Il coccolone

Il coccolone (scarica audio)

Episodio n. 1196

Trascrizione

Oggi voglio parlarvi di una parola curiosa, familiare e vagamente spiritosa: coccolone.

Il coccolone, nel linguaggio colloquiale italiano, è un modo colorito e informale per indicare un malore improvviso, spesso serio, come un infarto o un ictus. Non è un termine medico, anzi, ha un tono quasi ironico o affettuoso, ed è spesso usato per sdrammatizzare una situazione potenzialmente grave. A volte si usa il termine “colpo” o “sincope“.

Ad esempio, se qualcuno riceve una brutta notizia all’improvviso, si potrebbe dire:

Quando ha visto la bolletta della luce gli è venuto un coccolone!

Quando ho vista la mia ex alla stazione mi è preso un colpo/una sincope!

Ovviamente, se uso la parola coccolone, non è affatto detto che la persona sia davvero finita in ospedale, ma si vuole esprimere lo shock e il disagio provato in quel momento.

Oppure:

Appena ha scoperto che il figlio aveva preso 4 in matematica, ha rischiato il coccolone!

Anche qui si tratta di una reazione esagerata, magari teatrale, ma in senso scherzoso.

In altri casi, però, si può usare anche con un tono più serio, magari accompagnato da un aggettivo:

Mi hanno detto che al nonno è venuto un coccolone stanotte, ma ora sta meglio.

In questo caso, il termine indica un vero e proprio problema di salute, anche se il tono resta meno crudo rispetto a dire direttamente “infarto” o “ictus”.

Insomma, il coccolone è una parola che sta a metà tra la comicità e la preoccupazione, ed è molto usata nel parlato italiano, soprattutto in contesti informali o familiari. Si capisce facilmente dal tono con cui viene detto se si sta scherzando o meno.

Forse è bene chiarire, prima di passare al ripasso del giorno, che il coccolone in questi casi non ha niente a che vedere con le coccole, sia chiaro. In altri casi possiamo dare del coccolone o coccolona a una persona che ama le coccole, ma bisogna stare attenti alla chiarezza! In questo caso è aggettivo.

Marguerite: Ragazzi, stamattina, sul treno, ho avuto un coccolone tremendo: ho letto la notizia del rincaro del carburante e adesso sto elucubrando su come farò ad arrivare a fine mese.

Albéric: Oddio, ti capisco benissimo! Anche a me frullano in testa mille pensieri su come gestire le spese con questi continui aumenti. Il mio conto in banca fa acqua da tutte le parti ultimamente.

Estelle: Già, e non c’è verso! Il governo non vuole sentire ragioni. Sembra che non si rendano conto della situazione, e ogni tanto mi viene il dubbio che facciano orecchie da mercante.

Hartmut: Eh, a volte sembra di camminare sulle uova per non far saltare tutto. Vorrei solo che qualcuno si prendesse la briga di assumere una posizione chiara e definitiva su queste questioni.

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Accadde l’11 luglio: il vicolo cieco

11 luglio ‘472 (scarica audio)

Trascrizione

In italiano si dice “essere in un vicolo cieco” quando non ci sono più soluzioni, quando in una situazione non c’è via d’uscita.

Un vicolo è una strada molto stretta, spesso tra due file di case.

Un vicolo cieco, invece, è una strada che finisce contro un muro: non si può andare avanti, si può solo tornare indietro.

Metaforicamente, rappresenta quindi una condizione in cui non ci sono soluzioni possibili. Nessuna speranza, nessuna alternativa.

È ciò che accadde all’imperatore romano Antemio.

L’11 luglio del 472 dopo Cristo, l’imperatore Antemio era ormai finito.

Era ormai alla fine della sua corsa. Tradito, abbandonato, assediato a Roma dal generale Ricimero, cercò rifugio nel luogo più sacro della città: la basilica di San Pietro. Un gesto disperato, un estremo tentativo di salvarsi.

Sperava che, entrando in chiesa, sarebbe stato salvo. Ma fu trovato e decapitato lì, sul posto.

Antemio era davvero in un vicolo cieco: non poteva fuggire, non poteva trattare, non poteva più fare nulla.

Oggi, usiamo questa espressione anche in situazioni meno drammatiche, per esempio:

Con questo lavoro mi sento in un vicolo cieco. Devo assolutamente cambiare.

Oppure:

La relazione non funziona più, siamo in un vicolo cieco.

Quando lo sentite, ricordate Antemio… e magari cercate una via d’uscita prima che sia troppo tardi!

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Accadde il 10 luglio: forzoso, forzato e forzuto

10 luglio 1992 (scarica audio)

Trascrizione

forzuto, forzato e forzoso

Oggi voglio parlarvi della“ forza da tre punti di vista differenti.

Per farlo possiamo partire da un evento accaduto il 10 luglio 1992, quando il governo Amato applicò un prelievo forzoso retroattivo del 6‰ dai conti correnti degli italiani. Non ci credete? È veramente accaduto invece.
Un fatto rimasto impresso nella memoria collettiva.

