era accalcato di macchine. Siamo alle solite no? Finalmente poi il semaforo è diventato verde, però io ormai ero passata col giallo.
Nulla quaestio, il codice stradale dice che bisogna velocemente liberare l’incrocio. L’ho fatto. 😅Dietro di me, una macchina che mi tallonava già da tempo e mi incalzava con la sua velocità, è passata anch’essa. Però la Polizia ha fatto accostare solamente me. Il poliziotto su questo non ha fornito nessuna spiegazione di sorta. Insomma, volente o nolente, ho dovuto pagare la multa. Che vuoi, I poliziotti hanno sempre la meglio su di noi Non hanno mai torto. Come lo vedete voi?
Giovanni: avevo dimenticato di dire che “dal vivo” non è uguale a “da vivo“, che è il contrario di “da morto”!
– – –
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

190 – FARE UNA CAPATINA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Ulrike: Ciao amici, buongiorno! Gianni mi ha dato il suo beneplacito per una spiegazione della parola capatina che fa parte della locuzione fare una capatina.
Gianni: infatti, bell’idea la tua.
Elettra: vai pure con la spiegazione Ulrike!
Ulrike: Avete mai fatto una capatina da qualche parte? Certamente l’avrete fatta già tante volte. Ma cos’è una capatina?
Vi faccio un esempio:
Oggi penso di staccare presto dal lavoro per fare una capatina dal mio amico Pino. È da molto tempo che non si fa vivo. So però che ha sempre molto da fare, perciò vado a trovarlo, così, al volo diciamo, al massimo per una mezz’oretta.
Quindi fare una capatina vuol dire che vado in un luogo, nell’esempio a casa di Pino, ma solo per un breve lasso di tempo, solo per vedere come vanno le cose per poi spostarmi altrove.
Potrei anche dire a Pino: senti Pino, stasera ho da fare delle cose nelle tue vicinanze, vorrei cogliere l’occasione per fare un salto da te, ti va?
Qui, nello stesso contesto, ho usato l’espressione fare un salto. Un salto è un movimento con cui ci si solleva da terra con un balzo rimanendo per un attimo sospesi in aria e ricadendo subito dopo. C’è sempre l’idea della velocità, proprio come simile la capatina, che ovviamente non è un salto in alto come ma è comunque un movimento da un posto ad un altro per breve tempo, per un attimo, appunto
Giovanni: una visitina, potremmo dire anche!
Ulrike: Sì, come visitina, avrei potuto dire anche: ciao Pino, mi trovo vicina a casa tua, potrei venire a trovarti per un attimo? Stesso significato, anche in questo caso.
La parola è capatina, questa… “ina” alla fine della parola indica che si tratti di un diminutivo e infatti lo è. Visita, visitina, capata, capatina. Avrei potuto dire anche: stasera farò una capata da Pino, o una breve capata, ma più familiare e più in uso è capatina, più carina anche no?
Ora chiudo amici, infatti ho visto che ci sono i saldi di stagione, ragion per cui farò una capatina in città. Vi ringrazio che vi siete ritagliati del tempo per una capatina alla rubrica “due minuti con italiano semplicemente”.
Alla prossima!
Elettra: anche scappatina e puntatina sono abbastanza simili che ne dite?
Gianni: si, hai ragione diciamo pure sinonimi.
Il ripasso delle espressioni precedenti della rubrica è stato già fatto all’interno dell’episodio da Ulrike che ha usato: beneplacito, farsi vivo, ritagliarsi del tempo ragion per cui e appunto.
– – –

189 – AVERE PRESENTE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Avete presente la rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente? Cosa? Di cosa parli?

Non ce l’hai presente? Allora, questa è una rubrica di episodi dedicati alla lingua italiana, quindi per imparare la lingua italiana, rubrica dedicata agli stranieri, e che si trova su ItalianoSemplicemnete.com. Hai presente almeno questo sito? Comunque sia, anche se non ce l’hai presente, ti dico che siamo arrivati all’episodio n. 189, ed in questo episodio, quello che stai ascoltando o leggendo in questo momento, viene spiegato il significato dell’espressione “avere presente“.

Avere presente” indica semplicemente la conoscenza, e si usa in contesti colloquiali, sia formali che informali, basta dare del tu o del lei.

Hai presente? – Informale

Ha presente – Formale

Quindi se dico: “hai presente Roma?”

Significa: sai di cosa parlo, sai dove si trova Roma?

Si usa molto quando si danno informazioni stradali o quando si deve fissare un appuntamento:

Domanda: Ci vediamo a piazza di Spagna, hai presente?

Risposta: Sì, certo, ce l’ho presente, so dove si trova, ok ci vediamo lì allora.

Domanda: Scusi, mi sa dire dove si trova la fermata della metropolitana più vicina?

Risposta: Sì, certo, allora deve andare a piazza Garibaldi, e poi girare a destra. Hai presente Piazza Garibaldi?

Ancora una volta parliamo della localizzazione territoriale. Allo stesso modo:

Domanda: Scusa devo andare a trovare Giovanni nella sua stanza di ufficio. Dove si trova? In quale stanza si trova?

Risposta: hai presente la stanza di Andrea? Beh, se ce l’hai presente, la stanza a fianco è quella di Giovanni

Si usa però anche per indicare altre cose, tipo persone o avvenimenti.

Domanda: chi è Giovanni? 

Risposta:

Come faccio a spiegartelo… dunque, hai presente quando siamo andati al concerto insieme? Con me c’era anche Giovanni, ricordi? Hai presente?

A volte indica anche al posto di “ricordare” oppure “capire” o “riuscire a capire

Domanda:

Hai presente quando ci siamo sposati? (simile a “ricordi?”)

Risposta:

no, non ce l’ho proprio presente, quanti anni fa è successo?

Oppure:

certo che ce l’ho presente, 10 anni fa!

Quindi la presenza si riferisce ad un concetto qualsiasi nella mente della persona.

Oppure:

Non ho ben presente la situazione che c’è in Italia in questo momento. E’ un paese sicuro? (qui è simile a “non so, non ho capito”)

Avete presente il traffico che c’è a Roma il sabato sera? (è simile a “sapete?”, “conoscete?” “Ne siete a conoscenza?”).

Ora vi chiedo: avete presente la caratteristica degli episodi di questa rubrica? E’ che devono essere brevi. Quindi l’episodio finisce qui, ma solo dopo una altrettanto breve frase di ripasso:

Andrè (Brasile) e Doris (Austria): Se non mi sono fatto più vivo/viva ultimamente è solo perché volevo passare qualche tempo all’insegna del relax e della tranquillità. Non ho segreti di sorta da nascondere. Sono andato/andata in una spa veramente “in”. 

– – –

Giovanni: L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

 

188 – FARSI VIVO – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Giuseppina: Finalmente ti fai vivo, ma che fine avevi fatto?

Questa è una frase che si sente spesso quando non si vede una persona da molto tempo: ci sono due espressioni: “ti fai vivo” e “che fine avevi fatto”. Oggi vediamo la prima espressione: farsi vivo, vivi, oppure viva e vive al femminile.

E’ una espressione informale, vuol dire farsi vedere dopo tanto temo, dare notizia di sè, e si usa “vivo” (che indica la vita) perché sembrava quasi che questa persona fosse scomparsa, ed invece è viva, “viva e vegeta” (questa è un’altra espressione tipica che si usa in questi casi). Quando una persona si fa viva si vuole dare l’immagine che, facendosi vedere, dimostra di essere viva.

Finalmente ti sei fatto vivo!

Giovanni è un po’ che non si fa vivo, ne sai qualcosa?

I miei amici si sono fatti vivi solo una volta in questi ultimi tempi!

Potete usare questa breve espressione ogni volta che qualcuno si fa vedere poco, quindi quando non si fa mai vivo.

Notate che “farsi vedere”, espressione simile,  non si usa quasi mai negli stessi contesti. Qualche esempio:

Fatti vedere domani alla riunione ok?

Poi Giuseppe è venuto? Si è fatto vedere oppure no?

Non vi fate più vedere da queste parti!

In questi tre esempi usiamo “farsi vedere” e non farsi vivi perché il senso è solo quello della presenza fisica in un posto e della vista materiale. Quando invece volete sottolineare il senso del tempo eccessivo che è passato, o il senso di scomparire, allora meglio usare “farsi vivo“.

Fatti vivo domani alla riunione ok? (cioè: non scomparire, cerca di dar notizie di te)

Poi Giuseppe è venuto? Si è fatto vivo oppure no? (un po’ dura e severa come frase)

Credo di essermi spiegato abbastanza bene, ora ascoltiamo un breve dialogo per non dimenticare le espressioni precedenti:

Ulrike (Germania) e Andrè (Brasile):

U: Ciao André, ti gira bene? Senti, non voglio incalzarti, ma è un bel po’ di tempo che non ti vedo nel nostro corso di Yoga. Mi manchi.

A: Hai ragione Ulrike, ma non me la sentivo proprio. Avevo sentore che l’allenatrice mi avesse preso di mira, ragion per cui mi ero messo da parte.

U: Hmm.. può darsi André. Probabilmente non le piaceva il tuo fare da spiritosone, forse nella sua mente paventava la possibilità che lei fosse oggetto di ilarità da parte tua per via della sua zeppola.

A: Pensi…? Beh, del suo modo di parlare non me ne frega proprio, anzi, ti dirò che ha perfino un certo non so che. Ma non vedo come possa calmarla, sembra davvero una persona da prendere con le molle.

U: Comunque sia André, torna alla carica e metti a posto la situazione, altrimenti finirai nel mio di mirino.

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Giovanni: L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

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187 – ALL’INSEGNA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Sapete cos’è un’insegna?

Non parliamo del verbo insegnare, anche se l’origine è la stessa, ma del simbolo. Infatti l’insegna, tra i vari significati, è un simbolo, rappresenta qualcosa.

Se dico il termine “insegna” un qualunque italiano pensa subito alle insegne stradali, alle insegne luminose dei negozi. Una insegna indica qualcosa, servono a questo le insegne stradali, cioè i cartelli stradali, e servono a questo anche le insegne dei negozi, dove c’è scritto il nome del negozio o la tipologia:

Farmacia, ferramenta, Alimentari ad esempio.

Anche l’insegna del wc, che può anche essere luminosa.

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Un’insegna – Photo by Tim Mossholder on Pexels.com

Le insegne devono essere viste e spesso sono grandi.

Oggi però vorrei parlarvi dell’espressione “all’insegna di“, che si usa sempre per indicare, ma si parla di una caratteristica, quindi non in senso materiale, come una insegna stradale. Quello che vogliamo indicare è quindi una caratteristica, una peculiarità. Può anche trattarsi di un principio, di un sentimento, di qualcosa che è da rispettare, o qualcosa a cui uniformarsi, posso anche dire che stiamo indicando una categoria in cui vogliamo rientrare o un argomento generico. Come le insegne, deve essere qualcosa di grande, qualcosa in cui si possono far rientrare altre cose. Questo è un legame con le insegne.

Vi faccio alcuni esempi:

Quest’anno si terrà una manifestazione all’insegna di Federico Fellini.

Quindi la mostra o manifestazione è dedicata a Federico Fellini, il grande regista italiano, la mostra riguarderà Fellini, tutto ciò che ci sarà nella mostra riguarda Fellini. Sto indicando una caratteristica della mostra, che quindi è all’insegna di Federico Fellini.

La mia abitazione è all’insegna di lusso e stile.

Evidentemente io abito in una casa lussuosa e con stile, questa è la caratteristica della mia casa, quindi ogni aspetto di casa mia è caratterizzato da lusso, quindi ricchezza e stile, classe, eleganza: una casa all’insegna di lusso e stile.

Ci vediamo domani tutti insieme? Sarà una serata all’insegna della nostra amicizia!

Una serata dedicata alla nostra amicizia, questa è la caratteristica del nostro incontro di domani.

Speriamo che questo nuovo anno sarà all’insegna della felicità tra i popoli.

Vedete che è una modalità abbastanza generica per indicare una caratteristica che accomuna tutti gli aspetti di qualcosa. Come un contenitore.

Vi auguro una serata all’insegna della passione!

Questo è un augurio che potete fare a due amici che si sono appena fidanzati!

Si sta augurando che la passione domini la serata, che caratterizzi tutti gli aspetti della serata!

Ed allora io vi auguro che le vostre lezioni di italiano non siano all’insegna della noia e della grammatica, ma piuttosto che siano all’insegna del divertimento e della curiosità.

Ora una bella frase all’insegna del ripasso divertente:

Emanuele (Italia)  e Doris (Austria): 

Sapete una cosa? Non voglio avere più niente a che spartire con le persone che non apprezzano le mie qualità. Da ora in poi mi relazionerò solo con coloro i quali non ho mai avuto alcun problema di sorta. Sarà una vera svolta nella mia vita! Punterò solo sui miei amici, quelli che credono in me, quelli che non mi prendono mai di mira, e se mi gira escluderò anche i miei genitori se continuano a criticarmi. Mi sfugge qualcuno forse? Ah, sì, i miei amici dell’associazione! Voi no, ovviamente: siete fatti salvi da questa mia crisi di insofferenza!

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

186 – NULLA A CHE SPARTIRE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Photo by Pixabay on Pexels.com

Oggi vediamo la frase “niente a che spartire“, che è una espressione informale che si usa in questo modo; vi faccio qualche esempio:

Io non ho niente/nulla a che spartire con te.

La tifoseria calcistica non dovrebbe avere niente a che spartire con la politica

Mio fratello non ha niente a che spartire con le amicizie di Giovanni

La stragrande maggioranza degli italiani non ha niente a che spartire con la mafia.

La mia alimentazione non non ha niente a che spartire con la dieta mediterranea

Usare nulla o niente è ovviamente la stessa cosa.

Da questi esempi si intuisce che “spartire” indichi dei punti in comune, delle affinità, delle somiglianze. Il verbo spartire in realtà, se guardiamo al suo significato, equivale a “dividere“, o anche “condividere“:

Ci dobbiamo spartire la vincita (ad esempio metà ciascuno)

Dobbiamo spartirci il guadagno

Dobbiamo fare la spartizione dell’eredità

Spartire quindi significa dividere in più parti e distribuire a più persone, come anche “ripartire“, quindi condividere qualcosa, fare delle parti, dividere in più parti.

Quindi se dico: “non c’è nulla da spartire“, significa che non c’è niente da dividere. Come se io dicessi:

Dobbiamo spartirci la torta, facciamo metà ciascuno ok?

Se non c’è nessuna torta, tu rispondi:

Non c’è nulla da spartire purtroppo, mi spiace

Il senso è chiaro, ma se dico invece:

Io non ho nulla da spartire con te

Quindi sono io che non ho nulla da spartire con te. In questo caso il senso è diverso: significa che io non voglio avere rapporti con te, rapporti di nessun tipo.

In fondo i due concetti sono abbastanza simili: se noi due abbiamo dei rapporti, allora può darsi che condividiamo degli interessi, può darsi che siamo amici, che ci piacciono le stesse cose, che frequentiamo gli stessi ambienti, che abbiamo le stesse amicizie o che addirittura condividiamo alcune cose, ci spartiamo delle cose, come fanno gli amici.

Capisco che i due significati si possano facilmente confondere, ma è per questo che esiste l’espressione “non avere nulla a che spartire“, quindi “da spartire” diventa “a che spartire”, e questo si usa non per condividere qualcosa, per dividere in parti, ma per indicare l’assenza di rapporti personali. Si parla prevalentemente di relazioni umane.

Quindi la frase:

Io non voglio avere rapporti con te (relazione umana)

può diventare:

Io non voglio avere nulla da spartire con te

O ancora meglio:

Io non voglio avere nulla a che spartire con te

C’è la volontà di porre delle distanze, di separare: noi non siamo simili, noi non condividiamo nulla, non ho nulla da condividere con te, nulla “a che spartire” con te.

Si usa spesso anche “nulla a che fare“, ma “nulla a che fare” si usa prevalentemente per indicare l’assenza di coinvolgimento, quindi non ci sono questioni legate a rapporti personali. Usare fare o spartire di conseguenza dipende da questo.  “Spartire” però spesso si usa anche al di fuori delle relazioni umane come abbiamo visto all’inizio. Infatti negli esempi iniziali in molte occasioni si può usare anche il verbo fare.

Non ho nulla a che fare con il furto nella tua casa (cioè: io non c’entro nulla, non sono coinvolto). C’è solo una persona: io! Meglio usare “fare”.

Tu non hai nulla a che spartire con Francesco (tu e Francesco avete interessi diversi, vivete in due mondi diversi ecc). Qui ci sono due persone, quindi relazioni umane. Meglio usare “spartire”.

Maria non ha nulla a che fare con il furto della mia automobile (quindi Maria non c’entra, non è coinvolta nel furto). C’è solo Maria. Meglio usare “fare”.

Notate una cosa: la pronuncia di “nulla a che fare” segue la regola del rafforzamento, quindi si pronuncia con due “ci” e due “effe”: “accheffare”. Ora una frase di ripasso:

Lia (Brasle) e Doris (Austria):

Per ascoltare una frase di ripasso non bisogna terminare anzitempo l’ascolto degli episodi di questa rubrica. Coloro che non hanno pazienza non avranno alcun miglioramento di sorta nel loro italiano. Meglio allora arrivare fino alla fine, no?

 

– – – 

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

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185 – SORTA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Che sorta di episodio sarà mai questo? Di cosa si parlerà in questo 185-esimo episodio? Se è sorta questa domanda da parte vostra, io sono qui proprio per questo.

Il termine sorta nella lingua italiana si usa in due modi diversi. Il verbo sorgere lo conoscete?

Ci sono pochissime cose che possono sorgere: il sole sorge tutte le mattine  poi la sera tramonta.

Al passato posso dire che il sole è sorto,  al maschile quindi.

Anche i dubbi possono sorgere, perché sorgere è simile a nascere. I dubbi al plurale, il dubbio al singolare. Ancora maschile, come il sole quindi. Ancora una volta al passato dico: il dubbio è sorto.

Al femminile sorta, posso usarlo con le domande o con le questioni. Domanda è femminile. Anche questione (la questione).

Es:

La questione è sorta stamattina.

Nel senso di: la questione è uscita fuori, è emersa, è nata stamattina.

La domanda è sorta da una mia coriosita.

Ma usare “sorta” in questo modo, usando il verbo sorgere, non è la cosa che mi interessa oggi.

È interessante invece notare che “sorta” è come specie, tipo, tipologia, ma si usa in caso di meraviglia, di stupore:

Che sorta di parola è questa?

Che domande fai? Che sorta di domande sono?

È come dire: che domanda è questa? Che parola è questa? Se uso “sorta” nella domanda  aggiungo meraviglia, incredulità, stupore.

Quando non si fa una domanda, ma quando si dà una spiegazione, quando si fa una descrizione o si dà una risposta, posso usare ugualmente “sorta“, ma solo quando voglio essere generico, quando voglio indicare una caratteristica generica, come se non mi venisse in mente una parola migliore, una più adatta diciamo.

Es:

Federico Fellini è una sorta di genio del cinema.

La rubrica due minuti con Italiano Semplicemente è una sorta di “corso di italiano in pillole” per studenti di livello intermedio.

Eccetera.

Insomma Fellini è una specie di genio del cinema, come vogliamo chiamarlo?

E questa rubrica a cosa serve? Serve a migliorare l’italiano, quindi è una specie di corso, una sorta di corso, ma non esattamente, perché non è un corso classico di lingua italiana dove si insegna la grammatica italiana.

E’ interessante poi (e qui termina l’episodio) che il termine “sorta“, se mettiamo “di” davanti, diventa “di sorta“.

Questo “di sorta” si utilizza se vogliamo dire “di nessun tipo“, è solamente un po’ più formale.

Es: tra il mio lavoro e il tuo non ci sono differenze di sorta

Cioè non ci sono differenze di nessun tipo: si tratta dello stesso identico lavoro.

Giovanni se n’è andato senza dare spiegazioni di sorta.

Quindi non ha dato nessun tipo di spiegazione.

Il software ha funzionato perfettamente, senza problemi di sorta

Quindi senza problemi di nessun tipo.

Si tratta sempre di frasi negative.

Ora ascoltiamo una frase di ripasso:

Queste frasi sono veramente una svolta per non dimenticare vero?

Infatti, si impara velocemente, ma quando potremo dire di essere a cavallo?

Ci siamo già credo, ragion per cui basta continuare così: impariamo velocemente e al contempo ci divertiamo .

Dici che abbiamo svoltato? Dici che non esiste un metodo migliore di questo?

Credo di sì, ma ora come lo vedi un bel caffè?

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184 – SVOLTARE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Ieri parlando dell’espressione “essere a cavallo” abbiamo parlato di svoltare, un verbo che si usa in diverse occasioni. Una di queste ha un significato simile a essere a cavallo. Pensate alla strada quando si è in macchina e ad un certo punto bisogna svoltare a destra oppure a sinistra. La nostra strada, quando c’è una svolta da fare a destra o sinistra, cambia direzione.

Svoltare a destra dopo il semaforo 🚦

Adesso bisogna svoltare a sinistra.

Vai avanti e poi svolta l’angolo a destra

Ma una strada e un libro sono simili alla vita. Ed allora in senso figurato, questo cambio di direzione, questa svolta, può indicare un qualsiasi grosso cambiamento in senso positivo.

Ho passato l’esame, ho svoltato!

Abbiamo svoltato! Con questa vittoria abbiamo proprio svoltato!

Davvero sono arrivato primo al concorso? Una vera svolta, che svolta!!

La promozione avuta al lavoro mi ha fatto svoltare la carriera, una svolta decisiva.

Il matrimonio con il principe è stata una una svolta nella vita della ragazza.

Insomma è sempre un cambiamento radicale, un grosso cambiamento, sempre in meglio.

Svoltare” ha un uso informale, mentre il termine “svolta” si può usare in ogni contesto.

Ora una breve frase di ripasso. Queste frasi vi aiuteranno sicuramente a svoltare con l’italiano.

Khaled (Egitto): Stasera andiamo al ristorante, ok? Ho trovato un posto veramente in! Fidatevi di me.
Lejla (Bosnia): Ah, allora siamo a cavallo!
Khaled (Egitto): fai la spiritosa? Ho sempre trovato bei posti, fatto salvo quella volta che ci hanno dato cibo un po’ andato !
Lejla (Bosnia): ti sfugge anche quando ci hai portato in quel locale dove quei ragazzi ci avevano preso di mira e ci hanno dato fastidio!
Doris (Austria): ok non litigate adesso. Nulla quaestio se decido io?

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Camille (Libano 🇱🇧)

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183 – ESSERE A CAVALLO – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Siete mai stati a cavallo?

Molti di voi probabilmente si, avranno fatto una passeggiata a cavallo almeno una volta nella vita, altri saranno solamente saliti su un cavallo, per provare, ma ad ogni modo oggi vorrei parlarvi dell’espressione idiomatica *essere a cavallo“, che usano tutti gli italiani in contesti informali quando credono di aver trovato la soluzione di un problema.

Per risolvere un problema ci può voler tempo, ma una volta capito come risolverlo i tempi saranno molto veloci. Andare a cavallo non è forse un modo per andare più velocemente? Non è forse un vantaggio essere su un cavallo anziché a piedi?

E allora quando siamo in una situazione di questo tipo, quando crediamo di aver trovato la soluzione ad un problema o anche quando ipotizziamo che questo accada. Attenzione, non abbiamo ancora risolto il problema, ma siamo vicini o almeno lo crediamo.

Usare il verbo essere è fondamentale per dare questa idea, perché andare a cavallo o recarsi a cavallo si usa quando materialmente andiamo da qualche parte in groppa ad un cavallo.

Che bella che è quella ragazza. Se accetta di venire a cena con me sono a cavallo!

Dai, ormai con due gol di vantaggio siamo a cavallo!

Credevo di essere a cavallo ma all’improvviso ho incontrato un ostacolo ancora più grande.

Si usa quasi sempre all’indicativo presente ma può capitare ad esempio:

Peccato, sembrava che ieri fossi a cavallo, invece devo ricominciare daccapo.

Ma come non hai risolto il problema? Avevi detto che eri a cavallo!

A volte si dice anche: “abbiamo svoltato”, frase che può essere usata al posto di “siamo a cavallo”. Ma il verbo svoltare lo vediamo domani.

Ora una frase di ripasso:

Elettra: Mio fratello ha la zeppola. Ve ne accorgete non appena pronuncia la lettera esse.

Doris: mai ho notato che Emanuele ha la zeppola Elettra, anzi ha la voce molto chiara.

Ulrike: Emanuele ha la zeppola? Non mi torna… Elettra, mi pare che gli stia tirando un tiro mancino!

Giovanni: Come la vedete se lo Mettiamo alla prova con una frase?

Emanuele: due minuti con italiano semplicemente!

Giovanni: appunto. Niente zeppola.

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Rauno (Finlandia 🇫🇮):

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182 – UN POSTO “IN”- 2 minuti con Italiano semplicemente

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Giovanni: Siete mai stati in un posto in? O in un locale in?
No? Io credo di sì, ma forse non sapete cosa sia un locale “in”.
E’ sicuramente uno strano modo di indicare un locale, uno strano modo di descrivere le sue caratteristiche.
Un locale “in“, che si scrive semplicemente con le due lettere i ed n, è un locale particolare, con delle caratteristiche particolari.
Quali sono queste caratteristiche?
Si tratta di un locale che alcuni chiamerebbero chic (qualcuno preferisce usare questo termine francese), altri direbbero “un locale cool“, o “trendy” preferendo l’inglese, altri ancora definirebbero questi locali “esclusivi“, o “alla moda“, oppure “di tendenza“, o “che vanno per la maggiore“, o anche “i più frequentati“.
Ci sono differenze però tra queste modalità.
Chic indica un locale “di un’eleganza raffinata“, come può essere un vestito chic, una donna molto chic; quindi in generale indica eleganza, finezza, distinzione.
Questo locale si distingue dagli altri perché è più fine, più elegante, e probabilmente più costoso degli altri.
Esclusivo è un po’ diverso. Significa riservato a un numero ristretto e qualificato di persone. Queste persone devono avere una certa caratteristica: più ricche delle altre? Spesso è così. Ad ogni modo esclusivo significa che in questo locale non possono entrare tutti, ma si trovano persone che appartengono ad una cerchia ristretta selezionata da qualche criterio. Criterio che spesso è economico.
Cool indica invece un ambiente giovanile sicuramente, dove la moda ed il divertimento hanno il loro spazio. Si potrebbe dire anche un locale “trendy“. Italianizzando si direbbe “un locale alla moda“, ma in questo caso ci si riferisce alla popolarità del locale, a quante persone lo frequentano, a quanto se ne parla, alla popolarità insomma.
Un locale “in”, un posto o un luogo “in” è di solito una discoteca, o un club privato, anche un club sportivo. Non si parla quindi generalmente di un ristorante, dove in genere la popolarità dipende dalla qualità del cibo. Al limite può essere una enoteca o una sala da tè. Se si mangia all’interno probabilmente il locale “in” viene descritto usando termini francesi: un “salon de gastronomie“, dove troverete un bistrot, una patisserie, una boulangerie eccetera.
Ma perché “in”? Probabilmente sta per “in voga” cioè che “va di moda” che è “in crescita di popolarità“, quindi si indica il successo, una popolarità crescente. Si tratta quindi sicuramente di un locale che è molto conosciuto, con un certo successo, ma io direi che c’è anche una componente diciamo “selettiva”, un qualcosa che fa pensare anche ad un locale solo per certe persone, quindi selezionate secondo certi criteri.
Diciamo quindi che un locale “in” è un modo spesso usato per indicare sia il successo e la popolarità, sia anche che non è un posto per tutti. Attenti quindi perché se un locale è in, allora dovete stare attenti a come vestirvi.
Adesso una frase di ripasso:

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Andrè: Buongiorno a tutti! Una notizia a coloro a cui piace il calcio! Una bellissima partita è stata disputata la settimana scorsa all’Olimpico nella quale la squadra Roma è stata battuta dalla Juventus. Come di consueto Cristiano Ronaldo è stato preso di mira dai tifosi romanisti. A prescindere dal fatto che l’attaccante della squadra bianconera sia uno dei più grandi di tutti i tempi tantissimi tifosi sono insofferenti a lui. Ovviamente però CR7 se ne frega!

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181 – PUNTARE SU QUALCUNO- 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Anne France (Francia): ecco una bella parentesi di due minuti!Giovanni: Nell’episodio di ieri vi avevo accennato al verbo “puntare” ed all’espressione “puntare su qualcuno” . E’ importante capire quando usare la preposizione “su” perché “puntare” ha molti significati.
Ho detto “su qualcuno” ma avrei potuto dire “su qualcosa“, anche se il significato è un po’ diverso.
Dunque, vediamo: in generale vuol dire che facciamo affidamento su qualcosa o qualcuno per un fine, al fine di ottenere un risultato. Se usiamo il verbo contare il senso non cambia.
Io conto su di te, io punto su di te, io faccio affidamento su di te. Stesso significato. Vuol dire che tu sei importante, che senza di te il risultato non sarà raggiunto, che io mi fido di te, e quindi faccio affidamento su di te.
C’è la fiducia in gioco, come se stessi facendo una commessa, scommessa che, come si sa, dipende dalle aspettative di ognuno. Quanto credo io in te? Quanto sono disposto a puntare? Attenzione perché “puntare” è lo stesso verbo che si usa quando si gioca alle scommesse con i soldi.
I soldi si “puntano“, cioè si scommettono, vale a dire che se io punto 10 euro sulla tua vittoria vuol dire che sono disposto a perderli, ma vuol dire che io credo che non li perderò. altrimenti non punterei su di te, non punterei sulla tua vittoria.
Ecco allora che “punto su di te” in senso figurato esprime una fiducia nelle tue capacità Non ci sono scommesse da fare, in ballo c’è solo la fiducia personale.
Se parlo di cose diverse dalle persone, su cosa si può puntare? Quando si fanno le scommesse si può puntare su qualunque cosa, la cosa importante è che ci siano delle scommesse.
Ma se usciamo dal gioco, spesso puntare si usa quando si parla di avvenimenti. In questo caso la frase si costruisce in modo diverso. Vediamo qualche esempio

Oggi mi vesto leggero. Così facendo punto sul fatto che non farà freddo.

La frase si costruisce così.

