
Livello Intermedio
Questi articoli sono per coloro che hanno già qualche conoscenza della lingua italiana, che riescono cioè a comprendere il linguaggio base, ma hanno ancora molte carenze grammaticali e di espressione.
Accadde il 4 settembre 476: de facto
De facto (scarica audio)
Trascrizione
Siamo al 4 settembre dell’anno 476, quando l’imperatore romano Romolo Augusto viene deposto da Odoacre, che si proclama re d’Italia: l’Impero romano d’Occidente cessa de facto di esistere.
Intanto, questa frase appare un po’ ostica da comprendere quindi ve la spiego meglio.
Dunque, 476 è l’anno in cui avvenne il fatto.
L’imperatore è il capo supremo di Roma.
Romolo Augusto è il nome dell’ultimo imperatore romano d’Occidente.
Viene deposto significa che fu tolto dal potere, cacciato dal trono.
Odoacre è il capo militare barbaro, non romano.
“Si proclama” significa che si dichiara da solo qualcosa, senza essere eletto da altri.
Si proclama re d’Italia, cioè il sovrano della penisola italiana.
L’Impero romano d’Occidente è la parte occidentale dell’Impero romano (con capitale Ravenna), diversa da quella d’Oriente (con capitale Costantinopoli).
Si, avete capito bene. Ravenna era a quel tempo la capitale dell’impero romano d’Occidente.
Dall’anno 402 da Milano venne spostata a Ravenna perché la città era più facile da difendere perché circondata da paludi e vicina al mare (quindi protetta e collegata ai rifornimenti via nave).
Poi chiaramente Roma restava il cuore simbolico e culturale dell’impero.
Poi, l’Impero romano d’Occidente “cessa di esistere” significa che smette di esistere, finisce.
Cessa de facto di esistere.
Locuzione latina questa: sarebbe come “di fatto”, cioè nella realtà concreta (anche se non sempre ufficialmente riconosciuto).
Vediamo altri esempi di uso di “de facto” che significa “nella pratica”, “in realtà”, anche se non sempre in modo ufficiale o riconosciuto formalmente.
Si può usare oggi anche nel linguaggio comune, ma maggiormente in quello giuridico e politico.
Durante la Guerra Fredda, Berlino era divisa: la città era una sola de jure (per legge), ma de facto esistevano due città separate.
Odoacre governava come “re d’Italia” de facto, pur essendo formalmente un funzionario dell’imperatore d’Oriente.
Una coppia che vive insieme stabilmente è una coppia de facto, anche senza matrimonio.
Lavoriamo insieme da anni: siamo una famiglia de facto.
Quella stanza è de facto diventata un ripostiglio, anche se era nata come studio.
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Accadde il 7 settembre 1860: rifuggire
Rifuggire (scarica audio)
Trascrizione
Il 7 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi entrava a Napoli alla guida dei celeberrimi Mille. Avete presente la spedizione dei Mille?
Garibaldi in questo modo completava una delle tappe più importanti del Risorgimento italiano.
In quel periodo, molti esponenti del governo borbonico, temendo le conseguenze della rivoluzione, rifuggivano la città: cioè cercavano di evitarla, di tenersi lontani da ciò che li spaventava o li metteva in pericolo.
Attenzione. non ho detto che scappavano dalla città cioè che fuggivano ma che la rifuggivano.
Il verbo rifuggire indica proprio questo: allontanarsi da qualcosa di sgradevole, pericoloso o indesiderato. Non è quindi semplicemente “fuggire”, perché rifuggire ha spesso un senso morale o psicologico: si evita qualcosa perché suscita paura, disgusto o rifiuto, non solo per salvarsi la vita.
Per capire meglio, immaginiamo alcuni esempi:
Nel 1860, molti nobili e funzionari borbonici rifuggirono Napoli, lasciando la città nelle mani di Garibaldi.
Chi ama la violenza rifugge i conflitti e preferisce vivere in pace.
Alcuni cittadini rifuggono le bugie e cercano sempre la verità.
Insomma, rifuggere non significa scappare fisicamente, ma evitare con decisione qualcosa che ci provoca disagio o pericolo.
Ecco perché possiamo dire che i borbonici rifuggirono Napoli quando Garibaldi avanzava con i suoi Mille.
Non si rifugge solo un luogo come avrete capito, ma si riferisce anche a situazioni, comportamenti, idee o persone che suscitano rifiuto, paura o disgusto.
È un verbo più ampio di “scappare” o “fuggire”: implica evitare attivamente qualcosa che si percepisce come negativo o pericoloso, sia materiale sia morale o psicologico.
Luigi rifugge le discussioni inutili, perché lo stress lo infastidisce.
Maria rifugge le ingiustizie, impegnandosi invece per fare del bene.
I cittadini rifuggivano la corruzione, cercando di vivere onestamente.
La Generazione Z rifugge carriera e ruoli da manager: troppo stress. Meglio vivere (e diventare influencer).
“Rifuggere” è un verbo piuttosto formale e letterario, e nella lingua parlata dai giovani oggi non è molto comune. In contesti quotidiani si preferiscono verbi più semplici come “evitare”, “scappare da”, “tenersi alla larga da”, oppure espressioni colloquiali come “non voglio averci a che fare”.
Per esempio:
Formale/letterario: “Rifugge la violenza e cerca la pace”
Parlato/giovanile: “Evita la violenza” o “Non vuole avere a che fare con la violenza”
Quindi i giovani lo riconoscono, ma lo usano poco: tende a comparire più in testi scritti, articoli di giornale, libri o discorsi ufficiali.
