Quando dobbiamo andare in un luogo, ad esempio a Roma, partendo da Berlino, usiamo, come sapete, le preposizioni da e a.
Vado da Parigi a Bruxelles
Parto da Parigi per andare a Vienna
Eccetera.
Accade la stessa cosa nell’espressione “dacapoadodici“, un’espressione colloquiale che si usa di solito non quando parliamo di un viaggio, piuttosto quando si parla di un percorso, nel senso più ampio del termine.
Parliamo di un percorso inteso come una qualunque attività che inizia, prosegue e prima o poi termina.
Durante il percorso si fanno delle cose, si fatica, si perde tempo, si studia, ci si applica, si parla, si comunica, si raggiungono obiettivi intermedi, si passa insomma, impiegando risorse di vario tipo, da una tappa all’altra, fino a raggiungere un risultato. Questo è l’obiettivo finale di un qualsiasi percorso.
Allora l’espressione da capo a dodici si usa quando questo percorso si interrompe e bisogna iniziare da capo (due parole) o daccapo (un solo termine), cioè dobbiamo iniziare di nuovo, dobbiamo iniziare nuovamente, dal principio.
In questi casi si usa spesso dire “essere da capo a dodici” o “ricominciare da capo a dodici”, “stare da cappa dodici”, “ritrovarsi da capo a dodici”.
Siamo sempre un po’ irritati quando pronunciano questa frase, perché è faticoso ricominciare daccapo. Però dobbiamo farlo.
Qualcosa è andato storto e ha compromesso tutto. Bisogna ricominciare.
Un’espressione nata a Roma ma si comprende e si usa in tutt’Italia.
Es:
con queste varianti del covid, dopo tutta la fatica fatta dai cittadini, rischiamo di ritrovarci da capo a dodici.
Rischiamo quindi di iniziare tutto daccapo: chiusura totale, non si può uscire da casa, niente lavoro eccetera.
Il senso è che non è servito a nulla quanto fatto finora. Rischiamo di tornare al punto di partenza.
So che state pensando al perché del numero dodici, ma è presto detto: il nunero dodici è lo stesso dei mesi dell’anno.
Avete mai avuto problemi tecnici col telefonino? Ad un certo punto trovate la soluzione dopo una lunga ricerca e tanta fatica. Poi un bel giorno scoprite che il problema torna a manifestarsi nuovamente: siete da capo a dodici!
Bogusia: La prima grana di Mario Draghi.
Gli impianti sciistici in Italia, se la stanno vedendo veramente brutta. Si dà il caso infatti che, gli imprenditori si siano preparati per la riapertura degli impianti e siano rimasti piuttosto male del nuovo stop arrivato proprio a ridosso dell’apertura . È stata una bella mandrakatafar entrare Draghi nel governo, dice qualcuno. Però a me, memore* di ciò che ho detto l’altro giorno, *si pone* di nuovo la domanda, adesso ne vedremo delle belle , ancora di più? Sulla scorta delle notizie che ci giungono, si potrebbe dire che Draghi, politico vecchio stampo, senza social affatto, se ne freghi di apparire di continuo o di ricevere il plauso o meno. Sarò stata ingenerosa? C’è poca indulgenza da parte mia? Può darsi. Ma bisogna mettersi anche nei panni degli imprenditori che erano felici di riprendere a lavorare e adesso si trovano di nuovo da capo a dodici.
Ciao a tutti. Oggi vorrei parlarvi dalla supercazzola, che si scrive tutto attaccato perché è unica parola.
È una parola introdotta dal mondo del cinema, dal film “amici miei” del 1975.
Il termine indica una frase senza significato, composta mettendo insieme parole esistenti o inventate.
È una specie di scherzo, ma se una frase di questo tipo viene inserita in un discorso con un tono sicuro, l’interlocutore, anziché chiedersi il significato di questa frase, le dà ugualmente un senso, cerca cioè di interpretare la frase alla luce del contesto in cui ci troviamo e del tono usato.
In effetti se ci pensate capita spesso di non comprendere tutte le parole di una frase e spesso evitiamo di chiedere di ripetere. Crediamo di aver capito abbastanza per rispondere.
Ma la supercazzola è appositamente senza senso, e l’obiettivo è di imbrogliare, di prendere in giro la persona con cui parliamo.
Proprio questo era l’obiettivo della supercazzola nel film. Prendere in giro. Una burla insomma.
Il termine supercazzola è poi uscita dalla pellicola ed è entrata nel linguaggio informale, con un uso un po’ diverso, quello dalla fregatura, del raggiro.
Non è più una semplice presa in giro, uno sberleffo, ma più in generale, si riferisce a un uso della parola, orale o scritta, con l’obiettivo di imbrogliare il prossimo, di far credere qualcosa, di intortare qualcuno.
Ho detto “intortare”.
Ecco, il verbo intortare rende molto bene il senso della supercazzola.
Intortare significa cercare di convincere, di persuadere qualcuno a fare qualcosa o semplicemente a credere qualcosa, con un preciso scopo egoistico. La torta in effetti non c’entra nulla.
Non ti far intortare! Non credere alle sue parole. È una supercazzola!
Allo stesso modo si usano i verbi abbindolare e imbrogliare, o anche il simpatico verbo infinocchiare, che, come intortare, si riferisce all’uso delle parole per dare delle fregature.
Quindi in pratica la supercazzola è il nome che si dà alla fregatura, che si racconta.
Attenzione a non confondere la supercazzola con la cazzata, termine con cui spesso si indica una bugia, una cosa non vera, detta più per ignoranza, senza necessariamente esserci la volontà di raggirare, di dare una fregatura, ingrediente fondamentale per la supercazzola. A differenza delle cazzate, intese come sciocchezze, stupidaggini, spesso le supercazzole sono invece molto ingegnose.
Possiamo usare questo termine, certamente informale, in modo molto ampio, ogni volta che si ascolta una frase che risulta conveniente per chi parla, che evita un problema a chi parla, mentre sembra, ma è solo un’apparenza, vantaggiosa per chi ascolta.
Un politico: Votatemi alle prossime elezioni, e io eliminerò le tasse per tutti
Un commerciante: Se acquistate il mio prodotto, non avrete più problemi.
Un macellaio: Mangia tanta carne se vuoi vivere più forte e più a lungo.
Dopo queste supercazzole ascoltiamo il ripasso di alcune espressioni già spiegate. Ulrike: credo che riascolterò questo episodio. Tanto c’è il lockdown e non si può uscire. Mariana: ah sì ? Tanto vale allora fare anche un bel ripasso. Anthony: così riusciremo a giostrarcela meglio tra i 450 episodi passati
Tranquilli, significa semplicemente “stai attento/a“.
Un’espressione informale sicuramente, ma molto diffusa in tutt’Italia.
La campana 🔔 infatti suona, e in particolare può essere utilizzata per far suonare un allarme.
Stai in campana significa infatti “stai in preallarme”, o meglio ancora “stai all’erta“.
È un invito, un consiglio che si fa ad una persona quando potrebbe accadere qualcosa, quindi occorre stare attenti, non rilassarsi troppo, non distrarsi, perché potrebbe essere necessario reagire immediatamente, oppure potrebbero esserci problemi.
È un preallarme dunque, non proprio un allarme.
Questo è importante sottolinearlo, quindi non è proprio come “stare attenti” che si può riferire anche ad un pericolo immediato.
Ancora più informalmente si può pronunciare una sola parola: occhio 👁!! Anche in questo caso tuttavia il pericolo è quasi sempre immediato:
Occhio, ché se cadi ti fai male!
Stai in campana quando guidi, ché se ti distrai potresti andare fuori strada.
Stai all’erta, ché se perdi l’aereo il prossimo volo è tra due giorni.
Va bene, grazie, starò in campana!
Un ultimo avvertimento.
Come ho detto prima, stare in campana è equivalente a stare all’erta.
Allora vi do un consiglio: state in campana quando scrivete all’erta, perché in questo caso si scrive con l’apostrofo e se state facendo un esame questo è importante.
Infatti allerta, senza apostrofo, esiste, ma è un sostantivo che indica sempre un preallarme, come ad esempio l’allerta meteo, cioè l’allerta per una possibile condizione metereologica negativa: temporale, pioggia, forte vento eccetera.
Invece, quando si invita una persona a “stareall’erta”, scritto con l’apostrofo, si tratta di una locuzione avverbiale. Significa stare vigili, guardinghi, attenti a ciò che può accadere.
Quindi si usa il verbo stare, nel senso di rimanere, restare, proprio come “stai attento” o “stare in piedi”.
Quindi prima nasce all’erta con l’apostrofo e solo successivamente il sostantivo allerta, tutto attaccato, senza apostrofo dunque:
Per domani allerta meteo, venti forti e temporali.
Ah, state in campana anche a quando usate il plurale del sostantivo allerta , che è sempre allerta: l’allerta al singolare, le allerta al plurale o anche gli allerta, se preferite.
Al plurale molto spesso si trova anche “le allerte” ma si tratta di un errore. Sarebbe al massimo “le allerta”.
Riguardo al genere, ho detto che potete scegliere, infatti c’è chi dice che allerta sia maschile, e altri che sia femminile. Allora il plurale è “gli allerta” oppure “leallerta“.
Non preoccupatevi del genere comunque. Maschile o femminile va bene lo stesso. È invece facile sbagliarsi sul plurale.
Che differenza c’è tra i verbi alludere, eludere, elidere, deludere, ledere, illudere? Sono molto simili nella scrittura e nella pronuncia.
Eludere lo abbiamo visto due episodi fa della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi vediamo velocemente questi verbi, simili nella scrittura ma che sono in realtà molto diversi nel significato.
Ve lo spiego velocemente e poi farò un esempio usando tutti i verbi in questione.
Alludere indica una allusione, quindi quando si allude a qualcuno o qualcosa si fa un riferimento ad una persona o a qualcosa. Quando si allude, si fa un accenno velato, non evidente a cose o persone che non si vogliono nominare. Ma spesso è chiaro a chi o a cosa si allude. È simile a riferirsi, ma l’allusione è un riferimento poco evidente, nascosto di proposito.
Eludere significa, come si è visto, evitare, in genere con malizia, furbizia o con destrezza qualcosa o una persona. L’elusione, pensate un po’, è persino un reato, perché si riferisce al mancato pagamento delle tasse.
Elidere indica invece una elisione. Ha tutto un altro significato. Significa cancellare, ma più annullare, eliminare. Di solito si tratta di una eliminazione “a coppia”, dovuta a qualcosa che annulla gli effetti di un’altra.
Generalmente quindi ci sono due cose che si elidono a vicenda.
Deludere e quindi la delusione, indica un’aspettativa che, quando non è rispettata, genera un sentimento negativo, quindi c’è delusione quando c’è un risultato contrario a speranze e previsioni.
Ledere significa invece danneggiare, quindi provocare una lesione, più morale o economica o nei diritti che materiale.
Non devi ledere i miei interessi
Hai leso i miei diritti
La lesione della dignità umana
Infine illudere è simile a deludere, perché una delusione mette fine a una illusione, cioè all’aver desiderato qualcosa che poi si dimostra contraria alla realtà. L’illusione proviene dalla nostra mente, mentre la delusione è una conseguenza della realtà.
Io posso illudere una persona, cioè farle credere qualcosa, farle sognare qualcosa, ma posso anche illudermi da solo. È simile ad ingannare.
Vediamo un esempio con tutti questi verbi.
Inutile illudersi che l’essere umano riuscirà a mettere fine all’inquinamento del pianeta. Dovremmo velocemente stravolgere il funzionamento della nostra società e questo andrebbe a ledere troppi interessi.
I politici spesso eludono le domande che riguardano le promesse non mantenute in questo ambito, e anche se ci sono alcuni uomini consapevoli che si impegnano in campo ambientale, i loro risultati positivi si elidono facilmente con quelli in senso opposto, che anzi, per ora hanno la meglio. E non solo i politici i colpevoli…
Alludo alle grandi aziende che producono milioni di tonnellate di plastica. Non vorrei deludervi, ma siamo in una strada senza uscita.
E dopo questo bel messaggio di ottimismo, ripassiamo qualche puntata precedente.
Mariana: cosa si potrebbe fare per elidere in totoil problema dell’inquinamento? Irina: in toto? Cambiare pianeta! Tantonon c’è più niente da fare. Dorothea: mi piace l’idea di cambiare pianeta, ma se tanto mi dà tanto, nel giro di 30 anni saremmo nella stessa situazione. Riusciremmo a fare tesoro degli errori commessi sulla Terra? Ulrike: Hai ragione Dorothea. Allora bisogna subito mettere dei grossi paletti alle aziende più inquinanti. Non ce ne possiamo fregare. Natalia: Dovremmo guardare al futuro dei nostri figli e nipoti, anche se per noi il problema non si pone.
Sapete la differenza tra peso netto e peso lordo? Siamo generalmente in un ambito commerciale, perché quando pesate una qualsiasi merce, questa merce è di solito in un contenitore, e anche questo contenitore ha un suo peso. Quindi in genere pesando un qualsiasi prodotto, ciò che pesate generalmente è il peso lordo, cioè il peso complessivo. Il peso del contenitore è compreso in questo peso lordo. Ma se tolgo il contenitore e peso nuovamente il prodotto, ciò che resta è il peso netto. Ciò che ho tolto invece è la tara, cioè il peso del contenitore.
Se quindi mi chiedi: quanto pesa questo computer?
Io potrei rispondere:
Al netto del contenitore pesa 500 grammi.
Questa espressione significa: se considero solo il computer, senza considerare il contenitore, il peso è 500 grammi. Ho in pratica fatto una sottrazione: peso lordo meno la tara (il contenitore).
La stessa espressione “al netto di” si usa però non solo quando parliamo di peso, ma in generale quando vogliamo escludere qualcosa in termini di quantità, quando non vogliamo considerare qualcosa. Facciop sempre una sottrazione, ma stavolta di denaro.
Ad esempio, se ho un negozio, se sono cioè il proprietario di una attività commerciale, parlando di denaro, se qualcuno mi chiede:
Quanto guadagni con il tuo negozio?
Posso dire:
Al netto delle spese guadagno 1000 euro al mese.
Quindi questo significa che ho sottratto le spese.
Notate che “netto” è un aggettivo che significa (tra le altre cose) anche “pulito“. Non a caso esiste la “nettezza urbana” che si occupa della raccolta dei rifiuti urbani nei comuni italiani. La nettezza urbana contrinbuisce a mantenere puliti i comuni.
Sapete che anche quando devo indicare un peso netto, cioè senza il contenitore, o una cifra netta, senza le spese, senza costi, si parla spesso di “peso pulito” anziché “peso netto”:
Se compro un pesce in pescheria, in genere si parla di “peso pulito” del pesce, cioè una volta che il pesce è stato pulito, cioè eliminando le parti che non si mangiano.
Ugualmente parlando di soldi:
il guadagno pulito di questo mese è stato di 1000 euro. Si intende il guadagno netto, cioè al netto delle spese.
Questo prodotto costa 10 euro al netto delle imposte.
Vale a dire che se consideriamo le imposte, il prezzo aumenta, e magari diventa 12 euro.
Altre volte il senso di “al netto di” è leggermente diverso, perché indichiamo non sempre ciò che togliamo, tipo al netto delle tasse, al netto della tara eccetera, ma vogliamo dire che il numero che indichiamo è comunque un numero che si ottiene come differenza, quindi questo numero si indica come “al netto di” un altro numero che non viene indicato ma che è importante sottolineare:
Ad esempio:
Oggi in Italia ci sono 10 ricoverati in meno in terapia intensiva per Covid, al netto di 100 nuovi ingressi.
Anche in questo caso parliamo di quantità
Questo significa che ieri magari i ricoverati erano 1000, oggi sono 990, quindi sono diminuiti di 10, ma questo non significa che 10 persone sono guarite. In realtà queste 990 persone di oggi non sono esattamente le stesse persone di ieri. Infatti ho detto che sono 10 in meno “al netto di” 100 nuovi ingressi. Quindi 100 di questi ricoverati sono entrati oggi in terapia intensiva. Allora questo significa che qualcuno è uscito dalla terapia intensiva: si tratta di 110 persone, 10 in più di quelle entrate. Appunto. E come si esce dalle terapie intensive? O si guarisce o si muore.
Quindi è vero che oggi ci sono 10 ricoverati in meno di ieri, e questa è una bella notizia, ma è bene dire che questo dato è un dato che non considera chi esce e chi entra ma solo il saldo, la differenza. Anche in questo caso si dice “al netto di“. E’ un modo per dire: questo è un saldo, una differenza tra due numeri, come tra il peso lordo e la tara.
Altri esempi, stavolta senza numeri. Qui il senso della frase può essere a volte diversa.
Vediamo:
Sapete che gli iscritti al Movimento 5 stelle sono stati chiamati ad esprimersi sul nuovo Governo. Sono d’accordo? I capi del movimento lo sono, ma non sappiamo ancora se lo sono anche gli iscritti al movimento. Allora posso dire che:
Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, al netto del voto degli iscritti.
Cioè: Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, sempre che gli iscritti sono d’accordo.
Si tratta di qualcosa di importante da evidenziare che nella prima parte della frase non abbiamo considerato.
Notate che quando non si parla di quantità, l’espressione “al netto di” è molto simile a “al di là” che abbiamo già spiegato nell’episodio 193. Spesso diventa anche “al netto di tutto“, che è è proprio come “al di là di tutto“.
Vediamo qualche altro esempio:
Mario, al netto degli ultimi litigi, alla fine sposerà Chiara, perché in fondo sono molto innamorati.
Come dire: non consideriamo i litigi, mettiamoli da parte. Separiamo queste due questioni.
Ho sempre detto che studiare solo la grammatica non serve a imparare una lingua, ma al netto di ciò, quello che veramente è importante è ascoltare e parlare, ripetere, sbagliare e riprovare.
Anche qui voglio separare due questioni: la grammatica e il resto. Allora “al netto di” qualcosa è anche simile “a prescindere da” questo, un’espressione che ho già spiegato e che potete ascoltare nuovamente.
Al netto della mia fede calcistica, credo che Maradona sia stato un grande calciatore.
Come dire: mettiamo da parte la mia fede calcistica, la squadra del mio cuore, perché non c’entra con il mio giudizio.
Al netto delle mie preferenze politiche, credo che il partito X abbia dimostrato più coerenza degli altri.
Vedete quindi che, come la tara e il peso netto, si tratta sempre di cose da tener distinte.
Ora, al netto della lunghezza della mia spiegazione che ha ampiamente superato la durata prevista, spero sia riuscito a spiegare bene, anche al netto di qualche errore di battitura che potrei aver commesso.
Ulrike: io sono ampiamente soddisfatta, sarebbe ingeneroso dire il contrario.
Natalia: sì, anch’io, purché non diventi un’abitudine fare episodi così lunghi.
Anthony: benché, bisogna dire che ci sono persone alle quali vanno più a genio episodi più lunghi,
Oggi voglio spiegarvi un verbo e un aggettivo. Si tratta di eludere e ineludibile.
Vediamo qualche esempio:
Dei ladri sono entrati nella mia villa in campagna, eludendo le telecamere di sorveglianza.
Tanti italiani hanno eluso il fisco portando i loro soldi a Lussemburgo
Le varianti del Corona virus potrebbero eludere i vaccini
Dunque eludere significa evitare, sfuggire.
I ladri che eludono le telecamere di sorveglianza non si fanno riprendere da queste telecamere, e lo fanno volontariamente, con furbizia. Nell’elusione c’è sempre la volontà, la volontarietà, spesso la malizia, la furbizia.
Infatti spesso si parla di eludere le tasse, i pagamenti, i controlli della polizia, appunto, le telecamere.
Ma si può eludere anche una domanda, facendo il furbo, o facendo finta di niente. In questo caso si evita di dare una risposta. In questi casi si ha un comportamento elusivo.
Quindi a volte si usa anche nel senso di sottrarsi a un obbligo o ad un impegno.
Io eludo le tasse per non pagarle
Tu eludi una domanda per non rispondere
Lui elude le telecamere per non farsi riprendere
Noi abbiamo eluso i controlli della polizia scappando!
Voi avreste voluto eludere la legge
Loro scappano dalla polizia e vorrebbero eludere la giustizia.
Proprio per questa malizia e furbizia che si usa, spesso significa “prendersi gioco” di qualcuno o qualcosa. Infatti proprio questa è l’origine di eludere: prendersi gioco.
A volte però qualcosa non si può eludere, neanche usando tutta la furbizia del mondo. Siamo di fronte a qualcosa di ineludibile, come i ripassi finali alla fine di ogni episodio. Ascoltatene uno allora.
Irina: sebbene il tempo sia sempre risicatoper me, non posso eludere la tua richiesta.
Natalia: a me fa piacere ripassare, specie se nel frattempo sorbisco un buon caffè americano.
Bogusia: Bene, ti risparmiodi assaggiare quello che ho fatto io con la moka. E’ venuto una vera ciofeca.
Dorothea: anche il mio non è niente di che comunque.
Ulrike: Forse andavapressato meno? Cosa ne dici Giovanni?
Giovanni: non so, dovrei assaggiarlo per dirlo. Ma in questi casi meglio farne un altro. In questi casi però non posso dire che è meglio “eludere il caffè” fondamentalmente perché non c’è nessuna furbizia o malizia in questo. In generale non è escluso che un oggetto o una persona non possano essere elusi. Ad esempio si può “eludere un ostacolo” in mezzo alla strada, per evitare di prenderlo, di colpirlo e farsi male. Anche un colpo si può eludere: un colpo di pistola, di arma da fuoco o da taglio, o un calcio o un pugno. Queste sono tutte cose che possono essere eluse. Oltre alla malizia e alla furbizia può allora essere una questione di destrezza, di abilità.
Vi è mai capitato che qualcuno, vedendovi da lontano, cambi strada per non incontrarvi? Forse non lo sapevate, ma siete stati elusi!
Non so se vi sia mai capitato di incontrare il termine paletti, soprattutto nell’espressione “mettere dei paletti“
Si tratta di un’espressione che vale la pena di inserire nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente proprio perché è adatta a molti contesti diversi.
Mettere dei paletti ha prima di tutto un senso proprio.
I paletti sono dei pali, cioè delle assi di legno che vengono piantati a terra, cioè infilati nel terreno.
Questo si fa in agricoltura per delimitare i terreni di proprietà, quindi si mettono dei paletti intorno al proprio terreno, con della rete tra un palo e l’altro.
Queste recinzioni fatte con i pali e la rete servono anche per rinchiudere gli animali e formare un recinto che impedisce agli stessi animali di uscire.
In senso figurato il senso non è molto diverso, infatti significa stabilire dei confini relativamente al comportamento delle persone. Si dice anche fissare o stabilire dei paletti con lo stesso significato.
Stabilire dei vincoli, mettere dei confini, fissare delle regole: si tratta di paletti non materiali, bensì nel comportamento, quindi parliamo di un’imposizione di limiti a qualcuno. Si impongono dei limiti.
Si dice: questo si può fare ma quest’altro no.
Ad esempio una mamma potrebbe dire:
Irina: Mio figlio esce tutte le sere e rientra a casa quando vuole. Non deve sottostare a nessuna regola.
Un altro genitore potrebbe rispondere:
Komi: Io invece no, perché se non metto deipaletti, mio figlio non studia più e poi prende una brutta piega.
Anche dire semplicemente dei no significa mettere dei paletti.
I figli devono imparare cosa si può fare e cosa invece è meglio non fare, e per questo i genitori spesso mettono dei paletti, fissano dei limiti da non superare.
L’espressione si può usare, come avete ascoltato, in genere quando si parla di figli, per aducarli a comportarsi bene, ma si può usare anche in altre occasioni in cui si avverte il bisogno di imporre dei limiti al comportamento di qualcuno.
In ufficio ad esempio, ci sono persone sempre disponibili ad aiutare i colleghi, e puoi entrare quando vuoi nel loro ufficio e chiedere loro aiuto. Loro non si lamentano mai.
La disponibilità è sicuramente un pregio, una caratteristica positiva, ma se non si iniziano a metterealcuni paletti, qualcuno sicuramente si approfitterà di questa disponibilità e non si riescirà a far bene il loro lavoro per aiutare sempre gli altri.
Quali possono essere questi paletti? Ad esempio, si può rispondere: posso aiutarti dopo le 16, ché ho 10 minuti liberi. Prima devo finire un lavoro urgente.
A me ad esempio non c’è nessuno che mi mette paletti, e la conseguenza è che gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente durano sempre un po’di più di due minuti.
Non so se vi ricordate, ma qualche tempo fa vi ho spiegato l’espressione “chi non risica non rosica“. In questa espressione abbiamo visto che il verbo risicare viene in questo caso usato al posto di rischiare. Infatti il senso della frase in questione è “chi non rischia non ottiene risultati”. Esistono anche però “risicato” e “risicata“, ed è vero che derivano dal partecipino passato del verbo risicare, ma in realtà questi due termini vengono usati nel linguaggio informale come aggettivi. Hanno un senso ben preciso: indica una quantità o una misura minima, appena sufficiente, limitata. Ma un’altra caratteristica è che spesso questa quantità o misura minima è stata raggiunta con fatica, o potrebbe non bastare, e spesso infatti non basta, perché è veramente esigua, sta ad un livello molto basso. Posso parlare di qualunque cosa: Se dico che:
Il governo ha una maggioranza risicata
Vuol dire che sommando tutti i voti a favore e sommando anche tutti i voti contro, la differenza è esigua. I voti a favore superano quelli contrari, ma di pochissimo. Si tratta di una maggioranza risicata, cioè appena sufficiente per governare.
Quanti soldi abbiamo? Riusciamo a andare al cinema con i soldi che abbiamo? Non so, abbiamo una quantità risicata di denaro. Sicuramente non riusciremo a comprare anche i popcorn 🍿
Quanto tempo abbiamo? Riusciamo a prendere l’aereo in tempo?
Se disponiamo di un margine di tempo risicato, probabilmente potremmo riuscirci ma se non accade nessun inconveniente.
Nel calcio, si parla spesso di vittorie risicate. Anche in questo caso si tratta calcolare una differenza: gol realizzati meno gol subiti. Si parla spesso anche di una vittoria di misura in questi casi, ma la vittoria di misura è semplicemente quella di un gol di scarto: 1-0 oppure 2-1 eccetera. Invece si parla di vittoria risicata quando ci si aspettava di più, oppure quando questa vittoria potrebbe non bastare per ottenere un risultato sportivo. Posso anche dire che nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente disponiamo di un tempo risicato per fare la Spiegazione, e infatti non riesco quasi mai a rispettare la regola dei due minuti.
Adesso ripassiamo qualche puntata precedente. André dal Brasile ci parla della situazione politica italiana.
André: ciao a tutti. Con una maggioranza risicata, tanto vale fare un nuovo governo giusto? Questo accade sempre quando non si riesce a fare incetta di voti. Questo sta accadendo in Italia e a me sinceramente non mi tange,inquanto brasiliano. Però credo che anche a molti italiani non vada a genioun governo che non riesca a prendere decisioni. Allora inutile puntare i piedi. Sicuramente adesso, forte dell’aiuto europeo, l’Italia si riprenderà facilmente. L’idea di chiamare Draghi alla guida del Governo comunque è veramente una Mandrakata!
Il Vallonedei Mulini è sicuramente una meta che vale la pena di visitare in Italia.
Si tratta di una valle.
In una valle di solito ci scorre un fiume o un corso d’acqua, poiché le valli si trovano sotto le montagne e hanno la forma di una striscia, una linea pianeggiante.
Il vallone è ugualmente una valle, ma stretta e molto profonda. Si possono chiamare anche “gole“. In effetti il termine “gola” è più diffuso in generale per questo tipo di insenature del terreno molto profonde, scavate dalle acque nel corso dei secoli. Esiste anche il termine “burrone“, abbastanza simile.
Quindi il Vallone dei Mulini è appunto un vallone, che si trova in Campania, la regione di Napoli, a pochissima distanza del centro di Sorrento. Precisamente questo vallone si trova nella “penisola sorrentina“.
La penisole sorrentina è prima di tutto una penisola, proprio come l’Italia stessa.
E’ quindi una striscia di terra che “entra” nel mare, ma non è circondata dal mare come le isole. E’ una delle principali mete turistiche della Campania, e ha due lati. Su un lato c’è la costiera sorrentina, e dall’altro forma la costiera amalfitana, che tra le altre cose è diventata patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO dal 1997.
Il vallone dei Mulini si chiama così perché c’è un mulino, usato per macinare il grano, che molti anni fa era stato costruito proprio lì per utilizzare la potenza dell’acqua per far girare il mulino.
Questo vallone non è ovviamente una zona abitata, soprattutto perché è molto umida. Ci sono comunque i resti di vecchi edifici del complesso industriale.
Questo clima comunque ha consentito la crescita di molte piante anche molto rare. Ci sono persino alcune piante carnivore.
L’esposizione solare e la presenza di moltissime piante conferiscono a questa valle un aspetto molto suggestivo. Infatti esistono moltissimi dipinti fatti ad ogni epoca da artisti di tutto il mondo.
Avete mai incontrato l’espressione “in toto“? E’ un’espressione che dà il senso di interezza. Infatti ha il significato di interamente, totalmente, completamente.
Partiamo dal contrario: come sapete, il contrario di “completamente” è “parzialmente“, o anche “in parte“.
Ebbene, “in toto” si usa soprattutto per sottolineare la completezza, l’interezza.
Si usa più spesso in circostanze e situazioni poco informali, come ad esempio nel linguaggio medico, economico, politico, e in generale nel mondo del lavoro:
Dopo l’incidente abbiamo dovuto asportare in toto la prostata.
Asportare la prostata in toto significa asportarla tutta, per intero, non parzialmente, non in parte.
Oppure:
A casa abbiamo rinnovato in toto l’impianto elettrico.
Quindi lo abbiamo sostituito completamente.
Le tasse dei cittadini sono utilizzate in toto per finanziare la spesa pubblica.
Quindi nel caso dell’impianto elettrico, questo vuol dire che tutto ciò che serve per la diffusione dell’elettricità nella casa, è stato rimosso completamente, totalmente, è stato rimosso del tutto. L’impianto elettrico è stato rinnovato, cioè sostituito in toto.
Notate che nel caso di “generalmente”, “completamente”, “totalmente” e anche “globalmente” ho due possibilità:
Abbiamo rinnovato completamente l’impianto elettrico.
oppure
Abbiamo completamente rinnovato l’impianto elettrico.
Posso cioè usare l’avverbio (qualunque esso sia) prima o dopo il verbo.
Invece “in toto” si usa in genere dopo il verbo: abbiamo rinnovato l’impianto in toto, abbiamo usato i soldi in toto, è stato asportato l’organo in toto eccetera. Un po’ è la stessa cosa che avviene con gli aggettivi quando decidiamo di metterli dopo il sostantivo è perché vogliamo dare più importanza allo stesso aggettivo, come abbiamo visto nell’episodio n. 215. Lo stesso avviene con “in toto“.
Un po’ più usato di “in toto” è “del tutto“, che comunque posso dire che è del tutto equivalente, se non fosse che “del tutto” fa parte del linguaggio di tutti i giorni e lo stesso non si può dire per “in toto”, che si usa prevalentemente in occasioni meno informali. Ad ogni modo si può usare sempre, come detto, anche solo per sottolineare la non parzialità, cioè la completezza.
Ad esempio:
Sono d’accordo in toto con te (tutto ciò che hai detto mi trova d’accordo)
Aderisco in toto all’iniziativa (non ho nessun dubbio);
Tutto il gruppo aderisce in toto (nessuno di noi è contrario);
Gli studenti hanno partecipato in toto alla didattica a distanza (hanno partecipato tutti);
L’ospedale è dedicato in toto ai malati Covid (l’ospedale è completamente dedicato al Covid).
Quello che ha detto Giovanni corrisponde in toto alle dichiarazioni di Francesco (si tratta di due dichiarazioni identiche, che coincidono completamente).
Eccoci ad un altro esempio di come l’ordine delle parole è importante. Che differenza c’è tra vale tanto e tanto vale?
Qui usiamo il verbo valere, che si può in generale usare in molti modi diversi, ma indica concetti simili: valore economico:
Il mio cellulare vale 1000 euro
Qualcosa di importante:
Per me il tuo amore vale moltissimo
Un’utilità, una adeguatezza, un vantaggio:
Vale la pena di spendere 1000 euro per un cellulare?
Anche qualcosa che ‘può essere sufficiente, che può bastare:
Il tuo gol valse il pareggio
Il gioco vale la candela
Essere leale, corretto, o il contrario:
Hai fatto gol con la mano. Non vale!
Allora, se torno al primo significato, e dico che il mio cellulare “vale tanto“, mi riferisco al valore economico: il mio cellulare ha un valore elevato, in termini di denaro, soldi.
Invece “tanto vale“, “tanto valeva” e “tanto varrebbe”, sono locuzioni che si usano per indicare sempre qualcosa di inutile, e questo si fa facendo un esempio di come lo stesso risultato può essere raggiunto in modo molto più semplice, oppure semplicemente proponendo una soluzione migliore. Normalmente, in questi casi, si potrebbe semplicemente dire:
Allora sarebbe meglio… In tal caso sarebbe stato meglio… Stando così le cose, forse la scelta sarebbe stata…
Ma il modo migliore è usare “tanto vale”:
Se non possiamo più vederci perché ti trasferisci in Cina per sempre, tanto vale lasciarci!
Come a dire: inutile continuare: èmeglio lasciarci. Soffriremmo inutilmente.
Visto che devi acquistare una nuova auto, tanto vale prenderne una ecologica. Almeno è meno inquinante.
Sei andato al parco a correre tutti i giorni per un anno? Tanto valeva ascoltare con le cuffie gli episodi di Italiano Semplicemente, almeno imparavi l’italiano e guadagnavi tempo.
Con questa pandemia non viene nessuno al mio negozio. Tanto varrebbe tenere chiuso.
Attenzione adesso perché, ancora una volta, il modo di pronunciare la frase “tanto vale” può far sì che il senso sia simile a “vale tanto”, anzi, per la precisione, il senso può essere: “vale così tanto“, “vale proprio così tanto“. Suona come una conferma del valore economico, anche confrontando questo valore con un valore di altro tipo: utilità, caratteristiche, eccetera.
Basta fermarsi un po’ sulla parola “tanto”.
Es: Questa automobile l’ho pagata centomila euro e tanto vale!
Notato il tono? Sto dicendo che è vero che l’auto costa molto, ma è anche vero che è un prezzo giusto in virtù delle caratteristiche dell’automobile. “Tanto”, in questo caso, è simile a “altrettanto“, che si usa spesso nei confronti.
Ho messo in vendita la mia casa. Il prezzo è 300 mila euro perché tanto vale.
Avete ancora un po’ di tempo? Allora tanto vale ascoltare un ripasso di qualche puntata precedente.
Rafaela: Nella nostra associazione c’è sempre tanto da fare. Ti dirò che non si lascia nulla di intentato per poter ingranare con l’italiano. Una puntata nuova ogni giorno, poi siamo chiamati a realizzare e a registrare un ripassino come questo e spesso ci scappa anche una parola misteriosa da indovinare: un giochino divertente che facciamo sul gruppo whatsapp. Nessuno si sente un’anima in pena però. Se qualcuno ha difficoltà a capire, nessuno oserebbe dire: “la cosa non mi tange” perché l’apprendimento di una lingua è un percorso a tappe e, con la lingua, al contempo si apprende anche la cultura del paese. Cercare di dividere i due aspetti è un tentativo che lascia il tempo che trova. Bisogna tener conto del fatto che è necessaria una vera e propria immersione nella lingua per non rimanere per sempre a carissimo amico e non andare a tentoni quando si cerca di capire un italiano quando parla. Bisogna dare fondo a tutte le forze, fermo restando che non si può dimenticare il divertimento. Già scalpito per quando partirò alla volta dell’Italia, ovviamente, previa vaccinazione!
Giovanni: Grazie a Bogusia per aver realizzato questo bel ripasso e a Rafaela per averlo registrato. Ciao a tutti.
Avete mai pensato che l’ordine delle parole spesso è importante per capire il significato di una frase?
A volte non solo è sbagliato invertire l’ordine di due termini, ma succede spesso che cambia completamente il significato.
Vi faccio un esempio:
Piove tanto
e
Tanto piove
“Piove tanto” significa che sta cadendo molta pioggia, che sta piovendo tanto, molto. Una grande quantità d’acqua.
Invece “tanto piove“, non si utilizza allo stesso scopo.
Se dico:
Domani non possiamo andare al mare perché dobbiamo studiare.
Poi vedo le previsioni del tempo e dico: vabè, tanto piove!!
“Tanto piove” in questa frase esprime questo significato: non avremmo comunque potuto andare al mare, perché domani piove.
Questo utilizzo del termine “tanto” non esprime quindi una quantità, ma serve a sciogliere un rapporto di causa-effetto, di causalità o una relazione che sembrava scontata.
Spesso si usa ad esempio per evidenziare una cosa che sembrava importante e invece poi si dimostra inutile.
Inutile che pensi al mare, tanto domani piove (o tanto piove domani)
Non studiare, tanto sarai bocciato all’esame!
Inutile che continui a insistere, tanto non ti amo!
Lo so che sbaglio sempre la pronuncia, ma tanto prima o poi io riuscirò a parlare come un vero italiano!
A volte, soprattutto in caso di sconforto, rassegnazione, non si aggiunge nulla dopo “tanto”:
Ma perché non provi ancora con la tua fidanzata, anche se ti ha detto che non ti ama più!
Risposta: tanto…
Come a dire: tanto è inutile, tanto sarebbe fatica sprecata.
Notare come anche il tono della voce è molto importante per trasmettere il senso della frase.
In questo caso particolare “tanto” funge da congiunzione e possiamo spesso usare, al suo posto, anche “perché”:
Non vado al mare, tanto piove.
Non vado al mare perché piove
Ci sono tanti esempi nella lingua italiana in cui invertire due parole cambia completamente il senso della frase. Nel prossimo episodio vediamo un altro caso.
Ad ogni modo se volete c’è un bell’episodio, molto completo, dedicato alla parola tanto.
Dateun’occhiata, tanto piove fuori. Dove dovete andare?
Bogusia: sì, darò un’occhiata ma prima io sarei per riascoltare questo episodio almeno un’altra volta. Ulrike: due volte ok, ma di più proprio non è cosa. Devo fare un sacco di cose a casa. Sofie: non dirlo a me, che devo andare a fare la spesa settimanale prima che si accaparrinotutto al supermercato. Ulrike: eh infatti con la crisi è così. La gente ha paura di restare a mani vuote, ma a me la crisi non mi tange proprio. Bogusia: tu parli così perché non sei più nel fior fiore degli anni. Scusa la Sincerità.
Ecco una bella espressione che potete utilizzare ogni volta che volete fare una deduzione logica.
Quando accade qualcosa e, come conseguenza, vi aspettate una risposta, una reazione o un fatto più o meno logico che debba accadere – almeno secondo voi – potete usare “se tanto mi dà tanto”.
Es: continuiamo a inquinare la terra con la plastica. Se tanto mi dà tanto, tra 100 anni dovremo trovare un altro pianeta su cui abitare.
Si tratta quindi di una deduzione, si tratta di immaginare un prevedibile sviluppo di un fatto reale: l’inquinamento in questo caso.
Potremmo anche dire:
Se accade ciò che penso…
Se la logica non mi inganna…
Se le cose vanno avanti così…
In base alla logica o alla nostra esperienza passata, allora crediamo di sapere cosa accadrà adesso.
Vediamo un altro esempio:
Ogni volta che Italiano Semplicemente pubblica un nuovo episodio, mi sento più sicuro. Se tanto mi dà tanto, nel giro di sei o sette mesi saprò usare almeno 200 nuove espressioni italiane!!
Irina: esatto! E questo grazie ai ripassi con i fiocchi che facciamo tutti i giorni.
