Giuseppina: ecco un altro episodio dedicato a “mai“.
Ieri abbiamo visto quanto mai, in un episodio quanto mai interessante; oggi vediamo “quando mai“, locuzione molto diversa, sebbene cambi solamente una lettera.
Infatti quando mai è molto colloquiale, molto più colloquiale rispetto a quanto mai, e si utilizza per fare una negazione con una certa sicurezza oppure per esprimere incredulità, o per mostrare sorpresa.
Vediamo qualche cosa esempio:
Hai visto che gol che ha fatto Ronaldo? Quando mai s’è vista una cosa simile?
La sorpresa, l’incredulità nel vedere un gol incredibile si esprime con questa locuzione in cui si usa “quando” e “mai” perché si parla di tempo in qualche modo.
Si sta parlando del passato, in cui non si è mai visto un gol simile.
Se ci pensate di tratta di una domanda retorica, non di una vera domanda di cui si aspetta una risposta.
Se togliamo “quando” il senso non cambia, ma la frase somiglia di più ad una affermazione.
Mai s’è vista una cosa simile
Cioè:
Un gol del genere non si è mai visto
Come dicevo, si usa anche per affermare qualcosa con decisione, per negare qualcosa con decisione, per l’esattezza.
È vero che una volta hai picchiato tuo figlio?
Risposta: cosa? Ma quando mai!!
Come a dire: assolutamente no, non è mai accaduto, non è mai successo, non farei mai una cosa del genere.
Ciao Giovanni, come stai? Ti vedo bello in salute!
Vuoi dire che mi trovi ingrassato? Ma quando mai, sono perennemente a dieta!
Ma quando mai avrei detto che sei ingrassato. Ho solo detto che ti trovo in piena salute!
Molto semplice da usare, molto comune nel linguaggio quotidiano, mentre non si usa nel linguaggio formale e in conversazioni di lavoro. In questi casi si preferisce esprimere questa decisione in altri modi:
Decisamente mai
Assolutamente mai
Non è mai accaduto
Una curiosità è che usiamo questa locuzione, noi Italiani spesso facciamo il tipico gesto con le dita della mano unite rivolte verso l’alto, un gesto molto popolare e poco elegante che viene associato a molte altre espressioni in realtà, tipo:
Cosa vuoi?
Perché mi stai guardando?
Ma che stai dicendo?
Adesso però ripassiamo perché quando mai si è visto un episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente senza un ripasso?
Anthony: Buongiorno cara, hai ben dormito? Ti vedo ancora nel dormiveglia!
Sofie: Dai Anto non fare il finto tonto. Sai benissimo che sono stata di turno stanotte.
Anthony: Eccome se lo so! Per questo vorrei prepararti un buon caffè. Gradisci un Nespresso o un IIly? Ero un po’ combattuto su quali marche comprare. Ma poi un mio amico mi ha detto che queste due si distinguono da tutte le altre per il loro gusto intenso. Capacitatomi della verità del suo consiglio, di queste due marche ne ho fatto incetta.
Sofie: Ah si? E se vengono annoverate tra le marche migliori in commercio, perché il tuo amico non ti ha fatto sapere che avresti dovuto scegliere la qualità arabica invece di quella robusta? Solo la arabica è contraddistinta dalla sua delicatezza, la sua dolcezza e la sua piacevole acidità.
Anthony: Ma cosa mi fai? una pappardella di prima mattina sul caffè? . . . Scusami, hai ragione amore, non volevo apostrofarti. Comunque te la senti di mangiare qualcosa?Abbiamo cornetti vuoti o cornetti al cioccolato.
Sofie: Ma che ti prende?Mi fa stranoche tu sia così attento.
Anthony: Stai tranquilla cara, niente di trascendentale. Comunque che stasera si giocano i quarti di finale degli europei lo sapevi già?
Sofie: Come sarebbe a dire “Lo sapevi già”?? L’unica cosa che io so è che stasera hai invitato i tuoi a cena.
Sofie: Ci mancherebbe! Non è mica stata un’idea mia di invitare i tuoi dopo una notte di turno!!
Anthony: Non ti preoccupare. Non faremo bisboccia stasera. Tra l’altro a mio padre piace tantissimo il calcio. Possiamo goderci la partita tuttti insieme!
Sofie: Lascia stare Anto. Passi che ti dimentichi del mio lavoro, passi pure che inviti i tuoi a mia insaputa però se pensi di goderti la partita insieme a tuo padre mentre io mi sto sorbendo le lamentele di tua madre staifresco.
Anthony: Dai, sii un po’ più accondiscendente. Se vuoi ti accompagno domani a fare lo shopping.
Giovanni: questo episodio vi risulterà quanto mai utile perché sarà dedicato a “mai“, questo avverbio che ha tanti utilizzi diversi, tutti molto utili.
È la prima volta che però quanto e mai stanno insieme.
Vediamo qualche esempio:
Oggi mi sento quanto mai pieno di energie.
Mi sono divertito quanto mai
Sono quanto mai convinto che riuscirò a imparare l’italiano in un solo anno
Da questi esempi è facile capire che “quanto mai” è simile a molto, parecchio, un sacco, moltissimo, tanto, veramente tanto eccetera. C’è un lungo episodio dedicato a “molto” e “tanti” se volete approfondire.
Potrei dire anche “come mai prima”, o anche “assolutamente”.
Ad esempio:
Quanto sei convinto di vincere?
Sono convinto quanto mai.
Sono convinto quanto mai che vincerò la sfida.
Sarebbe un po’ come dire che sono convinto quanto non è mai successo prima. Si esprime quindi un alto livello di convinzione, in questo caso.
Ovviamente in questo caso parlo di convinzione. Potrei parlare di sicurezza, ma non cambia nulla.
Posso dire che:
Sono quanto mai sicuro
Oppure
Sono sicuro quanto mai
Non fa alcuna differenza.
Si può anche sostituire quanto con “più che”:
Oggi ho studiato più che mai
Oggi ho studiato quanto mai
Stesso significato.
Se invertiamo quanto e mai, otteniamo “mai quanto” che può avere un significato simile, ma la maggior parte delle volte ha un significato diverso, perché si usa per fare confronti, per marcare delle differenze:
Visto com’è forte la squadra dell’Italia?
Si, molto forte, ma mai quanto il Belgio.
Come a dire: è forte ma non come il Belgio, non arriva a quel livello.
Oppure:
Oggi ha fatto molto caldo, le temperature sono arrivate a 40 gradi, ma mai come il 2003 quando la temperatura arrivò a 43 gradi.
Mi piace l’inglese, ma mai quanto l’italiano.
Adesso un ripasso tutto brasiliano con Mariana e Lia.
Lia: Credo che Gianni abbia fatto una bisboccia come si deve!
Mariana: Cosa? Come sarebbe a dire una bisboccia?
Lia: Hai visto l’esempio dell’episodio 554? Una moglie tradita dà l’aut aut al marito: o io o lei!
Mariana: e allora? Cosa c’entra con la bisboccia???
Lia: dico che evidentemente era ubriaco!!! Perché io non direi mai “aut aut” . Per la cronaca, io direi: sii fedele oppure prendi le valigie e te ne vai via. O così o pomì. Altro che aut aut!
Mariana: Va beh, smorziamo i toni però. Non lo sai che del matrimonio bisogna accettare tutti gli annessi e connessi?
Emanuele: il verbo essere, molte volte, viene sostituito dal verbo risultare. Spesso però impropriamente.
Ad esempio:
La mia automobile risulta molto sporca
Il cielo risulta nuvoloso
Il mare risulta mosso
Questa non è una bella cosa, perché ogni verbo va usato nel modo più opportuno. La macchina semplicemente è sporca.
A volte possiamo farlo:
La lezione è risultata molto noiosa
A me risulta molto utile ascoltare ogni episodio più volte
Ma in questi casi però vogliamo esprimere un risultato, appunto, una conseguenza.
Un altro modo corretto di questo verbo è invece:
Ti risulta?
Vi risulta?
Non mi risulta che…
Non mi risulta che…
Non le risulta che…
Eccetera
Risultare in questo caso somiglia molto di più a conoscere oppure a “essere a conoscenza” piuttosto che al verbo essere.
Se io ti domando:
Tirisulta che Mario sia arrivato a casa?
È come dire:
Che tu sappia, Mario è arrivato a casa?
Sai se Mario è arrivato a casa?
Mario può rispondere:
Non mi risulta
Oppure:
Mi risulta che sia ancora in viaggio
Un altro esempio:
Andiamo al concerto stasera?
Risposta: mi risulta che il concerto sia stato annullato.
Si usa “che” e poi il verbo al congiuntivo:
Mi risulta che il cantante abbia il raffreddore
Quando esprimo una conoscenza ed uso “risultare” non è come usare il verbo essere.
Mi risulta che sia ancora in viaggio
È diverso da:
È ancora in viaggio
Anche:
Mi risulta che il concerto sia stato annullato.
È diverso da:
Il concerto è stato annullato
Anche:
Mi risulta che il cantante abbia il raffreddore
È diverso da:
Il cantante è raffreddato
La diversità sta nel fatto che essere esprime una certezza, invece “mi risulta”, “ti risulta” ecc. Esprime una conoscenza, proprio come “che io sappia“, “che tu sappia” ecc. di cui ci siamo già occupati in un precedente episodio.
Se io vedo con i miei occhi una cosa, posso anzi devo usare il verbo essere. Invece se ho ascoltato una notizia da altre persone, alla radio, se ho letto un SMS eccetera meglio usare il verbo risultare perché non c’è certezza della veridicità.
Anche quando non voglio prendermi la responsabilità di quanto affermo, spesso si ricorre a questo verbo:
Da quanto mi risulti/risulta Giovanni in questo momento si trova in Italia, perché ho letto un suo messaggio whatsapp. Ma non ne ho certezza.
È un po come dire:
Per quanto ne so io…
Per quello che so io…
Pare che….
Sembra che…
Secondo le informazioni che ho io…
Stando alle informazioni in mio possesso
Quindi si dicendo di non avere una conoscenza diretta e quindi una certezza assoluta.
Una risposta potrebbe essere:
A me invece questo non risulta affatto. Stamattina mi ha detto di non voler più partire per l’Italia.
Il verbo comunque ha anche un uso professionale.
La reception di un hotel potrebbe dire ad esempio che a loro non risulta una prenotazione.
Non risulta una prenotazione a suo nome
Oppure:
A noi risulta una prenotazione di una camera matrimoniale a nome di Daniela Rossi
In questo caso si esprime una conoscenza che deriva, cioè che emerge, da un registro, un documento, una email ecc. e anche se questa conoscenza non esprime una certezza, l’uso di questo verbo è preferibile in molti ambiti lavorativi.
Dopo un test rapido anti Covid, il medico, anziché dire:
Non hai il virus, non c’è il virus o non sei positivo, è molto probabile che dica:
Il test risulta negativo
Il risultato del test è negativo
O al limite:
Dal test non risulta/emerge una positività al Covid
Oppure, consultando un registro delle presenze in ufficio, posso dire che:
Dal registro non risulta che Giovanni sia andato a lavorare quel giorno
In generale quindi se si consulta un documento qualsiasi, un dato scritto o registrato da qualche parte, sempre meglio usare il verbo risultare.
L’episodio finisce qui.
Giovanni: grazie Emanuele, adesso ripassiamo perché come si sa, alla fine di ogni episodio bisogna allenare la memoria.
Andrè: ciò che hai detto non risponde al vero. In alcuni episodi il ripasso si trova all’interno e non alla fine.
Questa se ricordate esprime una “falsa” scelta, passatemi il termine, nel senso che la scelta non c’è in realtà e bisogna accontentarsi dell’unica alternativa.
C’è una locuzione invece, quella che vediamo oggi, che rappresenta una vera scelta, tra due alternative (solo due però), ma il problema è che questa scelta è obbligatoria. Si tratta di “aut aut“.
Si usa ad esempio quando c’è un esitazione a prendere una posizione, quando si aspetta troppo a prendere una decisione chiara. Allora qualcuno, cioè un’altra persona, potrebbe imporre una scelta.
Ecco allora che al posto di imporre una scelta si può dire dare un aut aut ad una persona, il che equivale a dire:
Decidi, o scegli A oppure B. Non ci sono alternative.
Qualcosa come: “o di qua o di là“. Una terza soluzione non esiste.
L’espressione “dare un aut aut” è molto diffusa e molti italiani non sanno che non si tratta di inglese ma di latino. Pertanto non si scrive out out, ma aut aut.
Vediamo qualche esempio:
Una moglie, tradita dal marito gli dà l’aut aut: o io o lei.
L’aut aut impone sempre una scelta da parte di chi lo riceve. E la scelta è spesso dolorosa, nel senso che si deve necessariamente rinunciare a qualcosa.
Questo marito traditore adesso è posto/messo davanti ad un bivio, deve scegliere tra la moglie e l’amante.
In questo caso particolare l’aut aut è persino un privilegio per il traditore.
Mettere o porre qualcuno davanti ad una scelta è l’alternativa migliore all’uso di “aut aut”.
Si può dire: dare a una persona l’aut aut, oppure porre/mettere un aut aut.
Molti genitori pongono ai figli l’ aut aut: o studi, o vai a lavorare.
L’aut aut è simile all’ultimatum.
Però l’ultimatum è il termine ultimo. È però sempre una intimazione, una condizione o una proposta perentoria.
Quando si dà un ultimatum, si fa conoscere a un altro le proprie ultime perentorie proposte su una determinata questione, chiedendo una precisa risposta. Non si tratta però necessariamente di scegliere tra due alternative.
Spesso con l’ultimatum si dà anche un limite di tempo concesso per la risposta (un termine ultimo, come ho detto prima).
Si usa anche come una dichiarazione di guerra condizionata ad una scelta, tipo “se non vi arrendere entro oggi, iniziamo a bombardare il vostro territorio”.
Il termine ultimatum, avendo quindi un uso anche in ambito politico-militare, ha un utilizzo più serio rispetto ad “aut aut”
Nonostante questo posso usarlo anche in tono scherzoso con lo stesso senso di aut aut:
La mia fidanzata mi ha dato l’ultimatum: o la sposo o mi lascia.
Il senso è sempre legato alla scelta obbligata che non si può rimandare ulteriormente. Questo è sia un ultimatum che un aut aut.
Allo stesso modo, non si può rimandare neanche il nostro ripasso quotidiano:
Anthony: Oggi al lavoro si sono impallatidi punto in bianco buona parte dei nostri macchinari a causa del blackout. Ma ti pare accettabile che non siamo muniti di un sistema di corrente di riserva all’altezza dei nostri bisogni?
Ulrike: Mi stai dicendo allora che eravate senza corrente e pure senza internet? Immagino che questo vi abbia fatto dare di volta il cervello.
Anthony: Assolutamente sì, nonostante si sia sempre contraddistinto per la sua affidabilità nel passato.
Stavamo nei guai per viadel fatto che prima dell’arrivo dei pazienti stiliamo note e altri preparativi che vengono salvati nell’archivio elettronico al quale si accede con internet. Quindi per tutta la giornata eravamo impantanati in confusione e sembravamo essere sempre a carissimo amico rispetto alla soluzione.
Anthony: la tua è una domanda retorica immagino. È ovvio che siamo stati tutti colti completamente alla sprovvista.Del resto, oggi è lunedì e all’inizio della settimana di pazienti ne abbiamo sempre a bizzeffe (come “a iosa”).
Rauno: Ci siamosalvati in calcio d’angolo solo perché domani è martedì e i ritmi sono sempre meno intensi. Siamo riusciti a sistemare il grosso dei pazienti con una visita domani. Altrimenti la storia avrebbe preso una brutta piega.
Giovanni: Secondo voi cosa significano i verbi contraddistinguersi e contraddistinguere?
Komi: secondo me significa distinguersi da altro per via di segni o qualità particolari.
Ulrike: il verbo contiene la parola “contra” che indica un confronto tra due cose o due persone, che si riferisce alle caratteristiche.
Carmen: il verbo distinguersi indica un paragone. Una cosa si distingue dall’altra e possiede una caratteristica diversa dall’altra.
Giovanni: Grazie a Komi, Ulrike e Carmen, che nell’ordine hanno risposto alla mia domanda. Bravi avete detto bene. C’è un confronto e delle caratteristiche, dei segni particolari.
Una cosa interessante è vedere la differenza tra distinguere e contraddistinguere. Si usano allo stesso modo?
Oppure bisogna distinguere tra questi due verbi?
Ecco, “distinguere” sicuramente si usa sempre per spiegare la differenza tra due cose. Significa riconoscere due cose come diverse, attraverso delle caratteristiche peculiari, particolari. È molto simile a essere riconoscibile, caratterizzarsi, differenziarsi, o anche mettersi in luce per particolari doti, segnalarsi:
Quando usiamo questo verbo insomma vogliamo segnalare delle differenze tra due o più cose o persone.
Quando invece usiamo contraddistinguere c’è un segno particolare che rende delle cose o delle persone diverse dalle altre. Quando vogliamo evidenziare questo segno, questa caratteristica, si può usare contraddistinguere.
Es:
Si sta pensando di mettere un segno sulla targa delle auto elettriche al fine di contraddistinguerle.
Quando usiamo questo verbo, la maggior parte delle volte si vuole proprio indicare questa caratteristica, questo segno, cioè il motivo per cui avviene questa distinzione.
Per cosa si contraddistingue Italiano Semplicemente?
Cioè: qual è la caratteristica principale di Italiano Semplicemente che la distingue dagli altri siti o metodi di insegnamento?
E’ molto interessante anche l’uso della preposizione che si usa.
A volte si usa la preposizione “per”, altre volte “da”, altre volte non si usa nessuna preposizione.
Italiano Semplicemente ha un logo contraddistinto dall’immagine del Davide di Michelangelo e si contraddistingue per avere, in ogni episodio, sia la trascrizione che il file audio. Inoltre si contraddistingue per il metodo, non incentrato sulla grammatica ma sull’ascolto e più in generale sulle sette regole d’oro. Una caratteristica che l’ha sempre contraddistinto è anche il fatto che gli episodi hanno sempre qualcosa di divertente o emozionante o interessante, che va oltre il mero insegnamento della lingua italiana.
Allora parlavamo della preposizione da usare.
Nella frase precedente ho usato una volta “per” (si contraddistingue per il metodo), “una volta ho usato “da” (un logo contraddistinto dall’immagine del Davide) e un’altra volta non ho usato nulla (una caratteristica che l’ha sempre contraddistinto).
Attenzione al ruolo della preposizione da.
Quando usiamo contraddistinguere, se usiamo “da” indichiamo quasi sempre la caratteristica distintiva (soprattutto con con la forma passiva) mentre se usiamo distinguere, la preposizione “da” si usa sempre per indicare un termine di confronto. Notate infatti la differenza tra:
Io mi distinguo da te (Confronto) perché sono più simpatico
I miei quadri sono contraddistinti dall’uso della simbologia religiosa (caratteristica)
Quindi con “distinguere” si usa sempre la preposizione “da” (o anche fra e tra) per indicare la diversità da qualcun altro o da qualche altra cosa e invece con “contraddistinguere” la preposizione “da” si usa quasi sempre per indicare la caratteristica, specie nella forma passiva.
Dico “quasi sempre” perché a volte, posso anche dire:
La congiunzione “e” si contraddistingue da “è” (che è un verbo) per un accento
“Che” si contraddistingue da “ce” per l’acca
Questo accade quando faccio un confronto diretto, quindi si usa al posto di distinguere, per sottolineare la caratteristica distintiva. Potrei usare anche distinguere volendo.
Ma attenzione, perché come si è visto, con contraddistinguere, anche quando usiamo “per” stiamo indicando una caratteristica:
“Che” si contraddistingue da ce per la lettera h.
Io mi contraddistinguo per una simpatia superiore alla media
Questo “per” è abbastanza simile a “perché” se ci pensate.
“Che” si contraddistingue da ce perché c’è la lettera h.
Io mi contraddistinguo perché ho una simpatia superiore alla media
Quindi per indicare una caratteristica, nella forma passiva si usa “da”, se voglio sottolineare la caratteristica. Uso invece “per” quando mi interessa di più il confronto.
Inoltre “da” normalmente si usa poco con le caratteristiche delle persone.
Vediamo qualche esempio:
Le informazioni sui social sono spesso contraddistinte da inesattezze e imprecisioni.
Forma passiva, inoltre qui è più importante sottolineare questa caratteristica piuttosto che distinguere queste informazioni da altre. Quindi usiamo “da”.
Invece:
Gli uomini villosi si contraddistinguono per avere molti peli sul petto.
Non c’è la forma passiva. In questo caso poi voglio distinguere gli uomini villosi (quelli che hanno molti peli sul petto) dagli uomini che non hanno questa caratteristica.
Come dicevo inoltre, quando si parla di persone normalmente si usa “per” e non si usa la forma passiva.
Il mio ristorante è contraddistinto da elementi moderni e innovativi e si contraddistingue per una cucina molto creativa.
Prima descrivo il mio ristorante dicendo una particolare caratteristica, uso poi la forma passiva (quindi uso “da”) e poi mi interessa anche distinguere la mia cucina da quella di altri ristoranti, quindi successivamente uso “per“.
Quando quindi voglio far emergere una caratteristica distintiva, che fa riconoscere qualcosa rispetto ad altro, uso generalmente “per”.
Adesso un ripassino veloce da chi si contraddistingue per un maggiore interesse verso la lingua italiana. Il ripasso poi è un altro elemento che contraddistingue Italiano Semplicemente.
Sofie: non vorrei cogliervi alla sprovvista, ma cosa distingue la nazionale italiana di calcio dalle altre? Solo il colore della maglia?
Hartmut: questo piacerebbe molto a Giovanni che è l’unico italiano qui. Ma purtroppo, per quanto forte, si trova sempre un’altra squadra che ti dà il benservito.
Emma: non ne so un’acca di calcio. Per me sono solo 22 atleti che corrono dietro ad una palla. Per il resto, come si suol dire, per me il calcio è arabo.
Giovanni: c’è un’espressione italiana che si può utilizzare quando siete sicuri, o volete apparire sicuri di voi stessi:
Non c’è santo che tenga
Si utilizza in particolare quando si prospetta un possibile ostacolo, che però non influenzerà il risultato finale, non sarà, in definitiva, un ostacolo.
Si usa molto spesso quando in passato non si è riusciti a ottenere un risultato per colpa di qualcosa o qualcuno (l’ostacolo, appunto), ma questa volta siete sicuri che non sarà la stessa cosa. Stavolta siete certi che non v’è nulla che possa opporsi o far procedere diversamente una cosa; stavolta non c’è niente da fare.
Esempio:
Sono già quattro volte che non riesco a superare l’ultimo esame dell’università. Ma stavolta non c’è santo che tenga. Giuro che ci riuscirò!
Quindi vedete che l’espressione esprime sicurezza, determinazione di raggiungere un risultato.
Nell’esempio non ho parlato di un ostacolo preciso. Non ho detto il motivo per cui in passato non sono riuscito a superare quest’esame.
Magari non esiste un motivo solo, o magari semplicemente è scontato, ad esempio la mia impreparazione in questo caso.
Se invece conosco bene e voglio sottolineare questo potenziale ostacolo posso specificarlo nella frase.
Es:
Le ultime partite sono stato molto sfortunato e ho sempre perso. Ma la prossima partita non c’è sfortuna che tenga. Stavolta vincerò io !
Ecco.
Stavolta il potenziale ostacolo è la sfortuna.
Allora posso sempre fare in questo modo: non c’è + ostacolo + che tenga.
Perdiamo sempre per colpa dell’arbitro? La prossima volta non c’è arbitro che tenga. Vinceremo noi!
Significa che la prossima volta vinceremo con qualsiasi arbitro, a prescindere dall’arbitro.
Un professore agli studenti:
Perché consegnate sempre i compiti in ritardo? Avete sempre una scusa da dire e questo non va bene. La prossima volta non c’è scusa che tenga! Chi non consegna i compiti in tempo sarà bocciato.
Come si evince (come si può vedere) da questo ultimo esempio, questa espressione può esprimere anche una mancanza di flessibilità o una intransigenza.
Questo professore non vuole sentire più scuse. In questo caso non c’è un obiettivo quindi, un risultato da raggiungere vero e proprio.
Perché si usa “tenga” alla fine dell’espressione?
Si tratta del verbo “tenere” e questo verbo infatti può anche usarsi nel senso di “essere abbastanza valido”.
Il verbo tenere può indicare anche un confronto che “non tiene”, il che significa che non si può fare, perché non c’è confronto: una parte è troppo più forte dell’altra, ad esempio.
Possiamo anche dire, se niente può eguagliare qualcosa o qualcuno, che non c’è confronto che tenga
Se lo applichiamo alle scuse come nell’ultimo esempio, sappiamo che le scuse possono essere credibili, quindi valide, oppure non credibili, non valide.
Se una scusa è credibile, valida potremmo dire che “tiene“.
Altrimenti diremmo che “nontiene“.
A dire il vero, solitamente a questo scopo si usa il verbo “reggere“, che però è un sinonimo di “tenere“. Quindi quando un pensiero, idea, ecc., ha una certa consistenza e validità tali da resistere alle obiezioni, si dice che questo pensiero “regge”, quest’idea regge, cioè è valida. Il senso è di “resistere” (passatemi il verbo) alla tentazione di credere il contrario, credere cioè che non sia valida.
Es:
Il tuo ragionamento non regge/tiene
Il che significa che non è credibile, perché magari è poco logico; non è quindi valido. Si può usare a questo scopo anche l’espressione informale “ci può stare” o “ci sta“. Ne abbiamo parlato in un bell’episodio dedicato alla particella “ci”. Comunque nell’espressione di oggi si usa solamente il verbo tenere e si usa al congiuntivo: “tenga“. Così si può dire:
Non c’è scusa che tenga
Che significa: non esiste nessuna scusa che sarà accettata, che sarà ritenuta valida. Non deve stupire l’uso del congiuntivo in questo caso. Si può usare allo stesso modo con verbi diversi.
Non esiste nessuna squadra che possa batterci. Non c’è alcuna possibilità che una gallina riesca a volare. Possibile che non c’è nessuno che sappia rispondere a questa domanda?
In questi casi il congiuntivo è la scelta giusta, sebbene spesso anche gli italiani preferiscono l’indicativo, e questo può accadere anche con l’espressione di oggi. Può capitare di incontrare:
Non c’è scusa che tiene: stasera dobbiamo vincere!
Qualcuno si starà chiedendo il motivo per cui si utilizzino i santi, come abbiamo visto all’inizio dell’episodio. Beh, sapete che i santi sono in grado di fare i miracoli, quindi “non c’è santo che tenga” dà molta enfasi alla frase, come a dire che neanche un miracolo riuscirebbe a cambiare le cose. La determinazione è al massimo livello! Vale la pena di citare anche una seconda versione di questa espressione, più breve:
Non ci sono santi!
Molto enfatica anche questa.
In questo caso non si aggiunge altro. Non si usa dire “non ci sono santi che tengano”.
Ci sono poi espressioni simili, che ugualmente esprimono determinazione nel voler raggiungere un obiettivo:
Com’è vero che mi chiamo…Caschi il mondo… Costi quel che costi
Il senso è simile (anche se non si specifica ancora l’ostacolo potenziale) e spesso si possono tutte usare al posto dell’espressione di oggi. Es:
Costi quel che costi, devo imparare l’inglese entro l’anno
Caschi il mondo, non mi farò convincere a licenziarmi
Com’è vero che mi chiamo Giovanni, io non mi sposerò mai.
Queste varianti possono andar bene per esprimere anche meglio determinazione e convincimento, ma come ho detto non si parla di un ostacolo preciso da superare. Anche “non ci sono santi” ha questa caratteristica. Allora spero di essermi spiegato bene. Adesso mi sono reso conto di essermi dilungato un po’ con la spiegazione. La durata di questo episodio ne risentirà sicuramente. Comunque non fa niente. Caschi il mondo, dobbiamo fare lo stesso un ripasso delle lezioni precedenti. Non c’è durata che tenga!
Ulrike: Stando a quanto sei indaffarata, non riuscirai mai a dare un apporto importante al gruppo.
Mariana e Dorothea: non restare sul vago! Scendiamo nei dettagli. Quali sono gli obiettivi che ti sei prefissa per cimentarti al meglio con la lingua?
Irina: Beh, per prima cosa mi metterò dei paletti cioè adopererò le sette regole d’oro come si deve. Facendo così, ovvierò allo spreco di tempo in cui ci si imbatte focalizzandosi su cose meno proficue. Per seconda cosa, seguirò indefessamente il sito Italiano Semplicemente iviinclusa la videochat che offre il programma settimanale dell’associazione italiano semplicemente.
Anthony: Ah certo! un approccio basato su queste regole ti darà parecchio manforte.Nullaquaestio!
Hartmut: e sapete cos’altro dico io a voi scettici dell’ascolto? Se seguite il sito, comincerete ad ingranare con l’italiano e diventerete pure voi dei veri e propri pasdaran del metodo basato delle sette regole d’oro.
Giovanni: come va l’amore?
Vi hanno mai fatto una domanda del genere? A prescindere dalla vostra risposta, la domanda successiva potrebbe essere:
Per il resto?
Cosa rispondere a questo punto?
Bisognerebbe capire cosa significa esattamente “per il resto“.
In realtà il senso è semplice, perché la domanda è voltaa conoscere come vanno le cose, a parte l’amore, che è stato l’oggettodella domanda precedente.
Questo è come chiedere:
Riguardo al resto?
Come vanno le altre cose?
Cosa mi dici delle altre questioni?
Amore a parte, come vanno le cose?
Ho voluto dedicare un episodio a questa locuzione per distinguerla da una piuttosto simile di cui ci siamo già occupati: “del resto“. “Per il resto” si può usare in molte circostanze diverse, non solo per fare domande, come abbiamo visto. Si usa sempre per indicare tutti gli altri aspetti, tutte le questioni a parte ciò di cui si è appena finito di parlare.
Il termine “resto“, d’altronde, ha un senso preciso: ciò che rimane, è la parte residua di un tutto.
Il resto è quanto manca per un completamento, per raggiungere il totale.
Vediamo qualche esempio con la locuzione “per il resto“:
Non sono molto soddisfatto del primo piatto che ho mangiato stasera al ristorante. La pasta era un po’ salata. Per il resto, non ho lamentele da fare, era tutto buonissimo.
Il governo italiano ha ricevuto i complimenti dalla comunità europea riguardo alla riforma della giustizia. Per il resto, l’Italia ha ancora molto da lavorare.
Dunque “per” il resto, sta per riguardo al resto, per quanto riguarda le altre cose, riguardo le restanti questioni, per quanto concerne gli altri aspetti.
In questo modo si sta dicendo che tutte queste questioni sono meno importanti, tanto che sono state tutte raggruppate, mentre la questione principale è stata evidenziata, è stata trattata all’inizio perché ritenuta più importante.
Questo dunque è il modo di usare “per il resto“.
Bene, adesso che abbiamo trattato l’argomento del giorno, per il resto non ci resta che il ripasso. Del resto ve lo aspettavate, vero? Carmen: sapete ragazzi che durante la giornata mi ronzano per la testa diverse idee per i ripassi. Rauno: e ogni giorno c’è Giovanni a dire: “Ok ragazzi come rimaniamo con il ripasso di oggi?”
Dorothea: eh già! E io molte volte sono costretto a rispondergli picche perché di ripassi pronti ne sono solitamente sguarnita.
Komi: direi anch’io che la composizione di ripassi non dovrebbe rimanere appannaggioprincipalmente di Gianni. D’altronde, quelli che devono esercitarsi con l’italiano siamo noi.
Irina: raccolgo la provocazione. Da oggi in poi mi organizzerò a dare seguito alla sua chiamata giornaliera per un ripasso, sebbene il più delle volte questo risulti per essere niente di trascendentale (fine alternativa alla ciofecamegagalattica)
Giovanni: il termine “niente“, o “nulla“, in italiano, può essere sostituito da molte altre parole o espressioni più o meno colorite.
Qualche esempio?
Assolutante niente, un bel niente, zero, zero assoluto, zero carbonella, un cavolo, un cacchio, un accidente, un fico secco.
Poi se andiamo sul volgare: una mazza, una minchia, una beata minchia, una cippa, una benemerita, ed altri ancora.
La scelta dipende dal contesto, più o meno informale, ma anche dall’argomento di cui si parla e dal verbo che si usa.
Quando si tratta di “capire“, ad esempio, e quando soprattutto non vogliamo essere volgari possiamo usare:
Non capire un’acca
Questa non è per niente un’espressione volgare, e potete usarla sempre senza problemi.
Significa ovviamente non capire nulla, non capire niente, non comprendere nulla.
La lettera h è una lettera particolare nella lingua italiana perché non è espressa attraverso un suono identificativo e infatti si dice che è muta e a volte si chiama “mutina“.
Per questo motivo l’espressione non capire un’acca ha il significato di non comprendere neanche una parola di quanto si è appena ascoltato o letto.
Es:
Ho letto le istruzioni del mio telefono ma non ci ho capito un’acca
Quando il professore di italiano parla, avendo un tono di voce molto basso, non si capisce un’acca.
Sono stato alla prima lezione all’università ma non ho capito un’acca.
Al cinema c’era un audio pessimo. Non si capiva un’acca.
Quando parla Giovanni va troppo veloce. Non capisco mai un’acca la prima volta.
In realtà l’espressione si usa anche per indicare una mancanza assoluta, in espressioni di giudizio o di constatazione. Quando quindi si sta giudicando qualcuno o qualcosa o si constata, cioè si verifica qualcosa e si fa un’osservazione, si dà una valutazione, un giudizio personale.
Quindi anche con altri verbi, tipo: contare, valere, sapere e conoscere, vedere, sentire e pochi altri:
Mario non conta un’acca all’interno della società. È solo un impiegato.
Non sento un’acca da quando ho compito 90 anni.
Al concerto eravamo 100 mila persone. Non si vedeva un’acca ovviamente.
Non conosco un’acca di informatica.
Ci sono due nuovi impiegati da oggi, ma da quanto ho capito parlandoci cinque minuti, non valgono un’acca.
Quanto vale questo quadro secondo te? Risposta: un’acca!
Non c’entra un’acca il sesso di una persona con la probabilità di diventare famosi
Non si usa normalmente con altri verbi, a meno che la frase non sia critica, una valutazione negativa, un giudizio.
Adesso ripassiamo le espressioni passate parlando di calcio. Lo so, non c’entra un’acca ma pazienza!
Khaled: che bello che negli stadi di calcio finalmente si rivedano i tifosi vero? Speriamo che questa pandemia sia sconfitta una volta per tutte.
Komi: bellissimo. I giocatori sono veramente felicissimi e hanno riscoperto la gioia di esultare dopo un gol. Niente a che spartire con gli spalti vuoti.
Anthony: ma l’Italia avrà la meglio dei suoi avversari?
Ulrike: ci vorrà anche un po di fortuna. Ma io non guferò contro gli azzurri comunque. Anzi!
Dorothea: io di calcio non ci capisco un’acca, ma tiferò comunque per gli azzurri. Punto su di loro sicuramente dopo aver visto le prime partite.
Il buco è una piccola cavità variamente profonda, o piccola apertura per lo più tondeggiante, cioè soprattutto di forma rotonda. Si può fare un buco nel muro con un chiodo; c’è anche il buco della chiave; c’è il formaggio coi buchi, cioè l’emmental e poi ci sono i proverbi con il buco, come ad esempio:
Non tutte le ciambelle riescono col buco
Cioè non tutti i tentativi vanno a buon fine, non tutte le cose riescono perfettamente.
E la buca?
La buca, al femminile, si usa di solito per le cavità naturali, i buchi naturali, e stanno quasi sempre a terra. Ma se sono molto grandi si chiamano in altro modo: crateri o fosse ad esempio.
Il cane ad esempio fa una buca nel terreno per sotterrare l’osso per cioè nascondere l’osso sotto terra.
Ci sono le buche del gioco del golf, dove deve finire la pallina da golf.
Il termine buca ha in realtà moltissimi significati di cui vi parlerò anche in altri episodi.
In questo mi interessava parlarvi del verbo “sbucare“, molto usato nel linguaggio colloquiale.
Sbucare, letteralmente, significa uscire da una buca, uscir fuori, quindi ad esempio gli animali selvatici, tipo i serpenti quando escono da una buca nel terreno, che può essere la loro tana, il loro rifugio o un nascondiglio, cioè un luogo dove si nascondono; in questi casi si dice che sbucano fuori dalla loro tana.
Ho visto sbucare la testa di un gattino da quella buca.
Si usa spesso la preposizione “da” per indicare il luogo, la buca da cui si sbuca, cioè il luogo da cui si esce fuori.
Nel linguaggio comune però anche quando una persona appare all’improvviso in un luogo, si può usare il verbo sbucare:
E tu da dove sei sbucato?
E tu da dove sbuchi?
Che è come dire:
Ma tu dov’eri finora? Non ti avevo visto!
Si può anche dire:
Da dove sei uscito?
Da dove salti fuori?
Sono tutte espressioni che esprimono stupore, per aver visto una persona (o anche altro) che non si era notato prima. Come se fosse uscito da una buca nel terreno all’improvviso.
Da dove sbuca questa pistola? Da quando hai una pistola?
Ero ad una festa di compleanno di un mio amico e a un certo punto sbuca mia madre!
Da dove sbucano questi soldi? Come li hai guadagnati?
Si può anche fare un incidente perché una macchina “sbuca all’improvviso”
Ovviamente, quando una macchina o una persona sbuca, specie se si aggiunge “all’improvviso” c’è l’idea della sorpresa. È sempre così col verbo sbucare.
E adesso ripassiamo. L’argomento del ripasso di oggi è “i lati positivi del pianto”. Piangere pare giovi alla salute.
Vi risulta ragazzi?
Albéric: piangere, in effetti, da ciò che risulta da alcune ricerche, ha molti benefici ad esempio ha un’azione calmante. Questo è solo il primo rovescio della medaglia! Ve ne sono altri?
Mariana: senz’altro! Infatti si ottiene anche facilmente supporto dagli altri.
Dorothea: oltretutto aiuta ad alleviare il dolore.
Rauno: Migliora l’umore. Soprattutto se qualcuno ti tende una mano per correre ai ripari.
Emma: Rilascia le tossine e allevia lo stress. Questo è un altro bel pretesto per farsi un piantarello come si deve.
Lia: aiuta anche a dormire, volendo aggiungere un altro vantaggio. Combatte i batteri, che, sevogliamo, non è male come lato positivo, no?
Komi: e infine migliora la visione. Lo vogliamo buttare via come vantaggio?
Sofie: e fu così che tutti i visitatori di Italiano Semplicemente iniziarono a piangere a dirotto
Giovanni:
Benvenuti nell’episodio numero 548 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi parliamo di apostrofi. Non esattamente però. Parliamo di apostrofare.
Questo è ciò si fa quando si mette un apostrofo, giusto?
L’altra (la altra) notte ho fatto un brutto sogno.
Un’altra (una altra) volta?
Sapete tutti la regola vero?
Bene, allora passiamo al secondo significato di apostrofare.
Quello che abbiamo appena visto è quello che tutti gli stranieri conoscono: mettere un apostrofo.
L’apostrofo è una virgoletta sopraelevata (’) per indicare l’elisione di una vocale finale ( l’amore invece di lo amore) oppure ’71 al posto di 1971. Oppure da’ al posto di dai (verbo dare) oppure po’ per poco eccetera.
Ma apostrofare si usa anche per dire le parolacce o insultare una persona.
Significa, per l’esattezza, rivolgersi a qualcuno con un tono di rimprovero. Non è necessario dirsi parolacce, ma generalmente è proprio così.
Basta però rivolgere accuse ad alta voce e all’occorrenza insultarsi.
Guarda quei due, si stanno apostrofando a vicenda.
Non è neanche necessario ascoltarli, basta notare uno stato di agitazione e vedere che stanno in contrasto l’un l’altro, in un discorso animato.
Quindi se vedete due persone agitate che stanno discutendo, potete dire che:
Stanno discutendo animatamente
Stanno litigando
Si stanno accusando
Si stanno apostrofando
Attenzione però: l’apostrofo non è anche un sinonimo di insulto o accusa, ma solo un’innocente virgoletta sopraelevata (‘).
Comunque un’altra cosa da dire è che quando si usa apostrofare al posto di insultare e accusare, spesso si specificano le parole usate oppure si aggiunge qualcosa in più.
Es:
Quante volte i giovani italiani disoccupati sono stati apostrofati chiamandoli bamboccioni? Tante, troppe volte.
I poliziotti hanno cercato di calmare i manifestanti, ma sono stati apostrofati in malo modo.
I rappresentanti del governo sono stati apostrofati su Twitter: corrotti, bugiardi, eccetera eccetera.
Mariana: una volta in Italia mi hanno apostrofata perché non avrei dato la precedenza con la macchina! Ma io non avevo torto perché venivo da destra! Mi ha urlato “ah stronza! Ma dove hai preso la patente?”
Marguerite: che classe! Dev’essere stato qualcuno che se le cercava, sembrava quasi avesse voglia di litigare. Può capitare.
Giovanni:
Benvenuti nell’episodio numero 547 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. A Roma è scoppiata letteralmente e improvvisamente l’estate.
Come si suol dire, non ci sono più le mezze stagioni.
Questo è una frase che si sente molto spesso in Italia quando arriva il caldo all’improvviso oppure il freddo.
Le cosiddette “mezze stagioni” infatti sarebbero il passaggio dalla stagione estiva a quella invernale e viceversa e si usa quando questo passaggio non è graduale, con temperature intermedie che quindi si abbassano o si alzano veloceente, da un giorno all’altro.
Comunque l’episodio di oggi non è dedicato alle mezze stagioni, bensì alla locuzione “come si suol dire” che ho usato all’inizio.
Come si suol dire ha il significato di “così come è abitudine dire“, “così come si dice normalmente in questi casi“.
Nell’espressione è presente uno strano verbo: solere, che si utilizza in pochissime occasioni.
In genere si usa in questa locuzione oppure in frasi come “si suole fare” e “suole accadere“, “soleva andare” e poche altre.
Il verbo solere – attenti alla pronuncia – significa appunto “avere l’abitudine di“. Un verbo usato spesso dai grandi poeti italiani e appartiene quindi al linguaggio letterario.
In teoria quindi se io anziché dire:
Tutte le domeniche ho l’abitudine di andare allo stadio a vedere la partita.
Potrei dire:
Tutte le domeniche soglio andare allo stadio a vedere la partita.
Ma a nessun italiano verrebbe in mente di dire una frase del genere, tanto meno riuscirebbe facilmente a comprenderne il significato se un’altra persona la pronunciasse.
Normalmente si usa invece dire, con lo stesso significato di solere: “essere solito“:
Tutte le domeniche sono solito andare allo stadio a vedere la partita.
che è come dire:
Tutte le domeniche ho l’abitudine di andare allo stadio a vedere la partita.
Tutte le domeniche normalmente vado allo stadio a vedere la partita.
Questo è tipicamente legato al concetto di abitudine, a ciò che si fa abitualmente.
Tornando alla locuzione “come si suol dire“, questo è il modo più frequente di usare il verbo solere, come ho fatto io all’inizio. Fa parte del linguaggio colloquiale, quindi usatela normalmente senza aver paura di essere scambiati per un poeta o una poetessa.
Vediamo qualche esempio, anche col verbo solere in generale.
Io e Alex siamo molto amici. Stiamo spesso insieme. Come si suol dire, siamo pappa e ciccia
Essere pappa e ciccia è ovviamente un’espressione idiomatica italiana (significa essere molto amici, essere sempre insieme) e l’espressione “come si suol dire” si può usare sempre quando si sta per pronunciare una espressione idiomatica.
Non solo le espressioni idiomatiche però. L’espressione può precedere un qualsiasi termine o verbo o locuzione che, in quella specifica occasione, è abitudine utilizzare nella lingua italiana.
In qualche modo, la locuzione “come si suol dire” ha la funzione di preparare l’ascoltatore o il lettore alla frase successiva. Questo potrebbe aiutare il lettore o l’ascoltatore a mettere maggiore attenzione a quanto sta per seguire.
Se poi la cosa che si sta per dire è anche discutibile, o “forte”, o esagerata, vi ricordo che, come abbiamo visto in un episodio passato, potrei usare l’espressione “passatemi il termine” al posto di “come si suol dire“, in sostituzione.
Es:
Ho visto la tua ragazza che passeggiava a braccetto con un uomo che io non conosco e non eri tu. Questo, come si suol dire, mi puzza di tradimento!
Ho visto la tua ragazza che passeggiava a braccetto con un uomo che io non conosco e non eri tu. Questo, passami il termine, mi puzza di tradimento!
Quindi la parola tradimento potrebbe essere malaccetto, (è il contrario di benaccetto), sgradito. Quindi, anche se “mi puzza di tradimento” è usata in questi casi, e per questo motivo io potrei usare la frase “come si suol dire”, forse meglio usare “passami il termine” affinché sia maggiormente accettata dal nostro interlocutore.
Questo, come si suol dire, “è quanto“, adesso occupiamoci del ripasso, che, come siamo soliti fare, inseriamo alla fine di ogni episodio.
Parliamo di alimentazione e sport cercando di usare qualche espressione che abbiamo già spiegato:
Marguerite: a proposito: io sono solita fare yoga una volta a settimana, tempo e imprevisti permettendo ovviamente.
Ulrike: yoga? Io non l’ho mai praticato. Faccio una corsetta ogni tanto, sempre meglio che niente.
Sofie: giusto. Più in generale si potrebbe dire che quale che sia l’attività motoria scelta, l’importante è muoversi un po’.
Anthony: infatti. Così possiamo permetterci anche uno sfizio ogni tanto, tipo un piatto di spaghetti o un tiramisù!
Irina: ci vuole buon senso comunque con l’alimentazione, senza necessità di esagerare.
Komi: buon senso? Cioè, vuoi dire immagino che dovrei mangiare un piatto risicato di pasta alla puttanesca? Basterebbe mettere dei paletti alle esagerazioni, cercando di mantenere uno stile di vita sano. Ciò non toglie che ogni tanto si possa mangiare qualcosa in più.
Irina: moderazione, equilibrio, stile di vita… Uff! Ed io che stavo lì lì per farmi mezzo kilo di penne all’arrabbiata!! Mi avete fatto passare la fame, altro che storie!
Giovanni:
In questo episodio voglio parlarvi di “meglio“, avverbio e aggettivo.
