Ascoltiamo un breve discorso di Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che prova ad utilizzare le espressioni contenute in una lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE (la lezione n. 9) dedicata ai problemi ed ai fallimenti.
Tascrizione
Si dice che un dirigente esperto sappia gestire i suoi dipendenti cosi che le cose vadano liscio senza prendere ecesaariamente parte al loro lavoro.
Quando gli obiettivi sono chiari, non si brancola nei buio ma si rimuovono gli ostacoli e si continuano a svolgere le funzioni.
A tale fine è sicuramente anche necessario la capacità di fissare termini stabiliti perche’ la tentazione di battere la fiacca è forte talvolta. Piu’ dettagliato è il programma del lavoro, meno alta è la possibilita’ di un suo fallimento a causa di colleghi che, anziché quagliare, fanno continuamente buchi nell’acqua. Esistono poi persone che mettono i bastoni tra le ruote e cosi facendo creano dei problemi per sé stessi e per gli altri.
Io personalmente sono un’allarmista, cioè preferisco preoccuparmi in anticipo dei possibili e potenziali problemi. Errare è umano, ma io non vorrei ripetere gli errori: sarebbe diabolico perseverare nell’errore
So di non essere stress-resistente e quando un problema mi arriva tra capo e collo, mi innervosisco e brancolo nel buio invece di concentrarmi e risolverlo mantenendo il sangue freddo.
Come tutti non mi piace fungere da capro espiatorio e neanche contare esclusivamente su qualcuno come se fosse sempre l’ancora di salvezza.
Essere allarmista non significa comunque che io me le vada acercare col lanternino. Nel caso in cui si possa portare a termine un compito un po’ prima del previsto, credo sarebbe meglio, per risparmiare tempo, la risorsa più preziosa nel mondo del lavoro.
Come come errare è umano, anche avere tempo in aggiunta è sempre un vantaggio.
Non capisco le persone che mandano per le lunghe i loro compiti e poi cercano qualsiasi soluzione che risulti appena sufficiente.
E voi che tipo di persona siete?
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E’ possibile ascoltare e/o scaricare i file audio di questo episodio in formato MP3 tramitel’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
Trascrizione
Buongiorno amici di italiano semplicemente. Ho una domanda per voi.
Avete qualcosa da lamentarvi? Avete rimpianti, rimorsi? Rimpiangere qualcosa del vostro passato? Oppure siete pentiti di qualcosa che avete fatto? Non so se tutti voi abbiate capito ciò che ho detto e se le domande siano chiare per tutti, ma qualunque sia la vostra risposta, credo che potreste aver avuto difficoltà ad esprimervi correttamente in italiano nelle vostre risposte
Ed è questo il motivo per cui oggi, in questa puntata di italiano semplicemente, parliamo di pentimenti, di lamentele, di rammarico, di dispiacere, di rimorsi e di rimpianti.
Perché tutti questi termini insieme? Cosa accomuna questi termini tra loro? Semplicemente il dispiacere. Non è divertente, lo so, non vi arrabbiare con me! Ogni tanto si deve parlare anche di questo però se vogliamo conoscere bene la lingua italiana.
Anche un’altra cosa però a dire il vero accomuna questi termini. In tutti i casi, in tutti i termini che ho usato, si parla di sentimenti negativi sul passato, cioè di qualcosa che è già accaduto.
È questo un episodio molto particolare, che mi è stato suggerito da un membro dell’associazione Italiano Semplicemente, e colgo l’occasione per salutare Bernadette.
Parliamo sempre del passato, più o meno tutti i giorni. A volte ne parliamo con piacere, a volte con dispiacere.
Parliamo di quello che abbiamo fatto, di quello che ci è accaduto, delle scelte che abbiamo fatto e di quelle che non abbiamo operato. Parliamo di cose che ci riguardano direttamente, in prima persona, e cose che non ci riguardano personalmente.
