Buongiorno a tutti e bentrovati sulle pagine di italianosemplicemente.com, sito adatto per aiutare ad apprendere l’italiano tutti coloro che hanno poco tempo a disposizione per studiare la grammatica.
Grazie di essere ancora qui, e per chi non conosce ancora Italiano Semplicemente, vi invito ad andare sul sito e dare un’occhiata alla sezione “livello intermedio”, dove ci sono molti episodi da leggere e file audio mp3 da ascoltare. Per i principianti, benvenuti e a voi consiglio di andare alla pagina a voi dedicata. Anche coloro che non sanno nulla di italiano, potranno trovare, nella pagina “principianti”, delle storie da ascoltare. Lì troverete sia i file audio che le trascrizioni.
Bene, oggi ci occupiamo di una frase idiomatica, e in particolare di una frase molto delicata.
Dico delicata perché avrò alcune difficoltà a trovare le parole più idonee per spiegare questa frase idiomatica. Vado subito al dunque (via il dente, via il dolore) e vi dico che la frase in questione è “andare a quel paese”. Andare a quel paese è una frase idiomatica, sicuramente, perché il senso proprio di questa frase è sicuramente fuorviante. Fuorviante significa che vi porta fuori dalla via, vi porta fuoristrada, questo significa che voi potreste pensare di leggere la frase parola per parola ed interpretare la frase in questo modo, ed invece la frase ha un senso figurato; un senso diverso dal significato proprio.
Chi di voi già consce questa espressione già avrà capito per quale motivo sono preoccupato oggi, nell’affrontare questa spiegazione. Gli altri invece saranno incuriositi, e quindi cercherò di cavarmela affrontando la frase senza indugiare. Cercherò di cavarmela significa cercherò di uscirne fuori, cercherò di risolvere il problema.
Dunque “andare a quel paese”, o meglio, l’esclamazione “vai a quel paese”, rivolta a qualcuno, è l’equivalente di… “fuck you” in inglese. La differenza è che mentre la frase inglese è molto volgare (ed ovviamente esiste l’equivalente italiano di fuck you, che non sto qui a ricordarvi poiché sicuramente tutti voi già conoscete; mentre la frase inglese è volgare, come dicevo, “vai a quel paese” è, per quel che si può, la versione delicata, informale, gentile se vogliamo.
Andare a quel paese quindi è un invito, è un invito che si fa, che si rivolge ad una persona, ed è un invito che si rivolge generalmente a persone con le quali non si va molto d’accordo. In genere “vai a quel paese” conclude sempre una discussione, è cioè l’ultima frase che si dice, generalmente, in una discussione animata, in cui si litiga con qualcuno. Se si discute, se si litiga con qualcuno, ed in particolare se si discute animatamente si alzano i toni, si alza la voce, e spesso può accadere che una delle persone insulti un’altra persona, e pronunci appunto questa frase: “vai a quel paese”.
Discutere animatamente significa discutere con l’anima, e si usa frequentemente per indicare una discussione accesa, che non si svolge con toni pacati, tranquilli, ma ad un certo punto ci si lascia andare, si comincia ad alzare la voce, e si perde il controllo. Ed alla fine uno dei due, e spesso entrambi, mandano a quel paese l’altra persona.
Mandare a quel paese quindi vuol dire manifestare un grande dissenso verso l’altra persona, nel senso che queste due persone hanno una idea totalmente diversa a proposito di un certo argomento, e mandando a quel paese si dice all’altro:
ok, è chiaro che non la pensiamo nello stesso modo, è chiaro che abbiamo una idea diversa, quindi tu resti con la tua opinione, che io non approvo, ed io resto con la mia, che tu non approvi.
Questa lunga frase, evidentemente, è troppo lunga per essere pronunciata, e soprattutto non vale la pena di sprecare fiato per una persona che vogliamo liquidare. In queste circostanze quindi “vai a quel paese” è un sistema sbrigativo per liquidare una persona.
Liquidare una persona vuol dire, non renderla liquida, non farla diventare liquida, ma vuol dire sbarazzarsi di questa persona, farla allontanare, oppure smettere di parlarci perché le abbiamo già dedicato molto tempo.
Entrambe le persone, evidentemente, per mandare a quel paese l’altra persona, manifestano la volontà di sbarazzarsi l’una dell’altra. L’una dell’altra vuol dire che ognuna delle due persone si vuole sbarazzare dell’altra persona. E sbarazzare, come detto, ha lo stesso significato, più o meno, di liquidare. Posso quindi dire “ho liquidato Giovanni” oppure posso dire “mi sono sbarazzato di Giovanni”.
E’ la stessa cosa. Quindi ragazzi spero non vogliate liquidarmi dopo questa spiegazione. Soprattutto spero non vogliate mandarmi a quel paese, perché mi offenderei.
Un’ultima annotazione: “quel paese” indica un luogo, un paese, appunto, che non si nomina. Si indica quindi un paese senza nome che indica quindi un luogo lontano, che non viene nominato, perché se lo facessi, direi una parolaccia…
Vi lascio sulle note di questa bella canzone italiana di Alberto Sordi, un comico italiano tra i più famosi, ormai passato a miglior vita purtroppo (cioè ormai deceduto) che si chiama appunto: “te c’hanno mai mannato a quel paese”, che in dialetto romano significa “ti ci hanno mai mandato a quel paese?, cioè: “a te ti hanno mai detto vai quel paese”?
Buongiorno amici e membri della famiglia di Italiano Semplicemente.
Oggi torniamo a spiegare una frase idiomatica, e ringrazio Jasna che mi ha proposto e suggerito la frase.
In realtà si tratta di due frasi: la prima frase è “in bocca al lupo” e la seconda è “crepi il lupo”. Per divertirci un po’ lo faremo in due modi diversi: uno familiare, con un linguaggio semplice e amichevole,ed uno più formale, più cordiale, con alcune espressioni più adatte ad un contesto più importante, come se parlaste un linguaggio istituzionale, come se doveste scrivere un documento formale. Proviamo a fare questo esperimento, e se vi piacerà, potremo rifarlo altre volte. Iniziamo quindi la prima versione, la spiegazione amichevole, quella che uso sempre quando cerco di spiegare il significato di una espressione italiana.
Tra l’altro confrontare il linguaggio formale e quello informale è ciò che viene sempre fatto all’interno del corso di Italiano Professionale, che come sapete in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per chi di voi vuole conoscere in maniera un po’ più approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro, perché vogliono lavorare in Italia.
Ultimamente sto ricevendo varie frasi idiomatiche che quindi dovrò spiegare, e tutte queste frasi le ho appuntate, le ho scritte su una pagina del sito che tutti voi potete vedere. La pagina si chiama “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“, dove ci sono sia le frasi spiegate che quelle in programma.
“Appuntare”, verbo che ho usato nella frase precedente vuol dire “segnare”, vuol dire scrivere da qualche parte, per non dimenticarsi. Scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Appuntare viene da mettere un punto, un punto non di punteggiatura, ma un punto… come se fosse fatto da qualcosa con la punta, come un chiodo, una puntina, qualcosa di appuntito che tenga fisso un foglio, che resti così attaccato da qualche parte in modo che possiamo vederlo. Oggi si usano i post-it per appuntare, e tutti credo che conoscano i post-it.
Quindi mi sono appuntato anche di spiegare queste due frasi: “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”. Normalmente spieghiamo una frase per volta, ma in questo caso le spiegherò insieme, ed il motivo è che le due frasi sono collegate: quando si usa la prima frase si usa anche la seconda. L’unica differenza è che a pronunciare le due frasi, a dirle, sono due persone diverse.
Se vi ho incuriosito, ora vi toglierò ogni dubbio, facendolo in modo divertente, come al solito.
Alcuni di voi sanno già cosa sia un lupo, e per quelli che non lo sanno ancora provo a spiegarlo: il lupo è un animale, che somiglia molto al cane. Rispetto al cane però ha delle differenze: il cane abbaia (verso abbaio), mentre il lupo ulula (verso ululato). Quindi il suo verso è l’ululato.
Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive normalmente nei boschi, oppure in cattività: vivere in cattività vuol dire vivere non in libertà, quindi non vuol dire essere cattivi (quella è la cattiveria). Chi vive in cattività non vive libero, cioè nel suo ambiente naturale, piuttosto vive, ad esempio, nei giardini zoologici. Quindi non confondete la cattività con la cattiveria.
Un’altra differenza tra il cane e il lupo è che il cane si dice sia il migliore amico dell’uomo, il lupo invece, essendo selvaggio, quindi non domestico, è un animale di cui solitamente si ha paura. Tutti hanno paura dei lupi perché i lupi hanno la fama, cioè sono famosi per essere dei predatori (cioè cacciano le prede), in particolare le loro prede preferite sono, tra le altre, gli agnelli e le pecore, ma non solo. Il lupo è uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso”. Chi non conosce questa storia?