Vediamo innanzitutto la differenza tra gli aggettivi forzato e forzoso.

Forzato indica qualcosa che è stato costretto a verificarsi o a essere fatto, ma non solo per via di una legge o regola. Può essere anche metaforico.

Usi tipici:
Un comportamento forzato è non spontaneo o poco naturale:
Un sorriso forzato (= non sincero)
Un addio forzato (= si è dovuti andare via)

Nel caso di “riposo forzato” o “esilio forzato“, siamo stati costretti, non avevamo scelta.

Forzato e forzata (al femminile) si usano nche quando si utilizza un termine, una parola, una espressione, ma l’occasione non sarebbe proprio quella ideale, oppure sarebbe più adatto un altro termine o un’altra espressione. ebbene, quello possiamo definirlo un “uso forzato”. Spesso negi episodi parlo di usi forzati, se ci avete fatto caso.

“Forzoso” invece indica qualcosa imposto da un’autorità, da una legge, da una norma, quindi obbligatorio o, si dice anche coattivo . È un aggettivo tipico del linguaggio giuridico e amministrativo.
Quindi un Prelievo forzoso è un prelievo imposto dallo Stato, come nel caso del 1992.
Un esproprio forzoso, analogamente, è quando lo Stato ti toglie un bene dandoti un determinato indennizzo.
Forzoso ha un tono molto più tecnico e impersonale rispetto a “forzato”.

Poi ci sarebbe anche l’aggettivo “forzuto” che è il terzo della lista, che spero non confondiate con i due precedenti, se non per l’origine della parola. Qui non si parla di obblighi o imposizioni, ma di muscoli. Un forzuto (e una forzuta) è una persona particolarmente forte, robusta, capace magari di sollevare pesi o spezzare catene. È un termine popolare, spesso usato con tono scherzoso o ammirato.

Se dici che qualcuno è forzuto, stai parlando della sua forza fisica, non certo di un decreto o di un provvedimento.

Ecco perché dire “prelievo forzuto” farebbe sorridere: sembrerebbe l’intervento di un energumeno in banca, piuttosto che un atto normativo dello Stato. Un prelievo forzato., invece, è un’azione imposta, senza il consenso del titolare del conto. Se un ladro ti convince a fare un prelievo di denaro da un ATM, quello è un prelievo forzato. ma se lo stato se li prende direttamente dal tuo conto, allora diventa forzoso.

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Accadde il 9 luglio: il plebiscito

9 luglio 1978 (scarica audio)

Trascrizione

plebiscito 9 luglio Sandro Pertini

Il 9 luglio del 1978, l’Italia viveva un momento difficile. Erano anni di tensione, di piombo, di terrorismo e di profonda sfiducia verso le istituzioni. Ne abbiamo parlato varie volte in questa rubrica.
Soltanto due mesi prima, il 9 maggio, era stato ritrovato il corpo di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse, proprio nel cuore della Capitale.

Un evento che come abiamo visto aveva scioccato il Paese.

Fu proprio in questo contesto drammatico che, il giorno successivo all’ottava votazione, il Parlamento elesse un uomo che riuscì a riavvicinare le istituzioni ai cittadini, a ridare fiducia a un’Italia ferita. Quell’uomo si chiamava Sandro Pertini, e venne eletto con 832 voti su 995, un plebiscito.
Chi era Sandro Pertini?

Nato nel 1896, Pertini era un uomo schietto, antifascista della prima ora, partigiano, esiliato, più volte incarcerato durante il regime di Mussolini, e poi protagonista della Resistenza. Dopo la guerra, aveva ricoperto vari ruoli istituzionali, ma fu soprattutto come Presidente della Repubblica (dal 1978 al 1985) che lasciò un segno indelebile nel cuore degli italiani.

Pertini non era il classico presidente “di rappresentanza”. Parlava alla gente, visitava le carceri, incontrava gli operai, andava dove nessun presidente era mai andato prima. E lo faceva con un tono diretto, semplice, empatico.

Forse l’immagine più viva che molti italiani conservano di lui è quella di Sandro Pertini in tribuna, l’11 luglio 1982, allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid, mentre l’Italia vinceva i Mondiali battendo la Germania per 3 a 1. Il presidente, con la pipa in mano, saltava in piedi, esultava come un tifoso qualunque.

Ad ogni modo, mettiamo le emozioni da parte per un attimo e focalizziamo l’attenzione sulla parola plebiscito.

La sua elezione, benché avvenuta all’ottava votazione, avvenne con un plebiscito: 832 voti su 995.
Plebiscito è un termine che, anche se nato in un contesto politico, oggi si usa in senso più ampio per descrivere qualunque scelta acclamata da una larghissima maggioranza.