Bogusia: io vorrei sapere quale sarà il prossimo episodio invece. Starò sulle spine fino a domani.
Olga: scusate ma tenete conto che io, in quanto arrivata da poco tempo nell’associazione, ancora ho molti episodi passati da ascoltare.
Ulrike: non preoccuparti, puoi anche iniziare dall’episodio di oggi e poi vedere solamente quelli che di volta in volta ripassiamo. Così sarà più facile.
Anthony: infatti. Bisogna consentire alla mente di assorbire gli episodi un po’ alla volta, senza dar fondo a tutte le tue energie.
Flora: vedrai che tra un paio di mesi ti sentirai a cavallo!
Il verbo tenere è molto usato nelle locuzioni e nelle espressioni, anche idiomatiche, italiane.
Uno dei modi di usare il verbo tenere è “tener conto“.
Potremmo dire che questa locuzione è assolutamente equivalente a “considerare” o anche “tenere in considerazione“.
Il verbo tenere quindi viene usato per esprimere, in questo caso, qualcosa da non lasciare, ma non nel senso materiale. Qualcosa da non trascurare, da non dimenticare.
C’è quindi qualcosa di importante che va considerato, proprio perché è importante.
Nel linguaggio informale normalmente quando si vuole evidenziare questo si usano anche altre modalità.
Ad esempio:
Andiamo al cinema? Ti passo a prendere alle otto questa sera.
Ok, ma guarda che viene anche Giovanni.
“Guarda che” è una delle forme equivalenti. Molto informale ma molto usata come modalità.
Potrei dire:
Tieni conto che viene anche Giovanni.
Prendi in considerazione che viene anche Giovanni.
Considerache viene anche Giovanni.
In aggiunta a “che” si usa, ma è un pochino meno informale, anche il termine “fatto”.
Tieni conto anche del fatto che viene anche Giovanni.
Prendi in considerazione il fatto che viene anche Giovanni.
Considera anche il fatto che viene anche Giovanni.
Tener conto si usa anche per sottolineare qualcosa su cui riflettere, qualcosa che merita attenzione, una circostanza che bisogna valutare attentamente.
In questi casi, più formalmente, si può usare “tenere in debita considerazione“, o “fare la debita valutazione” o “tenere nel debito conto” una circostanza, un fatto o qualunque cosa che meriti attenzione. Aggiungere l’aggettivo “debita” o “debito” sottolinea l’importanza dell’aspetto da considerare. La debita attenzione è l’attenzione che merita.
Se vi state chiedendo il perché si utilizzi il termine conto, non dimenticate, tenete conto che contare significa anche “avere importanza”.
Inoltre il conto è anche un’operazione matematica, come il conto del ristorante, cioè la somma da pagare per ciò che si è mangiato.
Quando si fa un conto, non bisogna dimenticare nulla, o meglio, bisogna tener conto di tutto ciò che va conteggiato, considerato.
Se non lo fai, non ne stai tenendo conto. Che ne dite adesso facciamo altri esempi?
Hartmut: tieni conto del fatto che hai già superato i due minuti. Lo farai a tempo debito magari in altri episodi.
Mariana: sarebbe un peccato se dimentichiamo di tenere nel debito conto l’importanza della durata.
Olga: Allora, sicuramente avrete presente che Giovanni ci spedisce ogni giorno un nuovo episodio, a volte anche due. Mi sento in debito con lui, di volta in volta di più. In che modo potrei dargli il meritato plauso?
Sofie: pure io penso che il presidente non voglia batter cassa, purché partecipiamo e diciamo grazie anche attraverso i nostri progressi. Benché, a pensarci bene, ogni tanto una donazione dovrebbe essere benaccetta.
E’ interessante come il termine “fiore” sia spesso usato per rappresentare non solo la bellezza ma anche la parte migliore di qualcosa.
Se ad esempio dico che mio figlio si torva nel fiore degli anni, voglio dire che si trova nel mezzo della giovinezza, l’età migliore. Si parla anche del fiore della vita per indicare questo periodo di tempo.
Allo stesso modo, essere il fiore all’occhiello, significa essere il motivo di maggior prestigio e di vanto di una persona, di un’azienda eccetera.
Tecnicamente l’occhiello è un taglio fatto su una giacca, una fessura, precisamente sul risvolto sinistro della giacca, dove si può inserire qualcosa che va mostrato: un distintivo, un fazzoletto colorato, e appunto anche un fiore.
Potremmo dire che, ad esempio, la pizza è il fiore all’occhiello dell’Italia, o che il fiore all’occhiello della mia azienda è un particolare prodotto, di cui sono molto orgoglioso.
Per indicare la parte migliore di qualcosa, la parte scelta, selezionata di un insieme, posso usare semplicemente la parola “fiore“:
il fiore della città è la parte migliore della città.
Il fiore della nazione è la parte migliore della nazione, quella di cui essere più orgogliosi.
Il fiore della letteratura italiana è la parte migliore della letteratura italiana, intesa come interpreti, personaggi.
Posso usare anche “un” e anche la forma abbreviata “fior”:
Marco è un fior di architetto .
Cioè è uno dei migliori architetti.
Ma anche in senso negativo lo posso usare, ovviamente il senso è ironico:
Giovanni è un fior di delinquente.
Quindi Giovanni é uno dei delinquenti peggiori, o migliori (dipende dai punti di vista), quasi ci fosse stata una selezione.
Spesso poi si raddoppia: un fior fiore.
Alla riunione dei membri parteciperà il fior fiore dell’associazione.
Scherzi a parte, si sente parlare spesso del “fior fiore“, di tante cose, come della società.
Si usa anche nel commercio sapete? Quando si vuole dire che un prodotto ha un’elevata qualità, possiamo dire che rappresenta non solo il fiore all’occhiello di quell’azienda, ma anche il fior fiore come prodotto:
il fior fiore dei carciofi
il fior fiore della salumeria italiana
Se ho un ristorante, posso dire che nel mio ristorante viene a mangiare il fior fiore della società.
Infine, a volte indica anche un’alta quantità. In questo caso si usa “fiorfiori” (al plurale):
Sul nostro sito abbiamo pubblicato fior fiori di episodi audio
Si vuole evidenziare questa quantità per qualche motivo.
Es:
Basta, ti lascio perché sei troppo avaro!
Cosa? Ma ti ho fatto fior fiori di regali!
credo che abbiate capito sebbene non vi abbia fatto fior fiori di esempi.
Adesso sentiamo alcune voci del fior fiore dell’associazione Italiano Semplicemente per un bel ripasso:
Hartmut: circa la qualità dei membri, non c’è nessun dubbio! Irina: giusto, vedremo se sarà così anche nel presieguo della vita dell’associazione. Ulrike: non dobbiamo che aspettare per vedere
Noi italiani siamo fissati per il caffè! Lo sapete vero?
E sapete cosa diciamo quando beviamo un caffè che non è buono?
Diciamo che è una ciofeca!
Una ciofeca è solo questo (o quasi): una bevanda dal sapore cattivo: non solo un caffè quindi ma anche un tè o un’altra bevanda, specie se molto amara.
Ma la ciofeca in Italia è soprattutto un caffè schifoso, spesso troppo lungo. Un caffè “annacquato” si dice a volte, ma per indicare il sapore pessimo “ciofeca” è l’ideale!
Ma perché il caffè è venuto una ciofeca? Solo perché è troppo lungo? No, spesso è colpa del caffè stesso, di scarsa qualità, oppure è conservato male, Altre volte è colpa dell’acqua. Altre volte è colpa della quantità di caffè. Hai fatto la montagnola nella moka? Spero di sì. Quanto caffè hai messo? Meglio di più che di meno, ricorda, ma non pressarlo col cucchiaino, altrimenti, anche in questo caso, ti viene una ciofeca! Bleah!
Il termine “ciofeca” è persinouscito naturalmente dal linguaggio del caffè. Oggi si usa anche quando vogliamo disprezzare qualcosa, dicendo che è di pessima qualità. Non solo il caffè quindi.
Non ci piace un lavoro fatto da un nostro collega? Quello che hai fatto è una vera ciofeca, è completamente da rifare.
Questo cellulare è una mezza ciofeca, la batteria si scarica subito e le foto sono scarsissime!
Hartmut: Almeno Italiano Semplicemente non è una ciofeca! Sarebbe molto ingeneroso!
Irina: dicendo questo scateneresti l’ira di tutti i membri dell’associazione!
In tempi di pandemia, spessissimo si è parlato di accaparramento.
Se ne parla soprattutto quando le persone, impaurite dalla possibilità di restare senza cibo, per via delle crisi, vanno al supermercato e prendono tutto ciò che possono prendere. In questo modo potrebbe accadere che non resti più nulla per qualcuno, una volta che gli scaffali sono stati svuotati.
Gli scaffali sono i mobili dove vengono appoggiati i prodotti del supermercato.
Il verbo accaparrarsi significa quindi assicurarsi, procurarsi l’uso di qualcosa prima che lo facciano altri.
Ad esempio:
Sono andato al supermercato e mi sono accaparrato una bella scorta di pasta.
Quindi ho preso tantissima pasta, prima che altri facessero la stessa cosa: mi sono assicurato di prenderne tanta perché con questa crisi non si sa mai!
Ci sono alcuni paesi che con la pandemia da Covid hanno cercato di fare incetta di vaccini e mascherine
Fare incetta è esattamente come accaparrarsi.
E’ vero che accaparrarsi deriva dal termine caparra, ma usato in questo modo ha poco a che fare con la caparra, termine che spiegheremo nella rubrica due minuti con l’Italiano commerciale.
Lo stesso significato di accaparrarsi ha quindi l’espressione “fare incetta” di qualcosa.
Se voglio fare incetta di olio d’oliva, vado al supermercato e cerco di acquistarne la maggiore quantità possibile.
Posso usare fare incetta anche in senso non materiale.
Ad esempio se un politico fa incetta di tutti i voti vuol dire che non resta più nulla ai suoi avversari alle elezioni.
Anche incetta quindi si usa per indicare una raccolta di beni, prodotti, fatta per paura o per sicurezza, ma si può trattare anche di voti, preferenze o comunque altre cose che si tolgono ad altri.
Si può fare incetta anche di titoli, o di medaglie alle olimpiadi. Quando qualcuno vince sempre tutti i premi sicuramente posso dire che fa o ha fatto incetta di premi. Posso dire lo stesso di un programma TV, che fa incetta di ascolti, perché i telespettatori hanno in maggioranza guardato quel programma TV.
Adesso allora ripassiamo qualche puntata passata.
Anne France: io sono Anne e non ho nulla da dire che sia veramente degno di nota.
Ulrike: io sono… e non ti consento di dire queste cose. Sei bravissima/o invece
Irina: almeno tanto quanto me, o forse anche di più.
Hartmut: sicché state facendo a gara per chi è più bravo?
Che differenza c’è tra i verbi consentire e acconsentire?
I due verbi sono in realtà molto simili, ma non identici.
Un uso di consentire è quando si parla di opinioni, di punti di vista.
Quando ci sono più persone possono esserci diversi punti di vista, uguali, simili, diversi o completamente diversi.
Per esprimere un consenso potete usare consentire. È un po’ formale però:
Se tu mi dici che la grammatica italiana è complicata, io ti potrei rispondere che consento con te, che consento pienamente con la tua opinione.
Quindi vuol dire che mi trovo d’accordo con te, che concordo con le tue opinioni, con i tuoi pensieri o affermazioni.
Consentire pero si usa anche per esprimere un permesso, qualcosa che si rende possibile.
La guida di un’automobile non consente distrazioni.
Non ti consentodi parlare.
Consento solo agli amicidi chiamarmi per nome
I miei genitori mi consentono di uscire solo prima di cena
Quindi è simile a permettere, concedere e accordare.
A proposito di permessi. Vediamo acconsentire.
Il verbo acconsentire significa dare il proprio consenso o assenso. In pratica significa dire di sì. Ma si tratta di un permesso da dare. Non è un sì qualunque.
Se io ti chiedo:
Conosci un po’ l’italiano?
Se dici di sì, non stai acconsentendo, perché non ti è stata fatta una richiesta di permesso, ma una semplice domanda.
Invece ad esempio:
Figlio: Papà, io esco con alcuni amici stasera. Acconsenti?
Padre: Si figliolo, acconsento. Vai pure e divertiti.
Quindi: dico di sì, la mia risposta è sì.
Oppure, se uso consentire, vediamo come cambia la frase:
Papà, mi consentìdi uscire stasera?
Si, ti consento di uscire.
Si, te lo consento.
Quindi acconsentire significa essere d’accordo, dire di sì. Qualcuno ha chiesto un permesso e questo viene concesso. Notate adesso le seguenti frasi
Il padre acconsentì alla richiesta del figlio.
Il padre acconsentì a far uscire il figlio
Il padre acconsentì che il figlio uscisse.
Questo significa, come ho detto, che il figlio ha fatto una richiesta. Quindi acconsentire significa concedere quanto viene richiesto o proposto.
Notate un’altra cosa. Consentire e acconsentire si distinguono perché se io consento a te di parlare dopo che me lo hai chiesto, allora posso dire che acconsento alla tua richiesta e che ti consento (quindi a te)! di parlare.
Si acconsente a una richiesta
Si consente a una persona di…
Quindi:
Io acconsento alla tua richiesta
e
Io ti consento di parlare
Oppure:
Io acconsento alla tua richiesta di parlare
Posso usare anche “che“:
Io acconsento che tu parli
Io acconsento a che tu possa parlare
In definita si acconsente a una richiesta cioè si dice sì ad una richiesta.
Si può acconsentire dicendo sì, ma anche ok, d’accordo, va bene, e anche con un cenno della testa o della mano 👌.
Infine, anche consentire si può usare anche riferendosi non alla persona, ma all’oggetto.
Consentire il trattamento dei dati personali
Consento il passaggio delle auto nel mio cortile
Notate la differenza però:
Acconsentire al trattamento dei dati personali
Acconsento al passaggio delle auto nel mio cortile
Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri di usare alcune episodi precedenti per produrre un piccolo ripasso. L’elevato numero di episodi a disposizione vi consente di parlare di qualsiasi cosa. Giusto?
Ecco un’altra frase che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio di oggi: DEGNODINOTA.
Accade nel canto XX della Divina Commedia, nell’ottavo girone, dove Dante vede avanzare una schiera di dannati che lentamente camminano con la faccia all’indietro come in una processione: si tratta degli indovini, che vengono puniti impedendo loro di “guardare avanti”, avendo in vita peccato facendo proprio questo: indovinare, prevedere il futuro, cioè guardare avanti.
Così Dante, guardando queste anime, chiede a Virgilio (la sua guida) se fra questi indovini ve ne fosse qualcuno degno di nota, cioè conosciuto, noto, o qualcuno che valesse la pena di notare, qualche personaggio noto, famoso.
Allo stesso modo oggi si usa questa espressione quando vogliamo indicare qualcosa o qualcuno che merita di essere notato, qualcosa o qualcuno dunque di importante, di notevole; qualcuno che meriti attenzione, che non è come gli altri.
La dignità è un concetto abbastanza difficile da spiegare, e in genere è una caratteristica associata alle persone. Tra l’altro esiste anche come ricorderete, l’aggettivo dignitoso.
Ma essere degno di qualcosa, come abbiamo visto anche nell’episodio 287, significa meritare questa cosa, più semplicemente.
Se sei degno di attenzione meriti la mia attenzione o quella di altri.
Se sei degno di stima meriti la stima delle persone.
Eccetera.
In questo caso abbiamo “degno di nota” che è più generale e significa importante: meritare una nota, cioè meritare considerazione, attenzione, meritare di essere menzionato, o annotato se vogliamo.
Qualsiasi cosa può essere degnadi nota: un documento, una notizia, una frase, uno studente eccetera e può anche indicare una qualità, ma non è affatto detto.
A proposito di qualità: adesso attenti perché abbiamo un bel ripasso degno di nota, che consta di una trentina di episodi passati.
Una delle frasi che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio comune è NON MI TANGE.
Tutti usano questa espressione in Italia: essa esprime un concetto potrei dire “geometrico”.
Avete presente due rette parallele? Se sono parallele, due rette non si incontrano mai, quindi nessuna delle due tange l’altra. Tangere significa infatti incontrare, toccare o anche scalfire.
Da un punto di vista geometrico diciamo ad esempio che una retta è tangente ad una circonferenza quando si toccano in un solo punto, ma nell’uso comune il verbo tangere si usa spesso scherzosamente per indicare che qualcosa non ci tocca neanche in un punto.
La frase si usa quasi sempre con la negazione: NON mi tange.
Esempio:
Le tue accuse verso di me non mi tangono.
Significa che non hanno alcun effetto su di me. In questo senso quindi le accuse non mi toccano: non influiscono sul mio umore, non mi fanno cambiare idea, non mi preoccupano, non mi scalfiscono, non mi importano.
DANTE Alighieri la utilizza nel secondo canto dell’inferno, quando si parla di Beatrice che, trovandosi nell’inferno, non si lascia influenzare dalle sofferenze che si trovano in questo luogo:
La vostra miseria non mi tange
dice Beatrice.
L’espressione si usa nel linguaggio comune a volte in modo scherzoso, altre volte in modo sprezzante, per indicare quanto poco effetto su di te, sulle tue emozioni, sui tuoi interessi, abbia il comportamento di una persona.
Es:
Sai cosa dice Giovanni di te? Dice che sei la persona più brutta al mondo!
Sapete che se una parola inizia con “pre” in italiano quasi sempre si riferisce a qualcosa che viene “prima”, qualcosa che sta “davanti”, qualcosa di necessario spesso.
Ad esempio:
Precedente
Preliminare
Preparatorio
Preambolo
Premessa
Pretesto
Ci sono tante parole di questo tipo. Il concetto di “prima” può cambiare ogni volta. Ad esempio abbiamo già visto la parola “pretesto“, nell’episodio 134, e un pretesto è simile ad una scusa, qualcosa che ci prepariamo prima, di solito, per giustificare un’azione.
Tra questi termini comunque ce n’è anche un altro poco noto ai non madrelingua: PREVIO o PREVIA.
Previo indica direttamente qualcosa che deve stare davanti, che deve avvenire prima di qualcos’altro.
Si parla quindi di qualcosa che ha la precedenza, di qualcosa di preliminare, qualcosa di indispensabile, qualcosa che occorre fare. Nel linguaggio comune si usa poco, poiché si preferisce usare altre forme per esprimere lo stesso concetto. Si usa invece spesso nel linguaggio burocratico e amministrativo, dove inevitabilmente si parla di cose “necessarie” da fare, di adempimenti obbligatori.
Vediamo qualche esempio comunque:
L’esame si svolgerà nei prossimi 20 giorni, previo avviso pubblicato sul sito dell’università
Quindi prima uscirà l’avviso sul sito dell’università, e successivamente si svolgerà l’esame.
Qual è la cosa necessaria in questo caso? Qual è la cosa che deve avvenire prima? La pubblicazione dell’avviso sul sito dell’università. Senza questo avviso non ci sarà nessun esame.
Ovviamente si userà previo o previa a seconda che la cosa necessaria è maschile o femminile rispettivamente.
Si potranno incontrare i professori tutti i lunedì previa richiesta appuntamento telefonico
Quindi per poter incontrare i professori bisogna fare necessariamente una richiesta telefonica in precedenza, altrimenti niente incontro.
Notate due cose:
La cosa necessaria sta solitamente alla fine. Inoltre la cosa necessaria va scritta senza articolo:
Previo appuntamento
Previa richiesta
Previo invio dei documenti
Previa telefonata in anticipo
eccetera
Dicevo che solitamente nel linguaggio comune si preferisce evitare questa forma, ritenuta un po’ troppo formale e allora:
Puoi passare a casa mia previa telefonata
diventa
Prima di passare a casa mia meglio se mi fai uno squillo
e:
Posso uscire stasera ma solo previa autorizzazione da parte di mia madre
diventa ad esempio:
Stasera potrò uscire solo se mia madre mi autorizza
Esiste anche previamente, un avverbio, che quindi si usa prima dei verbi:
Prima di lavorare in Italia bisogna previamente imparare la lingua
Non si può fare un esame senza previamente aver studiato
Natalia: allora grazie Giovanni, al di là del fatto che forse non userò mai questo termine.
In questo episodio ci occupiamo di tanto e di quanto.
Potrei dire che in questo episodio ci occupiamo tanto di quanto, quanto di tanto.
Sia tanto che quanto sono termini legati alla quantità.
Tanto è usato ovviamente per esprimere una grande quantità o anche una grande intensità.
Ho guadagnato tanto
Ti amo tanto
Lo stesso vale per “quanto“, che si usa normalmente nelle domande:
Quanto hai guadagnato oggi?
Quanto mi ami?
Se invece usiamo i due termini insieme, sto parlando sempre di quantità e di intensità, ma sto anche facendo un confronto.
Quanto mi ami?
Ti amo tanto quanto tu ami me
Cioè io amo te quanto tu ami me. In pratica ognuno ama l’altro nella stessa misura, con la stessa intensità.
Quanta pasta vuoi?
Tanta quanto basta per riempire il piatto.
Quindi “tanto quanto” serve a fare un confronto alla pari: la stessa quantità, o la quantità necessaria, lo stesso livello, la stessa intensità.
Posso anche distanziare i due termini ma in questo caso sto facendo un confronto tra cose diverse:
Sei tanto bella quanto intelligente.
Vale a dire che:
La tua bellezza è pari alla tua intelligenza.
Posso anche arricchire con più o meno:
Quanto più ti conosco, tanto più mi piaci.
O più brevemente:
Più ti conosco, più mi piaci
Cioè: all’aumentare della tua conoscenza, aumenta anche il mio sentimento per te.
Oppure:
Quanto meno ti vedo, tanto più mi manchi.
O più brevemente:
Meno ti vedo, più mi manchi.
Cioè: al diminuire dei nostri incontri, aumenta la mia voglia di vederti.
Posso fare altri esempi:
Quanto più ti fanno arrabbiare, tanto più devi avere pazienza
Notate che “quanto” serve a fissare il termine di confronto, mentre “tanto” serve a indicare il secondo elemento che eguaglia il primo. “Tanto” ha il ruolo di “altrettanto” in questo caso.
Inoltre tanto può diventare tanta, al femminile, e quanto può diventare quanta, ma quanto può restare anche al maschile:
Ha tanta fantasia quanta creatività.
Però attenzione perché:
Ho tanto bisogno di lavoro quanto (bisogno) di felicità
Invece il plurale lo posso usare in entrambi i casi quando sto confrontando due quantità, due numeri:
Hai tante idee quante le cose che inizi ma non porti a termine.
Quindi sto confrontando il numero di idee con il numero delle cose che inizi ma non porti a termine, e dico che sono la stessa quantità.
Un altro esempio:
Hai tanti figli quanti nipoti
Tanti – tanti
C’è da dire che se confronto la stessa quantità con sé stessa, allora posso usare due volte “tanto/a/i/e”
Se dico infatti:
Spendi tanti soldi quanti ne guadagni
Significa che spendi tutti i soldi che guadagni. Allora posso anche dire, più brevemente:
Tanti soldi guadagni, tanti ne spendi.
In questo caso la sequenza è temporale, prima guadagni e poi spendi: tanto guadagni, tanto spendi. La stessa cifra.
Giovanni ha una mira infallibile, infatti tanti colpi esplode, tanti vanno a segno.
Quindi il primo “tanti” equivale a “quanti”, perché è il termine di confronto, mentre il secondo equivale a “altrettanti”.
Hai fatto innamorare tanti uomini quanti te ne ho presentati
Cioè:
Tanti uomini ti ho presentato e tanti ne hai fatti innamorare
Non solo quantità
Attenzione a un’altra cosa adesso, perché non è neanche detto che si parli di quantità.
La cosa che conta è che si faccia un confronto:
Se tu mi dici che la matematica non è una scienza, io ti rispondo che:
La matematica è una scienza tanto quanto la chimica.
Confronto la matematica e la chimica. Le quantità non c’entrano.
Qui significa “allo stesso modo“, “essere sullo stesso piano“.
La matematica è una scienza allo stesso modo di quanto lo sia la chimica.
È un po’ come dire che sia la matematica che la chimica sono scienze, ma se uso “tanto quanto la chimica” voglio portare la matematica allo stesso livello della chimica.
Distinzioni e preferenze
Ma il confronto posso farlo anche per distinguere:
A me non piace tanto A, quanto B.
È importante fare la pausa, per questo motivo c’è la virgola:
A me non piace tanto insegnare la lingua, quanto far innamorare gli studenti della lingua
Ovviamente se volete fare semplicemente una distinzione, meglio usare altre modalità, tipo usare “ma” , “invece” , “piuttosto”.
Se utilizzo tanto e quanto è perché in questo caso voglio esprimere la preferenza per B senza escludere A.
È possibile anche togliere “tanto” e cosi facendo aumenta la distanza tra A e B. L’aggiunta di “invece” e “piuttosto” hanno ugualmente questo ruolo.
Non mi piacciono tanto gli episodi corti, quanto quelli interessanti.
Non mi piacciono gli episodi corti, quantoinvece quelli interessanti.
Non mi piacciono gli episodi corti, quanto piuttosto quelli interessanti.
Allora adesso ripassiamo qualche episodio precedente, con l’aiuto tanto dei membri più esperti dell’associazione, quanto di quelli che hanno meno esperienza.
Ulrike: ciao a tutti, circa la durata degli episodi, in questo caso non va adiscapito dell’interesse.
Rafaela: poi ci sono anche i ripassi che arrivano a valle di ogni episodio e che vale la pena di aspettare.
Kumi: si, a meno che non si sia dato fondo a tutte le energie.
Scatenare è un verbo interessante. Si può usare in bagno, in discoteca, parlando con un amico o in un laboratoriochimico.
Deriva dal termine catena. La catena tra le altre cose può servire a incatenare, simile a legare. Allora se incatenare significa mettere delle catene, scatenare ha il senso opposto: togliere le catene, quindi liberare dalle catene. Si può ad esempio scatenare un cane, cioè liberarlo dalle catene. Dopo averlo scatenato l’animale è libero.
Dicevo che si può utilizzare inbagno perché scatenare si usa talvolta per indicare quando si tira la catena. Oggi di bagni con la catena ce ne sono rimasti pochi, così si usa maggiormente il verbo scaricare, poiché c’è un pulsante da premere al posto della catena da tirare e premendo il pulsante si svuota lo scarico.
Comunque il senso di liberare lo troviamo in qualche modo anche nello scarico del bagno perché l’acqua non è più nel contenitore, ma viene liberata “scatenando“.
Questo senso di libertà e di movimento generato, provocato, lo troviamo anche nell’utilizzo principale del verbo scatenare, che è quello di iniziare improvvisamente un’azione, o di avviare una serie di azioni una dietro l’altra, a ripetizione, o meglio “a catena”. Scatenare quindi è simile a provocare, innescare, causare, dare avvio. Posso ad esempio fare qualcosa e facendo questo scatenare un sentimento, in genere negativo, in una persona. Es:
Ho acquistato una ferrari e così ho scatenato l’invidia da parte dei miei vicini
Sono io che ho scatenato l’invidia da parte dei vicini. Posso anche dire però che questo mio gesto ha fatto scatenare l’invidia.
In generale significa quindi far sorgere all’improvviso un sentimento o un istinto, che può anche essere violento.
Anche una guerra si può scatenare.
La dichiarazione del presidente ha scatenato la guerra.
L’ha provocata quindi, ma c’è il senso di un qualcosa di improvviso e dagli effetti violenti e spesso devastanti.
Una reazione è una cosa che spesso viene associata al verbo scatenare. Non solo però la reazione di una persona, ma anche una reazione chimica ad esempio.
Scatenare è simile anche a Incitare, istigare alla ribellione, alla violenza, spingere ad una reazione violenta:
L’opposizione vuole scatenare il popolo contro lo stato.
Quindi si può scatenare qualcosa (la guerra) ma anche qualcuno (il popolo, la folla).
Parlando di persone, queste si possono scatenare anche da sole, quindi posso usare anche la forma riflessiva: scatenarsi. Il senso diventa quello di abbandonarsi senza controllo agli istinti, specie quelli violenti. C’è sempre il senso di qualcosa che viene liberato, di non più trattenuto.
La folla dello stadio si scatena ad ogni gol della squadra.
La folla si lascia andare, non si trattiene, si abbandona, si sfoga, si libera. Posso anche dire:
Una folla scatenata ha preso d’assalto il supermercato
Oppure:
i manifestanti si scatenarono contro la polizia
Quindi scatenarsi contro significa avventarsi contro qualcuno, aggredire qualcuno.
Ma scatenarsi non sempre è pericoloso e violento. Infatti ci si può scatenare anche in discoteca. In questo modo ci si libera, si balla in modo energico e si esprime il proprio piacere per la musica e la voglia di divertirsi. Allora scatenarsi è simile a entusiasmarsi e infiammarsi.
Se qualcosa ti piace molto ti puoi scatenare quindi.
I bambini sono spesso scatenati quando stanno insieme
Ho un amico che si scatena appena sente parlare di calcio: inizia a parlare e non si ferma più.
Nello sport invece scatenarsi può significare esprimere al massimo e in modo inarrestabile le proprie doti e capacità.
L’attaccante si scatena e segna tre gol
Si può scatenare anche una pioggia improvvisa, una tempesta di neve, una bufera.
Anche l’immaginazione si può scatenare, la curiosità e ogni altra facoltà quando si esprime senza freni.
Un’altra cosa che può scatenarsi è una bicicletta. Ma il senso qui è completamente diverso perché La bici si scatena quando la sua catena, quella che provoca il movimento, si scollega dai pedali. Allora in questo caso si toglie la catena, e bisogna fermarsi e sistemare la catena.
Ripasso
Ulrike: In quanto membro dell’associazione italiano semplicemente per l’anno nuovo mi sono prefissadi partecipare alle attività del suo gruppo WhatsApp.
Anthony: Ah, sicchénel futuro ti vedremo qui ogni due per tre?
Hartmut:Che volete, magari doveva convincersi. Adesso però, benchésia stata assente fino ad ora, il suo proposito mi va proprio a genio, purchéci darà una mano d’ora in poi.
Bogusia:Cosicchépotrà esserci d’aiuto anche con i ripassi.
Khaled: Giusto, e in quanto ai ripassi il suo esordio è venuto proprio a tempo debito, sicchéci dà subito lo spunto per abbozzarneuno.
Olga: Meno male, dacchéil nuovo episodio è pronto, occorre sbrigarsi, suppongo Gianni stia già scalpitandoper il ripasso.
Oggi vediamo la differenza tra “cosicché” e “sicché“, due congiunzioni probabilmente poco usate dai non madrelingua.
Sono abbastanza simili in realtà, ma non esattamente, sicché adesso vi spiego la differenza.
Iniziamo da cosicché. Si usa in due modi diversi.
Cosicché: i cambiamenti
Nel primo caso si parla di cambiamenti.
Se ad esempio dico:
Piove, perciò prendo l’ombrello
Posso dire tranquillamente:
Piove, cosicché prendo l’ombrello
Ma in questo caso perciò e quindi sono più adatti.
Nel caso di una variazione invece meglio usare cosicché:
Pensavo ci fosse il sole. Invece pioveva, cosicché ho dovuto prendere l’ombrello
Ogni volta che c’è un cambiamento pertanto è una buona idea usare cosicché.
Quindi “cosicché” è molto simile a perciò, quindi, ma più simile a “pertanto”, “in conseguenza di ciò”.
C’era tantissima gente in strada, cosicché siamo dovuti tornare a casa
Stavamo per sposarci, ma il Covid ci ha impedito di farlo alla data programmata, cosicché siamo ancora in attesa di fissare una data per il matrimonio.
Anche qui è chiaro il cambiamento, causato da un inconveniente, un problema inaspettato.
Cosicché: possibilità e potenzialità
Nel secondo caso si parla di possibilità e potenzialità: Una cosa è possibile grazie ad un’altra. Non parlo necessariamente di causa ed effetto, di una semplice conseguenza, piuttosto di un fattore che può determinare delle conseguenze, o che può rendere possibile una conseguenza.
In questo caso cosicché è più simile a: in modo tale da, di modo che, affinché
Es:
La settimana prossima saranno vaccinati gli insegnanti, cosicché si possano riaprire le scuole
Ecco: la riapertura delle scuole è possibile grazie alla vaccinazione degli insegnanti.
Bisogna rafforzare i controlli della Casa Bianca, cosicché nessuno possa entrare quando vuole
Occorre più trasparenza, cosicché sia possibile controllare i conti pubblici senza alcun problema
Notate che nel caso di cambiamenti, spesso si parla al passato, pertanto nella maggioranza dei casi non si usa il congiuntivo. Quando invece parliamo di possibilità o potenzialità, di cose che sono state o saranno possibili solo grazie a qualcosa, è consigliato usare il congiuntivo:
Con tutta quella neve abbiamo dovuto mettere le catene alla macchina cosicché potessimo continuare il viaggio
Comunque spesso il congiuntivo non è obbligatorio neanche in questo caso:
Ho deciso di spostare la lezione di italiano dal lunedì al martedì cosicché il lunedì potrò giocare a basket. (Se volete maggiori informazioni in merito, c’è un episodio dedicato proprio al congiuntivo)
C’è quindi questa possibilità di giocare a basket il lunedì, che diventa reale quando decido di spostare al martedì la lezione di italiano.
Questi dunque sono i due principali casi in cui cosicché è molto adatto: cambiamenti e possibilità
Passiamo a sicché.
Sicché: i cambiamenti
Si usa esattamente come cosicché nel primo caso (anche staccato: così che) quindi per esprimere una conseguenza in modo analogo a quindi e perciò, specie quando ci sono dei cambiamenti, proprio come cosicché.
Non sopportavo che mia moglie mi tradisse, sicché adesso sono di nuovo single.
Da questo punto di vista quindi sicché è identico a cosicché, forse anche un po’ più secco, più deciso, netto: una conseguenza inevitabile diciamo:
Ho mangiato troppo in questi ultimi anni, sicché adesso ho 20 kg in sovrappeso.
Nessuno mi aiutava, sicché ho fatto tutto da solo
Come a dire: non poteva che accadere questo, è stata una conseguenza inevitabile.
Nel secondo caso visto prima però, quindi nel caso di possibilità e potenzialità, sicché non è molto adatto.
Normalmente quindi la frase:
Adesso mangerò meno sicché dimagrirò sicuramente
Non è scorretto di per sé, ma si preferisce usare cosicché, in modo tale da. perché non è una conseguenza inevitabile ma una possibilità.
Invece sicché ha un uso specifico.
Sicché: frasi interrogative conclusive
Si può usare infatti con un tono interrogativo per invitare altre persone a trarre delle conclusioni.
Sicché, cosa hai deciso, verrai con noi al corso di italiano?
Anche in questo caso potrei usare quindi o perciò, ma anche in questo caso sicché esprime in modo più netto e deciso un concetto finale, conclusivo. A volte può esserci irritazione, impazienza:
Cara, io devo dirti la verità… amo un’altra.
Ah, sicché, hai deciso di lasciarmi? E cosa avrebbe lei più di me?
In questi casi la frase è sotto forma di domanda, ma spesso si tratta di domande retoriche o di deduzioni logiche (come in quest’ultimo caso). Spessissimo si tratta di domande ironiche. Solo a volte è una vera domanda, diciamo più una richiesta di conferma, come a dire: io so questa cosa, è vera?
Sicché hai una nuova fidanzata, complimenti!
Sicché stasera vieni anche tu alla festa vero?
L’episodio è durato più del previsto, cosicché meglio fare un ripasso molto breve:
Irina: bene, anche brevissimo, purché non si salti il ripasso però. Per me è fondamentale.
Ulrike: Quanto a me, sono completamente d’accordo.
Sofie: Io no invece. Certi episodi sono di un breve che finiscono subito!
M4: sicché hai intenzione di continuare a contraddire sempre tutti? Non hai il mio plauso in questo caso.
Sofie: Assolutamente no. Dico solo la mia idea cosicché tutti possano conoscerla. Questo è quanto.
Oggi vediamo la differenza tra “in quanto”, “in quanto a” e “quanto a“. Pare che queste preposizioni, usate prima o dopo, abbiano una certa importanza.
Iniziamo da “in quanto“, che si utilizza con un senso speculare rispetto a “quindi” e “perciò“.
In che senso?
Ricordo che perciò e quindi sono dei modi per esprimere le conseguenze. Abbiamo affrontato il problema delle conseguenze più volte. Vi ricordo gli episodi attraverso dei link: Esprimere le conseguenze – Ragion per cui – dacché – poiché – in virtù.
Mentre “perciò” e “quindi” esprimono una conseguenza, “in quanto” esprime una ragione, un motivo, una giustificazione.
Il verso è da invertire:
Non vado a scuola in quanto sono malato.
Sono malato perciò non vado a scuola
Vediamo un altro esempio:
Dobbiamo fare un episodio breve in quanto siamo nella rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano Semplicemente”.
Sono stato battezzato in quanto la mia famiglia è cattolica
Credo nel futuro in quanto ottimista
Quindi “in quanto” ha un uso molto speculare rispetto a “quindi”, “perciò”, e molto simile a anche a “poiché”, “dato che”, “considerato che”, “visto che”, ed anche simile a “quale“. C’è anche qui un episodio in merito.
Se invece uso la preposizione “a” immediatamente dopo ottengo “in quanto a“, una locuzione molto simile a “circa“, che abbiamo spiegato nell’episodio n. 212 e quindi significa “relativamente a“, “riguardo a“, “in merito a“.
Torniamo quindi all’episodio “in merito a” visto due puntate fa, per indicare qualcosa, per circoscrivere un aspetto.
Ci sono però alcune cose interessanti da specificare.
Prima di tutto “in quanto a” è più colloquiale rispetto a “in merito a“:
In quanto alla cosa di cui mi volevi parlare, la vediamo domani ok?
Secondo: si usa spesso per indicare cose che meritano meno importanza o per sottolineare dei difetti.
Abbiamo detto le cose più importanti. In quanto ai dettagli li vedremo domani.
La ragazza è carina ma non è il massimo in quanto a educazione
Il compito di italiano che hai fatto non è molto buono in quanto a creatività
Più raramente si usa anche per evidenziare pregi:
Non sei male in quanto a idee.
Italiano semplicemente si contraddistingue in quanto alla qualità delle lezioni
In modo simile posso usare anche “in fatto di“, “a livello di“:
In fatto di fantasia, non mi batte nessuno!
A livello di comodità, la mia macchina è il massimo!
Anche in questo caso parliamo sempre dello stesso uso di “in merito a“, ma in modo più colloquiale.
Ora, a volte succede anche di non mettere “in” all’inizio, ma generalmente l’utilizzo in questo caso è ancora più informale. Sto sempre indicando qualcosa, ma questa forma senza “in” spesso si utilizza per esprimere un sentimento negativo o comunque sempre per sottolineare cose meno importanti,
(in) quanto a te, facciamo i conti dopo!
A voi, amici, vi aiuto volentieri. (In) quanto a coloro che mi criticano sempre, si arrangeranno!
Adesso ripassiamo. Quanto alla durata di questo episodio, non ve ne preoccupate troppo…
Kumi (Giappone): io non mi preoccupo Gianni, ma cerchiamo di darci una regolata comunque.
Rauno Finlandia): di cosa parlerà il prossimo episodio di bello? Lia (Brasile): pare che nessuno sappia questo. In quanto a me, non faccio eccezione. Rafaela (Spagna): invece secondo me, zitta zitta tu ne sai qualcosa…
In merito all’episodio di ieri, abbiamo visto che usare la preposizione “in” davanti a “merito” è come dire “riguardo a” oppure ‘per quanto riguarda’ con riferimento a un campo circoscritto.
A volte si dice anche “in quanto a” ed altre “quanto a“. Questo però lo vediamo nel prossimo episodio. Se ricordate vi avevo accennato al fatto che esiste anche “nelmerito“. Usiamo “nel merito” quando vogliamo entrare dentro quell’aspetto, cioè più in profondità. Infatti si usa spesso il verbo entrare.