Questo dunque è il lupo. E il lupo ha una bocca, che quindi è piena di denti, e di conseguenza finire nella bocca del lupo non è molto gradevole e fa molta paura per via della sua fama di predatore.
“In bocca al lupo!” è una esclamazione, ed in particolare è un augurio. Questo significa che è una frase che si dice ad una persona a cui si vuole bene. “In bocca al lupo” è l’abbreviazione della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”. Ma come? Ma Giovanni non hai detto che era una cosa che si diceva ad un amico oppure no?
Infatti “In bocca al lupo” è un augurio scherzoso di buona fortuna che si rivolge a chi sta per sottoporsi ad una prova difficile, come un esame, un colloquio, di lavoro eccetera. L’espressione quindi nel linguaggio parlato ha assunto un valore scaramantico. Si dice cioè per scaramanzia, per allontanare cioè il pericolo o la sfortuna. Quindi per allontanare un pericolo, una cosa negativa che potrebbe verificarsi, si fa l’augurio contrario: si dice “in bocca al lupo”.
La frase potrebbe quindi essere nata nella caccia (la caccia è l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e i cacciatori rivolgevano questa frase ad altri cacciatori come loro. Col tempo la si è utilizzata anche verso chi si appresta ad affrontare una prova rischiosa o difficile in generale, non soltanto per la a caccia ma anche un esame, una prova di qualsiasi tipo.
“Crepi il lupo” è la risposta. Anche questa è una esclamazione, e la dice per rispondere.
Il verbo crepare si usa spesso per allontanare qualcosa. Ad esempio c’è “crepi l’avarizia” che si usa quando si sta per affrontare una spesa.
“Crepi il lupo” vuol dire quindi: “mi auguro che muoia il lupo”, “che crepi il lupo”. Abbreviato diventa: “crepi il lupo!”.
Se c’è quindi un vostro amico che deve fare un difficilissimo esame all’università, un esame complicato e molto importante, puoi dire al tuo amico:
“in bocca al lupo!” e il tuo amico risponderà: “crepi il lupo”, oppure semplicemente: “crepi!”.
In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con “crepi!”.
Se un vostro parente o collega deve fare un esame medico, oppure deve andare a ritirare il risultato di un esame medico già fatto, un possibile augurio da rivolgergli quindi potrebbe essere:
“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il tuo collega o parente risponderà “crepi” o “crepi il lupo”.
Ho detto parente o collega perché questa è un’espressione universale, che potete usare con tutti, amici, famigliari, parenti, colleghi; in qualsiasi occasione quindi, in ogni circostanza, al lavoro come a casa, al bar come al campo da calcio.
Se ad esempio un amico ti dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani tu hai un colloquio di lavoro, tu devi rispondere “crepi il lupo!”. Ed è difficile che un italiano non risponda nulla, oppure che risponda con un semplice “grazie”, oppure “ti ringrazio molto”, o “molto gentile da parte tua” perché è obbligatorio rispondere “crepi!” o “crepi il lupo!”. E’ obbligatorio perché è scaramantico, è una cosa che allontana il pericolo che il colloquio di lavoro vada male. Possiamo dire che non rispondere in questo modo “porta male”, come si dice in Italia, cioè “porta sfortuna” non rispondere “crepi il lupo”.
Spero cara Jasna di aver risposto bene alla tua domanda, spero quindi che la mia spiegazione sia stata sufficientemente chiara.
Colgo l’occasione per dire a tutti che se volete scrivermi per chiedere la spiegazione di una frase, di una espressione italiana, potete farlo mediante la pagina di facebook, che è il metodo più veloce, oppure andate sul sito italianosemplicemente.com ed cliccate sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina Twitter di italiano semplicemente.
Prima di passare all’esercizio di ripetizione, vorrei ricordarvi che soprattutto i giovani utilizzano anche un altra frase, molto simile, nel senso che ha lo stesso significato, ma è un po’ diversa. Inoltre è molto informale e si può usare solo tra amici: “in culo alla balena!” Stavolta non vi consiglio di usare questa frase quindi in ambienti formali, come in ufficio ad esempio. Non la usate, ma è bene sapere che i giovani la utilizzano qualche volta e voi potreste chiedervi cosa significhi questa espressione: ebbene ha lo stesso significato di “in bocca al lupo” quindi è un augurio anche questo. Un augurio a cui non si può però rispondere con “crepi la balena”.
Bene, ora l’esercizio di ripetizione, importante per abituarsi a parlare italiano, per sciogliere un po’ la lingua, come si dice, e per abituarvi ad ascoltarvi mentre parlate, in modo che sia per voi sempre più naturale ascoltare la vostra stessa voce parlare una lingua diversa da quella vostra di origine.
Ripetete dopo di me senza badare alla grammatica ma solamente al tono della mia voce. Provate ad imitare il tono della mia voce.
In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Quindi amici questo episodio termina qui, e se avete un esame domani, un grosso in bocca al lupo da parte mia. E non dimenticate di ascoltare anche la versione formale di questo podcast, più difficile ma utile per chi frequenta italiani soprattutto per lavoro.
Gentili visitatori, gentili membri della famiglia di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni ed il motivo per il quale siamo qui oggi insieme è alquanto inusuale e ne capirete presto la ragione.
Quest’oggi ci occuperemo, ancora una volta, della illustrazione del significato di una frase idiomatica, cosa divenuta una consuetudine per coloro che seguono da qualche tempo il sito.
Vorrei cogliere l’occasione per porgere i miei più sentiti ringraziamenti alla dott.ssa Jasna, che ha proposto e suggerito la locuzione verbale che quest’oggi mi accingo a spiegare a tutti voi. Ad essere sincero si tratta di due espressioni in luogo di una, come facciamo di consueto: la prima espressione è “in bocca al lupo” e la successiva è “crepi il lupo”.
Per poter sollevare il nostro spirito, e questo per l’appunto è la cosa inusuale, la spiegazione delle frasi in questione verrà affrontata attraverso due differenti modalità: una modalità famigliare, utilizzando un linguaggio semplice e confidenziale, ed una modalità più ricercata, attraverso espressioni verbali meno utilizzate frequentemente, ma che ugualmente rientrano nel vocabolario italiano.
Più precisamente tali espressioni, che ho definito poc’anzi “ricercate” sono certamente più adatte ad un contesto diverso rispetto a quello famigliare. Il linguaggio formale è una forma probabilmente più utilizzata per iscritto, e che con ogni probabilità è più vicino al linguaggio istituzionale, utilizzato, solo per portarvi un esempio, a livello di documentazione formale: tra aziende o tra istituzioni pubbliche e private.
Cercheremo di a fare questo esperimento, e se risulterà di vostro gradimento, se cioè apprezzerete questa tipologia di podcast, potremo ripetere questa modalità di spiegazione anche per altre espressioni idiomatiche. Il tutto ovviamente con uno spirito orientato al divertimento, per non annoiarsi mentre si impara una lingua.
Ho appena terminato di registrare e trascrivere la versione informale. Ora vediamo quindi la versione istituzionale, che è quella che state ascoltando in questo momento. Posso immaginare che la maggioranza di chi ci ascolta questo lo avrà già intuito dal tono della spiegazione finora utilizzato.
Come dicevo ho appena provveduto a registrare e trascrivere la versione familiare del podcast, e con la stampa della versione informale sotto gli occhi del sottoscritto, mi appresto quindi in questo momento a registrare la versione formale, facendo molta attenzione ad utilizzare termini ed espressioni più forbite e ricercate della precedente versione.
Nella versione formale darò “del lei” all’ascoltatore, mi rivolgerò cioè all’ascoltatore dandogli del lei.
Di conseguenza “ti dico” diviene “le dico”, “tu stai ascoltando” diventa “lei sta ascoltando” ed analogamente “ti spiego questa cosa” diventa “le spiego questa cosa”, come se stessi parlando con un’altra persona di sesso femminile (lei) e non con la persona che ho di fronte. Questo è “dare del lei”a qualcuno.
Si dice:
– io do del lei – io do del tu
– tu dai del lei – tu dai del tu
– egli dà del lei – egli dà del tu
– noi diamo del lei – noi diamo del tu
– voi date del lei – voi date del tu
– essi danno del lei – essi danno del tu.
Dare del lei è ciò che avviene nelle occasioni importanti, quando ci si rivolge a qualcuno che non si conosce. Nella versione informale, invece, mi rivolgerò al mio interlocutore dandogli del tu. Dare del tu è ciò che avviene con gli amici, i famigliari i conoscenti in generale.
