Giovanni: Oggi voglio spiegarvi il, termine “appannaggio”. Bene. Iniziamo.
Vi piace la panna? E vi è mai successo di avere la vostra automobile in panne? E vi si sono mai appannati gli occhiali? Ultima domanda: avete mai avuto un appannamento della vista?
Non sono impazzito, state tranquilli. Solo per dirvi che c’è un termine, e questo termine è appannaggio, che non c’entra nulla con la panna, quella che deriva dal latte, per intenderci. Appannaggio non c’entra nulla neanche con l’automobile in panne, che significa che l’automobile si è improvvisamente rotta, per un guasto qualsiasi.
E appannaggio non c’entra nulla neanche con gli occhiali appannati, cioè con gli occhiali quando diventano opachi, un appannamento provocato magari dal calore del vostro fiato, quando respirate.
Ah, l’appannamento… oltre a quello degli occhiali e di tutti i vetri, quando diventano opachi, c’è anche l’appannamento della vista. Si dice così quando non riuscite a vedere bene per qualche secondo, o perché magari state svenendo per un calo di energie.
Ma purtroppo né la panna del latte, né la macchina in panne, e tanto meno l’appannamento dei vetri e della vista hanno a che fare con l’appannaggio.
Questo termine invece ha a che fare con i privilegi e le qualità e le doti. A volte indica semplicemente una prerogativa, cioè qualcosa di riservato solamente a qualcuno.
Ad esempio se vuoi dire che le mercedes (le automobili Mercedes) possono acquistarle solamente le persone ricche, posso dire:
Solo i ricchi possono acquistare le Mercedes
Oppure:
Le mercedes sono appannaggio solamente dei ricchi.
Come dire: sono riservate solo a loro, i ricchi, solamente loro hanno questo privilegio.
Vediamo altri esempi:
La presunzione è appannaggio degli ignoranti
I questo caso non è un privilegio, perché essere presuntuosi è un tratto negativo del carattere.
Questa settimana il caldo sarà appannaggio solamente del sud-Italia.
Quindi solamente nel sud della penisola italiana si potrà godere del caldo.
Oggi i telefoni cellulari possono acquistarli più o meno tutti, mentre tanti anni fa erano appannaggio solamente di alcune persone.
Tutti gli audio-libri di Italiano Semplicemente e tutti i file audio della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente” sono appannaggio esclusivo dei membri dell’associazione.
Adesso ripassiamo:
M1: che ti è successo ? Come sei pallido/a!
M2: Tieniti forte, è venuto in ufficio stamani un tale dicendo che l’azienda naviga in cattive acque.
M3: ma dai, non prendere per oro colato ciò che diceva questo tizio.
M4: Ma se è vero ed il nostro datore di lavoro non riuscirà a giostrare la situazione? Saremo spacciati! Facciamo qualcosa, hai visto mai!
M5: ma lui non lascerà nulla d’intentato per salvare l’azienda, e ci riuscirà, anche se solo in calcio d’angolo.
Giovanni: cosa possiamo dire quando vogliamo arrivare subito al nocciolo della questione?
Spesso capita di parlare con una o più persone e si ha un po’ di fretta, non si vuole perdere tempo perché il tempo è denaro!
Si ha voglia di arrivare al dunque.
Non si vogliono chiacchiere inutili, si vogliono, possiamo dire, “bandire le ciance” , si vogliono mettere al bando le ciance.
Vi spiego meglio:
Una delle espressioni che si possono usare in questo caso è “bando alla ciance“, dove le ciance sono proprio le chiacchiere inutili, che non servono a nulla.
Esiste anche il verbo “cianciare“, ovviamente, un verbo un po’ “forte”, potremmo dire, nel senso che qualcuno si potrebbe offendere se venisse accusato di cianciare, ma vediamo qualche esempio con “bando alle ciance” :
Dai ragazzi, bando alle ciance, cerchiamo una soluzione al nostro problema.
Sono due ore che discutiamo inutilmente, adesso bandoalleciance, dobbiamo trovare un accordo.
Ma perché usiamo il termine bando?
Si sta parlando di un annuncio pubblico, che tutti possono vedere. Questo è il bando. Ma cosa c’entra?
Anche oggi esistono i bandi, infatti questo termine si usa quando ci sono dei concorsi o delle gare per costruire opere pubbliche, tanto per fare alcuni esempi, e questi bandi si pubblicano su internet cosicché tutti possano leggerli. Ma un tempo, molti anni fa, un bando era una sorta di manifesto cartaceo (ma non è molto diverso in fondo), e su questo bando si scriveva una condanna di una persona colpevole di qualche crimine.
Tutti dovevano sapere che questa persona era colpevole, per questo questa persona “si metteva al bando”, si dice, cioè si esponeva al pubblico giudizio.
A quei tempi si poteva urlare:
Bando ai criminali
Bando alle streghe
Bando ai ladri
Come a dire: tutti devono sapere chi sono e cosa hanno fatto!
Allora l’espressione di oggi, “bando alle ciance”, si usa per condannare non una persona ma le ciance, le chiacchiere. Si potrebbe dire, “mettiamo al bando le ciance” o “bandiamo le ciance”.
Infatti esiste anche il verbo bandire. Si può bandire un concorso, una gara pubblica, ma bandire si usa oggi anche nel senso di vietare, non solo per condannare, ed anche nel senso di cacciare via, allontanare, o anche eliminare, abolire, vietare.
Allora vedete che ha senso dire “bando alle ciance” perché si vogliono eliminare, vietare le chiacchiere, abolire, perché non sono gradite. Meglio essere concisi.
L’espressione è comunque colloquiale, non posso usarla nelle occasioni importanti. In quei casi meglio dire:
– andiamo al punto
– andiamo al nocciolo della questione
– evitiamo inutili preamboli
– cerchiamo di essere sintetici
– siamo/siate concisi
Ma tra amici e colleghi, o in famiglia potete usarla tranquillamente ogni volta che non vi va di perdere tempo inutilmente.
Ora ripassiamo un po’ con Irina dalla CALIFORNIA.
Le frasi di ripasso, lo ricordo, servono a non dimenticare le spiegazioni già fatte e sono appannaggio dei soli membri dell’associazione italiano semplicemente.
So cosa state pensando. Ma state tranquilli, perché il prossimo episodio lo dedichiamo alla spiegazione del termine “appannaggio“.
Irina: Non sono in vena ultimamente. Passi che tutto è chiuso dalle mie parti in California, passi pure che non possiamo viaggiare, però sono persino sguarnita di qualsiasi divertimento.
È vero, ho a portata di mano l’oceano e ci sono un paio di ristoranti all’aperto in spiaggia. Però è risaputo che l’oceano qui è freddissimo e di sera fa troppo freddo per mangiare fuori.
Una bistecca fredda non è il mio piatto preferito.
Dopo essermi scervellata su cosa fare, ho deciso di godere delle cose semplici a casa. Stasera quindi mangerò di nuovo un gelato serale ascoltando musica italiana e ballando un pò da sola. Almeno non faccio bisboccia, quindi non posso prendere una brutta piega.
Molto amata dai bambini, la giostra serve per divertirsi, infatti non è che una struttura girevole attrezzata per il divertimento dei bambini. Ci sono cavalli di legno, imbarcazioni, vetture che girano e tanta musica.
Questo è ciò à cui si pensa subito quando si parla del termine giostra.
Esiste però anche il verbo giostrare, che poco ha a che fare con il divertimento e i bambini. Ha a che fare invece con le abilità. Si usa per esprimere un’abilità nell’agire in una situazione difficile. Molto simile a destreggiarsi, di cui ci siamo già occupati nell’episodio n. 29 che si usa di più per superare le difficoltà.
Si parla di riuscire a trarre vantaggio da una situazione complicata, come accade durante una competizione, in cui occorre mettere alla prova le proprie abilità per vincere.
Il verbo si usa in vari modi, e può diventare giostrarsi, o anche giostrarsela.
Vediamo qualche esempio di utilizzo.
Per vincere un campionato di calcio l’allenatore deve saper anche giostrare bene l’insieme dei giocatori disposizione.
Che significa? Significa che l’allenatore deve avere la capacità di saper gestire la rosa dei giocatori a disposizione.
Deve riuscire ad utilizzarli al meglio, alternadoli in modo ottimale, senza creare malcontenti e ottenendo il massimo da loro.
Un altro esempio:
Un dirigente deve riuscire a giostrare bene le varie situazioni che possono capitare al lavoro.
Vedete che il verbo è simile a “gestire“.
Si potrebbe anche dire che saper giostrare una situazione è come “muoversi bene nelle varie situazioni”.
I genitori, tra i figli, la scuola, il lavoro, fare la spesa eccetera, devono imparare a giostrarsi.
Si tratta sempre di abilità. Giostrarsi è giostrare sé stessi, quindi gestire sé stessi.
Giovanni ha saputo giostrarsela bene nella spiegazione del verbo a persone di diversa nazionalità.
Se ti lascio solo con 30 bambini riesci a giostrarsela?
Cioè: riesci a gestire la situazione? Riesci a cavartela?
Simile anche barcamenarsi, che tuttavia si usa soprattutto nel senso di sopravvivere, riuscire a limitare i danni, diciamo che per non affondare nelle difficoltà occorre saper barcamenarsi, cioè cavarsela in qualche modo in situazioni difficili. Per saper giostrare non c’è bisogno di problemi, è sufficiente una prova impegnativa.
E voi riuscite a giostrarvi in mezzo alle difficoltà?
Olga: Io sono una madre, e in quanto tale ci devo riuscire per forza.
Komi: io invece no, almeno fino a quando farò bisboccia tutte le sere con gli amici. Ma domani smetto.
Giovanni: di tanto in tanto mi viene in mente un nuovo modo per esprimere il termine “tanto” o “molto”. Abbiamo già visti molti episodi in passato su questo argomento. Oggi ne ho trovato ancora un altro: COTANTO.
Cotanto si usa abbastanza spesso, anche al femminile “cotanta” o al plurale “cotanti” e “cotante“.
Un termine un po’ strano, starete sicuramente pensando. Significa “così tanto”, ma detto in una sola parola: cotanto.
Ma non parliamo quasi mai di quantità e di numeri. Non posso dire ad esempio “ho mangiato cotanto che mi sento scoppiare”. In questo caso devo dire semplicemente: “”ho mangiato così tanto che mi sento scoppiare”.
Si usa invece, spesso ironicamente, per sottolineare l’importanza, o anche la forza o grandezza o altri aggettivi simili. Quindi sarebbe come dire: così importante, così tanto importante, concetto che si può esprimere anche in altri modi, tipo con “un simile”. o “di questo tipo” o”di tale misura” eccetera. Ad esempio, parlando del coronavirus potrei dire.
Riuscirà l’essere umano a vincere contro cotanto virus?
Quindi voglio dire che questo virus è importante, forte: riusciremo a battere un virus così forte? Ce la faremo contro un virus simile?
Nessun animale è crudele come l’uomo. Nessuno di loro riesce a superare cotanta crudeltà.
Che bella miss mondo! Non avevo mai visto cotanta bellezza!
Roberto Benigni è un attore, un comico, un poeta, un regista: avete mai visto un personaggio con cotanta qualità?
Avete visto le piramidi egiziane? Per costruire cotante strutture ci sono volute chissà quante braccia!
Hai visto la casa di quel miliardario? Non avevo mai visto cotanto spreco di denaro! C’era oro dappertutto!
Vedete che a seconda dell’occasione può significare “così tanto”, o “talmente”, “simile”, “tale” ma anche “così a lungo”, “così grande”, “così importante” eccetera. C’è anche stupore, anche un falso stupore in molti casi Dicevo infatti che spesso si usa con ironia:
Direttore, le vendite sono in calo e la colpa è della crisi economica mondiale.
Direttore: Ah, e ma come hai fatto a fare un cotanto ragionamento?
L’ironia è abbastanza evidente: come hai fatto a fare un ragionamento così intelligente, un ragionamento così difficile?
Ripassiamo adesso insieme ad Olga alcune espressioni già spiegate.
Olga: Buongiorno a tutti. Penso tocchi a me oggi parlarvi. Mi sento molto benaccetta dal gruppo di italiano semplicemente. Grazie per darmi manforte. Me la sento proprio di cimentarmi nella lingua italiana e al contempo di approfondire la mia conoscenza della cultura italiana. Devo rimettere in sesto i miei appunti però. Sento proprio che imparerò molto grazie all’associazione. Poi, la prossima volta che farò bisboccia con gli amici, sotto gli effetti dell’alcool, cercherò di usare molte espressioni nuove!!
Sicuramente avete fatto, almeno una volta della vita, una festa tra amici, una riunione di amici per mangiare e bere in allegria.
Bene, allora, se lo avete fatto, avrete fatto sicuramente bisboccia.
Fare bisboccia è proprio questo. Potremmo dire fare baldoria, e baldoria sicuramente si usa di più di bisboccia. Forse però il termine bisboccia fa più pensare al divertimento, alle bevute in compagnia, ma più o meno baldoria e bisboccia sono equivalenti.
Ieri sera con gli amici abbiamo fatto bisboccia fino a tarda notte.
Volendo si può usare anche il verbo bisbocciare, che è come dire “fare bisboccia”. Stesso significato.
Esagerando si può anche dire “darsi ai bagordi”, o anche “gozzovigliare”.
C’è il senso dell’esagerazione, del divertimento esagerato.
Quando si fa bisboccia ci si diverte ma probabilmente ci si ubriaca, si beve esageratamente, e si mangia esageratamente e ripetutamente.
Tra l’altro, il termine “bis” indica proprio una ripetizione, e “fare il bis” potrebbe aiutarvi a ricordare il termine bisboccia. Ed anche il termine “boccia” è il nome di un contenitore di vetro, proprio come una bottiglia.
Allora bisboccia potrebbe essere interpretata come bis+boccia cioè ripetere la bevuta. Ed infatti la bisboccia è proprio questo no? Una allegra e abbondante mangiata e bevuta, fatta in compagnia. Naturalmente non è questa l’origine del termine bisboccia, ma magari vi può aiutare a ricordare!
Fare bisboccia significa quindi fare il bis della boccia!!
Ripasso lezioni precedenti:
Indice degli episodi
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Giovanni: ieri vi ho parlato di di mio, di suo, di tuo, di loro, e non vi ho detto, per non fare un episodio troppo lungo, che “di suo” è simile a “di per sé”. Stavolta si tratta di tre parole.
Sono espressioni simili ma “di suo” e simili si usano prevalentemente con le persone, mentre “di per sé” con tutto il resto. A volte però si può usare anche con le persone. Ma quando?
Intanto non posso usare “di per sé” se parlo di me o di te; sto parlando di qualcosa o qualcuno di esterno, lui o loro nel caso di persone o qualcos’altro che non sono persone ma fatti, situazioni, circostanze, oggetti.
Di conseguenza “di per sé” a volte si può usare al posto “di suo” e “di loro” parlando di una o più persone quindi. Es:
Mario, di per sé, è difficile da sopportare
uguale a :
Mario, di suo, è difficile da sopportare
e
Maria e Giuseppe, di per sé, sono brave persone
Maria e Giuseppe, di loro, sono brave persone
Queste frasi sono equivalenti.
Quindi “di per sé”, Come di “di suo” e “di loro”, si usa quando dobbiamo considerare qualcosa o qualcuno solo singolarmente, quando dobbiamo isolare un aspetto, o quando dobbiamo considerare qualcosa o qualcuno nella sua essenza, nella sua singolarità.
Vediamo alcuni esempi quando invece non parlo di persone:
Lo studio della grammatica, di per sé non è sufficiente per riuscire a comunicare in una lingua
In questi casi meglio usare “di per sé”, sebbene si possa usare anche “di suo”.
Questo significa quindi che non basta studiare la grammatica per imparare una lingua. Se la consideriamo singolarmente, la grammatica non è sufficiente: di suo o di per sé non sé non è sufficiente.
Un secondo esempio:
Il Covid ha avuto effetti molto negativi sul mondo dello spettacolo, perché il lavoro in questo settore è di per sé intermittente.
Stessa cosa: anche senza il Covid il lavoro nello spettacolo non è mai continuativo, costante, ma già di suo, potremmo dire, già di per sé, senza aggiungere altro, è incostante, quindi non così sicuro e al riparo da rischi.
Potremmo anche dire in questo caso “è già di per sé intermittente”, proprio come abbiamo fatto con “già di suo”.
Però non parliamo di persone in questo caso. Il lavoro non è un essere umano. Allora è meglio usare “di per sé” come si è detto.
Un’altra differenza:
Questa espressione si usa più spesso senza aggiungere “già” perché più che a indicare qualcosa di sufficiente (già serve a questo, ricordate?) la maggioranza delle volte indica qualcosa che di insufficiente, che non basta. Allora anche se si parla di persone in questo caso meglio usare “di per sé”.
Esempio:
Di per sé Maria non sarebbe male, ma frequenta cattive amicizie e questo la fa sembrare peggiore.
Come a dire: non basta essere delle brave persone, occorre anche frequentare persone simili a noi per essere considerate in modo positivo. Parliamo di persone quindi, e potremmo usare sia di suo che di per sé, ma parliamo di qualcosa di Maria che non basta, quindi meglio “di per sé”.
In questo tipo di frasi c’è quasi sempre un “non” un “ma” o un “però” da aggiungere, proprio perché qualcosa non basta, non è sufficiente.
Il piacere, per quanto necessario nella vita non è di per sé sufficiente per raggiungere la felicità.
Questo significa che il piacere non basta da solo (di per sé) perché occorre anche altro per essere felici: è una la forma di soddisfazione, ma molto superficiale e perciò è semplice da ottenere ma anche semplice da perdere.
Quindi ricapitoliamo: “di per sé” serve per isolare un aspetto, per considerarlo singolarmente +, e è un po’ diverso da “di suo”, “di tuo”, “di loro” innanzitutto perché stiamo parlando di qualcosa di esterno, quindi non sto parlando di me o di te. Al massimo posso parlare di una o più persone: lui o loro.
Secondo: “Di per sé” si usa sia con le persone che col resto: situazioni, caratteristiche ecc. Infine “di per sé”, spesso indica qualcosa che non basta, qualcosa di non sufficiente. Le caratteristiche proprie delle persone invece sono preferibilmente indicate con “di suo”, che spesso e volentieri sono precedute da “già” (già di suo) che sta a indicare una caratteristica che già esiste.
E adesso ripassiamo 5 espressioni già spiegate:
Hartmut: Dovrò fare mente locale quando userò questa espressione sai?
Khaled: Sarò un po’ duro di comprendonio, ma anche io non è che ci abbia capito proptio tutto!
Xin: Vai a capire quante volte dovremo ripassare questa espressione prima di poterla usare senza problemi!
Xiaoheng: é risaputo che la ripetizione è importante. Lo dice anche la prima regola di Italiano Semplicemente.
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Giovanni: oggi vorrei parlarvi di una espressione particolare: “di mio”.
Perché vi parlo di una espressione? Ve ne parlo perché queste due parole “di mio”, o “di tuo”, o “di loro” non sempre, all’interno di una frase hanno un particolare significato.
Mio, suo, loro sapete che sono aggettivi possessivi, quindi indicano il possesso:
il mio giocattolo, il tuo telefono, il loro appartamento eccetera.
La preposizione “di” davanti a questi aggettivi però non si usa molto spesso. Possiamo distinguere 3 modi diversi di usare di davanti a mio, tuo, loro.
Chi ha scritto questo libro? L’hai scritto di tuo pugno?
Questa frase “scrivere di proprio pugno” indica semplicemente l’autore di un libri, ma anche di un articolo di giornale o un qualsiasi documenti scritto.
C’è il senso del possesso anche qui, ma non si usa in questo modo con altri verbi al di fuori di “scrivere”.
Sempre con il senso di appartenenza, posso anche dire:
In questa casa non c’è niente di mio.
Il che significa che non c’è niente che mi appartiene, non c’è nulla che è mio, ma megliol dire nulla “di mio”.
Allo stesso modo potrei dire:
Di mio, in questa casa, c’è solo questo armadio
oppure anche, in senso più ampio
In questa poesia non c’è niente di tuo
che è come dire:
In questa poesia non c’è niente di Giovanni
In questo caso il senso è un po’ più largo: si parla di stile di scrittura, del modo di scrivere.
Quindi anche in questo secondo modo di usare “di mio” c’è il senso di appartenenza.
C’è un terzo modo di usare questa espressione, il modo che mi interessa maggiormente spiegarvi oggi: “già di suo”, “già di mio”, “già di loro”.
Queste espressioni – queste possiamo chiamarle così perché hanno un significato particolare – indicano una caratteristica di una persona o di una cosa che è già presente, che non ha bisogno di alcun intervento perché già fa parte di questa persona, o di questa cosa.
Mi spiego meglio con alcuni esempi:
Il Sabato è bello già di suo
Come a dire: il sabato è bello perché si chiama sabato, perché di sabato non si lavora, o perché è l’ultimo giorno di lavoro, o perché solitamente ci si diverte. Non ha bisogno di altro.
Lo stesso se dico:
Giovanni dovrebbe vestirsi bene per essere più carino. Marco invece è già bello di suo, e non ha bisogno di nient’altro.
Marco è già bello di suo: si parla sempre di appartenenza, ma non di oggetti o di cose qualsiasi, ma di caratteristiche proprie. Se vogliamo sottolineare che non c’è bisogno di intervenire per cambiare o migliorare la situazione o per aggiungere delle cose, possiamo usare questa espressione.
Andare in Italia è già di suo una grandissima esperienza, ma se vuoi esagerare puoi visitare Roma.
“Già” evidenzia la non necessità di fare qualcos’altro.
Giovanna si mette le scarpe col tacco per sembrare più alta, ma lei, già di suo, è alta 1 metro e 80 centimetri.
Senza mettere alcun tacco, Giovanna è già molto alta quindi.
Maria, che già di suo mangia moltissimo, questa settimana ha partecipato a tre pranzi di matrimonio!!
Notate come al femminile non cambia: “suo” resta “suo” anche al femminile, non diventa “sua”.
Ora è giusto che alcuni dei membri dell’associazione, che già di loro producono molte frasi di ripasso, mettano qualcosa di loro anche in questo episodio. A voi la parola:
Lejla: Certo, non ti risponderemmo mai picche Gianni!
Ulrike: Dacché ce lo hai chiesto, siamo pronti ad accontentarti!
Anthony: Io è meglio che non dica nulla. Mi risparmio una figuraccia!
Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo visto la differenza tra una frase seguita dal punto esclamativo e la stessa frase seguita dal punto interrogativo. La frase era “ma va’“. Nei due casi, come si è visto, il significato e l’utilizzo cambia completamente.
Succede spesso questo nella lingua italiana. Ad esempio anche con la, frase “ma come si fa”.
Col punto interrogativo si tratta di una domanda:
Ma come si fa?
E questa domanda si fa quando non si è in grado di fare qualcosa.
Esempio, il professore dice: ecco il compito di matematica che dovete fare.
Lo studente, se non ha studiato può rispondere: come si fa?
Cioè: come si fa questo compito?
Le domande con questa risposta sono praticamente infinite, e generalmente si tratta di cose difficili da fare, almeno per la persona che pronuncia questa frase:
Vediamo un altro esempio:
Dobbiamo immediatamente modificare questo video e renderlo più leggero, così è troppo pesante.
Come si fa a modificare un video?
Quando si tratta di una domanda, la preposizione da usare è “a”: come si fa a…
Poi si mette il verbo all’infinito, il verbo indica esattamente la cosa difficile da fare, ciò che non sappiamo come fare.
Se invece si tratta di una esclamazione cambia l’intonazione: Come si fa!
Questa è una frase che in genere è preceduta da “ma“:
Ma come si fa!!
Non si tratta di una domanda ma di una esclamazione.
Si usa quando si è molto stupiti di un comportamento di una persona, quando non ci si spiega qualcosa, quando qualcosa risulta incomprensibile. Si tratta quasi sempre di qualcosa che ha dei riflessi sulla stessa persona che pronuncia questa frase. Qualcosa di molto importante è accaduto, determinato da un comportamento sbagliato, qualcosa che si è “fatto“, quindi un’azione compiuta. Il verbo “fare” che si utilizza nell’espressione indica un’azione quindi, un’azione dalle conseguenze negative, anche molto negative.
Vediamo tre esempi:
Un figlio, non ancora maggiorenne, quindi ancora senza patente chiama a casa e dice che c’è stato un incidente con la macchina.
Il padre, sbalordito, tra le altre cose, dice:
Ma come si fa!! Come si fa! Dico io! Hai preso la macchina senza avere la patente, sei un incosciente.
Questo “come si fa” indica appunto un atteggiamento sbagliato, un modo sbagliato di comportarsi, qualcosa di non normale, di anormale, a volte di inspiegabile.
“Dico io“, o “io dico” spessissimo accompagna l’espressione “come si fa”. Si tratta naturalmente di espressioni emotive, di conseguenza fanno parte di un linguaggio soprattutto parlato. Sono frasi che escono da sole dalla bocca, frutto di una intensa emozione.
L’espressione spesso sembra proprio una domanda, perché viene completata come una domanda:
Ma come si fa a guidare senza patente dico io! Ma come ti è venuto in mente!
Secondo esempio:
Sono stato bocciato tre colte consecutive all’esame di lingua italiana.
Commento di un mio amico:
Ma come si fa! Tre volte di fila! Sei proprio un somaro!
Terzo esempio:
Komi: ancora una volta, un episodio della rubrica 2 minuti con italiano semplicemente, sfora la durata dei due minuti!
Giovanni: cosa si dice ad un amico quando dice qualcosa di poco credibile? Cosa si dice quando questa cosa che hai appena ascoltato non è credibile, cioè quando è palesemente un’esagerazione o una bugia, o una notizia falsa, quando è chiaro che è una cosa non vera?
La lingua italiana è molto generosa anche in questo caso, quindi potete usare molte espressioni particolari.
Una di queste è dire:
Ma va’!
Certo, potreste anche rispondere più semplicemente con:
Non ci credo!
Ma cosa stai dicendo?
Ma dove l’hai sentita questa?
Se invece dite:
“Ma va’!”, normalmente si accompagna l’espressione con la mano e si gira la testa a destra o sinistra. I membri dell’associazione italiano semplicemente possono vedere anche un brevissimo video in cui mostro questo movimento.
Ma va!
Va’ è la terza persona singolare del verbo andare , e questo sembra un invito ad andare da qualche parte.
Conoscete tutti la parolaccia italiana simile a questa espressione vero?
Ebbene, questa parolaccia sarebbe certamente un’esagerazione in questo caso quindi è sufficiente dire:
Ma va’!
Spesso si raddoppia:
Ma va’ va’!
Come a dire:
Ma non dire sciocchezze!
Ma che dici!
Ma cosa stai dicendo!
Ma vai a raccontarlo a qualcun altro!
Ci sono anche delle varianti regionali. A seconda della regione in cui vi trovate poi potrebbe diventare:
Ma va’ là (Ma valà, Mavalà) potete scegliere come scrivere, si usa infatti solamente all’orale.
Ma vatti a ripone!
Ma vammoriammazzato!
Ma vadavialcú!
E tante altre simili.
La prima (ma valà) è abbastanza diffusa nel nord Italia, ed è equivalente a “ma va’“. Le altre sono di località diverse ma più pesanti, assimilabili a degli insulti o offese, ma tra amici spesso vengono usate.
Invece “ma va’” la potete usare tranquillamente, sempre con amici ovviamente, fate attenzione! Sempre meglio accompagnare con un sorriso.
Infatti si usa anche seriamente quando non volete più discutere con una persona e terminate il discorso in questo modo. È un modo brusco per liquidare una persona.
È una alternativa meno maleducata che sostituisce il classico “vaffanculo”, la parolaccia di cui vi parlavo prima e che tutti conoscete.
Avete voglia di usare subito questa nuova espressione?
Bene, allora grazie di aver ascoltato anche questo episodio di due minuti.
So cosa stare pensando….
Comunque devo dire che “ma va’” può anche essere una domanda:
Ma va’?
Come a dire:
Davvero? Ma non ci posso credere! Quello che mi hai detto è incredibile.
Anche qui il modo di pronunciare questa frase è fondamentale perché si usa anche quando una cosa è scontata e quindi mi dà fastidio averla ascoltata da te, come se tu dubitassi della mia intelligenza:
Sai che in Italia si mangia bene?
Ma va’?
Come a dire: certo che lo so, lo sanno tutti!
In pratica si fa finta di essere stupiti, si finge stupore, e il tono da usare deve essere adatto, quindi un po’ esagerato, uno stupore esagerato.
Adesso la parola sta a voi!
Sapete che c’è un ripasso alla fine di ogni episodio di questa rubrica?
Lejla: Ma va’? Komi:e fu così che anche questo episodio superò i due minuti. Siamo alle solite! Però l’episodio mi è piaciuto molto. Rauno: lo stesso dicasiper me.
Italiano per Ispanofoni – l’ultimo libro di Italiano Semplicemente
La facilidad de los hispanófonos al entender el sentido general del italiano les impide ver las diferencias entre los dos idiomas. Por eso el italiano resulta tan difícil de dominar.
El objetivo de este libro no es el de explicar los significados de 24 expresiones – lo que ya hizo Giovanni Coletta en italiano en su web Italiano Semplicemente – sino de las decenas de otros elementos de la lengua que fácilmente pasarían desapercibidos al escuchar o leer superficialmente los textos.
El resultado es una panorámica de las dificultades del italiano específicas para estudiantes hispanófonos que, tras acercarse al italiano, comienzan a descubrir sus sutilezas, desveladas por profesionales de la enseñanza que con su experiencia transforman los audios de Giovanni en una guía a sus misterios más fascinantes y útiles.
Una colección de materiales que los cursos tradicionales no incluyen; las explicaciones que hasta ahora sólo se daban en el aula de los afortunados que toman clases con profesores que conocen perfectamente el español y saben analizar las diferencias entre estos dos idiomas, tan parecidos pero por eso mismo tan engañosos, reunidas en un texto imprescindible para quien quiera avanzar sin perder tiempo en el estudio del idioma de Dante.
Con ejercicios.
Giuseppina: ricordate l’espressione “le ultime parole famose”? L’abbiamo spiegata due puntate fa sempre nella rubrica due minuti con italiano semplicemente.
Ebbene c’è un’altra espressione simile che si usa meno a fini scaramantici, cioè per allontanare la sfortuna, ma più per ridere, per ironizzare su un situazione o su una affermazione che potrebbe risultare falsa, proprio come “le ultime parole famose”.
L’espressione è “e fu così che...”. Questo è solo l’inizio della frase che poi continua sempre in modo diverso.
“Fu” è il passato remoto del verbo essere.
“Fu così che” si pronuncia sempre non appena qualcosa è stato detto, qualcosa che è stato pronunciato con tono sicuro, come ad esprimere sicurezza o la non paura di un pericolo.
Ad esempio, se sto per entrare in un bosco di notte, potrei dire:
Non c’è nessun problema, riuscirò ad attraversare il bosco senza problemi!
Qualcuno potrebbe dire, in quel momento:
e fu così che si persero nel bosco…
Con questa frase, pronunciata usando il passato remoto (fu, si persero) si immagina di trovarsi nel futuro e di parlare di questa faccenda accaduta tanto tempo fa, come quando si racconta una cosa curiosa o interessante.
Se ci pensate ci troviamo nella stessa situazione di quando diciamo “le ultime parole famose”. La differenza è che “e fu così che…” si usa sempre prima che accada questo evento, in genere negativo. Ci si pone quindi nel futuro, a raccontare una vicenda passata divenuta famosa, celebre, degna di essere raccontata. In questo modo si fa quindi ironia su una possibilità futura, che comunque in generale può anche essere positiva.
Ad esempio se tu mi dici:
giochiamo alla lotteria, c’è in palio 1 miliardo di euro.
Si ok, rispondo io, gioco anch’io anche se so benissimo che non vincerò mai.
Tu potresti rispondermi: e fu così che diventò miliardario…
Allo stesso modo potrei dire:
Le ultime parole famose!
Potete usare l’espressione di oggi in molte occasioni diverse, quasi sempre per fare ironia su una dichiarazione o comunque delle parole appena pronunciate da un amico o parente.
Potete usarla anche sulle vostre stesse parole, facendo autoironia in questo caso.
Solitamente la frase inizia sempre con la e: “e fu così che…” per aumentare l’enfasi su ciò che accadrà, o meglio che potrebbe accadere in futuro. Potete comunque anche dire “fu così che…” senza problemi.
E fu così che anche l’episodio 348 durò più di due minuti e gli ascoltatori persero la pazienza!
Anthony:
E’ POSSIBILE MAI che TOCCA DI NUOVO A ME scrivere una frase di ripasso? LA VEDRESTE bene se provassi a SFODERARNE una stracolma delle nostre espressioni come i pendolari ACCALCATI sull’autobus all’ora di punta? Non sarebbe FUORI LUOGO, cioè inopportuno, se mi mettessi di nuovo in evidenza? Spero di no! Va bene. BANDO ALLE CIANCE (frase dal corso professionale) ragazzi! Ve ne scrivo una nuova. Però sono convinto che @Andre ci ironizzerà sopra dicendomi o “BONTÀ TUA!” o “ahó! (esclamazione romanesca) DACCHÉ le frasi di ripasso non TI DEGNAVI mai di scriverne una. E ne fai una ogni giorno ormai!” Come RISPOSTA, gliene farei una SIBILLINA. TAGLIANDO CORTO, gli direi “PUO’ DARSI!”. Ma in realtà, da questa settimana in poi mi metto a partecipare DI BUONA LENA ogni giorno, IL CHE SIGNIFICA *che* dovrete ABBOZZARE sempre di più le mie STUPIDAGGINI/SCIOCCHEZZE/FESSERIE scritte. Intanto ragazzi ve saludi (dialetto lombardo con uso ironico qui)! E domani CI RIAGGIORNIAMO!
Giuseppina: Ho una domanda per voi: Vi hanno mai risposto picche ?
Ripeto: vi hanno mai risposto picche?
Dovete sapere che non è certamente piacevole sentirsi rispondere picche. Perché se qualcuno vi risponde picche non vuol dire che vi dice “picche”; non vuol dire che questa persona pronuncia la parola “picche”, ma significa che vi dice “no”.
L’espressione viene dal gioco delle carte. Chiunque giochi a poker o comunque con le carte da poker, sa bene che esistono quattro semi, cioè quattro gruppi di carte simili: le carte di cuori, quelle di quadri, quelle di fiori e quelle di picche. Cuori e quadri sono di colore rosso, mentre fiori e picche sono nere.
Nel gioco delle carte il verbo “rispondere” non significa parlare e pronunciare la risposta ad una domanda, ma vuol dire gettare una carta sul tavolo, mettere, giocare quella carta. E le carte hanno un valore diverso a seconda del seme. Infatti i cuori hanno un valore più alto, poi vengono i quadri, poi fiori e alla fine vengono le picche, che sono le carte che hanno il valore più basso.
Comunque per usare questa espressione non è necessario saper giocare a carte. Infatti rispondere picche, come vi dicevo, è un “no” particolare. Rispondere picche significa infatti rifiutarsi, opporre un rifiuto a una richiesta, o anche negare un favore.
Vedete quindi che la domanda che si fa prevede un “si” oppure un “no” come risposta, ma si tratta di richieste e non di domande:
Ho chiesto un prestito alla banca, ma miharisposto picche.
La banca ha detto no, niente prestito.
Se chiedi un favore ad un amico l’ultima cosa che desideri è che ti venga risposto picche.
È un no molto fastidioso. Ovviamente informale come espressione. Più normalmente si può dire:
Non concedere un favore
Negare un aiuto
Opporre un rifiuto o un “diniego”
Rifiutarsi
Ricordate che si può rispondere picche solo se si tratta di richieste e non di domande generiche:
Vieni con me al cinema?
Ci sposiamo?
Mi aiuti per favore?
Mi perdonate se ho superato i due minuti?
Se non mi rispondete picche vi faccio ascoltare una frase di ripasso delle espressioni precedenti.
Komi: a me non piace rispondere picche, fosse anche per non sentirmi dare della maleducata. Carmen: secondo me invece ogni tanto non fa male rispondere picche, perché spesso e volentieri la gente se ne approfitta della tua disponibilità
Anthony: Grazie! Ma almeno agli amici trattiamoli bene. Altrimenti poi potrebbero fare i sostenuti, e l’amicizia rischierebbe di venirmeno.
Giuseppina: c’è un’espressione italiana che si utilizza quando ci si augura che delle parole non vengano smentite dai fatti. Parliamo di questo argomento in questo episodio della durata di due minuti.
Mi riferisco a quando una persona prova a fare una previsione ottimistica su qualcosa, nella speranza che le cose vadano bene. Bene come si è previsto.
Spesso noi italiani in questi casi amiamo pronunciare delle formule scaramamtiche, nella speranza che non si venga contraddetti dalla realtà. Una si queste formule è “le ultime parole famose“.
Ad esempio:
Domani potremo fare la gita in montagna? Il tempo sarâ buono?
Credo di sì, domani infatti non dovrebbe piovere. Speriamo che non siano le ultime parole famose.
Questo significa: speriamo di non essere smentito dai fatti.
Speriamo che le mie parole non vengano ricordate in futuro come le ultime pronunciate da me prima di morire. Speriamo che queste parole non diventeranno famose, cioè conosciute da tutti proprio per questo motivo.
Questo è il senso ironico dell’espressione.
Ovviamente nessuno perderà la vita, nessuno morirà, quindi non saranno le ultime parole pronunciate. Non è il caso di interpretare seriamente la frase, che invece è ironica
Si può usare anche a posteriori, cioè dopo che le nostre previsioni, purtroppo, non si sono avverate.