Entrare nel merito
Se entriamo nel merito di una questione vogliamo esaminarla, trattarla, discuterla nei suoi aspetti essenziali, quelli più importanti. Ad esempio:
Oggi ho voluto entrare nel merito di questa locuzione, mentre nell’ultimo episodio ve ne avevo solamente fatto un accenno.
La locuzione nasce nel dirittoprocessuale, infatti quando un giudice prende la decisione, decidendo chi ha ragione e chi ha torto, il giudice entra nel merito. Il merito rappresenta proprio la questione sulla quale il giudice prende una decisione. Il giudice entra nel merito e quindi analizza la questione e poi prende la sua decisione. In generale entrare nel merito significa sempre questo, e tutti possono farlo, non solo i giudici.
Possiamo usare questa espressione ogni volta che vogliamo approfondire un aspetto, senza restare in superficie.
Un professore entra nel merito di un argomento ogni volta che fa una spiegazione.
Quindi per indicare un argomento, un aspetto qualsiasi si usa “in merito” mentre per analizzarlo si entra nel merito.
Chiunque è chiamato a risolvere dei problemi per trovare soluzioni deve entrare nel merito.
Possiamo anche decidere di non entrare nel merito di qualcosa, magari perché crediamo non sia necessario oppure per mancanza di tempo. Si usa spesso anche in questo modo infatti.
Se conoscete il termine merito, non è detto conosciate anche la locuzione “in merito” che non ha niente a che fare con il merito. Il termine merito infatti indica l’attribuzione di una qualità, un valore. “In merito” si usa invece per indicare una questione, un argomento di cui parlare o di cui si è già parlato, e per indicare questa questione si utilizza la preposizione “a”:
In merito a
È equivalente a “riguardo a“, ma è un po’ meno informale. Esempio, appena dopo una spiegazione del professore, potete fare la domanda:
Avrei una domanda in merito
Significa: avrei una domanda su questo argomento, vorrei fare una domanda riguardo a questo. In questo caso potreste semplicemente chiedere:
Avrei una domanda
Se volete invece indicare una questione diversa dovete specificarla:
Avrei una domanda in merito alla preposizione da usare.
È lo stesso che:
Avrei una domanda riguardo alla preposizione da usare.
“Inmerito” quindi serve a centrare l’argomento. Se si vuole cambiare argomento, si potrebbe anche utilizzare “per quanto riguarda” che è più discorsivo, quindi usato maggiormente all’orale:
Per quanto riguarda la pronuncia di “merito”, c’è un accento grave sulla lettera e. In merito alla pronuncia… Riguardo alla pronuncia…
Nel prossimo episodio vediamo “nel merito” che ha un significato diverso. Ma la vediamo domani. Oggi non voglio entrare nel merito. Vi lascio al ripasso adesso, dove ascolterete le voci di Carmen e Anthony. Se avete domande in merito a questo episodio potete lasciare un commento.
Anthony: È giunto il tempo di fare dei buoni propositi, che ne dici? Carmen: ti prefiggi sempre una catervadi cose all’inizio dell’anno. Ma poco dopo vieni meno e transigiai tuoi propositi. Così ogni volta ricadi nelle abitudini precedenti, ossia battere la fiacca. Ci metterei la mano sul fuoco che anche questa volta ci risiamo.È sempre la solita solfa. I propositi del nuovo anno lasciano il tempo che trovano. Anthony: risparmiamiil tuo epilogo. Vedrai che questa è la voltabuona. Carmen: Ascolta, ti suggerisco di fare tesoro di un mio consiglio per non prendere una brutta piega anche questa volta. Devi renderti conto di una cosa: urgearmarsi di pazienza. Di prima acchitosembra di non fare alcun progresso, comunque via viavedrai i frutti. Se tieni duro il meritato esito non tarderà. Miraccomando tienilo a mente. Ci vuole pazienza. Anthony: Dunque, mettiamo che io voglia fare sport ogni giorno, cosa potrei fare di bello? Carmen: idea: Andrai tu a spasso con il cane e sarò io a battere la fiacca.
Si dice il prosieguo o il proseguo? E che differenza c’è con il proseguimento e con seguito (e seguìto)?
La risposta alla prima domanda è “Il prosieguo“, con la “i”, sebbene si utilizzi, ma meno comunemente anche la forma senza i: il proseguo.
Ma cos’è il prosieguo? Prosieguo viene da proseguire, continuare. In proseguire non c’è la lettera “i”, tra la “s” e la “e” quindi verrebbe spontaneo scrivere e dire proseguo. In realtà la forma più corretta è prosieguo.
Quindi c’è qualcosa che è iniziato e si sta parlando di un eventuale proseguimento.
Ma il termine prosieguo, nonostante sia equivalente al proseguimento, cioè ciò che viene dopo, si utilizza prevalentemente in una locuzione: “in prosieguo”, e soprattutto “in prosieguo di tempo”, ma ci sono esempi di utilizzo in cui si usano anche altre a cose oltre al tempo: “in prosieguo di qualcosa” significa in un momento successivo, quindi significa “in seguito a qualcosa“, “successivamente a qualcosa“.
Il termine prosieguo si utilizza anche come sostantivo: “il prosieguo” di qualcosa. Anche in questo caso si indica, e ancora più direttamente, ciò che accade in un momento successivo: “il prosieguo” è ciò che accade, ma bisogna indicare “di cosa”.
Vediamo qualche esempio in modo da capire quando possiamo usare “in prosieguo” e “il prosieguo“:
I professori potranno ricevere i genitori degli alunni in prosieguo all’orario scolastico.
Questo significa che i genitori vedranno i professori appena dopo che sono terminate le lezioni, nel prosieguo dell’orario scolastico.
E’ sicuramente un termine meno usato rispetto a proseguimento, ma sottolinea maggiormente il legame tra il prima e il dopo. E’ una specie di allungamento del tempo precedente, quindi generalmente è abbastanza vicino.
Non avete ancora capito? Sarà tutto più chiaro nel prosieguo dell’episodio
Gli studenti non erano molto attenti, ma durante il prosieguo della lezione, il loro interesse crebbe.
Anche con il Covid, bisogna garantire il prosieguo delle lezioni.
E’ importante quindi che le lezioni proseguano, che vadano avanti.
Notate che “in seguito” è abbastanza simile ma è più simile a “dopo“, “successivamente“, quindi c’è meno il senso della continuità, c’è meno legame tra il prima e il dopo. Inoltre spesso c’è il senso della “causa”, quindi di qualcosa che accade dopo che è successo qualcosa. Tuttavia questo è ancora più evidente se uso la preposizione “a”
“A seguito” si usa proprio per indicare la causa e ciò che è successo dopo.
Se dico:
A seguito dell’emergenza dovuta al Covid, le lezioni in presenza si sono interrotte.
C’è una causa: il Covid, che ha determinato l’interruzione delle lezioni in presenza.
Notate che l’accento di seguito è sulla “e”. Invece se parlate del verbo “seguire” al participio passato, l’accento è sulla “i”: seguìto.
Ho seguito tutte le lezioni, ma a seguito dell’emergenza Covid, queste sono avvenute a distanza
Avete seguito attentamente la spiegazione? Allora, come al solito, restate attenti al prosieguo dell’episodio, in cui ripassiamo le puntate precedenti.
Tutti gli studenti non madrelingua conoscono e sanno utilizzare l’aggettivo generoso, ma quanti conoscono e meglio ancora utilizzano ingeneroso?
Sembra avere a prima vista significato contrario rispetto a generosità. Ma non è esattamente così.
Infatti la generosità è la nobiltà d’animo che comporta il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personale di fronte al bene altrui.
Se sono generoso non ho difficoltà a “dare”. In genere ci si riferisce al denaro. La generosità è l’assenza di problemi nel ricompensare o nel donare, e essere generosi è indubbiamente una qualità. Significa essere altruisti e disinteressati. Solitamente il contrario della generosità è l’egoismo, ma se mi riferisco al denaro si parla di taccagneria, tirchieria, che è la caratteristica delle persone attaccate al denaro. Più in generale una persona non generosa è egoista, è gretta, meschina, misera.
Essere ingenerosi invece si riferisce all’assenza di generosità spirituale e di comprensione. Non si parla di soldi o di difficoltà nel dare. Piuttosto si parla di difficoltà nel riconoscere un merito.
La persona ingenerosa tende a dare colpe agli altri più del necessario, tende a non riconoscere qualcosa di positivo in un’altra persona, tende a non perdonare, tende a infierire. C’è poca indulgenza, poca umana comprensione nei confronti del prossimo. Ecco, forse quest’ultima definizione è la più appropriata. Nel linguaggio comune, quello di tutti i giorni, è molto facile lasciarsi andare e descrivere queste persone ingenerose come “stronze” o “egoiste“. Spesso si parla anche di giustizia o di cattiveria o di parlar male di qualcuno:
Non è giusto ciò che hai detto.
Sei cattivo a parlare così
Perché parli male di Giovanni?
Facile comunque usare parole offensive verso queste persone.
Parlare di ingenerosità non è invece offensivo, ma invita alla riflessione, e si può usare anche in contesti più formali. In sostanza, è molto più elegante parlare di ingenerosità piuttosto che utilizzar epiteti o insulti vari. Sicuramente è molto difficile usare questo aggettivo quando si è arrabbiati.
Perché parli male di Giovanni?
Sei ingeneroso se la pensi così
Hai usato parole molto ingenerose verso Giovanni
Con me sono state usate parole ingenerose
Credete che qualcuno abbia mai usato parole ingenerose verso di voi? Ebbene da oggi avete un modo in più per lamentarvi di questo, e per giunta senza offendere nessuno.
Con queste parole iniziano spesso le lettere o una email ad un amico. Un caro amico.
Oggi vediamo proprio i molteplici utilizzi di questo aggettivo italiano.
Caro è un termine che solitamente viene usato per esprimere affetto: caro amico, cara mamma, caro papà eccetera.
In realtà però ha molti utilizzi diversi e alcune volte l’affetto non c’entra nulla.
Giacomo Leopardi in una famosa lirica (l’Infinito) scriveva “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e lui si riferiva all’affetto che nutriva per un colle, che era il monte Tabor del comune di Recanati, nella regione Marche.
Tante cose possono essere definite come “care”.
Con “le persone care”, o “le persone più care“, ad esempio, si intendono i genitori, i parenti e gli amici più intimi. Si chiamano anche “i cari”:
Vorrei riabbracciare i miei cari.
Ha voglia di rivedere i suoi cari.
L’aggettivo diventa un vero e proprio nome in questi casi.
Che caro che sei stato a farmi un regalo per Natale
Sei stato gentile, amabile, anche simpatico.
Manda un caro saluto ai tuoi.
Anche questa è un modo ricorrente di usare caro.
Maria è una cara ragazza
Maria quindi è una ragazza gentile, affettuosa, amabile. Non c’entra con la parentela stavolta.
Giovanni è un carissimo amico
Giovanni è cioè una persona particolare per me, non un amico qualunque. Si usa spesso questa formula soprattutto quando si presenta una persona a cui teniamo molto ad un’altra oppure quando cerchiamo un aiuto per una persona per noi importante.
Sono le persone a noi più care, quelle per le quali si prova più affetto.
C’è un modo particolare di usare “caro”:
Caro mio!
Notate il tono che viene usato. E’ un modo familiare e spesso anche ironico. Ad esempio:
Caro mio, sapessi quanti momenti difficili ho vissuto io alla tua età.
Oppure:
Caro mio, stavolta non mi freghi!
Esprime a volte impazienza, a volte si vuole esprimere saggezza o esperienza di vita, una lezione imparata, o si vuole insegnare qualcosa all’altro, facendo pensare che ci sarebbe molto altro da dire su questo argomento. E’ anche un modo per dare dei consigli, e “il caro” sta a significare che il consiglio è il risultato dell’esperienza.
Caro mio, non sono mica scemo!
Se vuoi fare carriera, caro mio, devi lavorare meno e fare più politica!
Andiamo avanti:
Ma che caro!
Questa esclamazione può esprimere affetto, ma anche l’esatto opposto, dipende molto dal tono che si usa. Può anche esprimere una antipatia per una persona.
Ma che cari i nostri zii, hanno detto che anche quest’anno vengono e trovarci per Natale e resteranno fino a capodanno!
Anche un oggetto può essere molto caro. Lo può essere per due motivi: se ci teniamo molto, perché ha una particolare importanza per noi, oppure se ha un prezzo molto alto.
Quindi caro significa anche “costoso“. Un modo informale ma molto usato da tutti.
Un albergo caro, un ristorante caro hanno quindi dei prezzi alti rispetto alla media.
Anche una persona che esercita una professione può essere cara se si fa pagare molto.
Un parrucchiere caro ha dei prezzi più alti della media.
Com’è quel meccanico? E’ caro?
Equivale a dire: i prezzi sono alti?
Esiste anche “avere caro” che significa tenere a qualcosa o qualcuno.
Ci tengo che ci sia anche tu domani a pranzo da mia madre
Avrei caro che ci fossi anche tu domani a pranzo da mia madre
Significa quindi gradire, apprezzare, desiderare.
C’è anche “tenere caro” che significa aver cura, custodire con cura.
Il mio diario di quando ero ragazzo è un oggetto che tengo molto caro.
Ho cura di questo diario, mi dispiacerebbe che venisse perduto o distrutto.
Simile è “tenersi caro qualcuno“. Si usa solo con le persone.
Tieniti caro il tuo amico Giovanni che potrebbe esserti utile in futuro
Quindi l’amico Giovanni è un amico che non devi perdere: tientelo caro (o tientelo stretto). A proposito, “tientelo” si usa spesso ma è corretto anche “tienitelo“:
Tientelo per te (non dirlo a nessuno)
Tientelo stretto
Tienitelo bene in mente (non dimenticarlo)
Tornando a “caro“:
Ci sono alcuni verbi che usati insieme a caro o cara hanno un significato particolare:
“Vendere cara la pelle” significa perdere, essere sconfitti, soccombere, ma dopo essersi difesi con tutte le proprie forze.
La pelle rappresenta la vita, o anche una partita nello sport, e vendere cara la pelle significa che la propria vita costa molto, è cara, cioè costosa, quindi chi vende cara la pelle non si lascia sconfiggere facilmente, non perderà senza lottare.
Pagare caro un errore invece significa che questo errore ha delle conseguenze molto importanti e negative per chi lo ha commesso.
Costare caro ha lo stesso significato. Sia pagare caro che costare caro usano la metafora del prezzo per indicare le conseguenze di un errore o di uno sgarbo fatto a una persona:
Mi hai detto che sono uno stupido e questo ti costerò caro!
Nel caso di sgarbi, di torti fatti ad una persona, si usa spesso anche al femminile:
La pagherai cara!
Questa è una minaccia vera e propria che si fa ad una persona per aver fatto qualcosa di grave, spesso con la volontà.
Chi non vorrà farsi vaccinare contro il Covid potrebbe pagarla cara: niente viaggi in aereo, niente alberghi, impossibile lavorare nel pubblico impiego.
L’episodio di oggi riguarda purché, congiunzione molto usato nella lingua italiana.
Si usa in modo analogo a “basta che“, o anche “la cosa importante è che“.
In pratica si utilizza per indicare qualcosa di importante, qualcosa di necessario.
Anche questa congiunzione, come benché, si usa col congiuntivo. Stavolta però è sempre così. Non è possibile evitarlo.
Non importa quale vaccino fare contro il Covid, purché funzioni.
È chiaro che ciò che conta veramente è che questo vaccino funzioni. Questo basta, questo è necessario e sufficiente. Questa è l’unica cosa importante.
Ok, ti pagherò, purché tu te ne vada.
Vedete che si usa per le cose cui non possiamo rinunciare, per indicare il minimo richiesto per questo motivo possiamo usare anche “a patto che” , “sempre che” , “a condizione che“.
Si può usare quindi quando si fanno accordi, quando si accetta qualcosa, e anche quando si è disposti a fare qualche rinuncia, ma allo stesso tempo si fissa un limite minimo: meno di questo non è possibile. A questo serve purché.
Notate che nelle stesse circostanze potremmo usare anche “almeno” che è un avverbio di quantità, che ugualmente esprime il concetto di minimo, però non ha esattamente la stessa funzione di purché.
Ad esempio, nella frase
Ti aiuterò purché tu mi dica grazie.
Questo significa che io non ti aiuterò se non mi dirai grazie. Il tuo grazie è necessario.
Se invece io dico:
Ti aiuterò almeno mi dirai grazie
Sto dicendo che io ti aiuterò perché credo che tu mi ringrazierai per questo. Questo è un risultato minimo che credo di ottenere. E’ come dire “se non altro” mi dirai grazie.
Se invece dico:
Mi dirai almeno grazie?
Ti sto chiedendo la minima cosa che tu potresti fare per il mio aiuto. Ma magari potresti fare anche di più.
Quindi “almeno” è più simile a “se non altro“, “se non di più“, “come minimo“, ” a dir poco“.
In entrambi i casi però il mio aiuto non è in discussione.
Invece purché serve proprio a porre una condizione, benchéminima.
Dicevo che si può sostituire con “basta che“, che però è più informale. In questo modo però potete, se volete, evitare il congiuntivo.
Va bene la pasta per pranzo?
Ok, purché sia integrale.
Ok, basta che è/sia integrale.
Sei pronta per uscire?
Sono quasi pronta. Mi aspetti?
Si, basta che ti sbrighi!
Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso “basta che” e come avrete capito, a volte lo si fa quando si è arrabbiati o irritati. Diciamo che può esprimere impazienza in questo caso.
Adesso vediamo un ripasso, purché sia un breve però.
Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda la congiunzione benché, che si scrive con l’accento acuto sulla e, esattamente come perché.
Benché significa “anche se“. Questo è l’utilizzo primario.
Si può usare senza problemi sempre al posto di “anche se“, quindi non abbiate timore nel farlo, benché le prime volte possa sembrarvi strano. Mi piace la, carne, benché io preferisca mangiarne poca. Purtroppo la cattiva notizia è che quando usate benché, in genere si usa il congiuntivo.
A volte si preferisce usare benché perché la frase è più veloce. Il verbo si può addirittura togliere:
Anche se sono stanco, posso allenarmi.
Diventa:
Benché io sia stanco, posso allenarmi.
Oppure:
Benché stanco, posso allenarmi.
In questi casi il verbo lo potete togliere sempre:
Anche se (sono) stanco, posso allenarmi
C’è però un altro utilizzo interessante di benché.
Si utilizza molto spesso in caso di assenza di dubbi.
Se io non ho alcun dubbio posso dire:
Non ho il minimo dubbio
Oppure:
Non ho il benché minimo dubbio.
Non ho il benché minimo dubbio significa che non ho neanche un dubbio, neanche il più piccolo. Anche solo il più piccolo dubbio è da escludere.
Possiamo anche parlare di altro, non solo di dubbi:
Non ho fatto il benché minimo sforzo
Cioè non ho fatto nemmeno uno sforzo, neanche il più piccolo.
Non hai la benché minima prova che io ti abbia tradito!
Sul tuo viso non c’è il benché minimo segno di allegria.
Non ho provato il benché minimo senso di colpa
Sono a dieta. Non mangio la benché minima quantità di carboidrati.
Ora, benché siano passati da poco i due minuti, passo la parola ai membri per il ripasso delle puntate precedenti.
Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda una locuzione che sicuramente vi andrà a genio.
Di quale locuzione sto parlando? Sto parlando proprio della locuzione “andare a genio“.
Sapete cos’è un genio? Un genio è un essere immaginario o astratto, uno spirito dotato di poteri magici, come il celeberrimo genio della lampada di Aladino. Oppure un genio è una persona che ha un eccezionale talento. Si dice spesso della persona che eccelle in un particolare campo:
Mozart è un genio della musica
Einstein è un genio della matematica e della fisica
Maradona è un genio del calcio
eccetera
Ma “andare a genio” non ha niente a che fare né con i poteri magici, tanto meno con il talento.
Questa locuzione invece si usa per esprimere piacere, o meglio un gradimento.
Si può usare solamente il verbo andare.
Posso dire ad esempio:
Il nuovo fidanzato di mia madre non mi va a genio.
Evidentemente questo nuovo fidanzato non mi piace affatto, non è di mio gradimento.
L’oroscopo di oggi dice che avrai dei problemi al lavoro e sarai costretto a sopportare anche qualcosa che non ti va a genio.
Non tutti i ragazzi della mia classe mi vanno a genio
Questa locuzione si usa prevalentemente quando c’è qualcosa che può incontrare o meno la mia approvazione o il mio gradimento.
Un’espressione abbastanza informale per esprimere gradimento e approvazione.
Vedete come si usa il verbo andare? Esprimendo piacere, lo usiamo proprio come il verbo piacere, cioè in forma impersonale:
Mi piace – mi va a genio
Non mi piace – non mi va a genio
Mi piacciono – Mi vanno a genio
Non mi piacciono – Non mi vanno a genio
Si usa la maggioranza delle volte con qualcosa di esterno che può piacerci o meno.
Adesso però ripassiamo qualche espressione passata. Lascio la parola ai membri dell’associazione che hanno scelto, tra tutti gli episodi passati, quelli che gli andavano più a genio.
M1: Si, è vero, ma in primo luogo io personalmente quando faccio un ripasso scelgo le espressioni che credo di aver capito meno, per vedere se riesco ad usarle bene, e solo in secondo luogo quelle che mi vanno più a genio.
M2: Per contro ci sono quelli come me che invece, a valle di una spiegazione, cercano subito di usarla in qualche conversazione.
M3: poi ci sono anche quelli come me che crede di aver capito tutto, per poi ritrovarsi l’indomanicon mille dubbi!!
M4: meno male che avremo altri episodi per ripassare allora. A me ce ne vorranno almeno 1000. A mali estremi, estremi rimedi!
Buongiorno, oggi vediamo due modi alternativi per dire “invece”, che come sapete serve a contrapporre, cioè a evidenziare un contrasto. Questi modi alternativi per dire “invece” sono “di contro” e “per contro”.
Non si usano molto nel linguaggio colloquiale, si usano piuttosto allo scritto.
Si sentono e si leggono spesso anche nei telegiornali, alla radio e si leggono molto sui giornali, anche online.
Ovviamente ci sono delle differenze rispetto ad “invece“, che è più facile da usare perché è sempre utilizzabile.
Vediamo qualche esempio in cui possiamo usare queste due equivalenti locuzioni avverbiali:
Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli. Per contro, anche i datori di lavoro preferiscono lavoratori stranieri.
Vedete che sto facendo un confronto, dove volendo potrei usare “invece“, ma non c’è un confronto, diciamo, alla pari tra lavoratori e datori di lavoro,.
Sarebbe molto più adatto “invece” se dicessi:
Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli, invece molti lavoratori stranieri sono disponibili a venire a lavorare in Italia nel settore agricolo.
Questo è un confronto “alla pari”: si tratta di lavoratori in entrambi i casi. Andrebbe bene anche nel primo caso, ma visto che vogliamo perfezionare la lingua italiana, è più adatto usare “di contro” o “per contro”. Quantomeno è più elegante.
Ci sono poi anche altre modalità simili: al contrario, all’opposto, per converso, viceversa.
Ma queste modalità più che altro sono tutte perfettamente adatte a sostituire “invece“.
Vediamo altri esempi:
Le squadre di calcio italiane più famose sono La Juventus, la Roma, l’inter e il Milan. Di contro, ci sono tante altre squadre poco conosciute all’estero.
Io sono molto veloce a lavorare con word. Di contro i miei colleghi sono abbastanza lenti.
In questo caso “invece” è perfettamente adatto. Si tratta confronti semplici e potrei usare anche i sinonimi che vi ho detto prima:
Io sono molto veloce a lavorare con word. Al contrario, i miei colleghi sono abbastanza lenti.
Io sono molto veloce a lavorare con word. All’opposto i miei colleghi sono abbastanza lenti.
Io sono molto veloce a lavorare con word. Per converso i miei colleghi sono abbastanza lenti.
Io sono molto veloce a lavorare con word. Viceversa i miei colleghi sono abbastanza lenti.
Se in questi casi usiamo “di contro” o “per contro”, vogliamo creare una maggiore contrapposizione, vogliamo creare un maggiore contrasto, vogliamo evidenziare due cose contrarie
Mentre i leader democratici hanno dichiarato che si faranno vaccinare contro il Corona virus, per contro, i maggiori leader repubblicani non hanno ancora annunciato quando intendono e se intendono sottoporsi alla vaccinazione.
Questo è un esempio analogo al precedente in cui voglio creare una maggiore contrapposizione. Vediamo invece un altro esempio in cui è meglio usare “per contro”.
C’è stato un incidente sulla strada principale che ha causato una fila di auto lunga 3 km. Per contro, la circolazione nelle strade limitrofe ha subito parecchi disagi.
Anche in questo caso invece e i suoi sinonimi sono adatti, come sempre, ma io direi un po’ meno rispetto a “per contro” e “di contro”.
Ora il tempo a mia disposizione sarebbe finito e mi verrebbe voglia di salutarvi. Di contro però mi dispiacerebbe non fare il ripasso delle espressioni precedenti. E allora eccovi il ripasso:
Le voci che leggete sono dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
L’episodio di oggi infatti riguarda un utilizzo particolare della preposizione “di“.
Un uso che probabilmente per un non madrelingua occorre parecchio tempo di pratica della lingua per capire bene e assorbirlo nel proprio linguaggio, che poi è la cosa più importante.
Vediamo qualche esempio:
Ho dato una botta con il piede nudo alla sedia. Ho il dito mignolo che mi fa di un male..
Quindi dopo aver colpito la sedia con il piede nudo, cioè senza scarpe né calze, il dito mignolo del piede (cioè il dito più piccolo) mi fa molto male.
L’uso della preposizione di serve ad aumentare il senso di dolore (in questo caso si parla di dolore) e la frase diventa un’esclamazione. Potrei anche togliere ‘di’ e il significato non cambia:
Il dito mi fa un male…
La preposizione di sottolinea ancora di più la mia sensazione, qualunque essa sia, e lascia immaginare l’ascoltatore il livello raggiunto.
Molto colloquiale come modalità espressiva, ma veramente molto efficace.
Vediamo altri esempi:
Ho visto un bambino appena nato oggi… Mi ha fatto diuna tenerezza…
Si usa non solo con le sensazioni, ma con qualcosa di molto elevato in generale:
Ho visto un elefante che era di una grandezza immensa!
È come dire:
Ho visto un elefante che aveva una grandezza immensa.
Ho visto un elefante grandissimo!
Voglio enfatizzare però lo stupore che ho provato, quindi il fine è sempre sottolineare una mia sensazione. Posso enfatizzare qualunque cosa:
Questo pane è di un fragrante…
Questa pasta è di un buono…
Questo cuscino è di un morbido…
Spesso si usa anche per esprimere giudizi:
Sei di una stupidità incredibile.
Ieri sono stato di uno sgarbato unico con te. Scusami.
Spessissimo segue una frase introdotta da “che”.
Infine vi faccio notare che – ma sicuramente lo avrete già notato dagli esempi che vi ho fatto – nel parlato spesso non si usa dire il nome della caratteristica, tipo la tenerezza, la grandezza, la stupidità, ma l’aggettivo al maschile singolare: bravo, tenero, stupido ecc. Il senso è lo stesso:
Sei di una maleducazione (o di un maleducato) che mi viene voglia di prenderti a schiaffi!
Questo panettone è di una bontà (o di un buono) che me lo mangerei tutto.
I membri dell’associaizone sono di una bravura (o di un bravo) che vi faccio ascoltare l’ultimo ripasso che hanno fatto:
Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Avete mai fatto un applauso? Credo proprio di sì, perché gli applausi si fanno in molte occasioni, ad esempio al teatro, rivolto agli attori e alla loro prestazione.
Facile fare un applauso: basta applaudire, cioè battere le mani almeno due volte di fila. Si produce un suono con le mani e questo suono è una manifestazione di apprezzamento e approvazione.
Si fanno applausi anche durante le premiazioni.
Ebbene, per manifestare entusiasticamente il proprio consenso si può usare anche il verbo plaudire.
La differenza con applaudire è che in questo caso non si battono le mani. Non necessariamente almeno.
Plaudire è sicuramente un verbo che i non madrelingua non usano perché non è molto usato nella comunicazione di tutti i giorni.
La usano molto spesso i giornalisti, e si usa spesso anche nella comunicazione formale, quando appunto si manifesta un apprezzamento.
Ad esempio:
La tua decisione ha ricevuto il plauso di tutta la dirigenza.
Complimenti per il tuo discorso. Hai il mio plauso.
A tutti gli infermieri e i medici che hanno lavorato contro il Covid va tutto il nostro plauso.
In questi casi non c’è un applauso, che si fa con le mani, ma un plauso, che è quindi un apprezzamento in cui non si usano le mani.
Notate però che i confini tra il plauso e l’applauso non sono così netti, marcati.
Infatti esiste anche plaudente:
Dopo lo spettacolo, la folla era plaudente!
La folla plaudente è un insieme di persone che applaude. Non esiste “applaudente”, ma esiste solamente “plaudente”.
La folla ha molto apprezzato e ha fatto dunque un grosso applauso. Dunque la folla era plaudente, in quanto ha applaudito.
Plauso e plaudente si usano molto spesso nella lingua italiana, per il resto però non si usa granché. Si preferisce usare i verbi apprezzare e volendo anche approvare.
Quindi anziché dire “ti plaudo” si preferisce dire “ti apprezzo”. Plaudire come detto si riserva ad occasioni speciali e importanti, tipo:
Plaudire è il minimo che possiamo fare per questa tua nobile iniziativa
Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Per non saper né leggere né scrivere è l’espressione di oggi.
Un’espressione colloquiale molto usata da tutti gli italiani che si usa in caso di dubbio. Significa “nel dubbio”, o anche “per sicurezza”.
Quando si ha un dubbio, spesso questo dubbio è legato ad un evento che deve ancora accadere, o a qualcosa che si deve ancora scoprire. In questi casi si può decidere di prendere una decisione per sicurezza, anche se non si sa cosa succederà.
Questa decisione in qualche modo limita i danni. La scelta che facciamo, la decisione che prendiamo è cautelativa, e la prendiamo anche se continuiamo a avere dei dubbi.
Ad esempio, se non so se sarò interrogato dal professore domani, per sicurezza è una buona cosa prepararsi bene. Non si sa mai. Giusto? Allora posso dire:
Io, per non saper né leggere né scrivere, mi preparo lo steso.
Ovviamente la frase non va presa alla lettera. E’ solo un modo simpatico per esprimere una scelta cautelativa, per stare sicuri, tranquilli, perché non si sa mai. Magari non servirà a nulla, ma nel dubbio meglio prepararsi.
Altri esempi:
Non so se sono positivo al Covid, ma per non saper leggere né scrivere meglio non andare dai miei genitori queste feste natalizie.
Questa espressione è anche un atto di umiltà, ma una finta umiltà, come a dire che io non so fare previsioni, non so cosa succederà, ma nella mia ignoranza so cosa fare. Questa dichiarata ignoranza si esprime con il non saper leggere e scrivere, ma è ovviamente una figura retorica, solo un’immagine quindi.
Volendo potrei dire “nel dubbio”, o anche “a scanso di equivoci”, che abbiamo già visto, ma forse la frase equivalente più adatta è “per sicurezza”, e anche “in via cautelativa”.
Tra amici e in famiglia si usa spesso, soprattutto come consiglio. Solitamente non si usa allo scritto.
Adesso tocca al ripasso di oggi.
Bogusia: Gianni aspetta quantomeno da tre ore. E non arriva niente. Che ne dite, ci scervelliamo un po‘?
Rafaela: Io direi che mi gira bene adesso, perché no? Ieri non abbiamo fatto nulla e *tantomeno* oggi.
Ulrike: Cosa? Dovrei tornare a lavorare? Stai fresca
Hartmut: Ma dai! È ovvio! In virtù della nostra amicizia e tempo permettendo, ovviamente.
Emma: È risaputo che facendo le frasi di ripasso, quelle di fissano nella memoria.
Sofie: E poi sarebbe fuori luogo lasciar correre, e lasciarlo da solo, senza il nostro apporto.
Irina: Allora perso per perso, scherziamoci su. Tanto non possiamo ovviare a questi problemi con le frasi fatte della lingua italiana. Dobbiamo affrontarle.
Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi, prima di iniziare la spiegazione di una locuzione italiana, ascoltiamo un breve ripasso degli episodi precedenti dove viene usata l’espressione “di primo acchito“, che vi spiegherò dopo. Ascoltiamo un dialogo telefonico tra un ragazzo e i suoi genitori. Si parla del Natale 2020.
Emanuele (figlio): uè papino! ciao mammina!
Sedetevi che ho una domanda da farvi e non sarà una RETORICA. . . Non è che CI RESTERETE MALE se non scendo per Natale?
Emanuele: ma, mi state CAZZIANDO? Del fatto che sono giovane e IN QUANTO TALE eventuale portatore asintomatico del virus NON VE NE RENDETE minimamente CONTO? Se pensate che SGARRÒ alle disposizioni del governo così facilmente, correndo il rischio di infettarvi, STATE FRESCHI!
Anthony: di primo acchito, la tua proposta mi ha lasciato di STUCCO. Ma forse deve prevalere IL BUON SENSO.
Xiaoheng: Mi arrendo. Non PUNTO I PIEDI. Al di sopra di tutto, l’importante è che sopravviviamo a questo brutto periodo. E così, FORTI DI questa esperienza, saremo una famiglia ancora più compatta. Allora ciao carciofino, ché devo chiudere. Ho una lasagna da prepararti. Te la porterà zio Ciro che salirà domani per lavoro.
Giovanni: dunque avete ascoltato questo breve e divertente dialogo tra un ragazzo, molto saggio e i suoi genitori. Il papà dice che di primo acchito, la proposta del figlio l’ha lasciato di STUCCO.
Di primo acchito è un’espressione che significa inizialmente, all’inizio. Si tratta della primissima impressione che si ha. Spessissimo la si usa con due t (acchitto), ma la forma corretta è acchito, con una sola t.
Possiamo usare questa espressione in tantissime occasioni, ogni volta che a seguito di una prima impressione, la sensazione o l’opinione cambia: inizialmente si pensa una cosa e poi un’altra.
Ad esempio:
Ho visto una ragazza che di primo acchito sembrava la mia fidanzata, poi in realtà ho visto che non era lei.
Avevo gli occhiali appannati per via della mascherina, e stavo calpestando un topo che di primo acchito mi sembrava un pezzo di legno.
Andare ad abitare sulla luna potrebbe di primo acchito sembrare un’assurdità, eppure qualche scienziato ci sta pensando!
Appare di primo acchito incomprensibile imparare l’italiano senza concentrare troppo l’attenzione sulla grammatica, eppure questi episodi di Italiano Semplicemente mi stanno facendo cambiare idea.
Un’espressione che si può usare anche allo scritto, ma non in contesti troppo formali. La forma con due t, sebbene scorretta (acchitto), nella forma orale è comunque più diffusa.
Giovanni: Oggi vediamo due locuzioni che servono per indicare l’inizio e la fine di qualcosa.
Le locuzioni in questione sono “a monte” e “a valle” che rappresentano l’inizio e la fine rispettivamente.
“A monte”, sembra indicare un monte, cioè una montagna. La cosa non è casuale perché la montagna, o il monte è dove nasce un fiume.
Avete già capito che queste due locuzioni usano un’immagine figurata.
In realtà si possono usare sia in senso proprio che figurato.
In senso proprio, dicevo, “a monte” indica la parte più alta del corso di un fiume. Tutti i fiumi scendono dall’alto al basso ovviamente, per effetto della forza di gravità.
Quindi se vi trovate in un punto qualsiasi del fiume, per capire dove nasce il fiume dovrete andare a monte, dovrete cioè risalire il fiume fino a monte.
Si usa il verbo risalire i questi casi. E dove è diretto il fiume?
Tutti i fiumi dono diretti a valle.
Quando finiamo di scendere il monte significa che siamo arrivati a valle. In Italia ci sono tante valli perché ci sono anche tanti monti. Ogni valle ha un suo nome.
Quindi a monte e a valle in senso proprio indicano due direzioni opposte, una che rappresenta l’origine del fiume, l’altra dove il fiume termina, quindi è la parte più vicina alla foce, cioè dove il fiume entra in un mare, un lago o un altro corso d’acqua.
In senso figurato invece si vuole indicare non l’origine di un fiume, ma un altro tipo di origine, come l’origine di un problema, dove nasce un problema.
Non per forza un problema però. Diciamo che la cosa che conta è che ci sia una serie, breve o lunga che sia, di eventi, legati logicamente tra loro, che si susseguono l’un l’altro.
Ogni evento ne causa un altro, ne determina un altro. In genere c’è anche un ordine cronologico.
Vediamo qualche esempio:
Se vedo un uomo che vive per strada, che non ha una casa, probabilmente a monte ci sono stati dei problemi economici, o magari dei problemi psicologici o anche entrambi. Magari invece a monte c’è stato un problema familiare.
Voglio quindi indicare l’inizio del problema, il momento che ha dato origine alla situazione attuale.
Vediamo un esempio con ” a valle”.
Amazon è un’azienda di servizi grandissima, dove lavorano tantissime persone. A valle della catena dei servizi ci sono i cosiddetti corrieri amazon, che sono coloro che consegnano i pacchi ai clienti.
Vedere che in questo caso non parliamo di problemi, ma solo di una catena di passaggi successivi che termina con la consegna al cliente da parte di amazon.
Sono due locuzioni che si usano molto spesso in ambito lavorativo, dove i problemi e i processi non mancano mai.
A volte si preferisce semplicemente parlare di origine o di inizio o anche di causa.
Ad esempio:
In origine, questa casa era un albergo.
All’origine del problema dell’inquinamento c’è l’estrazione del petrolio.
L’origine dell’uomo è la scimmia.
Non si può certamente dire che a monte della casa c’era un albergo.
Non lo posso fare perché sono cose slegate tra loro. Il motivo per cui oggi c’è una casa normale non risiede nel fatto che prima fosse un albergo. Non c’è una causa e un effetto ma solo un evento precedente uno successivo.
Invece nel caso dell’inquinamento potrei dire che a monte dell’inquinamento c’è l’estrazione del petrolio. È un processo industriale.
Posso anche dire che la produzione della plastica avviene a valle dell’estrazione del petrolio. Quindi “a valle” si può spesso tradurre con successivamente, e “a monte” può diventare precedentemente, o in precedenza, ma deve esserci una catena causale (causale, non casuale).
Le due locuzioni si usano spesso anche in ambito economico e politico.
Ad esempio posso dire che a monte delle politiche nazionali in Europa ci sono spesso le decisioni prese dalla comunità europea. Ancora più a valle ci sono le politiche regionali e comunali.
Vedete quindi che spesso non si tratta semplicemente di un prima e di un dopo, ma c’è anche un legame logico oltre che cronologico.
L’episodio non finisce qui, perché come al solito, a valle di ogni spiegazione della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente c’è sempre un breve ripasso delle puntate precedenti.
Ulrike:
Facciamo un breve ripasso di gruppo. Siete in vena?
Doris: Domandaretorica.Vuoi che non abbiamo sempre presente la prima regola d’oro di italiano semplicemente, ossia l’importanza delle ripetizioni per il nostro apprendimento?
Bogusia :
Giusto, poi quali membri dell’associazione italiano semplicemente siamo votati alla sua causa.
L’espressione di oggi è “fare tesoro” si qualcosa.
La caratteristica di questa espressione è utilità di un’esperienza vissuta, ma non solo di un’esperienza; anche delle parole che ci ha detto una persona.
Il termine “memore” è più incentrato sulla memoria, “reduce” sull’esperienza vissuta, “forte” si concentra invece su qualcosa che ci rafforza.
