Italiano Professionale: Lezione n. 11 – Rischi ed Opportunità

immagine_lezione_11

Audio introduttivo: i rischi e le opportunità nel settore della farmaceutica

 

    La lezione è disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano i rischi e le opportunità
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas relativas a los riesgos y oportunidades
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant les risques et opportunités.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning risks and opportunities.
bandiera_animata_egitto سوف نتحدث عن العبارات الاصطلاحية المتعلقة المخاطر والفرص
russia Мы будем говорить о идиоматических выражений, касающихся рисков и возможностей.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Risiken und Chancen.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις σχετικά με τους κινδύνους και τις ευκαιρίες.

prenota-il-corso

Italiano Professionale – Lezione n. 9: problemi e fallimenti

Descrizione della lezione

Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: come cercarli, evitarli, risolverli e gestirli. Quindici espressioni tipiche italiane: informali, formali e giornalistiche.

Lunghezza: 17 pagine

Durata prima parte: 21 minuti e 4 secondi

Durata seconda parte: 18 minuti e 28 secondi

Per scaricare la lezione occorre essere membri dell’Associazione Italiano Semplicemente

Lezioni collegate: problemi sul lavoro 

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: cercarli, evitarli, risolverli e gestirli.
spagna_bandiera Vamos a hablar de las expresiones idiomáticas acerca de los problemas: buscarlos, evitarlos, resolverlos y administrarlos.
france-flag Abordons les expressions idiomatiques relatives aux problèmes: comment les chercher, les éviter, les résoudre et les gérer.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions of problems: search it, avoid it, solve it and manage it.
bandiera_animata_egitto نحن نتكلم من التعابير على المشاكل: تجنبها، حلها وإدارتها
russia Мы говорим о идиомы по проблемам: избегать их, решать их и управлять ими.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Problemen: vermeiden sie, lösen sie und verwalten.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις πάνω σε προβλήματα: αποφυγή, επίλυση και διαχείρισή τους.

Prenota il corso: https://www.facebook.com/events/1163915776956739/

Trascrizione

  1. Introduzione

Ciao io sono Giovanni.

Ramona: Ed io sono Ramona, benvenuti nella nona lezione di Italiano Professionale: lezione numero nove.

Nella lezione di oggi io e Ramona, ragazza libanese laureata in italianistica all’università di Beirut, oltre che membro della redazione di Italiano Semplicemente – spero che anche questo giovi al tuo curriculum Ramona! – vi illustreremo alcune espressioni italiane che hanno a che fare con i problemi: problemi, fallimenti, errori; e vedremo le emozioni collegate ai problemi e come le espressioni italiane siano in questo caso molto colorite. Poi nella seconda parte della lezione vediamo le espressioni che si usano quando non c’è più nulla da fare, quando cioè un problema non ha nessuna soluzione, cioè quando non si può più risolvere.

Ramona: anche qui la lingua italiana è molto varia in questo campo Giovanni.

Forse perché di problemi ne abbiamo parecchi in Italia. Comunque state tranquilli perché inizieremo dalle frasi più facili e come sempre spiegheremo tutto dettagliatamente.

Ramona: poi faremo anche il solito esercizio di pronuncia alla fine, non ce lo dimentichiamo.

Sì, infatti, ma prima dell’esercizio dobbiamo parlare anche dei rischi legati alla pronuncia ed all’utilizzo delle frasi. Anche questa è una cosa che facciamo sempre nelle lezioni di italiano professionale, perché nel lavoro fare brutte figure non è una cosa buona Ramona, e chi non si sente sicuro a parlare italiano, è bene che sappia non solo pronunciare bene una frase, ma anche sapere cosa succede se sbaglia la pronuncia. Molte volte può essere molto pericoloso. Vediamo dopo il perché.

Iniziamo allora a parlare di problemi Ramona. Sei d’accordo vero?

Ramona: sì, iniziamo, e dobbiamo dire che questa lezione è strettamente collegata alla precedente lezione, in cui si è parlato di risultati.

Hai ragione Ramona, se c’è un problema, il risultato sicuramente non arriva. Per ottenere un risultato occorre risolvere questo problema. Oggi quindi parliamo dei problemi ma parliamo anche di risultati che non arrivano. Che ne dici Ramona?

  1. Le espressioni sui problemi

Ramona: certo Gianni, non voglio sicuramente metterti i bastoni tra le ruote!

Mettere i bastoni tra le ruote è proprio la prima espressione di oggi.

Creare problemi. È questo il semplicissimo significato di questa espressione.

Sapete tutti che se mettete dei bastoni tra le ruote, e precisamente tra le ruote di una bicicletta, rischiate seriamente di cadere.

Ramona: sicuramente create un bel problema al ciclista!

Infatti, il ciclista non gradirebbe sicuramente. Questa frase è semplice e universale: potete sempre utilizzarla, in ogni circostanza; tutti vi capiranno e vi capiterà molte volte di ascoltarla proprio perché è diffusissima.

Se mettete i bastoni tra le ruote di qualcuno gli state quindi creando un problema, quindi è un’espressione che si usa quando è stato ben identificato il problema e soprattutto quando è chiaro il responsabile, la persona che ha creato il problema, cioè che ha “messo” i bastoni tra le ruote.

Quindi “mettere i bastoni tra le ruote” serve ad identificare il colpevole, l’artefice del problema: colui che ha messo i bastoni tra le ruote è la persona che ha creato il problema. Invece sulla persona penalizzata dal problema, la persona che ha subito il danno, e che quindi non potrà ottenere dei risultati, o avrà dei problemi ad ottenere dei risultati, cosa possiamo dire di questa persona? Ebbene, quando arriva, o capita un problema, e questo capita all’improvviso, senza preavviso, se il problema è abbastanza grave, si può dire che questo problema è “arrivato tra capo e collo”.

– spezzone musicale tratto dalla canzone ”mentre nevica” della rock band “Caminada”, contenente l’espressione “tra capo e collo”

Non importa chi sia stato a causare il problema, non importa chi sia il colpevole. Se è un grave problema, difficile da risolvere si dice che a questa persona sia arrivato un problema tra capo e collo. Il capo è la testa, la testa della persona; il collo invece sta immediatamente sotto la testa; il collo sostiene la testa.

Ramona: perché si dice così?

La frase ha a che fare con il dolore fisico. Immaginate di ricevere una botta, una bastonata ad esempio, o comunque un colpo, e di ricevere questo colpo tra la testa ed il collo, cioè esattamente dietro la testa e sotto la testa, cioè alla base della testa.

Evidentemente questo colpo è doloroso e quindi la persona che lo riceve potrebbe anche morire, e dà l’idea di una morte improvvisa, immediata, ed anche inattesa. Se qualcuno arriva da dietro e ci dà un colpo tra capo (cioè la testa) e collo noi non lo vediamo e quindi riceviamo una sorpresa.

Quindi quando si ha un grande problema inatteso, che ci prende alla sprovvista, di sorpresa, si dice che questo problema ci è arrivato tra capo e collo. Si può usare anche il verbo capitare: capitare tra capo e collo. Infatti se qualcosa “capita” dà più l’idea della sorpresa rispetto al verbo arrivare, rispetto ad “arriva”.