Dinqie, quando ad esempio ci lamentiamo, possiamo farlo in diversi modi e non solo del passato. Ma se ci lamentiamo di cose accadute o di come sono andate certe cose nel passato vuol dire che non siamo molto contenti e se potessimo cambieremmo molte cose del passato: le cose in questo caso non sono andate per il verso giusto, cioè non sono andate per il meglio (due espressioni equivalenti) e noi, come conseguenza, ce ne rammarichiamo: Ci rammarichiamo, cioè ci dispiace del fatto che le cose non siano andate nel verso giusto, o per il verso giusto.
C’è anche chi non si lamenta mai però. E queste persone lo fanno perché dicono che tutti gli errori fatti in passato ci insegnano sempre qualcosa, ci insegnano a non sbagliare più ad esempio.
C’è invece chi ha un atteggiamento meno costruttivo e tende a lamentarsi a rammaricarsi di quanto accaduto. Lamentarsi e rammaricarsi sono abbastanza simili come verbi.
Il rammarico è un sentimento di dispiacere, di amarezza, di contrarietà. Provare rammarico o anche sentire rammarico o sentirsi rammaricati è come dire essere contrariati, amareggiati, per qualcosa che è accaduto. Si prova rincrescimento per qualcosa, afflizione. Il rincrescimento è simile al rammarico.
Il rammarico, questo è importante da dire, si usa principalmente quando è accaduto qualcosa nel passato a cui non si può rimediare, esprime ovviamente un dispiacere ma difficilmente si usa quando succede qualcosa di molto grave a un nostro conoscente. In questi casi si usa maggiormente il rincrescimento o l’afflizione: sono rincresciuto, sono afflitto per quanto accaduto.
Quando accade qualcosa di brutto a un nostro amico posso dire:
Mi rincresce veramente tanto!
Con questa frase si esprime rincrescimento, cioè un forte dispiacere, una afflizione. Si è vicini alla persona con cui si parla, si esprime pertanto empatia, vicinanza emotiva, coinvolgimento emotivo.
Le espressioni dispiaciute del volto spesso accompagnano una frase di questo tipo, proprio a dimostrazione della volontà di comunicare vicinanza e comprensione.
Il rincrescimento si usa esclusivamente nei rapporti sociali però, quando accade qualcosa di negativo a qualcun altro. Solitamente è per qualcosa di grave, tipo delusioni sentimentali, obiettivi falliti o anche perdite familiari. In quest’ultimo caso in genere si fanno le cosiddette “condoglianze” se parliamo direttamente con la persona che ha perso un familiare, ma se parliamo con altre persone possiamo dire:
Sono veramente rincresciuto per quanto accaduto a Maria (ad esempio)
Vediamo adesso la desolazione e la costernazione. Sono altri due modi per esprimere dispiacere.
Sono desolato, sono costernato. Quando possiamo usare queste due modalità?
La desolazione è abbastanza simile al rammarico, ma è più distante, sicuramente. A dire il vero il termine desolazione ha molti utilizzi diversi.
Nel senso di dispiacere per qualcosa di accaduto posso dire:
Sono veramente desolato!
Questa frase esprime dispiacere, sicuramente, ma non coinvolgimento emotivo, non una vicinanza affettiva.
Equivale a: sono veramente dispiaciuto, mi spiace veramente, ma è più distante come dicevo e per questo motivo magari è più usata la desolazione quando parliamo con qualcuno che conosciamo poco.
Comunque non vi consiglio di usare la desolazione in questo modo. Sicuramente meglio esprimere un normale dispiacere quando non sapere quale modalità usare.
Si usa molto invece la desolazione quando si fanno grossi errori, quindi è un modo per chiedere scusa. Dispiacere e scuse nello steso tempo quindi.
Un giocatore di calcio fa un autogol?
Sono desolato, ho fatto un errore inspiegabile!
La desolazione infatti esprime in questo caso un modo per dire: è tutta colpa mia, c’è il concetto di solitudine (desolazione contiene la parola “solo”); è come dire: mi isolo, mi prendo tutta la responsabilità da solo.
Fate un errore al lavoro?
Sono desolato, veramente desolato e vi porgo le mie scuse.
La desolazione però, dicevo, ha diversi significati, non si usa quindi solamente per esprimere dispiacere e per scusarsi.