Così ad esempio il giorno successivo, alla partenza della gita, appena inizia a piovere potrei dire:
Ecco, chi aveva detto che oggi non pioveva? Le ultime parole famose!
Allora ho superato la durata di due minuti?
Giovanni: non so, vediamo ne riparliamo dopo il ripasso di Ulrike e Anthony.
Anthony:
Scusate ragazzi se MI FACCIO VIVO di nuovo per scrivere un’altra frase di ripasso. sì è vero! SONO TORNATO ALLA CARICA. Facendo così è chiaro che mi renderò SOGGETTO A scherno da parte di qualcuno. Ma SI DÀ IL CASO CHE non me ne freghi niente. Ho cincischiato troppo lasciando che altri impegni si mangiassero il tempo che mi sarebbe piaciuto passare con voi nel gruppo. ERO troppo RESTIO a partecipare insomma. Avrete già capito allora che ERA ORA di ROMPERE GLI INDUGI. Quindi PRENDO E scrivere di più! Tra le altre cose da integrare nelle mie scritte, MI SONO PREFISSO l’obiettivo di CHIAMARE IN CAUSA un altro membro del gruppo. Per L’ESORDIO di questa mia nuova tradizione, non posso non nominare la grande Ulrike. Niente TIRO MANCINO però! Vorrei solamente che replicasse con una frase di ripasso BELLA LUNGA, colma delle nostre frasi, e fatta A MODO SUO!
Ulrike:C iao a tutti i lettori e ascoltatori della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Se volete sapere qual buon vento mi ha portata nell’episodio di oggi, è stato Anthony, un’ altro membro dell’associazione italiano semplicemente che di punto in bianco mi ha chiamata in causa a rispolverare qualche espressione precedente della rubrica. Vi dico, a prima vista mi sembrava un’idea peregrina, almeno un po’ osè. Spontaneamente volevo rispondere: Anto, che stai facendo, sfacciato, che non sei altro. Poi però a ragion veduta mi sono detta, pazienza Ulrike, ce la farai senz’altro. Ed infatti, mi diceva bene ed ho sfoderato in men che non si dica una bella manciata di espressioni. E per questo posso tranquillamente chiudere qui. Ho raccolto la provocazione di Anto, non potevo farne a meno. Penso sia diventato un ripasso proprio come si deve.
Emanuele: quanto doveva durare questo episodio? 2 minuti? Le ultime parole famose eh?
Giuseppina: l’episodio di oggi è sul termine dacché, un’unica parola che si scrive con due c, l’acca e una e accentata. Dacché si può scrivere anche con due parole staccate “da che”, ma si sa come è fatta la lingua italiana e spesso due parole diventano una sola. E c’è sempre un motivo per questo. Infatti dacché si usa in particolari circostanze e spesso ha lo stesso significato di poiché, dato che, dal momento che, siccome. Es: dacché Giovanni desidera una mela, gliela darò.
Si sta quindi dicendo il motivo per cui si compie un’azione. Dacché esiste anche questo termine occorre spiegarlo anche ai non madrelingua. Esempi di questo tipo se ne possono fare a bizzeffe. C’è anche un uso di dacché che ha a che fare col tempo: Dacché sei andato via, non ci divertiamo più. Significa semplicemente “da quando”. La preposizione “da” si usa però spesso per indicare un cambiamento: Da qui a li Da oggi a domani Da quando non ci sei tutto è cambiato. E infatti dacché ha anche un altro utilizzo, proprio quando i sono dei cambiamenti rilevanti che ci colpiscono. Si usa per indicare la situazione precedente al cambiamento:
Cosa? Ora ami i gatti? Dacché dicevi che li odiavi, adesso li ami?
In questo modo voglio evidenziare questo cambiamento: prima la situazione era diversa da adesso.
Dacché sembrava dovessi morire dalla stanchezza, adesso vuoi andare a ballare?
È un modo abbastanza veloce di evidenziare un qualcosa che stupisce. Potete usarlo senza problemi nelle modalità che vi ho descritto. Certo, non lo usano tutti gli italiani, ma tutti lo capiscono. Lo usano spesso i giornalisti. Giovanni: ed ora un po’ di ripasso. Scusate se parlo poco ma mi trovo in vacanza in montagna
Giuseppina: cosa succede quando una cosa non serve più?
Si butta via, cioè si getta, si butta. Il verbo buttare ed anche gettare lo conoscete tutti probabilmente.
Sì usa con l’immondizia, la spazzatura che si getta tutti i giorni.
Chi va a gettare la spazzatura?
Ci penso io a gettarla. In genere si usa gettare se parlo della spazzatura. Buttare che ha o stesso significato si usa maggiormente con le cose che non servono più. Si può aggiungere anche “via”.
Questo armadio ormai è da buttare via. È vecchio.
C’è un’espressione che si usa in diverse parti dell’Italia che si usa invece proprio con un senso opposto quando cioè c’è qualcosa che non è male, che non ha una cattiva qualità, e che quindi può andar bene.
È molto importante l’uso del giusto tono da usare.
Ea:
Per cena nin abbiamo molto per stasera. Abbiamo solo della lasagna al forno.
Della lasagna? Buttala via!
Questo non è affatto un invito a liberarsi dell lasagna, a buttarla, tutt’altro!
La frase equivale a:
Una lasagna non è affatto male.
È che vuoi buttarla via?
Una lasagna? Hai detto niente!
Una lasagna non è per niente male!
Una lasagna? Lo dici come se fosse una cosa cattiva!
Mi va benissimo la lasagna!
Potete usare questa espressione in ogni circostanza quando volete sottolineare la qualità di qualcosa che viene presentata in modo negativo o neutro.
Quest’anno non possiamo andare all’estero. Dobbiamo accontentarci di una vacanza di 15 giorni in Italia.
E buttala via!
Potremo anche dire: mica male!
Ci va benissimo anche così!
Potete usare la frase al singolare o al plurale, maschile o femminile. Il tono è la cosa importante.
Carmen: Tanta gente pretende di cambiare in un giorno.
Per sentito dire bisogna invece tener duro per almeno 21 giorni affinché da un’azione diventi un’abitudine. Altro che storie!
Occorre armarsi di disciplina solo all’esordio, poi si procede a gonfie vele. Ma mi raccomando , non fermartevi. Se sgarrate un giorno durante questo periodo, sareste fritti. Vostro malgrado paghereste lo scotto e dovreste ricominciare daccapo. Io sono ancora a carissimo amico , ma mi sa che stavolta sia la volta buona e la farò diventare un abitudine quella dell’ascolto dei due minuti con italiano semplicemente.
Giuseppina: siamo arrivati all’episodio 343. Niente male vero? Se avete seguito sin dall’inizio questa rubrica, sicuramente ora sarete abbastanza avanti col vostro italiano. Se invece ancora siete acarissimo amico, di strada ne avete ancora molta da fare.
Essere a carissimo amico è l’espressione che vi spiego oggi. Molto simpatica vero? Deriva dalla lingua delle lettere scritte.
Quando scrivete ad un amico, la primissima frase potrebbe essere proprio questa:
Caro amico, oppure carissimo amico…
Poi, segue il resto della lettera, che può essere anche piuttosto lunga.
Questa espressione si usa per analogia per indicare che ci si trova solo all’inizio di un lungo percorso: un lavoro, una strada, o una qualunque altra attività.
Quindi siamo abbastanza indietro, abbiamo ancora molta strada da fare.
Quando vi trovate solamente all’inizio di una attività potete perciò usare questa simpatica espressione.
L’idea quindi è che state in ritardo, che vi aspetta ancora molta strada.
Si può usare in ogni contesto, e spesso si usa quando questo ritardo è ingiustificato. Ma non è detto. In generale basta essere in ritardo.
Quanti esercizi hai fatto tu? Io sono al 22-esimo.
Ah, io sono ancora a carissimo amico!
Naturalmente è familiare, informale. Si usa con amici e parenti.
Hai finito col sistemare il giardino?
No, sono ancora a carissimo amico.
Allora noi intanto andiamo al ristorante, ti aspettiamo lì.
Giovanni: adesso ripassiamo.
Chiedo a uno dei membri dell’associazione italiano semplicemente se ha qualche frase per ripassare le espressioni già spiegate. Mi serve un bel ripasso con i fiocchi però!
Komi:
*Mi sto scervellando* ma purtroppo non riesco a *sfoderare* nessuna frase di ripasso *con i fiocchi*. *Vai a capire* perché!
*Mi fa specie* che lo dica proprio io, ma *può darsi che* sia la stanchezza 😑 ? Non sono più *in vena*, *non fosse altro che per questo*. *Perso per perso* comunque *ho provato , dicendomi *hai voluto la bicicletta? Allora pedala*. *come lo trovate questo ripasso? sara la pigrizia? *Pensa un po’* che *per colpa di questo vizio* quasi quasi non *rispolveravo* le espressioni imparate ! *E possibile mai *? Spero di essere riuscita a *risparmiarmi* le vostre accuse.
Giovanni: tutti voi, studenti o amanti della lingua italiana, sapete sicuramente la differenza tra dare del tu, dare del lei e dare del voi.
Questo modo di usare il verbo dare è naturalmente un po’ anomalo, considerando che di solito ci sono oggetti che vengono dati, e tra l’altro quando si dà qualcosa c’è qualcun altro che riceve quella cosa.
In “dare del tu” e “dare del lei” o del voi, dare sta per rivolgersi. Ci stiamo rivolgendo ad una persona.
Un modo simile di usare dare in questo modo è usare gli aggettivi.
Dare dello stupido
Dare dell’incompetente
Dare dell’idiota
Dare del ladro
Se ci avete fatto caso sono tutti aggettivi negativi.
E infatti “dare del” si può usare solamente con le accuse.
Si tratta quindi di giudizi negativi, anzi, di vere e proprie accuse. Si tratta di dire in faccia, o almeno apertamente, un insulto.
Tecnicamente si potrebbe fare anche con i complimenti, ma suonerebbe come una battuta ironica, una specie di presa in giro, più che come un complimento.
“Dare del”, quindi, in poche parole, si usa per insultare o accusare, in genere gravemente, una persona. Per rivolgergli contro un’accusa.
Ci sono simili per esprimere lo stesso concetto.
Se io ti dò del ladro ti accuso di essere un ladro.
Se tu mi dai dell’incompetente mi consideri un incompetente e me lo dici pure.
Se lui dà a te dell’imbecille allora lui ti dice in faccia di essere un imbecille.
Se Carmela dà a Maria della spudorata, allora Carmela insulta Maria dandole della spudorata, dicendole di essere una spudorata.
Si usa spesso questa modalità di giudizio accusatorio quando sono accuse dirette, quando ci si rivolge apertamente ad una persona, anche non direttamente ma attraverso i giornali o altre persone, senza usare mezzi termini e senza fare giri di parole inutili. L’accusa è chiara e diretta.
Si usa in genere verso persone singole e non al plurale, con accuse rivolte a più persone, sebbene in teoria si possa fare senza problemi.
Si parla anche di “affronto” molto spesso in questi casi.
Un affronto è un’offesa, un’ingiuria, un oltraggio, una provocazione.
Se volete saperne di più su questi termini date un’occhiata all’episodio dedicato agli insulti ed alle ingiurie. Così, se qualcuno vi dà dellignorante gli farete sapere tutto ciò che avete imparato.
Sapere come si usa il verbo sapere in questo caso?
Mi riferisco al congiuntivo presente del verbo sapere, molto usato quando si chiedono informazioni.
Scusa, mi sai dire dov’è Giovanni?
Risposta:
Che io sappia, oggi usciva alle 13, quindi ancora dovrebbe essere in ufficio.
“Che io sappia” significa, in questa frase,”per quanto ne so io“.
In pratica si sta dando una risposta, cercando però di spiegare che le proprie conoscenze potrebbero essere sbagliate. E’ come dire: “io so che lui oggi usciva alle 13, ma non so se poi ha cambiato idea” ad esempio. Questo è uno dei modi per usare il congiuntivo.
Insomma non si tratta di risposte certe, sulla quale si possa fare affidamento completo. Non si usa però con tutti:
Si usa anche con tu:
Che tu sappia, Giovanni è ancora in ufficio?
é come dire: non voglio la certezza, ma tu cosa ne sai? Hai qualche informazione in merito? Hai saputo notizie da lui o da qualcun altro?
La risposta non è impegnativa.
Potrei anche chiedere semplicemente: Giovanni è ancora in ufficio?
Se chi risponde è sicuro della risposta può dire:
Sì, l’ho appena visto!
Certo, ci ho appena parlato
No, oggi non è venuto
Se invece non è sicuro ma sa qualcosa può dire:
Che io sappia oggi non veniva in ufficio, però controlla, non si sa mai.
Difficile usare “che lui sappia” o “che lei sappia” perché questa modalità si usa per dire un’opinione personale o per chiederla ad un’altra persona.
Posso dire “che lei sappia” ma sto dando del lei ad una persona anziché del tu.
Non si usa neanche con noi: “che noi sappiamo”. Si preferisce in questi casi usare al limite:
“Per quanto ne sappiano noi”.
“Che voi sappiate” invece si usa spesso perché si stag facendo una domanda a un gruppo di persone (almeno due):
Ciao ragazzi, che voi sappiate oggi si va a cena a Roma vero?
Una possibile risposta:
Per quando ne sappiamo noi sì, la cena è confermata per le ore 21.
Ugualmente “che loro sappiano” è difficile usarlo, semplicemente perché non posso parlare a nome di altri.
Qui di “che io sappia” è l’inizio di una risposta non impegnativa e “che tu sappia” sono l’inizio di risposte sulle quali si dichiara il proprio stato di conoscenza dei fatti, senza avere alcuna certezza che sia la risposta giusta.
Khaled: Io vorrei rivendicare il diritto di non usare il congiuntivo!
Komi: esistono dei modi per evitare il congiuntivo forse?
Giovanni: Ricordate che abbiamo parlato di “fare salvo” qualcosa? Lo abbiamo visto nell’episodio n. 170 di questa rubrica.
Ebbene, il termine salvo si usa spessissimo anche nell’espressione “salvo poi“. Il termine salvo infatti si usa come abbiamo visto per introdurre una eccezione.
Quando le eccezioni riguardano i comportamenti, l’espressione “salvo poi” arriva in nostro soccorso, quindi ci può aiutare a parlare di eccezioni in modo molto elegante e spessissimo in modo ironico. In tal caso si tratta di contraddizioni.
L’uso di “salvo poi” infatti è quasi esclusivamente dedicato a frasi ironiche.
Vediamo qualche esempio:
C’è un politico italiano che pubblicamente afferma che bisogna indossare sempre le mascherine per contrastare il coronavirus, salvo poi dimenticarsi di indossarla ogni volta.
Potrei anche dire:
Ma poi si dimentica sempre
Però poi si dimentica sempre
Nonostante questo, si dimentica sempre
Voglio quindi evidenziare una contraddizione. Questo è il mio obiettivo.
Come a dire: “non è un caso che accade questo“. L’ironia sta nell’utilizzare il termine “salvo” per introdurre quella che potrebbe sembrare una eccezione o una casualità. Invece non lo è.
A volte si usa “salvo poi” non necessariamente per fare ironia ma per instillare un sospetto, per far dubitare di questo, di questa casualità, che casualità potrebbe non essere.
Vediamo altri esempi:
Il professore di grammatica italiana mi diceva che il mio metodo per insegnare la lingua era sbagliato, e mi criticava, salvo poi affermare, qualche anno dopo, che se non si ascolta e non si parla è impossibile imparare a comunicare.
C’è una contraddizione anche qui, che evidenzia un ripensamento sospetto. Il messaggio è: adesso il professore ha cambiato idea.
Potrei anche sostituire “salvo poi” con “per poi” o anche “e poi“, o anche “e invece poi” (l’invece serve a evidenziare la contraddizione) ma si perde un po’ il senso ironico. Allora magari se vogliamo essere più seri non usiamo “salvo poi” ma una di queste tre forme
Non puoi trattarmi male per poi dire che mi ami!
Diceva di non aver fame, e poi si è mangiato 1 kg di fettuccine!
L’amore è una sciocchezza, diceva Giovanni, salvo poi farsi 12 ore al mese di viaggio per andare a trovare la fidanzata brasiliana.
Notate che dopo “salvo poi” ci va un verbo o all’infinito o nella forma riflessiva:
forma riflessiva significa: Salvo farsi, salvo mangiarsi, salvo aversi eccetera.
Lo stesso se usiamo “per poi” se vogliamo esprimere lo stesso concetto, mentre “e poi“, sempre se vogliamo esprimere una contraddizione, richiede generalmente l’indicativo:
Dicevi che non volevi andare a Roma i vacanza e poi scopro che hai passato tutte le ferie nella capitale!
Xiaoheng (Cina): dici sempre che l’episodio sarà di due minuti, salvo poi scoprire che non è così! Anche questo è bello lungo!
Komi (Congo): ma è per via della complessità della spiegazione, abbi pazienza!
Rauno (Finlandia): io non ho commenti da fare circal’episodio di oggi.
Giovanni: mi capita, a volte, mentre mi scrivo con degli amici non madrelingua italiana, di veder confondere l’utilizzo delle diverse modalità che si possono usare per “imputare” qualcosa qualcuno o a qualcosa. Imputare, come verbo, ha a che fare con la causa e con l’effetto.
Mi spiego meglio.
Se dico:
È merito tuo se sto imparando l’italiano velocemente.
È colpa mia se non stai bene.
Grazie a te sono un uomo felice.
Per via del temporale non sono potuto uscire di casa.
C’è sempre una causa e un effetto. Se l’effetto è negativo parliamo di colpa, o anche di causa.
È colpa tua se sono malato
Sono malato per colpa tua
Sono malato per causa tua
Hai causato tu la mia malattia.
Hai provocato tu la mia malattia
Hai determinato tu la mia malattia
Hai prodotto tu la mia malattia.
Con la colpa si punta il dito molto di più, causare invece è meno forte, e i restanti verbi usati sono in realtà utilizzabili anche se l’effetto è positivo. A parte provocare.
Se l’effetto è positivo si parla di merito, generalmente.
È merito mio se sei felice
Sei felice per merito mio
Il merito è mio se sei felice
Ma posso dire anche:
Sono io l’artefice della tua felicità
Sono stato io a determinare la tua felicità.
In realtà però determinare e produrre hanno diversi usi ma parlando di causae effetto sono prevalentemente usati se si parla di cose logiche, tecniche o materiali.
Cosa ha determinato la sconfitta della Juventus?
Il terremoto è stato prodotto da una esplosione.
La distruzione del bosco è stata prodotta dagli incendi estivi.
Una cosa importante da dire è che il passaggio da causa ed effetto richiede l’uso di verbi diversi a seconda se si vuole indicare la causa o l’effetto.
Prima ho usato il verbo imputare, che significa quindi attribuire, ascrivere. Si indica in questo modo la causa.
Imputo a te il fallimento
L’inquinamento è da ascivere al nostro comportamento sbagliato
Non attribuire a me la colpa.
Per indicare invece l’effetto si usano verbi diversi:
Provocare un incendio
Causare un danno
Determinare il fallimento
Produrre un disastro.
L’uso del giusto verbo dipende pero anche dal tipo di effetto, positivo o negativo.
Parlando di merito, quinsi se l’effetto è positivo, questo si può può attribuire o imputare o ascrivere:
È merito tuo se sono salvo.
È grazie a te se sono salvo.
Imputare è abbastanza neutro. Si può imputare sia un merito che una colpa.
Non imputare a me i tuoi fallimenti. Cioè:
Non dare la colpa a me, non colpevolizzare me, non dire che è colpa mia.
Quindi dire che una cosa “è merito” di qualcuno significa che è grazie a lui che si è avuto l’effetto positivo.
La colpa invece si può sostituire con altri termini più difficilmente.
Al massimo potrei usare demerito, ma generalmente non si usa dire “è demerito mio, è demerito tuo eccetera. Si usa invece dire:
Questo è un mio demerito
L’unico tuo demerito è di non aver studiato abbastanza.
Demerito è anche un po’ più leggero rispetto a colpa. Spesso è legato a cose non fatte o non dette.
Un ultimo modo per imputare è usare “per via di“.
“Per via di” non è legato alla colpa ed al merito, ma solo al rapporto tra causa e effetto.
Per via di questo temporale non possiamo andare al mare.
Per via di un malinteso non abbiamo raggiunto un accordo
Perché non hai tempo per imparare l’italiano? Per via dei tuoi figli?
Quando la “causa” è legata a persone, ma non vogliamo incolparle, possiamo usare “per via”. Quando invece non ci sono persone di mezzo ma la causa è un fatto accaduto – di solito un problema – ha ancora meno senso usare la colpa e il merito.
In questi casi “per via” è molto adatto. Simile a “per effetto”, che però richiede sempre una specifica.
Per effetto della pandemia siamo tutti chiusi in casa.
“Per via” è infatti usato anche quando non vogliamo specificare troppo la causa, o quando gli effetti non sono molto negativi. Parliamo più che altro di ostacoli o problemi arrivati all’ultimo minuto.
Devo rimandare l’appuntamento per via del lavoro.
Per via di un impegno il direttore non sarà alla riunione.
Per via della complessità dell’episodio ho impiegato molto tempo a realizzarlo.
Giovanni: Restiamo sul linguaggio informale, quello più usato dagli italiani tra italiani.
Anche perché il linguaggio di un madrelingua mediamente è quello che è, e non possiamo parlare troppo liberamente, troppo velocemente o in modo troppo complicato quando parliamo con uno di loro.
“È quello che è”. Questa è l’espressione di oggi.
Questa espressione come si usa? Può essere usata in diversi modi.
Freud diceva che ognuno è quello che è non perché lo vuole, ma perché qualcosa nella vita lo ha reso tale.
In questo caso la frase indica le caratteristiche di una persona o di una cosa e non possiamo parlare di una espressione particolare. Equivale a:
è ciò che è
ha le caratteristiche che ha
è così com’è
è ciò che vedi
è così come lo vedi
eccetera
Ad esempio:
Mario è quello che è perché lo hanno ben educato
Potrei dire:
Mario è così gentile sei perché lo hanno ben educato
Mario è così com’è perché lo hanno ben educato
Mario è in questo modo perché lo hanno ben educato
Mario ha questo modo di fare perché lo hanno ben educato
Un secondo modo di usare “è quello che è”, più particolare del primo, è quando sto dando un giudizio non positivo. E questo è il modo in cui “è quello che è” assume un significato preciso:
Perché la Roma non vince mai scudetti?
Perché la Roma è quello che è, e i giocatori sono quello che sono.
Come a dire: niente di che, niente di rilevante, nessuna qualità particolare, nessun livello elevato.
Si usa questa frase quando non ci deve aspettare più di tanto, quando si devono avere pretese non troppo alte, quando le aspettative non possono essere troppo elevate, quando non si deve essere troppo pretenziosi.
I pretenziosi sono coloro che pretendono troppo, coloro che sognano troppo ma che invece devono tenere i piedi a terra.
Allora posso dire che:
Non ti devi arrabbiare se un italiano spesso non rispetta tutte le regole, perché gli italiani sono quello che sono.
Sia ben chiaro: frasi di questo tipo possono essere abbastanza offensive, anche perché è come se si stesse dicendo una cosa che tutti conoscono, una cosa nota, uno stato dei fatti.
Non sempre, a dire il vero, si tratta di giudizi necessariamente negativi. A volte la notorietà, o meglio lo stato dei fatti, è l’unica componente o comunque è il fattore più importante da considerare.
In Brasile fa caldissimo in certi periodi dell’anno. Purtroppo la temperatura in Brasile è quello che è.
In casi come questo si tratta sempre di aspettative che non possono essere diverse, nel senso:
Cosa ti aspettavi? Pensavi che in Brasile facesse freddo?
Insomma si tratta di cose che non si possono cambiare: sono così, sono quello che sono, e bisogna accettarle. Potrei anche dire:
Giovanni è quello che è, non ti puoi lamentare se spesso si distrae e non sta attento. E’ sempre stato così: accettalo!
Anche in questo caso si tratta di cose che non si possono cambiare.
Allo scritto difficile trovare esempi di utilizzo di “è quello che è“, sia nel primo caso che nel secondo, anche perché la frase spesso termina con un verbo, oppure c’è una virgola e questo, come sapete bene, non succede mai, o quasi mai.
L’espressione si può estendere anche al verbo “volere“, con lo stesso senso di “non aspettarsi cose diverse”, “non pretendere cose diverse”. La componente negativa è abbastanza attenuata. Abbiamo già visto una frase simile: “che vuoi“. Andate a vedere se non la ricordate.
Per sviluppare un vaccino contro il corona-virus ci vogliono i tempi che ci vogliono, non si può pretendere che con un mese o due si riesca a trovare.
Potrei dire ugualmente che “i tempi di attesa sono quelli che sono“. Stesso senso della frase.
Komi: Allora? sono passati i due minuti, no? E’ mai possibile che ti debba sempre aspettare?
Mariana: ci vuole il tempo che ci vuole!
Komi: anche la mia pazienza è quello che è!
Mariana: non la fare tropo lunga e aspetta! L’amore è anche attesa!
Giovanni: cosa succede quando si ripete una parola due volte?
Potremmo fare tanti esempi, e abbiamo già visto insieme ad esempio l’espressione “zitto zitto”, e oggi ne spieghiamo un’altra:
Ancora ancora. Che significa?
Ve lo dico subito:
Quando si è disposti ad accettare qualcosa, ma non più di questo, o quando riusciamo a raggiungere un livello accettabile, ma non di più, o non qualcosa di diverso, possiamo usare “ancora ancora”.
È più facile spiegarlo con degli esempi, ma ripetendo la parola “ancora”, il significato è praticamente l’opposto rispetto a “ancora”, che da sola significa “di più”, “in più”.
Ancora ancora quindi è simile a “almassimo“, “allimite“.
Si usa per fissare un limite in modo informale, colloquiale. Inoltre si parla anche di qualità a volte, nel senso che questo massimo accettabile, questo limite tollerabile è un limite anche qualitativo. Di più o diversamente non possiamo accettarlo, o non è sufficiente, non basta.
Vediamo qualche esempio:
Giovanni ancora ancora potrebbe riuscire a spiegare 10 espressioni idiomatiche in 10 minuti, ma è lo stesso per gli altri professori di italiano?
Vedete che in questo modo “ancora ancora” è come dire che Giovanni potrebbe riuscirci, probabilmente ci riuscirebbe al limite, oppure “bene o male”, “in qualche modo” potrebbe riuscirci, ma non un numero maggiore di 10. Oltre anche Giovanni avrebbe difficoltà.
Quindi “ancora ancora” esprime una misura, un limite massimo oppure minimo, accettabile. Una qualità minima necessaria, un numero abbastanza alto o abbastanza basso, eccetera.
Quante ragazze riusciresti a frequentare contemporaneamente senza farti scoprire?
Dunque, ancora ancora 2 ragazze potrei riuscirci per qualche settimana, ma sicuramente non di più di due ragazze.
È molto colloquiale come modalità, ed a volte si usa anche “tanto tanto” con lo stesso significato.
A volte anche “purepure” può capitare di sentire.
Attenti perché “in qualche modo” e “bene o male” hanno un uso più ampio.
Se dico:
In 10 minuti ancora ancora posso riuscire ad arrivare a casa, ma non di meno.
Posso usare in questo caso anche “in qualche modo” o “bene o male” è in generale posso farlo sempre.
Ma il contrario spesso non si può fare:
In qualche modo sono riuscito a fare l’esercizio.
Bene o male sono riuscito a fare l’esercizio.
In tali casi non posso usare “ancora ancora” perché non c’è l’idea di un minimo o un massimo accettabile, tollerabile.
Poi, tra l’altro, non si usa al passato ma solo al presente o al futuro, meglio ancora. Infatti “ancora ancora” esprime anche incertezza, una possibilità, ma nessuna certezza. Potremmo sostituirlo anche con “forse” con probabilmente” per questo motivo.
Quindi per il passato non va bene. Se lo faccio è sbagliato, tipo:
Ieri ancora ancora sono riuscito a fare 10 esercizi, ma ho faticato parecchio.
In tal caso posso solo dire bene o male, in qualche modo, amalapena. Sto esprimendo un massimo ma anche la fatica che ho fatto per raggiungerlo. Non c’è incertezza.
Va bene, basta così.
Proprio non riesco a fare episodi di due minuti soltanto. Ancoraancora di 3 o 4, spesso 5. Di meno è veramente difficile.
Pazienza.
Khaled: va bene Giovanni, non farla lunga con questa durata, a noi interessa poco. Anche questo episodio è bello ricco di contenuti. Che vuoi,mica si può fare tutto in due minuti!
Giovanni: Forse è anche il caso di dire che l’utilizzo di “ancora ancora” è più adatto quando dopo si aggiunge un “ma”…
Tipo: per gli episodi ancora ancora 5 minuti possono andar bene ma 10 minuti non è accettabile!
Quando non c’è un “ma” il messaggio da trasmettere è comunque lo stesso, ma deve essere scontato o enfatizzato con il tono della voce.
In questo episodio n. 336 vorrei attirare la vostra attenzione sul verbo rivendicare. Anzi vorrei rivendicare l’attenzione su questo verbo.
Potreste chiedervi: Perché? Qualcuno forse usa questo verbo? Ce n’è bisogno? Uno straniero deve saperlo usare? Quando?
Queste domande hanno bisogno di una risposta, allora facciamo un esempio tratto dalle notizie di oggi:
Dopo le elezioni in Bielorussia (vinte da Lukashenko), la sua sfidante Tikhanovskaja rivendica la vittoria.
Rivendicare la vittoria equivale a dire a tutti:
Attenzione, guardate che sono io ad aver vinto. Io ho vinto le elezioni! Non le ha vinte Lukashenko, ma io!
Quindi quando una persona rivendica qualcosa, è perché vuole attirare l’attenzione su di sé o anche semplicemente su una cosa importante.
Questa cosa è mia!
Questa cosa è merito mio,
Questa cosa è importante.
Sembra quindi che qualcuno non la pensi come noi, che dobbiamo far sentire la nostra voce, per dimostrare la verità, per dire qualcosa di importante.
Anche la stessa “attenzione” si può rivendicare,come ho detto nell’esempio iniziale.
Se voglio che gli altri stiano attenti a ciò che dirò o che farò, allora rivendico la loro attenzione su qualcosa. Si usa la preposizione su o anche di.
Una professoressa può rivendicare l’attenzione degli studenti ad esempio.
A dire il vero in questo caso generalmente si usa “attirare” l’attenzione. È quasi sempre così. Rivendicare infatti si utilizza maggiormente in ambito politico in questo senso:
Bisogna rivendicare l’attenzione del governo sui diritti dei lavoratori.
Come a dire: questa cosa è importante. La rivendico!
Forse il modo migliore di definire rivendicare è “dire con forza qualcosa”, come quando i terroristi rivendicano un attentato per dire:
L’attentato è opera nostra!
Quindi si desidera sempre affermare o riaffermare qualcosa e esigere il riconoscimento e l’attribuzione di un diritto o di un merito.
Insomma stiamoreclamando, stiamo protestando.
Una cosa importante per noi viene quindi rivendicata se crediamo che sia importante o anche in pericolo.
Anche un diritto può rivendicarsi, perché spesso sono a rischio, i diritti.
Rivendico il diritto di parlare!
Cioè: voglio parlare, è un mio diritto, fatemi parlare!
Anche una proprietà può essere rivendicata:
Questa casa è mia, anche se mi è stata tolta, quindi la rivendico.
Questa è una vera azione giudiziaria, significa accertare, verificare la proprietà.
Voglio che la verità esca fuori: la rivendico!
Non lasciatevi ingannare dalla somiglianza con il verbo vendicare, cioè dalla vendetta, sebbene qualcosa in comune ci sia (infatti l’origine è la stessa).
In effetti, sebbene in teoria rivendicare possa significare anche “vendicare di nuovo” non è questo l’uso che se ne fa.
Certo è che chi rivendica qualcosa non è mai di buonumore!
E tu hai mai fatto una rivendicazione?
Lia: io non ho mai fatto una rivendicazione in vita mia. Questo la dice lunga sul mio carattere tranquillo.
Sofie: comunque, a scanso di equivoci scherzavo. Adesso però non potrai più dire che non hai mai rivendicato nulla nella tua vita!
Giovanni: Grazie a Lia dal BRASILE e Sofie dal Belgio per questo bel ripasso di oggi. Lia e Sofie sono due membri dell’associazione italiano semplicemente. Lascio che siano sempre i membri a registrare le frasi di ripasso degli episodi precedenti.
Rauno: Se anche tu vuoi diventare membro, non hai che da chiederlo.
Elettra: e ringraziamo anche Rauno dalla Finlandia prima di ricevere una rivendicazione da parte sua!
Giovanni:Buongiorno cari amici di Italiano Semplicemente, siamo arrivati all’episodio n. 335 di questa rubrica.
335! Pensate un po’!
ecco un’altra mini espressione che si usa almeno una decina di volte al giorno: pensa un po’.
L’espressione è da leggere alla lettera? Questa è una domanda chiave, molto importante cioè.
Questa espressione, voglio dire, è un invito a pensare un poco?
Sicuramente è un invito a pensare, ma non “un poco”, che abbreviato si scrive “un po’”.
Non è come dire:
Dammi un po’ di vino
Parla un po’ di più
Mangia un po’
Eccetera.
A dire il vero a volte può essere usata in questo modo:
Pensa un po’ a te stesso, pensa un po’ di più al lavoro, pensa un po’ prima di rispondere. Eccetera.
Ma generalmente non è questo l’utilizzo principale di “pensa un po’”.
In genere si usa questa espressione per richiamare l’attenzione su qualcosa, per invitare a riflettere su un aspetto. “Un po’” non indica quindi una quantità (di tempo in questo caso) o una intensità. Spesso è un segnale di stupore, o anche di incredulità addirittura. Altre volte anche di contrarietà, dissenso. A volte poi “un po’” si può anche togliere perché non aggiunge molta intensità.
Ascoltate infatti alcuni esempi:
Pensa un po’ che bello se riuscissimo ad andare in Italia.
In tal caso “pensa” è sufficiente a esprimere questa condivisione del proprio pensiero. Possiamo togliere un po’ perché non aggiunge nulla.
Altre volte è fondamentale:
Sai che qualcuno crede che una lingua si possa imparare senza fare esercizi scritti?
Risposta: Pensa un po’!
Il tono che si usa, mai come in questo caso, è assolutamente fondamentale per capire il senso della frase.
Sicuramente c’è stupore, quello non manca quasi mai, il tono può esprimere poi curiosità, oppure un dissenso, anche forte. Altre volte può esprimere un po’ di sufficienza, come se la cosa non interessasse molto. Dipende tutto dal tono.
Ascoltate la differenza di tono nel caso di stupore, incredulità, curiosità, dissenso e sufficienza.
– – –
Pensate un po’ che bello se per una volta riuscissi a rispettare i due minuti previsti.
Xiaoheng: Anche in questo caso basterebbe dire “pensate”, se non fosse che così è un po’ più ironica come frase.
Giovanni: cosa si dice quando si esce da un ristorante oppure quando termina un incontro di lavoro?
Si saluta ovviamente. Si tratta di un saluto di commiato, cioè di un saluto che si dà quando termina un incontro o una conversazione.
Allora, per accomiatarsi (questo è il verbo del commiato) si può dire buongiorno o buonasera o buonanotte a seconda dell’orario.
Per congedarsi (si può anche dire così, con lo stesso significato) si può anche dire arrivederci, buona giornata, a presto. Anche un “ci vediamo” o “alla prossima” possono andar bene se c’è abbastanza confidenza. Oppure si può ricorrere ad un semplice “ciao”, abbastanza familiare ed amichevole ma sempre valido come congedo (il congedo è come il commiato).
Ma cosa succede se dopo i saluti, ci si intrattiene ancora? Succede che poi si deve salutare nuovamente. In questi casi si può nuovamente dire buonasera o buonanotte eccetera, ma generalmente si utilizza un altro genere di saluto.
“Di nuovo“!
In questi casi è sufficiente dire “dinuovo” o anche “nuovamente” (ma è meno usato).
Un tipo di saluto particolare, che si usa normalmente con persone che non si conoscono, quindi va bene al ristorante ma anche in una riunione di lavoro.
Non è necessario dire “di nuovo buongiorno” o “di nuovo buonasera” sebbene possa comunque andar bene. È sufficiente dire “di nuovo”.
Es: buonasera!
Ristoratore: Buonasera a voi, e grazie per averci scelto. Spero abbiate mangiato bene.
Cliente: Benissimo grazie. Le fettuccine che ho mangiato sono uguali a quelle che fa mia nonna.
Ristoratore: ci fa piacere. Di dove siete?
Cliente: veniamo da Roma. Siamo vicini. Quindi sicuramente ritorneremo trovarvi.
Ristoratore: ottimo! Allora alla prossima!
Cliente: certamente! Di nuovo!
Hartmut: un saluto a tutti gli ascoltatori di italiano semplicemente! Possibile mai però che i classici libri di italiano non ci dicano queste cose?
Giovanni: Bene. Sono contento. Allora lascio la parola a mia madre.
Giuseppina: Certo, il sapere e la lunghezza sembrano non avere cose in comune, ma questa è un’espressione idiomatica.
Allora mi chiedo: se io la so lunga, cosa significa? Significa che conosco molte cose?
Si, significa anche questo, ma non si usa per le persone colte in generale, le persone che hanno studiato, o anche le persone curiose e sempre infornate su tutto.
Non sono queste le persone che la sanno lunga. Questa categoria di persone è troppo ampia.
Giuseppina: Dunque: se parlo di conoscenza, posso usare questa espressione e posso dire che ad esempio “Giovanni la sa lunga in fatto di insegnamento”.
Questo posso dirlo e significa semplicemente che Giovanni conosce molto bene questo argomento.
