651 Unire l’utile al dilettevole

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Trascrizione

Giovanni: cosa c’è di più bello nel fare una cosa utile e al contempo questa cosa è anche divertente?

Diciamolo meglio: cosa c’è di più bello nell’unire l’utile al dilettevole?

Unire l’utile al dilettevole è una locuzione italiana molto diffusa, dal significato abbastanza chiaro. Se non è chiaro, probabilmente è per via del fatto che il termine dilettevole non si riesce a comprendere.

Dilettevole è un aggettivo che ha lo stesso significato di gradevole, piacevole, divertente, spassoso.

Deriva dal termine diletto, che quindi è un sentimento, una sensazione di compiacimento o di soddisfazione, analogo al divertimento, ma non è detto si debba ridere. La cosa che conta è che sia qualcosa di gradevole, qualcosa che ci dà soddisfazione.

Quindi quando un’attività è utile, spesso accade che non è affatto gradevole, ma dobbiamo farla lo stesso.

Invece quando si unisce l’utile al dilettevole si fa qualcosa che è sia utile che dilettevole.

Dilettevole è un aggettivo che si usa quasi sempre in questa locuzione. In genere si preferisce usare “gradevole”, ad ogni modo dilettevole è adatto soprattutto per descrivere un’attività, qualcosa che si fa.

Un’attività che dà piacere, gioia, sollievo o conforto possiamo dire che ci dà diletto e che questa attività è dilettevole.

Non si usa in genere per descrivere una persona, al contrario di gradevole.

Poi esiste anche dilettare:

L’aurora boreale è uno spettacolo che diletta la vista.

Dunque vedere l’aurora boreale è una gioia per gli occhi, dà soddisfazione e piacere.

Ci diletta vederla? Ovviamente sì.

Ogni giorno mi diletto a scrivere un nuovo episodio.

Un’attività che evidentemente mi procura piacere.

Perché insegno l’italiano agli stranieri? Lo faccio per diletto, cioè perché mi piace. Mi diletta farlo.

Adesso voglio dilettarvi con un bel ripasso, che dà diletto a chi lo fa, a chi lo registra e chi lo ascolta.

Komi (Congo): un mio caro amico mi ha raccontato che sua moglie si è assentata qualche giorno e adesso tocca a luifare le lavatrici e le lavastoviglie, però lui, nonostante glielo avesse promesso, poi voleva assumere una colf, perché, in quanto uomo, non dovrebbe occuparsi delle faccende domestiche. È una questione di principio, a suo dire.

Harjit (India): mamma mia! Si dà il caso che siamo nel 2021! Il tuo amico si trovasse qualsiasi altro pretesto!

Mary (Stati Uniti): Un principio privo di fondamento secondo me! Ci sono donne che devono armarsi di pazienza per sopportare i loro mariti! Altro che storie!
.
Marcelo (Argentina): A chi tocca non s’ingrugna! Lui dovrebbe senza remore far che la sua relazione non ne risenta.

Peggy (Taiwan): Anche a me pare che questa situazione debba essere presa con le molle. Al suo posto darei manforte alla povera moglie.

Irina (California): Non è tempo di venir meno alle sue promesse. Buon per lui se fa le cose come si devono.

André (Brasile): Per caso il tuo amico si chiama Giovanni? A me ha detto di sentirsela di autare sua moglie con le faccende domestiche, ma in realtà quand’è il momento fa sempre il finto tonto e esce di casa per giocare a calcetto con gli amici. Non l’aiuta neanche per sogno! Io al posto di sua moglie, non sarei così accondiscendente.

Karin (Germania): La questione secondo me non si pone, sempre che lui non abbia voglia di vedere le brutte fra poco quando tornerà la sua dolce metà.

Albéric (Francia): Pensate che lui non sarà all’altezza? A me lui ha detto che per togliersi questo sassolino dalla scarpa ha preso e ha mandato di sua volontà la moglie dalla mamma! “Non ho niente da rosicare” mi hai detto! Una bella faccia tosta comunque! Sapevo che non me la raccontava giusta!

Ulrike (Germania):
Veramente un comportamento fuori luogo. Di questo passo dove andrà a finire questo! Se lei un giorno gli desse il benservito ne avrebbe ben donde.

650 Una questione di principio

Una questione di principio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: non sono sicuro se uno studente non madrelingua di livello intermedio della lingua italiana sappia usare il termine “principio“.

La prima cosa che viene in mente ad un italiano è il fatto che somiglia molto alla parola “inizio“.

Può infatti rappresentare il primo momento:

Al principio non mi resi conto di ciò che stava accadendo

Il principio del mio discorso contiene i ringraziamenti

E’ il momento di dare principio al mio nuovo libro

Ricomincia dal principio

Quindi si parla di tempo ma non solo. Posso anche parlare di tempo e di spazio:

Il principio del nostro viaggio fu visitare Roma.

Spesso viene direttamente contrapposto al termine “fine”. Quindi c’è ad esempio il principio di un libro e la fine di un libro. E’ dunque un termine più concreto rispetto a “inizio” perché spesso si preferisce quando il periodo è circoscritto e specificato, o comunque dove almeno l’inizio è ben determinato:

Il principio dell’anno

Il principio del mese

il principio di una nuova vita

Non è un caso che all’inizio degli studi di una lingua si parli di principiante di una lingua.

Questa persona si trova al principio degli studi, che iniziano in un momento determinato.

Si usa spesso, ad ulteriore conferma di questo, la frase “dal principio alla fine, che significa completamente, per tutta la durata, per tutta l’estensione, per tutta la lunghezza ecc.

Devo studiare la prima guerra mondiale dal principio alla fine

Dal principio alla fine del libro

I tifosi hanno sostenuto la squadra dal principio alla fine della partita

Il tuo discorso è chiaro dal principio alla fine

Spesso succede che, sempre perché si parla di periodi con un inizio ben preciso, il termine principio sia simile anche a causa, origine di uno o più cose che sono accadute dopo.

Il Covid fu il principio delle difficoltà di Marco
La vincita alla lotteria fu il principio della fortuna della mia famiglia

Un secondo significato molto importante del termine è simile al termine “concetto“, di qualcosa che sta alla base di un ragionamento o di una convinzione, che possono formare anche una vera disciplina, una scienza, una dottrina.

Simile anche al “fondamento” di cui ci siamo occupati nell’episodio 256.

Come si usa quindi il termine principio in questo senso?

Posso dire che ogni religione ha i suoi principi su cui è fondata, i suoi convincimenti, qualcosa che è considerato vero o valido.

Anche una scienza ha i suoi principi. Infatti si parla di “metodo scientifico” , fondato su principi come il principio della riproducibilità degli esperimenti per alcune scienze, oppure il principio di dire la verità e agire razionalmente sulla base di dati di pubblico dominio, accessibili. I principi impongono delle regole da rispettare o cose in cui credere, quindi coinvolgono questioni anche morali, come i principi del cristianesimo. I dieci comandamenti da rispettare sono tra i principi fondamentali della fede cristiana.

Quando costruisco una disciplina su delle basi generali, posso ugualmente chiamarli principi, perché è da questi principi che deriva tutta la teoria.

Avete fatto caso che molti libri scolastici si chiamano così:

Principi di economia

Principi di statistica

Principi del diritto

ecc.

Ma anche più banalmente, senza chiamare in causa religioni, scienze o discipline, anche un semplice ragionamento è basato su dei principi che è qualcosa che si ritiene vero, quindi convinzioni o presupposti essenziali. Anche questi sono principi.

Io ad esempio parto dal principio che per imparare una lingua occorre ascoltare molto e parlare molto. I principi su cui si basa il mio pensiero sono le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Se tu mi dici che per ottenere un risultato, per raggiungere un obiettivo puoi usare qualsiasi mezzo, io posso risponderti che il principio secondo cui il fine giustifica i mezzi non lo accetto. Questo è un principio sbagliato.

Il tuo discorso è basato su un principio sbagliato.

Una frase molto diffusa è poi “una questione di principio“.

Questa frase si usa quando si tiene molto ad una regola, si ritiene che una regola sia importante, che un principio sia importante, e che quindi vada rispettato, anche quando, al limite, le conseguenze del non rispettarlo possono sembrare trascurabili.

Vediamo come si usa:

Non puoi passare in questa strada, non vedi che è senso vietato? Non importa se è notte e non c’è nessuno adesso. E’ una questione di principio.

Quindi questa regola non dev’essere posta in discussione, questo divieto vale sempre, anche se non passa nessuno, anche se è notte.

No, io non mi vaccino perché sono contrario al vaccino. Non importa se sarò licenziato, non importa se il vaccino è gratuito. Ne faccio una questione di principio.

Lo Stato non deve pagare i tamponi ai no-vax, è una questione di principio.

Un’altra frase molto usata è:

In linea di principio

Che significa: sul piano teorico.

In genere quando usiamo questa locuzione lo si fa sempre in contrapposizione ad una nostra idea che è contraria, perché la teoria e la pratica spesso non vanno d’accordo.

Non sono contrario in linea di principio ai vaccini, però mi sembra ingiusto costringere le persone a farlo.

Significa che non ho alcun convincimento che mi fa andar contro ai vaccini, non ho prove che siano nocivi per l’uomo, non sono un no-vax, però sono contrario all’obbligo alla vaccinazione per una questione di libertà, anche se vaccinarmi non va contro ad un mio principio.

Evidentemente chi ragiona in questo modo si basa sul principio secondo cui non si possono obbligare le persone a vaccinarsi per una questione di libertà. Un principio che non trova invece d’accordo coloro che mettono il principio della salute al primo posto.

La tua libertà finisce dove comincia la mia!

Anche questo è un principio.

Si parla spesso anche di sani principi.

Se una persona è di sani principi significa che è una persona onesta e corretta, ma lo si può dire anche di chi non ha mai fumato, ha sempre creduto nello studio, non si è mai drogato, chi desidera avere una famiglia e crescere dei figli.

Sin dal principio dell’episodio sapevo che sarei andato ben oltre i due minuti. Pazienza. A chi mi ascolta e si lamenta di questo rispondo che in linea di principio avete ragione ma non ne facciamo una mera questione di principio altrimenti non riesco a dire tutto ciò che vorrei.

Non resta che ripassare allora. La parola ai membri:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Rafaela (Spagna): scusate ragazzi, vorrei sapere se conoscete Torquator Tasso. Badate bene, ho messo una r in più (Torquator) e qualcuno potrebbe pensare si tratti di un errore. Urge allora una delucidazione in merito.

Albéric (Francia): bisogna prendere atto che ci sono quantomeno tre cose che hanno questo nome, con o senza erre.

Ulrike: A scanso di malintesi qualcuno potrebbe fare luce? Attendo lumi.

Marcelo (Argentina): Torquato Tasso è stato un scrittore e poeta italiano del XVI secolo. Il suo capolavoro è considerato il poema “Gerusalemme liberata”. L’opera, che poi sarebbe stata pubblicata solo a 40 anni dalla sua morte, verte sulla prima crociata e la guerra tra cristiani e musulmani.

Harjit (India): cosa dire circa il secondo significato? Torquato Tasso è anche un’opera teatrale di Johann Wolfgang von Goethe, uno scrittore tedesco, direi anzi lo scrittore tedesco per antonomasia. Goethe ha scritto quest’opera durante un viaggio in Italia e ha anche visitato la citta di Ferrara, là dove Torquato Tasso aveva vissuto.

Hartmut (Germania): Torquator Tasso (con la erre finale stavolta) è invece un cavallo tedesco. Si tratta di un cavallo da corsa. Quest’anno ha partecipato alla famosa corsa Prix de l’Arc de Triomphe in Francia. Volete sapere se ho scommesso su di lui? Nemmeno per sogno! Infatti mai avrei pensato che Torquator Tasso potesse raggiungere uno dei primi posti, e infatti era quotato 1:100! A priori le probabilità che vincesse erano remote. Sennonché invece ha vinto!

Rauno (Finlandia): bravissimi! Siete stati molto concisi. Ben vengano i membri che hanno queste idee geniali sui ripassi. Così possiamo unire l’utile al dilettevole, o se vogliamo prendere, come si suol dire, due piccioni con una fava.

Peggy (Taiwan): hai detto unire l’utile al dilettevole? Questa non è stata ancora spiegata ancora! E neanche prendere due piccioni con una fava. Le hai usate anzitempo, forse per sbaglio?

Irina (California): infatti fortuna vuole che sarà l’argomento del prossimo episodio. Ormai la frittata è fatta. Ci aggiorniamo domani.

649 La frittata è fatta

La frittata è fatta (scarica audio)

Trascrizione

Giuseppina: qualche tempo fa abbiamo visto un’espressione particolare in cui è presente la parola “frittata“.

Sto parlando di rigirare o rivoltare la frittata, che, se ricordate, significa rimangiarsi quanto detto o promesso in precedenza, o anche cambiare le carte in tavola (un’altra espressione simile).

Rimanendo sempre in tema di frittata, oggi vediamo come “fare una frittata“.

Questa però non è una lezione di cucina, non voglio insegnarvi una ricetta anche perché è abbastanza facile fare una frittata nel senso proprio del termine.

Basta prendere delle uova, sbatterle, metterci del sale se volete e poi versare le uova in una padella in cui avete fatto scaldare poco olio.

No, non è questo che vorrei fare oggi, sebbene l’abbia appena fatto!

Voglio invece dirvi che fare una frittata ha anche un senso figurato. Stiamo parlando di un grosso guaio combinato da qualcuno, un guaio solitamente irreparabile. Si tratta di guai mai troppo seri comunque in questo caso.

Vediamo qualche esempio:

Un uomo si è distratto col telefono mentre guidava senza accorgersi che c’era la polizia. Quando se n’è accorto ormai la frittata era fatta.

Se si fosse accorto prima della polizia avrebbe potuto rimediare ma così non è stato e ha preso una bella multa.

Per fare uno scherzo a sua moglie, Giovanni le ha detto via whatsapp di avere un’amante e che sarebbe andato a vivere con lei. La moglie, che ci ha creduto, è stata felice di questo e gli ha confessato che anche lei ha un amante da anni e finalmente anche lei potrà essere felice finalmente. Giovanni non l’ha presa bene ma ormai la frittata è fatta.

Come avrete capito una volta fatta la frittata, anche quella con le uova intendo, è impossibile tornare indietro. Ormai le uova sono state sbattute, buttate in padella e cotte.

Questa è l’immagine di ferimento. Infatti quando si dice che la frittata è fatta spesso si apre la frase con “ormai“:

Ormai la frittata è fatta.

Si usa quasi sempre in questo modo, oppure col verbo rischiare o quando comunque mi avvicino a fare un guaio:

Mi sono distratto alla guida e ho rischiato seriamente di fare una frittata.

Per poco non facevo una frittata stamattina. Durante l’esame di italiano stavo per dire che non ho mai studiato la grammatica!

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): a me le frittate piacciono con le patate e le zucchine. Poi metto sempre un po’ di formaggio che è la morte sua.

Marcelo (Argentina): io le uova le faccio alla coque. Tre minuti o giù di lì e via! Così il tuorlo rimane liquido.

Komi (Congo): il tuorlo liquido non se ne se parla proprio! Ne potrebbe andare della mia salute! Mi sembrerebbe di fornire un assist ai virus e di questi tempi non mi sembra il caso.

Enrico (Italia): forse questo significa quallcosa…

Harjit (India): mamma mia che fisime! Mi fai venire in mente mia nonna a tratti. Anche lei aveva la fissazione delle malattie. Solo a sprazzi era tranquilla e serena. Però la sua frittata con le cipolle era la migliore. Ma meglio che la finiamo qua prima che mi venga il magone!

648 Facile

Facile (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi un episodio dedicato all’aggettivo facile.

Tutti voi sicuramente sapete usarlo correttamente e anche facilmente immagino.

Le cose facili non richiedono infatti una particolare dote, non presentano difficoltà o molta applicazione.

Mi interessa però parlarvi dell’espressione:

Avere qualcosa facile.

e

Essere facile a far qualcosa

Si tratta di esprimere una capacità, una particolare abilità o anche l’incapacità a fare qualcosa.

Se dico:

Sono facile all’ira

Vuol dire che mi arrabbio facilmente, che non riesco a controllarmi. Non ne sono capace, sono incline all’ira.

Analogamente posso dire che:

Sono facile a perdere il controllo

Cioè non riesco a controllarmi. Perdo facilmente il controllo.

Sono facile ad arrabbiarmi

Sono facile all’arrabbiatura

Cioè mi arrabbio facilmente.

Sono facile al bere

Questo significa che cedo facilmente, che non ho qualche capacità di controllo con l’alcool.

Posso anche usare il verbo avere:

Ho l’arrabbiatura facie

Stesso significato si “essere facile all’ira”. Il verbo avere si usa con i sostantivi:

Ho la pistola facile

Ma posso farlo anche col verbo essere:

Sono di pistola facile

Questo significa che sparo facilmente, che non riesco a controllarmi quando ho una pistola in mano. Mi manca questa capacità di controllo.

C’è quasi sempre, anche col verbo avere, questo senso di mancanza di controllo. Questa è la capacità di cui si parla, quasi sempre.

Giovanni ha l’insulto facile

Chiaramente Giovanni ricorre facilmente all’insulto, quindi insulta con una certa facilità, non si fa molti problemi, non ha capacita di controllarsi.

Marco ha il bicchiere facile

Questo è più complicato, ma sapendo che ha a che fare col controllo si può capire che Marco ha dei problemi legati all’alcool.

Spesso c’è un sostantivo dunque, come in questo caso (bicchiere) che però allude all’incapacità di controllo.

Potete anche non parlare di controllo, sebbene sia meno frequente. Se ad esempio mi oriento facilmente, posso dire che ho l’orientamento facile.

In sostanza l’espressione si può usare per qualunque attività che risulti facile per una persona.

L’uso del verbo essere o avere dipende dalla circostanza. Quando c’è un sostantivo che rende bene l’idea di ciò che volete dire potete usare preferibilmente il verbo avere, altrimenti il verbo essere:

Sono facile ad ingrassare

Questa è una capacità non nel senso proprio del termine ma si usa anche così.

Maria ha lo starnuto facile

Evidentemente Maria è un soggetto allergico o è sempre raffreddata. Anche questa non è una vera capacità, ma resta la mancanza di controllo.

Un arbitro può avere il cartellino facile

Si parla di un arbitro severo perché ammonisce (cartellino giallo) o espelle (cartellino rosso) facilmente i calciatori.

Questo arbitro è facile all’esplulsione o all’ammonizione.

Questa è l’alternatuva usando il verbo essere.

Altri esempi?

Giovanna ha la lacrima facile

Giovanna è facile al pianto

Quindi Giovanna piange facilmente, non riesce a controllarsi, non ha questa capacità.

Adesso ripassiamo, altrimenti qualcuno potrebbe dire che sono facile all’esagerazione nelle spiegazioni.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Karin (Germania): avete visto che Il Nobel per la Fisica 2021 è stato assegnato all’italiano Giorgio Parisi? Pare sia un signor fisico.

Anthony (Stati Uniti): capirai!

Komi (Congo): come sarebbe a dire capirai? Parisi è stato premiato per le sue ricerche sui sistemi complessi. Mica pizza e fichi.

Edita (Repubblica Ceca): non so valutare la bontà delle sue ricerche.

Albéric (Francia): a me la parola sistemi, già da sola, mi fa pensare a cose pesanti da leggere e studiare.

Cat (Belgio): se poi sono anche complessi, questo provoca in me un vero turbamento!

Anthony (Stati Uniti): e perché mai? Neanche fossi una persona poco intelligente! Non ti buttare giù così.

Rauno (Finlandia) e Marguerite (Francia): tanto di cappello a Parisi comunque. L’umanità farà sicuramente tesoro delle sue ricerche.

Circostanziare – VERBI PROFESSIONALI (n.70)

Il verbo CIRCOSTANZIARE

Descrizione

Il verbo CIRCOSTANZIARE è il numero 70 dei verbi professionali. Vediamo anche la differenza tra la circostanza e la situazione, la condizione e il contesto. Durata: 12 minuti

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647 Essere un signore

Essere un signore

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Giovanni:

Vi faccio una domanda. Io sono un signore?

Qualcuno potrebbe rispondermi:

Tu sei il signor Giovanni

Si, tu sei un uomo di una certa età quindi sei un signore

Oppure

Tu sei un signor professore di italiano

Nel primo caso è un titolo di cortesia o di rispetto per gli uomini: il signor Giovanni; il signor notaio; il signor ministro.

Nel secondo caso come abbiamo visto si fa riferimento a oggetti o cose degni di nota, notevoli per le loro qualità o caratteristiche.

Allora io vi dico che il termine signore ha anche un altro significato.

Infatti essere un signore è un’espressione che si può usare per indicare una persona che ha dei comportamenti molto educati. Nel caso si una donna naturalmente diventa essere una signora.

Spesso si sente usare anche il termine galantuomo, che però non ha l’equivalente femminile, e inoltre quando usiamo il termine signore non intendiamo solamente essere una persona perbene, dai modi gentili e educati.

Negli ambienti bene in effetti significa esattamente questo: essere una persona dalle buone maniere, una persona a modo, come si suol dire, che sa comportarsi come si deve, con educazione e garbo. In questi casi spesso si dice:

Essere un vero signore

Signori si nasce

Ricordate che perbene si usa soprattutto riguardo all’onestà ma anche per l’educazione e la gentilezza.

Un signore invece si usa soprattutto per indicare, oltre che l’educazione, in modi molto gentili, il comportamento in alcuni frangenti, e il modo di reagire.

Apre sempre la porta al passeggero dell’automobile. Un vero signore.

Fai il signore, lascia la mancia al cameriere.

Un signore non reagisce agli insulti

I veri signori si riconoscono dai piccoli gesti quotidiani.

Si è comportato da vero signore, ha pagato tutto il conto da solo

Fai il signore, sorridi anche se vorresti picchiarlo!

Attenzione però perché “fare il signore” può anche avere un significato negativo. Significa infatti anche vivere di rendita, o vivere al di sopra delle proprie disponibilità, o vivere alle spalle di altre persone senza preoccuparsi di quanto si spende.

Vedi quel ragazzo? Fa il signore lui! Fuma, spende, la macchina nuova ogni 5 anni, mentre la mamma lavora 13 ore al giorno.

E adesso torniamo alla frase “un signore con la S maiuscola” che abbiamo incontrato qualche episodio fa.

Adesso potete capire come un “signore con la S maiuscola” possa anche essere inteso come un “vero signore“, un signore come si deve, un uomo dai modi molto gentili, come pochi altri.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mariana (Brasile): ho letto che anche il tempo è galantuomo. Perché, che voi sappiate?

Albéric (Francia): perché alla fine il tempo ristabilisce sempre la verità, ripara tutti i torti. Sicché basta aspettare e il tempo fa sempre giustizia.

Marcelo: tu zitto zitto hai imparato un sacco di cose più di me sulla lingua italiana.

Jing (Cina): non è che non ce la racconta giusta e non ci ha detto che ha vissuto in Italia?

Cat (Belgio): hai sempre il sospetto che qualcuno ti menta! Una vera fissazione la tua!

646 Avere il magone

Avere il magone

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il magone

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

Giovanni: sicuramente tutti voi, almeno una volta nella vita avete provato una particolare sensazione, che consiste in una persistente afflizione. Il nome a cui dare questa sensazione è MAGONE.

Vediamo bene. Un’afflizione sapete cos’è? Quando una persona è afflitta è in uno stato di tristezza e di angustia, quindi quando è triste, angustiata, cioè quando è tormentata; sopraffatta dal bisogno o dalle preoccupazioni o dal dolore.

Avere o provare un “magone”  è una sensazione che si prova soprattutto quando si avverte un “nodo alla gola”. Anche questa è un’espressione molto usata.
Quando il cuore batte forte si sente in effetti una sensazione  al collo, come se si avesse un “nodo” alla gola. E’ un segnale spesso di origine nervosa e si associa ad uno stato di ansia o di depressione:
Il “magone” è un termine più informale, che sottolinea ugualmente un stato di agitazione costante. Avete presente l’espressione “un’anima in pena“? Quella è la sensazione che emerge dall’esterno, guardando una persona che ha un magone per qualche motivo, e si trova in uno stato di agitazione o tristezza tale che non riesce a pensare ad altro.

Il magone si usa spesso quando si fanno esami all’università per sottolineare l’agitazione. Oppure un atleta, prima di fare una prova, potrebbe essere assalito dal magone.

Mi è venuto un po’ di magone pensando alle cose che devo fare in ufficio. Forse non ce la farò.

Il magone può venire anche per una sensazione di nostalgia, dispiacere per qualcosa che si lascia, per qualche cambiamento avvenuto e pensando al passato, pensando ai bei momenti passati viene un po’ di magone.

Anche uno studente, rientrando a scuola dopo l’estate, potrebbe essere travolto dal magone.

Anche quando si perde un’occasione, al pensiero di ciò che poteva accadere potrebbe venire il magone: la nostra testa va, col pensiero, a ciò che era o a ciò che poteva essere e invece non è più o non potrà essere. 

Il nodo alla gola è probabilmente più intensa come sensazione, più adatta per descrivere l’emozione o l’agitazione per qualcosa che sta per accadere, come un esame o un calcio di rigore in una finale di coppa del Mondo (o campionati Europei…).

A coloro che ascoltano da poco tempo gli episodi di Italiano Semplicemente, pensando che questo è il numero 646 della rubrica dei “due minuti“, potrebbe venire il magone per l’ansia di dover ascoltare tutti gli episodi passati. Ma fatevi subito passare il magone, perché adesso ne ripassiamo qualcuno, come facciamo sempre. Ascoltate i ripassi dalla voce dei membri dell’associazione, perché la registrazione dei ripassi è appannaggio solamente dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Una ultimissima cosa voglio dirvi. Qualcuno potrebbe vedere nell’ansia qualcosa di analogo rispetto al magone, e infatti il magone può essere usato al limite al posto di ansia, ma l’ansia viene fondamentalmente per qualcosa che preoccupa e che riguarda l’immediato futuro, quindi una preoccupazione per qualcosa di brutto che potrebbe accadere. Il magone invece si può avere anche pensando semplicemente al passato, come si è detto prima. 

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Marguerite (Francia): dicesi magone la sensazione di un groppo alla gola dunque. Un groppo alla gola comunque è sempre meglio che un calcio nel sedere! 

Hartmut (Germania): Ma lei chi è? Le spiegazioni le da solo Giovanni in questo sito! Fornisca le sue generalità per favore!

Harjit (India): non esageriamo dai, Marguerite da qualche tempo a questa parte viene sempre trattata male. meglio non infierire.

Irina (Stati Uniti): a proposito di magone, mi viene in mente il quadro di Van Gogh di quel vecchietto seduto sulla sedia con la testa tra le mani. Ce l’avete presente?

Peggy (Taiwan): come no, ma se continuiamo a parlare di magone di questo passo ci mettiamo tutti a piangere in men che non si dica!

Marguerite (Francia); allora allegria! Dicesi allegria un vivace stato d’animo gioioso e spensierato! 

Ulrike (Germania): ma questa ancora insiste? Abbi la bontà di fare silenzio una volta per tutte invece di dire stupidate.