Un luogo desolato ad esempio può essere un luogo dove non c’è nessuno, e con questo termine vogliamo indicare la sensazione che proviamo noi osservando questo luogo: ci sentiamo tristi guardando questo luogo, vediamo un luogo abbandonato e ci fa tristezza.
Magari è un luogo che avrebbe grosse potenzialità, o che in passato aveva un aspetto molto migliore invece adesso è stato abbandonato da tutti.
Può anche trattarsi di un luogo in condizione di rovina, di abbandono, di squallore, un luogo senza apparente possibilità di ripresa.
Ad esempio la desolazione di una città che è stata bombardata è assolutamente indescrivibile.
Ma attenzione perché in questo senso possiamo anche non parlare di luoghi, ma anche di situazioni sociali. Io potrei sentirmi in uno stato di desolazione nel senso che mi sento molto triste, mi sento in uno stato di afflizione o di solitudine senza conforto. È impossibile confortarmi, riprendermi, migliorare il mio umore.
In questo senso esprime solitudine (la parola parla chiaro ancora una volta).
Posso dire ad esempio che alla sua morte, un papa lascia a comunità cristiana in una profonda desolazione. I Cristiani si sentono soli, abbandonati quando muore il loro papa.
Quindi la desolazione si usa per esprimere dispiacere per il passato, che è l’argomento di oggi, ma anche per scusarci, per descrivere la tristezza di un luogo o anche una sensazione di solitudine e di abbandono.
Vediamo adesso la costernazione.
Termine analogo al rammarico, al rincrescimento all’afflizione ed alla desolazione. Anche la costernazione infatti si usa per cose gravi.
La costernazione ha però delle sue caratteristiche peculiari. Prima di tutto esprime anche stupore per quanto accaduto. C’è un grave abbattimento, una afflizione profonda, ma anche uno stupore, uno sgomento.
Sono costernato!
Potete sentire o leggere questa frase in diverse circostanze, e spesso si usa quando non c’è una vicinanza stretta con le persone o con i fatti accaduti. Un po’ come la desolazione.
Se muoiono delle persone in una città, il sindaco di quella città può dire:
Sono costernato e desolato per le vittime
Il sindaco è costernato e desolato. La costernazione indica un grave dispiacere, ma verso accadimenti che non ci riguardano personalmente o i nostri cari (Se muore tuo padre non puoi dire di essere costernato!).
Posso anche dire:
Sono costernato dalle parole di Giovanni!
In questo caso si esprime anche stupore, non solamente dispiacere. Più che stupore comunque meglio parlare di sgomento, quella sensazione che proviamo quando siamo profondamente turbati da qualcosa, siamo visibilmente smarriti, sbigottiti, attoniti. Ci sono molti modi per esprimere questa forte sensazione di stupore legata ad una sensazione negativa: stupore e dispiacere insieme.
La costernazione si usa molto nelle dichiarazioni di tutti i personaggi pubblici. Se andate su Google News e digitate “sono costernato” trovate tutte dichiarazioni di sindaci, presidenti e altri personaggi, che si dispiacciono, esprimono un forte dispiacere per qualcosa di grave che è accaduto, o per delle parole dette da altre persone, parole che stupiscono e turbano allo stesso tempo.
Allora ricapitoliamo: abbiamo parlato di dispiacere – concetto abbastanza generico, di rammarico, più utilizzato per le cose non troppo gravi che accadono e di rincrescimento, più usato nei rapporti sociali. Abbiamo parlato di afflizione (un forte coinvolgimento emotivo) e di desolazione (dispiacere ma un po’ lontano, scuse, tristezza e solitudine).
Abbiamo infine parlato di costernazione, termine molto usato dalle autorità pubbliche. Si può usare di conseguenza anche al lavoro, in occasioni formali, in caso di eventi, cioè cose accadute, che colpiscono i nostri colleghi o società: licenziamenti, fallimenti eccetera. Adatto anche allo scritto, per comunicare in una lettera o email un dispiacere in questi casi.
Adesso vediamo invece due concetti particolari: il rimpianto ed il rimorso.
Qualcosa è accaduto nel passato. in conseguenza di questo si prova del dispiacere. Questo accomuna sia il rimpianto che il rimorso. In entrambi i casi poi si parla di scelte personali. Si parla di scelte quindi, di nostri possibili errori passati che hanno portato delle conseguenze negative.