Spesso infatti i non madrelingua, anche di livello avanzato, fanno un errore abbastanza evidente. L’errore viene dal fatto che non è chiaro quando “meglio” si usi insieme alla preposizione “di”, oppure alla congiunzione “che” oppure quando non ci vuole proprio nulla.
Più in generale “meglio” e “peggio” possono essere associati a qualsiasi preposizione e congiunzione ma spesso la preposizione “di” viene usata male dai non madrelingua.
In questo episodio cercherò di far luce su questo aspetto, sperando di non essere noioso.
Vediamo alcuni esempi:
Secondo te è meglio fare il vaccino Pfizer o Moderna?
Secondo me è meglio Pfizer che Moderna.
Questi due vaccini sono meglio che Astrazeneca?
Astrazeneca è sempre meglioche niente!
In tutti i casi stiamo facendo un confronto, un paragone, utilizzando “meglio“.
Beh, in fondo “meglio” serve a questo no? Serve ad esprimere una preferenza, quindi un paragone va sempre fatto.
Il problema c’è soprattutto quando facciamo un confronto e paragoniamo due cose, che possono essere due persone, due oggetti, due caratteristiche, due aspetti, eccetera.
In questi casi è importante notare l’ordine delle due cose che si confrontano.
C’è il primo termine di paragone e il secondo termine di paragone.
Col primo termine non si usa mai nulla. Questa è la prima cosa da sapere.
Ma prima del secondo termine cosa usare? “Di” oppure “che” ?
Ascoltate il seguente esempio e ditemi se vi sembra giusto:
Meglio di fare un po’ ogni giorno di fare tutto in un giorno!
La prima parte “meglio di fare” non va bene.
“Meglio fare” è corretto perché è il primo termine di paragone. Non si deve usare né “di”, né “che”. Questo riguarda il primo termine di paragone.
Il secondo termine di paragone è “fare tutto in un giorno”.
È corretto usare “di” ? In genere No.
E’ infatti da preferire “che” se non parliamo di persone, col secondo termine di paragone. A volte si usa anche “di” ma generalmente si usa “che“, più corretto.
Negli esempi iniziali infatti posso anche usare “di” e questo è normalissimo e non ci sono problemi. Forse nel linguaggio comune è persino più normale usare la preposizione “di”:
Secondo me è meglio Pfizer di Moderna.
Questi due vaccini sono meglio di Astrazeneca?
Posso usare “di” senza problemi. Questo vale anche quando nel secondo termine di paragone c’è un verbo all’infinito. Si deve usare “che“, sebbene anche gli italiani a volte usino “di”.
Meglio bere che mangiare.
È meglio una settimana di vacanza che un solo giorno.
Meglio ridere che piangere
Meglio parlare d’amore che di lavoro
In questo caso ho usato “che” per fare il paragone. “di lavoro” sta invece per “parlare di lavoro”. “Parlare” lo ometto per non fare la ripetizione; è questa la funzione di questa preposizione semplice è diversa in questo caso. Non serve a fare il paragone. Ecco un buon motivo per usare “che”. Altrimenti dovremmo scrivere due volte “di”.
Spesso si usa anche “piuttosto che” per evidenziare il secondo termine di paragone:
Meglio divertirsi piuttosto che lavorare
Questo però vale per i verbi all’infinito.
Altrimenti meglio usare “di”:
Meglio dello sport, niente aiuta a rilassarsi.
Niente è meglio del caffè per svegliarsi.
Se confrontiamo direttamente le persone invece, col primo termine non si usa nulla, mentre col secondo si deve usare “di“:
Io sono meglio di te a giocare a tennis
Tu sei meglio di chiunque altro per me.
Meglio di noi non c’è nessuno al mondo.
Meglio lui di te.
Noi siamo meglio di voi
Naturalmente in questi casi stiamo confrontando le persone.
Se dico:
Questo vestito sta meglio a te (piuttosto) chea me
Ho usato “che“, ma in questo caso parlo del vestito, è un giudizio sul vestito.
Un’altra difficoltà c’è quando usiamo il verbo “preferire“. In questo caso non usiamo “meglio”.
La sostanza cambia un po’.
Col primo termine di paragone non si usa né “di”, né “che”, come prima – niente di nuovo – mentre col secondo termine di paragone si usa “a” oppure a volte “che“:
Meglio bere che mangiare
Se uso preferire:
Preferisco bere che mangiare
Preferisci Giovanni a Mario come professore.
Preferisco la campagna alla città
Stasera preferisco il cinema al teatro
Stasera preferisco andare al cinema (piuttosto) che al teatro
Adesso è meglio fare (senza “di“) un bel ripasso piuttosto che continuare a fare esempi:
Giovanni:
Sapete che al posto dell’aggettivo “qualunque” potete usare anche “quale che sia“?
Per capire quando possiamo farlo, notate che “qualunque” si usa in tre modi diversi.
Può significare “ogni“. Ad esempio:
Devo riuscire a superare l’esame a qualunque costo
In questi casi potrei anche dire:
Quale che sia il costo, devo superare l’esame.
Inoltre qualunque può avere un significato limitante:
Per favore, posso avere un libro qualunque della libreria?
Questo accade ogni volta che è preceduto da un nome.
Limitante perché un libro qualunque non è un libro di qualità. Lo stesso accade se io volessi sposarmi con una donna qualunque.
Anche in questo caso potrei usare “quale che sia”:
Vorrei un libro. Quale che sia, a me va bene lo stesso.
Quale che sia, in generale, è più elegante rispetto a qualunque, e inoltre.
Quale che sia trova il suo utilizzo ottimale quando devo esprimere un parere, un’opinione. Es:
Quale che sia la tua scelta, sono pronto ad accettarla.
Quale che sia il motivo che ti ha spinto a lasciarmi, non credo di meritarlo.
Quale che sia il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America, per me non cambierà niente.
Poi c’è una particolarità non indifferente. Infatti “quale che sia” , può diventare “quale che fosse” che equivale a “qualunque fosse“.
“Quale che fosse” si dovrebbe usare per questioni passate, anche se molto spesso si usa esattamente come “quale che sia”.
Es: non mi interessa se lo scorso anno eri un milionario. A me interessa se sei ricco oggi.
Cioè, in altre parole:
Quale che fosse la tua ricchezza lo scorso anno, a me non interessa.
Quale chefosse il tuo livello di italiano prima di far parte della nostra associazione, sicuramente oggi sarà più alto.
Naturalmente esiste anche la forma plurale.
Quali che siano (qualunque siano) le tue condizioni fisiche, devi giocare assolutamente questa partita!
Quali che fossero (qualunque fossero) le tue condizioni fisiche, dovevi giocare assolutamente quella partita!
Dobbiamo assolutamente superare la crisi economica, quali che siano le difficoltà che incontreremo.
Si usa di frequente anche al futuro: quale che sarà, quali che saranno.
Quale che sia la forma e il tempo, vi consiglio comunque di cercare di utilizzare questa modalità, perché come detto è elegante, e, essendo molto adatta soprattutto quando si esprime un’opinione denota una maggiore convinzione in ciò che si sta dicendo, quindi quando volete sembrare più determinati, più convinti, usate pure “quale che sia”.
Un’ultima annotazione. Pensate alla locuzione “a prescindere“, molto simile nell’utilizzo, ma a prescindere è spesso più sintetica.
Ce ne siamo già occupati. Andate a dare un’occhiata, se volete, all’episodio. Vediamo solo un esempio:
Moglie: Caro, mi ami di più quando sono bionda o mora?
Marito: io ti amo a prescindere cara!
Vale a dire: quale che sia il colore dei tuoi capelli, io ti amo!
Bene. A questo punto facciamo un bel ripasso. Quali che siano i membri che ascolteremo, sono sicuro che sarà un ripasso coifiocchi.
Dorothea: Adesso vi racconto una cosa che mi accade di frequente: inaspettatamente, gli occhiali da vista mi spariscono. Ogni volta che ciò accade ci rimango male: per quanto mi riguarda, difficile cercare gli occhiali senza averceli sul naso! Allora, ogni due per tre chiamo mio marito affinché mi dia manforte. È sempre disposto ad aiutarmi previauna piccola ramanzina in merito.
Anthony: Ancora tempo sprecato a cercare! Fai tutto a vanvera, sei troppo spensierata, è colpa tua, peggio per te! Non ti reggo più!
Irina: Si arrabbia e allora non ne ha per nessuno: la figlia, il cane, l’uccello canterino in gabbia.
Marguerite: Dopo lo sfogo chiedo:
Ora come la mettiamocon gli occhiali?
Giovanni:
Anche il mondo del calcio contribuisce ad arricchire la lingua italiana. Lo abbiamo già visto con l’espressione salvarsi in calcio d’angolo.
La stessa cosa vale per “Prenderein contropiede”.
Sapete cos’è il contropiede?
Il contropiede, intendo nel gioco del calcio ma anche in altri sport con la palla, è un’azione rapida e improvvisa effettuata mentre la squadra avversaria è proiettata in avanti.
La squadra avversaria sta attaccando e i suoi giocatori sono un po’ troppo spostati verso la porta avversaria, quindi se perdono la palla, la nostra squadra può approfittare di questa situazione facendo un rapido contropiede.
In pratica si cerca di cogliere di sorpresa la squadra avversaria, e per fare questo è importante essere molto veloci.
Molte squadre di calcio hanno un sistema di gioco basato prevalentemente su tale tipo di azione.
Si usa anche nel tennis, e si parla di un colpo con cui si mette la pallina nella direzione dalla quale l’avversario si sta allontanando. Indubbiamente una cosa inaspettata per l’avversario.
Si può dire quindi:
Dobbiamo prendere in contropiede gli avversari non appena ne abbiamo la possibilità
Stiamo attenti a non farci prendere in contropiede
Abbiamo preso troppi gol in contropiede
L’espressione si può facilmente usare anche nella vita di tutti i giorni.
Infatti si capisce bene che prendere di sorpresa è un’espressione abbastanza simile, così come anche prendere o cogliere alla sprovvista, di cui ci siamo già occupati.
Se siamo noi ad essere presi in contropiede, non è qualcosa di piacevole, perché è accaduto qualcosa che non ci aspettavamo, che ci coglie impreparati. Si può dire anche così in effetti.
C’è l’idea che non si è pronti a reagire, perché è successo qualcosa di inaspettato, cioè che non ci aspettavamo.
Vediamo qualche esempio:
La decisione del professore di fare un compito in classe a sorpresa ha preso in contropiede tutti gli studenti.
Quindi gli studenti non se lo aspettavano e probabilmente questo compito non andrà molto bene in termini di risultati.
Sono andato dalla mia fidanzata per chiederle di sposarla. Lei mi ha detto di essere già sposata con un altro. Questa notizia mi ha preso in contropiede e non ho saputo come replicare.
Un’attrice famosa, sul suo account Instagram, ha dichiarato di ritirarsi dalla carriera, prendendo tutti in contropiede: i fan, i suoi sponsor, e persino i suoi familiari.
Giovanni: qual è la differenza tra sparire e scomparire?
Un membro dell’associazione, Xiaoheng, che approfitto per salutare, mi ha posto questa domanda. Ascoltiamo Xiaoheng:
Xiaoheng: Ascoltando l’episodio dedicato al termine sparuto, hai usato i verbi sparire e scomparire, ma nonostante la mia ricerca sui dizionari non sono riuscita a capire la differenza tra questi due verbi. Poi la parte finale -parire mi crea problemi perché mi viene da dire “sono sparsi” e non “sono spariti” facendo confusione col verbo spargere. Infine, come se non bastasse, scomparso (participio passato) può diventare scomparsa, che è anche sostantivo.
Che mal di testa!
Giovanni: Allora vediamo un po’.
In realtà nessuno l’ha mai spiegato neanche a me, e a dire il vero non c’è una differenza significativa, ma in qualche caso, se proprio vogliamo andare a distinguere, quando si usa il verbo scomparire, si tratta spesso di persone.
Forse ci sono anche emozioni forti legate a questo verbo. Paura, ad esempio, per una persona scomparsa, che non vediamo più e siamo preoccupati. Preoccupazione e paura sono più spesso associati alla scomparsa.
Sicuramente sparire si usa maggiormente nel linguaggio colloquiale, mentre scomparire è più legato alla preoccupazione.
Scomparire e sparire significano entrambi non farsi più trovare, nascondersi, rendersi irreperibile, sottrarsi alla vista andando via o semplicemente qualcuno o qualcosa non si vede più e non si sa che fine abbia fatto e spesso siamo preoccupati per questa scomparsa o sparizione. In questo caso come detto mi sembra si preferisca scomparire.
Ho appena usato il sostantivo “scomparsa“:
Sono forti le preoccupazioni per la scomparsa (sparizione è meno adatto) di un anziano signore che si è allontanato da casa e da allora non si è più trovato.
Usata come verbo invece:
È scomparsa la mia automobile parcheggiata in garage.
La donna scomparsa si chiama Daniela
La scomparsa, come sostantivo, sta quindi alla sparizione come scomparire sta a sparire. Anche sparizione è sostantivo.
La sparizione dei vasi etruschi dal museo è un vero mistero.
Scomparire è comunque molto simile anche a dileguarsi.
Dileguarsi: in questo verbo la volontà e la velocità, sono le uniche cosa che contano. Quindi dileguarsi significa non esattamente sparire o scomparire, ma andare via, allontanarsi, lasciare un luogo, scappare da una situazione rischiosa, spesso per furbizia o per sfuggire da impegni e responsabilità.
Mi verrebbe da pensare che “scomparire” ha anche qualcosa di misterioso in più.
Riguardo agli oggetti, non si può dire in generale che sia sbagliato usare scomparire, assolutamente no, ma più spesso un oggetto sparisce. Forse perché la cosa non rappresenta spesso una forte, vera preoccupazione.
Sono spariti i miei occhiali. Che fine hanno fatto?
Non c’è una seria preoccupazione in questo caso. Ma nessuno mi impedisce di usare scomparire. Insomma quasi quasi il mal di testa viene anche a me!
Forse quando qualcosa sparisce questa cosa è introvabile, oppure è stata persa, oppure è colpa di qualcuno.
Si usa infatti spesso “far sparire” qualcosa, tipo:
Prima del processo qualcuno ha fatto sparire tutti i documenti più importanti
Sicuramente in questo caso è più usato sparire che scomparire.
Si usa anche “sparire o scomparire dalla circolazione“, senza preferenze. Espressione che si usa sia con le persone quando non si fanno più vedere in giro, sia con gli oggetti, quando sono fuori commercio.
Un’altra cosa certa è che sparire si usa molto più di frequente come esclamazione:
Sparisci!
Sparite!
Esclamazione che si usa per invitare una o più persone ad andarsene, perché sono fastidiose e negative.
Sicuramente in questo caso si usa più spesso sparire.
Potrei comunque dire:
Scompari dalla mia vista!
Un po’ più teatrale!
Riassumendo, se volete sempre usare scomparire o sparire, fate pure, non c’è una differenza marcata.
Ho voluto condividere qualche riflessione con voi, che può magari esservi utile, anche solo come esercizio di ascolto e riflessione in lingua italiana.
Saluto xiaoheng sperando che il mal di testa non sia aumentato!
Per quanto mi riguarda so come fare: meglio non iniziare a studiare il cinese!
Adesso ripassiamo.
Irina: ciao bella, ho sentito che siete tornati alla carica ieri sera al campo di calcetto. Vorrei sapere se, come l’ultima volta, la tua squadra si è salvata in calcio d’angolo col gol di Giovanni contro il portierone oppure avete vinto a mani basse?
Ulrike: all’inizio era una partita di una difficoltà che non ti dico. Hanno fatto venire a galla buona parte dei nostri punti deboli. Ci hanno pure colti alla sprovvista un paio di volte segnando due gol facili.
Komi: eh sì, ogni due per trese neesce con qualche strafalcione dialettale incomprensibile a metà del gruppo e le parolacce le spara a manetta. Torniamo a bomba però.
Rauno: proprio lui! A parte le sue uscite, ha fatto svoltare la partita. Dal punto in cui è entrato in porta le cose sono volte decisamente al meglio.
Anthony: Eh già! Siamo riusciti addirittura a sfoderare tre gol di fila, tutti con i fiocchi, compreso quello di quel maldestro di Giovanni che è stato il gol decisivo.
Alexa: Passare significa transitare, specialmente senza fermarsi.
Giovanni: a parte questo significato del verbo passare oggi vorrei vedere con voi una locuzione che si usa generalmente quando si fa una riunione di lavoro, mentre sicuramente è un po’ meno adatta per un incontro tra amici.
L’espressione è “passatemi il termine“.
Quando si vuole esprimere il proprio pensiero, quando si sta facendo una esposizione orale durante un incontro di gruppo, spesso ci accorgiamo di star per utilizzare un termine, una parola, o un’espressione, che potrebbe sembrare poco adatta, a volte un po’ troppo forte, esagerata, e che qualcuno potrebbe contestare.
In quel momento però non ne troviamo uno migliore. Oppure vogliamo appositamente usare un termine “forte” per dare un segnale. In questo casi, consapevoli di questo, prima di pronunciare questo termine o questa espressione, si dice:
Passatemi il termine,
oppure:
Consentitemi il termine
Permettetemi di usare questa parola,
Lasciatemi usare questo termine
Vediamo qualche esempio:
Io credo che cucinare la pasta facendola bollire 30 minuti sia, passatemi il termine, criminale!
Questo non è certamente un episodio di “criminalità”, che è ben altra cosa, ma da una parte voglio porre l’attenzione sull’importanza della cottura e più in generale della cultura culinaria italiana. Dall’altra mi vedo costretto a riconoscere che questo termine è stato usato non perché appropriato, ma solo per enfatizzare un aspetto che noi italiani riteniamo importante.
Usare il verbo “passare” è il meno formale che si possa utilizzare, ma che dà maggiormente l’idea di chiedere un permesso, una sorta di autorizzazione all’utilizzo del termine che si sta per utilizzare.
Più formalmente potrei dire:
Mi sia passata l’espressione
Mi si passi il termine
Mi sia consentita l’espressione
Mi sia consentito il termine
Mi si permetta il termine
Mi si permetta di usare l’espressione…
Così facendo non ci si rivolge direttamente ai nostri interlocutori (consentitemi, passatemi, permettetemi) ma si usa una forma impersonale, che appare più cordiale, e quindi più rispettosa e formale.
Naturalmente, almeno in teoria, potrei usare questa espressione anche parlando con una sola persona:
Passami il termine
Consentimi l’espressione
Permettimi di usare questo verbo..
eccetera
Questo si può fare senza problemi, sebbene dando del tu alla persona, magari con famigliari o amici o colleghi, sia abbastanza inconsueto.
Dando del lei è sicuramente più adatto:
Mi consenta di usare il termine
Mi passi l’espressione..
Mi permetta di usare il verbo …
Se tutto è chiaro sentiamo cos’hanno da dire alcuni membri dell’associazione per ripassare le espressioni già spiegate:
Komi: buonasera a tutti. Eccoci ancora una volta alle prese con delle frasi di ripasso. E’ importante dire che queste frasi non sono un meroesercizio mnemonico, ma, vivaddio, un modo per allietare l’apprendimento della lingua italiana. Mariana: aggiungo anche che chi si trovi ad iniziare ad ascoltare e leggere a partire da questo episodio, senza bisogno di studiare la catervadi espressioni precedenti, può limitarsi a vedere solo quelle usate via via nei ripassi. Emma: Non fosse altro perché potrebbe essere un po’ frustrante iniziare daccapo. Ulrike: Infine, coloroche hanno dubbi circal’efficacia del metodo in questione, andate a fare una capatinaalla pagina dedicata alle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.
Giovanni: oggi vediamo un modo particolare di usare la preposizione “da” (quindi senza accento e senza apostrofo).
Questa modalità si usa per esprimere una conseguenza, un effetto.
Ho mangiato tantoda scoppiare
Ho studiato tantoda farmi venire il mal di testa
Non ho tanti soldi da poter acquistare una villa
C’è quindi qualcosa (una causa) che, aumentando di intensità o quantità, determina una conseguenza, un effetto.
Di solito questo “da” si usa insieme a “tanto” (l’abbiamo appena accennato in un episodio passato dedicato a “tanto”) ma si può usare anche insieme a “così” (o anche con talmente) proprio come nell’esempio seguente.
Hai fatto un così bel lavoro da meritare i miei complimenti
Sei così sexy da far venire i brividi
Adesso notiamo una cosa. Questo “da” è molto simile a “che“, e molte volte posso usare l’uno o l’altro. Non però “così che“, che come abbiamo visto nell’episodio 438 ha un altro utilizzo. A volte comunque c’è una preferenza tra “da” e “che”. Vediamo perché.
Sei così irritante che mi fai venir voglia di prenderti a schiaffi.
Sei così irritante da farmi venire voglia di prenderti a schiaffi.
In questo caso è abbastanza indifferente. Possiamo decidere in base alla frase che suona meglio.
Vediamo un altro esempio:
Saremo così bravi da meritarci il primo premio?
Saremo così bravi che ci meriteremo il primo premio?
Vedete che in questo caso “che” non ci sta molto bene. Per due motivi. Prima di tutto la frase è più fluida usando “da”. Suona meglio. Il secondo motivo è da ricercare sul cosa voglio sottolineare. La causa o l’effetto? Vogliamo sottolineare che siamo bravi, tanto bravi, oppure il premio?
In questo caso voglio sottolineare la causa, cioè il motivo, ciò la nostra bravura: la nostra bravura sarà così alta? Arriverà al livello necessario? C’è un’intensità che potrebbe raggiungere un livello necessario a ottenere un risultato (il primo premio). Quindi, per questi due motivi preferisco usare “da” in questo caso.
Invece se dicessi:
L’atmosfera era così tesa che ad un certo punto sono scoppiato a piangere.
Adesso è molto più opportuno usare “che” perché si vuole trasmettere la conseguenza e è tanto più adatto usare “che” quanto più questa conseguenza è improvvisa. Si vuole sottolineare la conseguenza e non la causa. Infatti la frase contiene anche “ad un certo punto” che sottolinea anch’essa la conseguenza.
Invece se io domandassi:
Ma era veramente così tesa da mettersi a piangere?
In questo caso si vuole sottolineare il livello di tensione (la causa) che ha determinato la conseguenza: era così alto? era veramente così alta la tensione? Così alta da mettersi a piangere?
Adesso ripassiamo:
Irina: l’estate è ormai alle porte e io di questi tempi dovrei stare alla largadai grassi e dal cibo spazzatura Bogusia: proprio domenica scorsa ho fatto una capatina in spiaggia, ma oltre a un nutritogruppetto di gabbiani non c’era nessuno. Komi: Comunque vedrete che col caldo e superata l’emergenza, giocoforzal’Italia tornerà affollata di turisti Albèric: aspettiamo a cantare vittoriacon la variante indiana! Khaled: Certo, ad ogni modo per scrupolo sempre meglio vaccinarsi!
Giovanni: Un modo alternativo di dire “numeroso” è “nutrito“.
Sicuramente molti di voi stanno pensando al verbo nutrire e nutrirsi, che hanno a che fare con l’alimentazione. Nutrirsi significa nutrire sé stessi, cioè alimentarsi, ciò mangiare e bere. Il participio passato di questo verbo è proprio nutrito.
Mio figlio è stato nutrito.
Ho nutrito gli animali della fattoria
Oggi mi sono nutrito abbastanza
C’è da dire che il verbo nutrire si usa anche al di fuori dell’alimentazione. Si possono nutrire dubbi, speranze, amore, odio, rancore, gratitudine. In questo caso è simile a coltivare, come si fa con le piante, quindi ha sempre il senso di far crescere, simile a alimentare ancora una volta.
Ma il termine “nutrito” , nel senso di cui voglio parlare oggi è appunto quello di “numeroso” che poco ha a che fare con il verbo nutrire. Poco ma non niente comunque.
Infatti sicuramente, visto che esistono entrambi gli aggettivi, c’è sicuramente un motivo. Evidentemente qualche volta è opportuno usare l’uno e a volte l’altro.
Allora vediamo meglio.
L’aggettivo nutrito, innanzitutto, si usa praticamente solo al singolare perché qualifica un gruppo.
Invece “numeroso” diventa spesso numerosi o numerose, che è come dire molti e molte, tanti e tante, quando si parla di una quantità.
C’erano molte persone al mare oggi
C’erano numerose persone al mare oggi.
Le persone erano numerose.
Quanta persone c’erano? Numerose? Molte? Tante? Parecchie? Svariate?
Il termine nutrito non si usa in questo modo.
Non posso dire: “le persone erano nutrite” e neanche “c’erano nutrite persone”.
Infatti nutrito, sempre al singolare, precede sempre il termine gruppo o numero (di qualcosa), o un termine simile a gruppo e esiste anche al femminile.
Un nutrito gruppo di persone hanno manifestato davanti al parlamento italiano.
Un nutrito manipolo di rapinatori ha assaltato la banca
Un nutrito numero di genitori ha protestato oggi perché contrari alla didattica a distanza
Una nutrita rappresentanza di lavoratori ha manifestato contro il nuovo contratto di lavoro.
Nutrito e nutrita infatti non hanno solo il senso di numeroso, ma anche di notevole, fitto, intenso. C’è una intensità oltre che una numerosità.
Si usa solitamente parlando di persone.
Si usa in particolare per indicare che un gruppo di persone è abbastanza numeroso, e questa numerosità rappresenta la sua forza.
Ci sono in genere interessi coinvolti, e questo gruppo, considerata la sua numerosità, può diventare anche pericoloso, ma non necessariamente.
La cosa che conta è che il gruppo si riunisce per un motivo, legato all’ottenimento di un risultato.
A volte un nutrito gruppo può essere di 10 persone, altre volte di 1000, dipende dal motivo per cui si raggruppano.
Non si parla sempre di persone. A volte si usa semplicemente al posto di numeroso, sempre davanti a “numero” o “gruppo“, e simili.
Si usa quasi sempre per dire che questa numerosità è abbastanza elevata per rappresentare gli interessi di questo gruppo o per destare preoccupazione.
Un nutrito numero di cinghiali oggi ha invaso la piazza del paese.
Evidentemente erano parecchi cinghiali, che, visto il loro numero, facevano paura, rappresentavano un pericolo. Si poteva anche dire molti cinghiali, parecchi, tanti, svariati, numerosi cinghiali, un numero elevato, ma la numerosità non è l’unica cosa che conta in questa frase.
Più raramente, si usa anche solo per non ricorrere a termini come numeroso, numerosi, molti, tanti, che danno appunto solamente l’idea del numero elevato, senza aggiungere altro.
Se dico ad esempio:
Nel Friuli Venezia Giulia ci sono delle valli ricche di fauna: cervi, camosci, tassi, caprioli, che si sommano a un nutrito numero di uccelli tipici dei boschi.
Nutrito quindi è meno freddo come aggettivo, perché non contiene solo il concetto di numerosità.
Qui possiamo quindi ricollegarci al senso del verbo nutrire. Anche la nutrizione serve a dare forza, a vivere o a sopravvivere.
Ecco allora che un nutrito gruppo di persone, sebbene non indichi delle persone che sono state nutrite, alimentate, ugualmente ci dà l’idea di un gruppo che ha una certa importanza, forza, dati dalla numerosità del gruppo.
D’altronde, cone afferma un famoso proverbio, l’unione fa la forza!
Giovanni: Visto che lo scorso episodio ci siamo occupati dell’aggettivo nutrito, adesso vediamo anche il termine che esprime il senso contrario: sparuto. Parliamo sempre di gruppi, solitamente di persone. Notate come è simile a “sparito”, cioè scomparso.
Mentre quindi un gruppo nutrito è abbastanza numeroso, un gruppo sparuto non lo è affatto.
C’è, ancora una volta, qualcosa in più della semplice numerosità.
Quando viene usato il termine “sparuto” o “sparuta”, il motivo è che si vuole evidenziare non solo la scarsa consistenza dal punto di vista quantitativo, quindi non solo che si tratta di un piccolo gruppo, numericamente irrilevante, quindi esiguo, piccolo, limitato. Quando si usa questo aggettivo è perché si vuole evidenziare la debolezza di questo gruppo, la sua incapacità di far paura, o di rappresentanza.
C’è sempre un tono di compatimento o leggermente spregiativo legato.
Ci può essere ironia o disprezzo.
Vediamo qualche esempio:
Il ristorante era quasi vuoto. C’era solo un gruppetto sparuto di amici.
Durante lo spettacolo si è sentito solo qualche sparuto applauso
Una sparuta comitiva di italiani è entrata nel museo del Louvre
A scuola hanno organizzato una manifestazione ma erano solo pochi sparuti studenti
Notate che in questo caso ho usato il plurale: ho detto “pochi sparuti studenti” che è come dire “un gruppo sparuto di studenti“. Questo ci aiuta a capire che un gruppo può essere definito sparuto anche quando i singoli membri sono non solo pochi, ma, come dire, anche distanziati tra loro, un gruppo sparso (il contrario di fitto), quindi persone non tutti vicine tra loro, ma con ampi spazi in mezzo. Un gruppo quindi senza forza, inconsistente, disorganizzato, disordinato.
L’idea della debolezza di questo gruppo è data anche da un secondo utilizzo di sparuto, legato all’aspetto di una persona: un viso sparuto è un viso pallido, magro, che dà l’idea di debolezza. Lo stesso vale per un fisico sparuto, o un aspetto sparuto, che è come dire deperito, patito, smunto, debole, scarno, scheletrico, emaciato.
C’è spesso, come dicevo, ironia, ironia che non viene trasmessa attraverso altri termini come: piccolo, esiguo, limitato, ridotto. Ci avviciniamo maggiormente ricorrendo a aggettivi come misero, scarso, stentato, inconsistente e striminzito. Quest’ultimo è probabilmente il più adatto come sinonimo. Striminzito si usa forse anche più spesso, ugualmente in senso ironico, associato ad un gruppo poco numeroso.
Adesso ripassiamo.
Albèric: Ieri ho avuto il giorno libero, ergo non ero REPERIBILE. Quindi ho passato la Giornata girovagando per la mia città.
Ulrike: Com’è la situazione attuale da voi? Avete ancora i POSTUMIdelle restrizioni?
Irina: sì, alcuni postumi ancora ci sono ma si vede soprattutto dai numeri che la situazione adesso si è MESSA MOLTO BENE. La gente ha risposto a tono come non ci si aspettava. Nella zona della movida i giovani sono tornati a SBALLARSI (nel senso buono) nei club e nelle discoteche come niente fosse. Ed i ristoranti espongono ormai cartelli con scritto “mascherine optional se vaccinati”
Mariana: sono totalmente d’accordo, DARE MANFORTEai paesi ancora a corto di vaccini è assolutamente d’obbligo se vogliamo uscire definitivamente da questo periodo davvero OBBROBRIOSO.
Per gli antichi Greci esisteva una terra ipotetica, un continente ipotetico, quindi era solo una loro teoria. Questa terra era chiamata terra australe. Pare fosse immaginata come una terra completamente diversa da quella che conosciamo.
La terra australe era abitata da abitanti, ipotetici anche loro, abitanti che i greci chiamavano antipodi. Evidentemente anche questi antipodi erano immaginati molto diversi, strani, diametralmente diversi dagli uomini che si conoscono. Qualcuno avrebbe persino immaginato che camminassero con la testa in basso e i piedi in alto.
Questa è una premessa storica importante per spiegare il termine antipodi, che nel linguaggio comune viene usato quando due località, due luoghi sono molto lontani.
Se due luoghi si trovano agli antipodi, stanno in due punti del globo terrestre diametralmente opposti.
Dove abiti?
Abito in Islanda e tu?
Io sono del Madagascar. Siamo agli antipodi!
Nel linguaggio comune, esiste anche una versione più casereccia,direi anche volgare per indicare la lontananza di un luogo.
Scherzosamente infatti spesso per prendere in giro una persona si usa dire che un luogo si trova “in culo alla luna“.
Giovanni ha detto che ci vediamo a casa sua stasera, ma il problema è che abita in culo alla luna!
Questo è un brutto linguaggio ovviamente. Spesso indica anche un luogo non centrale, quindi periferico e scomodo da raggiungere.
Meglio dimenticarlo subito!
Invece se torniamo agli antipodi, il termine si può utilizzare anche per indicare un parere totalmente opposto. Parliamo di opinioni molto diverse.
Io e Mario siamo due professori di italiano, ma siamo agli antipodi, perché lui crede molto nella grammatica e negli esercizi, io invece punto tutto sull’ascolto e sulle emozioni.
Come dire: abbiamo due idee completamente opposte, la pensiamo in modo completamente diverso. Siamo agli antipodi.
Si usa molto più spesso di quanto si possa immaginare. Ci si può trovare agli antipodi parlando di politica, di educazione, di parità dei sessi e in generale di qualsiasi argomento in cui la distanza tra due opinioni appare incolmabile.
Irina: A seguito della scorpacciata e del divertimento della scorsa settimana, la mia salute ha preso una piega sinistra. Ciò non toglie che io mi sia anche scatenatadi brutto però.
Ora, col senno di poi, capisco che è stato un atto indebito e che è meglio prendere atto della mia età. Del resto mi basta un pizzico di bisboccia per mettersi tutto male . Bisogna mettere dei paletti al divertimento, per un bel pezzo, almeno finché non mi riprendo completamente anziché lasciare la salute andare in vacca. Sicché ora mi accingo a togliermi lo sfizio di un bel meritato riposo, cosicché la prossima settimana sarò in grado di iniziare a svagarmi. Poi sarò nuovamente da capo a dodici però!!
Potrei proporvi necessità, occorrenza, o anche urgenza o impellenza se questo bisogno bisogna soddisfarlo in tempi brevi.
Occorrenza è interessante, perché si usa prevalentemente nella locuzione “all’occorrenza” , che significa “se c’è bisogno”, “se serve”, “se necessario”, “al bisogno”, “alla bisogna”, “nell’eventualità”.
Quindi si tratta di un bisogno eventuale, che può verificarsi oppure no.
Ebbene, a questo scopo esiste anche la locuzione “all’uopo” che è proprio come all’occorrenza. È solamente più formale.
Oggi si usa poco, anzi pochissimo, e per lo più con una certa pedanteria. Ricordare l’espressione “a tempo debito“?
In quel caso si voleva indicare un momento nel futuro, momento non precisato, come a dire: quando ci sarà il tempo, quando sarà il caso, quando arriverà il momento giusto.
All’uopo è simile, ma non si fa riferimento al tempo, ma al bisogno. Significa quindi significa al momento opportuno, ma nel senso di “se o quando ci sarà bisogno, che può essere anche più di una volta, tra l’altro.
Ad esempio potrei dire:
Mi tieni la macchina nel tuo garage per favore?
All’uopo, potrai servirtene
All’uopo, utilizzala pure senza problemi
Cioè: se dovesse servirti, usala pure, non preoccuparti. Utilizzala se dovesse esserti utile. Usala pure all’occorrenza.
Oppure:
Facciamo questo affare, e se dovesse nascere qualche problema, potremmo nominare un avvocato all’uopo, o se vuoi lo decidiamo subito se preferisci.
Cioè: qualora ci dovesse essere la necessità, potremmo nominare un avvocato. Quindi questo avvocato può essere nominato subito oppure all’uopo, cioè all’occorrenza, vale a dire se dovesse servire, quando ce ne sarà bisogno.
Ancora:
Dopo l’incidente si è visto che il sistema di sicurezza creato all’uopo non ha funzionato.
Cioè: il sistema di sicurezza, creato proprio per essere azionato in caso di incidente, non ha funzionato.
Ancora:
Non mi va di restare sveglio per paura dei ladri. Preferisco dormire e casomai essere svegliato dall’allarme predisposto all’uopo.
Il termine uopo pertanto raramente si usa da solo, così come semplicemente con l’articolo: “l’uopo“. Si usa invece con la preposizione al: “all’uopo” che, come detto, significa “all’occorrenza“, “al bisogno“.
Si usa però anche in un secondo modo: “essere d’uopo” e “fare d’uopo” che hanno il significato di “essere necessario“, “essere il caso“, “essere opportuno“. Si evidenzia una necessità, qualcosa che deve essere fatto. Il senso del dovere è molto accentuato, come forma di rispetto, oppure al fine di fare chiarezza, o giustizia o per sottolineare l’importanza di qualcosa.
Es:
E’ d’uopo che tu domani sia presente alla riunione.
Cioè: è assolutamente necessario che tu sia presente alla riunione. E’ molto importante
Ancora:
A questo punto una mia considerazione è d’uopo.
Cioè: è assolutamente necessario (quasi un obbligo) che io faccia una considerazione, cioè che io aggiunga qualcosa, che dica qualcosa.
A me che ho i bambini piccoli farebbe veramente d’uopo un lavoro part time
Molto raramente si trova anche come termine singolo:
Con i bambini è uopo avere molta pazienza!
Non vi nascondo che questo è un linguaggio che appare un po’ pesante, tuttavia è ancora presente e usato, quindi è bene conoscerne il significato. Appare molto formale, ma è un formalismo piuttosto antipatico (almeno secondo me) che appartiene più che altro al linguaggio della burocrazia.
A questo punto è assolutamente d’uopo per me ringraziare tutti per l’ascolto così come è altrettanto d’uopo ringraziare i membri che hanno registrato il ripasso che state per ascoltare, ripasso realizzato all’uopo.
Anthony: non è necessario ringraziarci Gianni, ma me lo sentivo che oggi avresti spiegato questa strana parola, L’avevi usata proprio ieri nel gruppo Whatsapp dell’associazione.
Sofie: Tra l’altro darti manfortein questo modo giova soprattutto a noi. Con più di 500 episodi questo metodo dei ripassi credo sia l’unico fattibile per chi non ha molto tempo per ripassare gli episodi passati. Senza questi ripasso staremmo freschi!
Ulrike: il fatto che i ripassi si trovino a valle degli episodi è poco importante. La cosa che conta è non trascurarli.
L’espressione di oggi è “stare alla larga“, che significa mantenersi lontani da qualcosa o qualcuno. La lontananza però non è da intendersi solamente o semplicemente come una distanza in termini di metri, ma, più in generale, nel senso di “evitare” qualcosa o qualcuno. Perché? Perché si parla di cose pericolose o fastidiose. Qualunque cosa che può esser negativa può essere una cosa da cui stare alla larga.
In genere si usa per dare un consiglio, un suggerimento, oppure + una minaccia, una intimidazione:
Stai alla larga dalle amicizie pericolose (cioè: non frequentare persone pericolose
Stai alla larga dalla droga (cioè: non drogarti)
Ti prometto che da oggi mi terrò alla larga dai pericoli (eviterò i pericoli)
Stai alla larga dalla mia fidanzata! (non le dare fastidio, non avvicinarti a lei)
Ho usato anche “tenersi alla larga“, ma è la stessa cosa. In effetti esistono delle varianti con lo stesso senso. Anche “girare alla larga” si usa abbastanza spesso, come anche “stai lontano/a“, “tieniti a distanza“, “tieni/mantieni le distanze”
Cerca di girare alla larga da mia figlia, altrimenti saranno guai per te!
Meglio tenersi a distanza dalle persone invidiose
E’ bene tenere le distanze dai bugiardi
Adesso ripassiamo:
Lejla:
Giovedì prossimo in videochat faremo un esercizio interessante ma difficile. Non ce ne sarà per nessuno credo!!!
Rauno:
Dai, non essere pessimista. Se si mette male Giovanni ci aiuterà.
Ulrike: Ho sentore che abbia a che fare con la grammatica. Io non me la sento. Poi mi fa strano che proprio Giovanni propone un argomento grammaticale.
Irina:
Non è che io voglia vantarmi, ma la grammatica la conosco bene, mi fa specie che avete fifa, c’è sempre Gianni con il suo apporto, e non ci risponderà picche quando avremo bisogno di aiuto.
Ecco una locuzione che i non madrelingua non usano mai: nella misura in cui.
Oggi vediamo quando possiamo usarla e vi do anche una bella notizia perché si può usare spessissimo. Infatti si potrebbe tradurre in:
nella proporzione in cui
tanto quanto
in rapporto al fatto che
ed anche al posto di:
se
Il termine misura serve a introdurre qualcosa che può essere tanto o poco, debole o intenso, alto o basso. Insomma qualcosa di misurabile che però dipende da qualche altra cosa.
Es:
Mi aiuterai a studiare l’italiano?
Certo che ti aiuterò
Quanto potrai aiutarmi?
Non so esattamente. Ti aiuterò nella misura in cui potrò.
Ti aiuterò nella misura in cui avrò tempo.
Ti aiuterò nella misura in cui il mio lavoro non si prenderà tutto il tempo.
Quindi ti aiuterò ma il mio aiuto dipende da qualcosa, è in relazione con qualcosa quindi non so indicare esattamente quanto potrò aiutarti.
Posso anche dire:
Il risultato del tuo esame sarà buono nella misura in cui avrai studiato.
Il professore sarà disposto ad aiutarmi nella misura in cui noterà un miglioramento da parte mia.
L’Italia uscirà dalla crisi economica nella misura in cui saprà utilizzare le opportunità offerte dal Recovery Plan.
Vedete che è simile anche a “tanto quanto” di cui ci siamo già occupati. Anche in quel caso si facevano confronti.
Vedete, potrei dire, che il vostro vocabolario e la vostra capacità di usare la lingua italiana al meglio aumenta nella misura in cui si prosegue con l’ascolto e la lettura degli episodi di Italiano Semplicemente.
A volte non c’è una quantità o qualcosa di misurabile, ma solo un confronto, proprio come “se”
Potrò invitare i miei amici a cena nella misura in cui i miei genitori se ne andranno a cena fuori e mi lasceranno casa libera.
Niente di strano in questo, cioè nonostante l’uso della locuzione in questo caso faccia parte di un linguaggio meno informale è comunque accettato anche in questioni della vita di tutti i giorni. Ad ogni modo è più facile sicuramente vederlo usato in un contesto lavorativo.
Va bene, allora adesso ripassiamo un po’. Lascio la parola ai miei studenti. È la prima volta che li chiamo così. Devo dire che mi fa un po’ strano.
Anthony: avete visto cosa sta succedendo in medio oriente? Speriamo non si metta male.
Hartmut: io sono per la pace ad ogni costo, non so voi.
Ulrike: figurati, sfondi una porta aperta, ma pare che le cose siano molto complicate da risolvere.
Un’espressione che potrebbe sembrare strana ad un non madrelingua è “fare strano“.
Vi faccio qualche esempio:
Mi fa un po’ strano tornare a casa dei miei, dove sono cresciuto e notare che la casa sembra più piccola.
Oppure:
Non fa strano anche a te di non avere qui con noi i nostri figli? Noi siamo sempre stati insieme, tutti e 4, mentre all’improvviso sono diventati grandi e siamo rimasti noi due.
Ti fa strano baciare un’altra persona avendo una fidanzata?
Mi fa strano che mi stia affezionando ad un gatto. Non li avevo mai sopportati fino ad ora.
Ma che differenza c’è tra “sembrare strano” e “fare strano”.
La differenza è che quando una cosa sembra strana è perché è poco credibile, cioè avete dei dubbi, oppure è una cosa insolita, fuori dal normale, oppure è illogica o è qualcosa che non accade mai.
Mi sembra strano che italiano semplicemente sono due giorni che non pubblica episodi. Come mai? Sarà successo qualcosa a Giovanni?
Oppure si parla di un oggetto o una persona che ha qualcosa che non va, o di insolito, ma non riusciamo a capire cosa sia. Cerchiamo una soluzione.
Oggi Mario mi sembra strano. Forse ce l’ha con noi? Non si comporta come al solito.
Questa bicicletta mi sembra strana. Forse ha le ruote piccole?
Invece se una cosa “fa strano“, è perché si prova una sensazione per una situazione che è cambiata, una sensazione ben definita, che sappiamo bene da cui deriva. Si tratta di sensazioni personali dovute alle proprie personali esperienze.
Non si tratta di qualche cosa di incredibile o su cui nutriamo dei dubbi; non cerchiamo una soluzione.
Vogliamo solo condividere la nostra sensazione, e spesso si tratta di nostalgia, di ricordi.
Generalmente si tratta di confidenze fatte ad amici o familiari.
Altre volte sono semplicemente sensazioni che si provano per cose perfettamente normali mai fatte prima, o fatte in contesti diversi.
Un cambiamento, una differenza, possono far sembrare una cosa strana ma solo per effetto delle nostre esperienze passate.
Vi fa strano vedere due ragazze baciarsi? Sappiate che il problema non è delle due ragazze ma il vostro.
In tutti i casi puoi naturalmente puoi dire anche che ti sembra strano, ma “mi fa strano” nasce proprio per evitare che si pensi a un dubbio o che si stia cercando una spiegazione. Non è così infatti in questi casi.
Abbiamo visto anche “mi fa specie“, abbastanza simile, ma questa, se ricordate, si usa soprattutto per contestare o criticare un’altra persona che ha un atteggiamento diverso dal solito.
Adesso ripassiamo:
Anthony: So che siamo tutti presi dalla conversazione attuale ma non vi dispiacerà se APRO UNA PARENTESI? Vi ricorderete che MI SONO PREFISSO l’obiettivo di scrivere una serie di ripassi con almeno dieci termini ciascuno. Sono partito molto bene con questo buon proposito. Ma poi alcuni problemi professionali mi HANNO COLTO ALLA Sprovvista, IL CHE significava che OGNI DUE PER TRE mi trovavo SGUARNITOdel tempo necessario per stare al passo. Per quanto riguarda il mio lavoro, a causa di un susseguirsi di frustrazioni mi sentivo esausto, cioè LA MISURA ERA davvero COLMA e non MI CAPACITAVO di come sarei potuto andare avanti. Ma se si comincia, non CI SIpuò tirare indietro. Questo vale a maggior ragione se si fa il medico. Ci sono tantissimi ANNESSI E CONNESSI dai quali non CI SIpuò allontanare. TOCCAVA A ME ideare delle soluzioni. E per fortuna, dopo un periodo di contemplazione e concentrazione, queste soluzioni mi SONO BALZATE AGLI Occhi. Quindi possiamo dire che tutto è bene ciò che finisce bene.
Una espressione molto utile quando si parla con una persona e ci si scambiano delle opinioni, è: sfondare una porta aperta.
Vediamo un esempio:
Sai, io sono sposato da 20 anni e credo – non so se sei d’accordo – che due coniugi non dovrebbero condividere tutte le 24 ore della propria vita e stare così sempre insieme condividendo tutte le esperienze.
La persona che ascolta, se è completamente d’accordo, può dire:
Guarda, con me sfondi una porta aperta. Sono anni che lo dico a mia moglie!
Sfondare infatti significa rompere un oggetto facendone cedere il fondo, per un peso eccessivo, un colpo o una forza capace di perforazione.