Ramona: Ok quindi finora abbiamo parlato di problemi ed i problemi impediscono di raggiungere dei risultati; ma poi non ci sono solamente i problemi. Non è solo per via dei problemi che non si raggiungono risultati. Infatti credo che un’altra cosa che impedisca di raggiungere risultati siano gli errori.

Gli errori. Hmmmm.. io non faccio mai errori… ok ok, anche io ne faccio, ma errare è umano.

Ramona: sì, errare è umano, ma perseverare è diabolico!

Infatti: errare è umano, perseverare è diabolico. Questa è la prossima frase, molto utilizzata dagli italiani. Errare è umano, quindi sbagliare è umano (errare = sbagliare). Tutti sbagliano, tutti possono sbagliare, quindi tutti possono fare errori; errare è umano, è nella natura umana. Ma continuare a sbagliare non va bene, non si può sbagliare sempre: si dice che perseverare nell’errore, cioè continuare a sbagliare, sia diabolico. Perseverare è diabolico significa che non è umano, ma è sovrannaturale, è come se ci fosse il diavolo, una creatura maligna. Se nell’errore, nello sbaglio c’è il diavolo, allora perseverare nell’errore è diabolico.

In altre parole, sbagliare è comprensibile, può capitare, ma se si continua a sbagliare, se si persevera nell’errore, questo è contrario alla natura umana, perché non ci si può non accorgere che si sta continuando a sbagliare.

Bene, perseverare è diabolico dunque, e cosa possiamo dire di quelle persone che creano spesso dei problemi e li creano a se stessi?

Vediamo un’espressione che si utilizza proprio per descrivere queste persone. Ramona ci sono persone particolarmente adatte a trovare dei problemi.

Ramona: Sì Gianni, questa è una dote particolare. Ci son persone che si vanno a cercare i problemi col lanternino.

Questa, cara Ramona, è una caratteristica di molti italiani.

Ci sono persone che non sono molto attente, neanche nel lavoro, e creano sempre problemi. Se non ci sono situazioni difficili, se le vanno a cercare. Si dice così. Chi “se le cerca”, o “chi se le va a cercare” è una persona che cerca i problemi. La parola “problemi”, anche se non compare nella frase, è scontata: “andarsele a cercare” si riferisce ai problemi: andare a cercare i problemi; andare a cercare i problemi per se stessi, infatti si dice “andarsele a cercare”. In particolare si dice: “cercare col lanternino”; “andarsele a cercare col lanternino”.

Il lanternino è una lanterna, cioè una luce, una luce però molto debole, che si usava qualche anno fa. Evidentemente era difficile cercare qualcosa col lanternino. Eppure c’è qualcuno che riesce a trovare dei problemi anche col lanternino.

Questa ovviamente è una frase ironica quindi, e si usa quando c’è qualcuno che persevera nell’errore e questi producono degli effetti negativi su chi compie gli stessi errori.

Ramona: Bene Gianni, adesso vediamo di andare avanti con le frasi idiomatiche, oggi stiamo battendo la fiacca!

Ramona ha appena utilizzato un’altra delle espressioni legate ai risultati. “Battere la fiacca”. Prima si parlava di errori. E si diceva che errare è umano. Battere la fiacca non è un vero e proprio errore. Battere la fiacca significa andare lentamente. Battere la fiacca significa anche “non ottenere molti risultati”, non essere molto produttivi. “La fiacca” è quel senso di debolezza, quel senso di “voglia di far niente” che a volte, nel lavoro può capitare.

– spezzone musicale tratto dalla canzone “capitano uncino” di Edoardo Bennato, contenente l’espressione “battere la fiacca” –

È una espressione di origine militare, ma ormai si usa spesso quando c’è qualcuno che ozia, cioè che lavora poco volentieri, che lavora controvoglia.

Può capitare che se stai al lavoro, e stai prendendo un caffè, un tuo collega ti incontri e ti dica:

“si batte la fiacca oggi?”

Molti italiani in effetti battono la fiacca quando sono al lavoro, altri invece lavorano molto bene. Battere la fiacca è molto colloquiale come espressione.

Quindi c’è chi sbaglia e continua a sbagliare, chi cioè persevera nell’errore, poi c’è chi lavora poco, cioè chi batte la fiacca. Questi sono due ostacoli al raggiungimento dei risultati.

Ramona: Ma non finisce qui. Infatti c’è anche chi non sa cosa fare. In questi casi abbiamo una frase ad hoc: “brancolare nel buio”

Brancolare nel buio. In effetti le persone che brancolano nel buio magari non sono persone che sbagliano, e non sono neanche persone che battono la fiacca. Però potrebbero essere persone che, non sanno cosa fare. Perché non sono preparate, oppure perché il problema che è capitato è molto difficile.

La frase brancolare nel buio si usa soprattutto quando c’è un crimine, un omicidio ad esempio, o anche un furto, e chi deve indagare, cioè la Polizia, che deve fare le indagini, oppure i Carabinieri, non sanno chi è stato, non sanno chi ha commesso il furto o l’omicidio, non sanno chi ha commesso il reato e non hanno nessuna traccia, nessun indizio. Allora si dice che la polizia brancola nel buio.

Il buio infatti è l’assenza di luce. Di giorno c’è la luce e di notte c’è il buio. Se tenete gli occhi chiusi vedete tutto nero, state nel buio quindi, e se provate a camminare nel buio, state esattamente brancolando nel buio. Quando camminate e non c’è luce attorno a voi, è normale camminare con le mani in avanti, perché potreste sbattere contro qualcosa. Ecco, questo è “brancolare nel buio”, e la polizia quando non sa cosa fare, si dice che brancola nel buio.

Ma non si usa soltanto con i reati, con i crimini, si usa in effetti anche quando c’è qualcuno che deve prendere una decisione e non sa proprio cosa fare. Questa persona è come se camminasse al buio: sta brancolando nel buio, sta cercando l’orientamento, sta procedendo con incertezza, si muove alla ricerca di una soluzione. Insomma, sicuramente non sta ottenendo alcun risultato.

Chi brancola nel buio può provare a fare qualcosa, ma c’è il rischio di sbagliare, di fare dei grossi errori. C’è il rischio di fare un bel buco nell’acqua.

Fare un buco nell’acqua. Questa è un’altra espressione simpatica. Un buco nell’acqua. Come si fa a fare un buco nell’acqua?

Un buco si può fare nel legno, nel ferro, ma anche nell’acqua. Se lo fate nell’acqua cosa succede? Succede che l’acqua immediatamente ricopre il buco, e il buco sparisce. Se ne deduce che fare un buco nell’acqua vuol dire fare qualcosa di inutile. Fare un tentativo inutile, che non serve a nulla.

In ambito lavorativo si fanno spessissimo buchi nell’acqua. Se avete un’attività e volete attirare nuova clientela con un annuncio pubblicitario, se l’annuncio pubblicitario non funziona per niente, avete speso dei soldi inutilmente e potete dire di aver fatto un buco nell’acqua.

Qualsiasi tentativo può rivelarsi un buco nell’acqua. Come potete immaginare questa è un’espressione utilizzata in ogni lavoro, più o meno importante.