Io personalmente do del lei a tutti coloro che non conosco, se hanno almeno una trentina d’anni, ma scusate ho dimenticato di usare un linguaggio più forbito. Dicevo che il sottoscritto regolarmente dà del lei a tutti coloro che non conosce, qualora l’età sia superiore ai trent’anni.
E’ una occasione quindi anche per spiegare la differenza tra “dare del lei” e “dare del tu”. In inglese questa differenza non esiste, quindi nella lingua inglese è tutto più semplice, invece nella lingua italiana, come anche in altre lingue, come quella tedesca ad esempio, è importante conoscere bene questa differenza, perché fa parte della cultura del paese. Dare del lei suona un po’ strano, lo capisco, per coloro che nella loro lingua hanno solamente un solo modo per rivolgersi al prossimo, cioè il tu, come appunto avviene con la lingua inglese,
E’ questo, tra l’altro, (quello di spiegare sia le espressioni formali che quelle informali), l’approccio che viene seguito all’interno del corso di Italiano Professionale, in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per coloro che vogliono conoscere in maniera approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro.
Al termine dell’ascolto di questo podcast, lei, ascoltatore, potrà, se vuole, consultare ed ascoltare anche la versione più informale ed amichevole, che rappresenta la modalità utilizzata normalmente sul nostro sito in sede di spiegazione di una espressione idiomatica italiana.
Recentemente sto ricevendo diverse richieste di spiegazione; le espressioni che ci vengono proposte ho l’abitudine di annotarle su una pagina del sito che ogni visitatore può consultare liberamente, lei compreso. La pagina è denominata “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“.
Nel paragrafo precedente ho utilizzato la parola “annotare“, che rappresenta un verbo equivalente a “segnare velocemente”, “prendere nota”, “prendere appunti“, e che ha il significato di scrivere qualcosa per evitare di dimenticarlo: scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Un classico esempio è il post-it, utilizzato abitualmente per annotare, cioè per prendere nota.
Nel mio caso non ho fatto uso di post-it, non ho preso nota attraverso un post-it, bensì attraverso una pagina del sito. Le frasi in questione, già menzionate precedentemente sono “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”.
Abitualmente quello che facciamo su italiano semplicemente è occuparci di una espressione alla volta, ma in tal caso le spiegherò contestualmente. La ragione per cui le frasi verranno spiegate contestualmente è che esiste un legame, un collegamento tra le due espressioni; ed infatti si usano una dopo l’altra. La peculiarità delle due espressioni è che esse vengono pronunciate da due persone diverse, prima una e poi l’altra immediatamente a seguire.
Se ho destato in qualche modo la sua curiosità, gentile ascoltatore, ebbene cercherò di fugarle immediatamente ogni dubbio, sforzandomi di suscitare anche qualche emozione, benché si tratti di un semplice sorriso.
Mi accingo ad iniziare la spiegazione: Forse lei conoscerà il lupo, ma per coloro che non ne sono al corrente, il lupo è un animale molto simile al cane. Rispetto al cane però ci sono alcune differenze: il cane notoriamente abbaia, il lupo invece ulula e di conseguenza il suo verso è chiamato ululato.
Seconda differenza: Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive in zone boscose o anche in cattività: l’espressione “vivere in cattività” è equivalente a “non vivere in libertà” e la parola cattività di conseguenza non inganni: cattività non indica la presenza di cattiveria, piuttosto significa vivere non liberamente, vivere non nel proprio ambiente naturale. Vivere ad esempio in un giardino zoologico: uno zoo. E’importante perciò non confondere la cattività con la cattiveria.
Una ulteriore differenza tra il cane ed il lupo è che il primo, come noto, si dice sia il compagno e amico dell’uomo; il lupo a sua volta, essendo un animale selvaggio, vale a dire non domestico, è un animale di cui solitamente si ha timore. Tutti hanno timore dei lupi perché fanno parte della categoria dei predatori, e le loro prede sono, tra le altre, agnelli e pecore. Il lupo è anche uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso“. Credo che ciascuno di voi abbia almeno una volta ascoltato questa storia dalla propria nonna o dai genitori.
Dunque questo è il lupo. E il lupo è dotato di una bocca, di fauci, una bocca ricca di denti, e di conseguenza andare a finire all’interno della bocca di un lupo non è un evento che si può definire gradevole. Il lupo genera di conseguenza molta paura e preoccupazione per effetto della sua notorietà come predatore.
“In bocca al lupo!” rientra certamente nella categoria delle esclamazioni, ma nella fattispecie rappresenta un augurio, un auspicio per il futuro.
E’ una esclamazione quindi, che si rivolge normalmente ad una persona a cui si tiene molto ed alla quale non si dà del lei ma del tu.”In bocca al lupo” è la forma abbreviata della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”, “spero che tu ti caccerai nei guai”.
Lei, ascoltatore, potrebbe dirmi a questo punto: “non capisco, dott. Giovanni, lei ha appena affermato che l’espressione si utilizza nei confronti di un caro amico, oppure no? E ad un amico si augura di finire nelle fauci di un predatore?”
Difatti, gentile ascoltatore, il senso proprio dell’espressione “In bocca al lupo” trae sicuramente in inganno chi ascolta, poiché si tratta in realtà di una espressione di augurio: come se lei dicesse “buona fortuna!”. E’ una espressione che si rivolge a chi è in procinto di affrontare una difficile prova, come un esame universitario, come un colloquio di lavoro e via discorrendo.
L’espressione di conseguenza, nel linguaggio parlato intendo, ha assunto un valore scaramantico. La frase viene pronunciata come segno di scaramanzia, vale a dire che al fine di scongiurare l’eventualità di un avvenimento indesiderato la frase si esprime sotto forma di augurio. Andare nella bocca del lupo è infatti una palese metafora per cacciarsi nei guai. Inoltre una consuetudine del modo di dire in sé vuole che si risponda con “Crepi il lupo!” a chi formula l’augurio.
La frase potrebbe trarre le sue origini dal mondo della caccia (dicesi caccia l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e con ogni probabilità i cacciatori rivolgevano questa frase verso altri cacciatori che si accingevano ad andare a caccia.
Col passare del tempo poi l’espressione evidentemente si è estesa dalla caccia ad un ambito più generale nel quale qualcuno si appresta ad affrontare una difficile prova. Si usa quella che si chiama una perantifrasi, parola molto difficile che conosce un italiano su mille probabilmente, ed il sottoscritto prima di questo podcast si trovava nel gruppo dei 999.
“Crepi il lupo” è la risposta che viene data dalla persona verso la quale si rivolge l'”in bocca al lupo”. Analogamente alla prima, anche questa è una esclamazione.
Il verbo crepare, abbastanza informale di per sé, come verbo, viene però utilizzato nella lingua italiana associato a qualcos’altro, con l’obiettivo di scongiurare questo qualcosa. Facendo proprio riferimento alla frase: “crepi l’avarizia”, questo qualcosa è l’avarizia, che costituisce la caratteristica di coloro che hanno un attaccamento morboso al denaro, e rappresenta il significato opposto della generosità: “crepi l’avarizia” si pronuncia quando si presenta la possibilità di effettuare una spesa ingente, una spesa cospicua, cioè un ammontare di denaro non indifferente, vale a dire una grossa quantità di denaro, e di fronte a questa possibilità, si manifesta la volontà di non rinunciare a tale spesa: “crepi l’avarizia”, ma questa spesa va fatta. “Crepi l’avarizia”, almeno per una volta non voglio badare a spese.
“Crepi il lupo” è come dire: “mi auguro che muoia il lupo”, “mi auguro che deceda il lupo”, “mi auguro che crepi il lupo”; In forma abbreviata la frase diviene: “crepi il lupo!”, eliminando quindi la parte iniziale della frase.
A titolo di esempio, qualora ci sia un suo amico che deve affrontare un esame universitario, un esame complicato e molto importante. Ebbene, in tal caso lei potrà certamente formulare un augurio al suo amico dicendo: “in bocca al lupo!”. Ed il suo amico avrà la facoltà di rispondere: “crepi il lupo”, o in alternativa, semplicemente: “crepi!”.
In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con l’espressione “crepi!”.
Poniamo invece il caso che un suo parente o un suo amico stia per fare un esame medico, oppure debba andare a ritirare il risultato di un esame medico fatto in precedenza, un possibile augurio al suo collega o amico potrebbe essere:
“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il suo collega avrà la possibilità di replicare con: “crepi” o “crepi il lupo”.
Ho precedentemente fatto l’esempio del collega e dell’amico poiché la frase costituisce in effetti un’espressione universale, che lei può utilizzare con qualsivoglia tipologia di persona, che si tratti di amici, di famigliari, di parenti, o appunto di colleghi; in qualsiasi circostanza più o meno importante.