 

645 Strizzare l’occhio e fare l’occhiolino

Strizzare l’occhio e fare l’occhiolino

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Trascrizione

Giovanni: sapete che ci sono un sacco di modi di usare l’occhio, intendo il termine “occhio” , nella lingua italiana. A quanto pare l’occhio non serve solamente per la vista.

Uno di questi modi è strizzare l’occhio (attenti alla pronuncia della zeta) poi ce ne sono anche altri, che hanno un senso figurato tipo:

Chiudere un occhio

Occhio!!

Chiudere gli occhi

Fare l’occhio languido

Buttare un occhio

Dare un’occhiata

Avere occhio

Strabuzzare gli occhi

Ecc.

Oggi vediamo la prima frase che ho detto, cioè strizzare l’occhio. Partiamo da strizzare, che tecnicamente, ma solo nel caso dell’occhio, equivale a chiuderlo per un attimo. Parlo al singolare perché solamente un occhio va chiuso per un attimo, altrimenti state chiudendo gli occhi.

Strizzare normalmente è simile a stringere, o meglio, torcere fortemente qualcosa in modo da farne uscire il liquido di cui è imbevuto.

Si può strizzare una spugna, oppure uno straccio. Quando si strizza l’occhio invece semplicenete si chiude per un attimo, a volte molto rapidamente, senza farsi vedere dagli altri, e in questo caso meglio usare l’espressione “fare l’occhiolino“, a volte più lentamente, enfatizzando il movimento, accompagnandolo con un movimento della bocca.

Ma perché si strizza l’occhio? E perché si fa l’occhiolino?

Lo si può fare per diverse ragioni.

È innanzitutto un gesto di complicità. La complicità non consiste solamente nel fare una rapina insieme ad un altro criminale. Infatti anche in quel caso si parla di complicità, perché si tratta di una partecipazione a un’azione criminosa o moralmente riprovevole. Si sente spesso parlare di un rapinatore di una banca e di alcuni complici che lo hanno aiutato a fare la rapina. Rubare i soldi, rapinare i soldi in una banca è appunto un’azione criminosa.

Parliamo non di questa complicità, ma di un altro tipo di accordo e di aiuto, cioè quella che si può chiamare una intesa. Si parla perlopiù di scherzi.

Se Giovanni e Marco fanno uno scherzo a me, si può dire che sono due complici. Posso dire che hanno un’intesa, e questa complicità è finalizzata a farmi uno scherzo. La complicità è sempre in qualche modo ai danni di altre persone.

Giovanni mi fa uno scherzo con la complicità di Marco.

Per fare un accordo di questo tipo bisogna parlarne prima, quindi Giovanni e Marco probabilmente si sono parlati e poi mi hanno fatto lo scherzo.

Ma uno scherzo può anche essere improvvisato, senza nessun accordo precedente. Se Giovanni inizia a fare questo scherzo ai miei danni, per divertirsi con me, io non devo capire che si tratta di uno scherzo, ma Marco, se è presente anche lui in quel momento, lui invece deve capirlo, anche se Giovanni non gli ha detto nulla prima. Ecco che Giovanni, per far capire a Marco che mi sta facendo uno scherzo, gli strizza l’occhio, gli fa l’occhiolino senza farsi vedere da me, altrimenti lo capirei anch’io.

Questo gesto sostituisce una spiegazione a parole e significa “stai al gioco, si tratta di uno scherzo”.

A quel punto Marco capisce tutto e risponde, volendo, anche lui con l’occhiolino.

Giovanni e Marco a qusto punto sono complici nello scherzo ai miei danni. La loro complicità, il loro accordo, sono iniziati nel momento in cui Marco ha capito il significato dell’occhiolino fatto da Giovanni.

Strizzare l’occhio comunque può anche semplicenete essere un gesto che esprime amicizia, quindi un amico può strizzare un occhio ad un altro semplicemente strizzandogli un occhio anziché dire “ciao”, o anche facendo entrambe le cose.

Solitamente però il gesto di strizzare l’occhio serve a non farsi vedere o sentire da altri.

Si può anche strizzare l’occhio ad una ragazza o un ragazzo per manifestarle/gli che ti piace, e in questo caso sostituisce un sorriso.

È un po’ anche come dire: ci vediamo dopo. Anche questa è una complicità, che però può anche mettere in imbarazzo perché può essere recepita come una forma di esagerazione e anche come un gesto poco educato.

Ma chi ti ha dato questa confidenza per farmi l’occhiolino? Noi due non abbiamo nessuna complicità!

Strizzare l’occhio si sente spesso anche nei notiziari, nei telegiornali e quindi in tv e alla radio, perché si usa in politica, quando si vuole far riferimento ad un certo tipo di complicità.

Pensiamo ai partiti di destra, o meglio di destra moderata o di centro destra, perché non dicono di essere di estrema destra, ma allo stesso tempo spesso si dice che facciano l’occhiolino ai fascisti, che strizzino l’occhio alla destra più estrema.

Si vuole dire che, sebbene non apertamente, abbiano dei legami di complicità con la destra estrema, con i gruppi più estremi e dunque violenti.

Questa complicità si può notare da alcuni comportamenti dei politici, da delle dichiarazioni pubbliche di alcuni politici, da frasi che si ascoltano, da gesti che si fanno in pubblico, eccetera.

Ovviamente si può strizzare l’occhio anche alla sinistra o ad altri gruppi e schieramenti politici.

C’è sempre comunque qualche atteggiamento un po’ ambiguo, poco chiaro alla base. Qualcosa di nascosto.

Potremmo anche parlare di una manifestazione che strizza l’occhio ai no-green pass, o di una legge che strizza l’occhio alle grandi aziende.

A volte, come in questo caso, si tratta di una legge favorevole a qualcuno, che porta giovamento alle grandi aziende in questo caso (di tipo economico in questo caso), sebbene non sia presentata ufficialmente in questo modo.

Questo è strizzare l’occhio.

Notate infine che se si strizzano entrambi gli occhi il significato cambia completamente.

Questo gesto si fa quando non si crede a qualcosa che si vede, tanto che si strizzano gli occhi (con le mani però) perché ciò che si vede sembra incredibile.

L’espressione è simile a strabuzzare gli occhi, cioè aprirli (stavolta è aprirli) in modo tale che gli occhi sembrano uscire dalle orbite, anche per terrore oltre che per meraviglia.

Questo è strabuzzare gli occhi.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Harjit (India):
Fra i migliori cantautori italiani annovererei senz’altro Francesco Guccini. Un cantautore di vecchio stampo come si suol dire, Quale delusione per i suoi fan quando Guccini 9 anni fa o giù di lì , ha smesso di cantare. Tanti speravano che tornasse alla carica. Nisba però. Ce ne faremo una ragione.

Mary (Stati Uniti): comunque, bontà sua, ne ha fatti parecchi di capolavori.

Marcelo (Argentina): Vasco Rossi è, a mio modesto parere, tanto bravo quanto lui, ma si rivolge ad un pubblico più giovane.

Mary (Stati Uniti): a proposito di giovani, la butto lì: Jovanotti? Non fosse altro che per per la sua voce unica e il suo stile sempre giovanile.

Xin (Cina): io dico Rino Gaetano. Mi rendo conto che se n’è andato tanti anni fa, ma il cielo da allora è sempre più blu.

Peggy (Taiwan) e Marguerite (Francia): grande Rino. Scomparso anzitempo purtroppo. Per non saper né leggere né scrivere io voto per Fabrizio de André. Un poeta e al contempo un cantautore.

Sofie (Belgio): Lucio Battisti non era un cantautore perché Mogol componeva le sue canzoni. Però tanto di cappello anche a lui. Tant’è vero che la sua inimitabile voce, atipica, apparentemente stonata, la rende unica nel suo genere.

Edita (Repubblica Ceca): io ho ascoltato dal vivo solamente Lucio dalla, Renato Zero e Paolo Conte. Cantautori con la C maiuscola. Ve li consiglio, vi piaceranno nella misura in cui siete capaci di apprezzare la buona musica. Non me ne vogliano gli altri.

644 Un signore con la S maiuscola

Un signore con la S maiuscola

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Trascrizione

Giovanni: allora ragazzi, dopo aver parlato della bontà negli ultimi due episodi, bontà che come abbiamo detto può misurare le qualità di qualcuno o qualcosa (la bontà di una persona, di un lavoro fatto, di un prodotto ecc.) oggi non ci allontaniamo tanto dal discorso, perché parliamo sempre di qualità.

Nell’episodio dedicato all’espressione bell’e buono se ricordate abbiamo parlato dell’uso della lettera maiuscola per sottolineare la eccezionale qualità, bellezza o bontà di qualcosa.

Questo è la prima cosa di cui voglio parlarvi oggi. Si tratta comunque di linguaggio familiare.

Infatti se ad esempio sappiamo che in un ristorante si mangia benissimo, potremmo dire che è un ristorante con la R maiuscola.

Non è un caso che nella lingua italiana la lettera maiuscola si usi anche, tra le altre cose, in segno di rispetto, tipo quando diamo del lei ad una persona lo scriviamo con la elle maiuscola (Lei), anche all’interno della parola a volte (voglio scriverLe per dirLe…).

Questo discorso vale per tutte le lettere ovviamente nell’espressione “con la maiuscola“.

. Un tecnico esperto di computer, potremmo definirlo, per fargli un complimento, come un tecnico con la T maiuscola.

Questo possiamo farlo ogniqualvolta ciò che stiamo valutando ha caratteristiche migliori, in termini di qualità ben definite, dei suoi simili.

Le caratteristiche devono essere ben definite, quindi se dico che la mia casa è una casa con la C maiuscola, si capisce che ha qualcosa che la rende forse molto bella, ma forse molto comoda o forse entrambe le qualità. Forse volevamo dire molto grande? Non è ben chiaro.

Deve essere ben chiaro a cosa ci riferiamo quando usiamo questa espressione. La cosa può anche essere scherzosa:

Una squadra con la S maiuscola

Una nonna con la N maiuscola

Un’amicizia con la A maiuscola

Questi sono esempi abbastanza evidenti, e più o meno è lo stesso se parlo di un uomo con la U maiuscola. Dipende però dal discorso che stiamo facendo. 

Se una donna dice che il suo uomo è un uomo con la U maiuscola, magari facendo un sorrisetto compiaciuto, probabilmente si riferisce a qualcosa di intimo. Si tratta di qualcosa di eccezionale e, parlando di prestazioni, l’espressione diventa persino più semplice:

La mia squadra oggi ha fatto una gara maiuscola. 

Nello sport si usa molto spesso: una gara maiuscola, una prova maiuscola, una prestazione maiuscola ecc. Si tratta di una grande prestazione, anzi di una GRANDE prestazione. 

La seconda cosa che voglio dirvi oggi è l’uso del termine “signor”  (al maschile senza la e finale) e “signora“, sempre per sottolineare l’eccezionalità di qualcosa e che si usano sempre in modo familiare e con tono scherzoso con riferimento a qualcosa di eccellente, eccezionale, di grande valore o bontà o bellezza:

Questo non è un sito per imparare l’italiano, ma è un signor sito per imparare l’italiano!

 Non parlo ovviamente di un signore, inteso come un uomo distinto o di mezza età, ma sto dicendo che questa cosa è eccezionale.

La mia macchina ha 30 anni e non si è mai rotta. é veramente una signora automobile.

E’ sostanzialmente come dire che è un’ automobile con la A maiuscola.

Si usa anche al femminile come si è visto:

Una signora automobile

Una signora lavatrice 

Ecc 

Adesso avete queste due possibilità in più dunque per sottolineare l’eccezionalità di qualcosa. Usatele secondo quale suoni meglio a seconda dell’occasione. Chiaramente non suona bene parlare di un “signor uomo” o di una “signora donna” perché non si capirebbe bene cosa vogliate dire.. Meglio usare la maiuscola in questo caso. Tra l’altro un signore con la S maiuscola può avere a un significato particolare di cui parleremo tra qualche episodio. 

Adesso concludiamo con un signor ripasso. Complimenti a chi l’ha realizzato. 

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mary (Stati Uniti): Chi ti sentiresti di annoverare tra le più grandi donne italiane?

Anthony (Stati Uniti): come la vedi Margherita Hack? Secondo me è la scienziata per eccellenza

Peggy (Taiwan): la vedo bene anch’io, ma con tutto il dovuto rispetto per lei, in cima alla lista c’è Maria Montessori, vuoi per il suo pensiero, vuoi per ciò che ha fatto per i bambini.

Ulrike (Germania): ce ne sono tante ma Rita Levi Montalcini mi piace moltissimo: medico, premio nobel, senatrice. E poi smettiamola una volta per tutte di dire che doveva fare figli anziché studiare!

Albéric (Francese): hai ragione. Sono veramente stucchevoli questi commenti! Ce ne vuole di pazienza. 

Edita (Repubblica Ceca): vogliamo non nominare la grande Mina? Non una semplice cantante, bensì un personaggio pubblico che “bucava lo schermo”, come si suol dire. Senza contare che è stata anche la prima donna a indossare una minigonna in televisione. Non so se rendo..

Marcelo (Argentina): non so, non le conosco tutte, ma per non saper né leggere né scrivere io vi farei conoscere mia madre!

Marguerite (Francia) e Anthony (Stati Uniti): ma dai, come te ne esci così? Si intende donne che tutti conoscono, personaggi pubblici. Tua madre non sarà da meno sicuramente rispetto alle altre, e sono sicura che non sfigura neanche davanti ai fornelli!

Lia (Brasile): siere duri di comprendonio forse? È altrettanto chiaro che stava scherzando, come è solito fare da qualche giorno a questa parte.

 

643 La bontà

La bontà (scarica audio)

la bontà

Trascrizione

Giovanni: avevo promesso che oggi ci saremmo occupati di bontà, dunque che bontà sia!

La bontà, innanzitutto, è la caratteristica di ciò che è buono. È ovviamente una qualità.

Che bontà queste fettuccine!

Senti che bontà questo gelato!

Questo piatto è di una bontà pazzesca!

Ma la bontà non è solo una questione di palato. Non solo il cibo può essere buono o cattivo. Nel caso del cibo, consiste nella squisitezza, nel sapore eccezionalmente gradevole.

Per una persona vale la stessa cosa, ma in questo caso la bontà consiste in altro.

Si parla di caratteristiche positive della persona, la sensibilità e la comprensione nei confronti dei mali altrui, quindi si parla di bontà d’animo, di bontà di cuore e quella di carattere.

È dunque un sentimento e una dimostrazione di benevolenza verso gli altri.

Può anche fare riferimento a qualità come la cortesia e la gentilezza.

Anche un lavoro può essere buono o cattivo, cioè ben fatto oppure no, allora posso dire ad esempio:

Devo valutare la bontà del tuo lavoro.

Considerata la bontà del tuo lavoro, meriti una promozione.

Si usa spesso però in modi anche particolari.

Abbiamo già visto ad esempio l’espressione bontà sua, bontà tua, bontà loro, espressioni spesso ironiche.

C’è una modalità particolare, anch’essa ironica, simile a questa appena descritta. L’espressione è “avere la bontà di” fare qualcosa. Questa espressivi può usarsi sia per esprimere une vera bontà:

Es:

Una donna ha avuto la bontà di dare da mangiare a dei cani affamati e di trovargli un padrone.

Sia in senso ironico:

Il mio direttore ha avuto la bontà di ricevermi (il mio direttore, bontà sua, mi ha ricevuto)

Abbi la bontà di ascoltare quanto ho da dirti (queste frasi hanno un senso ironico, quindi contengono in realtà un rimprovero sottile)

Ti ho fatto una domanda. Abbi la bontà di rispondermi.

Abbi la bontà di attendere il tuo turno (questo potete dirlo a chi vi vuole passare avanti nella fila, senza rispettare l’ordine di arrivo)

A volte si usa anche in modo completamente opposto al significato di bontà.

La mia ragazza ha avuto la bontà di lasciarmi

Il mio direttore ha avuto la bontà di licenziarmi.

Questo è un modo per evidenziare il brutto gesto che è stato fatto e non certamente la bontà.

Altre volte comunque, a parte l’essere buoni, la bontà può indicare la buona qualità di qualcosa:

La bontà del tessuto di questi capi d’abbigliamento è indiscutibile

Oppure può indicare l’efficacia:

La bontà di una soluzione si misura con la facilità nel metterla in pratica per risolvere un problema definitivamente.

Adesso, se Giovanni ha la bontà di terminare questo episodio (sono autoironico) possiamo dedicarci al ripasso del giorno:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albèric (Francia): stamattina riflettevo sullo stile di alcuni scrittori perché vorrei cimentarmi anch’io. Ad Esempio Giovanni Verga, tra i narratori italiani più noti della seconda metà dell’800, nella sua narrativa fa appello a due  tecniche: l’impersonalità, che consiste nell’evitare di esprimere giudizi personali e la regressione, cioè scegliere di parlare non dal proprio punto di vista, ma da quello del popolo.

Ulrike (Germania): Alberto Moravia invece dà molta importanza ai dialoghi, usando parole di uso comune, con l’obiettivo di descrivere accuratamente i pensieri e le emozioni dei protagonisti che si incontrano di volta in volta, facendone anche un’interessante indagine psicologica. Anche lui scrive in modo distaccato, così la realtà appare più chiaramente per quella che è.

Hartmut (Germania): Beh, si fa sentire lo stile di Dostoevskij, che Moravia leggeva. Il suo stile si contraddistingue per descrizioni molto accurate, ma mai eccessivamente lunghe e noiose, bensì frasi brevi, che elevano il ritmo narrativo e coinvolgono il lettore anche perché si ripete spessissimo il pronome “io” e questo fa sentire il lettore parte del racconto.

Mary (Stati Uniti): non so se vi interessa, ma riguardo al mio stile personale, posso dire che preferisco scrivere in terza persona e non in prima. Preferisco usare pronomi come lui, lei e loro. Mi ispiro a Tolstoj ma credo di scrivere anche meglio di lui.  Sono migliore di lui sicuramente. Modestamente ci capisco di brutto!

Anne France (Francia): sai, sono seriamente combattuto tra mandarti a quel paese e accompagnartici personalmente per essere sicuro che non sbagli strada!  Scusate ma io questo atteggiamento altezzoso non lo lo sopporto! Crede di saperla lunga! Possibile mai che uno si dica migliore di Tolstoj?

Peggy (Taiwan): dai, non bisogna perdere la bussola per così poco! E poi in fondo ogni scrittore ha le sue fissazioni da artista.  Evidentemente si sente qualcuno in questo campo. Che c’è di male? 

Harjit (India): va bè ragazzi, non la facciamo troppo lunga. Il suo carattere è quello che è. Bisogna farsene una ragione, tanto poi se nessuno legge ciò che scrive, inutile parlarne 🙂  

 

642 Fornire un assist

Fornire un assist (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: qual era una delle specialità di Francesco Totti ma anche di Michelle Platinì, Falcao e Roberto Baggio? Era fornire assist ai compagni di squadra.

Fare un assist significa fare un passaggio che consente di realizzare un gol. Si potrebbe chiamare anche un passaggio smarcante, per dirla all’italiana, un passaggio che mette il compagno di squadra in condizioni di realizzare un gol o un punto, se parliamo di sport in generale. Ma non è detto che poi questo gol verrà realizzato.

Questi calciatori che ho citato prima erano bravissimi a fare assist.

Allora dovete sapere che fare o fornire o anche dare un assist è un’espressione che si utilizza anche al di fuori del calcio e dello sport.

Infatti assist viene dal verbo aiutare e fornire un assist invece significa fornire un’occasione propizia, cioè dare l’occasione, fornire l’opportunità ad un altra persona di ottenere un vantaggio. Insomma si tratta sempre di una forma speciale di aiuto, in pratica.

Vediamo qualche esempio:

Il problema che hanno avuto WhatsApp, Facebook e Instagram che per cinque ore non hanno funzionato ha fornito un assist a Twitter e telegram, un assist involontario, e Telegram e Twitter cercheranno adesso di sfruttarlo per aumentare i loro utenti.

Quindi questo “aiuto” possiamo chiamarlo un assist, che per essere chiamato tale non deve essere necessariamente involontario, e neanche necessariamente fornito agli avversari, come nel caso di prima, ma spesso è così.

Inoltre spesso è un fatto che accade a fornire un assist e non l’azione di una persona.

Es: se al lavoro, durante una riunione, il direttore dice una cosa, con questa affermazione potrebbe fornire un assist a un mio collega che potrebbe dire:

L’ho sempre detto io, ma a me non mi ascolta mai nessuno.

Avete capito che l’assist dunque è un aiuto che però poi va sfruttato, va concretizzato, quindi non è detto che si trasformi in un vero vantaggio per chi riceve un assist.

Un semplice aiuto non possiamo chiamarlo sempre un assist, a meno che la condizione descritta non sia soddisfatta. A volte è semplicemente un favore, una cortesia.

L’assist in qualche modo somiglia più ad un invito a fare qualcosa, un invito a fare un’azione quasi spontanea, perché porta ad un riconoscibile vantaggio per questa persona.

Pensate anche all’episodio che abbiamo dedicato al termine pretesto, ci sono infatti delle similitudini, ma il pretesto è una scusa, come abbiamo visto, che serve a mascherare i veri morivi per cui si compie un’azione.

Invece l’assist è un’occasione da sfruttare, spesso fornita involontariamente da altri.

Rifletteteci.

Adesso ripassiamo perché il tempo passa, sennò fornirei un assist ai miei detrattori, a coloro che dicono che questi episodi durano sempre più di due minuti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): Giovanni, risponde al vero che nel prossimo episodio parlerai della bontà?

Giovanni: confermo.

Sofie (Belgio): Giovanni, abbi la bontà di rispondere spiegando un minimo almeno. Mi fa specie che tu sia così sintetico, proprio tu che in genere parli per ben oltre i 2 minuti nei tuoi episodi.

Giovanni: Non posso proprio darti torto Sofie.

Ulrike (Germania): Giovanni, bontà sua, ha bene in mente cosa deve fare per farci comprendere il significato di questo termine. È così che lo ripaghi? Sei un po’ ingenerosa Sofie.

Sofie: Ma dai Ulrike, non fare la ruffiana. Lo so che Gianni è un pezzo da 90 però in quanto tale dovrebbe anche capire che cerco solo di mettere alcuni paletti. Se no i suoi discorsi diventano interminabili. Poi sono sicura che lui è capace di prendere il mio cosiddetto rimprovero con filosofia.

Karin (Germania): la bontà di un episodio si misura in molti modi diversi. In primo luogo direi dalla chiarezza. Per me nulla quaestio su questo. Ciò non toglie che a volte mi servirebbero più esempi.

Edita (Repubblica Ceca): va bene dai, non anticipiamo niente, sennò di questo passo sveliamo tutto in anticipo.

Peggy (Taiwan): allora ci aggiorniamo domani.

641 Bell’e buono

Bell’e buono (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: la bellezza e la bontà. Oggi parliamo di queste due caratteristiche che possono essere associate ad esempio a delle persone, ma non solo.

Alla bontà tra l’altro voglio dedicare un episodio a parte perché è interessante come viene usata nella lingua Italiana.

Oggi invece voglio parlarvi di un’espressione in cui compaiono entrambe le caratteristiche.

L’espressione è “bell’e buono“.

Però qui né la bellezza tantomeno la bontà c’entrano qualcosa, infatti l’espressione si usa per sottolineare un termine, un sostantivo usato in una frase.

Si tratta in particolare di sottolineare una caratteristica di una persona o di un aspetto o un oggetto, e la usiamo spesso quando siamo arrabbiati, ma non solo.

Vediamo qualche esempio:

Se vado a piazza di Spagna, quindi al centro di Roma ed ordino un caffè al tavolo, il cameriere me lo porta e poi mi presenta il conto, pari con mia grossa sorpresa a dieci euro il allora dico:

Ma questo è un furto bell’e buono!

Chiaro no? Io credo che 10 euro per un caffè sia un prezzo esagerato quindi questo è un vero e proprio furto.

Vero e proprio: Questo è un secondo modo, equivalente al primo, per sottolineare il mio pensiero e in particolare in questo caso la parola furto.

Queste due modalità si usano anche quando il termine che vado a sottolineare è abbastanza “forte” e spesso non proprio adatto a descrivere il fatto, come in questo caso, perché si usa il termine furto ma non sarebbe il caso di farlo perché non c’è stato un vero e proprio reato, un vero furto. Nessuno ha rubato veramente.

Come vedete la bellezza e la bontà non c’entrano nulla.

Notate che bell’e buono si scrive con l’apostrofo e fate caso anche alla pronuncia (non c’è la o di bello e buono si pronuncia con due b)

Solitamente i termini che vengono sottolineati sono sempre negativi:

Ho comprato una macchina che si è rotta subito. Una fregatura bell’e buona! (stavolta al femminile)

Franco è un cretino bell’e buono! Meglio lasciarlo perdere.

Ciò non toglie che io possa dire anche qualcosa di positivo:

Hai vinto 1 milione di euro alla lotteria? Ma questa è una fortuna sfacciata bell’e buona!

Cioè è una fortuna autentica, è vera fortuna.

Potremmo in effetti sostituire bell’e buona con “vera” e bell’e buono con “vero” tranquillamente. Lo stesso vale con “autentico” e “autentica”. Anche “puro” e “pura” rendono bene l’idea. Bell’e buono però va solo alla fine della nosra frase:

Hai vinto alla lotteria?

La tua è pura fortuna (di solito si mette prima l’aggettivo in questi casi, ricordate l’episodio?)

La tua è vera fortuna

la tua è vera e propria fortuna (due aggettivi, stesso discorso)

la tua è fortuna bell’e buona (questa è l’eccezione che conferma la regola)

La tua è fortuna con la F maiuscola

Anche questa è una modalità simile, anche se non esattamente equivalente: usare la maiuscola (la lettera grande) per sottolineare l’importanza o l’unicità di qualcosa. Non è detto però ci sia animosità. Lo vediamo meglio in un prossimo episodio comunque.

Ah, hai trovato un’altra donna? e me lo dici così?

Sei uno stronzo con la S maiuscola!

Sei uno stronzo bell’e buono!

Sei un autentico stronzo!

Sei proprio un bello stronzo!

Quest’ultimo esempio fa riferimento all’uso di “bello” davanti a un aggettivo. date un’occhiata se non ricordate.

Ma a proposito di bellezza, sapete dirmi cos’è la bellezza? Sapreste definirla?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (Stati Uniti): sapete che spesso accade che ciò che è buono è anche bello, o forse è bello proprio perché è buono. Una mamma è sempre buona col suo bambino, perché gli dedica tempo e si occupa di lui, e in quanto tale, risulta al contempo anche bella.

Marcelo (Argentina): ma la bellezza genera anche invidia spesso e volentieri e quindi desiderio e voglia di possesso. Senza la bellezza non ci sarebbero state neanche tante guerre. Come facciamo allora?

Anthony (Stati Uniti): secondo Platone la bellezza è semplicemente armonia, ordine e proporzione alla vista. In pratica la forma è sostanza, e Aristotele non era di diverso avviso.

Marta (Argentina): ma si dà il caso che esista anche la bellezza interiore, cioè le virtù morali. Dante Alighieri ad esempio, parlando della sua Beatrice diceva: tanto gentile e tanto onesta pare. Anche questa è bellezza. Dante si riferiva alla nobiltà d’animo e al suo decoro, cioè la sua dignità.

