Italiano Professionale – Lezione n. 9: problemi e fallimenti

Descrizione della lezione

Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: come cercarli, evitarli, risolverli e gestirli. Quindici espressioni tipiche italiane: informali, formali e giornalistiche.

Lunghezza: 17 pagine

Durata prima parte: 21 minuti e 4 secondi

Durata seconda parte: 18 minuti e 28 secondi

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Lezioni collegate: problemi sul lavoro 

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: cercarli, evitarli, risolverli e gestirli.
spagna_bandiera Vamos a hablar de las expresiones idiomáticas acerca de los problemas: buscarlos, evitarlos, resolverlos y administrarlos.
france-flag Abordons les expressions idiomatiques relatives aux problèmes: comment les chercher, les éviter, les résoudre et les gérer.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions of problems: search it, avoid it, solve it and manage it.
bandiera_animata_egitto نحن نتكلم من التعابير على المشاكل: تجنبها، حلها وإدارتها
russia Мы говорим о идиомы по проблемам: избегать их, решать их и управлять ими.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Problemen: vermeiden sie, lösen sie und verwalten.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις πάνω σε προβλήματα: αποφυγή, επίλυση και διαχείρισή τους.

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Trascrizione

  1. Introduzione

Ciao io sono Giovanni.

Ramona: Ed io sono Ramona, benvenuti nella nona lezione di Italiano Professionale: lezione numero nove.

Nella lezione di oggi io e Ramona, ragazza libanese laureata in italianistica all’università di Beirut, oltre che membro della redazione di Italiano Semplicemente – spero che anche questo giovi al tuo curriculum Ramona! – vi illustreremo alcune espressioni italiane che hanno a che fare con i problemi: problemi, fallimenti, errori; e vedremo le emozioni collegate ai problemi e come le espressioni italiane siano in questo caso molto colorite. Poi nella seconda parte della lezione vediamo le espressioni che si usano quando non c’è più nulla da fare, quando cioè un problema non ha nessuna soluzione, cioè quando non si può più risolvere.

Ramona: anche qui la lingua italiana è molto varia in questo campo Giovanni.

Forse perché di problemi ne abbiamo parecchi in Italia. Comunque state tranquilli perché inizieremo dalle frasi più facili e come sempre spiegheremo tutto dettagliatamente.

Ramona: poi faremo anche il solito esercizio di pronuncia alla fine, non ce lo dimentichiamo.

Sì, infatti, ma prima dell’esercizio dobbiamo parlare anche dei rischi legati alla pronuncia ed all’utilizzo delle frasi. Anche questa è una cosa che facciamo sempre nelle lezioni di italiano professionale, perché nel lavoro fare brutte figure non è una cosa buona Ramona, e chi non si sente sicuro a parlare italiano, è bene che sappia non solo pronunciare bene una frase, ma anche sapere cosa succede se sbaglia la pronuncia. Molte volte può essere molto pericoloso. Vediamo dopo il perché.

Iniziamo allora a parlare di problemi Ramona. Sei d’accordo vero?

Ramona: sì, iniziamo, e dobbiamo dire che questa lezione è strettamente collegata alla precedente lezione, in cui si è parlato di risultati.

Hai ragione Ramona, se c’è un problema, il risultato sicuramente non arriva. Per ottenere un risultato occorre risolvere questo problema. Oggi quindi parliamo dei problemi ma parliamo anche di risultati che non arrivano. Che ne dici Ramona?

  1. Le espressioni sui problemi

Ramona: certo Gianni, non voglio sicuramente metterti i bastoni tra le ruote!

Mettere i bastoni tra le ruote è proprio la prima espressione di oggi.

Creare problemi. È questo il semplicissimo significato di questa espressione.

Sapete tutti che se mettete dei bastoni tra le ruote, e precisamente tra le ruote di una bicicletta, rischiate seriamente di cadere.

Ramona: sicuramente create un bel problema al ciclista!

Infatti, il ciclista non gradirebbe sicuramente. Questa frase è semplice e universale: potete sempre utilizzarla, in ogni circostanza; tutti vi capiranno e vi capiterà molte volte di ascoltarla proprio perché è diffusissima.

Se mettete i bastoni tra le ruote di qualcuno gli state quindi creando un problema, quindi è un’espressione che si usa quando è stato ben identificato il problema e soprattutto quando è chiaro il responsabile, la persona che ha creato il problema, cioè che ha “messo” i bastoni tra le ruote.

Quindi “mettere i bastoni tra le ruote” serve ad identificare il colpevole, l’artefice del problema: colui che ha messo i bastoni tra le ruote è la persona che ha creato il problema. Invece sulla persona penalizzata dal problema, la persona che ha subito il danno, e che quindi non potrà ottenere dei risultati, o avrà dei problemi ad ottenere dei risultati, cosa possiamo dire di questa persona? Ebbene, quando arriva, o capita un problema, e questo capita all’improvviso, senza preavviso, se il problema è abbastanza grave, si può dire che questo problema è “arrivato tra capo e collo”.

– spezzone musicale tratto dalla canzone ”mentre nevica” della rock band “Caminada”, contenente l’espressione “tra capo e collo”

Non importa chi sia stato a causare il problema, non importa chi sia il colpevole. Se è un grave problema, difficile da risolvere si dice che a questa persona sia arrivato un problema tra capo e collo. Il capo è la testa, la testa della persona; il collo invece sta immediatamente sotto la testa; il collo sostiene la testa.

Ramona: perché si dice così?

La frase ha a che fare con il dolore fisico. Immaginate di ricevere una botta, una bastonata ad esempio, o comunque un colpo, e di ricevere questo colpo tra la testa ed il collo, cioè esattamente dietro la testa e sotto la testa, cioè alla base della testa.

Evidentemente questo colpo è doloroso e quindi la persona che lo riceve potrebbe anche morire, e dà l’idea di una morte improvvisa, immediata, ed anche inattesa. Se qualcuno arriva da dietro e ci dà un colpo tra capo (cioè la testa) e collo noi non lo vediamo e quindi riceviamo una sorpresa.

Quindi quando si ha un grande problema inatteso, che ci prende alla sprovvista, di sorpresa, si dice che questo problema ci è arrivato tra capo e collo. Si può usare anche il verbo capitare: capitare tra capo e collo. Infatti se qualcosa “capita” dà più l’idea della sorpresa rispetto al verbo arrivare, rispetto ad “arriva”.

Ramona: Ok quindi finora abbiamo parlato di problemi ed i problemi impediscono di raggiungere dei risultati; ma poi non ci sono solamente i problemi. Non è solo per via dei problemi che non si raggiungono risultati. Infatti credo che un’altra cosa che impedisca di raggiungere risultati siano gli errori.

Gli errori. Hmmmm.. io non faccio mai errori… ok ok, anche io ne faccio, ma errare è umano.

Ramona: sì, errare è umano, ma perseverare è diabolico!

Infatti: errare è umano, perseverare è diabolico. Questa è la prossima frase, molto utilizzata dagli italiani. Errare è umano, quindi sbagliare è umano (errare = sbagliare). Tutti sbagliano, tutti possono sbagliare, quindi tutti possono fare errori; errare è umano, è nella natura umana. Ma continuare a sbagliare non va bene, non si può sbagliare sempre: si dice che perseverare nell’errore, cioè continuare a sbagliare, sia diabolico. Perseverare è diabolico significa che non è umano, ma è sovrannaturale, è come se ci fosse il diavolo, una creatura maligna. Se nell’errore, nello sbaglio c’è il diavolo, allora perseverare nell’errore è diabolico.

In altre parole, sbagliare è comprensibile, può capitare, ma se si continua a sbagliare, se si persevera nell’errore, questo è contrario alla natura umana, perché non ci si può non accorgere che si sta continuando a sbagliare.

Bene, perseverare è diabolico dunque, e cosa possiamo dire di quelle persone che creano spesso dei problemi e li creano a se stessi?