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Accadde il 6 settembre 1791: al quale, ai quali…
Al quale, ai quali… (scarica audio)
Trascrizione
Il 6 settembre non è un giorno qualsiasi nella storia d’Italia.
Nel 394, l’imperatore Teodosio I affrontò l’usurpatore Flavio Eugenio nella battaglia del Frigido, combattuta nelle Alpi Giulie, al confine orientale dell’Impero romano.
Fu uno scontro durissimo, in seguito al quale il cristianesimo divenne la religione dominante nell’impero.
Qui vediamo l’uso di al quale, che riprende il sostantivo “scontro”.
Potremmo dire: “dopo quello scontro”, ma usare al quale rende la frase più elegante e poi sarebbe una ripetizione che si cerca sempre di evitare.
Un altro 6 settembre, ma nel 1791, la città di Fano fu teatro di una rivolta popolare: la gente scese in piazza contro l’aumento del prezzo della farina e il calo del peso del pane.
Gli scontri durarono diversi giorni, al termine dei quali la rivolta venne soffocata nel sangue.
In questo caso i quali si riferisce a giorni, e significa “alla fine di quei giorni”.
Vediamo esempi in altri contesti
Ora allarghiamo lo sguardo e vediamo altri tre casi in cui il quale, i quali, le quali possono risultare utili.
“Ho seguito un corso di tedesco di 70 ore, al termine del quale sono riuscito a sostenere una breve conversazione di base.”
del quale = di quel corso.
“Dante scrisse la Divina Commedia, opera monumentale, grazie alla quale la lingua italiana acquisì prestigio e diffusione.”
alla quale = a quell’opera.
“La finale di Champions League terminò con una vittoria clamorosa, a seguito della quale l’allenatore fu osannato da tutta la stampa.”
della quale = di quella vittoria.
Come hai visto, questi pronomi relativi – il quale, la quale, i quali, le quali – servono a collegare un nome a una nuova informazione senza ripeterlo, dando un tono più solenne e scorrevole al discorso.
Che si tratti di una battaglia antica, di una rivolta popolare, di un corso di lingua, di un poema medievale o di una partita di calcio, la logica non cambia:
in seguito al quale = “dopo quello”,
al termine dei quali = “alla fine di quelli”,
grazie alla quale = “grazie a quella”.
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Accadde il 5 settembre 1827: la pudicizia e il pudore
La pudicizia e il pudore (scarica audio)
Trascrizione

Avete presente l’inno d’Italia? Lo ha scritto Goffredo Mameli, nato il 5 settembre 1827.
Questo mi offre un ottimo spunto per parlarvi di una caratteristica umana: la pudicizia.
Il termine indica un atteggiamento di riservatezza, pudore, ma anche discrezione, soprattutto nei confronti della sfera sessuale.
Si usa per descrivere una persona riservata, modesta, che non ostenta, soprattutto riguardo al corpo o alla sfera sessuale, ma può estendersi anche al comportamento in generale.
Non si tratta solo di imbarazzo: è una virtù interiore, una misura rispettosa e composta, quasi una forma di eleganza morale.
Ora, immaginiamo Mameli, giovane idealista, poeta e patriota, immerso nella lotta per l’identità e l’onore del suo paese.
Il suo impegno, la sua dedizione, e persino la tragicità del suo destino (morì giovanissimo a soli 22 anni) suggeriscono una sensibilità profonda, un’intima dignità... insomma, un animo che rifugge la vanità e desidera restare fedele a se stesso fino all’estremo sacrificio.
Questo è un modo poetico per associare la pudicizia alla figura di Mameli:
Il 5 settembre nasceva dunque Goffredo Mameli, poeta e patriota, anima ardente e discreta. La sua pudicizia, anziché rivolgersi alla sfera privata, si incarnò nella purezza dei suoi versi e nella forza dei suoi ideali.
Più che di un sentimento parliamo di una disposizione d’animo, caratterizzata da riserbo, riservatezza.
La pudicizia è la qualità di chi è pudìco/pudìca.
Es:
La sua pudicìzia le impediva di parlare apertamente di certi argomenti.
Quel gesto è stato interpretato come un segno di pudicìzia.
Lei è molto pudìca: indossa sempre un costume intero invece del bikini.
Non fare lo spiritoso, sii un po’ più pudìco nelle tue battute.
La nuova collezione propone abiti pudìci, con gonne lunghe e maniche coperte.
Luca è troppo pudìco, arrossisce ogni volta che si parla di certe cose.
Mia nonna era una donna pudìca, non avrebbe mai accettato di mostrarsi in pantaloncini.
Attenzione alla differenza tra pudicizia e pudore.
Il pudore è un sentimento, quindi può essere momentaneo.
La pudicizia è una virtù, una /abitudine del carattere, quindi più duratura. Come detto prima, è una disposizione d’animo.
Se volessi spendere più parole direi che il pudore è il sentimento interiore di riservatezza e vergogna che si prova quando si espone il corpo o la sfera più intima. È un atteggiamento spontaneo, quasi istintivo (“arrossì per pudore”).
La pudicizia come detto è una virtù che al rifiuto di impurità sessuale, in quanto motivo di morbosità e di scandalo, associa il culto di una franca riservatezza e di una composta modestia.
Due esempi finali per chiarire:
Si è coperta d’istinto per pudore quando qualcuno è entrato all’improvviso nella stanza.
Era una donna di grande pudicìzia, sempre riservata nei modi e nell’abbigliamento.
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