“Fare tesoro” invece utilizza la parola tesoro, che esprime ricchezza. Un tesoro è qualcosa da custodire perché è molto prezioso. Quando si dice che dobbiamo fare tesoro di qualcosa ci si riferisce all’utilità, alla grande utilità che ne deriva.
Posso fare tesoro di un’esperienza vissuta cercando di non ripetere gli errori commessi.
Se invece faccio tesoro dei consigli di un amico allora cerco di seguirli, di metterli in pratica
Far tesoro si usa spesso quando si parla di consigli e di esperienze, quando si vuole sottolineare la loro utilità. Si usa anche quando si fanno le promesse: “farò tesoro dei tuoi insegnamenti”.
Tradurre “fare tesoro” come “tener conto” non è del tutto esatto perché “tener conto” è, diciamo, privo di sentimento, una modalità troppo fredda, senza emozione.
Infatti “tener conto” si può usare anche al posto di “non dimenticare“, oppure al posto di “bisogna considerare” quindi non parliamo necessariamente di esperienze vissute che possono tornare utilissime nel futuro.
Un ultimo esempio:
Se siete curiosi della cucina italiana, se venite in Italia e vi capita di assistere alla preparazione di qualche specialità italiana, fate tesoro di ciò che vedete perché potrete provarci anche voi in futuro.
Attenzione poi perché non si deve inserire nulla tra “fare” e “tesoro” in quanto questa è una espressione ormai cristallizzata e va usata in questo modo. Non è la stessa cosa “fare un tesoro” o “fare il tesoro” eccetera.
Adesso che ne dite se facciamo tesoro di quanto imparato negli episodi precedenti? La parola a Bogusia.
Bogusia: Sulla scorta di quanto hai detto poc’anzi sulle pietanze italiane, di punto in bianco mi sono ricordata di una vicenda avvenuta quando, assieme a qualche mio compatriota, viaggiavamo alla volta dell’Italia. Si dà il caso che alcuni di loro siano rimasti sbigottiti del fatto che si mangiasse la pasta come primo piatto. Infatti in Polonia il primo piatto è sempre la zuppa (tra parentesi la facciamo buonissima).
Comunque, visitando un altro paese, bisogna avere contezza delle sue usanze ed accettarle. Fortedella flessibilità che contraddistingue il mio carattere (sono del segno dei pesci), appunto per la mancanza della stessa flessibilità ho dovuto cazziarli, e ricordare loro che bisognerebbe badare a non lamentarsi ma accettare la cultura di ogni paese. Sono stata restiadi essere accondiscendente. Nonostante la mia cazziata, cercare di cambiare le persone lascia il tempo che trova. Che volete, la gente è quello che è. Pazienza!
Giovanni: Abbiamo quasi finito di spiegare una serie di modalità molto simili tra loro.
Abbiamo iniziato con “memore“, poi abbiamo visto “reduce” poi “forte“. Rimangono due modalità simili per riferirsi alle esperienze vissute in passato.
Oggi vediamo “sulla scorta“. E’ molto simile alle precedenti. La meno prossima tra quelle che abbiamo già visto è “memore”, che è quella che più fa riferimento alla memoria. Quindi sempre del passato parliamo, ma spesso memore richiama un passato molto lontano, e non sempre si tratta di esperienze personali. “Sulla scorta” si usa spesso in ambienti lavorativi.
Infatti c’è poca emozione in questo caso e il singolo individuo è meno coinvolto. Sulla scorta vuole la preposizione di, e “sulla scorta di” equivale a “in base a“.
Attenzione perché in questo caso non sempre si parla di passato. O meglio si tratta di un momento precedente ad un altro, ma questo momento può anche essere futuro.
Faccio un esempio per capire immediatamente:
In una classe di studenti, il professore potrebbe dire:
Deciderò la difficoltà dei compiti da assegnarvi sulla scorta del vostro livello raggiunto col passare del tempo.
.Questo significa che il professore, prima di decidere quale compito assegnare di volta in volta, aspetterà di vedere i risultati del compito precedente.
E’ esattamente come “in base a“, o anche “basandosi su“.
A me non piace molto come locuzione, comunque si usa il termine “scorta” perché questo termine viene usato, se ci pensate, anche per indicare una sorta di aiuto, qualcosa che può essere utile, come la “ruota di scorta” che è utile se ci capita di forare uno pneumatico della nostra auto. Le “scorte alimentari” invece hanno la funzione di essere utilizzate quando abbiamo fame.
Quindi sulla scorta di qualcosa indica qualcosa da usare, qualcosa di cui tenere conto. Sulla scorta in definitiva equivale a:
In/sulla base a/di
tenendo conto di
Alla luce di
Vediamo qualche esempio:
Dobbiamo terminare il lavoro sulla scorta di quanto abbiamo fatto ieri.
Equivalente a:
Dobbiamo terminare il lavoro sulla base di quanto abbiamo fatto ieri.
Dobbiamo terminare il lavoro alla luce di quanto abbiamo fatto ieri.
Dobbiamo terminare il lavoro tenendo conto di quanto abbiamo fatto ieri.
In questo esempio, a differenza di prima, ci riferiamo a ieri, quindi al passato.
Altro esempio:
Coronavirus: Il Governo deciderà le regole da rispettare per il 2021 sulla scorta dei dati di fine anno 2020
La decisione di fare la riunione dei membri di Italiano Semplicemente nel 2021 in Italia sarà presa sulla scorta del livello di sicurezza che sarà raggiunto.
Giovanni, sulla scorta delle indicazioni dei membri dell’associazione, deciderà la data più opportuna per incontrarci nel 2021.
Bene adesso ripassiamo un po’:
Doris: Hai fatto bene a parlare della riunione dei membri, perché probabilmente ci sarò anch’io. Te lo faccio saper nel giro diun mese, ma deciderò anche sulla scorta di quello che dicono gli altri.
Ulrike: Io ci resterei maleperò se non si facesse la riunione neanche quest’anno.
Rafaela: avrei in mente una mandrakata, ve la dico?
Komi: Magari!,Io pur di venire in Italia farei anche le magie nel 2021.
Rafaela: Ecco cosa ho pensato: noi intanto prenotiamo, così i prezzi sono più bassi, che ne dite? Pensate che questa proposta abbia il suo perché?
Sofie: un’idea ottima idea. Ma dopo cotantaidea, adesso Giovanni datti da fare se tutti siete d’accordo!
Giovanni: Benissimo. Poi dicea che servono i ripassi!
Giovanni: oggi, cari amici, ci occupiamo dell’espressione “forte di”. Vorrei farlo ancora una volta con l’aiuto dei miei amici e membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Se siete d’accordo eh?
Olga: io ci sto. Anche se mi è rimasto un dubbio sul termine reduce. Si può usare in senso positivo?
Giovanni: si, si può fare infatti “essere reduci da” molto spesso si usa al posto di “venire da“, quindi semplicemente citando qualcosa di vissuto, un’esperienza positiva o negativa.
Ad esempio nello sport posso dire che una squadra è reduce da 10 vittorie consecutive. Si può fare. Non è tanto la memoria in questo caso la protagonista, ma ciò che è appena accaduto, cioè le ultime esperienze vissute. Vero Max?
Max: invece l’espressione di oggi Giovanni, “forte di” cosa ha a che fare con la forza?
Giovanni: Ok, grazie della domanda. Ci sono altre domande?
Ulrike: ciao Gianni. Avevi annunciato un episodio sulla locuzione “forte di”. Allora ho dato un’occhiata su google ed ho visto che ci sono significati diversi! C’è un utilizzo particolare di cui vuoi parlare?
Giovanni: grazie anche a te Ulrike. Bella domanda.
Normalmente trovate frasi come:
Sono più forte di te
Sono più forte di prima
Sono molto forte di cuore
Siamo la squadra più forte del Campionato
Eccetera.
In questo episodio invece “forte di” è legata all’esperienza o a qualcosa che ci rende più forti, ma non fisicamente. Dopo “di” dobbiamo indicare la cosa che ci rafforza, la cosa che ci dà forza. “forte di” , in questo caso è esattamente come “rafforzato da”.
Ha a che fare con la forza perché l’esperienza vissuta in passato ci rende più forti. Soprattutto se in futuro ci ricapita di vivere esperienze simili.
Irina: e quale verbo si usa in questo caso? Sempre il verbo essere come con memore e reduce?
Giovanni: si Irina, e anche il verbo fare: essere forte e farsi forte. Ma anche nessun verbo.
Vi faccio alcuni esempi.
I lavoratori hanno fatto un accordo molto favorevole con l’azienda. Forti dell’accordo raggiunto, ora possono essere soddisfatti.
Sofie: ho una domanda sulla preposizione da usare: stavolta è “di” e non “da”. Perché? Con reduce usiamo “da” invece.
Giovanni: Ottima domanda Sofie. Con reduce usiamo “di” nel caso in cui reduce è sostantivo, tipo: “i reduci di guerra”. Invece quando è aggettivo usiamo “da”: “siamo reduci da una brutta esperienza”. Ad esempio. Usiamo “da” perché veniamo da una brutta esperienza. “I reduci” invece hanno l’articolo, quindi è sostantivo.
Quindi stavolta usiamo di perché la forza viene imputata a un particolare motivo. Ad esempio:
Forte dell’esperienza vissuta
Forte di un successo avuto
Forte di molti anni di studio
Eccetera.
Poi c’è un’altra cosa da dire. La preposizione “da” è più adatta per indicare la provenienza, quindi anche le esperienze vissute, il passato, ciò che viene prima in generale.
Invece in questo caso vogliamo riferirci a ciò che ci rende forti. Vogliamo indicare quello che ci è utile adesso. E per indicare qualcosa la preposizione di è più adatta.
Xiaoheng: Quindi adesso potrei dire che, forte di questa spiegazione, sento che potrei subito usare questa locuzione. Ho detto bene?
Giovanni: perfetto cara Xiaoheng. Vedi come ho imparato bene la pronuncia del tuo nome, forte di tanti tentativi?
Komi: riguardo all’uso del verbo fare, “farsi forte” di qualcosa è diverso da “farsi forza”?
Giovanni: infatti caro Komi, molto diverso. Farsi forza significa farsi coraggio, incoraggiarsi. Si può dire a una persona che non sembra avere la forza di affrontare qualcosa. Se devi fare un esame ma hai paura di non superarlo io posso dirti:
dai, fatti forza e vedrai che ce la farai
Questo però non c’entra nulla con la frase di oggi ma hai fatto bene a fare la domanda.
Allora se avete altre domande, fatevi forza e fatele.
Carmen: sembra che farsi forte di qualcosa, se ho capito bene, vuol dire utilizzare questa cosa come principale argomento a proprio vantaggio.
Giovanni: proprio così Carmen. Ad esempio io, che sono il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, posso farmi forte di questa posizione per decidere quale sarà il prossimo episodio di cui ci occuperemo.
Vedete che in questo caso non parliamo neanche di un’esperienza passata, ma stiamo solo indicando la cosa che mi rende forte. Questo è un motivo in più per usare la preposizione “di” e non “da”. Questo la rende simile all’espressione “in virtù di” che abbiamo spiegato nell’episodio 231 di questa rubrica.
Bene, credo che abbiate abbastanza su cui riflettere. Nel prossimo episodio vediamo insieme “sulla scorta di” e vedrete che, forti degli episodi precedenti tutto sarà più facile. Un saluto e grazie a tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente che mi hanno aiutato oggi.
Giovanni: Allora oggi, dopo aver spiegato il termine “memore“, è il turno di “reduce”, simile a memore, ma ci sono delle differenze. Anche oggi mi aiuteranno alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente, che pare trovino questa modalità per realizzare gli episodi alquanto stimolante.
Allora, cosa mi dite di “reduce”?
Sofie: cosa significa reduce? Nel dizionario ho trovato che il concetto è usato ad esempio come un nome.
Giovanni: infatti esiste il reduce, che è una persona. Reduci se sono più persone, maschi o femmine. Si usa normalmente con i soldati che vengono dalla guerra. Quindi è simile a “sopravvissuto“.
Fernando: è interessante anche il fatto che non esista un verbo corrispondente al nome.
Giovanni: infatti anche con reduce si usa “essere reduce“, proprio come “essere memore“.
Ulrike: In un altro episodio abbiamo parlato di rimettersi in sesto che significa guarire da una malattia, riprendersi da un infortunio.
Quindi chi viene da una malattia, possiamo dire che è reduce da una malattia?
Giovanni: certo: reduce significa “che ritorna“, quindi “che viene“. Si parla di esperienze vissute, come nel caso di memore, però c’è il senso del passato rischioso, di un’esperienza passata che abbiamo superato, proprio come i reduci dalle guerre, i reduci del campo di concentramento.
Ogni volta che si ha un’esperienza pericolosa, rischiosa in qualche modo, ma che abbiamo superato, possiamo usare “essere reduce da”.
Ulrike: ma ho visto che si usa anche in modo scherzoso. Ad esempio:
Sono reduce dopo una lunga passeggiata col mio cane.
Giovanni: certo, si usa in realtà molto più spesso in questo modo. Si lascia intendere che la passeggiata, in questo caso, sia stata un’impresa!
Ulrike: il giorno dopo Natale posso dire di essere reduce dal pranzo a casa di mia madre?
Giovanni: esatto, proprio in questo modo! Va benissimo!
Irina: Mi piace questo uso scherzoso. Sembra più utile nella vita quotidiana.
Giovanni: è proprio così cara Irina! E se collaborare a realizzare questi episodi ti sembra molto a rischio di fare brutte figure, alla fine potrai dire di essere reduce dall’ultimo episodio della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.
Doris: io sono reduce da una serie di notti in bianco. Posso dire così?
Giovanni: certo, tranquillamente.
Irina: Mio fratello, reduce dall’esame di latino, è sfinito!
Irina: Il gruppo rock è reduce da un tour in Australia.
Giovanni: si può anche essere reduci da un periodo di assenza, anche se non c’è stato pericolo in questo caso.
Bogusia: Allora io direi che sono proprio io un membro reduce da un lungo periodo di assenza dal gruppo Whatsapp dell’associazione. Ma adesso sono rientrata. Siccome però sono memore delle lagne di alcuni membri, che spesso dicevano frasi come “io sono ancora a carissimo amico“, o cose di questo tipo, da allora, mi ha preso alla sprovvista la leggerezza con cui queste persone sono riuscite a sfoderare tutti questi esempi che avete fatto Grazie mille per tutti i vostri esempi con i fiocchi.
Giovanni: bene, visto che Bogusia ci ha aiutato anche a ripassare, ci vediamo al prossimo episodio in cui ci occupiamo ancora di memoria, con la frase “forte di“.
Giovanni: ragazzi, come potremmo spiegare il termine Memore? Potete aiutarmi?
Anthony: sembra legato alla memoria. Sul dizionario ho trovato questo significato. Pare si debba usare il verbo essere, tipo “io sono Memore”
Giovanni: si, giusto Anthony. Facciamo un esempio?
Doris: sono memore di quando ero bambina.
Giovanni: si la frase Doris è corretta ma va inserita in un contesto in cui la memoria ti aiuta oggi.
Doris: allora riprovo. oggi riesco a esprimermi in italiano memore dei mille errori fatti in passato.
Giovanni: esatto, quando si usa memore bisogna generalmente anche specificare a cosa è servita l’esperienza passata. In questo caso è servita ad esprimerti meglio in italiano.
Al plurale rimane così? No, al plurale diventa memori, ma attenzione a come si pronuncia memori.
Sofie: in pratica essere memori di qualcosa significa ricordarsi di qualcosa e conservare nella memoria questa cosa per poi utilizzarla in futuro.
Giovanni: mi hai rubato le parole di bocca Sofie. È proprio così.
Sofie: si usa sempre la preposizione di?
Giovanni: si, è come dire “mi ricordo di”. Quindi essere memori di un’esperienza significa ricordarsi di quell’esperienza.
Vi faccio alcuni esempi:
Molti italiani, memori del significato delle parole fame e guerra, oggi sono felici anche se hanno pochissimo per vivere.
Memore degli errori fatti nel compito di italiano, studierò molto di più la prossima volta
Bogusia: scusa Giovanni, mi sembra di aver capito che queste esperienze avute in passato siano sempre negative.
Giovanni: hai ragione Bogusia, allora bisogna fare anche qualche altro esempio. Infatti si usa anche per i bei ricordi che conserviamo nella memoria.
Irina: che però ci hanno insegnato qualcosa, oppure che ci fa semplicemente piacere ricordare.
Giovanni: perfetto Irina. Assolutamente perfetto. Vedo che Ulrike vuole fare una domanda. Prego Ulrike.
Ulrike: Posso aggiungere un esempio?
Quando ero adolescente mia madre ha detto: un giorno quando sarai grande sarai memore dei miei consigli, vedrai. Ora so, non sono solamente memore dei suoi consigli, ma anche e soprattutto del suo amore.
Bogusia: posso essere memore della cordialità di una persona.
Giovanni: esatto. L’importante è che si conservi il ricordo di un fatto non solo nella mente ma anche nel sentimento, e anche in modo continuo, non momentaneo.
Altre domande?
Bogusia: Ah, si. Ascolto tante cose che riguardano la storia. Potrei dire anche, credo almeno, ad esempio: l’Italia è un paese pienissimo di luoghi memori di migliaia di vicende storiche. Allora non solo una persona può essere memore. Vero?
Giovanni: assolutamente si. Anche un luogo può conservare ricordi, proprio come una persona. Per oggi vi risparmio il ripasso. Può bastare così. Ci vediamo al prossimo episodio in cui vedremo ancora un termine collegato alla memoria: reduce.
Rispondo ad una domanda che mi ha fatto Doris, membro dell’associazione Italiano semplicemente. Doris mi ha chiesto la differenza tra “me ne frego” e “me ne frega”.
Grazie della domanda Doris. Abbiamo già tratato il verbo fregarsene ma oggi lo approfondiamo grazie ala tua domanda.
Allora: Quando siete o non siete interessati a qualcosa, quando provate o non provate interesse, un modo molto informale per esprimere questo concetto è usare il verbo fregarsene.
Parliamo di interesse e disinteresse, ma se usiamo il verbo fregarsene è soprattutto per esprimere disinteresse:
Io me ne frego
Tu te ne freghi
Lui se ne frega
Noi ce ne freghiamo
Voi ve ne fregate
Loro se ne fregano
Se dico che me ne frego di te significa che non mi interessa nulla di te.
Si tratta di un forte disinteresse, quasi di un disprezzo.
Usate questo verbo con moderazione perché può essere molto offensivo.
Tu te ne freghi di me
Significa che non sei per niente interessato a me. Non hai alcun interesse per me.
Mario se ne frega di Francesca
Significa che Mario non è per niente interessato a Francesca.
Ora, cosa succede se invece vogliamo esprimere il significato opposto, cioè che non è vero che non siamo interessati?
Vediamo, nelle tre frasi che abbiamo visto sopra, come fare:
Il contrario di “me ne frego di te” sarebbe:
Non me ne frego di te
Di te non me ne frego
Ho detto sarebbe perché questo verbo come ho detto si usa quasi esclusivamente per esprimere un forte disinteresse.
Infatti se volete veramente dire che provate interesse, meglio usare la seguente forma:
Non è vero che me ne frego di te!
Di te non me ne frego affatto!
Il tono da usare è anch’esso importante per far capire le proprie intenzioni.
Perché si può creare questo malinteso? Perché dovete poi sapere che esiste anche “me ne frega” e “non me ne freganiente/nulla“.
A me non frega nulla
A te non frega nulla
A lui non frega nulla
A noi non frega nulla
A voi non frega nulla
A loro non frega nulla
Sempre uguale. Non cambia mai. Questa è la versione, possiamo dire “maleducata” dell’uso di un altro verbo: importare. Lo vediamo tra un po’.
Questa forma, allo stesso modo del verbo fregarsene, si usa per mostrare prevalentemente un forte disinteresse.
Di te non me ne frega niente
Non mi frega nulla della scuola (più informale)
Non me ne frega nulla della scuola
Che me ne frega della grammatica! Mi basta leggere e ascoltare.
Non sono ricco? Che mi frega! Mi basta avere molti amici ed essere in salute.
In questo caso si aggiunge “non“:
Non mi frega di…
Non mi frega niente di…
Non me ne frega nulla di…
Significa che non sono per niente interessato a qualcosa.
Se rivolgo la domanda ad un’altra persona diventa invece un consiglio a fregarsene:
Che te ne frega di Giovanni? Non dare ascolto alle sue parole!
Oppure è una vera domanda, sebbene un po’ arrabbiata:
Giovanni, ma tu sei innamorato di Sofia?
E a te che te ne frega? Fatti gli affari tuoi.
Equivalente a (usando fregarsene):
Fregatene!
Te ne devi fregare!
Insomma nelle due forme viste si usa quasi esclusivamente per esprimere un forte disinteresse.
Quando invece voglio mostrare interesse invece in genere non si usano queste due forme.
Si può fare ma solo per negare il disinteresse. Ad esempio:
Non è vero che non mi frega nulla di te
Non è vero che me ne frego di te
Se vogliamo esprimere interesse meglio usare un’altra modalità: usare il verbo importare, di cui abbiamo accennato prima.
Se qualcosa è importante per te, allora a te importa di questa cosa.
A me importa imparare l’italiano
Vuol dire che l’italiano è importante per me.
A te importa qualcosa si me?
La domanda equivale a:
Sei interessato a me?
Sono importante per te?
Posso usare questo verbo anche per mostrare disinteresse, se una cosa non è importante:
A me non importa se mi tradisci
Non ci importa se non venite alla festa
A loro non importa nulla di voi
Questo verbo si può quindi usare sia per mostrare interesse sia disinteresse.
Quando uso “non mi frega” e “chi se ne frega”, sebbene questa forma si usi quasi sempre solo x mostrare un forte disinteresse (ed è anche maleducata come detto) funziona allo stesso modo di importare.
Mi importa = mi frega
Non mi importa = non mi frega =
Non me ne importa = non me ne frega.
“Non mi frega” e “chi se ne frega” si usano soprattutto quando siete arrabbiati:
Non mi frega niente di te!
Lo vuoi capire che non mi frega più nulla di te? Io amo un’altra donna!
Lo stesso è con il verbo fregarsene:
Non sei d’accordo con me? Me ne frego!
Me ne frego se non vuoi indossare la mascherina 😷. Indossala e basta!
Adesso la domanda nasce spontanea: quando uso fregarsene e quando uso “non mi frega”?
Sono ugualmente utilizzate. Ma c’è una differenza.
Fregarsene, e quindi ad esempio “me ne frego” è più ostentativa, più forte, denota più sicurezza di sé, ed è anche più provocatoria, sprezzante.
Se qualcosa non ci interessa per niente, se non è importante per noi, se il nostro interesse è rivolto ad altre cose, possiamo dire che non ce ne importa nulla o che, se siamo arrabbiati, che non ce ne frega niente.
Se invece vogliamo mostrare forza, prepotenza, se vogliamo mostrare disinteresse verso le difficoltà e gli ostacoli o verso le opinioni delle altre persone, “me ne frego” (quindi fregarsene) è più indicato. Somiglia molto a:
Vado avanti lo stesso
La cosa mi è assolutamente indifferente
La cosa non mi tange
Me ne Infischio
Posso usarlo anche per combattere un atteggiamento di prepotenza:
Non puoi fregartene di tutti, indossa quella mascherina!
Se te ne freghi sempre di tutti non puoi pensare di risultare simpatico!
Tutti se ne fregano di me. Ma io gli dimostrerò che valgo!
Ci sarebbero anche i verbi “fottersene” e “sbattersene” ma sono molto volgari quindi faccio a meno questa volta di spiegarli.
Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.
Adesso ripassiamo qualche espressione passata con Bogusia, anche lei membro dell’associazione.
Bogusia: Finalmente è arrivata una ottima spiegazione dell’uso del verbo fregarsene. Si dà il caso che tante volte ho sentito queste diverse frasi e qualcosa non mi tornava. Si poneva la domanda: perché lo usano gli italiani?
Giovanni: sapete che uno degli episodi più cliccati di Italiano Semplicemente è un episodio dal titolo “a stretto giro” che parla della prontezza di una risposta, prevalentemente quando siamo in ambito lavorativo.
Nel linguaggio di tutti i giorni l’espressione diventa “nel giro di”
Ad esempio:
Quanto tempo impiegherai a venire a casa mia? (quindi parliamo di tempo).
Risposta: sarò lì nel giro di 5 minuti
Arriverò nel giro di mezz’ora
Nel giro di un’ora sarò a casa tua.
Es:
Mi dici per favore se possiamo vederci domani a pranzo con anche tua moglie?
Risposta: aspetta un attimo, chiamo mia moglie e nel giro di qualche minuto ti faccio sapere.
Si usa il termine “giro” per indicare il tempo che passa, e precisamente le lancette dell’orologio che girano.
Nel giro di 5 minuti significa fondamentalmente “entro 5 minuti”, quindi stiamo dando un tempo massimo. Come dire: prima che le lancette abbiano finito il giro. E il giro in questo caso può valere 5 minuti, 10, 20 o anche 1 mese o di più.
Nel giro di due anni la mia vita cambierà completamente
Se il tempo è abbastanza breve si dice anche:
dammi 5 minuti
O, ancora più sintetico:
5 minuti e ti dico!
1 minuto e sono da te!
Xiaoheng: vorrei dire una cosa io adesso circa questo episodio. Posso?
Giovanni: Il termine moltiplicazione è ovviamente un termine matematico:
due per tre è uguale a 6
Cinque per otto fa quaranta
Sei per nove è pari a cinquantaquattro.
Per esprimere il risultato si può usare “fa”, cioè il vero fare, ma si può dire anche “è uguale a” oppure “è pari a”. Se parlo velocemente non c’è bisogno di usare nulla. Basta il risultato:
cinque per uno, cinque
sei per sei, trentasei
Inoltre il numero 1, quando si parla velocemente, può diventare “un” ma solo se sta all’inizio della frase:
Quindi:
cinque per uno, cinque
Un per cinque, cinque
Sei per uno, sei
Un per sei, sei.
i numeri che vengono moltiplicati si chiamano fattori.
La moltiplicazione si usa anche fuori dalla matematica, quando si vuole indicare l’aumento di una quantità, ma si tratta di un aumento che si ripete più volte, con insistenza, quindi di un reiterato accrescimento numerico, quantitativo o d’intensità.
La moltiplicazione dei contagi del virus
La moltiplicazione dei pani e dei pesci (il miracolo operato da Gesù)
La moltiplicazione in matematica si chiama anche prodotto.
osso quindi dire che se cinque per sei fa trenta, allora il prodotto di cinque e sei fa trenta.
Oppure che:
la moltiplicazione tra cinque e sei produce un risultato pari a trenta.
In questa frase ho usato prima il prodotto e poi ho detto che questo prodotto produce come risultato un numero pari a 30.
Questa parte finale posso in realtà usarla in ogni operazione elementare. “Produrre un risultato” si usa nella matematica in generale e non è relativo solo ai “prodotti”.
Posso anche dire che:
la somma (+) tra due e tre produce come risultato un numero pari a cinque
La divisione (/) tra 10 e due produce un numero pari a cinque
La sottrazione (-) tra 10 e 9 produce un numero pari a uno.
Infine “produrre un risultato” si utilizza normalmente anche per indicare una performance, cioè il rendimento o l’esito di un evento.
Che risultato ha prodotto la produzione l’elezione americana? Ha prodotto la vittoria di Biden
Che risultato hai prodotto al lavoro? Ho prodotto ottimi risultati.
Che risultati ha prodotto Emanuele a scuola? Eccellenti risultati direi.
Vediamo se i membri dell’associazione hanno prodotto un bel ripassino delle puntate precedenti:
Rauno (Finlandia): Ok, allora nulla quaestio se inizio io?
Sofie (Belgio): Per me va bene. Fermo restando che sarebbe inutile contraddirti, visto che ormai hai iniziato!
Ulrike (Germania): Quindi il problema di chi inizia non si pone!
Irina (Stati Uniti): Io volevo dire che siamo arrivati a qualcosa come 410 episodi con quello di oggi!
Xiaoheng (Cina): io invece volevo dire che stamattina mi sono imbattuta in un verbo sconosciuto: scartabellare!
Doris (Austria): Embè? Che problema c’è? Prima o poi Giovanni, bontà sua, ce lo spiegherà!
Andrè: direi che la frase giusta per concludere questo episodio dedicato alla moltiplicazione è: tutti per uno, uno per tutti!
Giovanni: Una locuzione abbastanza comune ma allo stesso tempo abbastanza difficile da capire per un non madrelingua è “fermo restando”.
Cercherò di dirlo nel modo più sintetico possibile.
Fermo restando si utilizza quando quello che stiamo per dire potrebbe portare a pensare qualcosa di diverso dalla realtà. Abbiamo paura che la nostra affermazione porti fuori strada il nostro interlocutore. Abbiamo paura di non riuscire a far capire bene il nostro punto di vista, il nostro parere.
Allora con “fermo restando” si introduce una affermazione che è la vostra idea principale sull’argomento, poi fate seguire un’altra affermazione, che è una cosa meno importante, oppure di pari importanza, quindi voi state aggiungendo qualcosa, che è qualcosa in più, una precisazione meno importante, oppure qualcosa della stessa importanza che però da sola non basta a chiarire la vostra idea.
Il motivo principale è però che non volete essere fraintesi. Per questo utilizzate “fermo restando“.
Facciamo prima a fare degli esempi. Se tu mi chiedi: Chi preferisci tra Trump e Biden?
Io potrei rispondere:
Fermo restando che io credo che siano entrambi non adatti a fare il presidente degli Stati Uniti per via della loro età, tra i due preferisco Biden oppure Trump
Ecco, quindi io ho espresso la mia preferenza, ma ho preferito chiarire che in realtà a me non piace nessuno dei due. Dovendo scegliere comunque sceglierei Biden oppure Trump.
E’ un’espressione che potete sostituire con “comunque“, oppure “ad ogni modo“, che però generalmente si trovano nella seconda parte della frase. “Fermo restando” invece sta prima o dopo, potete scegliere.
Vediamo altri esempi.
Fermo restando che secondo me si deve anche parlare il più possibile, se volete imparare l’italiano, più si ascolta e meglio è.
A me piacciono molto i dolci, fermo restando che preferisco non mangiarli perché ho il colesterolo alto!
Potete quindi invertire:
Fermo restando che preferisco non mangiare dolci perché ho il colesterolo alto, a me piacciono molto i dolci.
Questa frase può diventare:
A me piacciono molto i dolci, comunque preferisco non mangiarli perché ho il colesterolo alto!
A me piacciono molto i dolci, ad ogni modo preferisco non mangiarli perché ho il colesterolo alto!
Vediamo un altro esempio:
Mi piace guidare la Ferrari, fermo restando che non andrei mai a più di 160 all’ora perché ho paura dell’alta velocità!
Adesso vediamo un breve ripasso degli episodi precedenti, fermo restando che se avete dubbi meglio andare a leggere o ascoltare l’espressione che non capite.
Anthony: Ormai che il congresso virtuale che ho organizzato con dei colleghi italiani è finito, MI TOCCA scrivere tantissime mail di ringraziamento per far loro conoscere il nostro apprezzamento per la loro disponibilità e partecipazione. Mi chiedo però se io possa fare UNO STRAPPO ALLA REGOLA e saltare questa norma di comportamento professionale.
Il fatto è che a scrivere queste lettere sono più che un po’ RESTIO perché mi risulta sempre difficile evitare toni RUFFIANI. Dunque, FERMA RESTANDO questa mia titubanza, è giunto il momento di ROMPERE GLI INDUGI e iniziare a scrivere queste maledette email.
In quel caso porre è analogo a fare, che è più informale: “fare una domanda” è come “porre una domanda”.
Anche un dubbio si può porre, e la cosa è del tutto simile alla domanda.
Porre in questo caso ha un senso simile a mostrare, esporre, far vedere, presentare, far emergere, verificarsi.
State ponendo una questione, la state cioè mettendo all’attenzione delle persone con cui parlate.
Oggi però vorrei parlarvi di “si pone” e di “non si pone“, quando parliamo di problemi e di questioni, cioè con le cose di cui parlare.
Il senso è: ha senso parlare di una cosa? Il problema esiste veramente? E’ il caso di parlarne? Cioè il problema si pone o non si pone?
Signori, si pone un problema a questo punto.
Significa che c’è un problema, che è emerso un problema, che bisogna affrontare un problema. E’ il caso di parlarne.
Se invece dico:
Il problema non si pone
Significa che non c’è alcun problema. Non è il caso di parlarne. Facciamo qualche esempio:
E’ una bella giornata. Se oggi avesse piovuto, non saremmo potuti andare al mare. Ma il problema non si pone.
Quindi vedete che quando usiamo “non si pone” è perché non siamo in quel caso, non siamo in quell’eventualità. Infatti oggi è una bella giornata, non piove, quindi il problema che è stato posto, in realtà non si pone.
Si pone una questione a questo punto:
Quando uso “si pone” e “non si pone” posso anche parlare di una persona.
Ad esempio “Giovanni si pone dei limiti” oppure “Francesca si pone in contrasto con Giovanni” o “Giuseppe si pone in contrapposizione con l’azienda” eccetera.
Ma in realtà in questo episodio volevo parlarvi solamente di problemi e questioni che si pongono oppure che non si pongono, cioè problemi o questioni che emergono e quindi di cui si deve parlare oppure no.
Lia:
Tant’è vero che c’è anche un crescendo del numero dei pazienti ricoverati in ospedale, ragion per cui si paventa un collasso del sistema sanitario. Urge una svolta sennò ne pagheremo uno scotto mortale.
Doris: Torniamo a bomba amici. Ulrike ci hai chiesto un consiglio. Allora io penso proprio che la tua amica sia da prendere con le molle con le sue fesserie sul Covid, ma secondo me devi comunque smorzare i toni nei suoi confronti. È sempre un’amica.
Sofie:
Hai proprio ragione Doris. Ci basta che il Covid stia rovinando la salute e l’economia dei paesi. Sarebbe troppo dover annoverare fra i suoi postumi anche la perdita di amicizie.
Esistono computer cari, cioè che costano molti soldi e esistono computer a buon mercato.
Certo, un computer non si trova in vendita al mercato, perché al mercato si trova frutta, verdura, carne e pesce, quindi generi alimentari.
Ad ogni modo quando il prezzo di un qualsiasi prodotto è basso possiamo dire che quel prodotto è a buon mercato.
Significa che costa poco, che si può acquistare con poca spesa, che è un prodotto economico.
Si dice anche che è a buon prezzo.
C’è però, attenzione, anche qualcosa in più in un prodotto a buon mercato. Anche la qualità è più bassa.
Ma c’è anche un’altra cosa da dire sulla frase “a buon mercato“.
Esiste infatti l’espressione “cavarsela a buon mercato” che si usa quando una persona deve pagare non per un prodotto ma per una colpa.
Se si fa qualcosa di sbagliato e le conseguenze non sono troppo negative, ebbene si può dire, spesso in modo ironico, che questa persona se l’è cavata buon mercato.
Quindi non andata troppo male, il prezzo da pagare non è stato così alto come ci si aspettava.
Si usa in modo ironico; si intende dire probabilmente che le conseguenze dovevano essere peggiori.
Vediamo qualche esempio:
Due studenti non hanno studiato ma il professore è stato buono e ha deciso solamente di a sgridarli, senza mettere loro un brutto voto.
Possiamo sicuramente dire che i ragazzi se la sono cavata a buon mercato.
Insomma, non gli è andata così male come poteva accadere.
Un secondo esempio:
Mio figlio rientra alle 4 del mattino quando invece diceva rientrare a mezzanotte.
Appena arriva io gli dico: stavolta non te la caverai a buon mercato. Non uscirai più per un mese, così impari a trasgredire alle regole!
Giovanni: Bene ragazzi e grazie mamma. Adesso ascoltiamo un ripasso delle puntate precedenti dalle voci di Irina, Ulrike ed Hartmut, membri dell’associazione italiano semplicemente.
“Calcare la mano” è interessante perché non significa spingere la mano ma insistere eccessivamente.
Quindi è un’insistenza esagerata o anche semplicemente un’esagerazione.
Se ad esempio stai rimproverando tuo figlio perché non ha fatto i compiti per la scuola, però calchi un po’ troppo la mano, vuol dire che l’hai rimproverato troppo. C’è un’azione volta ad ottenere un risultato ma non è moderata, è eccessiva, e i risultati non sono buoni.
Quindi calcare la mano è eccedere, esagerare.
Povero bambino, l’hai rimproverato troppo. Hai calcato troppo la mano.
Si usa molto nelle relazioni umane, quindi il senso è figurato. Non c’è una spinta materiale.
La spinta materiale invece c’è se scrivendo o se sto facendo un disegno che però non è molto visibile, è un po’ troppo sottile il tratto, quindi bisogna spingere un po’ di più con la matita. Occorre calcare la mano, appunto.
La calca invece è un affollamento, tante persone vicine che si spingono l’una contro l’altra.
Sono andato a fare acquisti nel mio negozio preferito ma c’era una calca pazzesca.
In questo negozio quindi c’erano tante persone tutte attaccate tra loro, appiccicate (per usare un termine più informale), persone che quindi si accalcavano tra loro. Ecco, ho appena utilizzato il verbo accalcarsi. Queste persone si accalcavano, cioè si spingevano, quindi stavano tutte accalcate nel negozio, stavano una sull’altra.
Vale la pena di parlare anche della differenza tra il raggruppamento e l’assembramento
Negli assembramenti, di cui si parla tanto in questi tempi di corona virus, le persone spesso si accalcano. In effetti si potrebbe usare il verbo raggrupparsi, perché si forma un gruppo di persone.
Ma quando questo gruppo di persone si riunisce con un obiettivo ostile, spesso diventa pericoloso.
Quindi quando si fa una protesta o uno sciopero in una piazza, viene chiamato assembramento non raggruppamento. C’è un potenziale pericolo.
È allora quando raggrupparsi diventa pericoloso perché c’è un virus ed è automatico chiamarlo assembramento.
E adesso ripassiamo:
Xiaoheng: Giovanni mi ha detto che vuole fare un episodio su ne, ci, vi e lo, sotto forma di esercizio. Pare che lui proporrà delle domande e noi dovremo rispondere usando una di queste particelle. Sembra una cosa noiosa ma vedrete che ci metterà del suo come al solito.
Olga: la cosa mi interessa. Non appenaavrò finito questo esercizio sarò più consapevole delle mie capacità.
Wilde: bravi ragazzi, tappa dopo tappa state facendo progressi a vista d’occhio.
Chiunque abbia dei figli sa bene che deve trasmettere dei valori, deve insegnare l’educazione, deve spiegare come comportarsi eccetera. Allora i genitori devono far entrare nella testa dei figli queste cose, devono cercare di imprimere profondamente nel loro animo delle idee, devono convincerli della validità di certi insegnamenti attraverso l’educazione e l’esempio.
Ebbene in questi casi quale verbo possiamo usare se vogliamo indicare questa trasmissione dei valori?
I genitori vogliono trasmettere i valori, questo è un verbo adattissimo. Essi devono imprimere i valori, lo abbiamo già detto, e imprimere è fare un marchio, simile a stampare nella loro mente. Anche imprimere è un buon verbo che ci fa capire che i valori, gli insegnamenti, l’educazione, una volta impressi, non si modificano, non si possono cancellare, restano per sempre.
Potrei usare anche convincere, ma questo verbo si utilizza perlopiù quando parliamo con una persona che ha una idea diversa dalla nostra e dobbiamo fargli cambiare idea.
Un altro verbo che possiamo usare è inculcare, verbo che dà il titolo a questo episodio. Un po’ difficile forse da pronunciare.
Inculcare non è esattamente come trasmettere e imprimere. Notate che inculcare inizia per “in” che sta per dentro e poi la seconda parte sta per “calcare” cioè spingere, premere, pigiare. Questo verbo lo vediamo meglio nel prossimo episodio ma sappiate che ha il senso di spingere eccessivamente, spingere molto.