Dunque vediamo adesso cosa succede quando non sapete a chi dare la colpa quando un problema vi impedisce di raggiungere degli obiettivi, di raggiungere dei risultati.

C’è dunque un problema, e spesso non sappiamo chi sia il colpevole. Chi è il colpevole? Chi deve pagare per aver procurato il problema?

Solitamente quando c’è un grosso problema e non si conosce il colpevole, si cerca qualcuno a cui dare la colpa, si cerca cioè il “capro espiatorio”.

Ramona: questa non è un’espressione molto facile Gianni

Ne sono consapevole, ma è interessante conoscere l’origine di questa espressione.

Il capro espiatorio era un capro, cioè un animale, una capra, stavolta utilizzato al maschile (capro) che veniva utilizzato anticamente, molti anni fa, durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme, ed il “capro”, questo animale, veniva mandato nel deserto e fatto precipitare da una rupe, da un precipizio, insomma veniva ucciso. In questo modo tutti i peccati commessi, è come se sparissero, i peccati sono stati perdonati da Dio grazie al capro espiatorio. Il capro aiuta ad espiare i peccati, dove espiare significa riparare ad una colpa scontandone la pena. Il capro pagava per tutti e pagava con la sua vita.

Cosa c’entra col lavoro?

Beh, il capro espiatorio, in senso figurato, è un individuo, o anche un gruppo, un’organizzazione, scelto per addossargli una responsabilità o una colpa per la quale può anche essere innocente. Quando si trova un capro espiatorio vuol dire che si trova qualcuno a cui dare la colpa, anche se la colpa non è la sua.

– spezzone musicale tratto da “Gemitaiz – Non ti rivedo più” contenente le frase “capro espiatorio”

Cosa diciamo quando arriva qualche problema nel lavoro?

Ramona: beh, se non è un grande problema possiamo dire che qualcosa va storto, altrimenti, in caso contrario, va tutto liscio.

Va liscio oppure va storto. Proprio così. Nel primo caso, se tutto va liscio, vuol dire che non c’è nessun problema. Si usa il verbo andare. Tutto va liscio, tutto è andato liscio, tutto andrà liscio, dipende dal contesto, se parliamo al presente, passato o futuro. Si dice che va “liscio” – una cosa è “liscia”, come ad esempio un pavimento, o una qualsiasi superficie, è “liscia” quando è piatta, quando non ci sono imperfezioni, increspature. Una superficie liscia è una superficie che se viene toccata non si sentono imperfezioni, non si sentono bozzi, buchi, o cose che pungono eccetera.

In senso figurato invece vuol dire senza difficoltà, senza problemi.

Si usa spesso con gli esami, con le prove in generale:

Come è andato l’esame di matematica?

Ramona: Molto bene grazie, è andato tutto liscio, tutto liscio come l’olio!

Brava, si dice infatti anche così: tutto liscio come l’olio, cioè senza nessuna difficoltà.

Se invece l’esame è andato male posso dire che è andato tutto storto!

Attenzione perché si usa dire “è andato tutto storto”, oppure “qualcosa è andato storto”. Raramente si usa dire “è andato storto”. È più facile che ascoltiate “è andata male”, o “è andato male”.

In senso ironico si può utilizzare un’espressione molto comune. Come va Ramona?

Ramona: tutto a posto e niente in ordine.

Tutto a posto, cioè tutto ok, equivale a “tutto liscio”, cioè “non ci sono problemi”: “Tutto è a posto”, e “niente è in ordine”. Due frasi dal significato opposto quindi, infatti tutto a posto è il contrario di “niente è in ordine”. È chiaro quindi che la frase si usa per scherzare. Evidentemente ci sono dei piccoli problemi e questi piccoli problemi causano dei malumori, quindi non possiamo dire che tutto è ok, che tutto è a posto, ma in fondo di problemi gravi non ce ne sono. Finisce qui la prima parte della nona lezione di Italiano Professionale. Nella seconda parte vedremo più da vicino le espressioni che si utilizzano quando, tutto sembra perduto, quando non c’è più nulle da fare. A seguire nella seconda parte vedremo i rischi legati alla pronuncia di tutte le espressioni viste nella prima e seconda parte e alla fine l’esercizio di ripetizione.

Ramona: un saluto dal libano

Fine prima parte

prenota-il-corso

Italiano Professionale – Lezione n. 8: risultati

Audio prima parte (17:42)

Audio seconda parte (49:06)

Solo abbonati

prenota il corso.jpg

italiano dante_spunta Come esprimersi quando si parla di risultati: programmare, gestire e raggiungere i nostri obiettivi nel lavoro.
spagna_bandiera Cómo expresarse cuando se trata de resultados: planificar, gestionar y lograr nuestros objetivos en el trabajo.
france-flag La façon de s’exprimer lorsqu’on parle des résultats: programmer, gérer et atteindre nos objectifs professionnels.
flag_en How to express when talk about results: program , manage and reach our goals at work.
bandiera_animata_egitto كيفية التعبير عن أنفسهم عندما يتعلق الأمر النتائج: تخطيط وإدارة وتحقيق أهدافنا في العمل.
russia Как выразить себя, когда дело доходит до результатов: планирования, управления и достижения поставленных целей в работе.
bandiera_germania Wie sich zu äußern, wenn es um Ergebnisse geht: Planung, Verwaltung und unsere Ziele in der Arbeit zu erreichen.
bandiera_grecia Πώς να εκφράζεστε όταν μιλάτε για αποτελέσματα: διαχείριση και πώς να φτάσετε στο στόχο σας στο χώρο εργασίας.

Prenota il corso: https://www.facebook.com/events/1163915776956739/

 Trascrizione

1. Introduzione all’ottava lezione

Buongiorno e benvenuti all’ottava lezione di Italiano Professionale. Siamo arrivati alla lezione numero otto. Spieghiamo oggi le espressioni italiane utilizzate quando si parla di risultati, di obiettivi raggiunti o ancora da raggiungere. Questo è l’argomento di oggi.

Mohamed: oggi ci sono io a farti compagnia! Mi chiamo Mohamed e sono egiziano. Insegno italiano ad Alessandria.

Ciao Mohamed, benvenuto. Grazie a Mohamed che offre il suo contributo, quindi presta la sua voce per questa lezione di italiano professionale.

Dunque Mohamed, parlavamo di risultati. Le espressioni di oggi, che vedremo nel dettaglio, sono tutte relative ai risultati (goal in inglese). In ogni lavoro ci sono dei risultati da raggiungere, da ottenere, da perseguire ed è quindi questo un argomento che non poteva mancare in un corso di italiano professionale, dove cerchiamo di affrontare le situazioni comuni a tutte le attività; situazioni suddivise per argomento.

Questo argomento, quello dei risultati, è sicuramente uno dei più importanti e dei più specifici del settore lavoro. I risultati si sognano, inseguono, e poi si raggiungono, si ottengono, o anche si perseguono: questi sono i verbi più diffusi che si usano quando si parla di risultati: sognare, inseguire, raggiungere, ottenere, perseguire, ma ce ne sono anche altri come vedremo nella lezione.

Vi capiterà di parlare di risultati, di obiettivi, di sogni, e vi capiterà di andare nella giusta direzione oppure no. Ebbene, nella lingua italiana esistono molteplici espressioni, anche idiomatiche, quindi con un doppio significato (significato letterale e figurato); espressioni che si adattano a descrivere ognuno un aspetto diverso riguardo a questo argomento.