Vediamo un’espressione che si utilizza proprio per descrivere queste persone. Ramona ci sono persone particolarmente adatte a trovare dei problemi.

Ramona: Sì Gianni, questa è una dote particolare. Ci son persone che si vanno a cercare i problemi col lanternino.

Questa, cara Ramona, è una caratteristica di molti italiani.

Ci sono persone che non sono molto attente, neanche nel lavoro, e creano sempre problemi. Se non ci sono situazioni difficili, se le vanno a cercare. Si dice così. Chi “se le cerca”, o “chi se le va a cercare” è una persona che cerca i problemi. La parola “problemi”, anche se non compare nella frase, è scontata: “andarsele a cercare” si riferisce ai problemi: andare a cercare i problemi; andare a cercare i problemi per se stessi, infatti si dice “andarsele a cercare”. In particolare si dice: “cercare col lanternino”; “andarsele a cercare col lanternino”.

Il lanternino è una lanterna, cioè una luce, una luce però molto debole, che si usava qualche anno fa. Evidentemente era difficile cercare qualcosa col lanternino. Eppure c’è qualcuno che riesce a trovare dei problemi anche col lanternino.

Questa ovviamente è una frase ironica quindi, e si usa quando c’è qualcuno che persevera nell’errore e questi producono degli effetti negativi su chi compie gli stessi errori.

Ramona: Bene Gianni, adesso vediamo di andare avanti con le frasi idiomatiche, oggi stiamo battendo la fiacca!

Ramona ha appena utilizzato un’altra delle espressioni legate ai risultati. “Battere la fiacca”. Prima si parlava di errori. E si diceva che errare è umano. Battere la fiacca non è un vero e proprio errore. Battere la fiacca significa andare lentamente. Battere la fiacca significa anche “non ottenere molti risultati”, non essere molto produttivi. “La fiacca” è quel senso di debolezza, quel senso di “voglia di far niente” che a volte, nel lavoro può capitare.

– spezzone musicale tratto dalla canzone “capitano uncino” di Edoardo Bennato, contenente l’espressione “battere la fiacca” –

È una espressione di origine militare, ma ormai si usa spesso quando c’è qualcuno che ozia, cioè che lavora poco volentieri, che lavora controvoglia.

Può capitare che se stai al lavoro, e stai prendendo un caffè, un tuo collega ti incontri e ti dica:

“si batte la fiacca oggi?”

Molti italiani in effetti battono la fiacca quando sono al lavoro, altri invece lavorano molto bene. Battere la fiacca è molto colloquiale come espressione.

Quindi c’è chi sbaglia e continua a sbagliare, chi cioè persevera nell’errore, poi c’è chi lavora poco, cioè chi batte la fiacca. Questi sono due ostacoli al raggiungimento dei risultati.

Ramona: Ma non finisce qui. Infatti c’è anche chi non sa cosa fare. In questi casi abbiamo una frase ad hoc: “brancolare nel buio”

Brancolare nel buio. In effetti le persone che brancolano nel buio magari non sono persone che sbagliano, e non sono neanche persone che battono la fiacca. Però potrebbero essere persone che, non sanno cosa fare. Perché non sono preparate, oppure perché il problema che è capitato è molto difficile.

La frase brancolare nel buio si usa soprattutto quando c’è un crimine, un omicidio ad esempio, o anche un furto, e chi deve indagare, cioè la Polizia, che deve fare le indagini, oppure i Carabinieri, non sanno chi è stato, non sanno chi ha commesso il furto o l’omicidio, non sanno chi ha commesso il reato e non hanno nessuna traccia, nessun indizio. Allora si dice che la polizia brancola nel buio.

Il buio infatti è l’assenza di luce. Di giorno c’è la luce e di notte c’è il buio. Se tenete gli occhi chiusi vedete tutto nero, state nel buio quindi, e se provate a camminare nel buio, state esattamente brancolando nel buio. Quando camminate e non c’è luce attorno a voi, è normale camminare con le mani in avanti, perché potreste sbattere contro qualcosa. Ecco, questo è “brancolare nel buio”, e la polizia quando non sa cosa fare, si dice che brancola nel buio.

Ma non si usa soltanto con i reati, con i crimini, si usa in effetti anche quando c’è qualcuno che deve prendere una decisione e non sa proprio cosa fare. Questa persona è come se camminasse al buio: sta brancolando nel buio, sta cercando l’orientamento, sta procedendo con incertezza, si muove alla ricerca di una soluzione. Insomma, sicuramente non sta ottenendo alcun risultato.

Chi brancola nel buio può provare a fare qualcosa, ma c’è il rischio di sbagliare, di fare dei grossi errori. C’è il rischio di fare un bel buco nell’acqua.

Fare un buco nell’acqua. Questa è un’altra espressione simpatica. Un buco nell’acqua. Come si fa a fare un buco nell’acqua?

Un buco si può fare nel legno, nel ferro, ma anche nell’acqua. Se lo fate nell’acqua cosa succede? Succede che l’acqua immediatamente ricopre il buco, e il buco sparisce. Se ne deduce che fare un buco nell’acqua vuol dire fare qualcosa di inutile. Fare un tentativo inutile, che non serve a nulla.

In ambito lavorativo si fanno spessissimo buchi nell’acqua. Se avete un’attività e volete attirare nuova clientela con un annuncio pubblicitario, se l’annuncio pubblicitario non funziona per niente, avete speso dei soldi inutilmente e potete dire di aver fatto un buco nell’acqua.

Qualsiasi tentativo può rivelarsi un buco nell’acqua. Come potete immaginare questa è un’espressione utilizzata in ogni lavoro, più o meno importante.

Dunque vediamo adesso cosa succede quando non sapete a chi dare la colpa quando un problema vi impedisce di raggiungere degli obiettivi, di raggiungere dei risultati.

C’è dunque un problema, e spesso non sappiamo chi sia il colpevole. Chi è il colpevole? Chi deve pagare per aver procurato il problema?

Solitamente quando c’è un grosso problema e non si conosce il colpevole, si cerca qualcuno a cui dare la colpa, si cerca cioè il “capro espiatorio”.

Ramona: questa non è un’espressione molto facile Gianni

Ne sono consapevole, ma è interessante conoscere l’origine di questa espressione.

Il capro espiatorio era un capro, cioè un animale, una capra, stavolta utilizzato al maschile (capro) che veniva utilizzato anticamente, molti anni fa, durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme, ed il “capro”, questo animale, veniva mandato nel deserto e fatto precipitare da una rupe, da un precipizio, insomma veniva ucciso. In questo modo tutti i peccati commessi, è come se sparissero, i peccati sono stati perdonati da Dio grazie al capro espiatorio. Il capro aiuta ad espiare i peccati, dove espiare significa riparare ad una colpa scontandone la pena. Il capro pagava per tutti e pagava con la sua vita.

Cosa c’entra col lavoro?

Beh, il capro espiatorio, in senso figurato, è un individuo, o anche un gruppo, un’organizzazione, scelto per addossargli una responsabilità o una colpa per la quale può anche essere innocente. Quando si trova un capro espiatorio vuol dire che si trova qualcuno a cui dare la colpa, anche se la colpa non è la sua.

– spezzone musicale tratto da “Gemitaiz – Non ti rivedo più” contenente le frase “capro espiatorio”

Cosa diciamo quando arriva qualche problema nel lavoro?

Ramona: beh, se non è un grande problema possiamo dire che qualcosa va storto, altrimenti, in caso contrario, va tutto liscio.

Va liscio oppure va storto. Proprio così. Nel primo caso, se tutto va liscio, vuol dire che non c’è nessun problema. Si usa il verbo andare. Tutto va liscio, tutto è andato liscio, tutto andrà liscio, dipende dal contesto, se parliamo al presente, passato o futuro. Si dice che va “liscio” – una cosa è “liscia”, come ad esempio un pavimento, o una qualsiasi superficie, è “liscia” quando è piatta, quando non ci sono imperfezioni, increspature. Una superficie liscia è una superficie che se viene toccata non si sentono imperfezioni, non si sentono bozzi, buchi, o cose che pungono eccetera.