In particolare sfondare una porta significa cercare di aprire, anzi, di rompere una porta quando questa è chiusa. Sfondare equivale a rompere nel caso della porta.
Per sfondare una porta basta prendere una bella rincorsa, da lontano, e colpire con forza la porta per aprirla, cosicché si possa riuscire a passare.
Ma se provate a sfondare una porta aperta, non si incontrerà nessuna resistenza: ci si aspetta che la porta sia chiusa e che quindi opponga resistenza, mentre invece la porta si aprirà subito, col minimo sforzo, perché appunto è aperta e non chiusa.
Sfondare una porta aperta è ovviamente un’immagine figurata, per indicare che una persona si aspetta che l’altra abbia un’opinione diversa mentre invece non è affatto così.
Il messaggio è: non affannarti per convincermi, non ce n’è bisogno, perché anch’io la penso come te. Stai sfondando una porta aperta.
Adesso ripassiamo:
Komi: io vorrei dire che in California è stata lanciata una lotteria alla quale potranno partecipare solo i vaccinati contro il Covid. Nell’iniziativa sicuramente, ma come lamettiamo con coloro che il Covid l’hanno già avuto?
Irina: che bella iniziativa. La sposo in toto. Riguardo alla tua osservazione, io lascereicorrere, perché coloro che hanno superato la Malattia la loro lotteria l’hanno già vinta.
Eccoci ad un altro modo di usare il verbo mettere. Abbiamo appena visto, nell’episodio scorso le frasi “si mette bene” e “si mette male“. Oggi vediamo “come la mettiamo“, che si usa come domanda.
Questa domanda si usa quando c’è un problema da risolvere e non sappiamo come fare. Espressione informale, si usa prevalentemente all’orale, quindi difficilmente la troverete scritta da qualche parte. E’ simile a “cosa facciamo“, “come ci muoviamo“, “come risolviamo questo problema” e spesso il problema è solo ipotetico, e allora si aggiunge un “se”: come la mettiamo se…
Vediamo qualche esempio:
Come la mettiamo se arriva una variante resistente al vaccino del Covid?
Qualcuno dovrebbe saper rispondere a questa domanda, spero!
Si usa anche per problemi secondari, ma ugualmente importanti.
Es:
Ok, facciamo i lavori di ristrutturazione della casa e accetto la cifra di 3000 euro. Ma come la mettiamo con la fattura?
Meno male che sono guarito, dottore, ma come la mettiamo se scopriamo che ho trasmesso la malattia a mia moglie?
La nostra azienda sta fallendo. Fortunatamente abbiamo trovato un nuovo lavoro, ma come la mettiamo con tutti i nostri dipendenti?
Finora ho usato “mettiamo”, quasi a far pensare che il problema sia “nostro”. Ma questa è solo una frase fatta, quindi si dice quasi sempre così, anche se il problema è solamente di una persona.
Tuttavia, se voglio sottolineare che lo devi risolvere solo tu, posso dire:
Hai detto che oggi studierai per il compito di domani di matematica che ci sarà domani, ma come la metti se ti interroga oggi?
Si usa ugualmente anche “come la mettete“, e più raramente “come la mette” e “come la mettono” mentre non ci sono altre forme usate.
Se ci pensate la situazione è simile all’uso di “si mette male” (o bene) perché si parla ancora di una situazione di cambiamento improvvisa. Stavolta però siamo sempre nel caso di un problema da risolvere.
Esiste anche l’espressione “come la metti, la metti“, molto colloquiale anche questa, che si usa quando si parla di diversi punti di vista, diversi modi di vedere una situazione o diversi scenari evolutivi di una situazione che però sembra non portino alla soluzione di un problema. Equivale a “comunque la metti”, “qualunque sia il punto di vista”, “in ogni caso”,
Es: è vero che la situazione sta migliorando se parliamo di parità tra uomo e donna, ma in Italia, in ogni caso, ci sono ancora molte differenze: come la metti la metti, gli uomini hanno ancora un vantaggio ingiustificato.
E’ bene usare questa espressione “come la metti la metti” soprattutto quando si è alla ricerca di una eccezione o una scappatoia, che però non riusciamo a trovare, perché qualunque sia la questione che affrontiamo, qualunque sia il punto di vista, la soluzione è sempre la stessa.
Nel caso della parità di genere (tra uomo e donna), da ogni punto la si guardi, qualunque sia la questione analizzata: lavoro, sport, stipendio, diritti, opinioni, ostacoli eccetera la donna è sempre svantaggiata.
Giovanni: ricordatequando abbiamo parlato di “Mettiamo che” , oppure “metti che”? abbiamo detto che questo è un modo informale per fare un’ipotesi. Era l’episodio 395 di questa rubrica.
Sarebbe bello se il verbo mettere non avesse altri strani utilizzi, ma dovete purtroppo rassegnarvi.
In particolare oggi vorrei parlarvi di un’espressione interessante:
Si mette male
Oppure:
Si mette bene
In queste espressioni si usa il verbo mettere per descrivere il cambiamento di una situazione.
Quando una situazione si mettebene, significa che inizia a seguire un certo andamento giudicato positivo rispetto a prima.
È molto simile al verbo “volgere” che tuttavia ha un uso meno colloquiale ma sicuramente più adatto in situazioni più formali.
Quando una situazione si sta trasformando in senso positivo possiamo quindi dire che si mette bene, o che si sta mettendo bene. Al contrario invece se diciamo che si mette male.
Si usa spessissimo in ogni situazione:
La partita era iniziata malissimo ma si è messa proprio bene nel secondo tempo.
Allora questa partita ora, nel secondo tempo ha assunto un andamento positivo, promettente, e sembra avviata verso un risultato positivo.
Guarda che brutto tempo! Si mette male credo!
Aspettiamo un po’ e vediamo come si mette, poi decidiamo se andare o meno al mare
Ammettiamo adesso di progettare una rapina in banca. Io allora dico al mio complice:
Andiamo a rapinare la banca. Io entro e faccio alzare a tutti le Mani. Poi entri tu e svuoti la cassaforte. Va bene? Se inizia a mettersimale scappiamo!
Questo vuol dire che se qualcosa va male, se accade qualcosa di imprevisto che rovina il nostro piano, dobbiamo scappare.
Si può usare anche con altri tempi ovviamente:
Ieri ho avuto un sacco di problemi ma alla fine la giornata si è messa bene.
Se la situazione si metterà bene sarò più tranquillo.
All’inizio persi molti soldi giocando a carte, ma poi la serata si mise bene e iniziai a vincere.
Andava tutto bene con lei ma dopo il mio tradimento si è messa assai male per me.
Spesso queste espressioni vogliono indicare la fortuna o la sfortuna che interviene e cambia le cose, altre volte invece semplicemente la conseguenza di un evento qualsiasi che genera un cambiamento in meglio o in peggio rispetto a prima.
Infatti allo stesso modo si usa anche mettersi meglio/peggio. Comunque ciò che conta è che si sta trasmettendo una sensazione, un segnale di cambiamento quando ancora l’esito, il risultato finale, non è però determinato.
Adesso facciamo un breve ripasso delle puntate precedenti:
Carmen:
Oggi mi è andata bene. Infatti stamani mi sono imbattuto in Ezio, Il rappresentante dell’azienda joyveicoli. Mi ha proposto una moto di seconda mano, molto a buon mercato. Ebbene, ho colto la palla al balzo e, senza remore mi sono tolto lo sfizio di acquistarla. Abbiamo firmato il contratto e la consegna avverrà immagino a stretto giro. Poi faremo una capatina insieme al lago di Bolsena, ci stai?
Irina:
Eccome se ci sto! Sai che mi colpisci sempre! Non ti ci facevo stavolta.
Carmen:
Mannaggia… Ezio mi ha appena risposto picche. dicendomi che la moto è già stato venduta ad un altro cliente.
Irina:
Ma come sarebbe a dire?
Non riesco a capacitarmene. Si dà il caso che il contratto sia stato firmato da entrambe le parti. Sbaglio?
Carmen:
Si, vero, però Ezio ha omesso di dire che lui agiva solo per conto dell’azienda, e non anche a suo nome, ergo, il contratto sarebbe stato valido solo previobeneplacito dell’azienda per cui lavora.
Gliela farò pagare. gli farò causa per questo tiro mancino.
Irina:
Accidenti. Ma che vuoi farci? Se avesse preteso di agire in nome dell’azienda, ma così non è, non ti potrei dar torto. Ma perché non ti sei senza sincerato prima di firmare l’accordo, e farti illusioni?
Giovanni: oggi avrei pensato ad un episodio dedicato ad un termine religioso. Spero che questo non sia giudicato poco ortodosso.
Voi sapete cosa significa ortodosso, vero?
Esiste infatti la Chiesa ortodossa che è una comunione di Chiese cristiane nazionali autonome oppure che non riconoscono alcuna autorità religiosa in terra al di sopra di sé.
Il fatto è che “non ortodosso” si utilizza anche per descrivere un tipo di comportamento. Si tratta di un comportamento non giudicato in modo positivo. Infatti questo comportamento sembra fortemente in contrasto con la normalità, con ciò che viene comunemente accettato. Si tratta di un giudizio a volte morale, altre volte significa semplicemente “strano”, poco adatto, anomalo, inopportuno, poco utile, inconsueto, sebbene spesso si utilizzi in modo scherzoso.
Se ad esempio un ragazzo si rivolge ad una anziana signora con un linguaggio troppo confidenziale, potremmo dire che utilizza un linguaggio poco ortodosso, quindi non adatto e in questo caso anche irrispettoso.
Se durante un’interrogazione lo studente rimane con le mani in tasca, anche questo è poco ortodosso.
Lo stesso potremmo dire di un metodo che usiamo per risolvere un problema matematico se questo metodo non è lo stesso usato dal professore, seppure ugualmente efficace.
Non si tratta mai di cose gravissime, di scandali, di reati e cose simili, ma di cose difficilmente accettabili, di scelte discutibili, di comportamenti giudicati sbagliati a volte perché inconsueti, altre volte troppo fantasiosi, altre ancora poco efficaci o che possono essere giudicati offensivi.
Si usa sicuramente meno dire che qualcosa è o sembra ortodosso. Si preferisce sottolineare invece soprattutto che è poco ortodosso, non molto ortodosso o per niente ortodosso.
Se ci pensate c’è una situazione simile a quando si usa “niente di trascendentale“, di cui ci siamo già occupati, solo che mentre in quel caso l’obiettivo è non allarmare e quindi sottolineare come qualcosa è normale o quasi normale, stavolta l’obiettivo è contestare questo comportamento dicendo che non siamo di fronte alla normalità o meglio a qualcosa di corretto o accettabile.
Adesso un bel ripasso.
Hartmut: Buongiorno cara, bello spettacolo ieri sera non trovi?
Giovanni: così la fai arrabbiare però Hartmut! Può accadere di far tardi qualche volta. Peccato che stavolta le sia costato lo spettacolo. Sofie: Che classe, sei un vero Dantista 😤. Anche oggi sei di una gentilezza che mi viene voglia di prenderti a schiaffi.
Giovanni: lo dicevo io che si arrabbiava! Hartmut: Cara calmati. lo dicevo solo per scherzo. Ma fatto sta che la puntualità non è il tuo forte. Se hai un ritardo di mezz’ora non ti lasciano più entrare al teatro. Su questo non ci piove.
Giovanni: tedesco fino al midollo eh? Sofie: Risparmiami i tuoi commenti! Ne ho fin sopra i capelli. Hartmut: Ma ti hanno regalato uno sconto sul tuo prossimo biglietto. Bel contentino no? Sofie: Veramente non ti reggo più. E adesso me ne vado, e lo sai perché? Per non arrivare in ritardo al lavoro! Ci vediamo stasera, cioè, se non faccio tardi.
Vediamo oggi il verbo conoscere in tutti i suoi utilizzi. Naturalmente non sarà un esercizio puramente grammaticale perché cogliamo l’occasione per ripassare alcune espressioni già spiegate su Italiano Semplicemente. Grazie mille ad Ulrike per la collaborazione.
INDICATIVO PRESENTE
In genere indica un avvenimento presente, quindi azioni abituali, situazioni attuali, o un’azione che avverrà in un vicino futuro e a volte si usa al posto del passato per nel raccontare un fatto.
Ah, anche tu non lo conosci? Vabbè, può darsi che in questi giorni si senta indisposto di uscire per salutare i vicini di casa.
Sai, la nostra amica Laura che lo conosce un po’ meglio, ha detto sia un uomo che abbia un certo non so che
Conosciamo bene il giudizio di Laura sugli uomini, quindi le sue parole vannoprese con le molle.
Conoscete il modo migliore per far conoscenza di un nuovo vicino di casa?
Beh…ovviamente un invito a cena. È risaputo che quelli che conoscono la ricetta di una bella parmigiana di melanzane vanno per la maggiore.
INDICATIVO IMPERFETTO
Si usa per parlare di un’azione passata, sottolineandone il suo svolgimento e/o mettendone in evidenza la durata.
Ti sei vestito un po’ osé, non ti conoscevo così, per quanto, hai sempre avuto molta fantasia.
Trovi? È vero, la fantasia non mi manca in effetti. Non conoscevi però il mio lato osé.
Il vestito è un regalo di mio marito di qualche anno fa. Lui, bontà sua, era generoso e conosceva bene i miei gusti.
Ci conoscevamo da poco tempo. Allora eravamo innamorati assai. Ma neanche per sogno immaginavo di sposarlo così presto.
Quindi vi conoscevate già quando la nostra amicizia iniziava appena a prendere forma?
Infatti, e tutti i miei amici, fatta salva me conoscevano già dall’inizio i suoi difetti, che non sono pochi.
INDICATIVO PASSATO PROSSIMO
Esprime un’azione avvenuta in un passato recente o lontano che tende ad avere effetti percepiti ancora nel presente da parte di chi parla o scrive.
Questo ragazzo l’ho conosciuto solo ieri. Il suo comportamento troppo confidenziale mi faceva un po’ specie.
Purtroppo mi hai conosciuto in un momento improbabile, ho dovuto tagliare corto perché stavo lì lì per aspettare una chiamata di mia figlia che – come sapevo – si trovava nei guai.
Chi ti ha conosciuto bene poi, non ti ha mai dimenticato. Io non lo so veramente, ma evidentemente avrai un tuo perché.
Ricordi le due ragazze che abbiamo conosciuto l’altro ieri al bar? Non hanno lasciato nulla di intentato per abbordare il barista.
Avete conosciuto mai un’amica più indefessa con lo studio della lingua italiana di Irina? Appena si è svegliata già scalpitava per studiare.
Loro hanno conosciuto veramente la fame in gioventù e giocoforza hanno dovuto a volte rubare per vivere.
INDICATIVO TRAPASSATO PROSSIMO
Si usa per indicare un fatto avvenuto prima di un altro nel passato o comunque a esso collegato.
Mi hai scritto il giorno dopo che avevi conosciuto un tipo sereno e spiritoso. Mi sono accorto subito che ti sei innamorata di lui di punto in bianco.
Lui, fino a quel giorno, non aveva ancora conosciuto il vero amore e la voglia di sposarsi il più presto possibile, con tutti gli annessi e connessi.
Tuo marito è stato una svolta anche nella nostra vita. Non avevamo mai conosciuto un uomo così sensibile prima di conoscere il Papa.
Ricordo che vi siete sposati poco dopo. Quale sorpresa per noi! Per le nozze sceglieste proprio quel posto in che avevate conosciuto qualche anno prima con noi.
Era troppo tardi per salvarsi in calcio d’angolo. Forse avevano conosciuto periodi peggiori di quello, ma solo all’apparenza.
INDICATIVO PASSATO REMOTO
Si usa per indicare un fatto avvenuto nel passato, concluso e senza legami di nessun tipo con il presente; la lontananza è di carattere sia cronologico, sia psicologico.
All’università conobbi una ragazza che aveva la zeppola, era una ragazza bellissima ma molto timida. Aveva una fifa blu di parlare.
Mario conobbe Laura dopo che trovò la sua ex Erica a letto con il suo amante. Poverino, sembrava un’anima in pena ma finalmente adesso è felice.
Quando scoppiò la pandemia, nel lontano 2020, conoscemmo veramente la didattica a distanza. Ricordo come fu difficile ingranare nello studio con questo metodo.
Io e Maria ci amavamo già nel 1980. Voi conosceste la verità solo 10 anni dopo. Dacché adesso sapete tutto, potete finalmente dire cosa ne pensate.
I miei genitori si conobbero e si sposarono durante la seconda guerra mondiale. Fortuna volle che sono scappati dalla guerra insieme e vivi e vegeti.
INDICATIVO TRAPASSATO REMOTO
Si usa per indicare un fatto avvenuto prima di un altro nel passato, definitivamente concluso e senza riflessi sul presente
Non appena ebbi conosciuto le prove del suo tradimento, scappai di corsa. Per tanto tempo non seppi come ovviare alla situazione.
Se ricordi bene, dopo che avesti conosciuto il suo fare, decisamente sporco, decidesti di denunciarlo. L’hai fatto subito e senza remore. E dire che avevate vissuto una relazione apparentemente felice fino a quel punto.
Il giorno dopo che ebbe conosciuto tutta la verità sulla sua malattia, scrisse questo a sua madre: “domani dovrò andare in ospedale per un intervento, ma non ti preoccupare, voglio sincerarti che fra pochissimo tornerò alla carica.
Una volta passata la guerra credevo cambiasse tutto, invece quando avemmo conosciuto la verità, capimmo che ci illudevamo.
Voi invece, il giorno in cui aveste conosciuto che stava male, ve ne andaste senza dire niente. Proprio voi che allora eravate annoverati fra i suoi migliori amici.
Troppo tardi ebbero conosciuto il suo valore e i propri errori nei suoi confronti. Invano si scusarono con lei e così cominciarono ad accusare il colpo.
INDICATIVO FUTURO SEMPLICE
Si utilizza per un’azione collocata nel futuro rispetto a chi parla o scrive.
Fra un po’ conoscerò meglio questo ragazzo, poi deciderò sulla sua proposta di viaggiare insieme alla volta di Roma.
Vivi già da un pezzo da sola. È ora di fidanzarsi. Domani conoscerai un bravo ragazzo, ragion per cui ti consiglio di pensarci se te lo chiederà.
Lui conoscerà il tuo carattere e capirà senz’altro che sei una bella persona.
Prima dell’incontro con gli amici faremo i tamponi antigenici, quelli rapidi, così conosceremo inmen che non si dica i risultati.
Non conoscerete mai tutte le tappe del mio viaggio. È un programma segreto.
Un giorno gli uomini conosceranno le conseguenze del loro fare inquinante verso la natura. Lo scotto lo pagheranno le generazioni future.
INDICATIVO FUTURO ANTERIORE
Esprime un’azione futura che avverrà prima di un’altra. Spesso si usa con le espressioni “prima che”, “dopo che”, “quando”, “solo se”, “appena”, “non appena”, “nel momento in cui” ecc.
Appena avrò conosciuto le usanze di questo paese smetterò di cincischiare e deciderò sul da farsi.
Non preoccupatevi troppo. I vostri figli sono svegli, non appena avranno conosciuto tutte le difficoltà della faccenda sapranno fare di necessità virtù.
CONGIUNTIVO PRESENTE
In genere si usa per esprimere un dubbio, un’ipotesi, un augurio relativi al momento dell’enunciazione o della scrittura.
Benché Maurizio si comportasse in modo un po’ riservato di recente, penso sia la persona più empatica che io conosca
Secondo me è lui l’unica persona che tu conosca che sia votato a star vicino a quelli che hanno bisogno di supporto.
Domani ci sarà il mio esordio come autore. Finalmente me ne usciròcon il mio primo romanzo. Sembra però che nessuno conosca questa mia passione.
Che noi conosciamo o meno la verità, a Maria non interessa. Edire che eravamo amici.
Non mi torna che siate venuti a giocare ma allo stesso tempo non conosciate le regole del gioco.
Temo che siamo alle solite, cioè che i partecipanti del corso non conoscano l’argomento della lezione.
CONGIUNTIVO IMPERFETTO
In genere si usa per esprimere una speranza o un augurio. Insieme al condizionale presente si usa per esprimere una possibilità.
Hai ragione, quel tizio si è comportato male di brutto con noi, proprio come se non ci conoscesse. Qualecaterva di offese contro di noi!
Magari conoscessimo lo sviluppo di questa infame pandemia! Ci potremmo prefiggere obiettivi ambiziosi per quest’estate, tipo un bel viaggio in l’Italia
Se non conosceste il futuro sugli sviluppi della pandemia, acquistereste senza remore un volo alla volta di Roma? Sarebbe proprio una stupidaggine credo.
Non credo che mangerebbero questo piatto con gusto, se conoscessero gli ingredienti. Io li conosco ma ve li risparmio.
CONGIUNTIVO PASSATO
Il congiuntivo passato serve per esprimere un’azione passata che è accaduta prima di un’altra azione descritta con il verbo al presente nella frase principale.
Benché io abbia conosciuto questo ragazzo già da un pezzo, ho le mie ragioni per non venirgli incontro.
Mettiamo che tu abbia ragione e abbia già conosciuto questo divieto. Ma allora perché continui a fareil finto tonto? Vuoi chenon sappia che hai la patente da 20 anni?
Credo che Maria non abbia ancora conosciuto le difficoltà legate a quest’affare. Speriamo si sia munita quantomeno di begli argomenti per convincere i clienti.
Questa storia della trappola che lui avrebbe preparato per te è una delle tue peggiori ipotesiperegrine che noi abbiamo mai conosciuto.
Immagino che voi abbiate conosciuto la sua capacità di tirare simili tiri mancini, vero?
Credo che tutti lo abbiano conosciuto in quel periodo. Non c’è bisogno di comprovarlo ulteriormente.
CONGIUNTIVO TRAPASSATO
Il congiuntivo trapassato è usato per descrivere un fatto visto come non reale o non obiettivo, e viene usato per esprimere anteriorità rispetto al momento indicato dal verbo della principale.
Avrei voluto che avessi conosciuto la verità, e cioè che sei sguarnito di soldi. In tal caso non ti avrei sposato, caro mio. Ma va‘, che scherzo!
Avevo paura che non mi sposassi, nonostante tu avessi conosciuto un altro bell’uomo.
Malgrado lui avesse conosciuto il suo passato, lo volle ugualmente sposare, e per giunta in chiesa!
Abbiamo fatto entrare tutti al museo, a condizione che avessimo conosciuto la loro formazione. Nonostante questo qualcuno ha giudicato un obbrobrio il quadro di Van Gogh.
Ho avuto molta paura che mi rispondestepicche, sebbene aveste conosciuto come stavano le cose.
Loro non sono mai stati prevenuti nei miei confronti, nonostante avessero già conosciuto la nostra opinione.
CONDIZIONALE PRESENTE
Il condizionale presente viene utilizzato generalmente per esprimere un desiderio, fare una richiesta, dare un consiglio o esprimere un dubbio. Oppure per esprimere l’azione che potrebbe verificarsi o che si sarebbe potuta realizzare alla condizione espressa dal verbo al congiuntivo.
Se io fossi più indefesso nella lettura dei giornali italiani, conoscerei meglio la vita politica e sociale del belpaese. Tu invece zitto zitto leggi moltissimo.
Se avessi ascoltato attentamente l’ultimo episodio di italiano semplicemente, conosceresti senz’altro la risposta alla sua domanda.
Se non avessimo presente le preoccupazioni della notte, non conosceremmo la gioia che ci dà la luce di un nuovo giorno.
Se io dessi seguito alle mie parole e mi trasferissi in Italia conoscereste finalmente il vero Giovanni.
Se si ritagliassero solo un po’ di tempo per seguire gli episodi di italiano semplicemente, conoscerebbero presto come destreggiarsi con la lingua italiana.
CONDIZIONALE PASSATO
Si usa per esprimere: un’azione che non potrà essere cambiata, e quindi indica situazioni considerate solo potenziali e subordinate ad una condizione.
Peccato che non eri in vena di accompagnarci al cinema. Se fossi stato con noi avresti visto un bel film e al contempo avresti conosciuto la ragazza di cui ti avevamo parlato.
Sei lui fosse stato più maturo sicuramente avrebbe conosciuto i suoi limiti ed avrebbe potuto eludere ciò che è successo.
Non è colpa nostra che Eduardo ora si trova all’ultima spiaggia. Avremmo conosciuto il suo problema in tempo qualora ci avesse avvisato prima.
Se voi aveste mostrato più interesse per la sua situazione, avreste conosciuto il suo stato di salute. E adesso cascateproprio male con queste pretese.
Se i suoi genitori non si fossero allontanati da lui, avrebbero conosciuto le sue frequentazioni. Sarebbe toccatoin primo luogo a loro essere più presenti.
IMPERATIVO PRESENTE
Si usa per esprimere esortazioni, per dare ordini
Prima conosci e poi insegna. Questa è la regola da seguire. Bisogna armarsi di pazienza, non ci si improvvisa insegnanti.
Conosca che il gioco è perso, tanto più che non c’è più nessuno che abbia voglia di continuare.
Conoscete i fatti prima di parlare! E adesso meglio se prendete e ve ne andate.
Ma li hai sentiti? Ma a cosa alludono? Vai a capire perché restano così nel vago. Ma forse il problema è che non sanno bene l’italiano! Allora che prima conoscano la lingua e poi facciano proposte.
GERUNDIO PRESENTE
Si usa per descrivere azioni contemporanee a quelle della principale.
Conoscendo bene di trovarmi solo soletto su quest’isola deserta voglio cantare a squarciagola.
GERUNDIO PASSATO
Si usa per descrivere azioni antecedenti a quelle della principale
Avendo conosciuto le tue pretese esagerate ho dovuto mettere dei paletti.
INFINITO PRESENTE
In genere serve ad esprimere uno scopo, una causa, per fare esclamazioni, o anche per fare domande e porre dubbi, porre divieti e dare comandi.
Si usa normalmente come aggettivo e come sostantivo, e ha sempre un significato attivo
Conoscente del fatto che mi hai tradito di nuovo, ora ti caccio via di casa! E smettila di implorarmi, queste tue scuse lasciano il tempo che trovano.
PARTICIPIO PASSATO
Viene largamente usato sia con la funzione di aggettivo che con quella di verbo
Passi che sei un brutto bugiardo, passi anche che hai rotto la mia macchina con accanto a te la tua amante. Che però la tua relazione amorosa è conosciuta a destra e a manca, questo è veramente troppo!
Parlando di scuola succede spesso di sentire la domanda:
che classe fai?
La risposta può essere:
Faccio la prima
Faccio la seconda
Faccio la terza elementare
Faccio la seconda media
Eccetera.
Ci si riferisce all’anno scolastico che si sta frequentando in quel momento, sia che si tratti della scuola elementare, sia della scuola media che delle scuole superiori.
Invece la domanda può essere:
In/di che classe sei?
A che classe appartieni?
Risposte possibili:
In terza B.
In quarta C
Sono in prima A
Sono della seconda C
Eccetera. In questo caso la risposta è più precisa. Si parla delle cosiddette sezioni. In ogni scuola che ha parecchi studenti per ogni età, questi vengono suddivisi in più sezioni: A, B, C eccetera perché non entrerebbero tutti nella stessa classe.
Tra l’altro “la classe” è anche la stanza in cui avvengono le lezioni. Ogni classe contiene circa 25 studenti.
Al di fuori del contesto scolastico invece la “classe” può essere l’anno di nascita:
Io sono della classe 1971, e tu di quale classe sei?
Questo significa: io sono nato nel 1971, appartengo quindi alla classe 1971, e tu in quale anno sei nato? A quale classe appartieni?
In effetti il concetto di classe è abbastanza ampio. In generale si utilizza per “classificare“, cioè per indicare l’appartenenza ad un gruppo di persone.
Può anche indicare un insieme di persone dal punto di vista sociale o che esercitano la stessa professione e hanno magari in comune interessi da salvaguardare:
La classe borghese, la classe operaia, la classe medica, la classe politica.
Si usa anche nelle scienze naturali, nella statistica e altri contesti, sempre per classificare, raggruppare.
Oggi vorrei parlare però dell’esclamazione:
Che classe!
Un’esclamazione che non ha però nulla a che fare con la scuola e con l’anno di nascita.
Per capire cosa significa, devo prima spiegarvi il significato di fuoriclasse, tutto attaccato.
Un fuoriclasse è una persona molto dotata, eccezionalmente dotata, con delle qualità, delle doti al di fuori della media, quindi nettamente al di sopra della media.
Si usa specialmente nel linguaggio sportivo a proposito di atleti. Pelè, Maradona, Ronaldo, Messi sono solo alcuni dei fuoriclasse più famosi del calcio.
Allora adesso passiamo all’esclamazione “che classe” che è un commento che si fa per fare un complimento ad una persona, che si apprezza in modo particolare.
Vedendo giocare un fuoriclasse potremmo dire:
Che classe!
Guarda che classe!
È un atleta con una classe incredibile!
È come dire: che bravo! Che brava! Che qualità!
È come dire che questo atleta merita di essere classificato tra i migliori al mondo.
Ma non si usa solo nello sport.
La classe infatti è legata anche all’eleganza e alla raffinatezza, all’educazione e quindi emerge dal modo di vestirsi, dal comportamento ma anche dal modo di muoversi.
Una persona che ha gusto nel vestire, nell’arredamento, che ha buone maniere, sono elementi che una persona deve possedere per potersi definire una persona di classe o con classe.
La mia amica Maria è una persona di gran classe
Maria evidentemente è una persona da apprezzare per le sue qualità, per l’eleganza e i modi.
Al contrario, una persona rozza, maleducata, sgarbata o anche che si comporta in modo scorretto o disonesto è la cosa più lontana che ci possa essere dalla persona “di classe”.
L’esclamazione “che classe” si usa però anche in modo ironico, proprio per commentare qualcosa che ci ha colpito e che è molto lontano dalla qualità e all’eleganza e dalla raffinatezza.
Se mi capita di essere in un luogo pubblico e una persona inizia a chiamare ad alta voce un suo amico, senza badare al fatto che siano presenti altre persone:
Franco!! Franco!!
Potremmo tranquillamente commentare dicendo:
Che classe!!
Mai vista tanta classe!
Questa sì che è classe!
Questa è una persona con una certa classe!
La stessa cosa potremmo dire o pensare se ascoltiamo o vediamo qualcosa di molto maleducato o rozzo da una persona, qualcosa che non ti aspetti e che ci colpisce.
Siamo in un ristorante e vediamo una persona che si gratta il sedere, o che appoggia i piedi sul tavolo o che fa rumore mentre mangia e cose di questo tipo.
Che classe, vero?
Hartmut: Senti, ne hai ancora per molto ché andiamo di fretta? Se vuoi che ti dia un passaggio dattiunamossa. Sennò, mi sa che non facciamo più in tempo per il teatro.
Sofie: dai Hartmut non mi incalzare. Si dà il caso che ci si metta mezz‘ora per arrivarci. Quindi abbiamo ancora un‘ora di tempo.
Hartmut: non vorrei che facessimo tardi, anzi, è meglio arrivare anzitempo. Checché tu ne dica, ora mi tocca andarmene. Tanto per essere sul sicuro.
Sofie: vabbè, vedo che sei restio alle opinioni altrui, quindi insistere lascia il tempo che trova. Visto che continui a puntare i piedi, me ne farò una ragione. Allora parti pure. Io ti raggiungo tra 10 minuti.
Giovanni: Quante persone, a causa del Covid ci hanno rimesso la pelle?
Parecchie direi.
Interessante la frase “rimetterci la pelle” vero? Significa semplicemente morire, cioè perdere la vita. Potremmo dire, “rimetterci la vita” ma vediamo insieme perché si usa questa espressione. Innanzitutto dobbiamo indicare una causa, quijdi morire per un motivo, per una causa, per un rischio che corriamo.
“La pelle” rappresenta semplicemente la vita, e questo termine viene spesso legato alla morte: “perdere la pelle” e “rimetterci la pelle” infatti significano entrambe “morire“.
Esiste anche, col medesimo senso, anche “rimetterci le penne” e “rimetterci le cuoia“. Il senso non cambia, anche perché le penne sono attaccate alla pelle degli uccelli e servono a volare, mentre “le cuoia” rappresentano ugualmente la pelle. Infatti il cuoio è il materiale ricavato dalla pelle degli animali. Anche “tirare le cuoia” significa morire. Qui però usiamo il verbo tirare.
A me interessa invece oggi approfondire il verbo “rimetterci” .
A proposito: esiste anche “rimetterci l’osso del collo” , espressione molto utilizzata, che però non è detto che significhi necessariamente morire. È comunque una grave conseguenza, spesso riferita alle conseguenze di un indicente.
E’ interessante l’uso del verbo rimetterci che voglio spiegarvi.
Non stiamo parlando di rimettere, e neanche di rimettersi. Usiamo invece la forma “rimetterci“.
Rimetterci è simile a perdere comunque, e anche a perderci.
Io ci rimetto Tu ci rimetti Lui/lei ci rimette Noi ci rimettiamo Voi ci rimettete Loro ci rimettono
Rimetterci è un verbo che significa “perdere qualcosa subendo un danno”.
Spesso si parla di soldi, perdere soldi:
In questo affare ci ho rimesso 10 mila euro.
Non è detto però si parli di soldi:
Ci ho sempre rimesso ogni volta che ho preso accordi con te.
Qui si parla di perdere qualcosa, di risultare perdenti, o di uscire da una situazione in condizioni peggiori di prima.
Il verbo si presta bene a molti contesti:
Con tutta queste buche in terra ci ho rimesso le ruote della macchina;
In quell’investimento ci ho rimesso molti soldi;
Se cambiassi casa complessivamente ci rimetterei;
Con un cattivo matrimonio ci si rimette anche la/in/di salute.
Posso quindi specificare la cosa che “ci si rimette”, oppure no, se non è necessario.
Ricordate però che se non specifico ci sono diverse possibilità: o sto parlando di soldi, oppure si parla di subire un danno di qualsiasi tipo, oppure sto facendo un confronto tra più persone: uno potrebbe guadagnare qualcosa e un altro potrebbe perdere qualcosa.
La persona che ci rimette ha perso qualcosa.
Affinché si parli di morte però è necessario aggiungere “la pelle” o “le penne” o “le cuoia”.
Ad esempio:
Chi ci rimette in questo affare?
Non ci rimette nessuno, tutti ne usciamo con un vantaggio.
Qui non vuol dire che non muore nessuno, ma che nessuno ne esce svantaggiato.
Bene, siamo partiti da “rimetterci la pelle” ed è stato necessario specificare il verbo rimetterci con tutti i suoi utilizzi.
I tempi inevitabilmente si sono allungati, ma questo non credo che significhi che qualcuno ci abbia rimesso.
Io ho avuto l’occasione per infrangere la regola dei due minuti ancora una volta, voi invece, oltre a imparare la frase “rimetterci la pelle” avete probabilmente imparato anche altre cose interessanti.
Un’altra volta magari vedremo anche il verbo “rimettersi“.
Adesso ripassiamo qualche espressione passata. Rimettiamoci a ripassare!
Irina: No, no , scusa. Niente di trascendentale in effetti, solo che non sono riuscita a trovare la chiave di casa. Fortuna vuole che poi mi sono ricordata di tenerne una di riserva in macchina.
Carmen:, Avercene di idee come questa. Non ci avevo mai pensato. Ma perché non mi hai avvisato? Non hai neanche fatto la mossa di farmi uno squillo per avvisarmi del ritardo. L’hai fatto apposta?
Carmen:: Ok, va bene, non agitarti, anche io sai che mi agito facilmente. Poi ne parliamo, per quanto, discutere su queste cose lascia il tempo che trova. A dopo allora.
Conosci questo antico proverbio?
Con questo proverbio si vuole ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno, o dolore: costui (cioè questa persona) dovrà prendersela esclusivamente con sé stesso, e non addossare la responsabilità ad altri.
Prendersela con una persona significa esattamenete questo: dare la colpa ad altri, addossare la colpa ad altri
Chi causa il proprio male incolpi sé stesso.
Ecco, oggi vorrei parlare di ammonizioni. Un’ammonizione è simile ad una accusa, ed è un po’ più che un avvertimento.
Un’ammonizione non è solamente il cartellino giallo dell’arbitro mostrato ad un calciatore dopo un brutto fallo.
Quella sicuramente è l’ammonizione più famosa.
Per ammonizione si può intendere anche un forte rimprovero. Si potrebbe parlare anche di ammonimento, che rappresenta però un rimprovero meno grave dell’ammonizione. L’ammonimento è quasi un consiglio, un preavviso.
Ad esempio si potrebbe dire ad una persona:
Non si fa così, altrimenti…
Attento, questa cosa che hai fatto è sbagliata, perché potrebbe accadere che…
Questi sono ammonimenti.
Hai fatto una sciocchezza, se continui così ci saranno gravi conseguenze.
Questa è più un’ammonizione. L’ammonizione somiglia più ad un’accusa come dicevo e meno ad un consiglio o un avvertimento.
Quando diciamo ad una persona che ha fatto qualcosa di sbagliato e lo accusiamo per questo, dicendo che è colpa sua potremmo ricordarle il proverbio di cui sopra:
Chi è causa dei suo mal, pianga sé stesso.
Normalmente però, nella vita di tutti i giorni, ci sono frasi e espressioni molto più utilizzate. Se qualcosa è già accaduto si può trattare di accuse esplicite tipo:
Così impari!
Peggio per te!
Es:
Bravo, sei caduto. Ti avevo detto di non correre. Così impari a non correre!
L’hanno arrestato. Gliel’avevo detto di darmi ascolto. Non ha voluto seguire i miei consigli e adesso così impara! Peggio per lui!
Per ammonire qualcuno ci sono anche due locuzioni più complicate:
Te la sei voluta!
Te la sei cercata!
Es:
Ti avevo avvisato che c’era la pandemia in Cina. Sei voluto andare ugualmente e adesso hai preso il virus. Te la sei cercata! Ben ti sta!
Oppure:
Andare in montagna con questo tempo si sapeva fosse molto pericoloso. Quei ragazzi che hanno rischiato la morte se la sono voluta.
Si può trattare anche di avvisi, quindi di frasi pronunciate prima che la conseguenza delle azioni sbagliate accada:
Vuoi sposarti con quel Don Giovanni? Io ti avviso, non è una buona scelta. Poi, fai come vuoi, peggio per te!
Attento ragazzo, non mi provocare. Oggi te le cerchi!
Oppure:
Secondo me proprio non è il caso di uscire con questo tempaccio. Cos’è, le vai cercando?
Si tratta del verbo cercare e cercarsela. Cercarsela significa comportarsi in modo tale da attirarsi qualcosa di spiacevole, negativo, dannoso, che pure sarebbe stato prevedibile ed evitabile.
Si usa spessissimo nel linguaggio colloquiale:
È proprio andato a cercarsela!
Se l’è cercata!
Si usa anche col plurale come si è visto.
Andare a cercarsele.
Andarsele a cercare
Ma allora te le cerchi!
Si usa anche quando una persona ha un atteggiamento provocatorio verso di te o qualcun altro. A queste persone possiamo dire:
Che fai, te le cerchi?
Oggi te la cerchi!
Si usa anche:
Cosa vai cercando?
Oggi le vai cercando vedo!
Quest’ultima frase si usa anche per alludere alle botte o ai guai.
Cercare o cercarsi le botte, cercare guai.
Si sentono spesso frasi simili in bocca a genitori arrabbiati con i figli che non li ascoltano:
Fai il bravo, non te le cercare anche oggi!
Oggi te le cerchi proprio! 😄
A volte, ma solo al passato, si usa anche il verbo volere:
Se l’è voluta, te la sei voluta, se la sono voluta, ecc.
Il significato è il medesimo:
Se l’è cercata, te la sei cercata, se la sono cercata, ecc.
Hartmut: Qualcuno potrebbe pensare che chiedere di unirvi all‘associazione “Italiano Semplicemente” sia un’offerta indebita, considerando che internet è così ricco di contenuti, ma vi chiedo di pensarci bene invece: nella nostra associazione ci sono contenuti che riguardano ogni situazione di vita e una comunità di studenti da tutto il mondo pronti ad aiutarvi!
Il metodo di Italiano Semplicemente ci piace e piacerà di sicuro anche a voi. Prendete spunto da quanto hanno già fatto 100 e passa persone per farvi strada nel campo della lingua italiana.
Giovanni: oggi, sperando di non fare nulla di indebito, vediamo proprio l’aggettivo indebito e l’avverbio indebitamente.
Immagino che tutti gli stranieri, a cui il sito italiano semplicemente si rivolge, conoscano il termine debito.
Il debito è il contrario del credito. Almeno questo è il significato più importante. Si parla generalmente di soldi. Chi ha un debito si chiama debitore e ha un obbligo nei confronti del creditore.
I debiti quindi vanno pagati, o onorati. Dunque possiamo dire che i debiti sono dovuti perché devono essere pagati. Proprio questa è l’origine del termine debito. I debiti vanno pagati, sono dovuti.
Mi sembra anche giusto.
Bene, invece tutte le cose che si dicono indebite vuol dire che invece sono illegittime, sono arbitrarie, sono ingiuste, nel senso di non dovute.
Bisogna dire che non è un termine del linguaggio comune e infatti si usa soprattutto nel linguaggio giuridico.
Allo stesso tempo però si può usare in molte altre circostanze. Spesso si usa come sinonimo di inopportuno o sconveniente.
Se un amico viene a trovarvi a mezzanotte potete dirgli:
Come mai mi vieni a trovare a quest’ora indebita?
Non è opportuno andare a casa delle persone a quell’ora così tarda. L’orario che è stato scelto è indebito.
Qui non parliamo di un orario giusto, dovuto o legittimo, ma di un orario accettabile e opportuno.
In questo senso allora molte cose possono essere indebite, ma a volte il confine tra il giusto il legittimo e l’opportuno è molto sottile.
Delle dichiarazioni indebite sono dichiarazioni inopportune, che non dovevano essere fatte.
E per le accuse indebite?
Sono stato accusato indebitamente?
Allora evidentemente ritengo che non sia giusto ricevere queste accuse. Sono stato accusato senza alcun diritto. La legittimità ha a che fare col diritto ovviamente.
Sono stato accusato ingiustamente, immeritatamente, illecitamente, inappropriatamente.
Si tratta di un’accusa indebita perché chi mi ha accusato non aveva il diritto di farlo. Per questo io non lo ritengo giusto e. Non meritavo perciò questa accusa.
A volte infatti c’è una mancanza di merito e non di diritto:
Una squadra di calcio può vincere indebitamente una partita.
In pratica si è presa la vittoria senza meritarla. Nel calcio vince chi fa più gol ovviamente, quindi non si può parlare di diritto. Però posso ritenere questa vittoria ingiusta e quindi anche indebita.
Una vittoria immeritata è spesso chiamata anche furto se è clamorosamente immeritata.
Dicevo che si usa molto in ambito giuridico.
Soprattutto esiste l’appropriazione indebita, che è un tipo di reato che esiste non solo in Italia. Qui il diritto è l’unica cosa che conta veramente.
Questo reato viene commesso quando c’è una appropriazione di beni o denaro di cui si è già in possesso. È diverso quindi dal furto. Il reato avviene quando una persona, decide di non restituire il bene al proprietario.
Vi faccio un esempio.
Diamo la macchina ad un nostro amico che, facendoci un favore, la tiene nel suo garage ma poi decide di non restituircela più. La tiene per sé e non me la restituisce.
Il nostro amico si appropria della nostra auto, ma lo fa indebitamente. Commette quindi il reato di appropriazione indebita perché si è appropriato della mia auto senza averne diritto.
In generale la mancanza di un qualunque diritto nel fare qualcosa è sufficiente per parlare di azioneindebita, sebbene si tratti di linguaggio poco usato nel linguaggio colloquiale.
Se entriamo in un appartamento senza il permesso o in un museo fuori dall’orario consentito, facciamo un’azione indebita e questa azione avviene indebitamente.
Ricordate quindi. Per usare indebito e indebitamente può mancare il diritto, il merito, oppure riteniamo che qualcosa non sia giusta o opportuna.
Lo so cosa state pensando. Mi sono dilungato indebitamente ancora una volta…
Spero possiate perdonarmi con un ripasso coi fiocchi delle puntate precedenti.
Mariana: Di solito non ho molta stima di me stessa, ma ieri i miei amici, cogliendomi alla sprovvista mi hanno fatto un complimento veramente benacetto dicendo che sarei molto adatta per insegnare arti marziali, ragion per cui devo prendereatto che devo fidarmi un po’ di più di me stessa.
Ulrike: Brava Mariana, un bel ripasso spedito proprio a tempo debito.
Giovanni: Nell’ultimo episodio abbiamo parlato di “averne per”. Ricordate?
Si è parlato di tempo e si è detto che soltanto se parliamo di tempo siano sicuri che il significato sia quello di indicare il tempo che ancora manca per terminare un’attività.
Ebbene, l’espressione di oggi conferma quanto detto ieri.
“Non averne per nessuno” infatti ha tutto un altro significato. E infatti non si sta parlando di tempo.
Innanzitutto la negazione iniziale è obbligatoria. Infatti “averne per nessuno” non ha alcun senso.
Passiamo al significato, legato alle eccezioni.
Mi spiego meglio.
L’espressione ha un senso proprio e uno figurato.
Se due fratelli chiedono soldi alla madre, la mamma potrebbe rispondere:
Non ne ho per nessuno
Non ne ho per nessuno di voi
Non ne ho per nessuno di voi due
Cioè: non ho soldi né per un figlio né per l’altro.
Questo è il senso proprio. In questo caso ho parlato di soldi, ma è solo un esempio.
La negazione indica l’indisponibilità della madre verso i suoi figli nella stessa misura, senza eccezioni e preferenze. La madre non fa preferenze tra i due figli. Quindi non dà soldi a nessuno dei due.
In senso figurato invece si potrebbe dire:
Il direttore era molto arrabbiato per come stanno andando le cose in azienda. Oggi durante la riunione non ne ha avuto per nessuno.
Cosa significa?
Ho usato ancora l’espressione “non averne per nessuno” (al passato) che significa in questo caso, non risparmiare nessuno, oppure criticare tutti, non concedere niente a nessuno, non escludere nessuno dal cattivo trattamento.
Sono tutti significati simili ma la frase equivalente più vicina nel significato dipende dal contesto.
Comunque, la cosa in comune con il senso proprio è che la negazione indica sempre una indisponibilità verso tutti, come a non voler fare eccezioni in senso positivo, come a non voler fare un favore a nessuno.
