Accadde il
Accadde il 18 luglio ’64 d.c.: defilarsi
Defilarsi (scarica audio)
Trascrizione

Roma brucia.
È la notte del 18 luglio dell’anno 64 d.C..
Le fiamme divorano tetti, templi, case, magazzini. La città è in ginocchio.
E lui, l’imperatore Nerone, dov’è?
Secondo alcuni… si è defilato.
Secondo altri… è rimasto a suonare la cetra, cantando versi tragici mentre le fiamme si alzavano verso il cielo.
Ma cosa vuol dire defilarsi?
“Defilarsi” è un verbo pronominale che significa allontanarsi in modo discreto,
Oppure evitare di esporsi, o tirarsi indietro, spesso per non assumersi responsabilità, o per non farsi coinvolgere in situazioni difficili, imbarazzanti o pericolose, come chi cerca di sparire dalla scena senza dare nell’occhio.
Il grande incendio di Roma rappresenta perfettamente questa idea:
mentre ci si aspetta che chi comanda prenda decisioni,
Nerone si defila — letteralmente o simbolicamente —
e lascia che la città si consumi tra le fiamme.
O almeno così racconta la leggenda.
Vediamo degli esempi più moderni:
Quando il progetto ha cominciato a scricchiolare, il capo si è defilato in un attimo.
Alla fine della cena, quando c’era da dividere il conto, qualcuno si è defilato…
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Accadde il 14 luglio 1944: all’acqua di rose
All’acqua di rose (scarica audio)
Trascrizione
Nel linguaggio comune italiano, dire che qualcosa è fatto all’acqua di rose significa che è fatto in modo superficiale, blando, poco efficace, come se non volesse dare fastidio a nessuno, come se mancasse completamente di forza o decisione.
Una crema all’acqua di rose profuma, ma non cura. Una denuncia fatta all’acqua di rose non scuote le coscienze. Una reazione all’acqua di rose è una carezza, quando servirebbe un pugno (metaforico, si intende!).
E allora oggi, per capire quanto possa essere inadeguato affrontare certe cose all’acqua di rose, torniamo a un evento drammatico avvenuto il 14 luglio 1944, durante la Seconda guerra mondiale, nell’Italia del Nord.
Siamo ad Alagna Valsesia, in Piemonte. Un reparto di SS italiane fucila otto carabinieri e sette partigiani, arrestati nei giorni precedenti durante la riconquista della Repubblica partigiana della Valsesia, una delle tante zone liberate temporaneamente dai nazifascisti.
Un’esecuzione fredda, pianificata, senza processo, senza appello. Un atto brutale che lascia un segno profondo nella storia locale e nazionale.
Ecco: davanti a fatti del genere, parlare con mezze parole, fare commemorazioni leggere, usare toni sfumati o dimenticare, sarebbe un modo di agire all’acqua di rose.
Ma ci sono eventi che meritano invece la verità nuda e cruda, la memoria viva, il linguaggio forte, il rispetto pieno.
Per questo, quando si dice che un atto è stato fatto “all’acqua di rose”, si intende spesso una critica: qualcosa che avrebbe dovuto essere fatto con più serietà, più decisione, più coraggio.
E ricordiamolo: l’acqua di rose è profumata, delicata… ma non guarisce le ferite profonde della storia.
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Accadde il 13 luglio 1878: per sfregio
Per sfregio (scarica audio)
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Nel 1878, il 13 luglio, quando a Roma passava il corteo funebre di Papa Pio IX, la tensione era alle stelle. Il papato, fino a pochi anni prima, aveva governato Roma e parte dell’Italia centrale, ma ora il potere temporale era finito. L’Italia era diventata unita, e Roma era stata proclamata capitale.
Ma non tutti avevano voglia di riconciliarsi. Quel giorno, un gruppo di anticlericali scatenati si scagliò con rabbia contro il corteo funebre del defunto pontefice, colpendo con pietre e bastoni, urlando insulti e minacciando persino di buttare la bara nel Tevere.
Non fu un’azione politica. Non fu una protesta organizzata. Fu un gesto deliberato e offensivo. Fu fatto per sfregio.
Fare qualcosa per sfregio significa offendere intenzionalmente, per disprezzo, provocazione, o rabbia. Non si agisce per un vantaggio, ma per umiliare, per ferire l’altro simbolicamente o moralmente.
Gettare una bara nel fiume non ha senso pratico. Ma farlo al Papa, nel cuore della Roma che aveva appena smesso di essere papale, significava disprezzare tutta la Chiesa. Non bastava la vittoria politica. Si voleva infangare il nemico anche da morto.