Ma qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?
Vi faccio degli esempi e vediamo se riuscite a capire:
Ho un rimpianto: se avessi studiato di più all’università mi sarei potuto laureare e adesso farei il medico!
Ho un rimorso: Se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!
Maria ha un rimpianto: se avesse avuto un figlio, ora sarebbe felice!
Maria ha un rimorso: se non avesse deciso di abortire, ora avrebbe un figlio e sarebbe felice!
Ogni volta che si ha un rimpianto quindi si è dispiaciuti per qualcosa accaduto nel passato, ed in particolare, attenzione, per qualcosa che non si è fatto, che non si è potuto fare, non importa il motivo. Quello che importa è che qualcosa non è accaduto, e la colpa è nostra.
Se avessi studiato di più all’università (cosa che non ho fatto evidentemente) mi sarei potuto laureare e adesso farei il medico! Invece non ho studiato molto. Avrei potuto studiare di più, quindi ho un rimpianto per qualcosa che non ho fatto. In questi casi posso anche usare il verbo rimpiangere.
Io rimpiango il fatto che se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!
Questo è dunque il verbo rimpiangere, mentre il sentimento che si prova è il rimpianto.
Il rimorso invece è un sentimento analogo, simile, ma il rimorso si prova quando si è fatto qualcosa e si è sbagliato. In questi casi si dice: se non avessi fatto… quindi il sentimento si chiama rimorso in questo caso.
Ho un rimorso: Se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!
Vedete che la frase è quasi identica con rimpianto e con rimorso, cambia solo il punto di vista: col rimpianto si “piange”, anzi si rimpiange per una scelta, per un qualcosa che non è stato fatto. Per il rimorso invece ci si rammarica per un errore: non per quanto non è stato fatto, ma per quello che si è fatto, che ha portato delle conseguenze negative.
Nel secondo esempio si vede ancora più chiaramente la differenza:
Maria ha un rimpianto: se avesse avuto un figlio, ora sarebbe felice!
Maria ha un rimorso: se non avesse deciso di abortire, ora avrebbe un figlio e sarebbe felice!
Quindi Maria rimpiange il fatto di non aver avuto un figlio. Se fosse accaduto la vita oggi sarebbe diversa e lei sarebbe felice.
Ma Maria ha anche un rimorso. Perché non ha avuto un figlio? Perché a suo tempo decise di abortire, e questo è l’errore di cui Maria si è pentita oggi. Maria ha un tremendo rimorso. Ha abortito, quindi questo errore oggi è il motivo della sua infelicità.
Ho parlato di “pentimento” descrivendo il rimorso. In realtà anche il rimpianto è un pentimento. entrambe sono decisioni sbagliate, scelte sbagliate, errori di cui oggi siamo consapevoli.
Quello che non vi ho detto è che la parola rimpianto ha anche altri significati abbastanza vicini a quello di cui vi ho parlato. Si ha sempre dispiacere nel passato, ma per altri motivi.
Ad esempio se parlo di mio nonno, posso dire “il mio rimpianto nonno” (o anche compianto) per dire che era una persona cara che mi dispiace aver perduto.
Oppure posso dire: “i rimpianti giorni della giovinezza” ad esempio, per indicare il dispiacere che quei giorni, i giorni della giovinezza, della gioventù, sono passati.
In questi due casi non si tratta di errori o di scelte sbagliate, di pentimenti o cose del genere, ma semplicemente di dispiaceri legati al passato.
Notate infine che esiste il verbo rimpiangere, legato al rimpianto, e il verbo legato al rimorso è invece rimordere. Rimpiangere si usa però non solo per evidenziare errori o scelte sbagliate, come abbiamo visto finora con rimpiangere ma anche semplicemente per ricordare con malinconia il passato. Sempre di dispiacere però si tratta. Ad esempio
Io rimpiango il passato.
Rimordere invece si usa solamente in un modo, analogamente al rimorso. Quindi posso dire:
Mi rimorde di essere giunto troppo tardi
Mi rimorde, cioè mi spiace, sono dispiaciuto (attenzione perché si usa “mi”). Sono dispiaciuto, cioè ho un rimorso. Ho fatto uno sbaglio, come abbiamo visto prima con rimorso, per l’appunto.