In ambito sportivo, ad esempio, potrei dire:
Il Barcellona non ne ha per nessun avversario e vince la decima partita di fila
Questo vuol dire che il Barcellona non risparmia nessun avversario, non concede opportunità a nessuna squadra, infatti, a conferma di questo, ha vinto la decima partita consecutivamente. (cioè “di fila”).
Ho fatto un esempio sportivo, ma più spesso, quando si usa questa espressione si parla di rapporti umani e in particolare di critiche rivolte verso tutti, senza eccezioni.
Ad esempio:
Sofia sta attraversando un momento difficile e non ne ha per nessuno, nemmeno per me
Evidentemente Sofia non perdona nessuno, nel senso che sembra avercela con tutti per via del momento difficile che sta attraversando. Non risparmia nessuno nei suoi comportamenti ostili. Neanche per me fa un’eccezione.
Potete usare questa espressione ogni volta che una persona ha un atteggiamento di critica o comunque negativo verso tutti, senza eccezioni.
Può trattarsi di uno sfogo momentaneo, di un momento negativo, ma anche di un modo di essere di una persona, che tratta sempre tutti male, senza fare eccezioni.
Come avete visto si usa anche nello sport, ugualmente nel senso di non fare eccezioni concedendo opportunità ad alcuni avversari e non ad altri. Ugualmente si potrebbe utilizzare anche in campo militare. Anche lì ci sono gli avversari.
Adesso ripassiamo un po’ per non dimenticare ciò che abbiamo già imparato.
Bogusia: quindi mi sembra di aver capito che se qualcuno non ne ha per nessuno è inutile cercare di sfuggire da lui, suo malgrado.
Giovanni: Benvenuti nell’episodio n. 524 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente”. Probabilmente 2 minuti per questo episodio non basteranno. Ne avrò almeno per 4 o 5 minuti.
Ripeto:
Ne avrò almeno per 4 o 5 minuti.
Oggi parliamo di questa espressione “averne per” seguito da un certo numero di minuti, ore, giorni eccetera.
State aspettando la vostra fidanzata (o il vostro fidanzato) da mezzora, sotto casa, e ad un certo punto le fate una telefonata per dirle:
Ne hai ancora per molto?
Oppure:
Per quanto ne hai ancora?
Per quanto tempo ne hai ancora?
Notate che si usa “quanto” e non “quanti”. Parliamo di tempo infatti.
Questi sono dei modi possibili per sollecitare la persona che si sta aspettando. Ce ne sono ovviamente degli altri, tipo:
C’è da aspettare ancora molto tempo?
Quanto tempo credi dovrò aspettare ancora?
Quanto ti manca?
Oppure, manifestando più impazienza:
Datti una mossa
Cerca di sbrigarti.
Vedi di sbrigarti
Oggi voglio approfondire la frase “averne per” seguita dal tempo, che è abbastanza utilizzata, non solo per fare domande, ma anche per dare risposte o per fare una comunicazione. La fidanzata potrebbe infatti rispondere:
Ne ho ancora per qualche minuto
Ne ho ancora per un po’ di tempo
Credo di averne ancora per un po’
Ne ho ancora per molto
Ne ho ancora per molto tempo
Non ne ho per molto
Non ne ho per molto ancora
Non ne ho per molto tempo
“Averne per” è l’espressione di cui stiamo parlando. Quando si usa per fare domande si manifesta impazienza, e potrebbe essere una richiesta poco gradita a chi si sta facendo aspettare. Quando si usa per dare risposte si sta semplicemente dando una indicazione sul tempo ancora necessario per terminare, nella consapevolezza che qualcuno ci sta aspettando.
Usata come domanda, sicuramente è più educata rispetto a “datti una mossa” e “cerca di sbrigarti” o addirittura “sbrigati“, o “vedi di sbrigarti” e “vedi di darti una mossa“.
Si usa anche quando si sta terminando un lavoro:
Ne abbiamo ancora per una ventina di minuti, poi il lavoro sarà pronto.
Noi abbiamo finito. Voi per quanto ne avete?
L’uso di “ne” seguito dal verbo avere lo abbiamo già visto in altri episodi.
In queste tre espressioni non si fa mai riferimento ad una quantità, che poi è uno degli usi più frequenti della particella ne:
Quanti anni hai? Io ne ho 50. Tu ne dovresti avere una trentina. Sbaglio?
Risposta:
Ne ho qualcuno in più, ma grazie per il complimento!
Allora diventa importante la preposizione “per” al fine di comprendere l’uso dell’espressione di oggi: “Ne ho per”
Stiamo parlando sempre di tempo comunque, altrimenti, se non parliamo di tempo, torniamo al concetto di quantità e di numero. Se andate al ristorante e chiedete un tavolo per 6 persone, il proprietario potrebbe rispondere:
Di tavoli ne ho per 5 e per 2. Non ne ho per 6 persone. Mi spiace.
Cioè: non ho nessun tavolo per 6 persone, ma ne ho (si intende di tavoli) solo per ospitare 2 o 5 persone.
Oppure, a fine pasto, chiedete 10 porzioni di dolce (quindi per 10 persone):
Per quante persone avete il dolce? Ne avete per 10 persone?
Notate che in questo caso ho detto “quante”, perché parlo di persone.
E la risposta potrebbe essere:
Ne abbiamo per 7. Non di più.
Che è come dire: il dolce che abbiamo non basta per 10 persone, ma solo per 7 persone. Di dolce ne abbiamo solo per 7 persone.
Parliamo quindi di quantità di persone o numero di porzioni, e non di minuti, di ore e di tempo il generale.
Ci vediamo al prossimo episodio, ma prima ascoltiamo un breve ripasso. Ne abbiamo ancora per un minuto e poi abbiamo finito
Emma: a proposito di aspettare. Credo che nella mia vita avrò aspettato le altre persone per un anno e passa, mettendo tutto il tempo in fila.
Bogusia: Io invece preferisco farmi aspettare. Ma è l’unico mio neo. Per il resto sono una donna perfetta.
Ulrike: anch’io ho sempre fatto aspettare tutti i miei amici e fidanzati, anche mio marito, altrimenti avrei fatto torto a tutti gli altri.
Carmen: Io credo che aspettare sia una cosa positiva. In fondo, come dice un proverbio: “L’amore è l’attesa di una gioia che quando arriva annoia“. Questa frase però rischia di sembrare un contentino, vero?
Giovanni: A che numero di episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente siamo arrivati?
Se non ricordate il numero esatto, ma avete un’idea di quanto possa essere, nella lingua italiana ci sono più modi per esprimere questo concetto.
Il più diffuso è “più o meno”.
Più o meno siamo all’episodio numero 500.
Siamo arrivati circa a 500 episodi.
Siamo arrivati all’incirca a 500 episodi.
Siamo a 500 o giù di lì.
Approssimativamente siamo arrivati a 500 episodi.
Siamo intorno ai 500 episodi
Suppergiú 500 episodi.
“Giù di lì” equivale a “più o meno” e anche a circa o all’incirca e suppergiú.
C’è anche pressappoco con lo stesso significato.
Siamo pressappoco a 500 episodi.
Che sta a significare che siamo poco distanti dal numero 500, che siamo vicini, cioè siamo nei pressi (cioè nelle vicinanze) del numero 500.
Se siamo sicuri di aver superato il numero 500, ma ugualmente la cifra esatta non la ricordiamo, potremmo dire:
Sicuramente abbiano superato i 500 episodi, ma non saprei esattamente.
Un po’ più di 500.
Almeno 500.
Posso anche dire:
Abbiamo fatto 500 e passa episodi.
“e passa” significa appunto che il numero è superiore a 500.
“Passa” viene da “passare”, che spesso si usa al posto di “superare”.
Questa locuzione “e passa” è colloquiale però, quindi benché si possa trovare anche nello scritto, è più difficile. All’orale però è di uso molto frequente.
Si usa spesso quando si parla di età delle persone e per il tempo in generale, ma non solo:
Hai 50 anni e passa, cosa aspetti a sposarti?
Sono due ore e passa che ti aspetto. Ne hai ancora per molto?
Sono 20 anni e passa che sono disoccupato.
Quando uso questa locuzione spessissimo non è in realtà molto importante indicare il numero esatto.
L’unica cosa che conta, in questo caso, è che questo numero è stato superato.
Comunque quello di oggi, se vogliamo essere precisi, è l’episodio numero 523 della rubrica. Abbiamo passato/superato l’episodio n. 500 da quasi un mese.
Un’ultima cosa: solo se c’è un numero prima di questa locuzione “e passa” potete essere sicuri che sia questo il significato:
50 e passa
100 e passa
Eccetera.
In genere si tratta di numeri non piccoli e “tondi”: 20, 50,100,500, 1000
Se alcuni professori di italiano ti dicono il contrario ti do un consiglio:
Non ti curar di lor, ma guarda e passa
Questo è una frase ispirata ad un verso famosissimo della Divina commedia di Dante Alighieri che significa: non prestare attenzione a queste persone, ma vai avanti.
A proposito. Quanti anni saranno che ho studiato questo verso a scuola? Trenta e passa anni direi!!
Come passa il tempo!
A proposito. È arrivato il momento di ripassare gli episodi precedenti.
Irina: anch’io ho superato i 50 da un pezzo. Ne risentomolto, infatti è un crescendodi acciacchi recentemente.
Ulrike: e che ci vuoi fare! Con l’età non si può correre ai ripari. Puoi solo cercare di mantenerti in forma. Io durante il lockdown hofatto di necessità virtù e mi sono allenato.
Giovanni: Voglio fare una domanda a coloro che amano questa rubrica, che si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente“, fatta di brevi episodi per migliorare la lingua italiana. Ebbene, riuscite a trovare un neo a questa rubrica?
Se ci riuscite, sono pronto a fare qualcosa per rimediare.
Cosa? non sapete cos’è un neo?
Un neo è una macchiolina della pelle solitamente di colore scuro. Avete presente Cindy Crawford? Cos’ha sul viso che l’ha resa famosa? Un neo, appunto, proprio vicino alle labbra.
Si direbbe che un neo sia qualcosa che non ci dovrebbe stare su un viso, soprattutto un bel viso. Un neo è infatti inteso come un’imperfezione. Non nel caso del neo di Cindy Crawford comunque, che ha fatto del suo neo il suo punto di forza.
Fatto sta che comunque questo termine “neo” può essere usato come sinonimo di “difetto” in generale, non solo un difetto della pelle.
In genere si tratta di un difetto piccolo comunque. Si può usare quando vogliamo far notare una piccola cosina che non va in qualcosa che, a parte quel piccolo neo, non presenta altri difetti. Un difetto che se non ci fosse, questa cosa sarebbe perfetta.
State attenti perché “neo” generalmente, viene usato nel senso di nuovo:
Il neo presidente, i neo genitori, i neo diciottenni, eccetera.
La pronuncia è identica, ma significa appunto “nuovo” , e precede sempre un sostantivo.
Oggi invece a me interessa segnalare il neo inteso come imperfezione. Questa imperfezione, come dicevo, in genere è piccola, poco importante ma altre volte è semplicemente l’unica cosa che non va, pur essendo importante.
Vediamo qualche esempio:
Il nuovo fidanzato di Maria è proprio adatto a lei. È buono, ha un ottimo lavoro, non ha figli. Ha solo un piccolo neo: va sempre allo stadio, tutte le domeniche…
Capite bene che si può usare il neo anche in senso ironico, come probabilmente avrete intuito.
Gioco benissimo a calcio come attaccante: corro, faccio tanti gol e sono allenatissimo. Unico neo: non so tirare i calci di rigore.
La campagna vaccinale sta andando benissimo in Italia, ma abbiamo ancora troppi decessi. Questo è l’unico neo.
Si può usare per valutare un lavoro e tante altre cose che possono avere dei difetti.
Comunque adesso ascoltiamo un bel ripasso dai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Carmen: Oggi voglio togliermi un sassolino dalla scarpae dire al mio capo cosa penso di lui. Sofie: sei sicura non sia una mossa azzardata? Carmen: ma non è niente di trascendentale . Infatti gli dirò solo che mi sembra che non sia opportuno che alzi la voce con me, visto che non sono sua sorella. Khaled: Quand’anche fossi sua sorella, a me sembra che sarebbe comunque maleducazione. Wilde: Non posso darti torto. Per quanto, anche io a volte con i familiari spesso alzo la voce, quasi fossi autorizzato a non essere educato con loro. Emma: Con i capi però bisogna comunque stare più attenti. Con loro c’è sempre il rischio che ti diano il benservito.
Giovanni: se ricordate, quando abbiamo parlato del participio passato dei verbi riflessivi, vi ho detto, ad esempio, che per il verbo rivelarsi, il participio passato è “rivelatosi”, e che significa “che si è rivelato”. Così è per tutti i verbi, allora “verificatosi” significa “che si è verificato” eccetera. Si parla del verbo verificarsi, in questo caso.
In questo episodio vorrei aggiungere solo che la traduzione letterale “che si è verificato”, “che si è messo”, “che si è pettinato” eccetera, non sempre è la più adatta.
Infatti il participio passato, per i verbi riflessivi come anche per gli altri verbi, viene usato anche nel senso di “dopo che“, quindi per indicare una sequenzatemporale.
Altre volte indica invece una conseguenzalogica, quindi è come se si aggiungesse “quindi“, perciò, dopodiché,poiché, siccome eccetera, come a dire: “per questo motivo”, “proprio per questo”, “di conseguenza”.
Vediamo qualche esempio:
Giovanni, sentitosi chiamare, si voltò.
Quindi Giovanni, dopo che qualcuno l’ha chiamato, o, se vogliamo, per questo motivo, si voltò. Poiché si è sentito chiamare lui si è voltato. Se non lo avessero chiamato, non si sarebbe voltato.
C’è dunque un senso di conseguenza, o anche una sequenza temporale.
Un altro esempio:
messomi alla guida, accesi la radio.
Quindi: ho acceso la radio subito dopo essermi messo alla guida. Qui c’è il senso solamente temporale.
Ancora:
La turista giapponese, fattasi indicare la strada da un passante, si diresse verso Roma.
Anche qui c’è il senso temporale ma anche quello della causalità. Infatti la turista ha potuto dirigersi verso Roma solo dopo che un passante le ha indicato la strada: dopo che la turista si è fatta (fattasi) indicare la strada, poté dirigersi verso Roma.
Questo, badate bene, vale come detto per tutti i verbi, anche quelli non riflessivi. È una caratteristica del participio passato.
Potrei dire anche:
Mangiata la pasta, posso passare al secondo piatto.
Che è come dire:
Una volta mangiata la pasta, posso passare al secondo piatto.
La costruzione della frase è però decisamente più semplice quando usiamo il participio passato.
L’ultimo esempio:
Finito l’episodio passiamo al ripasso delle puntate precedenti:
Hartmut: Ciao ragazzi! Che fate di bello? Immagino che stiate studiando come schiavi; su questo non ci piove. Cosa ne dite se andiamo a ballare pertoglierci lo sfizio di uno svago?
Khaled: Prima di ballare, dobbiamo sincerarciche ci sia musica buona.
Scherzo ovviamente. Invece non spieghiamo niente di trascendentale, tranquilli.
Proprio “TRASCENDENTALE” è ciò di cui volevo parlarvi.
Nel linguaggio comune questa parola si usa per descrivere qualcosa di normale o comunque qualcosa di non troppo diverso dal normale. Si può usare al posto di importante, complicato, difficile, ma sempre con la negazione. Abbastanza colloquiale come termine.
“Niente di trascendentale” è l’utilizzo più frequente, come ho fatto io all’inizio dell’episodio.
Si usa in genere per tranquillizzare una persona, alla quale diciamo che qualcosa non è particolarmente difficile, o particolarmente complicato.
Questa parola quindi non presenta difficoltà trascendentali.
È un aggettivo dunque.
Facile vero?
Un professore può usare questa parola con degli studenti che gli chiedono se un esercizio è complicato oppure no.
Il prof risponde: niente di trascendentale, tranquilli ragazzi.
Cioè: niente di particolarmente difficile, niente di cui preoccuparsi in particolar modo.
Che è successo tra te e la tua amica? Come mai non vi parlate più?
Riposta: niente di trascendentale, solo che ho fatto un po’ tardi ad un appuntamento. Le passerà.
Anthony: Dopo questa prolungata pandemia e i vari periodi di lockdown che ne sono conseguiti, non riesco più a tenere a bada la voglia di sballarmialmeno un po’.
Rauno: potrei essere d’accordo, ma non me la sento di dichiararlo pubblicamente perché il mio essere soggetto a questa tentazione potrebbe rendermi oggetto di scherno qui nel gruppo.
Ulrike: per quanto mi riguarda, vorrei tener fedeai miei principi di equilibrio. Però tra il mio desiderio di divertirmi e il buon senso civico sono davvero combattuto! In ogni caso, devo fermarmi qui che mi si staimpallando il PC quindi sarò indispostomentre lo riavvio.
Hartmut: non posso darti torto riguardo all’equilibrio, ma quand’anche il tuo PC fosse andatodel tutto, cerca comunque di non perdere la pazienza.
Ci siamo già occupati del termine volta, e a dire il vero lo abbiamo fatto più volte!
La prima volta lo abbiamo fatto nell’episodio 117, la seconda volta nell’episodio 184 (col verbo svoltare), la terza volta con”dare di volta il cervello” (episodio 260), poi anche nell’episodio 262, quando si è parlato della locuzione “alla volta di” e infine nella locuzione di volta in volta, episodio 328.
Allora iniziamo a rispondere alla domanda di Xhiaoheng. Le 4 frasi in questione hanno a che fare con i problemi e somigliano tutte a “finalmente“.
“Una volta per tutte” indica qualcosa che si deve fare per risolvere un problema definitivamente.
Si usa quindi quando c’è un problema e una decisione che potrebbe finalmente risolvere questo problema in modo definitivo.
Ma questa decisione non viene mai presa. Allora posso dire:
È arrivato il momento che tu parli con tuo marito, una volta per tutte.
Te lo ripeto, ma che sia una volta per tutte: sono sposato. Ti prego di non darmi più fastidio!
Quando ci parli col direttore per chiedergli un aumento di stipendio? Vuoi farlo oggi una volta per tutte?
Ho due denti cariati che mi fanno molto male da un mese. Ho paura del dentista ma devo andarci una volta per tutte, così sparirà il dolore.
“Una volta per sempre” ha un significato molto simile, ma si utilizza soprattutto per commentare un episodio accaduto che si trascinava da tempo.
Finalmente ho superato l’esame di italiano e mi sono tolto il problema una volta per sempre.
Spessissimo comunque viene usato allo stesso modo di “una volta per tutte”. Usate liberamente queste due modalità a scelta.
La terza frase è “una buona volta” , una locuzione ancora simile, che però esprime un’emozione, una certa irritazione per questa decisione che non viene mai presa. Usata quando si desidera o si attende con impazienza qualcosa.
Quindi:
Ti vuoi star zitto una buona volta?
La vuoi smettere una buona volta di chiamarmi di notte?
Attenzione perché “la volta buona” si usa diversamente dalla “buona volta”.
Infatti “la volta buona” si usa per indicare l’occasione giusta per risolvere un problema, o anche per indicare la speranza che il problema sia definitivamente risolto:
Dopo tre bocciature, domani sarà la volta buona che superi l’esame di italiano? Così almeno puoi dimenticare questo esame una volta per tutte. Ma vuoi metterti a studiare una buona volta?
Infine c’è “una volta tanto”, locuzione che indica qualcosa che accade molto raramente. Qualcosa di positivo. Esprime però anche rassegnazione, o speranza, o impazienza, o sollievo:
Una volta tanto abbiamo avuto fortuna.
Chissà se vinceremo, una volta tanto. Magari!
Simile ancora a “finalmente” , ma è riferita a una singola occasione. Non stiamo parlando di un problema risolto per sempre.
È quasi uguale a “una buona volta”, però “una volta tanto” sottolinea l’occasione rara (non accade quasi mai) che si è verificata o la speranza che accada, mentre “una buona volta” si usa più quando si è arrabbiati o impazienti per qualcosa che non accade mai.
Allora, ancora una volta non sono riuscito a fare un episodio breve come mi ero prefisso. La prossima sarà la volta buona?
Ve lo dico una volta per tutte però: la precisione non è mai stata il mio forte! Volete capirlo una buona volta?
Khaled: digiunando di mia volontà, non voglio avere torto lamentandomi con chicchessia.
Siamo negli ultimi 10 giorni del mese di Ramadan, quindi tutto sommato, meglio evitare di fare litigi con qualsiasi persona, quand’anche si subisca un torto o danno da questi.
In questi giorni, quando ci si sente offesi, è meglio dire sono un uomo in fase di digiuno , rivolgendosi a Dio con le invocazioni seguendo i riti del mese sacro.
Dobbiamo sentirci all’altezza dal punto di vista spirituale, per il fatto che c’è una notte che vale più di mille mesi di preghiera.
Giovanni: Affrontiamo una questione che riguarda solo i verbi riflessivi. Sapete che i verbi riflessivi sono quei verbi che, detto in modo semplice, si riflettono su sé stessi, cioè si rivolgono su chi parla, tipo pettinarsi, asciugarsi, sposarsi e mangiarsi (una pizza ad esempio!). Ci sono diversi tipi di verbi riflessivi, ma tutti i verbi riflessivi sono accompagnati da un pronome riflessivo: mi, ti, si, ci, vi.
Es:
Io mi lavo le mani
Tu ti asciughi i capelli
Lei si mangia la pizza
Noi ci guardiamo
Voi vi addormentate
Loro si congratulano con me
I verbi riflessivi hanno una particolarità: il participio presente e passato possono dare molti problemi ai non madrelingua. In questo episodio mi interessa soprattutto il participio passato, che si usa decisamente di più.
Vediamo qualche esempio:
Verbo rivelarsi. Il participio passato è “rivelatosi“, che significa “che si è rivelato”.
Es:
Ho creato un sito web per insegnare l’italiano, rivelatosi molto utile tra gli stranieri.
Posso dire ugualmente:
Ho creato un sito web per insegnare l’italiano, che si è rivelato molto famoso tra gli stranieri.
E’ la stessa cosa, non cambia nulla.
Ovviamente se parlo di qualcosa che è femminile, diventa rivelatasi, mentre al plurale diventa rivelatisi e rivelatesi rispettivamente.
La nostra collega, rivelatasi inaffidabile, è stata licenziata (rivelatasi = che si è rivelata)
I nostri colleghi, rivelatisi inaffidabili, sono stati licenziati (rivelatisi = che si sono rivelati)
Le nostri colleghe, rivelatesi inaffidabili, sono state licenziati (rivelatesi = che si sono rivelate)
Questo vale per tutti i verbi riflessivi e solo per questi verbi.
Esempi:
Ho preso una medicina che si è dimostrata inefficace.
Posso dire:
Ho preso una medicina dimostratasi inefficace.
Ho usato il verbo “dimostrarsi“.
Oppure:
Giovanni e Margherita, sposatisi nel 2005, ebbero un figlio di nome Emanuele
Ho usato il verbo sposarsi. Uso “sposatisi” e non “che si sono sposati” perché è più veloce. Ma non è obbligatorio.
Tempo fa, sentitomi male dopo aver mangiati i funghi ho chiamato l’ambulanza
Ho usato “sentirsi male”.
I membri dell’associazione Italiano Semplicemente, esercitatisi alla fine di ogni episodio della rubrica e abituatisi a parlare, hanno migliorato gradualmente il loro livello di italiano.
Emma: Ero giù di corda per via del mio italiano che non migliorava, e avrei buttato tutto in vacca, sennonché, per merocaso, mi sono imbattutain Italiano Semplicemente. Ho avuto lo scrupolodi approfondire, dacché, dal quel momento, ho cambiato registroin toto.
Hartmut: Ah si? In che senso? Dai, non tenermi sulle spine. Spiegamelo meglio, sono tutt’orecchi.
Emma: Guarda, non ti so dire come è andata di preciso. Il metodo ha un certo non socheche magicamente ti dà manforte a giostrare la lingua in maniera efficace e senza stress. Così, tappadopo tappa, il mio italiano sta prendendo forma.
Irina: Su! Non prendertelaper così poco. Questa sera vieni da me e facciamo una capatinainsieme nel sito di Italiano Semplicemente.
Emma: Questa sera? No, non posso. Mi toccaaccompagnare mia suocera a fare la vaccinazione. Ormai si è fatta la mezza, male che vada magarifacciamo un pranzo spartanoal bar qui vicino, ti va?
Irina: Se mi va? Ma certo, su questo non ci piove. A dopo!
Non tutti gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente sono della durata di due minuti, e su questo non ci piove, ma prometto che stavolta ce la farò.
“Su questo non ci piove” è un’espressione, un detto col quale si afferma una certezza, qualcosa di certo, di sicuro, qualcosa sulla quale non abbiamo dubbi. Un’espressione ovviamente colloquiale. Potete anche dire “qui non ci piove!“, dove “qui” non indica un luogo riparato, dove non può cadere la pioggia, ma, come detto una certezza.
Non si ha però certezza sul motivo di questo modo di dire. Perché si dice che non ci piove? Forse la pioggia rappresenta l’incertezza, la precarietà, oppure ci si riferisce alla “pioggia di critiche“, espressione che indica una elevata quantità di critiche. Non si sa in realtà.
Non importa l’origine comunque. L’importante è che anche col tono si esprima sicurezza e certezza in ciò che si dice.
Ho ragione io, su questo non ci piove!
Ho visto Giovanni, sono sicuro che era lui. Su questo non ci piove!
Irina: Oggi ho litigato con un tizio per il parcheggio oggi. *Per quanto,* credo avesse ragione lui. Ma mi sono innervosito *per via* del suo tono scortese, e mi è partito un insulto!
Mariana: vedi di munirti un po’ di pazienza per non finire col passare dalla parte del torto.
Emma: vedi un po’! Senno c’è rischio che tu possa finire in galera!.
Irina: invece l’avrei anche mandato a quel paese, senza neanche dire una mezza parola.
Oggi parliamo del torto, che è un termine strano perché ha un sacco di significati diversi. In ogni caso si pronuncia con la o aperta.
Gli utilizzi più comuni però sono tre, tutti molto utilizzati. Il senso si comprende a seconda del verbo che si usa.
Infatti “avere torto“, ad esempio, è il contrario di avere ragione.
Io ho ragione e tu hai torto!
Molto utilizzata è soprattutto la frase “non avere tutti i torti” per indicare che c’è qualcosa di vero in quello che dice una persona.
E’ importante sapere che “avere torto” si può anche dire “essere in torto“, oppure “essere dalla parte del torto“.
Poi c’è dare torto.
Se io riconosco che tu hai ragione, allora io “non ti do torto“, o “non posso darti torto” mentre se non sono d’accordo con te devo darti torto, che è come contraddire una persona, cioè esprimere opinione contraria alla sua.
Fondamentalmente avere torto e dare torto si usano quando le opinioni, con le quali si può essere d’accordo o meno, sono accompagnate da pretese: qualcuno pretende qualcosa, crede di aver ragione o più spesso crede di aver diritto a qualcosa, ma questa persona ha torto. Oppure non ha affatto torto, perché le sue pretese sono legittime. Come dargli torto in questo caso?
In questi casi si usano spesso anche le locuzioni “a torto” e “a ragione” e dovete stare attenti perché non si tratta stavolta del verbo avere. “A torto” e “a ragione” si scrivono senza la lettera acca. “A” è la preposizione semplice.
Es:
Giovanni pretende di essere rispettato a ragione.
Vuol dire che le sue ragioni sono fondate, vuol dire che Giovanni fa bene a pretendere rispetto, perché sta nella ragione.
Io, dopo 20 anni di lavoro, a ragione pretendo un aumento di stipendio.
Anche questa non sembra una richiesta ingiusta.
Mario si lamenta a torto.
Quindi non è opportuno che Mario ai lamenti. Non fa bene Mario a lamentarsi.
“A torto” significa senza avere una ragione valida, quindi indica l’infondatezza o l’inopportunità di un atto o di un’opinione o di una presa di posizione.
Sofia crede, a torto, che io abbia qualcosa contro di lei.
Quindi, cara Sofia, io non ho niente contro di te. Se lo credi lo fai a torto.
Posso anche usare entrambe le locuzioni nella stessa frase. Una cosa che avviene spesso:
A torto o a ragione, chi rompe paga.
Cioè: non importa se hai torto o ragione. Ciò che si rompe si paga sempre.
Passiamo al secondo uso più frequente. Si usano in questo caso soprattutto i verbi fare e subire.
Fare un torto e subire un torto.
In questo caso un torto è un’ingiustizia, un’azione ingiusta o almeno immeritata. A volte anche semplicemente ingiuriosa.
Quando facciamo un torto ad una persona abbiamo una mancanza nei suoi confronti. Facciamo o diciamo qualcosa di ingiusto, a volte non apprezzando nel modo dovuto il suo operato, altre volte trattando diversamente una persona dalle altre, senza motivo.
Bisogna combattere per difendere i più deboli e riparare i torti subiti.
I torti quindi si fanno e si subiscono, cioè si ricevono e sono sempre ingiustizie.
Si usa molto spesso dire:
Non far torto a nessuno
Si usa quando si vuole trattare tutti allo stesso modo.
Es:
Per non far torto a nessuno, tutti avranno 2 ore per finire il compito.
Bisogna stabilire chi ha diritto a vaccinarsi per primi, senza far torto a nessuno.
Notate che fare un torto non significa essere in torto, cioè avere torto. Nel primo caso è un’ingiustizia, nel secondo caso si tratta di aver ragione oppure torto.
Il terzo uso di “torto” è quando uso il verbo torcere, che significa avvolgere qualcosa su sé stesso una o più volte, con un movimento a spirale. Si può torcere un filo, torcere la biancheria, dopo averla lavata, per farne uscire l’acqua.
Si usa soprattutto nell’espressione “torcere un capello” che significa far del male fisicamente. Ovviamente “torto” è il participio passato. Si usa soprattutto con la negazione: non torcere un capello, col senso di non fare alcun male.
Non ti abbiamo torto un capello!
Cioè non ti abbiamo fatto male, non ti abbiamo neanche toccato, non ti abbiamo causato nessun danno fisico.
Non ho mai torto un capello ai mei figli, neanche quando mi hanno fatto molto arrabbiare!
Il mio cane è buonissimo e non ha mai torto un capello a nessuno.
Allora adesso se qualcuno mi fa notare che abbiamo ampiamente superato i due minuti, non posso sicuramente dargli torto, ma a torto o a ragione, ho ritenuto necessario essere esaustivo su questo argomento. Non voleva essere un torto nei vostri confronti. Questo significa che non c’era la volontà di fare un torto a nessuno.
Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri dell’associazione di produrre un bel ripasso.
Buongiorno ragazzi, oggi ci soffermiamo sui termini mossa e mosse, che è il plurale.
Cosa sono le mosse?
Sembra un sostantivo vero? Infatti c’è l’articolo.
Mosso però è il participio passato del verbo muovere, quindi indica movimento.
Infatti una mossa è proprio questo: un movimento di una persona o di un animale o anche del movimento di una parte: un braccio, una gamba eccetera.
Quindi una mossa è come un atto, un gesto, un movimento appunto.
Quando si usa?
Si può usare ad esempio come sinonimo semplice di movimento, in genere accompagnato da un aggettivo che descrive questa mossa. Generalmente un movimento singolo e rapido, ma non solo:
Il bambino ha fatto una mossabrusca col braccio e si è fatto male Il mio collo ha fatto un’insolita mossa
Ho avuto una mossa involontaria col piede e ho rotto la sedia
Franco mi ha fatto una mossa con la testa e io ho capito che era d’accordo
Mentre parla, Mario fa molte mosse con la testa
Ma oltre che indicare un singolo movimento fisico del corpo o di una parte del corpo, le mosse sono anche dei comportamenti, degli atteggiamenti, in genere indicano qualcosa di negativo, ma non sempre:
Lucia somiglia alla madre anche nelle mosse
Come a dire che Lucia si comporta fisicamente come la madre, sembra la madre quando si muove.
Non fare tutte quelle mosse, con me non funziona.
Qui si intende, con mosse, proprio un modo fi fare, un atteggiamento finto, forzato, a volte una finta gentilezza, ma esagerata. Tanto esagerata che si riconosce.
Giovanna fa sempre troppe mosse con i ragazzi della sua età. Non è per niente naturale
La mossa è anche un movimento iniziato ma non terminato:
Mario ha fatto la mossa di darmi uno schiaffo ma poi si è fermato
Mi hai invitato a cena ma non hai neanche fatto la mossa di pagare il conto. Che maleducato.
Da questo esempio “una mossa” si capisce come indica l’intenzione di fare qualcosa. Posso anche dire:
Non doveva pagare lui, ma a me bastava la mossa!
Posso usare anche “gesto” in questo caso.
In ogni caso si sta parlando di manifestare, mostrare una intenzione, una volontà di fare qualcosa. Il verbo da usare è fare: “fare la mossa di” seguito dal verbo all’infinito.
Poi, una mossa si usa anche in alcune espressioni tipo:
Datti una mossa!
Cioè: sbrigati, muoviti, fai in fretta. Questo è “darsi una mossa“.
Ma le mosse (al plurale) si posso dare anche agli altri. “Dare le mosse” significa spingere, stimolare a fare qualcosa. Ad esempio:
Il sito Italianosemplicemente.com darà probabilmente le mosse a qualcuno per insegnare la propria lingua con lo stesso metodo.
Il tuo esempio darà le mosse anche ad altri
In realtà non solamente una persona può dare le mosse.
La pandemia ha dato le mosse all’Italia per una forte innovazione tecnologica e digitale.
Un significato interessante è poi quello che deriva dalla strategia. Nel gioco degli scacchi, quando si muove un pezzo sulla scacchiera, quella è una mossa:
Tocca a te fare la mossa, poi tocca a me.
Che mossa fai adesso?
Adesso muovo il cavallo! Questa è la mia mossa.
Sono bravissimo, ti faccio scacco in tre mosse!
Allora ogni volta che si parla di strategia, questa parola “mossa” indica bene un’azione che un individuo o un gruppo compie scegliendola tra le varie possibili.
La prossima mossa del governo sarà quella di abbassare le tasse
Oggi compirò la mossa decisiva a scuola: mi farò interrogare in matematica!
Non sarà una mossa azzardata licenziarsi dal tuo lavoro?
Bravo, questa sì che è una bella mossa!
In amore si dice sia l’uomo che deve fare la prima mossa
In senso figurato esistono infine varie espressioni, in cui si usa soprattutto il plurale: mosse.
“Prendere le mosse” ad esempio, che significa iniziare a fare qualcosa (in genere iniziare a parlare) partendo da un punto di riferimento, o anche prendere a modello, prendere a esempio, simile a prendere lo spunto, che abbiamo già visto.
Il presidente, appena iniziato il discorso, ha preso le mossedalle ultime vicende europee.
Quindi il presidente ha iniziato a parlare agganciandosi alle ultime vicende europee, a qualcosa che ultimamente è accaduto a livello europeo.
“Prendere lo spunto” è spesso più simile a “imitare”, invece “prendere le mosse” va usato proprio nel senso di agganciarsi a qualcosa, anche come un semplice “iniziare“, o “dare inizio“, o “fornire l’occasione giusta“. E’ più elegante però.
Nel mio racconto prendo le mosse dal 2019, quando è iniziata la pandemia
L’indagine ha preso le mosse da un altro procedimento penale che era già in corso
Il nostro progetto ha preso le mosse nel 2015 e da allora non ci siamo più fermati
Si tratta quindi di un modo diverso per indicare un inizio.
Se ci pensate, molto spesso accade che prendere e dare le mosse hanno lo stesso utilizzo:
Se si prendono le mosse da qualcosa o da qualcuno, è questo qualcosa o qualcuno che dà le mosse.
Se io prendo le mosse da te, tu dai le mosse a me.
Dipende quindi dal punto di vista da cui si guarda.
La pandemia ha dato le mosse ad una forte innovazione tecnologica
L’innovazione tecnologica prende le mosse dalla pandemia
Adesso ripassiamo: chi fa la prima mossa?
Sofie: la faccio io la prima mossa. Perché non rispolveriamoqualche espressione passata? Non fosse che per impressionaretutti sulle nostre capacità linguistiche?
Ebbene, una forma particolare di sfizioè quella che consiste nel togliersi un sassolino dalla scarpa.
Lo sfizio, abbiamo detto, è qualcosa che si toglie, qualcosa che vogliamo toglierci. Anche i sassolini dalla scarpa è qualcosa che possiamo toglierci, che possiamo estrarre, tirar via dalla nostra scarpa.
Sono fastidiosi i sassolini quando entrano nelle scarpe, non è vero?
Per questo motivo non vediamo l’ora di toglierceli per ricevere questa soddisfazione.
Questa ovviamente è un’immagine figurata ma rende molto bene l’idea del fastidio.
Questa espressione si può usare quando non ce la fate più a sopportare una situazione. In genere si tratta di dire qualcosa a qualcuno tipo:
È un po’ di tempo che voglio dirti che non ti sopporto più!
Caro direttore, le posso dire una cosa? Lei è veramente un ignorante!
Ahhhhh, finalmente mi sono tolto questo sassolino dalla scarpa!
Adesso ripassiamo un po’ qualche espressione precedentemente spiegata.
Mariana: Ciao Irina, come stai? Senti, mi sto preoccupando, non parliamo da illo tempore.
Irina. Scusa Mariana, ero occupatissima. Sai, mi sono messa in proprio: Un piccolo caffè aperto solo da pochi giorni. Non ti dico guarda! È una merapazzia con questa burocrazia.
Mariana: E purtroppo bisogna mettere anche dei palettial divertimento. Manca il tempo per togliersi lo sfiziodi uno svago. Quasivivessi solamente per il lavoro.
Irina: eh già, ma adesso bando alle ciance, perché non ci incontriamo e prendiamo un caffè insieme? Ti aspetto nel mio caffè. Se tanto mi dà tanto avremmo molto da raccontarci.
Mariana: Con tanto piacere. A dopo allora. Sto scalpitandodi vederti.
Giovanni: Siamo arrivati all’episodio n. 512 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi parliamo dell’altezza. Precisamente parliamo di “essere all’altezza“, una locuzione che può essere usata in due modi diversi.
Prima di tutto, essere all’altezza di qualcuno, cioè di una persona, significa essere al suo livello.
Ad esempio posso dire:
Un pugile ha dimostrato di essere all’altezza del suo maestro.
Oppure:
Un pugile si è dimostrato all’altezza del suo maestro.
Queste due frasi, che hanno lo stesso significato, vogliono dire che un pugile ha dimostrato di essere un atleta bravo come il suo maestro.
Se parlo di qualcosa, e non di qualcuno:
Non sono all’altezza di fare questo esercizio
In questo caso sto dicendo che non sono in possesso dei requisiti per fare questo esercizio, ma si usa normalmente quando si parla di sfide e di compiti. Non sono all’altezza di affrontare questo compito, questa sfida:
In entrambi i casi, si ha un livello di riferimento. Questo livello è rappresentato da una persona (come “il suo maestro”) o la difficoltà di una sfida.
Hai le capacità di superare questo livello? Ce la puoi fare? Allora sei all’altezza. Altrimenti non sei all’altezza di questo compito o di questa persona.
Normalmente, quando si vuole indicare un livello da superare, come un livello di preparazione o di bravura, si usa “essere in grado” di fare qualcosa, cioè essere capace di fare questa cosa.
Ma se si parla di altezza si parla di qualità globali, spesso anche morali. L’altezza viene spesso legata all’animo, alla moralità, alla magnanimità o alle facoltà intellettive in generale.
Si usa spesso “essere all’altezza della situazione“, dove la situazione è proprio il compito da affrontare. Si parla quindi della capacità di saperne valutare la gravità, affrontando e risolvendo le difficoltà che presenta.
Ma l’altezza è anche un concetto geometrico: l’altezza di un triangolo, l’altezza di una piramide eccetera.
Non è un caso che “essere all’altezza” si utilizza anche quando si danno indicazioni stradali, quindi se venite in Italia e chiedete indicazioni ad un italiano, tipo:
Scusi, dove si trova il museo delle cere?
Risposta:
Si trova all’altezza di Piazza Venezia.
Si parla di luoghi dunque e essere o trovarsi all’altezza di un luogo significa semplicemente “essere vicino“, “trovarsi vicino” a un luogo. Ma è una vicinanza che si utilizza specialmente per indicare un punto di riferimento per far capire dove si trova qualcosa esattamente o dove è avvenuto un evento esattamente.
Andate verso il centro, e quando vi trovate all’altezza del Colosseo, provate a chiedere informazioni a qualcuno.
Quindi all’altezza sta per “vicino” un luogo, “presso” un luogo, “nelle vicinanze” di un luogo.
Stamattina, in via Giulia, all’altezza di piazza Esedra, c’è stato un incidente.
Per lavori stradali chiude la strada che collega Roma a Fiumicino all’altezza di via della Magliana.
Questa strada che collega Roma a Fiumicino è abbastanza lunga, allora per far capire in quale punto ci saranno i lavori stradali, indico “via della magliana” come punto di riferimento generale.
Attenzione adesso, perché “essere all’altezza di un luogo” può anche indicare qualcosa che non ha sufficienti qualità.
Es:
Il ristorante dove siamo andati a pranzo oggi, al centro di Roma, non è all’altezza del luogo.
Significa che questo ristorante non raggiunge il livello di qualità richiesto. Da un ristorante che si trova in quel luogo ci si aspetta di più.
Quindi sto facendo un confronto tra ciò che mi aspetto e quello che ho notato.
Allo stesso modo posso dire:
Lo studente non è all’altezza del nostro liceo.
Nel senso che dal nostro liceo viene richiesto un livello di preparazione molto alto e lo studente non raggiunge questo livello.
Adesso vediamo se i membri dell’associazione Italiano Semplicemente si dimostrano all’altezza di un ripasso:
Siamo arrivati all’episodio n. 511 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente e stavolta riuscirò a rientrare nei due minuti di tempo.
Oggi parliamo del termine “vivaddio”, scritto generalmente in una sola parola, che, secondo i dizionari, è un’esclamazione fortemente asseverativa, cioè è una esclamazione con la quale si afferma qualcosa con una certa decisione.
Questo episodio, vivaddio, durerà non più di due minuti!
Voi tutti state pensando che non ci riuscirò, ma, vivaddio, stavolta non accetto compromessi!
Si usa vivaddio quindi per dare maggiore efficacia a un’affermazione:
Se mi prendete in giro, dovrete fare i conti con me, vivaddio!
Se però si va a vedere l’utilizzo che se ne fa, basta guardare ad esempio le notizie su internet, si usa anche come alternativa a “fortunatamente“, con un senso a volte vicino a “era ora“, o anche “meno male” o “per fortuna che è così“. Chiaramente c’è un’allusione a Dio, e dire “vivaddio” è come in qualche modo ringraziare Dio che le cose stiano in questo modo.
Vediamo qualche esempio:
Da quanto tempo, vivaddio, l’Italia non giocava così bene una partita?
Hai sgridato tuo figlio tante volte, ma ora, vivaddio, ha finalmente capito.
Le parole nuove si dimenticano facilmente, ma vivaddio esistono i ripassi dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Ulrike: Giovanni chiede un ripassino. Ho sentore che alluda ad un nuovo episodio.
Komi: sì, ed è anche breve, quindi dobbiamo giocoforza fare un breve ripasso.
Irina: per quanto, i ripassi non dovrebbero essere conteggiati nei due minuti
Hartmut: E noi come di consueto, non ce la sentiamo di eludere compiti di questo tipo.
Ecco un’altra parola della lingua italiana che può creare problemi: “quanto”.
Preparatevi perché questo episodio vi piacerà molto, ma allo stesso tempo non dobbiamo pensare al tempo. Detto in poche parole, non aspettatevi un episodio di due minuti, anche perché sono praticamente già passati.
Voglio parlarvi in particolare di “quanto” , preceduto dalla preposizione “per” .
Vi assicuro che per quanto possa sembrare semplice, questa locuzione può creare parecchi problemi ad un non madrelingua.
Adesso vediamo meglio cosa voglio dire.
Prima di tutto, quanto può indicare una quantità, allora posso dire:
Per quanto tempo ancora studierai oggi? Due ore?
Vuoi vendermi la tua automobile? Per quanto me la vendi? Me la vendi per 1000 euro?
In queste frasi a volte “per” possiamo anche ometterla, e altre volte posso anche sostituirla con altre preposizioni:
Quanto tempo ancora studierai oggi?
Stesso significato.
A quanto me la puoi vendere l’automobile?
Fortunatamente (si fa per dire) ci sono casi in cui “per quanto” va interpretato diversamente:
Per quanto io mi sforzi, non riesco proprio a concentrarmi oggi.
Per quanto lui si applichi nello studio, ha ancora troppo fa recuperare.
Per quanto io possa essere fedele a mia moglie, di fronte a una fotomodella disponibile non saprei resistere.
In questo caso si vuole indicare qualcosa di ancora non sufficiente per ottenere un risultato. Simile a “nonostante“, “anche se“, “sebbene“, ma c’è una quantità o un livello insufficiente.
Abbiamo anche un altro modo di usare “per quanto“:
Per quanto ho studiato mi fa male la testa
Non riesco a muovermi perquanto ho mangiato
Tutti mi invidiano per quanto piaccio alle donne
In questo caso si sottolinea qualcosa di eccessivo, che ha raggiunto un limite massimo non ben definito che sta producendo o ha prodotto un effetto, un risultato.
Simile, ma dal risultato opposto, è quando voglio indicare l’inutilità di un’azione:
Per quanto gridasse, nessuno lo sentì.
Si usa con un significato ancora simile a “nonostante” anche prima di un aggettivo o un avverbio e in questi casi si vuole indicare qualcosa che si ritiene improbabile che accada:
Per quanto stupido, Giovanni si accorgerà che lo stiamo imbrogliando
Per quanto malvolentieri, dovrò rinunciare al mio viaggio in Italia quest’anno.
Non c’è quindi una quantità o un livello stavolta. Ma poco cambia.
Esiste anche la locuzione “per quanto sia“, molto simile a “nonostante tutto“, che si può usare quando giungiamo ad una conclusione, esprimiamo un pensiero, un giudizio che è abbastanza solido e non può essere ancora messo in discussione. Es:
Tutti dicono che Giovanni è sincero, ma per quanto sia, io non riesco a fidarmi.
È vero, i vaccini sono sicuri, ma per quanto sia, preferisco non rischiare
C’è anche “per quanto possibile” o “per quanto sia possibile“:
Ti aiuterò per quanto possibile
Per quanto sia possibile, bisogna evitare affollamenti nei locali
Un altro modo molto diffuso di usare per quanto è nella locuzione “per quanto riguarda“, o, più formalmente: “per quanto concerne“, o “per quanto attiene“.