Però devo specificare l’argomento, e per fare questo posso usare due forme diverse:
Un secondo e più usato modo per usare saperla lunga è per esprimere la furbizia di una persona. E le persone furbe spesso destano sospetti, spesso vengono scoperte, e spesso nascondo delle cose per ottenere un risultato vantaggioso. Allora quando vogliamo indicare proprio queste persone, quando abbiamo sospetti che una persona sappia delle cose ma non dica nulla per furbizia, possiamo dire che questa persona la sa lunga.
Giovanni la sa lunga, ma noi non dobbiamo lasciarci imbrogliare da lui.
Francesco ci nasconde qualcosa. Secondo me la sa lunga su questa storia e non ci dice niente.
È un’espressione che si usa sempre al presente.
Attenzione quindi a volte è un complimento, altre volte è un sospetto. Si può usare anche in modo ironico:
Questo ragazzo è un furbetto.. mi sa che tu la sai lunga eh?
Xiaoheng: io credo di aver capito. Ma se avrò dubbi mi ritaglio del tempo e ascolto nuovamente. D’altronde il metodo di Italiano Semplicemente è comprovato.
Giovanni: Ringrazio i membri Komi, Ulrike e Xiaoheng per averci aiutato a realizzare le frasi di ripasso contenute in questo episodio. Per chi è nuovo ed ascolta questo tipo di episodi per la prima volta, gli consiglio di cliccare sui link che sono stati inseriti nell’episodio per approfondire le espressioni che risultano poco chiare.
Giovanni: dove eravamo rimasti? Ah, eravamo rimasti alla parola “lunga“, al femminile singolare. Questo è importante sottolinearlo.
Cosa può essere lunga?
Se parliamo di lunghezza in termini di centimetri, metri, chilometri, potremmo prendere qualsiasi “oggetto” femminile. Se definiamo una strada, ad esempio, è diciamo che è lunga, stiamo dicendo che ha una lunghezza elevata, molti chilometri ad esempio. Lunga è il contrario di corta.
Anche una barba può essere lunga o corta.
Ma anche una storia che viene raccontata può lunga o corta. In questo caso parliamo di quanto tempo ci vuole per raccontarla.
Tutto è relativo, è vero. Allora potrebbe essere lunga quando richiede troppa attenzione o quando è composta da molte pagine o troppi caratteri.
Ma se la storia è interessante potrebbe non essere giudicata lunga.
Mariana: Giovanni, però stavolta cerca di evitare una spiegazione troppo lunga. Spesso e volentieri vai oltre i due minuti e sì direbbe che tu non abbia un orologio.
Komi: anche stavolta, se ci va di lusso, saranno 4 minuti.
Xiaoheng: l’importante è che si faccia una spiegazione concisa e niente resti in sospeso. Così che tutti si dicano soddisfatti.
Giovanni: Allora cercherò di essere il più conciso possibile. Se parlo di una storia, esiste l’espressione “farla lunga” che si usa spessissimo nei dialoghi familiari e tra amici.
Si parla non di una storia da raccontare, di un racconto, ma di spiegazioni generiche, di dialoghi tra persone, dialoghi dove spesso una delle due persone si stanca di ascoltare l’altra che magari sta cercando di spiegare una cosa che ritiene importante, o si sta giustificando spendendo però troppe parole e stancando così l’altra persona che ascolta.
Es:
Moglie: Dove vai? Devi uscire? E con chi devi uscire? È tardi e domani ti devi alzare presto. Poi non dire che hai sonno domani mattina. Tutte le sere la stessa cosa! Ma quanto dura questa storia? Ma pensa se anch’io iniziassi a…
Marito: Dai, non farla lunga adesso, tra poco sarò a casa.
Si usa anche quando si cerca di convincere una persona un po’ reticente, un po’ difficile da convincere:
Es:
Dai vieni a cena con noi!
No, mi sento giù, non me la sento, sono STANCO.
Dai, vieni e non farla troppo lunga!
Si usa anche senza la negazione, ma sempre con un tono un po’ scocciato, seccato:
Ma quanto la fai lunga!! Mi hai stufato!
La stai facendo troppo lunga adesso, sbrigati che ho da fare!
Bogusia: di volta in volta un episodio diverso. Via via che passano gli episodi impariamo sempre di più.
Iberê: personalmente trovo che questo approfondimento di oggi sia interessante. Ma puoi farci alcuni esempi?
Certo. Dunque:
Ascoltiamo alcuni esempi.
Gli studenti italiani studiano la lingua inglese per circa 10 anni e forse di più, prima di arrivare alla Maturità, cioè al diploma che si prende a 18 anni. Nonostante questo il loro livello di apprendimento e la loro capacità di comunicazione in lingua inglese sono abbastanza scarsi. Questo la dice lunga sull’efficacia di un metodo classico basato quasi esclusivamente sulla grammatica.
La mia squadra del cuore non vince uno scudetto da quasi 20 anni nonostante le ingenti spese ogni anno. Questo la dice lunga sulla capacità dei dirigenti della squadra.
In tutti i paesi del mondo, ovunque ci siano dittatori o politici autoritari al comando, il corona virus non è stato contenuto e sono morte inutilmente tantissime persone. Questo la dice lunga sui regimi dittatoriali.
In Italia si mangia bene e si vive più a lungo. Questi fatti la dicono lunga sull’importanza della dieta mediterranea.
In tutti questi esempi notiamo alcune cose in comune:
1.Stiamo dando un giudizio. Questo giudizio può essere positivo o negativo
2.stiamo osservando un fatto e in base a questo stiamo dando una valutazione più generale
3. Si usano sempre le preposizioni su, sul, sulla, sugli, sulle. Su ha il senso di “a proposito di”. Dopo “su” dobbiamo specificare l’aspetto che stiamo valutando in base all’osservazione iniziale.
4. Si usa “lunga”, sempre al femminile singolare e ha il senso di “molto“. Come a dire: questa cosa ci racconta molte altre cose, questo fatto mi permette di esprimere un giudizio più ampio, questa cosa accaduta non è casuale, ma è solo la punta di un iceberg, da questi fatti traspare tantissimo altro.
Questo termine “lunga“, sempre al femminile singolare si usa spesso in senso figurato nella lingua italiana.con significati sempre diversi.
Ad esempio le due frasi “non farla troppo lunga” e “alla lunga” o anche saperla lunga. Nei prossimi episodi le vediamo meglio. Oggi non vorrei farla troppo lunga.
Giovanni: oggi vi faccio ascoltare un breve dialogo che contiene vari modi di usare la parola “dica“. Ovviamente si tratta del verbo dire.
Elettra: Una signora entra in un bar e il barista, rivolgendosi alla signora:
Barista: Buongiorno signora, dica pure!
Signora: buongiorno signor barista. Midica, avete il latte di mandorle? Ho letto su tripadvisor che qui lo fate molto buono.
Barista: verissimo signora.
Signore accanto a lei: a dire il vero, ci sono anche persone che parlano male del suo latte di mandorle.
Signora: Allora sono qui proprio per verificare.
Barista: bene signora. Checché se ne dica siamo tra i migliori bar di Roma. Ecco a lei signora, beva e poi mi dica.
Signora: mmmm un po’ amaro però.
Signore: non mi dica che non l’avevo avvertita.
Barista: mi spiace signora che lei non si dica soddisfatta. MI spiace molto. Mi dica, ma questo signore accanto a lei chi è?
Signore: sono il proprietario del secondo bar di Roma, secondo tripadvisor, ma cosa vuole che le dica evidentemente tripadvisor si sbaglia.
Barista: adesso non mi si dica che le mie recensioni sono false però!!
Signore: no no, per carità. Lascerò che lo dica la signora.
Signora: ragazzi, io stavo scherzando. Il latte di mandorle che ho assaggiato è il migliore del mondo, non di Roma. Veramente buonissimo!!
Barista: mi sembrava strano. Tra l’altro l’ha bevuto in pochissimo tempo. In men che non si dica!
Signora: credo che questo, caro signor proprietario del secondo bar di Roma, la dica lunga sulla credibilità di tripadvisor.
Signore: non lo dica a me signora, che sono il secondo, mica l’ultimo!
Barista: ok, però… mai che dopo che uno dica una fesseria si chieda scusa!!
Spiegazione:
Giovanni: oggi vi faccio ascoltare un breve dialogo che contiene vari modi di usare la parola “dica“. Ovviamente si tratta del verbo dire.
Barista: Buongiorno signora, dica pure!
Questa è una modalità che si usa spesso quando si entra in un locale, un bar, un ristorante eccetera. Equivale a “mi dica”, “prego”, “come posso aiutarla”, “come posso servirla”.
Signora: buongiorno signor barista. Midica, avete il latte di mandorle? Ho letto su tripadvisor che qui lo fate molto buono.
“Mi dica”, usato in questo modo, è seguito da una domanda. é quindi una modalità gentile per chiedere una informazione. Stiamo dando del lei, quindi se dessimo del tu sarebbe “dimmi”.
Barista: bene signora. Checché se ne dica siamo tra i migliori bar di Roma. Ecco a lei signora, beva e poi mi dica.
Questa espressione, che abbiamo già spiegato, serve a sconfessare le opinioni contrarie alla propria, come a dire: nonostante qualcuno non la pensi come me.
Signore: non mi dica che non l’avevo avvertita.
Il signore intende dire: io l’avevo avvertita, cioè glielo avevo detto. Non dica che non è vero!
Barista: mi spiace signora che lei non si dica soddisfatta. MI spiace molto. Mi dica, ma questo signore accanto a lei chi è?
Questa espressione è particolare, perché “dirsi soddisfatti” significa “dichiararsi soddisfatti”, “dire di non essere soddisfatti”.
Signore: sono il proprietario del secondo bar di Roma, secondo tripadvisor, ma cosa vuole che le dica evidentemente tripadvisor si sbaglia.
Un’alytra espressione tipica italiana, che si usa quando non si conosce una risposta, un motivo, e allo stesso tempo si è un po’ amareggiati o sconsolati, un po’ tristi a volte.
Barista: adesso non mi si dica che le mie recensioni sono false però!!
Il barista vuole dire: non mi si venga a dire che le recensioni sono false-. E’ un modo per difendersi contro eventuali accuse.
Signore: no no, per carità. Lascerò che lo dica la signora.
In questo caso si usa semplicemente il verbo dire, ma si sta dando del lei alla signora.
Barista: mi sembrava strano. Tra l’altro l’ha bevuto in pochissimo tempo. In men che non si dica!
Questa è un’espressione che abbiamo già visto insieme: esprime velocità, immediatezza.
Signora: credo che questo, caro signor proprietario del secondo bar di Roma, la dica lunga sulla credibilità di TripAdvisor.
“Dirla lunga” è una espressione che si usa quando c’è qualcosa che dimostra un fatto. Dirla lunga significa quindi “dimostrare ampiamente”, ma spesso si usa anche per esprimere il senso contrario.
Signore: non lo dica a me signora, che sono il secondo, mica l’ultimo!”
“Non lo dica a me” o anche “non dirlo a me” sono espressioni che si usano quando una cosa riguarda anche e soprattutto la persona che parla, come a dire: non me lo devi dire, non devi spiegarmi queste cose, perché ne sono assolutamente convinto anche io, lo so, conosco questa cosa, la conosco bene. Il signore vuole dire che anche lui sa che TripAdvisor è credibile, infatti il, suo locale è il secondo di Roma e non l’ultimo. Evidentemente il signore accetta il verdetto e si arrende all’evidenza, anche se non ammettendolo a chiari parole. E neanche chiedendo scusa.
Barista: ok, però… mai che dopo che uno dica una fesseria si chieda scusa!!
Ecco, il barista è irritato perché il signore non chiede scusa, e questa cosa (chiedere scusa) non accade mai quando una persona dice una sciocchezza, una fesseria. Invece il signore avrebbe dovuto farlo; avrebbe dovuto chiedere scusa secondo il barista.
Buongiorno a tutti gli amici del sito italiano semplicemente. Sono di nuovo qui. Mi chiamo Bogusia, sono polacca, però affascinata della lingua italiana, della storia e cultura italiana e soprattutto della Roma con i suoi segreti e misteri.
Non riesco a smarcarmidalla voglia di cercare i luoghi che forse sfuggono a tanti, che partendo alla voltadi Roma, dimenticano che bisogna guardare in modo indefessoper scoprire cose meravigliose, che si trovano a portata di mano nel centro storico.
Mi rendo conto che a volte manca il tempo per fermarsi a lungo, guardare in su, bisogna fare qualche foto, consumare un pasto seguito da un ammazza-caffè e poi bisogna assolutamente dare seguito alle direttive della guida turistica. Altro che storie! A volte è un peccatoperò.
Il mio racconto di oggi vertesu una gatta speciale. Forse adesso dovrei aprire una parentesi, si dà il caso che a Roma ci siano una catervadi raffigurazioni di animali, sparsi dappertutto, che coinvolgono tante leggende che non possono però passare in cavalleria.
Il mio racconto lo faccio ovviamente sulla falsarigadegli episodi di ripasso precedenti, cioè facendo un ripasso delle espressioni di due minuti che mi ronzano per la testa.
Altrimenti non sarebbecosa! Spero che io non sforitroppo e non faccia nessuno sgarrodi sorta. Ragion per cui smetto di parlare di cose futili, non vi tengo sulle spine e rinuncio ai preamboli, sperando anche che riesca a sfoderareun racconto con i fiocchi .
Siamo nel centro storico, via del Plebiscito, le collezioni di Palazzo Doria Pamphilj e di Palazzo Venezia, abbiamo visto già gli affreschi della chiesa del Gesù. E’ là dove ogni giorno si accalcano centinaia di visitatori, ma pochi sanno che a due passi da lì si trova una perla della Roma misteriosa.
Vale solamente la pena di fare una capatinasul retro di Palazzo Grazioli (che da qualche anno ha assunto una gran notorietà, al di là dei pregi architettonici, per essere stato scelto per un certo periodo di tempo come residenza romana di un noto esponente politico italiano: Silvio Berlusconi, nonché sede del suo “parlamentino”).
Roma, palazzo Grazioli a via del Plebiscito – Autore =Lalupa
Passando per via della Gatta, bisogna buttare un occhio in su e si vede come sul cornicione di Palazzo Grazioli vi sia posata una piccola gatta in marmo, a grandezza naturale.
Si presume proveniente dal vicino Iseo Campense. Infatti, a suo tempo il gatto era un animale sacro a Iside, divinità egiziana venerata anche a Roma. Ma che c’azzecca questa gatta egiziana con i romani e Roma? Vediamo un po’ allora.
La gatta di Via della Gatta proviene dagli scavi del tempio di Iside e Serapide che si trovava in questa zona: L’Iseo Campense. Non era però il tempio dedicato ad Iside più antico di Roma ma sicuramente il più grande ed in oltre sembra che il culto sia rimasto in piedi per molto tempo. Sono tante le statue che si possono ammirare a Roma, e può darsi che un giorno parlerò di una di quelle che ha attirato maggiormente la mia attenzione.
Ma torniamo a bomba, la nostra gatta di Via della Gatta.
La sua strana collocazione sul cornicione marcapiano fu oggettodi molte ipotesi e dicerietra il popolino. È facile capacitarsenevisto che spesso hanno anche un certo non so che di affascinante, e i romani amano le leggende e le sanno raccontare di punto in bianco, così su due piedi .
Vero Gianni? Mi reggeresti il gioco anche questa volta?
Giovanni: naturalmente, non vedoperché non dovrei, soprattutto quando trovo qualcuno che fa episodi al posto mio! Non c’è nessun rovescio della medagliadirei. Ma quante sono queste leggende?
Bogusia: Ne proverò a rispolveraretre, su questa nostra gatta.
Facendo questo non faccio nessuno strappo alla regola, infatti è un esercizio che faccio spesso, e vi dirò che mi aiuta molto ad ingranarecon l’italiano, veramente come si deve. È Il metodo che preferisco e senz’altroforma un binomio inscindibile con l’apprendimento. Allora andiamo al dunque.
Una delle leggende racconta del salvataggio di un bambino in bilico sul cornicione di un palazzo. La gatta avrebbe avvisato la mamma distratta che riuscì poi a salvare il bambino. La statua in effetti ha dei tratti materni e protettivi e sarebbe stata posta proprio là dove il bambino avrebbe rischiato la vita.
Nella seconda leggenda, analogamente alla prima, il miagolio della gatta avrebbe svegliato gli abitanti della zona avvisandoli di un incendio notturno, salvando le case e le vite degli abitanti.
La storia più fantastica è sicuramente però quella relativa alla leggenda che vuole che la gatta punterebbe il suo sguardo proprio in direzione del luogo in cui sarebbe nascosto un tesoro. Nel tempo in parecchi hanno provato a cercarlo a destra e a manca. Non è dato sapere se tale tesoro sia rimasto sotterrato, oppure già da tempo scoperto e sfruttato nel più assoluto silenzio. Un paroloneprivo di fondamento? Per quanto se ne sa il tesoro non è stato ancora trovato e si dice che poiché lo sguardo della gatta si posa sulla vicina Biblioteca Rispoli, può darsi che il tesoro sia di altro tipo, tipo che si tratti di libri. Non si direbbe?
Eh si, i libri sono il tesoro per eccellenza secondo me. Ragazzi, si sa che a Roma si racconta di tutto e sulla intera storia permane tuttora un alone di mistero. Le leggende non passano in cavalleria ed io ve le racconto, non fosse altro che per questo. Adesso vi dico ciao, ci riaggiorniamo.
Giovanni: abbiamo ripassato ben 55 episodi. Ciao a tutti e grazie a Bogusia.
Mariana: Scusa Giovanni, puoi spiegarci il termine divario?
Giovanni: Dunque, dicesi divario, una differenza, un distacco, una distanza, specialmente dal punto di vista morale.
Posso dire ad esempio che c’è un divario di cultura tra me e te.
Ecco, l’episodio di oggi però non è sul termine divario, ma sui due termini”dicesi” e “dicasi“.
In Italia fa sempre un po’ sorridere quando si ascolta una frase simile alla mia:
Dicesi divario…
Avrei potuto usare qualsiasi parola al posto di divario. È una modalità che si può utilizzare quando si spiega un termine che non si conosce.
Fa un po ridere perché lo usano in genere per sottolineare l’eccessiva formalità nell’esprimersi, ed anche, a volte, un po’ la superbia di chi spiega.
Equivale a dire:
Si definisce “divario”, eccetera eccetera
Si dice divario eccetera eccetera
Quindi il “si dice” diventa “dicesi”, una forma arcaica, un po’ vecchiotta diciamo, che deriva da regole metriche antiche.
Ad oggi la si sente utilizzare in matematica, quando si dà una definizione di un termine:
Ad esempio: Nei triangoli rettangoli, dicesi ipotenusa il lato opposto all’angolo retto
Cioè si chiama ipotenusa, si dice così, questa è la definizione esatta di ipotenusa.
Ci sono anche altri termini simili, nel senso che rispondono alla stessa regola, ma pochi sono rimasti nell’uso corrente come: cercasi (si cerca), affittasi (“si affitta”), vendesi (si vende), saputasi (si è saputo), avvicinatosi (si è avvicinato) ed altri ancora, volevasi (si voleva).
Comunque “dicesi”, questo è uno dei termini che ci interessa oggi, è molto simile a dicasi, con la “a”, che non si usa per dare spiegazioni tecniche e complicate, ma soprattutto in questo modo:
Lo stesso dicasi
Altrettanto dicasi
Queste due forme hanno lo stesso significato e si usano per fare confronti in modo un po’ formale, una modalità spesso usata dai giornalisti ma anche da tutti coloro che amano essere precisi. C’è un pizzico di formalità anche qui.
Vediamo degli esempi:
In Italia abbiamo sofferto molto per il coronavirus, lo stesso dicasi ovviamente per altri paesi come il Brasile.
Sentiamo una professoressa di italiano cosa dice ai suoi studenti:
Flora: Così ragazzi non va bene. Giovanni deve studiare di più. Domani sarà nuovamente interrogato. Lo stesso dicasi per Sofie e Ulrike.
Sofie: Ma guarda tu che sfortuna! Altrettanto dicasi per te Ulrike
Giovanni: in effetti le due studentesse sono state sfortunate. Comunque ci sono altri modi ugualmente utilizzati per esprimere lo stesso concetto di “lo stesso dicasi“.
Lo stesso per te (basta eliminare “dicasi”)
Vale lo stesso per te
La stessa cosa vale per te
Ugualmente per te
Stesso discorso per te
Per te uguale
Uguale per te
Queste ultime due sono più informali. L’episodio finisce qui. Ma ascoltiamo anche una frase di ripasso dalla studentessa Ulrike.
Giovanni: ricordate “via via”? L’abbiamo spiegata qualche puntata fa. In quell’occasione vi ho detto che ci sono modalità equivalenti per esprimere lo stesso concetto di progressione e ripetizione: man mano, mano a mano, e di volta in volta.
Via via che passa il tempo mi sento più anziano.
Man mano che leggo, imparo di più
Mano a mano che miglioro mi sento più motivato
Abbiamo detto che “di volta in volta” si può utilizzare al posto di via via, perché esprime ugualmente il ripetersi di qualcosa.
Questo in realtà è vero solo in particolari occasioni perché di volta in volta non si usa in una situazione “fluida”, ma quando ci sono delle occasioni cadenzate, precise, ben identificare.
Man mano che miglioro, via via che imparo, mano a mano che leggo.
In queste tre frasi non ci sono le “volte” nel vero senso del termine, non ci sono eventi singoli che si ripetono, ma c’è semplicemente il tempo che passa e qualcosa che cambia insieme al tempo: imparo di più, mi sento più anziano eccetera.
Invece se dico:
Le video chat dell’associazione vengono organizzate di volta in volta in orari diversi affinché tutti possano partecipare.
In questo esempio ci sono delle occasioni ben identificate, delle “volte” ben precise. In ognuna delle volte può accadere qualcosa, che può anche essere diversa di volta in volta.
Viene quasi la tentazione di utilizzare “sempre” e non “di volta in volta” e in effetti un non madrelingua in genere usa proprio questo avverbio “sempre”, oppure “tutte le volte”, oppure “ogni volta”.
Non è scorretto, va bene, si può fare, ma la bellezza della lingua italiana è anche questa.
Io vi consiglio di usare “di volta in volta” quando ci sono ripetizioni ma quando gli eventi, cioè le volte, le occasioni, sono identificate, e soprattutto quando volete evidenziare non l’uguaglianza delle volte, ma la differenza.
Cambiare di volta in volta
Modificare di volta in volta
In pizzeria prendo una pizza diversa di volta in volta.
Inizia ad allenarti, e di volta in volta prova ad usare muscoli differenti
Si può usare anche, come abbiamo visto, al posto di via via, man mano e mano mano, ma le “volte” devono essere identificate:
Inizia ad allenarti, e di volta in volta noterai dei miglioramenti.
Questo documento va aggiornato di volta in volta con i dati più recenti.
Quando provo a parlare in italiano, di volta in volta noto dei leggeri miglioramenti.
Ogni episodio che faccio, di volta in volta mi accorgo che la durata tende ad aumentare gradualmente.
È questo non va bene! È arrivata l’ora del ripasso. Ci aiuta Khaled, membro egiziano dell’associazione italiano semplicemente.
Khaled: Spesso e volentieri, ho il piacere di riascoltare alcuni episodi di italiano semplicemente. Durante l’ascolto, consolandomi, mi dico : viavia che passa il tempo capirai!” Così, con tutte le espressioni che mi ronzano sempre per la testa, di tanto in tanto, durante i tempi morti, mi rileggo i messaggi precedenti. Me lo dico sempre, sfogandomi: dovresti sfruttare i tempi morti ogni due per tre rinfrescando la tua memoria! Mi sento come una tartaruga nel mio percorso di apprendimento, ma mi dico: non sei duro di comprendonio, è solo una questione di pratica e senz’altro “.
Prima o poi ce la farai!
Lezione numero 18 di due minuti con Italiano Commerciale.
Oggi parliamo di due termini molto simili di utilizzo quotidiano in una attività economica e quindi anche commerciale.
I due termini sono i proventi e gli introiti.
Il provento (al singolare) deriva dal verbo provenire. Parliamo di pagamenti, ma parliamo in particolare di entrate.
E’ un termine che si usa quasi sempre al plurale: proventi, e con questo termine si indica un qualsiasi genere di entrata o di reddito.
Potremmo parlare di guadagni, di entrate, di ricavo o di reddito, ma a volte si usa proventi, e si usa in particolare quando ci sono dei soldi, o meglio, delle risorse economiche, che derivano da una fonte particolare, o che sono il corrispettivo di un bene o servizio fornito. é più specifico di entrata e di reddito perché è obbligatorio far riferimento alla fonte da cui proviene questo provento.
Posso in generale parlare sempre di proventi, ma se lo faccio devo specificare la fonte. Si usa questo termine prevalentemente quando l’attenzione si focalizza proprio sulla fonte del pagamento: chi ha pagato?
Oppure quando l’attenzione è sul bene o sul servizio fornito.
Posso dire ad esempio:
I proventi della professione del commerciante possono essere notevoli.
Quanti sono i proventi che derivano dalla tua attività?
Quale azienda ha i maggiori proventi in Italia?
I proventi che derivano dalla vendita via internet sono notevoli? E solo proventi leciti o illeciti?
Il proventi della vendita di droga venivano usati per acquistare armi.
Si può quindi parlare anche dei proventi di un furto, vale a dire dei soldi che sono stati ricavati da un furto.
Quindi il fatto che dei soldi possano avere un’origine, che derivino da una attività, questo giustifica l’uso del termine proventi o provento, sebbene il singolare sia veramente poco usato.
Si tratta in generale del ricavato da una qualsiasi fonte di guadagno: una professione, una attività commerciale, dei beni immobili, delle imposte, ecc.
Se ci pensate è anche simile al corrispettivo, che abbiamo già spiegato. Tuttavia il corrispettivo è un rapporto uno ad uno. Il provento è più generico.
Il secondo temine è introiti. Anche questo termine si usa più al plurale. Il singolare è introito.
Dalla parola si intuisce che un introito è qualcosa che “entra”. Infatti anche in questo caso si può trattare di entrate derivati da una operazione economica. Esiste il verbo introitare che è molto simile a incassare e riscuotere.
Ma in realtà introitare non si usa solo col il denaro.
Si usa anche con le merci:
Introitare delle merci in magazzino.
Quando delle merci entrano in magazzino, allora possiamo anche dire che le abbiamo introitate. In fondo anche le merci hanno un valore economico.
Il termine comunque è simile a provento, nel senso che anche gli introiti si usano per indicare del denaro incassato, o introitato.
Un introito deriva generalmente dalla vendita di merce. Non si parla di introito però se vendo della merce ad un cliente in negozio.
Il termine si usa per operazioni più grandi.
Oggi abbiamo avuto un introito pari a diecimila euro.
A quanto ammontano gli introiti della giornata?
In questo caso meglio introiti che proventi, perché sto parlando di denaro entrato in cassa genericamente, ma siccome parlo di merce potrei usare anche provemti.
Potrei dire ugualmente
A quanto ammontano gli incassi della giornata?
A quanto ammontano gli introiti della giornata?
A quanto ammontano i proventi della giornata?
Quanto abbiamo ricavato oggi?
Quanto abbiamo introitato oggi?
Si sua questo termine anche nel linguaggio contabile, per indicare la sezione del conto o libro cassa nella quale si registrano gli incassi, e anche del libro magazzino nella quale si registra il carico o l’entrata delle merci.
Per questo motivo il termine è molto tecnico e si usa solo in casi particolari, quando ad esempio bisogna registrare registrare gli introiti della giornata lavorativa. Bisogna scriverli nel libro di cassa, cosa che si fa appena prima di staccare, la sera, e perché perché l’esercente, se gli viene richiesto, devo mostrare il libro di cassa alle autorità competenti.
Giovanni: Nell’episodio 322 abbiamo visto che l’aggettivo “bello” si può usare per formare “di bello”, che si usa in occasioni piacevoli, per chiedere informazioni in modo non impegnativo e non inquisitorio.
“Bello” in quel, caso si usa solamente al singolare maschile.
Invece al singolare e plurale, sia maschile che femminile, gli italiani spessissimo usano mettere bello, o bella, belli, belle, davanti ad alcuni aggettivi, ma è una modalità familiare, colloquiale, che si usa un po’ in tutte le occasioni.
E’ l’ennesimo modo per esprimere “molto“, di solito con una sfumatura umorale. Ne abbiamo visti già molti altri di modi. Vi metto un link come promemoria.
Ad esempio: la mia fidanzata mi tradisce.
Un mio amico potrebbe commentare:
Ah, bella stronza!
Questo non significa che la mia fidanzata è bella (il che è anche possibile) ma significa che si è comportata male.
Giovanni: Quindi sto esaltando un aggettivo, una caratteristica qualsiasi.
Come avete mangiato in quel ristorante?
Bene, appena usciti ci sentivamo belli pieni! Eravamo belli sazi!
Come avete visto, non sempre “bello” è associato a cose positive. Significa “molto”, ma perché si dice “bello”, al posto di “molto”?
Solamente perché stiamo chiacchierando tra amici o parenti, ma allo stesso tempo, molto spesso come dicevo c’è un qualcosa di emotivo, oppure siamo in un contesto spensierato e vogliamo usare un termine alternativo, anche a volte per sdrammatizzare, o per attenuare un aggettivo o peraffetto.
Com’è Paolo fisicamente? L’hai incontrato?
Sì, simpatico, ma è bello grosso!
Bello grosso è un po’ di più di “abbastanza grosso” e un po’ meno di “grosso di brutto” o “enorme”.
C’è spesso,COME IN questo caso, la volontà di attenuare emotivamente il significato dell’aggettivo. Cioè in questo esempio voglio dire che è molto grosso, ma senza la volontà di offendere.
Si usano spesso con i bambini queste modalità:
Il bambino è nato bello grosso! Questo bambino è bello cicciotto!
E tu invece? Ti vedo bello tonico, asciutto, bello in forma!
Si usa anche in modo affettuoso quindi.
Questa è una delle differenze che ci sono rispetto all’utilizzo di “di brutto“, che vi ho già spiegato qualche episodio fa.
Vediamo meglio allora queste differenze:
Questa bevanda è bella forte Questa bevanda è forte di brutto
L’uso di “di brutto” è piu forte, più simile a moltissimo. Ma le frasi sono quasi equivalenti.
Ma in alcuni casi non si può usare “bello” . Perché non c’è un aggettivo, non c’è una caratteristica, un tratto distintivo.
Es:
Ti sei sbagliato di brutto
Significa:
Ti sei sbagliato (di) moltissimo
In questo caso “bello” non si può usare. Quando c’è un’azione, e quindi un verbo che esprime questa azione, posso usare solamente “di brutto” tra le due.
Ho mangiato di brutto
Ho esagerato di brutto
Eccetera.
Invece al posto di “bello”, “di brutto” si può usare sempre, ma è più forte rispetto a “bello”.
Es:
Questo ragazzo è bello forte.
Questo ragazzo è forte di brutto.
Così (di brutto) è più intenso. Somiglia più a moltissimo, esageratamente, in modo spropositato, esagerato.
Non solamente è più forte, ma “bello” si usa anche in senso affettuoso. Questa è un’altra differenza non trascurabile. Bello, molto spesso, si usa anche per attenuare un aggettivo che altrimenti sarebbe negativo.
Se dico che un bambino è bello cicciottello, o che è bello grosso, è affettuoso, mentre se dico:
Questo bambino è grosso di brutto!
Sto dicendo semplicemente che è esageratamente grosso. Non c’è affetto. E alla mamma piace molto di più che suo figlio sia bello cicciotto che cicciotto di brutto.
Non sempre però si può usare bello in questo modo. Soprattutto in contesti più formali.
Questo ufficio è bello pulito
Può anche andar bene, ma:
Questo documento è bello interessante
In questo caso meglio dire che è molto interessante.
Ci sono commenti?
Mariana (Brasile): Ah…un’altra espressione da annoverare fra le espressioni che si usano per intensificare un concetto, cioè per dire molto.
Giovanni: Che differenza c’è tra i due verbi evitare e impedire?
Hanno lo stesso significato e utilizzo?
Khaled: Ma ti pare! Ovviamente no, sennò non saremmo qui a spiegarlo!
Giovanni: Infatti, bisogna evitare di confondere questi due verbi. E se qualcuno cerca di dire che sono la stessa cosa, impeditegli di parlare!
Evitare di confondere i due verbi. Infatti evitare significa fare a meno di una cosa che riteniamo dannosa o fastidiosa.
Bisogna evitare di mangiare cibo spazzatura
Sarebbe bene evitare di frequentare anche le persone negative e pericolose
Evitate di drogarvi, mi raccomando.
Rauno: Evitare somiglia anche a sfuggire da qualcosa o qualcuno, o anche schivare, scansare.
Giuseppina: Si evitano gli ostacoli, i pericoli; persino gli sguardi di qualcuno.
Il verbo impedire invece viene da “piede” nel senso di mettere qualcosa ai piedi, mettere qualcosa che non ci fa camminare.
Quindi gli ostacoli ci impediscono di fare le cose, per questo gli ostacoli vanno evitati.
Non voglio impedirti di parlare
Non impedirmi di esprimermi liberamente
Il temporale ci ha impedito di andare al mare.
Impedire quindi significa rendere impossibile lo svolgimento o il compimento di un’azione. C’è sempre un ostacolo a impedire qualcosa che accade. L’ostacolo va evitato.
Bisogna evitare l’ostacolo che impedisce l’azione.
Verbi simili a impedire? Proibire:
Se io ti proibisco di uscire vuol dire che la mia volontà è di impedirti di uscire. Ma la mia proibizione, non è detto che sia un’impedimento alla tua azione.
Lo stesso vale per vietare, del tutto simile a proibire, ma anche una legge può vietare.
Sbarrare è tipico dell’ostacolo:
Un albero ci sbarrava la strada, quindi ci impediva di passare.
Intralciare e ostacolare sono anche simili:
Non mi intralciare la strada.
L’intralcio e l’ostacolo, analogamente alla proibizione e al divieto, non è detto comunque che impediscano una azione. Di sicuro la rendono più complicata.
C’è forse da sottolineare questa cosa: impedire non è rendere difficile. Impedire è rendere impossibile lo svolgimento di un’azione.
Quindi se un muro impedisce la vista, allora io non posso vedere.
Il muro è un ostacolo che mi impedisce di vedere.
Invece nell’intralciare e nell’ostacolare c’è la volontà di impedire, e anche nel vietare e nel proibire. Ma possiamo evitarli! Oppure possiamo affrontarli!
Emma: Possiamo evitare anche di parlare solo di ostacoli. Sono insofferente agli ostacoli!
Xiaoheng: ma via via che si incontrano ostacoli si impara a superarli! Ma è mai possibile che solo a me non riesca?
Via via che passano gli episodi di apprende sempre un po’ di più.
Via via che si apprende l’italiano, si diventa sempre più motivati nel continuare.
La via, la nella lingua italiana, ha molti significati, a volte non diversissimi. Spesso c’è di mezzo una strada o una direzione.
“Via via” , quando la parola si ripete due volte, si usa invece solamente per indicare qualcosa che accade durante un percorso, che è simile ad una via, ad una strada.
Questo qualcosa che accade, può essere di qualsiasi tipo.
È di uso quotidiano da parte di tutti gli italiani questa espressione:
Si dice sempre (quasi sempre) “via via che”:
Via via che mi alleno divento sempre più forte.
Ci troviamo sulla strada che porta all’apprendimento.
Via via che imparo divento più bravo.
La ripetizione della parola indica il passare del tempo ma anche qualcosa che accade mentre passa il tempo. Quindi c’è qualcos’altro che si ripete oltre al tempo.
Via via che ti passo questi libri tu mettili sulla libreria.
Si può dire anche in altri modi più o meno equivalenti:
Mano a mano che imparo divento più bravo
Man mano che ci avviciniamo a Roma mi emoziono sempre di più.
È molto simile anche a “di volta in volta“.
Non sapevo parlare in italiano, ma andando in Italia, di volta in volta il mio livello è aumentato.
Vedete che questo ripetersi della parola, Via, mano, volta, indica sempre il progredire di qualcosa.
Non sempre c’è il “che”:
Stai attento alle persone che entrano viavia.
Queste persone evidentemente entrano una dietro l’altra. Questo è ciò che si ripete. C’è movimento, c’è ripetizione.
Non confondere “via via” con “mentre“, perché mentre serve a indicare due cose che accadono nello stesso tempo.
Mentre fai ginnastica puoi ascoltare un episodio di italiano semplicemente.
In fondo la frase di oggi se ci pensate è alla base dell’apprendimento: repetita iuvant, ricordate? È la prima regola d’oro di Italiano Semplicemente.
Ulrike: Quando parliamo l’italiano, soprattutto di un spontaneamente e a braccio, spesso e volentieri ci sfugge una parola cercata. Capita che ci si blocca di bruttoil che è un momento dispiacevole. A maggior ragione però dobbiamo continuare a parlare. Via via che si parla questi momenti si perdono.
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Spesso e volentieri è un’espressione colloquiale adatta a ogni circostanza.
E’ ovviamente molto simile a “spesso”, ma è molto simile anche a “sempre”.
Ok, ma perché “volentieri“? Vuol, dire che si fa spesso una cosa piacevolmente? Con piacere?
Volentieri significa ovviamente questo, cioè si usa con le cose gradevoli, con le cose che fa piacere fare, ma “spesso e volentieri” si usa in realtà anche quando le cose non sono piacevoli. Di sicuro si sta parlando della frequenza di un qualcosa che accade o che è accaduto.
Vediamo qualche esempio:
Spesso e volentieri la sera esco con gli amici
Quante volte vai in vacanza in Italia? Ci vado spesso e volentieri.