In senso figurato invece vuol dire senza difficoltà, senza problemi.

Si usa spesso con gli esami, con le prove in generale:

Come è andato l’esame di matematica?

Ramona: Molto bene grazie, è andato tutto liscio, tutto liscio come l’olio!

Brava, si dice infatti anche così: tutto liscio come l’olio, cioè senza nessuna difficoltà.

Se invece l’esame è andato male posso dire che è andato tutto storto!

Attenzione perché si usa dire “è andato tutto storto”, oppure “qualcosa è andato storto”. Raramente si usa dire “è andato storto”. È più facile che ascoltiate “è andata male”, o “è andato male”.

In senso ironico si può utilizzare un’espressione molto comune. Come va Ramona?

Ramona: tutto a posto e niente in ordine.

Tutto a posto, cioè tutto ok, equivale a “tutto liscio”, cioè “non ci sono problemi”: “Tutto è a posto”, e “niente è in ordine”. Due frasi dal significato opposto quindi, infatti tutto a posto è il contrario di “niente è in ordine”. È chiaro quindi che la frase si usa per scherzare. Evidentemente ci sono dei piccoli problemi e questi piccoli problemi causano dei malumori, quindi non possiamo dire che tutto è ok, che tutto è a posto, ma in fondo di problemi gravi non ce ne sono. Finisce qui la prima parte della nona lezione di Italiano Professionale. Nella seconda parte vedremo più da vicino le espressioni che si utilizzano quando, tutto sembra perduto, quando non c’è più nulle da fare. A seguire nella seconda parte vedremo i rischi legati alla pronuncia di tutte le espressioni viste nella prima e seconda parte e alla fine l’esercizio di ripetizione.

Ramona: un saluto dal libano

Fine prima parte

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La paura fa novanta, pezzo da novanta

Audio

Trascrizione

Membri della famiglia Italiano Semplicemente, un saluto da Giovanni, e vi do il benvenuto in questo nuovo episodio, in questo nuovo podcast di ItalianoSemplicemente.com. Ringrazio tutti del vostro interesse e dei vostri commenti sulla pagina Facebook, spero da parte mia, di esservi utile e di aiutarvi concretamente nell’apprendimento della lingua italiana. Scusate se a volte non riesco a rispondere personalmente ai messaggi su Facebook ma non sempre riesco a trovare il tempo. Ad ogni modo credo sia più produttivo sottolineare due cose, prima di iniziare la spiegazione di oggi.

La prima cosa è che queste espressioni, conoscere le espressioni idiomatiche Italiane è importante per conoscere la cultura Italiana, e difficilmente troverete queste espressioni in un corso di italiano convenzionale, dove lo studio della grammatica è al centro e non c’è spazio per le espressioni tipiche italiane. La seconda cosa, ancora più importante, a mio modo di vedere, è che per ogni espressione tipica italiana bisogna sapere come utilizzarla, in quali occasioni, se è informale o formale, se la potete usare in famiglia o in ufficio o col vostro professore di italiano. È bene sapere quindi anche in quali altri modi esprimere lo stesso concetto, per essere sicuri che stiamo usando bene l’espressione, altrimenti c’è il rischio di fare brutte figure, ed allora è meglio non conoscerla quell’espressione. Sul web ci sono altri siti o canali YouTube, anche molto interessanti,  in cui si spiegano le espressioni italiane, ma tutti questi siti spiegano solo una versione della frase, e si tratta sempre di espressioni familiari, che potete usare e tra amici e non con persone diverse o che non conoscete bene. È per questo, è anche per questo che nelle mie spiegazioni cerco sempre di specificare il contesto di riferimento. Ed è anche per questo che ho deciso di sviluppare il corso di italiano professionale, che potete trovare sul sito e in cui vengono spiegate,  tra l’altro, tutte le frasi che si riferiscono al mondo del lavoro, dalle riunioni, alle conferenze, al colloquio di lavoro,  a come trattare eccetera. Ma torniamo all’espressione di oggi.

L’espressione che ho scelto di spiegarvi oggi, anzi le espressioni di cui ho deciso di parlarvi oggi sono due. Si tratta di “pezzo da novanta” e di “la paura fa novanta”. Credo siano due espressioni interessanti da spiegare e da comprendere.

Queste due espressioni sono state proposte da Leonardo, che saluto. Leonardo mi ha inviato una mail attraverso il link che ho inserito nella pagina delle frasi idiomatiche, e ha scelto due espressioni che contengono la parola “novanta”, che è un numero, come sapete. Novanta è il numero che sta dopo l’ottantanove e prima del novantuno. Ma in Italia il novanta è un numero particolare; non è un numero qualunque.  Sapete infatti,  o forse non lo sapete, che esiste un gioco in Italia che si chiama “Tombola”, un gioco molto famoso.  Ora vi spiego come funziona il gioco della Tombola.

Ecco quindi che per spiegare queste due semplici espressioni contenenti la parola 90, il numero 90, occorre fare una premessa. Occorre spiegare il significato del numero novanta, cioè quello che rappresenta il numero novanta. Questo, inevitabilmente, ci fa entrare nella cultura italiana. Vediamo come quindi.

La tombola, dicevo, è un gioco, un tradizionale gioco da tavolo nato nella città di Napoli nel XVIII secolo, secolo che inizia nell’anno 1701 e termina nell’anno 1800 incluso. Il gioco della Tombola è un gioco in cui vengono sorteggiati dei numeri, vengono estratti dei numeri che vanno da 1 a 90, numeri compresi tra 1 e 90. La Tombola è la versione casalinga del gioco del lotto.

Probabilmente molti di voi conoscono il gioco del lotto ma non conoscono la Tombola.

Ebbene, questo gioco, famosissimo in Italia, è un gioco diffuso a livello familiare, infatti ogni Natale, durante le feste del Natale (che cade il 25 dicembre di ogni anno)  in quasi tutte e famiglie, soprattutto se ci sono dei bambini, si gioca a Tombola: ci si mette tutti attorno ad un tavolo e si gioca tutti assieme a Tombola.  Questo avviene anche nelle feste di paese, dove si gioca a Tombola nella piazza del paese, di molti paesi almeno,  soprattutto al centro-sud. Dicevo che vengono sorteggiati, vengono estratti dei numeri, che stanno dentro ad un contenitore, all’interno di alcune palline. Nelle piazze dei paesi i numeri vengono sorteggiati e vengono urlati con l’aiuto di un megafono, in modo che tutti possano ascoltare.

tombola

Ogni persona, per partecipare al gioco, acquista una “cartella”, cioè un foglio, un foglietto, sul quale sono scritti 15 numeri, in tre file di 5 numeri. C’è poi una persona che estrae un numero alla volta dall’urna, dalla scatola, dal contenitore. Quindi man mano che escono i numeri, uno alla volta, questi numeri vengono detti ad alta voce: “cinque, ventidue, ottantasei” eccetera. Le persone che hanno acquistato una cartella controllano se la loro cartella, il loro foglio contiene il numero di volta in volta estratto. Quando una cartella contiene, su una delle tre file, il numero estratto, normalmente si appoggia un fagiolo sopra quel numero, oppure si fa un buchino sulla cartella con uno stuzzicadenti: diciamo che ci sono vari modi di segnare i punteggi. E quando si vede, quando si verifica, si constata, si appura che avete quel numero nella cartella si dice: “ce l’ho”, e mettete, appoggiate il fagiolo sul numero della vostra cartella di carta.

Quando si vince? Si vince quando qualcuno nella sua cartella riesce per primo, prima degli altri, ad avere due o più numeri in fila, cioè sulla stessa fila, su una delle tre file di ogni cartella: si fa quindi “ambo” (con due numeri), si fa terno con tre numeri, quaterno con quattro e chi ne azzecca cinque, tutti i cinque numeri di una delle tre file fa quella che si chiama “cinquina”.