Si usa questa locuzione per introdurre un argomento da trattare, di solito dopo aver terminato un precedente discorso su altre questioni.
Poi c’è anche “per quanto mi risulti” o “per quanto ne so io“, locuzioni equivalenti a “che io sappia” e che servono a limitare l’ambito della risposta. Analoghe locuzioni sono “per quanto ho visto“, “per quanto ho potuto vedere” e simili. In questi casi Spesso si usa anche “quello”.
Es. “per quello che ne so..”
Infine, l’uso che troverete più strano è quando si usa al posto di ma, benché, tuttavia (attenti anche alle pause):
Ok, non sei d’accordo con me. Voglio ascoltarti, per quanto, sono sicuro di quello che dico.
Gli esperti dicono che la casa crollerà. Bisogna assolutamente andar via da questo posto, per quanto, io abbia molti dubbi in proposito.
Non credo valga la pena di andare a vedere la partita Roma- Barcellona, per quanto, in passato la Roma abbia giocato bene a volte contro le grandi squadre.
A tal proposito, vi avverto che a volte è molto difficile per un non madrelingua capire il senso di una frase.
Come detto a volte “per quanto” significa “nonostante”, altre volte sta per “benché”, altre ancora indica un eccesso. Allora notate l’importanza di usare l’indicativo o il congiuntivo per capire il significato:
Per quanto ho dubbi, preferisco non rischiare (ho troppi dubbi per rischiare)
Per quanto abbia dubbi, preferisco rischiare (nonostante abbia molti dubbi, preferisco rischiare)
Notate come i numerosi utilizzi di questa locuzione, che a volte hanno qualcosa in comune, la rendono utilizzabile per ogni possibile argomento.
Se ad esempio devo fare un esame di italiano:
Per quanto io abbia studiato, mi sento ancora molto impreparato.
Per quanto ho studiato, ho un mal di testa terribile.
Ho studiato molto, per quanto, ci sono alcuni argomenti in cui avrei difficoltà a rispondere.
Per quanto tempo ancora dovrò studiare per sentirmi preparato?
Bene. Vi consiglio di ascoltare l’episodio più volte e di cercare su internet la frase “per quanto”, specie su google news.
Adesso, per quanto abbiamo ampiamente superato il tempo che ci era concesso, occorre riservare spazio per un per quanto breve, ripasso:
Irina (California): Giovanni, dilungarsi così, senza tener conto del tempo, non va bene. Sembra quasi tu voglia mettere alla prova la nostra pazienza.
Mariana (Brasile): averne di episodi come questi però!
Anthony (Stati Uniti): sicchétu sei favorevole agli episodi più lunghi?
Veronica (Brasile): anche io lo sono, purchésiano interessanti però. E questo lo è stato parecchio. Tant’è veroche lo ascolterò un paio di volte ancora.
Wilde (Brasile): pur di non lasciare niente in sospeso, Gianni si espone anche alle nostre critiche. Però dopo cotantoepisodio, come si fa a contestare?
Khaled (Egitto): infatti. Ragion per cui io, se non fosse per il Virus, lo inviterei a cena per ringraziarlo
Episodio 509 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Siamo quasi arrivati a 510.
A proposito di “quasi“. Non so se vi siete mai chiesti in quanti modi può essere usato questo avverbio.
Il modo che conoscete tutti è sicuramente quello in cui significa “poco meno che“, “un po’ meno di” cioè una misura non tanto inferiore alla completezza. Simile a circa, pressappoco, ma “quasi” indica che si è molto vicini a qualcosa, un luogo o una quantità, una caratteristica. Siamo vicini ma non ci siamo ancora.
Tipo:
Siamo quasi arrivati a Roma
Il bicchiere è quasi pieno
Sono quasi soddisfatto
Il lavoro è quasi finito
Il panino l’ho pagato quasi 10 euro
Eccetera.
Un uso particolare di quasi è invece quando si utilizza nel senso di “come se“.
Mi hai guardato quasi fossi un alieno
Cioè:
Mi hai guardato come se fossi un alieno.
Camminava lentamente quasi avesse 100 anni.
Cioè:
Camminava lentamente come se avesse 100 anni.
Giovanni ha divorato il pranzo quasi non mangiasse da una settimana.
cioè:
Giovanni ha divorato il pranzo come se non mangiasse da una settimana.
Avrete sicuramente notato che in questo caso si usa il verbo al congiuntivo. Niente di male, niente di strano perché è la stessa cosa che facciamo quando usiamo “come se“.
Voglio inoltre farvi notare che si può anche raddoppiare il quasi, che diventa “quasi quasi“. Si usa quando voglio esprimere un giudizio o una decisione che sta cambiando. Si usa soprattutto quando si ha una tentazione di fare qualcosa, ma non sono ancora deciso:
Veronica (Brasile) Siamo alle solite, ossia sarà Gianni a farlo questo benedetto ripasso?
Ulrike (Germania) Non sia mai! Cerchiamo di terminarlo noi. Siamo già a buon punto. Altrimenti Gianni potrebbe perdere la bussolaper via del fatto che non ci applichiamo abbastanza.
Episodio 508 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Se siete arrivati fin qui evidentemente ancora non ne avete fin sopra i capelli di Italiano Semplicemente.
Spero che non arriverà mai quel momento. E allora oggi vorrei parlarvi proprio dell’espressione “averne fin sopra i capelli“.
Averne fin sopra i capelli è una simpatica espressione che esprime una forma di stanchezza per qualcosa. Non parlo di stanchezza fisica ma della stanchezza intesa come atteggiamento caratterizzato da una progressiva riduzione dell’interesse per qualcosa, dovuta a sazietà, sfiducia o delusione.
Questa progressiva riduzione spesso riguarda anche la pazienza.
Quando vi trovate in questa condizione, si dice normalmente di essere stufi.
Stufarsi di qualcosa è esattamente questo.
C’è di mezzo la pazienza e quindi la sopportazione, cioè la capacità di esercitare a lungo la pazienza.
Quando arriviamo al punto di non poterne più, quando cioè la sopportazione finisce, ci sono diversi modi di dire in italiano, ad esempio:
La goccia che fa traboccare il vaso
Abbiamo un vaso (un contenitore che rappresenta la nostra capacità di sopportazione) e questo vaso è completamente pieno di acqua (che rappresenta tutto ciò che abbiamo già sopportato).
Adesso non c’è più spazio per altre cose che possiamo sopportare. Quindi basta una sola goccia a far traboccare il vaso.
In questo modo di dire si usa l’efficace metafora del contenitore per indicare il grado di sopportazione.
La stessa metafora del contenitore è quella usata anche nell’espressione “averne fin sopra i capelli”.
I capelli rappresentano la parte più in alto del nostro corpo, proprio come la fine del vaso dalla quale trabocca l’acqua in eccesso.
Perché si usa averne?
Tutto viene dall’espressione “averne abbastanza“, che ha ugualmente il significato di “essere stufi“.
È stato uno dei primi episodi di italiano semplicemente di cui vi inserisco il link nella trascrizione dell’episodio. Averne abbastanza è la versione “soft” di “averne fin sopra i capelli”.
Del tutto simile anche a “non poterne più“, che abbiamo ugualmente visto insieme qualche tempo fa.
Notare che le tre espressioni usano la preposizione “di”:
Non ne posso più di te
Ne ho abbastanza di te
Ne ho fin sopra i capelli di te
“Fin” significa “fino” quindi indica un limite massimo. “Fin sopra i capelli” significa “fino a sopra i capelli“, ad indicare che la nostra sopportazione è arrivata nella parte più alta possibile, anzi, persino più in alto!
Vi faccio qualche esempio:
Basta, ne ho fin sopra i capelli di te, delle tue scuse, del tuo atteggiamento irrispettoso nei miei confronti. Voglio il divorzio!
Gli italiani ne hanno fin sopra i capelli del Covid. Non ne possono più di stare a casa. Ne hanno abbastanza di tutta questa situazione.
Rauno: stavo pensando che, ammesso e non concesso che avremo la meglio sul Covid, voglio fare un bel viaggio.
Lia: non appena ci sarà l’opportunità, voglio recuperare il tempo perduto anch’io.
Mariana: oramai il 2020 è andato.Peccato, ma a dire degli esperti, tra poco ne usciremo.
Anthony: sarà… Senti, io finché non vedo, non credo! Prima di cantarvittoria aspettiamo il fischio finale!
Episodio 507 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi parliamo dell’espressione “avercene“, che deriva dal verbo avere e che si usa quando vogliamo sottolineare l’importanza di qualcosa o qualcuno.
Esattamente si sta parlando di esprimere questa importanza attraverso il desiderio di “avere” qualcosa o qualcuno di simile alla cosa di cui vogliamo sottolineare le qualità.
Se ad esempio vogliamo sottolineare che Mario è uno studente perfetto, che studia, uno studente educato e disciplinato, che non crea problemi, rispetto a tanti altri studenti che invece hanno meno qualità, posso dire:
Avercene di studenti come Mario!
Questo significa che le qualità di Mario non sono molto comuni, e che ci piacerebbe avere molti studenti come lui. Stiamo esprimendo quindi la mancanza di studenti come lui, con le sue qualità.
Vediamo altri esempi. Se io parlo con un amico e dico:
Mio figlio ha un problema a scuola. Non sa se avrà la media del 9 o quella del 10.
Il mio amico potrebbe rispondermi:
Avercene di questi problemi!
Capite che in questo caso la risposta è ironica. Il mio amico dice che anche a lui piacerebbe avere di questi problemi, cioè a lui piacerebbe avere problemi come questi, perché non sono questi i veri problemi. Questo è il senso della sua risposta.
A volte si usa anche “ad avercene“. Ma non cambia nulla. Stesso significato.
Si usa spesso per evidenziare la differenza tra qualcosa o qualcuno che ha molte qualità rispetto ad altro o altre persone. In questo senso allora stiamo evidenziando sia la qualità di uno, sia la mancanza di qualità degli altri.
Un allenatore di una squadra di calcio, di fronte a delle critiche rivolte ad uno dei suoi calciatori, per sottolineare che lui non è d’accordo, può dire:
Avercene di calciatori come lui!
Come a dire: lui non va criticato, perché le sue qualità sono molte di più delle sue debolezze o mancanze.
Molto spesso si trova poi una forma alternativa: “averne“. La particella “ce” si riferisce a noi, analogamente a “averci”. È la stessa cosa comunque di avercene. La cosa che conta è la preposizione che segue: “di”.
Averne di questi problemi!
Averne di studenti come Mario!
In questo caso è più comprensibile il significato:
Mi piacerebbe averne di più di studenti come Mario.
Sarebbe bello avere sempre problemi di questo tipo.
Sarebbe bello averne sempre di questi problemi (“ne” rappresenta i problemi)
Ad avercene di questi problemi! (versione più espressiva e colloquiale) Avercene di studenti come Mario.
Adesso ripassiamo qualche espressione degli episodi precedenti. Ci aiuterà qualche membro dell’associazione. Averne di membri così! Bogusia (Polonia): sì è parlato molto male del vaccino Astrazeneca. Ma standoai dati sulle reazioni avverse ai vaccini sembra che Astrazeneca sia persino meno pericoloso degli altri. Mariana(Brasile):in che senso? Ti sei sincerata che non sia una notizia falsa?
Veronica (Brasile): l’ho letto anch’io. Adesso spero che i governi ne prendano atto.
Anthony: speriamo. Al di là di questo però, la cosa più importante è che funzionino sempre, anche con le varianti, sennò il prossimo anno siamo da capo a dodici.
Un tuo amico ha un esame scritto di lingua italiana e sta aspettando il risultato. Ma prima di sapere l’esito dell’esame, lui già esulta e dice che sarà sicuramente promosso.
Tu quale consiglio gli dai?
E cosa dici a te stesso quando la tua squadra del cuore vince ma mancano ancora 5 minuti alla fine della partita?
La risposta è:
Aspetta a cantare vittoria!
E’ proprio questa l’espressione del giorno: “cantare vittoria” significa proprio questo: proclamarsi vincitore, esultare per un successo.
Si può usare “cantar” oppure “cantare“. È la stessa cosa
Questa espressione si utilizza solamente quando questa proclamazione, questa esultanza, questa gioia per aver vinto è ancora prematura.
E’ ancora troppo presto, bisogna aspettare, non è ancora detto.
Aspetta a cantar vittoria!
Una frase semplice, in fondo, dove usiamo il verbo “cantare”, che esprime proprio la gioia che proviamo per il successo che però deve ancora venire. Non è ancora sicuro.
Naturalmente non parliamo sempre di sport, ma di un “successo” in generale. Vediamo qualche altro esempio:
Ho contattato l’agriturismo per la riunione dei membri dell’associazione, ai primi di luglio 2021. Il problema Covid dovrebbe essere più o meno risolto per quel periodo, ma aspettiamo ancora a cantar vittoria.
Si sa che cantar vittoria troppo presto equivale a vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso...
Si usa molto spesso anche questo modo di dire, che ha lo stesso significato di “cantar vittoria“: farsi illusioni troppo presto su qualcosa che in realtà non è scontato e, aggiungo, neanche facile da ottenere.
Anthony (Stati Uniti): C’è chi preferisce la grammatica alla ripetizione, ma checché se ne dica, il ripasso è sempre più adatto per un miglioramento della lingua.
Mariana (Brasile): Giusto. In questo modo le espressioni precedenti possono prendere piede nella nostra mente. Questa forma di studio fa proprio al caso mio.
Sei contento? Sei contenta?
Se lo sei, allora saprai sicuramente cos’è un contentino.
Purtroppo però il contentino non è un piccolo contento! Non esiste il piccolo contento!
Se io sono contento, potrei dire che sono felice, sebbene la felicità non equivalga esattamente alla contentezza.
Infatti la contentezza è uno stato d’animo simile alla felicità, ma è più relativo a una soddisfazione per un episodio accaduto, mentre la felicità è più grande, più importante, coinvolge il soddisfacimento dei maggiori desideri della propria vita, un appagamento totale.
Il contentino invece è un premio di consolazione. Che significa? Significa che avere un contentino non ci dà la felicità, e neanche la contentezza, ma qualcosa in meno, solo per non essere completamente insoddisfatti. A questo serve il contentino, a non essere completamente insoddisfatti.
In realtà non fa piacere ricevere un contentino, perché somiglia molto ad una presa in giro.
L’uso più frequente di questo termine è nell’espressione “dare un contentino“, che consiste in un piccolo premio o altra cosa in sostituzione di quanto si doveva dare. Il contentino quindi viene dato solo per non scontentare totalmente l’altra parte, l’altra persona, per non far restare troppo male questa persona, che si aspettava qualcosa in più. In questo modo questa persona non protesterà o comunque sarà meno delusa.
Es:
Un bambino che si aspetta un bel cellulare nuovo, fiammante, come regalo di compleanno riceve invece un walky talky, che rappresenta il contentino per non farlo piangere.
Chi si aspetta un cagnolino potrebbe invece ricevere, come contentino, un bel peluche che abbaia con le pile.
In tempi di crisi economica causata dal Covid, le famiglie che hanno perso un lavoro devono accontentarsi del contentino che gli dà il governo, qualche centinaio di euro al mese.
Il termine contentino allora è sicuramente legato all’avverbio “almeno“, che esprime, in modo simile, un qualcosa di cui accontentarsi, simile a “soltanto”, “solamente”, “se non altro”, quindi qualcosa di piccolo o meno importante che è sempre meglio di niente.
Adesso possiamo ripassare qualche espressione già spiegata, ma non ascolterete la voce di madrelingua italiani. Speriamo che come contentino possano andare bene anche le voci dei membri dell’associazione.
Rauno (Finlandia)
Ma come sarebbe a dire defezione? È un parolone direi. È risaputo nel gruppo che lei oggi si è vaccinata. Ovviamente sta paventando eventuali postumi del vaccino.
Emma (Taiwan)
Certo, penso ne abbia ben donde. Però benché ci sia qualche rischio di danni collaterali dei vaccini, io sto scalpitando nell’attesa del mio turno.
Irina (Stati Uniti)
Anch’io! Sono convinta che la paura di eventuali rischi di subire gravi danni in seguito ad un’infezione da Covid lasci il tempo che trovi.
Carmen (Germania)
Speriamo che saranno all’altezza in merito. Però malgrado tutti i dubbi, l’unica via d’uscita dalla pandemia è la vaccinazione della stragrande maggioranza dei cittadini di ogni paese. Si parla di una percentuale pari a qualcosa comeil 70 o l’80 percento. Altro che storie!
Oggi ci occupiamo dello sfizio, parola diffusissima in tutta Italia, ma di uso colloquiale.
Lo sfizio è una specie di desiderio, ma un desiderio particolare, un desiderio capriccioso.
In effetti sfizio e capriccio sono due sinonimi, e indicano entrambi la voglia di qualcosa.
Non si tratta di desideri importanti, tipo desiderare la pace nel mondo o di avere una famiglia. Gli sfizi sono voglie capricciose, desideri di cose abbastanza futili, di poca importanza; quei desideri che vogliamo soddisfare per divertimento o per avere una soddisfazione personale che ci procura un qualche tipo di gratificazione.
Insomma, vogliamo toglierci uno sfizio.
È proprio questo l’utilizzo principale di questa parola. Lo sfizio è qualcosa che si toglie, qualcosa che vogliamo toglierci. Uso il verbo togliere per indicare il soddisfacimento di questo desiderio, questa voglia, che è quasi un bisogno di essere soddisfatti.
Oggi vado in centro e mi voglio togliere lo sfizio di un bel gelato.
Sarebbe come dire: mi voglio prendere la soddisfazione di gustarmi un bel gelato.
È tanto tempo che desidero farlo, quindi voglio togliermi questo sfizio, questo capriccio. Non voglio più avere questo pensiero in mente.
Spesso si dice anche “è solo uno sfizio” parlando di un desiderio che vogliamo soddisfare. Dicendo “solo” si evidenzia la poca importanza dello “sfizio“. L’utilizzo più frequente resta comunque l’espressione “togliersi lo sfizio“.
L’uso del verbo togliere sta proprio ad indicare la voglia di non avere più un pensiero in mente ed essere così soddisfatti.
“Soddisfare una voglia” è molto simile a “togliersi uno sfizio“. E non è un caso che moltissimi esercizi commerciali in Italia si chiamano proprio così: “lo sfizio“, per invitare le persone a soddisfare un loro desiderio; in questo caso un loro appetito.
Questi desideri possiamo chiamarli desideri “sfiziosi“, un aggettivo, questo, che si addice anche alle cose che si mangiano:
Un pranzo sfizioso è un pranzo che ci attrae, ci attira per la sua particolarità, e non vediamo l’ora di assaggiare qualche pietanza.
Ma ci si può togliere uno sfizio in tantissimi modi diversi, non solo attraverso il cibo.
È sufficiente avere una voglia, un piccolo desiderio che, una volta soddisfatto, ci gratificherà.
Hai voglia di mandare a quel paese una persona da tanto tempo?
Dai, togliti questo sfizio e ti sentirai molto meglio.
Irina: manco a farlo apposta, stavo proprio pensando a uno sfizio che vorrei togliermi: andare due settimane in Italia.
Mariana: uno sfizio che potrai toglierti solo virus permettendo. Hartmut: Siamo ottimisti, sta prendendo corpo l’ipotesi di apertura totale nel mese di giugno in Italia.
Ulrike: Per scrupolo però, sempre meglio aspettare un mesetto prima di prenotare
Emma: Poi con queste varianti: la brasiliana, l’inglese, adesso anche la giapponese… speriamo che a settembre non saremo da capo a dodici
Vi hanno mai detto che siete un tipo un po’ spartano?
Oppure che la vostra casa ha un aspetto spartano?
Sappiate che non è esattamente un complimento.
Infatti spartano non è solo il nome di un abitante della città di Sparta, nell’antica Grecia, ma nella lingua italiana, se qualcosa viene definito spartano, si parla di severità, semplicità, austerità, sobrietà. Mi spiego meglio:
Se si parla di oggetti, si parla di oggetti semplici, limitati all’essenziale. Dunque in una casa spartana c’è un arredamento spartano. In pratica non c’è quasi nulla se non ciò che è assolutamente necessario. Non parliamo di appartamenti grandi o piccoli. Nel caso della casa, quel che conta è l’arredamento.
Anche una cena può essere spartana. Non morirete di fame, ma non aspettatevi cose complicate o abbondanti. Solamente cose semplicissime e limitate nella quantità.
Anche una persona, al limite, può essere definita così: spartana. Una persona semplice, sobria, che vive spartanamente, vive con poche semplici cose. E se una persona di questo vi invita a cena, aspettatevi una cena spartana!
In realtà non è solamente una questione di semplicità. Se parlo di persone ad esempio, ci si riferisce alla loro rigidità, cioè poca flessibilità. Si sta parlando della loro educazione, una educazione severa e austera.
L’austerità è il controllo imposto ai propri desideri ed esigenze. È una rigidità, un’educazione all’intransigenza e all’inflessibilità nei confronti di sé stessi. Un uomo austero non si concede vizi, non fuma, non abusa di sostanze stupefacenti, non compra più del necessario, non beve e non fa tardi. Una vita all’insegna dell’austerità e della sobrietà. Una vitaccia insomma! 🙂
In tempi di crisi economica si parla spesso di austerità, ma in questo caso specifico le limitazioni sono imposte dallo stato: pochi consumi privati e poca spesa pubblica perché si deve risanare l’economia del paese.
La sobrietà è abbastanza simile all’austerità. Ma mentre l’austerità fa pensare alla rigidità e quindi ad un difetto, la sobrietà si presenta più come un pregio.
La sobrietà è una moderazione nel soddisfacimento degli appetiti e delle esigenze naturali. Un po’ meno forte rispetto all’austerità, che fa pensare soprattutto all’educazione rigida.
Comunque parlavamo dell’essere spartani. Questo aggettivo non è un caso che coincida con il nome degli abitanti di Sparta, una città greca caratterizzata proprio da una educazione rigida e militare. Gli spartani avevano regole precise da rispettare ed erano quindi rigidi come persone.
Sembra infatti che il bambino spartano ricevesse un’educazione di base, non troppo approfondita. Ciò che veramente era importante era l’educazione militare. La disciplina era più importante della matematica e della geografia.
Se volessimo cercare dei contrari all’aggettivo spartano, dovremmo cercare l’abbondanza e passeremmo dalla Grecia all’Egitto: un appartamento faraonico, cioè sfarzoso,
E adesso ripassiamo: Bogusia: Del nome di Gaetano Salvemini, ne avete contezza? Penso di sì, quali membri dell’associazione culturale di italiano semplicemente . Quando ho ascoltato la spiegazione della locuzione ”passarla liscia“ , di punto in bianco mi sono ricordata della sorte del suddetto storico e politico italiano. Si dà il caso che, manco a farlo apposta, sia stato l’unico, dell’intera famiglia, a passarla liscia, dal terremoto di Messina del 1908, appunto.
È stato proprio l’esempio che ha fatto Gianni sul crollo della casa, ad avermi dato lo spunto per questo ripasso. Gaetano Salvemini ne aveva ben donde di essere felice sopravvivendo al crollo della sua casa, oppure doveva piangere per aver perso l’intera famiglia? Io direi che è giocoforza piangere e provare a iniziare una nuova vita da capo a dodici.
Curiosa questa locuzione: “illotempore“, evidentemente di origine latina, ma tutt’oggi ancora utilizzata per indicare tanto tempo fa.
Esattamente si usa per indicare un tempo lontano che quasi non si ricorda più. Un tempo lontanissimo dunque.
Si usa spesso in modo scherzoso:
Ehi, ma tu non sei Vincenzo? Oddio! È da illo tempore che non ci vedevamo!
I diritti delle donne sono rivendicati da illo tempore.
L’economia mondiale messa in crisi da una pandemia. Alcuni virologi ci avevano illo tempore avvertito.
In Italia, non pagare le tasse è un’attività diffusa da illotempore da molti imprenditori.
Illo tempore andammo in Italia. Ricordi come eravamo giovani?
Spesso si usa la preposizione “da”, (da illo tempore), ma troverete a volte anche “in illo tempore”, simile a “c’era una volta” o, ancora meglio “in principio”, o “all’inizio” quando questo inizio però risale a molto ma molto tempo fa.
Mariana: a proposito di tempo, quanto tempo passerà prima dell’episodio numero 1000? Vuoiche non passerà almeno un annetto?
Olga: un anno? Non male come scadenza, ma ci si potrebbe arrivare anche anzitempo
Lia: al di là del tempo che ci vorrà, io credo che non aspetteremo invano.
André: comunque il primo episodio di questa rubrica risale al 1 giugno 2019. Se tanto mi dà tanto, ci vorrà almeno 1 anno e 9 mesi, quindi l’episodio numero 1000 sarà non prima del capodanno 2023. Non c’è bisogno di scervellarsi tanto.
Oggi facciamo il gioco della parola misteriosa. Io vi darò 10 indizi, e voi dovrete indovinare la parola di cui sto parlando. Ecco i 10 indizi. Poi vi darò ovviamente la soluzione e vi spiegherò un indizio alla volta. Questo è un gioco che facciamo spesso nel nostro gruppo whatsapp dell’associazione. Ecco gli indizi: 1- può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali. 2 – questa cosa esiste se si trova una spiegazione. 3 – al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge. 4 – Qualche discorso ne è privo 5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito. 6 – Secondo un certo punto di vista. 7 . Può essere doppio. 8 – Una istintiva repulsione. 9 – Uno stato fisico che si avverte. 10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione. Dunque. La parola misteriosa è “senso” e adesso vediamo perché. 1- Può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali. Infatti esistono ad esempio i cinque sensi, la vista, l’udito, il gusto, l’odorato, il tatto. Attraverso questi sensi abbiamo la capacità, o se vogliamo la facoltà, di vedere, ascoltare, gustare, odorare e toccare. Esiste anche il cosiddetto sesto senso, una particolare capacità di cui sono dotate soprattutto le donne. Il sesto senso è infatti la capacità d’intuizione. La capacità di dedurre, di capire, attraverso forme alternative alla logica, ma solo attraverso l’intuito, la percezione. Esiste anche il senso dell’orientamento, e anche questa è una nostra capacità. Più in generale parliamo della capacità di sentire, avvertire, distinguere, intuire. 2 – Questa cosa esiste se si trova una spiegazione. Infatti quando una cosa ha senso significa che è sensata, cioè può essere dedotta attraverso un ragionamento logico, oppure ha semplicemente un significato. Quando una cosa non ha senso, invece, o non ha significato o c’è qualcosa che non ci convince. Il termine senso spesso serve a identificare uno dei possibili significati di un termine o di una frase, o a identificare bene la volontà di chi parla quando ci sono dei dubbi. Se dico ad esempio che non mi piace l’italiano, qualcuno potrebbe chiedere un chiarimento:
In che senso non ti piace l’italiano?
È io: mi sono spiegato male. Non parlo della lingua italiana, ma dell’uomo italiano. 3 – Al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge. Infatti “ai sensi” si usa quando si parla di una norma. Ad esempio, ai sensi della legge n. 50 è vietato fumare nei luoghi pubblici. Quindi ai sensi si potrebbe tradurre con “secondo quanto previsto” dalla norma in questione. 4 – Qualche discorso ne è privo Infatti se un discorso è privo di senso vuol dire che non ha un senso logico, analogamente a quanto abbiano già detto. 5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito. Qui parliamo del senso di marcia, inteso come verso di marcia. Infatti ci sono delle strade che si percorrono solamente in un senso. Si tratta delle strade a senso unico. In questo caso dunque quando la circolazione è consentita in uno dei due sensi, non lo è nell’altro senso. 6 – Secondo un certo punto di vista. Questo indizio si riferisce alla locuzione, molto comune “in un certo senso” che significa proprio secondo un certo punto di vista. Ad esempio se io dico:
In un certo senso a me piace soffrire per amore.
Potrei riferirmi ad esempio alla sensazione di essere vivi, oppure al fatto che l’amore, qualora conquistato, sarà ancora più forte. C’è dunque un aspetto a cui mi riferisco in particolare, ma questo può essere considerato solo un mio punto di vista personale. 7 Può essere doppio Mi riferisco al cosiddetto doppio senso, che solitamente si scrive in una sola parola: doppiosenso. cioè ad una frase che si presta a una duplice interpretazione. Le frasi a doppiosenso sono spesso volute, e questa ambiguità, questo possibile doppio significato, specie se voluto, ha solitamente un tratto malizioso, spesso anche volgare. Se io dico ad esempio:
Alla mia amica piace molto il pesce
Qualcuno potrebbe pensare ad un riferimento sessuale voluto, e questa è, in ogni caso, una frase a doppiosenso. 8 – Una istintiva repulsione. Quando qualcosa non ci piace. perché ci provoca una reazione fisica o morale, quando ci suscita un’istintiva repulsione, possiamo dire che ci fa senso. È, se vogliamo, simile a “fare schifo” o “fare ribrezzo”. “Mi fa senso” utilizza il verbo fare, ma nel senso di provocare, suscitare, e il termine senso rappresenta una reazione istintiva che ci allontana, che ci respinge da questa cosa. 9 – Uno stato fisico che si avverte. Questo indizio si collega al precedente, perché in generale il termine senso indica uno stato fisico, un modo di sentirsi, fisico ma anche psichico o sentimentale. Di solito è uno stato abbastanza indefinito ma comunque intenso. Si può provare/avvertire un senso di benessere, un senso di malessere, eccetera. 10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione. Parliamo in questo caso del buonsenso, che si scrive tutto attaccato solitamente, che è quella capacità che hanno le persone che ragionano in modo corretto e equilibrato, specialmente quando ci sono necessità pratiche. Abbiamo dedicato un bell’episodio al buonsenso. E adesso ripassiamo.
Anthony: ottima parola misteriosa oggi! All’inizio qualcosa non mi tornava con gli indizi. Mi stavo per arrendere, ma poi ci sono arrivato e mi sono salvato in calcio d’angolo.
Ulrike: sì! la parola misteriosa rimane senz’altro un esercizio assai utile. Non è mica una cosa che facciamo pro forma.
Sofie: l’altra tappa, assolutamente essenziale del nostro programma settimanale è la video-chat con Zoom che si fa il giovedì sera. È sempre un’ottima esperienza confrontarsi a tu per tu con gli altri membri.
Rafaela: alcuni di loro però sono restii e non se la sentono di partecipare. Sono da incoraggiare, sì, ma dobbiamo anche tener conto che ognuno di loro avrà un suo buon motivo se non riesce a partecipare. Motivo che va rispettato.
Mariana: Su questo non sono affatto di diverso avviso. Mica da tallonare sono! Allora ci sentiamo e ci vediamo alla prossima conversazione?
Giovanni: anche al prossimo episodio.
Grazie per la collaborazione a Mariana, Ulrike, Sofie, Irina, Lia, Rafaela, Emma, Anthony e Rauno.
Buongiorno a tutti e benvenuti nell’episodio n. 500 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Considerato che siamo arrivati a 500, cioè abbiamo fatto mezzo migliaio di episodi di questa rubrica, ho pensato di dedicare l’episodio al termine mezzo, che ha diversi utilizzi e significati.
Prima di tutto la pronuncia, che è come ribrezzo, pezzo e palazzo, cioè con la zeta aspra o sorda.
Passiamo al significato principale. Mezzo significa “metà“, analogamente a “mezza” che è il femminile. La metà di qualcosa.
Mezzo chilometro infatti sono 500 metri.
Mezzo litro è la metà di un litro, cioè 500 millilitri.
Mezza giornata è la metà di una giornata.
Mezz’ora è esattamente trenta minuti, cioè la metà di un’ora.
Una mezza porzione è la metà di una porzione. Potete chiederla al ristorante se non avete troppa fame.
Vorrei una mezza porzione di penne all’arrabbiata!
A volte la misura è solamente indicativa, non precisa. Infatti un signore di mezza età indica un uomo di età intorno ai 50-60 anni.
A che punto siamo del nostro viaggio?
Più o meno a mezza/metà strada.
Lo stadio era mezzo vuoto
Se parlo di una persona e dico che è mezza matta, allo stesso modo, sto dicendo non che è pazza a metà, anche perché non esiste una misura quantitativa della pazzia, ma che probabilmente ha un caratteraccio, irascibile e magari che reagisce a volte in modo troppo impulsivo, magari anche inaspettatamente violento.
Quante persone c’erano al supermercato?
C’era mezzo mondo!
Anche in questo caso si vuole indicare una quantità indicativa, semplicemente elevata in particolare.
Soprattutto se mezzo e mezza sono preceduti da un, uno e una, l’approssimazione aumenta:
Abbiamo una mezza giornata di tempo libero
Ho una mezza idea di cui ti voglio parlare.
Abbiamo fatto unmezzo migliaio di episodi (circa 500 episodi. Se tolgo “un”, gli episodi sono esattamente 500)
È stato un mezzo fallimento
Anche in quest’ultimo esempio “un” serve non a indicare l’esatta metà, altrimenti devo togliere “un”. Si vuole invece indicare un fallimento, non un completo fallimento ma giù di lì.
In questo esempio c’è anche un altro utilizzo di mezzo. Infatti alcune volte, sempre con un, uno e una, si usa mezzo per sminuire qualcosa, per evidenziare una caratteristica negativa, o per dire che manca qualcosa:
Giovanni è un mezzo professore
Non hai speso una mezza parola per me
Sei solo una mezza cartuccia (cioè sei un incompetente)
Tutti dicono che sono un mezzo fallito
Se però parliamo solamente di mezzo, solo al maschile quindi, i significati aumentano.
Come ti senti?
Oggi non molto bene. Mi sento mezz’e mezzo
Cioè non sto troppo bene. Come a dire che la mia condizione di salute è a metà strada tra la malattia e la salute completa.
È cosa succede se facciamo amezzo? Significa che facciamo a metà, cioè metà io e metà tu. Un’espressione che si usa quando c’è qualcosa da dividere.
Equivale al fifty fifty inglese.
Ho vinto 10000 euro, ma stai tranquillo, facciamo a mezzo.
“In mezzo“, quindi se usiamo la preposizione “in” , mi riferisco alla posizione, quindi equivale a “tra” oppure al centro di qualcosa:
In mezzo a noi c’è un traditore (tra)
In mezzo alla strada c’è una buca (al centro).
Ci sono poi una serie infinita di locuzioni con un significato specifico, come essere in mezzo a una strada (essere in una situazione disastrosa economicamente), andarci di mezzo, togliersi di mezzo eccetera. Pian piano le vedremo tutte. Basta avere pazienza.
Il termine mezzo, sempre al maschile, indica molto spesso uno strumento o qualcosa di utile a uno scopo:
Esistono i mezzi di comunicazione di massa, come la radio e la TV, che servono a comunicare alla massa, e ci sono i mezzi pubblici (i mezzi di trasporto pubblici) come gli autobus e i treni ad esempio, che servono a far muovere le persone da un posto all’altro.
È cosa dire dei mezzi di produzione (i macchinari) e dei mezzi di pagamento come la carta di credito?
Impiegherò ogni mezzo per insegnarvi l’italiano.
Il fatto di servire a qualcosa è molto importante e questo caratterizza tutti i mezzi. D’altronde se uso qualcosa per ottenere un risultato posso anche dire:
Per mezzo di…
Es:
Ha ottenuto un lavoro per mezzo di alcune amicizie.
Quindi “per mezzo di” significa “con” o “attraverso”, “tramite”, “grazie all’aiuto di”.
Non voglio annoiarvi ulteriormente, anche perché si è fatta la mezza e quindi è ora di pranzo.
Solo il tempo per spiegarvi che “la mezza” è un modo colloquiale per indicare l’ora di mezzogiorno e mezzo, cioè le ore 12.30 del mattino.
“Si è fatta la mezza” quindi significa che sono le ore 12.30. Buon appetito allora. Adesso ripassiamo un po’ qualche episodio passato, anche perché, neanche a farlo apposta ascoltate cosa aveva pensato Anthony di questo episodio:
Anto: Ué Giovanni, vedi dinon fare la solita pappardellacon l’episodio di oggi, eh? Trovi sempre un modo di farla lunga.
Irina: Fioccanosempre le critiche quando si tratta di un episodio lungo ma se il tema è complesso, è giocoforza che i tempi si allungano.
Irina: (membro dell’associazione Italiano Semplicemente)
Ehi Giovanni, vacci piano con questi episodi, hanno detto una volta a Giovanni.
Giovanni: sì, è proprio vero, grazie Irina. Una volta mi hanno detto proprio così: vacci piano, cioè, Giovanni, fai troppi episodi. Vacci piano!
“Vacci piano” è una locuzione italiana che non ha nulla a che vedere con i vaccini…
Scherzi a parte, “vacci” è formato dall’imperativo del verbo andare (va) seguito da “ci”, che solitamente indica un luogo:
Voglio andare al mare!
E allora vacci!
Questo è un esempio di utilizzo standard di “vacci“.
Se non parlo di te ma di una terza persona invece:
Mio fratello vuole andare al mare
E allora ci vada!
Analogamente, se parlo di più persone:
I miei fratelli vogliono andare al mare
E allora ci vadano!
Spesso “vacci” lo troviamo nel linguaggio colloquiale anche in frasi di protesta, abbastanza sgarbate, scortesi, poco educate, tipo:
Vai a gettare l’immondizia!
Vacci tu, io non ne ho voglia!
Vai a quel paese!
Ma vacci tu!
Bene. L’espressione “vacci piano” non c’entra proprio nulla però col verbo andare.
Infatti vacci piano si usa per dire che la persona con cui si parla ha esagerato, oppure che non deve esagerare.
Posso parlare di qualsiasi forma di esagerazione, sia se parlo di una quantità eccessiva di qualcosa, sia se parlo di esagerazione riguardante un gesto, un commento, qualsiasi cosa.
Spesso si usa perché in passato ci sono state esagerazioni di qualche tipo, qualcosa di detto o fatto in modo esageratamente veloce, sgarbato, indelicato eccetera.
Allora, l’invito, non troppo cortese, è di non farlo più e di darsi una regolata insomma, tanto per usare un’espressione già spiegata.
Vediamo qualche esempio:
Vuoi un po’ di zucchero nel caffè?
Sì grazie, ma vacci piano!
Vale a dire: non mettere troppo zucchero. Attento alla quantità, non esagerare.
Un altro esempio:
Padre: Cosa? Nostro figlio ti ha mancato di rispetto? Adesso ci parlo io.
Madre: va bene, ma vacci piano!
Anche in questo caso significa: non esagerare, sii moderato, fai attenzione.
Vacci piano è quindi un invito, certamente informale, alla moderazione.
Stiamo dando del tu al nostro interlocutore. Ma difficile usare questa espressione dando del lei, proprio perché si tratta di una espressione colloquiale che prevede un minimo di confidenza.
“Ci vada piano“, di conseguenza, si usa più spesso per indicare una terza persona:
Ho detto a Giovanni di parcheggiare la tua macchina nuova. Spero ci vada piano.
Spero cioè che Giovanni usi accortezza, spero che faccia attenzione con la macchina nuova, altrimenti la potrebbe danneggiare.
Se volessi invitare alla moderazione una persona che non conosco, dando quindi del lei a questa persona, esistono altre modalità:
La prego di fare attenzione
Mi raccomando, non esageri
La invito alla prudenza
Faccia attenzione
Sia moderato
Le chiedo la massima accortezza
Hartmut: oggi ho assistito in TV ad un episodio di maschilismo in cui la vittima è stata Ursula Von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ospite del presidente turco. Era qualcosa che ci si poteva aspettare da Erdogan?
Sofie:
Avete mai incontrato la frase “Del senno di poi ne son piene le fosse“? È la versione poetica di “le fosse sono piene del senno di poi”.
Ma che significa?
Si tratta di un antico proverbio, molto noto da tutti gli italiani, un proverbio che ci insegna una cosa molto importante:
Non bisogna valutare un fatto o un comportamento a posteriori, cioè dopo, “poi”, quando è ormai troppo tardi e non si può più rimediare.
È chiaro che non si può prevedere il futuro, perciò a priori (cioè prima, e non poi) posso solo sperare che la mia decisione si rivelerà giusta. Ma chi lo sa!
Non possiamo infatti sapere prima cosa accadrà, però ragionare dopo è troppo facile, e molte persone, dopo, dicono cose tipo:
Eh, però se facevamo così, se avessimo detto questo…
Se non ci fossimo comportati in questo modo forse le cose sarebbero andate diversamente.
Insomma, ragionare a posteriori, non serve proprio a niente.
Allora usare il “senno del/di poi” serve proprio a contestare (in modo abbastanza poetico) le persone che ragionano a posteriori.
Posso dire ad esempio:
Eh, ma si fa presto a parlare così, col senno del poi!
Il senno, (con due enne) rappresenta la mente, l’intelligenza. È la facoltà che ognuno di noi ha di intendere, giudicare e operare con prudenza. Avere o usare il senno significa quindi avere equilibrio, intelligenza e fare le scelte giuste.
Ma “il senno di poi” è il senno di coloro che giudicano a posteriori.
Ma è ovvio che dopo che le cose sono accadute puoi sapere meglio la cosa più assennata che si poteva fare, la cosa giusta, conoscendo meglio di prima quale sarà la conseguenza di tutte le scelte che ho a disposizione.
Il fatto è che non saremo mai in quella condizione. Le scelte vanno fatte prima, non dopo.
La frase “col senno di poi” si usa abbastanza spesso.
Es:
con il senno di poi non lo farei più;
con il senno del poi è facile giudicare;
Non puoi ragionare col senno del poi. È troppo facile.
Altrettanto spesso si trova la frase che dà il titolo a questo episodio:
Del senno di poi son piene le fosse.
Questa si usa sempre allo stesso scopo, cioè per contestare tutti coloro che, dopo un fatto, dicono quel che si doveva o poteva fare prima.
Dunque anche un questo caso la frase è una critica rivolta a queste persone.
Fosse – attenzione all’accento tonico grave sulla lettera o – è il plurale di fossa, che è una sorta di buca nel terreno.
Una fossa è uno scavo praticato nel terreno, di misure e grandezze diverse secondo l’uso cui è destinato.
Generalmente le fosse indicano uno scavo nel terreno in cui si mettono i cadaveri, quindi i morti. Una fossa è come una tomba, una sepoltura, e questo termine si trova in molte espressioni italiane, tipo “scavare la fossa a qualcuno” , cioè tramare ai danni di qualcuno e “essere con un piede nella fossa” , cioè essere vicino alla morte.
Dunque la frase “del senno di poi ne son piene le fosse” sottolinea l’inutilità del giudizio fatto a posteriori, perché parlare dopo ormai è troppo tardi ed è del tutto inutile, alludendo al fatto che solo dopo la morte si conosce veramente come si sarebbe dovuto vivere.
Anche Manzoni ha utilizzato questa espressione ne “i promessi sposi” e questo naturalmente contribuì molto alla sua diffusione nella lingua italiana. Ad ogni modo le origini del proverbio sono ancora più antiche.
Potete dunque usare l’espressione “col senno di poi” che forse può essere usata in più occasioni, oppure “del senno di poi ne son piene le fosse“, che è sicuramente più poetica ma anche più polemica.
Non siate timidi però, usatele pure queste espressioni non appena ne avete l’occasione.
Fernando: ho saputo che in Italia è stata abolita la censura dei film. Una decisione di una certa portata direi.
Wilde: finalmente i registi non dovranno più rimettersi al giudizio di un’autorità, anche se la cosa può andar di traverso a qualcuno.
Buongiorno, sarete stupiti di non sentire la voce di Giovanni vero? Infatti io sono Xiaoheng e sono un membro dell’associazione Italiano semplicemente.
Approfitto dell’occasione per salutare tutti gli altri membri.
Con questo vorrei sincerare tutti che vi trovate sempre sul vostro sito preferito per imparare l’italiano.
Il fatto è che Giovanni mi ha chiesto se volessi provare a registrare un episodio dedicato ai verbi sincerare e sincerarsi.
Allora siete pronti?Sincerare te, ad esempio vuol dire che io voglio che tu sia sicuro di qualcosa:
Io ti voglio sincerare di qualcosa.
Quando una persona prova a sincerarne un’altra, vuol dire che sta cercando di renderla persuasa, sta cercando di assicurare questa persona della verità di una cosa.
È importante sapere che è bene usare questo verbo quando vogliamo che una persona si tranquillizzi attraverso la sicurezza, la certezza che qualcosa è vero:
Es:
vi dico questo per sincerarvi della mia buona fede
Cioè: voglio che voi siate sicuri che io sia in buona fede. Voglio convincervi di questo. Quindi sincerare una persona di qualcosa è simile a convincerla, persuaderla. Se però usiamo “sincerare” è perché teniamo di più a lei, le mostriamo allora una maggiore vicinanza e empatia. Si usa soprattutto quando c’è qualcosa che potrebbe generare preoccupazione, incertezza e allora ci sforziamo affinché questa persona si senta tranquilla e sicura.
Questo verbo si usa però soprattutto verso se stessi: sincerare sé stessi, cioè sincerarsi.
Anche in questo caso c’è un contesto di preoccupazione e incertezza. Allora per stare più tranquilla, voglio essere sicura, voglio accertarmi di qualcosa, voglio sincerarmi di qualcosa.
Significa quindi accertarsi, assicurarsi, convincersi.
Es: mi hanno detto che mio figlio sta bene, ma adesso lo chiamo perché voglio sincerarmi che le cose stiano realmente così.
Ho comprato questo apparecchio e ora voglio sincerarmi che funzioni. Vado subito a provarlo.
Non credi che io sia un membro dell’associazione? Se non ci credi, te ne puoi sincerare di persona. Scrivi a Giovanni e chiedi a lui. In questo modo te ne sarai sincerato.
Come vedete, sincerarsi è simile anche a verificare e appurare, perché c’è di mezzo la verità. Ricordate però che per usare questo verbo nel modo corretto, occorre anche che ci sia di mezzo la preoccupazione, la sicurezza, la tranquillità.
Voglio terminare l’episodio con un consiglio orientale:
Prima di parlare in italiano occorre sincerarsi di avere una pronuncia perfetta?
Assolutamente no!!
Irina: io non ho nulla da dire oggi ma con questo non vorrei scatenare delle proteste. Ulrike: non fioccheranno proteste per così poco. Tranquillo/a. Khaled: va bene, ma alla fine un piccolo ripasso c’èscappato lo stesso mi pare, no?