Se un ladro viene a rubare di notte a casa mia sicuramente punto sul fatto che tutti stiano dormendo.

Un altro esempio:

I biglietti per andare allo stadio non sono economici, ma si punta sul fatto che ci siano sempre abbastanza persone disposte ad acquistarli.

Quindi anche in questo caso c’è un convincimento in qualcosa, c’è fiducia che qualcosa accada e per questo motivo si fa una scelta. La scelta che si fa è la conseguenza di questa fiducia:
Quindi se oggi decido di vestirmi leggero, perché lo faccio? Perché scommetto (si fa per dire: non ci son soldi) sul fatto che non farà freddo.
Perché il ladro viene proprio di notte a rubare a casa mia? Perché crede, o spera che tutti dormano. Fa affidamento su questo. Conta su questo. Punta su questo.
Perché i biglietti per andare allo stadio non sono economici? Evidentemente chi decide i prezzi dei biglietti punta sul fatto che ci siano sempre abbastanza persone disposte ad acquistarli. Anche qua: conta su questo, punta su questo. Fa affidamento su questo.
Adesso conto che qualche membro faccia una frase di ripasso:
Natalia (Colombia):
L’inizio di un nuovo anno è sempre un’occasione per riprendere delle cose che magari hai lasciato da parte e che però continuano a girarti per la testa, ragion per cui colgo l’occasione qua davanti a tutti voi, per non lasciare nulla di intentato, per esprimere un mio proposito: quest’anno vorrei allargare lo studio delle lingue e credo che riuscirò a destreggiarmi meglio anche con inglese, lingua messa nel dimenticatoio per anni. Il fatto è che l’esperienza vissuta nell’ultimo viaggio mi dimostra di non aver scelta: o così o pomi. Devo assolutamente arrivare ad un ottimo livello entro quest’anno.

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Camille (Libano 🇱🇧)

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180 – NEL MIRINO – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Gianni:

Ci sono due obiettivi nel mirino di Italiano Semplicemente: convincere gli stranieri a usare meno la grammatica e più l’ascolto e poi riuscire a ottenere dei risultati tangibili.

Gli evasori delle tasse sono finiti nel mirino dello Stato italiano

Suleimani era nel mirino degli Stati uniti da molti mesi prima di essere ucciso

Ci sono 10 persone nel mirino della polizia dopo l’attentato.

La Juventus punta a rafforzare l’attacco. Due attaccanti sono già finiti nel mirino

Mio figlio è ormai finito nel mirino di alcuni professori

Le frasi che avete ascoltato contengono la parola MIRINO e a questo termine è dedicato questo episodio, il n. 180 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente“.

Il mirino, tecnicamente, è uno strumento, è un dispositivo ottico (cioè che si utilizza con gli occhi) per la determinazione della linea di mira. Quindi il mirino serve a prendere la mira, che è stata oggetto dell’episodio precedente. Ricordate?

Ebbene, “essere nel mirino” è un’espressione che si utilizza quando non solo si prende la mira per colpire un bersaglio fisico, materiale, ma anche quando si hanno degli obiettivi, o quantomeno degli interessi.

Se dico che due attaccanti sono nel mirino della Juventus significa che la Juventus sta probabilmente cercando di acquistare questi due calciatori. Cosa vuole fare la squadra della Juventus? Vuole acquistare degli attaccanti, quindi per il momento questi due calciatori sono osservati dalla Juventus, che non ha ancora deciso di acquistarli: sta valutando, sta decidendo, ma certamente è interessata a loro. Loro sono oggetto di massimo interesse da parte della Juventus.

Se sto cercando un appartamento da comprare, ci saranno sicuramente alcuni appartamenti più interessanti di altri. Questi appartamenti sono quelli che finiscono nel mio mirino quindi, sono quelli ai quali sono maggiormente interessato, definiscono un mio obiettivo .

Ma “finire nel mirino” spesso è diverso da essere nel mirino. Nell’esempio precedente posso anche dire che due appartamenti sono finiti nel mio mirino, quindi parlando sempre di obiettivi e interessi posso usare “finire” e non “essere”, ma generalmente “finire nel mirino” si utilizza quando c’è una forma particolare di interesse, quando questo interesse diventa un controllo, una sorveglianza, per poter penalizzare, con l’obiettivo di punire o almeno di controllare che tutto vada bene.

Si dice anche “tenere d’occhio” in questi casi.

Gli evasori delle tasse (come ho detto prima) sono finiti nel mirino dello Stato italiano. Lo Stato quindi li tiene d’occhio (è più informale)

Il senso è chiaro: gli evasori saranno controllati, perché non evadano le tasse, perché paghino le tasse che devono pagare. Per questo li tiene d’occhio, li controlla.

I ragazzi sono finiti nel mirino del preside della scuola. Il preside ha detto: Bisogna tenerli d’occhio quei ragazzacci!

Questi ragazzi saranno controllati maggiormente, perché probabilmente il preside crede che siano colpevoli di qualcosa.

Quindi usare il verbo finire spesso indica un controllo particolare. Il mirino viene indicato con un cerchio con una croce al centro, dove al centro ci finisce il bersaglio da colpire. Diciamo che comunque i riferimenti alle armi e al mirino come strumento, come dispositivo, sono molteplici, sia per gli obiettivi sia per il controllo.

Anche “finire nel bersaglio” si può usare al posto di “finire nel mirino” se vogliamo essere sicuri del senso (quello del controllo) da dare alla frase:

L’utilizzo del verbo “puntare” ne è un altro esempio:

Puntare il bersaglio e poi sparare (senso materiale). Si punta il bersaglio e poi si spara.

Puntare a raggiungere un obiettivo (senso figurato)

La professoressa mi ha puntato! (cioè ce l’ha con me, mi ha preso di mira, oppure mi controlla).

Attenzione però a usare “puntare” perché “puntare qualcuno” è totalmente diverso rispetto a “puntare su qualcuno“. Ma questo lo vediamo domani. Ora un breve ripasso con Sofie dal Belgio e Ulrike dalla Germania (due membri dell’associazione) che hanno preparato un bel dialogo.

U: Devo parlarti Sofie. C’è qualcosa che non mi torna.
S: Aspetta Ulrike, in questo momento caschi proprio male, perché sto scrivendo qualche frase di ripasso per i due minuti con italiano semplicemente. Puoi aspettare un po’?
U: Ascolta solo una cosa Sofie, ho sentore che Giovanni e il suo amico Emanuele si trovino nei guai, quindi per ora non riesco proprio ad aspettare, non è una questione di armarsi di pazienza.
S: Accidenti! Stai tranquilla, allora fammi sapere.
U: si, anche subito, però acqua in bocca Sofie.
S: Certo Ulrike, ma adesso non tenermi sulle spine, dai…
U: Allora, la cosa ha a che fare con questo Alfredo…
S: Alfredo? Ma… chi è? Ti prego, non restare sul vago .
U: Ma Sofie, non hai ascoltato la puntata 175 della rubrica, quella sulle paroline ci, ce e c’è?
S: No, questa deve essermi sfuggita; strano però, pensavo proprio di conoscerle tutte. Devo assolutamente ritagliarmi del tempo per recuperarla.
U: Allora vai ad ascoltarla e poi darò seguito alla storiella. Non appena l’avrai fatto ti sarai capacitata della mia preoccupazione.
S: Sì, va bene, mi do all’ascolto e dopo ne parliamo. A fra poco allora!

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Camille (Libano 🇱🇧) 

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179 – PRENDERE DI MIRA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Gianni: ciao Ele, come stai?

Elettra: Papà, credo che il professore mi abbia preso di mira.

Giovanni: davvero? E perché?

Elettra: forse perché in classe una volta l’ho colpito con una penna

Giovanni: e ti mette brutti voti? una penna? E come mai?

Elettra: ma non l’ho fatto apposta. Mica ho preso la mira!

Giovanni: avrete probabilmente capito che in questo episodio di due minuti con Italiano Semplicemente (il n. 179) ci occupiamo della “mira” ed in particolare della differenza tra prendere la mira e prendere di mira.

Elettra (l’avete ascoltata) è stata preso di mira dal suo professore. Questo vuol dire che il professore non si è comportato bene con lei, e in particolare che non la giudica con giustizia. Prendere di mira è un’espressione idiomatica.

In generale prendere di mira significa criticare continuamente, fare oggetto di continue critiche, di maltrattamenti. E’ simile a “tormentare“. Se qualcuno ti prende di mira non è mai una buona cosa: chi ti prende di mira ce l’ha con te, ti maltratta, forse ti insulta, forse ti picchia persino. Sicuramente non gli stai simpatico!

Prendere di mira quindi equivale a “avercela con qualcuno” e cercare continuamente di colpirlo, per fargli del male, nel senso più ampio del termine, non solo fisicamente.

Ma la mira cos’è? La mira rappresenta la precisione. E quando si fissa un bersaglio per poi colpirlo si dice “prendere la mira” . Prima si guarda il bersaglio attentamente e poi si prova a colpirlo. Il verbo prendere può portare fuori strada, può far sbagliare l’interpretazione da parte di uno straniero, ma in parole povere la mira si prende quando si vuole colpire un bersaglio, con un’arma reale, o con un oggetto qualsiasi oppure in modo figurato. Prendere la mira quindi è quella operazione che si fa quando si vuole colpire qualcosa o qualcuno con un oggetto. In senso materiale, fisico.

Anche i giocatori di pallacanestro prendono la mira prima di lanciare la palla nel canestro. Emanuele invece non ha preso la mira quando ha colpito il professore con la penna (così dice!) e probabilmente questo è il motivo per cui il professore l’ha preso di mira. Anche il professore vuole colpire Emanuele, ma non con un oggetto.

Capite che il senso è figurato. Prendere di mira si usa quando si fanno una serie di azioni ripetute che hanno un bersaglio preciso, ben identificato.

Sofie (Belgio): Un professore può prendere di mira un studente

Natalia (Colombia): Un ladro può prendere di mira delle abitazioni o dei negozi e quindi ogni tanto va a farci una visitina.

Cristine (Brasile): Nelle scuole alcuni studenti più deboli spesso vengono presi di mira da altri studenti. Si chiama “bullismo”

Rauno (Finlandia): La tifoseria può prendere di mira un calciatore

Prendere di mira è simile ad “adocchiare“, (episodio n. 126 della rubrica) ed a volte possono usarsi in modo alternativo.

La differenza è che le intenzioni sono quasi sempre cattive in questo caso.

Allora ripassiamo alcune espressioni passate iniziando proprio da adocchiare:

Bogusia (Polonia): Oggi ho adocchiato un articolo divertente. Per questo vorrei parlarne adesso come forma di ripasso. Non so se sia tutta verità. Forse è da prendere con le molle perché potrebbe essere una bufala. Ficarra e Picone, il duo comico, un binomio inscindibile della commedia italiana. Pare che i due abbiano criticato Sergio Mattarella per il discorso di fine anno, quando non ha parlato della Squadra del Palermo calcio, la squadra che sta nel cuore dei due comici e anche del presidente.
Il presidente come ha reagito? Avrà tollerato questo tipo di satira? Che ne so io. Può darsi. Però pare che il presidente abbia chiamato di persona il duo comico, ma non per avere spiegazioni, quanto per parlare proprio di calcio. Riuscite a capacitarvene?
Pare abbia paventato (così ha scherzato Ficarra) un decreto presidenziale per portare il Palermo direttamente in Champions League.

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Camille (Libano 🇱🇧)

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178 – LORO, COLORO O QUELLI? – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Gianni: allora ragazzi, per coloro che desiderano continuare con gli episodi dei due minuti con italiano semplicemente facciamo questo 178-esimo episodio. Coloro invece che non vogliono proseguire probabilmente non stanno neanche ascoltando: Loro evidentemente preferiscono utilizzare questi due minuti in modo diverso.

Ma quando usare loro e quando coloro? Poi c’è anche quelli. Come facciamo? Come distinguiamo?

Parliamo sempre di persone, giusto? Le stiamo indicando, stiamo identificando un gruppo di persone.

Noi è un gruppo che include me stesso, mentre voi include la persona o le persone con cui parlo.

Loro invece è la terza persona plurare.

Loro  come noi, e voi servono semplicemnete a indicare il gruppo di riferimento.

Siamo stati noi

Siete stati voi

Sono stati loro

Loro mangiano,  noi beviamo, voi pagate

Eccetera.

Resta da capire perché utilizzare coloro. La risposta è che coloro si usa solamente quando devo specificare una caratteristica di queste persone, quindi sto scegliendo un sottogruppo  una parte di un gruppo. Non sto quindi indicando un gruppo di persone. Come faccio con loro.

Inoltre si usa solamente con le persone, sia maschi che femmine. Per gli oggetti e gli animali si usa “quelli che” oppure “quelle che “. 

Quindi devo sempre specificare una caratteristica se voglio usare coloro. Non dimentichiamolo. Con “quelli” non vale la stessa cosa. Ogni volta quindi sarà sempre “coloro che” oppure “coloro i quali”  o “coloro le quali” se di sesso femminile. Con gli oggetti o animali è possibile solo usare  “quelli che”. Non si usa generalmente “quelli i quali”, se non parlo di persone. Sempre “quelli che”.

Coloro che hanno studiato lo dicano

Vado d’accordo solamente con coloro i quali hanno un buon carattere.

Coloro le quali hanno avuto il primo ciclo mestruale possono avere dei bambini. 

Se “quelli che” si usa con oggetti e animali, a volte è consentito usare “quelli/quelle che” quando di parla di persone, ma come detto non si usa normalmente “quelli i quali” o “quelle le quali”.

“Quelle che” sta per “le persone che”  e al maschile ad esempio “gli amici che” può diventare “quelli che”. “Coloro che” si può usare senza badare al sesso. Se voglio specificare uso “coloro i quali” o “coloro le quali”. Qualche esempio:

Alcune persone secondo me sono più belle di altre. Sono quelle che hanno gli occhi azzurri.

Le tue amiche mi stanno simpatiche.

Quali amiche?

Quelle che escono sempre con te.

Scegli tre amici nel gruppo. Quali posso scegliere?

Quelli che vuoi

Bisogna dire che sempre parlando di persone  amici, colleghi eccetera, non sempre posso sostituire quelli con coloro e viceversa.

Infatti “coloro che” e “coloro i quali” si usano solamente per fare una selezione, per specificare le caratteristiche volute da alcune persone e non per indicarle:

Quali persone hanno superato l’esame di italiano? Solo quelle che hanno studiato di più.

Vale a dire: solo le persone che hanno studiato di più. Sto facendo una specificazione, sto dicendo una caratteristica, quindi posso usare anche coloro:

Hanno superato l’esame solo coloro che hanno studiato di più.

La frase è corretta.

Invece se indico e basta non posso usare “coloro”.

Scegli tre amici nel gruppo. Quali posso scegliere?

Quelli là! Quelli laggiù. 

Non si può dire “coloro là/laggiù” ma solamente “quelli là/laggiù”. Perché mi sto semplicemente riferendo ad un gruppetto, senza specificare una caratteristica verbalmente.

Analogamente, è corretto se dico:

Quelli! (indicando delle persone col dito ad esempio)

E invece non è ammessa la risposta:

Coloro!

Infatti ancora una volta non è stata specificata nessuna caratteristica.

In tutti gli atri casi “coloro che” equivale a “quelli che” solamente usare coloro è un pochino più formale, si usa in argomenti più seri.

Quali amici scegli?

Quelli/Coloro che sceglierai tu.

Quelli/Coloro che hanno le caratteristiche da te scelte

Quelli/Coloro che riterrai opportuno

Quelli/Coloro che credi siano i più bravi.

Eccetera. Più serio è il discorso, più coloro è adatto.

Ora Ulrike dalla Germania e Sofie dal Belgio ci aiutano a ripassare alcune espressioni passate.

– Ciao Ulrike, tutto bene?
– Si si, *si tira a campare*. Da te invece?
– Tutto *a posto*! Ho appena preso un *ammazza caffè* e adesso *me la sento* proprio di fare una frase di ripasso. Che ne dici? Un piccolo dialogo?
– Va bene, *prendiamo il toro per le corna* allora! Senza *cincischiare*!
– Sono un po’ *combattuta* però. Quali espressioni si possono usare? Abbiamo solo *l’imbarazzo della scelta* ma non dobbiamo *sforare*. Il *troppo stroppia*.
– Non importa, *tutto fa brodo*
– possiamo anche chiedere a Gianni se ci sarà una riunione dei membri nel 2020. Speriamo non ci dia una *risposta sibellina*
– Me l’ha già dato *di straforo* la risposta, ma penso che *a stretto giro* tutti ne saranno al corrente.

– – –

Rauno (Finlandia 🇫🇮):

zio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

Ripasso 1-177 – 2 minuti con Italiano semplicemente

Audio

Trascrizione

ripasso_1_177_immagineBuongiorno amici di Italiano Semplicemente! Qual buon vento vi ha portato qui? Un vento di ripasso?

Oggi infatti ci esercitiamo un po’ sia con le particelle NE, CE e CI, sia con le espressioni che abbiamo imparato all’interno della rubrica 2 minuti con Italiano  Semplicemente“. Le espressioni dalla prima alla numero 177. Vediamo quindi delle frasi di senso compiuto che ci permettano di usare queste espressioni e di fare molti esempi su come usare ne, ce e ci. Ci sono già parecchi episodi su questo argomento sul sito, ma uno in più non fa male.  C’è solo l’imbarazzo della scelta. Dovevo anche accontentare un membro dell’associazione che è da tempo che mi tallona con la questione delle particelle!

In questo episodio commenterò anche alcune notizie su google news, notizie che riguardano l’Italia ma anche altri paesi. Non prendetemi troppo sul serio, voglio solo  fare un ripasso completo, interessante e anche divertente e spero che lo accettiate di buon grado Si tratta solo di un pretesto per ripassare. Che ne pensate? Ci fate un pensiero sopra? Iniziamo allora, ci divertiremo! Spero non vi impressioniate del numero: 177. Ce la faremo! Lo so, qualcuno di voi aveva già abbandonato lo studio della lingua italiana, sennonché poi ha incontrato Italiano Semplicemente e tutto è cambiato!

Ho letto che quando un telefono è pieno, si può impallare facilmente – La tecnologia dei cellulari è continuamente oggetto di continuo studio e sviluppo. Non appena esce un nuovo cellulare è già vecchio. Ne esce sempre uno migliore del precedente. Gente che si accalca nei negozi, che già dal dormiveglia inizia a sognare di avere il modello di cellulare più bello del vicino di casa o del compagno di banco, gente che fa la fila per ore per non farsi sfuggire il meglio che offre il mercato… per ora! Ve lo dico senza remore, nulla quaestio sul fascino della tecnologia, ma a me non è mai piaciuta l’esagerazione.

Altre persone poi hanno problemi diversi, amano leggere, altri non hanno soldi da spendere e cercano di smarcarsi da problemi più importanti: il lavoro, l’amore, la famiglia. L’essere umano è strano: da sempre è stato combattuto dalla scelta tra i due estremi: la voglia di amare il prossimo e quella di combatterlo, la pace e la guerra. Gli Stati Uniti ad esempio non sono riusciti a tenere a bada i loro propositi, per questo è stata soggetta a critiche e l’IRAN ha tenuto fede alla promessa di “vendetta”, in conformità alle aspettative del mondo intero. Purtroppo la guerra e la morte sono un binomio inscindibile. e pare che L’IRAN abbia reagito in men che non si dica, e che abbia mostrato indisposizione alla pazienza o alla sottomissione.

Cosa sappiamo dell’aereo caduto in Iran? Si tratta di vendetta? L’IRAN non ha avuto la grazia di aspettare neanche una settimana? Forse è una domanda retorica? Invece sembra non c’entri nulla con la storia di Soleimani. Così pare, ma speriamo che le cose non peggiorino altrimenti sarà difficile poi correre ai ripari.

In Italia c’è chi condanna anche l’attacco di Teheran, e noi non vediamo come questa condanna non si posso condividere, sebbene sia comunque un discorso complesso, da prendere con le molle sicuramente.

Non bisogna essere un dritto per capire che la guerra non fa bene a nessuno.

Ma succede anche altro nel mondo e anche in Italia.

Guardando una indagine sulla scuola italiana, balza agli occhi un dato: il 45% degli studenti dichiara di aver sbagliato scuola.

Ma torniamo a bomba.

Molti dicono che l’IRAN non abbia scelta: o così o pomì, vale a dire: alla vendetta non c’è alternativa.

Vabbè cambiamo discorso. Parliamo di inquinamento. Bisognerebbe smetterla di cincischiare adesso, occorre infatti salvare il mondo dall’inquinamento.

Occorrono misure urgenti, la misura è colma, occorre prefiggersi obiettivi ambiziosi, con un piano e un programma condivisi tra le nazioni, non leggi pro forma e che non abbiano effetto. Occorre dare seguito alle dichiarazioni fatte dai politici, anche perché si dà il caso che questi rappresentino i popoli che li eleggono e che vogliono un cambiamento. Andrebbe bene anche un percorso a tappe che ci possa presto portare ad attenuare fortemente questo problema. Ho sentore però che ci vorrà molto tempo, sebbene qualcosa sta succedendo, e qualche politico, bontà sua, si sta impegnando molto su questo fronte, cercando di non lasciare nulla di intentato. 

Troppe notizie brutte? Vabbè adesso vi comunico una bella notizia: a Roma un uomo ha cercato di rubare lo zaino ad una donna, ma non aveva pensato al rovescio della medaglia: evidentemente la donna era di diverso avviso del ladro, che era già riuscito ad aprire lo zaino, con un fare veramente esperto, rubando alcuni effetti personali. Qualcosa non deve essere tornato a questo povero uomo quando la donna si è difesa prendendolo a ombrellate come si deve e facendolo fuggire. Chissà se questo povero ladro sarà annoverato tra i più sfortunati del mondo? Speriamo che non tornerà alla carica presto per dimenticare questo affronto!

Apriamo una parentesi sulla Politica: in Italia la maggioranza (cioè lo schieramento politico che governa il Paese) non è riuscita a trovare un’intesa sulla legge elettorale. Non si tratta di voci false e tendenziose infatti la notizia è stata annunciata da un autorevole membro del parlamento. Ci si poteva aspettare che andasse così? Eccome! La politica è così, occorre armarsi di pazienza. Difficile che si trovino intese subito, su questioni così importanti almeno, quindi anche stavolta non sono stati fatti strappi alla regola.

Chiusa la parentesi politica, ne apriamo una sullo spettacolo: Justin Bieber ha dichiarato di soffrire della malattia di Lyme, ma che ho combattuto e che ha vinto. Stare a tu per tu con una grave malattia si dice che ti cambi la vita.

Un po’ di astronomia adesso: sembra che sia stato scoperto un pianeta simile alla Terra a molti anni  luce di distanza. Se la vita sulla nostra Terra prende una brutta piega, sappiamo adesso dove andare. Il problema è come ci arriviamo? Ci vogliono molti anni per arrivarci, ammesso e non concesso che riusciamo a viaggiare alla velocità della luce. Come fare a non sforare i 100 anni circa che abbiamo per ora a disposizione nella nostra vita? Beh, potremmo sempre riprodurci su una navicella spaziale e almeno i nostri figli o nipoti ci potranno arrivare. Una specie di Arca di Noè spaziale! Questa ipotesi, spero non peregrina, ha un certo non so che di affascinante. Scusatemi se viaggio molto con la fantasia, lo faccio ogni due per tre, è più forte di me. Di punto in bianco però non mi veniva in mente un’altra soluzione praticabile. A chiunque sia sguarnito di risposte, io consiglio sempre di immaginare una soluzione fantasiosa. Certo, poi qualcuno dovrà valutare annessi e connessi, e senz’altro verranno a galla i lati negativi di un’idea, ma sappiate che le grandi scoperte dell’uomo non sono nate da idee che andavano per la maggiore, ma sono state frutto o del caso, o della fantasia. Cosa? Sei prevenuto contro la fantasia e la creatività? E perché? Tutto ciò che non è logico e matematico ti coglie alla sprovvista? Io vi consiglio di ascoltare anche le idee che ronzano per la testa. Non si sa mai. Ma passiamo alla prossima notizia.

La compagnia aerea Alitalia è in crisi, una crisi finanziaria e va salvata. Bisogna tagliare corto, fare in fretta. Le perdite anno dopo annuo sono in aumento. Difficile riuscire a destreggiarsi in un mondo molto competitivo come quello aereo. Qualcuno tenderà la mano ad una delle compagnie bandiera dell’Italia? C’è chi dice: sì, certo, bisogna farlo, altri dicono: “come no!” con un tono sibillino che lascia intendere che invece la pazienza è finita. Siamo alle solite, e sono sempre gli Italiani a pagare, come quando bisogna salvare le banche quando sono in crisi. Paghiamo sempre noi”, i cittadini, sia vecchi che giovani. A proposito di giovani, sapete che non tutti vanno a sballarsi in discoteca, quindi fatto salvo qualche ragazzaccio o qualche errore di gioventù, molti di loro invece lavorano oppure vorrebbero farlo, ma si dice che la generazione dei cosiddetti “millennium” (i nati dal 2000 in poi) sia la prima generazione a guadagnare meno di quella precedente, meno dei loro genitori. Anche il loro tetto di spesa quindi si abbassa sempre di più e infatti non conoscono praticamente la parola “risparmio”. Di chi è la colpa? Non si sa, ma chi dovrà pagare lo scotto saranno loro, i giovani, innanzitutto, che dovranno guadagnare per loro e per mantenere i genitori e i nonni. Sì, c’è anche un problema generazionale, può darsi, ma le cose non si metteranno a posto da sole. Bisogna fare qualcosa. Non importa essere lavoratori  indefessi o al contempo laurearsi e specializzarsi. Lo stipendio non aumenta non più di tanto neanche in questo caso. Oggi ci sono ancora le famiglie a dare manforte economicamente ai ragazzi, ma domani? Il patto intergenerazionale si romperà? Molti se ne fregano, ma fregarsene non è una soluzione. Possibile che bisogna sottostare alle leggi demografiche e a quelle economiche? Possibile non si possa fare nulla? Molti sembrano già anime in pena perché non si trova lavoro in nessun modo.

Ma oggi ci sono nuovi lavori: internet, domotica, comunicazione: ci sono meno ostacoli alla cultura rispetto a qualche tempo fa, ma l’ausilio della tecnologia sembra non essere sufficiente. Poi un’altra cosa: non è giusto che ci si debba accontentare di un lavoro qualsiasi. Oggi se chiedi ad un giovane laureato senza lavoro: ti sta bene lavorare nel mio ristorante? che vuoi, in queste condizioni a lei o lui starà bene sicuramente in moltissimi casi: “Sì, mi sta bene, anche se io sarei laureato quindi vorrei essere pagato di più!”. “Come sarebbe a dire? Farai lo stesso lavoro degli altri, quindi sarai pagato lo stesso!”. Questa può essere una è possibile risposta del datore di lavoro.

In alternativa potrebbe rispondere: come lo vedi se allora assumo un altro che non ha studiato per niente? Ci vuole un po’ pò di coraggio per rifiutare il lavoro, non è vero? e dire che durante gli anni dell’università questo ragazzo aveva sognato un lavoro diverso, una famiglia, una casa in campagna eccetera. Sono discorsi che lasciano il tempo che trovano in questo mondo difficile. Tanti ragazzi non sanno più cosa fare, sono scoraggiati, ogni tanto buttano un occhio su degli annunci su internet per trovare lavoro ma… niente! Della loro laurea non possono farsene nulla. A questo punto tutto diventa benaccettoqualsiasi lavoro va bene… E se hanno adocchiato un casetta da acquistare, devono mettere da parte il loro sogno per ora poiché non riescono ad assecondarlo in nessun modo.  Volete sapere se accusano il colpo? Certo che sì, le conseguenze di questo sono molteplici: più stress, più problemi psicologici, meno felicità in generale. Anche perché se si vive in grandi città, diventa difficile anche ritagliarsi del tempo per non pensare solamente al lavoro. Non tutti ce la fanno ad abbozzare e protestano, vanno in piazza a manifestare le loro sofferenze e i loro problemi, nella speranza che qualcuno se ne accorga. hai visto mai! 

Insomma i giovani si danno da fare, non aspettano il colpo di grazia. La speranza è sempre l’ultima a morire. Vuoi che non le provino tutte prima di accettare un lavoro che non piace? All’inizio non bisogna essere restii: può anche andar bene esordire con un lavoretto come, che so,  al ristorante, la baby-sitter eccetera, ma poi per essere motivati e produttivi occorre un lavoro che abbia qualche attinenza con il titolo di studio che si prende. Nessuno è votato al sacrificio tutta la vita, o sbaglio?

La vita ha tirato loro un tiro mancino? Gli ha detto maleNon esageriamo,  cerchiamo di essere ottimisti! Ti dirò che l’essere umano ha passato periodi peggiori nel corso dei secoli. Vale la pana rispolverare un po’ il passato: il medioevo non è stato un periodo facile: carestie, malattie, persone date alle fiamme eccetera. Non vi dico poi le sofferenze e le guerre che ci sono state nel passato, anche molto recente.

A proposito di malattie… no, meglio parlare di cose più gradevoli. Dunque vediamo…. cose gradevoli… cose positive…. mi vedo costretto a ricorrere ad un sito che ho trovato, in cui si raccontano solo buone notizie. Su questo sito (vai al sito) ho trovato che esiste una scuola che anziché dare i classici compiti delle vacanze agli studenti, dà dei gesti di gentilezza agli studenti. Un insegnamento veramente con i fiocchi direi: dal lunedì alla domenica, un gesto gentile al giorno. Probabilmente la verità sta nel mezzo, bisognerebbe mettere a punto un metodo di insegnamento che tenga più in considerazione la felicità.

Sono sicuro comunque che gli studenti così si mettono sempre a fare questi compiti di buona lena.

Riuscite a capire adesso quando parlavo di fantasia? Riuscite a capacitarvi del fatto che a volte bisogna uscire dall’opinione comune, uscire dagli schemi, e pensare in modo diverso, come hanno fatto in questa scuola. A voi sembra una decisione un po’ azzardata, un po’ osè? A me sembra che in questo modo si impari anche a dare felicità al prossimo e questa è la via per essere più felici. Almeno questo è ciò che diceva anche John Lenon:

A scuola gli chiesero cosa volesse diventare da grande e lui, senza scervellarsi rispose: vorrei essere felice: i professori dissero a Lennon che non aveva capito l’esercizio. Lennon pare abbia risposto che loro invece non avevano capito la vita.