Se un amico le dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani lei ha un colloquio di lavoro, la sua risposta sarà “crepi il lupo!”. Ed è alquanto improbabile che una persona cresciuta in Italia non trovi le parole per rispondere all’augurio in questione, o che questa risponda con un semplice “grazie”, oppure “la ringrazio molto”, o “molto gentile da parte sua”, perché è pressoché scontato che si risponda sempre con “crepi!” oppure con “crepi il lupo!”, perché questa è divenuta oramai una forma scaramantica. Infatti con questa risposta “crepi il lupo” si vuole scongiurare il pericolo che il colloquio di lavoro abbia un esitonegativo, che “porti sfortuna”, come si dice in Italia, cioè ” che sia malaugurante” non rispondere con: “crepi il lupo”.
A seguito di questa breve spiegazione, spero, gentile Jasna, di aver chiarito ogni sua perplessità in merito alla sua richiesta; mi auguro che la spiegazione sia stata abbastanza chiara e devo dire che è la prima volta che mi rivolgo a lei dandole del lei. Trovo questo alquanto inconsueto ma allo stesso tempo molto divertente.
Colgo l’occasione per comunicare a tutti i componenti della famiglia di Italiano Semplicemente che chiunque può domandarmi delucidazioni e chiarimenti su una espressione tipica italiana, e che possono farlo mediante la pagina Facebook, che è il metodo più semplice, più veloce, oppure andando sul sito di italianosemplicemente.com e cliccando sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina twitter di italiano semplicemente.
Ora l’ultima parte del podcast, che è non meno importante di quanto detto finora. L’ultima parte è sulla ripetizione, come di consueto. Ritengo sia un esercizio importante per esercitare la pronuncia ed il movimento dei muscoli che abitualmente, nella sua lingua di origine, lei, gentile visitatore, non è probabilmente abituato ad utilizzare. In aggiunta, ascoltare la propria voce è altrettanto importante: inizialmente troverà questo alquanto bizzarro, ma col tempo, le posso garantire, si abituerà ad ascoltare la sua voce e sarà alla fine sempre più naturale e ci farà l’abitudine.
Ripeta dunque dopo di me, senza prestare attenzione alle regole grammaticali ma semplicemente ed unicamente al tono della mia voce. Provi semplicemente ad imitare il tono della mia voce:
In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Bene amici visitatori, vi ringrazio cordialmente dell’ascolto e dell’attenzione prestatami quest’oggi. Spero vivamente di avervi intrattenuto destando il vostro interesse e dichiaro terminato l’episodio di oggi. Per gli universitari, qualora domani doveste affrontare un esame, un grosso in bocca al lupo da parte mia. Come si risponde?
Buongiorno, benvenuti a tutti Sul podcast di Italiano Semplicemente.
Oggi per la sezione livello intermedio state ascoltando il podcast di una spiegazione di una frase idiomatica italiana, questa volta è una frase un po’ più difficile delle altre, una frase di uso comune quindi utilizzata in qualsiasi circostanza dagli italiani in molti contesti diversi; la frase in questione è “chi è causa del suo mal, pianga se stesso“.
Questa è una frase un po’ più complicata del solito, un po’ più difficile, da una parte perché non rispetta molto le regole grammaticale italiane e dall’altra perché c’è qualcosa di poetico in questa frase; e spesso la poesia non segue le regole grammaticali.
“Chi è causa del suo mal pianga se stesso” è una frase è che stata presa da un verso di Dante Alighieri. In realtà si tratta di una rivisitazione di Dante Alighieri.
Se una frase è una rivisitazione di un’altra frase vuol dire che è stata presa la prima frase ed è stata rivisitata, cioè è stata rivista.
Una revisitazione vuol dire che è stata rivisitata e quindi è stata modificata, è stata leggermente modificata. La frase originale era un’altra; una rivisitazione è una frase che è stata derivata dalla prima ma non è che esattamente uguale alla prima, ma ne una rivisitazione.
Quindi Dante Alighieri nel canto numero XXIX dell’inferno recita una frase che è simile a questa ma non è esattamente uguale a questa, la frase originale è “credo ch’un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa” questa in realtà è molto più difficile della nostra frase e ci vorrebbe un’ora solo per spiegarla quindi mi limito a spiegare la frase idiomatica, quella che viene utilizzata da tutti i giorni dagli italiani “chi è causa del suo mal, pianga se stesso“.
Dunque come al solito seguiamo un metodo specifico: prima spieghiamo le singole parole che compongono la frase, poi spieghiamo il senso della frase dopo facciamo qualche esempio.
“credo ch’un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa” Dante Alighieri
Dunque vediamo un po’ “chi è causa del suo mal” bene, dunque “chi è causa” vuol dire di chi è la colpa, chi è il colpevole, “chi”, cioè “la persona”, la persona che è colpevole, la persone che ha causato, “chi” è causa, “chi è causa del suo mal” cioè “del suo male”, “mal” sta per “male“: ne rappresenta la versione poetica, “chi è causa del suo mal” cioè colui che è il colpevole del suo male, colui che è il colpevole del suo stesso male, “del suo mal” vuol dire “del suo male”, quindi chi ha causato il suo male “pianga se stesso”, “pianga” viene da piangere, quindi colui che ha causato il suo male deve piangere se stesso.
Detto in questo modo non significa molto per quello che dicevo, cioè che esce un po’ dalle regole grammaticali italiane: in effetti “chi è causa” in generale dovrebbe dirsi “colui che è la causa“, “colui che ha causato“, quindi “chi è causa” dovrebbe essere “chi è la causa del suo mal”, dovrebbe essere “del suo male”.
“Pianga se stesso” in realtà è corretto, quindi “deve piangere se stesso” cioè “deve dare la colpa a se stesso”, quindi, la frase mira, diciamo, ad ammonire, mira ad ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno , costui dovrà prendersela esclusivamente con se stesso e non addossare la responsabilità ad altri, quindi ammonire vuol dire incolpare quindi se io ammonisco una persona vuol dire dico a questa persona che lui è colpevole di qualcosa, lo ammonisco, il verbo ammonire è molto diffuso nel gergo calcistico, l’ammonizione è quando l’arbito mostra il cartellino giallo al giocatore, l’ammonizione in quel caso è meno grave perché il fallo più grave è punito con l’espulsione, cioè il calciatore, è cacciato dal campo, quindi con questa frase si vuol ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno cioè del proprio male, costui cioè colui dovrà prendersela esclusivamente con se stesso e non addossare la responsabilità ad altri, non prendersela con gli altri e non dire che la colpa è di qualcun altro. “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, sentite che la frase è molto melodica e suona molto bene e di conseguenza questo è il motivo per cui si è largamente diffusa nel linguaggio corrente italiano; è una frase molto elegante e che ha un profondo significato, colui che è il colpevole del suo male pianga se stesso cioè colui che è il colpevole della cosa di cui si lamenta deve prendersela soltanto con se stesso e non con gli altri.
Lo stesso proverbio esiste anche in altre lingue, ovviamente, ed in quel caso Dante Alighieri non c’entra nulla, ma il concetto di prendersela con se stessi quando si è colpevoli è stato rappresentato in una frase idiomatica anche in altre lingue.
Anche in inglese per esempio se dice (as you make your bed, so you must lay on it), quindi la traduzione qua sarebbe: come tu hai costruito il tuo letto, devi giacersi sopra, devi stenderti sopra: visto che l’hai costruito ti ci stendi sopra, visto che hai fatto tu il tuo letto, adesso ti ci stendi sopra. Non è la stessa frase idiomatica italiana perché Dante Alighieri non citava (NOTA: CITARE=NOMINARE) nessun letto, comunque il significato è lo stesso, esiste anche uno equivalente in tedesco e evidentemente ci sono degli equivalenti proverbi in francese o in altre lingue.
Vi invito a commentare l’articolo e a scrivere le frasi analoghe, frasi simili che si possono trovare in altre lingue.
Vediamo se riesco a trovare qualche sinonimo delle parole utilizzate in quest’espressione. A volte questo proverbio è usato anche in un altra forma, si dice spesso ”Chi è cagione del suo mal, pianga se stesso” oppure ”Chi è cagion del suo mal del suo mal, pianga se stesso’‘, “cagion” significa “cagione” e chi cagiona una cosa vuol dire colui che la procura. Cagionare significa “portare”, “apportare” quindi esiste anche questa versione un po’ meno diffusa, a dire il vero: ‘Chi è cagion del suo mal, pianga se stesso’‘. Anche questa frase è abbastanza poetica, suona molto bene, quindi (come detto) si tratta di un antico proverbio che deriva da Dante Alighieri.