Spesso e volentieri Giovanni ci spiega una bella espressione italiana
Questi sono tutti esempi di cose che accadono spesso e sono gradevoli, e anche io gli episodi li faccio anche volentieri, ovviamente oltre che spesso, cioè frequentemente, ma ascoltate queste frasi:
Capita spesso e volentieri che dimentico di ascoltare i nuovi episodi
In città spesso e volentieri c’è tantissimo traffico
In questi casi non si tratta di cose gradevoli, tutt’altro direi.
E allora?
Allora significa che possiamo usare questa espressione quando il contesto è scherzoso, quando parliamo in modo spensierato, quando parliamo con amici e vogliamo dare dei segnali di distensione, dove non tutte le parole sono da interpretare alla lettera, secondo il loro significato. In Italia questo si fa spesso e volentieri, e ascoltare questa frase ci trasmette subito un senso positivo e colloquiale.
Volentieri, in qualche modo ha più la funzione di amplificare il termine “spesso” quindi la frase significa “molto spesso”, “molto frequentemente”, e contiene generalmente sfumature aggiuntive, tipo:
Pietro spesso e volentieri tradisce la moglie
Vuol dire che Pietro tradisce la moglie molto spesso, con disinvoltura, senza badare al numero delle volte.
Giovanni dice che gli episodi sono di due minuti, ma spesso e volentieri sono di 3,4 minuti o anche di più.
Evidentemente voglio dire che Giovanni non ci sta molto attento alla durata. Non è dunque solamente una questione di elevata frequenza, ma spesso si vuole evidenziare la superficialità, la trascuratezza, o anche un difetto di una persona e cose di questo tipo. Più in generale possiamo parlare di ironia.
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: dopo aver visto “di bello” oggi vediamo anche “di brutto”. Se di bello, come abbiamo visto si usa prevalentemente nelle domande e indica una attività piacevole, “di brutto” è semplicemente un modo per dire “molto”.
In italiano ci sono tantissimi modi per sostituire la parola molto, lo abbiamo visto anche in un episodio dedicato.
Ogni tanto però mi viene in mente un nuovo modo. Uno di questi è proprio “di brutto”, ma quando possiamo usare questa espressione?
Intanto è bene dire che l’uso è solo familiare e informale. Tra amici si usa spessissimo, e lo si fa non per esprimere una quantità, ma soprattutto per sottolineare l’intensità di una attività.
Ad esempio:
Per prepararmi all’esame di italiano ho studiato di brutto
Cioè ho studiato molto, moltissimo, come non avevo forse mai fatto prima.
Ho sofferto di brutto l’ultima volta che sono stato lasciato dalla mia fidanzata.
Anche qui: ho sofferto tantissimo, una grande sofferenza.
Non c’è un uso positivo o negativo. Quindi il senso di “brutto” non vi deve far pensare che si tratti di una attività negativa o di sentimenti negativi o spiacevoli.
Si tratta di qualcosa di molto intenso. Semplicemente.
Anche nel caso di un terremoto posso usare questa espressione.
La terra ha tremato di brutto!
Anche questa è una intensità.
Francesca mi amava di brutto, ma a me non piaceva.
Non si può usare, come vi dicevo prima, al posto di tanti, tante, molti, molte, e neanche “molto spesso” cioè con le quantità.
Non posso dire che ho “di brutto” anni.
Non ha nessun senso una frase di questo tipo.
Quindi bisogna usare un verbo che descrive una attività e poi “di brutto”:
Ieri è piovuto di brutto
Quest’anno ho studiato di brutto
Hai pianto di brutto l’altro giorno.
Si usa anche un’altra espressione, sempre informale, equivalente: “una cifra”. Questa tra l’altro si può usare anche con le quantità:
Quest’anno ci siamo visti una cifra di volte.
Cioè ci siamo visti molte volte, molto frequentemente.
Quanto mi hai amato?
Una cifra!
In questo caso è equivalente a “di brutto”.
Attenzione perché sia “di bello” che di brutto” a volte sono da interpretare nello stesso modo con senso contrario.
Può capitare che accada qualcosa dibrutto, cioè qualcosa di non piacevole.
Però spesso capita anche qualcosa di bello.
Ma in questo caso è proprio il contrario di “di bello“, quindi bello e brutto in tali casi sono sempre da leggere “alla lettera” nel senso di positivo o negativo, piacevole e spiacevole.
Si ma non di brutto! Giovanni è stato abbastanza conciso oggi!
Ma domani cosa ci spieghi di bello?
Domani tocca all’espressione: “spesso e volentieri“.
– – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Oggi ci occupiamo proprio di questo aggettivo “bello” che gli italiani mettono un po’ dappertutto.
Con l’occasione ripassiamo anche qualche espressione che abbiamo spiegato nelle puntate precedenti. Ci aiuteranno a questo scopo alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente: Lejla dalla Bosnia Erzegovina, Iberê dal Brasile, Xiaoheng dalla Cina e Rauno dalla Finlandia.
Allora:
Dove vai oggi di bello?
Dove sei andato ieri di bello?
Dove andrai domani di bello?
Cosa vediamo di bello al cinema?
Cosa hai visto di bello a Roma?
Si usa solo il maschile singolare. Fate attenzione:
Quali monumenti hai visto di bello?
Quali amici hai incontrato di bello?
Si tratta di domande che si fanno per trasmettere relax, divertimento, quindi in genere si usano quando c’è un viaggio o in tutte le occasioni di tempo libero: cinema, teatro, palestra, amici eccetera.
Come si risponde? Si può usare l’espressione anche per le risposte?
Volendo si:
Di bello a Roma ho visitato piazza Navona e il Colosseo.
Niente di bello purtroppo, sono dovuto restare a casa
Non ho fatto niente di bello da raccontarti.
Lejla: Una domanda: Niente di che e niente di bello sono la stessa cosa?
Giovanni: Non è proprio la stessa cosa anche se a volte le due risposte possono equivalersi.
Comunque “niente di che” si usa in pratica solo nelle risposte, mentre “niente di bello” può usarsi anche nelle domande:
Hai fatto niente di bello recentemente?
In questo caso “niente” sta per “qualcosa”.
Bisogna dire che il termine “bello“, in generale, descrive l’attività che si è fatta, una “bella attività” quindi non indica sempre e solo la bellezza in senso stretto, come quella di una città, ma in generale la piacevolezza, come nel caso di un’uscita con gli amici, o di una vacanza, ad esempio.
Se dico:
Quali amici hai incontrato di bello?
Non intendo dire gli amici belli, cioè gli amici di bella presenza, ma gli amici in generale. Si tratta quindi semplicemente di un modo di descrivere una piacevole attività.
Aggiungere “di bello” alla domanda serve infatti a non far sembrare la domanda troppo inquisitoria, indagatrice. In realtà è una domanda che si fa così, tanto per sapere, non per controllare o per indagare.
A questo punto si potrebbe chiedere:
Esiste anche di brutto?
Certo, ma si usa soprattutto con le cose accadute (ovviamente negative):
Cos’è quella faccia? Ti è capitato qualcosa di brutto?
Cos’hai visto dibrutto per avere quell’espressione?
Ma l’espressione “di brutto” la vediamo meglio nel prossimo episodio perché ha anche un altro utilizzo interessate.
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Voi non ci crederete, ma anche oggi ci occupiamo di un’espressione che si usa da arrabbiati.
L’espressione è molto simile all’ultima che abbiamo visto: “ma guarda tu!” ed è “ma io non lo so!” (anche senza “ma” che tuttavia aggiunge enfasi).
Questa espressione si usa in modo analogo a “ma guarda tu“, nelle stesse circostanze, ma può anche essere usata insieme, mettendo “ma io non lo so” alla fine della frase.
Se ad esempio io mi arrabbio perché mio figlio non mi obbedisce, potrei dire:
Ma guarda tu se un moccioso di 5 anni deve fare come vuole lui! Ma io non lo so!
Naturalmente anche “ma io non lo so” non è in questi casi da intendere alla lettera. E’ solo un modo per esprimere stupore e irritazione per qualcosa alla quale non si riesce a dare una spiegazione, come a dire:
Incredibile quello che vedo o quello che ho sentito, è sconcertante! Non mi capacito! Non è normale!
Spesso le due espressioni si fondono insieme.
Ma io non lo so, guarda!
La frase va accompagnata da una mimica facciale adeguata: occhi sgranati, bocca semiaperta, sguardo stupito.
Si pronuncia con un tono che prima sale e poi scende, perché non è una vera domanda, ma solo una esclamazione di irritazione.
Di solito si manifesta inizialmente la propria contrarietà, spiegando in modo più o meno agitato la cosa che non va, e poi si aggiunge questa esclamazione, volendo mixandola con “ma guarda tu“.
Vediamo un esempio e con l’occasione alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente utilizzeranno qualche frase di ripasso.
Sai che è successo? Il mio capo mi ha telefonato e mi detto: siamo in crisi, quindi mi dispiace ma o ti dimezzo lo stipendio oppure ti sostituisco con un’altra persona più economica.
Ma io non lo so, guarda, Non riesco a sopportarlo!
Ma pensa tu, davvero? Ma è passibile di denuncia, lo sai?
Poi non si è neanche curato di dirtelo di persona, ma ti ha telefonato!
Beh, ma a suo modo sta cercando di salvare il tuo lavoro, avrebbe potuto licenziarti e basta.
Gema: Ma tu cosa farai? Accetterai in attesa di tempi migliori?
Sofie: Ho risposto così al mio capo: dimezzare lo stipendio? Aggiudicato!
– – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: ecco un’altra espressione che si usa quando si è arrabbiati o anche delusi: ma guarda tu!
“Ma guarda tu” è una esclamazione che si dice quando non riusciamo ad accettare una cosa accaduta.
È una specie di invito a guardare, a guardare la cosa accaduta perché stupisce, ed è qualcosa che non ci piace. Ma in realtà non bisogna essere in compagnia per fare questa esclamazione. Può anche essere un pensiero espresso a voce alta quando siamo soli, se vediamo qualcosa che non ci piace e che non è normale.
Se accade qualcosa di strano, tipo che una persona ci sorpassa con la macchina in modo pericoloso, viene spontaneo dire, anche da soli:
Ma guarda tu questo!
Come a dire: ma si fanno queste cose? Il termine “questo” è un modo irrispettoso di chiamare la persona che ha fatto il sorpasso.
Se si è da soli è un modo bizzarro di condividere la propria sensazione con un’altra ipotetica persona, come a cercare conforto, solidarietà.
Se una persona ti risponde male puoi ugualmente affermare:
Lejla: Ma guarda tu, ma ti pare che mi devi rispondere così?
Giovanni: Si può usare anche in questo modo: un commento contrariato per qualcosa che bisogna fare, ovviamente controvoglia.
A volte esprime solo meraviglia:
Maguarda tu come si è vestito quel tizio!
Ci sono espressioni simili come ad esempio “ma pensa tu“. Cambia il verbo e cambia il significato. Stavolta si usa soorattutto quando non avremmo mai immaginato che qualcosa sarebbe successo:
Ma davvero Maria e Franco si sono separati?
Andrè: ma pensa tu, e dire che si amavano tantissimo!
C’è anche “ma guarda un po’” che è la versione più educata, perché esprime disappunto, contrarietà ma un certo contenimento nell’esprimere questo sentimento avverso.
Sofie: Ma guarda un po’! Hai ancora superato i due minuti! Non ti degni mai di rispettare la durata!
Fernando: calma ragazzi, si direbbe che non sappiate mantenere la calma!
– – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: nell’espressione È possibile mai dello scorso episodio abbiamo visto che spostando la posizione di un termine può cambiare il significato.
Accade la stessa cosa con l’espressione “non è altro” con la congiunzione “che”.
“Che non è altro” pertanto è quasi sempre diverso da “non è altro che“.
Ad esempio se dico:
Questo episodio non è altro che uno dei tanti episodi di italiano semplicemente.
In questo caso posso anche togliere il termine “altro” e in generale il senso può cambiare leggermente:
Questo episodio non è che uno dei tanti episodi di italiano semplicemente.
“Altro” serve a dire che è solo questo. Nient’altro che questo.
Quindi “altro” ha il ruolo di dire “solo questo”, nient’altro che questo.
In questo caso se non mettiamo “altro” vuol dire: ce ne sono tanti altri di episodi, non solo questo. Questo è uno dei tanti episodi. Un po’ diverso quindi. Almeno in questo caso.
Questo funziona anche con altri verbi, non solo col verbo essere, ma oggi volevo soffermarmi solo su questo verbo. Potrei comunque dire:
Non fai altro che lavorare. Devi riposare un po’!
Anche qui posso eliminare “altro” ma in tal caso il senso è però lo stesso: lavori sempre, non fai altro.
Questo per quanto riguarda il “che” quando è messo alla fine.
Se invece dico, sempre usando il verbo essere:
Mio marito mi ha tradito! Quel traditore che non è altro!
Questo genere di frasi si usano come una forma di sfogo, e il “che” ha il senso di “perché” , quindi serve in teoria a spiegare il motivo per cui ho usato proprio quel termine.
Potrei dire:
quel traditore, perché non è altro.
Naturalmente sono frasi che si usano quando si è arrabbiati, e in tal caso si ha l’esigenza di essere immediati, veloci e non si fanno pause:
Quel bastato che non è altro mi ha rubato il portafogli!
Stai zitto, stronzo che non sei altro!
Ulrike: Uno sfogo offensivo mi pare e come tale un po’ osè, comunque da prendere con le molle a meno che non venga espresso con un occhiolino per metterci una sfumatura scherzosa.
Giovanni: Brava, spesso infatti si usa anche in modo scherzoso, ma in questo caso non posso togliere “altro” come facevo prima. La frase non avrebbe senso.
Naturalmente non si può usare un aggettivo positivo, per indicare un complimento. Funziona solamente con le offese.
Posso togliere però l’intera espressione “chenon è altro“, perché questa espressione non serve che a sfogarsi, non serve altro che a questo.
L’episodio finisce qui, avete anche ascoltato delle frasi di ripasso di alcune espressioni già spiegate negli episodi scorsi. Nel prossimo episodio vediamo “ma guarda tu“, un’altra espressione che si usa da arrabbiati.
– – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: bravo Khaled. Grazie. Allora oggi, cari amici, voglio fare una breve discussione sul verbo trovare. Spero troverete l’episodio di vostro interesse.
In particolare mi interessava farvi notare che questo verbo si può usare non solo nel modo classico, in cui significa riuscire ad individuare. È simile a scoprire, venire a conoscenza, recuperare.
Ho trovato il corso di italiano che cercavo
Non trovo più le chiavi
Scusi, dove posso trovare un ristorante aperto?
Prima si cerca e poi si trova (non sempre!).
Si usa anche in altri modi, ad esempio quando volete esprimere un’opinione in modo più elegante del solito:
Trovo che questo corso sia molto interessante
Quindi è simile a credere, pensare, verbi però troppo generici.
Ti trovo ringiovanito sai?
Ti trovo ingrassato!
Diciamo che possiamo usarlo quando notiamo delle caratteristiche in una persona o una cosa. Simile quindi a riscontrare (che è più formale) e individuare.
In questo modo stiamo esprimendo un nostro parere, quindi può anche trattarsi di un giudizio. Stiamo dicendo se una cosa ci piace oppure no, ad esempio. Quindi somiglia anche a giudicare, ritenere, stimare.
Trovo questo episodio molto interessante.
Se io stimo una persona, ad esempio, evidentemente trovo che sia una persona intelligente, la ritengo capace di ottenere dei risultato, la, giudico positivamente.
Trovare, usato in questo modo, è assolutamente adatto, esprime un proprio punto di vista in modo direi in molto elegante ed imparziale.
Infatti fa pensare che prima di esprimere il vostro parere abbiate pensato, abbiate riflettuto, e solo dopo abbiate espresso il vostro pensiero.
Certo, potrete continuare a dire:
Secondo me meglio non usare questo verbo.
Ma si è sicuramente più convincente dite:
Trovo che sia meglio non usare questo verbo.
Si usa anche come risposta. Una persona esprime un parere e voi rispondete:
Trovi? (come dire: la pensi così? Davvero? È questa la, tua opinione?)
Trovi che sia così?
Trovate anche voi che sia un bel modo di utilizzare questo verbo?
– – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo detto che l’espressione “ma ti pare” esprime stupore e spesso anche fastidio.
Un utilizzo di cui ancora non vi ho parlato esprime esclusivamente stupore, solo stupore, ed equivale a “possibile mai?”. In sostanza ci si chiede, o si chiede ad un’altra persona, se mai una cosa sia possibile. Una cosa che se fosse vera mi stupirebbe molto.
Ad esempio:
Possibile mai che Giovanni abbia deciso che nel 2021 ci saranno due riunioni dei membri dell’associazione italiano semplicemente? Non si è mai parlato di due riunioni in un solo anno.
Equivale a dire: secondo te è possibile questa cosa? A me stupisce molto questa cosa.
Oppure:
Ma ti pare possibile questa cosa?
Il tono è fondamentale per escludere la possibilità che ci sia fastidio.
Sentite la differenza tra le due forme:
—
A questo punto dobbiamo vedere la differenza tra “è mai possibile?” e “possibile mai?”
La posizione di “mai” determina la differenza tra fastidio e stupore.
Se sono arrabbiato e infastidito devo dire:
È mai possibile che tu sia sempre in ritardo?
Se invece la mia è una domanda tranquilla. E io sono incuriosito e meravigliato, senza essere arrabbiato, dico:
È possibile mai che Giovanni voglia fare due riunioni in un anno?
Questa è una domanda vera e propria.
È possibile mai che neanche un episodio duri due minuti esatti?
Questa è più una lamentela, ma resa più gentile dall’aver posticipato il termine mai.
Se sbagliate non è molto grave, ma il messaggio che esce dalla vostra bocca non è esattamente uguale a quello che arriva alle orecchie di chi ascolta.
Potete usare “è possibile mai”, come abbiamo visto, anche per mitigare la frase, per non sembrare arrabbiati, o per educazione.
Ma è mai possibile che non ci sono libri di grammatica che spiegano questa cosa?
Ma è possibile mai che siate così convinti che la grammatica da sola, possa bastare?
Ma questo “mai” serve veramente a questo? E serve solamente a questo?
Solo la posizione è importante?
In realtà potremmo anche togliere “mai”. Ciò che aggiunge, quando lo mettiamo, è il fastidio, se messo prima e lo stupore, se messo dopo. Ma anche senza, se il tono è adeguato va bene lo stesso.
È (mai) possibile che nessuno ci abbia spiegato prima queste cose?
È possibile (mai) che Giovanni si sbagli?
Khaled: Ah… stai sfoderando un’altra espressione di stupore! Man mano cominciano a ronzarmi per la testa.
Ulrike: È mai possibile e possibile mai con significati diversi! Pavento proprio di scambiarle! Non resta che ripetere l’episodio. Pazienza!
– – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: oggi non mi va di fare l’episodio dei due minuti. Mi sento offeso perché qualcuno pensa che gli episodi sono troppo lunghi.
Emanuele: dai, Gianni, non fare il sostenuto e facciamo questo episodio!
Giovanni: ma ti pare che faccio il sostenuto? Stavo solo scherzando. Era solo una scusa per usare questa nuova espressione: ma ti pare!
Ho identificato quattro modi diversi di utilizzo.
Come L’ho usato io prima è un modo per allontanare un dubbio.
Significa: ma come puoi pensare questo. Bisogna specificare la cosa che stupisce e, enfatizzando il tono della voce, si manifesta stupore e un certo dispiacere, o anche un po’ di fastidio a volte.
Un secondo modo è per condividere un fastidio per qualcosa:
Ma ti pare normale quello che stai dicendo? (in tal caso pare sostituisce sembra)
Ma ti pare che mio figlio ha detto un sacco di parolacce questa mattina. Chissà dove le ha imparate!
Si tratta di una domanda, come a dire: che ne pensi tu? Non sei stupito quando me?
Ma ti pare che per andare in spiaggia libera quest’estate bisogna prenotare? Roba da non credere!
Il terzo modo è usato come formula di cortesia, quando una persona ti ringrazia:
Ti ringrazio molto.
Ma ti pare!
È come dire:
prego, non preoccuparti.
Figurati!
Ma di che!
Non c’è di che!
Si può usare anche dando del lei:
Ma le pare!
Non è affatto una risposta scortese, anzi forse è la più formale che esiste quando si dà del. Lei.
Anche questa in fondo In fondo poi è una modalità per esprimere stupore: meraviglia per un ringraziamento non dovuto.
Il quarto modo è da intendere sempre letteralmente, e “pare” è ancora una volta come “sembra”, ma più familiare:
Sei il peggiore degli amici!
Scherzi?
Ma ti pare che sto scherzando?
È una risposta un po’ arrabbiata.
Ma ti pare giusto questo?
In genere la prima parola “ma” si può anche togliere in ogni occasione. La sua presenza però serve a dare enfasi, ad accentuare lo stupore, o lo sdegno, o il fastidio.
Adesso Khaled, dall’Egitto, vi aiuta a ripassare alcune espressioni che abbiamo già spiegato negli scorsi episodi. Khaled è uno dei membri dell’associazione italiano semplicemente.
Khaled: Quando vado alla zona militare, mi preparo tutti i documenti, mettendo tutto in ordine. Là, il soldato mi chiede tutte le mie generalità, dicendo: “mi fornisca le sue generalità”.
Io presento le generalità richieste, poi mi dà il via libera. Poi vado dal medico, misurando la temperatura del corpo, e mi porta da altri due soldati. Questi mi ispezionano, chiedendomi di mettere le mani in alto.Senz’altro è la solita solfa che si fa con tutti, andando là. Se si dimentica un foglietto banale bisogna stare attenti, niente scuse perché sono duri di comprendonio.
Giovanni: ottimo ripasso Khaled. Nel frattempo mi è venuto in mente un ulteriore modo di utilizzo.
Giovanni: Certo che no.
All’aeroporto ad esempio, sia all’andata che al ritorno e anche in albergo possono, anzi sicuramente vi chiederanno di fornire le vostre generalità.
Fornire le proprie generalità, o dire, o indicare o dichiarare le generalità significa comunicare il complesso dei dati anagrafici relativi a un individuo: voi stessi
Ulrike: Allora quando partirò alla volta dell’Italia cercherò di ricordarmelo, ma cosa si fa in questi casi?
Giovanni: Bisogna generalmente dare un documento e se non basta riempire un modulo indicando nome e cognome, data e luogo di nascita e indirizzo di residenza. Queste sono le generalità.
Le generalità vengono chieste per sapere chi sei, quindi servono per identificarsi.
Da non confondere con lageneralità, al singolare, che indica “la maggior parte“, “lamaggioranza“:
Lia: la differenza tra singolare e plurale non è proprio una sfumatura allora! Puoi farci un esempio al singolare?
Giovanni: Subito: Nella generalità dei casi questi episodi durano 4 o 5 minuti.
Questa è la generalità.
Possiamo anche dire “ingenerale” o “generalmente” questi episodi durano 4 o 5 minuti. Anche “in genere” va bene.
Le generalità (al plurale) di una persona spesso vengono chiamate anche in un altro modo: gli estremi.
Questo è un termine che ha diversi significati, ma si chiamano così anche i dati essenziali e necessarî per l’identificazione.
Bogusia: si usano normalmente questi due termini? Ti diròche mi piacciono e mi piacerebbe usarli.
Giovanni: È un linguaggio burocratico in realtà, li usano negli uffici pubblici soprattutto. Ma anche sull’autobus potrebbero chiedervi le generalità. Se controllano l’abbonamento ad esempio.
In un ufficio pubblico dovete necessariamente fornire i vostri estremi o se preferite le vostre generalità se volete ottenere o consegnare un documento.
Qualcuno ve li chiederà:
Mi fornisca i suoi estremi
Mi fornisca le sue generalità
C’è da dire che esistono anche gli estremi di un documento, non solo di una persona.
L’importante è che identifichino questo documento: la data di rilascio del documento e il numero ad esempio.
In varie occasioni potrebbero chiedervi:
Gli estremi della carta di identità
Gli estremi di un bonifico bancario
Gli estremi di un pagamento qualsiasi
Gli estremi di una fattura
Gli estremi di una spedizione
Gli estremi dI una polizza assicurativa.
Invece le generalità si usano solo con le persone.
Sofie: Sarebbe fuori luogo finire adesso l’episodio con un’altra frase di ripasso?
Giovanni: Ma c’è anche Lia dal Brasile che ci teneva molto alla sua frase di ripasso.
Lia: Beh, torniamo a bomba!
Spesso mi stupisco quando vedo persone che se ne fregano del Coranavirus.
Quello che esce senza la mascherina, quell’altro che fa assembramenti, quell’altro ancora che dice:
Dai, prima o poi tutti lo prenderemo.
Ebbene, queste sono le persone sciocche per eccellenza.
E quando poi se lo prende anche lui si piange addosso.
È proprio in quel momento che mi viene voglia di dire: hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!
Ma te lo giuro, io non ho gufato contro nessuno!!
– – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: oggi vediamo un episodio ricco di espressioni idiomatiche italiane. Vediamo come usare la mano o le mani. Il vocabolario è ricchissimo di esempi.
Sapete infatti che ci sono molte espressioni in cui si usa la mano.
Numeri alla mano (o datialla mano) è una di queste: significa conoscendo i dati, avendo a disposizione le informazioni numeriche.
Con i dati alla mano, cioè a disposizione, si possono fare i conti, si può giungere a conclusioni.
La mano indica disponibilità, perché le cose che teniamo in mano sono nostre e le possiamo controllare.
Essere un tipo o una persona alla mano è un’altra espressione. Un tipo disponibile, piacevole, amichevole, disponibile e flessibile, che si adatta alle diverse situazioni come una mano, appunto.
Essere a portata di mano invece indica la vicinanza di un luogo qualsiasi. Come se allungare una mano bastasse per raggiungerlo.
C’è un ristorante a portata di mano da queste parti? È comodo avere tutto a portata di mano, vuol dire che non devo faticare, non devo percorrere lunghe distanze.
Posso usare anche in modo più materiale questa espressione:
Scusa mi passi il sale visto che ce l’hai a portata di mano?
Con lo stesso senso si usa anche sottomano.
Vorrei scrivere una poesia ma non ho sottomano una penna. Qui c’è meno il senso della comodità ma più che altro quello della disponibilità immediata.
Se invece una cosa è non a portata di mano allora è fuorimano. Significa che è un po’ distante. Una casa fuori mano è ad esempio lontana dal centro abitato.
Tornando alle persone, quelle alla mano però non è detto abbiano le mani d’oro, non è detto cioè che sappiano fare tutto, che abbiano una ottima manualità. Chi usa le mani per fare massaggi invece può avere le mani di fata: sensibili e efficaci.
Se avete le mani d’oro difficilmente su ciò che fate occorre ancora rimetterci le mani, perché il vostro lavoro è perfetto. Infatti rimettere le mani (o rimetteremano) su un lavoro ha questo senso: non è completo, è ancora da perfezionare, o è difettoso. Allora bisogna rimetterci mano.
Chi nvece ha le mani in pasta, come un pizzaiolo, è coinvolto in una attività, e di solito c’è sempre da guadagnare qualcosa. È ovviamente un’immagine figurata, la pasta rappresenta gli affari, l’organizzazione, il coinvolgimento nel dar forma a qualcosa. I politici potremmo dire che hanno sempre le mani in pasta ovviamente, ma l’espressione si usa sopratutto in termini negativi quando ci sono interessi personali coinvolti. È simile ad essere immischiati.
La disponibilità è probabilmente la caratteristica più frequente nelle espressioni con la mano.
Dare una mano è sicuramente quella più comune e più conosciuta dai non madrelingua. Ma prima ancora che la mano venga data bisogna porgerla o tenderla. Ma tendere la mano l’abbiamo già vista insieme.
Le mani, poi, al plurale, possono essere usate fisicamente, ad esempio venendo alle mani con qualcuno. Venire alle mani è un modo educato e formale di dire picchiarsi, usare le mani per farsi del male fisicamente, dopo un litigio. Se qualcuno ti mette le mani addosso durante un litigio però puoi sempre lamentarti: giù le mani! Come ti permetti di alzare le mani? Io ti denuncio sai!
Non mi mettere le mani addosso! È spesso una frase usata per difendersi da chi alza le mani con facilità.
Ma con alzare le mani in questo caso vogliamo dire picchiare, usare le mani per far del male. Ma alzare le mani si usa anche in altro modo, ad esempio quando si fa una domanda:
Chi ha domande da fare alzi pure la mano.
Ma se vi trovate in una banca durante una rapina, e il rapinatore vi dice di alzare le mani, non vi sta chiedendo di fare domande, ma di mettere le mani in alto, come segno di resa:
Mani in alto! Nessuno si muova, questa è una rapina!
In questi casi ci si sente che non si può far nulla, e in tutte queste situazioni, non solo nelle rapine, si può dire:
Di fronte a questo io alzo le mani!
Vuol dire: basta, mi arrendo, adesso non riesco più a far nulla.
Ci sono situazioni in cui ci sentiamo veramente inermi, e siamo rassegnati, scoraggiati. In questi casi possono addirittura cadere le braccia!
Dopo cinque anni di lezioni di italiano, se uno studente scrive: “vado a casa” ma scrive a con l’acca, come se fosse il verbo avere, al professore cadono sicuramente le braccia.
Ma restiamo alle mani.
Avete capito che la mano non sempre si usa per indicare cose piacevoli. Un altro esempio è avere la mano di ferro, espressione che si usa quando si è inflessibili e duri, tutt’altro che disponibili ed alla mano!
Poi c’è chi ha le mani bucate, chi cioè spende molto denaro senza farci troppa attenzione. Conosco molte persone con le mani bucate io. E voi? Che spemdaccioni!
Queste persone escono di casa con molti soldi ma tornano sempre con le mani vuote cioè senza avere più nulla in mano. Questa espressione si usa anche quando c’è qualcosa da dividere tra persone ma qualcuno resta senza ottenere nulla. Resta a mani vuote, appunto, non ottiene nulla.
Le mani in questo caso indicano possesso e di espressioni di questo tipo ce ne sono parecchie. Possesso, controllo, ma anche protezione:
Fidati di me, sei in buone mani.
C’è fiducia in questo caso, fiducia e protezione. Ma essere in cattive mani è ovviamente l’opposto.
Anche avere le mani in pasta rientra in questo ambito.
Ho le mani su un grossi affare.
In questo caso c’è un’opportunità, qualcosa che si potrebbe ottenere a proprio vantaggio.
A proposito, in guerra si può cadere in mano del nemico. In tal caso il nemico ottiene il controllo su di te o su un territorio. Si usa anche in politica nel caso di vittoria delle elezioni.
A proposito, l’Italia è nelle manidell’Europa. Speriamo arrivino gli aiuti di cui abbiamo bisogno per affrontare l’emergenza economica. Solo l’Europa può aiutarci. Speriamo che si mettano una mano sulla coscienza altrimenti avremo forti difficoltà questa volta.
Mettersi una mano sulla coscienza significa comportarsi senza fare del male, avendo pietà, comportarsi con bontà, verso qualcuno che sta in condizioni molto difficili.
Quando si fa beneficenza ad esempio, o quando si raccomanda a qualcuno di comportarsi con bontà:
Mettiti una mano sulla coscienza, e aiuta chi ha bisogno se ti chiede di dargli una mano.
Le mani possono essere usate anche per difendersi, lo abbiamo già detto con venire alle mani (o passare alle mani) e alzare le mani e mettere le mani addosso.
Ma chi si sente attaccato non fisicamente, e si difende addirittura prima di ricevere un’offesa o per anticipare un evento negativo si dice che mette le mani avanti.
Spesso chi è colpevole mette le mani avanti, perché sa che sarà accusato. In fondo quando si sta per cadere si mettono fisicamente le mani avanti per non farsi male.
A mano a mano che vado avanti mi accorgo che ci sono molte altre espressioni con la mano.
Man mano che mi vengono in mente (stesso significato) vi spiego ovviamente il significato.
Dunque, ad esempio, se non credete in qualcosa che vedete o che vi viene raccontata ma avete bisogno di toccarecon mano, evidentemente non vi fidate e volete verificare di persona, proprio come San Tommaso, che ha voluto toccare con mano il corpo di Gesù perché non credeva nella sua resurrezione.
Allora chi vuole toccare con mano, solitamente è perché non crede in qualcosa ma più in generale questa espressione si usa con le esperienze personali:
Una volta toccata con mano, là povertà non si dimentica.
Al lavoro poi, chi non fa nulla, chi non lavora, mentre dovrebbe farlo, si dice che se ne sta con le mani in mano.
Queste persone che se ne stanno con le mani in mano semplicemente non fanno nulla, e per questo fanno rabbia, suscitano un sentimento negativo.
Se mi capita tra le mani una persona di questo tipo… Peggio per lui!
Capitare tra le mani fa riferimento a situazioni casuali in cui si ha una opportunità. Le mani servono per afferrare questa opportunità.
Se mi capita tra le mani un buon affare non me lo lascerò scappare!
Se mi capitasse tra le mani Trump gliene direi di tutti i colori!
Se dite così evidentemente Trump non vi sta molto simpatico.
Non sono molto simpatiche neanche le persone (ma non solo le persone) che fanno man bassa di qualcosa.
La Juventus sta facendo man bassa di scudetti negli ultimi anni. Vince sempre la Juventus. Non resta nulla per gli altri.. La Juventus vince a mani basse, cioè con molta facilità.
Ma questa non è certamente una notizia di prima mano, perché è da tempo che la juve vince e lo sanno tutti. Una notizia di prima mano è una notizia acquisita direttamente dalla fonte, mentre se un’altra persona dà la stessa notizia dopo averla ascoltata da me questa notizia diventa di seconda mano.
Quindi in questo caso non sono proprio fresche, ma in genere le cose di seconda mano sono le cose, gli oggetti usati.
Quindi se si acquista un’automobile di seconda mano questa non è un’auto nuova. Ma se è nuova non si dice che è di prima mano. Solo le notizie possono essere di prima mano.
Con le mani comunque si possono fare tante cose!
Se si mordono le mani, ad esempio, siamo arrabbiati perché abbiamo perso un’occasione, perché potevamo fare qualcosa e adesso siamo pentiti ma ormai è tardi:
Se penso che sarei potuto andare in Brasile prima del corona virus e non ci sono andato… Mi mordo ancora le mani per questo!
Si può anche chiedere la mano di una ragazza se si è intenzionati a sposarla.
Signorina, vorrei chiedere la sua mano!
Questo è chiedere la mano, fare una proposta di matrimonio.
Invece prendere per mano, significa aiutare, come dare una mano, ma più nel senso di indicare la strada. Quando si prende per mano una persona è per guidarla, per fargli vedere come si fa.
Invece prenderci la mano è quando si impara a fare qualcosa.
Prima impariamo e poi quando siamo bravi possiamo dire che ci abbiamo preso la mano. E tutto diventa più facile.
Ma quando ci si fa prendere la mano le cose possono diventare pericolose. Vuol dire che abbiamo perso il controllo della ragione e non riusciamo più a smettere spinti dalla voglia di ottenere risultati migliori.
Quando si gioca al casinò è facile che il gioco ci faccia prendere la mano. Mai farsi prendere la mano altrimenti perdiamo tutto!
Con il matrimonio si rischia meno, quindi meglio chiedere la mano ad una ragazza che farsi prendere la mano al gioco.
In fondo la mano serve a infilare l’anello al dito. Magari un anello fatto a mano, cioè un anello artigianale. Si riconosce subito lamano di un vero artigiano.
E cosa succede quando ci si lavano le mani?
Questa frase si usa per non avere responsabilità.
Io me ne lavo le mani!
Significa io non mi interesso di questo, a me non importa, non voglio avere a che fare con questo. Il significato esatto è declinare le responsabilità, come a dire:
Non sono responsabile di questo.
In effetti avere le mani sporche indica una colpevolezza, quindi lavarsele indica il gesto di chi non vuole coinvolgimento, e non è un caso che in Italia, ai fenomeni di corruzione politica degli anni ’90 è stato dato il nome di “mani pulite“. Molti politici sono risultati corrotti in quell’occasione. Sebbene molti abbiano cercato di lavarsene le mani.
Molti giuravano di essere innocenti e affermavano che si poteva mettere lamano sul fuoco sulla loro innocenza!
I politici si aiutavano tra loro anche. Io aiuto te e tu aiuti me: una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso.
Un proverbio non proprio dei migliori questo. In genere non si usa per indicare una semplice collaborazione,ma c’è bisogno che ci sia qualcosa di illecito. Un accordo illecito, vietato dalla legge.
Stavamo parlando di mettere le mani sul fuoco come segno di fiducia.
Questo vuol dire che bisogna avere fiducia, talmente tanta fiducia da essere disposti a mettere le mani sul fuoco in caso di colpevolezza. In senso figurato ovviamente. È come dire fudarsi ciecamente.
Ma finalmente è arrivata l’inchiesta mani pulite, e la mano dellagiustizia e ha sistemato le cose!
Una mano poi si può dare come segno di aiuto, come si è detto, ma anche per presentarsi o per stringere accordi.
Piacere, io sono Giovanni.
Nel caso di accordi meglio usare stringere la mano.
Non si diventa amici senza una stretta di mano, e tra amici si può anche giocare a carte.
Facciamo un’altra mano di poker?
La singola partita di carte si può anche chiamare “una mano” quindi.
Altre due mani e andiamo casa ok?
Le due mani indicano anche coraggio ma solo quando si prende il coraggio a due mani. Lo abbiamo visto anche nell’episodio dedicato ai numeri.
Una mano di pittura la potete dare anche alla perete del vostro appartamento, o al cancello della vostra casa. In quel caso date però una mano di vernice. Con due mani è anche meglio comunque. Ma dovete lasciar asciugare la pittura o la vernice dopo aver dato la prima mano.