Ecco, questo è proprio ciò che si chiama “un gesto fatto per sfregio”.
Dunque, l’espressione del giorno è: “Per sfregio” e si usa per descrivere un’azione fatta per disprezzo, per offendere deliberatamente o semplicemente per il gusto di farlo.
Esempio moderno: “Mi ha parcheggiato davanti al cancello di casa solo per sfregio!”..
D’altronde lo Sfregio indica una ferita al volto o a una parte del corpo, spesso fatta per umiliare (es. “gli hanno fatto uno sfregio con un coltello”).
E però anche una offesa grave, gesto di disprezzo o umiliazione (es. “quello che ha fatto è stato uno sfregio alla sua dignità”).
Sfregiare invece, come è ovvio, significa ferire il volto di qualcuno, solitamente con uno strumento tagliente.
Oppure umiliare o offendere gravemente qualcuno con un’azione simbolica o provocatoria (es. “ha sfregiato la memoria del defunto con quel gesto”).
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Accadde il 6 agosto 1863: dare addosso
Dare addosso (scarica audio)
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C’è un posto, poco fuori Napoli, che pochi conoscono ma che un tempo fu il cuore pulsante della modernizzazione industriale del Regno delle Due Sicilie: l’opificio di Pietrarsa.
Affacciato sul mare, tra Portici e San Giovanni a Teduccio, questo grande complesso fu inaugurato nel 1840 da Ferdinando II di Borbone per costruire locomotive, binari e carrozze ferroviarie, in un’epoca in cui l’Italia ancora non era unita. Era un vanto, un simbolo di progresso, il primo stabilimento ferroviario italiano.
Ma ventitré anni dopo, nel 1863, proprio il giorno 6 agosto, qualcosa cambiò drasticamente. L’Italia era ormai unificata da poco, e Pietrarsa era passata sotto il controllo dello Stato italiano. Alla direzione dell’opificio venne messo Jacopo Bozza, un uomo tutto d’un pezzo, rigoroso, forse troppo. Bozza decise di riorganizzare l’azienda: riduzione dei salari, aumento dell’orario di lavoro e… licenziamenti a pioggia. Una riforma, diceva lui, necessaria. Un attacco, dissero gli operai.
È a questo punto che si può usare con precisione chirurgica l’espressione italiana “dare addosso”. Sì, perché quegli operai, che avevano costruito con fatica e orgoglio il futuro del Mezzogiorno, cominciarono uno sciopero pacifico per protestare contro queste nuove condizioni insostenibili. La risposta dello Stato non fu il dialogo, ma la violenza.
I soldati arrivarono a Pietrarsa e diedero addosso agli scioperanti: aprirono il fuoco. Sette morti, più di venti feriti gravi. Non si trattava solo di “punire” o di ristabilire l’ordine. Si trattò di una vera aggressione, una repressione che passò alla storia come uno degli episodi più tragici e meno conosciuti del primo periodo postunitario.
Ecco un esempio forte, concreto, drammatico di cosa vuol dire dare addosso a qualcuno. Non solo aggredirlo fisicamente, ma anche attaccarlo in modo sproporzionato, senza possibilità di replica. E non serve arrivare ai fucili: si può “dare addosso” anche con le parole, con le critiche continue, con l’ostilità gratuita.
l’espressione “dare addosso a qualcuno” si usa quindi per indicare un attacco, una forma di aggressione, che può essere fisica, ma anche verbale o psicologica. È un modo di dire molto comune e può essere usato in tanti contesti quotidiani, non solo in casi drammatici come quello dell’opificio di Pietrarsa.
Può riferirsi a un datore di lavoro che tratta male un dipendente, a un gruppo di persone che critica qualcuno ingiustamente, o anche semplicemente a un amico che ci accusa senza motivo. Basta che ci sia un’azione dura e insistente contro qualcuno.
La prossima volta che qualcuno ti critica in modo esagerato, potrai dire: “Perché mi stai dando addosso?”
O magari, ascoltando un telegiornale, capirai meglio espressioni come: “La stampa ha dato addosso al politico” o “I tifosi hanno dato addosso all’allenatore dopo la sconfitta”. Dopo l’espressione si può usare la preposizione a (dare addosso a qualcuno) oppure usare la parola “contro” (dare addosso contro qualcuno).
Pensateci la prossima volta che, in ufficio, vi danno addosso per un ritardo o per un errore che magari nemmeno avete commesso. E ricordate quei lavoratori di Pietrarsa, che con il loro sacrificio hanno scritto, loro malgrado, una delle prime pagine amare dell’Italia unita.
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