E tu che ne pensi? Tocca a te capire l’esercizio adesso. Non è la felicità a contare di più nella vita? Sfido chicchessia a dire il contrario. I professori che non insegnano agli studenti ad essere felici perché non credono sia il loro compito dovranno rispondere di questo, ma non alle istituzioni, bensì alla loro coscienza. Qualcuno dirà: ma io gli insegno la matematica, io l’inglese, io l’italiano, non è sulla felicità che verte il mio insegnamento. Questo non è un salvataggio in calcio d’angolo però. Siamo tutti un po’ responsabili della felicità dei nostri figli e dei nostri studenti. Anche io un po’, che sto cercando di usare tutte le espressioni che vi ho insegnato finora senza incartarmi, preferibilmente.

Mi spiace se qualcuno di voi sia insofferente agli episodi lunghi, ma fare un ripasso non è semplice se ci sono 177 espressioni da usare e saremo tutti felici se ci riuscirò. Non credo ci sia qualcuno che sta qui a gufare che io non ce la faccia. Certo, lo so, c’è il rischio che qualcuno vada in tilt se si sente incalzato continuamente dai nuovi episodi, ma io vi invito a resistere almeno fino alla fine di questo episodio e se capirete tutto ma proprio tutto, allora vorrà dire che avrete cominciato a ingranare e state facendo molti progressi con questa rubrica e avrete voglia di continuare anziché interrompere anzitempo il vostro apprendimento della lingua italiana.

Un’altra notizia buona allora. Dovete sapere che nel Lazio – a Roma precisamente –  hanno fatto un esperimento per combattere l’inquinamento: inserire una barriera anti rifiuti nel fiume Tevere per evitare che vadano in mare e quindi per poterli raccogliere prima che finiscano nel mar tirreno. Ha funzionato? Non vi tengo sulle spine: In un mese sono stati raccolti quasi cinquecento chili di plastica, che una volta raccolta può essere riutilizzata  per farne altra plastica.

Quindi non bisogna sempre parlare male della politica e delle decisioni politiche, non voglio sembrare un ruffiano ma bisogna sempre fare un distinguo tra chi si occupa del bene comune. Naturalmente questa speriamo non sia l’eccezione che conferma la regola, speriamo che ci siano sempre molti politici competenti e che le loro decisioni possano avere la meglio su quelle dei politici meno competenti. Ragion per cui è importante anche partecipare di più alle scelte di chi ci rappresenta, è importante andare a votare e in Italia si va sempre meno alle urne. Ogni volta è un crescendo di persone che non va a votare.

Chi va a votare sono maggiormente coloro che si augurano che ci sia un rovescio della classe dirigente che faccia cambiare le cose. Molte persone invece dichiarano di non avere preferenze politiche perché “tanto sono tutti uguali”, perché “sono tutti corrotti nella stessa misura”. Quindi molti per ripicca non vanno a votare, tanto –  dicono – è inutile. Io capisco che molti siano arrabbiati, che a tutti gli girano per la crisi, la mancanza di lavoro eccetera ma bisogna individualizzare le soluzioni ai singoli problemi e non votare non è una soluzione.

Infatti poi non si può dire: siamo cascati male con questi politici! Non ci si può lamentare poi se le cose vanno male, ed oltretutto è un nostro diritto-dovere andarci, soprattutto se le cose non vanno bene, appunto!

Comunque non è solo colpa dei politici: in realtà anziché limitarci a chiosare contro di loro tutti dovremmo impegnarci di più personalmente, essere meno accondiscendenti verso le nostre scelte, non sperare sempre che i problemi si risolvano per interposta persona. Ve la sentite di raccogliere questa  provocazione?

Impariamo a essere più consapevoli in ogni campo, nell’insegnamento, nella cultura della pace, nella lotta all’inquinamento e possiamo farlo in diversi modi, guardiamo più alla sostanza però e meno alla forma. Questo non è uno dei casi in cui si può dire che la forma è sostanza: c‘è chi ama fare la raccolta differenziata, c’è chi preferisce fare beneficenza, c’è chi, che so, non acquista bottiglie di plastica o che so io. C’è anche chi non usa più la macchina perché vuole combattere l’inquinamento e il riscaldamento globale, ma c’è anche chi sembra duro di comprendonio e dice che non esiste nessun riscaldamento globale. Non fare il finto tonto signor dirimpettaio! Sto parlando anche con te! Si paventa un futuro non molto positivo anche per te lo sai?

Se il nostro dirimpettaio non si comporta in modo consapevole, facciamoglielo notare e forse anche lui cambierà in meglio. Se notate qualche miglioramento in lui o lei potete offrirgli un caffè e anche un ammazza-caffè! Perché no! Oppure ancora meglio, invitatelo a cena, così non andrà in giro a spendere per acquistare prodotti in plastica: una cena completamente libera dalla plastica: gli piacerà, vedrete, non solo perché  non ha pagato né la cena e né il coperto, ma perché magari avrà voglia anche lui di un mondo più pulito.

Allora, se ci avete fatto caso, e ve ne sarete accorti sicuramente, mancano ancora delle espressioni da usare. Ve lo dico senza restare sul vago, è difficile usarle proprio tutte. Sto faticando a terminarle. Concentratevi però anche sulla pronuncia dei termini. Ad esempio le lettere zeta e esse spesso pongono grossi problemi, soprattutto ai brasiliani. Fortuna vuole che io non abbia la zeppola, quindi  avete un problema in meno! Comunque non abbiate fifa di sbagliare la pronuncia. Fermate quindi l’ascolto quando volete e ripetete le parole più difficili per voi (spero di avere il vostro beneplacito sull’importanza del “parlare”).

Ora, spero che io abbia sfoderato un bell’episodio oggi, e vi dichiaro ufficialmente che anche questo è andato. Speriamo bene…

177 – Se mi gira – 2 minuti con Italiano semplicemente

Audio

se mi giraGianni: Oggi ragazzi mi gira bene, così ho deciso di parlavi di una espressione che ha a che fare con il buon umore e lo stato d’animo: il verbo “girare” è un verbo particolare perché si usa in diverse circostanze.

Prima ho detto che “mi gira bene”. Avrei potuto dire che “mi girava male” naturalmente. In questo caso “girare” si usa per indicare uno stato d’animo positivo, passeggero, nel senso che potrebbe cambiare nel corso della giornata o domani, ma oggi sto bene, oggi mi gira bene, quindi sono nel giusto stato d’animo: sono più cordiale, più socievole, più disposto a parlare con le persone. Insomma: “mi gira bene”.

Una breve frase a cui prestare attenzione però, perché, è vero che si usa per sintetizzare in poche parole un buon umore senza stare a spiegare il motivo, ma allo stesso tempo indica un umore transitorio, passeggero, variabile, non duraturo, e soprattutto come se l’umore, il proprio stato d’animo, non dipendessero dalla propria volontà.

Oggi mi gira bene, domani magari mi girerà male.

Io l’ho usata per indicare il mio stato d’animo, ma si usa quasi sempre verso le altre persone, quando cioè si parla di altre persone, proprio per sottolineare la variabilità umorale di queste persone.

Oggi ti gira male? Cos’hai? Sei caduto dal letto?

Hai visto che faccia Giovanni? Oggi non gli deve girare bene, mi sembra un po’ arrabbiato. Chissà cosa gli sarà successo!

Attenti ragazzi, fate tutti i compiti altrimenti, se mi gira, vi tolgo il cellulare!

Questa sembra una bella minaccia!

Il verbo girare si usa anche in altri modi e questo ne aumenta la pericolosità.

Si usa per indicare la fortuna:

Wow! Ho vinto un’altra volta, che fortuna, oggi mi gira proprio bene!

Oggi ho avuto un incidente con la macchina, poi mi hanno licenziato, poi la mia fidanzata mi ha lasciato. Mi gira proprio tutto male, meglio che me ne stavo a casa!

Si dice che la fortuna “gira“, non a caso: nel senso che prima o poi la fortuna capita a tutti, e che essa va e viene; gira come una ruota: la ruota della fortuna!

Finora ho parlato ovviamente solo dell’uso non transitivo del verbo, quindi mi gira, ti gira, le gira eccetera. Altrimenti i significati aumentano notevolmente!

Se uso il verbo in questo modo posso usarlo anche in senso proprio:

Appena mi sono girato ti ho visto

Quindi “mi sono girato”, cioè ho girato il mio corpo o la mia testa, per guardare dietro.

In senso figurato invece, abbiamo visto che si usa per indicare lo stato d’animo e la fortuna. Ma non solo!

Oggi mi gira un po’ la testa

La testa che gira? Sì, quando gira la testa si avvisa un senso di vertigine, si perde l’equilibrio eccetera. Meglio sedersi in questo caso.

Poi c’è “gira” e “girano”:

Oggi mi gira!

Oggi mi girano!

Queste due frasi possono avere un significato opposto!

La prima può indicare un buon stato d’animo (come dire: mi gira bene), mentre il secondo un bruttissimo stato d’animo,  uno stato d’animo molto negativo. Non ho detto bene o male. “Mi girano”, “ti girano” eccetera indica che una persona è molto arrabbiata e prova un forte senso di fastidio.

Ma perché “girano?”

E’ un’espressione idiomatica, ci si riferisce alle “scatole“. Sono “le scatole” a girare.

Non mi devi far girare le scatole: fai ciò che ti ho detto

Se mi girano le scatole oggi non vado a scuola!

Se sono maleducato naturalmente le scatole possono diventare “le palle”, una frase evidentemente volgare.

Ora facciamo una bella frase di ripasso:

Lia (Brasile 🇧🇷):

Accidenti, anche oggi non sono tranquilla. Chi pensa questo casca proprio male!
Infatti mi sono svegliata con il mio rumoroso dirimpettaio.
Oddio, ho proprio sentore che avrò seri problemi: quel tizio ha un non so che di strano che non mi torna.
A lui piace sballarsi ogni sera, e chi paga lo scotto? I vicini che non dormono mai! Io sembro già un’anima in pena.
Ho già provato a parlarne, mi sono scervellata per scegliere le parole giuste e per tenere a bada la mia rabbia.
Ma lui ha un fare proprio antipatico. Fa sempre il finto tonto: Dice: “quando? Io? Ho fatto rumore? Sicura?” E’ un vero e proprio dritto!
Allora: ci ho pensato un po’ e forse è meglio andarci con le molle. Non direi che sia benaccetto ogni suo comportamento però; ho solo ingoiato il rospo. Per il momento.
Che vuoi, sebbene la misura sia colma, meglio non perdere la calma. Ragion per cui ho deciso ad abbozzare. Per ora…

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

176 – Ragion per cui

Episodio 175 della rubrica due minuti con italiano semplicemente: episodio per imparare a distinguere ci, ce e c’è.

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Bogusia (Polonia): “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce

Gianni: Conoscete questa frase? E’ di Pascal, il celebre filosofo matematico,

Bene, ma parlare del cuore in due minuti sarebbe un po’ riduttivo. Meglio parlare della ragione. Cosa possiamo dire? La ragione serve a ragionare, a fare dei ragionamenti, quindi a utilizzare informazioni per arrivare a delle conclusioni.

La frase che volevo spiegarvi oggi è “ragion per cui“.

Una frase che si utilizza quando vogliamo dare delle spiegazioni, ed in particolare proprio quando vogliamo arrivare a delle conclusioni. Quindi si può usare in ogni tipo di discorso. L’importante è che si chiarisca la causa. E’ quella la ragione da cui deriva la conclusione. E’ quella la ragione per cui vale la conclusione che si sta per dire.

Ci siamo occupati approfonditamente di tutte le espressioni che si usano in questi casi: causa ed effetto, in un episodio contenuto nel primo audio-libro di Italiano Semplicemente.

Ragion per cui” è una di queste espressioni. Molto usata da tutti, soprattutto quando si è un po’ arrabbiati, un po’ alterati diciamo, quando si sta discutendo con una persona e si vogliono chiarire le cause che hanno portato ad una decisione, ad una conclusione. Questo accade nel linguaggio colloquiale, ma in realtà si può usare in tutti i contesti, senza maleducazione ma solo per arrivare a delle conclusioni.

E’ semplice usare questa frase. Vi faccio qualche esempio. Attenti al tono perché come dicevo, questa espressione è un po’ forte.

Questa frase si utilizza quando vogliamo arrivare a delle conclusioni. Ragion per cui si può usare in ogni tipo di discorso.

Non ti sopporto più! Ragion per cui oggi chiedo il divorzio!

Io amo la natura, ragion per cui ho un bel giardino curato di cui mi occupo tutti i giorni

Abbiamo finito i soldi, ragion per cui quest’anno non abbiamo fatto regali di Natale!

Probabilmente (ho finito gli esempi!) il modo migliore di sostituire “ragion per cui” è “ecco perché“, oppure “perciò“, o anche “di conseguenza“.

Usare continuamente le espressioni imparate è importante, ragion per cui adesso facciamo una bella frase di ripasso:

Andrè (Brasile 🇧🇷):

Torniamo a bomba, a me infatti piacerebbe parlare della frase di Pascal pronunciata da Bogusia all’inizio dell’episodio, ma invece sembra che oggi nel mondo si paventi la possibilità di tornare alle bombe! Il mondo non ha mai avuto bisogno di bombe, invece avrebbe bisogno di smarcarsi delle differenze culturali e assecondare gli sforzi tendenti a conseguire una soluzione pacifica alla crisi in Medio Oriente. Chi di noi non è insofferente ad una nuova guerra? Sembra però che al contempo ci siano persone favorevoli a un nuovo conflitto mondiale.

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175 – Ci, ce e c’è

Episodio 175 della rubrica due minuti con italiano semplicemente: episodio per imparare a distinguere ci, ce e c’è.

Audio

Emanuele: Ci sei Gianni?

Gianni: Si, ci sono, certo che ci sono. Che c’è?

Emanuele: C’è che se ci sei anche domani, ce la facciamo ad andare al cinema? C’è spazio nella tua agenda?

Gianni: Ce la facciamo, sì. C’è spazio finalmente.Lo sai che con me ci vuole pazienza. Sono molto impegnato. Che ci vuoi fare.

Emanuele: Ci vuole pazienza lo so, ma quanta ce ne vuole però!! È un mese che ci proviamo e ancora non ce la facciamo ad andare al cinema. Che c’era di così importante da fare?

Gianni: Eh, il lavoro è importante lo sai. Oggi c’è e domani chi lo sa. E vabbè dai, domani al cinema ci compriamo anche dei popcorn, così ci tiriamo su il morale e ci rilassiamo. C’è bel tempo domani? Speriamo non ci sia pioggia.

Emanuele: Infatti. Bravo. Dopo quello che ci è successo… Si, c’è bel tempo domani. Almeno questo dicono le previsioni. Anche se non ci azzeccano mai.

Gianni: Ci vorrebbe anche una terza persona però. Ce la fai a chiamare qualcun altro? C’è speranza che almeno tu riesca a trovare il tempo anche per questo?

Emanuele: Spiritoso. Ci posso provare. Ci sarebbe Alfredo. Che dici ci provo a chiamarlo? C’è anche Maria, poi ci sono anche Carlo e Franco

Gianni: Provaci con Alfredo dai. Alfredo è simpatico, e poi è sempre disponibile. Altre persone no. Ci vuole troppo tempo. E non ne abbiamo.

Emanuele: e se si offendono poi?

Gianni: e che ci importa, uno ci basta..

Emanuele: Si infatti, ci divertiremo anche così. Poi non si possono raccontare segreti a tutti. Allora, adesso sono un pò occupato, ma Alfredo lo chiamo tra 10 minuti. Ce la dovrei fare.

Gianni: Ok, io nel frattempo do un’occhiata alla lista dei film disponibili. Se uno ci piace scegliamo quello.

Emanuele: e se non ce ne piace nessuno?

Gianni: Ci andiamo lo stesso e ce ne faremo una ragione! Ci stai? L’importante è che c’è armonia tra noi e che ci togliamo questo peso.

Emnauele: Giusto, l’importante è rilassarci. Ci sto. Ma Alfredo è di gusti difficili in quanto a film. Ce la farà a sopportare un film che non gli piace?

Gianni: Ah. A questo non avevo pensato. Ma se gli raccontiamo ciò che ci è successo, magari viene lo stesso. È molto curioso Alfredo. Ci verrà, vedrai.

Emanuele: Dovremmo dirgli quello che ci è capitato? Scherzi?

Gianni: Che c’è? È un nostro amico. Ci capirà. È un tipo ampio di vedute. Capisce tutte le situazioni Alfredo. Vedrai che ci aiuterà e ci capirà.

Emanuele: Ci capirà? Quindi ci capirà quando gli racconteremo che abbiamo acquistato della droga ma che ci hanno dato una fregatura e ci hanno portato solo polvere? Ce la farà? Lui che lavora in polizia!

E ci capirà anche quando gli diremo che con noi c’era anche sua moglie e che proprio lei aveva voluto acquistare questa droga? Ce l’ha tutta questa ampiezza di vedute?

E ci capirà anche quando hli diremo cosa ci voleva fare con questa droga? Ci capirà quando gli diremo che ci serviva per animare la serata del suo compleanno? Ce la potrà fare?

Gianni: Io credo che ce la potrà fare. Ci mancherebbe altro. Poi lui ci tiene molto a sua moglie. C’è bisogno di dirlo? Alfredo ne è pazzo e poi ci vuole bene. Ci vorrà forse un po’ di tempo, all’inizio forse ci odierà, ma poi ci ringrazierà per avergli detto tutto con sincerità. Ora ce ne vogliamo tornare all’organizzazione o c’è altro da dire?

Vabbè, allora Alfredo lo chiami tu.Ci vediamo domani al Cinema.

Gianni: eh, ti pareva. Ok

Ora ascoltiamo una frase di ripasso:

Harmut (Germania 🇩🇪):

Per scrivere una frase di ripasso ci vuole tempo Gianni. Mica ne abbiamo tanto noi, e ce ne vorrebbe molto di più di quello che abbiamo. Una frase di ripasso… Ne avrei voglia, ma al contempo mi piacerebbe anche un episodio più lungo sulle particelle ci e ne. Ce la puoi Gianni? E ne sei capace? Raccogli la provocazione?

Gianni: eccome se la raccolgo!

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L’nizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

Auguri di Natale (ripasso verbi professionali 1-50)

Audio

Descrizione

Le lezioni dei verbi professionali sono per i soli membri dell’associazione italiano semplicemente.

Per aderire all’Associazione italianosemplicemente.com/chi-siamo

Trascrizione

Ripasso dei primi 50 verbi professionali.

Auguri di buon Natale a tutti, miei cari amici di Italiano Semplicemente.

Auguri a chi è stimato ma anche e soprattutto a chi è sottovalutato.

Auguri a chi non ha mai avuto tempo e a chi ne dispone a suo piacimento.

I migliori auguri a chi sa predisporre sé stesso al cambiamento, e ha smesso di eseguire sempre lo stesso movimento.

Auguri a chi sopporta tutti con pazienza e un po’ meno a chi di liquidare non sa stare senza.

Auguri a chi riesce sempre a rendere una giornata migliore a qualcuno, un po’ meno a chi detta legge senza essere nessuno.

Auguri a chi si prende tutto sulle spalle, ma anche a colui che declina su quelle altrui.

Gli Auguri faccio a chi riscuote successi senza spacciarsi per altri né spacciare per sé stessi.

Auguri a chi non disattende le alte aspettative, che se ne stia a casa o che vada alle Maldive

Auguri a coloro la cui vita volge al desio, sarà un arrivederci e non un addio.

Auguri a chi è promosso, anche se non lo conosco.

A chi si avvale di collaboratori do i miei auguri migliori, a chi invece da solo lavora, do io un abbraccio se nessuno l’ha fatto finora.

Auguri a chi assume, che sia una persona o un buon atteggiamento, lo dico col cuore, sicuro non mento.

Per chi si adopera per il prossimo un abbraccio sincero. Ancor più per chi deve arrotondare ogni mese e non avrà mai un lavoro vero.

A chi, al suo dovere sa adempiere ogni volta, auguro un buon Natale anche stavolta.

Se sbanco la lotteria e vinco dei milioni, li regalo a tutti, ma non a chi impartisce inutili lezioni.

A chi intende querelarmi, ma contrae una malattia, auguri e ti assicuro che non è per colpa mia!

Se lo stipendio non ti possono erogare, auguri a te se questo un danno ti può cagionare; per te non è stato un buon anno quello che sta per finire.

Se una colpa ti vogliono addossare ma sei innocente e non un criminale, auguri di cuore di buon Natale.

Basta discussioni, a Natale gioia bisogna esprimere, e i litigi occorre dirimere.

C’è crisi, a Natale quest’anno i consumi si contrarranno, nonostante il bene che le persone si vorranno.

Se non sai disegnare, ma un regalo artistico vuoi fare, un bel ritratto puoi commissionare. E’ un idea da non scartare!

Babbo Natale, di rosso vestito, ha vagliato con cura ogni pacco assortito, auguri anche a lui, che alla festa allegria ha sempre conferito.

Babbo Natale esiste? A suffragare questa ipotesi le opinioni dei bambini. Auguri anche a loro, anche ai più birichini.

A chi insiste a far del bene ma non ne fruisce, auguri col cuore, che tutti noi unisce.

Chi investe in amore, sapete, è anche lui amato, sebbene il suo cuore non sia ancora impegnato.

A chi è sempre scelto o sempre cassato, il mio augurio di cuore non sarà mai derubricato.

Come commisurare l’affetto per una persona? Tutti fanno regali, ma cosa implica farlo col cuore? E da quale fonte scaturisce l’amore? Auguri a chi dà perché vuole e non perché deve, e a chi ne dà più di quanto ne riceve.

Prestate attenzione per favore! A voi con le mani consumate dal lavoro, a voi che non detenete alcun potere, a voi la cui vita impone sacrifici e a cui la fortuna non è mai pervenuta. Anche per voi un augurio di cuore, anche se la rima non è venuta.

Chi è lei? Si qualifichi per favore! Vabbè, auguri comunque, auguri di cuore!

Auguri anche a chi meno impatta l’ambiente, e a chi più rispetta le donne, i bambini e chi è sofferente.

Se il tuo pranzo di Natale consta di 1 o 12 portate, auguri comunque, ma non criticate.

Finalmente è deciso, Babbo Natale ha deliberato, auguri per tutti, anche a chi non è amato.

Il Natale, si sa, è festa; è sottinteso. Ma conta solo quanto hai dato, e non quanto hai speso.

Il verbo ESSERE: Esercizio di ripetizione con tutte le coniugazioni.

Audio

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi, io sono Giovanni, ed oggi ci divertiamo un po’ col verbo essere.

Tranquilli, questa non sarà una lezione noiosa, infatti userò come pretesto questa lezione, apparentemente grammaticale, per ripassare le espressioni spiegate sul sito italianosemplicemente.com. Le espressioni fanno parte della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente“, quindi si tratta di brevi episodi. Queste espressioni non verranno rispiegate nuovamente, questo è sottinteso, altrimenti sarebbe un episodio di 10 ore. Metterò dei link comunque che vi riporteranno alle spiegazioni singole se volete ripassare o approfondire.

Il verbo essere lo vediamo in tutte le sue possibilità di utilizzo.

Iniziamo dall’indicativo presente, il più semplice. Potete se volete, arrestare l’ascolto e ripetere la frase, oppure cambiarla al femminile, oppure provare ad anticipare la frase successiva. Iniziamo.

Indicativo presente

  • Io sono: io sono sicuro che oggi mi si impallerà il PC.
  • Tu sei: tu sei soggetto a controllo da parte del tuo dirigente. Non dimenticarlo!
  • lui è: lui è oggetto di scherno tutti i giorni.
  • noi siamo: noi due siamo un binomio inscindibile da quando ci siamo conosciuti.
  • voi siete: siete combattuti se stare a casa o venire alla festa.
  • loro sono: loro sono sicuri di aver lavorato in conformità della legge

Indicativo imperfetto

  • Io ero: Fino a stamattina ero sicuro di aver tenuto fede ai miei principi morali.
  • Tu eri: Stamattina eri indeciso se tenere o meno a bada la tua impulsività.
  • Lui era: la scorsa settimana era parecchio indisposto con me.
  • Noi eravamo: ieri noi eravamo indecisi se venire, ma alla fine siamo arrivati in men che non si dica.
  • Voi eravate: Ieri eravate sicuri che non ci fosse scelta. Ci avevate detto o così, o pomì. Vi ricordate vero?
  • loro erano: i ragazzi erano lì a cincischiare, quando è arrivato il loro capo che li ha sgridati.

Indicativo passato prossimo

  • Io sono stato: sono stato molti giorni senza fare nulla prima di rompere gli indugi.
  • tu sei stato: sei stato pronto ad esordire non appena il mister ti ha detto di entrare
  • Lui è stato: Mario è stato sgridato dalla professoressa perché aveva un fare un po’ prepotente a suo dire.
  • Noi siamo stati: Si dà il caso che (noi) siamo stati impegnati al lavoro fino a tardi, ecco perché non siamo venuti a cena con voi.
  • voi siete stati: siete stati bravi a prefiggervi di finire entro le 10.
  • loro sono stati: sono stati i primi a parlare con me dopo l’incidente. Mi hanno detto: ci voleva tanto a stare più attenti? A me questa è sembrata una domanda retorica!

Indicativo trapassato prossimo

  • io ero stato: In quel momento ero stato accusato di aver dato una risposta sibillina!
  • tu eri stato: mi raccontavi che eri stato eletto il più affascinante della tua classe. Non eri bello, ma avevi un certo non so che di interessante. Lo dicevano tutti.
  • lui era stato: Il ragazzo, come ricostruito dai carabinieri, in passato era stato affidato ai nonni. Però qualcosa non mi torna: ma i nonni non erano morti tutti? Mi sbaglio?
  • noi eravamo stati: eravamo stati primi a sforare con i tempi. Quindi non potevamo lamentarci del ritardo degli altri.
  • voi eravate stati: Vi siete trovati in un posto per la prima volta ma siete sicuri che sia un luogo in cui eravate già stati? In questo caso non è una cosa strana, non siete pazzi, accade a tutti, non vedo perché nasconderlo.
  • loro erano stati: i brasiliani erano stati onesti ad ammettere che il calcio di rigore a loro favore fosse inesistente, prima che l’Italia segnasse il gol vittoria. Questo si chiama fair play, ma il rovescio della medaglia è che il Brasile ha perso la partita.

Passato remoto

  • io fui: nel 1944, durante la guerra, ricordo che fui risparmiato dal nemico, quindi non fui ucciso. Però presi un bel rovescio per aver cercato di scappare di prigione.
  • tu fosti: Tutti, dicevano: Sarà dura scappare di prigione. Tu fosti l’unico che disse qualcosa di diverso. E infatti riuscimmo a scappare. Eri un vero dritto!
  • lui fu: Quella volta fu lui a tirarci quel tiro mancino, ti ricordi?
  • noi fummo: dopo che la casa crollò, fummo costretti a ricostruila immediatamente. Non fu facile riuscire a destreggiarsi in mezzo a tutta quella polvere!
  • voi foste: non appena iniziò a crollare la casa, voi foste indecisi se scappare o nascondervi sotto il tavolo. Avete dovuto valutare tutti gli annessi e connessi in un paio di secondi.
  • loro furono: i mie fratelli furono presi in giro per via delle numerose foto osè presenti sulla loro pagina Instagram personale.

Trapassato remoto

  • io fui stato: Nel 2008 fui stato tradito dai miei amici e ricordo che soffrii molto. Ma oggi è diverso. Con l’età ci si abitua a tutto… o quasi.
  • tu fosti stato: quando tuo figlio era piccolissimo non fosti stato capace di proteggerlo. Riesci a capacitartene?
  • lui fu stato: Il giocatore firmò un contratto biennale, e il costo complessivo dell’operazione fu stato pari a circa 10 milioni di euro. Voi vi ci mettereste nei suoi panni?
  • noi fummo stati: ce ne andammo via solo dopo che fummo stati insultati: la misura era veramente colma!
  • voi foste stati: voi foste stati avvisati solo quando ormai era tardi. La cosa ovviamente vi colse alla sprovvista.
  • loro furono stati: quella del 7 novembre 2010 fu la notte in cui i due carabinieri furono stati aggrediti dai ragazzi ubriachi. Ora tocca al giudice decidere sulla loro sorte.

Futuro semplice

  • io sarò: se mi travesto da donna balzerò agli occhi di tutti. Sarò fortunato se non mi prenderà in giro nessuno.
  • tu sarai: prima di continuare fammi aprire una parentesi sulle tue responsabilità: sarai tu che dovrai pagare perché tu sei il responsabile. Ok, chiusa parentesi. Ora posso riprendere col discorso di prima.
  • lui sarà: lui sarà anche bravo, ma si sbaglia ogni due per tre.
  • noi saremo: saremo in grado di vincere veramente? Non dire subito di sì perché ci sono io nella nostra squadra che sono il più bravo, il più forte eccetera eccetera. Non fare il solito ruffiano!
  • voi sarete: sarete espulsi dalla scuola di punto in bianco se provate a non rispettare le regole.
  • loro saranno: non saranno le voci false e tendenziose che ho sentito a scoraggiarmi. Io vado avanti!

Futuro anteriore

  • io sarò stato: Ho dovuto maltrattare il mio collega Giovanni. Sarò stato troppo cattivo con lui? Non lo so, ma stavolta non si salverà in calcio d’angolo con la solita scusa!
  • tu sarai stato: Non conta se sarai stato il migliore, se sarai arrivato per primo, ma conta il fatto che hai provato a combattere. Questa è la cosa piu importante. Eccome se è questa!
  • lui sarà stato: Vedremo alla fine chi sarà stato il migliore. Perché il migliore, alla fine, vince senz’altro.
  • noi saremo stati: saremo stati felici di avervi a cena, mi spiace molto che avete un impegno così importante. Nessun problema comunque, che volete, può capitare.
  • voi sarete stati: immagino sarete stati felici di incontrare i vostri vecchi amici vero? In queste occasioni vengono rispolverati tutti i ricordi più belli.
  • loro saranno stati: no so perché sono arrivati tardi all’appuntamento. Saranno stati impegnati, non saprei. Magari quanto ti ci troverai a tu per tu, puoi chiedere loro maggiori spiegazioni.