Si dice spesso anche “mi rimorde la coscienza” per indicare un rimorso molto sofferto, un errore fatto che chiama in causa la propria coscienza, i nostri valori. Evidentemente si tratta di un errore gravissimo di cui siamo pentiti e a cui pensiamo molto spesso.
Questa puntata di Italiano Semplicemente è stata utile anche perché, parlando del passato, inevitabilmente abbiamo usato la particella “se” ed ovviamente anche le diverse forme del congiuntivo e del condizionale:
se avessi fatto…avrei… se fosse stato…sarebbe… eccetera
Se può esservi utile potete ascoltare anche due episodi passati di Italiano Semplicemente che hanno dei legami con l’episodio di oggi. Sto parlando di quello dedicato a tutti i modi di dire “se”e quello relativo al periodoipotetico, se vi fa piacere.
Grazie a tutti per l’ascolto, visitatori e donatori, grazie a Bernadette per avermi suggerito questo interessante episodio e grazie a tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente.
Un abbraccio da Giovanni
Ah, quasi dimenticavo.
Ho accennato alla delusione, che è un sentimento o una sensazione che ha molto a che fare col passato e con il dispiacere.
La delusione è un disagio morale, una sensazione di disagio provocata da un risultato contrario alle proprie speranze, alle proprie previsioni.
Quando si usa il termine delusione vuol dire che qualcosa è accaduto che mi ha lasciato deluso, mi aspettavo qualcosa in più, credevo accadesse qualcosa di positivo, ed invece la realtà è diversa… che delusione…
Il verbo è “deludere” che significa venire meno alle aspettative, alle previsioni appunto, alle speranze. La delusione suscita disagio, amarezza, sconforto, disappunto. Vedete quanti termini ci sono: il disagio (è il contrario di agio) non si riferisce al passato, perché il termine indica una condizione o una situazione sgradevole, cioè poco gradevole, non gradevole, per motivi forse morali, economici o di salute. L‘amarezza, lo dice la parola, ci lascia l’amaro in bocca, è quindi legato alla sgradevolezza degli eventi, quindi è una forma di dispiacere legata al passato, o al presente, o anche al futuro, se sappiamo che accadrà qualcosa di negativo.
Lo sconforto è un senso di amarezza o di prostrazione in conseguenza di gravi fatti o continui eventi avversi. Lo sconforto si prova quando accade qualcosa, e quello che si prova è che non si vedono sbocchi, soluzioni, non si capisce come si può risolvere il problema, allora è un avvilimento. Quindi posso dire che in un momento di sconforto una persona ha tentato di suicidarsi, ha tentato di uccidersi, di togliersi la vita. A questo può portare lo sconforto.
C’è una espressione idiomatica tipicamente legata allo conforto: “farsi cadere le braccia“.
Se dico: mi cadono le braccia, è un’immagine che indica non la caduta, la perdita fisica delle braccia, ma una sensazione di sconforto: sento che non posso fare più nulla per risolvere il problema. Sono veramente sconfortato.
Ed a te c’è qualcosa che ti fa cadere le braccia? Qualcosa che ti causa un dispiacere, uno sconforto?
La prostrazione è anch’essa molto grave: è una grave depressione fisica o anche morale, spesso conseguente a gravi malattie che ti consumano il fisico e ti mettono alla prova. Spesso la prostrazione arriva a seguito di eventi traumatici, molto negativi: mi sento prostrato! Questa è veramente una sensazione molto brutta.
Ho parlato anche di disappunto. Abbiamo visto in un episodio le “espressioni di disappunto“. Ebbene anche queste sono sensazioni negative legate ad eventi accaduti. Spesso non si tratta di cose gravi però. Quello che si prova è un senso di delusione per un improvviso accadimento che ci ha contrariato.
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Trascrizione
Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, oggi ci occupiamo di una parola interessante. La parola di cui sto parlando è TIRO.
In particolare vediamo anche un’espressione idiomatica molto usata: capitare a tiro.