Infine la cosa peggiore che esiste: fare la manomorta!
Se vi trovate su un mezzo pubblico ed è molto affollato, qualcuno potrebbe fare la manomorta, cioè potrebbe approfittare dell’affollamento per palpeggiare le persone…normalmente le ragazze!
In un posto gremito però, non solo può capitare una manomorta. Può anche darsi che qualcuno con le mani lunghe proverà ad allungare le mani per rubacchiare, allora bisogna essere attenti perché ce ne sono molti che sono svelti di mano.
Tra l’altro chi fa scherzi di mano fa scherzi da villano! Così recita un famoso proverbio.
Una volta però colto con le mani nel sacco, (cioè una volta scoperto a rubare) non gli resta che mettersi le mani nei capelli (si fa così quando si è disperati) perché poi rimarrà con un pugno di mosche in mano. Questo accade quando non resta più nulla.
P. S: Non so se mi sono ricordato di tutte le espressioni possibili, ma ringrazio i membri dell’associazione italiano semplicemente che mi hanno dato manforte.
Giuseppina: non sono riuscita a finire il lavoro in tempo e sai cosa ha detto il mio capo quando gliel’ho detto?
Giovanni: no, ti prego, meglio se me lo risparmi, so bene che non è molto educato in questi casi.
Avete ascoltato un uso particolare del verbo risparmiare, che solitamente si usa con i soldi. Risparmiare in genere significa non spendere soldi, mettere da parte i soldi, per essere spesi in futuro.
In realtà il risparmio indica un uso moderato non solo dei soldi, ma di sale, di benzina e di tempo ad esempio. Qualunque cosa che abbia un valore e sia limitato, non infinito si può risparmiare.
Questo è l’uso principale ma ce ne sono altri, nei quali risparmiare indica una forma di cortesia fatta a qualcuno.
Si può risparmiare anche una persona infatti.
Nei film Western si sente spesso dire:
Risparmialo! Riferito ad una persona, che significa “non ucciderlo”. Si può anche dire:
Risparmiagli la vita.
Stesso significato: non ucciderlo.
Risparmiare una persona o la vita di una persona è ovviamente un atto di pietà, significa avere il potere di togliere la vita ma decidere di non farlo. Un atto di pietà e di umanità.
Ma risparmiare una persona non si usa solamente in questo modo, parlando di vita e di morte. Ma si tratta sempre di un gesto positivo.
Infatti se dico:
Giovanni era molto arrabbiato e ha insultato tutti, ha risparmiato solo Maria.
Quindi Giovanni non ha risparmiato nessuno tranne Maria. Non vuol dire che ha ucciso tutti tranne Maria, ma che non ha escluso nessuno dalle sue critiche o dai suoi insulti. A parte Maria. Lei è stata risparmiata dagli insulti e dalle accuse o offese.
Lo stesso posso dire di un professore che boccia tutti gli studenti agli esami, senza risparmiare nessuno.
Quindi nessuno è stato risparmiato dal professore, nessuno è stato promosso: tutti bocciati!
Se invece io dico:
Ti voglio risparmiare cosa è accaduto.
Non parliamo più di risparmiare qualcuno ma di risparmiare qualcosa a qualcuno: ti voglio risparmiare cosa è accaduto.
Significa, come nella frase iniziale dell’episodio, che non voglio dire cosa è accaduto, voglio risparmiartelo (risparmiare a te) e questo lo faccio perché sarebbe come raccontare qualcosa di spiacevole, che probabilmente tu puoi immaginare. Qualcosa di brutto, di negativo. Se ti risparmio qualcosa puoi tranquillamente fare a meno di ascoltarla. Anche questo risparmiare è un gesto positivo.
Il risparmio quindi è sempre una cosa positiva in fondo, che si tratti di soldi non spesi, di persone non uccise o di critiche non fatte o studenti non bocciati ma risparmiati.
Non posso risparmiarvi il resto della spiegazione, perché altrimenti l’episodio non sarebbe completo.
Quindi continuo nelle spiegazioni.
Se io parlo con te e mi dà fastidio che mi hai detto qualcosa di spiacevole, posso dirti:
Questa te/me la potevi anche risparmiare.
Vale a dire: questa cosa che mi hai detto potevi anche evitare di dirmela.
In questo caso si tratta di qualcosa da non raccontare, ma spesso si tratta di comportamenti da evitare e non di parole:
Se uno studente si legge 10 libri di grammatica italiana io gli direi:
Te lo potevi anche risparmiare.
Cioè: potevi anche non farlo. Non c’era bisogno. Hai fatto una fatica inutile. Potevi anche risparmierti di leggere 10 libri di grammatica, potevi evitarti questa fatica e avresti compiuto un gesto compassionevole nei tuoi stessi confronti. Ovviamente la frase è ironica in questo caso.
Quindi anche le energie si risparmiano.
Quest’anno non ho risparmiato energie e ho sistemato tutto il giardino
Quest’anno non mi sono risparmiato. Ho usato tutte le mie energie per sistemare il giardino.
Risparmiare energie quindi è più o meno uguale a risparmiarsi, risparmiare sé stessi nella frase appena ascoltata.
Bisogna dire che il verbo risparmiare, quando si parla di parole o di azioni si usa sempre in contesti di polemica, di contestazione, di opposizione, e spesso c’è una componente di ironia.
Basta con questa spiegazione, rispamiaci altre parole inutili.
Analogamente a quanto avviene quando si risparmia la vita ad una persona, risparmiandosi di raccontare, di dire, di spiegare qualcosa a qualcuno, si fa un atto di pietà, di compassione, un gesto positivo insomma.
Non ci far soffrire ti prego, risparmiaci il resto della spiegazione.
Volete sapere un altro uso del verbo o volete che ve lo risparmi?
Posso risparmiare il fiato se volete, ma questo lo farei solo se credessi che quello che dirò sarebbe inutile.
Vi potrei risparmiare altri esempi ma non lo farò.
In questo caso si usa per evitare fatica, o un dispiacere ad altre persone.
Come, vedete somiglia al verbo “evitare“, e questo vale sempre:
Evitare di spendere: risparmiare denaro
Evitare di uccidere: risparmiare la vita
Evitare di raccontare: risparmiare un racconto
Possiamo usare risparmiare al posto di evitare anche in altre occasioni, e spesso si fa quando c’è ironia. In questo senso è simile anche a trattenersi
Giovanni dovrebbe risparmiarsi di vestirsi in quel modo.
Franco non risparmia nessuno dalle sue battute. Difficile sopportarlo!
Poi notate che ci si può rivolgere a sé stessi o a altre persone: c’è ad esempio una differenza tra:
Risparmiamelo
E:
Rispamiatelo
Nel primo caso si fa un gesto positivo nei confronti miei, nel secondo caso parli di te stesso e questo si usa quando qualcosa è controproducente per sé stessi quindi meglio non dirla o non farla questa cosa se non si vuole essere ridicoli o fare figuracce ad esempio.
Dovrebbe risparmiarsi di vestirsi così
(non gli conviene, sembra ridicolo. Farebbe un favore a sé stesso se se lo risparmiasse)
Dovrebbe risparmiarci di vestirsi così
(non è bello a vedersi, fa male alla nostra vista. Farebbe un favore a noi)
Per oggi vi risparmio le frasi di ripasso?
Khaled: E qui ti volevo! Invece secondo me andiamo avanti, oppure ci fermiamo? Che ne dite?
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giuseppina: basta, non ce la faccio più con questi bambini! . Voglio tornare single! Voglio uscire la sera con gli amici! Giovanni: eh, cara mia, hai voluto la bicicletta? E adesso pedala!
Per andare in bicicletta bisogna pedalare, giusto? E pedalare è faticoso, richiede energia, fatica, sforzo fisico.
E chi acquista una bicicletta non si può lamentare poi che bisogna pedalare per andare avanti.
Per questo motivo l’espressione “hai voluto la bicicletta?” si utilizza spesso quando qualcuno si lamenta dopo aver fatto una scelta. Volendo si può aggiungere la seconda parte (e adesso pedala) ma non è obbligatorio perché è scontata, si capisce anche senza.
Giuseppina sapeva bene che i figli richiedono energia, e non danno solo gioie, ma richiedono anche fatica e pazienza. Ed allora cosa ti lamenti? Sei tu che li hai voluti! Adesso non ti lamentare!
Questo è il significato di questa espressione informale che si usa con amici, familiari ma anche volendo con colleghi di lavoro se siete in buoni rapporti con loro.
Pedalare è il verbo usato nella seconda parte della frase. Si usa spesso anche come esclamazione:
Pedalare!
È una incitazione a lavorare, a fare fatica e si usa normalmente con gli sfaticati, coloro che non hanno voglia di fare nulla ma c’è molto da fare.
Dai che c’è ancora lavoro da fare, perché vi state riposando? Pedalare!! Lejla: sarà perché andare in bicicletta è faticoso? Sofie: Sicuramente è questo il motivo, ma io non ci capisco niente con queste espressioni italiane. Ulrike: mi fa specie che parli in questo modo. Mi sembra che tu invece ne sai usare molte di espressioni.
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Saper fare è usato comunemente per esprimere competenze. Equivale a riuscire a fare.
Sai fare il caffè all’italiana?
Certo che lo so fare e tu la sai fare la caipirinha come la sanno fare in Brasile?
Insomma! Non la so fare molto bene. La sanno fare meglio i brasiliani.
Questo è saper fare. Sapere indica conoscenza e fare la manualità. Saper fare, insieme, indica una abilità spesso manuale, materiale.
Saperci fare è simile, ma ci sono almeno tre differenze.
La prima differenza è che saperci fare contiene anche orgoglio, l’essere orgogliosi di saper fare qualcosa:
Io ci so fare con i computer
Questa frase è del tutto equivalente a “ci capisco” e a “ne capisco” che è la versione corretta.
La seconda differenza è che il “fare” di “saperci fare” può anche essere relativo ad un comportamento. Anzi, soprattutto in questo caso è corretto usare “saperci fare”:
Tu ci sai fare con i bambini
Tu, cioè, hai abilità particolari con i bambini, li sai intrattenere, li sai far divertire, sai farti obbedire, eccetera. È un complimento.
Io non ci so fare per niente con le ragazze.
Io, quindi, non capisco bene come comportarmi con le ragazze, non so come fare per piacere alle ragazze.
Tu non ci sai fare, le fai scappare le ragazze. Lascia fare a me!
Saperci fare quindi racchiude orgoglio, abilità nel fare ma soprattutto abilità comportamentali. Saperci fare è un concetto più ampio, di uso informale, anche questo, ma non più di tanto.
La terza differenza è che stavolta non è sbagliato usare ci.
“io ci so fare” è il modo corretto di esprimere l’abilità in questione.
Se usassi la particella ne il significato cambierebbe.
Ad esempio:
In Italia ci sappiamo fare con i dolci e tutto ciò che riguarda il cibo. Ma non solo: gli italiani ne sanno fare molte di cose.
Quindi “in Italia ne sappiamo faremoltedi cose” significa semplicemente che in Italia sappiamo fare molte cose.
Quel “ne” si riferisce alle “cose”.
Quante cose sai fare?
Quante ne sai fare di cose?
Ne so fare molte io, e tu?
Quanti anni hai? Ne ho 30.
Quanti dolci sai fare? Ne so fare molti. Ne so fare molti di dolci.
Non parliamo di abilità comportamentali in questo caso ma di quantità di cose.
Quindi ricapitolando:
“io ci so fare con le pizze” è equivalente a “io ci capisco di pizze”. C’è orgoglio ma non si tratta di abilità nel comportamento in tal caso.
“Io ne so fare di pizze” contiene ancora una componente di orgoglio, come a dire che ne so fare molte, di molti tipi diversi, ma si parla di quantità di pizze.
Infine:
“Io ci so fare” con le donne o con i bambini o con i ragazzi eccetera, indica qualità, abilità nel comportamento, quindi orgoglio e comportamento. Si tratta di “savoir faire“. In questo caso si usa anche spesso questo francesismo. Il savoirfaire è quindi quell’nsieme di qualità che consentono ambite o brillanti affermazioni nei rapporti sociali. Questo saperci fare, questo savoir faire richiede accortezza, tatto, sensibilità, abilità morali particolari che non tutti hanno.
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Ne abbiamo fatti alcuni anche per spiegare la particella “ne”.
Non vi ho ancora mai parlato però di un uso particolare della particella “ci”.
Un uso informale, che non si trova nei libri di grammatica, ma che si usa moltissimo soprattutto tra i giovani (ma non solo) quando parlano di competenze. Abbiamo affrontato questo argomento, delle competenze, ampiamente nel corso di italiano professionale.
Quando una persona crede (o non crede) di essere bravo, quando esprime le sue capacità in una determinata attività o in un certo settore, potrebbe dire che “cicapisce“.
Significa che se ne intende. Significa che è un esperto in quel settore.
Parliamo del verbo “capirci“.
In realtà la frase corretta sarebbe un’altra, e si dovrebve usare “ne” e non “ci”. Il verbo sarebbe quindi *capirne“.
“io ne capisco” diventa, informalmente “io ci capisco“.
Ad esempio:
In termini di motori Gianni ci capisce! Puoi chiedergli qualunque cosa.
Fernando: Allora, bontà sua, magari può spiegare qualcosa anche a noi!
Chi ci capisce di matematica? Devo risolvere un problema difficile. Qualcuno ci capisce?
Io non ci capisco nulla di matematica. Non chiedere a me!
Giuseppina: In questo caso, nella pronuncia e anche nello scritto, questo “c’ho, c’hai, c’abbiamo, c’avete, c’hanno” capito, (con o senza apostrofo), tipici della lingua parlata, si rischia di confonderli con altri utilizzi di “ci”, ad esempio quando si indica il verbo “avere” o “tenere” o “possedere” in una forma dialettale usata soprattutto nel centro Italia:
Non c’ho niente da dire! (avere)
C’hai una penna? (avere)
Quanti anni c’hai? (avere)
C’ho una macchina bellissima (possedere)
In questi casi il “ci” è superfluo, si può eliminare, anzi si deve eliminare altrimenti è dialetto.
Ma nell’episodio di oggi non volevo parlarvi di questo, piuttosto del “ci” per esprimere le competenze.
Il verbo capire è l’unico verbo che si può usare in questo caso.
Ma attenzione perché se io dico:
Ci capisci? Ci hai capito?
Si potrebbe anche confondere con “ci comprendi? Ci haicompreso? Capisci ciò che diciamo?“. Il ci significa “a noi” in tal caso. Si tratta anche in questo caso del verbo capirci, ma capire noi in questo caso.
Ma il contesto è fondamentale per capire la differenza.
Ci capisci di queste cose? Ci capite voi? Chi ci capisce?
Emanuele: Come me non ci capisce nessuno. Stai tranquillo.
Giuseppina: Significa: ne capisci di matematica? Te ne intendi di matematica? Sei esperto di matematica? Questo è il modo normale di esprimere lo stesso concetto.
Intendersi di qualcosa = capirci di qualcosa = Essere esperti di qualcosa.
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Oggi parliamo dell’espressione “farespecie“, stranissima espressione per un non madrelingua, ma molto comune.
È strana perché se non viene spiegata, non si riesce a capirla. La parola specie non aiuta a capire, e neanche tanto l’uso del verbo fare.
Si usa per esprimere una sensazione che si prova, quando trovate strano qualcosa. Si usa prevalentemente, ma non solo, quando si parla di comportamenti umani.
Es:
Sofie: Oggi, a mia insaputa, mia figlia è uscita di casa senza che me ne sia accorta. Spero non faccia tardi.
Mi fa specie che proprio tu dica queste cose. Hai sempre detto che i ragazzi devono essere liberi di fare ciò che vogliono, per diventare responsabili.
Quindi io trovo strano che tu dica queste cose: Proprio tu, da te non me l’aspettavo. Mi fa specie che proprio tu dica queste cose.
Quindi si usa quando siete stupiti. C’è stupore, meraviglia, soprattutto in senso negativo.
Iberè: Si usa quindi anche se notiamo una incongruenza?
Giovanni: Esattamente. Si tratta di incongruenza che notiamo nei comportamenti di una persona. Una cosa strana. A volte si dice anche “mi fa strano“. Solitamente si usa per muovere una critica verso una persona, ma non è sempre così. Lo stupore è più importante.
Si tratta di una riflessione, di un commento che possiamo fare anche nei confronti di una terza persona.
Se io ti parlo di Giovanni dicendo che ha ritardato di 2 ore ad un appuntamento, se io invece conoscevo Giovanni per una persona che teneva molto alla puntualità, potrei dire:
Mi fa specie che Giovanni abbia fatto tardi, proprio lui che criticava i ritardatari.
Si usa il verbo fare come in altre circostanze per indicare una sensazione generata da qualcosa:
Mi fa schifo
Mi fa pena
Mi fa tristezza
Fare nel senso di provocare, generare. È una sensazione che si prova.
La parola “specie” invece indica unicità, similmente ad una specie animale o vegetale. Come a dire che questo comportamento “fa specie a sé“, cioè forma una specie, è quindi unico, non è mai successo prima. Infatti non esiste una specie animale (o vegetale) uguale ad un’altra.
Quindi per questo è qualcosa di inaspettato e che genera meraviglia. La. Parola specie d’altronde è simile alla parola “sorta“, che abbiamo visto nell’episodio 185 e anche in quel caso c’è meraviglia e stupore:
Che sorta di espressione è questa?
Facciamo un altro esempio. Ascolto una persona molto istruita, un professore di storia ad esempio, che parla in termini razzisti.
Potrei dire:
Mi fa specie che una persona così istruita come lei si esprima in questo modo.
L’ultimo esempio:
Non vi fa specie che in alcuni paesi del nord Europa, così evoluti, non si mangi molto bene?
L’episodio finisce qui.
Hartmut: Giovanni, non c’è andata di lusso neanche oggi con la durata. Abbiamo ampiamente superato i due minuti.
Xiaoheng: Mi fa specie che tu ti meravigli ancora. Si direbbe che non conosci Giovanni.
Ulrike: Grazie! È appena arrivato nell’associazione Italiano Semplicemente.
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Giovanni: quando volete dire che una cosa è ovvia, che è scontata, oltre all’esclamazione ironica “grazie“, come abbiamo visto nell’episodio 308, esiste l’esclamazione “vedi un po‘”, altrettanto ironica e pungente. Molto informale anche questa.
Xiaoheng: Come la vedi se ci spieghi anche questa Giovanni?
Giovanni: Certo, vedi un po’! In pratica questo è un modo per dire “sì” ma non è un sì normale, è piuttosto un:
Certo, ovviamente, naturalmente!
Non potrebbe essere altrimenti!
Molto usata in famiglia e tra amici. C’è un tono di rimprovero, come a sgridare per aver pensato, anche solo per poco, il contrario.
Per aumentare l’enfasi spesso si aggiunge una “e”:
“E vedi un po!” uguale a “e certo!”
Vi faccio qualche esempio: vado al supermercato. Secondo te è obbligatoria la mascherina?
Ed io rispondo: “e vedi un po’!”
Che vuol dire: è scontato, come potevi pensare diversamente? Rispondere con “grazie” non va bene perché è stata fatta una domanda con un dubbio. “Grazie” va bene quando si fa invece una considerazione, quando si esprime un concetto ovvio al quale noi ribadiamo con una spiegazione simile a “lo sapevo già”, “ciò che hai detto è ovvio”. Non una domanda quindi.
Lia: Al di là di questo significato ce ne sono altri?
Giovanni: Ci sono, a dire il vero, altri due modi di usare “vedi un po‘”, e per scoprirli vi invito a leggere l’episodio in cui ci siamo occupati di spiegare tutti gli utilizzi di questa espressione.
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Giovanni: Oggi vediamo un uso particolare del termite “grazie” che probabilmente i non madrelingua non conoscono. Come al solito poi alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente ci faranno ascoltare qualche frase per ripassare le lezioni precedenti. Grazie a loro dunque!
Khaled: Aspetta altri due minuti e vedrai, sempre che Gianni sarà conciso…
Lejla: Lo sarà, tranquilli, ma se continuiamo a interromperlo il nostro supporto rischia di allungare la durata. Ivi incluso il mio.
Stavo dicendo che normalmente la parola “grazie“, che è forse la prima parola che si impara di una lingua, è una forma di cortesia, un ringraziamento, appunto.
C’è anche l’uso di “grazie a” come alternativa a “per merito di” e anche di “con l’aiuto di“:
Sono riuscito ad imparare l’italiano solo grazie a italiano semplicemente.
Sperando che sia veramente così, vi dico che esiste anche il “grazie” per esprimere un senso di ovvietà.
Se una cosa è scontata, quando è banalmente vera, e soprattutto quando sappiamo il motivo per cui una cosa è vera, possiamo usare il grazie come esclamazione singola, o all’inizio della frase, seguito dal motivo per cui crediamo che questa cosa sia banale, scontata. Se non c’è bisogno di spiegare basta esclamare semplicemente: grazie! (attenzione al tono).
Ad esempio:
Sai che ho letto? Che il corona virus non è arrivato sulla punta dell’Himalaya!
Grazie!! Non c’è nessuno sulla punta dell’Himalaya!!
In questo caso bastava anche dire solamente “grazie!”.
Per poter usare grazie in questo modo però la cosa deve essere assolutamente scontata secondo voi.
Questa in realtà è una forma di ringraziamento. È una forma però ironica di ringraziamento, ovviamente informale. Come a dire, ironicamente:
Grazie dell’informazione, molto utile! (in realtà non è per niente utile)
Sapete che non si può imparare una lingua senza parlarla?
In questo caso io risponderei così!
Grazie, lo dice anche la settima regola d’oro di Italiano Semplicemente!
Se non volete essere ironici potete rispondere:
Ovviamente!
Chiaramente!
È chiaro!
Ci credo!
È ovvio!
Una alternativa, ugualmente ironica, è invece:
E vedi un po’!
Domani vediamo meglio questa espressione.
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No, no, qualcosa in comune c’è, ma la differenza consiste nel fatto che non si usano come risposta, ma si tratta di una “considerazione”, si tratta di esprimere un proprio pensiero.
Io, guardando la tua faccia, se la trovassi poco convincente, potrei dire:
Davvero? Non si direbbe proprio!
Come considerazione invece si possono usare entrambe le forme con o senza il “non” davanti, in qualsiasi tipo di argomento sul quale vogliamo esprimere un nostro pensiero:
Si direbbe che questo corona virus non guardi in faccia nessuno. Dopo Jhonson adesso anche Bolsonaro si è ammalato.
Sebbene si usi la forma impersonale (si direbbe), esprime semplicemente un pensiero personale, e usando questa modalità si vuole essere più credibili, come a dire:
“qualunque persona penserebbe questo, chiunque direbbe questo che sto dicendo io”.
Oppure per essere ironici, una ironia pungente, offensiva anche:
Chi è Dante Alighieri? Non lo sai? Si direbbe che tu non viva sul pianeta terra!
O anche:
Si direbbe che tu non abbia studiato!
Una modalità equivalente può sempre essere: si potrebbe pensare che…
È una possibilità quindi, non una certezza (ironia a parte) quindi ci si aspetta una risposta, che sia una conferma o una smentita. Vero?
…
Si direbbe che non vogliate rispondere a questa domanda!
Ulrike: Si direbbe che tu non abbia aspettato una risposta. Pareva una domanda retorica.
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Lezione numero 16 di due minuti con Italiano Commerciale. Nel commercio si parla spesso di pagamenti. Abbiamo visto nell’ultimo episodio l’emissione di un pagamento. Ci sono vari modi in realtà per chiamare un pagamento. Tra questi c’è il conguaglio. Si usa spesso in contabilità ma si usa spesso anche nelle relazioni economiche tra aziende, o nelle comunicazioni tra aziende e lavoratori. Si usa quando ci sono dei pagamenti in un verso e nell’altro: Io devo pagare qualcosa a te e tu devi pagare qualche altra cosa a me. Allora, anziché effettuare due pagamenti, si fa un solo pagamento che si chiama appunto “conguaglio”. Il conguaglio serve quindi a semplificare le cose. Io ti devo dare 10 euro e tu devi darmi 15 euro? Allora tu mi dai semplicemente la differenza: 5 euro. 5 euro è il conguaglio. Quando ci sono rapporti economici aziendali quindi si può ricorrere a conguagli settimanali, mensili o annuali. Il pagamento avverrà a conguaglio. La somma viene riscossa (o pagata) a titolo di conguaglio. Esiste anche il verbo conguagliare, simile a pareggiare o anche a compensare. Conguagliare significa pagare una somma di denaro compensando la differenza. Es: La somma verrà conguagliata entro la fine del mese. Ci vediamo al prossimo episodio. – – –
Giovanni: benvenuti nell’episodio n. 306 della rubrica due minuti con italiano semplicemente.
Oggi parliamo del condizionale del verbo dire. Ma non parliamo di grammatica, state tranquilli, perché sarebbe l’unico modo per non imparare a comunicare in l’italiano.
Non ci credete?
Vediamo allora.
Se chiedete l’età ad una signora, lei potrebbe rispondere: cinquanta.
È voi se volete darle un complimento, potreste rispondere:
Non si direbbe!
Non si direbbe proprio!
Complimenti signora, non si direbbe assolutamente!
“Non si direbbe” è la classica risposta che viene data in questi casi, perché è un modo per fare un complimento. Equivale a “non sembra”.
Sai quanto peso? Ben 73 kg!
Davvero? Non si direbbe proprio!
Sono solo 2 mesi che studi l’italiano? Non si direbbe, bravo!
Sapete che il condizionale si usa, in genere, in frasi di altro tipo, come ad esempio:
Tua moglie, se fosse qui, direbbe che devi fumare meno.
Nel caso dei complimenti invece, la frase “non si direbbe” significa:
Se non me lo avessi detto, avrei pensato che fossi più giovane.
Se avessi dovuto indovinare, avrei detto che pesavi 55 kg e non 73.
Se me lo avesse detto un’altra persona non ci avrei creduto. Insomma:
non si direbbe!
Attenzione perché in teoria questa locuzione è abbastanza pericolosa, perché potrebbe significare anche il contrario. E infatti si può usare in entrambi i modi.
Sai che sono dimagrita ben 10 kg?
Davvero? Non si direbbe!
Non è chiaro il senso della risposta…sembra di più o sembra di meno?
A volte quindi meglio spendere qualche parola in più per non fraintendere .. Non si sa mai!!
Allora torniamo a bomba: conoscete la grammatica alla perfezione ma non conoscevate questa esclamazione?
Allora non si direbbe che sappiate comunicare in italiano !
È cosa succede se togliamo la prima parola “non”? Questo lo vediamo domani! Non c’è più tempo oggi.
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Questo episodio è un approfondimento per madrelingua spagnola dell’episodio “Annessi e Connessi” e fa parte della rubrica “Italiano per Ispanofoni“, coordinata dal prof. Davide Martini.
Si tratta di uno degli episodi del libro “2 minuti con gli ispanofoni” – in fase di pubblicazione – che sarà disponibile per tutti i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
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Analisi contrastiva del testo ed esercizi di riutilizzo di Davide Martini, tutor online (ilcommentatore.com) – davideprofe@gmail.com
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Annessi e Connessi
Quest’oggi siete sulla buona strada per diventare veri italiani, con tutti gli annessi e connessi.
Quest’oggi> El día de hoy La expresión italiana correspondiente a “El día de hoy” suena como “este hoy”. Distinto sería con la expresión “hoy en día”, que equivale a oggigiorno, o al giorno d’oggi. Estamos aquí reunidos, el día de hoy, para celebrar este enlace… > Eccoci riuniti, quest’oggi, per celebrare quest’unione… Hoy en día esas cosas no suceden. > Al giorno d’oggi quelle cose non succedono.
sulla buona strada > por el buen camino En italiano usamos su (sobre, encima) en muchas más circunstancias que en español. En particular, se entiende que siempre estás “encima” de un camino que recorres. Camino, por su parte, es un falso amigo (en italiano significa “chimenea”), mientras que en sentido figurado, como en este caso, se utiliza strada en su lugar. ¿Cuál es el camino más rápido? > Qual è la strada più veloce? Sin embargo, si estamos hablando desde el punto de vista moral o legal, disponemos en italiano de “sulla retta via”. Esa mujer lo ha llevado por el buen camino. > Quella donna l’ha portato sulla retta via. Se trata, naturalmente, de una expresión algo antigua, pero que se puede utilizar.
gli annessi e connessi > todo lo que conlleva La expresión italiana objeto de este post no tiene una traducción directa en español. Su significado es muy similar al de la expresión española “con todo lo que eso conlleva”. En italiano existe la expresión correspondiente, “con tutto ciò che comporta”, con el mismo significado. Nota que el verbo “conllevar” debe hacerse corresponder a “comportare” (de hecho, si lo piensas, “llevar” es “portare”). La medida conlleva la mejora de las condiciones de vida de los habitantes del sector. > La misura comporta il miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti del settore.
Annessi e connessi è la frase di oggi, non facile da spiegare, ma ci proviamolo stesso. Gli annessi ed i connessi; entrambe le parole hanno a che fare con l’unione.
da spiegare > de explicar En español usarías “de”, pero en italiano no podrías usar “di spiegare” en este contexto. Es como si estuvieras diciendo “para explicar”. Pienso explicártelo. > Penso di spiegartelo. ci proviamo > lo intentamos Ese “lo” es un “lo neutro”, que en italiano no existe. En muchos casos se sustituye con ci. Algunos verbos, como provare y riuscire (lograr) lo usan con frecuencia. Lo intento, pero no lo consigo. > Ci provo, ma non ci riesco. Se trata de una pareja de verbos sumamente útil, que además tiene la particularidad que forma sus pasados con auxiliares distintos. Lo he intentado varias veces, y al fin lo he logrado. > Ci ho provato diverse volte, e finalmente ci sono riuscito. lo stesso > igualmente En español es bastante frecuente utilizar la forma del adjetivo en lugar de la forma en “-mente” (por ejemplo: “Seguro nos vemos” = “Seguramente nos veamos”.) El italiano no es tan flexible, y en especial, uguale puede ser sólo adjetivo, no adverbio, como en este caso. 2+2 o 3+1, es lo mismo. > 2+2 o 3+1, è uguale. De vainilla o de chocolate, me gusta igual (igualmente) > Alla vaniglia o al cioccolato, mi piace lo stesso. entrambe le > ambas ¿Conocías esta palabra? Tiene que estar seguida por el artículo, si le sigue el sustantivo. En español, nunca lo necesita. Juan tiene dos hijos, ambos adolescentes. > Gianni ha due figli, entrambi adolescenti. Ambos hijos han decidido estudiar ingeniería. > Entrambi i figli hanno deciso di studiare ingegneria. hanno a che fare > tienen que ver Además de “tener que ver” (avere a che vedere), se dice mucho en italiano “tener que hacer” (avere a che fare), con el mismo significado. Nótese que es necesaria la preposición “a” en ambos casos. Sin embargo, cuando en español utilizamos “no tener nada que hacer” para indicar que es imposible conseguir algo, en italiano no podremos utilizar avere a che fare. Frente al poder de una gran cadena multinacional, los pequeños comerciantes no tienen nada que hacer. > Davanti al potere di una grande catena multinazionale, i piccoli commercianti non hanno alcuna possibilità.
Ad esempio quando un paese europeo diventa membro dell’Unione Europea, possiamo dire che il paese è stato annesso all’Unione Europea. Questo significa che ne fa parte, il paese da oggi fa parte dell’Unione Europea. Il termine è abbastanza formale però: difficilmente sentirete che un ragazzo si è annesso ad un gruppo, ad esempio. Unirsi è sicuramente più usato, quasi sempre.
diventa > se hace, se vuelve El verbo diventare, muy socorrido y recuerda un poco al verbo “devenir” del español, que sin embargo se usa poco en nuestro idioma, donde existen muchas otras expresiones para indicar lo mismo. Su significado es parecido a to become, del inglés, o a devenir, del francés. ne fa parte > es parte (de la UE) En vez de “de ella”, el italiano utiliza el pronombre ne, que no existe en español (pero sí en francés y catalán). Siendo un pronombre átono, va antes del verbo. Nota que en esta expresión el verbo no es essere, como lo sería en la expresión española correspondiente (ser parte de algo).
da oggi > desde hoy Nunca olvides cómo decimos “desde” en italiano. Es especialmente importante tomar en cuenta que en muchos casos, aunque utilicemos “de”, en italiano deberemos utilizar “da”. Eso ocurre cuando podríamos intuir en el “de” del español que “esconde” un “desde”, o, más en general, el concepto de “origen”. El tren de las tres ya está en el andén 2. > Il treno delle tre è già sul binario 2. La clase es de tres a cuatro > La lezione è dalle tre alle quattro. (su inicio, su origen, es a las tres. “desde las tres hasta las cuatro”) El argumento de la película está tomado del libro del mismo nombre. > L’argomento del film è tratto dal libro omonimo. (el argumento tiene su origen en la película) La decisión depende de factores económicos. > La decisione dipende da fattori economici. (tiene su origen en factores económicos.) si è annesso > se ha anexado Es un verbo reflexivo, por lo tanto, su auxiliar no es “avere”. El participio pasado no es *annessato*, que sería regular, sino irregular.
Annettere > anexar Cuidado con las dobles letras, y con el acento (annéttere).
simile > similar La palabra similare existe, en italiano, pero… ¡casi sólo en los diccionarios! Su uso es muy culto y escaso. Normalmente se utiliza una palabra… mas corta, esdrújula: símile.
Esiste quindi il verbo annettere, simile ad unirsi: diventare un tutt’uno con qualcosa, entrare a far parte di qualcosa già esistente. Connettere è simile ad annettere, ma la connessione serve a stabilire un collegamento, un legame, non a diventare parte integrante di qualcosa, come annettere: la connessione ad internet ad esempio: ci si connette ad internet, ci si collega, non ci si annette ad internet (cioè non si diventa parte di internet).
un tutt’uno > una sola cosa Claro que podrías decir una sola cosa también en italiano, pero existe esta otra expresión, mucho más elegante.
serve a stabilire > sirve para establecer El verbo servire no lleva la preposición “para”, como en español, sino “a”. Aunque sería correcto utilizar per, el italiano suele preferir a. Nota que las siguientes expresiones españolas en italiano serán siempre non serve a niente. No sirve de nada llorar. > Non serve a niente piangere. Este trasto no sirve para nada. > Quest’aggeggio non serve a niente.
un collegamento > una conexión Existe la palabra connessione, pero es sinónima de esta otra, que recuerda… ¡colega!: collegamento En el hotel hay conexión wifi. > Nell’albergo c’è collegamento / connessione wifi.
un legame > una “atadura” La palabra legame (legáme) viene siendo un sinónimo de “conexión”. Deriva del verbo legare (ligar, atar) que en italiano se usa frecuentemente en sentido figurado. En español también, pero con menos frecuencia. Y el sustantivo “atadura” (legame) apenas se utiliza en español en sentido figurado.
ci si connette > uno se conecta El grupo ci si corresponde al español “uno se”. Hablamos de la forma impersonal de un verbo reflexivo. En fin de semana, uno se levanta más tarde. > Nel fine settimana, ci si alza più tardi.
cioè > es decir, o sea, eso es ciò es un sinónimo de quello, que en español sería “eso”. Unida al verbo è, forma cioè, que corresponde a las tres expresiones españolas. Nótese que en español son de registros muy distintos (“o sea” es más bien coloquial), pero en italiano será siempre cioè, coloquial o formalmente. En italiano existen también otras expresiones de registro más alto, como “vale a dire”, con el mismo significado. Cuando hablamos de “eso es”, nos referimos a cuando se utiliza como forma de introducir una explicación… eso es como equivalente a “es decir” u “o sea”. En otros contextos, se usará casi siempre “questo è”: ¡Eso es cierto! > Questo è vero! / Ciò è vero! (si confonde con: Cioè, vero! > Es decir, ¡cierto!)
Le cose che si connettono a qualcosa, una volta stabilita la connessione, sono quindi connesse a questo qualcosa. La parola connessi, come sostantivo maschile plurale però non si usa mai, se non nella frase “annessi e connessi”. Gli annessi e connessi. Cosa sono?
una volta stabilita > una vez establecida El uso del participio de un verbo (establecer, stabilire) como adjetivo es común a ambos idiomas. Lo encontrarás en las gramáticas como ablativo assoluto. Hecha la ley, hallada la trampa.
non si usa mai > nunca se usa / no se usa nunca Aunque en español “nunca” puede ponerse antes del verbo, sin usar “no”, en italiano esto no es posible, y debe siempre utilizarse la forma non + verbo + mai. Esto sucede también con muchos otros adverbios, por ejemplo, “siempre”. Siempre me equivoco en esto. > Mi sbaglio sempre su questo.
se non > a no ser que sea Esta expresión española en italiano no se puede traducir directamente, sino que se reduce a dos sencillas palabras: se non. También disponemos de a meno che, con el mismo significado. Tiene razón, a no ser que esté equivocado. > Ha ragione, a meno che non si sbagli.