Condizionale Presente

  • io sarei: (io) sarei interessato a questi pantaloni. So che vanno per la maggiore tra i giovani.
  • tu saresti: saresti disponibile a fare delle ripetizioni di matematica a mio figlio? Non vorrei prenda una brutta piega quest’anno…
  • lui sarebbe: lui sarebbe disposto ad aiutarmi. Dice seriamente, è una persona generosa, non si tratta di un pro forma.
  • noi saremmo: non saremmo mai riusciti a fare pace se non ti avessi detto questa piccola bugia: ma prometto che si è trattato solo di uno strappo alla regola.
  • voi sareste: voi sareste riusciti ad ingranare se solo vi foste impegnati di più nello studio.
  • loro sarebbero: loro sarebbero anche disposti ad aiutarti, ma cerca di abbozzare un po’, non puoi sempre alzare la voce.

Condizionale Passato

  • Io sarei stato: sarei stato infelice tutta la vita senza di lei, ma lei, bontà sua, mi ha concesso di sposarla!
  • tu saresti stato: saresti stato contento se ti avessero bocciato? Non ti dico!
  • lui sarebbe stato: sembrava un’anima in pena quella sera. Sarebbe stato meglio non fargli quello scherzo.
  • noi saremmo stati: noi saremmo stati più saggi e avremmo guardato alla sostanza e non alla forma.
  • voi sareste stati: sareste stati contenti se dopo aver trascurato la forma, aveste scoperto che la forma è sostanza? io no!
  • loro sarebbero stati: loro sarebbero stati a sballarsi in discoteca stasera se la madre non gli avesse impedito di prendere la macchina.

Congiuntivo Presente

  • che io sia: che io sia maledetto se non riesco a finire questo esercizio. Sono disposto a scervellarmi piuttosto!
  • che tu sia: non ho dubbi che tua sia capace a guidare senza prendere delle lezioni, ma i soldi non sono un problema, sebbene spesso ne sia sguarnito.
  • che lui sia: che lui sia prevenuto non ci sono dubbi. Lo conosciamo ormai!
  • che noi siamo: mi sembra che noi siamo molto stanchi stasera. Meglio andare a letto prima che vengano a galla i tuoi problemi col nervosismo da stress!
  • che voi siate: Siete stati derubati? Beh, è facile pensare che voi, così giovani, siate stati ingannati da quell’uomo. Io però sono vostro padre e mi vedo costretto a non darvi più soldi in contanti per il futuro.
  • che loro siano: sono molto felice che loro siano riusciti a superare l’esame. Vuoi che non sia contento?

Congiuntivo Passato

  • che io sia stato: Non mi sembra che io sia stato così sgarbato nei suoi confronti. Mi sono sempre comportato come si deve.
  • che tu sia stato: non ho dubbi che tu sia stato vittima di un inganno, ma avrei preferito sentirlo da te, non per interposta persona.
  • che lui sia stato: Sembra che durante una delle tappe del suo viaggio, Giovanni sia stato coinvolto in un incidente.
  • che noi siamo stati: Quel giorno Elena lavorò così di buona lena che sembra che noi stessi siamo stati sorpresi da questo!
  • che voi siate stati: si dice che voi siate stati un po’ ingenui a non farvi aiutare da Giovanni. Lui la mano ve l’aveva tesa.
  • che loro siano stati: impossibile che loro siano stati ubriachi quella sera. Non c’è nessuna attinenza tra l’incidente e il fatto che siano stati in discoteca. Fidatevi.

Congiuntivo Imperfetto

  • che io fossi: Giovanni si aspettava che io fossi più chiaro, soprattutto quando ho parlato dei suoi diritti. Si è arrabbiato, ed oltrettutto non mi parla più. Accidenti!.
  • che tu fossi: non sapevo che tu fossi votato alla cucina, altrimenti ti avrei lasciato preparare il pranzo senza problemi.
  • che lui fosse: ho aspettato che fosse più tranquillo prima di offrirgli un caffè e poi un ammazza-caffè!
  • che noi fossimo: Piero credeva fossimo arrabbiati per il conto al ristorante, in realtà eravamo solo preoccupati perché avevamo dimenticato di pagare il coperto!
  • che voi foste: Pamela non si aspettava che foste voi a cercarla per telefono, credeva fosse la polizia, così si è data subito alla fuga appena ha sentito squillare il telefono.
  • che loro fossero: non volevo che i nostri amici fossero insultati liberamente, così ho voluto dare seguito alla storia con una bella denuncia alla polizia!

Congiuntivo trapassato

  • che io fossi stato: Giuseppina non credeva che io fossi stato così bravo nel compito in classe di italiano. In realtà ti dirò che potevo anche andare meglio.
  • che tu fossi stato: temevo veramente che tu quella sera fossi stato convolto in una rissa. La tua irrequietezza mi preoccupa, e prima o poi ne pagherai lo scotto.
  • che lui fosse stato: credevo fosse stato più attento in quanto adulto e responsabile. Adesso sarà lui a rispondere di questo furto in azienda.
  • che noi fossimo stati: la nonna era felice che noi fossimo stati a trovarla. E’ un po’ depressa ultimamente, quindi vorrei aiutarla senza lasciare nulla di intentato.
  • che voi foste stati: nonostante foste stati bocciati all’esame, non vi siete arresi, così siete tornati alla carica il mese successivo.
  • che loro fossero stati: mi sembrava che i ragazzi fossero stati attenti a preparare il discorso con attenzione, invece si sono subito incartati quando gli hanno fatto una domanda.

Imperativo Presente

  • sii: sii felice di aver vinto: sei finalmente annoverato tra i pochi ad aver battuto gli italiani nella preparazione della pizza. Mostra la tua felicità senza remore.
  • sia: bisogna che lui sia più convinto delle sue potenzialità! Anche se ha la zeppola può riuscire a comunicare senza problemi. Ma ce la farà , si è sempre impegnato indefessamente.
  • siamo: ragazzi mi raccomando: la prossima volta siamo precisi, senza restare sul vago! Vedrete che faremo una grossa impressione sulla platea.
  • siate: su cosa verte il discorso di oggi? Siate concisi per favore!
  • siano: di cosa si lamentano? Siano soddisfatti, almeno del fatto che non abbiano un capo a cui debbano sottostare.

Infinito presente

  • Essere: Essere pazienti o ascoltare l’istinto? Sempre meglio armarsi di pazienza secondo me.

Infinito passato

  • Essere stato: mi fa piacere essere stato il tuo unico uomo, ma il mio piacere lascia il tempo che trova se tu non sei felice ora.

Participio presente

  • Essente: Il participio presente del verbo “essere” per alcuni è “ente”, secondo altri invece è “essente”, per altri ancora non esiste. Qual è la verità? Io ho cercato di sforzarmi di fare almeno un esempio con “essente”, ma evidentemente non ho capito come si usa. Sarò forse duro di comprendonio?

Participio passato

  • Stato: quello che è stato, è stato ormai, Scordiamoci il passato, freghiamocene.

Gerundio presente

  • Essendo: essendo già andato in tilt una volta, meglio non fare tardi al lavoro anche stasera. Anche il tuo dirimpettatio si arrabbierebbe del rumore che fai quando rientri a casa.

Gerundio passato

  • Essendo stato: capisco i tuoi problemi, essendo stato anche io in passato nelle tue stesse condizioni. Pertanto non me la sento di criticarti più di tanto.

La festa del sacrificio musulmana – ripasso espressioni 1-62

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno, oggi parliamo della festa musulmana del sacrificio, grazie ad un’idea di Khaled, membro egiziano dell’associazione italiano semplicemente.Grazie anche a Zahid, insegnante di italiano in Marocco ed a Mona, egiziana. Entrambi mi hanno aiutato per parlarvi di questa importante festa musulmana, che non conoscevo. Le voci che ascolterete adesso sono proprio quelle di Zahid e Mona, ragazza egiziana.Il testo è stato realizzato da Khaled ed è un’occasione per rivedere le espressioni dedicate alla rubrica dei due minuti con italiano semplicemente.Zahid: Buongiorno, mi chiamo Zahid, insegnante della lingua italiana in Marocco. Oggi facciamo una forma di ripasso degli episodi della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”.Oggi esordisco parlandovi, come forma di ripasso, della festa musulmana del sacrificio, che i musulmani si dà il caso che festeggino in tutto il mondo. Questa festa ci ricorda che Abramo si era prefisso di far uccidere il figlio Ismaele per obbedire a un ordine di Allah, il quale poi, bontà sua, gli disse di sostituirlo con un montone.
Apriamo una breve parentesi sulle feste musulmane.
I musulmani hanno due feste all’anno che devono rispettare e festeggiare. È un questione di religione, non certo un pro forma per chi ama il proprio credo e si comporta conformemente a quanto prescritto dai testi sacri.
La prima é quella per la fine del Ramadan. Il mese di Ramadan è il momento in cui tutti i musulmani digiunano dall’alba fino al tramonto del sole.Non vi dico che sofferenza!Ci si astiene dal cibo, dal bere e dalle relazioni sessuali. Il tutto, si potrebbe dire, per non uscire dalla retta via, o, detto diversamente, per non prendere una brutta piega.Sebbene il digiuno faccia bene alla salute, esso é infatti considerato principalmente una purificazione spirituale.Fede e rispetto del digiuno pertanto sono un binomio indissolubile per chi sta bene in salute.Distaccandosi dalle comodità del mondo, anche se per un periodo di tempo limitato, una persona si avvicina alle sofferenze di chi soffre veramente la fame e la sete e in questo modo aumenta la crescita spirituale dell’individuo.Non si può decidere di rispettare il ramadan ogni due per tre. La fede è una cosa seria, quindi o così, o pomì. Non ci sono alternative.La seconda festa, quella del sacrificio si svolge in occasione del pellegrinaggio alla mecca.Quello del pellegrinaggio alla mecca é un obbligo: almeno una volta nella vita per tutti i musulmani. Poi chi vuole può tornarci altre volte. Non c’è pericolo di sforare.Infatti per chi é fisicamente e finanziariamente in grado di farlo invece (circa due milioni di persone da ogni parte del mondo), ci si reca alla mecca ogni anno, durante il dodicesimo mese del calendario musulmano.Gli uomini indossano semplici vestiti, in modo che siano eliminate le distinzioni sociali e culturali, affinché tutti siano uguali davanti ad Allah. Balzerebbe senz’altro all’occhio un vestito osé, o anche un abito troppo costoso.Meglio rispettare le traduzioni.Per i pellegrini che pregano nella moschea di al _Haram, alla mecca, c’é la cosiddetta “costruzione nera” , verso la quale si volgono i musulmani, durante la preghiera.Si tratta del luogo di venerazione che Allah ordinò di costruire al profeta Abramo e a suo figlio Ismaele.Uno dei riti è girare sette volte intorno alla kà aba e percorrere per sette volte (andata e ritorno) la distanza compresa tra la collina di saga a quella di marwa, come fece Aagar, moglie di Abramo, mentre era alla ricerca di acqua per suo figlio Ismaele.Facendolo quindi non si rischia certo di essere visti come anime in pena. Nessun musulmano considera questi riti come qualcosa di obbligatorio, qualcosa che tocca fare per forza. Piuttosto apparirebbe strano ed insolito se qualcuno lo facesse con un fare di superficialità e stanchezza.I pellegrini si riuniscono a circa 15 miglia dalla mecca, dove trascorrono l’ntera giornata in intense invocazioni; un raduno che spesso é pensato come un’anticipazione del Giorno del Giudizio.Al decimo giorno. i musulmani celebrano la festa del sacrificio.Questa ricorrenza , assieme alla cosiddetta “festa piccola” cioè la festa del fine del mese Ramadan, che cade nel nono mese del calendario islamico, sono le due feste annuali del calendario musulmano.Grazie a Zahid e Mona che ringrazio. Adesso rileggo anche io la storia così avrete modo di verificare qualche differenza della pronuncia.Mi riferisco soprattutto alle parole: rubrica, osé, Abramo.Zahid: Spero di essere stato chiaro, auguro una buona festa a tutti i musulmani e un grande saluto a tutti i membri del gruppo di italiano semplicemente. Ciao ciao.Giovanni: Sei stato chiarissimo ed anche Mona. Grazie ancora per l’aiuto e grazie a Khaled per l’idea dell’episodio.

Due minuti con italiano semplicemente (RIPASSO 1-30): la piazza del Gesù a Roma.

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LINK UTILI

Trascrizione

Gianni: questo è un episodio di ripasso delle espressioni imparate ultimamente all’interno della quale rubrica 2 minuti con Italiano semplicemente.

Ci aiuta Bogusia, membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Lascio la parola a lei.

Bogusia: Buongiorno cari ascoltatori (visitatori) del sito italiano semplicemente. Per chi non mi conosce ancora, mi chiamo Bogusia, sono polacca.

Sono un membro dell’associazione italiano semplicemente e ne sono molto fiera. Vi ringrazio calorosamente per aver scelto di ascoltarci ancora una volta.

Vi ricordate dell’ultimo episodio della rubrica “meraviglie di Roma“, dove abbiamo detto che le scopriremo man mano (adagio adagio) tutti.

Tener fede alle promesse è uno dei principi dell’associazione.

Si da il caso che io sia non solo fiera ma anche talmente affascinata dalla lingua e cultura italiana che non vedo come possa riuscire a tenere a bada la mia voglia di condividere con voi questo racconto.

Forse a causa delle emozioni mi capiterà di sforare un po’ e per questo mi scuso in anticipo.

Allora bando alle ciance Bogusia, inizia!

Vorrei esordire in questo racconto con una domandina non retorica al nostro caro professore Gianni che, a prescindere dal fatto che sia il nostro professore, abita anche a Roma, non casualmente.

Allora, caro Gianni, sapresti per caso dove a Roma tira sempre il vento?
Non intendo dei rovesci di vento improvvisi, magari dovuti alle condizioni atmosferiche, ma il vento perenne.

Gianni: no Bogusia, non ne ho la più pallida idea!

Bogusia: No? Oggettivamente , Gianni ha un fare molto gentile e generoso. Non è mai indisposto , però riguardo alla sua città a volte, come tutti i romani è un po’ ignorante. No?

Qualcuno potrebbe dirmi: dai Bogusia, il tuo commento credo sia un po’ azzardato.

Però io so che Gianni sa reggermi:il gioco. Vero Gianni?

Gianni: si, come no, te lo reggo, te lo reggo! Ma parlaci di questo posto, dai!

Bogusia: Ił posto di cui vorrei parlare si chiama “La piazza del Gesù” . Il nome deriva dal nome della chiesa che, analogamente, viene comunemente chiamata “la chiesa del Gesù” però, in effetti si chiama “Chiesa del santissimo nome di Gesù” .

Come di consueto, non mi fermo né sulla storia, né sui capolavori d’arte, perché casomai vi interessasse trovereste tutti i dettagli sulla rete. Il mio obiettivo è attirare la vostra attenzione alla leggenda, poiché pare che sia molto ventosa

A quanto pare è addirittura lo scrittore francese Stendhal a raccontarcela. Devo dire che la storia ha un certo non so che di interessante, ed allora andiamo subito al sodo.
Ił diavolo e il vento, un giorno, passeggiando per la città, si incontrano e si fermano dinnanzi alla chiesa del Gesù.

Il diavolo disse al compagno che avrebbe avuto da fare in chiesa e gli chiese di aspettarlo fuori.

Ma da lì non uscì mai più e il vento da allora, pare sia rimasto nella piazza ad attendere il suo ritorno e da qui le correnti di vento che caratterizzano la piazza.

Due sono le possibili interpretazioni di questo racconto di STENDHAL.

C’è chi ritiene che lui l’abbia raccontato per alludere alle capacità di conversione dei Gesuiti, i titolari della chiesa, che sarebbero riusciti a convertire persino il diavolo.

Altri invece pensano che la storia fosse raccontata per denigrare l’ordine dei Gesuiti accusandolo di essere tanto corrotto da riuscire a trattenere addirittura il diavolo. C’è anche chi dice però che entrando nella chiesa il diavolo fosse rimasto di stucco di fronte a tutta la ricchezza dei suoi affreschi, stucchi , delle illusioni all’interno.

Eppure, per i pragmatici questo fenomeno è oltremodo semplice.

Cioè la piazza difatti sorge al centro di ben 5 strade di notevole grandezza e le correnti ventose di queste vie si uniscono proprio sulla piazza dando vita al fenomeno del vento eterno.
Ce ne sono ancora altri che raccontano una seconda leggenda, meno conosciuta ma ancora più misteriosa.

La storia di Lucifero e il carro trascinato dal vento. Secondo questa leggenda Lucifero è per davvero entrato nella chiesa ed è stato talmente affascinato dalla bellezza che sì ingelosì così tanto che la volle tutta per sé.

Non poteva appropriarsi di una chiesa però, così, cattivo com’era e dritto come si credeva, decise di distruggerla.

Attese quindi la notte e tornò sulla piazza sul suo carro trascinato dal vento stesso.

Una volta dentro la chiesa, la sua bellezza lo conquistò, così, osservando le meraviglie del luogo, si dimenticò persino di doverla distruggere prima dell’arrivo dell’alba.

A questo punto capì di dover alzare i tacchi e fuggire, per non restare sorpreso dalle primi luci.

Facendo così, in men che non si dica si dimenticò che alle sue spalle che c’era il vento tirandogli così *un tiro mancino*.

Poverino il vento, che è stato così condannato a rimanere in piazza, almeno fino ad oggi.

Boh, tutto qua. Sono riuscita a destare la vostra curiosità? Spero di sì.

Si da il caso che la chiesa del Gesù sia davvero incredibile, iniziando dall’illusionario affresco del trionfo nel nome del Gesù dipinto da Giovanni battista Gaulli, però non vorrei prendervi la possibilità di scoprirla da soli.

Sono forse anche riuscita a destare la vostra curiosità riguardo all’associazione italiano semplicemente con tutti i suoi annessi e connessi tra quagli il gruppo whatsapp che forma con la stessa un binomio inscindibile e dove tutti si aiutano a vicenda a destreggiarsi in ambito linguistico e non solo. Dai, unitevi a noi, aderite all’associazione, non ve ne pentirete ed io di sicuro non sarò l’oggetto delle vostre risate .

Grazie mille per la vostra attenzione e alla prossima.

Ne vedremo delle belle? Chissà? Ciao.

Ps: Non abbiamo osato usare osé perché ci si è impallato il PC

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Il diritto allo studio in Italia (ripasso primi 36 verbi professionali)

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Descrizione

Questo episodio è un ripasso dei primi 36 verbi del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

I verbi da usare al lavoro

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi parliamo del diritto allo studio in Italia e in questo episodio saranno utilizzati i primi 36 verbi che fanno parte del corso di Italiano Professionale.

Comunque ho dimenticato di qualificarmi: sono Giovanni, italianosemplicemente.com, vi scrivo e vi parlo da Roma.

Oggi ci occupiamo del diritto allo studio dunque. Strana parola il “diritto” parlando dello studio. Gli studenti italiani lo vedono piuttosto come un dovere! Ma iniziamo dal principio.

Dopo l’unità d’Italia, ed in particolare dal 1932 sono iniziate le attività di supporto economico (cioè aiuto economico) verso gli studenti in Italia.

Aiutare gli italiani a studiare, quindi sostenerli economicamente per garantire loro il diritto di studiare, anche se non hanno abbastanza denaro: questo è l’obiettivo fondamentale del “diritto allo studio”: rendere il diritto indipendente dalle condizioni economiche e sociali del singolo.

Tutto iniziò con la nascita della Repubblica Italiana e con l’entrata in vigore della Costituzione, che detta così le regole generali, i principi del diritto allo studio, esattamente negli articoli 33 e 34, che parlano di “scuola aperta a tutti” e di istruzione inferiore gratuita da impartirsi per almeno otto anni.

L’obbligo di frequenza e la gratuità, non riguardano invece l’istruzione superiore e quella di livello universitario.

A quei tempi si decise che l’istruzione era da considerare un servizio pubblico necessario da erogare, per poter assicurare il pieno sviluppo intellettivo della persona anche rispetto alla condizione di partenza, potenzialmente sfavorevole, di qualcuno con insufficienti risorse finanziarie.

La Costituzione Italiana, all’art. 3 , recita infatti, tra l’altro, che:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Nel periodo successivo all’obbligo scolastico e anche dopo quello universitario, il cittadino ha la libertà di intraprendere studi a suo piacimento, e lo Stato deve garantirgli parità di accesso, attraverso l’erogazione di borse di studio che possono riscuotere coloro che si dimostrano capaci e meritevoli ma privi di mezzi economici.

C’è sempre la possibilità per gli studenti più facoltosi di spacciarsi per indigenti, ma i controlli sono molto accurati e difficilmente si riesce a farla franca: pena multe molto Salate. Conviene dichiarare il vero, suffragando le proprie dichiarazioni con documenti credibili; scusate se insisto. Benché siano praticabili alcune scappatoie (diciamo furbate) che permettono di risparmiare. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

La normativa comunque cerca sempre di prevenire e impedire che questo accada. Altrimenti poi nascono problemi di giustizia sociale ed anche possibili conflitti sociali che occorre dirimere. Meglio prevenire dunque.

Compito prioritario della Repubblica è occuparsi di istituire scuole statali per tutti gli ordini ed i gradi che possano garantire questo diritto.

Il diritto di accedere e di usufruire delle prestazioni, che l’organizzazione scolastica è chiamata a fornire, parte dagli asili nido e si estende sino alle università.

Lo Stato deve però garantire agli enti di istruzione non statali la piena libertà di istituire scuole ed istituti di educazione, senza però oneri per lo Stato. Ad ogni modo, ai loro alunni deve essere garantito un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

Questo senza però oneri per lo Stato, come è declinato dalla normativa. È bene chiarirlo. Ciò non vuol dire che lo Stato non possa intervenire a favore degli istituti privati; ma che nessun istituto privato potrà esigere di avere aiuti da parte dello Stato.

Questo è quanto prevede la Costituzione italiana, ma successivamente sono seguite una serie di leggi e decreti che resero effettiva l’applicazione dei principi dettati dalla Costituzione.

Si è trattato quindi di adempiere agli obblighi derivanti da tali principi attraverso delle leggi.

Riguardo all’istruzione superiore ed universitaria, come agevolazioni si parla di borse di studio, di alloggi per studenti, mense, sussidi straordinari, ma anche orientamento alla formazione, prestiti agevolati, aule di studio, spazi culturali e ricreativi o anche sportivi a disposizione degli studenti (cioè di cui gli studenti possono disporre), il tutto erogato da particolari enti per garantire il diritto allo studio.

Tali enti competono alle Regioni italiane. Sono di loro competenza.

Normalmente gli studenti che intendono avvalersi di queste e di altre prestazioni sociali agevolate, dovranno fare una dichiarazione dei redditi, con la quale si assumono le responsabilità delle loro dichiarazioni. Naturalmente è compito degli stessi studenti adoperarsi al fine di presentare queste dichiarazioni nei tempi consentiti.

Spesso anche le università comunque erogano questi servizi.

Frequentare l’università comporta il pagamento di una tassa, ma sono previste esenzioni totali o parziali delle tasse universitarie per chi ha bisogno. Persino istituzioni religiose o private possono erogare servizi di questo tipo.

Anche il governo italiano può erogare borse di studio universitarie e fare finanziamenti per l’edilizia universitaria. Vengono, a questo fine, stanziate risorse ad hoc dal governo italiano.

Esiste infatti un “fondo per il diritto allo studio”, che è erogato dal Ministero dell’Università e della Ricerca alle Regioni, le quali possono anche aumentare tale disponibilità economica attraverso dei fondi regionali.

Ad esempio è possibile erogare contributi da liquidare agli studenti più bisognosi per l’acquisto di libri scolatici.

Nelle università italiane (anche dette “atenei”), per poter garantire il diritto allo studio, lo Stato prevede una quota massima di iscrizione, una soglia che non si può superare riguardo alle tasse di iscrizione.

Queste tasse variano a seconda del reddito, quindi a seconda della ricchezza delle famiglie, e i più ricchi pagano poco più di € 2000. Non è tantissimo in fondo e lo Stato non si arricchisce, non sbanca di certo con i soldi delle iscrizioni all’università.

Di sicuro non c’è bisogno di contrarre un mutuo per iscriversi all’università. Chi non è d’accordo con me significa che evade le tasse. Non sei d’accordo? Sei un evasore!

Adesso sono persino querelabile. Qualcuno potrebbe farmi una querela. Ma io non ho fatto nomi, quindi nessuno può querelarmi. Poi insomma non è obbligatorio fare l’università. I più ricchi possono anche vagliare l’ipotesi di vivere di rendita senza lavorare. Ma anche pagare duemila euro non cagionerà alle persone più ricche grossi danni. È giusto che la quota di iscrizione sia commisurata con la propria ricchezza. Non è vero? Molti non sono d’accordo però con questa mia affermazione. Pazienza.

Tali pagamenti vanno eseguiti ovviamente entro un certo periodo di tempo, almeno prima che l’anno accademico volga al termine.

Per le fasce meno agiate ci sono esenzioni e riduzioni. Ma per dimostrare di essere poveri bisogna suffragare l’iscrizione con una dichiarazione dei redditi, per dimostrare la propria indigenza. Altrimenti la richiesta di esenzione sarà cassata.

Non tutti i corsi di laurea sono uguali però all’università.

Ci sono dei corsi a numero chiuso e altri a numero aperto. Se il numero è chiuso, questo implica che l’iscrizione a tali corsi è subordinata al superamento di un esame di ammissione, che può essere articolato in prove scritte e/o orali, ma anche della carriera pregressa, cioè degli studi e delle valutazioni conseguite negli anni precedenti all’università.

Il voto complessivo a questi esami può quindi tener conto dell’esito dell’esame di maturità o di qualche altra laurea precedentemente conseguita.

Inoltre i singoli atenei possono stabilire dei requisiti per l’accesso ad un determinato corso, come un punteggio minimo del voto di maturità.

Perché questo? Semplice, per avere corsi di laurea di maggiore qualità perché frequentate da meno studenti e perché gli studenti saranno dei lavoratori in futuro, e potrebbe non esserci abbastanza posti di lavoro rispetto al numero degli studenti.
Si tratta quindi di garantire a tutti la possibilità di avere un lavoro e un reddito abbastanza adeguato. Troppa offerta di lavoro fa infatti abbassare la remunerazione. Logico no? Non c’è bisogno di commissionare un’indagine ad hoc per arrivare a questa conclusione.

Per quanto riguarda il diritto allo studio dei lavoratori, qualche anno fa presso molti comuni italiani esistevano corsi serali di istruzione predisposti proprio per la tipica figura dello studente-lavoratore.

Poi è stato introdotto il cosiddetto “statuto dei lavoratori”, una legge del 1970, che introdusse il diritto per tali persone, a poter studiare e lavorare nello stesso tempo. Questo ha significato l’introduzione di una flessibilità nell’orario di lavoro, in mdo tale che queste persone potevano frequentare corsi scolastici, o anche il diritto a permessi per il giorno dell’esame, o l’esonero dal lavoro straordinario.

Questi permessi erano fruibili anche per corsi non strettamente legati all’attività lavorativa, come il conseguimento di un diploma o di una laurea. Tale legge prevedeva 150 ore all’anno di permessi retribuiti. Questo diritto a fruire di 150 ore, inizialmente previsto solo per il settore privato, venne esteso nel 1988 al pubblico impiego.

Come si determina il contingente dei beneficiari di questo diritto?

In ogni provincia il personale avente diritto alla fruizione dei permessi studio non può superare complessivamente (tra tutti coloro che presentano la domanda) il 3% del personale in servizio all’inizio dell’anno scolastico e l’arrotondamento è previsto all’unità superiore. Quindi il 3,1 per cento diventa il 4%.

Dal 2000 poi è possibile usufruire dei “congedi per la formazione”. Quindi non solo delle ore di permessi retribuiti regolarmente, ma anche la possibilità di un periodo formativo non retribuito, durante il quale il lavoratore può assentarsi dal posto di lavoro, non ricevendo retribuzione e conservando però il posto di lavoro.

Riguardo alle persone con handicap, possiamo certamente dire che per queste persone resta ancora disatteso in Italia il diritto allo studio per gli alunni e studenti che hanno disabilità. Fortunatamente ci sono anche molte associazioni che promuovono tale diritto in modo che sia effettivamente fruibile da tutti, e non solo per alcuni studenti.

Tutti hanno bisogno di investire sul proprio futuro.

La giustizia e l’onestà qualificano una società democratica.

La catena del congiuntivo

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Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuova puntata dedicata ai donatori, coloro che aiutano italiano semplicemente a sostenersi. Gli episodi dedicati ai donatori devono essere utili, ed allora parliamo oggi del congiuntivo. Lo facciamo attraverso quella che ho chiamato la catena del congiuntivo. Cosa significa?

Un semplice gioco utile a capire la differenza tra congiuntivo e condizionale.

Si forma una frase che contiene un verbo al congiuntivo ed uno al condizionale, poi la frase successiva inizia con lo stesso verbo precedente ma usando la forma del congiuntivo e poi un nuovo verbo al condizionale. L’uso del condizionale non è obbligatorio in tutti i casi, come vedremo.

La catena comunque continua con la frase successiva. In questo modo noterete la differenza tra il congiuntivo ed il condizionale. Provate a farlo anche voi insieme a me, provando a pensare ad una possibile frase.

Pronti?

Se vivessi in Brasile parlerei il portoghese.

Quindi vivessi è congiuntivo (imperfetto) invece parlerei è condizionale (presente).

Adesso quindi dobbiamo usare il verbo parlare al congiuntivo, in una delle forme possibili, non è importante quale, la cosa che conta è la frase che deve essere corretta.

Posso ad esempio dire:

Se parlassi più velocemente voi non capireste.

Andiamo avanti in questo modo.

Se capissi la lingua bulgara, mi trasferirei a Sofia.

Che io mi trasferisca o meno, a nessuno interesserebbe.

Ho cambiato la forma del congiuntivo: stavolta era la forma presente di trasferirsi.

Se tu fossi interessato alla cucina italiana, avresti scoperto la pasta alla norma.

Ho usato il congiuntivo trapassato di interessarsi.

Se loro scoprissero quanto è bella l’Arizona, ci andrebbero un paio di mesi l’anno per giocare a golf.