Chi è poi molto fortunato riesce anche a “fare Tombola”. Fare tombola vuol dire utilizzare tutti i fagioli, tutti e 15 i fagioli, quindi vuol dire che tutti e 15 i numeri della cartella sono stati estratti. Ovviamente chi riesca a fare tombola lo strilla, lo dice a voce alta davanti a tutti non appena viene pronunciato l’ultimo numero: “tombola, ho fatto tombola!”

Chi fa tombola vince generalmente dei soldi, ma a prescindere dai soldi o dal premio che si vince, è un gioco molto divertente.

Questo gioco nasce a Napoli, come ho detto prima, ed a Napoli si danno molta importanza ai numeri ed al loro significato. Cosa significa? Significa che i napoletani hanno attribuito, hanno assegnato ad ogni numero, ad ogni numero da 1 a 90, uno specifico significato.

Quindi esiste un sistema di associazione tra numeri e significati, di solito umoristici. Ogni numero ha un suo significato. Per chi fosse interessato esiste anche un libro, che si chiama “La Smorfia”, che da secoli, da molti anni quindi, associa i sogni ai 90 numeri. Ogni numero ha un suo significato, ed ogni avvenimento, ogni sogno particolare, va tradotto in uno o più numeri.

Ebbene, il numero 90 (novanta) è associato alla paura. Allo stesso modo possiamo dire che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutta questa lunga spiegazione per arrivare a questo dunque.

Dunque la paura è il numero 90, e la paura fa 90. Questo è il senso proprio dell’espressione “la paura fa 90”. Inoltre vediamo che si usa il verbo “fare”: “la paura fa 90”.

Allo stesso modo infatti possiamo dire che 47 fa “morto che parla”, oppure che 42 fa caffè.

Quanto fa 40? Vediamo un po’… ah 40 fa noia!

Quindi questo significa che se sognate, se fate un sogno e sognate che il vostro caro nonno, morto tanti anni fa, si beve un caffè e vi racconta delle storie, allora dovete giocare al lotto i numeri 47 (morto che parla) e il numero 40 (caffè). Infatti 40 fa caffè e 47 fa morto che parla. Semplice vero?

“La paura invece fa 90”, ora avete capito che significa, letteralmente, che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutto qui. Ma questo è il senso proprio, quello letterale.

La paura fa 90 è però una espressione idiomatica, e questa espressione significa invece che con la paura si possono fare cose incredibili. Sotto lo stimolo della paura si fanno cose che sembrerebbero impensabili in condizioni normali.

Se quindi, ad esempio, siete rincorsi da un cane che vuole mordervi, riuscirete a correre molto velocemente, molto più velocemente del normale: la paura fa 90!

Potete usare questa espressione quindi ogni volta che verificate che con la paura si fanno coe incredibili.

Spero Leonardo sia chiaro il senso della prima frase: la paura da novanta!

Ora vediamo la seconda frase che contiene il numero novanta: “pezzo da novanta”.

Stavolta la tombola non c’entra nulla. Stavolta il numero 90 rappresenta la dimensione, cioè la grandezza, di un cannone. Il cannone è l’arma da fuoco che si usava per sparare sulle navi, un’arma normalmente molto grande (lunga circa 2 metri o giù di lì). Sembra che la larghezza della bocca del cannone, da dove cioè esce la palla di cannone, cioè il proiettile del cannone, si misuri in calibri, e il calibro di un cannone può variare: Nella seconda guerra mondiale esistevano i cannoni a calibro 88 che avevano i tedeschi, e pare che gli italiani possedessero, avessero anche una trentina di cannoni a calibro 90, cioè più potenti.

Esistevano quindi solamente trenta cannoni, trenta cannoni che avevano un calibro pari a 90.

Esistevano quindi solamente 30 pezzi da 90.

Qui occorre spiegare però anche il termine “pezzo”, che normalmente si usa per indicare una piccola quantità, una porzione di qualcosa, come un pezzo di pizza eccetera. Soprattutto nel mondo del commercio la parola pezzo non indica una porzione di qualcosa, ma il termine “pezzo” viene usato in questo caso per indicare una singola unità: un pezzo. Questo vale per qualsiasi cosa: Se voi acquistate un qualsiasi oggetto, e ne acquistate alcune unità, potete dire anche che avete acquistato “alcuni pezzi”. Il termine pezzo quindi non significa solamente “una porzione”, “un pezzo” come quando qualcosa si rompe e “va in pezzi”, cioè si distrugge in piccole porzioni più piccole. Il termine pezzo al singolare significa quindi una singola unità. Al plurale, se voglio acquistare sei bicchieri uguali posso dire alla commessa: scusi, vorrei sei pezzi di questo bicchiere! Cioè vorrei sei bicchieri di questo tipo, sei bicchieri uguali. Quindi quei trenta cannoni speciali, quei trenta cannoni che avevano un calibro 90, erano dei pezzi speciali, dei pezzi quasi unici, perché ne esistevano solamente trenta pezzi: esistevano pochissimi pezzi da 90.

Da allora la frase “pezzo da novanta” ha anche un senso figurato, e viene usata per indicare una persona importante: un pezzo da novanta è un personaggio importantissimo, come ce ne sono pochi al mondo.

Allora ad esempio se conosco il vice presidente di un’importante azienda, posso dire che quello è un pezzo da novanta di quell’azienda, cioè un uomo importante, che svolge un ruolo importante. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma di un vero pezzo da novanta.

Qualcuno di noi, credo, potrebbe conoscere alcuni pezzi da novanta, in qualsiasi ambito. Io, fatemi pensare… dunque, non ho mai conosciuto pezzi da novanta della politica italiana, ad esempio, e non ho neanche mai conosciuto pezzi da novanta dello sport. Totti ad esempio è un pezzo da novanta del calcio italiano e mondiale, e mi piacerebbe molto conoscerlo. Nel mio caso non mi vengono in mente pezzi da novanta che io abbia mai incontrato o conosciuto personalmente.

Avete quindi capito che un pezzo da novanta è una persona importante, molto importante. Non per forza la più importante nel suo settore, ma una delle persone più importanti.

Quindi se ad esempio devo indicare una persona che ricopre un ruolo importante in una azienda ma non ricordo il suo ruolo, cioè non ricordo ad esempio se si tratta del direttore, del vicedirettore, del presidente o del vicepresidente, ma ricordo solamente che è uno importante, posso dire che è un pezzo da novanta, che questa persona è uno dei pezzi da novanta.

Pezzo da novanta è una espressione molto usata in Italia, usata soprattutto nella forma orale e quindi non molto raffinata come espressione. Si dice anche “essere qualcuno”. Se dico che mio padre è qualcuno nel tennis, ad esempio, vuol dire che gioca bene a tennis, che è una persona conosciuta. Essere qualcuno, se detta nel modo giusto, significa quindi essere una persona conosciuta, importante perché conosciuta, una persona rispettata perché importante. Anche questa espressione però è abbastanza familiare.

Se vogliamo esprimerci in modo leggermente meno informale possiamo usare la parola “calibro”, oppure, ancora meglio, possiamo usare la parola “spessore”: allora possiamo dire che una persona importante è un pezzo da novanta, se parliamo con amici, ma possiamo anche dire che questa persona è una persona di grosso calibro, o di un certo calibro, che vuol dire ugualmente un calibro elevato, un livello elevato; questo se parliamo con persone di cui abbiamo molto rispetto, o che non conosciamo abbastanza bene. Il senso è lo stesso però. Esistono persone di grosso calibro, ed anche persone dello stesso calibro, cioè dello stesso valore, della stessa importanza. Esistono poi delle persone che hanno un “elevato calibro morale”, persone cioè che han dimostrato nella loro vita di avere una forte moralità, un forte senso del dovere ad esempio, o elevato senso civico. Se quindi volete fare un complimento ad una persona che stimate molto per la sua correttezza ed onestà, che vi ha dimostrato in molte occasioni, potete dirgli che secondo voi è una persona di un elevato calibro morale.