Vediamo oggi queste espressioni insieme a Mohamed.

Mohamed: si tratta di molte espressioni Gianni, tutte diverse tra loro.

Molte espressioni diverse, infatti!

Mohamed: per semplicità, forse è meglio dividere queste espressioni in gruppi. Giusto Gianni?

Sì, infatti abbiamo pensato che è bene fare una classificazione. Così all’inizio vedremo un primo gruppo di espressioni che si riferisce alle frasi che si usano prima di aver raggiunto i risultati, in una fase precedente. Poi vediamo un secondo gruppo, dove collocheremo le frasi più utilizzate che si usano durante, oppure poco prima di aver ottenuto dei risultati, poco prima del traguardo diciamo, e infine il terzo ed ultimo gruppo, dedicato al dopo. Diciamo una suddivisione temporale. Essendo molte frasi abbiamo pensato di utilizzare questa pratica suddivisione. Vedrete che in questo modo sarà anche più facile riuscire ricordare le singole espressioni. In ogni caso avrete bisogno di ascoltare la lezione molte volte per poterle memorizzare completamente.

Nella seconda parte della lezione vedremo anche espressioni che si usano quando non si riesce a raggiungere dei risultati: quando i risultati cioè non arrivano.

Dopo la spiegazione, vedremo se ci sono, tra tutte le frasi viste, delle espressioni rischiose, rischiose nella pronuncia o anche nel contesto in cui ogni singola espressione va utilizzata. Vedremo allora quali evitare e quali usare in contesti istituzionali.

Alla fine concluderemo la lezione con un dialogo finale e con un esercizio di ripetizione.

Mohamed: Io e Gianni interpreteremo due personaggi che parleranno prima, durante e dopo i risultati: voi dovrete ripetere ognuna delle frasi dopo di noi.

Infatti ci sarà un dialogo e due personaggi, interpretati da me e Mohamed. Io e Mohamed saremo due dirigenti di una stessa azienda, un’azienda di scarpe italiane, che produce scarpe italiane, che discutono della stagione autunno-inverno. In questo dialogo useremo tutte le espressioni spiegate in questa lezione.

2. Pronti, partenza e via: verso i risultati!

Dunque abbiamo appena iniziato la nostra attività lavorativa: le cose vanno bene. Non abbiamo ancora ottenuto risultati, ma i primi risultati sono positivi. In questo caso possiamo utilizzare diverse espressioni.

La frase più semplice è: “andare alla grande!”. Andare alla grande vuol dire che le cose vanno bene; abbiamo iniziato bene. Il verbo andare è appropriato e adatto, perché indica una direzione ed un movimento: si sta andando, si sta procedendo, in una direzione. E qual è la direzione? “Alla grande” ci dice che questa direzione è quella giusta!

Alla grande significa semplicemente “benissimo”. Se chiedo a Mohamed: come va col tuo nuovo ristorante? Fai buoni affari?

Mohamed: Sì, vado alla grande, grazie!

Vado alla grande!” è molto usato ed è una espressione abbastanza informale, usata tutti i giorni tra persone che si conoscono. È informale, quindi, non è adatta a situazioni più importanti.

Ovviamente se parlo al plurale, se faccio cioè riferimento a più persone, si dice: “andiamo alla grande!” Oppure “vanno alla grande!” se mi riferisco a delle terze persone, ad un gruppo di persone a cui non si appartiene.

Ci sono alcune frasi analoghe ad “andare alla grande”. Una di queste è “Andare per il verso giusto”. Questa è più formale, adatta anche alla forma scritta: anche in questo caso si vuole dire che si è iniziato bene, sia sta andando verso la giusta direzione, anzi, il giusto verso: “Andare per il verso giusto”. La direzione infatti ha due versi, due versi opposti, e quello intrapreso, il verso intrapreso, è il giusto verso, o il “verso giusto”. Si sta utilizzando una rappresentazione, diciamo, geografica, geometrica, come se vi doveste recare, come se doveste andare in un luogo e doveste prendere una strada che porta in quel luogo. Quel luogo è il risultato da ottenere, e voi state andando verso quel luogo, ma non lo avete ancora raggiunto.

Ad esempio gli ascoltatori di questa lezione stanno andando nel verso giusto se vogliono ottenere una conoscenza della lingua italiana adatta ad un ambiente di lavoro.

Un’altra espressione simile, perché anch’essa adatta a contesti anche formali è: “andare a gonfie vele”.

In questo caso si utilizza l’immagine di una barca a vela, cioè di una barca, di un’imbarcazione, che non ha un motore, ma si muove grazie a delle vele, grazie al vento che gonfia le vele; le gonfia perché le riempie d’aria, e le vele diventano così “gonfie”. Se c’è molto vento la barca si muove velocemente; se invece non c’è vento, allora la barca, non avendo un motore, non si muove, non va avanti.

Ebbene, questo è probabilmente il miglior modo per esprimere che state procedendo molto bene, senza problemi, nella giusta direzione. Siete sospinti dal vento, ed ovviamente questa è un’immagine, un’immagine molto adatta e molto elegante da utilizzare: andare a gonfie vele.

Quindi “andare a gonfie vele” e per il verso giusto sono due espressioni adatte entrambe anche ad un contesto formale: le vele gonfie indicano che state andando benissimo. “Andare per il verso giusto” è meno ottimistica come frase, ma ugualmente positiva.

Mohamed: non mancano poi altre espressioni molto informali che utilizzano un’immagine per dire che tutto va bene.

Sì, “andare a tutto gas” è una di queste. L’immagine qui è quella di un veicolo a motore. Non c’è la vela quindi, ma un motore. Dove c’è un motore, come su una macchina o su una moto, c’è un combustibile che lo alimenta. Questo combustibile può essere la benzina, può essere il gasolio, eccetera; ma in questa frase si usa “il gas”, ed il gas nella frase rappresenta il combustibile, qualunque esso sia. Nelle macchine c’è il pedale dell’acceleratore, nelle moto c’è la manopola, perché si accelera con le mani e non con i piedi. Sia guidando una macchina che guidando una moto possiamo quindi accelerare: si può dire, anziché accelerare, “dare gas”. Si può dare più gas oppure si può dare meno gas, a seconda se si vuole accelerare o rallentare. E si può “andare a tutto gas” se si vuole andare alla massima velocità possibile, quindi premendo col piede il pedale al massimo nella macchina, o girando la manopola al massimo nella motocicletta, nella moto.

Chi “va a tutto gas” quindi va al massimo, “va a gonfie vele”. Le due frasi sono identiche ma adatte a due contesti diversi: il gas è informale, le vele sono più eleganti.

Andando dall’informale verso il formale, ci sono poi altre espressioni: “andare a tutta birra”, del tutto analoga come frase rispetto a “andare a tutto gas”. Sia il gas che la birra in effetti appartengono più al linguaggio giovanile ed a argomenti attinenti al tempo libero, e non al lavoro.

Lo stesso si può dire per “andare a tutto spiano”.

Mohamed: Questa però è più difficile da spiegare. Cos’è lo spiano?