Adesso usiamo il congiuntivo passato del verbo andare:

Che voi siate andati in vacanza a san Paolo o a Santa Fe, per me non fa alcuna differenza.

In questo caso non abbiamo usato il condizionale. Parliamo del passato (che voi siate andati) e non ho messo “se” davanti come si fa con altre forme del congiuntivo.

Continuiamo. Iniziamo la frase col verbo “fare” per continuare la catena.

Se un canadese facesse una donazione per italiano semplicemente io me ne accorgerei.

Ed infatti me ne sono accorto!

Se vi foste accorti prima di italiano semplicemente, avreste imparato meglio il congiuntivo.

Accorti, verbo accorgersi, e imparato, verbo imparare.

Qualora imparassimo ad essere empatici, seguiremmo l’esempio del Belgio, che infatti è il primo paese al mondo in termini di sensibilità verso le persone in difficoltà.

Se imparassimo, quindi congiuntivo imperfetto, e seguiremmo, cioè condizionale presente.

Nell’eventualità che noi seguissimo i vostri consigli, siccome ci fidiamo di voi, sicuramente rimarremmo molto soddisfatti.

Rimarremmo è il verbo rimanere.

Adesso sentiamo qualche membro dell’associazione se ha qualche idea di come proseguire.

Sentiamo Ulrike dalla Germania. Ulrike devi iniziare con rimanere.

Ulrike: Casomai rimaneste a bocca asciutta io ci resterei e verrei a trovarvi per una lezione in privato.

Nel caso che venissi a trovarvi per una lezione in privato mi aspetterei un piatto tipico prelibato del vostro paese.

Giovanni: bene Ulrike, tedesca e membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Grazie, e adesso se qualcuno si aspettasse un esempio anche da un membro finlandese, io azzarderei il nome di Rauno, anche lui membro della nostra associazione.

Vai Rauno, tocca a te. Azzardare è il verbo da usare.

Rauno: se putacaso…..

Putacaso qualcuno si azzardasse ad accendere una sigaretta in macchina, gliela farei spegnere subito.

Giovanni: grazie Rauno. Ottimo. Hai ragione, e se anche io facessi come te, sarei orgoglioso di me. Vai. Ritocca a te.

Rauno: Se la frase fosse stata perfetta non avrei imparato quella cosa.

Giovanni: perfetto Rauno. All’inizio Rauno aveva fatto un piccolissimo errore (si fa per dire) dicendo “se putacaso”, quando sarebbe bastato “se” oppure solamente “putacaso” (ma può andar bene anche così).

In generale putacaso può sostituire la parola “se”, ma le due parole si possono anche scrivere insieme poiché “putacaso” è molto simile a “metti il caso”, quindi sottolinea l’eventualità. In questi casi “putacaso” si inserisce tra due virgole.

Niente di grave quindi ma Bogusia ha qualcosa da dire per continuare la catena. Bogusia è anche lei un membro dell’associazione.

Bogusia: ammettiamo che Rauno avesse ascoltato con attenzione un bell’episodio intitolato “putacaso ti tradissi “ non avrebbe mai fatto un errore del genere.

Giovanni: ehehe, però la tua frase doveva iniziare con “imparare”.

Bogusia: Putacaso imparasse qualcosa dovrebbe condividerlo con il mondo.

Giovanni: Bene ragazzi, grazie anche a Bogusia. Begli esempi che abbiamo fatto. spessso abbiamo citato alcuni paesi da cui sono arrivate le ultime donazioni ad italiano Semplicemente. Stati Uniti, Brasile, Bulgaria, Nuovo Messico, Canada e Belgio.

Per chi fosse interessato abbiamo realizzato altri episodi sul congiuntivo. Vi metto a seguire sull’articolo così potete dare un’occhiata, se volete.

Episodi sul congiuntivo
1) 41 esempi

2) come evitare il congiuntivo

3) concordanza dei tempi

4) periodo ipotetico

5) episodio divertente: putacaso ti tradissi

Grazie a tutti i donatori ed a chi ha partecipato a questo episodio. Se non lo avessero fatto non sarebbe venuto così bene.

Un abbraccio da Giovanni e da italiano semplicemente.

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Le meraviglie di Roma: la Scala Santa

Audio

Trascrizione

Giovanni: ciao a tutti. Bentornati su italianosemplicemente.com. Oggi ritorna la rubrica “le meraviglie di Roma“. Io sono Giovanni ma questa puntata la lascio volentieri nelle parole di Bogusia, membro dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Bogusia ci parlerà della Scala Santa, a Roma. Mentre farà questo, Bogusia prova ad utilizzare alcune espressioni imparate sulle pagine del nostro sito. Vediamo come se la caverà. Buon ascolto a tutti. Iniziano le trasmissioni di radio italiano semplicemente.

Bogusia:

Buongiorno, salve cari ascoltatori di “radio italiano semplicemente”.

Mi chiamo Bogusia e vi ringrazio per aver scelto di ascoltarci ancora una volta.

Io sono uno dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente e oggi mi piacerebbe parlare della nostra nuova rubrica, “le meraviglie di Roma”, che è stata lanciata circa un mese fa, quando ci siamo occupati della Bocca della Verità.

A dire il vero c’è stato anche un episodio dedicato al Pantheon tempo addietro, ed uno anche dedicato a Castel Sant’Angelo, ma non era ancora stata definita con esattezza l’intenzione di realizzare una rubrica dedicata a Roma ed alle sue meraviglie.

Devo ammettere che non è stato affatto facile riprendere la rubrica per via della scelta giusta. Più volte sono stata sul punto di mollare tutto; capirai!

Avevo solo l’imbarazzo della scelta su quale delle tante meraviglie scegliere.
Ci sono tanti posti, luoghi, attrazioni, meraviglie a Roma di cui parlare, ma penso che man mano li potremo scoprire tutti, senza farci prendere dalla frenesia.

Possiamo dare un’occhiata soprattutto ai meravigliosi luoghi che risultano ancora poco conosciuti dalle masse.

Un’altra sfida poi avevo in mente: mettere a frutto le espressioni (alcune intendo) imparate su italiano Semplicemente.

Con questi due obiettivi in mente, per questa puntata ho voluto scegliere un luogo adatto.

Dopo tanta esitazione e tanto indugio, alla fine sono riuscita a far uscire dalla testa “la scala Santa“.
Ma quale scala Santa d’Egitto?

Qualcuno potrebbe mettersi a gridare!

Io ho scelto questo luogo turistico poco conosciuto perché si trova presso il centro di Roma ed è facilmente raggiungibile da tutti.

Inoltre, come dicevo, è un luogo non molto conosciuto, se non dai cittadini e turisti di fede cristiana.

Considerata la storia della Scala Santa (forse dovremmo parlare di leggenda) secondo me vale assolutamente la pena di parlarne, fede religiosa a parte.

Cercherò di rendere il mio racconto il più breve possibile e spero di riuscire ad adempiere ai miei due obiettivi di cui sopra ed al mio piacere di riscuotere il vostro interesse.

Vediamo un po’: il santuario della Scala Santa si trova nel complesso dei palazzi del Laterano, a un passo dalla basilica di San Giovanni in laterano, antica sede del Papa. Lo sapevate?

Bisogna attraversare solamente la strada rispetto alla basilica lateranense e si entra in un altro mondo che ci riconduce alla passione di Gesù Cristo.

Ma anticamente, pochi lo sanno, quel luogo era tutt’uno con il palazzo papale.

Non vorrei però raccontare la storia del luogo, ma la tradizione raccontata da più di mille anni.

Per la religione cristiana e secondo gli storici del medioevo si tratta di uno dei luoghi più venerati di Roma.

Una leggenda medievale vuole infatti che questa scala sia la stessa che Gesù utilizzò per raggiungere l’aula dove poi lo avrebbe aspettato il governatore Ponzio Pilato per interrogarlo, a Gerusalemme, poco prima della crocifissione.

Questa scala utilizzata da Gesù fu trasportata a Roma nell’anno 326 per volere della madre di Costantino l, Flavia Giulia Elena, venerata dai cristiani col nome di Sant’Elena Imperatrice.

Si tratta di 28 gradini in tutto, gradini marmorei, quindi costruiti in marmo.

La venerazione della Scala Santa si deve anche al fatto che la scala porta verso la cappella di San Lorenzo in Palatio ad Sancta Sanctorum, ovvero la cappella privata del pontefice, nella quale si trovano tesori numerosi, tesori non da vagliare da un orefice o gioielliere ma dal punto di vista sacro.

Tra questi, ci sono le reliquie della passione di Cristo portati a Roma insieme alla scala di Sant’Elena.

Come racconta la tradizione, i 28 gradini furono sistemati dall’alto verso il basso in modo da non essere calpestati dai muratori.

I fedeli possono salirla in ginocchio. Non a piedi dunque ma con le ginocchia, sempre in segno di rispetto e venerazione.

Tale uso è antichissimo ed è stato sempre osservato. Parecchi fedeli percorrono, tutt’oggi, rigorosamente in ginocchio, tutta la scala Santa, pregando e chiedendo delle grazie.

I gradini della Scala Santa non sono mai stati percorsi a piedi, come avviene normalmente, tranne un’unica volta.

Si racconta di un solo caso infatti, come riferiscono le cronache del 1600: quello di un non credente che la volle salire a piedi.

Sembra però che quando posò il piede sull’undicesimo gradino, lo stesso sul quale cadde Gesù, una forza misteriosa gli fece improvvisamente piegare le gambe.

Spero di essere riuscita a destare qualche stupore o interesse e farvi voglia di saperne di più. Magari se andate a Roma, dare un’occhiata a questo posto, che seppur poco conosciuto ai più. Neanche, a quanto sembra, ai romani stessi, che passando in macchina nelle immediate vicinanze o fermi in attesa che scatti il fatidico semaforo, la guardano pensando che si tratti di una chiesa qualsiasi.

Chi ha il pane non ha i denti, come si dice a Roma, dove spesso ci si perde tra mille bellezze architettoniche e storiche.

Il mio racconto finisce qui, grazie mille per la vostra attenzione.

Spero che io non abbia disatteso le vostre aspettative e che Dio ce la mandi buona per il prossimo incontro su queste pagine.

Comunque, a prescindere da quanto ho raccontato oggi, dovete sapere che in questo periodo si approssima la cosiddetta “quinta stagione” dell‘anno.

Si chiama comunemente così il tempo del carnevale in Germania, dove abito.

Approfitto pertanto per augurarvi buon divertimento e tanto gustose ciambelle di Carnevale, chiacchiere e tutto ciò che ha a che vedere con il carnevale.

Ho appena menzionato le ciambelle di carnevale ed allora prendo l’occasione al volo per ringraziare Giuseppina che registra per noi ottimi episodi che trattano delle specialità italiane.

Grazie mille Giuseppina.

Giovanni: brava Bogusia, hai usato parecchie espressioni di cui ci siamo occupati in passato ed anche qualche frase e qualche verbo dal corso di Italiano Professionale. Sulla trascrizione di questo episodio trovate i collegamenti alle frasi usate da Bogusia, che saluto. Mi piace molto fare questi episodi con i membri dell’associazione perché mi permette di capire le singole difficoltà dei membri che in questo modo possono essere risolte. Nel caso di. Bogusia le problematiche erano relative alle parole con l’apostrofo, come tutt’altro e castel Santangelo, oppure “un altro” dove, sebbene l’apostrofo non ci sia, potrebbe venire la tentazione di staccare le parole nella pronuncia. Questo è uno dei vantaggi dell’associazione italiano semplicemente.Grazie Bogusia.

Al prossimo episodio.

Una notizia di calciomercato dal Brasile. Episodio di ripasso.

Audio

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno a tutti, bentornati su Italiano Semplicemente. Io sono Giovanni, ed oggi ci occupiamo di buone notizie, una buona occasione anche per ripassare alcune espressioni tipiche italiane che abbiamo già spiegato sulle pagine di Italianosemplicemente.com. Una buona idea vero?

Vorrei in particolare ascoltare una buona notizia dal Brasile.

Ci sono buone notizie dal Brasile? Ci risponde il nostro inviato Andrè Arena da San Paolo. Andrè è membro dell’associazione Italiano Semplicemente, con la sua rubrica che si chiama “quasi 100 secondi con Andrè Arena“. A te la parola Andrè.

Andrè: Ancora buongiorno da André Arena, vi parlo dal Brasile, ed oggi vi voglio raccontare qualcosa dal mio paese, come di consueto. Non intendo però annoiarvi con una brutta notizia oggi.

Andrèarena.jpg

Quasi 100 secondi con Andrè Arena

È stato difficile ma sono riuscito a trovarne una buona che riguarda il Brasile.
Parliamo di Calcio, in particolare del cosiddetto Calciomercato.

A questo riguardo il Brasile è il maggior esportatore di talenti al mondo!

Sono più di 1.200 infatti i calciatori brasiliani impegnati nei campionati esteri!

Da uno studio risulta che alle spalle del Brasile si collocano i giocatori francesi, seguiti da argentini, serbi e britannici.

Questa settimana arriva a Roma il giovanissimo attaccante Felipe Estrella Galeazzi che è stato appena acquistato proprio dalla squadra giallorossa che come immagino sappiate è una delle più importanti squadre di calcio in Italia.

Quest’anno, male che va, dovrebbe arrivare almeno quarta.

Quella capitolina è, tra l’altro, la stessa squadra in cui hanno militato, fantastici calciatori verdeoro, fenomeni come il centrocampista Falcão, l’ala Cafú, il difensore Aldair è, più recentemente, il portiere Alisson.

Felipe proviene dalla squadra della Ferroviaria, club della città di Araraquara, nello stato di San Paolo.

Araraquara è lo stesso posto dove è nato Careca, l’ex calcitatore del Napoli e della nazionale brasiliana, sicuramente uno dei più grandi attaccanti brasiliani!

La storia si ripeterà? A priori si tratta di un acquisto di prospettiva, vista l’età, comunque tutti i tifosi romanisti sperano che Felipe si rilevi subito un grande cannonieri.

Lo vedremo a posteriori.

Che ne pensi Giovanni?

Proprio tu che l’anno scorso quando sei venuto in Brasile hai comprato una maglietta della Ferroviaria come se avessi avuto qualche presentimento!

Giovanni: Eh, hai ragione Andrè, credo di essere l’unico in Italia ad avere una maglietta della squadra dell’Araraquara!! Bella notizia comunque, sia per me per tutti i romanisti. Durante il tuo breve episodio hai usato alcune espressioni di cui ci siamo già occupati; nell’ordine hai utilizzato:

  • Il verbo intendere che è un verbo che appartiene alla categoria verbi professionali, più usato nel mondo del lavoro e la spiegazione fa parte del corso di italiano professionale;
  • male che va, quando hai detto che quest’anno la squadra della Roma dovrebbe arrivare, male che va, almeno quarta. Quindi nella peggiore delle ipotesi dovrebbe arrivare quarta. Spero che tu abbia ragione Andrè;
  • “a priori” ed “a posteriori”, due locuzioni spiegate in un unico episodio ed utilizzate quando ci si riferisce al tempo e a come ci poniamo rispetto ad esso;
  • tra l’altro, una locuzione utilizzatissima nei dialoghi parlati e scritti.

Andrè ha anche usato dei termini del mondo del calcio, come “calciomercato“, un’unica parola che indica Il complesso delle trattative per il trasferimento, definitivo o temporaneo, di un giocatore di calcio da una società a un’altra, ma è una parola usata anche in politica, a volte. Nel “gergo” della politica, è la stessa cosa ma i calciatori sono gli uomini politici: si parla sempre di una contrattazione privata con la quale il capo di uno schieramento politico cerca di indurre singoli parlamentari a passare dalla propria parte politica offrendo loro denaro o incarichi di prestigio. Non è una bella cosa quindi parlare di calciomercato nella politica.

Poi, parlando dei giocatori brasiliani, Andrè ci ha parlato dei ruoli del gioco del calcio: il portiere (che difende la porta), il difensore, che è un giocatore arretrato di una squadra, non solo di calcio, cui sono affidati compiti di difesa. Il difensore gioca in difesa, quindi il suo ruolo è difendere la squadra. Poi il centrocampista, che gioca a centrocampo. Nel gioco del calcio, il centrocampista (un’unica parola) è ciascuno dei giocatori a cui è affidato il compito d’impostare il gioco nella zona di centrocampo, facendo da collegamento tra la difesa e l’attacco. Infine l’attaccante, che è il giocatore il cui compito è segnare i gol per la propria squadra, quindi attaccando, appunto, gli avversari. L’ala, al plurale “le ali”, nel gioco del calcio ma anche nell’hockey, ecc. l’ala è il giocatore schierato a destra o sinistra del campo; c’è quindi l’ala destra e l’ala sinistra: Cafù (il giocatore brasiliano che ha giocato nella Roma) giocava come ala destra. Per chi volesse approfondire il linguaggio del mondo del calcio ricordo che c’è anche un episodio espressamente dedicato a questo argomento pubblicato su italianosemplicemente.com.

Allora Andrè, la prossima volta la sfida sarà ancora più difficile. Ti sfido a trovare una bella notizia brasiliana nel mondo della cronaca. Una bella sfida vero?

Un saluto a tutti da Roma.

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Arriva Bolsonaro!

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno e buon anno a tutti. Iniziamo questo nuovo anno con una notizia dal Brasile. Sapete che il governo Bolsonaro dal 1 gennaio 2019 è in carica. Allora ascoltiamo il nostro corrispondente dal Brasile André Arena, con i suoi “quasi 100 secondi”.

Andrè: In Brasile ora è effettivamente iniziata l’era Bolsonaro. Il nuovo presidente inizia il suo governo disponendo del sostegno della maggioranza della popolazione. Ieri, durante la sessione solenne svoltasi nella sede del Parlamento a Brasilia, Bolsonaro ha ripreso i principali punti che hanno segnato la sua campagna elettorale, vale a dire: valori conservatori, lotta alla corruzione, pugno di ferro contro la criminalità, riforme politiche ed economiche che costituiscono il cosiddetto “patto nazionale” .
Quanto alla sicurezza, una delle questioni più sentite dall’opinione pubblica brasiliana e uno dei punti più controversi del suo programma di governo.
Bolsonaro insiste nelle sue intenzioni di ampliare il diritto alla legittima difesa, nonché onorare coloro che sacrificano la loro vita in nome della sicurezza di tutti.
Cosa succederà? Succederà che il porto d’armi sarà consentito a tutti i cittadini e ci sarà la cosiddetta “esclusione dell’illiceità” che in definitiva da il via libera ai poliziotti di sparare.
Non si sa ancora se queste misure saranno veramente realizzate, ma se ciò avverrà, speriamo che il paese non si trasformi in un film Western!

Giovanni: Bene Andrè, grazie di questa notizia in tempo quasi reale, in questi tuoi quasi 100 secondi. Vai molto bene col tuo italiano… ci siamo quasi direi!

Hai parlato di un “patto nazionale“. Un patto è un accordo, un’alleanza che Bolsonaro fa col popolo. La sua è una promessa in realtà, anche se sono in molti a sperare che non riesca a mantenerla. Poi hai parlato di “esclusione dell’illiceità”. Significa che, come hai ben spiegato, i poliziotti possono sparare, sono liberi di farlo: sparare sarà lecito; sparare non sarà più illecito, non sarà più contro la legge, quindi la illiceità dell’atto di sparare sarà esclusa dalla legge. Non sarà più illecito: diventerà quindi lecito, cioè possibile, legittimo, sparare da parte dei poliziotti.

Speriamo che la situazione in Brasile vada bene nei prossimi anni, continua a tenerci aggiornati. Hai usato, nel tuo discorso André, il verbo Disporre, che fa parte dei verbi professionali del corso di Italiano Professionale. Ricordo a tutti che Andrè è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Lui abita nello Stato di San Paolo.

C’è anche Mariana con noi, che è dello stato di Minas Gerais, sempre in Brasile. Allora Mariana ha da dire qualcosa anche lei. Vuole aggiungere qualcosa sulle misure di sicurezza messe in atto durante il discorso di Bolsonaro.

Mariana: Buongiorno. Bolsonaro ha fatto il suo primo discorso col maggior apparato di sicurezza della storia in Brasile.

I Cecchini armati si sono posizionati sul tetto dei palazzi circostanti. Persino missili a guida laser hanno fatto parte della struttura di sicurezza di Bolsonaro, che è la più grande e costosa sicurezza che la storia del Brasile ricordi per questa occasione.
Era ancora buio quando le macchine della sicurezza nazionale hanno raggiunto la Esplanada dos Ministérios.
Una videocamera all’interno di un pallone ha permesso loro una visione privilegiata. Più in basso, anche accurati controlli manuali e utilizzo di metal detector.

Misure di sicurezza anche per il pubblico che ha assistito: cibo in imballaggi non trasparenti non era consentito. In alcuni posti, i poliziotti militari hanno tagliato addirittura la frutta in pezzi!
Niente ombrelli e caschetti: vietati anch’essi.
Bottiglie d’acqua? Stessa sorte.
L’unico tipo di acqua consentita era quella distribuita da una fidata impresa di Brasilia.

Giovanni. Grazie Mariana, “più sicuri di così si muore!” Verrebbe da dire… Mariana ci ha parlato di cecchini sui tetti che sparano: un cecchino è un tiratore scelto che è appostato pronto a sparare in caso di necessità.

Volevo concludere con una cosa che a me personalmente ha molto colpito, che non ha nulla a che fare con la sicurezza, cioè il discorso tenuto dalla moglie del nuovo presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che si chiama Michelle: dire che ha un nome abbastanza impegnativo da portare è poco!

Ebbene Michelle – i brasiliani ne sono al corrente naturalmente – ha partecipato ieri alla cerimonia di insediamento del marito. Lo ha fatto con un messaggio di ringraziamento rivolto al popolo utilizzando la lingua dei segni (pensate un po’), quindi quella con la quale ci si rivolge ai non udenti.

Michelle ha voluto ringraziare i brasiliani per la “solidarietà” che gli hanno espresso durante i momenti difficili passati di recente dal marito”, ed ha fatto anche riferimento all’attentato subito nel settembre scorso, durante la campagna elettorale.

Michelle parla di “elezioni che hanno dato voce a chi non è stato ascoltato” e aggiunge che il motivo principale per cui le urne lo hanno decretato presidente è proprio la questione della sicurezza: “il cittadino brasiliano vuole sicurezza, vuole pace e vuole prosperità”, ha detto Michelle.
Iniziativa interessante comunque quella di Michelle. Chissà, e spero per lei, se riuscirà ad essere all’altezza della Michelle più famosa…

Grazie a Andrè e Mariana. Continuate a tenerci aggiornati sul Brasile e a tutti i visitatori di Italiano Semplicemente invece dico che siete tutti invitati nella nostra associazione. Abbiamo bisogno di altri inviati speciali dall’estero.

Un saluto.

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Buone nuove ma con l’amaro in bocca dalla Germania – episodio di ripasso

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Trascrizione

Intruduziome di Giovanni

Ulrike: Buongiorno dalla Germania, io sono Ulrike, e oggi voglio raccontarvi un episodio accaduto in Germania, il mio paese, che ci deve far riflettere tutti, a presvindere dalla nazionalità.
Proprio ieri il guidatore di un tir è stato condannato da un tribunale della città di Brandenburgo a 2 anni e 6 mesi di reclusione per il reato di omicidio colposo di due pompieri volontari: una condanna da scontare obbligatoriamente in prigione.
Vi spiego meglio.
Provo a ricapitolarvi brevemente quello che è successo un anno fa sulla A2, non lontano dalla capitale tedesca. Ebbene, dopo uno scontro fra due macchine il guidatore di un furgone è rimasto incastrato nella sua cabina di guida.
Sul posto dell’incidente sono intervenuti, tra le altre forze di soccorso, anche quella di alcuni vigili del fuoco, vigili volontari che provenivano dal paese più vicino al luogo dell’incidente.


A quel punto un tir (quello di cui vi ho parlato prima) è arrivato a tutta velocità proprio al centro della scena del soccorso, tamponando prima una macchina della polizia, poi due altre macchine dei vigili del fuoco, delle quali una si è ribaltata schiacciando i due malaugurati pompieri, strappati dalla vita a solo 38 e 46 anni, che tra l’altro lasciano mogli e figli.
Il giudice si è convinto del fatto che la causa della tragedia sia stata un colpo di sonno del guidatore, cosa senz’altro evitabile perché – così il giudice nella spiegazione orale della sentenza – quando ci si accorge di un aumento della stanchezza si potrebbe *mettersi da parte* in tempo, cioè fare una pausa per evitare il peggio.
Le famiglie delle vittime però, oltre il lutto subito, correvano anche il rischio di *trovarsi in guai* economici perché la legge non prevedeva un risarcimento dei danni subiti durante una manovra di soccorso per i pompieri non professionisti. Quelli volontari appartenevano esattamente a questa categoria.
Ho detto prevedeva però, quindi ho parlato al passato, perché la tragedia in questione, per il suo scalpore, sei mesi dopo ha dato adito ad una modifica legislativa con effetto retroattivo che ha equiparato i pompieri volontari a quelli professionisti.
Colpo di scena dunque!
Erano molti anni in realtà che i vigili del fuoco volontari (quindi non professionisti) provavano a formulare delle richieste per la parificazione con le forze professionali.
Ebbene, come accade sovente, anche loro hanno dovuto prendere atto che solo una tragedia dolorosa come la morte dei loro due colleghi, poteva finalmente dare il l via libera ad un vero cambiamento. Va da sé che questo debba essere reputato da tutti un ennesimo amaro successo.

Conclusione di Giovanni

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Notizie dal Brasile. Episodio di ripasso

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Trascrizione

Rauno: Buongiorno a tutti, io sono Rauno, dalla Finlandia, ed oggi ho il compito di introdurre questo episodio di ripasso. Ripassiamo alcune espressioni italiane che abbiamo spiegato sulle pagine di italiano semplicemente, e lo facciamo ascoltando la voce del nostro corrispondente dal Brasile, Andrè Arena, che ci racconta una notizia interessante. Non è una bella notizia vero Andrè?

Andrè: Buongiorno da Andrè Arena: purtroppo non sono buone per niente le ultime notizie dal Brasile, mio malgrado.
Infatti la triste novità è che arriva in Brasile un nuovo tipo di violenza!
Una violenza che noi brasiliani siamo abituati a guardare solo in TV, come ad esempio l’attentato antisemita a Pittsburgh negli Stati UNITI nell’ottobre scorso.

Se non bastasse, adesso, oltre alla criminalità nata dal crimine organizzato e dal traffico di droghe, ieri pomeriggio, un uomo ha aperto il fuoco nella cattedrale di Campinas, nello stato di São Paulo, uccidendo quattro persone e ferendone altre tre, poi alla fine si è suicidato! Non si sa ancora quale possa essere il motivo della strage, ma certo che a priori era difficile prevedere una simile notizia. Non mi resta che raccontarla a posteriori.
Lo Statuto del Disarmo, una legge brasiliana del 2003, proibisce il porto d’armi da parte di civili ma Jair Bolsonaro, il nuovo presidente, intende eliminare questa norma. Potremmo dire che chi vivrà vedrà. Di fatto non mi sembra una buona notizia a prescindere da questo infausto avvenimento.
Ora mi congedo, ancora una volta con una brutta notizia!
Alla prossima, chissà con qualcosa di gioioso, in stile brasiliano. Quello vero.

Lia: Grazie Andrè, la prossima volta ci darai una buona notizia ed una cattiva notizia che ne dici? Io comunque sono Lia, e sono brasiliana anch’io.

Comunque bravo André hai utilizzato bene quattro espressioni. A priori ed a posteriori, poi hai usato mio malgrado, a prescindere e infine hai usato anche il verbo congedarsi, un verbo riflessivo particolare che abbiamo spiegato nel corso della lezione n. 20 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Mi piace molto questa nuova modalità che abbiamo trovato per fare alcuni episodi di ripasso.

Finisce qui questa nuova puntata di “quasi cento secondi con Andrè Arena, grazie ai visitatori e ascoltatori di italiano semplicemente ed ai donatori anche, ai quali sarà dedicato uno dei prossimi episodi. Come facciamo recentemente dedichiamo degli episodi ai donatori parlando del loro paese di provenienza. Nell’episodio che verrà dedicato agli ultimi donatori parleremo del congiuntivo e faremo esempi di utilizzo parlando allo stesso tempo di caratteristiche e curiosità dei paesi dai quali vengono le donazioni.

Non perdete questa puntata perché sarà piena di esempi e molto utile per voi stranieri.

Un saluto dal Brasile.

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Vita da cani – episodio di ripasso

Audio

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Trascrizione

Introduzione di Giovanni.

André Arena: Buon giorno da André Arena da Brasile. Qual è l’estremo dell’imbecillità dell’essere umano? In Brasile, il personale di sicurezza di un negozio di una grande catena internazionale di supermercati, è accusato di aver ferito e ucciso un cane. Le immagini disponibili, pubblicate *su Facebook* mostrano l’animale con le zampe posteriori ferite e segni di sangue sul pavimento. Qualche giorno fa, il cane veniva addirittura nutrito da alcuni collaboratori del supermercato, ma la squadra di sicurezza dell’esercizio commerciale è stata informata di una visita prevista nel negozio da parte del direttore. Pare che al personale di sicurezza sia stato stato chiesto di fare una “pulizia” del luogo e, in conseguenza si ciò, vuoi per essere sicuri di aver capito bene il concetto di pulizia, vuoi per non avere preoccupazioni, povero animale sia stato bastonato senza pietà fino alla morte.
La legge brasiliana sui reatiambientali considera un crimine la pratica di abuso, maltrattamento, ferimento o mutilazione di animali e può portare ad una pena detentiva da tre mesi ad un anno, oltre che a una bella multa salata.
Speriamo veramente che sia applicata, a prescindere da chi commetta il crimine. Se andrà come deve andare, male che va I colpevoli si faranno tre mesi in gattabuia.

Chiusura di Giovanni

André Arena, Il corrispondente dal Brasile di Italiano Semplicemente

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Fare una presentazione

Audio

Trascrizione

Giovanni: Eccoci di nuovo qua ragazzi, come tutti i mercoledì all’interno dell’associazione Italiano Semplicemente ci occupiamo di Italiano Professionale. Io sono sempre Giovanni, il presidente dell’associazione e oggi vogliamo farvi partecipi di un bel testo, letto e scritto a quattro mani, due delle quali sono di Daria, uno dei membri della nostra associazione.