Quindi inculcare sta per “spingere dentro”. Si parla di valori, di educazione, quindi i genitori cercano di inculcare nella testa dei loro figli questi valori.
Ma quando si cerca di inculcare qualcosa, idee, concetti, valori nella testa di una persona, il motivo è che si sta facendo fatica a trasmettere queste cose. C’è anche il senso della resistenza da parte di chi deve ricevere queste idee.
I genitori cercano di inculcare il senso del dovere e quello dell’onestà nei loro figli. Non è una cosa facile.
Un professore cerca di inculcare nei suoi studenti l’amore per la sua materia.
I governi di tutto il mondo in questo momento stanno cercando di inculcare nella popolazione l’importanza di mettere la mascherina e di lavarsi le mani.
Il verbo si può anche usare materialmente: se cerco di “inculcare i vestiti nell’armadio” vuol dire che questo armadio è piccolo, e i vestiti c’entrano a fatica. Ad ogni modo il verbo è molto più utilizzato quando si parla di far entrare nella testa dei concetti, delle idee, dei valori, dei sentimenti eccetera, ogni volta che non è una cosa facile da fare.
Adesso ripassiamo: EMMA: finalmente sembra che avremo un vaccino! Presto Non saremo più in balia del Corona virus. XIAOHENG: speriamo che nel 2021 non ci imbatteremo in uno nuovo WILDE: sarebbe un altro anno da annoverare tra i peggiori! OLGA: Ragazzi, adesso datevi una regolata col pessimismo! KOMI: Gli addetti ai lavori però dicono che il rischio è sempre alla porta MARIANA: Vabbè, non ci pensiamo ragazzi. Per ora urge trovare una soluzione per questo di virus. RAFAELA: Non sarà una bufala questa del vaccino? speriamo bene!
Giovanni: si dice bàlia o balìa? Dove sta l’accento? Sulla a o sulla i?
In realtà, come qualcuno avrà immaginato, si tratta di una parola che ha due significati diversi e al variare dell’accento cambia anche il significato.
Una balia (con l’accento sulla a) è una donna che, per compenso, somministra il proprio latte a un bambino altrui.
Quindi questa donna dà il suo latte ad un bambino non suo.
Oggi però non credo esistano ancora le balie, essendo state sostituite dal latte artificiale
Nell’uso comune però esiste l’espressione “fare da balia” a qualcuno.
Significa seguire questa persona come se fosse un bambino, insegnargli tutto perché non è capace a far nulla. È un po’ offensivo però dire frasi come:
Scusa, io ho da fare, non posso farti da balia.
Quindi l’idea iniziale dell’allattamento, del nutrimento, utile per la sopravvivenza, viene presa ad immagine per indicare un’assistenza eccessiva.
Assistere una persona insegnandogli tutto, come se fosse un bambino, quindi aiutarlo, seguirlo, proteggerlo, specialmente agli inizi di un’attività o professione.
Questo è fare da balia a qualcuno.
“Fare da” nel senso di “comportarsi da”, assumere il ruolo di balia, comportarsi come una balia.
Per prendere in giro un collega inesperto puoi dirgli:
Hai bisogno di una balia?
Devo farti da balia?
Nel termine balia invece, con l’accento sulla i, c’è il senso dell’impotenza.
L’espressione “in balia”, e più precisamente “essere in balia” di qualcosa vuol dire essere travolto da qualcosa, essere trasportato completamente, avendo perso il controllo della situazione.
Posso dire ad esempio:
La nave è in balia delle onde
Giovanni è talmente sconvolto che ora è completamente in balia delle emozioni
C’è anche l’idea del futuro incerto nel termine balia, in questo caso.
Se ci si trova in mezzo a tante persone si può essere in balia della folla, se questa ti trascina e ti fa cadere e tu non puoi decidere dove andare perché la forza della spinta che ricevi è più forte di te.
Si può essere in balia di uno sfruttatore, di un marito prepotente, di un capufficio dispotico.
Si potrebbe dire anche “essere alla mercé di” con lo stesso significato. C’è in realtà una piccola differenza:
Essere in balia di qualcosa sottolinea l’assenza del controllo da parte tua, l’impotenza, e si usa relativamente poco dire “essere in balia di una persona”.
Invece essere alla mercè di qualcosa o qualcuno sottolinea di più che questo qualcuno o qualcosa ha il controllo su di noi.
Notate come mercé somigli a merce, e la merce si compra e si vende: se sono alla mercé di una persona, questa persona fa di me cosa vuole e io sono in suo potere, alla sua mercé.
Ovviamente non può comprarmi o vendermi come un prodotto o della merce: il senso è figurato ma in teoria la frase può essere applicata letteralmente in alcuni casi:
Gli schiavi erano alla mercé dei loro padroni
Le prostitute sono alla mercé dei loro protettori.
Ora ripassiamo.
Mariana: taliano semplicemente non ci lascia mai inbalia della grammatica italiana! Tutti i giorni veniamo chiamati in causa per fare dei ripassi, e ormai non abbiamo più bisogno di unabalia, perché abbiamo ormai le carte in regola per cavarcela da soli.
Giovanni: il verbo reggere è interessante perché spessissimo si usa nel linguaggio informale, al posto di altri verbi molto prossimi e altrettanto spesso si usa con un significato pressoché identico nel linguaggio diciamo più corretto, che si usa anche al lavoro.
Il fatto, appunto, è che ci sono molti verbi simili a reggere, come ad esempio tenere, sostenere, sorreggere, portare, mantenere, resistere, ed anche aiutare un po.
Una delle espressioni informali di uso corrente vede però il verbo reggere sostituire il verbo sopportare.
L’espressione è “non ti reggo più“, espressione informale che sta per “non ti sopporto più“.
Quando non riuscite a sopportare più una persona potete rivolgervi a lui o lei con questa frase “non ti reggo più”.
Perché usiamo reggere e non sopportare?
Pensate a quando tenete un peso, quando sostenete un oggetto, lo reggete, lo state sorreggendo, lo state mantenendo sospeso con le vostre mani perché non cada, quindi ne state sopportando il peso. Quando non riuscite più a sopportare questo peso, quando cioè siete stanchi, allora non siete più in grado di reggere il peso. È diventato troppo pesante per voi, non riuscite più a sostenerlo: il peso diventa insopportabile. Non lo reggete più.
Nel caso di una persona, quando questa persona diventa insopportabile è equiparata ad un peso, vuol dire che ha un brutto carattere o si sta comportando male e continua a farlo e la vostra capacità di sopportare il suo carattere dipende dalla vostra pazienza.
Non ti reggo più
Non ce la faccio più a reggerti
Finora ti ho sopportato, spesso ti ho anche supportato, ma adesso basta, non ti reggo più.
Ovviamente state paragonando questa persona ad un peso non più sopportabile, quindi si tratta di un’espressione offensiva.
Spesso si usa anche con le situazioni e non con persone. Potete dire ad esempio che lo stress del lavoro non lo sipportate più:
Questo stress non lo reggo più!
Con un linguaggio più elegante (è sempre bene avere un’alternativa) potete ugualmente dire:
Questa situazione è divenuta insostenibile!
Ma adesso ripassiamo:
Mariana: ieri mi sono imbattuta in un parola sconosciuta: balia
Rafaela: vedrai che adesso Giovanni prende e ce la spiega
Xiaoheng: e magari ci dice anche come si pronuncia, perché secondo me si pronuncia balia, ma vai a capire.
Wilde: bisogna anche considerare che laddove si tratti di parole omografe, la pronuncia potrebbe non essere univoca
Iberè: wow, si direbbe che tu te ne intenda!
Giovanni: ne parliamo nel prossimo episodio allora! Non vi lascerò in balia dell’incertezza.
Emanuele: lasciamo oggi la parola ai membri dell’associazione, che leggono un bel ripasso preparato da Doris. Ci sentiamo dopo con l’episodio n. 402 che vi spiegherà mio padre.
Doris: I membri dell’associazione Italiano Semplicemente, se per caso fossero alla frutta per un evento imprevisto, pur di fare dei ripassi, cercherebbero sempre di ricorrere ad estremi rimedi di fronte a mali estremi. Questo al fine di non vedersi costretti ad interrompere l’apprendimento.
I membri bisbocciano raramente, non si sballano con sostanze stupefacenti, e non si concedono mai stravizi. I vizi sono vietati, ivi inclusi gli strappi alle regole. Oltretutto, abbiamo tutti contezza del programma settimanale e lo seguiamo assiduamente. Tutti apprezziamo la collaborazione dacché capiamo che ogni defezione ostacola l’avanzamento. Di giovedì nel gruppo Whatsapp si parla e basta, nel senso che è vietato scrivere e mai come in questo caso si può dire che non bisogna avere il buon senso di tacere, anche se si fanno errori.
Alcuni rompono gli indugi senza cincischiare. A volte si fanno errori e a ragion veduta se ne pentono, poi subentra anche la stanchezza di tanto in tanto. Questo a maggior ragione quando ci sono più nuovi episodi da ascoltare o da recuperare.
Qualche membro si sente spesso indisposto il giovedì; c’è chi ha sempre un buon pretesto per rimanere latitante. Forse sono ancora un po’ restii alla chiacchiera considerata la vastità della lingua italiana.
Nella puntata numero 99 il presidente invita le persone più restie ad ascoltare e ripetere gli episodi incessantemente per arrivare pronto per il gradino successivo.
Al che anch’io mi dovrò presto dare una regolata. Ovviamente abbiamo l’imbarazzo della scelta, ed Io, fino ad oggi, ho sempre fatto la finta tonta :-))
I membri evitano lo studio della grammatica italiana come il diavolo l’acqua santa, ragion per cui quando ricevono critiche per questo raccolgono la provocazione e rispondono con prontezza.
Insomma, sono insofferenti alle critiche del metodo offerto da Italiano Semplicemente. A volte i critici fanno commenti sconsiderati ed inadeguati, che comunque si dimenticano in men che non si dica.
Si dicono invece che forse, il metodo, sebbene non vada per la maggiore, è l’unico che conta per loro, l’unico che voglio seguire e che ha senso.
I loro risultati però la dicono lunga e comprovano l’efficacia del suddetto metodo. Pertanto non hanno dubbi di nessuna sorta e prendono in considerazione le sette regole d’oro come le hanno imparate.
Quasi tutti i membri scalpitano prima che un nuovo episodio venga lanciato ma al contempo non impazzirebbero di certo qualora si impallasse, loro malgrado, il cellulare; in questo caso hanno una caterva di episodi vecchi a disposizione.
Gli studenti non sono di per sé particolarmente portati per le lingue e non hanno un livello altissimo, ma a loro sta andando di lusso in confronto a prima.
Si dicono: “ma dai, hai voluto la bicicletta, dunque pedala; o così o pomì”. Per l’appunto! Hanno trovato una tecnica per tenere a bada i pensieri negativi che avevano quando l’avanzamento era lentissimo.
Vi faccio un esempio: Khaled, un ragazzo egiziano, alla fine dell’episodio 328 ha fatto un ripassino che è una meraviglia. Khaled ha fatto un salto di qualità come numerosi altri studenti che io sono venuta a conoscere durante quest’ultimo anno. Vale la pena leggerlo se questi alti e bassi stanno tormentando anche voi. Insomma, i membri, per abitudine siprefiggono di studiare almeno qualcosetta, cioè qualcosina ogni giorno e bramano il giorno in cui riusciranno a padroneggiare la lingua.
Loro tengono fede alle loro convinzioni che il loro impegno prima e poi pagherà. Ci vuole pazienza.
E’ molto appagante essere in grado di fare due chiacchiere in una lingua straniera su due piedi. Qualche volta vanno a tentoni con alcuni episodi, ma in qualche modo ingranano lo stesso, si scervellano finché non riescono a capire parola per parola. E poi, alla fine, l’illuminazione tanto bramata, che approdo! Quale soddisfazione! E con il passare del tempo, lo studio diventa più facile e le elucubrazioni diminuiscono. Via via le espressioni gli stanno entrando nel sangue ma i membri non dimenticano mai la crucialità della continuità nel destreggiarsi in modo costante, sennò ne va del progresso, cioè ne va di mezzo il progresso.
Per questo, si incalzano a vicenda e i più reticenti vanno costantemente tallonati.
Questa è la specialità di Ulrike, bontà sua. Lei fa sì che l’apprendimento di ciascuno non prenda una brutta piega e che la morale nel gruppo non si abbassi troppo.
In fin dei conti ne pagheremmo tutti lo scotto.
Quando i membri sono un po’ delusi provano subito a rimettersi in sesto e se alla fine sono disperati, perso per perso parlano con Ulrike, che si mostra spesso e volentieri tutt’orecchi per affrontare i grattacapi quotidiani.
Oltretutto, i membri dell’associazione hanno sempre il presidente a ridosso (e con questo non voglio dire che mi piacerebbe capitare sotto le sue mani :).
Lo studio sarà comunque sempre passibile di miglioramento. Non si finisce mai di imparare.
I membri sono volitivi e rispondono alacremente alle domande rivolte a loro. Nessuno risponde picche a nessuno ed il presidente non lascia mai una domanda rilevante in sospeso. Mai tenere troppo sulle spine i membri!! A loro volta anche i membri non rimandano alle calende greche una risposta in sospeso.
Meno male che i membri lasciano correre qualche errore futile commesso nella chat. Per la cronaca, la chat è un posto veramente “in” per i membri: se non ci fosse bisognerebbe inventarla. CI sono tutte persone per bene, educate e per giunta selezionate. Nessun perditempo.
Alcuni si cimentano nello scrivere due parole, un ripasso, etc.. anche se rischiano di fare una brutta figura. Quando si imbattono in problemi non indugiano a chiamare in causa altri membri se ne abbiano bisogno. Sono fiduciosi che qualcuno gli venga incontro, gli tenda la mano al bisogno e gli dia manforte.
Gli studenti di Italiano Semplicemente si ritagliano del tempo con regolarità per studiare e si smarcano dagli svaghi improduttivi, ragion per cui progrediscono più velocemente degli altri.
La costanza dunque è imprescindibile. Per combattere la pigrizia se necessario si danno una regolata e recuperano gli episodi saltati come si deve a tempo debito. Anche se lavoriamo più o meno tutti, dei tempi morti si trovano sempre nella giornata.
I membri ovviano all’inerzia perché non abbia il sopravvento su di loro. Di solito gli episodi gli ronzano per le testa a lungo prima di interiorizzarli. Vogliono avere tutte le carte in regola per fare un figurone!
Di buon gradodanno seguito all’invito a partecipare in modo vivace nel gruppo Whatsapp, e se il presidente dice di rispettare le sette regole d’oro, è sempre meglio assecondarlo. Si fanno vivi ogni tanto nella chat, quando possono, senza stress ovviamente, seppure siano tutti abbastanza indaffarati.
Le conversazioni prive di fondamento vengono evitate. I membri fanno mente locale prima di parlare e mai sono a corto di risposte alle domande.
Lo voglia di migliorare ha sempre la meglio sulla voglia di cazzeggiare.
Quelli che si decidono ad iscriversi possono aver fiducia allora che all’inizio saranno alle prime armi, o, se vogliamo usare un’altra espressione, sono ancora a carissimo amico con la lingua, ma questo imbarazzo durerà solo qualche settimana e poi, dopo alcuni sforzi si aprirà un mondo tutto colorato e variopinto per loro.
Non sono tutti uguali: sono diversi perché alcuni colgono la palla al balzo e si mettono alla prova come scrittori in erba. Si direbbe che essi siano più dotati, o che hanno più voglia, o che abbiano un trasporto indomabile, irrefrenabile, incontenibile, insaziabile, che abbiano molta voglia di esprimersi. Sono proprio affamati (in senso figurativo ovviamente) e guardano a destra e a mancapur di trovare nuove parole ed espressioni. Di buona lena mettono i pensieri sulla carta nonostante sovente debbano in primis rispolverare qualche espressione già dimenticata.
Non possono farne di meno.
All’inizio lo stile di scrittura è quello che è, ma tutti i membri hanno imparato a guardare la sostanza e non la forma. Mi raccomando però!
Non lasciate niente di intentato per raggiungere i vostri obiettivi personali.
Comunque, qualche volta è più saggio tagliare corto per non tirare per le lunghe le cose. Menar il can per l’aia non è produttivo. Loro preferiscono invece venire subito al dunque, al sodo, e dire le cose papale papale.
I membri hanno imparato bene come essere concisi, come si puntualizzano le domande per ottenere le risposte giuste. Le risposte sibilline non si sentono quasi mai nel gruppo e neanche ci si avvale di domande retoriche, e se o si fa, solo in modo scherzoso.
Per ultimo, ma non per importanza, gli studenti sono pienamente consapevoli di non poter riuscire a dominare completamente tutte le materie offerte da Italiano Semplicemente, anche con uno sforzo intellettuale notevole, ma sanno che devono resistere e non scoraggiarsi.
Desidererei aggiungere un ulteriore punto di riflessione: i membri sanno perfettamente come sopravvivere senza difficoltà al periodo di stasi causato dal Covid perché siamo già arrivati a 400 episodi nella rubrica dei due minuti. :)). Questo è quanto. Questa però è un’espressione che Giovanni deve ancora spiegare. Scommettiamo che lo farà oggi stesso?
Giovanni: Ciao ragazzi, benvenuti in questo episodio n. 402 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”. Inizia un nuovo ciclo di 100 episodi. Questa rubrica non avrà mai fine? Se è così, allora non mi sentirete mai pronunciare la frase “questo è quanto”.
In realtà, si tratta di una frase che si usa quando si termina un racconto, quando cioè si raccontano dei fatti avvenuti, qualcosa che è successo, oppure quando semplicemente si sta spiegando qualcosa di abbastanza lungo, diciamo una serie di cose, di concetti, di fatti, di cose dette eccetera.
Insomma, alla fine, per segnalare che hai finito di spiegare qualcosa, per dire che hai finito, che hai terminato di raccontare delle cose, si può usare questa espressione.
Si può dire in realtà in vari modi:
Questo è tutto
Ho finito.
Non ho altro da dire
In alcune circostanze però, non dico formali, ma quasi; questa espressione segnala che adesso che ho terminato, può parlare qualcun altro. Magari ci sono più persone che devono parlare, allora è necessario un segnale per dire che si è finito di dire ciò che dovevamo dire.
Si usa anche quando si cerca di fare il punto su una situazione, quindi spesso non vuole essere un punto di vista quello espresso, ma lo stato dei fatti, come a dire:
questo è tutto ciò che si deve sapere
Questo è quanto occorre per andare avanti
Questo è quanto occorre sapere
Quindi “questo è quanto” è equivalente a “questo è tutto”, in realtà è una frase abbreviata, la forma abbreviata di:
Questo è quanto ho/avevo da dire
Questo è quanto c’è da sapere
Questo è quanto conosco
Quindi a proposito dell’episodio di oggi, questo è quanto!
Ciao ragazzi, benvenuti in questo episodio n. 401 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”. Se questo è il primo episodio che leggete vuol dire che vi siete appena imbattuti in Italiano Semplicemente.
Tutti gli studenti e amanti della lingua italiana si imbattono prima o poi in italiano semplicemente.
Imbattersi, se non l’avete capito è l’argomento di questo episodio, il n. 401 della rubrica.
Significa incontrare per caso.
È un verbo di uso comune, e si utilizza molto spesso con le persone, quando si incontra qualcuno per caso, ma ancora più spesso quando questo incontro non è fisico, materiale ma figurato.
Quindi ci si può imbattere in un problema, in un ostacolo, in un inconveniente. Chissà perché si usa sempre o quasi sempre in senso negativo. Questo incontro è quasi sempre uno scontro.
Ci si può in teoria anche imbattere in qualcosa di positivo, ma di fatto non si usa in questi casi.
Ecco quindi che imbattersi è praticamente sempre un ostacolo o un problema attivato all’improvviso.
Molto simile a incorrere, che però è più formale e meno utilizzato nel linguaggio comune.
Notate come imbattersi somigli a sbattere. Non è un caso.
Anche sbattere può essere casuale:
Sbattere la testa, sbattere un piede su un tavolo, andare a sbattere con la macchina sono degli esempi.
Quando si sbatte la cosa è però materiale e generalmente si prova dolore o si fa un danno (all’auto ad esempio).
Notate poi che si usa “in:
Imbattersi in qualcosa o qualcuno.
Ieri mi sono imbattuto in una manifestazione al centro di Roma.
Non vorrei imbattermi nuovamente in Paolo. Meglio non uscire di casa…
Ogni volta che scrivo in lingua italiana mi imbatto sempre negli stessi errori.
Io mi imbatto sempre negli stessi problemi
È anche simile al verbo capitare, ma adesso ripassiamo insieme con Olga, un membro dell’associazione Italiano Semplicemente.
Ciao ragazzi, benvenuti in questo episodio n. 400 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”. Questo importante episodio lo voglio dedicare a Gigi Proietti, il grande mattatore romano venuto a mancare qualche giorno fa.
Oggi quindi parliamo delle mandrakate, un termine che tutti gli italiani ricordano ed associano ad un film di Gigi Proietti, dal titolo “febbre da cavallo”.
Mandrakata naturalmente è un temine informale che indica una trovata ingegnosa che permette di risolvere una situazione difficile.
Nella lingua italiana un termine equivalente potrebbe essere “trovata“.
Una trovata equivale ad una mandrakata.
Notate che mandrakata deriva da Mandrake, che si dovrebbe pronunciare all’inglese, ovviamente. “Mandrake” inizialmente era un personaggio di un fumetto, quindi non una persona realmente esistita, un personaggio particolarmente abile, molto abile e furbo e spesso faceva anche magie.
Nel linguaggio informale quando è impossibile riuscire a fare qualcosa si può dire:
Non sono mica Mandrake! Che significa: non si può fare questa cosa, ci vorrebbe una magia.
Poi Gigi Proietti ha interpretato, nel suo film “Febbre da cavallo” , un personaggio che si chiamava proprio così: Mandrake, che era ugualmente uno che usava la furbizia e aveva sempre grandi idee. Nel film queste idee avevano sempre l’obiettivo di guadagnare soldi nelle scommesse su cavalli. Questo ha fatto diventare la mandrakata un gesto di furbizia oltre che di abilità, spesso legato a comportamenti opportunistici. La magia c’entra poco in questo caso. Però c’entra l’inganno, l’imbroglio, e ogni gesto di estrema, incredibile furbizia usato a fini personali. In generale però posso usare la mandrakata per indicare qualcosa di molto intelligente, che ci aiuta a risolvere un problema.
Quindi fare una mandrakata è simile a fare una furbata, o “avere una trovata“, espressione però molto meno maliziosa, che si può usare per ogni idea geniale, ma senza necessariamente egoismo o opportunismo.
Posso usare anche “genialata“.
Nel linguaggio informale c’è sempre qualcosa di molto ironico nell’utilizzo di questo termine.
Per superare questo esame ci vorrebbe una mandrakata.
Ronaldo con una mandrakata si è liberato di 3 avversari ed ha fatto gol.
Per fumare con la mascherina bisogna inventarsi una mandrakata, tipo una mascherina con un buco nascosto.
Insomma una cosa geniale possiamo chiamarla mandrakata, ma se volete che il termine calzi a pennello, cioè che sia usato proprio come si deve, allora deve esserci un imbroglio, una fregatura, qualcosa di ben architettato che stupisce e dà un vantaggio personale a scapito di qualcun altro, proprio come faceva Mandrake nel film “febbre da cavallo”.
Genialata invece si usa sempre in senso ironico, è abbastanza simile ma spesso si usa col significato opposto: una ingenuità o una sciocchezza che voleva invece essere una mandrakata.
Mi è venuta un’idea per non far morire le persone anziane di Covid: che ne dite se prendiamo tutti gli anziani del mondo e li mettiamo su un’isola deserta? Vi piace questa mandrakata?
Iberè: Bravo: Che genialata che hai detto!
Ripassiamo adesso:
Natalia: ragazzi siamo arrivati a qualcosa come400 episodi?
Ciao ragazzi, benvenuti in questo episodio n. 399 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”, ma se anche questa volta l’episodio sarà un po’ più lungo spero non ci restiate male.
E l’argomento del giorno è proprio questo: rimanerci male o restarci male.
La questione ha a che fare con le emozioni e in particolare con le offese.
Cos’è un’offesa? Un’offesa è un comportamento lesivo della dignità, integrità o autorità altrui. Questa è la definizione di offesa. Se una persona ti dice che sei uno stupido ti ha offeso, ti ha recato un’offesa. Si usa il verbo “recare” con le offese; le offese si recano, o al limite si fanno.
Comunque rimanerci male e restarci male non è la stessa cosa di un’offesa, perché un’offesa è qualcosa che ci colpisce direttamente, mentre quando si rimane male o quando si resta male, questo può avvenire anche se non c’è qualcosa che ci colpisce direttamente come un’offesa anzi, la maggioranza delle volte non è così: parliamo invece solo di una nostra sensazione, di un’emozione che può essere la conseguenza di un fatto accaduto o anche di qualcosa detto da una persona, ma questo qualcosa non deve essere per forza un’insulto o un’offesa.
Vediamo qualche esempio:
Le elezioni americane sono terminate ma sono rimasto male dal risultato finale.
Questo è sicuramente un modo colloquiale di esprimersi, ma riflette un sentimento, una sensazione immediata: non sono contento di come sia andata, non sono contento del risultato, potrei dire, non mi piace come siano andate le cose, ma non posso dire che mi sono offeso o che il risultato dell’elezione mi offende. Sto solamente esprimendo una mia reazione emotiva.
Quando hai detto che forse non potevi venire a cena con noi ci siamo tutti rimasti male.
Si può anche dire che “ci siamo restati male“, quindi rimanere e restare si usano in modo analogo. In quest’ultimo esempio le persone che avrebbero cenato con te (io compreso) non hanno preso bene la notizia che tu non saresti venuto a cena: ci siamo rimasti male o ci siamo restati male.
La particella “ci” solitamente si mette, ma a volte si omette. In generale non è obbligatoria, ma normalmente si mette.
Non mi hai salutato e ci sono rimasto male.
Non mi hai salutato e sono rimasto male.
Poi questo “ci” si può anche attaccare al verbo:
Non ci devi restare male se non ti saluto
Non devi restarci male se non ti saluto
Non devi rimanerci male…
Non ci devi rimanere male…
Si può in teoria anche dire:
Non ti devi offendere se non ti saluto
E
Mi sono offeso perché…
Ma l’offesa è molto legata alla volontà di offendere. Ci si offende quando c’è la volontà, altrimenti ha più senso usare rimanerci o restarci male.
Poi c’è da dire che solo una persona può rimanerci male per qualcosa di accaduto o detto, mentre l’offesa può riguardare anche altri soggetti:
Questo quadro è un’offesa alla decenza.
Evidentemente si ritiene che il quadro sia indecente, cioè brutto, senza gusto, quindi offende la decenza. La decenza non può rimanerci male.
Una violenza è un’offesa alla dignità umana.
Anche la dignità umana non può rimanerci male. Si può però offendere, nel senso di colpire, oltraggiare. In questo senso. Offendere ha anche questo utilizzo.
Invece restarci male e rimanerci male è una cosa che riguarda le persone, che confrontano ciò che si aspettavano con la realtà. E se questo confronto vede la realtà molto peggiore rispetto alle aspettative, allora ci rimangono male.
Ma perché usare rimanere e restare? Perché questi due verbi? Questi sono verbi che indicano una mancanza di movimento. Ad esempio:
Rimango a casa
Resto a casa
Voglio dire che non mi muovo da casa. Non vado da nessuna parte.
Allora si usa questa immagine perché i due verbi indicano una nostra reazione che si manifesta con una mancanza di movimento: restare e rimanere indicano questo in fondo: “non muoversi”. È il contrario di un’esultanza.
Ci sono molte espressioni simili che indicano qualcosa di simile quando c’è una reazione di quel tipo:
Restare di sasso (i sassi non si muovono)
Restare di stucco (lo stucco serve ad fissare, quindi è simile alla colla, che serve ad incollare quindi ad impedire il movimento)
Rimanere di stucco/ di sasso
Rimanere scioccato (indica l’incapacità di andare avanti con una vita normale, anche qui c’è un arresto di movimento)
Rimanere pietrificato (le pietre sono come i sassi).
Queste espressioni sono comunque più adatte ad evidenziare una forte sorpresa e non necessariamente un dispiacere.
Infine rimanerci male e restarci male si usano sempre in situazioni non troppo gravi in termini di conseguenze. È sempre una condizione temporanea che passa dopo poco tempo. Niente di troppo grave.
Si può rimanere male per un brutto voto preso a scuola, per non essere invitati ad una festa, per un atteggiamento poco cortese verso di me o anche per qualcosa che non ci aspettavamo e che ci provoca una delusione. Anche una sconfitta sportiva ci può far rimanere male.
Non posso dire lo stesso per la morte di una persona cara, per lo scoppio di una guerra o se sono stato mollato dalla mia fidanzata o da mia moglie. Il quei casi il sentimento che si prova è ben peggiore.
Adesso ripassiamo:
Hartmut:
Amici, facciamo un ripasso in gruppo che vertesui ripassi, o meglio sul metodo da usare per abbozzarneuno.
Lia: Ma va, vuoi che non lo sappiamo già?
E poi gli ascoltatori della rubrica se ne fregano del metodo, vogliono vedere rispolveratele espressioni passate e basta.
Ulrike:
Hartmut, hai proprio ragione. Gianni è evidentemente insofferentea fare i ripassi da solo e nel gruppo vi sono ancora troppo pochi membri che raccolgono la provocazione per dargli manforte con un bel ripasso.
Komi: Bando alle ciance! Vi sono alcuni membri che scalpitanoin attesa di qualche suggerimento. Mettiamoci all’opera. Ci ritroviamo nel gruppo WhatsApp dell’associazione per condividere le nostre esperienze.
Benvenuti nell’episodio n. 398 della rubrica 2 minuti con Italiano Semplicemente.
Prima di iniziare la spiegazione del giorno vorrei però salutare l’ultimo membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Si chiama Marguerite ed è una gentile signora di Marsiglia che ha qualcosacome 83 anni e, nonostante la sua candida età ha deciso di unirsi a noi per amore della lingua italiana.
Allora cara Marguerite benvenuta nella nostra associazione. Spero che tu riesca a unirti a noi anche nel gruppo Whatsapp per poterti leggere ed ascoltare tutti i giorni.
Allora l’argomento del giorno è “qualcosa come”, l’espressione che ho appena utilizzato parlando di Marguerite.
“Qualcosa come” si può usare ogni volta che volete preparare l’ascoltatore ad una notizia sorprendente.
E’ sorprendente che una signora di più di 80 anni abbia deciso di unirsi a noi, non è vero?
Normalmente si usa con i numeri e le quantità ma si può usare anche con altro.
Italiano Semplicemente oggi ha qualcosa come 123 associati in tutto il mondo.
Il virus ha colpito qualcosa come 47 milioni di persone in tutto il mondo.
L’uomo più ricco del mondo è riuscito a guadagnare qualcosa come 13 miliardi di dollari in un solo giorno
In generale è il termine *qualcosa* quello più importante e se non parliamo di numeri spesso è sufficiente “qualcosa“, mentre “come” viene sostituito da “di“: qualcosa di
Ho letto un libro che è qualcosa di meraviglioso!
Quando ho dato il mio primo bacio ho provato qualcosa di molto intenso nel cuore!
Quel film è qualcosa di eccezionale!
Giovanni non sa cucinare bene, infatti ho assaggiato la pasta fatta da lui ed era qualcosa di immangiabile
E’ come dire: non potete capire, non riesco a provare le parole adatte. Si può usare sia per esaltare una caratteristica positiva che una negativa.
Quindi questo “qualcosa” non viene utilizzato come avviene normalmente, tipo:
Ho fame, vorrei qualcosa da mangiare
C’è qualcosa di strano in te
Voglio qualcosa in più
Eccetera.
Lo usiamo invece facendolo seguire da “come” oppure da “di” a seconda che si tratti di numeri, quantità oppure di caratteristiche.
Comunque “qualcosa come” a volte si può usare anche senza parlare di quantità e numeri, questo si può fare quando c’è qualche dubbio o incertezza:
Al telefono Giovanni mi ha detto qualcosa come: “ci si vede”. Forse ha detto così, ma non ho capito bene, forse voleva dire che non ci vede bene o qualcosa del genere.
Può capitare di incontrare frasi di questo tipo, ma la maggioranza delle volte “qualcosa come” si usa per indicare un numero notevole di cose, una grande quantità, come abbiamo visto prima. Spesso si usa in modo ironico, come ho fatto anch’io parlando dell’età di Marguerite.
Bene ragazzi, allora adesso tocca al ripasso del giorno. Abbiamo voluto fare un omaggio a Gigi Proietti, che è venuto a mancare proprio oggi.:
Rafaela: Oggi è venuto a mancare Gigi Proietti, un grande personaggio dello spettacolo. L’Italia risentiràdella sua assenza Hartmut: Poi diceperché il 2020 è meglio dimenticarselo… Ulrike: Gigi ha fatto una caterva di film durante tutta la sua vita Olga: E poi non era mai a corto di battute. Lui diceva: “Chi non sa ridere mi insospettisce” Max Karl: Lui ci sapeva fare quando si trattava di far ridere le persone. era particolarmente portatoper questo. Xiaoheng: Naturalmente sapeva anche parlare seriamente, salvo poi farci una battura per sdrammatizzare Komi: da oggi il paradiso, il miglior luogo per eccellenza, ha un motivo in più per essere desiderato: con Gigi, divertimento assicurato.
Natalia: È stata una settimana di lutto per l’arte. Abbiamo detto addio a due uomini annoveratisicuramente tra i più grandi e riconosciuti attori nel mondo del teatro e della televisione. Si tratta di Sean Connery e Gigi Proietti. Ogni volta che accadono cose del genere rimango restiaa credere che in futuro nasceranno altre persone che possano avere le loro capacità, poi io mi domando e dico: sarà mai possibile vedere ancora un simile talento?… Di punto in bianco però mi riconsolo pensando che che è risaputo che il genio umano produce in continuazione nuovi talenti in ogni campo. Si dà il caso però, che queste due personaggi siano stati amati da ben tre generazioni di persone. Ragion per cui è difficile capacitarsidella loro scomparsa.
Non resta che far onore alla loro memoria e andare avanti come ci hanno insegnato: senza lasciare nulla di intentato!
Il verbo ritrovarsi è davvero interessante. Non parlo di ritrovare ma di ritrovarsi.
Vediamo qualche frase per esplorarne i vari significati:
È bello incontrare i vecchi amici, ritrovarsi a chiacchierare tutti insieme.
In questo caso significa riunirsi, incontrarsi per stare insieme.
Stasera ci si ritrova al bar alle 21?
Questo è un altro esempio.
Secondo significato:
Io e Maria ci siamo ritrovati a lavorare insieme dopo 10 anni.
Anche questo è un incontro, ma c’è il senso della sorpresa. Io e Maria ci conosciamo già, ma era molto tempo che non ci vedevamo. Così, senza programmarlo, ci siamo ritrovati a lavorare insieme.
Lo stesso significato se dico:
Con la pandemia mi sono ritrovato all’improvviso senza lavoro.
C’è ugualmente il senso della sorpresa.
È dura ritrovarsi senza lavoro quando hai una famiglia.
Non c’è bisogno di essere in due persone per ritrovarsi quindi.
Per sopravvivere mi sono ritrovato a chiedere l’elemosina.
Ti sei perso mentre giravi per Roma ed ad un certo punto ti sei ritrovato a Fontana di Trevi.
Ancora:
Aveva un bel lavoro, sicuro, redditizio e che mi piaceva, ma all’improvviso Giovanni si e ritrovato licenziato.
A me Marco è sempre stato antipatico, ma mi sono ritrovato ad avere un interesse comune con lui.
A volte come vedere c’è anche un po’ il senso della casualità, del caso, e il caso spesso suscita sorpresa.
Adesso basta con le sorprese e vediamo un terzo significato del verbo ritrovarsi:
Questo sarebbe un film sulla via vita? Questo film parla di me? Davvero? No scusa ma in questo personaggio del film proprio non mi ci ritrovo.
In questo caso il ritrovarsi, cioè ritrovare sé stessi, è una conseguenza del ricercarsi, nel senso di cercare sé stessi.
Mi sono ricercato nel personaggio ma non sono riuscito a ritrovarmici.
Significa rivedere sé stessi, trovare qualcosa di simile a sé stessi.
Questo però non è molto usato come significato, ma un senso simile possiamo ritrovarlo (scusate se uso proprio questo verbo) anche in frasi di diverso tipo:
Ho le idee un poco fuse, nel tuo ragionamento non mi ci ritrovo.
La frase “non mi ci ritrovo” si usa molto spesso invece, ma ritrovarsi in questo caso indica che si sta comprendendo, si sta capendo. Se invece un discorso si fa troppo complicato, difficile da capire, e ti perdi tra le parole, ti senti confuso, qualcosa nontitorna (questa espressione l’abbiamo già vista) puoi dire che non ti ci ritrovi.
In questi casi si usa spesso i l verbo “raccapezzarsi“. Quindi se. Non hai le idee chiare, se qualcosa non ti torna, se hai bisogno di aiuto per capire, puoi dire che non ti ci ritrovi oppure che non ci stai raccapezzando.
Con tutte queste novità non mi ci ritrovo più.
Con tutte queste novità non mi ci raccapezzo più
C’è un senso di disorientamento.
Infine ascoltate questa frase:
Con tutti i soldi che si ritrova, Bill Gates potrebbe comprare ciò che vuole.
Qui si utilizza ritrovarsi al posto di avere, o megliopossedere.
Si usa per indicare quando una persona possiede qualcosa in grande quantità.
Con la fortuna che ti ritrovi, sicuramente vincerai alla lotteria
Si parla di caratteristiche personali, e questo modo di esprimersi è abbastanza colloquiale. Inoltre c’è spesso ironia o una forte convinzione in chi parla:
Riuscirò a fare gol oggi?
Certo, con la voglia che ti ritrovi di fare bella figura!
Oppure:
Col fisico che si ritrova vincerà sicuramente le olimpiadi.
Con quel bel viso che si ritrova non avrà problemi a trovare una fidanzata.
Notate che c’è, ma solo a volte, come in quest’ultimo caso, come un senso di avere, possedere qualcosa senza avere alcun merito.
Anche quando si parlava di fortuna che una persona si ritrova è la stessa cosa.
Ma si può parlare anche di caratteristiche negative:
Con la sfortuna che mi ritrovo non vincerò mai.
Oggi l’episodio era veramente impegnativo vero?
Ma non possiamo non ascoltare un ripasso. Ascoltiamo Khaled, un membro dell’associazione Italiano Semplicemente che dovrà, suo malgrado, stare lontano almeno 6 mesi e non potrà seguire in questo periodo gli episodi di italiano semplicemente. Naturalmente siritroverà ad avere 180 episodi da ascoltare quando tornerà. Vai Khaled, facci commuovere.
Khaled: Tra qualche giorno inizierà il servizio militare per me.
Per il momento non so ancora se farò il soldato o il poliziotto. Tutto sarà ben chiaro il 3 novembre, quando riceverò la Comunicazione ufficiale. Via via che passa il tempo, mi sento però un po’ infelice; perché dovrò salutare il gruppo whatsapp di italiano semplicemente, dovendomi necessariamente arruolare.
Si sa, in questi casi bisogna armarsi di pazienza. Per giunta mi saranno tolte tutte le comodità della vita quotidiana, quelle di cui ho sempre goduto da semplice cittadino. Durerà un bel po’. Forse il 2 o il 3 novembre sarà l’ultima volta per fare una capatina al sito di italianosemplicemente.com e prima di rifarmi vivo di nuovo ci vorranno 6 mesi.
Tra tutte le qualità di una persona, spicca certamente il buon senso.
Si dice che una persona è di buon senso quando è una persona moderata, che sa valutare bene le situazioni, che ha la capacità di giudicare sempre con equilibrio e ragionevolezza una situazione, comprendendo le necessità pratiche che essa comporta. Ha molto a che fare con l’intelligenza.