Quando volete essere ascoltati da una persona, quando cioè volete chiedere ascolto, quando volete dire che volete essere ascoltati, cioè che la persona che sta davanti a voi stia attenta a ciò che dite, avete diverse scelte:
Senti cosa ho da dirti…
Ascolta…
Ascolta cosa ho da dirti…
Scusa, ascoltami per favore…
Senti un po’, ma chi ti credi di essere?
Ascoltami un attimo…
In particolare voglio farvi notare che in questo caso usare il verbo sentire oppure ascoltare non è sempre la stessa cosa.
Nel linguaggio colloquiale si usano entrambi i verbi, ma sentire, al di là dei “sentimenti”, si usa anche nel senso di ascoltare, ma prevalentemente quando siamo arrabbiati, stanchi, irritati, e quando vogliamo chiudere la conversazione, spesso con una frase autoritaria.
Figlio: Papà, ascolta, posso uscire stasera con Marco?
Padre: No, sai che c’è il virus e non si può.
Figlio: Ti prego papà, solo un paio d’ore.
Padre: No, non insistere.
Figlio: Dai papà!
Padre: Senti figliolo, in questa casa tu fai quello che dico io ok??
Sono stato indubbiamente autoritario con mio figlio. In questi casi si usa prevalentemente sentire e non ascoltare, ma attenzione, non è sbagliato usare ascoltare.
Se invece voglio essere gentile, delicato, con lui, o voglio dargli un consiglio e non un ordine, ascoltare è il verbo sicuramente da preferire.
Ascolta figliolo, c’è il pericolo concreto di ammalarsi, non è perché non voglio farti uscire.
Senti papà, ma se mi vedo tutti i giorni con Marco, che pericolo c’è!
Ascolta tuo padre che ti vuole bene!
Anche quando c’è una notizia da dare, o quando si fa una proposta, ascoltare è sempre da preferire.
Ma perché si usa sentire per essere autoritari o arrabbiati e ascoltare è più gentile?
Il fatto è che ascoltare implica la volontà di capire quello che si sente. Infatti “ascolta” ha spesso il senso di “accogli questo consiglio”, dunque ascoltare è l’azione di udire fatta con volontà e consapevolezza, non è solo udire con le orecchie.
Sentire invece è proprio usato al posto di udire, è il semplice fatto di udire un suono o una voce e non implica necessariamente la disponibilità a capire. Allora à volte è proprio perché non capisci che ti chiedo di “sentire” ciò che ho da dirti, con un tono spesso arrabbiato o autoritario.
Ma torneremo con un altro episodio su questi due verbi perché meritano un approfondimento. Adesso voglio ascoltare qualche frase di ripasso degli episodi precedenti.
Marguerite: ascoltate un po’ adesso: l’università di Harvard propone di oscurare il sole per combattere il riscaldamento globale. Anche come extrema ratio a me sembra eccessivo.
Vediamo il verbo sapere in tutte le sue forme e approfittiamo per ripassare alcuni episodi già spiegati.
Indicativo presente
– Io so: So benissimo che Luigi non è sempre sincero, a volte fa il ruffiano
– Tu sai: È vero ma, sai, a suo modo è anche simpatico.
– Lui sa: Lui sa benissimo che io tengo fede alle mie promesse
– Noi sappiamo: Ma che c’azzecca? Sappiamo tutti che tu ti consideri una santa!
– Voi sapete: Sapete che cosa non mi torna?
– Loro sanno: Smettila, la questione non si pone, lo sanno già tutti.
Indicativo imperfetto
– Io sapevo: Ieri l’ho sgridato ma non sapevo che fosse reduce da una settimana di lavoro massacrante
– Tu sapevi: Non sapevi che è una persona da prendere con le molle?
– Lui sapeva: La docente non sapeva come aiutare l’alunno duro di comprendonio.
– Noi sapevamo: Dopo due ore siamo tornati a casa perché non sapevamo se si sarebbero ancora fatti vivi.
– Voi sapevate: E voi? Che, lo sapevate e non avete detto niente? Perché fate sempre i finti tonti?
– Loro sapevano: Queste persone non si sono iscritte all’associazione perché non sapevano che Italiano Semplicemente non ha niente a che spartire con la grammatica.
Indicativo passato prossimo
– Io ho saputo: Eravamo agitatissimi e stavamo per dire delle ingiurie. Per fortuna ho saputo smorzare i toni.
– Tu hai saputo: Allora hai saputo tenere a bada la voglia di cazziarli!
– Lui ha saputo: Eleonora è una persona molto coraggiosa che non si perde mai d’animo. Per fortuna anche dopo l’ennesima sconfitta ha saputo fare di necessità virtù.
– Noi abbiamo saputo: Non l’abbiamo eletto perché abbiamo saputo in tempo che aveva avuto molti agganci.
– Voi avete saputo: Avete saputo in anticipo che il PC si sarebbe impallato di nuovo?
– Hanno saputo: per poco non sono stati bocciati all’esame, ma per fortuna, rispondendo molto bene all’ultima domanda, hanno saputo salvarsi in calcio d’angolo.
Indicativo trapassato prossimo
– Io avevo saputo: Finalmente ho avuto il coraggio di dirgli ciò che avevo saputo da sempre, cioè che alla fin fine la sua ragazza se ne frega di lui.
– Tu avevi saputo: Ti si leggeva in faccia che avevi sempre saputo che nel giro di qualche mese l’affare sarebbe andato a monte.
– Lui aveva saputo: Alla sua età faceva ancora progetti a lunga scadenza, fermo restando che aveva saputo sin dall’inizio che la sua malattia era terminale.
– Noi avevamo saputo: Avevamo saputo che non saresti venuto e invece di aspettarti abbiamo fatto una capatina dai miei genitori.
– Voi avevate saputo: L’esame del mese scorso non era per niente facile, per fortuna avevate saputo ritagliarvi del tempo per prepararlo bene.
– Loro avevano saputo: Hanno ottenuto il lavoro perché avevano saputo fare buona impressione al colloquio.
Passato remoto
– Io seppi: Quando seppi che a pagare lo scotto sarebbe stata mia figlia diventai un’anima in pena.
– Tu sapesti: Balzava agli occhi che ti stavano prendendo in giro ma in quel momento non sapesti rispondergli a tono.
– Lui seppe: Quando seppe che ero arrivato in finale cominciò a gufarmi contro.
– Noi sapemmo: Quando sapemmo che la brutta notizia sul vaccino Astra Zeneca era priva di fondamento tirammo un sospiro di sollievo
– Voi sapeste: Appena sapeste che aveva frodato il fisco, gli deste il benservito.
– Loro seppero: Quando seppero che stava prendendo corpo l’ipotesi di un mutamento del virus cambiarono strategia.
Trapassato remoto
– Io ebbi saputo: Appena ebbi saputo che mio figlio rientrava spesso dopo mezzanotte gli misi dei paletti.
– Tu avesti saputo: Appena avesti saputo di aver superato l’esame ti scatenasti.
– Lui ebbe saputo: Appena ebbe saputo che suo genero sfruttava la moglie si vide costretto a intervenire sulla loro relazione
– Noi avemmo saputo: Quando avemmo saputo che furono di diverso avvisotagliammo corto e ce ne andammo.
– Voi aveste saputo: Appena aveste saputo che il virus si trasmetteva soprattutto negli asili nido, correste ai ripari attraverso misure adeguate.
– Loro ebbero saputo: Dopo che ebbero saputo che avevo la zeppola non mi degnarono più di uno sguardo.
Futuro semplice
– Io saprò: Stasera vado a vedere la partita di calcio e così saprò se la cosiddetta malattia di Gianni è solo un pretesto per marinare la scuola o meno.
– Tu saprai: È ovvio che a volte Gianni non lo reggi più ma ascolta qualche suo episodio e saprai apprezzarlo molto di più!
– Lui saprà: di primo acchito la mia proposta gli sembrerà un’assurdità ma sono sicura che dopo qualche riflessione saprà coglierne il significato più profondo.
– Noi sapremo: Ma quale significato profondo? Datti una regolata! A breve sapremo tutti che ti sei montata la testa.
– Voi saprete: Se volete essere al corrente degli ultimi pettegolezzi, andate dal parrucchiere in paese. Saprete tutto di tutti ma state attenti alle voci false e tendenziose.
– Loro sapranno: Se sei a debito di una bella espressione italiana, rivolgiti ai membri dell’associazione. In men che non si dica loro sapranno rispolverare tutti gli episodi dei due minuti.
Futuro anteriore
– Io avrò saputo: Quando avrò saputo che ciò che dici risponde al vero accetterò volentieri il tuo invito!
– Tu avrai saputo: Avrai anche saputo esordire con una frase poetica ma il prosieguo della conversazione non è stato ungranché.
– Lui avrà saputo: Temo che mia figlia si stia innamorando di quel bel ragazzo! Avrà saputo vedere la sostanza e non la forma?
– Noi avremo saputo: Soltanto quando avremo saputo avere contezza completa di quanto stia accadendo saremo in grado di affrontare la situazione Covid 19. Con tutte le notizie false che ci arrivano a destra e a manca continuiamo ad andare a tentoni!
– Loro avranno saputo: Quando questi direttori d’orchestra avranno saputo giostrare la rosa dei loro musicisti saranno in grado di riscuotere successo e fama a livello internazionale.
Condizionale presente
– Io saprei: Mi armo di pazienza. Se tu mi dovessi rispondere picche ti saprei aspettare per tutta la vita.
– Tu sapresti: Sapresti l’ora esatta? A volte il mio orologio sgarra di qualche minuto.
– Lui saprebbe: Se Angela non cincischiasse durante la spiegazione dell’insegnante adesso saprebbe rispondere alle domande.
– Noi sapremmo: Se durante la nostra assenza i nostri figli avessero fatto bisboccia, lo sapremmo perché abbiamo chiesto al nostro dirimpettaio di dare un’occhiata regolarmente.
– Voi sapreste: Stasera giochiamo la prima partita della stagione. Sapreste darci manforte?
– Loro saprebbero: Se non avessero calcato troppo la mano saprebbero molte più cose sulla vita sociale del loro figlio. Adesso il povero ragazzo è introspettivo e riservato nei loro confronti.
Condizionale passato
– Io avrei saputo: Avrei saputo aiutarlo a farsi strada se non avesse preso la decisione scellerata di licenziarsi.
– Tu avresti saputo: Non ti nascondo che mi sono licenziata. Altrimenti avresti saputo presto che mi sarei dovuta calare le braghe per accontentare la direttrice. Non si poteva andare avanti così.
– Lui avrebbe saputo: Se non avesse indugiato così a lungo a firmare un nuovo DPCM, avrebbe saputo molto prima che le mezze misure non sono sufficienti.
– Noi avremmo saputo: Caro figlio, grazie per essere stato sincero con noi. Non devi mai nasconderci le cose. Infatti avremmo saputo dal tuo comportamento che la tua ex-fidanzata si è fatta viva di nuovo. Occhio però!
– Voi avreste saputo: Ah, siamoalle solite. Ma io sono più furbo di come pensate: lo avreste saputo solo se lo avessi voluto. E così è stato.
– Loro avrebbero saputo: Se i giocatori avessero dato seguito alle parole dell’allenatore avrebbero saputo smarcare i difensori della squadra avversaria.
Congiuntivo presente
– Io sappia: Ciao Lucia, mio marito era abbastanza ubriaco ieri sera durante la cena. Spero che non se ne sia uscito con le sue solite barzellette imbarazzanti?
Stai tranquilla, non che io sappia.
– Tu sappia: Buongiorno, sto cercando un regalo per la mia fidanzata. Ah, bello, pensavi a un romanzo? Beh, a dire il vero, nonne ho la più pallida idea. Che tu sappia, quali libri piacciono alle ragazze?’
– Lui sappia: Aspetta, chiamo il direttore. Si dà il caso che lui sappia proprio tutto sui libri che piacciono alle ragazze.
– Noi sappiamo: Abbiamo molta fiducia in nostro figlio, siamo sicuri che sarà promosso benché sappiamo che non è votato allo studio.
– Voi sappiate: Scusatemi se torno alla carica ma lo faccio affinché voi sappiate che mi piacerebbe veramente poter lavorare in questa azienda.
– Loro sappiano: Spero tanto che i nuovi ministri sappiano rimettere in sesto il paese dopo la crisi economica.
Congiuntivo passato
– Io abbia saputo: che io abbia saputo sconfiggere il covid non è certamente merito mio. Questo vadetto. Sono solo molto giovane.
– Tu abbia saputo: Mi dispiace che tu abbia saputo la notizia da un giornale. Avrebbero dovuto dirtelo a tu per tu!
– Lui abbia saputo: Credo che Luigi abbia saputo dei controlli sul lungomare. Infatti si è munito di una autocertificazione
– Noi abbiamo saputo: che noi abbiamo saputo proprio da te il nome della tua ragazza è un mero caso. Ma adesso ci sfugge di mente.
– Voi abbiate saputo: Spero che abbiate saputo godere dell’ammazza-caffè che vi hanno offerto Sandro e Paolo?
– Loro abbiano saputo: Eccome se ne abbiamo goduto! De-li-zio-so!!! Quello al sambuco è il migliore che i due abbiano saputo preparare!
Congiuntivo imperfetto
– Io sapessi: Il professore si aspettava che io sapessi rispondere almeno all’ottanta per cento delle domande prima che scadesse l’ora di tempo, ma dopo 50 minuti non ero ancora a cavallo.
– Tu sapessi: Vorrei che tu sapessi che io non prendo la seggiovia neanche per sogno!
– Lui/lei sapesse: Non vorrei che mia moglie sapesse che ci incontriamo ogni martedì. Ci rimarrei male se dovesse scoprirlo e poi decidesse di lasciarmi.’
– Noi sapessimo: Ma che dici? Ti pare che prima o poi non avrà sentore di adulterio? Stai fresco! Poi sappiamo come sono gli uomini. Ancora ancora se non lo sapessimo….
– Voi sapeste: Non immaginavo che voi sapeste sempre tutto. Ma aragion veduta avrei potuto ipotizzarlo. E allora io mi domando e dico: come ho fatto a non rendermene conto prima?
– Loro sapessero: Dai, non farla lunga! Stai zitto, bugiardino che non sei altro! Se gli uomini sapessero tutto allora ….. No, meglio che io resti sul vago.
Congiuntivo trapassato
– Io avessi saputo: Se avessi saputo che mi avrebbero colto sul vivo, sarei rimasta zitta.
– Tu avessi saputo: Se tu avessi saputo saperci fare coi bambini, il rapporto che adesso hai con loro sarebbe migliore.
– Lui avesse saputo: Se Gianni avesse saputo in anticipo che sua nonna gli sarebbe venuta incontro, probabilmente avrebbe comprato la casa di campagna.
– Noi avessimo saputo: Ha venduto la sua dimora perché non voleva che sapessimo che la casa fu ristrutturata in modo così obbrobrioso. Se lo avessimo saputo prima avremmo potuto impedirlo.
– Voi aveste saputo: se non aveste saputo prendere spunto da questa bella storia per farne un film, oggi non sareste qualcuno ad Hollywood.
– Loro avessero saputo: Se avessero saputo che di lì a poco il nemico sarebbe stato sul piede di guerra probabilmente sarebbero stati più attenti. E dire che li avevano avvisati.
Imperativo Presente
– Sappi: Il professore è sempre stato accondiscendente ma sappi che adesso anche per lui la misura è colma.
– Sappia: Mi scusi. Da dove parte il treno per Bologna?
Dovrebbe recarsi al binario tre ma sappia che di volta in volta i treni partono con un ritardo di qualche minuto.
– Sappiate: Okay, sono d’accordo per assumervi come camerieri ma sappiate che dovrete cimentarvi anche in cucina!
– Sappiano: Ma di che cosa si lamentano? Sappiano che hopreso atto di tutte le loro richieste e che ho fatto di tutto per andargli incontro.
Infinito Presente
– Sapere: Vorrei sapere chi crede ancora alle sue supercazzole! Lui non dice altro che frasi fatte di paroloni senza senso!
Infinito passato
– Aver saputo: Dopo aver saputo che alla festa mi sarei dovuta sorbire tutte le lamentele di mia suocera ho fatto finta di essere malata e sono rimasta a casa.
Participio presente
– Sapiente: Tu sola sei sapiente di quello che tutti gli altri ignorano. Te ne capaciti oppure no?
Participio passato
– Saputo: Ho saputo che tu e la tua nuova segretaria sareste diventati amanti ancora prima che lo sapessi tu! Ma stai tranquillo. Le tue tresche non mi tangono più.
Gerundio presente
– Sapendo: Sapendo che non sarà altro che l’ennesima tua infatuazione a breve termine me ne faccio una ragione.
Gerundio passato
– Avendo saputo: Avendo saputo delle tue numerose avventure mi prefissi di ignorarle per non soffrire.
Vi ricordate dell’espressione “puntare su qualcuno“? Si tratta dell’episodio 181 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, e in questo episodio abbiamo usato “qualcuno” per indicare una persona indefinita. “Qualcuno” si usa in generale anche con riferimento ad un numero indeterminato e ristretto di cose o persone:
C’è qualcuno a cui interessa questo episodio? (spero di sì…) 🙂
Gli episodi di Italiano Semplicemente sono solitamente brevi, ma ce n’è qualcuno che supera i 20 minuti di durata.
Qualcuno di voi vuole una spiegazione dell’espressione “essere qualcuno“?
Allora se qualcuno di voi è interessato, esiste appunto questa strana modalità di usare “qualcuno“:
Essere qualcuno o diventare qualcuno.
Che vuol dire che io, ad esempio, vorrei essere o diventare qualcuno?
E’ un modo questo per dire che mi piacerebbe diventare una persona importante.
Potrei anche dire:
Vorrei essere o diventare qualcuno di importante
“Qualcuno di importante” diventa più semplicemente “qualcuno”
Giovanni si crede qualcuno nel mondo dell’insegnamento
Marco crede d’essere qualcuno nello spettacolo;
Adesso che sono il direttore, mi sento finalmente qualcuno;
In questo mondo, se non sei qualcuno, non conti niente!
Diventare qualcuno nella moda è sempre stato il mio sogno
Si usa quasi solo al maschile: qualcuno, e raramente si vede usare “qualcuna“.
Quindi anche se si parla di una ragazza che ad esempio si sente importante, si usa solitamente il maschile:
Maria si sente qualcuno.
Potete usare anche il femminile comunque.
Vorrei aggiungere che:
I membri dell’associazione Italiano Semplicemente non si sentono qualcunoin quanto tali.
“Manco a farlo apposta” è un’espressione colloquiale che ha tre diverse forme. Infatti si può sostituire il primo termine manco con neanche o nemmeno.
Manco a farlo apposta
Neanche a farlo apposta
Nemmeno a farlo apposta
“Apposta” in questo caso significa con intenzione, deliberatamente, di proposito, con volontà, quindi fare qualcosa “apposta” vuol dire fare questa cosa con la volontà di farla, volendolo fare. Si può dire anche anche “appositamente” al posto di “apposta”.
A volte il termine “apposta” significa anche “per questo motivo“. Ad esempio se dico:
“te l’ho detto apposta”, cioè: te l’ho detto per questo motivo, te l’ho detto proprio per questo.
Altre volte indica qualcosa di adatto, mirato, ma non cambia molto. Se ad esempio vogliamo dire che c’è bisogno di una legge particolare, su un certo argomento, per combattere un certo reato, possiamo dire:
Ci vorrebbe una legge (fatta) apposta!
Cioè: ci vorrebbe una legge proprio per questo motivo, proprio per ottenere questo risultato, proprio su questo aspetto, una legge adatta proprio a questo. Una legge appositamente disegnata per questo aspetto.
Invece “l’ho fatto apposta” sta per “l’ho fatto di proposito“, volontariamente.
Se invece non l’ho fatto apposta, questa cosa dunque è casuale, è il frutto del caso, e accade non perché c’è la volontà, non perché è stato fatto apposta.
Mi hai calpestato il piede!
Scusa non l’ho fatto apposta!
Questa risposta viene data quando non è evidentemente molto chiaro se un fatto è la conseguenza di una volontà oppure no.
“Non l’ho fatto apposta” significa “non l’ho fatto volontariamente“.
In circostanze simili, quando cioè non è del tutto chiaro quando un evento, un fatto, è fortuito, casuale oppure no, si può usare l’espressione “manco a farlo apposta”.
Però in questo caso non ci stiamo scusando con nessuno, e ciò che è accaduto non è un fatto negativo per nessuno in genere.
Semplicemente facciamo notare, con questa espressione, che qualcosa è accaduto in modo fortuito o casuale, quando questa casualità non è chiarissima. Potrebbe sembrare invece ci sia una pianificazione.
Somiglia molto all’espressione “guarda caso” alla quale abbiano dedicato un episodio. Non c’è ironia in questo caso e neanche nessun sospetto di falsa casualità. Si sta dicendo che questa cosa che è accaduta non sarebbe accaduta neanche se l’avessimo fatto apposta, neanche se avessimo voluto che accadesse, nemmeno se ci fosse stata una volontarietà, una pianificazione da parte di qualcuno. Quindi c’è stupore che questa cosa accaduta sembri proprio fatta apposta, ma è assolutamente casuale. Una coincidenza in pratica!
Es:
Ieri ho messo le telecamere nel mio giardino e manco a farlo apposta proprio ieri sera dei ladri hanno provato a entrare in casa.
Quindi è successa una cosa casuale, che non sarebbe successa neanche se fosse stata pianificata, neanche se fosse stato fatto apposta. In questo caso sarebbe stato impossibile pianificarlo, tra l’altro.
Ieri non sono andato al lavoro per la prima volta dopo 10 anni e neanche a farlo apposta, proprio ieri c’è stato un grosso incendio nel palazzo dell’ufficio.
Che coincidenza! Si potrebbe dire, e invece è stato tutto frutto del caso.
Stamattina pensavo alla mia ex fidanzata, e manco a farlo apposta la incontro in metropolitana.
Sofie: secondo me pochi animali sono adatti per stare in casa con noi esseri umani. Da bambino ho portato in casa delle rane, e le ho messe nella vasca da bagno. Non ti dico la faccia di mia madre quando è entrata in bagno!
Rafaela: ci credo! Ci sono persone che hanno anche il drago barbuto o anche dei maiali nani. Avete presente?
Lejla: ma ti rendi conto dove arriva la follia umana? Ancora ancora un criceto o un coniglio, ma un maiale! Io non lo so guarda !
Ulrike: ma che sarebbeil drago barbuto? Mi state prendendo in giro?
Hartmut: no, no, è una sorta di lucertolone che cresce fino a quasi diventare un coccodrillo.
Flora: Stando ai dati sembra che ce ne siano parecchi nelle case italiane. Il fatto è che molto spesso non vivono nel loro ambiente ideale. Gli va di lusso se hanno un giardino a disposizione.
Eccoci ad una espressione italiana molto interessante e direi anche molto elegante: averne ben donde.
Apparentemente incomprensibile per un orecchio non madrelingua, ma vediamo se riesco a far luce su questa espressione in qualche minuto.
Dunque, iniziamo dal verbo avere. Iniziamo da averne. Come possiamo usare “averne” in una frase meno complicata?
Dunque, sapete che la particella “ne” alla fine del verbo si riferisce a qualcosa: avere qualcosa.
Ad esempio:
di automobili mi piacerebbe averne tre.
Oppure:
Quanti motivi hai per imparare l’italiano? Solitamente non è sufficiente averne solamente uno. Servono almeno due motivi (è solo un esempio).
Anche i motivi, le ragioni dunque si possono avere. E qui ci avviciniamo all’espressione si oggi.
Infatti “averne ben donde” di utilizza per esprimere che si ha un buon motivo di fare qualcosa. Generalmente usiamo averne e non avere. Si usa quasi sempre in questa forma infatti, con “ne”, messo più spesso prima del verbo, e quasi mai dopo:
Io ne ho ben donde
Tu ne hai ben donde
Lui/lei ne ha ben donde
Noi ne abbiamo ben donde
Voi ne avete ben donde
Loro ne hanno ben donde
Attenti agli esempi:
Marco sta piangendo e ne ha ben donde, perché la sua bellissima fidanzata l’ha appena lasciato.
Ne ha ben donde, come a dire: ha un buon motivo per piangere, un motivo molto valido, veramente valido.
Questo è il senso: un motivo valido, un buon motivo.
I membri che riescono a comporre delle belle frasi di ripasso con le espressioni già spiegare, hanno ben donde di essere soddisfatti.
Se qualcuno ti distrugge l’automobile nuova hai ben donde di essere arrabbiato con lui.
Sei arrabbiato? Ne hai ben donde!
In Italia tutti vogliono avere il vaccino per primi: avvocati, religiosi, eccetera. Solo le persone che lavorano alle casse dei supermercati (che invece ne avrebbero ben donde) non si sono fatte ancora sentire.
Si usa quasi sempre così: “bendonde“, e questo ben indica la validità del motivo.
Ma da dove viene questo “donde“?
Potrei dire:
Donde viene questo “donde“?
Questo termine, infatti, viene dal latino, e al di là della frase di oggi, donde ha un senso simile a “da dove”, “da cui”, inteso nel senso di “origine”, o “punto di partenza” :
Per spiegare questa espressione non sapevo donde (da dove) iniziare
Donde (da dove) vieni?
Sono tornato al punto donde (da cui) ero partito
Suona un po’ vecchiotto come utilizzo usato in questo modo.
Anche un buon motivo, in fondo, è un punto di partenza. Questo forse deve aver pensato anche Giacomo Leopardi che nella poesia che si intitola “All’Italia” scrive:
Piangi, che ben hai donde, Italia mia
Poesia molto attuale direi. Anche adesso, infatti, in questo periodo di pandemia, l’Italia ha valide ragioni per piangere. Speriamo ancora per poco.
Marguerite: Io non ho ancora preso il vaccino x il covid, ma entro l’anno, stando a ciò che si dice, dovrei averlo. Mariana: Bisogna munirsidi pazienza Rafaela: Che vedano di sbrigarsi, questi governi, ad immunizzarci tutti. Irina: Prende corpo l’idea di una immunità di gregge a metà luglio. Dopodiché potrò partire alla volta dell’Italia!!
Oggi vediamo un’espressione informale usata in tutt’Italia: passarla liscia, che ha lo stesso significato di cavarsela, riuscire a evitare una punizione o una conseguenza negativa, soprattutto se deriva da un proprio comportamento sbagliato.
Vediamo qualche esempio di utilizzo:
Un automobilista ha superato i 200 km orari in autostrada, ma non l’ha passata liscia e la Polizia l’ha multato.
Quindi l’automobilista, dopo aver superato il limite di velocità in autostrada, sperava di passarla liscia ma non c’è riuscito. Sperava che la polizia non si accorgesse di questa infrazione ma invece non l’ha passata liscia e ha dovuto pagare la multa.
Si usa il verbo passare, nel senso di superare, lasciarsi alle spalle qualcosa senza pagare.
Si può usare anche per indicare il superare un pericolo o una difficoltà, in genere per pura fortuna.
È la seconda volta che crolla la mia casa ma anche stavolta l’ho passata liscia.
In questo caso è simile a “èandata bene“, “l’ho scampata bella“. Passarla liscia si usa solo al femminile: sempre passarla, mai passarlo.
Però generalmente è più usato nel senso di scansare una punizione, una punizione meritata per aver sbagliato qualcosa.
La usano spesso i genitori con i propri figli:
È la quarta volta che rientri a casa molto tardi la sera. Non credere di passarla liscia!
Con il pallone i ragazzi hanno rotto il vetro di una finestra ma l’hanno passata liscia perché nessuno li ha visti.
Ma perché liscia?
Liscio e liscia si usano anche in un’altra espressione: andare liscio. In questo caso indica l’assenza di problemi.
Com’è andata?
Tutto liscio!
È andato tutto liscio.
Tutto liscio come l’olio.
Le cose lisce, gli oggetti lisci, infatti, scivolano, al contrario delle cose ruvide, che incontrano resistenza con l’attrito.
I problemi quindi scivolano via, è come se non ci fossero.
Io la passo liscia
Tu la passi liscia
Lui la passa liscia
Lei la passa liscia
Noi la passiamo liscia
Voi la passate liscia
Loro la passano liscia
potete ascoltare e leggere proprio adesso:
Rafaela. Come saprete tutti, ho un cane a casa. L’altro ieri questa bestiola, tanto bella quanto vispa, è scappata via.
Ulrike:Lì per li, ho perso il lume della ragioneper via della paura che le accadesse qualche guaio, sola soletta per le strade. Volevo andare in giro gridando a squarciagola il suo nome affinché rivenisse da me. Ero sconvolta emotivamente e allo stesso tempo arrabbiata di brutto. Avevo bisogno di aiuto.
Marguerite: In quel mentre, mio marito mi guardò in malo modo e, udite udite, invece di darmi una mano mi fece questa paternale:
Hartmut: Ma come si fa!! Sembrerebbe che la tua brutta bestia lo faccia apposta per vederti andare su tutte le furie! Di fatto è troppo maleducata, devi metterle dei paletti. Bisogna insegnarle tutto da capo a dodici. In via cautelativa meglio tenerla incatenata. Punto e basta.
Ottimo lavoro ragazzi! Qualcuno avrà già notato che passarla liscia ha qualcosa in comune con passare in cavalleria! Ma sono le persone a passarla liscia, mentre sono le questioni a passare in cavalleria.
Quando diamo un consiglio ad Vedi di (scarica audio)
Quando diamo un consiglio ad una persona, come possiamo iniziare? Soprattutto se vogliamo spingere una persona, magari un amico, a fare qualcosa, ci sono diversi modi. Dipende un po’ da ciò di cui stiamo parlando e anche se questa cosa influisce su chi parla. E come facciamo a seconda che si tratti di qualcosa di simile a una richiesta, un favore, e meno di un consiglio?
Cerca di smettere di fumare!
Secondo me dovresti andare più piano con la macchina
Posso dirti una cosa? Perché non smetti di lamentarti?
Mi permetto di dirti che, secondo me, dovresti chiedere scusa a tua madre.
In queste frasi prevale a volte la cortesia, altre volte la stanchezza di vedere una situazione negativa che non cambia, o anche la curiosità.
Se questa cosa ci dà fastidio, possiamo decidere di essere gentili, oppure no, e allora il consiglio diventa un rimprovero:
Ma perché non smetti di fumare? Mi dà fastidio che ti fai del male così!
Che aspetti a rallentare? Vai troppo forte!
E piantala di lamentarti!!
Dai, che pizza che sei, smettila!
Chiedi scusa a tua madre e basta! Non ti sopporto.
Se vogliamo essere brevi, sintetici, categorici (cioè che non vogliamo una replica, una risposta a ciò che diciamo) e nello stesso tempo irritati perché la cosa riguarda anche noi, uno dei modi è usare il verbo “vedere” in questo modo:
Vedi di smetterla di parlare, mi dai fastidio!
Ehi, vedi di star zitto!
Vedi di rallentare, se non vuoi che io alzi la voce.
Vedete di fare silenzio mentre dormo, ok?
Vedete di finire il lavoro entro domani! Mi raccomando!
Vedi di toglierti da davanti alla TV!
Avevo fatto un accenno a questo uso di vedere in un episodio passato in cui si parlava di “vedi un po’ e vediamo un po’. Ma in questo caso c’è la preposizione “di”.
Il modo più corretto per chiamare una frase di questo tipo è “esortazione” . In effetti esiste il verbo esortare, che non è offensivo.
Esortare significa indurre a un certo comportamento, spingere a fare qualcosa facendo leva sugli affetti o sulla ragione; incitare, spronare.
Vedi di andare piano!
Equivale a:
Ti esorto alla prudenza (o a essere prudente).
Una prima differenza è che esortare vuole la preposizione “a”.
La differenza più importante è che usare “vedere di” è molto colloquiale come modalità, e chi la usa in qualche modo è in una condizione di superiorità, come un genitore o un datore di lavoro. C’è irritazione sicuramente.
Se non siete in una condizione simile non è consigliabile usare il verbo vedere in questo modo. Infatti sarebbe come dire che se non segui il mio consiglio puoi immaginare cosa potrebbe succedere. Suona come una minaccia!
Anche un po’ sgarbato e maleducato come “consiglio”. Senza dubbio. Dipende anche dal tono.
Spesso si usa proprio sotto forma di minaccia. Attenti al tono e alla differenza tra una minaccia e una frase arrabbiata:
Vedi di star zitto…
Vedi di andartene…
In casi estremi può anche sostituire o integrare la parolaccia italiana più famosa:
Vedi di toglierti dalla mia vista!
Vedi di andare a quel paese!
E adesso, non dovrei dirlo, ma vedete di fare un bel ripasso!!
Anthony: Questa mattina AVEVO proprio SENTORE che SAREBBE TOCCATO A ME scrivere un ripasso. Allora non ELUDO alle mie responsabilità IN QUALITÀ DI membro del gruppo e VEDO DI SFODERARNE uno CON I FIOCCHI. Era nessun altro che la capa Ulrike ad esortarmi a darmi da fare. PAVENTANDOMI la sua reazione se sono VENUTO MENO a questa sua esortazione, mi sono messo all’opera DI BUONA LENA.
Ulrike: apprezzo il tuo entusiasmo IN QUANTO mio collaboratore. Però molte volte nel passato, erano sia la scarsa qualità del tuo lavoro sia la tua inclinazione ad usare le parolacce davanti ai clienti a farmi CADERE LE BRACCIA. Non voglio che esca di nuovo un OBBROBRIO come il tuo ultimo tentativo.
Anthony: agli ordini, capo. MI MUNISCO di attenzione e con questo ripasso ambisco a farne uno che piacerà IN TOTO ai nostri clienti (cioè i nostri amici membri del gruppo). persona, come possiamo iniziare? Soprattutto se vogliamo spingere una persona, magari un amico, a fare qualcosa, ci sono diversi modi. Dipende un po’ da ciò di cui stiamo parlando e anche se questa cosa influisce su chi parla. E come facciamo a seconda che si tratti di qualcosa di simile a una richiesta, un favore, e meno di un consiglio?
Cerca di smettere di fumare!
Secondo me dovresti andare più piano con la macchina
Posso dirti una cosa? Perché non smetti di lamentarti?
Mi permetto di dirti che, secondo me, dovresti chiedere scusa a tua madre.
In queste frasi prevale a volte la cortesia, altre volte la stanchezza di vedere una situazione negativa che non cambia, o anche la curiosità.
Se questa cosa ci dà fastidio, possiamo decidere di essere gentili, oppure no, e allora il consiglio diventa un rimprovero:
Ma perché non smetti di fumare? Mi dà fastidio che ti fai del male così!
Che aspetti a rallentare? Vai troppo forte!
E piantala di lamentarti!!
Dai, che pizza che sei, smettila!
Chiedi scusa a tua madre e basta! Non ti sopporto.
Se vogliamo essere brevi, sintetici, categorici (cioè che non vogliamo una replica, una risposta a ciò che diciamo) e nello stesso tempo irritati perché la cosa riguarda anche noi, uno dei modi è usare il verbo “vedere” in questo modo:
Vedi di smetterla di parlare, mi dai fastidio!
Ehi, vedi di star zitto!
Vedi di rallentare, se non vuoi che io alzi la voce.
Vedete di fare silenzio mentre dormo, ok?
Vedete di finire il lavoro entro domani! Mi raccomando!
Vedi di toglierti da davanti alla TV!
Avevo fatto un accenno a questo uso di vedere in un episodio passato in cui si parlava di “vedi un po’e vediamo un po’. Ma in questo caso c’è la preposizione “di”.
Il modo più corretto per chiamare una frase di questo tipo è “esortazione” . In effetti esiste il verbo esortare, che non è offensivo.
Esortare significa indurre a un certo comportamento, spingere a fare qualcosa facendo leva sugli affetti o sulla ragione; incitare, spronare.
Vedi di andare piano!
Equivale a:
Ti esorto alla prudenza (o a essere prudente).
Una prima differenza è che esortare vuole la preposizione “a”.
La differenza più importante è che usare “vedere di” è molto colloquiale come modalità, e chi la usa in qualche modo è in una condizione di superiorità, come un genitore o un datore di lavoro. C’è irritazione sicuramente.
Se non siete in una condizione simile non è consigliabile usare il verbo vedere in questo modo. Infatti sarebbe come dire che se non segui il mio consiglio puoi immaginare cosa potrebbe succedere. Suona come una minaccia!
Anche un po’ sgarbato e maleducato come “consiglio”. Senza dubbio. Dipende anche dal tono.
Spesso si usa proprio sotto forma di minaccia. Attenti al tono e alla differenza tra una minaccia e una frase arrabbiata:
Vedi di star zitto…
Vedi di andartene…
In casi estremi può anche sostituire o integrare la parolaccia italiana più famosa:
Vedi di toglierti dalla mia vista!
Vedi di andare a quel paese!
E adesso, non dovrei dirlo, ma vedete di fare un bel ripasso!!
Ulrike: apprezzo il tuo entusiasmo IN QUANTO mio collaboratore. Però molte volte nel passato, erano sia la scarsa qualità del tuo lavoro sia la tua inclinazione ad usare le parolacce davanti ai clienti a farmi CADERE LE BRACCIA. Non voglio che esca di nuovo un OBBROBRIO come il tuo ultimo tentativo.
Anthony: agli ordini, capo. MI MUNISCO di attenzione e con questo ripasso ambisco a farne uno che piacerà IN TOTOai nostri clienti (cioè i nostri amici membri del gruppo).
Avete mai letto gli annunci in cui si ricercano baby sitter o persone per fare le pulizie di casa?
Questo è un esempio:
Cercasi babysitter automunita in zona
L’annuncio è chiaro: si cerca (cercasi) una baby sitter in zona, cioè che abiti nello stesso quartiere, la stessa zona in cui si trova questo annuncio, e questa baby-sitter deve essere automunita.
Automunita significa munita di automobile. In pratica la baby-sitter che si sta cercando deve avere una automobile propria, quindi deve essere indipendente dal punto di vista degli spostamenti, perché deve, evidentemente, anche accompagnare il bambino o la bambina dove è necessario.
Si sta parlando del verbo munirsi.
Essere munito di qualcosa ha il significato di avere qualcosa, possedere qualcosa.
Quindi se io sono automunito significa che ho un’auto mia, che possiedo un’auto.
In questo caso si tratta di un unico termine, ma generalmente si usa semplicemente il verbo munirsi o munire.
Quando usiamo questo verbo generalmente lo facciamo per indicare qualcosa che bisogna avere per raggiungere uno scopo.
Spesso è legato alla protezione personale, alla difesa e alla sicurezza:
Se si va a camminare nel bosco meglio munirsi di un bastone.
Il mio computer è munito di un buon antivirus
La città è munita di mura di protezione
Si usa, come avete visto, la preposizione di.
Per andare in America bisogna munirsi di passaporto.
Il senso è simile a provvedere, fornire e dotare. Il senso del bisogno, della necessità per un fine preciso è fondamentale per poter usare questo verbo.
Si può usare comunque anche in modo non riflessivo.
Se vogliamo che i ladri non entrino nella nostra casa, bisogna munire le finestre di inferriate e munirsi anche di un buon allarme.
Ci si può munire anche di qualità:
Bisogna munirsi di pazienza con i bambini.
Altri esempi:
Il portone di casa è munito di una serratura elettronica.
Mario è ben munito di soldi. Sposatelo!!
Sono sempre munito di buone idee per nuovi episodi
Adesso ripassiamo:
Mariana: la mia scelta di imparare italiano è meramente di piacere.
Rafaela: stando aidati, la motivazione più comune è l’arricchimento culturale
Wilde: spesso e volentieri anche per esigenze di studio, di lavoro, per turismo o per ragioni affettive.
In genere questo termine si utilizza quando si parla del lume di una candela, o del lume di una lampada. Nel caso della candela è una luce debole, leggera, fioca.
Il lume può essere, nel linguaggio comune, anche la stessa lampada, e non la luce che essa emana.
Una lampada a petrolio quindi diventa un lume a petrolio.
Il lume è un termine che si usa spesso nella letteratura nella poesia in sostituzione del termine luce.
Questo è il senso proprio di lume, che al plurale diventa lumi.
Ebbene, lumi, al plurale, invece si usa soprattutto nell’espressione “chiedere lumi” e anche “attendere lumi”, ma in questi due casi il lume non è una luce.
Il significato delle espressioni però è legato alla parola lume, quindi alla luce. In questo caso non si sta chiedendo a qualcuno di illuminare una stanza buia, o di “chiedere un lume” inteso come una lampada. Anche “attendere lumi” non significa aspettare una luce.
Non si sta chiedendo questo ma il senso è figurato, sia col verbo chiedere, sia con attendere.
Si sta, in questo caso, chiedendo una spiegazione, unchiarimento per qualcosa che noi non capiamo. Si spesso in senso ironico.
Il lume indica infatti la luce, ma la luce ci fa vedere ciò che al buio non si vede, quindi in senso figurato ci fa capire qualcosa che, senza una spiegazione, non riusciamo a capire. Questo è il motivo per cui si utilizza chiedere lumi al posto di chiedere una spiegazione.
Si tratta di spiegazioni particolari.
Generalmente si usa infatti quando non è colpa nostra quando non capiamo o non conosciamo qualcosa.
Es: come mai papà ha deciso di licenziarsi?
No so, appena torna chiediamo lumi a lui.
Quindi i lumi sono delle spiegazioni, ma possono anche dei chiarimenti, intesi come istruzioni su cosa fare, su come procedere.
Cosa facciamo con queste scatole che abbiamo in cucina?
Bisogna chiedere lumi a mamma. Le ha messe lei qui.
Questa è un’istruzione precisa che dobbiamo ricevere da mamma. È a lei che chiediamo lumi.
Attendiamo lumi da mamma.
Si può dire anche così.
Sarebbe come dire:
Aspettiamo che mamma ci illumini.
La luce, se ci pensate, è anche il simbolo dell’idea, che ci illumina la mente.
Notate che c’è quasi sempre una nota ironica o poetica quando uso il lume in senso figurato.
Attendere lumi e chiedere lumi si usa alquanto spesso nel linguaggio di tutti i giorni e anche si legge spesso sui giornali e nelle notizie in generale. Il senso spesso non è ironico in questo caso. Si chiedono semplicemente spiegazioni, o, come detto, chiarimenti su come comportarsi.
Es: il sindaco di Roma chiude le scuole nonostante le indicazioni del governo fossero diverse. Sono stati chiestilumi al sindaco di Roma.
Qui si tratta di spiegazioni, per capire il motivo della chiusura delle scuole.
Il governo chiede lumi agli esperti di virus per capire quali decisioni prendere
In questo caso si tratta di un parere professionale, un importante punto di vista.
Attenzione perché non c’è mai l’articolo in queste locuzioni. Succede spesso nelle espressioni della lingua italiana, ci avete fatto caso?
Esiste anche “il lume della ragione”. In questo caso l’articolo c’è, ma il motivo è che sto indicando un lume particolare, ben preciso: il lume della ragione.
Qui si usa la luce per indicare la mente, la razionalità, la ragione.
Se una persona “perde il lume della ragione” significa conseguentemente che perde la ragione. Quindi chi perde il lume della ragione impazzisce.
Prima del ripasso del giorno, termino l’episodio citando Giacomo Leopardi, che nello Zibaldone scrive:
La ragione è un lume; la Natura vuol essere illuminata dalla ragione non incendiata. Come io dico accadde appresso i Greci e i Romani: al tempo…
Mariana: episodio dopo episodio, sapete che il mio Italiano inizia a prendere forma?
Irina: beato te, il mio Italiano invece è ancora un obbrobrio.
Ulrike: sempre ottimista eh? Mai che te ne esci con un segnale di entusiasmo. Prendi spunto da Mariana. Non ti farebbe male.
Sono sicuro di sì, ma se non lo avete ancora fatto, vi raccomando vivamente di farlo al più presto, non appena mettete piede in Italia.
Le pappardelle sono un tipo di pasta. Una pasta di farina e uova, tagliata in strisce più larghe rispetto alle tagliatelle. Si mangiano in tutti i ristoranti d’Italia, specie in Toscana e nel Lazio.
Pappardelle è il plurale di pappardella. Ma cos’è una pappardella?
La versione singolare non si usa in genere con la pasta alimentare, cosa questa che avviene anche con altri tipi di pasta, come le penne, i rigatoni, gli spaghetti eccetera. Per la pasta si usa sempre il plurale, a parte rare eccezioni. Un esempio di eccezione è la “sagra della pappardella“. Ma la sagra è una festa, e quella della pappardella (si svolge in molte località italiane) è appunto dedicata alle pappardelle. In questo caso, se parliamo di sagre, si usa spesso anche il singolare.
C’è un altro caso in cui si usa il singolare, e questo riguarda molti tipi di pasta. Anche gli spaghetti infatti, o altri tipi di pasta, vengono chiamati al singolare, ma questo è soprattutto una usanza dei camerieri e dei ristoratori. Quando prendono le loro “comande” (ordinazioni) ai tavoli, scrivono ad esempio: uno spaghetto ai funghi, un rigatone alla parmigiana e una penna al pomodoro“. Ma questo fa parte del gergo del cameriere, fa parte del loro linguaggio. “Uno spaghetto” significa “un piatto di spaghetti” eccetera. Analogamente può accadere che venga ordinata “una pappardella ai funghi porcini”, cioè un piatto di pappardelle ai funghi porcini.
La pappardella (al singolare) però è un termine che si usa, nella lingua italiana per indicare anche un discorso o uno scritto farraginoso, cioè molto lungo, prolisso, confuso e dunque anche noioso. Quando si legge qualcosa di molto noioso e non ne abbiamo voglia, spesso si sentono commenti di questo tipo:
Durante la lezione, ho dovuto sopportare tutta la pappardella dei testi classici antichi. Due ore di una noiosissima lezione.
Oggi ho il corso di teatro. Bisogna recitare tutta la pappardella a memoria!
Spesso si parla proprio di imparare a memoria qualcosa, come un testo scritto, in genere noioso.
A scuola è una parola che si usa spesso, quando ad esempio il professore rimprovera gli studenti di non usare il cervello ma di impararsi la pappardella a memoria, oppure quando c’è qualcosa che va imparato assolutamente a memoria, anche se è molto noioso.
Non dovete imparare la pappardella a memoria, ma usare il cervello per ragionare.
Vediamo comunque un altro esempio:
I politici, quando fanno la campagna elettorale in tutt’Italia, a volte hanno fino a 10 discorsi da fare in luoghi diversi e ogni volta recitano la stessa pappardella.
Quindi i politici, che devono fare il loro discorso alle persone in luoghi diversi, fanno spesso sempre lo stesso discorso, che diventa quindi una pappardella da imparare a memoria.