Tiro: quattro semplici lettere che però possono essere usate in molti contesti diversi. Cominciamo proprio da questa parola.
Questa parola è molto particolare, perché a seconda della frase in cui è inserita o del contesto in cui è utilizzata ha dei significati completamente diversi tra loro.
Cominciamo dal mondo del calcio. Il tiro, nel calcio, è quando un calciatore calcia la palla, quando colpisce il pallone.
Ma non si tratta di un calcio qualsiasi alla palla, non si tratta di colpire la palla semplicemente, ma di colpire la palla con l’intenzione di fare gol. L’obiettivo del tiro è quello di fare gol, quello di mettere la palla nella porta avversaria. Il termine tiro quindi nel calcio è un sostantivo. Un tiro avviene quando un calciatore tira. Quindi tiro è un sostantivo, mentre tira indica l’azione del tirare da parte del calciatore.
Tirare è il verbo. Tirare significa quindi calciare la palla verso la porta avversaria. Questo è il senso di tirare nel calcio. Tirare è molto simile a calciare. Ma calciare è semplicemente colpire la palla, mentre tirare è calciare con l’intenzione di fare gol.
Siamo quindi al verbo tirare. Se usciamo dal calcio e parliamo in generale ci accorgiamo però che tirare ha un significato duplice, cioè un doppio significato.
Da una parte significa allontanare da sé qualcosa, imprimendogli una forza, quindi significa gettare, lanciare. Qualcosa come un pallone, quando si tira, si allontana da noi, e va verso un un compagno, oppure si tira in rete, verso la porta avversaria; analogamente si può tirare un sasso, una scarpa, i capelli e tante altre cose.
Dall’altra, tirare significa anche l’esatto contrario, cioè far muovere qualcosa o qualcuno verso di sé esercitando una forza. Ad esempio tirare un cassetto dell’armadio. La mattina quando vado a cercare dei calzini da indossare vado verso l’armadio ed apro il cassetto dei calzini. Per aprirlo devo tirarlo verso di me.
Analogamente posso tirare il freno a mano della mia macchina quando parcheggio. Posso tirare una persona per la giacca, posso tirare il gatto per la coda (i bambini lo fanno spesso) eccetera. Questo è il doppio significato di tirare dunque: verso di sé oppure verso qualcun altro.
Tirare in realtà è un verbo usato in molte espressioni tipiche italiane. Abbiamo già visto la frase “tirare a campare” qualche tempo fa, ma questo è uno dei tanti esempi: esiste anche tirarsela ed altre espressioni.
La parola tiro poi ha altri significati. Un secondo significato è relativo alle sigarette.
Un tiro in questo caso è l’atto dell’aspirare aria dalla sigaretta. Si tira l’aria verso di sé, quindi si fa “un tiro”, questo però fa parte del linguaggio parlato più che altro, perlopiù giovanile.
Mi fai fare un tiro?
Questa è una frase che si sente spesso tra giovani che stanno fumando una sigaretta in compagnia.
Veniamo al terzo significato di “tiro”.
Un tiro rappresenta un atto simile al calcio di un pallone. Quello che viene lanciato stavolta è però un’altra cosa: un proiettile ad esempio, oppure una freccia. Il proiettile è la munizione della pistola o del fucile o in generale di un’arma da fuoco. La freccia è la munizione dell’arco, quello che usano gli indiani ad esempio.
Quindi qui torniamo allo senso di “tirare” che abbiamo nel gioco del calcio: lanciare, allontanare qualcosa verso un obiettivo. Quindi possiamo tirare anche una freccia, una lancia, un colpo col fucile.
Quindi il “tiro” in questo terzo caso è il lancio di un colpo ma non nel senso sportivo.
Ci stiamo avvicinando al senso di “capitare a tiro“.
Quando infatti cerco di colpire un bersaglio, che questo sia una porta di calcio o un oggetto volante o un bersaglio, allora quand’è che noi tiriamo? Noi tiriamo quando siamo abbastanza sicuri di colpire il nostro bersaglio. In caso contrario aspettiamo ancora del tempo prima di tirare.