La parola spessore, infine, può essere usata allo stesso modo: “Quella persona ha un elevato spessore morale”, oppure quella persona ricopre un ruolo di un certo spessore, perché magari è il direttore, o il vicedirettore, o il responsabile di una qualche attività.

Bene, sperando che anche voi un giorno possiate diventare persone di elevato calibro morale, se non lo siete già ovviamente, spero di essere riuscito a farvi capire bene il significato di queste due frasi “pezzo da novanta” e “la paura fa novanta”: se ci sono riuscito posso dire di essere un professore di un certo spessore, anche se questo non è esattamente il mio mestiere. Siamo dovuti un po’ entrare nella cultura italiana per capire bene, ed in effetti è questo il significato profondo di imparare una lingua: se imparate la cultura, imparare la lingua vi risulterà più facile. Spero di non avervi annoiato, ringrazio Leonardo per la domanda e tutti gli altri di essere così numerosi a seguire ItalianoSemplicemente.com.

Ora rispondete a voce alta ad alcune facili domande. Aspettate la domanda e provate a rispondere, così vi esercitate nella pronuncia: saranno delle domandine facili-facili.

La paura fa ottantanove?

No, la paura non fa ottantanove, la paura fa novanta!

La paura fa novantuno?

No, la paura non fa novantuno, la paura fa novanta!

Quanto fa la paura?

La paura fa novanta!

Ripetete ora:

Pezzo da novanta.

Quell’uomo è un pezzo da novanta!

Rispondete:

Ma chi è quell’uomo? Una persona di spessore?

Altroché! Quello è un pezzo da novanta!

Quel tizio è qualcuno nell’azienda?

Sì, lui è un pezzo da novanta! È uno di grosso calibro!

Ciao a tutti, e ricordatevi che tutti i fan di italiano semplicemente sono pezzi da novanta, almeno per me.

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Buongiorno a tutti. Una frase veramente curiosa quella di oggi: “in zona Cesarini”. Sicuramente è una di quelle espressioni che non troverete mai in un libro di grammatica italiana, né troverete l’equivalente esatto in lingua inglese, francese eccetera. Credo che anche all’università, durante le lezioni è impossibile che possiate ascoltare o leggere questa frase.

L’espressione di oggi, che mi accingo a spiegare è una di quelle espressioni che racchiudono un pezzo d’Italia. Una di quelle espressioni che, se pronunciate da uno straniero, da una persona non nata e cresciuta in Italia, suscita sicuramente molto stupore, ed un italiano, ascoltando uno straniero che pronuncia questa espressione rimane sicuramente molto stupito, sicuramente molto meravigliato: Penserà: Com’è possibile che questa persona, straniera, conosca l’espressione “in zona Cesarini”? Evidentemente ha vissuto in Italia. Evidentemente ha passato del tempo in Italia. Questo penserà un italiano. Alla fine dell’episodio di oggi, dopo avervi spiegato il significato di questa espressione italianissima, vi farò alcuni esempi di utilizzo, vi suggerirò alcuni contesti in cui potreste utilizzare l’espressione “in zona cesarini”, anche come semplice turista.

Allora, avrete notato, se avete letto o state leggendo in questo momento la trascrizione di questo episodio, che “Cesarini” si scrive con la lettera “C” maiuscola: con la lettera iniziale maiuscola. Avrete anche notato che se provate a cercare su un dizionario italiano online, la parola “Cesarini” i dizionario vi riporta non ad una parola comune, ma ad una persona, al cognome di una persona.

Ebbene sì. “Cesarini”, con la “C” maiuscola è una persona. In particolare è un calciatore. Troverete più persone che si chiamano Cesarini di cognome su internet, ma quando si parla di “zona Cesarini” si sta parlando di Renato Cesarini, un calciatore, cioè giocatore di calcio, che giocava in Italia nel secolo scorso.

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Renato Cesarini

Renato Cesarini è il suo nome e cognome, e questo giocatore giocava con la squadra della Juventus. La conoscete tutti la Juventus, detta anche “Juve”. Ebbene questo calciatore nel 1931, in una partita tra Italia ed Ungheria, precisamente il 13 dicembre 1931, segnò, realizzò un gol, fece un gol, al minuto numero novanta, al novantesimo minuto, cioè all’ultimo minuto della partita.

Questo giocatore, a dire il vero, molto spesso segnava nei minuti finali di una partita: gli era successo più volte di realizzare diversi gol nei minuti finali di partita, anche se si trattava sempre di gol decisivi ai fini del risultato, cioè non tutti questi gol sono stati importanti, importanti nel senso che la partita è stata vinta grazie al gol di Renato Cesarini. Questo fatto, il fatto di segnare negli ultimi minuti, gli era successo molte volte quindi, anche contro avversari di rango, cioè molto forti, come Napoli e Torino ad esempio. Nel calcio, come in tutti gli sport, gli avversari “di rango” sono gli avversari più forti, sono gli avversari più “blasonati”, più difficili da battere. Si dice anche così: blasonati, cioè che hanno un blasone. Il blasone è simbolo di nobiltà. Questa è l’origine del termine blasone. Ma nello sport chi ha un blasone, chi è blasonato, o la squadra blasonata, è la squadra che ha vinto molti titoli. Il Barcellona e la Juventus sono due squadre blasonate quindi, e sono due squadre di rango.

Quindi tornando a Cesarini, a Renato Cesarini, dopo quel gol realizzato contro l’Ungheria, nel 1931, divenne famoso per essere un calciatore che segna sempre nei minuti finali, che fa sempre gol nei minuti finali di una partita. Ebbene? Allora? Cosa c’entra con l’espressione “in zona Cesarini?”

Cos’è la “zona Cesarini”?

Succede molto spesso che una espressione, anche se nasce in uno specifico contesto, può finire per essere applicata anche ad altri contesti, e così l’espressione “zona Cesarini” finì per essere applicata anche ad altri sport, per indicare fatti, avvenuti, o situazioni avvenute all’ultimo momento, in extremis.

Si parla di “zona” perché col termine zona si vuole indicare un periodo temporale, un arco di tempo, si vuole indicare “l’ultimo momento possibile”. Si dice anche “area Cesarini”.

Quindi la zona Cesarini, o l’area Cesarini, è l’ultimo momento; l’ultimo momento utile per fare qualcosa, ed in particolare per porre rimedi, per rimediare, cioè per risolvere una questione, un problema. Solitamente la parola zona invece si riferisce allo spazio: una zona è solitamente un’area di terreno, e si misura in metri quadri, non in tempo. In tal caso invece si indica una porzione di tempo, un preciso periodo, e precisamente la fine di un periodo di tempo.

Normalmente si dice “in extremis”, per esprimere lo stesso concetto, come ho detto anche prima. È la stessa cosa. In zona Cesarini significa esattamente “in extremis”, “all’ultimo momento”.

Quel gol di Renato Cesarini fece sì che l’Italia vincesse tre reti contro due contro l’Ungheria, in una partita valida per la Coppa Internazionale, una competizione che ora non si svolge più. Si è svolta per sei volte nel passato e queste sei edizioni si disputarono dal 1927 al 1960. La Coppa Internazionale È stata la prima competizione per squadre nazionali di calcio disputata in Europa. Ora ci sono, come sapete, i campionati Europei di Calcio.

Vediamo qualche esempio di utilizzo dell’espressione “zona Cesarini”. Potete usare queste espressione in qualsiasi contesto, ma fondamentalmente solo nella forma orale. Non viene usata, se non in articoli giornalistici, nella forma scritta.