Andrè (Brasile): Dante non aveva occhi e pensieri che per Beatrice, ma c’è bellezza e bellezza. Il Dalai Lama dice che tutti contribuiscono alla bellezza del mondo. Tutte le creature, ivi incluse quelle meno belle, suppongo.

Mary (Stati Uniti): tra l’altro, come diceva il cantante Pino Daniele, ogni scarrafone è bello a mamma sua, cioè anche il figlio più brutto vuoi che non piaccia alla propria madre?

Karin (Germania): queste vostre riflessioni mi fanno pensare all’idea che Kant aveva circa la bellezza, che è ben diversa dalla piacevolezza. Non confondiamo. Ritengo sia il caso di chiarire bene: Secondo Kant la bellezza deve essere disinteressata, quindi non deve essere contaminata dal benché minimo interesse verso l’oggetto o la persona. In poche parole ciò che è bello non è ciò che piace. I desideri e i sensi a dire di Kant non devono avere nessun ruolo.

Peggy (Taiwan): che confusione! Non mi ci raccapezzo molto tra tutte queste teorie. Non ne contesto la giustezza perché ad un tratto mi sono un po’ perso. E dire che quando una cosa è bella è così evidente! Mica si fanno tutti questi ragionamenti! Ma dimmi tu!

640 Giù di lì

Giù di lì (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: eccoci arrivati all’episodio 640 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi terminiamo il discorso su “lì”, parlando di “giù di lì“.

Ancora una volta stiamo parlando di lì con l’accento, che in genere si usa per indicare un luogo vicino (ma non troppo) a chi parla.

Anche in questo caso lì si utilizza per indicare una vicinanza, ma nel senso più ampio possibile, quindi una vicinanza spaziale, o temporale o nel significato o qualsiasi altro tipo.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni ha 50 anni o giù di lì.

Che significa? Che Giovanni potrebbe avere un’età pari a 50 anni o vicino ai 50 anni.

Potrebbe essere 49 o 51, 48 o 52. Insomma la sua età non è molto lontana dai 50 anni.

Questo significa giù di lì, che è sempre preceduta da “o”, ciò “oppure”.

È una modalità informale, colloquiale ma molto diffusa in tutt’Italia.

“50 anni o giù di lì” significa quindi “più o meno 50 anni”.

Altri esempi:

Quanti errori avrò fatto nell’ultimo esercizio? Una decina o giù di lì.

Quindi più o meno ho fatto 10 errori. Approssimativamente 10 errori.

Quanti episodi avremo fatto su Italiano Semplicemente? Non saprei, forse 2000 o giù di lì

Quindi abbiamo fatto pressappoco, circa 2000 episodi.

Quante persone c’erano al concerto? C’erano un centinaio di persone o giù di lì.

“Giù di lì” va sempre dopo la misura che esprimiamo:

30 anni o giù di lì

1000 persone o giù di lì

10 km o giù di lì

Invece se uso pressappoco o circa, all’incirca e più o meno, si scrivono quasi sempre prima

Più o meno 1000 persone

All’incirca 30 anni

Pressappoco 10 km

Ci sono alcune volte però, quando non si tratta di numeri, che “giù di lì” è più difficile sostituirlo:

Giovanni abita a Roma o giù di lì

In questo caso giù di lì sta per “ vicino“, “da quelle parti“, “lì intorno“, “lì vicino“.

Attenzione perché “giù di lì” si può usare anche quando si parla di scendere (giù) da un luogo.

Se mio figlio piccolo (un bambino) sale sul tavolo ad esempio, gli dico:

Scendi giù di lì!

Vieni giù di lì!

In questo caso verrebbe spontaneo usare “giù da lì“, cioè “da quel luogo“, e in effetti non è sbagliato, ma solo in questo caso.

Allora adesso che sono passati 4 minuti o giù di lì, è l’ora del ripasso, che vi faccio ascoltare subito.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Khaled (Egitto): c’è qualcuno che potrebbe spiegare il significato della parola illuminismo? Attendo lumi.

Sofie (Belgio): illuminismo viene proprio dalla parola lume, che è una luce. È un movimento che ha avuto infatti lo scopo di illuminare le menti e il mondo, attraverso la ragione, per allontanare la superstizione e l’ignoranza che derivano da teorie prive di fondamento.

Anthony (Stati Uniti): Gli uomini, stando a questo pensiero, si possono salvare non attraverso Dio e la religione ma mediante l’uso del libero pensiero.

Marguerite (Francia): anche le nuove idee di libertà, uguaglianza e fratellanza hanno origine dall’illuminismo. Liberté Égalité e fraternité. Questo si deve a noi francesi. Lasciatemelo rivendicare con orgoglio.

Hartmut (Germania): anche due grandi filosofi tedeschi, Marx ed Hegel, da par loro, hanno dato il loro contributo. E anche oggi il loro pensiero ha un certo ascendente sulle persone.

Anne France (Francia): ma la religione quindi è eliminata in toto? E come la mettiamo con la salvezza dell’anima? Non mi pare da prendere alla leggera l’esclusione di Dio. Io, passatemi il termine , sono lontana anni luce da questo pensiero.

639 Di lì a poco

Di lì a poco (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: quando si studia l’italiano si impara, tra le altre cose, la differenza tra qui e lì.

Si impara ad esempio che qui e lì indicano dei luoghi vicini oppure un po’ più lontani. Si parla di luoghi e di spazio.

Lì, con l’accento, si usa in diversi modi in realtà, e tutti questi modi non fanno sempre riferimento al concetto di vicinanza o lontananza da un luogo, una vicinanza spaziale.

Se dico “La bottiglia si trova lì”, magari indicando col dito, sto certamente parlando di una bottiglia che sta poco lontano da me.

Oppure posso dire che “sta lì” nel senso di “si trova in quel luogo” o “lì vicino” cioè vicino a quel luogo anche se quel luogo è lontanissimo.

Se allarghiamo gli orizzonti, abbiamo visto già l’espressione “siamo lì” e si è visto come il concetto di vicinanza non è detto si riferisca sempre allo spazio. In questo caso infatti si potrebbe parlare anche di vicinanza nel senso, nel significato, negli effetti o nel risultato.

Altre volte “lì”, in posizione finale serve a rafforzare qualcosa:

È quel libro lì che devi comprare

Come a dire: proprio quello, esattamente quel libro, quello che hai appena detto o quello di cui abbiamo appena parlato.

Poi abbiamo già visto insieme anche l’espressione “lì per lì” , che significa “sul momento”, come abbiamo visto. Lo spazio qui non c’entra ma c’entra il tempo e la stretta vicinanza rispetto ad un momento.

Abbiamo anche visto “essere li lìper fare qualcosa.

Ma ci sono altre due espressioni che mi interessa spiegarvi.

Oggi vediamo “di lì a poco” e domani “giù di lì“.

Nell’espressione “di lì a poco” si utilizza il concetto di vicinanza con riferimento al tempo. Quindi lì rappresenta un momento nel passato, quindi non nell’immediato presente ma un momento già passato di cui si parla.

“Di lì” sta per “da quel momento”, mentre “a poco” sta per “poco tempo dopo” .

Quindi “di lì a poco” significa “poco tempo dopo quel momento”.

L’espressione si usa quando si vuole parlare di un fatto accaduto dopo un certo momento, abbastanza vicino.

Es:

Maria si è laureata a marzo del 2000 e di lì a poco aveva già trovato un lavoro.

Quindi Maria è fortunata perché appena si è laureata è passato poco tempo prima che trovasse un lavoro. Maria, dal momento in cui si è laureata, dopo poco tempo aveva già trovato un’occupazione.

Un’espressione veloce, colloquiale e molto usata.

Notare che ai sta parlando del passato, altrimenti, se parliamo del presente meglio dire “di qui a poco”.

Quanto ti manca prima di essere pronta cara, lo sarai di qui a poco?

Lo so, faccio sempre lunghe spiegazioni, ma prometto che di qui in avanti cercherò di essere più sintetico.

Di qui a un mese avremo fatto altri 30 episodi di questo tipo.

Sia qui che lì, pertanto, assumono anche valore temporale. Poco infatti sta per “poco tempo“, ma questo tempo può essere espresso in giorni o minuti ore ecc. In questo caso poco diventa pochi:

Di qui a pochi secondi avrò terminato la spiegazione

Dopo l’incidente, di lì a pochi giorni mi ripresi.

Per sintetizzare al massimo , “di qui a poco” significa “tra poco”.

Di lì a poco” invece posso tradurlo più semplicemente con “poco dopo”.

Adesso ripassiamo con un po’ di storia:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut (Germania): la vogliamo finire una volta per tutte con questi ripassi complicati? Quasi fossimo studenti e tu Giovanni un professore di storia e letteratura italiana!

Bogusia (Polonia): sai che a monte di questa tua rabbia e intransigenza, potrebbe esserci proprio una scarsa cultura?

Marguerite (Francia) e Edita (Rep. Ceca): Potrebbe aiutarti anche un po’ di meditazione. All’inizio potresti essere impaziente, ma col prosieguo dell’esperienza ne trarrai sicuro giovamento

Mary (stati Uniti): nel frattempo però, disponendo di tempo risicato, non possiamo più parlare d’altro. Vorrà dire che se ne riparla domani . Giusto il tempo di accennare alla definizione che del tempo ne dà sant’Agostino: il tempo non esiste. Questo si deve al fatto che Il passato non esiste in quanto non è più; il futuro non esiste in quanto non è ancora; e il presente diventa continuamente passato.

Peggy (Taiwan): qualcosa non mi torna… ma se il tempo non esiste, allora neanche questa rubrica dei due minuti esiste?

Sergio (Argentina): eccome se esiste invece! questa è la famosa eccezione che conferma la regola!

638 A questa parte

637 Fintantoché

636 Nisba

Constatare – VERBI PROFESSIONALI (n.68)

Il verbo CONSTATARE

Descrizione

Il verbo constatare è il numero 68 dei verbi professionali.

Durata: 11:26 minuti

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635 Da quel dì

634 Raccapezzarsi

633 E’ Il caso o non è il caso?

E’ Il caso o non è il caso?

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Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto l’episodio si dà il caso che“, forse è il caso di approfondire maggiormente il senso della parola “caso”.

Ma non è proprio il caso di occuparci di tutti i suoi utilizzi, considerando che ce ne sono parecchi.

Allora mi limiterò alle espressioni “è il caso” e “non è il caso“, che ho già utilizzato pochi secondi fa, non a caso.

Bisogna dire infatti che il termine “caso” può indicare, tra le altre cose, una situazione particolare, una situazione da affrontare, una situazione di fronte alla quale bisogna agire, per capire cosa fare. È come se dividessimo tutte le diverse situazioni in categorie, chiamate “casi”.

Cosa fare?

Oppure:

Cosa è il caso di fare?

Come a dire: in quale situazione siamo, in quale caso siamo?

Si può anche dire così, se vogliamo sottolineare la delicatezza della questione, o il fatto che stiamo valutando attentamente cosa fare.

Ciò che intendo dire è: è una di quelle situazioni in cui bisogna comportarsi in un certo modo? Siamo in uno di quei casi?

Ad esempio, se mi bocciano all’esame di italiano, posso dire:

E adesso?

E’ una di quelle situazioni in cui bisogna insistere e rifare l’esame? Oppure mi devo arrendere? Qual è il caso?

È una situazione nella quale insistere oppure no?

Oppure posso dire:

È il caso di insistere secondo te?

Sarebbe il caso di rifare l’esame?

Secondo te è il caso di riprovare a dare l’esame? Oppure non credi sia il caso?

Quindi si sta chiedendo, in fondo, se sia meglio fare un’azione oppure farne un’altra.

È meglio la scelta A o la scelta B ?

Ma c’è qualcosa di più rispetto alla scelta migliore.

Generalmente quando è il caso o meno di fare qualcosa, c’è una situazione delicata, quindi la scelta migliore deve tener conto spesso, ma non sempre, di qualcosa di delicato, di opportuno.

Vedete che torniamo sempre, recentemente almeno, alle cose opportune da fare.

Oddio, ho fatto due starnuti. Avrò il Covid?

No, tranquillo, non è il caso di preoccuparsi per così poco.

Vedete quindi che non si tratta semplicemente della scelta migliore.

In questa occasione è come se dicessi: non vale la pena preoccuparsi, non bisogna preoccuparsi, non siamo in una situazione in cui bisogna preoccuparsi. Non siamo in quel caso.

Occorre preoccuparsi o no, per due starnuti?

È il caso di preoccuparsi?

Non credo sia il caso. Almeno in questo caso.

Oppure, un altro esempio:

Vuoi andare a parlare col professore vestito così?

Non credo sia assolutamente il caso di presentarsi con la tuta da ginnastica!

Questa sicuramente è una situazione delicata.

Il tuo abbigliamento non è adatto. Secondo me non è il caso.

Molto simile (in questo esempio) a “non è opportuno” e potremmo parlare anche di “discrezione” perché siamo nell’ambito dei comportamenti adatti o non adatti, opportuni o non opportuni.

Vi faccio notare che “non è il caso” ha qualcosa in comune con “non è cosa“, di cui abbiamo già parlato. “Non è cosa”, si potrebbe tradurre, volendo con “non è assolutamente il caso“, ma si usa anche quando qualcosa non riesce proprio, nonostante molti tentativi. “Non è cosa” è anche molto più informale e netta come espressione, quando si usa per escludere categoricamente che qualcosa vada fatto.

Non è il caso somiglia invece più ad un consiglio.

E adesso credete sia il caso di fare un bel ripasso degli episodi precedenti?

Direi di sì, visto che i due minuti sono già passati.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: cos’hai Irina? Perché sei così nervosa? Sembri un’anima in pena!

Irina: hai ragione, questa mia preoccupazione si deve al fatto che sono stato/a invitata a pranzo in ambasciata oggi e non vorrei prestarmi a brutte figure. Sono preoccupata perché non conosco bene il galateo a tavola, ma la forma è sostanza in posti così! Sono preoccupata soprattutto perche dovrò sbucciare la frutta. Ci saranno qualcosa come 10 ambasciatori a questo pranzo. Non vi dico che ansia!

Marcelo: Senza contare che dovrete prendere anche il caffè!

Mary: dovrai imparare a prendere il caffè per bene allora.
Avete presente quello che dice il galateo in merito?

Rafaela: Secondo me si tratta di indicazioni che lasciano il tempo che trovano. Predicano un comportamento piuttosto lezioso, roba di tempi passati. Come la vedete voi?

Anthony e Rauno: ma quando mai? Ti aiuto io. Sempre che tu voglia essere aiutata. Innanzitutto non approfittare, cioè non fare incetta di cibo.

Irina: ci mancherebbe! Altrimenti verrà a galla la mia mancanza di stile.

Peggy: anch’io ne so qualcosa di galateo. Ad esempio, riguardo al caffè, la tazzina va sollevata con pollice e indice, e quindi portata verso le labbra (non è il contrario, cioè non è la bocca che va verso la tazzina).

Sofie: poi, sempre stando al galateo, il cucchiaino va usato solo per mescolare lo zucchero, non per pulirlo dal caffè con la bocca. Mi raccomando!

Harjit: non è segno di classe neanche soffiare sul caffè se è troppo caldo, e sarebbe fuori luogo anche appoggiare il cucchiaino nella tazzina. Bisogna infatti appoggiarla sul piattino, sul lato destro.

Flora: E non fare strani versi dopo averlo bevuto qualora il caffè fosse una ciofeca. Forte dei nostri consigli adesso farai un figurone!

Mary: e con l’ammazza caffè come la mettiamo? Ma forse non è il caso di prendere anche quello…

Irina: infatti, vabbè grazie dei consigli ragazzi. Adesso bando alle ciance. Vado a prepararmi! Ma credo che le mie possibilità di cavarmela siano remote!

632 Se ne parla e se ne riparla

Se ne parla

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Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto l’espressione “non se ne parla!”, che, ribadisco, è una esclamazione che esprime un deciso dissenso, un assoluto diniego, cioè rifiuto ad una proposta, oggi vediamo “se ne parla”.

Quindi è la stessa espressione di ieri ma senza la negazione.

Quindi mi chiedo: il significato è opposto rispetto a “non se ne parla?

Non esattamente. Sarebbe troppo facile.

Infatti se riceviamo una proposta e anziché opporsi con decisione, siamo disposti a discutere, una possibilità non è “se ne parla” ma qualcosa di simile:

Se ne può parlare

Che equivale a:

Se ne può discutere

Ne possiamo parlare

O più semplicemente:

Parliamone!

Questo tipo di risposte, aprono a una disponibilità a parlare, a discutere sulla proposta ricevuta, ma non stiamo dicendo che siamo d’accordo.

Ciò che vogliamo comunicare è una nostra disponibilità al dialogo, perché ciò che abbiamo appena ascoltato ci piace, e magari trattando un po’ i dettagli e le condizioni potremmo accordarci.

Di sicuro quindi non stiamo chiudendo la porta ma stiamo aprendo ad un possibile accordo.

E allora come si usa “se ne parla”?

Fondamentalmente si usa in altre occasioni e precisamente quando programmiamo un’attività, o anche quando stiamo rimandando questa attività.

Mi spiego meglio:

Stiamo decidendo quando affrontare una questione, o stiamo fissando un appuntamento, o quando fare qualcosa e dobbiamo quindi decidere il momento giusto, il giorno giusto o il mese, o la settimana o l’anno più opportuno.

Ad esempio:

Quando potrete venire a trovare Giovanni a Roma?

Tu puoi rispondere:

Potrei la prossima settimana, ma se non riesco a liberarmi se ne parla il mese prossimo.

Che significa?

Può significare che verrò il prossimo mese, oppure che probabilmente verrò il prossimo mese. Sicuramente non prima.

Non si tratta di un chiaro impegno a fissare una nuova data, quindi non significa, almeno non sempre, che il prossimo mese verrò a Roma sicuramente, ma significa in genere che prima del prossimo mese sicuramente non potrò venire a Roma.

“Se ne parla” quindi, espressione informale, poco adatta allo scritto, serve dunque più ad escludere un periodo di tempo che a garantire una data.

Se ne parla a settembre

Equivale dunque a:

Non se ne parla prima di settembre

Prima di settembre inutile parlarne

Ovviamente parliamo di un uso particolare di questa espressione, perché si potrebbe anche dire:

Dovremmo decidere quando andare a Roma. Quando se ne parla?

Ti interessa la storia della lingua italiana? Se ne parla proprio adesso in TV.

Nel primo caso significa: quando ne parliamo?

Nel secondo caso se ne parla sta per “se ne sta parlando”, “ne stanno parlando” in TV.

In entrambi i casi non stiamo parlando di qualcosa che non può accadere prima di una certa data. Non siamo nel caso precedente.

Ho detto che c’è un grado di incertezza nell’usare “se ne parla” quando dobbiamo decidere di fare un’attività, e che quindi potrebbe non essere chiarissimo se stiamo prendendo una decisione su una data precisa oppure escludere che questa attività venga fatta prima di quella data.

In effetti questa incertezza non si può eliminare del tutto.

A volte si utilizza:

Se ne riparla

Ma non cambia molto, anzi così aumenta ancora di più l’incertezza.

Es:

La pioggia ostacola la fine dei lavori al Colosseo. Se ne riparla la prossima settimana.

Significa quindi che se tutto andrà bene, ma solo in questo caso, la prossima settimana finiranno i lavori.

Anche questa volta l’Inghilterra non ha vinto i campionati europei di calcio. Se ne riparla dunque tra 4 anni.

Spessissimo l’espressione è preceduta da “altrimenti”:

Facciamo oggi questa cosa, altrimenti se ne parla dopodomani. Prima non posso.

Andiamo allo stadio domenica? È l’ultima partita! Altrimenti con la pausa estiva se ne riparla a settembre!

Un’ultima annotazione sul verbo “riparlare” che si usa normalmente, espressioni a parte, in un modo più semplice:

vi prego, non mettetevi a riparlare di politica!

Da questo esempio capite che riparlare significa parlare nuovamente.

Oppure:

Ci siamo riparlati dopo due anni perché avevamo litigato.

Questo è l’uso riflessivo: riparlarsi, che si usa per indicare che un rapporto viene ripreso, riallacciato, specialmente dopo un litigio, quindi indica un rappacificarsi, un rappacificamento (difficili da pronunciare?) cioè un ritorno alla pace e all’accordo.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: avete sentito la notizia che il nostro amico sta per sposarsi con il suo grande amore. Era ora che smettesse di cincischiare. Più di una volta mi sono chiesto se lei stesse per prendere e dirgli addio.

Harjit: eh sì, questa notizia non ci giunge nuova. Infatti delle sue intenzioni ne abbiamo avuto notizia quando il suo piano su come farle una proposta di matrimonio stava ancora prendendo forma. Ragazzi, ad essere sincero sto cercando ancora di capacitarmi del fatto che uno come lui sia riuscito a far cadere nelle sue tenaglie una ragazza di cotanto stile e delicatezza. Vi dico sul serio che l’annovererei tra l’altro anche tra le ragazze più intelligenti, avvincenti, oltre che attraenti, che io abbia mai visto. Questo va detto.

Peggy: ah ah, stai proprio rosicando eh? Secondo me non c’è da aggiungere che: beato lui!

Marcelo: ma cosa dici, M2? non è mica pizza e fichi neanche lui. E lui, di contro, da pacifista qual è, abbozza da anni sia i tuoi commenti che il tuo atteggiamento prevenuto nei suoi confronti.

Hartmut: macché pacifista! E’ un poliziotto ormai affermato, con tutti gli annessi e connessi. Non ho il minimo dubbio che ti risponderebbe a tono prendendoti a mali parole, come minimo, se gli capitasse di sentire che parli di lui in questo modo. Anzi sono sicuro che ti metterebbe a posto senza remore proprio come si deve.

Harjit: ma smorziamo i toni ragazzi! Non è per niente cosa scaldarvi così. Si può sapere cosa vi ha preso per farvi sbroccare così? . Ah ci sono! Avete ripassato l’episodio di 2 minuti con italiano semplicemente sui mille modi per arrabbiarsi!

Ulrike: Sono d’accordo. Siete come al solito totalmente sopra le righe. Per quanto concerne il nostro amico sono estasiato, super felice, assolutamente niente da eccepire! Auguroni @⁨Khaled Mohamed⁩!

631 Non se ne parla!

Non se ne parla (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: parole, parole, parole, recita una famosa canzone italiana. Ma parlare a cosa serve? Diciamo a comunicare, in generale, ma spesso il verbo si usa per indicare un particolare tipo di comunicazione.

Se dico ad esempio a mia moglie:

Dobbiamo parlare.

Lei si preoccuperà. Cosa mi dovrà dire? Perché mi vuole parlare? Di cosa?

Questo “parlare” indica in questo caso un chiarimento che normalmente comporta delle conseguenze, dei cambiamenti di qualsiasi tipo. Un argomento delicato di cui parlare in privato.

Altre volte parlare indica anche una semplice discussione su un argomento:

Oggi in ufficio dovremmo parlare di un affare.

Ne parliamo appena torno a casa

Altre volte si usa quando si devono spiegare bene le caratteristiche di qualcosa o quando si fa una proposta e un’altra persona può accettarla oppure no:

Di questo affare ne dobbiamo assolutamente parlare

Ti propongo una soluzione al problema. Parliamone.

Si usa anche, e arriviamo all’espressione di oggi, quando vogliamo rifiutare decisamente una proposta.

Non se ne parla proprio!

Cosa hai detto? Non se ne parla!

Andare a lavorare senza aria condizionata? Con questo caldo? Non se ne parla prima della fine dell’estate!

Non se ne parla: Con questa espressione si sta dicendo che non è neanche il caso di parlarne, quindi si non deve neanche iniziare una discussione sulla questione, perché ciò che hai detto non mi trova assolutamente d’accordo. Siamo in completo disaccordo se dico:

Non se ne parla!

Non se ne parla proprio!

Sintetizzando, l’espressione equivale a un “no!”

Spesso si aggiunge, “proprio” in questo caso, equivale a “assolutamente”. Si vuole esprimere convinzione, risolutezza, una ferma opinione da non discutere.

Quando dico “Se ne parla” si intende “si parla di questa cosa” Quindi la particella “ne” serve a non ripetere la questione di cui si sta parlando, altrimenti dovrei dire:

Non dobbiamo proprio parlare di questa cosa!

Non discutiamo assolutamente della questione!

O altre frasi di questo tipo

Ovviamente io metto sempre il punto esclamativo in questi casi, perché altrimenti “non se ne parla” può avere un senso diverso. Ad esempio:

Ma il problema che avevamo ieri? Non se ne parla più? Forse è stato risolto?

Se non se ne parla evidentemente è stata trovata una soluzione.

Non se ne parla in giro, ma la lingua italiana si sta diffondendo sempre di più nel mondo

Della riforma del lavoro non se ne parla ormai da tempo. Chissà perché.

Oggi nel ripasso parliamo di… ve ne parla Bogusia, il membro dell’associazione Italiano Semplicemente che lo ha realizzato. Domani vediamo “se ne parla” (senza negazione) e anche “se ne riparla“.

Buon ripasso (ci sono ben 51 richiami a episodi precedenti):

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Buongiorno a tutti, vi ho ascoltato davvero con molto piacere recentemente. Siete stati bravissimi con i vostri ripassi sui diversi argomenti, ma cotanta cultura mi ha preso un po’ alla sprovvista. Eravate davvero in vena. Balza agli occhi che ci sappiate fare in questo ambito, eccome. Questo mi ha dato lo spunto per comporre il presente ripasso. Avete mai pensato di cimentarvi con qualche satira?

Gli eventi che viviamo di recente a tratti fanno paventare sciagure nel il nostro futuro e soprattutto in quello dei nostri figli.

Ci viene voglia di gridare a squarciagola che bisognerebbe rimettere in sesto tante cose, ci viene voglia di apostrofare qualcuno di rilievo, qualche politico oppure qualcuno che semina voci false e tendenziose e rispondergli in malo modo.

Però il mondo è quello che è e bisogna mettersi dei paletti e a volte anche darsi una regolata.

Però urge dire qualcosa, arrabbiarsi apertamente, indignarsi pubblicamente, ma non lo facciamo perché sarebbe una mossa sbagliata e di conseguenza si vedrebbero le brutte e si potrebbe persino finire in galera.
Da che mondo è mondo esiste questo problema, ma si dà il caso che fin dagli inizi del XVI secolo a Roma abbiano inventato una bella mandrakata per far sapere alla gente di potere che c’è qualcuno di diverso avviso che si ribella, e questo avveniva tramite la stampa satirica e le “statue parlanti” che svolsero il ruolo di vere e proprie gazzette, veri e propri giornali, dove di punto in bianco si commentava un fatto accaduto un certo giorno.

Parlo del cosiddetto “Congresso degli Arguti” cioè un gruppo composto di sculture, sparse nei vari punti della città, che “parlavano” attraverso componimenti satirici.

Anonime malelingue che non volevano calare le braghe davanti al potere, in primo luogo quello della chiesa.

Bisognava correre ai ripari e i loro pensieri venivano pubblicati su fogli e foglietti affissi di nascosto proprio su queste sculture.

Il Congresso degli Arguti consiste di ben sei sculture.

Annoverato tra i più conosciuti è il Pasquino, una statua ormai assai mal ridotta vicino campo de Fiori, al centro di Roma.