Vediamo se riesco a fare qualche esempio. Potremmo immaginare ad esempio una persona che si lamenta molto perché dice che nella vita non ha mai ottenuto niente, che nella sua vita non è riuscito a laurearsi, non è riuscito a costruirsi una famiglia, perché tutte le relazioni che avuto sono terminate e ormai è invecchiato, ormai non riesce più a trovare una compagna e di conseguenza verrebbe spontaneo (NOTA: spontaneo=naturale) dire “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.
Difficilmente un amico potrebbe pronunciare questa frase di fronte a questa persona perché evidentemente se pronunciato direttamente ad una persona potrebbe essere abbastanza offensiva perché, in poche parole, si sta dicendo a quella persona che lei è la colpevole delle cose di cui si sta lamentando; è lei la colpevole, non se la deve prendere con nessun altro. E’ vero che una frase del genere se invita le persone ad una responsabilità non procura consigli, quindi non si sta dando un consiglio su come risolvere un problema ma si sta solamente dicendo: “il colpevole sei tu!”.
Se io dico ad un mio amico “chi è causa del suo mal,pianga se stesso”, gli sto dicendo che lui è il colpevole e non sto dicendo come risolvere il problema, quando in realtà un amico dovrebbe consigliare la soluzione di un problema, più che trovare il colpevole.
Quindi è una frase abbastanza dura; se vogliamo qualcuno la potrebbe descrivere come una frase abbastanza “acida“, se utilizzata per descrivere una situazione che riguarda un’altra persona, una frase anche un po’ cattiva perché in fin dei conti (nota: in definitiva, in fondo) nessuno di noi è in grado di giudicare obiettivamente una situazione umana, anche se si usa molto spesso in realtà.
Si usa molto spesso quando si parla di persone che hanno dei problemi e che è fondamentalmente quello che appare dall’esterno; da quello che sembra è che il colpevole di tutti i problemi sia proprio la persona che ne è colpita, quindi se vi viene in mente di pronunciarla è meglio che lo facciate con la persona che è direttamente coinvolta in questi problemi, ma vi può capitare ovviamente di dover parlare di una persona, di una terza persona, che ha dei problemi o di voler dire che lui è il colpevole dei suoi problemi. In questo caso potete utilizzarla con una certa prudenza (nota: attenzione). Sappiate che la prudenza è necessaria perché il significato profondo di questo proverbio è abbastanza pesante. perché quando si hanno dei problemi in generale è sempre meglio consigliare di trovare una soluzione che essere accusati di essere colpevoli di un problema. Non è molto carino. La stessa cosa si potrebbe pensare, in ambito calcistico, in ambito sportivo in generale, se un calciatore sbaglia continuamente dei calci di rigore, sbaglia cinque calci di rigore consecutivi e il portiere ogni volta para il calcio di rigore.
Alla fine l’allenatore potrebbe decidere che non è più lui il rigorista della squadra, il giocatore potrebbe dire: “ma che colpa io se il portiere diventa sempre un fenomeno quando io batto il calcio di rigore? Che colpa ho io? Fammi a provare! Fammi tentare ancora una volta! Voglio calciare ancora io i calci di rigore, voglio continuare ad essere io il rigorista della squadra!”
L’allenatore potrebbe dirgli: “chi è cagion del suo mal, pianga se stesso!”. Quindi l’allentatore che evidentamente ha il ruolo di colui che è chiamato a fare delle scelte, è lui che deve scegliere chi è il rigorista della squadra e quindi è lui che deve giudicare se una persona è colpevole oppure no. Evidentemente se un calciatore sbaglia cinque calci di rigore consecutivi non si può dire che sia un fenomeno a calciare i calci di rigore perché qualsiasi portiere è superabile, quindi cinque calci di rigore consecutivi sono evidentemente troppi. Il calciatore “è il colpevole del suo mal” e quindi “pianga se stesso“, potrebbe dire l’allenatore.
Questo è probabilmente un esempio un po’ più calzante del primo perché l’allenatore sta nelle vesti di colui che deve giudicare; è lui il primo responsabile del rendimento della squadra e se il calciatore non riesce a realizzare i calci di rigore il primo colpevole è l’allenatore.
Questa cosa potrebbe capitare in ogni famiglia in cui una madre o ad un padre sgridano i loro figli che magari non riesce a superare il compito di matematica. Immaginiamo che tutti gli anni questo ragazzo vada male a matematica e non riesca a prendere buoni voti e lui potrebbe dire: “ma io non sono portato in matematica, io preferisco studiare la lingua italiana, preferisco studiare storia, italiano, geografia. Matematica proprio non ci riesco, non mi piace e quindi non la capisco” oppure questo ragazzo potrebbe dire: “il professore non può spiegare la matematica e per questo vado male a scuola“. Allora i genitori possono rispondergli: “è colpa tua, è colpa tua se vai male a matematica, è colpa tua che non la studi e di conseguenza chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Quindi i genitori stanno dicendo al proprio figlio che deve studiare di più, che deve impegnarsi di più perché se non riesce a prendere i buoni voti in matematica è soltanto colpa sua.
Bene, adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetezione, qualcuno di voi potrebbe avere dei problemi a pronunciare correttamente questa frase per vari motivi: primo perchè potrebbe contenere delle parole difficili nella pronuncia, secondo, perché a secondo della vostra nazionalità alcune parole possono essere più complicate di altre. Quindi vi invito a ripetere la frase dopo di me. Lo farò cinque volte e vi darò il tempo di rispondere. Non vi concentrare sulla grammatica, in questo caso è assolutamente inutile, visto che non viene neanche rispettata. Cercate di imitarmi semplicemente, come potrebbe fare un attore. Imitate la mia voce, imitate il mio tono, ripetete dopo di me e ascoltate mentre parlate:
Chi è causa del suo mal,pianga se stesso
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Chi è causa del suo mal,pianga se stesso
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Chi è causa del suo mal,pianga se stesso
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Chi è causa del suo mal,pianga se stesso
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Bene, credo sia tutto per oggi. Esercitatevi, mi raccomando: ascoltate più volte il podcast se lo ritenete necessario. Ascoltate e leggete per le prime due o tre volte, dopodiché potreste pensare anche di ripetere tutto il podcast mentre lo ascoltate. In fin dei conti (nota: in fondo) non parlo molto velocemente quindi volendo potreste ripetere ogni singola frase del podcast, in questo modo la grammatica vi entrerà automaticamente in testa. Non c’è bisogno di studiare le regole grammaticali, l’importante è la ripetizione, la ripetizione dell’ascolto. Quindi ascoltate il podcast più volte e se lo ritenete necessario (qualche utente di italiano semplicemente lo fa), trascrivete il podcast in modo che esercitiate anche un po’ la scrittura. In questo modo potete rendervi conto se ci sono delle parole più difficili, più complicate da scrivere, di conseguenza passate al podcast successivo soltanto quando credete di non avere più dubbi su tutte le parole e il contenuto di questo podcast.
E’ tutto per oggi amici, mi raccomando continuate a seguire Italiano Semplicemente e se vi è piaciuto questo podcast e se volete fare i commenti (o fare una piccola donazione) , andate sulla pagina Facebook o fate dei commenti direttamente sulla pagina del sito. E se nella vostra lingua (ve lo ricordo ancora una volta), ci sono delle espressioni simili, vi invito a scriverle, in questo modo credo che la frase può rimanervi ancora più impressa, e perché no, qualcuno leggendo il podcast potrebbe essere interessato anche a sapere come si dice la frase in altre lingue.
Ramona: ebbene, sarei curiosa di sapere se è stata resa nota la data della cena in ambasciata per discutere dell’emergenza immigrazione.
Shrouk: purtroppo, onorevole, sembra che ci sia ancora qualche impedimento.
Adriana: anche io ne sono oltremodo rammaricata; qualcuno è a conoscenza delle motivazioni?
Thiago: credo di poter dire, con quasi assoluta certezza, che non tutti gli invitati abbiano ancora dato la loro disponibilità per la data proposta dell’ambasciatore.
Lilia: onorevoli colleghi, vi invito cortesemente a prendere una decisione in merito in tempi brevi.
Amany: non me ne vogliate, è stata una mia mancanza. Ho avuto un’agenda che recentemente ha subito stravolgimenti imprevisti.
Ahmed: non è il caso di farne un problema onorevole, non crolla il mondo se posticipiamo di una settimana.
Jasna: certamente, sebbene sarebbe opportuno che non si vada troppo in là, a prescindere dagli impegni personali, considerata l’urgenza.
Buonasera membri della famiglia di Italiano Semplicemente, e grazie di essere qui all’ascolto del file audio di oggi.
