Accadde il 30 novembre 1786: fatale e fatidico

Fatale e fatidico

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Trascrizione

Per spiegare bene la differenza tra fatale e fatidico, che è l’obiettivo di oggi, possiamo partire da un importante fatto accaduto in Italia il 30 novembre, e precisamente voglio parlarvi dall’abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana nel lontano 1786, quando il sovrano, il Granduca Pietro Leopoldo decise di cancellare per sempre quel tipo di condanna. È il primo Stato al mondo ad aver fatto questo. Pensate un po’.

L’influenza dell’ulluminismo fu decisiva per la decisione di Leopoldo.

Pensatori come Cesare Beccaria avevano scritto contro la pena di morte, sostenendo che non fosse né giusta né efficace nel prevenire i crimini. Leopoldo fu influenzato da queste idee e volle applicarle nel suo Granducato. Tanto di cappello!

Possiamo dire che si meritò, qualche anno dopo, il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero, che assunse con il nome di Leopoldo II.

Il Sacro Romano Impero, per la cronaca, era uno Stato di epoca medievale e moderna, nato nel 962 e sciolto nel 1806.

Era un impero cristiano dell’Europa centrale, dominato dagli Asburgo negli ultimi secoli.

Questa data del 30 novembre 1786 è un evento che la Toscana ricorda ancora oggi con la cosiddetta festa della Toscana, come memoria dell’impegno per i diritti umani e per la giustizia.

Bene, fatto l’inquadramento storico, parliamo della differenza tra fatale e fatidico.

Se diciamo che quella riforma fu un momento fatidico, intendiamo che segnò una svolta decisiva, quasi un momento “annunciato dal destino”, che segnò il passaggio a un nuovo modo di concepire la giustizia.

Fatidico, infatti, non è legato alla morte o alla distruzione, come fatale, ma alla profezia, al cambiamento, a un passaggio cruciale.

Fatidico è un aggettivo che viene dal latino fatum e indica qualcosa che annuncia o segna un momento importante, un cambiamento nella vita o nella storia, come se ci trovassimo davanti a qualcosa destinato a cambiare la storia.

C’è da dire fatidico si usa anche scherzosamente, per indicare qualcosa di molto atteso o desiderato.

Es:

Oggi è il giorno che hai aspettato da tempo, cioè “è giunto il giorno fatidico.

Oppure si può parlare di um” momento fatidico”.

Es: il momento fatidico si avvicina, finalmente ti sposerai!

Se invece prendiamo un evento tragico, ad esempio un incidente mortale o una decisione sbagliata che porta a conseguenze irreparabile, useremmo l’aggettivo fatale.

Fatale viene sempre da fatum, ma ne conserva il lato cupo, quello del destino che non perdona.

Un errore fatale è un errore che produce danni irreversibili; un colpo fatale è un colpo mortale. Non necessariamente però deve morire qualcuno. È sufficiente qualcosa di irreparabile.

È un aggettivo che si usa quando la conclusione dell’evento è, appunto, la morte o comunque una perdita grave.

Un errore fatale può costare la vita ma può costare anche la perdita del lavoro o la rottura di un matrimonio o anche la sconfitta in una partita.

Pensate che questo aggettivo può essere usato anche per descrivere una persona dall’attrazione irresistibile, che, possiamo dire, può far commettere un errore fatale a un’altra persona: parlo della classica “donna fatale”, ma anche in quel caso si percepisce una sfumatura di pericolo.

La differenza, dunque, è nella natura del destino che viene evocato: fatidico è il destino come rivelazione, momento decisivo, svolta importante; fatale è il destino come esito negativo, inevitabile e spesso distruttivo.

Anche altri esempi aiutano a fissare la distinzione.

Un ragazzo che supera un concorso che gli cambierà la vita potrebbe dire che quello è stato un giorno fatidico, perché da lì in poi tutto è cambiato.