Le altre si chiamano: Marforio, Madame Lucrezia, il Facchino, l’Abate Luigi e il Babuino.

Quell’ultima fu giudicata talmente brutta che i romani la battezzarono proprio “er Babuino” , paragonandola a una mera scimmia, appunto.

Non vorrei però tediarvi troppo parlando di tutti i dettagli su queste sculture.

Giocoforza qualcuno potrebbe darmi della leziosa e stucchevole.

Siamo li?

Secondo poi, potrei sforare nel tempo, facendole girare a qualcuno.

Sto scalpitando però per introdurvi una di queste cosiddette “pasquinate“, anch’essa annoverata tra i più famosi discorsi tra le statue parlanti, e riguarda l’occupazione francese, che dava del filo da torcere a tanti perché le truppe napoleoniche razziarono a man bassa il patrimonio artistico di Roma (1808 – 1814)
Eccolo:

Albèric (Marforio) È vero che i francesi son tutti ladri?

Sofie (Pasquino): Tutti no, ma “bona parte”, si.

Bogusia: Allora, avete in vista qualche viaggio a Roma? E magari durante qualche tappa del vostro viaggio vi imbattete in queste sculture? Può darsi allora che vi coglierà alla sprovvista il fatto che anche oggi si possa scorgere qualche foglietto appiccicato sulle sculture.

Allora si presenta anche a voi l’occasione per cimentarvi con qualche satira. Potete appenderla su una di queste statue parlanti e chissà, magari questo sarà anche il vostro esordio nell’ambito della satira.

Non ne risentirete sicuramente perché si fa in modo anonimo. In bocca al lupo!

630 Prendere alla leggera

Prendere alla leggera

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Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo leggerezza.

Mi interessa in realtà l’espressione “prendere alla leggera” qualcosa, in cui si utilizza il verbo prendere, che come abbiamo già visto insieme in un episodio si usa moltissimo nelle espressioni idiomatiche.

Ma iniziamo da “leggera” che sembra indicare qualcosa di poco pesante. Non badate al fatto che si usa il femminile.

L’episodio che abbiamo visto sulla pesantezza ci potrebbe aiutare a capire il senso di questa espressione, perché anche le preoccupazioni possono appesantire una giornata, quindi i pensieri, gli impegni di lavoro e non solo.

C’è un problema però quando si cerca di non preoccuparsi troppo e di non essere ansiosi. Si rischia di prendere alla leggera questo compito o questo problema. Si rischia cioè di sottovalutarlo e ad un tratto ci accorgiamo che avremmo dovuto preoccuparci di più. Forse sarebbe stato meglio dedicare più tempo e risorse a questo impegno, poiché alla fine si è rivelato un impegno gravoso, e ci sono state conseguenze negative.

Un’espressione che si usa spessissimo nella lingua di tutti i giorni e che spesso è sostituita semplicemente dal verbo sottovalutare, o dall’espressione “prendere sotto gamba” una questione, con lo stesso senso.

Sottovalutare è però un verbo che esprime solamente una valutazione inferiore di una cosa o una persona, inferiore rispetto a quanto effettivamente vale questa cosa o persona. Si può usare anche sminuire qualcosa.

Nell’espressione “prendere alla leggera” c’è invece anche un giudizio sulla persona che prende alla leggera qualcosa.

Quando non si prende qualcosa alla leggera, vuol dire che si dà invece il giusto peso alle cose e si agisce con consapevolezza, con “cognizione di causa“, cioè avendo ben presenti gli eventuali ostacoli e la portata generale della questione o del problema.

Grazie a questa consapevolezza si possono mettere in atto tutte le azioni che servono per risolvere i problemi. 

Vediamo qualche esempio:

Una squadra di calcio può prendere alla leggera un incontro con una squadra meno blasonata, quindi inferiore, almeno i teoria e questo potrebbe costarle caro e perdere la partita. Mai sottovalutare un impegno, anche se apparentemente poco impegnativo. 

Il capufficio ha fatto alcune battute pesanti su una sua dipendente molto carina. Non bisogna prendere alla leggera questa cosa, non bisogna sottovalutare questo fatto, perché la questione potrebbe prendere una brutta piega.  Le cose dunque potrebbero peggiorare, quindi è bene riflettere bene su cosa fare per far sì che questo non accada.

Per aiutarvi a comprendere ancora meglio, vi dico che abbiamo già visto in particolare l’espressione “prendere la vita con filosofia” all’interno dell’episodio dedicato a “prenderla con filosofia”. Come concetto siamo lì più o meno, perché anche la vita si può prendere alla leggera e questa è una vera e propria filosofia di vita, un modo per affrontare la vita in generale. Ma è una buona cosa prendere la vita alla leggera?

Si potrebbe pensare che prendere la vita alla leggera si riferisce all’impostazione mentale di una persona che non tende mai a preoccuparsi troppo delle cose, e questa può essere pertanto intesa anche come qualcosa di negativo, per quanto detto finora.

Infatti se mi riferisco ad una singola questione, se questa si prende alla leggera non è mai una cosa positiva, perché si vuole dire che ne stiamo sottovalutando le conseguenze . 

Questa “leggerezza” con cui si affronta qualcosa, come un singolo impegno o un problema, indica sempre una scarsa serietà di una persona, una noncuranza nell’affrontare i fatti, i problemi e gli impegni, cosa che spesso fa venire i nervi, innervosisce chi invece ha l’approccio opposto. Ma a proposito della vita presa alla leggera, o con leggerezza, ne possiamo parlare per discutere se questa è una cosa positiva o negativa. 

Sapete che, in merito all’argomento “leggerezza” si è pronunciato anche Italo Calvino, un importante scrittore italiano di cui spesso con i membri dell’associazione abbiamo parlato all’interno del gruppo Whatsapp. Italo Calvino diceva proprio che bisogna prendere la vita con leggerezza, e questo a conferma del fatto che se si parla di vita, se è la vita ad essere presa con leggerezza, allora questa può essere intesa come una cosa positiva. Ma cosa intendeva Calvino?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (scarica ripasso) 

Irina (California): Forse Calvino intendeva dire che questa leggerezza non è superficialità? A suo dire infatti occorrono sia precisione che determinazione per essere “leggeri”, ma senza dare “peso” a ciò che non è essenziale.

Khaled (Egitto): Calvino questo concetto lo applicava alla scrittura, che non doveva risultare “pesante“, e quindi una volta scritto il testo, lo leggeva e lo rileggeva, sgrossandolo via via e eliminando ciò che non era necessario.

Ulrike (Germania): eliminava tutto, fatto salvo ciò che era fondamentale.  

Sofie (Belgio): Calvino diceva che era l’inutile ad appesantire il testo. Ma il suo pensiero si può applicare anche a chi non è uno scrittore, quindi possiamo leggerlo come un pensiero rivolto erga omnes (passatemi l’espressione) perché anche nella vita di tutti i giorni, molto pesante a tratti, ma in cui tutto è sempre in divenire,  si deve dare alle cose l’importanza che meritano, e dunque in questo senso si direbbe che sia una buona cosa prendere la vita alla leggera.

Harjit (India): Interessante. Io prenderei spunto volentieri da questa discussione per riflettere sulla mia vita, sennonché ormai ho una certa età, ragion per cui ne parlerò subito con i miei figli. 

629 Discreto e indiscreto

Discreto e indiscreto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi continuiamo a parlare di atteggiamenti e comportamenti che non ci vanno a genio, ma non solo.

Facciamo un piccolo riassunto: Abbiamo visto prima l’aggettivo ortodosso, poi “sopra le righe“, poi gli aggettivi lezioso e stucchevole e poi ancora il verbo tediare.

Oggi ci occupiamo dei termini discreto e indiscreto, che sono quasi sempre da intendere con significato opposto.

Ho detto quasi sempre, perché l’aggettivo discreto può essere usato sia per descrivere una persona, o un comportamento di una persona, ma anche per valutare qualcosa.

Se parliamo di valutazione, una cosa valutata come discreta è sicuramente positiva, quindi stiamo dando una sorta di apprezzamento. Questa valutazione comunque, pur essendo positiva, si trova un gradino più in basso rispetto all’aggettivo “buono” e ovviamente anche a “ottimo”. Siamo dunque soddisfatti di qualcosa ma non soddisfattissimi..

Questa cosa ritenuta “discreta” è più che sufficiente a soddisfare le nostre principali esigenze.

Quindi possiamo stare in discreta salute, cioè una salute soddisfacente, buona, apprezzabile, fondamentalmente positiva ma senza esagerare.

Se acquistiamo un prodotto ad un discreto prezzo vuol dire ugualmente che è un buon prezzo, soddisfacente, che ci soddisfa.

Ugualmente possiamo parlare di un discreto numero di qualcosa, quindi un numero abbastanza elevato, non basso certamente ma neanche altissimo.

Possiamo avere una discreta cultura o una discreta capacità di fare qualunque cosa. In generale è sempre una cosa positiva, una valutazione positiva che si può usare in ogni evenienza, cioè in ogni occasione.

Parlando invece di comportamenti, esiste quella che si chiama la discrezione e anche l’indiscrezione, che è la caratteristica opposta.

Solo se parliamo di comportamenti è possibile usare questi due termini.

La discrezione può riguardare ad esempio una persona, che quindi viene giudicata come una persona discreta. È certamente una caratteristica positiva.

In realtà non siamo molto lontani dal concetto precedente, quindi si tratta di una caratteristica positiva, ma ci riferiamo al suo modo di comportarsi, al comportamento di questa persona.

In particolare questa persona, per essere definita discreta, può avere diverse capacità.

Ad esempio quella di saper mantenere un segreto.

Mi raccomando, sii discreto, non dire questo segreto a nessuno.

Tranquillo, sarò molto discreto.

Ma la discrezione può indicare anche una moderazione nei comportamenti, quindi una persona discreta è capace di comportarsi in modo da non urtare l’altrui suscettibilità.

La persona discreta non fa domande troppo personali, non si interessa delle questioni altrui solo per curiosità, non ti offende gratuitamente, cerca di non dar fastidio a nessuno, cerca di non farsi notare, cerca di non alzare la voce. Non fa mai cose indiscrete.

Quando parliamo di comportamenti quindi essere discreto è l’opposto di essere indiscreto.

Es:

Non voglio sembrare indiscreto, ma posso chiederle la sua età signora?

In questo caso in realtà sono stato molto indiscreto.

Mi raccomando, non essere indiscreto e non fare domande inopportune e troppo personali.

La discrezione è una conseguenza un po’ dell’educazione ricevuta, e un po’ è anche una caratteristica delle persone più sensibili.

Il termine indiscrezione, opposto alla discrezione, è dunque un atto, un comportamento contrario alle esigenze di delicatezza o riservatezza di altre persone.

Però si usa anche in senso abbastanza neutro, non negativo quindi, quando vengono rivelate notizie riservate.

I giornalisti ad esempio raccolgono indiscrezioni per poter scrivere degli articoli interessanti.

Oppure posso dire:

La vuoi sapere un’indiscrezione? Pare che il nostro capo si sia fidanzato con la sua segretaria.

Girano alcune indiscrezioni in merito ad una eventuale cessione di Cristiano Ronaldo.

Si parla quindi di notizie più o meno riservate, quasi delle voci di corridoio, qualcosa che si sente in giro, cose di cui qualcuno parla, ma non è detto che siano notizie vere.

C’è comunque spesso il senso di un segreto svelato, perché qualcuno ha messo in giro queste voci, queste indiscrezioni, quindi certamente questa persona non è stata discreta nel suo comportamento.

Comunque anche un comportamento può dirsi discreto o indiscreto, non solo una persona: la rivelazione di una notizia riservata è un comportamento o un atto indiscreto.

Vediamo altri 2 esempi dell’uso di discreto e indiscreto e poi un bel ripasso che riguarda Luigi Pirandello

Ecco il meteo di oggi a Roma: tempo variabile martedì, discreto mercoledì, bel tempo giovedì

Sono stato indiscreto: ho chiesto l’età ad una signora e lei mi ha detto di farmi gli affari miei

Adesso tocca al ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike (Germania): ho appena scoperto che Luigi Pirandello (credo abbiate presente di chi stia parlando) era un decadentista. la cosa mi stupisce molto perché lui ha scritto il “Saggio sull’umorismo“, il che non sembra esattamente rispecchiare una visione decadentista, cioè cupa della vita. Forse è un decadentista a cui ha dato di volta il cervello?

Marta (Argentina): Infatti Pirandello riesce a superare il decadentismo, perché la vita secondo lui è semplice finzione. Secondo lui ciascuno di noi si nasconde dietro una maschera.

Edita (repubblica Ceca): Il problema è che gli altri hanno un’immagine di noi diversa di quella che noi vogliamo mostrare, ragion per cui ci vediamo costretti a decidere di impazzire, rifiutando la nostra identità, oppure di essere “uno, nessuno o centomila” persone diverse.

Rauno (Finlandia): questo sarebbe il relativismo se non sbaglio. Adesso prendo e vado a studiare meglio la questione…

Harjit (India): infatti. Tutto è relativo, dipende come lo guardi. Le prospettive sono infinite. Se sei alla ricerca di certezze nella vita Pirandello certamente non ti sarà di supporto
Anthony e Mary (Stati Uniti): Già… così c’è una incomunicabilità fra gli uomini, poiché ognuno la vede a modo suo. E tu come la vedi in merito?

Peggy (Taiwan): anch’io vorrei dire la mia: da giovane Pirandello fu costretto a destreggiarsi per superare una crisi finanziaria in famiglia. I problemi che ne conseguirono sfociarono nella sua concezione dell’esistenza come un crescendo di paletti insopportabili dall’esterno. Questo è quanto.

André (Brasile) e Anthony (Stati Uniti): qualcuno ha parlato di incomunicabilità? Se questa teoria di Pirandello risponde al vero, ho capito perché io non capisco le donne e le donne non capiscono me. Questo mi induce a pensare che sia tutta colpa di Pirandello se siamo agli antipodi!! Ma dimmi tu cosa devo scoprire, e per giunta proprio a ridosso della fine dell’episodio! Ed io che ormai mi ero convinto della teoria di mia moglie, secondo la quale non sarei portato per natura a capire un’acca del sesso femminile! Da oggi in poi mi avvarrò del relativismo Pirandelliano!!

Giovanni: va detto che molti uomini si trovano nelle stesse condizioni di André e Anthony.

Marta (Argentina): Non voglio sembrare indiscreta, ma penso che sia Gianni che Anthony si sentano identificati con André.

Marcelo (Argentina): io no però. Sono l’eccezione che conferna la regola.

Irina: capire le donne non è facile, e a volte bisogna prenderci con le molle. Altrimenti verrete incalzati di domande e non ce ne sarà per nessuno. Il matrimonio inoltre finirà inevitabilmente anzitempo.

628 Tediare

Tediare

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Trascrizione

Giovanni: continuiamo a parlare di atteggiamenti e comportamenti che non ci piacciono.

Abbiamo visto “sopra le righe“, e prima ancora avevamo visto ortodosso. Poi abbiamo incontrato lezioso e stucchevole. Un bel repertorio di espressioni finora, e ne vedremo delle altre anche nei prossimi giorni. 

Oggi vediamo come tediare una persona. Non faremo esattamente questo in realtà, ma mi limiterò a spiegarvi il senso del verbo, perché tediare è molto simile a stancare, ma mentre stancare si rivolge quasi sempre a sé stessi (stancarsi), tediare si  usa prevalentemente verso gli altri.

Quindi normalmente stancare si usa così:

io mi stanco, tu ti stanchi, lui si stanca, noi ci stanchiamo, voi vi stancate e loro si stancano.

Invece se uso tediare:

Io tedio Giovanni

Tu tedi Francesca

eccetera. Quindi è una azione che si rivolge contro altre persone.

In realtà il verbo stancare si può usare allo stesso modo, e in questo caso sono molto simili:

Io ti stanco.

Credo che tu mi stia stancando adesso.

Non voglio stancarvi con le mie chiacchiere

Ci stancate con tutte queste polemiche

eccetera

Il verbo tediare è simile, ma la differenza è che, oltre ad essere più “forte” o meglio, più intenso, come verbo, si usa quasi sempre con la negazione:

Non voglio tediarvi

Non volevo tediare nessuno

E’ più intenso rispetto a stancare perché trasmette anche fastidio e noia, quindi è simile a infastidire qualcuno causando “tedio“, e annoiare profondamente. Il tedio sarebbe proprio una sensazione di noia, di profonda noia, quasi esistenziale. Qualcosa di opprimente direi: Si usa poco come termine ma rende molto bene l’idea:

Non voglio inondarvi di tedio leggendovi le mie poesie…

Il tedio delle ore passate in casa in attesa che la pandemia scompaia

Direi che è anche più letterario come termine, rispetto alla noia

C’è dunque una forte insofferenza anche, cioè una Incapacità di adattamento ad una situazione o di sopportazione, di impazienza.

Si può tediare qualcuno con dei lunghi discorsi che risultano noiosi e stancanti

Volendo, ma l’uso non è frequente, si può usare anche verso sé stessi, come stancarsi:

Mi sto tediando su questo libro di grammatica italiana

Questo significa che, non seguendo le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, stai provando una profonda noia, e anche un intenso fastidio. Cosa aspetti allora a cambiare metodo?

Consigli a parte, vediamo altri esempi:

Giovanni ha iniziato a tediarmi qualcuno con domande inopportune. Un fastidio che non ti dico.
 
Non vorrei tediarvi con le mie lunghe spiegazioni
 
Adesso allora smetto per non tediarvi ulteriormente
 
Come avrete capito si usa spesso anche come forma di chiusura di un discorso, ed è anche abbastanza simpatica e auto ironica come chiusura, e quindi non è detto che ci si renda conto che forse non è il caso di continuare a fare qualcosa che potrebbe risultare noioso e stancante.
Adesso allora per non tediarvi ulteriormente la finiamo qua e ripassiamo alcuni episodi precedenti:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Harjit (India) e Mary (Stati Uniti): E’ possibile mai che tu non abbia ancora messo mano sul dossier assegnatoci dal direttore? Di questo passo non lo porteremo a termine manco entro la fine dell’anno.

Sofie (Belgio): ci ho messo mano eccome! È solo che ci sono molte questioni delicate. Il lavoro stavolta ci sta dando dato molto filo da torcere.

Hartmut (Germania): appunto! Il direttore questo dossier ve l’avrà assegnato perché sa che non siete mica da meno degli altri collaboratori di questa unità.

Irina (California): ti ringrazio ma mi puoi togliere una curiosità? A cosa dobbiamo queste parole belle nei nostri confronti? Nel passato, se non ricordo male, eri ben disposto a sparlare alle nostre spalle, almeno a tratti, o meglio, quando più ti è convenuto.

Karin (Germania): sapete una cosa ragazzi? Mi ha sempre colpito come siete riusciti a prenderla con filosofia davanti a questo trattamento certamente non meritato . Ma adesso sembra che Hartmut si sia dato una regolata dopo essere stato apostrofato dal direttore per non avergliela raccontata giusta un paio di volte. Vai a capire come sia riuscito a scampare al licenziamento!

627 Lezioso e stucchevole

Lezioso e stucchevole

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Giovanni: dopo aver visto “sopra le righe” continuiamo a parlare di strani comportamenti, al di fuori del normale.

Un comportamento anormale può esserlo anche perché ritenuto troppo caricato, come si è detto, oppure non spontaneo, non naturale, si può anche parlare di gesti affrettati, eccessivi, esagerati. A volte si utilizza anche il termine lezioso.

Anche quest’ultimo aggettivo si usa molto spesso a proposito di gesti o comportamenti innaturali e persino stucchevoli.

Questi ultimi due termini sono particolarmente adatti per giudicare un comportamento non solo innaturale, ma fastidioso. Denota una maniera artificiosa (attenzione, ho detto artificiosa e non artificiale. Ricordate l’uso del suffisso – oso?) dicevo, una maniera artificiosa e anche studiata, voluta, ricercata di parlare o di comportarsi, di chi vuole ostentare qualcosa, cioè mettere in mostra sé stesso con insistenza o vantandosi, in modo esibizionista.

Questo può dare molto fastidio.

Quando accade si può usare lezioso e anche stucchevole.

Che atteggiamento lezioso e stucchevole! Giovanni si sta vantando da mezz’ora ormai delle sue qualità come conquistatore di donne.

Giovanni ha sempre un comportamento sopra le righe recentemente. Ma cosa gli ha preso? È troppo lezioso! Dice sempre io ho fatto questo, io ho fatto quello!

La leziosità fa parte anche del linguaggio sportivo.

I giocatori di una squadra di calcio, ovviamente credono di essere forti e vogliono mostrare la loro bravura, ma se esagerano corrono il rischio di fare un gioco lezioso, poco pratico e funzionale, perché i calciatori cercano di fare finezze inutili in campo, solo per farsi notare e per questo risultano fastidiosi.

Quanti termini nuovi oggi!

Lezioso può essere anche un professore quando spiega qualcosa e bada più a mostrare la sua conoscenza che a trasmetterla, risultando fastidioso.

Quindi direi che la sensazione di fastidio caratterizza maggiormente l’aggettivo lezioso. Se aggiungiamo la stanchezza, la noia e la voglia di andarsene diventa stucchevole.

Invece per essere giudicato sopra le righe, come si è visto, uno degli ingredienti è anche il possibile imbarazzo che si causa ad altre persone per questa poca normalità nel comportamento, questo qualcosa di eccessivo che c’è e che non passa inosservato.

Abbiamo già visto anche il termine ortodosso, nell’episodio 530, abbastanza simile. Ma non voglio tediarvi ulteriormente.

Del verbo tediare parlino però nel prossimo episodio. Adesso un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: oggi vorrei parlare di letteratura e più precisamente del decadentismo cioè quel movimento artistico e letterario sviluppatosi in Francia, il mio paese, alla fine dell’Ottocento. Ma poi interessò anche il resto d’Europa,

Irina: il decadentismo si contraddistinse per un nuovo modo di pensare, perché la ragione e la scienza non erano riuscite a rispondere ai veri bisogni dell’uomo.

Marcelo: c’era troppa freddezza, troppo razionalismo e poca spiritualità nella scienza, ed è risaputo ormai che anche lo spirito va curato. Eccome!

Ulrike: La letteratura e gli uomini sentirono il bisogno di esplorare il mistero dell’anima e tutte le sue caratteristiche, ivi incluse quelle negative: il vizio, la lussuria, la noia, il disgusto per la vita e le peggiori voci interiori. Insomma eravamo agli antipodi del positivismo.

Sofie: non è che si esagerava un po’ col pessimismo? Passi che la scienza sia fredda, passi pure che anche le brutte sensazioni e emozioni abbiano il loro perché, ma dire che la vita non abbia senso…

Peggy: capisco cosa vuoi dire. Evidentemente c’era un certo non so che di affascinante nel vedere tutto nero.

626 Sopra le righe

Sopra le righe (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai conosciuto persone che hanno avuto o che hanno sempre un comportamento sopra le righe?

Si dice che un comportamento è sopra le righe, quando è poco opportuno, poco adatto alla circostanza, o quando il tono della voce utilizzato è eccessivo, troppo alto.

Si dice anche di persone a volte:

Alessia è sempre sopra le righe.

La riga in qualche modo rappresenta la normalità. Immaginate una barra, una linea orizzontale, quindi una riga è come una linea immaginaria che rappresenta un livello ritenuto normale, medio, di comportarsi.

Chi sta sopra le righe o chi va sopra le righe, sempre al plurale, sta esagerando, magari non di molto, ma si discosta da questa linea della normalità.

Quindi una persona che ha un comportamento sopra le righe viene facilmente notata e la gente si chiede:

Questo non è normale, cosa c’è che non va? Come mai si comporta così?

Le persone che hanno comportamenti sopra le righe non passano mai inosservate per questo motivo. Spesso creano imbarazzo.

Quando un comportamento o un atteggiamento è caricato, troppo enfatico, eccedente la norma, si può sempre dire che è sopra le righe. Enfatico significa che questa persona si compiace di caricare i toni ad esempio in ogni suo comportamento. C’è troppa enfasi.

Ma allora voi potreste chiedervi: quando è il caso di usare opportuno per giudicare un comportamento e quando dire che è sopra le righe?

Direi che una persona, quando ha un comportamento sopra le righe, può essere descritta inopportuna, ma nel termine inopportuno c’è meno giudizio e inoltre inopportuno si addice maggiormente ad un singolo comportamento:

Spero di non essere inopportuno se non do del lei alla professoressa

Sarebbe opportuno prenotare prima di andare al ristorante.

Vedete che nell’opportinitâ ci può semplicemente essere la cosa giusta da fare, cioè prenotare, per non restare senza tavolo al ristorante.

Inopportuno significa, più in generale, contrario alla convenienza del momento.

Non conviene non prenotare

Prenotare sarebbe opportuno

Non prenotare sarebbe inopportuno

Il tuo è stato un intervento veramente inopportuno durante la riubione. Come ti è venuto in mente di fare quella battuta sulla fidanzata del direttore? Ma sei fuori di testa?

Questo è un singolo comportamento, un singolo atto criticabile per il fatto che non è stato conveniente per nessuno. Non era il caso di fare una battuta simile.

Si usa spesso anche questa formula per dare una valutazione negativa ad un fatto:

Non è il caso di arrivare sempre tardi o ufficio

Non è il caso di vestirsi di bianco in un matrimonio quando non sei la sposa. Una cosa veramente inopportuna.

Anche nell’inopportunitâ c’è spesso una critica ad un comportamento, quando non si fa una cosa corretta, o educata, criticabile da un punto di vista umano, professionale o anche solo di consuetudine, solo perché generalmente non si fa in questo modo.

Ma l’essere sopra le righe, come detto, riguarda spesso un’abitudine e non un singolo comportamento e poi ciò che stiamo criticando in fondo non è l’atteggiamento ma la persona, che si comporta in modo strano, che può mettere in imbarazzo le altre persone con questo di comportamenti.

Anche una persona che ha bevuto un po’ può avere comportamenti sopra le righe.

Persone di questo tipo di solito non si comportano in modo inopportuno una sola volta, ma in genere spesso, nelle stesse circostanze.

Ci sono conunque anche altri modi per descrivere tali atteggiamenti, ad esempio abbiano visto i comportamenti poco ortodossi, simile, se ricordate, a poco adatti.

Altri li vediamo meglio nel prossimo episodio.

Per adesso ripassiamo e parliamo di poesia.

Ma a cosa serve la poesia? Lo sanno i membri dell’associazione Italiano Semplicemente?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in registrazione)

Irina: non saprei. Ma non voglio eludere la domanda. Serve forse a istruire le persone? Ha uno scopo educativo o istruttivo? Mi prendi un po’ in contropiede con questa domanda. Di sicuro non mi è mai andata molto a genio per via dei troppi versi da imparare a memoria

Andrè (Brasile): secondo me la poesia è una passione, e magari anche un’arte. Non deve però necessariamente servire a qualcosa. Avevo un amico che mi costringeva sempre ad ascoltare le sue poesie… Che pesantezza! Mi chiedevo sempre: Ne avrà ancora per molto?

Peggy (Taiwan): ah? cosa? Ma quando mai! Magari il tuo amico non era all’altezza. Dovevi starne alla larga allora!