Vi faccio ascoltare quindi un bell’episodio dalla voce di Daria. Parliamo di “Presentazione“, un argomento a cui abbiamo dedicato la sezione seconda del corso di Italiano Professionale, quindi le lezioni dalla n. 15 alla numero 20. Oggi in particolare Daria si occuperà della fase iniziale di una presentazione  – lezione 16)

Anche se solamente i membri dell’associazione possono ascoltare queste lezioni di Italiano Professionale tutti potete ascoltare l’episodio di oggi, e questo lo facciamo per dimostrare l’utilità e le caratteristiche di questo corso online, dedicato al linguaggio del mondo del lavoro. Quella che ascolterete quindi è una presentazione professionale, che avviene all’interno di una azienda di scarpe. Daria utilizzerà molte espressioni imparate finora sul corso.

Buon ascolto. Daria, a te la parola.

Daria: Buongiorno a tutti, prendete tutti il vostro posto per favore, così potremmo dare inizio alla prossima presentazione.
Mi chiamo Daria e sono la responsabile per la strategia e il marketing. Il mio ufficio ci aiuterà a promuovere sul mercato il nostro nuovo prodotto vale a dire le scarpe “Con-forte”.

Come sapete lavoro ormai nella nostra azienda da cinque anni, di conseguenza ritengo di avere una certa esperienza nel mercato delle calzature. Vi posso pertanto dare la mia spassionata opinione in merito: non sarà affatto facile sbaragliare la concorrenza. Tuttavia sono sicura che con la giusta strategia, dai e dai, permettetemi, gli faremo mangiare la polvere.

La mia presentazione odierna è abbastanza dettagliata, impiegherò circa due ore per esporne tutto il contenuto.

Sapete che non amo perdermi nei dettagli, ma l’operazione necessita di non trascurare alcun particolare. Circa alla metà della mia presentazione (alle 12 circa) abbiamo in programma una pausa caffè, per rinfrescarci un po’ e soprattutto condividere le nostre opinioni. Abbiamo 20 minuti di pausa, dopodiché continuo e termino la mia presentazione. Bene ragazzi, il tempo stringe (come sempre) e per poter terminare il programma di oggi come programmato vi prego di fare le domande soltanto alla fine della mia presentazione; trattenetevi se potete, ma alla fine non indugiate perché il vostro contributo può essere prezioso. Anche la domanda apparentemente più semplice può essere molto importante.

Allora, la prima parte della mia presentazione è dedicata alla descrizione del mercato delle calzature in termini di dati precisi. Li ho raccolti grazie anche alla preziosa collaborazione di Ulrike, che sicuramente ha coltivato un certo fiuto per gli affari considerata la sua esperienza sul campo. Ulrike ha condotto per noi delle interessantissime analisi di mercato, molto precise e ricercate ma allo stesso tempo estremamente comprensibili e puntuali. A questo punto facciamo la pausa caffè.
Nella seconda parte vi presenterò la nostra “nicchia di riferimento“, parlo ovviamente del nostro acquirente potenziale e delle sue caratteristiche. E’ la nicchia su cui dovremmo puntare secondo me e che potrebbe portarci ad avere successo su tutta la nostra linea di scarpe, non solo sul nuovo modello.

Bene. Quindi nell’arco della prossima mezzora vi racconto del piano di vendite che abbiamo elaborato insieme a Mohamed, Ramona, Bogusia e Maja con cui faccio squadra. Vi spiegherò anche perché durante il primo anno probabilmente potremmo non andare alla grande con la produzione e anche perché dovremmo però mantenere un clima di fiducia elevato: è molto importante per il nostro successo sul mercato nel lungo termine, che ci sarà, ma occorre pazientare un po’. Se vogliamo dirla tutta, il primo anno dovremo prendere la palla al balzo e reagire subito alle risposte dei primi consumatori. Vi spiegherò come farlo.

Nella parte finale, la più dettagliata, vi dirò per filo e per segno la nostra idea su come far sì che la nostra clientela conosca il nuovo modello “Con-forte”. Ad onor del vero, la nuova campagna promozionale supporterà anche i modelli che avevamo già lanciato sul mercato, e questo perché non vorremmo essere presi alla sprovvista se le cose non andranno come vorremmo col nuovo modello. In questo caso mi raccomando: calma e gesso! Alle perse, i nostri consumatori resteranno con noi grazie ai modelli già conosciuti.

Alla fine ci resterà mezzora per discutere tutte le vostre domande e mettere i puntini sulle i a vostro piacimento.

Allora, adesso se non avere domande riguardo alla mia scaletta che ho preparato, vorrei iniziare la prima parte della mia presentazione.

Giovanni: bene Daria, grazie del tuo contributo. Hai utilizzato ben 18 espressioni imparate all’interno del corso finora: avere una certa esperienza, spassionata opinione, sbaragliare la concorrenza, dai e dai, mangiare la polvere, perdersi nei dettagli, il tempo stringe, avere fiuto per gli affari, la nicchia di mercato, fare squadra, clima di fiducia, se vogliamo dirla tutta, prendere la palla al balzo, per filo e per segno, ad onor del vero, calma e gesso, alle perse e infine mettere i puntini sulle i.

Tutte queste espressioni le abbiamo spiegate all’interno del corso ed ogni mercoledì, all’interno del programma settimanale per i membri, ripassiamo una lezione diversa all’interno del gruppo WhastApp dei membri dell’associazione.

Date un’occhiata al programma delle lezioni future se siete interessati. Spero  che l’episodio vi sia piaciuto. Grazie ancora a Daria. Un saluto a tutti da Giovanni.

—————-

 

Italiano Professionale: scontri e confronti tra uffici vendite e marketing

Audio

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno a tutti. In questo episodio parliamo di Italiano Professionale.

Trattiamo un argomento particolare che riguarda il mondo del lavoro ed useremo un linguaggio più difficile del solito.

Questa infatti è una lezione legata al corso di Italiano Professionale e precisamente alla lezione n. 14 dedicata ai confronti ed agli scontri. Il corso è di livello almeno intermedio, non per i principianti della lingua, è un corso che solamente i membri dell’associazione Italiano Semplicemente possono leggere ed ascoltare. Oggi però, come facciamo spesso, vogliamo aiutare tutti a capire di cosa si parla nel corso e quali argomenti vengono trattati.

Io e Daria quindi oggi utilizzeremo alcune delle espressioni spiegate nella lezione n. 14. Daria, un membro dell’Associazione, che saluto e ringrazio per questo, ha voluto provare ad usarne alcune e lo ha fatto come ascolterete, molto bene.

Spero che questa puntata speciale di italiano semplicemente possa essere utile a tutti benché sia un po’ più difficile delle altre. Allora Daria ci parla di scontri e confronti, un argomento che accomuna sicuramente tutte le attività e tutti i mestieri, vero Daria?

lezione_14_immagine_vendite_marketing_Daria.jpg

Daria:

Buongiorno Giovanni. Si è proprio così. Parlerò di scontri e confronti. E sai che ho pensato mentre ascoltavo le spiegazioni che hai fatto insieme a Mohamed, Ulrike ed Adriana?

Che parlando di questi due aspetti particolari in ambito lavorativo non si può non fare riferimento ad uno speciale rapporto controverso molto diffuso al lavoro.

Si tratta del rapporto tra l’ufficio vendite e l’ufficio marketing nelle aziende commerciali. Allora, oggi vorrei usare le espressioni della lezione numero 14 del corso di italiano professionale per descrivere il rapporto tra questi due uffici.

Dunque, il nocciolo della questione sta proprio nello scontro che avviene di sovente tra questi due uffici: l’ufficio vendite, cioè le persone addette alla vendita dei prodotti ai clienti sono convinti di essere il dipartimento più fruttuoso. Infatti sono loro che stipulano l’accordo di vendita con gli acquirenti e che quindi producono i profitti dell’azienda. In aggiunta, le attività dell’ufficio vendite sono sempre evidenti e facilmente misurabili.

Dall’altra parte, esattamente al contrario dell’ufficio vendite, l’ufficio marketing svolge tutte quelle attività che hanno a che fare con il concetto del prodotto che è, o che potrebbe essere, nella mente dei consumatori. Ad esempio la conoscenza del prodotto, la soddisfazione legata ad esso, e anche il desiderio di acquistarlo.

Si tratta di aspetti fondamentali, senza i quali i consumatori non sarebbero neanche a conoscenza del prodotto stesso e non potrebbero neanche acquistarlo. Probabilmente non ne avrebbero neanche voglia.

Allora, così come è inutile volere la botte piena e la moglie ubriaca, nessun prodotto si vende senza le spese e le attività associate alla promozione. Perciò si deve assegnare qualche risorsa anche a fini pubblicitari ad esempio. La pubblicità, come si dice, è l’anima del commercio.

Il problema qual è?
Il problema è che facendo la promozione del prodotto l’ufficio marketing spende denaro dell’azienda per attività che, come si è detto, sono indispensabili, ma i risultati in termini di vendite e profitti sono poco misurabili, a differenza dell’ufficio vendite.

Cosa fare ad esempio se il prodotto non si riesce a vendere come previsto neanche dopo che il budget è stato speso?
Si legge, tra le righe, che l’ufficio vendite dà la colpa a quello di marketing per aver speso soldi inutilmente. E per cavarsi d’impaccio l’ufficio marketing accusa di contro quello delle vendite per non avergli dato abbastanza soldi per condurre la campagna promozionale nella stessa misura in cui lo fanno i concorrenti.

Qualsiasi sia il risultato delle vendite, secondo la mia personale opinione, non è accettabile andare così facilmente alla resa dei conti coi colleghi, soprattutto se non si è pienamente consapevoli del risultato del proprio lavoro.
A nessuno dovrebbe essere permesso, in un’azienda che si rispetti, neanche di alzare i tacchi durante un incontro per evitare una discussione sensibile. Cosa che avviene puntualmente.

Se c’è stato un disguido che ha fatto degenerare una discussione, si dovrebbe chiamare in causa qualcuno che di mestiere, tra l’altro esattamente questo: dirimere le discussioni, un altro mestiere quest’ultimo, fondamentale a mio avviso e dalle risultanze poco misurabili con gli strumenti classici.

Qualcuno che dia un colpo al cerchio e uno alla botte insomma e faccia andare avanti la baracca prima che si vada ai ferri corti. Questo delicato ruolo può essere interpretato anche da una figura come il direttore generale ad esempio, oppure da una seconda figura specializzata, che con abilità possa riuscire a far capire bene l’antifona a tutti riguardo ai rischi legati alle controversie, aiutando le parti a scendere a compromessi.

Nonostante una certa divergenza d’idee, assolutamente normale in un luogo di lavoro, per tutti sarebbe bello metterci una pezza prima che sia troppo tardi.
In questo modo gli impiegati litigiosi non avranno scuse e, al bisogno, dovranno ritirarsi di buon ordine.

Cosi, l’ufficio vendite e l’ufficio marketing, spesso con un aiuto esterno possono rimediare a un incomodo, accontentandosi entrambi.

E’ molto probabile che anche voi abbiate vissuto personalmente un caso simile a quello descritto oggi.
Spero che nel vostro caso non si tratti di scontri all’arma bianca perché come saprete ne uccide più la lingua che la spada.
E come dice un altro proverbio italiano: “è meglio un magro accordo che una grassa sentenza”.

Un saluto a tutti!

Giovanni: Bene Daria, grazie, un ottimo argomento quello trattato da te oggi. Hai utilizzato anche alcune espressioni in più che ho evidenziato con il colore rosso sul testo.

Non vi scoraggiate – parlo ai visitatori di Italiano Semplicemente – se trovate queste espressioni un po’ complicate; Daria parla già molto bene ed in questo modo sta aumentando le proprie competenze in ambito professionale.

Per chi è interessato alla lezione n. 14 del corso, per capire quindi come e quando poter usare queste espressioni come ha ben fatto Daria oggi ed anche per partecipare a tutte le altre attività dell’associazione si può chiedere di aderire e diventare membro. Vi aspettiamo.

Un saluto anche da parte mia.

L’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile

Audio

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno dall’Italia e precisamente da Roma, io sono Giovanni e voi state ascoltando un episodio di italiano semplicemente, dove si può imparare la lingua italiana con divertimento e possibilmente senza studiare la grammatica. Sapete cosa pensavo? Adesso che in Brasile si sono svolte le elezioni, cosa cambia per l’Italia?

C’è qualcosa di interessante che riguarda gli italiani? Fortunatamente con noi c’è il nostro inviato speciale, che in realtà non è stato affatto inviato perché abita da sempre in Brasile. È solamente speciale quindi il nostro corrispondente in Brasile André Arena, che oggi ha qualcosa da dirci e da dirvi. Ce lo dirà nella sua speciale rubrica che si chiama “quasi 100 secondi con Arena”. Cosa si dice in Brasile André.

André: Ancora buongiorno, stavolta da André Arena, corrispondente dal Brasile di italiano semplicemente. Grazie Giovanni della presentazione.
Passata l’euforia per la vittoria, il nuovo presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha già cominciato a pensare all’articolazione della nuovissima squadra di governo che si appresta a guidare.

Alcuni ministri sono ormai praticamente nominati, come ad esempio l’ex cosmonauta Marcos Ponte, che sarà il nuovo Ministro della scienza e tecnologia. Allora, fra tantissimi argomenti importanti ce n’è uno che sicuramente richiamerà l’attenzione di tutti i cittadini italiani. Parlo di una promessa che Bolsonaro aveva fatto molto tempo prima di essere eletto come capo del governo, vale a dire che darà il via all’estradizione del terrrorista italiano Cesare Battisti, per la quale addirittura il ministro degli interni italiano Matteo Salvini, tramite twitter, si era già mosso in anticipo confidando in Bolsonaro.
Si tratta conunque di una decisione difficile: Bolsonaro affrontarà direttamente la decisione presa dalla corte suprema brasiliana, che l’anno scorso aveva negato la richiesta arrivata dal governo italiano.
Bolsonaro, almeno per ora, gode della fiducia della popolazione che l’ha appena eletto, ma c’è un altro problema: Battisti è sposato con una brasiliana ed ha anche un figlio dato da questo rapporto. Secondo i suoi avvocati, il ragazzino dipende “economicamente e affettivamente” da lui e questo fatto potrebbe seriamente compromettere le speranze italiane sulla sua espulsione.
Aspettiamo la soluzione di questo intricata questione che si tascina ormai da anni. Chi vivrà vedrà. Intanto, ammesso e non concesso che la situazione cambi, Battisti non si trova più… Guarda caso! Ne vedremo delle belle”.

Giovanni: grazie andrè, devo dire che il tuo gradevole accento brasiliano rende più piacevole la conversazione. Andrè ha utilizzato anche alcune espressioni che abbiamo già spiegato nelle pagine di italiano semplicemente, parlo di “guarda caso”, “ne vedremo delle belle”, “chi vivrà vedrà” e “ammesso e non concesso”. I più curiosi possono ascoltare le spiegazioni più interessanti.

André ha anche utilizzato parole particolari in questo episodio. Ad esempio ha detto che Bolsonaro sta pensando “all’articolazione della nuovissima squadra di governo che si appresta a guidare”.

L’articolazione di una squadra di governo è la composizione dei ministri. Si fa riferimento alla disposizione delle varie parti che comporranno il governo, dove le parti sono i ministri.

Il governo che si appresta a guidare: quando una persona si appresta a fare qualcosa allora sta per iniziare, è in procinto di iniziare, è proprio sul punto di cominciare. Apprestarsi è un verbo riflessivo. Significa quindi prepararsi, accingersi. Apprestarsi significa anche sbrigarsi, fare velocemente. “dai, apprestati che è tardi”, in poche parole “fai presto”, apprestati!

Infine l’estradizione è la consegna, da parte di uno stato a un altro stato (derivante da un preciso accordo internazionale), l’espulsione di un individuo, come Battisti, che si trovi nel territorio di un paese e contro il quale sia stata intentata nel secondo un’azione penale o pronunciata una condanna.

La parola estradizione contiene la parola strada, quindi Battisti potrebbe essere messo sulla strada che porta verso l’Italia. Sempre che lo trovino…

Ciao a tutti.

Parliamo di Fiducia e Diffidenza

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ernest

Trascrizione

Giovanni: Ciao ragazzi, io sono Giovanni, e oggi ci occupiamo di Italiano Professionale, con un nuovo episodio della nostra Daria dalla Russia.

Abbiamo iniziato con Andrè, che si è definito il corrispondente di Italiano Semplicemente dal Brasile. In un recente episodio Andrè ci ha parlato delle elezioni nel suo paese, elezioni che hanno portato il candidato Bolsonaro alla vittoria, anche Daria ora (anche lei come Andrè è un membro dell’associazione), rivendica il suo ruolo di “Corrispondente”, ovviamente dalla Russia, la sua terra.

Si sta delineando quindi una nuova “figura”, che stanno assumendo i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

E’ una bella novità che mi piace molto questa del corrispondente estero. In questo modo sicuramente si impara di più, le frasi, le espressioni, i modi di dire si memorizzano più facilmente e in questo episodio Daria si esercita con alcune espressioni imparate nella lezione n. 13 del corso di Italiano Professionale, dedicata alla fiducia e alla diffidenza, un argomento abbastanza delicato e comune a tutte le professioni.

A te la parola Daria.

Daria: Buongiorno a tutti da Daria, corrispondente dalla Russia di italiano semplicemente.

Mentre ascoltavo la lezione numero 13 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE mi è venuta in mente un’idea.

La lezione è dedicata alla fiducia ed alla diffidenza e quando parliamo di questo argomento nei confronti delle persone nuove in un’azienda, le raccomandazioni o le referenze possono valere diversamente.

Mi spiego meglio. Una ditta relativamente piccola, locale, in genere considera l’assunzione di manodopera ad esempio, una questione innanzitutto di fiducia e soltanto subito dopo di professionalità della persona. Non di rado un nuovo lavoratore si cerca tra le persone referenziate, oppure tra i conoscenti perché Il successo di tutta la ditta dipende da ogni lavoratore. Ogni volta si devono valutare tutti i pro e i contro. Visto che ci deve essere sempre con la persona nuova un’unione di intenti (nota: espressione spiegata nella lezione n. 12 del corso), talvolta sarebbe preferibile non rischiare e provare ad eseguire il lavoro da solo; come si dice in questi casi: chi fa da sé fa per tre.

Per quanto riguarda le grandi aziende, secondo me, il proverbio italiano “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” descrive bene il concetto delle referenze. Qui nessuno può essere al di sopra di ogni sospetto. Così come l’abito non fa il monaco, le referenze non danno garanzia che si possa contare ciecamente su di un nuovo arrivato.

Tra l’altro quasi tutti i lavoratori hanno buone o ottime referenze da loro precedenti posti di lavoro. Quindi non ci sono reali certezze che effettivamente si tratti di persone che siano degne della nostra fiducia. Vanno messi alla prova dei fatti.

Lavorando insieme coi nuovi assunti i primi tempi gli altri lavoratori mantengono relativamente le distanze, cioè si comportano in modo amichevole ma piuttosto formale. Non si tratta di diffidenza, ma si sa che spesso l’apparenza inganna e non viene spontaneo dare troppa confidenza da subito, solamente perché qualcuno lavora fianco a fianco a te. Sarà sicuramente capitato anche a voi.

Con il passar del tempo si può invece acquistare la fiducia dei nuovi colleghi.

Ho una certa esperienza personale nel dare referenze alle persone conosciute al lavoro che hanno guadagnato il mio credito in un’azienda e poi hanno iniziato a lavorare in un’altra.

Guardandomi indietro direi che non sempre le persone che si sono ben comportate in un’azienda saranno così efficaci in un’altra, e viceversa, ed il fatto che le persone facciano valere il proprio talento distintamente nei vari ambiti ha seminato in me il dubbio se le referenze possano risultare veramente utili.

Non so come funzioni in Italia e quanto la cultura possa influire su questo.
A voi è mai capitato di fornire le proprie referenze a qualcuno, che ne pensate?

Un saluto dalla vostra Daria, corrispondente di italiano semplicemente dalla Russia.

Giovanni: bene, grazie Daria perché hai fatto un ottimo lavoro. Hai anche usato espressioni delle lezioni precedenti del corso e devo dire che è molto interessante quello di cui hai parlato.

Tutti possono ascoltare la prima parte della lezione n.13 se vogliono, metto un collegamento nella trascrizione di questo episodio, per tutta la lezione, come per l’intero corso di Italiano Professionale, vi aspetto nella nostra associazione.

Un saluto fiducioso da Giovanni.

New York. Ripassiamo le particelle

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Io sono Giovanni, ed oggi facciamo un episodio speciale, dedicato alla città di New York. Un episodio per ringraziare i donatori newyorkesi di Italiano Semplicemente.

Oggi facciamo quindi un bell’esercizio di pronuncia ed insieme un ripasso di alcune frasi che contengono delle paroline difficili per gli stranieri, sia per la pronuncia, sia per le particelle che useremo.

E’ quindi questa un’occasione anche per fare un po’ di pronuncia e in questo modo aiutare voi stranieri con alcune parole a volte difficili da usare.

Gli esempi e le frasi che vedremo riguardano quindi la città di New York, quindi questa diventa anche un’opportunità per condividere informazioni interessanti su questa città.

Facciamo che io vi pongo delle domande (una specie di gioco), poi vi suggerisco in che modo dare la risposta e voi provare a rispondermi. Pronti?

Prima domanda:

Vogliamo provare a fare questo esercizio? Rispondi utilizzando la particella “CI”

Risposta:

Ok, ci possiamo provare, oppure, ok, proviamoci.

Seconda domanda:

Sapete sicuramente che New York è soprannominata la grande mela, allora la mia seconda domanda è:

Conosci un soprannome di New York? Nella risposta provate ad usare la particella “NE”

Risposta:

Sì, ne conosco uno: la grande mela.

Ovviamente ne serve a sostituire la parola soprannome.

Terza domanda:

Per le strade di New York possiamo mangiarci un gustoso hot dog? Allora rispondete alla domanda utilizzando la particella “CE”, e volendo insieme anche la particella “NE”. Ok? Nella stessa risposta utilizzate sia ne che ce.

Risposta:

Sì, ce ne possiamo mangiare quanti ne vogliamo di Hot dog per le strade di New York.

Quarta domanda. Per rispondere a questa domanda utilizzare “SE” e “NE” nella stessa risposta. Se e ne nella versione senza accento. Sapete che a NY esiste una zona, un quartiere chiamato “Little Italy”, un famosissimo sobborgo newyorkese che è a maggioranza italiana. Ci sono molti italiani a Little Italy.

La domanda è la seguente:

Gli italiani di New York si sono accorti che esiste Little Italy a Manhattan? Usate se e ne.

Risposta:

Certo, tutti gli italiani se ne sono accorti!

Il se indica gli italiani mentre il ne sostituisce la cosa di cui si sono accorti gli italiani.

Quinta domanda. Sapete che nell’isola di Manhattan c’è uno schema di strade particolare, strade che la percorrono in senso verticale e orizzontale, tutte intersecate tra loro. Io non riuscirei ad orientarmi facilmente. Ne sono sicuro.

Ecco dunque la domanda n. 5:

C’è bisogno della mappa per orientarsi tra le vie di Manhattan?

Per rispondere utilizzate “ce” e anche “n’è” (n + apostrofo + è-verbo essere)

Risposta:

Sì, per Giovanni sicuramente ce n’è bisogno

Questa ovviamente è una delle tante risposte possibili.

Forse anche per altre persone con poco senso dell’orientamento ce n’è bisogno, non solo per Giovanni. N’è sta per “ne è”. Metto l’apostrofo che sostituisce la e.

Sesta domanda. Sapete che a New York l’11 settembre del 2001 sono cadute le torri gemelle a causa di uno dei maggiori attacchi terroristici degli ultimi anni. Nonostante tutto però New York non possiamo definirla una città pericolosa. Tutt’altro direi. Allora proviamo a rispondere alla domanda usando una espressione nuova: “in sé per sé”.

Domanda: il fatto che New York sia stata vittima di uno dei più grandi attacchi terroristici degli ultimi anni cosa implica?

Risposta:

In sé per sé questo non implica che sia una città pericolosa.

Quindi l’attentato del 2001, da solo, da sé, o in sé per sé, non comporta, non implica che NY sia pericolosa.

Infatti, rispetto a molte altre metropoli, la Grande Mela può rivendicare il titolo di città più sicura in rapporto al numero di abitanti. Infatti New York City ha il tasso di criminalità più basso delle 25 più grandi città degli Stati Uniti.

Settima e Ottava domanda. Per rispondere usiamo la particella “CE” e il pronome ”LA” nella stessa frase. Attenzione: “LA” non come articolo ma come pronome.

Allora: C’è un film dal titolo “qualcosa è cambiato”: questo è il titolo in lingua italiana, mentre il titolo inglese è “As Good as It Gets”. In questo film c’è una famosa frase che riguarda New York:

Qui siamo a New York: se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque.

Ok allora la domanda n. 7 è: Dove ce la puoi fare se ce la fai qui?

Risposta:

Ce la puoi fare ovunque.

Cioè in ogni luogo, in ogni posto al mondo: se ce la puoi fare qui, cioè qui a News York, allora puoi riuscirci in tutti gli altri posti al mondo, cioè ovunque. Evidentemente New York è una città in cui non è molto semplice riuscire a farcela, cioè riuscire ad affermarsi, ad avere successo, o semplicemente a sopravvivere. “ce la fai” vuol dire appunto “ci riesci”, “riesci a farcela”, riesci a cavartela eccetera. .

Ottava domanda: Dove è più difficile farcela? (facciamo un confronto tra New York ed altrove usando la parola farcela.

Risposta: farcela è più difficile a New York che altrove.

A proposito di altrove. C’è una celebre frase che dice: “Un vero newyorkese crede che coloro che vivono altrove stiano, in qualche modo, scherzando”. Ho trovato molto divertente questa frase, che probabilmente allude al fatto che i newyorkesi si sentano al centro del mondo, magari anche più importanti degli altri o semplicemente che a New York c’è tutto ciò che serve per vivere ed essere felici.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione: parliamo di New York, di pizza e di pronuncia (chi non conosce la pizza!). Pizza si pronuncia con la z doppia e anche sorda (come cozze, mazzo, pazzo, palazzo ma non come “organizzare” e “ipotizzare” ad esempio che hanno la doppia zeta sonora).

Ebbene la prima pizzeria degli Stati Uniti è stata aperta a New York nel 1895 da un napoletano di nome Gennaro, nome tipicamente napoletano.

Attenti alla pronuncia delle doppie zeta.

Ripetete dopo di me:

Ipotizziamo (zeta sonora) di mangiare la pizza a New York (zeta sorda).

e organizziamo (zeta sonora) una cena per toglierci uno sfizio. (zeta sorda)

In quale pizzeria andare? (zeta sorda)

C’è solo l’imbarazzo della scelta! (zeta sorda)

Possiamo mangiare anche pizza a buon prezzo! (zeta sorda)

Analizziamo con cura il locale in cui andare (zeta sonora)

Ci sono locali con terrazze panoramiche (zeta sorda)

Gli italiani a New York hanno una lista di pizzerie (zeta sorda) personalizzata (zeta sonora)

Nella speranza (zeta sorda) che questo esercizio vi sia piaciuto, vi mando un saluto affettuoso da Roma. Scommetto che vi è venuta voglia di pizza! E grazie ancora ai donatori di tutto il mondo.

Ciao

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Problemi al lavoro

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Descrizione

Ascoltiamo un breve discorso di Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che prova ad utilizzare le espressioni contenute in una lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE (la lezione n. 9) dedicata ai problemi ed ai fallimenti.

    Tascrizione

    Si dice che un dirigente esperto sappia gestire i suoi dipendenti cosi che le cose vadano liscio senza prendere ecesaariamente parte al loro lavoro.
    Quando gli obiettivi sono chiari, non si brancola nei buio ma si rimuovono gli ostacoli e si continuano a svolgere le funzioni.
    A tale fine è sicuramente anche necessario la capacità di fissare termini stabiliti perche’ la tentazione di battere la fiacca è forte talvolta. Piu’ dettagliato è il programma del lavoro, meno alta è la possibilita’ di un suo fallimento a causa di colleghi che, anziché quagliare, fanno continuamente buchi nell’acqua. Esistono poi persone che mettono i bastoni tra le ruote e cosi facendo creano dei problemi per sé stessi e per gli altri.
    Io personalmente sono un’allarmista, cioè preferisco preoccuparmi in anticipo dei possibili e potenziali problemi. Errare è umano, ma io non vorrei ripetere gli errori: sarebbe diabolico perseverare nell’errore
    So di non essere stress-resistente e quando un problema mi arriva tra capo e collo, mi innervosisco e brancolo nel buio invece di concentrarmi e risolverlo mantenendo il sangue freddo.
    Come tutti non mi piace fungere da capro espiatorio e neanche contare esclusivamente su qualcuno come se fosse sempre l’ancora di salvezza.
    Essere allarmista non significa comunque che io me le vada a cercare col lanternino. Nel caso in cui si possa portare a termine un compito un po’ prima del previsto, credo sarebbe meglio, per risparmiare tempo, la risorsa più preziosa nel mondo del lavoro.

    Come come errare è umano, anche avere tempo in aggiunta è sempre un vantaggio.
    Non capisco le persone che mandano per le lunghe i loro compiti e poi cercano qualsiasi soluzione che risulti appena sufficiente.
    E voi che tipo di persona siete?

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    Il mate (ripassiamo 30 espressioni idiomatiche)

    Audio

    Trascrizioni

    Giovanni: Buon giorno ragazzi.

    Nell’episodio di oggi ripassiamo qualche espressione italiana e lo facciamo parlando del MATE, una tipica bevanda argentina. È molto diffusa anche in Paraguay, in Uruguay e in Brasile.

    mate_immagine

    Questo episodio è un modo per ringraziare tutte le persone argentine che hanno fatto una donazione a favore di italiano semplicemente. Non sarò solo oggi a parlare. Ho una sorpresa per voi. Mi farà compagnia un argentino, un vero argentino, Javier. Lui meglio di me potrà pronunciare le parole più tecniche.