Prima però voglio dare il benvenuto ai due nuovi membri dello staff, Lilia e Jasna, rispettivamente dalla Russia e dalla Slovenia che mi aiuteranno per comunicare con coloro che parlano il russo, il tedesco e la lingua slovena.
Grazie poi anche agli amici che hanno partecipato a questo file audio, e che lo hanno reso più divertente e piacevole con le loro voci.
Dunque oggi, dopo aver pubblicato il podcast sulla cena tra amici, dove abbiamo spiegato alcune espressioni informali, cioè familiari, oggi vediamo una conversazione più formale.
Credo sia utile, credo sia anzi molto utile, approfondire queste due categorie di linguaggio e quindi essere in grado di comprendere non solamente il linguaggio di tutti i giorni, cioè il linguaggio che utilizziamo in famiglia o con gli amici, vale a dire il linguaggio informale, o lessico familiare, ma approfondire anche le espressioni più formali, le frasi e i modi in cui possiamo esprimerci in occasioni più formali, in occasioni importanti.
Quando parlo di espressioni formali, sto evidentemente parlando di forma. C’è la parola forma all’origine del linguaggio formale.
Cosa significa? La forma è una caratteristica, come sapete, degli oggetti. Ogni oggetto ha una sua forma: quadrata, rettangolare, rotonda, eccetera. Ogni oggetto ha una sua forma. Però in realtà la forma non si riferisce solamente agli oggetti, ma possiamo applicarla anche ai discorsi, quindi anche alle parole ed alle frasi. La forma rappresenta come gli oggetti si presentano alla vista, ci dicono qualcosa degli oggetti, non ci dicono tutto, d’accordo, ma qualcosa ci dicono. Dalla forma quindi, dalla forma che ha un oggetto ci facciamo una idea di un oggetto.
Analogamente, dalla forma di una frase, dalla forma di una espressione verbale ci facciamo un’idea della frase, e ci formiamo una nostra idea anche di chi l’ha pronunciata, quella frase, lo chiedo a Salma, egiziana, che è la prima ospite d’onore di questo podcast. Non è vero Salma?
Salma: certo Gianni, le cose infatti si possono dire in molti modi diversi ed in Italia si dice, si usa dire che “la forma è sostanza”, cioè che la forma è importante, è importante cioè esprimere una idea, un’opinione, un concetto, nel modo giusto. È esatto Gianni?
Esatto Salma, proprio così. Come parla bene Salma vero? Molto brava Salma. Quindi quando diciamo che una espressione è informale, vuol dire che non si sta attenti alla forma. Informale significa che la frase è una frase che non è stata curata molto, e chi l’ha pronunciata non ha badato alla forma, ma ha usato un linguaggio, appunto, informale. Quello che conta è il contenuto; la cosa a cui ha prestato maggiore attenzione, chi l’ha pronunciata, è il contenuto della frase, e non la forma.
Questo accade nel lessico familiare.
Il linguaggio formale si usa quindi in tutte quelle occasioni in cui non è importante solamente comunicare un concetto, dove non conta solamente il contenuto di una frase, ma conta, cioè ha la sua importanza, anche il modo in cui si dice, le parole che si usano. Il fatto stesso di utilizzare parole non di comune utilizzo, non di tutti i giorni, il fatto di usare parole più rare, meno usate normalmente, ebbene questo è già di per sé indicazione della volontà di dare una forma alla frase, di volerla presentare in modo diverso, non in modo semplice, quindi, non in modo informale.
Personalmente non amo molto la comunicazione formale, preferisco quella informale, ma ci sono vari livelli di comunicazione formale.
Vediamo cosa ne pensa Neringa, ragazza Lituana, cioè della Lituania. Cosa ne pensi Neringa? Preferisci il lessico familiare o quello formale?
Neringa: per ora forse informale. Perché sono laureata, diciamo così, di cose di leggi, e sarà più difficile studiare cose di legge.
Credo che il linguaggio a cui ti riferisci, Neringa, sia il linguaggio tecnico.
Il linguaggio formale però non è proprio uguale a quello tecnico. Il linguaggio tecnico è quello ad esempio proprio delle leggi, cioè il linguaggio della giurisprudenza, quello di cui parli tu, ma anche quello della medicina va bene? In generale è il linguaggio scientifico, il linguaggio delle varie scienze, delle discipline. Ma non solo: anche il gioco del calcio ha un suo linguaggio tecnico ed anche gli altri sport. Ma chi si intende di sport e usa questo linguaggio specifico non significa che sta parlando in modo formale. E’ vero che a volte può essere confuso il linguaggio tecnico con quello formale: se ad esempio un medico dice: “le raccomando di detergere bene le mani prima di ogni pasto“, il verbo detergere, che significa lavare, è un termine tecnico, perché è utilizzato da un medico, ma se lo dico io ad un mio collega di lavoro diventa un termine formale. Non lo sto usando perché sono un medico.
Una cosa è certa, chi parla in modo formale può farlo per due motivi: o perché non c’è confidenza con la persona con cui parla, a cui si rivolge, oppure questa persona vuole creare una distanza con il suo interlocutore, non vuole avere confidenza, non vuole che ci sia amicizia, ok? Invece vuole essere rispettato, e crede che con un linguaggio formale aumenti il rispetto del suo interlocutore verso di lui.
Bene, iniziamo a vedere le frasi di oggi, le frasi della nostra conversazione. Questa volta si tratta di una cena con l’ambasciatore, di una cena che si svolge in ambasciata.
A questa cena parteciperanno dei politici, degli uomini e della politica italiana, cioè degli onorevoli.
Il motivo della cena, l’oggetto della cena, dell’incontro tra i politici e l’ambasciatore sarà l’emergenza immigrazione.
Ho scelto quindi un tema di attualità, ed evidentemente di queste cene se ne faranno molte in Italia. L’immigrazione è quando degli stranieri entrano in un paese, e questo paese in questo caso è l’Italia.
Quella che avete ascoltato in realtà è la fase organizzativa delle cena. La data della cena non è stata ancora decisa, per qualche motivo, e i politici invitati alla cena, gli onorevoli che parteciperanno alla cena, stanno parlando proprio di questo: come mai non si decide quando cenare insieme? Onorevole è una parola che viene da onore, quindi un onorevole ha l’onore di essere un onorevole, un rappresentante dello Stato italiano, quindi va onorato, va cioè rispettato. Gli va dato onore di questo, gli va cioè riconosciuto il merito di essere stato eletto come rappresentante dello Stato Italiano. Per questo si chiama onorevole. Per lo stesso motivo chi merita un premio si può chiamare meritevole, e se una cosa dura molto tempo si dice durevole, se gira si dice girevole eccetera. Quindi onorevole è una persona che ha onore.
E come mai non si raggiunge un accordo sulla data della cena? Sul giorno della cena?
Si tratta quindi dello stesso tipo di conversazione che abbiamo visto qualche giorno fa nella “cena tra amici“, l’ultimo podcast pubblicato sul sito italianosemplicemente.com.
Questa volta però i partecipanti alla cena non sono amici ma sono… “colleghi” potremmo dire così, poiché sono tutti dei politici italiani. Fanno tutti lo stesso mestiere, lo stesso lavoro.
Sapete cosa sono i colleghi? Vediamo se Manel, dall’Algeria, conosce questa parola.
Manel: allora, colleghi, lo so cosa significa perché assomiglia ad una parola francese: collega significa un amico nel lavoro, o un amico nell’aula. Penso che è questo, ma credo che è giusto
Ok Manel, ci siamo, i colleghi lavorano con noi, e possono anche essere amici, ma non è detto. Poi hai detto penso “che è questo” e naturalmente volevi dire “penso sia questo”. Allo stesso modo la tua ultima frase “credo che è giusto” si dice “credo sia giusto”.
Quelli della storia, gli onorevoli, sono dei personaggi importanti, che non è detto si conoscano bene, quindi utilizzano un linguaggio formale, anche perché devono andare a cena da un ambasciatore. Non abbiamo detto quale ambasciatore, ma non è importante per la spiegazione.
L’Ambasciatore comunque è la persona che viene detta un agente diplomatico, una persona che si occupa di rapporti diplomatici, cioè di diplomazia, e tra tutti gli agenti diplomatici è quello che appartiene alla classe di rango più elevato, dove il rango rappresenta l’importanza.
Se una persona ha un alto rango, vuol dire che è molto importante. L’ambasciatore è una persona molto importante.
Quindi l’ambasciata è il luogo ideale per una cena formale e per parlare in modo formale. Non trovate?
Si dice anche parlare in modo forbito. Manel voglio farti una seconda domanda: sai cosa significa “linguaggio forbito?
Manel: Forbito non lo so! non so cosa significa forbito, penso che venga dalla parola furbo, cioè molto intelligente.