Ulrike (Germania): Secondo Giovanni Pascoli, che era qualcuno nella poesia, più che altro la poesia serve a riconoscere le cose belle anche in cose semplici, a vedere la bellezza anche in cose umili, semplici e vicine, senza curarsi della scienza o di ragionamenti complicati. La poesia è semplice come la mente di un fanciullino.

Mary (Stati Uniti): e avvicina tutti, poveri e ricchi, perché la poesia vive solo di intuizione, sicché scopre ogni giorno la realtà, il mondo, come se fosse nuovo.

Karin (Germania): Proprio come i bambini, che in quanto tali non sanno le cose e non conoscono il mondo.

Hartmut (Germania): a suo dire la poesia permette a tutti di dialogare, basta far parlare il fanciullino che è in ognuno di noi. È così semplice che tanto vale provare.

Sofie (Belgio): io sono esattamente agli antipodi e Pascoli non mi tange proprio. Infatti credo che lo scopo della poesia sia esprimere un pensiero mettendo insieme parole a caso, o copiando pari pari qualche verso scritto da altri, cercando di far credere a tutti che ci sia qualcosa di profondo in me. Così si fa una bella figura.

Harjit (India): basta! Io questa non la reggo più!! Sempre irriverente e poco ortodossa. Datemi pure dell’intransigente ma io questo sassolino dalla scarpa me lo dovevo togliere!

625 Prestarsi

Prestarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: prestate un attimo attenzione per favore perché oggi vorrei parlarvi del verbo prestarsi, la forma riflessiva di prestare. Ci siamo già occupati del verbo prestare infatti, nel corso di Italiano Professionale. si trova all’interno della sezione “verbi professionali” che è diventato anche un bel libro. fatevelo prestare se volete leggerlo!

In quella occasione si è parlato anche della forma riflessiva.

Oggi ci occupiamo solo di questa forma riflessiva.

L’esempio che abbiamo fatto in quella lezione è:

Il suo comportamento si presta a molte critiche

e anche:

Le tue parole si prestano a diverse interpretazioni

Il verbo prestare, anche nella forma riflessiva “prestarsi”, indica a volte una “disponibilità“, altre volte quello della “possibilità“, ma voglio farvi notare anche il senso della “debolezza” o della “criticabilità” derivante da un atteggiamento.

Ad esempio se ti dico:

Non devi prestarti a fare un lavoro al di sotto della tua qualifica

Oppure:

Non prestarti a simili comportamenti

Voglio dire che non devi “abbassarti” (ne abbiamo parlato recentemente) a fare cose che non dovresti fare, che sia un lavoro poco onorevole o anche un comportamento poco onorevole. Non devi dare la tua “disponibilità” a fare cose che non vanno fatte, che ti rendono “debole” da un certo punto di vista.

Nell’esempio riportato sopra:

Il tuo comportamento si presta a molte critiche

Quindi il tuo comportamento è probabile che verrà criticato, poiché ci sarebbero molti punti criticabili. C’è un elemento di debolezza ancora una volta. E poi con il tuo comportamento ti sei mostrato disponibile ad accogliere critiche.

Anche se parlo di:

Parole che si prestano a più interpretazioni

Sebbene in questo caso manchi un evidente punto di debolezza (potremmo però parlare di poca chiarezza delle tue parole) sicuramente c’è la “possibilità” che il tuo messaggio sia frainteso, e anche questo può costituire un punto di debolezza. Certo, la disponibilità in questo caso è meno evidente rispetto ad esempio a:

Nella vita bisogna sempre prestarsi ad aiutare gli altri, cioè coltivare l’amicizia

La debolezza però a volte può diventare persino una caratteristica di fascino, portato dal mistero:

Sicuramente alcuni versi della Divina Commedia di Dante Alighieri si prestano a molteplici letture (significa molteplici interpretazioni – stesso significato). E questo è affascinante vero?

Allora proviamo a ripassare qualche episodio passato commentando i seguenti versi della Divina Commedia di Dante Alighieri, che parla dell’Amore tra Francesca e Paolo, due amanti che si trovano in un girone dell’Inferno chiamato dei lussuriosi.

È Francesca che parla:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Che ne dite ragazzi? Volete prestarvi a provare col rischio di fare qualche figuraccia oppure avete paura di sfigurare?

Ma ascoltiamo ancora questa terzina dalla voce di Flora, la nostra prof. di Italiano.

Flora:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Edita: Difficile decifrare la risposta di Francesca al sommo Dante. Però raccolgo la provocazione di Gianni e vi dico la mia in merito: Se fortuna vuole che sei amato, non sarai risparmiato anche tu dalla freccia di Amor, cioè devi per forza amare a tua volta anche tu. In parole povere: la passione è quello che è, non c’è scampo

Marcelo: ma l’immagine che ne esce di Paolo e Francesca, nonostante anche i tempi fossero quelli che fossero, non è negativa alla fine, almeno questo è quello che risulta a me.

Karin: anche il poeta Boccaccio difende Francesca, dicendo che lei in realtà doveva sposare Paolo e non il marito assassino che ha pensato di fargliela pagare. Ma pare che questa critica non regga granché, nel senso che non è credibile. e così anche Boccaccio si è prestato ad alcune critiche.

Spiegazione dettagliata della terzina

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,mi prese del costui piacer sì forte,che, come vedi, ancor non m'abbandona

624 Sfigurare

SFIGURARE

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Peggy (Taiwan): benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente”

Giovanni: dopo esserci occupati dell’espressione essere da meno, oggi restiamo nello stesso ambito e vediamo il verbo sfigurare.

Quando usiamo sfigurare non è detto ci sia un confronto con altre persone, però è sempre un problema di orgoglio e di valore o di onore.

Sfigurare infatti significa fare brutta figura, suscitare un’impressione negativa.

È il giudizio degli altri che ci preoccupa, perché quando qualcuno o qualcosa sfigura è per via di una sensazione di scarsa adeguatezza o qualità, specialmente in confronto ad altre.

Anche in questo caso c’è quasi sempre un confronto con altre persone o altre cose, ma non è detto. Il confronto può anche essere con le aspettative, con ciò che ci si aspetta.

Es: è il compleanno di un mio amico, ed ho paura di sfigurare perché gli ho fatto un regalo di poco valore.

Sfigurare pertanto equivale a fare una brutta figura. C’è un episodio in particolare che abbiamo dedicato alle figuracce. Può essere utile dare un’occhiata.

Quando si tratta di confronti si può dire chiaramente nella frase:

Non vorrei sfigurare in confronto altri altri

Tutti i miei compagni di classe sono bravissimi. Ho paura di sfigurare in confronto a loro.

L’Italia quest’anno non ha affatto sfigurato nel corso degli europei di calcio al cospetto di squadre teoricamente più forti

Il verbo è molto adatto per fare confronti, proprio come essere da meno, ma la differenza sta soprattutto nel fatto che con sfigurare è più importante l’opinione degli altri, l’immagine, il ricordo che le altre persone avranno.

Infatti la “figura” rappresenta l’immagine che si ha di qualcosa, quindi come sembra, come appare a chi la guarda.

Cerca di non farmi sfigurare con i miei amici. Comportati bene e sii educato

Il verbo non si usa solo in questo modo però, perché l’immagine riguarda anche il viso di una persona.

Una persona sfigurata è una persona con i lineamenti del viso alterati, tanto alterati da rendere irriconoscibile questa persona.

Es: l’acido ha sfigurato il volto di una donna

Si usa anche in senso figurato:

L’odio che provava in quel momento le sfigurava il volto.

C’è l’idea di una emozione così intensa da modificare i lineamenti del viso.

Per distinguere il caso della brutta figura da quello del viso sfigurato, può essere utile notare il verbo ausiliare:

Non hai sfigurato nel corso dell’esame (verbo avere – fare brutta figura)

È stato sfigurato dall’acido (verbo essere – lineamenti)

Ma adesso ripassiamo:

Anthony (Stati Uniti) e Rafaela (Spagna): “Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri.” ha detto una volta Pier Paolo Pasolini. Vai a capire perché Pasolini usa la parola pretese e non desideri.

Marcelo (Uruguay): forse perché le pretese coinvolgono altre persone e ciò che pretendiamo da loro, quindi le pretese generano false aspettative quindi delusioni e anche dispiaceri.

Karin 8Germania) e Mary (Stati Uniti): difficile cogliere tutte le sfumature delle frasi di Pasolini. Probabilmente non voleva dire che avere un atteggiamento ambizioso sia negativo, ma solo di non crearsi troppe aspettative, né in amore e tantomeno al lavoro.

Harjit (India): allora saremmo a cavallo se non pensassimo al futuro? Ma ti rendi conto? Che sciocchezza!

Komi (Congo): ma tu credi sempre di saperla più lunga degli altri? Reagisci sempre distinto, salvo poi pentirti e chiedere scusa. Non voglio darti del superficiale ma datti una regolata quando parli di gente come Pasolini.

Irina (California): bel benservito che le hai dato! Non potevi fargliela passare liscia. Forse Harjit voleva dire: che vita sarebbe senza aspettative? Dacché mondo è mondo gli uomini si nutrono anche di sogni. E come superare i tempi e momenti brutti senza la speranza, che, come tutti sanno, è l’ultima a morire.

623 Essere da meno

Essere da meno (scarica audio)

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Giovanni: nell’ultimo episodio ci siamo occupati di un argomento interessante (abbiamo visto l’espressione essere soliti) ma oggi non voglio essere da meno.

Questa locuzione: “essere da meno” si può usare quando si fa un confronto.

Non essere da meno di qualcuno, significa non essergli inferiore. Solitamente si utilizza con due persone diverse:

Non sono da meno di lui

Non sei da meno di tuo fratello

Non voglio essere da meno del mio collega

Non voglio essere da meno rispetto a ieri

Ecc.

Si usa quindi nei confronti, nei paragoni, generalmente quando è coinvolto l’orgoglio, o la dignità, la propria fierezza, il proprio onore o il prestigio.

In generale potremmo dire che è coinvolto il valore di qualcuno.

Lui è riuscito a laurearsi in soli 4 anni? Io non voglio sicuramente essere da meno! Ce la farò anch’io.

Vedete che spesso c’è coinvolto l’orgoglio e anche il valore di una persona, la voglia di non fare una brutta figura.

Anche io, come lui, voglio laurearmi in 4 anni. Non voglio fare peggio di lui, non voglio essere da meno di lui, poiché non valgo meno di lui.

Si usa quasi sempre con la negazione:

Non possiamo essere da meno degli italiani. Alle prossime olimpiadi dobbiamo vincere noi la gara dei 100 metri. Essere da meno sarebbe un disonore.

Si usa spesso anche “per non essere da meno“, per evidenziare il comportamento di una persona che fa qualcosa per non apparire “meno” importante di un’altra. Si usa però anche in senso ironico:

Es:

Gli americani hanno detto che andranno sul pianeta Marte entro il 2050. I russi, per non essere da meno, hanno detto che loro ci andranno entro il 2040.

forma ironica: Nella partita Roma-Juventus, il portiere della Roma ha fatto una papera sul gol della Juventus. Poi però, per non essere da meno, anche il portiere della Juventus si è fatto fare un gol da principiante.

L’espressione di oggi si usa in tutti i tempi e non solo con le persone. Inoltre con senso simile si può usare anche con verbi diversi da essere, tipo “sentirsi da meno” e “mostrarsi da meno” o “sembrare da meno”:

Il 2018 fu una annata eccezionale per i vini italiani e il 2019 non fu da meno.

Il nuovo iPhone non sarà certamente da meno dell’ultimo.

Non devi sforzarti a dire qualcosa come se fossi da meno se non lo fai.

Non devi sentirti da meno di lui

Mio fratello era bellissimo e io per non sembrare da meno, mi truccavo!

Bravissima l’atleta statunitense nel salto in alto, ma adesso non vorrà mostrarsi da meno l’atleta italiana.

Ultimamente abbiamo fatto bei ripassi e oggi non vogliamo essere da meno.

Allora ascoltiamo cosa hanno da dirci alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: Chi l’ha detto che una poesia debba essere lunga per essere bella? Tant’è vero che Il poeta Giuseppe Ungaretti, parlando dei soldati che muoiono in battaglia ne ha scritta una bellissima intitolata “Soldati” dedicata alla scelleratezza della guerra:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Mary: in pratica vorrebbe dire che per i soldati morire è solo una questione di tempo. Via via il vento della guerra se li porta via tutti.

Edita: la questione però interessa l’essere umano in generale. Tutti siamo vittime dello scorrere del tempo, proprio come i soldati in guerra. Prima o poi ci troveremo tutti a tu per tu con la morte. Che allegria eh?

Khaled: brava, L’allegria. Proprio questo è il titolo della raccolta in cui si trova questa breve poesia. È questa la sensazione che si prova nel farcela, quando si scampa alla guerra.

Irina: le guerre sono tutte infami, fermo restando che bisogna fare tesoro dei loro insegnamenti, che sembrano a volte insostituibili. Vorrei allora concludere con un messaggio di speranza citando una frase di Gibran:

Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.

Marcelo: vorresti dire che la guerra è inevitabile ? Di primo acchitto direi che sono di diverso avviso, ma urge una riflessione profonda su questo. Ognuno può farla sulla scorta delle proprie esperienze e della propria sensibilità.

622 Essere soliti

Essere soliti

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Giovanni: cosa siete soliti fare mentre ascoltate gli episodi di italiano semplicemente?

C’è chi è solito lavare i piatti, chi è solito fare ginnastica e chi è solito guidare o andare in autobus.

Qualunque cosa siate soliti fare, l’importante è imparare qualcosa di nuovo della lingua Italiana e oggi imparerete l’espressione “essere soliti” fare qualcosa.

Non è la prima volta che incontriamo il termine solito.

Abbiamo visto qualche tempo fa l’espressione “essere alle solite” e più recentemente anchecome si suol dire“, dove si usa il verbo “solere”.

Infatti, l’espressione “come si suol dire” , sta, come abbiamo visto, per “come si dice solitamente in questi casi” , o “come si dice di solito in questi casi”. Quindi c’è un legame tra ciò che viene definito solito con questa espressione.

Essere soliti”, l’espressione che vediamo oggi, non è però come “essere alle solite“.

Infatti essere soliti fare qualcosa indica un’attività che accade abitualmente, qualcosa che fa parte della consuetudine, qualcosa che si fa spesso.

Si parla di abitudini quindi.

Essere soliti fare qualcosa significa avere l’abitudine di fare qualcosa, e si usa proprio in sostituzione del verbo solere che non si usa praticamente mai, a parte nell’espressione “come si suol dire”.

Di norma essere soliti è seguito da un infinito.

Es:

La mattina sono solito passeggiare un’oretta.

Potrei anche dire che:

di solito la mattina faccio un’oretta di passeggiata

o che:

solitamente la mattina passeggio circa un’ora.

Se utilizzassi il verbo solere (che non si fa mai) sarebbe invece:

La mattina soglio passeggiare un’oretta

Vediamo altre frasi:

In Italia siamo soliti bere il cappuccino solo la mattina

Da quando sono sposato non sono più solito andare in discoteca.

Negli ultimi anni siamo soliti andare in vacanza in Calabria.

A volte si usa, sebbene raramente, anche la preposizione “di”, il che non è considerato scorretto ma gli italiani non sono molto soliti di farlo:

Personalmente sono solito bere tre caffè al giorno, ma può capitare che diventino quattro.

Non sono molto solito rispettare la durata dei due minuti, ma stavolta ci sono andato abbastanza vicino.

Allora vi dico anche che “essere solito” non è come “essere il solito”.

Infatti se metto “il” o un altro articolo, poi devo inserire un sostantivo:

Sei il solito disordinato

Siamo i soliti italiani.

L’articolo fa la differenza.

A volte possono anche avvicinarsi i due significati:

Sei il solito bugiardo.

Sei solito dire bugie.

Il concetto se vogliamo è lo stesso, ma con l’articolo suona come un rimprovero, una lamentela, per manifestare una delusione dopo l’ennesima dimostrazione, come anche “siamo alle solite“.

La seconda frase invece ha solo la pretesa di riportare un’abitudine, senza un significato emotivo.

Adesso un bel ripasso, come siamo soliti fare da sempre in questa rubrica.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rauno (Finlandia): Leopardi era solito studiare e scrivere di notte, dormire di giorno e pranzare nel tardo pomeriggio. Una vita all’insegna dell’irregolaritâ.

Karin (Germania): invece Leonardo da Vinci era solito scrivere i suoi appunti al contrario, cioè da destra verso sinistra, in modo da poter risultare comprensibili solo se riflessi in uno specchio. Questo si deve anche al fatto che Leonardo era mancino.

Sofie (Belgio): io invece sono solita incontrare un’amica alla volta. Tutti lo sanno. Una volta però ho voluto fare una riunione con tutte le amiche insieme e una allora mi fa: ma che ti ha dato di volta il cervello? Una reazione esagerata non trovate? Neanche le avessi fatto del male! Ma ti pare!

Peggy (Taiwan) e Olga (Saint Kitts e Nevis): comunque senti, si parlava di grossi personaggi e delle loro abitudini. Non è che io voglia offenderti ma occorre fare un minimo di distinguo!

Edita (Repubblica Ceca): credo che lo accetterà di buon grado. Io vorrei dare il mio apporto a questa discussione dicendo che era nella città di Carrara che Michelangelo era solito andare a scegliere i blocchi da scolpire. Era risaputo anche allora che il marmo di Carrara fosse il migliore.

Ulrike (Germania): e dove si troverebbe questa Carrara?

Hartmut (Germania): evidentemente non sei mai stata solita studiare la Geografia. Comunque per la cronaca, Carrara si trova in Toscana. Ce l’hai presente almeno la Toscana?

621 Abbassarsi

Abbassarsi

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Trascrizione

Giovanni: come si fa a abbassarsi?

Facile. Basta piegare le ginocchia e scendere verso il basso con la testa.

Perché ci si abbassa?

Ci si abbassa per raccogliere un oggetto, per allacciarsi le scarpe o per sdraiarsi a terra o altre ragioni.

È praticamente come chinarsi o anche piegarsi. Due verbi molto simili.

È difficile però trovare un verbo con un solo significato nella lingua italiana, e anche abbassarsi non fa eccezione

Infatti l’utilizzo figurato di abbassarsi non fa riferimento ad uno spostamento fisico, ed un abbassamento fisico, ma ad un abbassamento diciamo morale, cioè ad una umiliazione, un degrado.

Se ad esempio ricevo una scorrettezza da una persona, che quindi si comporta male con me, potrei essere tentato di rispondere con un’altra scorrettezza.

Però penso:

Non voglio abbassarmi al suo stesso livello

Significa che io ritengo di avere una mia dignità, una mia morale e non voglio avere un comportamento simile al suo, che evidentemente ha fatto qualcosa che ritengo immorale, sbagliato, scorretto, ed io, sebbene possa avere la tentazione di punire questa persona, di vendicarmi comportandomi in modo analogo, con un’altra scorrettezza, non me la sento perché verrei meno ai miei principi, infrangerei un principio morale importante, una regola di comportamento.

Quindi questo è abbassarsi in senso figurato. Io sto più in alto di lui o lei, da un punto di vista del valore umano, della moralità, e non voglio scendere al suo stesso livello comportandomi in modo simile.

Questo è un primo modo per abbassarsi in senso figurato. C’è anche un altro modo per abbassarsi, sempre nel senso di degradarsi, umiliarmi: quello di “scendere” da un punto di vista professionale e non morale.

Quindi se io sono un funzionario o meglio ancora un dirigente, quindi una persona molto importante, che dirige un ufficio e quindi ha delle mansioni importanti, di coordinamento e direzione di questo officio, non posso abbassarmi a svolgere attività che normalmente vengono svolte da persone con un livello più basso.

Il tuo capo ti ha detto di fare delle fotocopie? Non puoi abbassarti a fare fotocopie. Sei un dirigente!

Giusto, non mi abbasserò mai a tanto!

Quindi: abbassarsi a fare qualcosa.

Si usa in questo modo il verbo in modo figurato. Generalmente si usa “per” nell’uso proprio, tipo abbassarsi per allacciarsi le scarpe.

Volete un terzo uso di abbassarsi?

Abbassarsi i pantaloni

Che significa abbassare i propri pantaloni o calarsi le braghe, simile da questo punto di vista a tagliarsi le unghie e rimboccarsi le maniche.

Quella di abbassarsi i pantaloni è un’operazione quotidiana che si fa almeno un paio di volte al giorno. Per chi indossa i pantaloni ovviamente.

Un quarto modo?

Abbassarsi lo stipendio

Significa accettare una diminuzione del proprio stipendio, ridursi lo stipendio, che è il corrispettivo del proprio lavoro.

Oggi si è parlato ovviamente solo dell’uso riflessivo del verbo.

Si potrebbe anche dire che con l’arrivo dell’autunno…

Le temperature iniziano ad abbassarsi.

Così come:

Con l’avanzare dell’età i desideri aessuali si abbassano

Si abbassa anche l’attenzione dopo un po’, quindi meglio passare al ripasso, che tra l’altro necessita di molta l’immaginazione e di fantasia per essere creato.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Peggy e Ulrike: parliamo di poesia? Dove il nostro sguardo non arriva, può farlo la forza dell’immaginaziome. Questo è l’insegnamento che ci arriva dalla poesia L’infinito, di Giacomo Leopardi. E voi non ve lo sareste mai immaginato di imbattervi in Giacomo Leopardi oggi vero?

Hartmut: l’interpretazione delle poesie mi ha sempre dato del filo da torcere. Non so a voi.

Rauno: generalmente risulta difficile anche a me. In questa poesia, nei primi versi si parla di una siepe che, proprio perché impedisce la vista, è capace di suscitare l’immaginazione verso spazi infiniti.

Sofie: pare che a lui questo infinito che si apre facendo appello all’immaginazione appaia come un mare in cui si perde. Ma Leopardi descrive come “dolce” questa sensazione di perdersi nel mare infinito dell’immaginazione.

Giovanni:

Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.

620 La finezza

La finezza (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni:

Provate ad indovinare la parola misteriosa partendo da 10 indizi, cioè dieci suggerimenti utili

1-può esserlo una spiaggia
2-eseguito con attenzione
3-di ottima qualità o fattura
4-può essere usato come pretesto per giustificare un comportamento
5-può esserlo un ragionamento
6-un intenditore si potrebbe vantare di essere così
7-si legge al cinema
8- è maschile e femminile
9 – alla propria ci si arriva sempre
10-può essere lieto se vincono i buoni o l’amore

La parola misteriosa è “fine”.

Infatti vediamo gli indizi uno ad uno.

Può esserlo una spiaggia perché fine è un aggettivo che significa, tra le altre cose, qualcosa di uno spessore o diametro notevolmente ridotti o limitati. Quindi esistono ad esempio capelli fini come la seta. Allo stesso modo ci sono dei materiali con una grana molto piccola, ed ecco allora che esiste la sabbia fine e quindi la spiaggia fine, che si distingue dalle spiagge con una sabbia più grossa. Anche la polvere è fine.

Ma l’aggettivo fine ha anche altri utilizzi.

Infatti quando un lavoro, inteso non come attività lavorativa ma come singola operazione, viene definito fine si vuole dire che è stato fatto o eseguito con gusto, cura, con precisione, stando attenti anche ai piccoli particolari.

Questo lavoro svolto in modo fine è dunque un lavoro che ha richiesto molta attenzione e professionalità.

Quindi è anche qualcosa di ottima qualità o fattura.

Si pensi anche all’oro fine o finissimo ad esempio.

Quest’anello è in oro finissimo

Si dice anche che un prodotto è di finissima qualità per le ottime materie prime che sono state impiegate.

Una finissima qualità è una altissima qualità.

La finezza quindi è sintomo di qualità, che si tratti di oro, argento, un prodotto o un lavoro, per non parlare delle persone fini, o delle persone dai modi molto fini.

Una persona fine è l’opposto di una persona rozza e maleducata, quindi in questo caso la finezza indica educazione, gentilezza, indica modi raffinati, una persona con dei gusti molto fini.

Si tratta fondamentalmente di persone che appartengono alla cosiddetta buona società, che spesso abitano nei quartieri bene.

Con un senso simile, un ragionamento fine è un ragionamento acuto, perspicace, sagace, o, detto più semplicemente: intelligente. La stessa intelligenza può dirsi fine intelligenza.

Non confondete fine con fina o fino, un aggettivo diverso che sta per sottile, quindi la seta può essere fina, una tela o anche la pelle. Fina è il contrario di spessa. Si parla di spessore.

Quindi la finezza è sempre qualcosa di positivo.

È anche il caso di un fine intenditore, di qualunque cosa si tratti.

Chi si intende di qualcosa, chi ne capisce di qualcosa, chi è esperto di qualcosa, può essere definito così e questo è un gran complimento perché significa che sa distinguere le qualità e le caratteristiche di quel prodotto nei minimi dettagli, piccoli dettagli, come i granelli di sabbia fine.

Quando però fine è un sostantivo allora, l’inizio 4 ci dice che può essere usato come pretesto, cioè una scusa, un motivo che si ritiene valido per giustificare un comportamento.

C’è una frase che si sente spesso in merito: il fine giustifica i mezzi. secondo la quale qualsiasi azione è giustificata, scusata, quindi ritenuta possibile anche se in contrasto con le leggi, con la morale, con l’amicizia, con la lealtà e altri valori importanti. Il fine giustifica i mezzi è un’espressione che abbiamo già incontrato nella lezione n. 8 di italiano professionale, parlando delle espressioni che riguardano i risultati.

Avete un fine che ritenete valido? Se pensate che il fine giustifichi i mezzi allora potete usare qualsiasi mezzo per poterlo raggiungere. Non importa se qusto farà male a qualcuno o se è contro la legge o la morale.

Allora il fine stavolta rappresenta l’obiettivo da raggiungere, la finalità, ciò che vogliamo ottenere.

Qual è il tuo fine?

Cioè qual è l’obiettivo che vuoi raggiungere?

Si chiama così perché dovrebbe arrivare, se tutto va bene, alla fine dei nostri sforzi. La fine, al femminile, è la parte finale, come la fine di un film ad esempio, che arriva quando il film termina cioè finisce.

Per questo si legge la scritta FINE, sugli schermi della TV o al cinema per segnalare che non c’è altro da vedere e bisogna lasciare la sala o andare a letto perché il film è finito.

L’indizio 7 parlava esattamente della scritta FINE sugli schermi del cinema.

Esiste allora la fine al femminile, cioè il termine, e il fine al maschile, cioè l’obiettivo.

Questo per spiegare Lindizio numero 8.

Lindizio 9 ci segnala che alla propria ci si arriva sempre.

La propria fine è la propria morte, e siccome tutti dobbiamo morire, prima o poi, tutti allora arriviamo alla nostra fine.

Parlando sempre di film, ci sono film a lieto fine e film non a lieto fine.

I primi hanno un finale positivo che ci soddisfa. I film a lieto fine finiscono bene, quindi il protagonista ottiene ciò che voleva e in genere i film a lieto fine si concludono con i buoni che hanno la meglio sui cattivi. Oppure finisce con due persone che riescono a stare insieme tutta la vita superando mille difficoltà. L’amore trionfa sempre nei film a lieto fine.

Lieto significa positivo, che prova, esprime o suscita un sentimento di soddisfazione serena e gioiosa.