Mia madre, ogni volta che rientro tardi da casa mi recita sempre la stessa pappardella sul rispetto e sulle regole da rispettare.
Si usa il termine pappardella perché contiene “pappa”, e la pappa ha il significato di “cibo”. Si usa coi i bambini:
Mangia la pappa che è buona! Apri la bocca bel bambino!
Si usa però “pappa” anche per indicare un impasto, un miscuglio di ingredienti, a volte che non riesco neanche a distinguere tra loro. Se poi prendo del pane cotto e lo metto in acqua o brodo e magari aggiungo olio, aglio, pomodoro ottengo la “pappa al pomodoro“, un piatto tipico della cucina fiorentina. I senso figurato allora quando ho un discorso o uno scritto confuso, con molte parole (gli ingredienti) confuse, questa la posso chiamare “una pappa”, o una pappardella proprio per indicare che è lunga e noiosa. Con il termine pappardella molto spesso si utilizza l’espressione “attaccare il Pippone” che abbiamo già spiegato e altrettanto spesso si può utilizzare il verbo sorbire: sorbirsi una pappardella sorbire una pappardella. Anche sorbire è un verbo a cui abbiamo dedicato un episodio.
Ulrike: se questi episodi fossero una pappardella non staremmo qui ad ascoltarli. Te lo dico senza remore. Sofie: e in questo caso tutti gli episodi ci andrebbero di traverso. Irina: per carità! State freschi se pensate che sarei membro dell’associazione in quel caso!
Nella lingua italiana, quando siete in opposizione con qualcuno, quando cioè avete un avversario, un oppositore, uno che non la pensa come voi, ebbene, in queste situazioni, volete voi avere la meglio, volete batterlo, volete che la vostra idea o opinione prevalga sulla sua.
C’è in particolare una situazione di cui mi interessa parlare oggi cioè di quando finalmente la vostra idea prevale, quando riuscite a prendervi una soddisfazione nei suoi confronti.
Non parliamo necessariamente di un incontro sportivo ma piuttosto di conflitti ideologici, di diverse idee e punti di vista, o, al lavoro, diversi idee nel risolvere un problema, o diversi obiettivi da raggiungere. Insomma, tu e questa persona non andate d’accordo e ad un certo punto riuscite ad avere la meglio.
Più in generale possiamo parlare di prendersi una soddisfazione personale nei confronti di una persona.
In questi casi c’è una esclamazione molto adatta: tiè!
Questa esclamazione, molto colloquiale e anche abbastanza offensiva, ha il significato di “tieni”, come quando si dà una cosa ad una persona e la si invita a prenderla. Il senso però è di:
Anthony Giusto! Urge piuttosto un’accelerazione dei vaccini, altro che storie! per quanto mi riguarda, se mi chiamassero accetterei senz’altroun vaccino con AstraZeneca. Ciò non toglie però che sto seguendo le voci degli scienziati con attenzione.
Sapete cos’è uno spuntino? È semplicemente un piccolo pasto. In inglese si direbbe uno snack. In italiano potremmo anche dire “una leggera refezione al di fuori o in sostituzione dei pasti principali”. La refezione è, per dirlo in parole più semplici, un pasto. Bene, allora si potrebbe pensare che lo spuntino sia il diminutivo di spunto. Secondo questa logica anche lo spunto sarebbe un pasto. Sarebbe persino più grande dello spuntino! Invece no. Lo spunto è un’occasione iniziale da cui si prende ispirazione. Cosa significa? Posso usare il termine spunto in diversi modi. Oggi però mi interessa in particolare parlare della locuzioni prendere spunto (o trarre spunto) e offrire lo spunto. Il primo modo per usarlo è quando si parla con una o più persone e si introduce un argomento di discussione collegandosi a qualcosa di cui si è già parlato. Questo però si fa quasi esclusivamente durante una lezione o una spiegazione o anche una conferenza, una riunione. Un po’ accademico e formale come contesto. Quindi si prende l’occasione di introdurre un’idea, un progetto, un piano, a partire da qualcosa di già detto. Es: se stiamo parlando di lingua italiana e di Dante Alighieri io potrei dire:
Vorrei prendere spunto da questo argomento per parlarvi del periodo storico in cui è stata scritta la divina commedia.
Spesso quando si fa questa operazione si può cambiare anche completamente discorso. L’importante è trovare un legame tra le due questioni. Trovare lo spunto, l’occasione, cogliere l’opportunità per agganciarsi. Quando si prende spunto, spesso si aspetta l’occasione giusta per farlo. Si aspetta che si abbia una ragione, per trovare un collegamento che mi dia questa possibilità.
Vorrei prendere spunto da quanto detto poc’anzi da Giovanni sulla divina commedia per parlarvi di un aspetto particolare…
È un po’ come dire:
Colgo l’occasione per parlarvi di un aspetto particolare della divina commedia… Vorrei collegarmi a quanto detto da Giovanni a proposito di Dante Alighieri… Visto che si è parlato di Dante Alighieri, approfitto per parlarvi di…
Si può prendere spunto da qualcosa anche per fare una domanda:
Mi scusi, prendo spunto da quanto appena detto per farle una domanda…
È un linguaggio, come detto, che appartiene più al mondo accademico. Non dico che sia molto formale, ma neanche colloquiale. Un secondo modo di usare prendere spunto è nel senso di imitare e ispirarsi.
Un pittore per dipingere un quadro può prendere spunto da un altro quadro, o dalla tecnica usata da un altro pittore.
È una sorta di punto di partenza, punto iniziale per trarreispirazione, per prendereispirazione, per prendere spunto, qualcosa da cui partire. I due quadri potranno alla fine avere qualcosa in comune. Ma il pittore può prenderespunto anche da un sogno, o da una persona o un’immagine che gli è rimasta impressa. Anche questa è più un ispirazione che un’imitazione. L’imitazione e l’ispirazione vanno bene entrambe comunque per usare l’espressione. Una squadra di calcio che vive un momento di difficoltà perché le vittorie non arrivano può prendere spunto da un’altra squadra che, in un momento simile, è riuscita a superare il problema.
Prendiamo spunto da loro!
È come dire:
Facciamo come loro, imitiamoli.
Si può anche prendere più di uno spunto:
Ti piace il dolce che ho fatto? Ho preso qualche spunto da una ricetta vista in TV.
Vale a dire: mi sono lasciata ispirare da una ricetta in TV. Ho visto una ricetta in TV e ho imparato due o tre cose che non conoscevo. Magari mi riferisco alla tecnica usata, o magari solo che la farina da usare è quella tipo 0 e che la temperatura del forno è di 180 gradi. Non è detto che io abbia copiato interamente la ricetta. Queste sono le due modalità per usare prendere spunto. Prendere spunto a volte si scrive con l’articolo: prendere lo spunto. Si può fare sempre in realtà, ma si fa soprattutto per dare più importanza a ciò che si vuole dire, quindi ridurre il senso di “approfittare dell’occasione”, “agganciarsi a un discorso” e dare maggiore enfasi in discorsi più seri. Si avvicina al senso approfittare dell’occasione perriflettere.
L’essere umano dovrebbe prendere lo spunto dalla pandemia che stiamo vivendo per riflettere maggiormente su un modo di vivere più consapevole. Le donne vittime di violenza da parte di uomini crescono sempre di più. Si dovrebbe prendere lo spunto da questo fatto per affrontare seriamente il problema.
Esiste anche offrire lo spunto. Non è difficile capire come si usa:
La pandemia che stiamo vivendo dovrebbe offrire lo spunto all’essere umano per riflettere maggiormente su un modo di vivere più consapevole. L’aumentare de casi di violenza sulle donne ci deve offrirelospunto per affrontare seriamente il problema.
Offrire lo spunto si usa sempre con l’articolo. Si può usare lo spunto o uno spunto o qualche spunto.
Questo di cui lei ha appena parlato mi offre lo spunto per introdurre un argomento interessante… Vorrei offrire a tutti voi uno spunto di riflessione adesso… Magari qualcuno può anche trarre spunto da questo episodio per una frase di ripasso.
Stavolta ho usato “trarre spunto” (anche con l’articolo se si dà enfasi) che è analogo a prendere spunto. Che ne dite allora? Ripassiamo?
Dopo aver visto diversi utilizzi del verbo prendere che hanno a che fare con il movimento e la trasformazione, come prendere corpo,e prendere forma e “prendere piede” oggi vediamo una locuzione che invece usa il verbo prendere in un modo più vicino al senso proprio del verbo.
Infatti nella locuzione “prendere atto” (di qualcosa) il verbo prendere indica qualcosa che diventa nostro, qualcosa che viene preso, o meglio, viene acquisito, E’ qualcosa che entra in nostro possesso, ma non nel senso materiale. Infatti prendere atto si usa con le informazioni. Quando veniamo a conoscenza di un fatto o di una notizia in qualche modo è come se diventasse nostra, è come se la prendessimo con noi.
E’ quindi un “prendere” figurato, che somiglia molto al verbo “acquisire“, “considerare“, o “prendere in considerazione“.o, meglio ancora “constatare“.
“Prendere in considerazione” è molto più usata come locuzione, ma non è esattamente equivalente a “prendere atto“.
Infatti un “atto” è un fatto, qualcosa di accaduto, o comunque una verità da non trascurare. Generalmente si tratta di un fatto che si è verificato e che ad un certo punto arriva a noi. Noi ne veniamo a conoscenza. Ma questa cosa di cui veniamo a conoscenza può anche essere una deduzione logica, una conseguenza di un fatto, e non il fatto stesso.
Es:
Maria mi ha rifiutato ancora una volta. Devo prendere atto del fatto che evidentemente non sono il suo tipo.
Questa è una deduzione, è una conseguenza della realtà (Maria non mi vuole!).
In effetti si usa spesso in questo modo, quando ci si deve convincere di qualcosa attraverso un ragionamento.
Potrei anche dire:
Dopo 10 volte che provo a fare inutilmente l’esame di matematica devo prendere atto
In modo più semplice posso dire che:
La polizia ha preso atto che la banca è stata rapinata.
Questa è una semplice constatazione, perché quando la polizia è arrivata ha visto, cioè si è accorta che la banca è stata rapinata, che la banca ha subito una rapina. Non è una deduzione ma una constatazione, è un fatto concreto che si è realizzato. Non c’è bisogno di fare una deduzione, ma posso usare ugualmente “prendere atto”.
Quindi “prendere atto” si usa quando si fa una deduzione, e in questo caso è simile a “cercare di accettare“, in quanto si tratta sempre di deduzioni negative, sgradevoli, e anche quando si fa una constatazione.
Nel caso della constatazione, l’uso è abbastanza formale. Io ho fatto l’esempio della polizia che prende atto di un fatto accaduto, ma anche al lavoro si usa spessissimo, nella politica e anche nel linguaggio giornalistico.
Vediamo alcuni esempi, sia di constatazione, sia di deduzione
Il direttore dell’azienda ha preso atto delle richieste dei lavoratori (constatazione)
Il Governo, preso atto dell’aumento dei contagi da Covid, ha deciso di dichiarare la zona rossa nazionale (constatazione)
La professoressa, preso atto dei buoni voti degli studenti, ha voluto dare loro una settimana di riposo dallo studio (constatazione)
Alcuni italiani che non credevano nel virus del Covid, di fronte al numero elevatissimo di morti, hanno dovuto prendere atto del fatto che si sbagliavano (deduzione)
Notate che spesso quando si “prende atto” di qualcosa, subito dopo accade qualcosa, si fa qualcosa, si reagisce a questa “presa d’atto” attraverso un’azione. E questa azione è influenzata da ciò di cui si prende atto. Non a caso il termine “atto” può indicare anche un documento. Pensiamo agli atti di un processo,
Il direttore dell’azienda, se dichiara di aver preso atto delle richieste dei lavoratori, evidentemente ha intenzione di fare qualcosa per andare incontro a questi lavoratori.
Il Governo, quando prende atto dell’aumento dei contagi da Covid, ha subito deciso di dichiarare la zona rossa nazionale. Se non ne avesse preso atto, non avrebbe agito in quel modo.
Analogamente, la professoressa, quando prende atto dei buoni voti degli studenti, decide di premiarli con una settimana di riposo dallo studio.
So cosa volete dirmi adesso: che devo prendere atto del fatto che non riesco mai a fare una spiegazione in due minuti. Va bene, ne prendo atto, ma voi dovrete prendere atto che questo episodio, come tanti altri, meritava una spiegazione più dettagliata.
Ripasso espressioni precedenti:
Ulrike:
Giochiamo un po’? Un indovinello vi va?Domanda retorica, lo so. Allora cominciamo: con quale espressione della rubrica dei due minuti si può dire che una cosa o un fare sono di scarsa importanza o di poco valore, ragion per cui non varebbe la pena di darle importanza? Ora tocca a voi.
Hartmut: Vuoi che non lo sappiamo, è chiarissimo. Aggiungo un ulteriore indizio: dedicarsi ad una cosa inutile che non ha nessun effetto, non è cosa.
Bogusia:
Hai ragione, ma prima che ci incartiamo con questa caterva di espressioni della rubrica, dacci un altro indizio Ulrike oppure tu Hartmut.
Sofie:
La neccessità di un ulteriore indizio secondo me non si pone, anzi lascerebbe il tempo che trova, dato che gli indizi presentati sono ben chiari. Avete capito? Ho appena usato l’espressione misteriosa.🙂
E’ il terzo episodio dedicato al verbo prendere. Ci state prendendo gusto spero. Spero cioè che vi stia iniziando a piacere.
Oggi però è il turno di “prendere piede“.
Prendere piede è una locuzione simile a “prendere corpo“, e “prendere forma“. Ancora una volta prendere esprime cambiamento, mutazione, trasformazione in qualcosa; stavolta, in particolare, c’è qualcosa che si sta affermando.
Ad affermarsi può essere un’abitudine, una moda, una usanza, un modo di fare. La cosa che conta è che la questione riguarda le persone, cioè il numero di persone che fanno qualcosa. Quando prende piede una moda ad esempio, questa moda, questo modo di vestirsi ad esempio, si diffonde, quindi si afferma in modo consistente. Molte persone in iniziano a vestirsi in un certo modo e la cosa inizia a diffondersi. C’è questo fenomeno in aumento che riguarda molte persone.
Si può usare anche il verbo “attecchire“. Per ricordarlo pensate ad “attaccare”, ma non pensate ad attaccare nel senso della guerra (attaccare il nemico) ma nel senso di contagiare, come quando si dice che una persona attacca l’influenza ad un’altra persona, cioè la passa ad un’altra persona. Oppure nel senso di attaccare come la colla, che serve per attaccare due oggetti o due superfici.
Attecchire è abbastanza simile e in senso proprio è tipico delle piante. Si mette una pianta nel terreno e si vede cosa succede nel tempo. Se la pianta attecchisce, mette le radici e tutto è andato bene: la pianta è sopravvissuta e sta crescendo. Si potrebbe dire che “ha funzionato”, nel senso che siamo riusciti a far attecchire la pianta al terreno. Vedete come attecchire è simile a attaccare. In effetti la pianta con le radici si è attaccata al terreno D’altronde esiste anche il piede di insalata e il piede di lattuga, che è un modo comune di chiamare una singola pianta, un singolo cespo di insalata.
In senso figurato attecchire si può usare al posto di diffondersi, affermarsi, prendere piede.
Avete notato che ogni tanto la moda anni settanta sembra prendere piede nuovamente?
Anche una moda che prende piede sicuramente possiamo dire che “funziona”. Ha attecchito tra la gente. Inizia ad emergere, a diffondersi, a farsi strada.
Dicevo che prendere piede si utilizza anche per le abitudini se si parla di più persone, e più in generale qualunque cosa possa diffondersi ed affermarsi.
Tra gli italiani sta prendendo piede l’abitudine di mettersi la mascherina prima di uscire di casa!
La variante inglese del Covid sta prendendo piede anche in Italia.
Whatsapp ha preso piede già da qualche anno in tutto il mondo.
Si usa in realtà anche con le ipotesi, a volte impropriamente, proprio come “prendere corpo“. Es:
Sta prendendo piede l’ipotesi di un allungamento del calendario scolastico, per consentire agli studenti di recuperare il tempo perduto a causa del Covid.
Dipende dal senso che si vuole dare alla frase. In questo caso ad esempio potrei voler dire che questa ipotesi di allungare le lezioni per un periodo di tempo aggiuntivo sta prendendo piede nel senso che inizia a trovare un sacco di persone che sarebbero d’accordo con questa idea.
Vedete come col verbo prendere c’è una certa flessibilità nell’utilizzo.
Irina: Sono di un avvisoparticolare sull’apprendimento della lingua italiana: Mi butto a pesce su ogni episodio per approfondire il mio vocabolario. Non lascio nulla d’intentatopurdi migliorare il mio livello. Devo ammettere che a volte mi cascano le braccia, perché sembra che il mio cervello somigli a un colino. Non mi capacitodi come ogni due per tre dimentichi delle parole. Forse questo accade perché parlare mi procura batticuore, ho una fifa bludi sbagliare. Peraltro va aggiunto che sbaglio un sacco. Ogni volta, parlando a tu per tu con qualcuno, sono lì lìper mollare tutto. Ciò non toglie che io abbia intenzione di continuare, purchévedrò un miglioramento significativo. A ben pensare, l’amore per la lingua italiana mi far andare avanti di buona lena. Non so cos’altro dire, se non che tentar non nuoce. Infatti, nonostante i problemi di cui vi ho parlato, tantonon me la sento di arrendermi. Do fondo a tutta la mie energie, perché mi sono prefissadi migliorare. A questo punto non mi va di piantar baracca e burattini. Finora ho visto i sorci verdi con la grammatica, ma d’ora in poi cambio registro con Italiano Semplicemente. Questo sito è una fucina di idee e un pozzo d’ispirazione.
Prendere forma è una locuzione simile a prendere corpo, che abbiamo visto nell’ultimo episodio. Può capitare anche che vengano usate una al posto dell’altra, ma in realtà c’è una differenza. La cosa in comune è che il verbo prendere indica sempre una trasformazione, un cambiamento. La differenza è che prendere forma non si usa, o meglio non dovrebbe usarsi per le ipotesi che si concretizzano, ma si usa per indicare che le caratteristiche di qualcosa iniziano a delinearsi, iniziano a definirsi. Questa cosa inizia ad assumere delle caratteristiche precise.
Es: guarda mia figlia, adesso ha 14 anni. Fino allo scorso anno era ancora una bambina. Adesso la donna inizia a prendere forma.
Questo è un esempio in cui mi riferisco alla forma fisica, la forma intesa in senso materiale. La ragazza inizia ad assumere le forme femminili, di una donna, e non più di una bambina. In senso immateriale invece:
Il progetto inizia a prendereforma.
Parliamo di un progetto qualsiasi, le cui caratteristiche iniziano ad essere evidenti.
Questo giorni in Italia staprendendo forma il piano vaccinale contro il Covid.
Infatti ci sarà presto una comunicazione da parte del governo in cui si spiegheranno tutte le caratteristiche del piano: chi sarà vaccinato, dove, quando, dove prenotare la vaccinazione, chi sarà abilitato a farlo eccetera. Qualunque cosa allora può prendere forma nel momento in cui iniziamo a vedere dei cambiamenti che rendono questa cosa più chiara, con caratteristiche precise, che fino ad ora non erano emerse. Ancora una volta non dobbiamo mettere l’articolo, come in “farsistrada” e “prendere corpo” , perché è una locuzione con un significato preciso. Se lo facciamo ci riferiamo a una forma precisa e dobbiamo indicare questa forma.
La ragazza sta assumendo laformadi una donna. Il progetto inizia a prendere laforma di ciò che avevamo in mente.
Adesso ripassiamo: Mariana: va detto che comporre delle frasi per ripassare gli episodi precedenti non è facile, ma ci consentedi metterci alla prova. Ulrike: le prime volte che si prova a farlo è facile che fiocchinogli errori. Wilde: che vuoi,da che mondo è mondo una lingua non si impara in un giorno!
Abbiamo parlato in particolare di “farsi strada“. Mi riferisco a quando si fa strada un’ipotesi. Dimentichiamo per un attimo lr persone che fanno strada o che si fanno strada ma pensiamo solo alle ipotesi che si fanno strada, cioè che diventano più concrete.
Ebbene, in questi casi possiamo dire anche che l’ipotesi “prende corpo“. Più facile da ricordare e sicuramente non vi confondere con gli altri usi di “farsi strada“.
“Prendere corpo” è dunque equivalente, ha lo stesso significato di “farsi strada”, ma solo in questo caso specifico delle ipotesi che diventano più concrete.
Vediamo alcuni esempi:
Sta prendendo corpo l’ipotesi di un fidanzamento tra Giovanni e Maria.
Sta prendendo sempre più corpo l’ipotesi di una cessione di Cristiano Rinaldo da parte della Juventus
Quindi Giovanni e Maria molto probabilmente si fidanzeranno. Non è una certezza, però rispetto a prima, è sicuramente l’ipotesi più probabile.
Lo stesso dicasi per la cessione di Ronaldo da parte della Juventus.
Queste ipotesi stanno prendendo corpo.
Perché su dice così?
Ogni corpo, come il corpo umano, è reale, si può toccare.
Quando qualcosa prende corpo, questa cosa non è ancora reale, ma il verbo “prendere” si usa per trasmette il senso della trasformazione verso qualcosa di reale. Qualcosa sta diventando reale, sta diventando qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ha un corpo. Pensate all’espressione “prendere l’abitudine” o a “prenderci la mano“. Anche in questi casi il verbo prendere si usa per trasmettere una trasformazione.
L’espressione si può usare in ogni contesto, anche il più formale quando si parla di qualcosa che si potrebbe avverare.
Non si tratta di un “corpo” materiale naturalmente. L’espressione è figurata. Si tratta appunto ancora di ipotesi, che in quanto tali, sono supposizioni, sono frutto dell’immaginazione. Ma ci stiamo avvicinando alla realtà. E’ in corso un avvicinamento ritenuto realisticamente possibile.
È con le ipotesi che si usa prevalentemente l’espressione “prendere corpo“.
Nei prossimi episodi vediamo invece altre due locuzioni, abbastanza simili: prendere forma e prendere piede.
Così capiremo meglio anche l’utilizzo del verbo prendere.
Dico davvero. Non vi sto prendendo in giro!
Adesso ripassiamo:
Rauno: Stava prendendo corpo l’idea di vaccinare tutti gli italiani entro l’anno, sennonchétutti questi problemi con i vaccini adesso stanno rallentando le cose. Ulrike: C’è un crescendo di preoccupazione in tutta Europa attorno agli eventuali effetti collaterali dei vaccini. Lejla: in merito, i dati non sono ancora allarmanti. Ma gli allarmistici sono sempre. Basta non lasciarsi coinvolgere
La strada è, in senso proprio, il luogo dove le macchine, le automobili, e in generale gli autoveicoli e i motoveicoli si muovono.
Ci sono le strade, le autostrade, e, volendo, anche le vie, le stradine, i viottoli, i viadotti, le bretelle autostradali, eccetera. La strada si percorre in senso materiale, fisico, ma si può anche “fare” :
Che strada fai per andare a casa?
Risposta: Faccio la strada di sempre, la solita strada
In questo caso si usa normalmente il verbo fare.
Ma cosa succede se tolgo l’articolo? Fare la strada, diventa “fare strada”.
Oggi voglio parlarvi proprio dell’espressione “fare strada”, e anche di “farsi strada”.
Quando ci sono delle macchine su una strada, spesso qualche automobile procede ad una velocità maggiore delle altre, allora la macchina più veloce sorpassa la macchina lenta. La macchina veloce supera la macchina lenta. Possiamo usare i due verbi superare o sorpassare indifferentemente.
Se però la strada è stretta e la macchina lenta non si accorge che ha una macchina che vuole passare, la macchina veloce suona il clacson: bep bep. La macchina lenta allora fa passare la macchina veloce. Posso anche dire che la macchina veloce chiede strada alla macchina lenta, oppure chiede alla macchina lenta di farle strada:
Fammi strada, devo passare!
Allora la macchina lenta fa strada alla macchina veloce.
Se ci pensiamo, quando una macchina fa strada ad un’altra, facendola passare, fa un gesto di cortesia.
A proposito di cortesia. “Fare strada” ha anche un altro significato. Si usa proprio in formule di cortesia, quando sono insieme ad una persona ospite e io devo mostrarle dove andare.
Prego, si accomodi, le faccio strada!
Prego accomodati, ti faccio strada.
Quindi io vado avanti e questa persona mi segue. In pratica io mostro la strada da percorrere e quindi precedo gli altri indicando il cammino:
Seguitemi, vi faccio strada!
Anche questo significa “fare strada” a qualcuno.
Ma c’è anche un altro modo di usare questa locuzione. Stavolta ci sono solamente io.
“Fare strada” in questo caso significa fare carriera. Significa avere successo, migliorare la propria condizione:
Giovanni è un ragazzo che farà strada
Maria è molto intelligente, farà sicuramente strada nella vita
Quando si ha successo, se ci pensate, è come se si vincesse una sfida con gli altri perché si emerge rispetto ad altre persone.
Non è facile fare strada nel mondo dello spettacolo
Significa che non è facile emergere nel mondo dello spettacolo.
Ma esiste anche “farsi strada“. Il verbo fare diventa farsi se si riferisce a se stessi, o alle persone in generale, ma anche quando si riferisce a un qualcosa di esterno.
Se lo riferisco alle persone, posso ad esempio dire:
Non è facile farsi strada nel mondo dello spettacolo
Farsi strada significa trovare il modo di emergere, superando gli ostacoli e i problemi. Significa andare avanti con caparbietà. Ci si fa strada quando si cerca di andare avanti lottando, cercando di superare le difficoltà. Fare strada invece è semplicemente il risultato finale, il fatto di emergere.
Se hai un problema nella vita devi affrontarlo, non aspettare che ti aiutino gli altri. Bisogna farsi strada da soli.
E’ possibile anche farsi strada tra la folla, tra la gente, andando avanti e cercando di passare eventualmente anche spostando le persone con le mani.
Se qualcuno si fa strada quindi, questa persona vuole passare, vuole superare le difficoltà e fa ciò che può per andare avanti.
Farsi strada tra la folla
Io mi faccio strada per poter passare
Tu ti fai strada per poter passare
Lui/lei si fa strada per passare
eccetera.
Attenzione adesso. Ho detto che farsi strada si usa anche con riferimento a un qualcosa e non solo a qualcuno.
Es:
Si fa strada l’ipotesi di un rinvio delle elezioni
Sembra farsi strada l’ipotesi di un rinvio delle elezioni
Questo significa che questa ipotesi sta diventando più probabile. E’ dunque una possibilità che si sta facendo più concreta. Si rafforza questa ipotesi.
Pensate a tante ipotesi possibili sul futuro, che potete vedere come delle automobili su una strada. Quando una ipotesi si fa strada, è come se superasse le altre ipotesi in termini di probabilità.
Quindi se è una persona a farsi strada, questa persona avanza, va avanti superando i problemi o le altre persone.
Se è una ipotesi a farsi strada, questa ipotesi diventa più probabile e concreta rispetto alle altre.
Posso usare anche le idee al posto delle ipotesi. Il concetto non cambia. Idea in questo caso sta per ipotesi. Stesso significato.
Quindi ricapitolando, si può farestrada al lavoro, o in qualsiasi attività dove ci si fa notare, si emerge, si fa carriera o si diventa esperti di qualcosa.
Si può far strada a qualcun altro se lo si fa passare, se lo si fa andare avanti. È anche una formula o cortesia quando si precede una persona indicando così la strada da percorrere.
Infine, c’è anche farsi strada. Ci si fa strada quando si va avanti superando le difficoltà, aiutandoci con le proprie forze. Quando è un’ipotesi a farsi strada invece questa ipotesi diventa più probabile.
Se amate l’Italia amate probabilmente anche le spiagge italiane.
“L’ultima spiaggia” però non è la spiaggia più lontana Italiana. Non è neanche l’ultima volta dell’estate che vedete una spiaggia italiana. Niente di tutto questo.
Niente a che fare con il mare e la sabbia. L’ultima spiaggia è invece una locuzione che indica un’ultima speranza, un’estrema possibilità di risolvere una situazione.
L’espressione che abbiamo visto insieme nell’ultimo episodio, se ricordate, è simile: l’extrema ratio l’ho definita in modo simile. Ma stavolta si parla di ultima possibilità, non di ultima possibile soluzione.
L’extrema ratio è una possibile soluzione che noi stessi scegliamo di applicare quando tutte le altre non hanno funzionato, perché siamo consapevoli delle conseguenze negative di questa soluzione.
Invece l’ultima spiaggia è l’ultima volta che abbiamo la possibilità di risolvere questo problema. Non ci saranno altre occasioni. Non si tratta di una soluzione diversa e percicolosa, ma solo di un’altra possibilità per riuscire a fare qualcosa di positivo. Poi basta.
Es:
La prossima partita saràl’ultima spiaggia per la squadra italiana. Se l’Italia non vince sarà fuori dal campionato del mondo.
Nello sport si usa spesso per trasmettere il senso di ultima POSSIBILITÀ, il senso di “ora o mai più”.
La locuzione viene da un libro, un romanzo. Ma questo quasi nessun italiano lo sa. Non è importante saperlo per poterla usare.
Ci sono due modi per usarla.
Il primo modo è dire che l’ultima occasione è ultima spiaggia, o rappresenta l’ultima spiaggia, o costituisce l’ultima spiaggia.
Questa partita è l’ultima spiaggia per l’Italia
Ma si può anche dire:
L’Italia è all’ultima spiaggia…
L’Italia si trova all’ultima spiaggia…
Si usa anche fuori dello sport ma si tratta sempre di un’ultima possibilità:
Mi hanno bocciato 5 volte all’esame di italiano finora. Il prossimo sarà l’ultima spiaggia. Se sarò bocciato ancora, lascerò l’università.
Un’espressione colloquiale, non formale quindi. Spesso si parla di ultimachance con quasi lo stesso significato. L’ultima spiaggia però ha spesso un senso più drammatico.
Inoltre la chance, cioè la possibilità in senso stretto, è legata ai singoli tentativi, come quando si cerca di colpire un bersaglio. L’ultima spiaggia ha un uso più generale, legato sempre alla perdita di qualcosa di importante. Vi consiglio pertanto di non abusare nell’utilizzo di questa espressione.
Bogusia: si leggono, qui nel gruppo, in modo indefesso le opere della letteratura italiana. Voglio ringraziare tutti i lettori che non cincischiano mai, e così facendo ci offrono, bontà loro, il loro contributo per il nostro quotidiano destreggiamento, Ci tendono la mano, dandoci la possibilità di scoprire i vari scrittori, per qualcuno forse sconosciuti. Spesso e volentierici si dimentica che lo stanno facendo per noi, il che non è cosa da poco.
Bisogna quindi farne tesoro e seguire con attenzione questa bella musica che viene dalla loro lingua. Si meritano il nostro plauso, eccome.
Episodio 478 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Parliamo di una espressione latina molto usata e molto utile da conoscere. Extrema ratio è l’espressione in questione. Si scrive con la x al posto della s. L’espressione si può usare quando abbiamo un problema da risolvere e, tra le possibili soluzioni, vogliamo indicare quella più pericolosa, quindi anche quella che sceglieremmo per ultima. Tradotta significa proprio questo: “ultima soluzione“, “estremorimedio“. L’aggettivo estremo, scritto però con la s e non con la x, in italiano indica, tra le altre cose, qualcosa di pericoloso. Pensiamo agli “sport estremi“, che sono i più pericolosi, come lo sci o l’arrampicata sulle montagne. L’estremo è spesso anche legato alla morte, come l’estrema unzione, che è la benedizione che si riceve prima di morire, o anche il gesto estremo, che in pratica indica il gesto di togliersi la vita. L’estremo è legato al pericolo anche perché esiste l’espressione “essere in estremo pericolo“, cioè correre un forte pericolo di morire. Esiste anche l’espressione: “a mali estremi, estremi rimedi”, di cui abbiamo già parlato nell’episodio 375. Insomma, una soluzione estrema è una soluzione a cui si ricorre quando non vi siano altre vie d’uscita, quando resta solamente questa possibilità, e questa è la soluzione più pericolosa, la più dolorosa o la più violenta. Il termine ratio, che si pronuncia “razzio”, indica invece la ragione, l’intelletto, la razionalità. E allora l’extrema ratio è una soluzione estrema, una soluzione che si decide di prendere razionalmente, con razionalità, usando la testa, consapevoli dei rischi che si corrono o delle conseguenze ovvie. Per questo motivo è estrema. Vediamo qualche esempio:
Per sconfiggere il covid ci sono metodi diversi, e la chiusura totale, il cosiddetto lockdown, è una scelta da prendere comeextrema ratio. Per funzionare funziona, ma a forte danno dell’economia. La stessa scelta di chiudere le scuole è un’extrema ratio.
Prima di prendere una scelta simile bisogna cercare tutte le alternative possibili. Un altro esempio:
Come si fa a salvare un’azienda che sta per fallire? Ci sono varie strade. Come extrema ratio si possono anche licenziare tutti i lavoratori in eccesso.
Ci si deve augurare che questa sia veramente una extrema ratio. A volte comunque si può usare anche se non c’è pericolo legato a questa soluzione ultima. In questo caso potrebbero diminuire i benefici anziché arrivare i pericoli. Resta il fatto che come alternativa è sempre l’ultima. Sarebbe allora un po’ come dire “meglio che niente“. Adesso chiedo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente se hanno una frase per non dimenticare le espressioni precedenti. Una cosa che faccio sempre è chiedere loro una frase di ripasso. Se poi non arriva niente, giocoforza, come estrema ratio, ci penso io a realizzarla e poi loro la registrano. Meglio che niente! Stavolta però non c’è stato bisogno. A te la parola Bogusia. Bogusia: Ho preso una brutta piega recentemente, non partecipando alle chiacchiere del gruppo. È già grasso che cola se dico buongiorno. Merapigrizia da parte mia? Può darsi . Di volta in volta mi trovo sguarnitadi idee. Boh, adesso, ho abbozzatoabbastanza con questo mio atteggiamento. Mi sono messa a studiare di nuovo, ma ho sentore che gli errori fioccheranno. Di paventaregiornate difficili da recuperare con le espressioni, però non me lo sento, poiché si sa che basta ritagliarsi del tempo per ascoltare il contenuto piacevole degli episodi. Con i due minuti di italiano semplicemente è anche possibile quando si ha il tempo risicato. Questo esercizio va fatto ogni giorno però, altrimenti giocoforzasi dimentica quanto imparato.
Episodio 477 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Un episodio ancora una volta dedicato a “ci si”. Ce ne siamo già occupati in un episodio precedente. era il n. 32 di questa rubrica.
Oggi vediamo la differenza tra “si” e “ci si“. In questo modo non ci saranno più dubbi.
Mi riferisco sempre al “si” senza accento, che si usa quando si parla in modo impersonale, come sto facendo adesso.
Parliamo in modo impersonale quando il soggetto non è chiaramente espresso e parliamo di noi o di tutti, cioè della gente in generale. Spesso si parla di regole da rispettare.
Quando si parla in modo impersonale, un errore comune tra i non madrelingua è dimenticare la particella “ci” quando questa è necessaria. Ad esempio:
Si deve indossare la mascherina sugli autobus (verbo indossare)
Ci si deve preoccupare se una persona non indossa la mascherina in un autobus (verbo preoccuparsi)
Ma quando è necessaria questa “ci”? C’è una regola?
La risposta è semplice: “ci” è necessario quando i verbi sono riflessivi, cioè quando l’azione del verbo è rivolta verso se stessi (come preoccuparsi) o se due o più soggetti compiono un’azione e nello stesso tempo la subiscono (come darsi la mano). Dipende dal tipo di verbo riflessivo.
Quindi, quando si parla in modo impersonale, se i verbi non sono riflessivi, ci vuole solamente “si”. Altrimenti si usa “ci si“. Questo accade soprattutto quando si inizia la frase con “quando”, oppure “se”, “nel caso in cui”, “qualora” eccetera. Cosa che accade spessissimo quando si parla in modo impersonale.
Quando si mangia, si tiene la bocca chiusa! (verbo tenere, non riflessivo)
Se si devefare questa cosa, allora facciamola! (verbo fare)
Si deve finire questo lavoro entro oggi (verbo finire)
Se si vuole, si può consegnare subito il compito (verbo volere)
Fate attenzione invece con i verbi riflessivi come ad esempio pettinarsi, impegnarsi, disinteressarsi, stringersi (la mano), sposarsi, divertirsi. pulirsi, sbagliarsi, scatenarsi. Ascoltate i seguenti esempi, dove la voce è anche quella di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente. In questi esempi che ascolterete ci sono sia verbi riflessivi che non riflessivi. Così potete vedere la differenza. Cogliamo l’occasione per ripassare alcune puntate precedenti:
Ci si deve voler bene se si vuol vivere a lungo (verbo volersi).
Tra amici ci si dice tutto (verbo dirsi)
Fernando: Quando ci si pettina, si deve fare lentamente. Mi fa specie che tu non lo sappia, visto che sei una parrucchiera.
Irina: Se ci si impegna, si può superare l’esame col massimo dei voti, salvo sfortuna.
Ulrike: Quando ci si disinteressa della propria moglie, alla fine si finisce per divorziare. Bisogna darsi una regolata.
Hartmut: Facciamo un gioco. Al mio “via” ci si stringe tutti la mano, purché poi ci si lavi le mani.
Anthony: Quando ci si sposa, si deve essere convinti, benché poi si possa divorziare.
Rauno: Ci si diverte molto in vacanza, vero? Ad esempio ci si può scatenare in discoteca
Mariana: E’ risaputo che ogni volta che se ne ha l’occasione, ci si develavare le mani.
Episodio 476 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
La caratteristica che rende la rubrica, unica nel suo genere, è la presenza, alla fine di ogni episodio, di un ripasso degli episodi passati. In questo modo, è giocoforza impossibile dimenticare.
Proprio “giocoforza” è l’argomento della puntata di oggi.
Significa inevitabilmente, necessariamente, obbligatoriamente.
Ma perché dovremmo usare giocoforza se non l’abbiamo mai fatto finora?
Se non volete usarlo, sempre meglio conoscerne almeno il significato e l’uso, altrimenti vi spiego anche come si usa. Notiamo che compare la “forza“.
Nel linguaggio colloquiale, quando qualcosa è obbligatorio o quando è inevitabile spesso si usa la locuzione “per forza“. Si usa soprattutto quando non si ha voglia, quando un’azione non è spontanea o volontaria, ma bisogna farla per forza, obbligatoriamente.
Devo studiare per forza oggi? Proprio non ne ho voglia!
Andiamo a trovare Giovanni?
Risposta: No, non ne ho voglia!
Devi venire per forza. Non puoi non venire.
Ebbene, giocoforza è simile ma meno informale, meno legato alle emozioni personali.
Si usa quando non si può fare a meno di fare qualcosa, quando un’azione è inevitabile, quando non c’è altra strada. Quindi obbligatorio ma solo in questo senso, non un obbligo imposto da una persona, da un dovere o da una regola da seguire.
In questi casi si può anche usare l’espressione “per forza di cose“, anch’essa più informale rispetto a giocoforza e forse anche più utilizzata.
Es: la pandemia ha comportato giocoforza misure restrittive.
Quindi: Per forza di cose si sono dovuti prendere dei provvedimenti. Non c’era un’altra strada.
Le circostanze hanno imposto delle decisioni, altrimenti le conseguenze sarebbero state ancora peggiori. Non si poteva evitare di prendere provvedimenti. E’ stata una scelta obbligata. Potrei anche dire che “è stato inevitabile prendere provvedimenti”.
L’esempio che ho fatto è il più semplice possibile.
Molto spesso però si usa insieme al verbo essere nella locuzione: “essere giocoforza“.
La presenza di “gioco“, dà quasi l’idea di una strategia di gioco. Questo rende il termine non troppo colloquiale. Comunque possiamo usarlo per qualunque tipo di discorso, anche in senso ironico:
Quando i miei figli si picchiano ègiocoforza intervenire.
In questa frase posso anche non usare la locuzione col verbo essere:
Quando i miei figli si picchiano devogiocoforza intervenire.
Quando i miei figli si picchiano, giocoforza è necessario un mio intervento.
Comunque la maggioranza delle volte si usa col verbo essere. Vediamo altri esempi:
Appena ho scoperto la rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, era la puntata 476. A quel punto fu giocoforza iniziare dal primo episodio.
Gli attaccanti titolari sono tutti infortunati. È giocoforza chiamare un ragazzo dalla squadra primavera.
Anche se oggi sono povero, il mio futuro non è giocoforza segnato.
Di fronte alla violenza è giocoforza cedere
Se domani piove, è giocoforza restare a casa
Se ci pensate, la questione è simile a quella dell’episodio scorso, dove si è parlato del verbo andareusato per esprimere il senso di dovere, o obbligo in modo impersonale.
Non è un caso che ho voluto affrontare subito il termine giocoforza.
Ad esempio le frasi:
I compiti vanno fatti subito!
Questo lavoro va finito entro domani!
Si parla sempre di necessità, di dovere, di bisogno, spesso di regole da rispettare o di doveri appunto. Obblighi in questo senso. Non si tratta di scelte inevitabili, di qualcosa di obbligatorio e ineluttabile.
Nel caso di giocoforza invece, come ho detto anche all’inizio dell’episodio, non ci sono alternative, non ci sono altre scelte. Un obbligo in questo senso. Inoltre quest’obbligo è sempre la conseguenza di una causa, qualcosa che ci obbliga, qualcosa che rende necessaria o obbligatoria un’azione.
Vediamo un esempio per chiarire maggiormente la differenza:
Va fatta attenzione quando si guida la macchina con la neve.
Se nevica tantissimo è giocoforza mettere le catene alle ruote.
Irina: adesso è giocoforza ripassare, sennò dimentichiamo, giusto? Però finora non mi ero mai imbattuta in questo termine.
Lejla: Adesso che la conosciamo però, non è solo appannaggio dei madrelingua!
Hartmut: però bisogna anche imparare ad usare questa nuova parola. E qui ti voglio!
Oggi parliamo del verbo andare, che ha un uso particolare che voglio spiegarvi. Iniziamo da “ci va“.
Vedremo insieme come “ci va” possa avere 4 diversi utilizzi: avere voglia, andare in un luogo, c’entra, bisogna mettere.
Per questo motivo il senso di “ci va” non è facile da capire per un non madrelingua.
Il senso cambia anche a seconda del senso da dare alla particella “ci”. “Va” come sapete è la terza persona singolare del verbo andare.
Aver voglia
Vediamo il primo modo di usare “ci va”: esprime il senso di avervoglia.
A me va di andare al cinema stasera. A te va? Ti va di andare al cinema?
Se anche a te va, posso dire che a noi va di andare al cinema.
I miei amici potrebbero rispondere:
A noi invece non va
Oppure:
A noi non ci va
Non ci va perché…
In questo caso il “ci” si riferisce a noi. Inoltre a volte (quando c’è anche “noi”) potrei anche togliere “ci” e il senso non cambia.
A noi non va
Cioè: noi non abbiamo voglia di andare al cinema. Uso “ci” per indicare noi.
Mi va (a me)
Ti va (a te)
Gli va (a lui)
Le va (a lei)
Ci va (a noi)
Vi va (a voi)
Gli va (a loro)
Andare in un luogo
Un secondo significato di “ci va” è invece quando “ci” si riferisce ad un luogo:
Io vado in città. Tu vai mai in città?
No, non ci vado mai.
E Giovanni? Giovanni ci va mai?
Quindi “ci” indica la città in questo caso.
Ci va Giovanni in città?
Si, ci va.
Io ci vado
Tu ci vai
Lui ci va
Noi ci andiamo
Voi ci andate
Loro ci vanno.
Il “ci” indica sempre lo stesso luogo. Stavolta non cambia mai perché indica un luogo e non noi.
Vediamo un terzo e un quarto modo di usare ci va.
C’entra
Nel terzo modo significa c’entra (entra dentro, oppure c’è spazio, ci passa), nel quarto modo significa bisogna mettere
Es:
Ci va un elefante nella tua macchina?
Sicuramente non ci va, a meno che non sia molto piccolo.
Stavolta “ci va” significa “c’entra”, cioè “Entra dentro”, “c’è spazio” , e si usa quando si parla di spazio.
Ci vanno 10 persone nella tua auto?
No, non ci va un elefante e non ci vanno neanche 10 persone.
Necessità, bisogno, dovere
Vediamo adesso il senso di necessità, bisogno, dovere.
Sulla pasta ci va il parmigiano?
Risposta: dipende. Se è una pasta col pesce non ci va. Altrimenti, molto spesso ci va.
Ecco, questa volta “ci” si riferisce alla pasta: insieme o sopra la pasta.
Insieme alla pasta ci va il parmigiano.
“Ci va” significa che il parmigiano è adatto, è appropriato, significa che ci sta bene insieme. Potrei anche dire, in questo caso, anche che “ci va” implica un dovere.
Sulla pasta bisogna mettere il parmigiano.
Posso anche dire infatti:
Sulla pasta ci va messo il parmigiano.
Il senso è lo stesso: devi mettere il parmigiano sulla pasta.
Ma se dico “ci va”, io non mi sto rivolgendo a te e a nessuno in particolare.
Parlo in generale invece. Sto dicendo che bisogna mettere il parmigiano sulla pasta.
Quindi il verbo andare in questo caso esprime qualcosa di necessario, qualcosa che bisogna fare, quindi è legato al dovere, ma in modo impersonale.
Mi spiego meglio. La particella “ci” in questo caso indica un oggetto: la pasta.
Ma la particella “ci” non è obbligatoria ai fini di esprimere la necessità, o il senso del dovere. È sufficiente il verbo andare che sostituisce il verbo dovere:
Sulla pasta ci va il Parmigiano
Sulla pasta va il Parmigiano? Sì!
Sulla pasta ci va messo il parmigiano? Sì
Sulla pasta va messo il ketchup? No!!!
Sulla pasta si deve mettere il parmigiano.
Sulla pasta va messo il parmigiano.
Queste sono tutte frasi equivalenti. Uso andare o dovere.
In questo modo si possono fare tantissimi esempi, ogni volta esprimendo un bisogno, una necessità, qualcosa da fare usando il verbo andare.
Il verbo andare quindi, qui volevo arrivare, si può usare anche in questo modo, non solo nel senso di insieme, sopra (questo significato si riferiva al verbo mettere) ma con qualsiasi altro verbo che segue. La maggior parte dei verbi non richiedono la particella “ci”, ma rimane il senso del dovere o del bisogno.