Le persone di buon senso non esagerano mai, non vanno oltre i limiti, ma soprattutto si sta parlando della loro capacità di giudizio. Si parla di come vedono le cose e di come agiscono di conseguenza, valutando attentamente pro e contro.
È una capacità naturale, istintiva. Il buon senso non si impara né si insegna, almeno non più di tanto.
La persona di buon senso sa distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno, e sa comportarsi in modo giusto, saggio ed equilibrato, in funzione dei risultati pratici da raggiungere.
Si può usare sia il verbo essere che avere:
Quel presidente è totalmente privo di buon senso.
Se avesse più buon senso potremmo fidarci di lui.
Se uso il verbo essere devo usare anche “di”: essere di buon senso. Con avere non c’è bisogno.
Avere buon senso.
Essere di buon senso.
Si usa spesso citare il buon senso anche come una capacità richiesta quando si deve interpretare qualcosa di scritto, come una legge.
Se la legge dice: anche all’aperto è obbligatorio indossare la Mascherina.
Allora il buon senso vuole (si dice così) che se sei completamente solo, come quando sei in macchina da solo o in un parco a fare una passeggiata, non c’è bisogno di indossarla.
Si usa anche le frasi “basta un po’ di buon senso”, “fare appello al buon senso”. “la vittoria del buon senso”.
Basta con questi lockdown, che vinca il buon senso!
In questo caso si sta dicendo che è sufficiente che i cittadini capiscano da soli come comportarsi. Non serve chiudersi tutti in casa.
Abbi il Buon senso di stare zitto!
Come a dire: stare zitto è la cosa più giusta che tu possa fare. Questa è una frase che si sente spesso quando due persone litigano.
Stasera è il 31 ottobre 2020. Tutti i sindaci e governanti del mondo fanno appello al buon senso dei cittadini per la festa di halloween.
Si fa appello al buon senso, cioè ad essere responsabili, a capire da soli come comportarsi, perché non si possono controllare i comportamenti di tutti.
Io invece adesso lascio la parola a qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente per il ripasso delle puntate precedenti.
Carmen: Se aspetti un ripasso da noi stasera, stai fresco.
Invece di scervellarsi su delle frasi di ripasso, faremo una bella baldoria. Piuttosto, speriamo che tu abbia dolcetti a portata di manoa scanso di beccarti degli scherzetti.
Non riesco mai a fare episodi che durano meno di due minuti, ma mettiamo che io oggi ci riesca, riuscirete a perdonarmi per gli episodi passati?
“Mettiamo che” , oppure “metti che” è un modo informale per fare un’ipotesi.
La frase corretta sarebbe “ammettiamo che”, comunque nel linguaggio di tutti i giorni questo ammettere diventa mettere.
Significa “diamo per scontato che sia così”, “facciamo finta che sia così”, “consideriamo vera questa ipotesi”.
Più brevemente “metti che” significa supponiamo che, ammettiamo che, ipotizziamo che. A volte si può anche togliere il “che”
Qualche altro esempio:
– metti che oggi piove, andremo ugualmente a cena ?
– si, però se piove troppo, mettiamo, 2 ore, allora meglio restare a casa. Ma non credo proprio, guarda che sole che c’è!
– ma le previsioni per stasera sono pessime, e metti che hanno ragione?
Evviva ce l’ho fatta! 1 minuto e 16 secondi! Record del mondo!
Adesso ripassiamo:
Irina:
È l’ennesima volta che provo a scrivere un ripassino, intendo, senza tirarla per le lunghe, bensì tagliando corto come si deve e come è richiesto dal buon senso, considerato il nome di questa rubrica. Perché tanti tentativi? Quando apro la pagina dei due minuti sul sito vedo oltre 350 voci. Ogni volta incomincio a scervellarmi ma dopo un po’ mi dà di volta il cervello. Mi viene la nausea vedendo un’espressione dietro l’altra: tutte queste espressioni, espressioni, espressioni… un incubo davvero. Tutto verte sull’utilizzo di parole ed espressioni già spiegate. Questo è un ripasso. La cosa strana di cui non riesco ancora a capacitarmi è che quando provo ad usarle tutto diventa buio nella mia memoria. Perbacco!
Penso allora: sarà un po’ po’ di lavoro sfoderare qualche frase ma i vantaggi sarebbero notevoli. Non solo i ripassi rappresentano un ausilio aggiuntivo per sviluppare la capacità di esprimersi meglio, spesso in modo più elegante o formale, ma queste piccole “opere d’arte” sono anche un ausilio per gli altri e tutto il gruppo whatsapp dei membri, e sono spesso e volentieri benaccetta da tutti. Mi prefiggo allora di rompere gli indugi. Invece un’altra ora è passata e il foglio è ancora bianco. Mi chiedo cosa sia successo… perché non hai scritto niente? Non hai presente l’importanza dei ripassi? Di nuovo faccio una capatina sul sito e penso: oggi proprio non è cosa. Bisogna avere pazienza.
Poi i miei occhi si soffermano sull’episodio 372 “Il lavoro paga” e proprio in questo momento squilla il telefonino: nient’altro che chiacchiere improduttive anche se per certi versi necessarie, almeno di tanto in tanto affinché l’anima e lo spirito rimangano sani. Poi però, senza troppi fronzoli dico alla voce dell’altro lato: bando alle ciance, devo scrivere un ripassino sennò il mio studio prenderà una brutta piega e, poi dopo dovrò uscire, il che rappresenta un pretesto solo per smarcarmi da questo impegno.
Il mio interlocutore ha risposto con educazione e mi ha persino incoraggiato ad impegnarmi. Mi ha detto che il mercato lavorativo è spesso sguarnito di personale e che ne ha bisogno urgentemente in diversi ambiti dell’economia. Ha aggiunto che ogni ripasso mi porterebbe più vicino ai miei obiettivi personali. “Sta a te, non ci sono altre soluzioni, o così o pomì. Stavo già scalpitando alla cornetta ma lui continuava a parlarmi. Diceva che ho tutte le carte in regola per riuscire anche questa volta e io spero che questo risponda al vero.
Certo, lui è un amico e non mi darebbe mai del’idiota.
Ora tocca a te, ha aggiunto, ed alla fine ha chiosato: hai voluto la bicicletta?
Mi facevano un po’ specie queste parole dette da lui: cosa voleva dirmi veramente? Le sue parole mi sono ronzate per la testa a lungo. Ho già pedalato per tutta la vita e non mi sono mai risparmiata.
Un po’ scombussolata stavo accingendomi a scrivere. Normalmente penso le parole prudentemente ma questa volta me ne sono fregata ed all’improvviso mi sono accorta che avevo scritto un ripassone, anziché un ripassino.
Tra tutti gli aggettivi che ci sono per descrivere una persona, ce n’è uno che si utilizza soprattutto all’interno della malavita. Quindi lo utilizzano i criminali, i mafiosi eccetera, che formano accordi tra loro, lavorano in gruppo per fini criminali e illegali.
Questo aggettivo è “infame“.
Una persona si dice infame quando è un traditore.
Ma non parliamo di un tradimento qualsiasi.
Se un uomo tradisce una donna o viceversa, c’è stato sì un tradimento, e quindi c’è un traditore o una traditrice, che è la persona che ha tradito l’altra. Possiamo parlare anche di adulterio, ma non di infamia. Così si chiama la caratteristica di chi si comporta da infame: l’infamia. Un termine che comunque ha diverse sfumature di significato.
Per esserci infamia, questo è uno dei significati, si deve tradire un accordo d’onore. Un infame è quindi un traditore, una spia, uno che ha tradito un accordo. Una persona che appartiene alla criminalità e poi va a raccontare tutto alla polizia è un infame, ed anche i cosiddetti “pentiti” sono considerati infami, sono, come dire, disonesti, inaffidabili, perché la loro parola non vale nulla.
Cosa fanno gli infami quindi? Gli infami tradiscono, e tradendo, gettano infamia su qualcuno, cioè diffamano altre persone, vale a dire ne parlano male, ne sporcano l’immagine, gettano fango su qualcuno, raccontano delle cose che rovinano l’immagine di una persona, che disonorano questa persona. Quando disonori una persona sei un infame, perché questa persona, grazie alle tue parole, adesso non è più stimata come prima, quindi è stata disonorata: le hai tolto l’onore, il rispetto.
Per essere un infame quindi è sufficiente tradire, non importa se è vero o meno ciò che vai a raccontare. Hai preso un accordo e non l’hai rispettato, per questo sei un infame.
Anche il termine “onore” è spesso legato al linguaggio dei mafiosi e/o criminali. Ha a che fare con la dignità, col mantenere le promesse, con la reputazione, col riconoscimento di alcune caratteristiche importanti di una persona.
Attenzione quindi quando usate il termine infame parlando di una persona.
Nell’uso corrente non si parla solamente di traditori infami, ma anche di infami assassini; di individuo infami, e in questi casi infame serve a enfatizzare ancora di più il senso di persone indegne, negative, moralmente condannabili. Non necessariamente c’è un tradimento, ma semplicemente un pessimo giudizio verso persone che hanno gravi colpe per aver offeso la legge, la morale, o la religione.
Insomma si tratta di persone della peggior specie, che hanno fatto qualcosa di ignobile. In ogni caso è un aggettivo che trova il suo utilizzo ottimale verso persone che mentono, che ingannano, che tradiscono, che calunniano, che dicono menzogne per ottenere vantaggi personali.
Posso usarlo anche non rivolgendomi a persone:
Oggi c’è un tempo infame! (un brutto tempo)
Un luogo infame è un luogo frequentato da gente disonesta, da “gentaccia”, come si dice normalmente.
Nel linguaggio familiare basta che una cosa sia molto brutta o molto spiacevole o fatta male per essere definita infame:
Mi è stato dato un compito infame in ufficio: devo sistemare tutti i documenti cartacei dal 1970 fino ad oggi.
Quel tizio fa un mestiere infame: lavora per la banca e deve andare a chiedere i soldi a coloro che non hanno restituito il prestito!
Si tratta di cose con nessuna qualità.
Che destino infame quello del pianeta terra, sommerso dai rifiuti.
Certo, se ci rivolgiamo ad una persona, infame è molto offensivo, molto simile a figlio di… e anche pezzo di m….
Negli altri casi c’è sempre un sentimento negativo, spiacevole, brutto, anzi bruttissimo!
Ma adesso ripassiamo un po’. Passiamo qualcosa di piacevole come la voce di Natalia che è tutt’altro che infame!
Natalia: Vi rendete conto che quasi tutti i giorni alla stessa ora Gianni ci chiama alla resa dei conti con un ripasso delle espressioni viste? È vero, a volte può darsi che ci colga alla sprovvista anche se è risaputo che lo si fa più o meno sempre alla fine della giornata, ragionper cui, per la cronaca vado in tilt quando voglio raccoglierelaprovocazione di scrivere un ripasso…oggi per esempio mi sono scervellata, e come al solito non riesco ad essere concisa, la prendo sempre per le lunghe; abbiate pazienza ragazzi, via via che scrivevo mi ronzava per la testa una nuova espressione.😊
Nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente abbiamo visto tutti i sinonimi di “cioè”.
Tra questi sinonimi abbiamo accennato anche a “per meglio dire”.
Questa espressione è equivalente alla più sintetica “o meglio”.
Queste sono due modalità sono simili a cioè, ma non sono esattamente la stessa cosa e sono ancora meno simili a ossia, ovvero e ovverosia.
Perché? Perché adesso stiamo dicendo che c’è un modo migliore, che esiste un modo migliore per esprimere lo stesso concetto appena espresso, o la stessa parola. Non si tratta più di alternative ugualmente valide, ma stiamo correggendo ciò che abbiamo detto.
Se usiamo “o meglio” questa correzione è ancora più evidente rispetto a “per meglio dire”.
Ad esempio:
Oggi in Italia non è garantito il diritto alla salute, o meglio, non per tutti è garantito.
Non studio mai la grammatica, o, per meglio dire, non la studio più da quando ascolto gli episodi di italiano semplicemente.
Per imparare l’italiano è obbligatorio studiare la grammatica? O meglio quanto è importante anche ascoltare e parlare con dei madrelingua?
Vedete quindi che stiamo sempre correggendo ciò che abbiamo detto.
È come dire: “lo dico meglio” oppure anche: “no, scusa, volevo dire che…”.
Se è un piccolo cambiamento o una specifica usiamo “per meglio dire” mentre se stiamo cambiando molto, se sto correggendo e non specificando uso “o meglio”.
È un po’ strano che si utilizzi “o” che significa “oppure”. Questo lascia pensare a un sinonimo ma in realtà dopo c’è “meglio”.
“O meglio” è molto simile ad “anzi“, dove è molto più chiaro che stiamo cambiando molto il senso.
Ma di “anzi” parliamo domani, o, per meglio dire, nel prossimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Adesso ripassiamo se non avete niente da fare, o meglio, se ne avete voglia:
Buongiorno a tutti, avete mai pensato a quanti modi diversi ci sono per dire “cioè”?
Però questi modi, che adesso vedremo, non sono proprio tutti uguali, altrimenti esisterebbe solo cioè.
“Cioè” è il più diffuso, e serve per spiegare meglio un concetto o anche per dire che non si è capito bene.
Spesso è usato anche come intercalare, ma spesso si abusa di questo termine e non ce n’è bisogno veramente. I ragazzi hanno questo vizio spesso, e il motivo è che non si legge abbastanza.
E’ come dire: adesso cerco delle parole diverse, te lo dico in un altro modo, aggiungo qualcosa che può aiutare a capire.
Tu non mi ami più, cioè non è che non mi ami più, forse mi ami, ma non me lo dimostri più.- Cioè voglio dire che io ho bisogno di attenzioni, cioè di regali, di carezze, di parole carine. Cioè, in altri termini una volta prestavi più attenzione a questi particolari.
Questo è un esempio di uso colloquiale di cioè.
Infatti “cioè” è sempre colloquiale e nello scritto è sicuramente meglio usare una modalità alternativa.
Ad esempio “vale a dire”, “in altri termini”, “in altre parole”, “per meglio dire”
Questi sono più adatti allo scritto, quando si spiega meglio un concetto, aggiungendo dettagli o modificando i termini usati.
Vale la pena soffermarci su “ovvero“. A volte ovvero può sostituire “cioè”.
Questo episodio è molto interessante, ovvero molto utile per migliorare la lingua italiana.
La lingua di Dante, ovvero la lingua italiana, è la più melodica al mondo.
Ovvero inizia per “o” e infatti è l’unione tra “o” e “vero”, cioè serve a introdurre un’altra cosa “vera”, nel senso di equivalente.
Ma ci sono due cose da aggiungere a riguardo. Primo, che “ovvero” può usarsi per riferirsi ad una categoria più grande, o ad etichettare ciò che abbiamo già detto. Quindi non semplicemente ad usare parole diverse, come “cioè”, ma ad inquadrare ciò che abbiamo detto in una categoria più grande.
Mi spiego meglio con qualche esempio:
Oggi vi spiego cosa cucinare con gli avanzi del giorno prima, ovvero vediamo l’arte culinaria del riciclo.
In questo episodio parliamo di cioè, ovvero, ossia e altri termini, ovvero cerchiamo di aumentare il nostro vocabolario.
Questo è un uso particolare di ovvero, che non ci crea particolari problemi.
I problemi arrivano perché alcune volte “ovvero” si utilizza al posto di “oppure” e risulta spesso difficile capire se, in una frase, il senso di chi parla o scrive sia quello di “cioè” o quello di “oppure”: si sta cecando di spiegare meglio o stiamo aggiungendo una alternativa?
se dico ad esempio:
Si può partecipare alla festa di Giovanni solo se invitati ovvero se sei un suo parente.
Cosa significa? Potrebbe significare che ci sono due possibilità per partecipare alla festa: essere parenti o essere invitati, anche se non parenti. Ma allora significa “oppure”.
La seconda possibilità è che solamente i parenti siano invitati quindi quell’ovvero sta per “vale a dire”.
Il mio consiglio allora è di non usare mai “ovvero” proprio per questo motivo. Purtroppo, soprattutto nella lingua giuridica, quindi nelle leggi, regolamenti eccetera, il senso è più spesso quello di “oppure” mentre nella lingua comune significa quasi sempre “vale a dire”, “cioè”.
Quindi non usate ovvero, ma sappiate che si usa in questi due modi.
Poi c’è OSSIA, che equivale a cioè, ma è meno comune, più formale, più adatto allo scritto.
Ossia però non si usa normalmente per chiarire un concetto poco chiaro quando non trovo le parole adatte, cioè non esattamente per spiegarsi meglio, ma per introdurre una definizione equivalente o per aggiungere informazioni più dettagliate. Ad esempio:
Oggi vi parlo dei sinonimi di “cioè”, ossia dei termini che posso usare in sostituzione di “cioè”.
Per evitare il contagio, bisogna osservare le norme, ossia indossare la mascherina e rispettare la distanza di sicurezza.
Per vivere a lungo bisogna condurre uno stile di vita equilibrato, ossia mangiare poco, fare attività fisica, evitare lo stress e i pericoli e dormire almeno 7-8 ore al giorno.
Il Brasile ha una superficie di 8.516.000 km², ossia più di 28 volte l’Italia.
Ci vediamo domenica prossima, ossia il primo novembre.
In questi casi potremmo usare tranquillamente cioè, vale a dire, ovvero, eccetera, ma ossia è il più usato e il più adatto.
Spesso “ossia”, come avete visto, si usa anche per introdurre un elenco che riteniamo di utilità esplicativa:
Per andare a scuola mi servono ancora diverse cose, ossia una cartella, due penne e una matita.
Ossia possiamo quindi chiamarlo un chiarimento ampliato di una affermazione precedente.
Poi c’è anche “ovverosia” che è come “ossia”, ma molto meno comune.
Per perdere peso bisogna stare attenti alla matematica, ovverosia al numero delle calorie contenute negli alimenti.
Questa volta però non c’è più il doppio senso, l’ambiguità di “ovvero” che abbiamo visto prima. Quindi ovvero è meglio se non lo usate proprio, mentre per ovverosia vi è concesso, ma sempre meglio usare “ossia“. Sappiate comunque che è la stessa cosa.
Adesso ripassiamo:
Ulrike (Germania): A furiadi spiegarci le espressioni per filo e per segno, spesso e volentieri il nostro presidente sforaun po’. Guardiamo la sostanza e non la forma.
Siamo arrivati all’episodio n. 391 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”. A coloro che solo oggi conoscono questa rubrica consiglio di iniziare dall’episodio n.1.
Qualunque scelta diversa sarebbe sbagliata, a meno che il livello di italiano posseduto è molto alto.
A proposito di sbagliare. Quando parlate di cose sbagliate, se si tratta di scelte, di comportamenti, di azioni molto pericolose possiamo usare l’aggettivo scellerato o scellerata.
Anche una persona può essere scellerata, e in questo caso questa persona fa qualcosa di molto sbagliato, pericoloso, ma se non parliamo di persone non cambia molto: una scelta scellerata, un comportamento scellerato, un’azione scellerata eccetera. Si tratta di cose sbagliate, che giudichiamo sbagliate, questo è sicuro, ma se vogliamo usare la scelleratezza (questo è il nome della caratteristica in questione) dobbiamo concentrarci sulle conseguenze, anche solo potenzialmente molto negative. C’è anche però un giudizio morale quando usiamo questo aggettivo “scellerato” o il sostantivo “scelleratezza”. Qualcosa che noi non faremmo mai e poi mai.
Una madre scellerata lascia in casa il suo bambino di due anni da solo tutto il giorno.
Lanciare una bomba atomica è una scelta scellerata.
Lasciare la scuola a 15 anni è una decisione scellerata.
Licenziarsi dal proprio lavoro con una famiglia sulle spalle può essere ugualmente una decisione scellerata.
Suicidarsi è un atto scellerato.
Non abusate di questi termini però perché se il contesto non è molto grave non ha molto senso. Meglio allora usare pericoloso, sbagliato, grave, riprovevole, irragionevole, incomprensibile e via dicendo.
Adesso ripassiamo:
Anne France: Ha appena telefonato un nostro cliente. Era incazzato perché la merce pervenuta non è come si deve. Si vuole avvalere del suo diritto di rimandarla indietro.
Max Karl: allora dovremmo correre subito ai ripari, sennò ne va della nostra reputazione. Chiamiamo in causa il nostro reparto servizio clienti.
Ah no, accidenti, mi è sfuggito che oggi non c’è nessuno! Caschiamo proprio male. Allora te la devi vedere tu!
Komi: beh ..Non mi dispiace per niente raccogliere la provocazione, con i clienti difficili ci so fare, direi che sono proprio portato per questo.
Ma purtroppo ho i tempi stretti!
Max Karl: dai, non fare storie! mettiti subito all’opera per sbrogliare la matassa. Il cliente mi sta addosso e mi sta incalzando per una risposta, quindi urge sbrigarsi , non vogliamo certamente correre il rischio che ci faccia causa.
E: d’accordo , mi adopererò per ovviare al meglio. Farò una capatina da lui per parlargli dalvivo. Vedrai che in futuro sarà annoverato tra i nostri migliori clienti.
Se qualcosa urge significa semplicemente che è urgente, che c’è urgentemente bisogno di questa cosa.
Il verbo Urgere non si legge e non si pronuncia mai all’infinito perché non è un’azione che compie una persona. In realtà si può usare anche in modo transitivo, con lo stesso senso di sollecitare qualcuno, mettere fretta a una persona, ma è veramente poco usato in questo modo.
L’uso prevalente è “c’è molto bisogno di qualcosa”, “è urgente”.
Ma quando si usa urgere?
Semplicemente quando c’è una urgenza. Niente di col plu.
Mi sento malissimo, urge un medico al più presto.
Dunque è necessario al più presto un medico, occorre un medico.
Accidenti mi si è rotta la macchina, urge un’auto in sostituzione.
Quando c’è un terremoto urgono aiuti, urgono medici e medicinali, e urge soldi per aiutare a ricostruire.
In questo momento invece urge una frase di ripasso perché sono già passati i due muniti.
Komi: che bello, finalmente è pervenuto il pacco. Pensavo non arrivasse più. Non vedo l’ora di disimballarlo.
Caspita! Guarda qui, questi nuovi vestiti mi vanno proprio a genio . Mica male, vero?
Carmen: Direi piuttosto mica pizza e fichi visto che è tutta roba di qualità. Hai proprio le mani bucate! Appena adocchi qualcosa, non puoi fare a meno:di comprarlo. Ti togli ogni sfizio senza remore e neppure badi a non superare il tetto di spesa che avevamo deciso insieme. Sei un vero spendaccione. Quello non è un pacco normale, è un collo!
Komi: macché spendaccione e quale collo d’Egitto! L’ho pigliato in svendita e sono solo 40 capi.
Carmen: ci risiamo! Appena vedi un’offerta sei *insofferente alle attese*. Sempre la solita solfa.
Eccoci qua in questo nuovo episodio di due minuti con Italiano Semplicemente, la rubrica per imparare la lingua italiana giorno dopo giorno, passo dopo passo, senza dimenticare, senza noia, senza studio, ma solo ascoltando un breve episodio ogni giorno.
Carmen : Ma io mi domando e dico: come ho fatto a non scoprire prima Italiano Semplicemente?
Giovanni: Ecco, questa è una bella domanda in cui si utilizza un’espressione nuova e simpatica: “io mi domando e dico”.
Un’espressione che tutti gli italiani usano nel linguaggio di tutti i giorni per mostrare stupore e incredulità.
Aggiungere “ma” all’inizio dà più enfasi all’espressione, come già abbiamo visto in altri episodi come “ma guarda un po’“, “ma ti pare”, “ma io non lo so”, “ma va”, “ma come si fa”, “ma dimmi tu”. Anche queste riguardano tra l’altro lo stupore in qualche modo. Però questo accade anche con altre espressioni colloquiali, perlopiù esclamazioni, dove il “ma” dà solo maggiore enfasi, potrei citare “ma vai a quel paese”, “ma falla finita” ed altre ancora.
Questo “ma” serve spesso a tirare delle conclusioni definitive, per esprimere la volontà di chiudere un discorso in modo brusco. In questo caso si tratta di enfasi, quindi per attirare maggiormente l’attenzione.
“Ma io mi domando e dico” significa letteralmente che ci si fa una domanda alla quale non si sa rispondere, qualcosa che non ci si aspetta o che non si comprende, qualcosa che sembra impossibile, e invece no, invece pare che sia possibile. E quando qualcosa di molto strano ci appare davanti possiamo farci una domanda, una domanda a noi stessi, che ci interroghiamo e diciamo:
Ma io mi domando e dico: ma com’è possibile?
Voi non riuscite a capacitarvi di qualcosa, è troppo strano, inspiegabile.
La usava spesso il grande Totò, quindi trattandosi di un attore comico, l’espressione è abbastanza scenica, simpatica e attira l’attenzione di chi ascolta. Quando si racconta un episodio strano, dove voi non siete d’accordo con qualcosa di accaduto o detto da qualcuno, allora potete usarla.
Ovviamente dopo aver usato questa espressione dovete farvi una domanda e dovete dire cosa non capite, cosa vi risulta strano da capire, o cosa vi ha fatto così arrabbiare o stupire o meravigliare.
L’importante è che la cosa sia eclatante, spesso si tratta di qualcosa del tutto contrario ai vostri valori, però come ho detto c’è un po’ di teatralità, e gli italiani sanno essere molto teatrali quando vogliono.
Ad esempio:
Hai visto quelle ragazze? Si sono salutate con un bacio sulla guancia indossando la Mascherina. Ma io mi domando e dico: ma riesci a capire che stiamo attaversando una pandemia?
Adesso ripassiamo. Ascolterete alcune voci dei membri della nostra bella associazione.
Hartmut: Avete notato che all’indomani di un esame vi sentite molto più leggeri?
Ulrike: non è che io sia molto d’accordo. Abituarsi agli esami è un parolone. Tant’è vero che io mi agito anche quando devo registrare una frase di ripasso!
Facile vero? Ieri è il giorno che è appena passato, oggi è il giorno in cui parlo e domani è il giorno che verrà immediatamente dopo. Domani è il giorno successivo ad oggi. Bene.
Quindi domani appartiene al futuro.
Però esiste anche l’indomani. L’indomani è, proprio come domani, il giorno successivo ad oggi.
La differenza è che l’indomani è già passato oppure non sarà proprio domani, ma un altro giorno.
Non sono impazzito!
Quando parlo del passato e devo indicare il giorno successivo di un dato giorno, posso chiamare questo giorno successivo in questo modo: l’indomani.
Ad esempio:
Ricordo che l’indomani della caduta delle torri gemelle, non sono andato a lavorare.
Ho semplicemente detto che il giorno successivo, il giorno seguente alla caduta delle torri gemelle non sono andato al lavoro.
Facile vero?
Spesso si dice semplicemente “il giorno dopo”, “il giorno seguente”, “il giorno successivo”.L’indomani però è indubbiamente più elegante.
Attenzione perché l’apostrofo è obbligatorio. La parola indomani non la troverete mai da sola.
Troverete l’indomani oppure all’indomani o anche dall’indomani.
Giovanni si sposò e l’indomani partì per il viaggio di nozze
Perché rimandare sempre all’indomani ciò che puoi fare oggi?
Sofia ha detto che tra tre giorni partirà per il Brasile e già dall’indomani sarà pronta per cercarsi un lavoro.
Notate che non si usa solo per eventi passati, ma anche futuri. La cosa importante è indicare il giorno successivo, il domani rispetto al giorno di cui si è parlato.
Ricordate poi che non potete usare domani al posto di indomani e viceversa.
Adesso ripassiamo.
Sofie: ehi.. che cos’hai? Come mai sei così giù di morale? Rauno: mi mordo le mani , ecco perché. Ieri alla festa ho adocchiatouna ragazza, ma avevo una fifa blu di attaccare bottone e ora ho un po’ di rammarico. Farei i salti mortali pur di rivederla. Ulrike: non ti ci facevo! Ti vanti sempre di quanto sei portato a far colpo sulle ragazze, salvo poi essere a corto di idee per parlare? Non ci posso credere! Hartmut: pure io , non riesco a capacitarmi. Che vuoi, ormai è tardi . Meglio che te ne fai una ragione. Ogni lasciata è persa. Irina: ma ragazzi, non esageriamo! Caschi bene perché io la conosco, se vuoi ti do il suo numero. Ma che questo episodio ti serva da lezione. Mi raccomando: è sempre meglio il rimorsoche il rimpianto.
Oggi ci occupiamo del verbo rimettersi, molto simile al verbo demandare, di cui ci siamo occupati nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
in realtà il verbo riflessivo rimettersi ha un sacco di utilizzi anche usati molto più spesso.
Se sei malato ad esempio, rimettersi significa guarire. È come dire tornare in salute, o meglio mettersi nuovamente in salute. Il “ri” iniziale serve a questo, similmente a ritornare, rimangiare eccetera.
Allo stesso modo rimettersi in forma o rimettersi in sesto e anche rimettersi con una persona.
Questi sono utilizzi corretti e quotidiani di usare il verbo rimettersi.
Infatti rimettersi in forma, in sesto e con una persona stanno ad indicare un “mettersi una seconda volta”.
Se perdo la forma la posso riacquistare rimettendomi in forma. In pratica si tratta di tornare in forma. Rimettersi in sesto è abbastanza simile e ci siamo già occupati dell’espressione.
Mettersi con una persona, invece, sta per fidanzarsi, o per “iniziare una relazione sentimentale” con una persona, e mettersi in affari è iniziare una collaborazione professionale con una persona, rimettersi , in tutti questi casi, significa mettersiunaseconda volta.
La stessa cosa avviene se mi rimetto le scarpe dopo essermele tolte o se mi rimetto a piangere o ridere.
Ma rimettersi si usa anche in altro modo, che è quello che ci Interessa oggi, dopo esserci occupati di demandare, assegnare e affidarsi.
Es:
Mi rimetto al tuo giudizio
Ci rimettiamo al vostro parere
Mi rimetto alla decisione del giudice
Bisogna rimettersi al giudizio dell’arbitro.
Rimetto la decisione al tuo parere
Queste frasi danno al verbo rimettersi il senso di far decidere qualcun altro.
La differenza rispetto a demandare è che in questo caso c’è un senso di rispetto e una specie di promessa di rispettare la tua decisione. Un po’ il contrario di assegnare, perché normalmente chi assegna è più importante, nel senso di gerarchia: il professore assegna i compiti allo studente. Invece rimettersi funziona al contrario dal punto di vista della gerarchia.
È in pratica un affidare ad altri la decisione, lasciare che altri agiscano secondo la propria volontà o il proprio giudizio. Ed io rispetterò la sua decisione qualunque essa sia.
Ad esempio:
rimetto a te ogni decisione in merito;
preferisco rimettere a voi la scelta;
Somiglia anche a affidarsi, mettersi nelle mani di qualcuno.
Posso usare il verbo in più modi diversi se ci avete fatto caso, anche in modo non riflessivo:
Mi rimetto alla tua decisione
Rimetto la decisione nelle tue mani.
Rimetto la decisione al tuo parere.
A voi la scelta di come usarlo.
Per memorizzarlo questo verbo dovremo ripassarlo spesso. A proposito di ripasso…
Irina: macché figuraccia! Eccomi qua, visto? Dacché mi sono iscritta al sito di Italianosemplicente , so destreggiarmi bene e al di là di qualche piccolo errore qua e là l’apprendimento è molto appagante .
Molti studenti ma soprattutto molti appassionati e amanti della lingua italiana hanno demandato a me il compito di guida, di accompagnamento al loro apprendimento.
Ed io spero di essere all’altezza di questa responsabilità e onore.
Ho appena usato il verbo demandare, forse anche esagerando un po’.
Qualcuno avrà pensato a “domandare“, (c’è solo una lettera diversa) e avrà pensato ad un errore da parte mia.
Invece no. Demandare è un verbo diverso, molto diverso da domandare.
Demandare è simile a assegnare, affidare.
Ma affidare si usa prevalentemente con le responsabilità. Implica fiducia.
Ti affido la casa per due settimane. Mi raccomando!
Sono andato in vacanza ed ho affidato il mio cane ad una vicina di casa chiese ne occuperà durante la mia assenza.
Affidare ha un senso spesso temporaneo e risponde alla domanda: di cosa mi devo occupare? Di cosa devo avere cura!?
Assegnare invece si usa con i compiti:
La maestra assegna i compiti agli studenti
In ufficio mi hanno assegnato un pò di lavoro da fare.
Assegnare risponde più alla domanda: cosa devo fare?
Demandare invece si usa meno con le singole persone, ha invece un uso piu frequente quando si parla di uffici, competenze date dalla legge, e in generale c’è più responsabilità che fiducia. Somiglia molto a “trasferire ad altri”. Ha un senso più definitivo.
Anziché dire che lo stato ha la responsabilità di occuparsi della salute dei cittadini, posso dire:
Allo Stato è demandata la tutela della salute dei cittadini.
Quindi è dello Stato la responsabilità di tutelare la nostra salute.
La legge demanda a ogni ministero lo svolgimento di determinate mansioni.
Potrei tranquillamente usare affidare o assegnare, ma con demandare c’è più formalità e spesso più importanza.
Non si deve mai demandare alla sola scuola il compito di educare i propri figli.
Con questo si vuole dire che è anche compito delle famiglie.
Demandare quindi ha anche un senso più definitivo come dicevo. C’è proprio il senso del trasferimento di una responsabilità, ma non è detto neanche che si tratti di una responsabilità. Spesso le persone non c’entrano.
Se una legge demanda una decisione ad un decreto, allora sarà il decreto che dovrà contenere questa decisione.
Se uso affidare o assegnare, anche qui va ugualmente bene ma non è il linguaggio più adatto perché non c’entra nulla la fiducia e non ci sono mansioni o compiti assegnati. C’è semplicemente un trasferimento.
Ora è il momento del ripasso da parte dei membri dell’associazione.
Anthony: un ripasso con tutti gli *annessi e connessi* è una cosa seria. Per *ingranare* con un ripasso devo studiare ancora *un bel po’. Fortunatamente c’è quel po’ po’* di sito che si chiama italiano semplicemente!
Ulrike: ma dai, *quale* sbaglio aspettare di essere all’altezza! Per *ingranare* con un ripasso devi *abbozzarne* uno. *Dai un’occhiata* nell’elenco della rubrica dei due minuti e lasciati ispirare così. Funzionerà!
Natalia: *Può darsi* però che all’inizio spuntino solo 2 o tre frasi con 2 o 3 delle espressioni della rubrica.
Carmen: meglio così! *Si dà il caso che* Giovanni *sfori* *spesso e volentieri* i due minuti, *a maggior ragione* un ripasso breve sarebbe *benaccetto*.
Rauno: poi, *una volta* cominciato, *di volta in volta* sarà sempre più facile *destreggiarsi* con la costruzione di un ripasso.
Max Karl: va bene, va bene, smettete di *incalzarmi*, *raccolgo la provocazione*. So che avete ragione e mi sento proprio *chiamato/a in causa* per il mio *esordio* con un ripasso.
Noi italiani siamo sempre in ritardo! Forse è per questo che ci sono parecchi modi per indicare un ritardo.
Tutti voi sapete che arrivare tardi ad un appuntamento o al Lavoro o altrove significa arrivare in ritardo. Vero?
L’espressione “fare tardi” è ad esempio usata:
Se non ci sbrighiamo faremo tardi.
Questo significa che arriveremo tardi.
Si è fatto tardi ragazzi, bisogna andare a casa.
“Si è fatto tardi” si usa spesso quando è passato più tempo del previsto. Si usa spesso ad esempio quando è notte, o il sole sta tramontando e dobbiamo rientrare a casa.
Tardi indica anche quando si arriva “troppo tardi”. Ad esempio quando perdiamo il treno.
Se attivo tardi alla stazione allora sicuramente perderò il treno a causa del mio ritardo. Allora posso dire:
Ormai è tardi!
Quando si arriva tardi si può usare il verbo ritardare.
È abbastanza logico:
“Oggi arriverò in ritardo” può anche dirsi “oggi ritarderò”.
Arrivi sempre tardi!
Diventa:
Ritardi sempre!
“Oggi farò un ritardo di 10 minuti”può diventare: “oggi ritarderò di 10 minuti” (anche senza “di”).
Quindi arrivare tardi in un luogo diventa ritardare, ma a volte può anche diventare “tardare“.
Ti avviso che oggi tarderò 15 minuti.
Potrei dirlo al mio capo in ufficio.
Che significa? E esattamente come ritardare, cioè significa due cose:
1) arriverò 15 minuti dopo, quindi in ritardo;
2) finirò la mia attività precedente 15 minuti dopo.
Nella sostanza è la stessa cosa, ma tardare è più informale ma soprattutto sottolinea un allungamento di attività, che quindi durerà più del previsto.
– dovevo stare a casa alle 20 ma Ho tardato un pò per colpa del traffico.
– si stava troppo bene al mare, così abbiamo tardato 20 minuti al ristorante.
– Domani tarderò un pò in ufficio, abbiamo molto da fare.
Quindi tardare si usa quando voglio sottolineare che un’attività viene prolungata e questo genera ritardo.
Si usa comunque come detto anche in modo più informale rispetto a ritardare.
Esiste anche il verbo attardarsi, che in pratica significa “fare tardi“. Si usa però in caso di imprevisti o perdite di tempo non programmate.
Mi sono attardato un po’, quindi arriverò qualche minuto dopo.
In questo caso è colpa mia generalmente, non del traffico o di impegni precedenti.
Quindi se la colpa del mio ritardo è tua si dice normalmente:
Mi hai fatto fare tardi!
E non “mi hai fatto attardare” perché non è colpa mia ma tua.
Si usa ad esempio per ritardi dovuti a distrazione.
Mi sono attardato perché non trovavo il cellulare.
Poi c’è anche l’aggettivo tardo e tarda.
Mio figlio è tornato a casa a tarda notte
Il locale è aperto fino a tarda notte
Ci sentiamo nel tardo pomeriggio, ora ho un pò da fare.
Ci vediamo in tarda serata
Faccio sempre una corsetta in tarda mattinata
Quindi in questi casi si tratta dell’ultima parte della mattina, del pomeriggio, della sera o della notte.
In qualche libro avrete senz’altro incontrato anche il tardo ‘800, ad esempio, cioè gli ultimi anni del secolo.
Tarda e tardo sono anche un aggettivo per le persone però.
Scusami sono un pò tardo oggi e non riesco a concentrarmi.
La ragazza è un pò tarda, dovrai ripetere più volte la spiegazione.
Attenzione perché è abbastanza offensivo se si riferisce ad altre persone.
Come aggettivo dispregiativo esiste anche “tardona”, un aggettivo al femminile che indica una donna matura, non più giovanissima ma non ancora anziana. Si usa quando questa donna vuole sembrare più giovane nonostante l’età non più giovanissima. Senz’altro un aggettivo dispregiativo. Più usato per le donne. Tardone (al maschile) esiste ugualmente ma si usa molto meno.
Tornando a tardo e tarda, quando si riferiscono a persone sono molto simili a ritardato e ritardata, aggettivi che indicano un ritardo mentale, quindi un problema neurologico, una disfunzione, un handicap in pratica. Ma anche ritardato e ritardata sono abbastanza informali e offensivi.
Sicuramente non si usano quando si fa tardi, quando si è in ritardo quando ci si attarda per motivi personali.
Infine, esiste anche tardivo e tardiva. Però questo non è quasi mai un aggettivo per le persone:
Se arrivo tardi allora è l’arrivo ad essere tardivo.
Se la polizia interviene tardi in una rapina in banca, quando è tardi ormai, il suo intervento è tardivo.
Se mi fanno una domanda e io rispondo tardi ho dato una risposta tardiva.
Mi riferisco alla risposta quindi. Io rispondo tardi, ho ritardato o tardato a dare una risposta, quindi la mia risposta è stata tardiva.