Un motociclista che sbaglia una curva potrebbe parlare invece di un istante fatale, perché quel gesto ha provocato un danno irreparabile.

Chi decide di trasferirsi all’estero e trova lì l’amore della vita può ricordare quel viaggio come un momento fatidico; chi perde tutto per una scelta impulsiva potrebbe parlare di una scelta fatale.

Ricapitolando, l’origine dei due aggettivi è dunque la stessa: fatum, ciò che “è stato detto” dagli dèi, cioè il destino. Fatale però riprende l’idea del destino ineluttabile e spesso funesto; fatidico invece richiama l’idea di qualcosa di profetico, che anticipa un passaggio importante.

E così, tornando al 30 novembre 1786, possiamo dire che quella decisione del Granducato fu un gesto fatidico, perché aprì una strada nuova nella storia della civiltà giuridica. Nulla a che vedere con un gesto fatale, che invece descriverebbe un evento drammatico, rovinoso, un punto di non ritorno nel senso negativo del termine.

Dopo il Granducato di Toscana, che come ho detto fu il primo Stato moderno ad abolire la pena di morte con legge nel 1786, fiversi altri Stati e territori nel corso dell’Ottocento e del Novecento seguirono quella scelta. Ad esempio, nel XIX secolo San Marino, uno tra i più antichi; anche alcuni stati europei come Paesi Bassi, Portogallo, e Romania eliminarono la pena capitale.

Poi, nel corso del XX e XXI secolo, il fenomeno si è diffuso largamente e oggi molti Stati nel mondo, ad esempio la quasi totalità dell’Europa, non applicano più la pena di morte.

Terminiamo con un ripasso

Possiamo dire che il Granducato di Toscana fu foriero di un cambiamento storico, perché la sua decisione di abolire la pena di morte anticipò e annunciò una tendenza che altri paesi avrebbero seguito in seguito.

Accadde il 26 novembre: fuor di metafora

Fuor di metafora (scarica audio)

Trascrizione

Il 26 novembre 1972 nelle Marche, una regione da visitare assolutamente (ve lo dico fuor di metafora) si verificò il terremoto di Montefortino, un evento drammatico, come potete immaginare.

Questo, lo avrete anche questo immaginato, è utile come spunto per capire l’espressione “fuor di metafora”, che significa semplicemente “senza mezzi termini”, “esplicitamente”, cioè lasciando da parte ogni immagine figurata e tornando alla realtà dei fatti.

Di immagini figurate ne uso spessissimo su italiano semplicemente, sopratutto perché l’obiettivo è spiegare il significato di espressioni figurate.

Se dico che “quel giorno la terra sembrò un gigante che si sveglia”, sto usando una metafora.

Ma se subito dopo aggiungo: “fuor di metafora, molte case ebbero crepe e diverse famiglie furono evacuate, con sofferenze indicibili”, allora sto chiarendo ciò che accadde davvero, in termini letterali.

L’espressione si usa in particolare quando in un primo momento abbiamo parlato in modo metaforico e poi, successivamente, vogliamo essere chiari.

Possiamo usare questa espressione nella conversazione quotidiana, ma è più adatta nella scrittura formale o in occasioni professionali, quando serve evitare equivoci.

È un modo elegante per dire “parlando chiaro, ecco cosa intendo davvero”.

Alternative possibili sono: “in concreto”, “senza metafore”, “parlando chiaro”, “esplicitamente”, “senza mezzi termini”.

Poi esistono modalità apparentemente simili come “fuori dai denti” e “senza peli sulla lingua“, “dire pane al pane, vino al vino” che però riguardano il tono e hanno più a che fare con la franchezza e la schiettezza: significano dire qualcosa con franchezza brusca, spesso senza troppi filtri, quasi brutalmente.

Non ha a che fare con le metafore, ma con il modo schietto di parlare.

Usare “fuor di metafora” anziché “al di fuori di ogni metafora” invece è una scelta di stile, non di significato. È più elegante e suona anche meglio. Non trovate?