Beh Manel, forbito è una parola difficile ed è normale che tu non la conosca. L’hai però pronunciata molto bene. Forbito è simile alla parola furbo, ma invece vuol dire una cosa diversa: vuol dire curato, raffinato, elegante, ricercato. E’ una parola che si usa per il linguaggio ed il modo di parlare. Quindi si può parlare in modo forbito, si può avere uno stile forbito, ok? Si può anche dire che una persona è forbita nel parlare. Si dice anche “ricercato“. Attenti però perché se una persona “è ricercata” vuol dire solamente che la polizia la sta cercando, è ricercata dalla polizia, ed è ricercata per andare in prigione, perché ha commesso un crimine. Invece si dice anche che una persona parla, si esprime, in modo ricercato. State attenti che la lingua italiana qualche volta è pericolosa.
Non provate a dire a qualcuno: “vedo che lei è ricercato!” Perché potrebbe offendersi! La frase esatta è: vedo che lei parla in modo ricercato! o in modo forbito.
Allora vediamo quindi le frasi e la pronuncia della conversazione.
Inizia la nostra Ramona da Beirut, che dice:
Ramona: ebbene, sarei curiosa di sapere se è stata resa nota la data della cena in ambasciata per discutere dell’emergenza immigrazione.
Cominciamo da “ebbene“. Non è una parola che si usa molto nel linguaggio comune. Solitamente si dice “insomma?”, “allora?”, ” Beh allora? “in definitiva?”. Ebbene si usa nelle domande, si usa per fare le domande, e serve a sollecitare una spiegazione o una decisione. “Ebbene cosa pensi di fare?”, “Ebbene, hai deciso?”. Sollecitare significa fare in modo che qualcuno faccia qualcosa, chiedere, stimolare, insistere. Quando si vuol sollecitare gentilmente qualcuno si può dire “ebbene?”.
Poi Ramona dice: “sarei curiosa di sapere”. Ramona avrebbe potuto dire “sono curiosa di sapere”, oppure “voglio sapere”, oppure “qualcuno mi dica”, “desidero sapere” ad invece Ramona usa il condizionale: dice “sarei curiosa” e non “sono curiosa”. Questo perché il condizionale rende la frase più educata, meno brusca, e questo non avviene solamente nella lingua italiana. Quindi se si vuole usare un po’ di delicatezza, usare il condizionale è una buona idea. Il condizionale si usa anche per fare ironia però, attenti, quindi state attenti al tono ed alla situazione in cui vi trovate.
Ad esempio una moglie potrebbe dire al marito: “Sarei curiosa di sapere dove sei stato stasera!” è ironico, non è rispettoso. Attenti quindi al condizionale.
Poi, “è stata resa nota la data” vuol dire “è stata decisa”, “è stata comunicata”. Rendere noto vuol dire “far diventare conosciuta” una cosa. Prima di rendere nota una informazione questa informazione non si conosceva, ma dopo che qualcuno l’ha resa nota allora tutti ne vengono a conoscenza.
Infine il verbo “discutere“, “discutere dell’emergenza immigrazione”, qui è usato come sinonimo di parlare, cercare delle soluzioni insieme, scambiarci le proprie opinioni, ma nel linguaggio informale discutere significa anche litigare, ed è più utilizzato per dire che ci sono delle persone che non sono d’accordo su un argomento: Quindi nel linguaggio di tutti i giorni se dico ad esempio: “io e mia moglie abbiamo discusso molto oggi” vuol dire che abbiamo parlato ad alta voce, quasi litigato, abbiamo alzato la voce, non eravamo d’accordo e abbiamo così discusso. In ambasciata invece discutere di immigrazione vuol dire parlare, scambiarci le idee. Se non riuscite a capire il senso potete essere sicuri del vero significato della parola “discutere” solamente in un caso: quando c’è la particella “ne”. Quando ascoltate la frase “ne abbiamo discusso”, con il “ne” davanti, vuol dire sempre “parlare”, “confrontarci”: “ne abbiamo discusso, cioè ne abbiamo parlato”. Invece se ascoltate “abbiamo discusso”, senza il “ne”, non potete essere sicuri se si parla di parlare o di litigare.
Passiamo alla frase di Shrouk:
Shrouk: purtroppo, onorevole, sembra che ci sia ancora qualche impedimento.
“Purtroppo“, cioè la parola “purtroppo” non possiamo definirla una parola formale, ricercata, perché si usa sempre, ma volendo Shrouk avrebbe potuto dire “malauguratamente”, che è molto più formale, ed anche più comprensibile da chi parla il francese, infatti è simile all’equivalente in francese (malheureusement). In italiano nessuno usa però malauguratamente, che viene da male augurio, cioè è una cosa che non si augura, che non si deve augurare, non si deve desiderare, e quindi vuol dire purtroppo, malauguratamente quindi vuol dire in modo malaugurato. Infatti anche altre parole, come ad esempio efficientemente ad esempio vuol dire in modo efficiente, e fortunatamente vuol dire in modo fortunoso, eccetera.
Poi Shrouk dice “sembra che ci sia ancora qualche impedimento“, che in modo più semplice avrei potuto dire “pare che ci sia ancora qualche problema“. “pare che ci sia qualcosa che non va”. Pare quindi è come sembra, ma pare non si usa in questi casi importanti. Un impedimento invece è un problema, qualcosa che “impedisce” è qualcosa che “non permette”: in questo caso non permette, cioè impedisce, di fissare la data, e di rendere nota la data della cena.
La parola “impedimento” è poco usata nel linguaggio di tutti i giorni: si usa sempre “problema” al suo posto.
Arriva a questo punto Adriana dalla Colombia, da Bogotà:
Adriana: anche io ne sono oltremodo rammaricata; qualcuno è a conoscenza delle motivazioni?
Adriana ne è rammaricata, cioè ne è dispiaciuta. Adriana prova del rammarico, prova cioè del dispiacere. Questa sì che è una parola forbita: essere rammaricati è veramente una caratteristica di chi ha veramente un rango elevato: lo potrebbe dire un Re, una Regina, o anche un ambasciatore. In bocca ad un onorevole, ad un uomo politico, veramente suona un po’ ridicolo, cioè fa un po’ ridere. Se ascoltate qualcuno che usa questo verbo sicuramente lo sta facendo per farsi notare, per “darsi un tono”, si dice in Italia, cioè per sembrare una persona che sa parlare bene.
Adriana quindi è rammaricata, accidenti Adriana, non lo avrei masi immaginato!!Adriana poi ha detto che ne e oltremodo rammaricata! La parola “oltremodo“, cara Adriana, è ancora più formale di rammaricata!
Oltremodo significa molto, oltremisura. Semplice quindi. Oltremodo vuol dire oltre, cioè al di là, di più, moltissimo, oltre la misura normale, di più del normale.
Adriana è rammaricata oltremisura perché non è a conoscenza delle motivazioni. Ad una amica Adriana avrebbe detto: “accidenti, qualcuno sa perché?” “qualcuno sa il motivo?”ed invece di dire questo dice “qualcuno è a conoscenza? cioè “qualcuno conosce?”, “qualcuno sa?”, “qualcuno conosce il motivo?“, “qualcuno conosce il perché?“, “qualcuno sa il perché?” Essere a conoscenza delle motivazioni suona molto più formale, molto più ufficiale, molto più importante, ed Adriana si sente molto importante, l’onorevole Adriana! Scusa Adriana se ti prendo in giro:
Adriana: non è giusto però!
Sentiamo Thiago dal Brasile:
Thiago: credo di poter dire, con quasi assoluta certezza, che non tutti gli invitati abbiano ancora dato la loro disponibilità per la data proposta dell’ambasciatore.
Thiago dice “credo di poter dire“, cioè semplicemente “crede” ok? crede “con quasi assoluta certezza“, cioè “crede quasi sicuramente”, ne è quasi sicuro, che c’è qualcuno che ancora “non ha dato la sua disponibilità”, cioè non ha detto “ok” all’ambasciatore, alla data proposta dall’ambasciatore. L’ambasciatore aveva deciso una data, la aveva proposta a tutti gli invitati alla cena e qualcuno ancora non ha detto “ok” a quella data. Dare la propria disponibilitàsignifica dire si essere disponibili, di esserci, per quella data, quindi vuol dire dire di sì. Dire “ok” alla data.
Lilia: onorevoli colleghi, vi invito cortesemente a prendere una decisione in merito in tempi brevi.
Lilia dalla Russia, appena entrata nello staff di Italiano Semplicemente, “invita cortesemente” i suoi colleghi onorevoli. Il verbo invitare è normalmente usato per far venire le persone a casa propria, o ad una festa: invitare una persona a casa, invitare una persona alla festa di compleanno eccetera. Ma si può anche invitare qualcuno a parlare, o a fare una qualsiasi azione. In questo caso significa sollecitare, spingere qualcuno a fare qualcosa. Come dire: “prego signore, dica pure!” “prego signora”, quando si dice “prego”, si invita qualcuno, si sollecita qualcuno a fare qualcosa.