Anche una legge o una decisione del Governo può essere tardiva. Andava fatta prima, ormai è tardi.
Tardivo si può comuque usare anche con le persone, ma in questo caso è proprio come tardo e ritardato. Trattasi di un ritardo mentale. Meno offensivo comunque.
So che si è fatto tardi, scusatemi, mi sono dilungato un po’ troppo nelle spiegazioni, ma non è mai troppo tardi per un ripasso come si deve.
Anthony: E’ arrivato il momento di ROMPERE GLI INDUGI cioè di smettere di CINCISCHIARE che Giovanni sta per perdere la pazienza. Non vogliamo che ci faccia qualcosa di brutto per RIPICCA, il quale sarebbe un gesto totalmente FUORI LUOGO. Non e’ che vogliamo VENIR MENO alle sue aspettative né RISPONDERE PICCHE ma a volte SI è a CORTO DI tempo. A RAGION VEDUTA, ammetto che la sua insistenza nel pretendere ripassi non e’ sbagliata. lui sa che comporre ripassi e’ un metodo di apprendimento che PAGA.
Cioè il risultato dell’operazione due più due è quattro.
Il segno più (+) indica un’addizione.
Il segno meno (-) indica invece una sottrazione.
Quanto fa quattro meno tre?
4-3=1
Quattro meno tre fa uno.
Il risultato dell’operazione quattro meno tre è uno.
Il segno meno (-) è il segno della sottrazione.
Il segno piu (+) è il segno dell’addizione.
Con il più si aggiunge, col meno si sottrae. Il più serve ad aggiungere e il meno a sottrarre.
Cosa succede se aggiungo tre a cinque?
Aggiungendo tre a cinque ottengo otto. Il risultato è otto. Tre più cinque fa otto. Tre più cinque è uguale a otto.
3+5=8
3 e 5 si chiamano addendi.
8 è il risultato o somma.
Cosa succede se sottraggo 6 a 9?
Sottraendo 6 a 9 ottengo 3.
Infatti 9-6 fa 3.
Nove meno sei fa tre.
Se sottraggo 5 a 11 ottengo 6.
11-5=6
11 si chiama minuendo e 5 si chiama sottraendo.
Se sommo 2 a 8 ottengo 10.
Quanto viene se faccio 4+6?
Viene 10. Il risultato è 10. Sommando 4 e 6 si ottiene 10.
Quanto viene sottrando 2 da 10?
Se faccio dieci meno due ottengo 8.
Il risultato di questa operazione è otto.
Quale operazione si sta facendo usando il segno più (+)?
Si sta facendo un’
addizione. Si sta facendo una somma.
Quale operazione si sta facendo usando il segno meno (-)?
Si sta facendo una sottrazione.
Addizionando dei numeri tra loro, come risultato ottengo la somma.
L’operazione dell’addizione si chiama anche somma.
Sommare e addizionale è la stessa cosa.
Mi fai la somma tra 2 e 9? Quanto fa?
La somma tra 2 e 9 fa 11.
11 è il risultato della somma tra i numeri 2 e 9. Sommando 2 e 9 ottengo 11.
Se sottraggo 1 a 12 ottengo lo stesso risultato?
Si, il risultato è lo stesso. Questa sottrazione fa sempre 11.
Il risultato è sempre pari a 11.
A quanto è pari la somma tra due e cinque?
La somma tra due e cinque è pari a sette.
A quanto è pari la sottrazione tra 6 e 2?
Questa sottrazione è pari a 4.
Cos’è 4?
Quattro è il risultato di questa sottrazione.
L’addizione e la sottrazione sono due operazioni aritmetiche.
Adesso ripassiamo:
Khaled: Oggi, non mi gira bene, avendo un esame, domani. Sebbene abbia tutte le carte di regola per superare l’esame, ho paura di non farcela e inoltre non ho neanche voglia di scervellarmi su quanto studiato.
Con la lingua italiana è diverso invece.
Lo studio dell’italiano è appagante come attività e ho sempre voglia di migliorare. Non mi sento mai pago.
Questo pare che valga anche per gli altri membri dell’associzione italiano semplicemente visto che sono tutti molto bravi.
Non è facile costruire una frase di ripasso, infatti alcune espressioni imparate mi sfuggono di mente in un batter d’occhio, così adesso chiedo manforte agli altri membri per confermare la correttezza di quanto scritto.
Carmen: ti do il mio beneplacito khaled. Ottimo ripasso. Puoi dire un bel ciaone a chi critica il tuo livello di italiano.
È difficile da spiegare perché le carte spesso sono legate al gioco delle carte (come il poker) invece in questo caso le carte indicano dei documenti, delle autorizzazioni, come se parlassimo di pernessi, di burocrazia.
Infatti “stare in regola” o “essere in regola” (espressione più semplice) è una espressione che si usa quando siamo autorizzati a fare qualcosa, ad esempio se lavoro in una pizzeria, essere in regola significa che sono regolarmente pagato e registrato, quindi sono in regola con lo stato con la Legge dello stato.
Insomma è tutto ok, tutto regolare, tutto a posto. Questo è “essere in regola” cioè aver rispettato le regole, la Legge in generale.
Ma avere le carte in regola sta ad indicare la stessa cosa, facendo riferimento ai documenti che dimostrano la regolarità.
Avere le carte in regola si usa però anche al di fuori della legge, senza quindi parlare di documenti e di autorizzazioni. Quando c’è di mezzo la legge, non avere le carte in regola significa che non si può ottenere qualcosa perché manca qualche carta importante.
Senza carte in regola non si ottiene la cittadinanza ad esempio: bisogna dimostrare con dei documenti ciò che la legge prevede.
L’espressione si usa anche in senso più ampio, come dicevo, per indicare che si è meritevoli o è possibile ottenere un risultato perché non manca ciò che è necessario. Anche senza parlare di legge quindi.
Spesso si confrontano gli obiettivi con le potenzialita di una persona.
Ce la farò? Posso fare questa cosa? Sarò in grado? Posso ambire a questo?
In questi casi posso usare questa espressione, in modo figurato naturalmente.
Ad esempio:
La città di Roma ha le carte in regola per ospitare le Olimpiadi
Nel senso che a Roma abbiamo tutto ciò che serve, non manca nulla: l’organizzazione, il prestigio, le strutture eccetera.
Sarò capace di piacere a Maria? Lei forse è troppo bella e ambiziosa.
Risposta: Certo che puoi. Hai tutte le carte in regola per piacerle: sei carino, educato, sei anche benestante, quindi non ti manca nulla.
Un terzo esempio:
Un mio amico, pur avendo tutte le carte in regola per laurearsi, non c’è mai riuscito. Eppure non gli mancava nulla.
Questo per dirvi quest’ultima cosa: avere le carte in regola ti permette ma non ti garantisce il risultato.
E adesso, visto che tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente hanno le carte in regola, possono tranquillamente aiutare tutti i visitatori a ripassare le espressioni già spiegate.
Doris: Avete presente le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente? I consigli dell’associazione rispondono alvero, tuttavia solo, se non rispondiamo picche quando siamo richiamato a redigere qualche riga di ripasso, altrimenti l’apprendimento della lingua italiana prenderà via via una brutta piega. In fin dei conti paghiamo lo scotto se non diamo seguito alle regole. Eccome! Ma quale sono i tuoi ragionamenti in merito?
Ti sai giostrare bene con le frasi di ripasso? Può darsi che tu sia portato per le lingue e ti destreggi bene anche senza troppo dispendio di energie o che sei disposto anche a sforzarti un po’ pur di progredire come si deve. Comunque, l’apporto di tutti i membri del gruppo è indispensabile per fa sì che le espressioni imparate rimangano in giro tra di noi e vengano ripetute assai spesso.
Di buon grado il nostro presidente ci aiuta se incontriamo qualche problema, bontà sua! Mi raccomando, il lavoro paga ed è appagante vedere progressi costanti insieme come team.
Spero che il mio ripasso non sia stata la solita solfa e che abbia fornito un valore aggiunto perlomeno dal punto di vista linguistico. Chi getta un seme l’ha da coltivare se vuol vederlo a tempo vegetare. E presto i ripassi diventano come le ciliegie, uno tira l’altro.
Il verbo aiutare sicuramente lo conoscete tutti vero?
Lo stesso vale per il verbo incontrare.
Certo, aiutare è semplice da usare ma a volte un pò troppo generico.
In alcune situazioni forse è meglio usare, al suo posto, l’espressione “venire incontro”.
Attenzione però, non in tutte le situazioni ma solamente alcune.
Quali?
Ve lo spiego subito.
Venire incontro o anche andare incontro letteralmente significa avvicinarsi ad una persona.
Se ad esempio un tuo amico abita un pò lontano da casa tua e lui deve venire a casa tua a prendere un libro, tu puoi dire:
Facciamo una cosa, ti vengo incontro. Vediamoci a metà strada e ti consegno il libro. Così facciamo metà strada ciascuno.
Quello che avete fatto è andare incontro al vostro amico. Infatti lo avete incontrato. Siete andati verso di lui per incontrarlo.
Però lo avete anche aiutato. Gli avete fatto un favore.
Ecco, quando si parla di favori, di gentilezze, di atti e comportamenti che dimostrano una benevolenza verso qualcuno si può usare venire incontro o andare incontro.
Usiamo venire o andare? Non c’è una regola rigida, ma andare si usa maggiormente quando l’azione è fisica, come nel caso di prima: vado fisicamente incontro a una persona.
Invece quando voglio favorire una persona, quando voglio aiutarlo a fare qualcosa in modo che risulti più facile meglio usare venire.
Indovina, quante sono le regole d’oro di italiano semplicemente?
Non lo sai? Ti vengo incontro: sono lo stesso numero dei vizi capitali.
Ti vengo ancora più incontro: sono lo stesso numero dei nani di biancaneve.
Chiaro no?
In realtà c’è anche un’altro modo di usarlo, quando dobbiamo trovare un accordo. In questi casi spesso le rispettive esigenze sono troppo lontane tra loro e allora occorre trovare un punto d’incontro. Ogni accordo è il risultato di un compromesso. Le parti in questo caso si vengono entrambe incontro.
Quando costa questo corso di italiano? Posso pagartelo con un assegno.
Costa 100 euro.
Eh, è troppo per me, non puoi venirmi incontro?
Va bene ti vengo incontro: 70 euro ma anche tu devi venirmi incontro: puoi pagarmi in contanti?
Anche papa Francesco dice sempre che bisogna andare incontro al prossimo.
C’è poi chi dice che bisogna andare incontro ai problemi dei cittadini, cercando quindi di risolverli. È un aiuto ai cittadini.
Chi invece preferisce andare incontro ai sogni per far sì che si avverino.
Sono tutte, in fondo, forme di aiuto. Adesso ripassiamo le puntate precedenti.
Hartmut: per chi ha difficoltà a capire questa espressione, potrei dire che il significato è simile a tendere la mano, che abbiamo visto nell’episodio 73.
Anthony: ah certo, ma vuoi che non lo abbiano capito tutti?
Stavo pensando a quanti modi esistono nella lingua italiana per esprimere la rabbia.
Quando una persona è arrabbiata, cioè quando la rabbia si impossessa di questa persona, possiamo esprimere questo concetto in molti modi diversi. Non solo usando il verbo arrabbiarsi.
Molto dipende dal grado dell’arrabbiatura, dall’intensità dell’emozione. Dipende anche dal contesto in cui mi trovo.
Arrabbiarsi è il verbo sicuramente più usato, ma se sono poco arrabbiato posso dire che sono leggermente arrabbiato, oppure che sono nervoso, o che mi sono innervosito. Altre volte che sono adirato o irato.
Adirarsi è esattamente come arrabbiarsi in realtà ma è meno informale. È un verbo che usano le persone educate. Loro stesse mica si incazzano, loro si adirano!
Adirarsi e irarsi contrngono il termine ira, che equivale alla rabbia. Quindi Arrabbiarsi, irarsi e adirarsi sono la stessa cosa ma sono verbi che escono da bocche diverse.
Poi c’è incazzarsi, ma questo è indubbiamente un verbo Volgare. Sono sicuro che tutti voi conosciate questo verbo.
All’estremo opposto di arrabbiarsi c’è “perdere il lume della ragione“, dove la ragione, cioè la mente, l’intelligenza, viene rappresentata da una luce, o un lume, come il lume della candela, che ci illumina, guida i nostri passi. E invece quando perdiamo il lume della ragione, cioè quando ci arrabbiamo, siamo guidati non più dalla ragione ma dalla rabbia. Non c’è più la luce che ci indica la giusta strada da seguire.
Si può essere poetici anche quando ci arrabbiamo!
Si può anche dire che sono incazzato nero, o incazzato come una bestia. Sicuramente qui c’è meno poesia e più strada.
Un’altra frase simile è “perderelabussola” e la bussola, che normalmente serve ad indicare il nord, è abbastanza simile alla luce. Ci guida, ci indica la strada.
Infuriarsi è probabilmente il modo più forte di arrabbiarsi, e infatti si chiama in causa la furia al posto della rabbia. La furia è la rabbia che diventa violenza, rappresenta qualcosa di incontrollabile, e infatti si parla anche della furia degli eventi atmosferici solo.
Infuriarsi in genere si usa quando chi si arrabbia manifesta la sua rabbia con grida e urla. Una rabbia esagerata diciamo.
Si usa anche, al posto di arrabbiarsi, la frase “andare su tutte le furie”.
Una frase apparentemente senza senso ma è esattamente come infuriarsi, sebbene suoni in modo più elegante.
A Roma si usa anche “sbroccare“, e con lo stesso senso in tutta Italia si sente spesso anche “uscireditesta” che tuttavia somigliano molto anche a impazzire.
Spesso però accade che si possa impazzire anche per esprimere un sentimento positivo.
Impazzisco per il vino italiano.
Ho assaggiato un dolce che mi ha fatto uscire di testa.
Quella ragazza mi fa sbroccare!
Più spesso però queste modalità appena descritte si usano per esprimere una rabbia esagerata, talmente esagerata da perdereilcontrollo, tanto da perdere il lume della ragione.
Una lieve arrabbiatura, cioè leggera arrabbiatura, si può esprimere anche con il verbo “stranirsi“.
Stranirsi significa mostrarsi strano, diverso, quindi quando una persona si stranisce è perché è adirato, ha ricevuto una brutta notizia, è stato offeso o comunque ha cambiato atteggiamento.
Giovanni oggi l’ho visto un po’ stranito. Cosa gli sarà successo?
Potremmo definirla una lieve incazzatura! Se non voglio usare questo brutto verbo però posso dire che Giovanni era turbato.
Tutt’altro invece se una persona si avvelena: avvelenarsi spessissimo ai usa al posto di arrabbiarsi. Molto informale ma Si usa.
Quando ti rubano il posto al parcheggio è facile avvelenarsi.
Potremmo giustificare l’uso del veleno, in senso figurato ovviamente, per indicare il cambiamento improvviso dello stato d’animo. Proprio come avviene con un veleno che i uccide all’istante.
Più elegantemente porremmo usare inviperirsi, e la, vipera è un serpente velenoso d’altronde.
Inviperirsi sarebbe quindi diventare come una vipera. Avete mai visto una vipera calma?
Scherzi a parte, inviperirsi è, potremmo dire, come “arrabbiarsi di brutto“, tanto per usare un’espressione già spiegata nella rubrica.
Comunque di termini analoghi ne esistono molti altri.
Se vogliamo usare un linguaggio poco informale potremmo anche parlare di collera anziché di rabbia.
Allora arrabbiarsi diventa “andare in collera” o semplicemente incollerirsi.
Informalmente invece si usa molto, soprattutto tra i giovani, incavolarsi. Formalmente potremmo invece dire esacerbarsi o inalberarsi.
Dai, non ti inalberare per così poco!
Molto giovanile è anche “andarein bestia” o imbestialirsi, equivalente ma più informale di “andare su tutte le furie”.
L’uso del verbo andare sta ad indicare una trasformazione.
Però si può usare anche “dare”:
Dare in escandescenze
In questo caso usare “dare” indica l’emanazione, l’uscita di qualcosa dal nostro corpo, come se volessimo dire che dal nostro corpo esce del calore incandescente, tanto siamo arrabbiati.
Molto elegante questa frase comunque.
Vi prego di non dare in escandescenze, siamo in un luogo pubblico!
Sicuramente una rabbia eccessiva ha molti modi per essere espressa.
Prima abbiamo visto che si usa anche il verbo uscire a volte:
Uscire di testa
Ma anche:
Essere fuori si sé
Abbiano detto poi che è facile sconfinare sulla pazzia.
Uscire fuori dai gangheri invece Indica espressamente e solamente una rabbia eccessiva, esagerata. Proprio come andare in bestia e andare su tutte le furie.
Per una rabbia leggera invece ci sono meno modalità.
Abbiamo visto stranirsi e innervosirsi, ma c’è anche alterarsi e stizzirsi.
Alterarsi è sicuramente l’opposto di incazzarsi, sia nel senso dell’intensita sia perché è meno informale.
Stizzirsi invece dà l’idea di qualcosa che ti colpisce rapidamente e provoca una reazione fisica leggera, come una smorfia involontaria del viso improvvisa. Una reazione istintiva questa, ma senza una forte reazione.
Adesso molti di voi sarete incazzatissimi per la durata eccessiva di questo episodio.
Ma non finisce qui perché c’è ancora il ripasso da ascoltare. La parola ai membri dell’associazione italiano semplicemente.
Irina: qualcuno SE LA SENTE di cimentarsi con alcune frasi? Max Karl: sono un membro fedele al gruppo. IN QUANTO TALE, sono sempre in vena di GIOSTRARMELA CON delle frasi di un bel ripasso Anthony: a proposito del gruppo, non ho mai fatto parte di un gruppo tanto utile per destreggiarsi con l’italiano. Max Karl: Ao! Non fare il RUFFIANO pero’ Komi: MA DIMMI TU come fai a dare del ruffiano a Anthony. Questo trattamento MI FA davvero SPECIE!
Oggi parliamo di cose strane. Che genere di cose strane? In generale direi, ma non oggetti materiali, parliamo piuttosto delle cose insolite, molto insolite, cose che non si vedono mai, ma mi riferisco a comportamenti, ragionamenti e generalmente la cosa riguarda la logica.
In italiano esiste infatti l’espressione “da che mondo è mondo” che si usa proprio per sottolineare la stranezza di qualcosa, un qualcosa che in tutto il mondo avviene diversamente da quello che si sta osservando. Questo è il messaggio che si vuole dare. Ma non è esattamente così, diciamo invece che è sempre stato così, da quando il mondo esiste, cioè da quando il mondo è mondo. In pratica: da sempre. Potremmo dire “da sempre è così”, “da sempre accade diversamente” ma noi vogliamo dare un’idea ancora più forte, vogliamo evidenziare ancora di più la stranezza.
L’inizio della frase “da che” ha lo stesso significato di “da quando“, e questo lo dico anche in virtù dell’episodio n. 345 in cui abbiamo parlato del termine “dacché” che si può scrivere anche in due parole come in questo caso: “da che“. Quindi da che mondo è mondo significa “da quando il mondo esiste”.
L’espressione si usa per manifestare stupore, è una sorta di protesta contro qualcosa che solitamente e storicamente non è mai stata così. Ad esempio se un vostro amico vi dice che ha ricevuto dei fiori da una ragazza, voi potete rispondere:
Da che mondo è mondo sono gli uomini a regalare fiori alle donne o sbaglio?
Quindi evidenzio ciò che sembra una stranezza dicendo ciò che è sempre avvenuto finora, ciò che sembrava una regola che invece adesso non è stata rispettata.
Si usa anche in forma di domanda:
Ma da che mondo è mondo le ragazze regalano fiori ai ragazzi?
Potete scegliere se dire la stranezza (e allora fate la domanda) oppure sottolineare la regola (allora non è una domanda).
La frase somiglia anche ad un’altra espressione che abbiamo già visto insieme: “da quando in qua“, che però si usa solo sotto forma di domanda quindi bisogna sempre sottolineare la stranezza:
Da quando in qua sei tu a lavare i piatti a casa?
Inoltre quest’ultima espressione, rispetto a !da che mondo è mondo”, si solo per confronti dello stesso tipo, riferita quindi ad abitudini personali ad esempio.
Quindi ad esempio se inizio a fumare all’improvviso, tu potresti dirmi:
Da quando in qua fumi?
In tutte e due le espressioni comunque c’è il senso del tempo che passa: “da quando il mondo è mondo” significa in pratica “da sempre” mentre “da quando in qua” significa da un momento qualsiasi nel passato fino ad oggi. Qua sta per “oggi”, “adesso”.
Va bene, adesso vi saluto. Però ripassiamo adesso ok? Ci sono alcuni membri dell’associazioneche hanno qualcosa da dire, e useranno alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Questo è fondamentale per ricordarle.
Ulrike: allora inizio io. Poi, via via, ascolterete tutti gli altri. Lia: è arrivato il mio turno, e nessuno mi può impedireche io sia la seconda! Carmen: Allora io sono la terza. Oggi stiamo facendo un ripasso all’insegnadei numeri ordinali. Emma: L’importante è non darsi alla matematica, perché proprio non ci sono portatae capire la matematica non è alla mia portata!
Giovanni: Avete fretta? Siete agitati? Siete irrequieti? Sapete che c’è un modo per dire tutte queste cose insieme e questo modo è legato anche a un comportamento specifico. Si può usare il verbo scalpitare.
Il verbo nasce per indicare quando i cavalli battono il terreno con gli zoccoli perché sono irrequieti. I cavalli manifestano la loro irrequietezza scalpitando.
Sono nervosi, agitati e probabilmente hanno voglia di correre, di sfogarsi.
Allora in senso figurato, questo verbo si utilizza (spessissimo) anche con gli esseri umani, quando danno segni di fremente impazienza, di viva irrequietudine.
E spesso questo accade quando si è in attesa di qualcosa, di qualcosa che accada, come se qualcuno dovesse darci una notizia o come se dovesse accadere qualcosa ma questa notizia non arriva ancora, o questo qualcosa non accade ancora, e noi non riusciamo a stare calmi.
Posso usarlo anche con gli animali ovviamente.
Posso dire ad esempio che il mio cane tutte le mattine scalpita per andare a fare la passeggiata: si mette davanti alla porta, inizia ad abbaiare, non sta fermo un attimo insomma e si vede chiaramente che ha voglia di uscire.
Posso quindi dire che gli ascoltatori di Italiano Semplicemente scalpitano tutti i giorni per ascoltare un nuovo episodio di Italiano Semplicemente. Allora eccoli accontentati anche stavolta. Ovviamente anche oggi non può mancare il ripasso quotidiano. Anche i miei membri scalpitavano per poterlo registrare il prima possibile.
Ulrike: persino io, che ho partecipato a molti ripassi finora, aspetto con ansia questo momento.
Olga: di per sé partecipare a questi ripassi non è molto impegnativo, ma dacché partecipo ho meno timidezza.
Sofie: io rivendico il diritto di terminare l’episodio con la mia voce anche se non ho niente da dire.
Giovanni: Chi ascolta Italiano Semplicemente vuole imparare o migliorare l’italiano, giusto? Ebbene, quanto tempo si impiega a fare dei progressi significativi?
Spesso si sente dire:
Per te è facile imparare le lingue perché ci sei portato.
In questo caso si fa riferimento a una predisposizione all’apprendimento di una materia, come a dire: il tuo cervello è fatto in modo tale da permetterti di imparare più velocemente.
Può darsi che questa teoria sia vera. Sicuramente ciascuno di noi è portato di più alcune materie e meno in altre.
Io ad esempio credo di essere portato in matematica. Si usa la preposizione “IN” ma anche “PER“.
Giovanni è portato in italiano
Francesca è portata per le lingue
Mario è portato nelle materie scientifiche che in quelle letterarie
La stessa cosa vale anche per i mestieri:
Giovanni è molto portato per i lavori di precisione.
Le persone portate in una materia specifica o a un lavoro imparano anche più facilmente quella materia e migliorano più velocemente.
Attenzione alla preposizione, perché se usate “A” il significato cambia:
Aver nascosto l’esistenza del virus ha portato ad una maggiore contagio
Italiano Semplicemente mi ha portato ad un alto livello di italiano
Questo mi porta a pensare che il verbo “portare” ha più significati
In questo caso si usa per esprimere una conseguenza, un risultato.
Quindi la preposizione usata ci aiuta a capire il senso, ma ci aiuta soprattutto l’uso del verbo essere. Quando usiamo il verbo essere quasi sempre stiamo parlando di una predisposizione.
Io sono portato nella matematica
Tu sei portata in italiano
Attenzione però, perché a volte è il contesto che ci aiuta a capire:
Sono portato in auto da casa fino in ospedale
In questo caso parliamo di trasporto: qualcuno mi sta portando in ospedale.
Ti sei portato in ufficio un libro
In quest caso è il libro ad essere portato, da te, in ufficio.
I militari si sono portati nel campo
In questo caso portare sta per andare, recarsi. Si usa il verbo “portarsi” Però c’è ancora essere, il verbo portare e “nel”, il che potrebbe portare a pensare che si sta parlando di predisposizione, ma è il contesto che ci aiuta a capire che la frase ha un altro significato.
Se non vi dispiace, adesso ripassiamo un po’ le puntate precedenti:
Lia: se vi dicessi che non sono portata nelle lingue?
Giovanni: cos’è una risposta? Una risposta è qualcosa che viene dopo una domanda.
Solitamente sia la domanda che la risposta vengono date da una persona.
Una persona fa la domanda e l’altra risponde. A meno che non stiate parlando da soli…
Tra l’altro la risposta non è detto che corrisponda alla verità. Questo si potrebbe verificare.
Ma una risposta non può venire solamente dalla bocca di una persona ma anche da un fatto accaduto.
Quando si esprime un’opinione molto spesso è la realtà a rispondere. In questo modo si può verificare se la cosa che è stata detta si avvera. I fatti In questo caso vengono dopo.
Se invece prima ci sono i fatti e poi viene la nostra opinione, in questo caso posso usare l’espressione di oggi: rispondere al vero.
La frase è equivalente a corrispondere al vero,corrispondere alla verità, o anche rispondere a verità.
Il verbo rispondere, utilizzato in questo modo si usa molto spesso per indicare quando si appura (si verifica) la veridicità di qualcosa che viene detto.
I fatti, cioè la realtà, quando non si conosce, viene appurata, cioè verificata successivamente, cioè in un momento successivo. In queste occasioni potete usare rispondere al vero.
Ad esempio:
Una donna dice: credo di essere incinta!
Dovrò fare il test di gravidanza per verificare se la mia impressione risponde al vero.
Si tratta di un riscontro, si tratta di vedere se una cosa è vera. Normalmente, nel linguaggio di tutti i giorni, si usa sempre il verbo essere:
Questo non è vero!
Ciò che hai detto non è vero!
Vedremo se ciò che dicono è vero!
Più elegantemente potete usare “rispondere al vero”.
Questo non risponde al vero!
Ciò che hai detto non risponde al vero!
Vedremo se ciò che dicono risponde al vero!
Attenzione però:
Se solitamente usiamo sempre il verbo essere, sia che i fatti siano prima che dopo, se vogliamo essere più eleganti, raffinati e professionali possiamo usare rispondere al vero ma solo se la realtà è già esistente o già accaduta al momento delle parole.
Per capire perché si usa il verbo rispondere basta osservare che la nostra affermazione, le nostre parole è come se fossero una risposta: vengono dopo i fatti, e noi dobbiamo vedere, verificare, appurare, se corrispondono alla verità, cioè dobbiamo vedere se rispondono al vero.
Si usa normalmente in ambienti professionali, sopratutto nelle aule di tribunale, nei processi, a.anche in tutte le occasioni in cui è molto importante verificare se le parole pronunciate da una persona, che raccontano un fatto accaduto, sono vere.
Mamma, oggi non sono andato a scuola perché era chiusa!
La mamma, molto arrabbiata, potrebbe rispondere:
Cosa? Adesso telefono alla scuola vedremo se quello che hai detto risponde al vero!
Sapete che i membri dell’associaizone Italiano Semplicemente sono bravissimi e molto coraggiosi?
Ascoltate il seguente ripasso per verificare che ciò che ho appena detto risponde al vero:
Carmen: isto che hai messo in gioco il nostro coraggio non possiamo rispondere picche alla tua richiesta.
Ulrike: infatti, poi oggi mi sento particolarmente in vena di figuracce!
Irina: non sia mai! E comunque anche se fosse, prima o poi partecipare ai ripassi paga!
Giovanni: Dopo aver visto il significato e l’uso dell’espressione “in malo modo”, e dopo aver visto anche “prendere a mali parole”, oggi vediamo un’altra espressione in cui si utilizza il termine “mali” ma stavolta come sostantivo, Per questo motivo l’avevo lasciata come ultima espressione da spiegare.
A mali estremi, estremi rimedi.
E’ un famosissimo proverbio italiano.
L’espressione contiene il termine “mali” definendo questi mali come estremi: questo è l’aggettivo. I mali estremi rappresentano le situazioni negative estreme, cioè le situazioni negative più gravi. L’estremo, rappresenta la parte terminale di qualcosa, anzi direi più il punto limite, il massimo grado di qualcosa. Fisicamente, quindi in senso materiale si parla più di estremità, come le estremità di un bastone. In senso figurato si parla invece di estremi e solitamente in senso negativo:
la situazione è agli estremi
Cioè la situazione è molto grave, è al limite, siamo al massimo livello di gravità, è quasi impossibile rimediare
l’estrema unzione, che rappresenta il sacramento per coloro che sono in fin di vita, quindi alla fine della vita, cioè in punto di morte.
Allora i mali estremi rappresentano tutte le situazioni in cui c’è un male, cioè qualcosa di negativo, quasi irreparabile. Non c’è quasi più nulla da fare per porre rimedio a queste situazioni, se non un estremo rimedio.
Il secondo “estremi” è però un aggettivo: gli estremi rimedi. Quindi sono i rimedi che devono essere estremi.
Cosa significa? Significa che in certe situazioni di particolare gravità, è indispensabile cercare ogni mezzo, ogni rimedio, ogni soluzione utile a risolverla in positivo. Se il male è estremo, anche il rimedio dev’essere estremo. Come a dire che quando la situazione è molto difficile, non bisogna molto stare a pensare alle soluzioni ed alle eventuali conseguenze negative di queste soluzioni.
Ad esempio:
Il virus si sta diffondendo rapidamente. L’unica soluzione è la chiusura di tutte le attività. A mali estremi, estremi rimedi.
Anche le Olimpiadi, meglio farle a porte chiuse che non farle per niente, no? A mali estremi, estremi rimedi.
In latino si parla anche di extrema ratio. Mai sentita questa locuzione latina? Si usa molto anche nell’italiano corrente ovviamente, altrimenti non ve la parlerei. L’extrema ratio è proprio la soluzione estrema.
Un altro esempio: avete un pollaio in giardino e c’è anche un bel gallo, che canta tutte le mattine. Questo gallo però dà fastidio ai vicini che si lamentano e minacciano di denunciarvi.
Le avete provate tutte le soluzioni ma non hanno funzionato:
Avete provato a dargli più attenzione, avete provato ad eliminare gli altri galli dal pollaio, avete provato a fargli venire il raffreddore, senza riuscirci. Alla fine resta solo una soluzione, che non è uccidere il gallo: gli esperti consigliano di insonorizzare il pollaio, in modo che il canto del gallo non si senta dall’esterno. A mali estremi, estremi rimedi.
La locuzione latina è “Extremis malis, extrema remedia“.
Esiste anche di conseguenza anche in altre lingue, e vi faccio ascoltare alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Anthony (Stati Uniti): Desperate times call for drastic measures
Irina (Russia):
Отчаянные времена требуют решительных мер.
Rauno: “Kova tauti vaatii kovat lääkkeet”
Oggi niente ripasso, perché l’episodio è già molto lungo. A mali estremi estremi rimedi.
Giovanni: Dunque, per concludere, se il vostro italiano non vuole proprio migliorare, non resta che iscriversi all’associazione Italiano Semplicemente. A mali estremi, estremi rimedi!
Buongiorno a tutti,
Allora, l’espressione di oggi, come vi avevo anticipato nell’ultimo episodio dedicato al termine malo, è una espressione che utilizza il plurale di malo: mali.
Parliamo sempre di aggettivi non di sostantivi.
Viene utilizzato il termine mali nella frase: prendere a maliparole, oppure pigliare a mali parole.
Per quanto riguarda prendere e pigliare, spesso pigliare si usa al posto di prendere senza problemi.
Per quanto riguarda la spiegazione della frase: prendere a mali parole, ebbene, dobbiamo capire cosa sono le mali parole.
Il termine mali è un aggettivo che qualifica “le parole” in questo caso.
Ebbene, le mali parole non possono altro che essere brutte parole, cattive parole, parole negative.
Quando si parla di mali parole, in realtà si parla di insulti.
Notate come prendere a mali parole ha qualcosa a che fare con prendere a schiaffi.
Quando si prende a schiaffi una persona si sta picchiando questa persona, si stanno dando degli schiaffi, quindi si tratta di procurare un male fisico.
Mi ha preso a schiaffi vuol dire che mi ha dato degli schiaffi.
Gli schiaffi sono delle botte con la mano aperta sulle guance, ma “prendere a” si usa anche in un altro modo, evidentemente, quindi in questo caso “prendere a mali parole” è simile a “prendere a schiaffi” solo che queste “mali parole” non sono un atto fisico, non sono dei pugni, non sono degli schiaffi.
Si dice anche “prendere a pugni“, es:
Mi ha preso a pugni
cioè:
Mi ha dato dei pugni.
Allora, prendere a mali parole vuol dire mi ha detto delle parole cattive, mi ha detto delle brutte parole.
É soltanto un modo abbastanza educato ed elegante per dire “ha cominciato insultarmi”, “mi ha detto un sacco di parolacce”, “se l’ha presa con me”, “si è rivolto a me in malo modo”, ma non è detto che si tratti di insulti, quando si risponde in malo modo.
Quando ci si rivolge ad una persona in malo modo, quando si risponde in malo modo. Quando si risponde in malo modo non è detto che si insulti.
Non necessariamente, ma prendere a mali parole significa proprio questo: insultare.
Quindi se non si vuole dire in altri termini che una persona ha iniziato ad insultarne un’altra o a dire un sacco di parolacce ad una altra si vuol dire che questa persona si è presa a mali parole con una altra persona.
Posso fare degli esempi:
sono entrato ad un negozio senza mascherina e il commesso mi ha preso subito a mali parole
oppure:
ho visto due persone che si prendevano a mali parole; perché stavano litigando su chi dovesse per prima entrare in un negozio.
C’era la fila, allora questi due ragazzi si sono presi a mali parole.
In genere si usa questa espressione, quando si racconta qualcosa.
Mi ha preso a mali parole. Sono stato preso a mali parole.
Si può anche mettere per scritto, anche per una comunicazione ufficiale.
Non capisco perché sono stato preso a mali parole dal mio collega.
ad esempio.
quindi si intende dire chiaramente che si é stati insultati, quindi è stato commesso non dico un reato, ma comunque ci si è comportati male. Qualcuno mi ha insultato. Sono stato offeso.
Si parla di offese o di insulti, quindi si parla di parolacce.
Certo, non si parla di un comportamento educato e gentile.
Educati e gentili come sono sempre i miei membri dell’associazione italiano semplicemente.
Anziché prendere a mali parole per la durata eccessiva di questi episodi solitamente si impegnano molto per fare delle frasi di ripasso come quelle che ascolterete immediatamente.
Sofie: Passi che tira vento di brutto, passi che piove a dirotto, che poi però mi sono beccata un raffreddore è veramente troppo.
Emma:
Mah… Il tempo è quello che è. Per la cronaca sono proprio insofferente alle continue lamentele sul tempo.
Ulrike:
Ma dai, quale risposta sgarbata ad un’amica che le gira male. Davvero un malo modo di rispondere.
Khaled: Sofie, fai di necessitàvirtù, resta a casa e ripetiti qualche puntata della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”. Ma soprattutto abbi cura di te.
Oggi parliamo di Palazzo Venezia, un palazzo di Roma, che si trova a Roma, e non a Venezia. Precisamente si trova a Piazza San Marco, proprio vicino a Piazza Venezia Siamo proprio al centro di Roma.
Se dite al navigatore satellitare di portavi a Roma vi porterà esattamente a Piazza Venezia. E’ lì che inizia via del Coro, la via dello shopping, e siamo anche molto vicini al Pantheon di cui abbiamo già parlato, a Fontana di Trevi ed a molte altre bellezze di Roma.
Ma perché questo palazzo si chiama così, col nome della città di Venezia?
Il palazzo fu costruito tra il 1455 e il 1467 ma nel 1564 papa Pio IV dona il palazzo alla Repubblica di Venezia per utilizzarlo come sede dei suoi ambasciatori ed oratori presso la Santa Sede. A questo si deve il nome.
Ma perché io oggi voglio parlarvi di Palazzo Venezia?
Per conoscere un po ‘ di storia innanzitutto ma soprattutto per ascoltare qualcosa di piacevole di tanto in tanto, nella speranza che nel frattempo ci sia modo di spiegare qualcosa della lingua italiana.
Dunque, per costruire questo palazzo è stato utilizzato del travertino proveniente dal Colosseo e dal Teatro di Marcello.
Oggi non faremmo mai una cosa del genere!
Comunque il palazzo è uno dei primi e più importanti edifici civili della Roma rinascimentale. E’ considerato la più grande opera civile del’400 romano.
Si parla del rinascimento, e il Rinascimento a Roma copre il periodo che va dagli anni quaranta del Quattrocento, fino alla prima metà del Cinquecento, quando la città papale (cioè Roma) fu il più importante luogo artistico del mondo, con maestri qualiMichelangelo e Raffaello. Notate che ho utilizzato “quale” e non “come”. Vedete l’episodioin cui spiego il motivo di questa scelta. E’ il n. 200 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Quindi l’architettura è quella del rinascimento romano, e del Colosseo non ha soltanto il travertino (che è una roccia molto dura). Infatti la costruzione del palazzo si ispira in parte anche al Colosseo, e questo si nota osservando ad esempio il cornicione ed altri elementi architettonici. Il cornicione è il nome che si dà alla parte esterna della pizza, quella che solitamente si brucia un po’, ma in architettura è la parte più alta di un edificio. Il cornicione in questo caso sporge un po’ rispetto all’edificio.
Palazzo Venezia era talmente importante che persino Mussolini, il Duce, pose la sede del quartier generale. Il balcone di Palazzo Venezia è proprio quello da cui lo stesso Mussolini fece la dichiarazione di guerra alla Francia e al Regno Unito e, di conseguenza, decretò l’entrata in guerra dell’Italia. Era il 10 giugno 1940. Ho usato la parola “persino” ma avrei potuto usare “perfino” con lo stesso significato. Ne abbiamo parlato nell’episodio n. 367.
FOTO ATTUALITÀ / XVIII ANNUALE DELLA FONDAZIONE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO – MUSSOLINI PARLA AL POPOLO DAL BALCONE DI PALAZZO VENEZIA – Fonte
Pensate che la luce di questa stanza del Palazzo non veniva mai spenta in quegli anni perché si voleva dare il messaggio che che il governo non riposava mai.
Notate che quando si parla di Palazzo Venezia si usa la preposizione “di” e non si può dire “del palazzo Venezia”.
Se diciamo il nome, allora dobbiamo usare “di“. Invece se non diciamo il nome, allora dobbiamo usare “del”, ad esempio: la proprietà del palazzo è cambiata, l’immagine del palazzo è stata ristrutturata, eccetera. Questo ovviamente non vale solamente per palazzo Venezia.
Comunque, prima si Mussolini, quel balcone era famoso per un’altra ragione.
Papa Paolo II scelse Palazzo Venezia come sua residenza e dallo stesso balcone (siamo nel ‘400) osservava le corsa dei cavalli che si svolgevano lungo tutta via del Corso Queste corse si svolgevano tradizionalmente durante il periodo di Carnevale (fonte).