Questo lavoro va fatto entro stasera (deve essere fatto entro stasera, si deve fare entro stasera, bisogna farlo entro stasera, è necessario farlo entro stasera)
Va detto che sulla pasta con i funghi porcini non a tutti piace mettere il parmigiano (bisogna dire che… )
Questo latte va bevuto entro una settimana (bisogna berlo, è necessario berlo, si deve bere)
Va presa una decisione subito. (si deve prendere, bisogna prendere, è necessario prendere)
Questi ragazzi vanno puniti per ciò che hanno fatto (devono essere puniti, si devono punire, è necessario siano punili)
Notate cosa abbiamo fatto?
Si usa sempre il participio passato per esprimere questo dovere impersonale, o meglio questa necessità, questo bisogno:
Questo libro va assolutamente letto (si deve leggere, deve essere letto)
Le leggi vanno rispettate (si devono rispettare, devono essere rispettate)
Tutti questi documenti vanno firmati (devono essere firmati, si devono firmare)
Posso anche cambiare tempo:
Questo documento andavafirmato ieri (doveva essere firmato ieri, si doveva firmare ieri) Come mai non è stato fatto?
Sulla pasta (ci) andava (messo) il parmigiano, non il ketchup.
Questo lavoro andrebbe fatto (dovrebbe essere fatto, si dovrebbe fare) entro oggi, ma possiamo fare un’eccezione
Un ultimo esempio: gli episodi di italiano semplicemente vannoascoltati oltre che letti. Va aggiunto che per poterli ascoltare tutti, bisogna essere membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Questo va detto.
Irina: giusto, ma tutti possono scaricare gli episodi audio, previa registrazione come membro dell’associazione.
Lejla: se ancora non l’hai fatto, puoi ovviare facilmente facendolo ora.
Mariana: vai a capire come mai non ci avevi pensato prima, vero?
Ulrike: Non aver paura, avrai il supporto da parte di tutti i membri, e potrai anche tu dare il tuo apporto ai prossimi episodi con la tua voce.
Non sono molto sicuro di questo, ma credo che il verbo fioccare non sia usato dai non madrelingua.
Va bene allora proviamo a vedere se riesco a spiegarvelo in modo tale da invertire la tendenza 🙂 Dunque, fioccare viene dal fiocco di neve. La neve infatti cade dal cielo sotto forma di fiocchi. E i fiocchi di neve sono tanti, direi che nessuno li ha mai contati! Un po’ come le gocce di pioggia. Comunque, quando nevica, si dice spesso che fiocca. Quindi il verbo fioccare è simile al verbo nevicare. Anziché dire che nevica si può dire che fiocca, in modo colloquiale.
Guarda come fiocca fuori! Da noi sta fioccando, e da voi? Fiocca anche da voi?
Ma non finisce qui naturalmente, perché fioccare si usa anche in modo figurato. Si usa anche per indicare dei fatti, per lo più negativi, che si susseguono rapidamente e in gran quantità.
Si usa spesso con le critiche:
Le critiche fioccano!
Es:
Dopo questa decisione del governo fioccheranno le critiche!
Possiamo anche usare i fiocchi:
A questa decisione del governo seguiranno critiche a fiocchi!
Tantissime critiche ci saranno, una dietro l’altra.
Vediamo altri esempi:
Controlli anti-Covid in Italia: fioccano le multe e le denunce!
Ancora una volta: tante multe, tante denunce sono seguite ai controlli previsti per evitare la diffusione del Covid.
State attenti al termine fiocchi, perché come abbiamo visto dell’episodio 113, intitolato “con i fiocchi“, questo termine si usa anche per indicare cose molto positive, appunto con i fiocchi, ma questi fiocchi non sono i fiocchi di neve ma i fiocchi che si fanno per abbellire i pacchi, come ricorderete dalla spiegazione. Però in quel caso si dice “con i fiocchi” e non si usa il verbo fioccare.
Non sempre si tratta di cose negative comunque:
Fioccano le richieste di lavoro in modalità agile (smart working)
Quindi ci sono tantissime richieste da parte dei lavoratori, per usare la modalità di lavoro agile, cioè da casa, anziché recarsi sul luogo di lavoro.
Diciamo che usare “fioccare” è un modo per dare enfasi alla frase. Posso anche dire che:
In tutta Italia fioccano le località turistiche
Però siamo al limite in questo caso perché stiamo semplicemente dicendo che in Italia ci sono tantissime località turistiche.
Ha molto più senso se invece dico ad esempio che:
In Italia, spessissimo le macchine parcheggiano in doppia fila e non vengono multate. Fosse accaduto in altri paesi sarebbero fioccate le multe.
Inoltre ha più senso usare “fioccare” quando c’è un susseguirsi di tanti fatti, uno dietro l’altro, come i fiocchi di neve, ed in genere si tratta di fatti che sono successivi ad un accadimento, quindi si parla spesso di una reazione:
Appena è arrivata la sposa, con quel vestito rosso fiammante, sono fioccati i complimenti ma fioccavano anche gli sguardi critici da parte di alcuni invitati.
Adesso ripassiamo.
Lejla: oggi è la festa delle donne. C’è molto da fare ancora prima di festeggiare l’uguaglianza tra uomo e donna, sebbene l’ultimo secolo non sia passato invano.
Ulrike: oggi se ne parla molto più di prima, ma al di là delle mere dichiarazioni, occorrono i fatti. È da un pezzo che lo dico.
Sofie: ciò non toglie che sia comunque molto importante che se ne parli acché le intenzioni diventino fatti concreti.
Mariana: non voglio illudermi che la piena uguaglianza avvenga presto, ma mi piacerebbe almeno che non siano più tollerate e consentite violenze di genere.
Quando volete ridurre, cioè diminuire l’importanza o il significato di qualcosa, potete usare l’aggettivo “mero” e “mera” (al femminile). Lo spiego meglio: questi aggettivi si usano per circoscrivere i limiti di questa cosa. Normalmente a questo scopo si utilizzano “solo” o “solamente” che però hanno utilizzi più ampi: Ad esempio: Il tuo gatto ci sta ascoltando? Sì, ma è solamente un gatto, non capisce ciò che diciamo. Oppure: Mi devi dire altre cose o solamente questo? Ecco, in questi casi non posso usare “mero” e “mera”. Non posso dire cioè ad esempio: E’ un mero gatto Devo dirti mero questo Invece mero e mera si usano, nell’uso odierno al posto di “solamente” ma il suo significato è più vicino a “nient’altro che”, quando vogliamo escludere tutto il resto, soprattutto quando qualcuno potrebbe avere dei dubbi in merito. Ecco i modi più utilizzati: Un mero caso: “Ci siamo incontrati per mero caso”, cioè solamente per caso, per puro caso, cioè casualmente. Una mera coincidenza: Si è trattato di una mera coincidenza, nient’altro che una coincidenza. Una pura coincidenza. Una mera ipotesi: Facciamo un’ipotesi, ma è solo una mera ipotesi, nient’altro che questo. Non voglio creare discussioni. Una mera curiosità: Per curiosità, state seguendo la lezione? Non vi sto giudicando, non mi fraintendete, la mia è una mera curiosità. Una mera svista: Accidenti ho sbagliato indirizzo di posta elettronica e adesso Giovanni non crederà che si è trattato di una mera svista. Potete usarlo sempre davanti ad un qualcosa per sminuire il significato: Un poliziotto che esegue l’ordine del suo capo di arrestare una persona, di fronte ad una protesta da parte di questa persona, può dire: Non prendertela con me, io sono un mero esecutore! Cioè io eseguo solamente un ordine, non sono io che ho deciso il tuo arresto. Io faccio solamente il mio dovere. Se invece dovesi vincere un premio importante, potrei esprimere la mia soddisfazione in questo modo: La mia soddisfazione per aver vinto il premio di miglior professore al mondo va al di là del mero premio economico.
Questo significa che non sono soddisfatto per aver vinto dei soldi, ma per quello che significa il premio.
Esiste anche l’avverbio “meramente” che posso usare in alternativa all’aggettivo: “E’ una mera questione formale” diventa “è una questione meramente formale”. Che significa “è una pura formalità”, “è solamente un problema di forma”, non di altro tipo. “E’ un problema meramente matematico” è come dire “E’ un mero problema matematico” e significa che non è altro che questo, un problema matematico, non pensare ad altre cose. Avete notato che posso spesso tradurre “mero” con “puro“, nel senso di “non c’è altro“. Infatti il senso proprio del termine nasce con le sostanze “mere”, cioè “pure”, nel senso di non mescolate con altre sostanze. I romani lo usavano ad esempio per indicare il vino non mescolato con acqua. Oggi in questo modo in pratica non si usa più se non in alcuni casi, abbastanza tecnici, per circoscrivere, isolare qualcosa: Questo prodotto costa 100 euro, ma 30 euro sono di trasporto. Il mero costo del prodotto è di 70 euro. Per ultimo, mero non può usarsi da solo, senza specificare, come posso invece fare con solo, solamente e anche puro. Non posso dire: Questa cosa è mera. Inoltre non può andare dopo il sostantivo ma solo prima: E’ una mera abitudine quella di fare i ripassi alla fine degli episodi Non posso dire che “è una abitudine mera”. Sempre prima del sostantivo dunque. Ci farete l’abitudine comunque a forza di ripassare questo episodio. Adesso ripassiamo, appunto:
Anthony: Mi annovererei senza dubbio tra i membri del gruppo a cui piace scherzare, anche eccessivamente a volte. Ciò non toglie che posso subito tornare a Bomba per seguire il piano settimanale.
Mariana: Sai, mi chiedo spesso se tu hai contezzadi quanto spesso deragli le conversazioni rispetto all’argomento del giorno!
Khaled: lo/la stai cazziando? Questa tua critica è un po’ fuori luogo. Non trovi?
Rauno: Io per scrupolo ci tengo a precisare che è anche possibile darci a volte ad alcune deviazioni perché da così emergono degli spunti da cui imparare ancora di più.
Che significano le espressioni “beato te“, “beati loro“, “beata lei” e “beato lui”?
Beato te è una esclamazione che significa “quanto sei fortunato!”. E’ un modo simpatico per dire che a me piacerebbe essere nei tuoi panni.
Beato te che vai in vacanza in Italia!
Maria ha superato l’esame di italiano al primo colpo? Beata lei, quanto la invidio!
Beato Mario che vive in campagna!
Beato colui che riesce a vivere senza desiderare le ricchezze.
Non si tratta di invidia però. Ha un senso molto più attenuato, è più un apprezzamento e anche un desiderio di poter godere dello stesso bene che altri possiedono. Nel’invidia invece c’è rivalità, e non felicità per l’altro. L’invidia per questo è addirittura uno dei sette vizi capitali, secondo la dottrina cattolica (opposto alla virtù della carità).
L’espressione “beato te” non contiene quindi rivalità e malanimo, ma si usa quando si apprezza qualcosa di altre persone, una condizione, qualcosa di accaduto, una prospettiva futura, una qualità posseduta eccetera. E’ come dire “come vorrei fosse accaduto a me”, “piacerebbe anche a me”, “che bello sarebbe se accadesse anche a me”.
L’aggettivo in realtà viene dalla religione, dalla condizione di beatitudine, quindi il beato, sostantivo, è colui che gode della beatitudine eterna. La beatitudine è simile alla santità e rappresenta una tappa obbligatoria verso la santità. Prima di diventare santi bisogna diventare beati.
Ma torniamo all’aggettivo.
A volte si usa anche per scherzo, come nell’espressione “beato tra le donne” che si può utilizzare quando un uomo si trova ad essere l’unico uomo insieme a tante donne. Può anche essere rivolto a una condizione, come in “beata gioventù“, con cui si apprezza la condizione della gioventù, dell’essere giovani e tutto ciò che ne deriva.
In senso ironico, “beato” si usa anche quando diciamo di apprezzare qualcosa che in realtà è un grosso difetto: “beata ignoranza” potremmo dire ad esempio a persone che reputiamo ignoranti, se vogliamo intendere che questa loro ignoranza gli impedisce di affrontare dei grossi problemi, e per questo sono da invidiare. Il senso comunque è ironico e il tono con cui si pronuncia questa esclamazione è importante. Posso usare l’ironia anche in frasi simili, tipo:
Beato te che ancora credi nell’amore!
Speri ancora che questi episodi durino due minuti? Beato te!
Ricordatevi infine che se mi rivolgo a te, si dice “beato te” e non “beato tu”. Ora vediamo un breve ripasso delle puntate precedenti.
Questo è l’episodio numero 471 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Di cosa parliamo oggi?
Parliamo di religione ed in particolare del terzo comandamento della religione cattolica:
Non nominare il nome di Dio invano
Cosa significa invano?
Significa inutilmente, o meglio indica le cose vane, futili o false.
Quindi il terzo comandamento afferma che non è in generale vietato nominare il nome di Dio, ma non per motivi vani, cioè di poca importanza.
Ebbene, “invano“, che nasce proprio dal terzo comandamento, si usa nella lingua italiana subito dopo un verbo, in modo leggermente diverso: si usa per indicare le azioni che si rivelano inutili. Si potrebbe tradurre con “inutilmente“, o “in modo inutile” ma il modo corretto di usare invano è quando parliamo di un‘azione che non va a buon fine, che non riesce al fine voluto, che non dà alcun risultato positivo, e quindi una cosa fatta invano è priva di effetto, è senza un esito positivo.
Si usa, come dicevo, dopo un verbo, proprio per indicare quell’azione, espressa da quel verbo, che si rivela inutile, priva di effetto.
Abbiamo combattuto inutilmente?
Allora abbiamo combattuto invano. Il combattimento non ha prodotto nessun risultato. Abbiamo perso.
Avete tentato di convincermi a fare episodi più brevi ma non ci siete riusciti? Allora avete tentato invano di convincermi.
Semplice vero?
Continuate a seguire gli episodi di italiano semplicemente e vi prometto che non sarà invano. Adesso vorrei una frse di ripasso di alcune espressioni precedentemente spiegate.
Un sostantivo molto particolare, che bisogna fare attenzione ad usare, è obbrobrio. Sostantivo curioso anche per la pronuncia per un non madrelingua.
Obbrobrio è un sostantivo molto negativo che potete usare per descrivere soprattutto delle opere che non vi piacciono per niente. Queste opere offendono il senso estetico. Questo è il senso di obbrobrio.
Se vedete un brutto quadro, potete dire che:
Questo quadro è un obbrobrio!
Oddio, Che obbrobrio!
Ci sono termini simili, e quelli più comuni in questo caso sono sicuramente “bruttissimo“, e peggio ancora “schifo“.
Questo squadro è uno schifo!
Obbrobrio non si usa di solito per le persone che non ci piacciono. Si riferisce al gusto estetico sicuramente e ha un uso abbastanza ampio per giudicare negativamente qualsiasi cosa dal punto di vista visivo, ma solitamente si usa per le opere, spesso anche non solo dal punto di vista visivo.
Questo compito è un obbrobrio! E’ pieno di errori.
Questa legge è un obbrobrio, è scritta con i piedi!
Si può usare anche in questo modo, ma il più adatto è per un giudizio estetico.
Le nuove costruzioni fatte dal comune sono un vero obbrobrio. Ma chi è l’architetto?
Notate che obbrobrio è un sostantivo. Per questo dico “un obbrobrio”. Non è un aggettivo. Quindi obbrobrio sarebbe l’equivalente di schifo e non di schifoso. Sia “schifo” che “schifoso” sono troppo dispregiativi comunque. Un artista, un critico d’arte o un esperto non userebbe mai questi due termini. Schifo e schifoso si usano per manifestare una sensazione di profonda ripugnanza o disgusto. Troppo forte decisamente.
Comunque l’equivalente di schifoso, e quindi l’aggettivo da usare è “obbrobrioso“, ma “un obbrobrio” è molto più usato e anche più semplice da pronunciare.
I termini più simili a obbrobrio, oltre a schifo e schifoso sono: “osceno”, “oscenità”, “orrore”, “terrificante” e volendo anche “abominio”, “disonore”, “ignominia” e “vergogna”. Informalmente si dice spesso anche “non si può vedere” e “non si può proprio vedere”.
Komi: Una volta ho provato a fare dei quadri, Ho fatto qualcosa come30 quadri. Non erano un granché, ma non credo così brutti da potersi definire obbrobri.
Rafaela: Bisogna essere portati per dipingere, è così per tutte le arti.
Olga: Fermo restando che anche la pratica e l’esercizio sono cose importanti.
Buongiorno. Mi è stato chiesto di spiegare il significato dell’espressione: “se è vero come è vero” (6 parole).
Questa è un’espressione che si usa quando si vuole esprimere una conseguenza di una cosa vera, o che siamo sicuri che sia vera, o che si presume sia vera.
Detto così sembra strano, ma l’espressione si usa semplicemente per dare importanza, enfasi a una affermazione,
La possiamo usare in diversi modi.
Se è vero, come è vero, che il Covid si sia diffuso da un mercato dove si vendevano animali vivi, bisogna prestare più attenzione in futuro a questo genere di mercati.
Notate che è bene fare una pausa dopo “è vero“. Infatti ho messo una virgola prima di “come è vero“. Ma potete anche non fare questa pausa. Se la fate però, allora c’è più enfasi, e la vostra conclusione alla fine della frase sarà maggiormente valorizzata.
Se è vero, come è vero, il proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, bisognerebbe sempre controllare che i propri figli non frequentino persone sbagliate.
In questo modo quindi si dà più importanza, più enfasi, più valore alla nostra affermazione finale.
Se è vero che Giovanni è un bravo insegnante, come è vero che tutti i membri dell’associazione sono bravissimi, allora possiamo pensare anche noi di farne parte.
Questo è un altro modo per usare l’espressione. C’è sempre un’affermazione finale a cui voglio dare enfasi. Sembra che io stia facendo un confronto tra Giovanni e i membri, ma in realtà sono due motivi diversi che servono a dare enfasi all’affermazione finale.
Comunque posso far tornare la frase nella forma precedente se preferite.
Se è vero, come è vero che Giovanni e i membri sono bravissimi, allora anche noi ci iscriviamo all’associazione.
Posso fare altri esempi. Possiamo cambiare il contesto come vogliamo:
Se è vero, come è vero, che mi hai tradito più volte, allora questo significa che puoi fare a meno di me. Addio!
Se è vero che la popolazione mondiale cresce sempre di più, come è vero, allora dovremmo abituarci alle pandemie.
Come vedete posso spostare la seconda parte della frase, come ho appena fatto.
In fin dei conti è proprio come dire:
Poiché la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.
Siccome la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.
Dacchéla popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.
Dato che la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.
Dal momento che la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.
Usare l’espressione “se è vero come è vero” è un’ottima alternativa, anche piuttosto elegante. Si usa spesso anche quando si vogliono dimostrare delle cose, o quando si vogliono fare ipotesi su quanto accaduto. E allora si usa la logica basandosi su dei fatti o su cose probabilmente accadute, vere, cose che con ogni probabilità, sono delle verità.
Irina: Se è vero, come è vero, che questi episodi debbano due durare più o meno due minuti, perché stai continuando a fare esempi? Ci stiamo attardando!
Bogusia: forse perché vuoi essere sicuro che tutti abbiano compreso l’episodio in toto.
Rafaela: o forse perché non vuoi che si scateniuna pioggia di critiche al metodo che utilizzi?
Ulrike: avete ragione, purché si resti entro dei limiti accettabili di tempo.
Rauno: Cos’è, non ti vanno a geniogli episodi più lunghi?
Giovanni: grazie del bel ripasso ragazzi, prima di lasciarvi però voglio farvi un indovinello.
Un indovinello che abbiamo anche condiviso sul gruppo whatsapp dell’associazione. I membripertanto già lo conoscono. Nel nostro gruppo facciamo spesso questi giochi divertenti che aiutano a memorizzare alcuni termini e alcuni utilizzi particolari di questi termini della lingua italiana. Voglio quindi condividere con tutti i visitatori del sito questo indovinello perché si sappia quali sono le attività che facciamo nel gruppo qualora qualcuno sia curioso di questo o voglia iscriversi.
Io vi fornisco 10 indizi, 10 suggerimenti, e voi dovete indovinare la parola misteriosa, dovete indovinare di cosa si tratta. La soluzione è una parola italiana. Alla fine ascolteremo Irina, un membro dell’associazioneche, avendo trovato la soluzione, ha voluto creare una frase con questa parola misteriosa usando diverse espressioni della lingua italiana. Allora ascoltate questi 10 indizi:
La parola misteriosa
1 – si possono riprendere
2 – si indossa facendo sport
3 – si può sciogliere
4 – si fa al supermercato
5 – una successione
6 – facendola, si attende
7 – se si salta si manca di rispetto a qualcuno
8 – si possono serrare (plurale)
9 – vattene!
10 – lo fa una macchina che produce maglie di lana
La parola misteriosa, lo avrete forse intuito, è FILA. Infatti riprendere le fila di un discorso significa tornare a quel discorso, cioè continuare a parlarne. Inoltre FILA si indossa perché è una famosa marca di abbigliamento sportivo. La fila si può sciogliere: si riferisce alla fila creata dalle persone, una dietro l’altra. Quando le persone non sono più in fila, si dice che la fila è stata sciolta. Inoltre la fila si fa anche alla cassa del supermercato per pagare le merci acquistate. Una fila è anche una successione, una serie continuata nel tempo, come una fila di disgrazie. Tornando alla fila del supermercato (ma non solo), quando si fa la fila, si aspetta che arrivi il proprio turno. Se invece qualcuno fa il furbo e prova a saltare la fila (si dice così), ciòoè prova a passare avanti ad un’altra persona, si manca di rispetto alle persone che stanno davanti a noi. Non si salta la fila!! Inoltre esiste l’espressione “serrare le file” (“file” in questo caso è il plurale di “fila”) che credo meriti una spiegazione in un episodio a parte. Fila! E’ anche un invito che si fa ad una persona, di solito un bambino, un figlio. Fila via!!
Equivale a vai, vai via, vattene!
Inoltre la macchina che produce maglie di lana cosa fa? Fila, perché viene dal verbo filare. Significa ridurre in filo delle fibre tessili con una lavorazione. Si può filare la lana, la seta, il cotone, eccetera.
Bene, adesso ascoltiamo la frase di Irina che si è divertita a usare la “fila” in vari modi creando una frase di senso compiuto.
Irina: Di primo acchito pensavo di perdere il filo della conversazione, cioè l’indovinello mi ha dato del filo da torcere. Poi ho capito il filo conduttore e sono arrivata al filo del traguardo.
Adesso tutto fila liscio. Grazie Gianni! Hai descritto la parola per filo e per segno.
Giovanni: bravissima Irina, che, tanto per usare ancora un’altra espressione, milita tra le fila dell’associazione dal settembre del 2020. Grazie allora anche a tutti gli altri membri che hanno partecipato a questo episodio, Bogusia, Rafeala, Ulrike, Rauno e Hartmut.
Il verbo uscire è molto interessante perché pur non esistendo la versione riflessiva uscirsi, esiste invece “uscirsene“, ed è quasi sempre seguito da “con“. Fa parte del linguaggio colloquiale e di conseguenza si usa abbastanza di frequente.
Il verbo uscirsene deriva da un uso particolare del sostantivo “uscita“.
L’uscita non è soltanto il contrario dell’entrata, cioè non è solo una porta dalla quale si esce.
Scusi dov’è l’uscita di questo ristorante?
L’uscita è anche il movimento verso l’esterno:
L’uscita dei ragazzi dalla scuola è alle 13:10
Una uscita però è parecchie altre cose ancora, soprattutto in senso figurato.
In particolare, anche le parole escono dalla bocca. Ci avevate pensato?
Allora un’uscita indica anche una battuta di spirito, o anche una espressione imprevedibile o bizzarra.
I bambini hanno/fanno spesso delle uscite molto imbarazzanti
Cioè:
I bambini spesso dicono cose molto imbarazzanti.
Si può usare sia il verbo fare che avere. Fare un’uscita, avere un’uscita.
Potrei anche dire che:
I bambini spesso se ne escono con delle cose molto imbarazzanti.
In questo modo si usa il verbo uscirsene. Come vedete si parla di “uscite” nel senso descritto prima.
Quindi se qualcuno se ne esce con qualcosa, vuol dire che dice qualcosa di improvviso, di curioso, di bizzarro, di imbarazzante. Vuol dire che fa o che ha un’uscita di un certo tipo, ad esempio un’uscita curiosa, imbarazzante, infelice.
L’uscita infelice, in particolare, si usa spesso e indica una frase che sarebbe stato meglio non dire per diverse ragioni.
Comunque, che voi usiate l’uscita o il verbo uscirsene, si tratta sempre di qualcosa che non ti aspetti, qualcosa che lascia stupiti e che vale la pena di raccontare a qualcun altro, qualcosa spesso di eclatante.
Stavamo a cena con l’ambasciatore, quando Giovanni se ne esce con una barzelletta osé!
Giovanni, non puoi fare questo genere di uscite con l’ambasciatore!
Si usa spesso parlando di brutte figure come in questo caso. Ma non solo:
Domani finalmente è il giorno dello spettacolo teatrale di tuo fratello. Ti prego, non te ne uscire con una scusa e che non puoi venire, ok?
È possibile comunque usare uscirsene anche se parlo di idee, di invenzioni, di numeri, cioè prestazioni o giocate calcistiche ad esempio.
La cosa che conta è che siano cose inaspettate.
L’attaccante, dopo una prestazione incolore, se ne esce con un gol da cineteca!!
Più informalmente, uscirsene a volte si usa anche al posto di uscire, quando una persona lascia un luogo. Molto simile anche a andarsene e a starsene, ma più spesso è un’uscita non definitiva. Può avere il senso di stare fuori per un po’ da un luogo. In questo caso difficilmente trovate anche il “con”.
Tra poco me ne esco a fumare una sigaretta.
Me ne esco a prendere una boccata d’aria. Ci vediamo tra 5 minuti.
Se n’è uscito di casa sbattendo la porta
Se n’è uscito di casa con una faccia molto arrabbiata
Andrè: Dacché studio l’italiano, non avevo mai incontrato il verbo uscirsene.
Irina: beh, alloratanto vale continuare con questi episodi di italiano semplicemente.
Anthony: tanto più che Giovanni se ne esce con un nuovo episodio più o meno ogni giorno.
Quando parliamo, può capitare di dire qualcosa e subito dopo ci accorgiamo che il nostro messaggio potrebbe essere mal interpretato e quindi potrebbe portare fuori strada il nostro interlocutore.
A volte quindi si presenta l’esigenza di pronunciare una frase per chiarire meglio il concetto.
La locuzione “ciò non toglie che” serve proprio a questo.
Vediamo qualche esempio:
Giovanni al lavoro è un tipo molto distratto, ma ciò non toglie che ottenga ottimi risultati.
La prima frase che ho detto potrebbe apparire troppo ingenerosa per Giovanni, allora ho ritenuto opportuno aggiungere un chiarimento:
Giovanni ottiene comunque ottimi risultati.
Giovanni è molto distratto ma questo non gli impedisce di ottenere ottimi risultati.
Prima ho usato il congiuntivo ma questo non significa che si debba sempre usare il congiuntivo.
Potrei anche dire:
In questo caso ho usato il congiuntivo ma ciò non toglie che si possano usare altri tempi.
In questo caso ho usato il congiuntivo, ad ogni modo si possono usare altri tempi.
Sei una ragazza bellissima e molto attraente ciò non toglie che io non tradirei mai mia moglie.
Qui ho usato il condizionale.
Eri molto emozionato durante le prove dello spettacolo ma ciò non toglie che sicuramente sarai bravissimo.
Qui ho usato il futuro.
Inoltre potrei in teoria sostituire “ciò” con “questo”.
Si usa quasi sempre “ciò”, ma questo non toglie che si possa ugualmente considerare corretto.
Abbiamo già superato i due minuti previsti. Ciò non toglie che ora si debba ripassare:
Irina: si dice che il covid durerà almeno un paio di anni ancora. Ciò non toglie che quest’anno ciscapperà sicuramente almeno una riunione dei membri dell’associaizione in Italia.
Bogusia: giusto. E per scrupolo meglio prenotare subito no?
Hartmut: io aspetto prima di dire che verrò. Dipende se otterrò le ferie in quel periodo. Non voglio illudermi inutilmente.
Sapete che gli aggettivi probabile e improbabile hanno a che fare con le probabilità.
Vediamo qualche uso:
Vieni stasera al cinema?
Non sono sicuro, ma è probabile che mia madre non mi faccia uscire.
Domani è probabile che piova. Invece dopodomani è improbabile secondo le previsioni meteo.
Fermiamoci su “improbabile” . Quando una cosa è improbabile, significa che ha scarsissime possibilità di verificarsi:
Ritengo improbabile che entro il 2030 l’uomo andrà su Marte.
Siamo in ritardo. E’ improbabile che riusciremo a prendere l’aereo.
Improbabile significa anche inverosimile, cioè poco credibile, quindi ad esempio se tu mi racconti una storia poco credibile posso dire che la tua storia è improbabile.
Però c’è anche un altro modo ancora di usare improbabile. Se dico che una persona è improbabile, voglio dire che è un personaggio strano, poco comune, con caratteristiche che lo fanno sembrare poco reale. Non è sicuramente un complimento questo.
Da questo punto di vista tante cose possono essere improbabili, e questo aggettivo potete usarlo per descrivere qualsiasi cosa che a voi sembra strana, poco comune, quasi irreale.
Posso dire ad esempio:
Ho scoperto mia moglie a cena con un altro uomo in un ristorante. Lui a quel punto ha iniziato a dare giustificazioni improbabili.
Evidentemente quell’uomo non era per niente credibile.
I ragazzi danno spesso giustificazioni improbabili ai genitori:
Perché sei rientrato così tardi senza avvisare?
Beh, ho finito il credito al telefono e poi era tardi e non volevo disturbare!
Non mi sono accorto che era tardi, non c’erano orologi a casa del mio amico!
Il senso è molto negativo anche se si parla di persone improbabili.
Si usa spesso con i personaggi dei film. Anziché improbabile, potremmo definire un tipo così come strano, anomalo, poco comune, insolito, inconsueto, singolare, sui generis, bizzarro, stravagante, originale, particolare. Ma questi sono piuttosto neutri e spesso anche positivi come aggettivi.
Invece non è mai una bella caratteristica comunque quella di essere improbabili.
Un vestito di un colore improbabile è un brutto vestito, che ci colpisce per il colore strano e poco gradevole che ha.
Ma anche un caffè può avere un sapore improbabile!
I gusti musicali di una persona possono essere improbabili.
In altre parole potremmo dire “dei gusti molto rari” ma sempre con un’accezione molto negativa.
Anche una situazione in cui una persona può trovarsi può dirsi improbabile, nel senso ugualmente di strana, inverosimile, o anche assurda. Anche assurdo è molto vicino in effetti all’aggettivo improbabile se usato in questo modo particolare.
Mariana: è sicuramente improbabile che Giovanni faccia episodi che siano veramente di due minuti, ma al netto di questo, l’episodio mi è piaciuto, a parte uno dei sinonimi di improbabile che hai usato.
Sapete cos’è lo scrupolo? Se sei una persona scrupolosa lo devi sapere!
Cominciamo da qui allora. Una persona scrupolosa è una persona potremmo dire attenta, ma non nel senso di concentrata, ma una persona che ci tiene particolarmente a fare le cose per bene. È una persona che è attenta a non trascurare le cose importanti e spesso anche le cose che sembrano meno importanti ma che però, secondo lei, potrebbero essere più importanti di quello che sembra. O importanti per altri e non per sé stessi. Allora, per scrupolo, è meglio curare anche questi aspetti.
Avete capito che l’essere scrupolosi non è una brutta cosa, è fondamentalmente un pregio, e possiamo sicuramente annoverarequesto aggettivo come positivo, ma c’è una componente di ansia verso il fare tutto per bene, verso l’adempimentoal proprio dovere nel miglior modo possibile. Anche solo per non avere pensieri preoccupanti in futuro.
Questo potremmo chiamarlo “spiccato senso del dovere”, “attenzione verso tutte le cose”, ma appunto c’è un po’ di preoccupazione, di inquietudine e di ansia, appunto.
La locuzione “per scrupolo“, che ho usato prima, è spesso usata da chi ha un atteggiamento scrupoloso.
Se io ad esempio faccio un errore in un episodio, un membro dell’associazione potrebbe dirmi:
Rafaela: Che facciamo, glielo diciamo a Giovanni che ha fatto un errore in un episodio? Magari si offende, però è importante correggere gli errori. Io per scrupolo glielo dico, tantosono sicuro che capirà.
In questo esempio, chi ha parlato si è fatto venire uno scrupolo: glielo dico o non glielo dico?
Si usa anche in questo modo lo scrupolo. “Farsi venire uno scrupolo” o “porsi uno scrupolo” o semplicemente “farsi uno scrupolo” .
Significa pensare a qualcosa che potrebbe essere importante e il fatto stesso di porsi il problema, senza trascurarlo, senza far finta di niente, senza dire che non è importante, questo stesso fatto è “farsi uno scrupolo“.
Uno scrupolo nasce, o viene, nel momento in cui viene in mente una cosa che non sai se trascurare oppure no.
In questi casi sorge anche un dubbio, c’è incertezza, ma quando decidiamo di non trascurare questa cosa, lo facciamo per scrupolo.
Se vedo una persona che mi sembra un po’ pallida in viso, forse credo che stia male, allora dico: come stai?
Mi è venuto lo scrupolo di farle questa domanda, perché aveva il viso pallido.
Per scrupolo, mi sono detto, meglio che chiedo, non si sa mai…
Gli scrupoli quindi, avendo molto a che fare con i dubbi, sono tipici delle persone che mettono sempre tutto in discussione, e anche di quelle che si preoccupano molto, o che sollevano sempre incertezze, e sono anche anche tipici delle persone altruiste, che pensano al prossimo e che si pongono spesso il problema che le proprie azioni possono danneggiare gli altri.
C’è chi si fa molti scrupoli, (cioè chi si fa venire molti scrupoli) ma c’è anche chi non si fa mai scrupoli. Queste persone vanno dritte per la loro strada e spesso danno consigli di questo tipo agli altri:
Non devi farti scrupoli! Perché ti stai facendo tutti questi scrupoli?
Vale a dire: non porti dubbi, domande, preoccupazioni eccessive. Non avere remore. Non ti fare problemi, non pensare troppo alle conseguenze delle tue azioni. In poche parole “non farti scrupoli“. Questa è un’espressione piuttosto forte perché chi non si fa scrupoli generalmente si intende come una persona fredda, cattiva, senza affetti, nella vita, negli affari, al lavoro. Stanno ovunque le persone senza scrupoli. E’ molto simile all’essere spregiudicati, perché anche queste non stanno molto attente alle conseguenze delle proprie azioni, ma anche e soprattutto per sé stesse. Questa è la differenza. Senza scrupoli invece è molto più simile a “senza remore“. Anche questa l’abbiamo già spiegata.
Tornando a “per scrupolo“, Espressioni simili sono:
Queste ultime due, come ricorderete, le abbiamo già trattate. E c’è anche un bell’episodio che riguarda i dubbi in generale. Ci sono differenze ovviamente. “A scanso di qualcosa” si usa più per evitare qualcosa, per scansare qualcosa, mentre l’ultima espressione (per non saper né leggere né scrivere), oltre che più colloquiale, si usa sopratutto per stare al sicuro, per cautelarsi verso qualcosa di incerto e spesso è anche sintomo di furbizia, Loscrupolo invece oltre ad essere meno informale, sottolinea maggiormente a volte la preoccupazione, altre volte l’attenzione a non trascurare cose importanti. Spessissimo è una forma di attenzione verso altre persone.
Ecco, direi che dopo aver spiegato “per non saper né leggere né scrivere“, “a scanso di” e “senza remore” ho ritenuto, per scrupolo, di spiegarvi anche l’espressione “per scrupolo”.
In questo modo probabilmente, riuscirete a usar bene ogni modalità nel modo più opportuno.
E voi siete persone scrupolose?
Lejla: Ho una curiosità: vi viene mai lo scrupolo di chiudere sempre il gas e l’acqua prima di andare in vacanza?
Ulrike: io sempre, acché possa stare tranquilla per tutta la vacanza.
Natalia: io a volte me ne dimentico. Ma tanto che vuoi che succeda?
Ieri abbiamo visto la locuzione “lìlìper“ e si è detto che si usa, nel linguaggio informale, per indicare un preciso momento, quello appena prima che qualcosa accada, anche se poi non accade più.
Oggi vediamo invece la locuzione lì per lì, quasi uguale. Cambia solamente la posizione del termine “per“.
Stavolta, invece di indicare un momento precedente, indichiamo un momento successivo, vicino, troppo vicino a qualcosa che è accaduto, qualcosa di inatteso, di inaspettato. Questa è la cosa più importante.
Infatti quando usiamo li per lì, il motivo è che questa cosa accaduta ci coglie impreparati, e spesso non sappiamo cosa fare, oppure non abbiamo il tempo per pensare. Non abbastanza almeno.
Vediamo qualche esempio:
Ieri ero nel parco a fare una passeggiata e ad un certo punto un cane ha iniziato ad abbaiare ed io ho iniziato a correre d’istinto. Lì per lì ho avuto paura e non sapevo che altro fare.
Oppure: la mia fidanzata ha chiesto di sposarmi, e io lì per lì non sapevo cosa rispondere perché non me l’aspettavo.
Insomma, lì per lì si può usare ogni volta che dobbiamo reagire ad un evento che non ci aspettiamo e non riusciamo perciò a dare la risposta migliore, ad agire a nostra volta nel modo migliore. Ovviamente parliamo di qualcosa di accaduto nel passato, anche recente ma pur sempre passato.
Allora se qualcosa accade proprio adesso? A volte capita di ascoltare “qui per qui“, ma ‘espressione da usare in questo caso è: “su due piedi“, che in realtà potete sempre usarla, anche per il passato. Potete dire ad esempio:
Su due piedi non sapevo cosa fare
Se parlare di un episodio avvenuto nel passato.
Oppure:
Su due piedi non so cosa fare.
Parlando del presente.
Questa è sicuramente un’espressione meno colloquiale rispetto a “lì per li” e potete usarla in ogni contesto. Vediamo un esempio di come usarle entrambe in uno stesso discorso:
So cosa accade quando una persona ti chiede di sposarti. Lìper lì non sai cosa dire. In realtà, basterebbe rispondere in questo modo:
Cosa? Così, su due piedi, non so. Fammici pensare un po’.
Oppure puoi dire semplicemente di sì 🙂
Irina: oppure si potrebbe rispondere: sposarmi? No grazie, non è proprio cosa!
Ulrike: oppure anche così: ok, ma come la vedi se aspettiamo che finisce la pandemia?
Mariana: in effetti fare un bel pranzo di nozze non è fattibile adesso.
No? Allora la prima ve la spiego subito. “Lì per lì” la vediamo nel prossimo episodio.
Si tratta di due locuzioni diverse, anche se apparentemente simili.
Lì lì per (lì – con l’accento – ripetuto due volte) si usa per indicare un momento preciso: il momento immediatamente precedente a quando accade qualcosa. A volte questa cosa accade, altre volte non accade più. In genere però non accade più, perché, anche se non è necessario, accade qualcosa che lo impedisce. Qualcosa di inaspettato.
Ad esempio:
Stavo lì lì per uscire, quando ha suonato il telefono.
Significa che un attimo prima che io uscissi ha suonato il telefono. Non importa se poi io sono uscito o meno. La cosa importante è che io stavo per uscire, proprio in quel momento quando ha suonato il telefono.
È ammesso usare il verbo essere oppure stare:
Ero lì lì per…
Stavo lì lì per…
Notate che si aggiunge sempre “per” seguito dal verbo all’infinito,che indica l’azione imminente. Imminente significa che stava per accadere.
Volendo si può anche dire:
Stavo quasi per uscire…
Stavo in procinto di uscire…
Mi accingevo ad uscire…
Stavo proprio per uscire…
Sapete che il termine “lì” serve a indicare un luogo. È analogo a “qui”, solo che qui è più vicino rispetto a lì.
Se raddoppio lì diventa lì lì, che come si è visto perde il significato di indicare un luogo è invece indica un momento preciso.
Si usa spesso quando si racconta qualcosa che è accaduto. Si può usare col verbo al presente, ma generalmente si usa quando si parla del passato. In questo caso si può usare l’imperfetto o il passato prossimo, e, se parlo di tanto tempo fa, anche il passato remoto:
Stavo lì li per prendere l’aereo, quando ho sentito un’esplosione.
Più volte sono stato lì lì per sposarmi.
Fui lì li per essere catturato dai soldati tedeschi, ma riuscii a scappare.
Adesso ripassiamo qualche episodio già spiegato, molto importante per non dimenticare espressioni o locuzioni che stavate lì lì per dimenticare.
Mariana: anche laddove dimenticassi qualche espressione, prima o poi, a tempo debito viene ripassata alla fine di questi episodi.
Anthony: certo. Qualche volta può accadere di non ricordare tutto. Ma non rischiamo assolutamente di iniziare ogni volta da capo a dodici.
Oggi vorrei spiegarvi una congiunzione particolare, e lo farò acché il vostro livello di conoscenza della lingua possa migliorare.
Acché è la congiunzione di cui vi parlavo, che si scrive in una sola parola, con un accento acuto sulla e finale, similmente a dacché, giacché, perché, poiché, granché, sicché, affinché eccetera.
Acché è equivalente a affinché. Si può usare quindi tutte le volte che specificate il motivo per cui fate o dite qualcosa, o il motivo per cui debba accadere qualcosa, oppure per specificare un obiettivo da realizzare, l’obiettivo da raggiungere, la finalità da perseguire con una azione. Acché è un po’ più formale, quindi si usa generalmente in contesti importanti.
Spesso si usa anche perché nello stesso modo. Che voi usiate perché, affinché o acché, ricordate però che si usa sempre il congiuntivo. Vediamo qualche esempio:
Bisogna accelerare le vaccinazioni, acché le persone siano al sicuro dal virus
Bisogna quindi accelerare le vaccinazioni, in modo tale da mettere al sicuro la popolazione
Bisogna accelerare le vaccinazioni, perché le persone siano al sicuro
Bisogna accelerare le vaccinazioni, affinché le persone siano al sicuro
Si può sostituire volendo anche da “in modo da” e come avete visto, in questo caso non si usa il congiuntivo.
Voglio sottolineare ancora una volta che acché si scrive tutto attaccato. Infatti quando si scrive in due parti: “a che”, sebbene la pronuncia sia la stessa, il senso cambia:
Ad esempio: “Avere a che fare” e “avere a che dire”, “avere a che vedere” hanno un significato diverso che vedremo in altri episodi.
Adesso ripassiamo un po’ qualche episodio passato, acché possiate ricordare senza sforzo le questioni ivispiegate. Ascoltiamo Irina.
Irina: Innanzitutto voglio dire che è solo il mio tentativo di incorporare le nuove parole. Non so se la cosa lederàgli interessi di qualcuno o meno. Comunque la mia illusionedi poter imparare la grammatica italiana ha portato una pura delusione. La verità è che tutti i miei errori elidonole mie aspettative. Alludoal fatto di forse essere un po’ dura di comprendonio. Ma cosa ne dite voi, forse devo eluderei pensieri negativi e sforzarmi fino alla fine?
Vi auguro che nessuno, nella vita, vi dica mai che avete calato le braghe di fronte a qualcuno. Ma soprattutto spero non lo facciate mai.
Ma cosa significa?
Iniziamo dalle braghe o brache. Si tratta dei pantaloni. In realtà si tratta di un antico indumento maschile, simile ai pantaloni di oggi.
Togliersi le brache allora significa togliersi i pantaloni. Ok, ma quando si parla di braghe o brache si usa generalmente il verbo calare o calarsi le braghe, che indica il gesto di far scendere i pantaloni verso il basso. Calare infatti significa far scendere in basso.
Calarsi, riflessivo, indica il far scendere i propri pantaloni, restando in questo modo con i pantaloni abbassati, calati, scesi.
Ebbene, avete intuito che calare/calarsi le braghe ha un senso figurato oltre che un senso proprio.
Infatti ha il seguente significato: arrendersi, rinunciando alle cose più importanti.
Ma quando si usa?
Si utilizza molto spesso nella politica, per muovere una critica, quindi per criticare qualcuno che, senza vergogna, rinuncia a tutto ciò che sembrava importante per lui, tutto ciò a cui teneva. E perché lo fa? Perché questa persona si cala le braghe? Questo sembra qualcosa di molto grave, perché significa rinunciare a ciò in cui si crede per qualche motivo.
Quando si calano le braghe lo si fa sempre a favore di altri, che quindi hanno la meglio, riescono a prevalere su chi si cala le braghe.
Ma allora calare le braghe significa perdere?
No, piuttosto si vuole sottolineare la vergogna, il valore morale legato alla rinuncia dei propri interessi, evidentemente senza ragioni, almeno senza una ragione valida, ammesso che esista una ragione valida per rinunciare alle proprie idee e valori. In realtà un motivo c’è sempre quando si calano le braghe.
Nella politica questo è sempre legato al potere, e per raggiungere il potere a volte si accettano soluzioni, scelte, che in teoria sono inaccettabili, ma in pratica accade che alcuni politici, per ottenere parte del potere, per contare qualcosa, accettano di calarsi le braghe e rinunciare ai propri valori più importanti.
Se pensate all’immagine che ne esce fuori, non è certo piacevole e dà l’idea di spogliarsi di qualcosa. In qualche modo i pantaloni rappresentano i valori, le idee che venivano sostenute.
Calando le braghe si rinuncia a queste idee. C’è chi ci vede anche un riferimento sessuale, ma il senso è quello di cedere, di dichiararsi battuti, di rinunciare a una pretesa o anche a un diritto. Spesso lo si fa per accettare un compromesso. In ogni caso, la cosa che veramente conta è che ci si arrende con poca dignità perdendo così anche la credibilità.
Ripasso delle lezioni precedenti
Mariana: ragazzi, vi rendete conto che siamo alla puntata numero 461?
Ulrike: Vuoi che io non sappia che fra poco arriveremo alla puntata 500? Quella puntata sicuramente sarà il fior fiore della rubrica!
Anthony: Ma veramente non riesco a capacitarmene! Sei proprio votato a creare contenuti per aiutare gli stranieri ad imparare l’italiano!
Rafaela: dobbiamo un plauso a Gianni che è proprio degno di nota. Poi se riusciamo ad imparare tanto italiano quanto ci insegna, di certo, il nostro italiano non sarà una ciofeca.