Lieto di conoscerla, io sono Giovanni.

Siamo lieti di averla nella nostra trasmissione

Ed io sono lieto di avervi spiegato tutti i significati del termine fine, ed infine, come al solito, ascoltiamo un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Sergio: non ho nulla a che spartire con coloro secondo i quale il fine giustifica i mezzi. Il che significa ovviamente che mi ritengo una persona con una morale.

Hartmut: circa invece la finezza ? È una virtù? Come la vedete?

Irina (California): naturalmente. La signorilità e la raffinatezza sono sempre prerogative ad appannaggio di persone di classe. Lo stesso dicasi per le persone cosiddette distinte e affabili. A proposito sapete che si può anche fare una finezza?

Mary (Stati Uniti): Maradona ne faceva parecchie! Prevalentemente col piede sinistro, suo malgrado. Fermo restando che ha fatto gol anche col destro e di testa

Albéric (Francia): si ma a volte la finezza si usa in modo ironico. Se è vero come è vero che indica spesso una certa classe, proprio come la classe, può indicarne la mancanza
Con coloro che se ne fregano delle buone maniere viene talvolta spontaneo esclamare: che finezza!

Ulrike: a me viene invece voglia di prenderle a mali parole queste persone. Chi non si degna di rispettare gli altri non meriterebbe a sua volta rispetto.

619 Pari pari, spiccicato, tale e quale

Pari pari, spiccicato, tale e quale

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Trascrizione

Giovanni: ripetere una parola, nella lingua italiana, può dar luogo a espressioni con un significato particolare, a volte difficilmente intuibile.

Altre volte invece non è così difficile capirlo. Mia suocera ad esempio ha due barattoli di caffè, ed uno dei due è caffè decaffeinato. Come distinguerli?

Su quel barattolo ha scritto “caffè”. Allora sul barattolo del caffè diciamo “normale” cosa poteva scrivere?

La sua scelta è caduta sulla scritta “caffè caffe” che sta per “vero caffè”. Come dire che in questo barattolo c’è del caffè che è più caffè dell’altro. Quasi caffè fosse un aggettivo.

In effetti questo giochino si fa spesso, soprattutto all’orale, prevalentemente proprio con gli aggettivi ma non solo:

Questo è un hamburger vegetale e quest’altro invece è un hamburger hamburger!

Tra poco ti presento Marco e Giulio. Marco è un amico dell’università. Giulio è invece un amico amico. Ci conosciamo da sempre.

Altre volte è un po’ più difficile.

È il caso di “ancora ancora” che abbiamo già incontrato e spiegato in questa rubrica. Anche “pari pari” non è proprio facile da capire. Spieghiamolo allora.

La parola pari ha più significati e uno dei più diffusi è legato all’uguaglianza.

Io e te siamo pari di età (abbiamo la stessa età)

Un metro è pari a 100 cm

Il mio stipendio è pari a 2000 euro

La tua intelligenza è pari alla mia

Ci può essere una corrispondenza, come nel caso dei cento centimetri che corrispondono (sono pari)! a un metro, e anche dello stipendio che corrisponde (è pari) a 2000 euro, altre volte si tratta di un livello, come nel caso dell’intelligenza. Lo stesso livello diventa “pari livello”.

Pari pari” significa invece uguale esattamente, proprio uguale, ma difficilmente si usa quando c’è un livello di qualcosa, tipo stessa intelligenza, stessa quantità di lavoro eccetera.

Si usa prevalentemente in caso di uguaglianza alla vista o in qualcosa di scritto o sentito e che spesso stupisce.

Ho sentito un politico fare un discorso pubblico. Lo stesso discorso lo aveva fatto cinque anni fa, pari pari.

Il professore scopre che due compiti sono completamente identici e dice: ho notato che il compito di Giovanni è pari pari quello di Rosario. Chi dei due ha copiato?

Oggi ho conosciuto un ragazzo che è pari pari tuo fratello.

Notate che non è necessario scrivere la preposizione “a”:

Lui è pari pari tuo fratello

E non “lui è pari pari a tuo fratello”.

Si potrebbe dire anche uguale/uguali “in tutto e per tutto“.

Si può anche dire “alla lettera” se si tratta di parole:

Devi fare pari pari ciò che ti ho detto. Né una cosa in più, né una in meno.

Devi fare ciò che ti ho detto alla lettera.

Spesso in “pari pari” c’è anche l’idea del plagio, della scorrettezza, come nel caso del compito copiato pari pari da uno studente. Oppure se dico:

Il ritornello di questa canzone è pari pari quello di una canzone degli anni ’50.

Nel caso di persone che si somigliano moltissimo, tanto da sembrare identici, si usa spesso anche essere spiccicato ad un’altra persona o essere tale e quale un’altra persona.

Sei tale e quale tuo padre

Sei spiccicato ad un mio amico. Incredibile!

Sei tale e quale a vent’anni fa.

Naturalmente pari pari non fa parte del linguaggio formale, ma si usa molto di frequente.

Ripassiamo adesso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (California): nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura. Come potremmo dirlo in altre parole usando delle frasi di ripasso?

Sergio (Argentina): se ci sente Dante Alighieri potrebbe anche metterci le mani addosso lo sai?

Peggy (Taiwan): il ripasso è ancora in divenire, e chissà come andrà a finire. Andremo tutti all’inferno di questo passo?

Harjit (India): rispondo io all’appello. Dante, con quelle parole, dice di trovarsi a metà, e quindi nel mezzo della sua vita. Ha quindi circa quarant’anni.

Hartmut: quale che sia la sua età, pare stia attraversando un brutto momento

Ulrike (Germania): Il pensiero di Dante di cui sopra non mi tange. Anch’io ho attraversato quell’età e allora mi sono imbattuta in avventure piuttosto piacevoli e avvincenti e fino ad oggi non ho avuto mai sentore che la mia vita prendesse una brutta piega.

Disdire – VERBI PROFESSIONALI (n.67)

Disdire

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richiesta adesione Indice degli episodi del coso di Italiano Professionale

Descrizione

Giovanni: il verbo disdire è il numero 67 dei verbi professionali. La questione ha a che fare con le prenotazioni. Potremmo parlare anche di appuntamenti ma in particolare di prenotazioni.

Durata: 13 minuti 

618 Farcela, fargliela e fagliela

Farcela, fargliela e fagliela

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Trascrizione

Giovanni: una cosa molto interessante, secondo me, per voi che state imparando l’italiano, è riuscire a capire bene come usare bene i verbi, specie quelli più complicati, magari riflessivi o persino quelli pronominali. Ne abbiamo parlato più volte ma oggi vorrei parlarvi di farcela, fargliela e fagliela, che possono essere confusi tra loro.

Vediamo naturalmente alcuni esempi, molto più utili a capire rispetto alla sola spiegazione tecnica.

Es:

Riusciremo a sconfiggere la pandemia? Bisogna assolutamente farcela!

Bisogna colpire il bersaglio ma farcela al primo colpo mica è facile!

Farcela quindi è come riuscire a fare qualcosa di impegnativo, raggiungere un risultato.

Ce la fai?

Si, ce la faccio, e tu ce la fai? Per farcela occorre impegnarsi. Cerca di impegnarti.

Riesci a fare questo esercizio? Riesci a farcela?

Farcela presume uno sforzo, fisico o mentale, una sfida da superare, un ostacolo.

Esiste anche farcelo. Ma qui gli ostacoli e le sfide non c’entrano nulla.

Se c’è un problema occorre farcelo sapere. Fatecelo sapere mi raccomando.

Quindi farcelo si riferisce a noi. Però ha bisogno di un altro verbo dopo.

Un altro esempio:

Farcelo dire da qualcun altro non serve. Dovete farcelo sapere voi.

Un altro:

A noi non piace il pollo. Farcelo mangiare per forza non ci aiuterà.

State ovviamente parlando di qualcosa, rappresentato da “lo” che sta alla fine di farcelo. “ce” invece rappresenta “noi”.

Se parlassi di me sarebbe farmelo.

Ho vinto 1000 euro? Farmelo sapere non sarebbe una cattiva idea

Se parlassi di te sarebbe fartelo.

Se parlassi di lei o lui sarebbe farglielo.

Se parlassi di voi sarebbe sarebbe farvelo.

Se parlassi di loro sarebbe sempre farglielo.

Attenzione perché farcelo può diventare anche farcela, con lo stesso significato appena descritto (si parla di noi), ma si sta parlando di qualcosa di femminile. E così può anche diventare farcele e farceli.

Noi siamo vegetariani. Non ci piace la carne. Farcela mangiare (la= carne) per forza ci farà soffrire.

Volete ucciderci? Farcela pagare non risolverà nessun problema.

Tu non sai raccontare questa barzelletta. Se vuoi farci ridere occorre farcela raccontare da qualcuno più bravo.

Come sarà vincere i mondiali? La sensazione dobbiamo farcela dire da coloro che ci sono riusciti. Farcela non è mai facile.

In quest’ultimo caso abbiamo usato “farcela” nei due modi descritti.

Come distinguere i due casi?

Semplice: quando si tratta di una sfida da superare non c’è mai (quasi mai) un altro verbo dopo:

Occorre farcela da soli

Farcela con le proprie forze non è mai facile.

Notate che in questo caso non sto parlando di noi.

Ho detto che quando si tratta di una sfida non c’è quasi mai un altro verbo dopo. In realtà può accadere infatti:

Farcela presuppone molto coraggio.

Farcela significa riuscire a superare un ostacolo.

Per farcela serve coraggio

Allora come facciamo? Beh, basta notare che in questi casi il verbo non è mai all’infinito. Abbiamo risolto allora!

Adesso passiamo a “fargliela” che in realtà abbiamo già incontrato in uno degli esempi che vi ho fatto sopra.

Fargliela è come farcela ma fargliela si riferisce a lui, lei o loro.

Quindi si usa ugualmente insieme ad altri verbi all’infinito e poi esiste anche farglielo, farglieli e fargliele.

Il bimbo non mangia la pappa? Bisogna fargliela mangiare altrimenti non cresce.

Fargliela termina con “a” perché si riferisce alla pappa.

I ragazzi non hanno ancora letto questo libri? Occorre farglieli leggere entro una settimana.

Devo dare alcune foto a mia moglie. Vorrei fargliele avere ma non so come.

Abbiamo fatto molte attività durante le vacanze. Avrei voluto fargliele fare anche a mia figlia ma non è voluta venire con noi.

Adesso però manca ancora fagliela che ha una erre in meno rispetto a Fargliela.

Quando uso fagliela mi sto rivolgendo direttamente a te. Facile quindi.

Ti sto invitando a fare qualcosa. Ma cosa?

Es: fagliela mangiare la pappa al bimbo.

Ti sto invitando a far mangiare la pappa al bimbo.

Lo studente deve ripetere la poesia a memoria. Fagliela dire a memoria! Non deve leggere.

Fagliela vedere a quei farabutti!

Quindi fagliela significa, rivolgendomi a te, fai fare qualcosa (la) a lui o a lei o a loro.

Ma adesso che abbiamo capito la differenza tra fargliela, fagliela e farcela, vi devo dare una brutta notizia.

Fargliela si usa anche in un altro modo, non solo davanti ad altri verbi. Precisamente si usa nel senso di imbrogliare una persona.

Avete mai sentito l’esclamazione seguente?

Te l’ho fatta!

Non ho detto “ce l’ho fatta” che significa “ci sono riuscito” ma “te l’ho fatta” quindi l’ho fatta a te.

Potrei dire che “te l’ho fatta credere”.

Questa è una modalità alternativa che conosciamo meglio perché l’abbiamo spiegata poco sopra.

Ad ogni modo significa: sono riuscito a imbrogliarti, sono riuscito a farti credere qualcosa di falso. Ci sei cascato! Ti ho fregato!

Se mi rivolgo te posso dire così, ma se sto dicendo che ho imbrogliato Paolo, oppure due o più persone, dico:

Gliel’ho fatta!

Vuoi sapere a chi l’ho fatta? A Paolo.

Sono riuscito a fargliela!

Non è stato facile fargliela, ma alla fine ce l’ho fatta.

Se dico che ho imbrogliato voi, posso dire:

Ve l’ho fatta. Farvela non è stato facile.

Se sei tu che hai imbrogliato Paolo:

Gliel’hai fatta. È stato facile fargliela?

Adesso ripassiamo un po’ grazie ai membri dell’associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Uli: sapete la differenza tra emozioni e sentimenti? Io potrei dire che si possono suscitare sia le emozioni che i sentimenti.

Ulrike: le emozioni però sono più simili a delle reazioni a stimoli esterni o interni. Io direi che si contraddistinguono per questa caratteristica.

Harjit: i sentimenti sono simili, ma durano di più. Ad esempio l’emozione della gioia dura meno del sentimento dell’amore. La gioia a volte manco arriva che subito svanisce.

Irina: poi le emozioni vengono prima. A volte sono anche inaspettate e possono prenderti in contropiede. L’attrazione ad esempio precede l’amore. E la felicità è sempre preceduta dalla gioia.

Mary: c’è chi preferisce le emozioni perché si dice siano più intense dei sentimenti. Di contro possono anche essere incontrollabili se si mette male.

Karin: le emozioni sono anche più spontanee, direi automatiche. Può scapparci anche uno schiaffo a volte. Per questo possono anche far paura. Soprattutto a chi lo riceve!

617 Erga omnes e ad personam

Erga omnes e ad personam

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Trascrizione

Giovanni: avrete sicuramente sentito parlare di leggi ad personam. Se ne parla abbastanza spesso nei telegiornali italiani.

Non è difficile da spiegare.

Iniziamo dalla definizione di legge.

Si tratta di un atto legislativo, una decisione del parlamento. Non voglio entrare troppo nel dettaglio, basti dire che le leggi o provvedimenti legislativi o come li vogliamo chiamare, fissano delle regole che valgono per tutti.

Tutti devono rispettare la legge, e generalmente la decisione che sta alla radice di una legge è basata sulla risoluzione di un problema, che naturalmente ha a che fare con i diritti dei cittadini e con i principi su cui è fondata la nazione.

Bene. Si sente tuttavia parlare di leggi ad personam, una locuzione latina che significa “alla persona”, “a titolo personale”, oppure “solo per la persona” cioè solo per una data persona.

Si dice questo riguardo a provvedimenti emanati non per garantire un diritto, non per risolvere un problema comune dei cittadini, ma per risolvere un problema di una sola persona, per tutelare questa persona, o per non farla andare in carcere o cose simili.

Si dice così non solo a proposito di alcune leggi, ma con finalità diverse, anche di cariche, titoli, privilegi, che vengono concessi “alla persona” ma non sono trasmissibili né per delega né ereditariamente, attraverso la parentela.

Più in generale si può usare anche a proposito di riferimenti rigorosamente individuali.

Es:

Un trattamento economico ad personam.

Un contratto ad personam

Come dire che sono le caratteristiche del singolo individuo a determinare le caratteristiche del contratto o del trattamento economico.

Si potrebbe anche parlare di qualcosa disegnato o pensato “su misura“, altra locuzione che si usa prevalentemente quando si parla di prodotti personalizzati, come le scarpe su misura o un vestito su misura, o anche di servizi su misura.

Si parla spessissimo di prodotti su misura ma siamo in ambito commerciale. È sicuramente una buona cosa avere delle scarpe su misura perché sono state costruite appositamente per il mio piede. Lo stesso dicasi per un vestito su misura o un qualunque servizio su misura, pensato appositamente per venire incontro alle esigenze personali.

Ma una legge su misura, cioè ad personam non è mai una buona cosa. Non lo è perché le leggi sono pensate per valere per tutti. Si può dire che una legge dovrebbe essere pensata per essere erga omnes, e non ad personam. Questa è la seconda locuzione latina di cui volevo parlarvi.

Io mi rivolgo ad un pubblico non madrelingua, e per questo ritengo sia importante dirvi che queste due locuzioni latine non fanno parte del linguaggio colloquiale o di tutti i giorni. Sono invece spesso usate dai giornalisti o avvocati e si sentono anche nel corso dei telegiornali.

Erga omnes significa “per tutti”, “nei confronti di tutti”, e si usa specialmente nel linguaggio giuridico-amministrativo. Si parla ad esempio di:

Contratti validi erga omnes

Sappiate che erga omnes e ad personam sono espressioni collegate tra loro, ma non sono esattamente l’una il contrario il dell’altra, nonostante possiamo utilizzarle in modo contrastante tra loro.

Sarà molto più semplice per voi usare ad personam, perché si usa prevalentemente per indicare favori personali, privilegi ingiusti fatti a singole persone.

Più complicato è usare erga omnes che si usa soprattutto per i cosiddetti diritti assoluti, che garantiscono al titolare di questo diritto il potere di farli valere nei confronti di tutti gli altri soggetti.

Allora se un contratto è valido erga omnes allora sto tranquillo perché è valido nei confronti di tutti. Esempi di questi diritti sono la proprietà e i diritti della persona.

Possiamo usare erga omnes anche se parliamo di un diritto da garantire a tutti, e quindi anche di un provvedimento, di una legge.

Possiamo dire ad esempio che la libertà di parola o la libertà religiosa sono diritti erga omnes. Infatti tutti, in Italia, possono credere nel dio che preferiscono e tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Si può dire ugualmente che la legge vale per tutti, quindi vale erga omnes. Non ci sono eccezioni.

Per farvi un altro esempio più semplice di utilizzo delle due locuzioni, sappiate che prima di creare un episodio di Italiano Semplicemente, io indirizzo il mio interesse erga omnes, mi rivolgo erga omnes, vale a dire verso tutti i non madrelingua indistintamente.

Non penso alle esigenze dei madrelingua spagnola o cinese, non penso alle problematiche particolari che può avere un giapponese o un tedesco. Men che meno cerco di risolvere i problemi di una sola persona.

In quest’ultimo caso sarebbe un episodio ad personam, pensato proprio per lei, su misura per questa persona.

Comunque adesso tocca al ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Uli (Germania): sapete la differenza tra la delusione e la rabbia? Secondo me la rabbia si sfoga esternamente e la delusione internamente. In entrambi i casi si infierisce su qualcuno.

Harjit (India) e Edita (Rep. Ceca): Già. Ma la delusione deriva da aspettative sbagliate, o meglio, da illusioni. Quindi ci si illude di qualcosa che poi non si verifica. La rabbia invece si scatena normalmente dall’impossibilità di rimediare.

Camille (Libano): comunque c’è rabbia e rabbia. Io a volte sono adirato, altre volte semplicemente innervosito. Poi ci sono delle volte che perdo proprio il lume della ragione.

Ulrike (Germania): credo non piaccia a nessuno essere in balia della rabbia. Poi bisogna vedere anche il motivo che c’è a monte.

Karin (Germania): ho letto che non appena si fa strada un sentimento di rabbia, è bene contare fino a tre prima di reagire. Anche perché se si esagera, quand’anche si avesse un buon motivo per arrabbiarsi, poi si passa dalla ragione al torto. Sempre meglio fare appello alla calma. Meglio ancora imparare a prenderla con filosofia.

Spiegazione del ripasso

Nella prima frase di ripasso, Uli dalla Germania, ci parla della differenza fra delusione e rabbia. Sentimenti diversi, che però ugualmente infieriscono su qualcuno. Naturalmente la delusione può portare ad infierire su sé stessi, mentre la rabbia ad infierire su altre persone. Secondo Uli quindi sono due sensazioni diverse ma che si manifestano spesso con una certa violenza, cioè colpiscono le persone e danneggiano il loro benessere.

La seconda frase, pronunciata da Harjit e da Edita, fa notare che la delusione deriva da aspettative non soddisfatte. Poi chiariscono (dicendo “o meglio” ) e dicono che la delusione può derivare da delle illusioni. Le aspettative infatti possono essere realistiche o eccessive e può capitare che ci si illuda di qualcosa e in tal caso il risultato è una sensazione di delusione poiché, in quanto eccessive, tali aspettative non vengono soddisfatte.

Riguardo alla rabbia si afferma che c’è qualcosa di irreversibile, accade cioè qualcosa di apperentemente irrimediabile e questo genera, produce rabbia.

La rabbia si scatena da queste illusioni, cioè ha origine da queste illusioni ed è una reazione difficilmente controllabile, che può arrivare anche ad essere violenta. A ciò si può aggiungere che spesso il tempo guarisce le ferite e il perdono diviene possibile.

Poi arriva Camille, libanese, che tiene a fare una puntualizzazione.

Secondo lui c’è rabbia e rabbia, cioè ci sono diversi tipi di rabbia, ci sono diversi livelli, diverse gradazioni. Si può essere adirati, cioè leggermente arrabbiati, oppure più semplicemente innervositi.

Poi ci sono delle volte che si può essere arrabbiatissimi, tanto da perdere il controllo, la razionalità quindi, detto in altre parole, tanto da perdere il lume della ragione.

Ulrike aggiunge che a nessuno piace essere in balia della rabbia, vale a dire essere travolti dalla rabbia, senza possibilità di contrastarla. Poi bisogna vedere anche il motivo che c’è a monte, termina Ultike, cioè il motivo che ha causato la rabbia, che sta all’origine di questa reazione.

Infine Karin, tedesca come Ulrike, dice di aver letto che non appena si fa strada un sentimento di rabbia, è bene contare fino a tre prima di reagire.

Quindi, immediatamente prima che la rabbia stia per esplodere e che inizia a avanzare e a manifestare le conseguenze negative, meglio contare fino a tre.

Questo perché anche qualora (quand’anche) si avesse un buon motivo per arrabbiarsi, poi si passa dalla ragione al torto, cioè non è giustificabile e ammissibile uno scatto di rabbia. Sempre meglio, in questi casi, contare fino a tre, cioè fare appello alla calma, ricorrere alla calma. C’è persino una soluzione migliore di questa: prenderla con filosofia, cioè assumere un atteggiamento più distaccato, come fanno i filosofi che hanno una visione della vita più basata sull’equilibrio spirituale.

616 La pesantezza

La pesantezza

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Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo della pesantezza. L’avrete capito dal titolo immagino 🙂

La pesantezza è interessante perché è la caratteristica delle cose pesanti.

Già. Ma che significa che una cosa è pesante?

Voi mi direte: una cosa è pesante quando pesa molto, cioè quando il suo peso è notevolmente alto.

Certo, vi rispondo io, ma il peso è un concetto semplice. È la pesantezza ad essere invece complessa perché non dipende dal numero di chilogrammi che risultano dalla bilancia.

Io ad esempio peso 82 kg, e questo significa che sono pesante 82 kg. Il mio peso è 82 kg. Posso dire di essere più pesante di una persona che ha un peso minore del mio.

Non c’è dubbio su questo. Ma sto parlando del mio peso e non della mia pesantezza. Ma allora cos’è la pesantezza?

Purtroppo, come avrete sicuramente immaginato, ci sono oltretutto diversi tipi di pesantezza.

Esiste ad esempio la pesantezza di stomaco.

Es:

Oggi avverto una forte pesantezza di/allo stomaco.

Allora anche degli alimenti possono dirsi “pesanti” quando sono difficili da digerire, quando danno pesantezza allo stomaco, quando cioè sono indigesti.

Non si parla del peso dell’alimento che mangiamo, ma della sua pesantezza.

Oppure potrei avvertire una pesantezza alle gambe.

Nel primo caso ho lo stomaco pesante, nel secondo caso ho le gambe pesanti. La pesantezza dunque è una sensazione e come tutte le sensazioni si avverte.

Se avverto una pesantezza alle gambe o allo stomaco allora non significa che sono ingrassato alle gambe o allo stomaco, ma che avverto un disturbo alle gambe o allo stomaco e più in generale un disturbo delle funzioni fisiologiche, non grave ma fastidioso, da attribuirsi a fattori contingenti, come ad esempio un abuso, un’esagerazione.

Quindi è facile avvertire una pesantezza allo stomaco dopo una abbuffata, cioè dopo aver mangiato molto.

Se invece faccio una lunghissima passeggiata è facile che la sera io possa avvertire una certa pesantezza alle gambe.

Analogamente, dopo una lunga giornata di lavoro potrei tranquillamente avere la testa pesante.

E cosa dire dell’alito pesante?

L’alito pesante è ugualmente un disturbo fisiologico, tant’è che ha anche un nome: alitosi.

Chi soffre di alitosi ha spesso l’alito pesante e questo significa che l’alito ha un cattivo odore. Si parla anche di alito cattivo. Non è piacevole vero?

Ma torniamo alla pesantezza.

Anche una lezione universitaria o una trasmissione televisiva, o un’intervista possono risultare pesanti da ascoltare. In questo caso la pesantezza è assimilabile alla noia, ma non è detto.

Oggi ho seguito una lezione di Italiano molto pesante. Ho veramente faticato a restare sveglio fino alla fine.

Si tratta di pedanteria, prolissità. Abbiamo assistito ad una lezione pedante, cioè noiosa o lunga, prolissa.

Un discorso può risultare pesante quando è lungo e pieno di cose complicate oppure cose scontate, banali, inutili da dire, che conoscono tutti, oppure quando il tono di voce usato è basso o la voce è particolarmente piatta, senza emozioni, senza variazioni: una noia mostruosa!

Alcuni professori sono veramente pesanti da ascoltare.

Insomma, si tratta in questo caso della difficoltà nel riuscire a restare concentrati tutto il tempo.

La parola difficoltà è probabilmente la più importante per capire il concetto di pesantezza.

La lezione è stata di una pesantezza estenuante

Una cosa è certa: non è stata una lezione piacevole.

Anche una persona però può essere definita pesante.

La pesantezza di una persona dipende da vari fattori, ma in sostanza anche qui possiamo parlare di difficoltà: la difficoltà nel riuscire a sopportare questa persona o a passare del tempo con lei.

Questa difficoltà può dipendere da diverse cose:

Può essere la difficoltà nel riuscire ad ascoltarla perché molto noiosa, oppure perché si lamenta spesso, o perché attira troppo l’attenzione su di sé, oppure perché è troppo timida o suscettibile e allora bisogna stare attentissimi ad usare sempre le parole giuste senza che si offenda.

Quando non si è a proprio agio con una persona, risulta pesante passare del tempo con lei. Non è piacevole. A volte è semplicemente una mancanza di spontaneità di una persona che ce la fa definire una persona pesante.

Anche il proprio fisico si può avvertire come “pesante” senza necessariamente parlare di peso.

Oggi mi sento molto pesante nei movimenti.

Avverto quindi una mancanza di agilità, i movimenti risultano più difficoltosi del solito

Ecco, allora la pesantezza, in tutti i suoi significati, potremmo definirla una sensazione che possiamo collocare dalla parte opposta rispetto al piacere.

Difficoltà e mancanza di piacere ci sono sempre, sia che si tratti di pesantezza allo stomaco, alla testa, alle gambe, di alito pesante e di persone pesanti.

La spiacevolezza e la difficoltà in questi ultimi casi (alito e persone) sono però avvertite dalle altre persone.

Difficile sopportare alito pesante e persone pesanti.

Poi ci sono anche altre forme di pesantezza. Ad esempio quando diciamo che l’aria è pesante perché si respira a fatica, quando ad esempio c’è poco ossigeno o perché le finestre sono sempre chiuse.

Ma l’aria è pesante anche quando l’atmosfera è tesa, quando c’è tensione nell’aria, per via di un litigio, una discussione o di una situazione opprimente. Anche in questo caso possiamo ugualmente parlare di aria pesante.