Invitare è anche un modo cortese di dire “prego“, e spesso è seguito dalla parola “cortesemente”, quindi vi invito cortesemente equivale a vi invito con cortesia, vi invito con gentilezza. Lilia quindi, invita cortesemente i suoi collegjhi a “prendere una decisione”, cioè a decidere. Li invita a decidere “in merito“.
Anche questo “in merito” è molto formale, si usa nelle dichiarazioni ufficiali, sia usa molto nella forma scritta.
In merito vuol dire “in proposito”, cioè “su questa cosa”, sulla cosa di cui si sta parlando”, cioè sulla data della cena.
Posso dire:
qual è la tua opinione in merito?
Il tuo collega, in merito, cosa ne pensa?
La tua azienda, in merito, cosa può offrirci?
quindi questo è come dire:
qual è la tua opinione in proposito?
Il tuo collega cosa dice di questo?
La tua azienda, in proposito, cosa può offrirci?
Ok. invece “in tempi brevi” invece cosa significa? Lo chiedo a Dalila di Algeri:
Dalila: l’espressione in tempi brevi vuol dire fra un piccolo tempo o un limitato tempo
Brava Dalila, infatti vuol dire proprio così, “velocemente”. Anche questa espressione non si usa normalmente, ma non è super-formale, solo un po’ più ricercata, niente di più.
Arriva l’onorevole Amany, ragazza egiziana, che dice che è colpa sua:
Amany: non me ne vogliate, è stata una mia mancanza. Ho avuto un’agenda che recentemente ha subito stravolgimenti imprevisti.
“Non me ne vogliate” è molto formale. Vogliate viene dal verbo volere. Spero che voi non ve la prenderete, spero che voi non vogliate offendervi, non vogliate offendervi per colpa mia, quindi spero non me ne vogliate, non vogliate vedermi come il colpevole, non vogliate vedere me, come colpevole, per questo, per questo motivo, ecco perché c’è il “ne”.
“Non me ne vogliate” è la forma abbreviata di “non vogliate offendervi con me per questo”.
“E’ stata una mia mancanza” vuol dire che è stata colpa mia, che a me è mancato qualcosa, sono io che ho mancato, che ho mancato di dire la mia opinione.
In parole povere Amany sta dicendo che è colpa sua. Semplicemente.
La sua agenda ha avuto degli stravolgimenti imprevisti. L’agenda è il calendario degli appuntamenti, degli impegni. La sua agenda è stata stravolta. Cioè è stata modificata, è stata molto modificata, completamente modificata. È stata stravolta. “Stra” vuol dire molto, in modo esagerato. Come ad esempio straordinario, stratosferico, strabiliante, stramaledetto. E gli stravolgimenti sono stati imprevisti. L’agenda è stata modificata, stravolta, in modo imprevisto, inaspettato, non era previsto, non era aspettato. Quindi era imprevisto ed inaspettato.
In pratica l’onorevole Amany dice che ha avuto problemi, ed in gergo familiare diremmo che è stata incasinata, che ha avuto dei casini imprevisti, che non erano previsti.
Poi Amany dice che ha subito, la sua agenda ha subito stravolgimenti imprevisti, quindi ha subito vuol dire che ha avuto, quindi subito si scrive come “subito” ma viene dal verbo subire, quindi la sua agenda ha subito stravolgimenti imprevisti vuol dire che è stata stravolta, che ha subito stravolgimenti imprevisti.
Poi c’è Ahmed, egiziano:
Ahmed: non è il caso di farne un problema onorevole, non crolla il mondo se posticipiamo di una settimana.
“Non ne facciamo un problema” dice Ahmed, non crolla il mondo. La frase “non crolla il mondo“, è sicuramente più formale della frase “non muore nessuno”, oppure “non succede nulla”, oppure “non cambia nulla” più dirette come frasi, quindi meno delicate e meno cortesi, meno gentili.
Jasna: certamente, sebbene sarebbe opportuno che non si vada troppo in là, a prescindere dagli impegni personali, considerata l’urgenza.
Ok grazie Jasna, anche lei nuovo membro della redazione: “Certamente” equivale a “certo”, “sicuramente”, ma è un po’ meno familiare. La parola “sebbene” solitamente è sostituita da “anche se”. Sebbene ed “anche se” sono dunque equivalenti.
Attenzione perché “sebbene” non è la stessa cosa che “ebbene”. Attenzione, sono delle parole che si scrivono e si pronunciano quasi nello stesso modo, ma hanno un significato molto diverso. Sebbene vuol dire “anche se”, “seppure”, “nonostante”, ad esempio:
“Sebbene sono raffreddata, andrò al lavoro” cioè: “Anche se sono raffreddata andrò al lavoro”, “nonostante io sia raffreddata, andrò al lavoro”.
Poi c’è “sarebbe opportuno” “sebbene sarebbe opportuno”, dice Jasna. Possiamo dirlo anche come “anche se sarebbe meglio”, “anche se mi piacerebbe”, “anche se mi farebbe piacere”, “anche se non mi dispiacerebbe”, “anche se vorrei”.
Opportuno viene da porto, ed il porto è dove le navi arrivano. Quindi i porto è la destinazione di un viaggio, quindi opportuno vuol dire “che spinge verso il porto”. Quindi se una cosa è opportuna, vuol dire che bisogna farla, che ci permette di risolvere un problema, di arrivare a destinazione. Si dice anche “andare in porto”, soprattutto in ambiente di business, di affari, in ambiente lavorativo. Se un affare va in porto, vuol dire che si riuscirà a concludere, che si farà l’affare.
Chi di voi ha prenotato il corso di Italiano Professionalevedrà che l’espressione “andare in porto” è solamente una delle tantissime espressioni idiomatiche utilizzate in ambito lavorativo, cioè al lavoro, nel mondo degli affari. Ce ne sono almeno altre 10, tra le più diffuse ed abitualmente utilizzate dagli italiani riguardanti i risultati. Sto parlando della lezione numero 8 della prima parte del corso, la prima sezione, dedicata alle espressioni idiomatiche. Per chi è interessato metterò un link nella pagina di questo podcast per poter leggere l’intero programma del corso e prenotare gratuitamente il corso.
Quindi Jasna dice che sarebbe opportuno che non si vada troppo in là. Andare troppo in là vuol dire andare troppo avanti. Là si scrive con l’accento sulla a, quindi è diverso dall’articolo “la”: es: “la macchina” eccetera.
Là significa in quel luogo, e “andare troppo in là” vuol dire esagerare. Si può dire “andare troppo in là con i tempi”, oppure anche “andare troppo in là con l’età”, quando si è molto anziani.
Jasna dice sebbene sarebbe opportuno che non si vada troppo in là, cioè sarebbe meglio non esagerare con i tempi, sarebbe meglio non posticipare troppo, non esagerare. Quindi Jasna dice: “ok Ahmed, non crolla il mondo per una settimana in più” ma non più di una settimana. Non più in là di una settimana. Se si andasse al di là di una settimana, sarebbe troppo, non sarebbe opportuno, non sarei daccordo. Jasna dice questo perché dobbiamo considerare l’urgenza, dobbiamo tener presente l’urgenza immigrazione, che è una questione che bisogna risolvere in poco tempo, in tempi brevi, come diceva Lilia in precedenza.
Quindi Jasna dice che occorre non andare troppo in là, “a prescindere dagli impegni personali”. A prescindere vuol dire “indipendentemente”, vuol dire “non tenendo conto”, “no considerare”. Quindi non dobbiamo posticipare troppo, anche se ci sono molti impegni personali. Non dobbiamo considerare importanti gli impegni personali, non dobbiamo tenere conto, (ok?) degli impegni personali, ma dobbiamo fare come se non ne avessimo. Dobbiamo comportarci a prescindere dagli impegni personali.
Vedete che prescindere contiene il prefisso “pre”, che sta per “prima”, “precedente”. Quindi di capisce che prima ancora di sapere se ho impegni personali, io devo prendere una decisione, come se non ne avessi.
Bene ragazzi, abbiamo finito…
Adriana: non è giusto però!
Ok Adriana, ma è un podcast lungo e prima o poi bisogna finire. Quindi salutiamo coloro che sono all’ascolto, e se volete ascoltare altri audio-file basta andare su italianosemplicemente.com.
Il prossimo podcast sarà la spiegazione della frase idiomatica “botta di culo”, e di tutte le espressioni italiane che riguardano la fortuna.