
Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE


Il 13 agosto 1942, nelle sale cinematografiche italiane, arrivava Bambi, il nuovo film d’animazione della Disney. Bambi, il cerbiatto. Ce l’avete presente?
Nel cartone, tratto dal romanzo “Bambi, una vita nel bosco” di Felix Salten, seguiamo la crescita di questo piccolo cervo dalla nascita all’età adulta, con momenti felici, momenti difficili (come la famosa scena della perdita della madre) e tante avventure nel bosco insieme ad altri animali, come il coniglio Tamburino e la puzzola Fiore.
All’epoca, andare al cinema era un piccolo lusso, e molti bambini ci andavano con i genitori la domenica pomeriggio. Qualcuno, ricordando quegli anni, potrebbe dire:
“Eh, sì… da bambino ci sono passato anch’io, davanti a quel cinema, con la locandina di Bambi esposta in vetrina”.
In questo episodio voglio parlarvi del verbo “passarci” di cui vi ho appena fatto un esempio:
Davanti a quel cinema ci sono passato anch’io.
Qui passarci significa andare o transitare fisicamente in un luogo.
Ma il verbo ha anche un uso figurato:
Quando Bambi impara a camminare e cade goffamente, ho riso tantissimo… d’altronde, da piccoli ci siamo passati tutti.
Qui “ci” non indica un luogo, ma l’esperienza comune di imparare a camminare e di fare inevitabilmente qualche caduta. Quindi parliamo di un’esperienza, anche emotiva, condivisa.
Lo stesso se dico:
Eh, per capire cosa vuol dire veramente patire la fame, bisogna passarci!
Qui si intende che bisogna vivere quella esperienza personalmente.
Che ne sai tu, che non ci sei passato, cosa vuol dire divorziare dopo 30 anni di matrimonio?
C’è anche l’uso idiomatico passarci sopra.
Es:
Una volta, durante la proiezione di Bambi, il proiettore si bloccò… ma ci passammo sopra, continuando a canticchiare le canzoni.
Passarci sopra sta a significare lasciare perdere, non dare importanza a qualcosa che ci ha infastidito, ferito o fatto arrabbiare.
In pratica, quando “ci passi sopra”, quando passi sopra a qualcosa (sempre in senso figurato) non ti soffermi sul problema, non lo porti avanti, lo superi senza rancore (o almeno cercando di farlo).
Non parliamo di investire qualcuno o qualcosa!
Ora, se avessi fatto qualche errore nella trascrizione dell’episodio spero siate disposti a passarci sopra.
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Oggi per la rubrica “Accadde il” dovrei togliere una “d”, perché n effetti l’evento si riferisce proprio ad oggi.
Il 12 agosto 2025, cioè proprio oggi, in occasione della Giornata internazionale della gioventù, l’Istat ha reso noto che “i giovani di 15-34 anni residenti in Italia sono circa 12,2 milioni, pari al 20,6% della popolazione”.
L’ Istat è l’istituto nazionale di statistica italiano quindi è la fonte ufficiale italiana per i dati statistici sulla popolazione.
I numeri dati dall’Istituto sono importanti perché fotografano la popolazione italiana e come cambia nel tempo ma evidenzia anche eventuali problematiche fa affrontare politicamente. Il fatto è che spesso questi dati pur rilevanti, restano sottotraccia nel dibattito pubblico: non occupano le prime pagine, non generano titoli sensazionalistici.
In questo senso, “sottotraccia”, la parola del giorno, indica ciò che agisce in modo nascosto o discreto, senza emergere apertamente ma con un impatto reale. Proprio come la presenza dei giovani nella società italiana: una forza silenziosa che, pur non apparendo sempre in superficie, contribuisce a modellare il futuro del Paese.
Un altro dato che resta ancor di più sottotraccia è l’emigrazione dei giovani. 367 mila giovani italiani (25–34 anni) sono emigrati tra il 2014 e il 2023, oltre un terzo dei trasferimenti complessivi; al momento della partenza, quasi 4 su 10 erano laureati.
Chiaramente sottotraccia viene da traccia, che indica qualcosa di visibile. Le tracce sono fatte per essere viste e spesso seguite (la polizia segue le tracce dei criminali) ma se qualcosa resta sottotraccia, evidentemente non è più tanto visibile. In senso proprio il concetto di sottotraccia viene usato ad esempio per gli impianti tecnici, cioè i tubi e cavi, che vengono posti sotto l’intonaco, non visibili quindi. Da lì, il passaggio al senso figurato è immediato.
Infatti in senso figurato se qualcosa passa in secondo piano, se non è immediatamente percepibile, ma continua a esistere e ad agire, si può dire che agisce sottotraccia.
È qualcosa di reale, ma non attira l’attenzione della maggioranza.
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L’11 agosto 1944 Firenze si svegliò con un silenzio diverso. Non era il silenzio della paura, ma quello che precede i momenti storici.
Le campane, finalmente, anche loro, libere di suonare, scandivano l’annuncio: la città era di nuovo in mano ai suoi abitanti.
Tra le strade, piene di macerie e di fiori, la gente si abbracciava.
Mario, giovane partigiano, guardava l’Arno e i ponti superstiti con le lacrime agli occhi.
Era fiero di ciò che lui e i suoi compagni avevano fatto: non solo avevano liberato una città, ma avevano difeso la sua dignità.
Poco più in là, la signora Rosa, con il grembiule ancora sporco di farina, diceva a chiunque incontrasse:
«Sono orgogliosa di voi ragazzi! Avete riportato la libertà a Firenze!»
Il suo era un orgoglio caloroso, fatto di riconoscenza, ma anche di un po’ di compiacimento nel sapere che proprio i giovani del suo quartiere avevano avuto un ruolo decisivo.
E così, tra la fierezza silenziosa di chi sa di aver fatto la cosa giusta e l’orgoglio aperto e rumoroso di chi non trattiene la gioia, Firenze tornò a respirare.
Allora spieghiamo oggi la sottile differenza tra l’orgoglio e la fierezza.
Quando Firenze e dintorni furono liberati dall’occupazione tedesca grazie all’insurrezione proclamata dal Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, “I fiorentini erano fieri di aver contribuito alla liberazione della loro città, dimostrando coraggio e unità.
La fierezza è una sensazione positiva, di soddisfazione e dignità per un risultato o per un comportamento, proprio o altrui, spesso con una sfumatura di nobiltà o coraggio.
Essere orgoglioso può avere un significato simile, ma è più ampio e può includere anche un senso di compiacimento personale. In certi contesti può avere una connotazione negativa, se sfocia in arroganza.
Es: Era talmente orgoglioso da non voler ammettere di aver sbagliato i calcoli, anche quando i dati lo dimostravano chiaramente.
Qui c’è testardezza nell’errore.
Oppure se parliamo di una persona troppo orgogliosa per chiedere aiuto, finì per peggiorare la situazione.
Oppure può esprimere una eccessiva competitività:
Orgoglioso dei suoi successi, guardava dall’alto in basso chi non riusciva a ottenere gli stessi risultati.
Orgogliosa delle sue tradizioni, rifiutava qualsiasi innovazione, anche quelle utili.
La fierezza invece è sempre positiva. Esprime dignità, coraggio, onore. È una qualità nobile.
In molti casi comunque è praticamente la stessa cosa dire ad esempio “sono fiero di te” e “sono orgoglioso di te”.
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