Ma per capire bene di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro… di qualche millennio.
La parola plebiscito deriva dal latino “plebiscitum”, che significa deliberazione della plebe.
Era una decisione votata dai concilia plebis, cioè le assemblee popolari della plebe romana, il ceto più basso della Roma antica. All’inizio queste decisioni non avevano valore vincolante per i patrizi, cioè per la nobiltà, ma con la legge Hortensia del 287 a.C. i plebisciti ottennero valore di legge per tutti i cittadini.
Quindi, in origine, il plebiscitum era letteralmente una legge decisa dal popolo. Una manifestazione di democrazia diretta, in cui non c’erano intermediari: la volontà collettiva diventava legge.

La parola plebe quindi, che dà origine a plebiscito, indica in questo contesto il popolo in generale, ma si tratta di quella parte del popolo di Roma antica dedita un tempo ad attività commerciali, che nei primi secoli della Repubblica non godeva dei diritti dei cittadini, riservati invece ai patrizi (proprietari terrieri). Anche oggi si usa per indicare la parte peggiore del popolo, la più arretrata o abbrutita.
Oggi la parola plebiscito indica quindi una maggioranza schiacciante, un voto del popolo quasi all’unanimità, non più semplicemente il voto da parte dei cittadini.

Col tempo, il significato si è allargato. Oggi “plebiscito” si usa anche in contesti non politici, per indicare una scelta o un consenso quasi unanime.
Esempi:

La nuova presidente ha ricevuto un plebiscito di consensi: 50 voti a favore e una scheda bianca, la propria.
L’iniziativa ha ottenuto un plebiscito di consensi sui social.
Tra tutti i candidati, il preside ha scelto Marco con un plebiscito da parte della commissione.

In tutti questi casi, non c’è nessun voto ufficiale, ma il termine serve a rendere l’idea della forza e dell’unità del consenso.

Modalità simili?
Potremmo parlare di “acclamazione” cioè una approvazione corale, spesso spontanea, senza voto (es. “eletto per acclamazione”).
Anche “quasi unanimità” è simile, ma in questo caso c’è sempre un voto, l’espressione di una preferenza e questa, se è unanime è senza alcuna eccezione. Se invece è quasi unanime possiamo dire che è un plebiscito.
Possiamo anche dire “maggioranza schiacciante“, simile a plebiscito, ma più neutro e più numerico.
Volendo vanno bene anche “Successo travolgente/ trionfo/ trionfo popolare“, termini più enfatici, che suggeriscono entusiasmo, ma non sempre indicano una votazione.

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Accadde l’8 luglio: l’ammanco

8 luglio 1989 (scarica audio)

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ammanco

Per spiegare il significato della parola “ammanco“, la parola del giorno, possiamo prendere spunto da un evento accaduto in Italia l’8 luglio 1988: la conclusione della prima fase del processo per la Strage di Stava (avvenuta il 19 luglio 1985).

Partiamo dall’ammanco.
Il termine ammanco si usa per indicare una mancanza di denaro o di beni che avrebbero dovuto esserci, ma che risultano spariti, spesso a causa di un errore, di una cattiva gestione o, peggio, di un furto o una frode.

È una parola molto usata in ambito contabile o bancario, ma anche nei processi giudiziari quando si indagano responsabilità amministrative o finanziarie. Per chi lavora in Italia è importante conoscere questa parola, perché in caso di ammanchi di denaro, potreste essere accusati di furto. Vediamo il collegamento con la Strage di Stava.

La Strage di Stava fu una tragedia ambientale e umana causata dal crollo di due bacini di decantazione usati per raccogliere fanghi residui dell’estrazione mineraria.
Quel crollo provocò un’ondata di fango che distrusse tutto ciò che incontrava, causando ben 268 morti.
Durante il processo, vennero alla luce numerose negligenze e gravi mancanze nei controlli.

Notate che la parola mancanza è molto simile e molto più presente rispetto ad ammanco nel linguaggio comune. Se sbagliate a scrivere “ammanco”, notate infatti che neanche il correttore automatico vi aiuta…
Comunque, tra queste mancanze che ci sono state, sono presenti anche veri e propri ammanchi: soldi destinati alla manutenzione e messa in sicurezza dei bacini che non erano mai stati spesi, fondi pubblici scomparsi nel nulla, materiali di scarsa qualità utilizzati per risparmiare. Questo è un male abbastanza diffuso in Italia purtroppo.

Insomma, si parlò anche di ammanchi nei bilanci, di fondi mai arrivati a destinazione, che avrebbero potuto forse prevenire la tragedia.
Vediamo altri esempi:

> «Durante le indagini emerse un ammanco di oltre 100 milioni di euro, sottratti al fondo destinato alla messa in sicurezza dell’impianto.»

Risulta un ammanco di €50 euro incassa. Bisogna rifare i conti e se l’ammanco persiste, ti licenzio in tronco!

Insomma, un ammanco non è semplicemente una mancanza: è una mancanza sospetta (sempre di denaro o al massimo di beni), che lascia intendere un errore o una colpa. A volte si scopre troppo tardi, come accadde a Stava. Per la cronaca, Stava si trova in Trentino alto Adige.

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