Es:

A casa mia recentemente tira/c’è un’aria pesante perché ci sono conflitti tra noi genitori e i nostri figli.

Ci sono poi le cosiddette droghe pesanti, come la cocaina e l’eroina.

Un lavoro pesante invece è un lavoro che richiede molto sforzo fisico.

Poi ci sono le “battute pesanti” , che sono battute offensive e volgari che hanno invece la pretesa di essere divertenti.

Anche le battute pesanti sono difficili da sopportare. Creano imbarazzo.

Speriamo infine che non sia questo episodio a risultare pesante!

Allora per alleggerire l’episodio ascoltate un bel ripasso delle lezioni precedenti e poi la spiegazione del ripasso con parole più umane.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

(scarica l’audio)

Albèric (Francia): l’episodio non è stato pesante secondo me, o quantomeno non mi ha dato molto filo da torcere.

Ulrike (Germania): ha un solo neo per me: il fatto di non approfondire abbastanza il concetto di “peso”. Non è che mi stia lamentando però ok? Spero che Giovanni non se ne abbia a male. Non voglio sembrare ingenerosa.

Rauno (Finlandia): Invece il prossimo episodio, che io sappia, sarà più leggero perché si parlerà di due locuzioni latine molto semplici da usare. Però non c’è più tempo per entrare nel merito.

Edita (Repubblica Ceca): a me sta bene, purché l’episodio sia breve però. Non mi vanno a genio le Pappardelle. Il tempo libero è quello che è.

M5: si direbbe che tu abbia fretta. Meglio non mettere dei paletti di questo tipo però. Minuto più, minuto meno…

– segue una spiegazione del ripasso –

Albèric, membro francese, esordisce dicendo che l’episodio non è stato pesante secondo lui. Quindi albéric non si è stancato o stressato ad ascoltarlo. Poi aggiunge che “quantomeno” questo episodio non gli ha dato molto filo da torcere. Albéric ha aggiunto che un obiettivo minimo raggiunto è che l’episodio non gli ha creato molti problemi, cioè non gli ha dato molto filo da torcere. Un episodio comprensibile quindi secondo Albéric.

Ulrike dalla Germania ha aggiunto che l’episodio ha un solo neo secondo lei. Quindi c’è solo una piccola cosa che non va, solo un piccolo difetto, cioè il fatto di non approfondire abbastanza il concetto di “peso”. Questo è lunico neo. Non è che lei si stia lamentando, aggiunge Ulrike, che pertanto ci tiene ad aggiungere questa informazione: non si sta lamentando. Non è questo l’obiettivo della sua osservazione.

Lei spera che io non me ne abbia a male per aver sottolineato questo piccolo neo. E infatti io non me ne avrò certamente a male per cosi poco. Non voleva sembrare ingenerosa Ulrike. Ma lei non lo è mai. Come potrei accusarla di una cosa simile? È sempre stata la prima a esprimere apprezzamenti per il lavoro quotidiano e lo sforzo che viene fatto per realizzare gli episodi.

Rauno dalla Finlandia afferma di conoscere l’oggetto del prossimo episodio.
Che lui sappia, cioè per quanto ne sappia lui, cioè stando alle sue conoscenze, attenendosi alle informazioni in lui possesso, l’episodio venturo sarà ancora più leggero (quindi ancora meno pesante. Anche la leggerezza si usa in modo figurato, proprio come la pesantezza) perché si parlerà di due locuzioni latine molto semplici da usare. Però, conclude Rauno, non c’è più tempo per entrare nel merito, cioè non c’è più tempo per approfondire la questione. Non c’è più tempo per andare maggiormente in profondità spiegando meglio di cosa si tratta.

Edita, dalla Repubblica Ceca dice che a lei sta bene, cioè lei è d’accordo purché l’episodio sia breve però. Quindi Edita è d’accordo con Rauno ma a una condizione: che l’episodio sia breve. Sembra che ad Edita non vadano a genio le pappardelle. Quindi pare che a Edita non piacciano gli episodi lunghi e noiosi. Sembra che lei non gradisca episodi troppo lunghi. Edita conclude che il tempo libero è quello che è. Questo significa che il tempo libero è poco, quindi bisogna usarlo bene, perché è proprio durante il tempo libero che lei ascolta gli episodi di italiano semplicemente.
Infine Camille, dal Libano, non sembra molto d’accordo con Edita, e infatti afferma che secondo lui Edita ha fretta. Questo è ciò che sembra, ciò che si direbbe, quindi ciò che Camille desume dalle sue parole. Si direbbe che Edita abbia fretta secondo Camille.

Meglio, secondo Camille, non mettere dei paletti di questo tipo. Quindi secondo Camille non è conveniente imporre dei limiti temporali alle spiegazioni. Uno o due minuti in più non fa molta differenza: minuto più, minuto meno, non fa differenza secondo Camille.

615 Di questo passo

Di questo passo (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: pare che negli ultimi 100 anni la temperatura media nel pianeta sia cresciuta di un grado circa. Negli stessi anni la quantità di ghiaccio e neve si è ridotta e il livello dei mari è aumentato. Di questo passo dove andremo a finire?

Quest’ultima frase la si sente molto spesso pronunciare dagli italiani, voglio dire, anche al di là della questione ambientale.

Di questo passo dove andremo a finire?

Analizziamo questa frase insieme.

Iniziamo dal passo. Il termine passo ha molti significati e uno di questi indica il cammino, quindi l’andamento di una persona che cammina. Un passo si fa col piede e un passo dopo l’altro si va avanti, si procede in avanti. Una volta si fa un passo col piede destro e una volta col sinistro.

Quando si va avanti, quando cioè si cammina, possiamo procedere a velocità diverse e si può dire che la velocità dipende dal passo che si tiene.

Se il passo è veloce, se si sta tenendo un passo veloce, allora la velocità in cui andiamo è maggiore, ma se il passo è lento la velocità è più bassa.

Quindi il tipo di passo indica anche una velocità di una persona che cammina ma anche che guida un’auto o una moto o un qualsiasi altro mezzo.

Quando si dice “di questo passo” si intende quindi “procedendo di questo passo” cioè “andando avanti con questa velocità”, o più in generale “se andiamo avanti in questo modo”, “se proseguiamo così”.

Insomma si vuole indicare una situazione che nel futuro non cambierà e si immagina una possibile conclusione se le cose continuassero in questo modo.

La locuzione “di questo passo” si usa sempre per rappresentare una possibile evoluzione di un fenomeno, quando ipotizziamo che le cose vadano avanti allo stesso modo di come stanno andando attualmente.

“Questo passo” indica l’andamento attuale che lascia un immaginare una possibile evoluzione.

Di questo passo dove andremo a finire?

Questa frase significa quindi: se si procede in questo modo, se le cose peggiorano (in genere si parla di una situazione in peggioramento)! di giorno in giorno sempre con lo stesso ritmo di oggi, senza alcun cambiamento, che succederà? Dove andremo a finire?

Questo “dove andremo a finire? ” è in realtà una domanda retorica, una finta domanda e ha un obiettivo preciso: mostrare preoccupazione per come si sta evolvendo un fenomeno, mostrare preoccupazione per come stanno andando le cose.

Vediamo altri esempi dell’uso di “di questo passo“, che è la parte più importante e interessante.

Luca sta facendo sei esami l’anno all’università. Di questo passo tra tre anni sarà laureato

Questo è un esempio molto semplice.

Se va avanti così Luca tra tre anni sarà laureato perché se continuerà a fare sei esami ogni anno in tre anni avrà fatto 18 esami e quindi avrà terminato tutti gli esami previsti.

Questa ipotesi sul futuro è dunque basata sull’attuale andamento che ci lascia immaginare una possibile tempistica per il raggiungimento della laurea.

Di solito questa espressione si usa come dicevo nel caso di una preoccupazione per qualcosa che non ci piace come sta andando ma possiamo anche prospettare qualcosa di positivo.

Un altro esempio:

Abbiamo vinto nove partite su dieci. Di questo passo nessuno riuscirà a raggiungerci in classifica e sicuramente vinceremo il campionato.

Questo è un altro esempio in cui l’andamento è basato su dei numeri.

Non sempre è così.

Ciò che conta è che si rappresenti un andamento attuale che lasci pensare una possibile evoluzione futura:

Mio nonno da circa un mese non ricorda più i nomi dei nipoti. Ma da circa una settimana addirittura non ricorda più neanche i nomi dei propri figli. Di questo passo dimenticherà praticamente tutto nel giro di qualche giorno.

Oppure (tra moglie e marito):

Non mi baci più ormai da un pezzo ormai, e adesso inizi anche a rispondermi male. Di questo passo tra un anno dormiremo in due letti separati.

L’espressione ha qualcosa in comune con una che abbiamo già visto. Sto parlando di “se tanto mi dà tanto“, che come abbiamo visto si usa ogni volta che vogliamo fare una deduzione logica.

Di questo passo” però è più semplice perché si parla di un solo fenomeno di cui immaginiamo l’evoluzione futura, quindi sparla di tempo, mentre con “se tanto mi dà tanto” possiamo confrontare più fenomeni o più questioni contemporaneamente, quindi è più complessa come espressione.

Inoltre non necessariamente si parla di una evoluzione futura.

Es:

L’Italia ha vinto 40 medaglie alle olimpiadi del 2021 e la popolazione italiana è di circa 60 milioni di abitanti.

Gli stati uniti d’America invece hanno una popolazione pari a circa 328 milioni di abitanti. Se tanto mi dà tanto le medaglie vinte dagli stati uniti dovrebbero essere circa 219. Invece sono state 113.

Quindi vedete che “di questo passo” si usa solo per prospettare una possibilità futura basata su come stanno andando le cose oggi. Invece “se tanto mi dà tanto” è più generica e si può usare ogni volta che usiamo la logica per fare una deduzione.

Adesso ripassiamo un po’:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rauno: vorrei dire che il termine passo, di cui si è parlato oggi, ha almeno tre o quattro usi diversi stando ai dizionari. Ma non voglio allarmare nessuno con questo.

Ulrike: se è per questo, ce ne sono alcune che ne hanno molti di più. Pensa ad esempio alla parola “campo”, che poi non è neanche la più complicata.

Irina: a me crea molti problemi il termine “pesante”, per via appunto dei numerosi utilizzi. Ma ho sentore che nel giro di qualche episodio ne sapremo tutti di più. E voi come la vedete?

Hartmut: Ci sono anche alcuni verbi sembrano apparentemente semplici come disporre oppure predisporre che invece possono rivelarsi molto ostici. Meno male che ci sono già due episodi dedicati nei verbi professionali. Ragion per cui adesso vado subito a ripassarli!

 . Segue una spiegazione del ripasso .

614 Avere un ascendente

Avere un ascendente

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Trascrizione

Giovanni: conoscete i segni zodiacali? Qualche tempo fa abbiamo anche pubblicato un audio-libro ad essi dedicato, sebbene questo audio-libro sia dedicato in realtà al carattere delle persone, quindi utile per imparare gli aggettivi per descrivere le persone, i tratti del carattere eccetera.

Ricordiamoli brevemente: Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Aquario, Pesci.

Ogni segno zodiacale, come sapete, prende il nome da una costellazione, che sono dei raggruppamenti apparenti in cui sono state suddivise le stelle sulla sfera celeste.
Ebbene, secondo l’astrologia, il segno di appartenenza influenza il carattere e il proprio modo di essere, oltre che il proprio destino.

Ma non esiste solamente il segno zodiacale che ci influenza. Ognuno di noi infatti ha anche un ascendente.

Il termine ascendente infatti non ha solo il significato di qualcosa che sale verso l’alto, che ascende.

Infatti ascendente ha anche il significato di antenato, cioè un lontano parente.

In astrologia però l’ascendente indica invece un segno zodiacale, quello che stava sorgendo, al momento esatto della nostra nascita, nel punto preciso in cui sorgeva il sole al mattino.

Dal punto di vista del carattere, l’ascendente di una persona rappresenta la parte di sé che viene mostrata agli altri, quindi come dire la propria personalità “esterna”, che tutti noi mostriamo alle altre persone.

Quindi secondo gli astrologi, il proprio ascendente influisce sulla nostra personalità.

Questo termine è entrato però nel linguaggio anche con un altro significato, su cui verte l’episodio di oggi.

Infatti con la frase “avere un ascendente” su una persona si intende la capacità di influenzare i comportamenti di questa persona, proprio come l’ascendente zodiacale.

Stranamente non si usa il verbo essere ma il verbo avere, proprio come con l’influenza e col verbo influenzare.

Ad esempio se dico che mia moglie ha un forte ascendente su di me vuol dire che lei ha una forte influenza su di me, io mi fido di lei, per me è importante la sua opinione, lei riesce a convincermi a differenza di altri che invece non hanno lo stesso ascendente su di me.

Si dice anche esercitare un ascendente su una persona, che è come dire avere influenza.

Normalmente si tratta di una influenza determinata dal prestigio, dall’autorità o dalla superiorità morale.

Questa persona che esercita un’ascendente su di me lo può fare anche grazie alla sua personalità. Per qualche motivo la sua opinione è importante, magari la stima che ho verso di lei o lui è il motivo del suo ascendente verso di me.

Es. Il padre di un ragazzo, non contento della sua alimentazione, può dire alla madre:

Vai a dire a nostro figlio che non deve mangiare tutte quelle schifezze. Tu hai un maggiore ascendente su di lui.

Oppure:

L’avvocato riuscirà a convincere mio madre, sapendo di avere ancora un forte ascendente su di lui, e mia madre quindi non rimarrà indifferente alle sue parole.

Più spesso del verbo esercitare si usa comunque il verbo avere: avere un ascendente.

Si utilizza sempre la preposizione “su”:

Io ho un certo ascendente sui miei ragazzi

Tu non hai un forte ascendente sui nostri figli

Il professore ha un fortissimo ascendente sui suoi studenti.

Non solo un essere umano può avere un ascendente su una persona però:

Il potere ha un forte ascendente sul nostro direttore

In questo caso è il potere ad esercitare una certa influenza sul direttore, e di conseguenza le decisioni del direttore dipendono molto dal potere, quindi dall’impatto e dall’influenza politica ad esempio.

Vi lascio adesso al ripasso del giorno:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Harjit: a cosa si deve il forte ascendente di una persona su di noi?

Mary: forse sei dura di comprendonio? Ha detto il prestigio, la personalità o l’autorità. Ci sono diversi casi di ascendente.

Marta: c’è ascendente e ascendente comunque. Purtroppo anche molti dittatori hanno un enorme ascendente, oltre che potere, sui cittadini.

Irina: a un tratto mi sono accorta, mio malgrado, di non esercitare nessun tipo di ascendente su nessuno, fatto salvo il mio cane. E dire che sono un avvocato.

Edita e Hartmut: forse perché il cane è l’unico di cui hai veramente cura?

Ulrike: Irina, non ti curare di queste brutte parole. Lascia correre.

613 Dare del filo da torcere

Dare del filo da torcere

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Giuseppina: oggi ci aspetta un episodio che prevedo sarà molto usato nei ripassi.

Infatti l’episodio è dedicato all’espressione “dare del filo da torcere“.

Un’espressione che è molto usata dagli italiani ed infatti proprio ieri è stata usata durante una visita guidata presso il teatro di Pietrabbondante, nel Molise, quindi in Italia, durante un incontro dei membri del l’associazione Italiano Semplicemente.

La guida turistica ha infatti affermato che il popolo dei sanniti, più di duemila anni fa, ha dato del filo da torcere ai romani prima che i romani riuscissero a batterli.

Ma cosa significa?

Vediamo prima qualche esempio e poi ci spiego il significato.

La guida ha detto dunque che i Sanniti hanno dato del filo da torcere ai romani. Questo significa che per i romani non è stato facile battere i sanniti, che hanno creato ai romani parecchi problemi.

Questo è il senso della frase. Se non è chiaro vi faccio un altro esempio:

Molti studenti danno del filo da torcere ai professori prima che questi riescano a insegnare loro la disciplina.

Quindi i professori hanno dovuto faticare molto per insegnare la disciplina agli studenti.

I problemi di matematica e geometria mi hanno dato molto filo da torcere quando ero uno studente.

D’altronde esiste qualcuno che ha avuto vita facile con i problemi di geometria? Questi problemi danno a tutti filo da torcere!

Il filo di cui si sta parlando è il filo delle macchine per la tessitura, per fabbricare le maglie ad esempio.

Il filo doveva ruotare su sé stesso, cioè doveva torcersi per aumentare la resistenza.

Questa evidentemente è un’operazione talmente complicata da dar origine a questa espressione.

Dare del filo da torcere non va pertanto Interpretata nel suo senso proprio: “tieni, questo filo è da torcere. Ecco del filo che dovresti torcere. Pensaci tu!”.

Il senso è invece figurato.

Dunque chi dà del filo da torcere (“del” si può anche omettere) crea dei problemi, pone degli ostacoli, procura difficoltà difficili da gestire.

C’è dunque qualcuno o qualcosa che crea problemi e qualcun altro che deve cercare di risolverli.

Si usa spessissimo anche in ambito sportivo:

Daremo filo da torcere ai nostri avversari.

Vale a dire che creeremo loro parecchi problemi, e non sarà facile per loro batterci.

Sapete che anche le espressioni che vengono spiegate nel sito di italiano semplicemente possono dare parecchio filo da torcere ai non madrelingua.

Fortunatamente però ci sono i ripassi, proprio come quello che state per ascoltare:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Con l’inverno quasi a ridosso, le temperature si abbassano gradualmente, ragion
per cui, volenti o nolenti, occorre ricorrere ad indumenti più pesanti.

Komi: Quest’anno i giorni
caldi cominciano a filarsela troppo in fretta, sicché abbiamo una certa nostalgia rammentandoci delle notti tiepide più gradevoli.

Marta: A ragion veduta le persone non si muovono nella stessa misura quando prevale il
maltempo.

Hartmut: Le stagioni seguono senza troppi scrupoli il loro solito corso, infischiandosene del nostro eventuale disappunto.

Harjit (India): Per alcuni l’adattamento può essere tutt’altro che facile, considerando che la stagione incombente porta con sé tra l’altro qualche incertezza ed un rallentamento generale che rappresenta un cambiamento non sempre ben accetto.

Ulrike: i fiori incominciano ad appassire, qualche animale se ne va in letargo e tutti i colori svaniscono, in quanto passeggeri come noi tutti.
I paesaggi appaiono grigi,quasi fossero in lutto.

Edita (Repubblica Ceca): Quando si sentono i primi fiocchi di neve sulla pelle magari si pensa: quanto dura l’inverno quest’anno? Le lamentele si esauriscono inascoltate e si
dissolvono nel vuoto. Così col tempo si capisce: pigliarsela non è cosa; meglio prenderla
con filosofia e apprezzare la varietà dell’atmosfera visto che non abbiamo il potere di
cambiarla e non potrei mai comprenderla in toto.

Rauno: E come si suol dire: la gioia dell’attesa è la gioia più intensa.
Facciamo allora il dovuto secondo scienza e coscienza, pur di cavarcela nei periodi poco accoglienti, e limiamo la nostra resilienza.

612 Senz’appello

Senz’appello

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Giuseppina: parliamo ancora di appello. Nell’ultimo episodio abbiamo parlato della differenza tra fare l’appello e fare (o lanciare) un appello, e poi abbiamo detto che si può anche fare appello a qualcosa.

È bene chiarire che in questo caso ci si riferisce a qualcosa di proprio, che ci appartiene come ad esempio:

Fare appello alle proprie risorse

Fare appello a tutte le energie

Oppure posso riferirmi agli altri se ad esempio faccio appello alla vostra generosità vi sto chiedendo di essere generosi.

In pratica è come richiedere una risposta da parte della vostra generosità.

Quando c’è di mezzo l’appello si fa sempre una richiesta e a attende sempre una risposta.

L’episodio è oggi è dedicato allespressione “senz’appello”, che si può scrivere anche senza apostrofo: senza appello

Senz’appello significa definitivamente, senza alcuna possibilità di eccezione o ricorso.

Infatti il termine appello ha anche a che fare con la giustizia.

L’appello in effetti è un Istituto giuridico che ha per scopo di ovviare, rimediare a possibili errori od omissioni del giudizio di primo grado di una sentenza.

Se una sentenza è sbagliata o si ritiene sbagliata si può infatti
“ricorrere in appello”.

È molto simile a chiedere aiuto e fare una richiesta e ci si aspetta che la corte d’appello risponda a nostro favore.

Ecco, allora quando qualcosa è senz’appello vogliamo dire che non si può rimediare. Non c’è alcuna possibilità. Non si può quindi ricorrere in appello, sperando che ci sia una possibilità di rimedio. Non si può rimediare.

Non si tratta quindi solo di un provvedimento giurisdizionale, della legge, che non può essere impugnato, contrastato, ma in senso figurato indica qualcosa che è irrevocabile e irrimediabile.

Volendo si può usare per scherzo, per prendere in giro un amico.

Ad esempio un vostro amico ha una scarsa memoria?

Giovanni da questo punto di vista è senz’appello.

Cioè: non c’è niente da fare, la sua memoria è talmente poca che non si può fare nulla. La situazione è irrimediabile.

Può anche indicare autorità:

La decisione del direttore di vendere la società è senz’appello.

Quindi inutile provare a convincerlo che non bisogna vendere la società. Non è possibile rimediare. Non c’è possibilità di contraddizione o di opposizione, è una cosa decisiva e definitiva.

Si può anche dire che non c’è appello. Stesso significato.

Contro la morte non c’è appello.

Contro le decisioni del direttore non c’è possibilità di appello.

Raramente si usa in senso opposto, quindi in senso figurato non si usa spesso dire frasi tipo:

Forse c’è una possibilità di appello.

Questo tipo è frasi hanno un uso quasi esclusivamente giuridico, quindi vengono intese nel senso che si può fare appello, si può cioè “ricorrere in appello“, presentare una richiesta, una richiesta formale, per modificare una decisione già presa.

Comunque volendo si può dire ad esempio:

La tua è una decisione senz’appello, irrevocabile, oppure c’è una possibilità di appello? Se c’è questa possibilità si può cambiare, si può intervenire per cercare di cambiarla.

Questa espressione in effetti è molto adatta alle decisioni. E quando ci sono le decisioni irrevocabili, queste decisioni vengono confrontare alle sentenze, che sono a loro volta delle decisioni, ma prese da un guidice.

Se invece una decisione diciamo che non è senz’appello allora vogliamo dire che è ancora in discussione, si può cercare di cambiarla.

Anche una risposta di una persona o una frase può essere definita senz’appello e in questo modo si sottolinea l’autorità o la sicurezza con cui è stata data la riaposta o pronunciata questa frase

Adesso però ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Harjit: il mio oroscopo oggi dice che dovrò fare appello a tutta la mia concentrazione per risolvere i problemi causati dai colleghi. In vista di questo inizialmente stavo per avermela a male ma poi ho pensato fosse meglio prenderla con filosofia.

Edita: certamente. Al lavoro bisogna sempre mantenere la calma. Senza contare che questo fa bene anche alla salute.

Marcelo: io una volta per aver raccolto una provocazione in ufficio ho corso il rischio di essere licenziato dopo aver apostrofato pubblicamente un mio collega. Poi però alcuni colleghi sono corsi ad aiutarmi.

Hartmut: fortunatamente anche al lavoro c’è gente perbene.

611 Fare l’appello, fare un appello

Fare l’appello, fare un appello

 

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Trascrizione

Giovanni: sapete cosa fa un insegnante appena entra in classe? Prima saluta gli studenti e poi fa l’appello.

Proprio all’appello è dedicato l’episodio di oggi.

Fare l’appello, con l’apostrofo, significa rivolgersi agli studenti, nominarli uno ad uno in attesa che rispondano con la parola “presente”, che significa che lo studente è presente.

Se invece lo studente non risponde allora significa che è assente.

L’assenza e la presenza degli studenti è la cosa che interessa al professore che fa l’appello.

Quindi questa espressione indica il rivolgersi agli studenti, un gruppo di persone, per un motivo ben preciso: rilevare la presenza o l’assenza degli studenti.

In senso diverso invece ha la locuzione fare un appello.

Quando si fa un appello, ci si rivolge ugualmente ad un gruppo di persone ma non per sapere se sono presenti o assenti, bensì per far sì che queste persone facciano qualcosa.

“Fare un appello” , in questo senso si può anche dire “rivolgere un appello” a delle persone.

Chiunque può fare un appello, e un appello ha sempre una finalità.

Es:

Il presidente della repubblica ha fatto un appello ai cittadini affinché (ecco la finalità) indossino la mascherina.

Il professore ha fatto un appello agli alunni affinché aiutino la scuola con una donazione.

Quindi possiamo sostituire fare un appello, volendo, con rivolgersi, ma un appello non si può fare ad una sola persona.

Il presidente della repubblica è rivolto ai cittadini affinché (ecco la finalità) indossino la mascherina.

Il professore si è rivolto agli alunni affinché aiutino la scuola con una donazione.

Fare un appello somiglia molto a fare una richiesta, ma c’è solitamente una nobile finalità quando si fa un appello.

Il parroco vorrebbe fare un appello alla comunità religiosa affinché aiutino le famiglie più povere.

Ho detto che ci rivolgiamo ad un gruppo di persone, ma se togliamo “un” la locuzione diventa “fare appello”, senza articolo di nessun tipo.

In questo caso fare appello a qualcosa (e non a qualcuno) sta per ricorrervi in vista di uno sforzo o di un impegno particolarmente gravoso.

Significa usare questa cosa, ma il verbo più adatto è ricorrere e non usare.

Es:

Fare appello alle proprie risorse

Significa utilizzare le proprie risorse, o meglio ancora ricorrere alle proprie risorse nel momento del bisogno, quando servono veramente, quando l’impegno è molto grande.

Es:

Per superare l’esame dovrò fare appello a tutta la mia memoria

Cioè: per superare l’esame dovrò impegnarmi molto, per ricordare tutto ciò che ho studiato.

Per conquistare il cuore di Maria dovrò fare appello a tutto il mio fascino.

Dovrò quindi ricorrere al mio fascino, all’arte della seduzione, altrimenti non ci riuscirò.

Per scalare la montagna occorre far appello a tutte le proprie energie.

Non finiscono qui i significati della parola appello. Nel prossimo episodio continueremo l’esplorazione di questo termine. Nel frattempo vi faccio ascoltare un bel ripasso, che mi è arrivato dopo aver fatto un appello in merito nel gruppo whatsapp dell’associazione Italiano semplicemente.

A proposito. In questo caso si può anche lanciare un appello. Lanciare, fare, rivolgere: stesso significato quando si parla di appelli in questo caso specifico.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: Ho appena sentito l’amico del dramma di ieri. Lui ha esordito dicendo che loro sono ancora insieme però ha detto che la fidanzata gli ha fatto rispondere del suo comportamento ma non è sceso nei dettagli. E’ restato totalmente sul vago.

Rafaela: Come sarebbe a dire che sono ancora insieme? Magari sono prevenuta nei loro confronti ma parlare di nuovo di tutta questa vicenda lascia il tempo che trova.

Marcelo: Pur essendo senza dettagli, sappiamo che l’ha costretto a promettere di non vedersi più con la sua ex. Ma crediamo davvero che a questa promessa lui avrà dato seguito? Un’ ipotesi peregrina senz’altro.