Per “annessi e connessi” si intendono tutte le questioni legate all’argomento di cui stiamo parlando. Non parliamo di oggetti, ma di legami logici.
si intendono > se indican / nos referimos a También en español se podría utilizar el verbo “entender”, pero sería sin duda más normal utilizar el verbo “indicar” u otra expresión similar. El italiano usa con mucha naturalidad el verbo “intendere” en este sentido. Por otra parte, también en italiano se entendería si dijéramos si indicano, pero no sería la elección más natural. Las salidas están indicadas por los carteles verdes. > Le uscite sono indicate dai cartelli verdi. Con “usuarios” nos referimos a las personas registradas en el servicio. > Per “utenti” si intendono le persone iscritte al servizio.
le questioni legate > los asuntos relacionados La palabra “asunto” puede traducirse con questione, faccenda, o storia (de más formal a más coloquial). No utilices nunca la palabra questione como sinónimo de domanda (pregunta). Es un calco del inglés de pésimo gusto. Hay muchas alternativas mejores. Profe, tengo una pregunta. > Professore, ho una domanda. Mal asunto! > Brutta storia! ¿Todavía no has resuelto ese asunto? > Non hai ancora risolto quella faccenda? La cuestión es que todavía no sabemos qué hacer. > Il problema è che non sappiamo ancora cosa fare.
di cui > del cual Existe del quale, pero en italiano disponemos del pronombre relativo cui (pronunciado cú-i) que lo sustituye después de preposición. Su uso es muy socorrido, porque es invariable y no lleva artículo. La chica de la cual te hablé. > La ragazza di cui ti ho parlato.
È come dire “insieme a tutto ciò che comporta”, “con tutto ciò che ne deriva”. Ad esempio se Mario sposa Sara, diventerà suo marito, con tutti gli annessi e connessi. Quindi si sta parlando di tutto ciò che comporta il matrimonio: figli, diritti, doveri e tutto ciò che è legato al vincolo coniugale. L’Inghilterra sta uscendo dall’Unione Europea, con tutti gli annessi e connessi.
Quindi > así que Existe cosicché, pero es bastante arcaico. Quindi es prácticamente sinónimo de dunque y allora.
Se ti piace l’Italiano puoi iscriverti ad un classico corso di lingua, con tutti gli annessi e connessi: frequenza obbligatoria, lezioni di grammatica, esercizi alla lavagna eccetera.
iscriverti > apuntarte No es *appuntarti*, hablando de un curso, sino “inscribirse”…
classico > típico Aunque podrías decir tipico también en italiano, y “clásico” en español, el italiano usará más a menudo la opción del texto.
frequenza > asistencia Hablando de un curso, la palabra no es assistenza (un italiano la vería como “médica”), sino frequenza. De hecho, en italiano le lezioni si frequentano. Lista de asistencia. > Lista di frequenza.
Oppure diventi membro dell’associazione Italiano Semplicemente, anche qui con tutti gli annessi e connessi: niente grammatica, niente lavagna, gruppo WhatsApp per parlare, programma settimanale di lezioni e divertimento assicurato. A te la scelta!
Oppure> o bien En español “o bien” es una expresión que deriva de “o también”. En italiano pure es un sinónimo de anche, por lo tanto no es de extrañar que exista esta expresión, unión de o y pure.
anche qui> también en este caso En italiano también podríamos decir anche in questo caso, así como en español también podríamos decir “aquí también”. Pero nota que qui anche sonaría muy mal.
niente > nada de Cuando queramos decir “nada de” lo que sea, en plan exclamación, en italiano tendremos que quitar “de”. ¡Nada de cuentos: vete a la cama, ya! > Niente storie! Vai a letto, subito! Por supuesto, no lo confundas con este otro caso: No hay nada de comer, pidamos una pizza. > Non c’è niente da mangiare, chiediamo una pizza. ¿Ves la diferencia entre los dos? De todas maneras, la expresión “nada de nada” se traduce como niente di niente. -¿De verdad no hay nada? -No, nada de nada! > -Davvero non c’è niente? -No, niente di niente! Sin embargo, todo esto son “excepciones”, ¡ya que en italiano los indefinidos sí que van seguidos por “di + aggettivo”! Por cierto, los “indefinidos” son palabras como qualcosa, qualcuno… y niente! Non c’è niente di bello da vedere al cinema? > ¿No hay nada bueno que ver en el cine? Forse c’è qualcosa d’interessante al cinema Verdi. > Puede que haya algo interesante en el cine Verdi. Per risolvere questo problema ci vuole qualcuno di esperto, non un principiante. > Para resolver este problema hace falta alguien que sea experto, no un principiante.
lavagna > pizarra La pizarra… se “lava” (¡o al menos, eso se hacía cuando se inventaron!). De allí el nombre lavagna.
divertimento > diversión No es diversione, ¡cuidado! El italiano es… fácil y divertido, ¿no es cierto? > L’italiano è… facile e divertente, vero?
A te la scelta! > ¡Elige tú! (¡A ti la elección) Es posible decir Scegli tu, pero de la manera en que se dice en el texto es más expresivo. Ahora puedes comprobar cuáles y cuántas de las expresiones que has aprendido arriba eres capaz de recordar. Puedes realizar este ejercicio en su versión interactiva con mi herramienta Il Commentatore, en esta dirección. Link: svel.to/20e7
Cloze di ricapitolazione
(El día de hoy) siete (en el buen camino) per diventare veri italiani, con tutti (lo que eso implica). Annessi e connessi è la frase di oggi, non facile (de explicar), ma (lo intentamos)(igual). Gli annessi ed i connessi; (ambas) parole (tienen que ver) con l’unione. (Por ejemplo) quando un paese europeo (se convierte en) membro dell’Unione Europea, possiamo dire che il paese è stato annesso all’Unione Europea. Questo significa che (es parte de ella), il paese (desde hoy) fa parte dell’Unione Europea. Il termine è abbastanza formale (sin embargo): difficilmente sentirete che un ragazzo (se ha anexado) ad un gruppo, ad esempio. Unirsi è sicuramente più usato, quasi sempre. Esiste quindi il verbo (anexar), (similar) ad unirsi: diventare (una sola cosa) con qualcosa, entrare (a ser parte) di qualcosa già esistente. Connettere è simile ad annettere, ma la connessione (sirve para) stabilire (una conexión), (una “atadura”), non a diventare parte integrante di qualcosa, come annettere: la connessione ad internet ad esempio: (uno se conecta) ad internet, ci si collega, non ci si annette ad internet ((es decir) non si diventa parte di internet). Le cose che si connettono a qualcosa, (una vez establecida) la connessione, sono quindi connesse a questo qualcosa. La parola (conexiones), come sostantivo maschile plurale però (nunca se usa), (a no ser que sea) nella frase “annessi e connessi”. Gli annessi e connessi. Cosa sono? Per “annessi e connessi” (se indican) tutte (los asuntos relacionados) all’argomento (del cual) stiamo parlando. Non parliamo di oggetti, ma di (“ataduras”) logici. È come dire “insieme a tutto (lo) che (conlleva)”, “con tutto ciò che (se deriva (de ello))”. Ad esempio se Mario sposa Sara, (se convertirá en) suo marito, con tutti gli annessi e connessi. (Así que) si sta parlando di tutto ciò che comporta il matrimonio: figli, diritti, doveri e tutto (lo relativo) al vincolo coniugale. L’Inghilterra sta uscendo (de la)Unione Europea, con tutti gli annessi e connessi. Se ti piace l’Italiano puoi (apuntarte) ad un (típico) corso di lingua, con tutti gli annessi e connessi: (asistencia) obbligatoria, (clases) di grammatica, esercizi alla (pizarra) eccetera. (O bien)(te haces) membro dell’associazione Italiano Semplicemente, (también en este caso) con tutti gli annessi e connessi: (nada de) grammatica, niente (pizarra), gruppo WhatsApp per parlare, programma settimanale di lezioni e (diversión) assicurato. (¡Elige tú!)!
Ejercicio de repaso
Completa le frasi con le espressioni del testo precedente, convenientemente adeguate al contesto. Per una versione INTERATTIVA dell’esercizio, con i suggerimenti delle parole da usare in spagnolo, vai su svel.to/20e7
Gianni ha due figli. ____ i figli vanno al liceo.
L’Associazione è una grande idea, ma purtroppo io non ____ ancora parte.
Gli incendi forestali sono ____ al turismo di massa irresponsabile.
La situazione migliora… siamo ____ per risolvere questa crisi,
Per ____ un corso come questo bisogna prima ____ , ____ pagare la quota d’iscrizione. ____ sono il lunedì e il giovedì dalle 18:00 alle 20:00.
Puoi partecipare al gruppo di WhatsApp ____ no, come preferisci.
Se non sai come ricordare ____ che hai imparato, prova ____ fare questi esercizi.
Questo è il ____ esercizio di riempimento, ____ devi scrivere la parola o le parole che mancano.
____ siamo qui riuniti per celebrare un avvenimento trascendentale.
Nelle aule ci sono i gessi perché c’è anche una ____ , ma da quando abbiamo il computer e lo schermo, ____ .
Davide ha 21 anni, e suo padre, che era un ricco uomo d’affari, muore improvvisamente in un incidente d’auto. Davide si trova improvvisamente ad ereditare tutto, e non sa ancora bene cosa significa tutto questo. Il commercialista di suo padre si riunisce con lui e cerca di spiegarglielo. Completa il suo discorso con le espressioni mancanti, prese dal testo di Giovanni. La tua eredità consiste nella proprietà della ditta di tuo padre, con tutti ___ . I problemi relativi alla gestione di questa compagnia non sono facili ____ , ma dato che sono il tuo consigliere, ____ . Comprendono diversi fattori, ____ il pagamento dei contributi sociali e la gestione dei rapporti con i sindacati. A partire ____ , se firmerai il contratto, ____ il capo, quindi devi dimenticarti della tua vita di ____ , e cominciare a lavorare sodo. ____ la tua partecipazione, diventeresti ____ con la società, e stabiliresti con i tuoi soci un ____ di stretta collaborazione che si manterrà per molti anni. Non so se riesci a vedere con chiarezza tutto ____ . Comunque, puoi ancora scegliere: puoi firmare, ____ decidere di rinunciare a tutto: ____ !
¿Quién es Davide Martini – Il Commentatore?
Davide Martini ha nacido en Milán en 1964. Actualmente reside en Madrid. Egresado del Máster en Didáctica del italiano como lengua extranjera de la Universidad de Venecia Ca’ Foscari en 2002, enseña italiano a hispanófonos adultos hace más de 20 años. Da clases en el Centro Superior de Idiomas Modernos de la Universidad Complutense de Madrid hace 19 años, además de una amplia actividad que incluye, entre otras áreas, la creación y suministro de exámenes Erasmus, enseñanza en empresas, ministerios e instituciones culturales de renombre. Es creador de herramientas didácticas para la clase presencial y online, entre ellas el Abbinatore y el Commentatore, que recoge en su blog “la formula didattica”. Actualmente se especializa en ayudar a los estudiantes hispanófonos a alcanzar sus mejores resultados posibles en los exámenes de certificación oficiales de conocimiento del idioma italiano a través de su programa de Tutorías Lingüísticas personalizadas. davideprofe@gmail.com Il Commentatore en Facebook Davide Martini en LinkedIn
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Giovanni: benvenuti nell’episodio n. 305 della rubrica due minuti con italiano semplicemente.
Vi succede mai di dimenticare qualcosa?
Spesso, in questi casi, in realtà non avete dimenticato, ma avete soltanto bisogno di pensare.
Si dice spesso in questi casi:
Ho bisogno di fare mente locale
Fammi fare mente locale
Aspetta che faccio mente locale
Questa espressione, di utilizzo universale, si può usare ogni volta che dovete pensare un attimo prima di ricordare qualcosa.
Dove si trova il supermercato più vicino?
Dunque vediamo… Devo fare un attimo mente locale prima. Ah ok dunque: bisogna andare a destra e poi a sinistra.
Ho dovuto fare mente locale per ricordarmi dove avevo messo il cellulare.
Si usa soprattutto quando devo ripercorrere mentalmente alcuni passaggi, quando devo ricordarmi cosa ho fatto esattamente in sequenza:
Dunque dove saranno gli occhiali? Faccio un attimo mente locale… prima sono andato in camera, e avevo gli occhiali con me. Poi al bagno e ce li avevo. Poi sono andato in cucina e li… Sì ! Adesso ricordo! Ho dovuto usare gli occhiali per leggere la ricetta della pizza e li ho lasciati proprio in cucina!
Si usa “locale” perché dovete localizzare la mente, dovete andare con la mente, usando la vostra memoria, nei luoghi dove siete stati.
Ulrike: una volta che mi è sfuggito qualcosa, che so, l’orario di un appuntamento, la chiave della macchina, faccio sempre mente locale, sperando che mi torni in mente. Che poi non ricordi nulla lo stesso… sarà la vecchiaia!!
Bogusia: Che coincidenza, stamattina non mi sono fatta viva perché avevo dovuto fare mente locale a lungo, cercando il telecomando del cancello d’ingresso. L’avevo lasciato sull’aiuola ieri sera. Vai a capire come abbia potuto pensare all’aiuola per trovarlo? Bell’episodio! Utile. Grazie mille.
Andrè: In virtù della notizia appena appresa sulla sua morte, vorrei aprireuna parentesi per fare un omaggio a Ennio Morricone, colui che ci ha regalato una caterva di musiche bellissime, colone sonore di tanti film! Il maestro non era solo un grandissimo compositore, ma, a suo modo, anche un bravissimo aforista! Tra le tante frasi ha scritto che “La musica esige che prima si guardi dentro se stessi, poi che si esprima quanto elaborato nella partitura e nell’esecuzione”. La colonna sonora del film Cine Paradiso* è quella che più delle altre ha fatto accusare il colpo al mio cuore! La ascoltavo quando ho agganciato mia moglie!
Ha funzionato!
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: benvenuti nell’episodio n. 304 della rubrica due minuti con italiano semplicemente, il sito per eccellenza per imparare a comunicare in italiano.
Ho detto:
il sito per eccellenza per imparare a comunicare in italiano.
L’espressione “per eccellenza” è equivalente a “per antonomasia“. Stesso significato. Potrei dire anche “inassoluto” o “in senso assoluto“.
Si possono usare queste locuzioni ogni volta che abbiamo nella nostra mente qualcosa o qualcuno che rappresenta perfettamente alcune caratteristiche, qualcosa o qualcuno a cui possiamo associare un aggettivo, una qualifica, una denominazione. E questo qualcuno o qualcosa rappresenta perfettamente questa caratteristica.
Ad esempio se pensiamo che Dante Alighieri rappresenti al meglio, più di chiunque altro, l’idea, l’immagine del poeta, allora dico che:
Dante è il poeta per eccellenza
Dante è il poeta per antonomasia
Dante è il poeta in senso assoluto
Allo stesso modo:
Aristotele era ritenuto il filosofo pereccellenza.
Qualsiasi caratteristica è adatta:
La Ferrari potrebbe essere considerata l’automobile da corsa per eccellenza.
Naturalmente qualunque sia la caratteristica di cui parliamo, si tratta sempre di qualcosa che più o meno tutti conoscono. Altrimenti non si può usare.
Nicole: Quando qualcuno o qualcosa viene annoverato fra i migliori e i più tipici del suo genere quindi posso dire è un qualcuno o qualcosa per eccellenza?
Non è esattamente così, dipende se esiste già oppure no qualcuno o qualcosa da sempre noto per rappresentare perfettamente quella immagine. Poi non si può improvvisamente diventare qualcosa “per eccellenza” perché occorre del tempo prima che tutti lo sappiano.
Ulrike: La pizza è il piatto italiano per eccellenza, non si può essere di diverso avviso!
Questo è sicuro! Nulla quaestio.
Emma: Agosto è il mese delle vacanze per antonomasia. Nulla quaestio anche qui.
Solitamente è un caratteristica positiva (perché l’eccellenza rappresenta il meglio) ma non è obbligatorio.
Maradona è il calciatore mancino per eccellenza (mancino significa che il piede sinistro era il suo preferito).
Il cianuro è il veleno per eccellenza
L’oro è il minerale prezioso per eccellenza
Come a dire che per le sue qualità, per le sue caratteristiche, l’oro è considerato da tutti il simbolo della ricchezza, del lusso. Attenzione, non si dice solitamente che è il materiale “più prezioso” per eccellenza, ma semplicemente che è il minerale prezioso per eccellenza.
In questo modo creiamo una associazione diretta tra il concetto di “minerale prezioso” e l’oro.
Dimmi il nome di un minerale prezioso!
L’oro! Questo è il minerale prezioso per eccellenza.
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Lejla: Balza agli occhi, Gianni, che vuoi spiegarci l’uso della parola debito con tutti gli annessi e conessi.
Giovanni: Infatti Lejla, hai ragione.
Nello scorso episodio abbiamo visto “essere a debito di” che si usa, come abbiamo visto quando viene a mancare qualcosa di importante, come l’ossigeno, il fiato, risorse, energie.
Dovete sapere che nel caso dell’ossigeno, e solo in quel caso, si può anche dire essere “in debito di ossigeno”.
Il significato è identico, ma usiamo “in”. È una eccezione però. Negli altri casi si usa invece sempre la preposizione “a”, proprio come “a corto di”, che come detto è più colloquiale.
Sono a corto di energie
Sono a debito di risorse
Sono a corto di idee
Usare “in” solitamente dà un altro significato alla frase. Infatti l’espressione “essere in debito con qualcuno” non si usa generalmente né con i soldi, né con le mancanze. Significa invece che questo qualcuno mi ha fatto un favore importante ed io sento che devo fare qualcosa per lui.
In genere non mi ha prestato soldi però. Semplicemente, questa persona, ha fatto qualcosa per me, qualcosa che sento di dover restituire proprio come se fosse denaro.
Nel caso di soldi direi: ho un debito con Giovanni. Userei il verbo avere quindi.
In questo caso invece “sono in debito con Giovanni“.
Giovanni è stato molto gentile con me, e ha fatto di tutto perché non mi sentissi in debito con lui.
Questo significa che Giovanni è stato gentile e non vuole che io senta di dovergli restituire il favore. Non vuole che io mi senta in debito con lui.
La famiglia Rossi ci ha aiutato molte volte. Siamo in debito con loro. Perché non li invitiamo a cena?
Non ho fatto nulla di male, sono innocente. Non sono in debito con la giustizia.
Si usa moltissimo “essere in debito con la giustizia“, sebbene non si tratti di una persona. Significa che dovrei pagare per qualcosa che ho fatto. Un ladro ad esempio, se non viene scoperto, è in debito con la giustizia.
Si usa spesso anche “essere in debito con la fortuna” (o con la sorte) per indicare che sono stato molto fortunato in passato. La fortuna è stata molto generosa con me.
Ovviamente si può anche essere in credito con la fortuna e con la giustizia.
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: in questo episodio n. 302 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente parliamo di debiti, ma solo al singolare: “debito”. Abbiamo già visto l’espressione “a tempo debito“, nell’episodio 247, quindi già sapete che quando parliamo di debito, non è detto che stiamo parlando di denaro. Infatti è vero che il debito, in generale, è un ammontane di denaro che dobbiamo dare ad una persona, o ad una banca. Il debito è il contrario del credito.
Quindi se Carlo ha un credito con Giovanni di 100 euro, significa che Carlo deve riscuotere 100 euro da Giovanni, e Giovanni deve dare 100 euro a Carlo.
Questo è avere un credito o avere un debito. Ci sono ovviamente anche i debiti, al plurale, in questo caso.
Ma il termine debito, solo al singolare stavolta, si può usare anche con il verbo essere, nella locuzione “Essere a debito di“.
Ulrike: Capisco, il debito di cui parli qui non ha niente a che spartire con con i soldi.
Giovanni: Infatti. Però in tutti questi esempi, pur se non parliamo di soldi, di denaro, stiamo parlando di qualcosa che manca, qualcosa di cui si avrebbe bisogno ma che non è disponibile.
Quindi:
Io oggi sono a debito di energie, cioè mi mancano delle energie
L’ufficio è a debito di risorse umane, cioè ci mancano delle risorse umane, cioè delle persone.
Franco è a debito di sangue, quindi avrebbe bisogno di sangue.
Maria è a debito di tempo, quindi Maria avrebbe bisogno di più tempo, non ha tempo a sufficienza.
In genere è una persona che è “a debito di” qualcosa, inoltre non si può essere a debito di oggetti.
Nel linguaggio corrente si usa spessissimo anche “Essere a corto di” qualcosa. Stesso significato, ma più colloquiale. Con le idee, ad esempio, si usa in pratica sempre “a corto” essendo le “idee” sempre utilizzate in contesti informali.
Mi auguro di non essere a corto di idee per i prossimi episodi…
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Ci sono moltissimi esempi, nella lingua italiana, della “reduplicazione espressiva“, un brutto termine, sembra quasi una malattia…
Scherzi a parte. Per dirla semplicemente, si parla di una parola ripetuta. Ripetendo una parola due volte, si forma qualcosa con un significato particolare, diverso, e spesso molto diverso dal significato della singola parola.
Uno dei tanti esempi è “zitto zitto”. La parola “zitto” si usa per indicare quando una persona non parla, quando sta in silenzio, cioè quando sta zitto. Ma se raddoppio la parola ottengo “zitto zitto” che non si riferisce direttamente alla voce di una persona maschile (al femminile diventa “zitta zitta”) ma si parla di concetti abbastanza simili. Non si indica l’assenza di voce, di parole, ma l’assenza di clamore, l’assenza di proclami, l’assenza di dichiarazioni. Occorre prestare attenzione anche al tono che si utilizza in questi casi.
Vediamo alcuni esempi.
Il presidente italiano, zitto zitto, sono già 3 anni che è a capo del governo.
Cosa si vuole dire? Si vuole dire che nessuno evidentemente aveva molta stima di lui all’inizio. Significa che il presidente in questione, senza troppo clamore, è in carica da 3 anni. Probabilmente all’inizio non si credeva che questo potesse avvenire.
Parlando di un calciatore, potrei dire che:
Il ragazzo, zitto zitto, è diventato un elemento sempre più importante nella sua squadra.
Anche in questo caso, non c’era una forte aspettativa, non c’era attenzione da parte di nessuno, o almeno erano altri i calciatori di cui si parlava maggiormente. Questo silenzio, questo poco parlare di lui, queste basse aspettative iniziali, fanno pensare a qualcosa che è avvenuto quasi di nascosto.
Si tratta sempre di un complimento quando uso “zitto zitto”. Un complimento verso una persona sulla quale, evidentemente, l’opinione è cambiata nel tempo. Ora, considerando questo risultato ottenuto (un buon risultato), la stima nei suoi confronti è aumentata.
Spesso si usa anche un’altra espressione in questi casi: Hai capito! Attenti al tono, anche qui è molto importante!
Hai capito Giovanni! Zitto zitto ha fatto quasi 1000 episodi con Italiano Semplicemente
Iberè: Grazie anche al nostro apporto, con queste espressioni di ripasso.
Hai capito Marco! Dicevano tutti che non piacesse alle ragazze, e invece, zitto zitto, si è fidanzato con la ragazza più carina della scuola.
Sofie: Vai a capire cosa ci trovano in lui le ragazze!!
Ovviamente è un’espressione informale. Però si usa molto anche quando si riportano le notizie su internet, sempre per fare complimenti.
Andrè: Ok, adesso l’episodio finisce qui Giovanni, sennò te la vedi tucon gli studenti che si arrabbiano!!
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Emanuele: benvenuti in questo nuovo episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, per migliorare il proprio italiano gradualmente, ogni giorno.
Un pesce preso al “gancio” (anche detto “amo”)
Giovanni: hai mai provato, parlo con i maschietti, ad agganciare una ragazza in discoteca? Hai mai provato ad aggamciarne una? Anche un ragazzo si può agganciare.
Lejla: io non ci provavo ad agganciarli, perché non venivo mai degnato di uno sguardo!
Giovanni: In questo caso, cara Lejla, si può anche decidere di agganciare un cliente. Anche un cliente si può agganciare. Magari è più facile. Lo puoi e lo vuoi agganciare per vendergli un prodotto.
Il verbo agganciare, che deriva dal termine gancio, si può utilizzare al posto di rimorchiare, sia che si parli di voler conquistare una ragazza o un ragazzo, sia che si parli di automobili.
Quando un’auto si ferma per un guasto, quando non funziona più, bisogna portarla dal meccanico per ripararla, e allora si utilizza un gancio, un oggetto di metallo, che serve a rimorchiare l’auto fino al meccanico.
“Vado a rimorchiare una ragazza”, quindi, oppure “vado ad agganciare una ragazza” si usa, tra i giovani, per indicare il tentativo di conoscere una ragazza, per poterla tirare verso di sé, per poterla conquistare. Un’attività che non riesce sempre.
Ad ogni modo l’immagine del gancio si utilizza anche in un’altra espressione italiana:
Avete un aggancio, o avere degli agganci.
L’aggancio in questo caso è una conoscenza, quindi si tratta di una persona che si conosce e che potrebbe risultare utile per raggiungere un obiettivo personale. Una persona influente quindi. Che riesce ad influenzare alcune decisioni.
Si usa moltissimo in Italia e a dire il vero non è una cosa molto positiva, perché si usa spesso per indicare una o più conoscenze che potrebbero aiutarti per ottenere favori. Favori che avvantaggiano te, ma spesso svantaggiano altre persone.
Se quindi mi serve ottenere un documento amministrativo importante in tempi brevi, spesso questo non è possibile, ma se hai un aggancio al comune, o in qualsiasi ufficio dell’amministrazione pubblica, potresti ottenere questo documento, perché c’è questa persona che ti aiuterà.
Ci sono moltissime persone “ben agganciate” in Italia, che hanno quindi ovunque dei buoni agganci e questo dà loro una forma di privilegio, una forma quindi di potere. Con un aggancio si può ottenere un lavoro senza meritarlo, con un altro aggancio ottenere un prestito.
E tu, ti ritieni una persona ben agganciata? Hai molti agganci? Conosci persone influenti?
Andrè: Non è niente di che, dai, in tutto il mondo è così.
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Emanuele: benvenuti in questo nuovo episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, per migliorare il proprio italiano gradualmente, ogni giorno.
Giovanni: Quale sarà l’oggetto di questo episodio n. 299? Si tratta di un uso particolare del futuro.
Normalmente il futuro si utilizza per eventi che devono ancora accadere, altrimenti che futuro sarebbe?
Ebbene, in realtà il futuro, nella lingua parlata prevalentemente, si usa anche per esprimere eventi passati.
Giovanni: vedo che siete in vena di ripasso oggi. Si potrebbe aggiungere:
Sarà il caso di chiamarlo? Che ne dici? Oppure a quest’ora starà dormendo?
Comunque, io rispondo dicendo:
Dimenticato? Mi sono dimenticato? Non direte sul serio! Spero starete scherzando!
Ecco, in questi ultimi casi è stato usato il futuro non per spiegare il passato, come prima, non per fare un’ipotesi sul passato, ma per proporre una soluzione (sarà il caso di chiamarlo?), per fare cioè un’ipotesi sul futuro (starà dormendo adesso?) o di spiegazione a posteriori (Spero starete scherzando!). Una alternativa al congiuntivo quindi.
Spero tu stia scherzando!
Spero starai scherzando!
Quindi utilizzo il futuro anche per qualcosa che riguarda il futuro, ma in modo diverso da come avviene normalmente. Anche le mie risposta: “Non direte sul serio!”, “non starete scherzando!”, o anche altre, topo: “Mica starai scherzando!” è un’ipotesi sul futuro che però mi auguro non sia vera.
“Sarà il caso di chiamarlo” è invece come dire: “che ne dici, lo chiamiamo?” E’ una proposta, un’ipotesi anche questa.
Si può usare anche in questo modo il futuro, se non sono sicuro di qualcosa da fare.
Dove sarà Giovanni? (uso normale del futuro). Non so, sarà andato al mare? (ipotesi futura). Magari starà a divertirsi da qualche parte (ipotesi futura). Oppure saràandato in vacanza! (ipotesi sul passato).
Ma secondo voi sarà il momento di finire questo episodio?
Immagino vi sarete stancati!
Lejla: No, ma ci dovrà essere un motivo per cui hai dato a questa rubrica questo nome? Vai a capire!
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Qualche tempo fa abbiamo visto insieme un’espressione particolare: qui casca l’asino.
L’asino, poveraccio, non c’entra nulla con questa espressione (se volete dare un’occhiata metto un link sulla trascrizione di quell’episodio).
C’è un’espressione simile a “qui casca l’asino“, che, se non lo ricordate, si utilizza quando c’è qualcosa di difficile, che potrebbe quindi portare a fare un errore. L’espressione è “qui ti voglio”.
Fernando: Ok ma laddoveci siano dubbi? Puoi spiegare meglio?
Giovanni: Certo. Il significato di “Qui ti voglio” è abbastanza simile. Una delle differenze è che ci si rivolge direttamente ad una persona, o anche a più persone – in questo caso diventa:
Qui vi voglio!
Si parla in generale si sfide, o di punti delicati da superare, o di prove da vincere
Inizia allo stesso modo “qui” che non indica un luogo, ma, in modo figurato, un momento, un aspetto.
Dicendo “qui” si vuole in realtà dire: a questo punto, in questo momento, su questo aspetto. “Qui ti voglio” è spesso un’abbreviazione di una frase più lunga:
Qui ti voglio vedere all’opera!
oppure:
Qui voglio vedere come te la cavi!
Qui voglio vedere se sei veramente bravo!
Qui voglio vedere come riuscirai a risolvere tutte le difficoltà che verranno!
Qui arriva il difficile!
Spesso c’è una “e” (o anche una è) prima, per rendere la frase più esclamativa:
E qui ti voglio!
È qui che ti voglio!
Dicevo che non è esattamente come “qui casca l’asino” anche perché l’asino che cade è un’immagine che rappresenta un fallimento, un ostacolo molto grande che solitamente non si riesce a superare. Si usa anche a posteriori, cioè dopo che è stato commesso un errore in un punto difficile.
Giovanni: Sì, più o meno, se in passato si hanno avute esperienze simili.
Mentre si può usare anche come avvertimento (quindi prima) come a dire:
Attento, perché qui si sbaglia facilmente, quasi tutti sbagliano!
“Qui ti voglio” è meno pessimista, più simile a “questa è una bella sfida da vincere”, “qui entrano in campo le tue qualità”, “in questo momento arriva la parte complicata”, quindi è più sfidante, più ottimistica come esclamazione.
Poi esiste anche la versione “qui ti volevo!” che ha lo stesso significato, e non si usa solo a posteriori, perché spesso ha il senso di “in questo punto volevo vedere come te la cavavi”, “è qui che ero curioso di vederti alla prova”, “questo è un punto che ho sempre pensato essere il più delicato”.
Potete quindi scegliere: “qui ti voglio” o “qui ti volevo“, perché si usano entrambe quando qualcosa sta accadendo, quando quel momento difficile è appena arrivato.
Infatti spesso si dice:
Adesso ti voglio!
Poi, a posteriori ovviamente meglio usare “qui ti volevo“.
Qualche esempio:
Si fa presto a dire che l’Italia è pronta ad affrontare una crisi sanitaria, poi se arriva veramente un virus, qui ti voglio!
Dici che sei bravo a conquistare il cuore di una donna. Ma stasera ho invitato alla festa la più bella e la più antipatica della città. E qui ti voglio!
A volte può anche indicare non qualcosa di difficile, ma un aspetto di una questione sulla quale si ha un’idea precisa, un aspetto importante che può rappresentare la prova per verificare qualcosa, come l’amore ad esempio.
Sai, la fidanzata di mio nonno ha 35 anni. Diceva di amarlo, ma appena ha saputo che mio nonno non era ricco come pensava, l’ha lasciato.
E qui ti volevo!
Nel senso di: ecco, questa era la prova da superare. Adesso sappiamo la verità!
Non credo ci sia una risposta migliore di questa! Risposte quasi analoghe sono appunto “qui casca l’asino” oppure:
Lo sapevo!
Ma questa risposta significa che avevi già un’idea ed è stata confermata dai fatti. Mentre “qui ti voglio” è imparziale, diciamo.
Giovanni: Bravo! E anche questa l’abbiamo già spiegata.
Un’ultima cosa: attenti a non dire:
Ti voglio qui!
Invertire infatti può essere molto pericoloso… se detto ad una donna potrebbe sembrare un invito sessuale!!
Mi raccomando!
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: ci sono dei termini in italiano che, pur esistendo sia al singolare che al plurale, si usano solo al plurale. Uno di questi è “tentoni“, termine che deriva dal verbo tentare, cioè provare.
Bogusia: Allora vuoi tentare di spiegarci questa parola “tentoni”? Non fosse altro che per poterla usare al più presto, prima che la dimentichi!
Giovanni: Grazie! Allora, “Andare a tentoni” è la frase in cui si usa questo termine (al plurale). Si parla di un modo di camminare, o meglio, di un modo di procedere, un tipo di andatura.
Si dice che una persona “va a tentoni” o “procede a tentoni“.
Il verbo procedere significa andare avanti, muoversi in avanti, sia fisicamente che in modo figurato, procedere cioè verso un obiettivo da raggiungere.
Dunque questo è un modo di muoversi incerto, come se non vedessimo, come se fossimo ciechi, non vedenti.
Chi va a tentoni mette le mani avanti solitamente perché non si sa mai dovesse sbattere contro qualcosa! Allora per sicurezza le mani si alzano in avanti per proteggersi da eventuali urti.
Quindi, al buio, nell’oscurità, si va a tentoni, nel senso che si tenta di andare avanti, senza avere un’idea chiara di dove si stia andando. Quindi andare a tentoni è una cosa che facciamo tutti al buio se va via improvvisamente la luce a casa ad esempio.
Si usa molto spesso anche in modo figurato, quando non si ha la più pallida idea di come fare.
Giovanni: sì, hai ragione. Allora, dicevo che si va a tentativi (si può anche dire così), si procede per tentativi, se vogliamo dirla in modo più raffinato, ma andare a tentoni rende perfettamente l’idea dell’incertezza.
Con l’emergenza Covid spesso le autorità sono andate avanti a tentoni. Si è proceduto a tentoni, poiché non si sapeva esattamente cosa fare, quindi si sono fatti dei tentativi, ma senza un programma articolato preciso.
Anche un medico potrebbe curare una persona a tentoni, non sapendo esattamente quale malattia abbia.
Al lavoro, un dirigente potrebbe lamentarsi perché nel lavoro si procede a tentoni, senza una direzione precisa, senza un obiettivo.
Magari si prende una decisione….
Andrè: Se non fosse che è stata già presa in precedenza e non ha funzionato!
Giovanni: esatto, anche questo è andare a tentoni.
Il dirigente in questi casi potrebbe prendere e licenziare tutti?
Giovanni: Si, certo, ma quando si va a tentoni al lavoro c’è qualcosa che non va e magari è soprattutto colpa sua! Allora dovrebbe licenziare anche se stesso.
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Qual è il contrario di povero? Ricco. Si parla di ricchezza e di povertà. Si parla ovviamente di soldi, di condizioni economiche di una persona
Questo però si usa con le persone. Invece se parlo di luoghi, potrei dire che un luogo, se è bellissimo e arredato in modo elegante e con grande spesa economica, posso dire che è un luogo lussuoso. Camere, appartamenti, case, arredate lussuosamente. “Una casa di lusso” è quindi una casa costosa, arredata con lusso, appartenente evidentemente a persone ricche.
Non posso però dire che una foresta è lussuosa, poiché non c’è l’intervento dell’uomo.
C’è un’espressione interessante che usa la parola “lusso” che però non ha nulla a che fare con la ricchezza: “andare di lusso”.
Quando va di lusso, potremmo dire che “va bene”. Quindi andare di lusso significa “andare bene”, ma in che senso?
Se mi chiedono: come va? é come dire “come stai?” In questo caso posso rispondere: va bene, grazie, sto bene.
Ma andare di lusso non si può usare in questi casi. Non posso rispondere “va di lusso”.
Infatti andare di lusso significa va bene considerate le circostanze.
Giovanni: No no! Ve lo spiego subito! Significa che posso usare questa espressione quando devo riportare l’esito di un esame, o un qualsiasi risultato positivo, quando questo risultato poteva essere molto peggiore, considerate le circostanze. Insomma, ci si aspettava che il risultato fosse peggiore. Molto peggiore.
Ad esempio.
Com’è andato l’esame? Eri molto preoccupato che non avevi studiato molto.
Beh, sono stata promosso con 28/30. Mi è andata di lusso!
Quindi si può dire certamente che “è andato bene (l’esame”) o “è andata bene”, o “mi è andato/andata bene” ma se dico che “è andata di lusso” o “mi è andata di lusso” voglio dire che sono stato fortunato, che tra tutti i possibili esiti, risultati, sono pienamente soddisfatto, vista la mia preparazione. Considerato che non avevo studiato molto.
Attenzione perché non è detto che se è andata di lusso sia andata benissimo. Anche un risultato appena positivo può essere giudicato soddisfacente se consideriamo le circostanze. Al contrario, se invece sono preparatissimo e prendo il massimo voto ad un esame, non posso certamente usare questa espressione, proprio perché mi aspettavo un voto alto.
Ovviamente posso usare l’espressione in mille circostanze diverse.
Giovanni: Sì, ma molto poco. Al sud Italia con il corona virus c’è andata di lusso. Abbiamo avuto pochissimi casi. Al nord invece non c’è andata affatto di lusso…
Giovanni: Si certo, ci aggiorniamo domani …. vediamo com’è andata oggi… 5 minuti…. non vi è andata esattamente di lusso ma almeno spero che mi sia spiegato bene. – – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Iberé: su cosa vertel’episodio numero 295 della rubrica 2 minuti con Italiano Semplicemente?
Giovanni: Verte sulla caterva. Possiamo sicuramente dire che su Italianosemplicemente.com ci sono ormai una caterva di episodi. Infatti siamo arrivati a 889 episodi pubblicati dal luglio 2015, quando è nato il sito.
Una caterva di episodi significa moltissimi episodi. Ma quando possiamo usare il termine caterva? Che ne dite, ve lo spiego?
Giovanni: Intanto sappiate che è un termine informale. Niente di volgare comunque, semplicemente un modo familiare per indicare un numero molto elevato.