Dunque, andare è anche qui il verbo utilizzato. La preposizione “a” è presente anche qui. “Tutto spiano” equivale a “tutta birra”, ed anche a “gonfie vele”. Cos’è lo spiano mi hai chiesto?

È talmente normale usare questa espressione per gli italiani che nessuno probabilmente sa cosa sia lo spiano. Ho fatto quindi una ricerca in proposito, caro Mohamed, ed ho scoperto che lo “spiano” si usava a Firenze, nell’antichità: si usava nei forni, dove si cucina il pane. Lo spiano era una certa quantità di grano col quale si fa il pane, lo spiano era quindi una quantità di grano. C’era anche il mezzo spiano, che era ovviamente la metà. C’era quindi il “tutto spiano”, e c’era il “mezzo spiano”. Se si lavorava “a tutto spiano” si faceva quindi il massimo del lavoro. Oggi l’espressione è usata in tutti i lavori e non solo nel forno, dove si fa il pane. E non solo nel lavoro poi!

Posso lavorare a tutto spiano, ma posso anche mangiare a tutto spiano, posso correre a tutto spiano, divertirmi a tutto spiano.

Anche questa è un’espressione familiare.

Mohamed: Ancora più difficile sarà spiegare l’espressione “a spron battuto”.

Mi stai veramente mettendo in difficoltà, Mohamed!

A spron battuto” è credo l’espressione più difficile da spiegare finora.

Il senso però è quasi identico a quello visto finora: procedere bene, andare bene, aver iniziato bene anzi, benissimo direi. Come ”a gonfie vele”.

Le due frasi “a gonfie vele” e “a spron battuto” si possono usare anche con altri verbi, non solo con il verbo “andare”: posso dire “Procedere a gonfie vele”, o “proseguire a gonfie vele”.

Analogamente posso dire “andare a spron battuto”, ma anche “procedere a spron battuto”, “proseguire a spron battuto”, “andare avanti a spron battuto”. Posso anche dire “lavorare a spron battuto”.

Però quando si dice “a spron battuto” c’è anche l’idea della velocità, della fretta, e non solo del buon risultato. Quindi si usa anche dire “allontanarsi a spron battuto”. A spron battuto quindi è anche come dire “subito”, “velocemente”. Invece “a gonfie vele” contiene solamente il risultato, la velocità sì, ma legata al risultato.

In ambito bellico, quindi in caso di guerre, di battaglie, si usa dire che un esercito si è “ritirato a spron battuto”, per dire che si è ritirato in massa, e con velocità.

Ok ma cos’è lo spron battuto? Ebbene lo spron è lo sperone, che è quel pezzo di ferro, o di acciaio, che si usa con il cavallo per farlo correre, per farlo andare più velocemente. Lo sperone è attaccato allo stivale del piede, e se si punzecchia il cavallo con lo sperone, il cavallo avverte del dolore e aumenta la velocità. Lo sperone si batte quindi sul cavallo, quindi lo sperone è battuto sul cavallo. “A spron battuto” vuol dire quindi “ a sperone battuto”. E se si va, se si procede “ a spron battuto” si procede velocemente. L’immagine del cavallo quindi è analoga all’immagine della vela, o della macchina a gas. Si sta comunque andando velocemente nella giusta direzione. Credo che a spron battuto si possa sempre utilizzare, ma si trova un po’ in mezzo alle espressioni viste, quindi è adatta a tutte le situazioni, ma di più a quelle informali. Utilizzatissima anche questa espressione.

Finisce qui la prima parte della lezione otto di italiano professionale: nella seconda parte vedremo altre espressioni: prima quelle del secondo gruppo e poi quelle del terzo gruppo. Poi si parlerà dei rischi nella pronuncia e per finire l’esercizio di ripetizione.

Fine prima parte

prenota il corso.jpg

Ne ho abbastanza

Audio

Trascrizione

Ciao a tutti gli amici di Italiano Semplicemente. Oggi vediamo una serie di espressioni, tutte abbastanza simili, che si usano per dire una cosa molto semplice: basta!!

“Basta” quindi è la parola più semplice, l’esclamazione più facile che esiste per dire “stop”.

Bene, quindi tale parola esprime quindi, un sentimento, un’emozione, uno stato d’animo: quello stato d’animo che abbiamo quando vogliamo che qualcosa finisca, che qualcosa termini, quando siamo stanchi di qualcosa. “Basta!” è un’esclamazione quindi. Le esclamazioni di usano per esclamare, per esprimere un sentimento, e le riconoscete perché sono seguite da un punto esclamativo, quello col puntino in basso.

Quante volte diciamo “basta” ogni giorno? Lo diciamo ai nostri figli, quando insistono a fare qualcosa che non va, qualcosa che non va bene, qualcosa che non andrebbe fatto, oppure lo diciamo semplicemente perché siamo stressati e siamo stanchi, dopo una lunga giornata di lavoro o di studio. Poveri figli! Oppure lo pensiamo, lo pensiamo al lavoro, lo pensiamo perché non sopportiamo più qualcosa, perché non siamo più disposti a tollerare qualcosa.

Allora in Italia si usano molti modi diversi di dire basta! Io stesso ne ho già utilizzati molti finora. Ho usato anche i verbi “sopportare” e “tollerare”, il primo più familiare, il secondo più formale, più adatto nella forma scritta ad esempio. Questi due verbi possono essere usati per costruire delle semplici esclamazioni, per dire appunto “basta!”.

Vediamo in particolare che ci sono alcune espressioni che gli italiani usano più di frequente, anche più frequentemente del semplice “basta!”.

Vediamo quali sono: “ne ho abbastanza!” è una delle esclamazioni più usate.

immagine_ne_ho_abbastanza

“Ne” si riferisce alla cosa della quale ne avete abbastanza, cioè si riferisce alla cosa di cui siete stanchi, alla cosa a cui dite basta. Ad esempio: “ne ho abbastanza del mio lavoro!”. Ho è il verbo avere.

“Ne ho” quindi vuol dire “io ne ho”. Quindi io, anche se non c’è scritto, anche se non si pronuncia è scontato: sono io che ne ho abbastanza!

Cioè sono io che sono stanco del mio lavoro, ad esempio, sono io che non voglio più lavorare. “Ne ho abbastanza!”. Oppure “ne ho abbastanza di te”: questa è forte ragazzi!! Questa frase potete dirla alla persona che non volete più vedere, la persona con la quale non volete più avere rapporti, anche al vostro fidanzato o fidanzata, anche se non è carino, diciamo…

Ovviamente possiamo utilizzare l’espressione con qualsiasi persona:

Io ne ho abbastanza, tu ne hai abbastanza, lui o lei ne ha abbastanza, noi ne abbiamo abbastanza, voi ne avete abbastanza, loro ne hanno abbastanza. Ma in tutti i casi spesso non troverete il pronome personale davanti.