    Di tanto in tanto io e Javier in questa puntata di italiano semplicemente utilizzeremo una espressione tipica italiana (lo faremo 30 volte) e inserirò ogni volta un collegamento ipertestuale (cioè un link) nell’articolo per chi abbia voglia di leggere o ascoltare la spiegazione delle singole espressioni.

    Inoltre vedremo alcuni termini e verbi molto particolari.

    E lo faremo finché non sarete stanchi, finché non starete alla frutta. Questa è la prima delle trenta espressioni che ripassiamo oggi. Le riconoscete per via del link nella trascrizione.

    Il mate dunque è una tradizionale bevanda argentina. Si tratta di un infuso. Un infuso è appunto una bevanda, e significa versato sopra, versato dentro o immerso in un liquido. Anche il tè e la camomilla sono due infusi ed esempio, i più diffusi in Italia.

    Il mate fa parte quindi della tradizione argentina. Ma perché si chiama così?

    Curioso che la più diffusa tradizionale bevanda argentina abbia un nome che in spagnolo significhi compagno. Forse perché il rituale del mate crea il clima perfetto per lunghe conversazioni e anche se soli questo è un buon compagno per le persone che vogliono semplicemente pensare o ingannare semplicemente il tempo.

    Se devi stare a casa da solo tanto vale stare bene. Ho saputo che in America del sud le persone sono mediamente più felici che altrove nel mondo. Forse è merito anche del MATE.

    Vediamo un po’ la preparazione: È una bevanda che si fa con le foglie secche e sminuzzate della pianta Yerba Mate, un arbusto.

    Sminuzzare significa tagliare in pezzi molto piccoli, in pezzi minuti, cioè piccoli. Si comincia a tagliare e a furia di tagliare le foglie alla fine diventano quasi una polvere. Ho detto pezzi minuti. Questo aggettivo è particolare perché si usa anche per le persone, quando si descrive una persona minuta, cioè piccola, ma non bassa, piuttosto dalla piccola corporatura. Ma le cose che possono essere sminuzzate sono normalmente le erbe e le cose che si usano in cucina.

    Allora come si prepara questa bevanda? Per prima cosa si raccolgono le foglie della pianta che poi vengono fatte essiccare per molte ore. In questo modo diventando foglie secche.

    Essiccare significa proprio far diventare secche e il fenomeno si chiama essiccazione.

    Poi le foglie secche vengono spezzettate in modo tale che possano essere utilizzate facilmente per preparare l’infuso.

    Infine queste foglie, sminuzzate cioè spezzettate, si sottopongono ad una lieve torrefazione che le rende maggiormente aromatiche.

    La torrefazione, anche detta tostatura è un processo di arrostimento, che sottopone qualcosa, come delle foglie, ad elevata temperatura, in maniera tale da disidratarle, cioè togliere l’acqua. Potremmo dire asciugare le foglie fino all’essiccatura.

    La torrefazione è un processo utilizzato anche per la preparazione del tabacco (in quei caso si fa per diminuirne il contenuto di nicotina).

    Preparare la yerba mate nella gran parte delle case argentine è un vero e proprio rito, un po’ come da noi in Italia preparare il caffè. Un momento di piacere da trascorrere in compagnia. Cosa meglio del MATE come compagno? Il nome parla da solo in effetti.

    Javier: La Yerba si usa, cioè si beve in due modi diversi. Possiamo quindi optare per due diverse possibilità di preparazione:

    1) Mettere le foglie secche (1 cucchiaio per ogni tazza) in un contenitore e lasciare le foglie secche in infusione per alcuni minuti in acqua bollente. Lasciare in infusione significa lasciare immerse nell’acqua, in modo che l’acqua si impregni del sapore delle foglie. Poi si deve fíltrare (lo stesso procedimento che si usa per fare il tè). Si usa ovviamente un filtro. E questo è il modo di preparare il “Mate Cocido”.

    2) La yerba mate si mette in un apposito contenitore chiamato “mate”, come la bevanda. C’è una cannuccia apposita chiamata bombilla dalla quale sorseggiare con calma la bevanda calda senza necessità prima di filtrarla. Sorseggiare significa bere un sorso alla volta, e sorseggiare si usa per indicare il piacere che si prova quando si assapora qualcosa. Infatti quando non si vuole sentire il sapore di una bevanda perché ad esempio non ci piace allora o non la beviamo, oppure la beviamo molto velocemente, senza sorseggiarla, senza assaporarla quindi.

    Questa seconda modalità di preparazione é la forma piu utilizzata ed é il mate propriamente detto.

    La Yerba mate ha un sapore amaro e un odore molto caratteristico. Il suo gusto è accostabile a un piatto dolce, tanto quanto ad uno salato.

    Il suo gusto è accostabile, cioè si accosta bene, si sposa bene sia con piatti dolci che salati.

    Giovanni: Evidentemente non c’è quindi un piatto ideale, un piatto per cui possiamo dire che è la morte sua, che si sposa cioè perfettamente con il mate.
    Si dice che questa bevanda abbia enormi benefici energetici e stimolanti. Javier che ne pensi? Cosa serve per fare la Yerba Mate?

    Javier: Per la preparazione del mate bisogna avere a disposizione:
    • un mate, come abbiamo detto prima, ovvero un apposito recipiente realizzato con una zucca, oppure può essere di metallo, di ceramica o di legno, ed il mate viene usato sia per preparare l’infuso, sia per berlo. Quando si compra un mate nuovo è necessario che venga “curato“, o “trattato” prima di essere utilizzato onde evitare odori indesiderati della bevanda.

    Per curare il mate bisogna riempirlo di erba, versarvi acqua calda e lasciarlo in infusione per una intera giornata. Il giorno successivo si svuota il mate e si ripete il procedimento; la stessa cosa va fatta molti giorni, meglio se per una settimana di fila. In questo modo il mate si impregna del sapore dell’erba ed elimina sapori estranei.

    Il mate si impregna cioè assorbe il sapore dell’erba e quindi prende il suo sapore.

    • un altro elemento necessario è poi la “bombilla”, cioè si è detto una specie di cannuccia di metallo che da un lato ha l’imboccatura, (dal lato che va in bocca) e dal lato opposto c’è un filtro per impedire alle foglie di erba mate di entrare nella cannuccia stessa.

    Il filtro può essere costituito semplicemente da una chiusura bucherellata, cioè piena di buchi, di piccoli buchi. Notate che una cosa bucata ha un solo buco, ragion per cui se una cosa ha invece molti piccoli buchi si dice che è bucherellata e non bucata.

    • ovviamente abbiamo bisogno dell’yerba mate può essere preparata “con palo” (con il picciolo) o “sin palo” (senza picciolo). Il picciolo è la parte della pianta che unisce la foglia alla pianta stessa. Esiste anche il picciolo della mela, della pera, delle ciliegie e in generale per la frutta. Ma evidentemente possiamo parlare anche del picciolo per le foglie.

    Ebbene, l’erba con palo ha un sapore più deciso e più amaro; l’erba sin palo ha un sapore invece più morbido. Evidentemente questo picciolo ha un sapore amaro.

    • serve anche un recipiente dove scaldare l’acqua, cioé quella che in Argentina ai chiama la “Pava”. (In Italia useremmo una banale pentola).

    •poi si usa anche un contenitore termico, per mantenere calda l’infuso per tutta la durata della mateada (cioè la bevuta del mate).

    Una curiosità, esiste il verbo “Cevar”. “Cevar Mate

    Cebar mate è l’espressione tipica che significa “preparare il mate e servirlo”; si tratta di un vero e proprio rito, una tradizione ed è una procedura guidata dal cebador.
    Dopo essere stato riempito d’erba, il mate viene tappato con la mano. Si mette la mano sopra quindi e poi viene agitato il mate e capovolto, a testa in giù. In questo modo sul palmo della mano con cui viene tappato si deposita della polvere che va eliminata. Questa è una cosa molto interessante.

    Poi vi viene versata sopra l’acqua calda, ma attenzione perché l’acqua non deve mai bollire. L’acqua va versata poi sempre nello stesso punto, in modo da inumidire solo una parte delle foglie di mate e lasciarne asciutta un’altra parte.

    Nel punto in cui si è versata l’acqua si inserisce la bombilla, che non andrà mai spostata in seguito.

    Giovanni: Bene, un procedimento non troppo facile mi sembra. Io mi incasinerei facilmente. E comunque meglio spiegare tutte le istruzioni attentamente, non sia mai alcuni argentini si lamentino per come abbiamo spiegato la preparazione. Cercherò di farlo senza meno.  Con l’aiuto di Javier.

    Javier: Il cebador comunque beve per primo il mate, aspirando l’infuso con la bombilla fino ad esaurirlo e provocare anche il tipico rumore che fa una cannuccia quando finisce il liquido aspirato.

    Giovanni: Evidentemente questo non è giudicato come sbagliato, non rappresenta una cosa che non si fa perché è maleducazione. In Italia infatti sin da piccoli ci insegnano che fare rumore succhiando con la cannuccia è una cosa che non va fatta perché è indice di maleducazione. Ma del resto ogni paese ha la sua cultura, bisogna prenderne atto senza giudicare.

    Javier: A questo punto, una volta che il cebador ha bevuto si aggiunge altra acqua e il cebador passa il mate a chi è seduto alla sua sinistra che lo beve a sua volta fino in fondo e lo restuisce al cebador, che aggiunge altra acqua e lo passa al secondo invitato, poi al terzo, e cosí via.
    Si continua così facendo circolare il mate anche per ore.

    Le foglie inizialmente lasciate asciutte sono una specie di riserva: quando le prime foglie sono ormai esaurite, si bagnano le seconde per continuare la mateada e il cebador potrà anche spostare la bombilla nel nuovo punto di infusione. Alla fine la yerba mate sarà interamente sfruttata: si tratta ormai di mate lavado (“cioè di mate lavato, slavato”).

    Giovanni: ma il mate è amaro o dolce Javier?

    Javier: Il mate si puo bere sia amaro che dolce, aggiungendo ovviamente zucchero all’acqua o direttamente nel recipiente.

    Giovanni: ah ottimo!

    Grazie Javier di aver soddisfatto questa mia curiosità. Javier è un membro dell’associazione italiano semplicemente e solo grazie a lui è stato possibile realizzare questa puntata speciale. Avete sentito che Javier parla molto bene l’italiano.

    Adesso però la mia curiosità è aumentata e dovrò chiedere assolutamente a qualche argentino di farmi assaggiare questo mate. Lo farò non appena me ne capiterà uno a tiro. Javier se n’è già andato purtroppo!

    Tra l’altro mi é venuto un desiderio esagerato anche di prepararlo oltre che di assaggiarlo!

    Ci proverò a cercare qualcuno che me lo faccia assaggiare, almeno. Tentar non nuoce. Male che va proverò a prepararlo da solo acquistando il mate personalmente sperando che il prodotto finale non lasci a desiderare. Al che io diventerò molto triste, in questo caso, e la qualità degli episodi di italiano semplicemente peggiorerà di conseguenza, con buona pace dei visitatori stranieri che vogliono imparare l’italiano. Ed allora, a quel punto, qualcuno forse mi regalerà il mate di migliore qualità. Speriamo!

    Forse qualcuno mi dirà che ci vuole una certa faccia di bronzo per chiedere dei regali, ma questo era l’unico modo di usare questa espressione. Comunque stavo scherzando, infatti credo che assaggerò il mate quando andrò in Argentina un giorno: Vuoi mettere? Sarà tutta un’altra emozione.

    Bene, siamo al capolinea di questo episodio. Spero vi sia risultato utile.

    Almeno ora, voi come me, conoscete vita, morte e miracoli del MATE.

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    Male che vada – male che va

    Trascrizione

    Ciao ragazzi benvenuti su italianosemplicemente.com. Io sono Giovanni, il vostro professore di italiano, ma sono un professore speciale, non come gli altri perché non arriva mai il giorno dell’interrogazione :-=)

    Da quando è iniziata l’avventura di italiano semplicemente, nel 2015, molte persone che ringrazio di cuore, dedicano il loro prezioso tempo ad ascoltare italiano semplicemente ed io non li ho mai interrogati. Scherzi a parte, l’espressione di oggi è “male che vada“. Tre parole: male, che, vada.

    Anche questa come tante altre espressioni che abbiamo già visto è molto utilizzata in famiglia e tra amici. Potete usarla comunque anche tra colleghi ed al lavoro in generale, non c’è nulla di male. Non si usa allo scritto però. Per questo motivo difficile trovare uno straniero che conosca il significato di “male che vada“. Ad ogni modo questa frase molto spesso, nel linguaggio informale diventa “male che va“. Vada è il congiuntivo presente del verbo andare. Potete dire in entrambi i modi comunque, ma è più corretto dire “male che vada” poiché si riferisce al futuro.

    Spieghiamo però la frase “male che va“, che è più informale. Iniziando dalle singole parole.

    Male è il contrario di bene. È una parola che si usa in molti contesti diversi,

    Come stai?

    Male!

    Non è una risposta molto comune ma potrebbe accadere di chiedere ad un amico “come stai” e lui risponda: male.

    Nel caso le cose non vadano molto bene è comunque più comune incontrare risposte tipo :

    Non molto bene!

    Potrebbe andar meglio!

    Insomma!

    Ad ogni modo questo è uno dei modi di usare la parola male.

    “Il male” invece, è anche l’opposto di “il bene” quindi possiamo dire che :

    Il fascismo è il male assoluto

    Il bene vince sempre sul male

    Poi si usa spesso anche quando si descrivono dei comportamenti o si dà una valutazione o un giudizio su cose e persone:

    Non c’è niente di male nel bere un bicchiere di vino.

    Si è comportato molto male con me.

    Invece in questo caso la parola “male” fa parte di una espressione, una locuzione che ha un significato preciso se letta tutta assieme.

    “Male che va” contiene il verbo andare: va.

    Se mi chiedi: come va? Come vanno le cose? Come andiamo? Io potrei rispondere: va male!

    Invece l’espressione “male che va” non significa che c’è qualcosa che va male, ma che c’è qualcosa che potrebbe andare male a seguito di una nostra azione. Non è detto però che la nostra azione avrà conseguenze negative. Non è detto che andrà male. Se però andasse male, se le cose dovessero andar male, questo esprime l’espressione, non va poi così male. Se dovesse andar male infatti abbiamo due scelte.

    Prima possibilità: diciamo cosa succederà. Dobbiamo esprimere la conseguenza di una azione. Questa cosa deve essere la peggiore possibile delle conseguenze, e non essere proprio una brutta cosa, altrimenti non si deve usare questa espressione.

    Esempio:

    Se avete mal di testa provate a bere una camomilla. Male che va avete sprecato una bustina di camomilla.

    Questo significa che in caso di mal di testa ci possono essere diverse possibilità per farlo passare. Tra le varie possibilità si potrebbe provare a bere una camomilla. Non si sa se avrà effetto. Non si sa se il mal di testa passerà? Beh, ad ogni modo se non dovesse funzionare cosa abbiamo perso? Male che va, cioè anche se dovesse andar male, in quel caso potremmo anche provare un altro rimedio. Non avremmo perso nulla. Al massimo avremmo sprecato una bustina di camomilla. Ma questa non è una cosa grave, possiamo quindi provare, non ci costa nulla non è vero? In definitiva provare non costa nulla.

    Secondo esempio:

    Sono un ragazzo timido e mi piace molto una ragazza. Un mio amico mi dice:

    Beh cosa aspetti a farti avanti? Cosa aspetti a dirle che ti piace? Male che va ti dice di no e per te non cambierà nulla.

    Anche in questo caso “male che va” viene utilizzato per proporre una conseguenza di una azione. Se il ragazzo si facesse avanti, se si dichiarasse con la ragazza che le piace, la peggior cosa che potrebbe accadere è che la ragazza dirà: no, non mi piaci.

    Questa possibilità non sarebbe una tragedia. In fondo se non le dirai nulla otterrai lo stesso risultato o sbaglio? A questo punto ti conviene dirle che ti piace, perché male che va, lei ti dirà che non le piaci. Non mi sembra una tragedia.

    Ancora una volta quindi si tratta di una azione che non è sconveniente, perché le cose potrebbero andar bene, molto bene. Ed anche se dovessero andar male non andranno così male. I vantaggi potenziali superano gli svantaggi.

    Seconda possibilità: se le cose dovessero andar male, non solo non sarà molto grave, ma posso anche tentare una alternativa. Anche questo è un modo di usare “male che va”.

    Esempio:

    se avete mal di testa provate a bere una camomilla. Male che va puoi prendere un antidolorifico.

    Quindi anche in questi caso si sta dicendo che potrebbe andar male, e in questo caso possiamo provare una seconda soluzione: prendiamo un antidolorifico.

    Analogamente, se abbiamo sempre lo stesso ragazzo timido di prima:

    Beh cosa aspetti a farti avanti? Cosa aspetti a dirle che ti piace? Male che va potrai provare con un’altra ragazza.

    anche in questo caso si sta dicendo, come prima, che potrebbe andar male, e in questo caso possiamo provare una seconda soluzione: trovare un’altra ragazza. Ancora una volta si usa “male che va” prima di presentare una alternativa.

    Notare bene che in questo secondo caso potete anche utilizzare “al limite“, locuzione che abbiamo già spiegato sulle pagine di italiano semplicemente.

    Questo significa che spesso, nel caso di alternative, potremmo avere il dubbio: usiamo “al limite” oppure “male che va”? Dipende.

    Ad esempio: domani andiamo al mare se non pioverà. Al limite, dovesse piovere, come alternativa porremmo andare a pranzo fuori.

    In questo caso “al limite” significa: come alternativa, come estrema soluzione. In questi casi possiamo tranquillamente usare “male che va”.

    Invece, se siamo nel primo caso “male che va” è più adatto di “al limite” , perché come abbiamo visto male che va in questo primo caso si usa per prospettare la conseguenza peggiore possibile che però non è una cosa grave.

    Prova ad assaggiare il caffè senza zucchero. Male che va lo puoi sputare.

    In questo caso male che va è sicuramente più adatto.

    Potremmo anche usare “al limite” , e potrebbe capitare di ascoltare frasi di questo tipo, ma non si fa normalmente, perché “al limite” nasce per presentare delle alternative.

    In definitiva “male che va” rispetto a “al limite” si può usare sia per presentare un’alternativa (come “al limite”) qualora la prima soluzione non funzionasse, sia per presentare i vantaggi di una azione, di una soluzione, che anche se non funzionasse le conseguenze negative non sarebbero gravi.

    Adesso continuo la mia passeggiata salutare quotidiana. Circa 10 km, non li ho contati ma male che va saranno nove.

    Un saluto a tutti e un grazie per l’ascolto. Grazie anche a tutti i donatori di italiano semplicemente, che ringraziano attraverso una donazione ed io, da qualche tempo a questa parte, ringrazio attraverso un episodio, una puntata speciale dedicata al loro paese. Il prossimo sarà dedicato agli argentini, con una puntata speciale che riguarda una famosa bevanda.

    In quell’occasione ripassiamo ben 29 espressioni idiomatiche, 29 espressioni che vi ho già spiegato e che trovate sul sito ma che non fa mai male ripassare, perché come sapete repetita iuvant.

    Ciao a tutti.

    Ce ne vuole, ce ne passa

    Audio

    E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

    foto_amazon.jpg

    Video

    Trascrizione

    Buongiorno amici, chi vi parla è Giovanni, il presidente dell’Associazione culturale Italiano Semplicemente e creatore del sito italianosemplicemente.com.

    Oggi voglio parlarvi della particella “ce”. Lo abbiamo già fatto in precedenti puntate di Italiano Semplicemente – non me ne vogliate per questo – ma ritengo che sia il caso di fare ancora un episodio vista la difficoltà che voi stranieri avere a riguardo.

    Bene, nei precedenti episodi dedicati alla particella “ce” abbiamo visto che questa particella si accoppia spesso con un’altra particella, che è la particella “ne”.

    Ovunque ci sia “ce” è difficile non trovare anche “ne”. Poi abbiamo visto che ce è diverso da “ci”, un’altra particella fastidiosa.

    Oggi in particolare vediamo la frase: “ce ne vuole” e “ce ne passa”.

    Bene, per capire il significato della frase “ce ne passa”, o “ce ne vuole” devo subito puntualizzare una cosa: stiamo parlando di opinioni. Inoltre parliamo di associazioni, nel senso di associare due cose tra loro, accoppiare, mettere in relazione, parliamo di distanza ed infine parliamo di futuro, cioè di tempo. Parliamo anche di fantasia.

    Spero di non avervi confuso ulteriormente. Mi spiego meglio.

    Parliamo di opinioni, ho detto, perché “ce ne passa” e “ce ne vuole” sono frasi che si usano quando si esprime un’opinione, quando si fa una considerazione, quando si esprime un pensiero.

    Ho parlato di associazioni, perché questo pensiero si riferisce a due cose, due cose che potrebbero essere associabili, potrebbero essere accostate, potrebbero essere messe a confronto, si potrebbe addirittura credere che queste due cose siano una la conseguenza dell’altra.

    Ho parlato di distanza, perché questa relazione tra le due cose che stiamo confrontando, secondo l’opinione di chi parla, è in realtà una relazione da non fare. Non si devono accostare i due concetti, due fatti, due eventi, due questioni. Tra le due cose c’è una certa distanza, non sono due cose da avvicinare, perché sono ancora distanti.

    Ho parlato di tempo e di futuro, perché queste due cose di cui stiamo parlando spesso riguardano il tempo.

    Ecco, adesso sicuramente vi ho disegnato la cornice in cui inquadrare le due espressioni: “ce ne vuole” e “ce ne passa”. Ora che la cornice è fatta adesso vi disegno il quadro.

    Vi faccio subito qualche esempio delle frasi di oggi:

    Ho trovato dei soldi, (ad esempio 100 euro) nelle tasche dei pantaloni di mio figlio. Allora preoccupato di questo vado da mia moglie e dico: guarda cosa ho trovato! Secondo me li ha rubati tutti questi soldi!

    Mia moglie allora potrebbe dire:

    Rubati? E perché? Di qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

    Questa risposta di mia moglie ha un significato preciso: non è vero che li ha rubati, o meglio: abbiamo trovato 100 euro nelle tasche di nostro figlio, questo è un fatto. Ma tu stai dicendo che li ha rubati, che li ha sottratti a qualcuno. Queste due cose non sono associabili secondo me. Secondo me non dobbiamo necessariamente pensare che li abbia rubati. È una associazione che non dobbiamo fare, perché non è l’unica conclusione possibile. Potrebbero essere tante le ragioni:

    – Potrebbe averli guadagnati con un lavoro

    – Potrebbe averli trovati

    – potrebbe averglieli regalati qualcuno

    – Potrebbe aver vinto una scommessa

    – Potrebbero essere il frutto dei suoi risparmi

    Quindi da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa! Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

    Vedete che stiamo cercando di creare una distanza tra le due cose: la prima cosa è la scoperta dei 100 euro trovati nella tasca dei pantaloni e la seconda è considerare ladro nostro figlio.

    Le due cose non sono confrontabili per la madre, ecco perché dice: “da qui” (cioè da questo fatto, se partiamo da questa scoperta, dal trovare 100 euro nei pantaloni) a considerare nostro figlio un ladro ce ne vuole!

    Vedete come ho fatto un confronto: “da – a” e con questo la madre vuole creare una distanza trale due cose, non vuole associare la scoperta con un giudizio negativo su suo figlio.

    “Da – a” si usa spesso con le distanze nello spazio, quando cioè parliamo di distanze tra luoghi: da Roma a Parigi ci sono più di 1000 km. Da casa mia a casa tua la distanza è di 100 metri.

    Lo stesso accade con i concetti da collegare tra loro, o da allontanare tra loro: “da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!”

    “Ce ne passa” o “ce ne vuole” è la parte finale della frase, che sta ad indicare la molta distanza.

    È un’immagine quella che la madre sta cercando di dare al marito.

    Quanti km ci sono tra Parigi e Roma? Ce ne sono molti!

    Potrei dire: Ce ne sono di Km da Parigi a Roma!

    È una esclamazione, che ha il valore di una affermazione. “Ce ne sono di km” vuole dire che “ce ne sono molti”. La parola “molti” non si dice, sia dà per scontata. Ma è come se la dicessimo.

    Allo stesso modo la frase della madre: da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

    In questo caso non mi riferisco alla distanza in km ovviamente. In questo caso mi riferisco alla capacità di deduzione, alla fantasia. La madre vuole dire che ci vuole molta fantasia (ce ne vuole di fantasia!) a pensare che le due cose siano associabili.

    Quelle che seguono sono tutte frasi equivalenti che vi invito a ripetere anche nel tono:

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole di fantasia!

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole di immaginazione!

    L’uso di “vuole” è più intuitivo di “passa”. Si capisce più facilmente che “ci vuole molta fantasia” viene sostituito da “ ce ne vuole di fantasia” oppure di “ce ne vuole” e basta.

    Invece il verbo “passare” è più difficile da capire. Cerco di spiegarvelo.

    Passare fa riferimento ad uno spazio, che è sempre una distanza tra due cose.

    Ad esempio io non riesco a passare con la mia macchina in una strada molto stretta. Questo perché il passaggio è stretto. Non ci passo!

    La distanza tra una parte e l’altra della strada è troppo breve. Non ci passo! Con la mia macchina non ci passo! È troppo stretto!

    Se invece la strada è molto larga, tanto larga che ci passano 10 automobili, potrei dire: certo che ci passo con la mia macchina in quella strada, ce ne passano di macchine in quella strada!

    Ce ne passano di macchine!

    Questo è un modo per dire che ne passano molte di macchine.

    In modo figurato posso usare il verbo passare per indicare una distanza, una grande distanza. Quindi la madre dice:

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!

    Credo che ora sia abbastanza chiaro il concetto!

    Per capire ancora meglio: c’è anche un proverbio italiano che dice: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!

    Questo per indicare che la distanza tra il dire ed il fare è notevole! Una cosa è dire, un’altra cosa è fare. Potrei anche trasformare questo proverbio così:

    Tra il dire e il fare ce ne passa!

    Quindi questo significa che c’è una grande differenza, c’è una grande distanza tra il dire: ci vuole poco a parlare! E il fare, che è molto più faticoso J

    Il verbo passare e volere sono spesso collegati al tempo. All’inizio ho detto che anche il tempo e il futuro è chiamato in causa spesso in questo tipo di frasi: il passaggio del tempo, cioè il trascorrere del tempo. Spesso si dice: ci vuole molto tempo. Il che significa: dovrà passare molto tempo. Quindi volere e passare si usano spesso quando si parla di tempo: ore, secondi, minuti, anni!

    Quindi posso dire ad esempio:

    A mia figlia di 6 anni piacciono molto gli aeroplani. Ce bello! Ma per curiosità: quanto tempo ci vuole per diventare un esperto di ingegneria aerospaziale?

    Potrei rispondere: ce ne vuole di tempo! Ne deve passare di tempo prima di diventare esperto di ingegneria aerospaziale!

    Vedete che qui in realtà ho puntualizzato, ho specificato: ce ne vuole di tempo, ne deve passare di tempo. Aggiungo “di tempo” perché sto puntualizzando, sto specificando che mi sto riferendo al tempo.

    Ma potrei anche dire:

    Ah, ce ne vuole!

    Prima di diventare esperto di ingegneria aerospaziale ce ne vuole!

    In questo caso faccio implicitamente riferimento al tempo, ma mi potrei riferire anche alla fatica, alle cose che possono accadere nel frattempo, ai gusti che cambiano, insomma a tutte le cose che “passano” tra il semplice piacere verso gli aeroplani e il diventare ingegneri aerospaziali.

    Tra il semplice piacere verso gli aeroplani e il diventare ingegneri aerospaziali ce ne passa!

    Bene ragazzi, un ultimo avvertimento: le due particelle “ce” e “ne” non sempre hanno questo significato. L’uso dei verbi passare e volere aiuta a interpretare la frase in questo modo, ma con altri verbi non funziona così. Ad esempio:

    Domanda: dove andate? Risposta: Ce ne andiamo!

    Domanda: ve ne siete accorti? Risposta: sì, ce ne siamo accorti!

    Affermazione: Abbiamo perso l’aereo! Risposta: Ce ne dispiace molto!

    Domanda: Quante speranze vi date? Ce ne diamo molte!

    Domanda: Quanti gelati volete? Risposta: ce ne mangiamo due a testa!

    Domanda: quante arance ci sono in frigo? Risposta: ce ne sono molte!

    Domanda: quanti modi ci sono di usare le due particelle ce e ne? Risposta: ce ne sono molti!

    Spero di essere stato esaustivo amici con la spiegazione di oggi. Certo che ce ne vuole di tempo per imparare una lingua!

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    Chiedendo invece di diventare membri dell’associazione potrete partecipare attivamente a tutte le attività dell’associazione, in particolare accedere a tutte le lezioni del corso di Italiano Professionale e partecipare al gruppo WhatsApp dell’associazione, dove potete discutere del programma settimanale con gli altri membri di tutte le diverse nazionalità. Potrete farlo ascoltando e leggendo cosa gli altri hanno da dire, oppure parlando e scrivendole vostre opinioni sull’argomento del giorno. Ogni giorno si parla di un argomento diverso, ed il programma settimanale è deciso tutti insieme nel gruppo WhatsApp. Per questo motivo ogni settimana metto online il programma settimanale: commentiamo gli episodi il lunedì, parliamo di notizie dal mondo il martedì. Il mercoledì spieghiamo termini e espressioni lavorative, il giovedì è il giorno della pronuncia, il venerdì cultura e territorio, sabato è il giorno della letteratura e della poesia, ed infine la domenica parliamo di tempo libero, canzoni, sport e salute. Potete chiedere la vostra partecipazione alla pagina dell’Associazione: italianosemplicemente.com/chi-siamo

    La quota associativa cambia da paese a paese, in base alle possibilità economiche di ciascun paese.

    Un abbraccio e un grazie a tutti per l’ascolto.

    8 marzo, festa delle donne. Un esercizio di ripetizione e consapevolezza (per soli uomini!)

    Audio

    Audio

    Trascrizione

    Buongiorno amici di ItalianoSemplicemente.com e benvenuti in questo speciale episodio dedicato alle donne.

    mimosa_festa_della_donna

    Oggi è l’8 marzo, il giorno dedicato alle donne. Molte donne amano festeggiarlo, altre no, in ogni caso volevo dedicare un episodio a questo giorno, primo perché lo scorso anno sono stato rimproverato per non averlo fatto, secondo perché in tutto il mondo, ed anche in Italia, ogni giorno ci sono episodi di violenza contro le donne. Il sesso femminile è vittima di quello maschile più di quanto si voglia ammettere e questa forma di aggressione e violenza è molto più diffusa di altre, ad esempio nei confronti degli stranieri o dei bambini o degli anziani o di persone di altre religioni: la violenza contro le donne è ancora una vera piaga da combattere.