Detto in altri termini, noi proviamo a tirare quando il nostro obiettivo “capita a tiro“, cioè quando col nostro tiro facilmente potremo colpire il bersaglio.
Perché usiamo il verbo capitare?
Il verbo capitare è un verbo particolare. In genere lo usiamo quando qualcosa accade in modo non programmato, quindi in modo casuale. Quindi “capitare” è come dire “arrivare per caso”, giungere per caso, arrivare in modo improvviso e inaspettato. Non c’è una programmazione.
Allora qualsiasi cosa può capitare.
Può capitare una giornata sfortunata? Certo. Capita a tutti prima o poi.
Può capitare di incontrare casualmente un amico per strada? Ovviamente, capita spessissimo.
Può capitare di mangiare male in un ristorante dove normalmente si mangia benissimo? Sì anche questo può capitare.
La stessa cosa “capitare a tiro”. Se giocate a calcio e state pensando di tirare la palla per fare gol, lo farete appena vi capiterà, lo farete non appena vi capiterà la giusta occasione, cioè non appena la porta avversaria vi capiterà a tiro.
Anche in senso figurato però posso però usare questa espressione.
Consideriamo che il tiro si fa verso un bersaglio o verso una porta avversaria, quindi se qualcosa vi capita a tiro non è mai una bella notizia per il bersaglio 🙂
Allora se una persona vi capita a tiro, in senso figurato vuol dire che stavate aspettando la giusta occasione da un po’ di tempo. Stavate aspettando il momento opportuno. Finalmente ora vi è capitata a tiro e potete sfruttare l’occasione.
Se ad esempio un collega vi fa un torto, fa qualcosa contro di voi, voi siete diapiaciuti per questo, ed è probabile che questo vi farà nutrire dei sentimenti negativi verso questo collega e avrete voglia di dirglielo, di sfogarvi, di vendicarvi per il torto che avete subito.
Allora non appena ne avete l’occasione, cioè non appena vi capita a tiro potrete fare ciò che avete pensato a lungo: sfogarvi, vendicarvi, o semplicemente dirglielo, sgridarlo, alzare la voce con lui, per fargli notare che vi ha fatto un torto che non avete dimenticato.
Questo è il senso figurato di capitare a tiro. State sparando in senso figurato, volete colpire un bersaglio non necessariamente in modo fisico.
Hai sentito cosa mi ha detto il direttore davanti a tutti? Non posso perdonarglielo, aspetto solo che mi capiti a tiro!
Oppure:
Ho aspettato molto tempo prima di rivedere il mio ex fidanzato. Mi aveva lasciato senza neanche una telefonata. Ma ieri mi è capitato a tiro per caso. Sapessi quante gliene ho dette!
Può capitare talvolta di usare o sentire l’espressione non in senso negativo ma è sicuramente più raro e meno adatto. Quindi può accadere che ascoltate:
devo ricordarmi di avvisare la mia fidanzata di prenotare l’hotel. Appena mi capita a tiro lo farò.
Può capitare di ascoltare frasi simili ma è sicuramente più raro.
Ci sono espressioni abbastanza simili a capitare a tiro, che tuttavia vanno usate in occasioni diverse.
Ad esempio “essere a portata di mano“, questa espressione si usa più con gli oggetti, quando sono abbastanza vicini per essere presi, cioè a portata di mano, vale a dire che se allungo la mano riesco a prendere questo oggetto. Se si usa con le persone è abbastanza minacciosa come espressione.
Più simile è “capitare sotto le mani” che si usa invece in senso figurato. E’ più informale di capitare a tiro, e esprime maggiormente il senso di voglia di rivalsa, la volontà di fare male a qualcuno, non solo fisicamente intendo.
Poi c’è venire (o cascare) come il cacio sui maccheroni, che si usa ugualmente per indicare una casualità, ma si usa per sottolineare che è capitata una bella occasione, da non perdere, proprio l’occasione giusta, come il cacio, cioè il formaggio quando lo mettete sui maccheroni, cioè sulla pasta. Ci sta benissimo il formaggio sulla pasta, giusto?
Grazie di avermi fatto compagnia anche oggi, spero sia stato abbastanza esaustivo. Buona serata a tutti.
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