Insomma, il balcone più famoso del mondo, forse secondo solo a quello di Romeo e Giulietta che si trova a Verona.
Ah, dimenticavo: Palazzo Venezia ospitò anche un concerto di Mozart quando aveva solo 14 anni. Quanti spettatori? Oggi conta molto il numero dei followers (o seguaci, in Italiano) e il numero delle persone in generale. Ma in quel caso furono in pochi ad assistere al concerto. Ma c’era il Papa tra questi. Non so se rendo… Questa espressione però ancora non l’ho spiegata. Si usa per esprimere, con falsa modestia, una virtù, o la grandezza.
Come a dire: sono riuscito a rendere l’idea? Non so se ci sono riuscito. Molto più brevemente: non so se rendo!
Questo episodio comunque finisce qui, un saluto da Giovanni di Italiano Semplicemente. Avete capito bene, sono prorpio io, Giovanni. Non so se rendo! (Scherzo naturalmente!)
Ciao a tutti, io sono Giovanni di Italiano Semplicemente e mi auguro che stiate tutti bene. L’ultima cosa che desidero è che voi stiate male.
Tranquilli, non è una lezione sul congiuntivo. Non voglio essere trattato in malo modo.
Questo breve episodio riguarda invece il termine malo, che si utilizza solamente nella locuzione “in malo modo”.
Malo modo. Ma cosa significa?
Il modo indica una modalità, mentre malo, molto simile a male, indica un modo sbagliato, un modo negativo, un modo cattivo. È un aggettivo.
Significa cattivo, cioè un modo negativo, sbagliato dal punto di vista della morale, della convenienza, dell’opportunità. Questo termine si usa praticamente solamente nella locuzione “in malo modo”.
Ad esempio:
Ho salutato mio fratello ma lui mi ha risposto in malo modo.
Mio fratello mi ha risposto in un modo scortese, usando un tono duro, maleducato, usando magari parole offensive.
Giovanni mi ha trattato in malo modo.
In fondo è come dire che Giovanni mi ha trattato male, ed anche nel caso precedente si può dire “rispondere male”.
Posso anche dire:
Trattare in mal modo
Rispondere in mal modo.
In pratica si toglie l’ultima lettera.
Il senso è sempre lo stesso:
Mi ha trattato in un modo che non mi è piaciuto.
Mi ha risposto usando un tono sbagliato, troppo duro, senza usare delicatezza.
Il femminile di malo o mal è “mala”, che si usa in pochissimi casi: la malavita, anche detta semplicemente “la mala”, la malafemmina, la malasorte. Sono però tutte parole uniche dal senso sempre negativo.
Le Malefemmine sono le prostitute, la malasorte è la sfortuna, la malavita o mala è la criminalità organizzata, più nota col termine di mafia, ma a dire il vero malavita è più generico di mafia, che si riferisce ad una precisa organizzazione mafiosa, criminale.
Dunque ricapitolando, un o il malo modo si può usare e si usa comunemente quando si è trattati male, in modo sgarbato, con parole dure, con maleducazione. Quando si usano questi modi, si dice anche che sono stati utilizzati “mali modi”, che sono modalità comportamentali negativi moralmente inaccettabili, incivili, maleducati, sgarbati.
Si usa anche il plurale dunque:
Ma che mali modi sono questi?
Se qualcuno ti tratta male, si può rispondere proprio in questo modo per lamentarsi:
Ma che modi!
Che mali modi!
Il malo modo però si usa anche col lavoro, per descrivere qualcosa fatto in malo modo.
In tal caso la negatività si riferisce non alla morale ma alla qualità del lavoro, alla qualità dell’opera compiuta. Diciamo che generalmente se qualcosa viene fatto in malo modo ci si riferisce non solo alla qualità, ma si sta dando anche un giudizio negativo sulla volontà o sulla competenza, o sulla scarsa voglia di fare qualcosa.
Si può governare in malo modo, si può suonare in malo modo eccetera. È sempre un giudizio negativo.
Al plurale si usano anche “le mali parole” ma questo lo spieghiamo nel prossimo episodio. Poi ci sono anche i “mali estremi”, che vediamo tra due episodi.
Adesso ci aspetta un ripasso coi fiocchi: Irina: ciao ragazzi, avete visto che anche Trump ha il Covid? Maria Lucia: ma dimmi tu, veramente? Komi: pur di stare a centro dell’attenzione cosa non farebbe? Anthony: non scherziamo, però sicuramente il suo atteggiamento ha pagato. Nel senso negativo del termine. Rafaela: gli addetti ai lavori l’avevano avvisato: distanza ed igiene sono importanti. Devi darti una regolata. Olga: non è facile quando si incontra tanta gente, poi siamo anche a ridosso delle elezioni. Max: se la saprà giostrarebene ugualmente. Vedrete.
Siamo arrivati all’episodio n. 372 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”. E’ una grande fatica fare tutti questi episodi ma speriamo che il lavoro pagherà.
Già perché se il lavoro paga, significa che lavorando si ottengono risultati.
Funziona come nella lingua inglese, quindi non farete grossi sforzi per comprendere questa espressione.
Si usa abbastanza spesso nella lingua italiana e a dire il vero non è solo il lavoro che paga. Anche lo studio paga, anche gli sforzi pagano, ed anche gli esercizi fisici pagano, l’onestà paga.
Sono tutte cose, diciamo tutte attività, tutti comportamenti che portano, prima o poi a dei risultati. Qualsiasi tipo di risultato: al lavoro, in palestra eccetera.
Qualcuno potrebbe dire che esiste anche il, verbo “ripagare“, ed anche “appagare“, molto simili a “pagare” in questo caso. Ovviamente non si parla di denaro.
Il verbo ripagare è interessante. Si usa quando c’è uno scambio, tipo “non so proprio come ripagarti per questo regalo che mi hai fatto” oppure “per tutto l’affetto che mi dai, ti ripagherò con un sacco di regali, o di baci”. Anche in questo caso non parliamo di soldi. Almeno non è necessario.
Ma il verbo “appagare” lo è ancora di più, perché quando dico che “il lavoro paga” mi riferisco ai risultati del lavoro, che vanno a compensare gli sforzi fatti. Se invece dico che il lavoro che faccio è appagante, voglio dire che io mi sento soddisfatto, questo lavoro mi dà soddisfazione, mi rende pago, sono soddisfatto. A volte sta per “accontentarsi“, quindi indica il raggiungimento o il mancato raggiungimento di una soglia minima di soddisfazione.
Si dice anche così: “rendere pago”, “essere pago”.
Vediamo qualche esempio
Non sono ancora pago, voglio di più, voglio ancora più baci da te!
In questo caso c’è una mancata soddisfazione.
Giovanni è pago dell’amore ricevuto
Quindi Giovanni è soddisfatto, Giovanni è appagato dell’amore ricevuto, si sente appagato, soddisfatto, si sente pago.
Attenzione alla preposizione:
Sono pago dell’amore ricevuto
Sono appagato dall’amore ricevuto.
Dunque: “il lavoro paga” è abbastanza simile a “il lavoro è appagante”, ma nel primo caso il lavoro permette di ottenere risultati, quindi l’attenzione sta sui risultati.
Se un lavoro è appagante invece significa che l’attenzione sta sui miei sentimenti, sulla mia soddisfazione, sui risultati che il lavoro ha su di me.
C’è una differenza dunque. Molte persone fanno lavori non appaganti per loro, nel senso che non gli piace quel lavoro, ma nonostante questo ottengono risultati, quindi quel lavoro, pur non essendo appagante, paga ugualmente. Quindi in questo caso il lavoro paga ma non appaga.
A questo punto mi domando: il lavoro ripaga?
Io direi di sì, perché “ripagare” è legato alle ricompense, agli scambi. Se diciamo che paga mi riferisco ai risultati in generale, e questa è una massima, quasi un proverbio. Se diciamo che appaga stiamo dicendo che ci sentiamo soddisfatti e gratificati, e se diciamo che ripaga sto parlando dei risultati confrontati a ciò che abbiamo dato noi, agli sforzi, ai sacrifici, alla fatica. Quindi ripaga gli sforzi, ripaga la fatica.
Quindi il lavoro paga sempre, appaga ma non sempre, e si spera anche che ripaghi.
Se vi sentite appagati da questa spiegazione, potreste fare una donazione a Italiano Semplicemente. In questo modo mi sentirei ripagato del tempo che dedico al sito e sarei pago della soddisfazione che ne deriva. Siccome però non mi sento ancora pago di questo episodio, facciamo un ripasso finale grazie all’aiuto di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Emma: Ciao ragazzi,mi sono appena smarcata da un impegno, quindi eccomi qui. Posso chiedervi una cosa? Ulrike: dai, ti ascoltiamo! Che aspetti? Lia: Ma dimmi tu se questo è il modo di rispondere. Non ci fare caso. Il problema è che non ha ancora ascoltato l’episodio n. 369, dedicato alle risposte educate. Anthony: E per giunta sembrava pure che avesse fretta! Carmen: meno male che questo è solo un ripasso, altrimenti questa discussione avrebbe preso una brutta piega!
Allora, per capire bene chi siano questi individui, vi faccio vedere un cartello, uno di quei cartelli che indica il divieto di accesso all’interno di un’area in cui si stanno facendo dei lavori di costruzione o ristrutturazione. Un’area in cui nessuno può entrare, perché è pericoloso. Nessuno può entrare, tranne gli addetti ai lavori. Questo c’è scritto sul cartello: Divieto di accesso ai non addetti ai lavori.
Quindi gli addetti ai lavori sono coloro che lavorano in quell’area, coloro che si stanno occupando della costruzione o distruzione o ristrutturazione dell’edificio, della strada eccetera.
Gli addetti, in generale, sono persone che hanno una responsabilità su un certo settore, sono persone alle quali è stato assegnato un determinato compito o ufficio. Loro sono i responsabili.
Chi è l’addetto alla manutenzione di questa stampante?
Questa persona è la persona incaricata di questa mansione, di questo compito. é un termine che si usa esclusivamente in un ambiente di lavoro, quindi adatto a descrivere una mansione specifica se parliamo di quella persona che deve fare quel lavoro.
Si legge spesso anche negli ospedali, dove su alcune porte c’è scritto: “vietato l’ingresso ai non addetti”. Spesso non c’è neanche biusogno di aggiungere la parte finale “ai lavori”, perché è scontata
In realtà “gli addetti ai lavori” o più semplicemente gli addetti si usa in senso più ampio,
Si usa infatti anche per indicare chi ha una particolare competenza in un determinato campo. Si tratta di un gruppo ristretto ed esclusivo, specie in un ambito professionale:
Questa riunione è solo per gli addetti ai lavori
Questo libro è troppo complicato e solo gli addetti ai lavori lo possono capire
Un linguaggio che solo gli addetti ai lavori capiscono
La legge sulla sicurezza è stata fatta, adesso tocca agli addetti ai lavori farla rispettare
E’ grazie I medici e gli addetti ai lavori di tutta Italia che il Covid non si sta diffondendo così tanto.
Comunque, adesso mi cimento
a scrivere qualche riga pur di
praticare ed ovviare alla tendenza che ho a dimenticare. Non sto parlando a vanvera, ma piuttosto sto cercando di rispolverare tutto quello che si è già ancorato nel cervello. Queste espressioni già imparate sono tutte presenti nella mia testa ma quando provo ad usarle spesso mi accorgo che qualcosa mi è sfuggito.
Ovviamente non voglio che passino
in cavalleria in men che non si dica. Nella vita quotidiana la prontezza di parola è imprescindibile in tutti gli ambiti ma solo ciò che abbiamo ripetuto assai spesso, viene in mente immediatamente: r e p e t i t a i u v a n t, appunto!
Allora dovremmo tutti ripetere per poi essere capaci di usare le espressioni al
bisogno. Senza questo lavoro aggiuntivo, è sempre difficile trovare
l’espressione giusta nel momento giusto, ivi inclusi i modi di dire, i proverbi, le esclamazioni eccetera.
Lo stupore è una delle sensazioni più adatte per essere rappresentate da una espressione o locuzione o esclamazione.
Abbiamo già visto alcune espressioni in questa rubrica, ad esempio “ma come si fa!”, “pensa un po’”, “ma ti pare!”, “ma guarda tu”. Spesso compare “ma” davanti.
Oggi ve ne propongo un’altra abbastanza simile: ma dimmi tu!
Questa espressione si può usare in due modi diversi.
Prima di tutto facendola seguire da un “se” di condizione. Questo accade quando si sta esponendo un fatto a qualcuno. Altre volte si può trovare “che”, “cosa” o “come”, dipende dal contesto.
Es:
Ma dimmi tu se devo scendere dell’autobus perché un tizio non portava la mascherina!
Quindi c’è un tizio, cioè una persona qualsiasi che non conosco, uno che ho incontrato sull’autobus, che non portava la mascherina, quando invece era obbligatorio farlo. Ed io mi sono visto costretto a scendere dall’autobus per sicurezza.
Questo è veramente qualcosa di inaccettabile, non è vero?
Non è affatto giusto!
Allora quando racconto questo fatto ad una persona manifesto il mio sentimento di stupore per quanto accaduto, e anche di disapprovazione, con sdegno volte.
L’espressione è assolutamente analoga a “ma guarda tu” e le altre dette sopra.
È un modo per condividere questo sentimento negativo: stupore e disapprovazione.
Ma dimmi tu come è possibile!
Si può usare anche “voi” se si parla con più persone:
Ditemi voi se questo vi sembra giusto.
In realtà sebbene sembri una domanda, è più una specie di sfogo, una reazione istintiva. Non è una vera domanda. Infatti si può rispondere allo stesso modo: attenti al tono.
Ma dimmi tu!
Il secondo modo per usare l’espressione è proprio questo, per esprimere solidarietà verso qualcuno che ci ha appena raccontato qualcosa che suscita stupore e disapprovazione. Quindi la nostra è una risposta che significa: condivido il tuo sentimento di disapprovazione:
Ma dimmi tu!
Una vera esclamazione dunque.
Adesso ripassiamo qualche puntata precedente:
Mariana: sono spesso combattuta ogni volta che vado a votare, sapete?
Rafaela: Vuoi chenon ti capisca? Per me è la stessa cosa, anche perché non mi interesso più di tanto di politica. Ne sono un po’ insofferente. Dovrei fare mente locale per ricordare cosa ho votato l’ultima volta.
Irina: a proposito, nel mio paese siamo a ridosso delle elezioni! Ma se mi gira quest’anno neanche ci vado a votare!
Si può rispondere in vari modi. Spesso si risponde con un’altra domanda, tipo:
Che vuoi?
Questa sicuramente è una domanda. Ma che tipo di domanda è?
È una domanda maleducata.
È una domanda che denota maleducazione, una domanda che può essere posta in modo molto più educato e cortese
Dimmi.
Questa semplicissima parola è il modo più diffuso per dimostrare disponibilità a rispondere.
In genere non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, a meno che non sia:
Scusa, puoi aspettare un attimo?
Come posso aiutarti?
Generalmente però si risponde in questo modo:
Si, dimmi!
Dimmi pure!
Certo!
Ovviamente!
Naturalmente!
Come posso aiutarti?
Sono tutt’orecchi!
Questi sono tutti segnali di apertura e disponibilità.
Poi ci sono anche altre risposte che a me non piacciono molto, tipo:
Che problema c’è? (della serie: non mi scocciare!)
Ti ascolto! (della serie: dai, parla, sentiamo che hai da dire).
Veloce però! (della serie: non ho tempo da perdere!)
Cosa c’è?
Che c’è? (della serie: che motivo c’è di interrompere la mia quiete!)
Ma la risposta peggiore è sicuramente:
Che vuoi?
Della serie: perché mi disturbi? Che c’è di così importante?
Ripasso:
Khaled (Egitto) – Potrei partecipare ad una frase di ripasso? Anthony (Stati Uniti) – Prego, lungi da noi dall’impedirtelo! Ulrike (Germania) – Non fosse altro che per dare la stessa possibilità a tutti i membri. Ed io sono per la democrazia, tra l’altro. Xiaoheng (Cina) – Mi raccomando, dobbiamo essere tutti concisi. Mariana (Brasile) – Allora voglio dirvi una cosa che non è priva di fondamento: non avremo il vaccino del corona-virus prima di qualche mese ancora! Rauno (Finlandia) – Vado a dirlo al mio dirimpettaio, che è convinto che ci sia già!
Giovanni: quello di oggi è un episodio dedicato al, termine “ridosso“.
Si usa molto spesso nella lingua italiana, e quando si usa, si trova quasi sempre accompagnato dalla preposizione “a”: a ridosso.
Intanto vi faccio notare che ridosso somiglia ad un altro termine: addosso, che significa molto vicino, o anche sopra.
Non mi stare così addosso!
Questa frase significa non mi stare così vicino. C’è un senso di fastidio anche, di vicinanza fastidiosa dunque. Quando una persona sta addosso ad un’altra, può significare diverse cose: che sta sulle spalle di questa persona, o che gli sta molto vicino, tanto da dar fastidio, o che lo sta incalzando continuamente per ottenere qualcosa. Anche qui c’è il senso di fastidio.
Possa anche usare addosso al posto di indossare (simile anche nella pronuncia), con i vestiti o con uno zaino:
Il ragazzo ha addosso un paio di pantaloni e una maglietta bianca
Aveva uno zaino addosso
In questi casi si usa anche indosso:
Il ragazzo ha indosso solo pochi stracci.
Comunque parlavamo di ridosso, simile a addosso, nel senso che anche ridosso si usa per indicare una vicinanza, e la cosa curiosa è che spessissimo si usa per indicare una vicinanza temporale. Non c’è il senso del peso materiale.
Quindi una vicinanza temporale ma anche semplicemente una vicinanza.
Vediamo come si usa:
Quando ero all’università io iniziavo a studiare solo a ridosso del giorno dell’esame.
Quindi “a ridosso di” significa che siamo molto vicino, che manca poco tempo.
Quando ero all’università io iniziavo a studiare solo qualche giorno prima del giorno dell’esame.
Questa è una frase assolutamente equivalente, ma meno elegante.
Sta iniziando a fare freddo, ormai l’inverno è a ridosso
Quindi l’inverno è vicino.
Notate che c’è ancora un senso di fastidio, qualcosa che sta arrivando e che potrebbe dare fastidio, qualcosa di inevitabile e incombente:
Il ladro aveva tutti i poliziotti a ridosso.
Qui c’è chiaramente il senso di qualcosa di incombente, che sta per accadere, vicino e inevitabile.
Non sempre però c’è fastidio:
Il mio giardino si trova a ridosso di un precipizio.
In questo caso c’è solo la vicinanza, e questa vicinanza in questo caso è spaziale, non temporale. In effetti “addosso” si usa più con le persone che danno fastidio o incalzano.
Comunque a volte si usa ugualmente quando si ha ansia per un giorno che sta arrivando.
Stiamo a ridosso del Natale non abbiamo ancora fatto i regali!
Esiste per dirla tutta, anche il verbo addossare, che si usa solo con le colpe, è analogo a “dare” o “attribuire“:
Non mi addossare la colpa, non sono stato io, capito?
Qualche secondo fa stavamo a ridosso dei due minuti, ora direi che li abbiamo ampiamente superati.
Ma non addossate la colpa a me, la colpa è del termine “ridosso”, che necessita di essere spiegata bene.
Adesso ripassiamo:
Doris (Austria): Me la sono pigliata con me stessa stamattina, più di quanto poteste immaginarvi, tutto solo perché mi sono svegliata troppo tardi. Per giunta non sono riuscita a guadagnare tempo. Avrei fatto di tutto pur di riuscire a prendere l’autobus. Anche perché pioveva a dirotto!
A stizzirmi ancora di più ci ha pensato una mia amica, che non capiva il motivo della mia arrabbiatura.
Meno male che non mi sono presa la febbre ma la mia faccia aveva comunque talmente tanto rossore che mi sono vista costretta a tuffarla in un vaso zeppo di acqua fredda per provare un certo sollievo e rimettermi in sesto
Dopo cotanto stress, per consolarmi, ho chiamato la mia cara madrina. La mia madrina di Parigi per essere più precisa. Lei è sempre disposta a sorbirsi le mie lamentele… All’inizio come scusa le ho detto che mi sono bagnata per un temporale imprevisto questa mattina. Non so se se l’è bevuta, me lo sono chiesto per un minuto, quando non si è sentita volare una mosca ma alla fine ho sputato il rospo.
Giovanni: come promesso, eccoci a parlare di persino e perfino, che si usano in circostanze simili a “per giunta”, per di più”, o “come se non bastasse” che come abbiamo visto si usano per indicare una esagerazione che ci coinvolge personalmente, almeno a livello emotivo.
Il termine “oltretutto” invece non richiede un coinvolgimento emotivo, ma resta l’idea dell’esagerazione, come anche in “addirittura“, che è anche una esclamazione.
Ma andiamo per gradi:
Perfino contiene la parola “fino” che si usa per indicare un limite:
Sono arrivato fino a Roma
Devo studiare fino a quando non avrò imparato tutto
Ti amerò fino a quando sarò in vita.
Possono fare lo stesso con “sino”, equivalente a “fino”.
La differenza è che “sino” è meno diffuso, ma ha più senso usarlo per indicare una lontananza o per dare più enfasi alla frase:
Sono arrivato sino a Roma
dà l’idea di una maggiore lontananza rispetto all’uso di “fino a Roma”.
Lo stesso accade con perfino e persino, che indicano entrambi qualcosa di estremo, esagerato, che va subito indicato nella frase.
Nessuno mi vuole bene veramente, perfino tu che dici di amarmi!
Addirittura è un altro termine molto simile, ma persino e perfino non si usano come esclamazione.
Ieri ho avuto mal di pancia. Ho mangiato troppo: antipasti, 3 primi, 3 secondi, 2 contorni e persino 2 dolci.
Risposta: Addirittura!
Sì, anche i dolci. Persino quelli!
Quindi persino e perfino significano “anche” ma c’è una esagerazione, un limite estremo che è stato toccato.
Si dice anche “nientemeno che”. Però non c’è il senso di “anche” , di qualcosa che si aggiunge.
In questo caso c’è solo voglia di stupire.
Alla mia festa di compleanno ha partecipato nientemeno che Sofia Loren.
Abbiamo già visto “nientepopodimeno che”, ancora più esagerata ed anche più informale come espressione.
Siamo arrivati nientepopodimeno che all’episodio n. 367 e persino io sono stupito di questo traguardo.
Notate che il limite di cui si parla può essere superiore, nel senso di troppo, ma può anche essere inferiore, cioè nel senso di soltanto. Quindi può significare “anche soltanto”.
Es: davvero hai mangiato così tanto? Non me lo dire, mi sento male persino a pensarci!!
Hartmut Con italiano semplicemente, persino coloro che lavorano tutto il giorno possono imparare l’italiano.
Emma: vero. Se ci riesco persino io che rientro a casa tardi tutte le sere può farlo chicchessia. Bravo Giovanni!
Ripassiamo qualcosa di quanto imparato su Italiano Semplicemente parlando delle Meraviglie di Roma, la rubrica dedicata alle bellezze di Roma dal punto di vista storico culturale.
Parliamo allora di poesia, di architettura, di migrazioni di scienziati e di eroi. Come sarebbe a dire?Potreste dirmi voi.
«un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi di pensatori di scienziati, di navigatori di trasmigratori».
Questo è ciò che disse Benito Mussolini, il dittatore italiano nel 1935 ed è anche la scritta che campeggia sulla parte alta del Palazzo della Civiltà Italiana, anche detto Il Colosseo quadrato, un monumento costruito nel 1938 e terminato solo dopo la seconda guerra mondiale.
Iniziamo dal nome. Colosseo quadrato o Palazzo della Civiltà Italiana?
Il Colosseo quadrato è, si potrebbe dire, il soprannome, il nomignolo, perché il suol vero nome è appunto “Palazzo della Civiltà Italiana”.
Però somiglia molto al Colosseo, per via dei numerosi archi, ma avendo una base quadrata, è stato chiamato appuntoColosseo quadrato. Non trovateanche voi una certa somiglianza col Colosseo?
Allora, il Palazzo della Civiltà Italiana si chiama così perché doveva proprio rappresentare le virtù italiane, doveva parlare degli italiani. Durante l’era fascista, come sappiamo, si dava molta importanza all’identità dell’Italia e del popolo italiano.
Ovviamente dovevano essere descritte le virtù, e non certamente i difetti, il che non significa che non ne abbiamo! Dunque gli italiani vengono descritti come eroi, cioè come persone che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione s’impongono all’ammirazione di tutti.
Un popolo di musicisti, cioè di persone che hanno talento per una determinata attività in musica, inerente alla creazione o all’esecuzione di composizioni strumentali, vocali, corali.
Un popolo di artisti, persone dedite all’arte.
Di Santi, vale a dire di persone riconosciute dalla Chiesa degne di venerazione.
Un popolo di pensatori e scienziati, cioè di studiosi di problemi a livello filosofico o di una particolare disciplina scientifica.
Siamo anche navigatori e trasmigratori, un termine, quest’ultimo, che equivale a “migranti”. A quel tempo erano gli italiani a migrare in altri paesi alla ricerca di fortuna e felicità.
Ebbene queste virtù del popolo italiano sono rappresentate da una serie di statue altissime che si trovano a piano terra.
Dunque, una curiosità: essere migranti era considerata una virtù. In quanto tale dovrebbe essere sempre apprezzata, anche se appartiene ad altri popoli giusto? ma pare che oggi non sia più così. considerando tutti i problemi politici legati ai trasmigratori che arrivano oggi in Italia. Ma come si fa, dico io!
Si potrebbe dire che nel ventennio fascista, in quanto a democrazia e rispetto eravamo ancora a carissimo amico!
Comunque, il Colosseo quadrato si trova in una zona molto grande a sud di Roma che si chiama EUR. Questa sigla sta per Esposizione Universale Roma.
Il palazzo nasce infatti insieme a tutto il quartiere dell’EUR, concepito per ospitare proprio una esposizione universale. La prima di queste esposizioni fu tenuta a Londra ad esempio, e in quell’occasione è stato costruito lo storico Crystal Palace.
Allora, nel 1942 se non ci fosse stata la guerra, si sarebbe svolta a Roma l’Esposizione Universale e il Governo italiano, considerata la portatadell’evento, avrebbe approfittato dell’occasione per celebrare in tale data il ventennale del regime fascista. Il ventennale è il ventesimo anniversario, il ventesimo compleanno.
Ma è interessante parlare di quanto disse Mussolini nel 1935 a proposito della scritta che campeggia sul Colosseo Quadrato.
Dovete sapere che la Società delle Nazioni ventilòdelle sanzioni contro l’Italia a seguito della guerra d’Etiopia iniziata proprio nel 1935.
L’aggressione dell’Italia contro l’Etiopia ebbe importanti conseguenze diplomatiche e suscitò una notevole riprovazione (Il contrario dell’approvazione) da parte della Società delle Nazioni che quindi decise d’imporre delle sanzioni economiche contro l’Italia, ritirate nel luglio 1936 anche se Mussolini rispose piccheall’appello delle Nazioni Unite. Mettere fine all’aggressione? Neanche per sogno, avrà pensato Mussolini!
Infatti il Duce, che evidentemente non era affatto d’accordo con queste sanzioni, disse che queste sanzioni erano un’offesa, e contro questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori, quindi come si osa parlare di sanzioni?
Come vi permettete di sanzionare l’Italia, voleva dire Mussolini, noi che abbiamo cotante virtù, le stesse virtù che adesso sono scritte sul Palazzo della civiltà italiana e che evidentemente Mussolini credeva fossero solo appannaggiodegli italiani.
Poi non si può certo dire che il fascismo non ci abbia messo del suo nella costruzione del Colosseo quadrato: l’uso del materiale che si chiama Travertino, ad esempio, che ricopre la struttura esterna, non è casuale, infatti richiamava i valori dell’impero romano, era un ritorno alla tradizione, secondo i desideratadel duce.
Vi risparmio la lista completa dei desiderata del regime (lasciamo correre) perché alcuni di questi non sono affatto piacevoli da ascoltare. Qualcuno, ascoltando la lista completa, potrebbe prendere einterrompere l’ascolto di questo episodio,
Comunque se venite a Roma, fate una capatinaall’EUR. Dal vivo, il Palazzo è tutta un’altra cosa!
Ah, per la cronaca, voglio dare un ultimo messaggio dedicato a coloro che sono di diverso avviso sul regime fascista: questo episodio non voglio che vada loro di traverso in quanto è solo un episodio di ripasso delle espressioni spiegate su ItalianoSemplicemente.com e il sito non ha niente a che spartirecon la politica. Cominciamo a fare questo dovuto distinguo.
Giovanni: una delle tante cose che i libri di grammatica non insegnano e probabilmente solo italiano semplicemente ritiene importante, è l’utilizzo di “per giunta“, che è un’alternativa a “inoltre“.
Per giunta si usa normalmente però quando questa cosa che si aggiunge, quando questa cosa che viene aggiunta, è irritante, quando ci fa un po’ arrabbiare, quando è almeno fastidiosa, quando è una esagerazione, quando non la sopportiamo.
E’ perfettamente analoga a “per di più” e anche a “come se non bastasse“. Quest’ultima espressione ci fa capire perfettamente che siamo andati oltre, nel senso che c’è stata una esagerazione di qualcuno. Questo qualcuno non siamo noi ovviamente, poiché stiamo dando un giudizio negativo quando diciamo “per giunta”.
Es:
La mia ragazza mi ha lasciato per telefono lo sai? E per giunta mi ha anche mandato a quel paese!
Quindi questa ragazza ha un po’ esagerato. Passi che vengo lasciato, passi pure che lo fai per telefono, ma non mi sembra il caso che mi insulti anche!
II Covid in questi giorni sta facendo molte vittime, e per giunta l’età media dei contagiati si sta anche alzando.
Quindi come se non bastasse il numero elevato delle vittime, c’è anche l’innalzamento dell’età media dei contagiati.
Giovanni non è venuto neanche oggi in ufficio, e per giunta non ha neanche avvisato stavolta! E’ imperdonabile.
Un’avvertenza: Non è il caso di usare “per giunta” al posto di inoltre in ogni circostanza. In “inoltre” non c’è emozione, non c’è tensione, inoltre non neanche c’è rabbia. E’ solo un qualcosa in più.
Bene, ho nuovamente sforato con i due minuti, e per di più (vi ricordo che “per di più” è equivalente a “per giunta”) ne sono anche perfettamente consapevole.
Questa si chiama autoironia. Sì, potete usare queste modalità anche per fare ironia.
Oggi voglio esagerare: Vi dirò che anche i termini perfino e persino si possono usare nelle stesse circostanze. Ma di questi due termini parleremo nel prossimo episodio di due minuti con Italiano Semplicemente.
Ecco, adesso ho persino allungato ulteriormente questo episodio.
Ma io voglio essere esaustivo, ricordatevelo, e non solo conciso. L’esaustività viene sempre prima della….concisione. Il termine è concisione.
Adesso c’è persino un bel ripasso:
Rafaela (Spagna): Se non sbaglio, anche “oltretutto” è molto simile a “per giunta” Olga(Saint Kitts e Nevis): certo, ma questo lo abbiamo lasciato alla fine, come l’ammazza-caffè! Xin(Cina):del resto, non possiamo mica lasciar spiegare tutto a Giovanni. Irina (California): adesso lui chioserà: Solo io posso spiegare, micai membri!
Giovanni: il verbo regolare probabilmente molti di voi lo conoscono: ha molti utilizzi diversi: può significare:
ordinare:
Le leggi regolano la vita dei cittadini, ed anche i regolamenti. Il nome non è casuale
Significa anche limitare, controllare, o cambiare, modificare:
Occorre regolare le spese perché spendiamo troppo!
Oppure sistemare, risolvere:
Devo regolare una faccenda complicata!
Si usa anche con gli strumenti e le cose meccaniche:
Regolare l’orologio, la temperatura eccetera. Come se dovessimo girare una manopola per cambiare la temperatura. tenete a mente quest’immagine. Questa è la regolazione, diverso da un regolamento.
Anche mantenere costante qualcosa:
Regolare il flusso dell’acqua
Invece “regolarsi”, la forma riflessiva, è più facile da spiegare e da capire.
Regolarsi si usa parlando di sé stessi, e regolare sé stessi è molto simile a controllarsi. Si parla del comportamento da tenere in certe situazioni.
In particolare si parla di esagerazioni, quindi si parla di tenere il controllo di qualcosa che dipende dal proprio comportamento, che deve essere più corretto, più giusto, più moderato, forse la moderazione è ciò a cui si ambisce maggiormente.
Probabilmente però il verbo più adatto a sostituire regolarsi è contenersi, un altro verbo riflessivo.
Facciamo alcuni esempi:
Non bere così tanto! Ti devi regolare, altrimenti rischi di fare un incidente.
Quando siamo con gli amici cerca di regolarti e non parlare di sesso!
Dovrei fare piatti meno abbondanti, è vero. Non riesco mai a regolarmi
Poi c’è “darsi una regolata” che ha lo stesso significato, ma con un uso più informale: Il senso è quello di abbassare il livello, girare la manopola, come si fa con la temperatura ad esempio.
Mi devo dare una regolata perché ultimamente sto mangiando troppo
Datti una regolata con queste spese, altrimenti andiamo in rovina
Diamoci una regolata quando andiamo in discoteca, non beviamo troppo, altrimenti faremo un incidente.
Regolarsi, in realtà ha un uso ancora più ampio, perché si usa anche nel senso di “comportarsi“. Ad esempio posso chiedere:
Come mi devo regolare con questi ragazzi? Posso sgridarli se fanno confusione o se non studiano?
Quanto tempo ho per consegnare questo lavoro? Come devo regolarmi con i tempi?
Quindi è come dire: come devo comportarmi?
Regolati tu!
Questa potrebbe essere una risposta, simile a: vedi tu, fai come vuoi, cerca di capirlo da solo.
Allora usare il verbo “dare” nella espressione darsi una regolata serve proprio a evitare che si confondano questi due significati.
Darsi una regolata significa contenersi, non esagerare, controllarsi, moderare il proprio atteggiamento, e si usa verso sè stessi ma anche verso gli altri, come un invito o un ordine a contenersi, a moderarsi, a non esagerare. Può essere offensivo, attenzione al tono che usate.
Ora mi scuserete ma non sono riuscito neanche stavolta a regolarmi con la durata di questo episodio. Abbiate pazienza. Adesso ripassiamo un po’.
Carmen: ciao a tutti, oggi su quale argomento ci cimentiamo? Anne France: dacché mi sono iscritto/a all’associazione non ho mai parlato di politica Khaled: meglio così. Ancora ancora se parliamo di sport o di lingua italiana, ma di politica meglio stare zitti. Rauno: la politica in quanto tale rischia di farci litigare Sofie: e poi sarebbe un argomento appannaggio di esperti del settore, ed io proprio non me ne intendo di politica
Giovanni: oggi, pur di stare nei due minuti di durata, farò miracoli.
L’argomento del giorno è l’uso di “pur” nella locuzione “pur di”.
Gli italiani la usano moltissimo, e lo fanno per un motivo preciso: quando si vuole raggiungere un obiettivo con determinazione, quando si ha un desiderio e quando si vuole evitare una conseguenza con altrettanta determinazione.
Pur di farla finita, farei qualunque cosa
Vuol, dire che io voglio farla finita e sarei disposto a fare qualunque cosa al fine di raggiungere questo obiettivo.
Pur di imparare la lingua italiana studio 10 ore al giorno!
Pur di non andare a scuola, è disposto anche a rompersi un braccio!
Anche in questo caso c’è determinazione e l’obiettivo è evitare qualcosa (la scuola in questo caso).
Notate che dovete per forza usare la preposizione “di” e solamente questa preposizione se volete che la frase abbia questo senso.
Si scrive “pur di” poi l’obiettivo da raggiungere, poi si usa generalmente il condizionale.
Pur di andare in Italia, ci andrei anche a piedi.
Pur di mangiare qualcosa, sarei disposto a mettermi in ginocchio.
“Pur di” è simile a “purché”.
Purché si avveri il mio sogno sono disposto a fare molti sacrifici.
Direi che “purché” ha un uso più ampio rispetto a “pur di”. Casomai ne parliamo in un altro episodio.
Adesso, pur di ascoltare qualche membro con una frase di ripasso, sono disposto anche a sforare i due minuti.
Giuseppina: quella che vi spiego oggi è un’espressione che si sente spessissimo pronunciare in contesti informali.
L’espressione è “ha il/un suo perché”, che si utilizza quando vogliamo evidenziare un aspetto positivo di una persona, di una situazione e in generale di qualsiasi cosa. Si può usare quando si cerca di dare una spiegazione, un senso logico ad un aspetto quando potrebbe sembrare non esserci una spiegazione logica, ma invece, secondo noi, c’è. Altre volte si usa semplicemente per evidenziare l’importanza di un aspetto, anche quando potrebbe non sembrare importante, o per sottolineare una caratteristica unica.
Questo aspetto positivo o questa importanza o caratteristica unica non è del tutto evidente.
Allora con questa espressione vogliamo quindi tirar fuori, esprimere questo aspetto positivo o questa importanza. Si usa la parola “perché” come a voler spiegare un motivo, una ragione non del tutto chiara.
Inoltre si usa “un suo perché” per esprimere il senso, il significato di questo aspetto positivo, che in qualche modo è del tutto peculiare, personale, particolare, come a dire che esiste un motivo particolare per dare una spiegazione, c’è “un suo” personale motivo, un suo perché.
Esempio:
Fare il bagno senza costume, quindi completamente nudo, ha il suo perchè, infatti nei paesi nordici dove fa molto freddo, sembra che col costume il freddo si avverta maggiormente.
Ecco dunque il motivo, il perché.
Infatti “perché” è anche sostantivo. Posso dire “il perché” per indicare il motivo, la ragione:
Mi dici il perché del tuo comportamento? C’è un perché?
Voglio sapere il perché non mi chiami più!
Non si capisce il perché tu non riesca a capire.
Un altro esempio:
Anche se gli stadi sono vuoti, per un calciatore, entrare nello stadio Olimpico di Roma per giocare la sua prima partita nel campionato di serie A italiano ha il suo perché.
In questo caso è come chiedersi: Perché ci si emoziona nel giocare nello stadio olimpico di Roma anche senza spettatori?
Risposta: c’è un perché, c’è un motivo. È comunque emozionante, quindi giocare anche senza spettatori ha un suo perchè.
Se voglio fare un complimento o evidenziare un qualcosa di unico, posso dire:
Il metodo di Italiano Semplicemente, che non è centrato sullo studio della grammatica, ha un suo perché.
È un modo abbastanza veloce di cercare di dare una spiegazione, senza peraltro spiegare nulla. Infatti in teoria bisognerebbe aggiungere qualcos’altro per dare un senso alla frase, ad ogni modo su parla sempre di giuste motivazioni o di caratteristiche positive.
Se stiamo parlando male di una persona di nome Giovanni , evidenziando le sue caratteristiche negative, qualcuno potrebbe dire che però Giovanni ha un suo perchè, sto facendo un complimento a Giovanni. Voglio dire che è un tipo particolare, unico, ha una sua personalità.
Non si usa “il mio perché” o “il tuo perché” o “il loro perché” e non chiedetemi il perché!!
Ripasso:
Carmen: Amici, cosa facciamo stasera? Nessuno fa proposte? Battiamo la fiacca? Komi: Macché! Ci stavo giusto pensando. Vi porterò in un posto “in”, dove ci divertiremo di brutto, un posto che è appannaggio solamente dei personaggi più celebri, di solito. Mica pizza e ficchi! Irina: ehi, neanche per sogno! Non fa per me! Quante arie si danno le persone celebri. Emma: Non è chenon ne abbia voglia, ma purtroppo la stanchezza spesso ha la meglio su di me.