Spero che nessuno vi dica mai questa frase, sinceramente. Infatti “ne ho abbastanza” esprime un sentimento molto forte. Ne ho abbastanza di qualcosa, in generale vuol dire che col passare del tempo il vostro sentimento di stanchezza è aumentato: all’inizio non eravate stanchi di questa cosa o di questa persona, ma man mano che il tempo è passato, vi siete sempre di più stancati, tanto che non siete più disposti ad accettare questa cosa, ne avete abbastanza. “Abbastanza” come vedete contiene la parola “basta”. Quindi abbastanza vuol dire che non volete più continuare. Abbastanza, come parola, è semplicemente l’equivalente di “enough” in inglese, o di “assez” in francese, ma “ne ho abbastanza” invece è informale, è colloquiale, si usa molto nella forma orale, nel parlato. L’equivalente, la forma equivalente, ma formale, di questa espressione, è molto diversa: “La misura è colma”. Questa espressione è molto formale, ma ha lo stesso identico significato di “ne ho abbastanza!”. L’espressione è “La misura è colma”.

Vediamo bene questa espressione. “Colma” vuol dire piena. Un bicchiere, ad esempio è colmo, quando è pieno fino all’orlo, fino alla fine, fina alla parte più alta del bicchiere, l’orlo. Più di così non è possibile, perché l’acqua uscirebbe.

“La misura è colma” utilizza quindi l’immagine di un contenitore, come un bicchiere, che non può più contenere altro liquido, perché tale bicchiere, tale contenitore, è colmo, è pieno fino all’orlo. “La misura” indica il livello massimo possibile dell’acqua, indica cioè quanto “misura” il contenitore, quanto è ampio, quanto è grande. Quant’è la misura di questa bottiglia? un litro, ad esempio. Questa bottiglia misura un litro esatto, questo contenitore misura cinque litri esatti.

Potete ascoltare o leggere la frase “la misura è colma” all’interno di articoli, anche giornalistici, che parlando di qualcosa di cui qualcuno si è stufato. Qualcosa di cui qualcuno è stufo, è stanco. Infatti “la misura è colma” a differenza di “ne ho abbastanza” si usa di più nella forma scritta.

Ho appena usato anche, involontariamente, l’espressione, la parola “stufato” o “stufo”. Ad esempio posso dire: “sono stufo di questa situazione”, oppure “mi sono stufato di questa situazione”. Ebbene queste due espressioni sono equivalenti a “sono stanco” e “mi son stancato”. “Sono stufo” quindi significa semplicemente “sono stanco”, ma è più familiare, ed anche più forte, esprime una stanchezza maggiore: “sono veramente stufo”: potete ascoltare molto spesso questa espressione in Italia.

Inoltre “stanco”, e la “stanchezza” si usano, sono più usate per indicare la stanchezza fisica. Se andate a fare una corsa a piedi, o in bicicletta, al vostro ritorno potete dire che siete molto stanchi , ma non potete dire che siete stufi, o che vi siete stufati, perché se dite che vi siete stufati vuol dire che non volete più andare a correre, che vi siete stufati della bicicletta ad esempio. Se invece dite “sono stanco” vuol dire che fisicamente la corsa vi ha reso stanchi, vi ha stancato.

Quindi “sono stufo di questa situazione” equivale a “ne ho abbastanza di questa situazione”. Voglio smettere.

Bene, ora vediamo ancora un’altra espressione utilizzatissima, una esclamazione che non ha bisogno di aggiungere nessun’altra parola; è già abbastanza chiara e forte così com’è. L’espressione è: “Non ne posso più!”. Non ne posso più vuol dire “basta!” quindi è anch’essa un’esclamazione. Se vogliamo non ne posso più è una frase che sintetizza una frase più lunga, come ad esempio “non posso più proseguire”, “non posso più andare avanti”. “Non ne posso più” è più breve, più concisa, più secca come esclamazione, come se si volesse accorciare la frase perché si è stanchi persino di sprecare parole a riguardo: “Non ne posso più!”. Anche qui il “ne” si riferisce alla cosa della quale siete stufi, alla cosa di cui ne avete abbastanza. Se dite “non ne posso più!” e non aggiungete altro, potete farlo, ma vuol dire che è già chiaro di cosa stiate parlando. Altrimenti potete anche dire: “non ne posso più… della mia macchina”, ad esempio, o “non ne posso più di lavare i piatti” o “non ne posso più di studiare la grammatica”.

“Non ne posso più di questi esami universitari”. Ecco, se non ne potete più dei vostri esami universitari non è un buon segno, perché faticherete a finirli e quindi faticherete a laurearvi; anche a me è capitato di non poterne più dell’università.

Quindi finora abbiamo visto le espressioni più usate:

– “basta!”;

– “ne ho abbastanza!”;

– “non ne posso più!”

– “la misura è colma”

Come dicevo prima potete anche utilizzare i verbi sopportare tollerare.

Ad esempio “non sopporto più” è anch’essa molto usata. “non ti sopporto più” o anche “non sopporto più una certa persona” sono ugualmente molto utilizzate, e vi capiterà spessissimo di ascoltare queste espressioni in dialoghi, conversazioni informali, davanti alla macchina del caffè, tra amici al bar eccetera.

Invece come dicevo il verbo “tollerare” è più formale, più forbito, diciamo così. Molto usata è ad esempio l’espressione: “non sono più disposto a tollerare questa situazione”. Questa frase potreste ascoltarla in riunioni, anche importanti, in cui uno dei partecipanti manifesta il desiderio di liberarsi di una situazione spiacevole. Magari in una riunione d’ufficio ci si può lamentare del fatto che uno dei colleghi non lavori molto, non aiuti l’attività dell’ufficio, quindi uno dei collegi si potrebbe lamentare di questo e potrebbe dire al dirigente, o ad una riunione a cui partecipa anche il capo, il dirigente dell’ufficio: “non sono più disposto a lavorare a queste condizioni”, “non sono più disposto a tollerare questa situazione”.

Quindi il verbo tollerare si associa, si usa, insieme a “non sono più disposto”, cioè “non sono più disponibile”. Usando un linguaggio più familiare potrei dire: “non mi va più!”, o anche “non ho più voglia”. Ma ovviamente come saprete in un ufficio spesso si utilizzano frasi diverse.

È importante sapere che chi vuole imparare a comunicare in italiano, impari che, come immagino accada anche in altre lingue, ci sono differenze sostanziali, importanti, tra il linguaggio familiare, di tutti i giorni, dal linguaggio d’ufficio, almeno quello da usare per alcune occasioni, come durante le riunioni o quando si vuole esprimere qualche sentimento, qualche preoccupazione, o anche un semplice dissenso, quando non siete d’accordo su qualcosa. In questi caso è importante usare le parole giuste.

Per questo motivo esiste anche il corso di Italiano Professionale, che serve esattamente a questo: a spiegare la differenza tra linguaggio formale e informale, a capire quando usare un’espressione o quando usarne un’altra, più adatta al lavoro, o durante una riunione, o più adatta perché meno aggressiva eccetera.

Per chi è interessato il corso sarà disponibile a partire dal 2018, stiamo sviluppandone i contenuti giorno dopo giorno e chi ci vuole aiutare può visitare la pagina facebook dedicata al corso di italiano professionale dove ci può suggerire dei contenuti interessanti da aggiungere.

Credo che può bastare così per oggi, altrimenti ne avrete abbastanza anche di questo episodio e di italiano semplicemente.