Immaginiamo che siate un turista, un turista che viene in Italia e che viene a Roma ad esempio. A Roma ad esempio andate a visitare il Colosseo, e scoprite scopre che l’orario di visita del Colosseo, l’orario in cui è possibile visitare il Colosseo, vederlo cioè dal suo interno, sta per terminare. Siete l’ultima persona del giorno che entra nel Colosseo. Siete molto fortunato, e quindi potreste dire quindi alla persona che gli dà il biglietto “meno male, ce l’ho fatta in zona Cesarini!”.

Vedrete la reazione della persona che sta di fronte a voi: come minimo sgranerà gli occhi: cioè allargherà gli occhi in segno di stupore; sarà stupita, sarà meravigliata, perché avete utilizzato l’espressione “in zona Cesarini”. Penserà forse che siete italiana, o che avete vissuto in Italia per un po’ di tempo.

La stessa cosa la potete usate al ristorante. Se decidete di cenare molto tardi, ad esempio alle 10.30 di sera, magari perché avete visitato Roma o avete passeggiato per le vie del centro, troverete sicuramente dei ristoranti aperti, ma alcuni ristoranti a quell’ora stanno per chiudere. È tardi per cenare, e probabilmente a quell’ora, alle 10.30 di sera,  è più facile che troviate aperti pub, birrerie, che vi possono comunque preparare delle cose da mangiare. Se entrate in un classico ristorante e chiedete: “ è possibile cenare?”. Il proprietario, o il cameriere, potrebbe rispondervi: “stiamo quasi per chiudere, ma entrate pure siete arrivati in zona Cesarini”. Se si accorge che siete degli stranieri sicuramente non userà questa espressione. Anche voi però potreste usare questa espressione: potreste chiedere: “si può entrare in zona Cesarini?”, “cioè “si può entrare anche se siamo arrivati all’ultimo momento?” “anche se siamo arrivati in extremis?”.

Avete capito quindi che la zona cesarini non è una zona fisica, un’area, ma è un periodo di tempo.

“in zona cesarini” è una espressione usata in tutta Italia, assolutamente innocua, usata da tutti. Non abbiate paura quindi di utilizzarla. Per memorizzarla velocemente il trucco lo sapete: dovete ripetere e dovete collegarla a delle emozioni.

Ora faremo un esercizio di ripetizione, mentre riguardo alle emozioni potete provare ad andare su facebook, e scrivere una frase che contiene questa espressione. Magari avrete delle reazioni, dei commenti che agiranno sulle vostre emozioni facendovi ricordare meglio questa frase.

Facciamo ora l’esercizio di ripetizione. Repetita iuvant.

Zona Cesarini

Zona Cesarini

In zona Cesarini

In zona Cesarini

Sono arrivato in zona Cesarini

….

Scusate se arrivo in zona Cesarini

Mi sono salvato in zona Cesarini.

Bene ragazzi, spero che tutto sia chiaro, spero di essere riuscito a spiegare per bene questa espressione. Per conoscere la spiegazione di altre frasi idiomatiche basta andare sulla home page del sito Italianosemplicemente.com e cliccare su “livello intermedio”, lì troverete molte espressioni italiane di suo comune che in nessun libro però riuscirete a trovare né un suo utilizzo, tantomeno una spiegazione.

Vi lascio alla sigla finale, anche perché devo andare a fare la spesa al supermercato e spero di riuscire ad arrivare in tempo prima della chiusura. Se ce la farò, arriverò sicuramente in zona Cesarini, altrimenti, niente cena…

……..

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Fare buon viso a cattivo gioco

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Trascrizione

fare_buon_visoBuongiorno amici. La frase idiomatica che di oggi è “fare buon viso a cattivo gioco”.

La frase di oggi, “fare buon viso a cattivo gioco” è una frase non molto facile da spiegare. Cercherò di fare quindi molti esempi e di spiegare tutte le parole.

Questa espressione è utilizzata non molto di frequente nel linguaggio di tutti i giorni. Tuttavia il suo utilizzo è molto frequente in ambito lavorativo e professionale.

Vi potrebbe capitare  di ascoltarla in Italia in molte occasioni ed in qualsiasi attività lavorativa.

Come sa chi ci segue solitamente, in Italiano Semplicemente cerchiamo di spiegare ogni settimana almeno una frase idiomatica, e spesso vengono spiegate espressioni molto utilizzate nel lavoro.

Nella pagina frasi idiomatiche troverete molte espressioni di uso comune in tutta Italia e alcune delle espressioni più utilizzate, come quella di oggi, in ambito professionale. In generale però tutti gli altri contenuti, cioè tutte le frasi idiomatiche più utilizzate nel lavoro, specifiche del lavoro, così come tutti i verbi e tutte le situazioni più frequenti in ambito professionale che familiare sono inserite all’interno del corso di Italiano Professionale, che sarà disponibile per chi volesse acquistarlo, a partire dal 2018.

Ogni giorno siamo impegnati, con gli altri membri della redazione a sviluppare i contenuti di ogni lezione di questo speciale corso, e mettiamo a disposizione sempre la prima parte di ogni lezione, in modo che tutti possano capire di cosa si parli nel corso e possano decidere con sicurezza e tranquillità se acquistare il corso o meno quando sarà disponibile.

La frase di oggi, “fare buon viso a cattivo gioco” è un podcast completo, interamente gratuito, un episodio accessibile a tutti, e spero di riuscire oggi a spiegarvi il significato della frase senza troppe difficoltà.

Allora, vediamo parola per parola. Fare è un verbo, molto usato nelle frasi e espressioni idiomatiche italiane. Il viso è la parte del corpo in cui si trovano gli occhi, il naso e la bocca. “Il viso”. Si dice anche “la faccia”, ma il viso è più indicato e più usato per indicare la parte del corpo, invece la faccia è usato di più per rappresentare le espressioni e le emozioni del viso, anche per quelle che si provano guardando questa faccia, questo viso. Ad esempio: “ha una faccia curiosa“, oppure “ha una faccia da schiaffi“, ed altre espressioni simili.

“Fare buon viso” contiene la parola “buon”, cioè “buono”. Un “buon viso” è un “viso buono” un viso che esprime tranquillità, che non esprime preoccupazione. La bontà del viso non è da intendere come la bontà d’animo. o la bontà delle persone, ma come un viso che esprime tranquillità.

Vediamo che in questo caso “viso” è utilizzato per indicare un’emozione, cosa che come detto prima si usa fare di più con la parola “faccia” e non con la parola viso. Non è così in questo caso.

Le due parole “buon viso” stanno insieme solamente in questa espressione: non esistono altre espressioni e modi di dire italiani che contengono queste due parole in fila: è chiaro quindi che appena voi dite “fare buon viso”, un italiano che ascolta subito intuisce, capisce subito qual è la fine della frase che state dicendo: “a cattivo gioco”

“A cattivo gioco”: cosa vuol dire?

Il senso proprio di questo pezzo di frase non ci aiuta.

Il gioco solitamente è divertimento, è una attività che dà gioia, che fa piacere fare. Quindi un “cattivo gioco” non esiste. Al massimo un cattivo gioco può essere un gioco il cui fine è cattivo, crudele. Uccidere per gioco può essere giudicato un “cattivo gioco”. Cattivo infatti si usa per le persone: una persona cattiva è una persona non buona, che non fa del bene ma fa del male agli altri. Un cattivo gioco può anche essere un gioco non istruttivo, che non istruisce, cioè che non insegna nulla ai bambini. Ma non è neanche questo il significato nella frase di oggi.

La parola “Cattivo”, l’aggettivo “cattivo”, si usa anche in molte altre circostanze, in molte altri contesti e situazioni e non solo per le persone. Si usa per, ad esempio, il tempo, ma in questo caso la cattiveria non c’entra col “cattivo tempo“. In questo caso il tempo si dice cattivo quando piove, ad esempio o quando fa freddo e c’è vento, insomma quando non è un tempo, da un punto di vista meteorologico, buono. “Fa cattivo tempo”, si dice per dire che non è un bel tempo.