Tra gli 889 episodi pubblicati ce n’è uno in particolare in cui abbiamo trattato tutti i modi in cui si può indicare una grande quantità. Vi metto il linkse volete dare un’occhiata, ma la caterva l’avevo dimenticata, e chissà quanti altri ancora ce ne sono.
Perché si usa caterva e non altre modalità come moltissimi? Spesso perché c’è un senso negativo, a volte legate ad un giudizio negativo
Giovanni: Male, anzi malissimo… hai fatto una caterva di errori!
Quell’uomo ha una caterva di figli. Anche lo scrittore Pirandello lo utilizzava proprio per indicare una quantità non precisata, ma molto numerosa di figli.
Ma si può usare in realtà ogni volta che voglio sottolineare una quantità esagerata di qualcosa:
Ho letto una caterva di libri nella mia vita!
A volte si usa anche al plurale: caterve.
Col il lock down ho visto caterve di persone assaltare i supermercati.
Quindi la caterva, le caterve.
Chiunque osi criticarmi verrà travolto da una caterva di insulti.
Insomma, si usa spesso in contesti negativi come anche altri sinonimi come “orda” o “schiera”, “massa“, torma” o “fottio” (quest’ultimo è volgare però).
Carmen: Giovanni, non è che vuoi spiegarci anche l’origine del termine caterva?
Giovanni: Volentieri. Pensate che l’origine di caterva viene dall’antica Roma. La caterva era un corpo di milizie barbariche, quindi una specie di esercito, evidentemente molto numeroso ma disordinato. Si usava questo termine per contrapporlo alla cosiddetta “legione romana”, e le legioni formavano l’esercito romano, notoriamente molto ordinato e disciplinato. Tutto il contrario della caterva, composta da barbari!
Emma: Giovanni, hai sforatoanche oggi, a dispetto del nome di questa rubrica. Poi dice perché mi arrabbio!
Lejla: non vedo perché tu debba arrabbiarti, visto che stai imparando una cosa nuova anche oggi. Non rischi certamente di andare in tilt!
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: ci sono alcuni verbi della lingua italiana particolarmente utilizzati per formare espressioni tipiche, come ad esempio il verbo cogliere. Abbiamo già visto insieme cogliere alla sprovvista, nell’episodio 36. Oggi vediamo “cogliere sul vivo“, che non ha niente in comune con “dal vivo” spiegato nell’episodio 191.
Se quanto venite colti alla sprovvista siete, se ricordate, impreparati, quando venite colti sul vivo (colti di pronuncia con la o aperta), o anche colti nel vivo (potete scegliere la preposizione da usare) venite colpiti nel vostro punto debole. Il “vivo” rappresenta quindi la vostra parte sensibile, il vostro punto debole. Si usa l’immagine della vita per rappresentare la sensibilità.
Ma in che senso il nostro punto debole?
Nel senso che ognuno di noi ha dei punti deboli, non punti deboli del corpo, non si parla di questo, ma di alcuni lati del nostro carattere che fanno emergere la nostra suscettibilità, che ci fanno avere una reazione immediata perché sono aspetti importanti per noi e quindi sensibili.
Di solito quando si è colti sul vivo si ha una reazione immediata.
Potete usare anche il verbo “pungere“, al posto di cogliere. Forse pungere rende ancora meglio il senso di debolezza (la zanzara quando punge fa male, come anche quando veniamo punti da un ago).
Allora se Giovanni è molto timido, non dovreste criticarlo per questo, e se lo fate lo coglierete sul vivo e lui probabilmente si offenderà.
Se Ulrike invece cambia idea continuamente e glielo fate notare, evidentemente è vostra intenzione pungerla sul vivo.
Ulrike: Non vi dico quanto mi piace raccogliere tutte le occasioni per esercitarmi nel parlare. Nonostante ciò non riesco a smarcarmi dalla paura di sbagliare. Ora però la misura è colma, allora prendo e lascio che siano altri a sorbirsi questa fatica!
Bogusia:
Beh.. sembri un’anima in pena, ma Ulrike, caschi male con questa lagna. Non è la prima volta che ti sento parlare così, sempre con la minaccia vana di voler mollare e uscire dalla nostra associazione. Siamo alle solite direi.
Sofie:
Infatti, anch’io sono insofferente a questo tuo comportamento. Passi che ti lamenti in continuazione, che poi però, solo poche ore dopo, fai la sostenuta con la proposta di una videochat, proprio come se nulla fosse, questo non mi torna.
Andrè:
Amiche, lasciate correre, e soprattuttosmorzate i toni. Ognuno ha le sue debolezze.
Può darsi che Ulrike voglia solo un po’ di conforto ogni tanto. Non dovreste mostrarvi indisposte. – –
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Giovanni: come facciamo nella lingua italiana a dimostrare modestia?
La modestia è una caratteristica di una persona, un atteggiamento che si dimostra mostrando i limiti delle proprie possibilità. Insomma chi mostra modestia sminuisce le proprie azioni e qualità, non si vanta di ciò che fa, non vuole sembrare superiore agli altri ma al contrario, anche quando si posseggono delle qualità, il modesto dice frasi come:
Non sono molto bravo a giocare a calcio.
Non è vero che so recitare bene, almeno non meglio degli altri attori.
Il modesto quindi si sminuisce, forse per non essere al centro dell’attenzione, forse per timidezza.
Comunque, se il modesto ti fa un grande favore, tu lo ringrazi, e lui potrebbe rispondere:
Non preoccuparti, non è niente di che.
Come a dire: non mi devi ringraziare, non si tratta di un grande favore, non è niente di cui ringraziare, niente di che vantarsi, nulla di importante. Come dire: figurati!
A dire la verità l’espressione “nientediche” che avete capito essere una contrazione di una frase più lunga “niente di che vantarsi”, spesso viene anche usata in modo più ampio, ad esempio al posto di “niente di cui preoccuparsi”, o con lo stesso significato di “niente di importante”, “nulla di rilevante”. Si usa quindi anche ogni volta che le aspettative di chi ascolta sono eccessive, o per non far preoccupare, per tranquillizzare, e non solo quando si vuole dimostrare modestia. Si usa anche per giudicare (negativamente) la qualità di qualcuno o qualcosa.
Riguardo alla modestia, spesso si usa questa espressione proprio per dimostrare modestia, pur sapendo il grande valore del gesto compiuto.
Facciamo alcuni esempi:
Oddio! Che regalo meraviglioso che mi hai fatto, non dovevi!!
Tranquilla, non è niente di che.
Ho saputo che Giuseppe si è fidanzato. Com’è la sua fidanzata? L’hai vista?
Personalmente spero che questo episodio non sia giudicato con un “niente di che”.
Un saluto da Giovanni. Avete ascoltato anche alcune voci, quelle di alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente, che vi hanno aiutato a ripassare delle espressioni passare. Quella di oggi è la n. 293. Niente male vero? – – –
L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Emanuele, sai un sinonimo del verbo indovinare?
Emanuele: certo, il verbo azzeccare.
Giovanni: bravo! Ci azzecchi sempre tu!
Emanuele: si, grazie, ma non ho tirato ad indovinare, io conoscevo il verbo azzeccare.
Giovanni: allora puoi spiegare cosa c’azzecca il verbo indovinare col verbo azzeccare?
Emanuele: questo non lo so papà. Non conosco proprio il legame tra azzeccare e indovinare.
Giovanni: forse allora è necessario spiegare qualcosa.
Azzeccare, è vero, si usa quando si tira ad indovinare, quindi non esattamente quando si risponde correttamente ad una domanda.
Tirare ad indovinare significa dare la risposta ad una domanda, soprattutto quando questa risposta non si conosce, ma… non si sa mai, perché la risposta potrebbe anche essere esatta. In quel caso si dice che chi ha risposto ha azzeccato la risposta.
Ma negli ultimi anni si è diffusa un’espressione in tutta Italia: che c’azzecca?
La diffusione è avvenuta grazie al giudice Antonio Di Pietro, originario della regione Molise. Di Pietro, durante i processi per corruzione nella politica italiana, negli anni ’90, processi molto seguiti in TV, quando faceva domande agli imputati e riceveva strane risposte, risposte che sembrava non avessero legami con la sua domanda, per sottolineare il suo stupore usava spesso dire:
Ma che’azzecca?
Il che significa: che c’entra? Cosa questo ha a che fare con la mia domanda?
Andrè: Insomma ci stai dicendo che la risposta non era congrua alla domanda?
No, per niente. Insomma, l’espressione, che inizialmente faceva parte in qualche modo di un dialetto locale, è diventata conosciuta da tutti e oggi tutti la usano quando vogliono manifestare la mancanza di un legame tra due cose. Naturalmente si tratta di linguaggio familiare, sebbene il giudice Di Pietro lo utilizzasse simpaticamente anche in occasioni importanti come dei processi.
Lejla: vuoi dire che non si curava molto di parlare correttamente italiano?
Giovanni: Beh diciamo che ogni tanto gli sfuggiva qualche parola dialettale ma era molto divertente seguire i suoi processi.
Avrete sicuramente capito che le voci che avete ascoltato, a parte la mia, sono dei membri dell’associazione italiano semplicemente.
Qualcuno di voi infatti si sarà chiesto: ma che c’azzeccano gli stranieri?
Ebbene nelle loro frasi hanno usato alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Ecco cosa c’azzeccano gli stranieri.
Un’ultima cosa: la zeta in “azzeccare” dovrebbe essere dura, come in azione e colazione, e non come gazzella o “zeta“, ma questa non è una cosa fondamentale. Avrei potuto lasciar correre ed invece ve l’ho voluto dire… – – –
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Giovanni: Molti stranieri hanno difficoltà nell’utilizzare correttamente il tempo dei verbi. Ovviamente.
Vediamo oggi qualcosa sul verbo andare e in particolare quando usare l’imperfetto o il passato prossimo: devo usare “andavo” oppure “sono stato“? Andavi o “sei andato”? “Andava” oppure “è stato“? eccetera.
La risposta dipende anche dal significato che diamo al verbo andare:
Margherita ha fatto un esame.
La sua amica, il giorno successivo la chiama perché è curiosa di sapere come… è andata.
Allora le chiede: come è andato l’esame? Oppure: com’è andata?
Bene, è andato/andata alla grande! E’ andato/andata benissimo!
Com’è andata alla gara di nuoto?
E’ andata male, ho perso!
Ah, mi spiace, vedrai che la prossima volta andrà meglio!
Giovanni parla con suo figlio e gli dice: in matematica non vai molto bene, devi recuperare, devi studiare un po’ di più.
E suo figlio gli risponde:
Papà, tu come andavi in matematica quando avevi la mia età?
Andavo bene, replico io. Andavo bene in tutte le materie tranne in italiano. Lì andavo male, avevo 5.
Quando ero un bambino, abitavo vicino alla scuola, quindi andavo a piedi.
E tu come andavi?
Avete capito che questa domanda ha due possibili significati: andare nel senso di rendimento scolastico (andavo male, andavo bene), oppure andare nel senso di recarsi a scuola, quindi: andavo a piedi, andavo in autobus, andavo in bicicletta.
Non si può rispondere “sono stato a piedi“, oppure “sono stato bene“. Nel primo caso non ha nessun senso, nel secondo invece: “sono stato bene” ha tutto un altro senso, perché significa che ci si riferisce allo stato d’animo:
Xiaoheng: Come sei stato alla festa ieri sera? Non mi tenere sulle spine!
Giovanni: Bene, sono stato proprio bene, c’era tanta gente e ci siamo divertiti moltissimo!
Sono stato tutto il tempo a parlare con gli amici, gli stessi amici con cui andavo a scuola da piccolo. Andavano tutti male loro, io ero l’unico che andava bene a scuola. Forse anche perché io abitavo molto vicino alla scuola: andavo a piedi infatti. Loro invece andavano tutti in treno. La festa è finita alle due di notte. Siamo stati molto felici di rivederci.
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Giovanni: Quella di oggi è una locuzione (non mi piace per niente questa parola ma la devo usare!) molto utilizzata da tutti gli italiani: In sospeso.
Si tratta del verbo sospendere.
Mariana: Vuoi fare il sostenutoanche oggi Giovanni?
No, non è il verbo “sostenere” ma è “sospendere“, che a volte sono verbi simili.
Per farvela breve, quando qualcosa è “in sospeso” (uso il verbo sospendere) significa che è ancora da finire, ancora da terminare o da pagare. Attenzione però a due cose importantissime.
1 – Si usa per rappresentare qualcosa di fermo, che non è in stato di movimento, quindi se sto facendo un compito di italiano e non ho ancora terminato, non posso dire che il compito è in sospeso, perché semplicemente lo devo ancora terminare. Posso dire che è in via di completamento, che sto terminando, che tra poco terminerò, ma non che è in sospeso.
“In sospeso” si usa invece quando qualcosa è iniziato e poi si è interrotto e non si sa bene fino a quando la situazione non cambierà.
Dovevano pagarmi oggi lo stipendio, ma il pagamento è ancora in sospeso. Chissà perché e chissà quando si sbloccherà la situazione!
oppure:
Ho chiesto alla mia fidanzata di sposarmi. Lei però ancora non mi risponde. Ed io sarò in sospeso finché non deciderà.
Quindi io mi trovo in uno stato di dubbio, di attesa. Chissà quando deciderà e chissà cosa mi risponderà…
Si usa anche “tenere in sospeso” quando c’è la volontà di creare un’attesa, uno stato di dubbio e di incertezza.
La mia ragazza mi tiene in sospeso da un mese. Ma quando si deciderà?
Cristine: Ma ti rendi conto che una ragazza ha bisogno di tempo?
Carmen: Infatti, ma passiun giorno, passi anche una settimana, ma non può durare all’infinito!
Se Poi, se qualcuno mi tiene in sospeso, posso anche dire che sono stato lasciato in sospeso.
Tenere in sospeso e lasciare in sospeso sono due espressioni usate molto spesso.
Non voglio lasciare nulla in sospeso con te, quindi ti pago ciò che devo pagarti, così possiamo dirci addio!
Poi esistono le questioni in sospeso:
Io e Giovanni abbiamo una questione in sospeso
Ho chiesto al mio capo un aumento dello stipendio ma la questione è ancora in sospeso
Una questione in sospeso è qualcosa che non trova una conclusione. A volte poi è relativa ad una litigio, a qualcosa da chiarire tra due persone che è rimasta così, in sospeso.
Veronica: Spesso, quando le questioni rimangono in sospeso, prima o poi arriva la resa dei conti!
Naturalmente ogni volta che uso questa locuzione si deve chiarire di cosa si sta parlando, perché altrimenti non si capisce. Cosa è in sospeso?
Al lavoro sono ancora in sospeso.
In che senso scusa?
nel senso che non si sa se mi rinnoveranno il contratto
Quindi è necessario specificare, anche nella stessa frase:
Il mio rinnovo contrattuale è ancora in sospeso.
2. E’ molto importante usare la preposizione “in” altrimenti il concetto non è chiaro. Infatti la “sospensione” ha molti significati diversi, come anche il verbo “sospendere“.
Ci sono espressioni comunque con un significato simile:
Restare col fiato sospeso, ad esempio, significa trattenere il respiro, ma si usa quando si ha una forte emozione oppure quando sta accadendo qualcosa di molto importante che porterà a risultati incerti.
Quando ci sono i calci di rigore tutti i tifosi restano colfiato sospeso! Poi, se tutto va bene, tirano un sospiro di sollievo…
L’episodio finisce qui. Oggi ho fatto un esperimento. Le frasi di ripasso le abbiamo utilizzate all’interno dell’episodio anziché metterle alla fine come facciamo sempre.
Se vi piace possiamo continuare così anche nei prossimi episodi.
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Giovanni: mi chiedo spesso: la durata di due minuti per un episodio è una durata congrua? Oppure ai visitatori di Italiano Semplicemente piacciono episodi più lunghi?
La congruità è una caratteristica interessante perché si può usare quando parliamo di qualsiasi argomento.
Stiamo parlando di adeguatezza. Mi chiedo cioè se due minuti siano un tempo adatto, un tempo rispondente alle esigenze dei visitatori. Mi chiedo se sia una durata opportuna, adatta, perché se non fosse una durata congrua sarebbe probabilmente troppo corta o magari troppo lunga.
La congruità serve sempre ad associare due elementi che in qualche modo devono essere legati tra loro. Quando mi chiedo se esiste congruità, quando mi chiedo se una cosa qualsiasi è congrua devo sempre chiedermi:
Deve essere congrua rispetto a cosa?
La durata di 2 minuti per un episodio può essere congrua rispetto alle esigenze di Ulrike dalla Germania, che magari ama gli episodi brevi, ma potrebbe non essere congrua per le esigenze di Sofie, che invece magari ama episodi più lunghi.
Ma quante cose possono essere congrue? Qualsiasi cosa può esserlo.
Se io acquisto un buon corso di italiano per 1 euro… beh, evidentemente questo prezzo non è congruo al valore del corso. Il prezzo non è un prezzo opportuno, non è quello giusto, non c’è proporzionalità tra il valore del corso e il prezzo.
Si usa molto in economia e negli affari:
L’offerta fatta per l’appartamento non è congrua, quindi l’abbiamo rifiutata.
Un partito può avere una congrua rappresentanza in Parlamento. Quindi è soddisfacente, è abbastanza alta.
Posso usare la congruità anche nella vita di tutti i giorni:
Per fare una doccia occorre una congrua quantità d’acqua. Altrimenti non sarà sufficiente per lavarsi.
Spesso stiamo parlando di una quantità, ma non specifichiamo l’esatta quantità, diciamo solamente che deve essere congrua, cioè sufficiente per ottenere un certo risultato, o sufficiente rispetto a qualche altra cosa. Parliamo in ogni caso di un confronto tra due quantità o caratteristiche che possono avere un valore che possiamo dire alto o basso.
Possiamo anche affrontare in modo congruo delle esigenze.
Cioè con la dovuta attenzione, dando la giusta importanza alle cose.
In modo congruo si dice anche “congruamente“.
Dobbiamo congruamente affrontare il problema dell’inquinamento.
Allora devo trovare strumenti adeguati per fare questo.
E la congruenza? E’ come la congruità?
Sì, esiste anche la congruenza. Quando due cose non si sposano bene tra loro (si dice anche così), quando non si nota un legame chiaro quando invece dovrebbe esserci, possiamo dire che non c’è congruenza tra queste due cose. Le due cose non sono congruenti.
Giovanni è un po’ strano ultimamente. Non c’è molta congruenza tra quello che dice e come si comporta. Non ti sembra?
In questo caso il confronto è reciproco. Tra loro, due cose non sono congruenti. Oppure lo sono.
Allora in questi casi non c’è alto e basso, non c’è un elemento che ha o non ha abbastanza una caratteristica rispetto ad un’altra, ma c’è solo una mancanza di sintonia, solo qualcosa che stona, qualcosa che non va, una mancanza di logica. Quindi mentre la congruità fa riferimento all’adeguatezza di un elemento rispetto ad un altro, nel caso della congruenza le due cose si confrontano tra loro per vedere se sono congrue tra loro.
Se due persone vanno d’accordo probabilmente c’è una congruenza nei valori delle due persone, una certa vicinanza. Insomma non possono essere totalmente opposti.
Si tratta di un linguaggio probabilmente poco comune nel linguaggio parlato, ma è molto adatto in un contesto lavorativo, dove c’è domanda e offerta quindi si è abituati a fare confronti, confronti che possono essere congrui oppure no. Molto usato nel linguaggio scritto commerciale e giornalistico.
Al lavoro quindi, o in affari, se ti fanno un’offerta economica e non la ritieni sufficiente, anziché dire:
L’offerta non è giusta
È troppo poco
Non va bene
Puoi dire: l’offerta non è congrua, non riteniamo che l’offerta sia congrua, non c’è congruità tra il valore offerto e quello reale.
Se invece chi vuole acquistare fa ottimi apprezzamenti, dice “meraviglioso questo appartamento” e poi l’offerta è scarsa, si può rispondere dicendo:
Non c’è congruenza tra le dichiarazioni e l’offerta.
Bene, vi invito a ripetere l’ascolto se non è tutto chiaro. Alla prossima.
Scusate per la durata eccessiva ma tra complessità del concetto e durata della spiegazione ci deve essere una certa congruenza.
Ripasso:
Xiaoheng: È così ci siamo sorbiti un altro episodio di due minuti.
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Giovanni non mi sta molto simpatico, poi ultimamente fa il sostenuto.
Fare il sostenuto è ovviamente un’espressione idiomatica.
Giovanni fa il sostenuto significa che Giovanni assume l’atteggiamento da sostenuto, quindi si usa il verbo fare, ma in realtà sarebbe: Giovanni si comporta da sostenuto, assume questo atteggiamento.
Ma cosa significa? Sostenuto viene da sostenere, che è un verbo che in genere si usa per esprimere un’opinione. Ad esempio
Io sostengo di aver ragione
Francesco sostiene che la verità sia un’altra
Invece in questo caso “sostenuto” non c’entra con “sostenere” inteso in questo modo, ma come “sostenere” nel senso di “portare”, “non far cadere”. o anche “aiutare”
“Io ti sostengo” ad esempio significa che io ti sorreggo, fisicamente o moralmente. Io faccio in modo che tu non cada o che tu non ti abbatta, o magari ti sostengo economicamente, ti supporto, ti aiuto, per non farti avere difficoltà economiche. Si parla di sostegno economico, di sostegno morale, di sostegno fisico, esiste anche il sostegno politico.
Sostenere ha anche a che fare con la velocità: se cammino a passo/ritmo sostenuto vado velocemente, lo stesso se lavoro a ritmo sostenuto, cioè lavoro velocemente. Ha inoltre a che fare con l’altezza, perché se dico che sono sostenuto da una corda, o da un pavimento allora questa corda o questo pavimento mi sostengono, cioè mi impediscono di cadere in basso. Anche in questo caso si può parlare di un sostegno. Anche un bastone può essere un sostegno, poiché mi impedisce di cadere.
Ci stiamo avvicinando, perché se io mi comporto da sostenuto, o meglio se faccio il sostenuto, significa che cerco di stare “in alto”, ma in un senso particolare. Non è un comportamento giudicato positivamente, anzi.
Chi fa il sostenuto, in genere ostenta, cioè mostra palesemente un atteggiamento di distaccata superiorità. In pratica questa persona si comporta come se fosse “superiore”, come se fosse più “in alto”, in qualche modo e reagisce agli eventi come se non avessero effetto su di lui.
Questa espressione si usa soprattutto quando una persona anziché mostrarsi offesa di qualcosa, fa finta di niente, mostra indifferenza, mostra distacco, ma in realtà è molto dispiaciuta per aver ricevuto un’offesa: non ti guarda in faccia, cammina a testa alta, non ti sorride, risponde seriamente alle domande e se gli chiedi:
C’è qualche problema?
Ti risponde: nulla, non c’è nessun problema!
Ad esempio: stiamo programmando una vacanza in Brasile tra amici ma non lo diciamo a Giovanni.
Giovanni voleva venire ma quando è venuto a sapere di questo viaggio a cui non è stato invitato, ha fatto il sostenuto e non si è mostrato offeso, mostrando invece indifferenza.
Divertitevi!
Ha detto….
Io ho molto da fare quest’estate…
Ci sono alcune espressioni simili, tipo atteggiarsi, o avere la puzza sotto il (o al) naso, darsi delle arie, tirarsela. Ma “fare il sostenuto” è spesso legata alle offese ed è anche meno informale delle altre.
Comunque si può fare il sostenuto anche in altre circostanze, non solo quando si è offesi.
Se una donna mi guarda molto innamorata io potrei fare il sostenuto e non mostrarmi coinvolto emotivamente.
Potrei parlare di mia figlia e fare il sostenuto mentre elenco tutte le sue qualità. Poi alla fine potrei non resistere più, iniziare a sorridere e a mostrare tutte le mie vere emozioni.
In generale quindi questa espressione si può usare quando non si vogliono mostrare le vere emozioni.
Adesso sentiamo un bel ripasso da parte di Bogusia.
Giovanni: sì, in effetti Bogusia ha ragione, il metodo funziona. potete provarlo anche voi.
Che ne dite, sembrava un atteggiamento abbastanza sostenuto il mio?
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Cos’è la dignità? È un pregio? Oppure un difetto? È sicuramente una caratteristica dell’uomo, dell’essere umano, ed è qualcosa che si sente; è simile al rispetto, anche verso sé stessi.
Per avere dignità bisogna avere dei valori morali importanti e questi sentimenti, questi valori si devono tradurre in comportamenti adeguati, devono diventare comportamenti dignitosi, che dimostrano rispetto per i valori più importanti.
Difficile spiegare in poco tempo il concetto di dignità, ma voglio dirvi che nella lingua italiana si usano spessissimo frasi come:
Non sei degno del mio rispetto
Che significa “non meriti il mio rispetto”, quindi io non ti rispetto perché non te lo meriti, non sei degno del mio rispetto.
Essere degni di qualcosa in generale viene inteso come meritare questa cosa, e ci si riferisce generalmente a dei meriti morali: rispetto, amore, amicizia, stima, ammirazione.
In genere chi non ha caratteristiche positive, legate al rispetto delle altre persone o di sé stesso, si dice che non ha dignità e chi non ha dignità non viene reputato meritevole di ricevere non solo sentimenti positivi ma anche premi, onori, complimenti. Ma a questa persona probabilmente neanche interessa il parere degli altri.
Possiamo dire anche che questa persona non è degna di qualcosa:
Non sei degno di far parte della mia famiglia
Cioè non sei all’altezza, non sei abbastanza meritevole, non hai abbastanza qualità morali e cose di questo tipo.
È un’offesa abbastanza grave.
Si usa anche il verbo “degnarsi” di fare qualcosa. Il verbo degnarsi, riferito a sé stessi, dunque, si usa quando si parla di comportamenti dignitosi. Non parliamo però stavolta di qualità morali in generale di una persona ma di un singolo comportamento, che potrebbe non essere “dignitoso”.
Ad esempio se scrivo un messaggio di auguri di Natale a Giovanni e lui non mi risponde, potrei pensare che Giovanni non è stato educato con me, ma posso anche dire che Giovanni non si è degnato di rispondere ai miei auguri.
Questo verbo quindi si usa per singoli comportamenti.
Solitamente si usa in frasi negative ma non sempre. Si tratta però sempre di rimproveri, di giudizi negativi.
Non ti sei degnato neanche di guardarmi mentre ti parlavo.
Sono tuo padre, dovresti degnarti di venire a trovarmi, ogni tanto. Non credi?
A volte si usa anche in modo leggermente diverso:
Maria non mi ha degnato di uno sguardo
Equivalente a:
Maria non si è degnata di guardarmi
Si tratta sempre di giudizi, ma dicendo però “non mi ha degnato” è come se io non fossi degno di essere guardato da lei. Io sono stato trattato da persona indegna, cioè non degno di essere guardato, come se non meritassi di essere guardato da Maria.
Insomma la dignità è sempre la protagonista della frase, una volta è la dignità di Maria, l’altra volta è la mia ad essere messa in discussione.
Ora voi potreste dirmi:
Per il rispetto verso il nome della rubrica dovresti degnarti di terminare questo episodio.
Ok, avete ragione, l’episodio finisce qui, solo il tempo di una frase di ripasso con Sofie dal Belgio.
Sofie: Ho un po’ di tempo libero e avrei voluto fare una bella telefonata con mia madre se non fosse che lei si sente sempre in dovere di darmi qualche buon consiglio. Così ho rinunciato.
Figlia mia, dice sempre, se stai da sola e hai due minuti devi fare di necessità virtù e dare un’occhiata al corso d’Italiano Semplicemente. Mamma, scusa ma non me la sento di sorbirmi i tuoi soliti discorsi. In fin dei conti hai anche ragione tu.
A inizio anno mi ero prefissa di ascoltare almeno un episodio dei due minuti al giorno e non vorrei venir meno alle mie buone intenzioni. Adesso mi ci metto, non fosse altro che per smarcarmi dal senso di colpa.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: voi stranieri sapete bene che il congiuntivo è difficile da utilizzare non è vero?
Sappiate che il congiuntivo molto spesso si utilizza anche in modi particolari, in alcune espressioni tipiche del linguaggio soprattutto parlato.
Qualche puntata fa abbiamo visto ad esempio “non fosse altro che” in cui si usa il congiuntivo del verbo essere: “fosse” (la terza persona singolare del congiuntivo imperfetto).
“Fosse” si usa anche in altre espressioni come ad esempio “se non fosse che“.
Oggi voglio spiegarvi proprio questo modo particolare di usare “fosse”. Si tratta di congiuntivo imperfetto.
Ebbene il congiuntivo imperfetto del, verbo essere “fosse”, si può usare per fare ironia.
Esempio:
La ragazza mi darebbe un bacio volentieri se non fosse che sono bruttissimo.
Avrei potuto dire: se non fossi bruttissimo la ragazza mi darebbe un bacio. Questa frase è correttissima ma non è ironica.
Si tratta di una modalità molto usata all’orale, un po’ meno allo scritto in quanto abbastanza colloquiale.
Tuttavia essendo un modo per fare ironia, per strappare un sorriso, questo fa sì che si usi anche allo scritto quando si espone un fatto o una opinione.
Ad esempio:
Il ministro ha detto che sul ponte di Messina bisogna andare piano con la macchina, altrimenti si fanno incidenti. Allora si potrebbe commentare questa notizia dicendo:
L’opinione del ministro è condivisibile, cioè il ministro ha ragione, se non fosse che il ponte di Messina non è stato costruito.
In questo modo si fa ironia sulla frase del ministro.
La frase è equivalente a:
Il ministro avrebbe ragione se il ponte di Messina fosse stato costruito.
Può capitare che la frase a volte sia non ironica, ma è più difficile.
Ad esempio potrei dire che:
Ho perso molti soldi per colpa della crisi e la cosa sarebbe molto preoccupante se non fosse che a molte altre persone è accaduto la stessa cosa.
In questo caso uso “se non fosse che” per cambiare il mio punto di vista.
Un altro esempio:
C’è un calciatore che ha guadagnato talmente tanto denaro che ha acquistato 3 ferrari, una maserati e una lamborghini. Bellissime auto, se non fosse che questo calciatore non ha la patente.
Vedete che c’è sempre un po’ l’effetto sorpresa ogni volta. È questo che rende spesso la frase ironica.
Si rappresentano ogni volta situazioni strane, bizzarre, paradossali. In questi casi è opportuno usare questa particolare espressione.
Un ultimo esempio:
Questo è un episodio che ha una durata di circa 5 minuti complessivamente. Niente di strano, se non fosse che fa parte di una rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano semplicemente”.
Allora è il momento di ripassare le espressioni passate. Le ripasserei volentieri tutte, se non fosse che si tratta di ben 285 episodi.
Sofie:
Oggi ho sentito una cosa strana. All’inizio pensavo fosse una fesseriao quantomenouna notizia priva di fondamento, ma… no! A quanto pare si parlava sul serio.
Adesso siamo nel pieno della fase tre ma tu, hai contezza della situazione? Alcune cose non sono come prima! Se vai in biblioteca e vedi una persona, un tuo amico che ha appenariconsegnato il libro che volevi leggere da tanto tempo potresti cogliere l’occasione al volo e chiedergli il libro per portartelo via a casa… Allora il bibliotecario potrebbe dire “Giù le mani!” Eh sì, all’insegnadelle misure anti Covid-19 anche un libro pur essendo un oggetto inanimato va in quarantena per 10 giorni dopo essere stato toccato dalla persona che l’ha preso in prestito precedentemente….
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Giuseppina: Qualche puntata fa abbiamo visto il termine defezione. Ebbene molto spesso nelle stesse circostanze si può usare “venir meno“, che esprime sempre una mancanza.
Si può usare venir meno ogni volta che ci aspettiamo qualcosa che poi però non accade. Questa è la regola generale.
È una modalità che si usa generalmente in ambienti di lavoro, ma la usano spesso anche i giornalisti. I ragazzi in genere non la usano.
Si usa in quattro modi diversi.
La prima modalità è quando muore qualcuno:
Franco è venuto meno
può significare che Franco è deceduto, ma generalmente in questi casi si usa dire che Franco è venuto a mancare.
Una frase tipica è “è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari” che può diventare “è venuto meno all’affetto dei suoi cari”.
Secondamodalità: Anche quando una persona perde i sensi, cioè quando sviene si può utilizzare venir meno:
Maria è venuta meno all’improvviso ed è caduta.
Anche in questo caso si può usare l’espressione “venire a mancare“.
Quindi Maria ha perso i sensi, magari ha avuto un calo di pressione.
Terzamodalità: Generalmente venir meno si usa quando una persona non rispetta un impegno preso in precedenza, ad esempio quando non mantiene una promessa.
Ad esempio se il tuo amico Giovanni ti promette:
Domani ti vengo a trovare, promesso!
Poi invece Giovanni non viene, quindi Giovanni viene meno alla sua promessa, viene meno alla sua parola, viene meno alla parola data.
In tali casi si usa anche questa espressione: venir meno alla parola data.
Giovanni, perché sei venuto meno alla tua promessa? Perché sei venuto meno al tuo impegno? Perché sei venuto meno alla tua parola?
Il che equivale a dire:
Perché non hai mantenuto la promessa? Perché non sei venuto? Perché non hai fatto ciò che avevi detto?
Analogamente riguardo ad un arbitro di calcio posso dire che:
L’arbitro non deve venir meno al suo ruolo di super partes, cioè non deve venir meno al suo ruolo di arbitro imparziale. L’arbitro non deve cioè favorire una delle due squadre.
La quartamodalità, anch’essa molto utilizzata, non si riferisce a impegni e responsabilità, ma semplicemente a qualcosa che doveva accadere e poi non accade più.
Se oggi sono interessato ad andare al ristorante e poi invece cambio idea, posso dire che il mio interesse è venuto meno.
Analogamente può venir meno la mia presenza ad un appuntamento per un inconveniente.
Oppure:
Con la diminuzione del contagio è venuta meno la necessità di costruire reparti speciali per i malati Covid.
Ora ripassiamo, non vorrei venir meno alle vostre aspettative:
Ulrike: Oggi tocca a me sfoderarealcune frasi di ripasso. Non è che voglia darmi importanza, per questo, tanto meno intendo fare la saputella. Ragion per cuise non ci sono problemi ho preparato qualcosina. Allo stesso tempo questo è utile per me, perché così tento di ovviareal solito problema della dimenticanza. Ormai siamo all’episodio 285: Buttate pure un occhio sull’elenco della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Paventoseriamente di andare in tilt per tutte le espressioni che mi ronzano per la testa e quasi ogni giorno Giovanni ne aggiunge un’altra. Non resta che rispolverarele puntate precedenti nel migliore dei modi, cioè usandole attivamente con qualche frase di ripasso. Appunto.
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Giovanni: Quando si vuole dire che una cosa è sufficiente per giustificare qualcosa (un’azione, un’opinione) si usa spesso un’espressione particolare:
Non fosse altro che…
A volte si mette anche l’apostrofo:
Non foss’altro che…
Vediamo qualche esempio:
Domani mi piacerebbe andare al cinema insieme a Giovanni e Carla, non fosse altro che per vedere se si amano veramente.
Probabilmente ci sono più motivi per andare al cinema, non solo quello, ma è sufficiente soddisfare questa curiosità, cioè vedere se c’è amore tra Giovanni e Carla.
Spesso poi si usa quando non si è proprio convinti di fare qualcosa, ma allo stesso tempo varrebbe la pena farlo solo per togliersi uno sfizio, una curiosità, non fosse altro che per quel motivo, anche se questo potrebbe portare conseguenze negative saremmo disposti a farlo lo stesso. Ad esempio:
Guarda, licenziarmi è l’ultima cosa che farei, il lavoro è molto importante per me, ma a volte penso: chissà che faccia farebbe il mio sgarbato direttore. Lo farei non fosse altro che per questo.
Quindi si usa in due modi principalmente: quando un motivo è sufficiente per fare o non fare qualcosa o quando si prova o si proverebbe molta soddisfazione a fare questa cosa.
Attenzione perché “non fosse altro che” è diverso da “non è altro che”.
Ad esempio:
Vorrei sapere il segreto che mi nascondi, non fosse altro che per soddisfare la mia curiosità
Vorrei sapere il segreto che mi nascondi. Non è altro che per soddisfare la mia curiosità.
Nel primo caso la soddisfazione della curiosità è sufficiente, ma potrebbero anche esserci altri motivi per cui si vuole conoscere il segreto.
Nel secondo caso (non è altro che) significa che è solo per quello, è solamente per soddisfare la curiosità. Non ci sono altre ragioni.
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Giovanni: ogni volta che vado a giocare a calcetto con i miei amici ci sono delle defezioni all’ultimo minuto e alla fine non si gioca mai.
Ci sono delle defezioni: cosa sono le defezioni? Avete già capito che è qualcosa di non positivo.
Ogni volta che c’è una defezione si parla di persone che dovevano esserci, dovevano essere presenti (ad una riunione, ad un appuntamento o altre occasioni) e alla fine non ci sono. In genere si parla di impegni presi da qualcuno, qualcosa su cui contavano altre persone, qualcosa di importante che prevedeva la presenza fisica in un luogo, come un campo di calcio: quando un giocatore diceva di venire a giocare e alla fine non viene più, ecco che c’è una defezione, c’è una persona che si è tirata indietro, c’è qualcuno che è venuto meno.
Agli allenamento della squadra di oggi ci sono state due defezioni: due calciatori che hanno avuto problemi di salute.
Molti stranieri avevano prenotato le vacanze in Italia ma poi ci sono state molte defezioni.
Vale a dire che molti stranieri hanno disdetto la vacanza prenotata: hanno telefonato e hanno detto: mi spiace ma non veniamo più.
Quando viene a mancare qualcuno, in qualunque occasione (tranne in caso di morte), è opportuno usare il termine defezione. Non si tratta di un termine usato da tutti, ma tutti gli italiani lo capiscono senza problemi.