La misura è colma per oggi, ma domani provate ad escoltare ancora questo episodio, altrimenti vi dimenticherete presto e se un giorno vi capiterà di dire basta a qualcosa, o a qualcuno, penserete:

“oddio, com’era che si diceva? Non mi ricordo più!”

Quindi seguite le sette regole d’oro, per chi non conosce le sette regole d’oro per imparare a comunicare in italiano vi invito a dare un’occhiata al sito italianosemplicemente.com e vedrete che ascoltando più volte lo stesso podcast, se il vostro livello di italiano è sufficientemente alto per comprendere almeno il senso del discorso, allora in tal caso la ripetizione dell’ascolto è una delle chiavi per comprendere sempre di più, e vedrete appunto che a forza di ripetere l’ascolto ci saranno delle parole che all’inizio non capite, ma poi, una alla volta, saranno più chiare: il contesto vi aiuterà a capire anche ciò che all’inizio non comprendevate.

Terminiamo l’episodio con un esercizio di pronuncia. Anche questo importantissimo: è la settima regola d’oro: “Parlare”. Quindi ripetete dopo di me per esercitare i muscoli e per abituarvi ad ascoltare la vostra voce, così da non avere imbarazzo o problemi psicologici quando vi capiterà di parlare con un italiano vero.

Proviamo a ripetere alcune frasi che abbiamo visto oggi:

– Ne ho abbastanza degli esami universitari.

—-

– Ne ho abbastanza di te.

—-

– Non ne posso più di questa situazione.

—-

– non ne posso più di questo caldo. Voglio l’inverno!

—-

– Basta, ora la misura è colma.

—-

– Il governo italiano deve cambiare. La misura è colma.

—-

Ciao ragazzi, alla prossima.


> Tutte le espressioni idiomatiche italiane spiegate

Fare buon viso a cattivo gioco

Audio

Trascrizione

fare_buon_visoBuongiorno amici. La frase idiomatica che di oggi è “fare buon viso a cattivo gioco”.

La frase di oggi, “fare buon viso a cattivo gioco” è una frase non molto facile da spiegare. Cercherò di fare quindi molti esempi e di spiegare tutte le parole.

Questa espressione è utilizzata non molto di frequente nel linguaggio di tutti i giorni. Tuttavia il suo utilizzo è molto frequente in ambito lavorativo e professionale.

Vi potrebbe capitare  di ascoltarla in Italia in molte occasioni ed in qualsiasi attività lavorativa.

Come sa chi ci segue solitamente, in Italiano Semplicemente cerchiamo di spiegare ogni settimana almeno una frase idiomatica, e spesso vengono spiegate espressioni molto utilizzate nel lavoro.

Nella pagina frasi idiomatiche troverete molte espressioni di uso comune in tutta Italia e alcune delle espressioni più utilizzate, come quella di oggi, in ambito professionale. In generale però tutti gli altri contenuti, cioè tutte le frasi idiomatiche più utilizzate nel lavoro, specifiche del lavoro, così come tutti i verbi e tutte le situazioni più frequenti in ambito professionale che familiare sono inserite all’interno del corso di Italiano Professionale, che sarà disponibile per chi volesse acquistarlo, a partire dal 2018.

Ogni giorno siamo impegnati, con gli altri membri della redazione a sviluppare i contenuti di ogni lezione di questo speciale corso, e mettiamo a disposizione sempre la prima parte di ogni lezione, in modo che tutti possano capire di cosa si parli nel corso e possano decidere con sicurezza e tranquillità se acquistare il corso o meno quando sarà disponibile.

La frase di oggi, “fare buon viso a cattivo gioco” è un podcast completo, interamente gratuito, un episodio accessibile a tutti, e spero di riuscire oggi a spiegarvi il significato della frase senza troppe difficoltà.

Allora, vediamo parola per parola. Fare è un verbo, molto usato nelle frasi e espressioni idiomatiche italiane. Il viso è la parte del corpo in cui si trovano gli occhi, il naso e la bocca. “Il viso”. Si dice anche “la faccia”, ma il viso è più indicato e più usato per indicare la parte del corpo, invece la faccia è usato di più per rappresentare le espressioni e le emozioni del viso, anche per quelle che si provano guardando questa faccia, questo viso. Ad esempio: “ha una faccia curiosa“, oppure “ha una faccia da schiaffi“, ed altre espressioni simili.

“Fare buon viso” contiene la parola “buon”, cioè “buono”. Un “buon viso” è un “viso buono” un viso che esprime tranquillità, che non esprime preoccupazione. La bontà del viso non è da intendere come la bontà d’animo. o la bontà delle persone, ma come un viso che esprime tranquillità.

Vediamo che in questo caso “viso” è utilizzato per indicare un’emozione, cosa che come detto prima si usa fare di più con la parola “faccia” e non con la parola viso. Non è così in questo caso.

Le due parole “buon viso” stanno insieme solamente in questa espressione: non esistono altre espressioni e modi di dire italiani che contengono queste due parole in fila: è chiaro quindi che appena voi dite “fare buon viso”, un italiano che ascolta subito intuisce, capisce subito qual è la fine della frase che state dicendo: “a cattivo gioco”

“A cattivo gioco”: cosa vuol dire?

Il senso proprio di questo pezzo di frase non ci aiuta.

Il gioco solitamente è divertimento, è una attività che dà gioia, che fa piacere fare. Quindi un “cattivo gioco” non esiste. Al massimo un cattivo gioco può essere un gioco il cui fine è cattivo, crudele. Uccidere per gioco può essere giudicato un “cattivo gioco”. Cattivo infatti si usa per le persone: una persona cattiva è una persona non buona, che non fa del bene ma fa del male agli altri. Un cattivo gioco può anche essere un gioco non istruttivo, che non istruisce, cioè che non insegna nulla ai bambini. Ma non è neanche questo il significato nella frase di oggi.

La parola “Cattivo”, l’aggettivo “cattivo”, si usa anche in molte altre circostanze, in molte altri contesti e situazioni e non solo per le persone. Si usa per, ad esempio, il tempo, ma in questo caso la cattiveria non c’entra col “cattivo tempo“. In questo caso il tempo si dice cattivo quando piove, ad esempio o quando fa freddo e c’è vento, insomma quando non è un tempo, da un punto di vista meteorologico, buono. “Fa cattivo tempo”, si dice per dire che non è un bel tempo.

“che tempo fa oggi a Roma?”. Se piove potete dire “fa cattivo tempo”.

Poi c’è anche “cattivo sangue” e “cattivo profeta”.

Questo per dirvi che la frase “fare buon viso a cattivo gioco” va letta tutta insieme, e non un pezzo alla volta. Il senso della frase è cercare di adattarsi il meglio possibile, nel miglior modo possibile, a situazioni sgradevoli che non si ha possibilità di evitare o modificare.

Se abbiamo una situazione sgradevole, cioè non gradevole, cioè che non ci piace, ma è necessario sopportare, allora possiamo dire che dobbiamo “fare buon viso a cattivo gioco”, cioè dobbiamo mostrarci tranquilli, far finta che non sia un problema, dobbiamo sopportare e mostrare, far sembrare che tutto vada bene, dobbiamo fare “buon viso”, cioè mostrare un viso sereno, senza mostrare preoccupazioni, “a cattivo gioco”, cioè ad una situazione che non ci piace, sgradevole, che vorremmo evitare, ma che conviene affrontare in questo modo, facendo “buon viso a cattivo gioco”, perché quello che è successo è inevitabile, non si può evitare.