“che tempo fa oggi a Roma?”. Se piove potete dire “fa cattivo tempo”.

Poi c’è anche “cattivo sangue” e “cattivo profeta”.

Questo per dirvi che la frase “fare buon viso a cattivo gioco” va letta tutta insieme, e non un pezzo alla volta. Il senso della frase è cercare di adattarsi il meglio possibile, nel miglior modo possibile, a situazioni sgradevoli che non si ha possibilità di evitare o modificare.

Se abbiamo una situazione sgradevole, cioè non gradevole, cioè che non ci piace, ma è necessario sopportare, allora possiamo dire che dobbiamo “fare buon viso a cattivo gioco”, cioè dobbiamo mostrarci tranquilli, far finta che non sia un problema, dobbiamo sopportare e mostrare, far sembrare che tutto vada bene, dobbiamo fare “buon viso”, cioè mostrare un viso sereno, senza mostrare preoccupazioni, “a cattivo gioco”, cioè ad una situazione che non ci piace, sgradevole, che vorremmo evitare, ma che conviene affrontare in questo modo, facendo “buon viso a cattivo gioco”, perché quello che è successo è inevitabile, non si può evitare.

Attenzione perché è importante usare la preposizione “a”. Non sembra corretto dal punto di vista grammaticale, ma nelle espressioni idiomatiche non dovete badare alla grammatica: queste infatti sono un modo per sintetizzare una situazione frequente che può capitare. Al lavoro capita spesso di fare buon viso a cattivo gioco.

Se ad esempio state lavorando, state lavorando e siete molto concentrati, e  ad un certo punto una persona vi interrompe e vi dice “scusa disturbo? posso farti una domanda?”.

Voi a questo punto perdete la concentrazione e questo vi fa arrabbiare. A questo punto avete due scelte, potete fare due cose: la prima cosa che potete fare è rispondere: “no, ho da fare!“, oppure “non ora, più tardi!“. Questa è la prima scelta, e potrebbe essere giudicata poco gentile da parte vostra una risposta di questo tipo. Ormai avete perso la concentrazione, quindi potrebbe convenirvi una risposta più diplomatica.

La seconda scelta quindi è “fare buon viso a cattivo gioco” e fare finta di niente, cioè far finta che la cosa non vi abbia seccato, non vi abbia dato fastidio, e quindi rispondere gentilmente: “prego, entra pure, non mi disturbi affatto!“. In questo modo avete fatto buon viso a cattivo gioco. La cosa non vi ha fatto buon gioco, perché vi ha fatto perdere la concentrazione, ma pur non avendovi fatto buon gioco, voi fate “buon viso”. Fate buon viso a cattivo gioco.

Si potrebbe discutere sul fatto che sia buona cosa o meno fare buon viso a cattivo gioco. E’ una cosa positiva fare buon viso a cattivo gioco? Qualcuno potrebbe dire che chi fa buon viso a cattivo gioco è una persona ipocrita, e l‘ipocrisia è il nome del sentimento. Ipocrisia deriva dal greco e significa simulazione. Simulare significa “far finta”, “far sembrare”, far apparire una cosa in un modo quando invece non è così.

Una persona ipocrita è una persona che non dice quello che pensa e che lo fa per ottenere dei vantaggi. L’ipocrita ha imparato a dire ciò che “rende” di più, cioè che gli porta maggiori vantaggi.

In effetti l’ipocrisia non è una cosa affatto positiva nel lavoro e direi anzi che è una delle caratteristiche peggiori. Ma qui bisogna forse anche distinguere tra ipocrisia e diplomazia.

diplomaziaipocrisia

La diplomazia, a differenza dell’ipocrisia, ha una eccezione positiva, ha un significato positivo. Entrambe sono simulazioni però. Con entrambe ci si comporta in modo diverso da ciò che i nostri sentimenti ci consiglierebbero.

Entrambe sono simulazioni di sentimenti e lo scopo è sempre quello di guadagnare la fiducia degli altri, la fiducia altrui. Ma il termine ipocrisia è più collegato all’inganno. Se faccio finta di essere tuo amico e poi parlo male di te con gli altri colleghi sono un ipocrita, mi sto comportando da ipocrita, non  sono diplomatico. Il diplomatico è realista, ed il suo fine, quello che vuole ottenere, non è un fine personale, ma è una intesa: l’intesa nel lavoro è il suo obiettivo. Per il diplomatico la cosa importante è come agire nel rispetto della persona altrui. Invece l’ipocrita è egoista, pensa a se stesso. Questa è la differenza. Se ad esempio devo trovare un accordo tra persone diverse, tra opinioni diverse, allora cerco di mantenere una posizione neutrale, cercando di capire le differenze tra le persone e cercando di trovare un accordo, il miglior accordo possibile.

Potete quindi ben capire che la diplomazia è una caratteristica molto apprezzata nel lavoro perché pochi hanno la capacità di mantenere una posizione neutrale e cercare sempre la migliore soluzione ad ogni problema, anche andando a volte contro il proprio pensiero, perché l’obiettivo, il fine ultimo, è l’accordo.

La diplomazia quindi non è ipocrisia, non è manipolazione. Ecco, anche questo termine: “manipolazione” è senza dubbio una parola negativa, come ipocrisia. Chi manipola è quindi un ipocrita, un egoista, uno che vuole fare in modo che gli altri facciano delle cose che gli porteranno dei vantaggi. Manipolare viene da “mani”, cioè lavorare con le mani, quindi manipolare una persona è cercare di cambiarla, come se fosse un oggetto e come se dovesse far assumere una certa forma a questa persona, la forma che  vuole lui, la forma che desidera il manipolatore.

In ogni caso si potrebbe discutere molto sui termini diplomazia e ipocrisia, e si potrebbero anche avere opinioni differenti. Infatti ci sono dei mestieri, dei lavori, dove fare buon viso a cattivo gioco è indispensabile, è molto importante: come nel mestiere del diplomatico, o del politico.

Il diplomatico, lo dice anche il nome, è colui che deve avere diplomazia. Il diplomatico è un lavoratore, detto “funzionario“, attraverso il quale uno Stato (come quello italiano ad esempio) oppure la Santa Sede, la Chiesa, intrattiene relazioni con un altro Stato, con la Santa Sede o con un’organizzazione internazionale: questo è il diplomatico. L’ambasciatore ad esempio è un diplomatico.

Il politico invece è colui che si occupa di politica, colui che è eletto dal popolo per prendere decisioni che riguardano la collettività, il popolo intero. In questi due mestieri, il diplomatico e il politico, fare buon viso a cattivo gioco significa essere diplomatici ma spesso il confine tra diplomazia e ipocrisia è molto, molto stretto.

Comunque fare buon viso a cattivo gioco è una frase utilizzabile anche al di fuori del lavoro in generale se ci troviamo in situazioni difficili, se non vogliamo affrontare apertamente chi ci ha fatto del male, o chi ci ha procurato uno svantaggio, o chi ci ha messo i bastoni tra le ruote, magari preferiamo fare buon viso a cattivo gioco, preferiamo far finta di niente, perché tanto ormai è successo, e pensiamo che è meglio far finta di niente.

Facciamo ora un esercizio di ripetizione come facciamo sempre per rispettare la regola numero sette per imparare a parlare Italiano: parlare.

Ripetete dopo di me, copiate la mia pronuncia.

Fare buon viso a cattivo gioco.

….

Fare buon viso a cattivo gioco.

….

Fare buon viso….. a cattivo gioco… a cattivo gioco…

Meglio fare buon viso a cattivo gioco

….

Non mi piace fare buon viso a cattivo gioco

…..

Ti consiglio di fare buon viso a cattivo gioco

….

Ti sconsiglio di fare buon viso a cattivo gioco

….