I ragazzi non lo usano ad esempio, preferiscono parlare di “assenze“, un termine usato nella scuola.
Giovanni non viene più, Giovanni sarà assente. Giovanni mancherà.
Ma potete tranquillamente dire: abbiamo una defezione, c’è una defezione per la partita di oggi. Si tratta di Giovanni.
Si usa spesso anche in politica o in economia, e in tutti i campi dove spesso si parla di impegni e responsabilità:
Potremmo avere alcune defezioni per colpa del coronavirus.
Tra i professori ci potranno essere defezioni all’inizio dell’anno.
Quando si parla di defezioni spesso si utilizza un’espressione particolare che approfondiamo al prossimo episodio: “venir meno“.
Per ora ascoltiamo un bel ripasso da parte di Emma:
Emma: c’è chi pensa che di fronte agli accadimenti derivanti dal coronavirus, il governo giallo – rosso purtroppo è venuto meno alle aspettative, il che ci ha preso alla sprovvista parecchio. Con situazioni inedite, ci vogliono delle capacità specifiche per fare ripartire l’economia, sia per il bene delle imprese sia per quello dei cittadini.
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Molti. Oggi ne vediamo uno che esprime un forte no, un forte dissenso, direi anche fortissimo.
L’espressione è “neanche per sogno“.
La parola neanche credo la conosciate tutti: è formato da né e da anche, che insieme diventano “neanche“, che si usa come neppure e nemmeno.
In effetti l’espressione di oggi “neanche per sogno” può diventare “neppure per sogno” o “nemmeno per sogno” con lo stesso identico significato.
Quando si usa questa espressione?
Si usa quando voglio dire no, e aggiungiamo che è un forte no, è un no che ci sarebbe anche se le cose sarebbero più gravi, ben peggiori di come sono. Oppure quando sono semplicemente molto convinto.
Il “sogno” rappresenta i nostri pensieri notturni. A volte i sogni rappresentano i nostri desideri, le nostre maggiori speranze, ciò che desideriamo, ma in questo caso si parla di un modo creativo di esprimere un assoluto dissenso.
Neanche per sogno significa:
assolutamente no!
Potremmo anche dire dire:
Non ci penso neanche!
Ma che scherzi?
O semplicemente: assolutamente no!
Ad esempio: ti piacerebbe morire?
Risposta: neanche per sogno!
Potrei anche dire:
Non me lo sogno neanche! Non ci penso nemmeno!
Vogliamo andare al mare?
Nemmeno per sogno! Non me lo sogno neanche di uscire con questo caldo!
Ovviamente è una espressione informale che si usa solo all’orale. Se volete essere eleganti o state scrivendo una comunicazione di lavoro un forte dissenso può essere espresso con:
Questa cosa non ci interessa minimamente!
Non è assolutamente il caso.
La prego, non insista!
Non ho il minimo dubbio in merito!
e l’ultimo modo è:
Neanche per idea
Nemmeno per idea, neanche per idea, neppure per idea: l’idea al posto del sogno. Il senso non cambia.
Ora ripassiamo un’espressione precedente con Emma:
Emma: Gianni non ha lasciato nulla diintentato per rendere la conversazione più motivata via Zoom con i membri di Italiano semplicemente. Oltretutto, in fatto di episodi nuovi suggeriti dai membri, ne abbiamo discusso veramente durante la Video chat, e così non è venuto meno alla sua promessa.
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Ecco, state per sorbirvi altri due minuti con Italiano Semplicemente. No, per carità, speriamo non sia così, lo spero… poi se fosse così non stareste ascoltando questo nuovo episodio. Sorbire è il verbo che non avete capito.
Io sorbisco, tu sorbisci, lui sorbisce, noi sorbiamo, voi sorbite, loro sorbiscono.
Si parla ancora una volta di sopportazione e di pazienza, argomento di cui abbiamo parlato anche negli ultimi episodi. Infatti sorbire significa proprio sopportare, ma veramente questo è il suo senso figurato.
Infatti sorbire in realtà significa bere lentamente, bere a piccoli sorsi una bevanda, assaporandola, gustandola, sorseggiandola, cioè un sorso alla volta, un po’ alla volta.
Ma questo sorseggiare, questo bere lentamente, poco di frequente si esprime attraverso l’uso di sorbire. A volte si fa ma non così spesso. Comunque nulla vi vieta di venire in Italia per sorbirvi un buon caffè.
Scherzi a parte, il verbo sorbire si usa quasi sempre quando c’è qualcosa di molto noioso che noi sopportiamo, quando facciamo contro voglia qualcosa. Tutte le cose noiose che siamo più o meno costretti a sopportare si sorbiscono.
Notate come somiglia anche al verbo assorbire. Una spugna assorbe acqua ad esempio. L’acqua entra lentamente nella spugna che si riempe di acqua. Tutti i tessuti in fondo hanno un potere assorbente. Ma, pensate, un po’, l’origine di assorbire è la stessa di sorbire, derivano dalla stessa parola latina.
Ma cosa si può sorbire? Quando si usa sorbire?
Sarà costretto a sorbirmi una riunione in ufficio domani
Evidentemente la riunione sarà molto noiosa. Ho detto “sorbirmi” una riunione, infatti spesso si usa la modalità riflessiva, per sottolineare che sarò io quello che sorbirà la riunione, sono io che dovrò sopportarla. Me la devo sorbire io! Che noia!
un alytro esempio:
Ho dovuto sorbire tante umiliazioni nella mia vita per via del mio cognome
Anche le umiliazioni si sorbiscono infatti. Non possiamo sempre reagire in fondo. E in effetti quando sorbiamo qualcosa la sopportiamo senza reagire. E’ il concetto stesso di pazienza e sopportazione.
Adesso che mi hai invitato a cena dovrai sorbirti le mie chiacchiere
Ci siamo dovuti sorbire 3 ore di lezioni di matematica oggi!!!
Sapete che quando si parla si sorbire qualcosa di noioso spesso si usa anche sciroppare.
Sciroppare viene da sciroppo, nome spesso usato per le medicine che si bevono col cucchiaio… lo sciroppo bisogna berlo per forza, ed allora occorre rassegnazione, pazienza. La mamma ha detto di bere questo sciroppo? Allora bisogna sciropparselo senza fiatare! Un po’ più informale rispetto a sorbirsi ma ha lo stesso significato e si usa sempre in modo figurato.
Sarà capitato anche a voi che vi siete dovuti sciroppare tutta la serata le chiacchiere di una persona molto noiosa…
Ora ripassiamo qualche espressione passata e nel frattempo potete sorbirvi un bel “sorbetto” al limone:
Carmen: Se il prossimo episodio durerà ancora così tanto prendo e mando una bella mail di protesta Giovanni! Rauno: dai, non mi dire che non sei disposta a lasciar correre! Hartmut: Non è che sei nervosa per altri motivi? Mariana: Non hai che da dirlo in questo caso, siamo tutti tuoi amici
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Giovanni: non so perché ma è da un po’ di tempo che parliamo di pazienza e di impazienza. Anche quello di oggi è un episodio che si inserisce in questa scia, infatti parliamo dell’espressione “prendere e…” fare qualcosa.
Difficile dare un nome a questa espressione. In realtà si tratta solo di un modo particolare di usare il verbo prendere.
Prendere in genere si usa con gli oggetti: prendere una mela, prendere un coltello, ovviamente si prende con le mani.
Ma si usa anche con le strade: prendere la strada a destra (cioè girare a destra) prendere l’autostrada, prendere la macchina.
In realtà però anche le decisioni si prendono. Ecco allora a questo proposito, quando prendiamo una decisione, se questa decisione si esplicita immediatamente in un’azione, se appena la prendiamo, appena ci pensiamo, subito agiamo di conseguenza, senza pensarci, di solito si tratta di decisioni impulsive, prese di getto, prese all’improvviso, magari perché eravamo stanchi e non ce la facevamo più. In genere però quando si prende una decisione non si agisce subito, semplicemente abbiamo deciso. Non siamo più indecisi.
Alcune volte la decisione si prende perché la pazienza è finita. Abbiamo visto che se siamo pazienti possiamo lasciar correre, possiamo usare questa espressione particolare.
Invece quando non riusciamo più a lasciar correre, quando non possiamo più sopportare, possiamo usare l’espressione “passi che“, e quando usiamo questa espressione stiamo spiegando quanto siamo stati pazienti a sopportare tante cose prima di decidere che poteva bastare.
Allora, nella stessa situazione, se impulsivamente decidiamo di agire per interrompere qualcosa di fastidioso possiamo dire che prendiamo e agiamo, prendiamo e facciamo qualcosa.
Questo vuol dire che subito agiamo.
Vediamo con qualche esempio:
Non ce la facevo più a sopportare quella noiosa riunione, allora ho preso e me ne sono andato.
Un modo curioso di usare il verbo prendere vero?
All’inizio ho pensato a due motivi per cui usiamo il verbo prendere. Innanzitutto abbiamo appena preso una decisione. Il secondo motivo è che è come se noi prendessimo materialmente le cose che abbiamo con noi e le portassimo via con noi; con questo gesto esprimiamo chiaramente la volontà di andar via e non tornare più.
È come dire:
Ho perso le mie cose e me ne sono andato.
Ma questa seconda spiegazione in realtà è qualcosa a cui ho pensato inizialmente. Poi ho riflettuto meglio e ho pensato che posso anche trovarmi in situazioni diverse: non sempre me ne sto andando da un luogo.
Posso dire ad esempio che se sono con una ragazza:
Eravamo al primo appuntamento, io sono un ragazzo timido ma poi ho preso e l’ho baciata
Voglio così dire che ho preso una decisione all’improvviso. Non c’era niente da “prendere” materialmente, solo la decisione. Poi anche la pazienza in questo caso c’entra poco in realtà.
Insomma l’unica cosa che conta in realtà è che si tratta di una decisioneimprovvisa. Si, a volte si perde la pazienza, ma altre volte si vuole esprimere la fine di una indecisione. E un’azione immediata.
A volte non sai che fare, non sai qual è la cosa giusta da fare ma poi ti stanchi di questo stato di incertezza e allora prendi e decidi di fare qualcosa.
Ieri sai cosa ho fatto? Ho preso e ho smesso di fumare. Era un anno che ci pensavo.
Mi piacciono troppo quelle scarpe italiane. È vero, sono molto costose, ma se domani avrò il coraggio prendo e me le compro.
Ok, credo di essermi spiegato bene. Ora prima che prendiate e interrompiate l’ascolto, vi faccio ascoltare una frase di ripasso, in modo da non dimenticare le espressioni che abbiamo già spiegato. Se avete dei dubbi sul senso di qualche frase che ascolterete potete tornare sull’episodio in questione e tutto sarà più chiaro.
Ulrike: Ciao amici, spero che non mi dica male oggi e troverò alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente in vena per un ripasso di gruppo.
Sofie: un ripasso a voce dici? Beh…non me la sento proprio. Non è che non abbia voglia di partecipare, penso però di dover destreggiarsi meglio con la lingue italiana prima di cominciare a parlare.
Carmen: Io ho lo stesso problema. Se provo a parlare, ogni due per tre mi sento sguarnita delle parole adatte. Poi anche la mia conoscenza della grammatica è scarsa.
Lejla: Maddai ragazzi/e, ho sentore che si tratti di pretesti. Paventate una figuraccia? È solo un problema psicologico.
Mariana: Giusto, e a maggior ragione dovremmo parlare. Anch’io quando c’era occasione di parlare, spesso mi davo alla fuga. Ora però a ragion vedutaraccolgo sempre provocazioni di questo tipo e mi butto.
Emma: Pure io. Una voltarotti gli indugi mi sono accorto/a che man mano la paura sparisce. Superare questa inutile timidezza è stata una vera svolta nel mio apprendimento della lingua italiana.
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: ecco un altro episodio che ha a che fare con la pazienza. Abbiamo visto “lasciar correre” nell’ultimo episodio, e oggi vediamo un’espressione particolare che si usa quando la pazienza sta finendo, o che si è già avuta abbastanza pazienza, quando si è sopportato molto, troppo, e adesso basta. Adesso non vogliamo sopportare più, adesso la pazienza è finita.
Vi faccio un esempio. Ammettiamo che un ragazzo di nome Marco stia seguendo una lezione di italiano a scuola, ma è arrivato tardi alla lezione, poi non è attento durante la lezione e ad un certo punto il ragazzo si addormenta sul banco.
A questo punto il professore, che non può sopportare tutte queste cose accadute, dice:
Adesso basta Marco. Passi che arrivi tardi alla lezione, passi pure che non stai molto attento quando io spiego. Ma se ti addormenti addirittura durante la lezione, questo è troppo!
In questo esempio il professore pronuncia due volte “passi che”.
Utilizza il verbo passare al congiuntivo.
“Passi che” significa “sono disposto a lasciar correre su questo”.
Perché si usa il verbo passare? Passare indica movimento, proprio come correre. Pensate a quando qualcuno vi chiede il permesso di passare prima di voi, ad esempio in strada, o al supermercato. Voi se siete gentili dite: prego, passi pure, avanti. State dando del lei. Lei passi, passi pure. Passi pure prima di me. State concedendo un permesso perché siete gentili.
Allo stesso modo, quando sopportate qualcosa che non vi piace, voi, se siete pazienti e gentili, sopportate e lasciate correre, cioè lasciate passare questa cosa senza protestare.
Dire “passi che” seguito da qualcosa che mi ha dato fastidio, equivale a dire pertanto: “sono disposto a sopportare questa cosa fastidiosa: “che questa cosa passi”.
Però questa espressione si usa quando si sono sopportate troppe cose, si sono lasciate passare troppe cose, si è lasciato correre su troppe cose. Prima si dicono tutte le cose che si sono sopportare, e alla fine però si dice che ora basta, perché è accaduto qualcosa sulla quale non si può più transigere, non si più sopportare, non si può più lasciar correre.
Quindi rivediamo la frase:
Adesso basta Marco. Passi che arrivi tardi alla lezione, passi pure che non stai molto attento quando io spiego. Ma se ti addormenti addirittura durante la lezione, questo è troppo!
Il professore vuol dire che è disposto a sopportare il ritardo, ed anche che non sta attento durante la lezione, ma non può sopportare che si addormenti durante la lezione.
Si solito si è sempre arrabbiati quando si usa questa espressione o quantomeno irritati.
Vediamo un altro esempio.
Una donna è arrabbiata col marito:
Passi che non ti ricordi del mio compleanno. Passi pure che neanche mi saluti più quando esci di casa. Però non riesco a sopportare che pretendi anche di trovare il pranzo e la cena pronti tutti i giorni.
E voi potreste dirmi: Giovanni, la tua rubrica si chiama due minuti con italiano semplicemente. Ora, noi studenti siamo molto pazienti, e passiche un episodio duri tre minuti, non ci sono problemi. Passi pure che ce ne sia qualcuno della durata di 5 o 6 minuti, ma che tu Giovanni, ogni volta, fai episodi molto lunghi più di due minuti, questo non è giusto.
Avete ragione ragazzi. Allora vi lascio alla frase di ripasso.
Sarò conciso: non è che mi dispiaccia se quest’estate non potrò andare al mare; a me infatti piace molto di più la montagna. Il problema è che a ragion vedutaavrei prenotato prima. Ora c’è il rischio che non troverò più posto neanche nelle località più in.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: siete dei tipi tolleranti, pazienti, oppure siete assolutamente intransigenti?
Se siete tolleranti, se cioè vi capita spesso di tollerare dei comportamenti di altre persone, se cioè sopportate pazientemente, se siete persone predisposte alla pazienza e al perdono, ebbene, vi capiterà altrettanto spesso di lasciar correre.
Se invece non avete molta pazienza probabilmente non lasciate mai correre di fronte a qualcosa che non vi piace.
Questo accade quando c’è qualcosa che non va, qualcosa di negativo, spesso per colpa di una persona, del suo comportamento, e voi anziché arrabbiarvi o rimproverare questa persona, fate finta di non vedere questa cosa negativa che è accaduta. Preferite lasciar correre, cioè far finta di niente.
Si può usare anche quando si invita a stare tranquilli, per non innervosirsi o per non farsi coinvolgere troppo.
Vediamo qualche esempio
I miei studenti hanno fatto molti errori di pronuncia durante il colloquio ma in quell’occasione ho preferito lasciar correre per non farli emozionare.
Mio figlio ha alzato la voce con me, e non potevo lasciar correre. L’ho messo subito in punizione.
Dopo che l’intervento del presidente è stato contestato, lui non ha lasciato correre ed ha insultato tutti i suoi contestatori.
“Vivi e lascia vivere” è un noto proverbio italiano. Il suo significato è che non bisogna interferire, ma invece occorre lasciar correre e girare la testa dall’altra parte se il proprio desiderio è vivere tranquilli.
Un’espressione informale, usata da tutti, sia come invito:
lascia correre, non ti arrabbiare, non dar retta a queste persone
Sia se parliamo di noi stessi:
Se avessi lasciato correre non mi troverei in questa situazione
Siamo stati insultati ma noi abbiamo lasciato correre.
Potete usarla quando volete in occasioni informali.
Più formalmente anziché dire “lascia correre” potreste dire “non si preoccupi” (dando del lei) “sia paziente” oppure usare il verbo transigere e essere transigenti:
Non posso transigere di fronte a questi comportamenti!
Che equivale a dire:
Non posso lasciar correre di fronte a questi comportamenti.
Perché si sua correre?
Sta a indicare semplicemente che non ci si deve fermare a commentare, a riflettere, a discutere.
Ora ripassiamo qualche espressione precedentemente imparata su questa rubrica.
Ascoltiamo Sofie e sua figlia dal Belgio. Sofie è membro del’associazione Italiano Semplicemente.
– Ciao mamma , come mai sei già sveglia a quest’ora? Non ti pensavo cosi mattiniera! Ci sta qualcosa che non ti torna?
– Ciao Emma, hai proprio ragione. Oggi non mi gira bene. Ho passato una notte in bianco.
– Come mai? C’è qualcosa che ti ronza per la testa?
– Ieri, dopo 2 mesi di lavoro a distanza sono tornata in ufficio e li mi sono beccata insulti a destra e a manca.
– Non capisco proprio. Hai sempre dato anima e corpo al tuo lavoro.
– È vero. Ma devo ammettere che lo smart-working non è stato alla mia portata e negli ultimi tempi ho sgarrato un po’. Cosi sono finita nel mirino dei miei giovani colleghi.
– Ma lascia correre e abbi un po’ di pazienza. Gliela farai pagare a tempo debito.
– Eh si, la vendetta è un piatto che va servito freddo!
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: Non è che avete due minuti liberi? Oggi vediamo una locuzione che vi piacerà.
Si tratta di qualcosa che non troverete da nessuna altra parte su internet perché è anche difficile da ricercare.
“Non è che“: questa è la locuzione in questione che ha tanti utilizzi non molto simili tra loro.
C’è una negazione: non.
Questa negazione a volte è una vera negazione, altre volte invece non è proprio così.
Vediamo bene. Una mamma dice al proprio figlio:
Non è che io ti devo dire ogni volta che ti devi alzare presto. Pensaci da solo.
In questo caso la mamma sta enfatizzando il suo pensiero, sta sottolineando la sua volontà. Certo, avrebbe potuto dire più semplicemente:
Io non devo dirti ogni volta che devi alzarti presto. Devi pensarci da solo.
Però nel primo modo, con la frase al negativo sta sottolineando ciò che non vuole che accada. È una modalità colloquiale comunque.
Vediamo un secondo modo.
Se io dico:
Non è che io voglia vantarmi, ma sono il presidente dell’associazione italiano semplicemente.
Questo è sempre un modo informale per negare qualcosa, ma in questo caso è come se volessimo aggiungere qualcosa. In questo caso è come se mi stessi giustificando: nego una affermazione e poi aggiungo qualcosa.
Ci sono mille altri esempi di questo tipo:
Non è che mi stai antipatico, ma a volte sei un po’ maleducato e questo mi dà fastidio.
Non è che a me piaccia sgridarti, ma sei sempre disordinato con le tue cose.
Non è che voglia sembrare ripetitivo, ma se non ascolti e non parli, non imparerai mai la lingua italiana.
Sono tutti esempi analoghi. Si può usare anche il congiuntivo come avete visto.
Vediamo un terzo caso. Abbiamo un sospetto, pensiamo qualcosa, abbiamo un’idea, ma non siamo sicuri.
Maria sembra ingrassata. Non è che è incinta?
Chissà perché Giovanni non ha avvisato che non veniva al lavoro! Non è che ha finito il credito telefonico e non ha potuto avvisare?
In questi casi quindi si tratta di ipotesi non verificate, di supposizioni, e sono poste sotto forma di domanda, come a voler cercare un riscontro, come a dire: che ne dici? Sarebbe possibile?
Vediamo un quarto caso:
Non è che avresti da accendere per favore?
Questa domanda, molto usata dai ragazzi, è un tentativo di usare una forma di cortesia quando si vuole fumare una sigaretta ma non si è provvisti di accendino. Allora si chiede ad altre persone.
Si può anche chiedere:
Hai da accendere?
Avresti da accendere?
Stesso significato.
Posso fare altri esempi simili.
Non è che passi in ufficio dopo? Ho dimenticato la giacca. Se passi puoi prendermela per favore?
Non è che potresti farmi un favore?
Non è che potresti darmi un passaggio?
Anche in questo caso un modo colloquiale per chiedere un favore, o anche fare una semplice domanda, ma capite che la forma negativa non serve a negare qualcosa, ma è solo un modo di essere gentili, come a non voler dare per scontato, per certo, che il favore venga fatto. Una forma di cortesia. Spesso si usa aggiungere “per caso”:
Non è che per caso hai/avresti da accendere?
Non è che per caso hai visto Giovanni?
Posso togliere “per caso” e non succede niente.
Ultimo caso: si usa per chiedere che qualcosa di negativo non sia vero:
Non è che hai lasciato la luce accesa prima di uscire vero? Spero proprio di no!
Non è che non hai finito i compiti?
Non è che mi stai dicendo una bugia?
In questi casi “non è che” equivale a “non vorrei che“, ma mentre la seconda forma richiede in genere l’uso del congiuntivo, la prima richiede sempre l’indicativo.
Non è che avreste un altro minuto da dedicare al ripasso? Non è che siete stanchi?
Sofie: Stanotte ho sognato che prendevo botte a destra e a manca da 10 ragazzi. Ma anche io sono riuscito a dare un calcio. Carmen: Una magra consolazione però. Ulrike: ma perché ti hanno picchiato? Sofie: Volevano picchiare mio figlio e io ho detto: giù le mani! Carmen: Certo, 10 contro 1 non c’era la più remota possibilità di farcela. Ulrike: Infatti, meno male che era un sogno. Sofie: Comunque, laddove mi accadesse veramente, mi vendicherei a tempo debito. Carmen: È risaputo che sei un tipo vendicativo Ulrike: Infatti. Io mi sarei dato alla fuga. Tu invece non sei un tipo che lascia correre.
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Emanuele: sapete qual è l’opposto di destra? Certo, è la sinistra!
Questo è chiaro per tutti, esiste ad esempio la mano destra e la mano sinistra.
A proposito, ognuno di noi, o quasi, ha una preferenza nell’uso della mano destra o della sinistra. Lo stesso vale per i piedi. Chi usa la mano destra con maggiore disinvoltura si dice che è destro (destra al femminile).
Io ad esempio sono destro.
Chi invece preferisce usare la mano o il piede sinistro si dice che è… “mancino” . Non si usa dire “io sono sinistro”.
Poi chi sa usarle entrambe indifferentemente si dice “ambidestro“.
La preferenza per la sinistra dunque si esprime col termine “mancino” o “mancina“.
Maradona è stato un calciatore mancino ad esempio perché il piede sinistro era il suo preferito.
Ma perché mancino? Abbiamo già visto insieme in questa rubrica il senso di “tirare un tiro mancino” . Il termine ha vari significati infatti.
Oggi però vorrei parlarvi dell’origine di “mancino”, che viene da “manca”.
C’è una simpatica locuzione italiana che recita così “a destra e a manca” che letteralmente vuol dire “a destra e a sinistra”. Manca quindi sarebbe “sinistra” (al femminile) intesa come contrapposta alla destra. Non ha niente a che vedere col verbo mancare.
Questa locuzione si usa prevalentemente in alcune occasioni.
Ad esempio:
Non riesco a guidare bene quando ci sono macchine che sfrecciano a destra e a manca.
Il senso è che ci sono molte macchine, cioè automobili, che corrono veloci (cioè sfrecciano) dappertutto, ovunque, e questo mi rende difficile la guida, forse per agitazione, per paura.
Oppure:
Sono stato malmenato da un gruppo di ragazzi; erano tanti e non riuscivo a difendermi: arrivavano calci e pugni a destra e a manca.
Quindi ovunque arrivavano colpi, da tutte le direzioni.
Spesso si usa la stessa espressione per rappresentare uno stato di confusione.
Se bevo alcool e sono ubriaco inizio a barcollare a destra e a manca.
Non c’è la volontà di andare in una direzione precisa.
Si, potremmo sempre dire “a destra e a sinistra” ma in questi casi si usa maggiormente il termine “manca” che si usa sempre o quasi sempre nella stessa frase insieme alla destra.
Se inizio a colpire una persona a destra e a manca, la colpisco un po’ alla cieca, senza badare a dove la colpisco, come se fossi cieco, cioè non vedente.
Anche il termine “destra“, in tutti questi casi si può sostituire con un altro termine: “dritta“, però è un po’ meno utilizzato.
In questo caso la frase diventa: “adritta e a manca“.
Ora ripassiamo con Sofie ed André.
– Ciao Andre, che stai facendo?
– Sono appena riuscito a ritagliarmi del tempo per ascoltare qualche episodio di due minuti con italiano semplicemente.
– Caspita! Ti sei smarcato dal tuo capo ufficio che ti stava incalzando?
– No, siamo tutti chiusi in casa a causa dell’emergenza covid 19. A volte questa chiusura è un tormento ma faccio di necessità virtù e rispolvero il mio vocabolario italiano. Così quando mi troverò a tu per tu con Gianni non mi sentirò più sguarnito di espressioni.
– Andre, secondo me è una magraconsolazione questa tua rispolverata. Vai a capire quando verrà consentito l’ingresso nel Belpaese agli stranieri…
– Mi sembra che di Maio abbia detto che sarà possibile a partire dal 3 giugno.
– Il 3 giugno è possibile solo per i paesi membri dell’Unione europea, quindi se vuoi incontrare dal vivo un italiano doc nei prossimi giorni, staifresco!
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Giuseppina: oggi sarò breve e concisa e riuscirò a stare nei due minuti previsti. Promesso.
Essere concisi, questo è l’oggetto dei due minuti di oggi, significa essere sintetici, significa che si sta dicendo qualcosa (un discorso) o si sta scrivendo qualcosa (un libro, un articolo di giornale) e nel fare questo non si usano molte parole, almeno non più di quanto sarebbe necessario. Equivale a essere brevi; quasi lo stesso significato.
Ma concisi è più formale come termine e se vogliamo essere precisi, conciso è non solo breve, ma anche completo ed efficace. Non ci sono cose non dette o non scritte. Il discorso è completo e chiaro, efficace. In una parola: conciso.
Un’altra differenza rispetto a “breve” è che conciso si può o usare anche per indicare lo stile di uno scrittore o di un giornalista, cioè il modo di scrivere: uno scrittore dallo stile conciso. Un giornalista conciso.
Si potrebbe anche dire uno stile o un discorso essenziale, efficace, asciutto. Non c’è niente di più di quanto è necessario.
Ora ripassiamo.
Carmen (Germania 🇩🇪): Vi risulta facile uscire dalla vostra “zona di conforto” oppure no? Può darsi che a volte risulti difficile, e la fifaabbia la meglio. Probabilmente ci si sente assai insicuri o si ha paura di sbagliare o si temono le difficoltà da affrontare e gli sforzi da fare. Però vale sempre la pena rischiare e osare. Eccome se ne vale la pena! Sia che vada bene o che si fallisca si è fatta un’esperienza da cui imparare. In ogni caso si perdono un sacco di opportunità qualora si eviti di correre dei rischi. Ogni lasciata è persa. Vedrete che col tempo si impara a destreggiarsi sempre meglio, sebbene all’inizio lapaurafaccianovanta!
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Giovanni: sapete cos’è una consolazione? Quando siete tristi, quando accade qualcosa di negativo, qualcosa di brutto, o quando subite una sconfitta, anche sportiva, cosa potrebbe farvi tornare felici?
Ci vuole una bella notizia, qualcosa di positivo per farvi tornare il sorriso.
Non sempre questo accade, comunque ci può essere qualcosa che allevia la vostra tristezza, qualcosa che fa diminuire il vostro sentimento negativo, qualcosa che vi conforta, che fa parzialmente migliorare il vostro stato d’animo. Queste cose si chiamano consolazioni.
In questi casi molto spesso si usano avverbi come “almeno” o “perlomeno” o “menomale” per indicare un lato positivo della faccenda, un aspetto della storia che migliora un po’ la situazione.
Tipo:
Purtroppo la macchina si è rotta. Peccato perché volevo andare al mare. Meno male che piove.
Sono stato bocciato all’esame di italiano ma almeno ho detto al mio professore cosa penso di lui!
Ecco, queste consolazioni, quando non ci soddisfano per niente, quando sono insufficienti, si possono chiamare “magre consolazioni” che è come dire “piccole consolazioni”
Una magra consolazione è pertanto una consolazione che non ci appaga, una consolazione non appagante, una consolazione che non è per niente sufficiente a darci conforto e tirarci su il morale.
ad esempio:
Abbiamo perso ma ho fatto un bel gol. Una magra consolazione comunque.
Lo so, prima o poi dovrò morire. Ma tutti dobbiamo morire prima o poi. Anche questa è una magra consolazione…
Si usa questo aggettivo “magra” che solitamente si usa per indicare la magrezza delle persone, riferita quindi all’aspetto fisico: magra è il contrario di grassa.
A proposito, il ripasso di oggi verte proprio su questo argomento. Ascoltiamo Mariana dal Brasile che ha usato alcune delle più recenti espressioni spiegate in questa rubrica che, ve lo ricordo, si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente“.
Mariana: Il mio ripasso vertesulla cura del mio corpo durante l’emergenza coronavirus. Stando a casa, ho avuto più tempo a disposizione così avrei dovuto fare di necessità virtù e fare esercizi quotidiani per prendermi cura del mio corpo. Però non sono mai statain vena di esercizi e sono ingrassata un po’.
Se esiste una remota possibilità(speriamo sia solo remota) che questa emergenza possa ripetersi, a ragion veduta stavolta sarà diverso.
Ulrike: so che è una magra consolazione Mariana, ma molte altre donne hanno preso qualche chilo durante l’emergenza
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Probabilmente, non dico sicuramente, avete ascoltato almeno una volta un italiano la frase “fare di necessità virtù“.
Cosa significa?
Intanto vi dico subito che si usa moltissimo in tutta l’Italia.
Il motivo per cui si usa così tanto risiede nel fatto che è una frase positiva, ottimistica. Infatti contiene la parola virtù, che indica i punti di forza, i pregi, i lati positivi, le doti.
Solitamente si parla delle virtù come il contrario del vizio, o anche il contrario dei difetti- Le virtù sono come i pregi, ma il pregio è più adatto per la singola persona, per indicare i suoi lati positivi, mentre la virtù è un concetto più alto, più nobile.
Le necessità invece sono i bisogni, le esigenze.
Avere una necessità quindi è avere un bisogno, ma è un po’ diverso perché le necessità sono più spesso legate agli obiettivi da raggiungere e quindi agli sforzi da fare per poterli raggiungere, a ciò che è necessario fare per raggiungerli. Un peso insomma, un’incombenza, qualcosa che non si può evitare.
I bisogni invece sono più legati all’esistenza. Spesso comunque si possono usare allo stesso modo.
Allora, fare di necessità virtù significa trasformare una necessità in una virtù.
È una espressione ottimistica perché noi non abbiamo voglia di fare ciò che è necessario fare, ma quando lo facciamo poi spesso impariamo qualcosa, e acquistiamo una virtù che prima non avevamo.
Questo ci spinge, ci esorta a svolgere bene queste attività perché ci sarà una ricompensa alla fine.
Ad esempio:
La quarantena ha costretto gli italiani a lavorare da casa e gli studenti italiani a seguire le lezioni scolastiche da casa. Ma adesso abbiamo tutti imparato qualcosa. Da oggi la scuola e il lavoro in Italia sono cambiati. Possiamo dire che abbiamo tutti fatto di necessità virtù.
Ripeti dopo di me:
Io faccio di necessità virtù
Tu devi fare di necessità virtù
Lui doveva fare di necessità virtù
Noi avremmo dovuto fare di necessità virtù
Voi non avete fatto di necessità virtù
Loro hanno fatto di necessità virtù.
Ora ripassiamo. Franco (Perù): Ciao a tutti, anche in Perù c’è l’emergenza coronavirus e siamo preoccupati che il contagio si estenda alla foresta, perché molti contagiati si stanno spostando da Lima alla volta delle località interne d’origine. Non è una preoccupazione priva di fondamento.
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Cosa succede quando alziamo e quando abbassiamo le mani?
Avete mai visto film western? In questo genere di film si usano molto le pistole, e capita di sentire frasi come:
Su le mani!
Alzate le mani!
In alto le mani!
Mani in alto!
Questo accade quando una persona ha una pistola e la punta contro un’altra persona, intimandole di alzare le mani.
Anche nel caso di rapine, il rapinatore punta la pistola e chiedere di alzare le mani!
Mani in alto!
Questa è la formula più utilizzata dai rapinatori.
La usano anche i DJ in discoteca, quando incitano tutti i ragazzi a alzare le mani come segno di divertimento.
Su le mani!!!
In questo caso si usa solo questa formula.
Ma le mani possono anche essere abbassate:
Giù le mani!
Sapete che giù è l’opposto di su, e abbassare è l’opposto di alzare.
“Giù le mani” però è un’espressione idiomatica, che si utilizza quando qualcuno si vuole impadronire di una cosa che ci appartiene. Quando vuole prendere una cosa nostra.
Quindi con questa espressione non si sta dicendo necessariamente al nostro interlocutore di abbassare fisicamente le mani, ma si sta invitando, in un modo alquanto brusco e deciso, a non prendersi qualcosa che non gli appartiene.
Se sono a pranzo con mio fratello e lui sta per prendere qualcosa dal mio piatto, per fermarlo posso dirgli:
Fermo! Giù le mani dal mio cibo!
é importante usare da, dal, eccetera.
Giù le mani dalla mia pasta
Giù le mani dai miei carciofi!
Cioè: non toccare la mia pasta, non prendere i miei carciofi! Non ti appartengono, non è roba tua!
In senso meno materiale posso ugualmente usare questa espressione:
Se il mio direttore vuole abbassare il mio stipendio, posso dirgli:
Giù le mani dal mio stipendio!
Si usa molto anche come slogan, quindi è una frase usata in politica molto spesso e anche sui giornali. È come dire:
Questo non si tocca, lasciate stare questo perché è prezioso per me.
Per difendere le pensioni, ad esempio, si può dire:
Giù le mani dalle pensioni di anzianità!
Se il governo vuole fare una legge per mettere una tassa sui biglietti del cinema, chi non è d’accordo può dire:
Giù le mani dal cinema!
Poi mi viene 8n mente che azare le mani ha altri due significati.
Il primo è picchiare, fare del male a qualcuno attraverso schiaffi, pugni o anche con dei calci.
Ci sono uomini che alzano le mani con le donne, ad esempio, cioè le picchiano, e spesso le uccidono anche.
Le persone tranquille invece, pacate, calme, non alzano mai le mani con nessuno.
Quando in una discussione una persona inizia a usare le mani perché le parole non gli bastano più, allora l’altra esclama:
Non alzare le mani!
Se alzi le mani ti denuncio!
Una occasione ancora diversa per alzare le mani è per dimostrare che è inutile andare avanti, proseguire, in qualcosa. Meglio non insistere.
Quando una situazione è tale che secondo me qualsiasi mia azione sarebbe inutile posso dire:
A questo punto io alzo le mani!
Le mani alzate rappresentano una resa, un arrendersi a qualcosa che non ha rimedio.
Se un calciatore vuole lasciare una squadra anche se gli viene offerta qualsiasi cifra, a questo punto meglio alzare le mani. Inutile insistere, non c’è niente da fare.
Se poi c’è anche sconforto, sorpresa e delusione, allora diciamo:
Mi cadono le braccia!
Questa volta sono le braccia a andare giù. Però si usa il verbo cadere.
Sono dieci volte che ti spiego questa cosa semplicissima e tu ancora non hai capito. Mi fai cadere le braccia!
Questa è una delusione, una forte delusione, ma anche una resa. Anche qui è inutile insistere. Le braccia però è come se cadessero da sole, tanta è l’inutilità dei propri sforzi.
Ora ripassiamo e Carmen ci aiuterà perché ha preparato una bella frase ricca di espressioni:
Carmen:
L’inizio dell’anno nuovo e i propositi sono un binomio inscindibile. Ma avete presente il motivo per cui i propositi, cheso, dieta, esercizio fisico: ogni due per tre vanno a monte?
E che i risultati non balzanosubito agli occhi, sembra propio così, che non portino nessun apporto a prima vista . Invece, nessuno sforzo è invano, pertanto via via c’è un crescendo di progresso . Coloro che non si rendono conto che bisogna amarsi di pazienza per raggiungere il traguardo, prima o poi prendono una brutta piega, a discapito dell’avanzamento in tutti i campi della vita. Si tratta di facili obiettivi da raggiungere quotidianamente, indi per cui non occorre un forte impegno e propio questo è il segreto del successo.
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