Attenzione perché è importante usare la preposizione “a”. Non sembra corretto dal punto di vista grammaticale, ma nelle espressioni idiomatiche non dovete badare alla grammatica: queste infatti sono un modo per sintetizzare una situazione frequente che può capitare. Al lavoro capita spesso di fare buon viso a cattivo gioco.

Se ad esempio state lavorando, state lavorando e siete molto concentrati, e  ad un certo punto una persona vi interrompe e vi dice “scusa disturbo? posso farti una domanda?”.

Voi a questo punto perdete la concentrazione e questo vi fa arrabbiare. A questo punto avete due scelte, potete fare due cose: la prima cosa che potete fare è rispondere: “no, ho da fare!“, oppure “non ora, più tardi!“. Questa è la prima scelta, e potrebbe essere giudicata poco gentile da parte vostra una risposta di questo tipo. Ormai avete perso la concentrazione, quindi potrebbe convenirvi una risposta più diplomatica.

La seconda scelta quindi è “fare buon viso a cattivo gioco” e fare finta di niente, cioè far finta che la cosa non vi abbia seccato, non vi abbia dato fastidio, e quindi rispondere gentilmente: “prego, entra pure, non mi disturbi affatto!“. In questo modo avete fatto buon viso a cattivo gioco. La cosa non vi ha fatto buon gioco, perché vi ha fatto perdere la concentrazione, ma pur non avendovi fatto buon gioco, voi fate “buon viso”. Fate buon viso a cattivo gioco.

Si potrebbe discutere sul fatto che sia buona cosa o meno fare buon viso a cattivo gioco. E’ una cosa positiva fare buon viso a cattivo gioco? Qualcuno potrebbe dire che chi fa buon viso a cattivo gioco è una persona ipocrita, e l‘ipocrisia è il nome del sentimento. Ipocrisia deriva dal greco e significa simulazione. Simulare significa “far finta”, “far sembrare”, far apparire una cosa in un modo quando invece non è così.

Una persona ipocrita è una persona che non dice quello che pensa e che lo fa per ottenere dei vantaggi. L’ipocrita ha imparato a dire ciò che “rende” di più, cioè che gli porta maggiori vantaggi.

In effetti l’ipocrisia non è una cosa affatto positiva nel lavoro e direi anzi che è una delle caratteristiche peggiori. Ma qui bisogna forse anche distinguere tra ipocrisia e diplomazia.

diplomaziaipocrisia

La diplomazia, a differenza dell’ipocrisia, ha una eccezione positiva, ha un significato positivo. Entrambe sono simulazioni però. Con entrambe ci si comporta in modo diverso da ciò che i nostri sentimenti ci consiglierebbero.

Entrambe sono simulazioni di sentimenti e lo scopo è sempre quello di guadagnare la fiducia degli altri, la fiducia altrui. Ma il termine ipocrisia è più collegato all’inganno. Se faccio finta di essere tuo amico e poi parlo male di te con gli altri colleghi sono un ipocrita, mi sto comportando da ipocrita, non  sono diplomatico. Il diplomatico è realista, ed il suo fine, quello che vuole ottenere, non è un fine personale, ma è una intesa: l’intesa nel lavoro è il suo obiettivo. Per il diplomatico la cosa importante è come agire nel rispetto della persona altrui. Invece l’ipocrita è egoista, pensa a se stesso. Questa è la differenza. Se ad esempio devo trovare un accordo tra persone diverse, tra opinioni diverse, allora cerco di mantenere una posizione neutrale, cercando di capire le differenze tra le persone e cercando di trovare un accordo, il miglior accordo possibile.

Potete quindi ben capire che la diplomazia è una caratteristica molto apprezzata nel lavoro perché pochi hanno la capacità di mantenere una posizione neutrale e cercare sempre la migliore soluzione ad ogni problema, anche andando a volte contro il proprio pensiero, perché l’obiettivo, il fine ultimo, è l’accordo.

La diplomazia quindi non è ipocrisia, non è manipolazione. Ecco, anche questo termine: “manipolazione” è senza dubbio una parola negativa, come ipocrisia. Chi manipola è quindi un ipocrita, un egoista, uno che vuole fare in modo che gli altri facciano delle cose che gli porteranno dei vantaggi. Manipolare viene da “mani”, cioè lavorare con le mani, quindi manipolare una persona è cercare di cambiarla, come se fosse un oggetto e come se dovesse far assumere una certa forma a questa persona, la forma che  vuole lui, la forma che desidera il manipolatore.

In ogni caso si potrebbe discutere molto sui termini diplomazia e ipocrisia, e si potrebbero anche avere opinioni differenti. Infatti ci sono dei mestieri, dei lavori, dove fare buon viso a cattivo gioco è indispensabile, è molto importante: come nel mestiere del diplomatico, o del politico.

Il diplomatico, lo dice anche il nome, è colui che deve avere diplomazia. Il diplomatico è un lavoratore, detto “funzionario“, attraverso il quale uno Stato (come quello italiano ad esempio) oppure la Santa Sede, la Chiesa, intrattiene relazioni con un altro Stato, con la Santa Sede o con un’organizzazione internazionale: questo è il diplomatico. L’ambasciatore ad esempio è un diplomatico.

Il politico invece è colui che si occupa di politica, colui che è eletto dal popolo per prendere decisioni che riguardano la collettività, il popolo intero. In questi due mestieri, il diplomatico e il politico, fare buon viso a cattivo gioco significa essere diplomatici ma spesso il confine tra diplomazia e ipocrisia è molto, molto stretto.

Comunque fare buon viso a cattivo gioco è una frase utilizzabile anche al di fuori del lavoro in generale se ci troviamo in situazioni difficili, se non vogliamo affrontare apertamente chi ci ha fatto del male, o chi ci ha procurato uno svantaggio, o chi ci ha messo i bastoni tra le ruote, magari preferiamo fare buon viso a cattivo gioco, preferiamo far finta di niente, perché tanto ormai è successo, e pensiamo che è meglio far finta di niente.

Facciamo ora un esercizio di ripetizione come facciamo sempre per rispettare la regola numero sette per imparare a parlare Italiano: parlare.

Ripetete dopo di me, copiate la mia pronuncia.

Fare buon viso a cattivo gioco.

….

Fare buon viso a cattivo gioco.

….

Fare buon viso….. a cattivo gioco… a cattivo gioco…

Meglio fare buon viso a cattivo gioco

….

Non mi piace fare buon viso a cattivo gioco

…..

Ti consiglio di fare buon viso a cattivo gioco

….

Ti sconsiglio di fare buon viso a cattivo gioco

….

Vi ringrazio di aver seguito questo episodio di Italiano Semplicemente. Ascoltate questo episodio più volte se volete usare la tecnica dell’ascolto per imparare l’italiano in modo naturale. Fatelo più volte, durante i vostri tempi morti, e continuate a seguirci  anche su Facebook, e se volete visitate la pagina di Italiano Semplicemente.

Ciao a tutti da Giovanni. Un abbraccio.

> Il corso di italiano professionale