Vi ringrazio di aver seguito questo episodio di Italiano Semplicemente. Ascoltate questo episodio più volte se volete usare la tecnica dell’ascolto per imparare l’italiano in modo naturale. Fatelo più volte, durante i vostri tempi morti, e continuate a seguirci  anche su Facebook, e se volete visitate la pagina di Italiano Semplicemente.

Ciao a tutti da Giovanni. Un abbraccio.

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Fare i conti senza l’oste

tutte le espressioni idiomatiche spiegate

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La domanda:


La spiegazione:

Trascrizione

La domanda di Manal (Algeria): ciao Gianni, vorrei sapere il significato dell’espressione: “fare i conti senza l’oste”. Non sono riuscita a trovare nulla su internet

La spiegazione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo l’espressione idiomatica italiana “fare i conti senza l’oste”, e ringrazio Manal, una ragazza algerina, e più precisamente della città di Shief. Manal studia italiano nell’università di Blida. Spero di aver pronunciato bene tutti i nomi. Manal ha detto di non aver trovato su internet la spiegazione di questa frase.

Bene allora vediamo un po’ se ce la faccio a farvi capire il significato dell’espressione.

Fare i conti senza l’oste. Dunque cos’è “fare i conti”? Per capire occorre spiegare cosa sono i conti. I conti si fanno in matematica. Si prende una calcolatrice, oppure si scrive su un foglio di carta. Quanto fa due virgola tre più tre virgola uno? Facciamo i conti e vediamo quanto fa, vediamo il risultato di questa operazione facendo i conti. I conti è un termine, una parola generica; nello specifico esistono le operazioni matematiche: addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione. In generale si dice: fare delle operazioni, oppure ancora più in generale, si dice fare i conti. In senso matematico quindi, questa espressione si usa al ristorante, in pizzeria, ad esempio: mi fa il conto per favore? In questo caso si usa al singolare: il conto. Per “fare il conto”, il proprietario del ristorante deve fare i conti, deve vedere quello che si è mangiato, fare le singole addizioni e vedere il risultato. Il risultato è il conto, il conto del tavolo.

La cameriera, che serve ai tavoli, potrebbe chiedere al proprietario: “mi fai il conto del tavolo numero due per favore?

Quindi i conti si fanno per calcolare un risultato. Ma in realtà “fare i conti”, l’espressione “fare i conti” è usata in senso più ampio; si può utilizzare non solo al ristorante, in pizzeria eccetera, ma anche quando ci sono delle questioni da chiarire tra due persone. Se ci sono due persone ad esempio che devono ancora concludere una discussione, o hanno avuto una trattativa, ed una delle due persone crede che ancora questa discussione, questa trattativa non sia terminata, perché crede magari che finora non si sia detto tutto e occorre, bisogna terminare la discussione per ristabilire un equilibrio, allora questa persona che si sente in credito, che crede di averci rimesso finora, vuole fare i conti, vuole ristabilire il giusto, un giusto equilibrio, come è giusto che sia, secondo lui.

Se ad esempio un bambino fa un capriccio, fa una cosa che non deve fare, una cosa grave che fa arrabbiare la mamma, la mamma potrebbe dire al telefono a suo figlio:

“appena torno a casa facciamo i conti!”

Ed il bambino probabilmente avrà paura del ritorno della mamma, che vuole fare i conti con lui.

Bene, spero sia chiaro finora. Questo è uno dei significati di “fare i conti”.

osteria

A noi interessa di più però il primo significato, quello di fare i conti al ristorante. Perché “l’oste” è la persona proprietaria non di un ristorante, ma di una osteria. L’oste è il proprietario, oppure colui che gestisce l’osteria. L’osteria è un locale simile al ristorante, ma si serve prevalentemente, cioè quasi esclusivamente, del vino. È quasi come una enoteca, ma si tratta di vino normale, di vino spesso prodotto dallo stesso proprietario, cioè dallo stesso oste, mentre nell’enoteca si vendono diversi tipi di vino. Nell’osteria quindi si beve il vino dell’oste e spesso si può anche mangiare qualcosina, si può fare qualche piccolo spuntino. Lo spuntino è qualcosa di leggero da mangiare velocemente, come uno snack.

Ok quindi l’oste, il gestore dell’osteria vi porta il vino, e normalmente è anche colui al quale si paga dopo aver bevuto il vino. Ebbene è lui che fa i conti; è lui che scrive su un pezzo di carta quanto va pagato alla fine dal cliente. Non si possono fare i “conti senza l’oste”.

Quindi il cliente non può fare i conti da solo, ma li deve fare l’oste.

Chi fa i conti senza l’oste rischia di sbagliarli. Avrete certamente intuito che “fare i conti senza l’oste”, questa locuzione, questa frase idiomatica viene detta a un soggetto che è abituato a prendere decisioni affrettate, che non tengono conto delle volontà altrui e anche di un eventuale rifiuto.

Quindi non è una frase che si utilizza solamente in osteria, ma in tutte le situazioni in cui qualcuno prende decisioni senza tener conto di tutto, soprattutto della volontà di altre persone, del parere di altre persone coinvolte nella decisione. È quindi una frase che si utilizza anche in ambito lavorativo: non è una frase volgare, niente affatto! Si tratta di una espressione molto utilizzata anche in ambienti importanti. Infatti è chiara, fa subito capire cosa si vuole dire, perché se si pronuncia è scontato, si dà per scontato chi sia l’oste in questione.

Se ad esempio sono in una azienda e decido, come presidente, di spostare il luogo di lavoro di alcuni miei dipendenti, senza particolari motivi e soprattutto senza consultare i sindacati dei lavoratori, allora posso dire che sto facendo i conti senza l’oste, perché avrei dovuto consultate l’oste, che in questo caso sono i sindacati, che potrebbero impedire che senza le giuste motivazioni si trasferiscano, si spostino le sedi di lavoro dei lavoratori.

Analogamente se sono l’allenatore di una squadra di serie A italiana e decido di acquistare Lionel Messi, perché credo che sia una giocatore fondamentale per vincere lo scudetto in Italia, allora telefono a Messi, oppure chiamo il suo procuratore, e preso dall’entusiasmo avverto anche i giornali sportivi italiani del prossimo acquisto, di acquistare Messi.

Ma come allenatore ho dimenticato di avvertire l’oste, che in questo caso è il presidente della mia squadra, colui che presumibilmente dovrà pagare l’acquisto di Messi. Ho preso una decisione affrettata. Ho fatto i conti senza l’oste.

Spero, cara Manal, di averti chiarito il dubbio e di averlo chiarito a tutti gli ascoltatori. Non abbiate paura di usare questa espressione perché è assolutamente innocua. È universale e sempre utilizzabile, anche, come ho detto, nel lavoro. A proposito di lavoro, questa è una delle frasi che verrà utilizzata anche nel corso di Italiano Professionale, in preparazione, corso al quale potete già iscrivervi per richiedere di essere avvisati non appena sarà disponibile. Basta cliccare sul link che inserisco all’interno del podcast. In alternativa potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare “italiano professionale”. Troverete lì il link per richiedere di essere avvisati non appena inizierà il corso.

Ora vediamo di esercitare la pronuncia. Ripetete dopo di me, è importante, anche qualcuno se non ha ben capito tutte le frasi all’interno di questo episodio. La ripetizione è importante perché parlare è parte della comunicazione, ed è anche una delle regole che usiamo in Italiano Semplicemente: la settima ed ultima regola.

Ripetete dopo di me e state attenti alla vostra pronuncia:

Fare i conti senza l’oste

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L’oste

Fare i conti

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Un ultima volta:

Fare i conti senza l’oste

—–

Bene, è tutto per oggi. Ascoltate questo episodio più volte per esercitarvi, fatelo senza stress, con calma, fatelo molte volte e vedrete che riuscirete a farlo in modo sempre più facile. Non dimenticate la fase di ripetizione, e se andate al ristorante, mi raccomando, non fate i conti senza l’oste!

Grazie Manal, ciao a tutti.


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