    Ed allora voglio rivolgermi a me stesso ed a tutti gli uomini che stanno leggendo e ascoltando questo episodio, facendo un episodio di pura ripetizione. Un esercizio di ripetizione che potrebbe servire a fare un esame di coscienza, a riflettere, oltre che ad esercitare la lingua.

    Questo esperimento di oggi lo facciamo cercando di usare alcune espressioni italiane che sono state spiegate sulle pagine di Italiano Semplicemente, quindi oltre che un esercizio di riflessione e consapevolezza può anche essere un esercizio di ripasso.

    Siete pronti maschi?

    Bene, ripetete dopo di me. Nella trascrizione dell’episodio troverete il collegamento anche alle singole spiegazioni delle espressioni idiomatiche che useremo in queste frasi che vi invito a ripetere.

    Checché se ne dica, senza le donne non varrebbe la pena di vivere;

    Mio malgrado, non posso riuscire, da solo, a fermare la violenza contro le donne

    – Molti uomini fanno vedere i sorci verdi alle proprie mogli

    – Ne abbiamo abbastanza degli uomini violenti

     …

    Mi incazzo quando una donna soffre per colpa di un uomo

    – Scusami, se a volte la mia attenzione verso di te lascia a desiderare

    – Se un mio amico picchiasse la sua donna non gli reggerei mai il gioco

     – Non è mica con la violenza che dimostro la mia forza!

    – La prossima volta che litigheremo, coglierò l’occasione al volo e ti farò un regalo

    Da quando in qua ti faccio un regalo? Da oggi!

    – Poiché mi sento un uomo, anziché offenderti, ti difenderò contro chiunque

    – Anche se sembra tutto perduto, proverò a riconquistarti: o la va o la spacca!

    – Voglio mettere per iscritto che la mia forza dipende dal tuo amore verso di me

    – Anche nei momenti più difficili, per quieto vivere, prometto che manterrò la calma

    Cascasse il mondo, non alzerò mai le mani

    ce ne vuole di pazienza per sopportarmi, vero?

    – Per fare pace, andiamo a cena fuori. Ci stai?

    Adesso vediamo una celebre frase di Bukowski, tanto per non dimenticare anche le parolacce.

    – Il mondo sarebbe un posto di merda senza le donne. La donna è poesia. La donna è amore. La donna è vita. Ringraziale, coglione!

    E concludiamo con una frase di Gandhi, che ci ricorda il significato di abnegazione:

    Per coraggio di abnegazione la donna è sempre superiore all’uomo, così come credo che l’uomo lo sia rispetto alla donna per coraggio nelle azioni brutali

    Una frase un po’ difficile e lunga, quest’ultima, quindi vi invito a ripeterla ancora una volta, anche se vi si arrotolerà un po’ la lingua:

     

    Un saluto a tutti, a tutti i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente ma solamente alle donne! Spero che voi maschietti non vi offendiate! Scherzo ovviamente.

    Qualcosa mi fa pensare che siano più le donne che gli uomini ad aver ascoltato questo episodio.

    Ad ogni modo spero abbiate gradito un episodio di ripetizione come questo.

    Alla prossima.

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    Le meraviglie dell’Italia: la torre di Pisa

    Audio

    Trascrizione

    Buongiorno amici, e benvenuti su Italiano Semplicemente. Oggi ci occupiamo di bellezze d’Italia, ed in particolare della “Torre di Pisa“.

    Ripeti: ed in particolare della “Torre di Pisa“.

    Sono sicuro che si tratta di un argomento che sta a cuore di molti stranieri, che me hanno sicuramente sentito parlare, se già non hanno avuto l’occasione di visitare il bel paese, nome con cui si indica l’Italia.

    Ripeti: il bel paese

    Chiunque venga in Italia viene infatti a visitare Pisa, la città toscana celebre in tutti il mondo per la Torre Pendente.

    immagine_torre_costruzione

    In questo episodio voglio parlarvi un po’ della storia della Torre Pendente, vale a dire del campanile risalente al XII secolo, che oggi è appunto uno dei monumenti italiani più conosciuti e visitato al mondo per via della sua caratteristica inclinazione. Di tanto in tanto mi fermerò e vi invierò a ripetere alcune frasi per non perdere l’abitudine ad esercitare anche la lingua.

    Ripeti: il campanile risale al XII secolo

    Ripeti: esercitare la lingua

    La torre in questione si chiama infatti “Torre Pendente“, o semplicemente “La Torre”. Questo è il nome della Torre di Pisa per i pisani (gli abitanti di Pisa): E’ pendente in quanto la Torre “pende”, e ciò che pende si chiama “pendente”, cioè non è una torre verticale, come dovrebbe essere, ma è inclinata.

    Ripeti: la torre di Pisa pende.

    Ripeti: la torre di Pisa è pentente

    La sua inclinazione è dovuta ad un cedimento del terreno sottostante. Il terreno sottostante è ceduto. Il terreno che si trova sotto la Torre è quindi ceduto, cioè si è spostato, e questo è accaduto nelle prime fasi della costruzione della Torre.

    Questo significa che la pendenza della torre non è stata voluta, ricercata, da chi l’ha costruita, come si potrebbe anche pensare e come è stato sostenuto, tra l’altro, da alcuni studiosi dell’ottocento.

    Il campanile quindi non è stato pensato pendente sin dalla sua origine ma lo è diventato grazie ad un cedimento del terreno sottostante.

    Ripeti: la pendenza della torre ha cause naturali.

    Ripeti: la Torre di Pisa è pendente per cause naturali

    Non si tratta questo di un fenomeno che ha riguardato solamente la Torre di Pisa a dire il vero.

    Infatti esistono altre costruzioni in Italia che “soffrono”, si fa per dire, dello stesso “difetto” strutturale.

    Ripeti: Difetto strutturale

    Ad esempio c’è una Chiesa, una Cattedrale, sempre in Toscana e precisamente a Pienza (La Cattedrale dell’Assunta di Pienza) che è fortemente pendente anch’essa e rischia di collassare, cioè di cadere. Rischia il collasso, nonostante gli interventi che sono stati realizzati per stabilizzare la Cattedrale. La sua pendenza comunque non è così evidente come quella della Torre Pendente di Pisa.

    Ripeti: la Cattedrale di Pienza rischia di collassare

    La torre di cui parliamo invece, quella di Pisa, è un campanile, il campanile della cattedrale di Santa Maria Assunta. Anche in questo caso si tratta di una cattedrale dunque. Questa cattedrale si trova nella piazza del Duomo. Si chiama così la piazza in cui si trova la Torre di Pisa: Piazza del Duomo. Casualmente in entrambi i casi si tratta di cattedrali dedicate all’assunzione di Maria.

    Ripeti: in entrambi i casi si tratta di cattedrali dedicate all’assunzione di Maria.

    Ripeti: l’Assunzione di Maria

    Nella stessa città di Pisa ci sono però altri monumenti pendenti come la Torre, anche se meno famosi, come il campanile della chiesa di San Nicola, che ha un’inclinazione di 2 gradi e mezzo (2,5 gradi) ed anche un altro campanile, quello della chiesa di San Michele degli Scalzi, inclinato di ben 5 gradi.

    Il campanile più famoso invece è alto circa 56 metri ( quello della torre di Pisa) ed è stato costruito tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo.

    Ripeti:  tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo.

    Ripeti: la Torre di Pisa ed è stata costruito tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo.

    Il campanile è divenuto, grazie alla sua speciale caratteristica, uno dei simboli dell’Italia, ed è stata anche proposto come una delle sette meraviglie del mondo moderno. Pensate che tra le prime 77 opere che sono state sottoposte al vaglio dei giudici internazionali la Torre di Pisa si classificò settima in classifica, mentre il Colosseo di Roma (l’anfiteatro Flavio) arrivò quarto, quindi tre posizioni prima della Torre di Pisa.

    Ripeti: la Torre di Pisa si è classificata settima.

    Vi dicevo che la pendenza della torre si verificò all’inizio della fase di costruzione. La prima fase dei lavori fu infatti interrotta quando era stata costruita solamente la metà del terzo piano della torre, proprio perché il terreno iniziava a cedere sotto di essa, quindi la costruzione si è fermata a metà del terzo piano.

    Ripeti: il cedimento del terreno fece inclinare la torre.

    Successivamente sono stati aggiunti altri tre piani, e alla fine è stata aggiunta anche la cella campanaria, cioè la cella (la piccola stanza) dove si trova la “campana” del campanile.

    Così in tutto i piani sono diventati sei. Questi tre piani aggiuntivi però, hanno una curvatura opposta alla pendenza. Questi tre piani che hanno aggiunto hanno una curvatura opposta alla pendenza, e questo è stato voluto poiché si è pensato che in questo modo la torre potesse raddrizzarsi con maggiore facilità.

    Ripeti: si è pensato che in questo modo la torre potesse raddrizzarsi con maggiore facilità.

    Poi cosa è accaduto col passare del tempo?

    Ripeti: Poi cosa è accaduto col passare del tempo?

    La pendenza col tempo è aumentata, ma nel corso dei secoli ci sono stati anche dei periodi in cui la pendenza si è ridotta ed altri in cui non è fondamentalmente cambiata. Il campanile nel corso dell’Ottocento  fu interessato da importanti restauri.

    E proprio durante queste fasi di restauro che si è scoperto che sotto il terreno c’erano notevoli quantità di acqua che lo rendeva morbido e quindi cedevole.

    Ripeti: il restauro della Torre di Pisa.

    Cosa fare?

    Si iniziò ad aspirare (A succhiare) acqua dal sottosuolo con delle pompe, ma questo peggiorò la situazione e fece aumentare ancora di più la pendenza della torre, tanto che il pericolo del crollo della torre è aumentato fino a farsi concreto. C’era il concreto rischio che la torre cadesse.

    In termini di gradi, in termini di inclinazione, di angolatura della pendenza, l’angolatura della pendenza della torre è arrivata a circa 4,5 gradi. In pratica la punta della torre era spostata verso sud di quasi 4 metri e mezzo rispetto alla base. Una bella inclinazione.

    Ripeti: l’angolatura della pendenza della torre è arrivata a circa 4,5 gradi

    Fino alla fine del 2001 si è lavorato per cercare di ridurre questa pendenza, e questo tentativo è stato raggiunto tramite diversi tipologie di interventi, tra cui l’applicazione temporanea di alcuni tiranti di acciaio (delle corde di acciaio in pratica che tenevano in equilibrio la torre per non farla cadere) e dei contrappesi di piombo che pesavano fino a 900 tonnellate. Pensate un po’.

    Si è operato anche sotto il terreno della torre ed alla fine si è riportata la pendenza a quella che la torre aveva circa 200 anni prima. Quindi si sono fatti dei passi in avanti e si è messa in sicurezza la Torre di Pisa.

    Ripeti: alla fine si è riportata la pendenza a quella che aveva circa 200 anni prima.

    State tranquilli comunque perché perché la Torre di Pisa è sicura; i tecnici l’hanno infatti consolidata in modo che resti in piedi per almeno altri trecento anni. Quindi i turisti possono stare sereni: l’inclinazione attuale non raggiunge i 4 gradi.

    All’interno del campanile ci sono due stanze. Una di queste si trova in basso e l’altra sta più i alto. La prima si trova alla base della torre, ed è nota come la “sala del Pesce“. Perché si chiama così? Perché si può notare la raffigurazione di un pesce attraverso un bassorilievo.

    Ripeti: la sala del pesce si trova nella Torre Pendente.

    Ripeti: la Torre Pendente ospita la sala del pesce

    Questa stanza è però una stanza senza il soffitto. L’altra stanza invece è più in alto, si trova al settimo anello della torre e il suo soffitto è il cielo stesso. Al centro di questa stanza, se si guarda in basso, si vede il pian terreno attraverso un foro: si può anche vedere il pian terreno della torre grazie ad un’apertura sul pavimento. Sono inoltre presenti tre rampe di scale (tre scalinate) utilizzabili dai turisti: la prima si trova alla base fino e arriva fino al sesto anello, dove si finisce all’esterno; ed una a chiocciola e più piccola che porta dal sesto anello fino al settimo. Infine ce n’è anche un’altra, una terza scala, sempre a chiocciola, che porta dal settimo anello finoalla sommità della torre, cioè la punta della torre, la parte più alta.

    Ripeti: la sommità della torre di Pisa.

    Bene ragazzi cercate di ripetere più volte se avete difficoltà, anche per esercitare la pronuncia.

    Vi invito tutti ad aderire alla neonata Associazione culturale Italiano Semplicemente, nata proprio con l’obiettivo di diffondere la lingua e la cultura italiana. Tra l’altro ci avviciniamo alla fine dell’anno e tra qualche giorno i membri riceveranno il programma delle lezioni del 2018 riservate ovviamente agli iscritti. Sono previste lezioni sia per un livello intermedio sia per un livello più basso (principianti).

    Grazie a tutti naturalmente per la fiducia di chi si iscrive ed anche grazie a chi aiuta il sito con una semplice ma importantissima donazione personale.

    Un saluto a tutti di cuore.

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    Visita ad Aarhus (ripasso verbi professionali 1-20)

    Audio ad una voce

    Audio a due voci

    Trascrizione

    Buongiorno amici, e benvenuti in questo episodio di ripasso dedicato ai verbi professionali, episodio disponibile per tutti, affinché tutti possano trarne beneficio.

    2_RIPASSO_VERBI_1-20_Aarhus_immagine

     

    In questo episodio verranno quindi utilizzati tutti i verbi professionali finora spiegati all’interno del corso di Italiano Professionale. E’ un esperimento che abbiamo già fatto in passato: se vi ricordate avevamo parlato di come rafforzare le ossa.

    Ma col passare del tempo i verbi professionali che spieghiamo aumentano sempre di più quindi è necessario di tanto in tanto rinfrescare un po’ la memoria.

    Un modo simpatico e molto produttivo di ripassare, cioè di studiare nuovamente i verbi professionali, verbi che non vengono, se non molto raramente utilizzati dagli stranieri.

    L’argomento di oggi, di cui vi parlerò, è un viaggio che faremo dal 15 al 22 agosto di quest’anno. Oggi mi avvarrò quindi dell’aiuto di mia moglie Margherita.

    Andremo a visitare la Danimarca e precisamente la città di Aarhus.

    Questo progetto è nato per merito di un visitatore, anzi una visitatrice di Italiano Semplicemente, di nome Lya (mille grazie anche a Anette, Grete e Morten per l’ospitalità)

    , una ragazza danese che saluto con affetto. Lya ci ha anche aiutato a trovare una bella sistemazione, ci ha aiutato a trovare un appartamento lì, si è adoperata per venirci incontro e con l’occasione ci incontreremo per salutarci. Non avrei mai declinato un invito di questo tipo e di conseguenza abbiamo accettato il cortese invito, e personalmente avevo assunto l’impegno di dedicare un episodio come questo alla città di Aarhus.

    Italiano Semplicemente sbarca quindi in Danimarca.

    Aarhus, non so bene come si possa pronunciare, è la seconda città più popolosa della Danimarca, e la prima per numero di abitanti della penisola dello Jutland (credo che in lingua danese si dica Jylland. Avete capito che non conosco la lingua danese, pertanto non potrò spacciarmi per un danese, e d’altronde non ne ho alcuna intenzione.

    Abbiamo scoperto con piacere che la città in questione sia stata scelta come capitale europea della cultura per il 2017 assieme a Pafo, a Cipro.

    Cogliamo l’occasione quindi anche noi per promuovere la città di Aarhus.

    Aarhus ha persino un soprannome, ed infatti è nota come “la più piccola grande città del mondo”. Si trova sulla costa orientale (cioè ad est) dello Jutland in corrispondenza della foce di un fiume che ha lo stesso nome della città: Aarhus.

    È una città in cui il fiume riveste una notevole importanza perché lo stesso nome della città in danese antico significa “foce del fiume”.

    Io sono rimasto stupito del premio alla cultura perché non conoscevamo questa piccola-grande città danese. Meglio tardi che mai.

    Allora io e mia moglie ci siamo un po’ informati e abbiamo scoperto che si tratta di una delle più antiche città della Scandinavia, anche detta penisola scandinava, che è quell’area geografica che comprende anche la Norvegia, la Svezia e parte della Finlandia.

    Abbiamo ad esempio scoperto che ad Aahrus c’è la sede della importante marca di birra Ceres.

    Per quanto riguarda i monumenti c’è una cattedrale che risale al XIII secolo, e si tratta della cattedrale più grande della Danimarca. Spero avremo occasione di visitarla.

    C’è poi dal punto di vista culturale una chiesta storica importante, la Vor Frue Kirke (spero che la pronuncia non sia così tremenda (valutate voi e fatemi sapere) mi scuso se faccio grossi errori). Poi c’è anche Il Palazzo di Marselisborg (Marselisborg Slot) da visitare che è invece una residenza reale.

    Poi c’è un museo d’arte: ARoS è il suo nome, il Teatro, il Municipio e l’antico borgo, o la vecchia città (Den Gamle By), che è una ricostruzione di un vecchio villaggio danese, quindi si tratta di una ricostruzione della vita urbana dal Settecento fino agli Anni ’70 – che permette al visitatore di immergersi fisicamente nel passato. A me piacerebbe visitare questo posto.

    Non lontano dalla città ci sono molte spiagge, boschi e altre cose da esplorare, basta prendere una bella bicicletta. Sono molto curioso personalmente di vedere anche le pietre runiche di Jelling, uno dei patrimoni dell’umanità dichiarati dall’UNESCO, e poi anche i fiordi e le fantastiche coste danesi. Molta natura quindi da vedere.

    È una popolazione molto giovane, la più giovane della Danimarca. Infatti ci sono moltissimi studenti.

    Nonostante questo la città però è una delle più antiche della Danimarca.

    La cosa che mi ha colpito maggiormente però è che, udite udite, degli studi recenti hanno stabilito che gli abitanti di Aarhus sono i più felici della Danimarca.

    Ecco un altro bel motivo per cui visitare questa bella città. Grazie ancora a Lya che ci ha dato questa opportunità.

    Fortunatamente ci sono attrazioni un po’ di tutti i tipi e per tutti i gusti, per cui credo che non ci annoieremo. Tra l’altro vale la pena di non trascurare neanche lo shopping, e quindi non mancheremo di visitare il Quartiere Latino.

    Mia moglie tra l’altro ha dato un ordine preciso: impossibile non eseguire!

    Dal punto di vista della democrazia, della crescita e dello sviluppo, pare che Aarhus sia all’avanguardia, quindi ho letto che si sta andando verso un modello basato sulla sostenibilità dell’ambiente e della società, verso un modo di vivere che non consumi più risorse di quelle che produce quindi. Un modello basato anche sulla diversità in generale, quindi sul rispetto alle altre culture, a tutte le religioni e tutte le forme di diversità. Riguardo alla democrazia ed alla cooperazione, questi credo siano il punto forte dei danesi in generale e questo era noto anche a me, che dall’Italia, come un po’ tutti i miei concittadini, vediamo i danesi come un esempio di democrazia, di onestà e di progresso.

    Insomma è una città con una forte propensione al cambiamento. Il motto della città, la frase che rappresenta la città Let’s Rethink (che dovrebbe significare qualcosa come “Ripensiamo, ripensiamoci”, induce, spinge a pensare, a ripensare la società, e pare che esprima proprio questo spirito innovativo di Aarhus, dove tutti i cittadini sono inseriti e motivati alla partecipazione. In un ambiente del genere potete immagina come tutto funzioni meglio: tutti sono molto più felici e di conseguenza anche i servizi pubblici e privati vengono erogati con puntualità ed efficienza.

    Speriamo con tutto il cuore di venire contagiati da questo spirito e portare un po’ di tutte queste belle caratteristiche al nostro ritorno in Italia. Sicuramente ne saremo arricchiti.

    Voi a questo punto mi direte: è tutto perfetto ad Aarhus?

    Scommetto che si mangia male! Questo mi sono detto. Questo ho pensato. Ci scommetto quello che volete! Solo in Italia si mangia bene. Ebbene: scommessa persa! Se avessi scommesso avrei perso tutto: avrei sbancato! Completamente!

    Fortunatamente non ho scommesso, anche perché avendo perso, e in mancanza di soldi per terminare la vacanza avremmo dovuto cercare un lavoretto per arrotondare.

    Infatti Aarhus pare non tema confronti neanche sulla gastronomia. Beh, vedremo se è così. Vi faremo sapere. Cercheremo di assaggiare il pesce locale e tutte le specialità del posto e vi faremo sapere se secondo noi il cibo e la cucina valgono il titolo di “Regione Europea della Gastronomia 2017”.

    Purtroppo non potremo partecipare al Food Festival di Aarhus, (peccato!) che sarà qualche giorno dopo, ai primi di settembre, ispirata alla cultura culinaria sostenibile. Non disponiamo di tanti giorni di vacanza purtroppo.

    Non potremo partecipare neanche al Festival di Aarhus (Aarhus Festuge) che si svolge dalla fine di agosto ai primi di settembre. Un festival di arte e cultura anche noto col nome di WindMade (cioè fatto col vento), e questo perché il festival è alimentato dall’energia del vento, dall’energia eolica. Prima infatti parlavo di sostenibilità.

    Si tratta di uno dei più grandi eventi culturali della Scandinavia dove ci saranno una vasta gamma di eventi culturali, dal teatro alla musica e letteratura, fino alla gastronomia alle arti visive e l’architettura.

    Insomma ci perderemo un po’ di cose di Aarhus, ma sono sicuro che avremo modo di apprezzare ugualmente la città e che le nostre aspettative non saranno disattese. La data del nostro viaggio d’altronde è stata dettata da esigenze diverse. Non potevamo predisporre il nostro viaggio in una data diversa da questa purtroppo.

    Ok, credo sia il caso di liquidarci per oggi, speriamo di aver reso piacevole l’ascolto raccontandovi del nostro programma di viaggio ad Aarhus e di aver riscosso quindi il vostro interesse.

    Il podcast volge al termine. Un saluto da Roma.

    Padre e figlia – ripassiamo alcune espressioni

    Audio

    Trascrizione

    Buongiorno a tutti e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente e grazie per essere qui.

    Oggi facciamo un bell’episodio di ripasso. Ripassiamo, cioè rivediamo, per poterle ricordare meglio, alcune espressioni che abbiamo già spiegato attraverso dei podcast recenti.

    L’idea è un’idea molto interessante, e quest’idea mi è stata data da Madonna, una ragazza egiziana che ha scritto une breve storia, quella che ascolterete oggi. In questa storia sono utilizzate alcune espressioni, di tanto in tanto, che pronunceranno i protagonisti di questa bella storiella, che sono un padre e una figlia. Io interpreterò il padre e Madonna vestirà i panni della figlia. Vestire i panni equivale ad interpretare. I panni sono i vestiti. Vestire i panni è una frase che si usa quando una persona deve immedesimarsi in qualcuno, deve identificarsi, deve “calarsi nel personaggio”, cioè interpretare qualcun altro. Bene. Vi faccio ascoltare la storia, poi seguirà una mia spiegazione che servirà a rinfrescarvi la memoria sulle espressioni ma anche, importantissimo, ad ascoltare lo stesso dialogo raccontato da me, in modo indiretto quindi, cioè utilizzando delle diverse coniugazioni e ache delle diverse parole.

    Un esperimento questo molto utile credo per chi ha difficoltà con i verbi e col vocabolario in generale. Ma ascoltiamo pure la storia: padre e figlia parlano al telefono, come ascolterete, la figlia frequenta la scuola, mentre il padre si trova fuori casa da qualche giorno.

    Figlia: ciao papà!
    Padre: ciao tesoro come stai ?
    Figlia: Eh, bene ..mi manchi tanto sai? quando tornerai a casa?
    Padre: anche tu ..ritornerò fra due settimane. Ma dimmi, CHE ARIA TIRA a scuola?
    Figlia: nessun’aria in particolare ..facciamo gli esami alla fine di questo mese, MIO MALGRADO.
    Padre: dai che sei brava…  se passi gli esami con dei bei voti ti faccio una sorpresa!
    Figlia: Davvero??
    Padre: sì, TI DO LA MIA PAROLA!
    Figlia: ok..ma ho paura di una materia.  Psicologia è veramente difficile ..è già GRASSO CHE COLA se sarò promossa con il voto minimo!
    Padre: difficile psicologia? Non è difficile dai, Anzi, direi che è interessante. Ascolta: nulla è difficile da capire! Se studi bene, ti va bene certamente..  Ma cosa fai adesso?
    Figlia: niente… CAZZEGGIO un po’ per non annoiarmi…
    Padre: bene.
    Figlia: ma…  come è andata la tua riunione la settimana scorsa?
    Padre: MICA era la scorsa settimana la riunione! È martedì prossimo!
    Figlia:  ah, pensavo fosse la settimana scorsa…comunque che fai in questi giorni a parte il lavoro?
    Padre: beh, ho comprato nuovi libri per INGANNARE IL TEMPO. ..te li faccio leggere quando ritorno a casa.
    Figlia: ok,  ma ascolta papà, POICHÉ sei in Egitto,  mi raccomando COGLI L’OCCASIONE AL VOLO e vai a vedere le piramidi.
    Padre: sì, certo che lo farò.. Allora Ciao tesoro, MI RACCOMANDO studia bene.
    Figlia: ok papà … Ciao.

    Bene, avete ascoltato questa storia ed avrete sicuramente notato che sono presenti alcune delle espressioni idiomatiche italiane di cui ci siamo occupati in passato.

    Nell’articolo, cioè nella trascrizione dell’articolo ho inserito anche i link, cioè i collegamenti ipertestuali alle spiegazioni.

    Si tratta di espressioni ma anche di parole singole e apparentemente semplici come POICHE’, ad esempio, che a differenza di perché, che si usa nelle domande, “poiché” si usa nelle risposte, ma vi invito a leggere i podcast che vi interessano di più. In tutto sono dieci citazioni, 10 episodi che vengono richiamati in questa storia.

    Brevemente, per i più sfaticati di voi, vi faccio un piccolo riassunto, molto sintetico per capire meglio il dialogo ed il significato di ogni espressione usata.

    All’inzio della storia il padre dice alla figlia: “Ma dimmi, CHE ARIA TIRA a scuola?” vale a dire: come va a scuola? Cosa si dice nella tua scuola?

    E la figlia risponde: “nessun’aria in particolare ..facciamo gli esami alla fine di questo mese, MIO MALGRADO“. Cioè la figlia risponde al padre, suo malgrado, cioè purtroppo per lei, nonostante a lei non piaccia questa cosa, quindi suo malgrado, malgrado la volontà della figlia, a fine mese ci saranno gli esami, che evidentemente non piacciono a Madonna. Povera Madonna, come darle torto.

    Poi il padre promette un regalo alla figlia, infatti dice “sì, TI DO LA MIA PAROLA!”, cioè ti prometto di farti un regalo qualora passassi, cioè superassi, gli esami. Se quindi Madonna fosse promossa agli esami con dei bei voti il padre promette, dà la sua parola alla figlia, cioè le promette di farle una sorpresa, ed in particolare le promette un regalo.

    Ma poi la figlia, un po’ pessimista, risponde che lei ha paura di Psicologia, che come materia è veramente difficile secondo lei e aggiunge che è già GRASSO CHE COLA se sarà promossa con il voto minimo! E’ difficile quindi, secondo la figlia, che lei riesca a superare l’esame di psicologia, e se lo supererà, è già grasso che cola se prenderà il voto minimo, il voto più basso tra quelli ammessi per la promozione. In Italia i voti, i voti all’università vanno da un minimo di 18 trentesimi a trenta trentesimi. Poi c’è anche il trenta e lode, che è il voto massimo ad un esame universitario.

    Nella storia non viene detto che la figlia frequenta l’università ma è scontato visto che si parla di voto minimo.

    Dopo il padre domanda alla figlia cosa stesse facendo. Dice infatti: “ma cosa fai adesso?”
    e la figlia risponde di non fare nulla. Dice di cazzeggiare un po’: CAZZEGGIO un po’ per non annoiarmi…” dice. La figlia dice che mentre parla cazzeggia un po’ per non annoiarsi. Cazzeggiare equivale a perdere tempo, ghibellonare, fare cose inutili, senza un obiettivo preciso.

    Poi dopo è la figlia che fa una domanda al padre. Gli chiede infatti come fosse andata la sua riunione della settimana scorsa.
    Il padre allora risponde che quella riunione non c’è stata, infatti la riunione, dice il padre, è programmata per il martedì futuro: “MICA era la scorsa settimana la riunione! È martedì prossimo!”

    Il padre usa quindi la parola MICA, che è una forma colloquiale per negare, per dire no. “Mica era la settimana scorsa la riunione! È martedì prossimo!”” Questa frase la posso anche invertire senza problemi: “È martedì prossimo la riunione, MICA la settimana scorsa!”.

    La figlia fa poi un’altra domanda al padre, e gli chiede cosa faccia in quei giorni a parte il lavoro: ” che fai in questi giorni a parte il lavoro? Ed il padre risponde  che lui ha acquistato dei nuovi libri, e lo ha fatto per Ingannare il tempo: “beh – dice il padre – ho comprato nuovi libri per INGANNARE IL TEMPO. ..te li faccio leggere quando ritorno a casa”. Non appena il padre tornerà a casa per raggiungere la figlia, le farà leggere i libri che lui ha acquistato per ingannare il tempo, cioè per far trascorrere il tempo più velocemente, perché quando non hai molte cose da fare il tempo sembra non passare mai.

    Mi auguro che anche voi, per ingannare il tempo, ogni tanto ascoltiate degli episodi di Italiano Semplicemente. Un grazie a Madonna che ha avuto questa bell’idea. Se qualcuno di voi vuole esercitarsi e fare la stessa cosa sarò felice di pubblicare anche la vostra storia. Basta andare sulla pagina delle frasi idiomatiche, scegliere una decina di frasi, comporre una breve storia ed inviarla a italianosemplicemente@gmail.com

    Un saluto a tutti.