Mary Lei deve essere veramente dura di comprendonio. È mai possibile che sia così restia a staccare la spina con lui e andare avanti?

Irina: Se mi permettete aggiungo la mia. Io sono di diverso avviso. Entrambi hanno vissuto momenti difficili e la loro storia sembrava essere ad una svolta che ci voleva per entrambi. Ma se è vero come è vero che conosco il mondo, queste situazioni sono le più delicate e sono sempre in fieri.

610 In divenire, in fieri

In divenire, in fieri

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In divenire, in fieri

Giovanni: una locuzione latina interessante e abbastanza utilizzata nell’Italiano moderno è “in fieri“.

Si può usare ogni volta che si parla di un avvenimento, un fatto, che ha già avuto un inizio, cioè è già iniziato ma che non è del tutto completato, è ancora in corso. Le cose cambiano continuamente e non si capisce bene come andrà a finire. Ho appena usato la locuzione “in corso” che però è diversa poiché indica semplicemente che qualcosa è in fase di svolgimento, che non è ancora terminata, come una riunione in corso o dei lavori in corso. Ma qui oggi parliamo soprattutto di cambiamento e non di semplice svolgimento.

Soprattutto c’è il senso di qualcosa destinato a rimanere a lungo incompiuto. Potrebbe anche trattarsi di qualcosa ancora in fase di ideazione o di progettazione.

Qualcosa di incompiuto non è portato a termine, è incompleto: un romanzo incompiuto, un lavoro incompiuto, un’opera rimasta incompiuta.

Molto spesso si dice “ancora in fieri“. Quando aggiungiamo “ancora” è molto probabile che si sta parlando di qualcosa di incompiuto.

Ad ogni modo non ci sono certezze sull’evoluzione di una situazione che si definisce in fieri.

Esiste anche “in divenire” che è la traduzione letterale, ugualmente molto usata.

Perché usare “in”?

Questa preposizione si usa spesso per indicare uno stato di fatto, il punto in cui ci troviamo, per fotografare una situazione:

Sono in Italia

Sono in mutande

Sono in lacrime

Stiamo in una brutta situazione

Sono in vacanza

Il verbo divenire invece è un sinonimo di diventare, ma la cosa curiosa è che il verbo divenire esprime anche un concetto filosofico (oggi parliamo anche di filosofia!) perché questo cambiamento che esprime viene inteso in senso opposto al concetto espresso dal verbo “essere“.

Infatti quando qualcosa “è”, in pratica esprimiamo una situazione stabile, immutabile per sempre:

Sofia è bella

Noi siamo una squadra

Siamo tutti d’accordo

Sei molto simpatico

Eccetera

Sembra qualcosa di immutabile. Ma quando usiamo il verbo essere. Il contrario avviene quando qualcosa è in divenire.

Filosofia a parte, vediamo qualche esempio di utilizzo di in fieri e in divenire:

La situazione in Italia riguardo alla diffusione del virus è in divenire, perché c’è sempre il pericolo che in qualche regione ci sia un’impennata improvvisa dei contagiati.

Nel corso della riunione sono stati presentati 10 progetti, di cui 5 già realizzati 3 sono in fieri e 2 sono per ora solamente un’idea.

Il mio libro autobiografico è eternamente in divenire. Non riuscirò mai a terminarlo. Forse finirà automaticamente alla mia morte!

Si sta pensando a dove svolgere la prossima riunione dei membri. Mi stanno arrivando diverse proposte ed è ancora tutto in fieri.

Quanti cittadini afgani arriveranno dopo le attuali vicende politiche? La cifra delle persone che dovrebbero arrivare è in divenire.

Ripassiamo adesso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Ragazzi da 2 giorni al nostro amico NON GLI GIRA per niente bene. La sua attuale fidanzata l’ha avvistato con una sua ex, la quale non fa esattamente parte DELLA ROMA Bene, a dirla con leggerezza..

Marta (voce da uomo): adocchiatolo con lei, la attuale fidanzata SE L’E’ AVUTA A MALE a dir poco. Anzi è proprio uscita dai gangheri e voi direte che NE AVEVA BEN DONDE. La successiva sgridata della fidanzata lui ce l’ha raccontata per filo e per segno.

Irina “Ma da quant’è che ti vedi con QUESTA? CHE Classe che hai! Se sei un traditore sai cosa faccio? LA PRENDO CON FILOSOFIA. TANTO mi fai un favore che non ho tempo da sprecare con i donnaioli. Sai una cosa? lo lo sapevo che sarei dovuta STARE ALLA LARGA da uno come te. infatti me l’hanno detto in tante.

Albéric: In realtà sapevamo tutti, almeno noi amici, che la sua ex lui la frequentava, sebbene a sprazzi, ma da un pezzo. Ma non ci siamo mai presi la briga di fare domande o intrometterci in nessun modo. Questo significa che non siamo neanche noi persone PER BENE? Attendiamo lumi.

Sofie: vi risparmiamo la PAPPARDELLA ma in breve sì. Siete delle merde.

609 Mettere mano e mettere le mani

Mettere mano e mettere le mani

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Giovanni: conosco parecchie persone che quando è il momento di mettere mano al portafogli, dimostrano a tutti che sono degli spilorci.

È interessante come viene usata la mano in alcune locuzioni italiane, anche perché le mani, al plurale, vengono anche queste usate nelle espressioni italiane, con però significati diversi.

Vediamo che al singolare, quando si mette mano a qualcosa, generalmente si inizia a fare qualcosa. In senso proprio si afferra questa cosa, si prende questa cosa e si utilizza. Ci si serve di questa cosa per un determinato scopo. Ogni oggetto ha un suo scopo. Il portafogli serve a pagare.

Mettere mano al portafogli è dunque un modo figurato per indicare un pagamento, l’uso del denaro che si trova nel portafogli.

Più normalmente un giornalista può mettere mano alla penna per scrivere un articolo e un poliziotto può mettere mano alla pistola per sparare.

Normalmente quando si usa questa locuzione, in tutti i casi si tratta di un’azione che si può avere qualche tipo di difficoltà a fare, come nel caso dell’uomo che ha difficoltà a pagare quando mette mano al portafogli.

Si può usare anche il verbo porre: porre mano a qualcosa.

Quando si tratta di lavoro, mettendo mano a un lavoro si inizia questo lavoro, e anche qui spesso si ha difficoltà o qualche motivo per cui finora questo lavoro non era stato fatto.

Es:

Prima o poi mi devo decidere a mettere mano a quel lavoro.

Evidentemente si tratta di un lavoro noioso o troppo oneroso, faticoso. Non è facile decidere di iniziare. Ma prima o poi bisogna mettere mano (senza articolo) a questo lavoro.

Ancora non si è messo mano davvero alle cose da fare per evitare l’evasione fiscale.

Se invece usiamo le mani, quindi al plurale, le cose cambiano.

Prima di tutto si usa sempre l’articolo: mettere le mani.

Ovviamente sto sempre parlando dell’uso figurato delle mani.

Iniziamo da mettere le mani addosso a qualcuno, che sta per aggredirlo, malmenarlo, o anche come gesto di minaccia.

Invece mettere le mani avanti non serve normalmente per non cadere, per ripararsi con le mani evitando di farsi male. Questo infatti è il senso proprio.

Questa espressione invece significa prevenire un qualcosa di negativo che accada: un attacco, un’accusa, un rimprovero, una obiezione.

Generalmente quando si mettono le mani avanti si sta cercando di anticipare un’accusa. Prima ancora di essere accusati si cerca di dimostrare di essere innocenti.

In qualche modo si vogliono evitare conseguenze spiacevoli e si cerca di prevenirle.

Se ad esempio io dico:

Qualcuno ha rubato il mio portafogli.

Se una delle persone che ascolta le mie parole, prima ancora di essere accusato, dice ad esempio:

Io non sono stato, infatti sono stato casa tutto il giorno.

Possiamo dire che questa persona si sta giustificando in anticipo oppure che sta cercando di mettere le mani avanti.

Può anche significare “cautelarsi”, quindi semplicemente “prevenire una situazione difficile o spiacevole”:

Non so se i ladri arriveranno anche a casa nostra, però è meglio metter le mani avanti e montare un antifurto.

È molto simile al verbo “premunirsi”, specie se si cerca di richiedere garanzie per evitare conseguenze negative.

Il ragionamento è: non so se succederà questa cosa, ma meglio pensare prima alle conseguenze.

Anche firmare un contratto per chiarire tutti i diritti e i doveri in un accordo per evitare fraintendimenti o malintesi può essere intesa come un’azione per mettere le mani avanti.

Mettere le mani si usa anche per indicare un desiderio, o una volontà di impossessarsi di qualcosa o controllare qualcosa:

Non riuscirete mai a mettere le mani sui miei soldi. Li spenderò tutti prima!

Amazon ha messo le mani anche sul piccolo commercio

I talebani hanno annunciato di aver messo le mani sull’aeroporto

Gli investigatori americani hanno messo le mani sui dati della Cina che spiegherebbero l’origine del Coronavirus.

Bene, adesso non mi mettete le mani addosso se abbiamo superato ancora una volta i due minuti.

Anche perché non abbiamo ancora finito poiché manca ancora il ripasso del giorno.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Xin: quindi ricapitoliamo: mettere mano a qualcosa significa iniziare qualcosa e mettere le mani su qualcosa indica invece il desiderio di prendere questa cosa, impossessarsene, controllarla. Spero che il mio tentativo di riassumere non sia giudicato indebito.

Rauno: In che senso? Sei stato assolutamente all’altezza della situazione, per quanto, sempre meglio leggere tutto l’episodio.

Hartmut: comunque ognuno di noi ha il diritto, vivaddio, di sincerarsi di aver capito bene.

Ulrike: concordo pienamente. E la prossima volta voglio prendere spunto dalla tua iniziativa e proverò anch’io a riassumere.

Chris: beh, se è vero, come è vero, che io sono membro dell’associazione tanto quanto voi, farò anch’io un tentativo a valle di uno dei prossimi episodi.

608 Si deve a

Si deve a

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Trascrizione 

Giovanni: dovete sapere, cari amici di italiano semplicemente, che il verbo dovere si usa in diversi modi.

Veramente questo, almeno in parte, lo sapete già, adesso che ci penso, perché abbiamo già visto insieme l’episodio intitolato aquanto ti devo? “, nel quale il verbo dovere viene usato nel senso di essere tenuto a dare o a restituire qualcosa:

Mi devi 10 euro!

Abbiamo anche parlato del “dovuto” in un secondo episodio, ricordate? Lì abbiamo visto che il dovuto è il giusto, spesso inteso come la cifra giusta da pagare.

Abbiamo visto anche l’espressione “come si deve“, che indica la qualità di un’opera. In pratica se facciamo qualcosa come si deve allora è fatta bene, correttamente, precisamente.

In questo caso, come abbiamo visto, se una cosa è fatta come si deve “è fatta come si deve fare“, quindi è fatta bene.

Per il resto, dovere si usa quasi sempre prima di un altro verbo:

Devo parlarti

Si deve mangiare tutti i giorni

Devo vincere assolutamente

Devo proprio ammettere che hai ragione

Dovresti ascoltarmi di più

Eccetera

Dovete può indicare una necessità, un obbligo, un bisogno, un desiderio, una volontà, qualcosa di opportuno da fare, o qualcosa di giusto oppure che abbiamo già deciso di fare.

Ma torniamo alla frase:

Ti devo dieci euro

Questo dovere indica che sono tenuto a restituirti questi 10 euro.

Se non parlo di soldi posso dire:

Devo a te se sono riuscito a superare l’esame.

Devo a te il superamento dell’esame

Ne avevamo già parlato velocemente nell’episodio di cui sopra, vale a dire il n. 564, ma vale la pena approfondire questo utilizzo del verbo dovere.

Se dunque io devo a te il superamento dell’esame vuol dire che è merito tuo se ci sono riuscito, che devo ringraziare te per questo, quindi in questi casi sono debitore di qualcosa, riconosco come merito altrui un risultato positivo.

Questa modalità è molto adatta per attribuire un merito.

Gli devo tutto ciò che ho imparato

Devo a mia madre la mia educazione

Interessante l’uso di “se” molto frequente:

Devo ai miei genitori se sono cresciuto forte e sano

Se sono riuscito a vincere lo devo al mio allenatore

Devo solo a Dio se esistiamo

Posso anche estendere questo uso di dovere al caso più generale di riuscire a ottenere qualcosa non necessariamente per merito di una persona, ma in virtù di un avvenimento, in conseguenza di qualcosa di accaduto:

Devo il mio successo alle olimpiadi all’allenamento quotidiano

Se ho vinto lo devo solo alla fiducia che avete avuto in me

Vuol dire che il mio successo, la mia vittoria alle olimpiadi è stata ottenuta grazie agli allenamenti quotidiani o, come nel secondo esempio, solo alla fiducia che avete avuto in me.

Quindi indico prima il risultato e poi attribuisco il merito (usando la preposizione a):

Devi la tua fama al matrimonio con la principessa.

Di chi è il merito se sei famoso?

È del matrimonio con la principessa.

A chi devi la tua fama?

Al matrimonio con la principessa.

Si può usare anche “si deve”, e “si devono”:

Si devono a Einstein molte scoperte scientifiche

Si deve ai membri dell’associaizone italiano semplicenete la creazione di questo ripasso degli episodi precedenti:

Ripasso degli episodi passati a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Lia: In vista di un nuovo episodio mi piacerebbe poter farmi sentire con un bel ripassino. Purtroppo sto lì lì per uscire, allora giusto il tempo di leggere la tua richiesta e darti una risposta educata.

Mary: ok, allora vi faccio una domanda io: cosa si deve a Guglielmo Marconi? Date un’occhiata ad internet se non ricordate.

Ulrike: A Guglielmo Marconi si deve l’invenzione della radio, a Gianni un insegnamento particolare che serve a ingranare sempre meglio con la lingua italiana.

Giovanni: e io a voi devo le mie scuse per aver ancora una volta sforato i due minuti.

607 Prenderla con filosofia

Prenderla con filosofia (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: quando nella vita accadono cose negative, abbiamo due scelte:

Prenderla bene o prenderla male, vale a dire arrabbiarsi oppure non pensarci più di tanto. Quando la prendiamo bene si può anche dire prenderla con filosofia.

Curiosa espressione questa vero?

Il verbo prendere non deve stupire. Lo abbiamo incontrato molte volte finora.

Prendere qualcosa: se questo qualcosa è un oggetto bisogna usare le mani per prenderlo.

Ma se è un fatto accaduto, decidere come prenderla significa decidere che tipo di impatto questo fatto ha sul tuo morale e quanto riusciamo ad accettare questo fatto e andare avanti. Lo accettiamo con serenità? Oppure no?

Si tratta sempre di cose negative accadute. È facile infatti accettare con serenità le cose positive.

Attenzione a non confondere prenderla con prendersela.

Prenderla si riferisce ad un fatto accaduto o una notizia che si apprende. È questo fatto o questa notizia che si “prende”

Prendersela invece, sempre in senso figurato, significa offendersi oppure accusare qualcuno:

Io me la prendo sempre quando mi prendono in giro (offendersi)

Io me la prendo con te (io accuso te)

Si usa sempre la forma femminile in entrambi i casi: prenderla e Prendersela.

La regina non l’ha presa bene quando Carlo si è sposato con Camilla!

Prenderla bene quindi significa accettare questo fatto senza troppi problemi, e magari scherzarci su.

Se la cosa la si prende male invece ci si concentra troppo su questa cosa, senza riuscire a superarla, ci si rattrista o si resta arrabbiati a lungo.

L’espressione prenderla con filosofia è sostanzialmente come prenderla bene, più o meno come farebbe un filosofo.

Prenderla con filosofia significa mostrare una serena ed equilibrata rassegnazione nelle avversità.

C’è chi dice, ed è qui che l’espressione diventa particolarmente adatta, che la vita stessa debba essere presa con filosofia.

Il che significa che dobbiamo essere sempre pronti ed accettare anche le cose che non ci piacciono. È un stile di pensiero, una filosofia di vita, più che una reazione ad un singolo evento.

L’espressione è particolarmente adatta quando questa reazione serena è stupefacente, quando i guai che accadono sono molto seri e chiunque sarebbe moralmente distrutto.

In effetti a cosa serve la filosofia se non a restare sereni di fronte alle avversità?

La stessa espressione “filosofia di vita” rappresenta un modo di intendere la vita in generale e non solo un modo di reagire agli eventi. È una specie di software che esegue il programma della vita.

La mia personale filosofia di vita ad esempio consiste essenzialmente nel cercare di essere una persona piacevole, cercando sempre di avere un obiettivo ambizioso che tenga viva la mia curiosità e interesse nel mondo.

Ognuno ha una sua personale filosofia di vita e molti la devono ancora scoprire.

Comunque tornando all’espressione di oggi vediamo qualche esempio:

Giovanni: Sofie, hai visto che Marco è stato lasciato sia dalla moglie che dalla sua amante?

Sofie: Ah, e come l’ha presa?

Giovanni: L’ha presa male, infatti è una settimana che non esce di casa.

Sofie: Strano, non è da lui. Di solito Marco prende tutto con filosofia.

Secondo esempio:

Oggi ho visto Mario dopo tanto tempo. Sai che non l’avevo più visto dopo che era stato licenziato e aveva perso sua moglie. Comunque sembra averla presa con filosofia perché era molto allegro.

Terzo esempio:

Giovanni: Non ti dico quante me ne sono successe ultimamente: mi sono rotto una gamba, ho preso il covid, e poi mi è crollata la casa mentre facevo la quarantena. Una tragedia dietro l’altra!

Anthony: Che sarà mai. Dai, prendila con filosofia, in fondo sei ancora vivo.

Giovanni: vorrei vedere te al mio posto!

Adesso mettiamo da parte la filosofia e ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Buongiorno, mi faccio viva di nuovo . Può darsi che da illo tempore non facciate una capatina a Roma. Sbaglio?
Vorrei farvi qualche domanda.
In primo luogo vi piacerebbe visitare piazza San Pietro piena zeppa di capolavori di artisti annoverati tra i più grandi del mondo? Magari avete in vista un viaggio alla volta di Roma. Io vorrei allora farvi notare qualcosa, come faccio a modo mio di volta in volta.
La pavimentazione di Piazza San Pietro è composta da circa 2 milioni di “sanpietrini” . Ce li avete presenti? Quei pezzi di pavimentazione quadrata si chiamano così, ma uno di loro è estremamente particolare ed il suo nome “il cuore di Nerone” si deve ai bambini che capitavano a giocarci con una palla fatta di stracci. Parlo di parecchio tempo fa, quando videogiochi e cellulari non esistevano ancora.

Marcelo: del nome “sanpietrini” ne ho sentito parlare. e quando sono stato/a in Piazza San Pietro, bisognava correre per vedere quella caterva di capolavori presenti!
Vai a immaginare che potevo imbattermi in uno chiamato il cuore di Nerone!

Ulrike: anch’io a mia volta, ne ho sentito parlare, e ho sentito anche delle leggende, o storielle che dir si voglia, su questo sanpietrino particolare. Ne ho sentita una che però parlava di questa pietra chiamandola “il cuore di Bernini”, che non riuscendo a trovare mai l’amore, avrebbe scolpito il cuore di pietra come simbolo della sua vita priva d’amore. Senz’altro mi è piaciuta questa spiegazione, visto tutto il colonnato che vi ha costruito (parlo di Bernini) e altri capolavori, aveva sicuramente il tempo risicato per cazzeggiare coll’amore.

Albéric: Questa tua storiella ha una certa attinenza con una che conosco io. In effetti anch’io ne ho sentito parlare ma nel mio caso lo hanno chiamato “il cuore di Michelangelo”, il quale essendo votato a fare anche piccoli scherzi, l’avrebbe scolpito lui questo cuore, simbolo del suo cuore spezzato da uno sfortunato amore.

Hartmut: Immagino che con questo numero di sanpietrini sulla Piazza, bisogni davvero armarsi di pazienza per poterlo trovare. Sono restio a farlo da solo però.

Irina: Non la faccio lunga io, e vi dico brevemente come fare a trovare questo sanpietrino. Di primo acchitto sembrerebbe difficile, ma spiegato per bene, dovrebbe risultarvi facile. Sempre che interessi a qualcuno.
Allora è situato nel riquadro “sud-ovest” della Rosa dei Venti, nella fascia che corre tutt’intorno all’obelisco centrale, sul lato sinistro del “libeccio”. Sempre che guardiate la facciata della Basilica.

606 Farsi sentire

Farsi sentire 

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Trascrizione

Giovanni: cosa dite ad un amico o amica quando vi lasciate, quando vi salutate, per fare in modo che lui o lei vi richiami?

Ciao, ci vediamo. Fatti sentire ok?

Oggi vorrei proprio parlarvi di questa espressione “farsi sentire“, che se la interpretiamo letteralmente vuol dire che una persona deve fare in modo che la sua voce sia ascoltata da qualcun altro, come se dovesse strillare, urlare, affinché gli altri la sentano, cioè riescano a sentire la sua voce.

In effetti questo non è sbagliato, perché è il senso proprio dell’espressione “farsi sentire“.

Ma questa espressione ha anche almeno altri tre utilizzi molto frequenti.

Il primo lo abbiamo già visto, e significa “chiamami“, “aspetto una tua telefonata”, “non sparire”. Farsi sentire in questo caso significa mettersi in contatto con qualcuno. Simile quindi a farsi vivo, telefonare, chiamare.

È un modo amichevole di rivolgersi ad una persona che non si vede molto spesso, e che, spesso con una frase di circostanza, di gentilezza, ma a volte senza troppo crederci, si saluta.

Si può usare anche quando una persona sta per partire per un viaggio. Una volta non c’erano i telefoni cellulari e l’unico modo per comunicare era che questa persona si facesse sentire, cioè che chiamasse telefonicamente di sua volontà. Non si poteva fare altrimenti.

Mia madre me lo diceva spesso quando andavo in vacanza d’estate con gli amici

Mi raccomando fatti sentire qualche volta!

Ma non c’è bisogno di andare in vacanza. I genitori spesso si lamentano che i figli non li chiamano mai:

Mio figlio non si fa mai sentire! Se non lo chiamo io sparisce per mesi!

C’è però anche un secondo modo molto frequente di usare l’espressione. Si usa nel senso di farsi valere, far valere le proprie ragioni, o farsi rispettare dagli altri.

Mi raccomando, fatti sentire oggi con tuo figlio. Non si deve permettere di risponderti male!

Oppure:

Donna: stasera mio marito mi sente!

Amica: Perché? Cosa ha fatto?

Donna: non si è ricordato del nostro anniversario di matrimonio!

Amica: ah brava, fatti sentire per bene!!

Questo povero marito quindi dovrà pagare per essersi dimenticato dell’anniversario di matrimonio.

La moglie si farà sentire con lui, cioè difenderà con forza le sue ragioni! In questo caso specifico lo cazzierà per bene, come si suol dire.

Quindi un secondo significato di farsi sentire è esprimere con forza la propria opinione per ottenere qualcosa.

Un altro esempio:

Domani alla partita fatevi sentire con l’arbitro se prende delle decisioni sbagliate, non siate timidi.

Anche in questo senso è simile a farsi valere, imporsi, protestare.

Un terzo significato è avvertire in modo netto, marcato.

Se dico che:

Il freddo a Milano si fa sentire in inverno

vuol dire che durante l’inverno fa molto freddo a Milano.

Non solo una persona può farsi sentire allora.

Iniziano a farsi sentire le conseguenze dell’opera dell’uomo sulla terra: inquinamento, riscaldamento globale.

Dopo due minuti di ascolto si fa sentire un po’ di stanchezza vero?

Allora noi ci sentiamo domani. Mi faccio sentire io, ok?

Vi lascio al ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut: Cristiano Ronaldo è appena passato dalla Juventus al Manchester senza versare una lacrima, come accade di volta in volta ad ogni suo trasferimento

Ulrike: Un calciatore che si è sempre contraddistinto per la sua freddezza.

Sergio: una macchina da soldi è pur sempre una macchina.

Marta: la Juventus non lo ha accontentato economicamente e lui ha pensato: ah sì ? Allora vi attaccate! Io me ne vado!

Khaled: questo la dice lunga sulla sua simpatia

Mary: beh vorrà dire che ne faremo a meno. A me non vanno a genio questo tipo di atleti.

Irina: povero ragazzo. A me fa un po’ pena. Non riuscire ad affezionarsi a nessuna squadra è veramente triste. Quale che sia il suo stipendio, non è un ragazzo felice secondo me.

Rauno: mi fa parecchio strano l’aggettivo povero associato a Ronaldo. Siamo piuttosto agli antipodi della povertà.

605 In vista

In vista

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Trascrizione

Giovanni: cosa c’è in vista, per il prossimo episodio di Italiano Semplicemente?

Vi siete mai fatti una domanda simile?

Probabilmente no, ma sicuramente, tutti i giorni, nella vostra vita quotidiana vi chiederete:

Cosa si fa sabato sera?

Che tempo farà domani?

Secondo me oggi ci sarà un temporale

Dovrebbe uscire il nuovo iPhone a fine settembre

Bisogna spendere poco perché sta arrivando la crisi economica.

Ecco, in queste normalissime frasi di tutti i giorni potete anche usare la locuzione “in vista“.

Cosa c’è in vista per sabato sera?

Che tempo c’è in vista domani?

C’è un temporale in vista secondo me

Lancio in vista del nuovo iPhone a fine settembre

Bisogna spendere poco perché è in vista una crisi economica.

Avete capito sicuramente che la vista, il senso degli occhi, non è necessariamente legato a questa locuzione.

Si sta semplicemente parlando di qualcosa che probabilmente accadrà, si parla dell’immediato futuro, quindi qualunque cosa potrebbe essere in vista, se questa cosa è giudicata probabile:

Nozze in vista per la principessa

Evidentemente si pensa che la principessa si sposerà presto.

Si usa anche per indicare qualcosa che è in progetto:

Abbiamo in vista una riunione dei membri dell’associazione

Oppure si usa per prevenire o per impedire che qualcosa accada:

In vista della festa di domani, le ragazze sono tutte dal parrucchiere!

Come dire: poiché domani ci sarà la festa le ragazze sono andate a farsi i capelli.

Si può usare anche in senso proprio, facendo riferimento proprio alla vera vista.

In mare aperto, appena si vede la terra in lontananza si può dire:

Terra in vista!

Si inizia a vedere la terraferma quindi.

Se ho appena fatto una rapina in banca, devo stare attento che non ci sia in vista la polizia:

Nessuno in vista, possiamo scappare

C’è però anche un altro modo di usare “in vista”.

Si usa quando vogliamo mostrare qualcosa. Normalmente si usa il verbo mettere o tenere:

Metti/tieni bene in vista le scarpe

Cioè fai in modo che le tue scarpe siano viste da tutti.

Quando andrai al ballo, cerca di metterti bene in vista altrimenti rimarrai zitella!

Cioè cerca di fatti notare, fatti vedere, non metterti in disparte.

Quell’antipatico di Giovanni ha fatto di tutto per mettersi in vista durante la riunione.

Qui l’ho usato ancora in modo figurato, nel senso che Giovanni ha cercato di farsi notare, di attirare l’attenzione su di sé.

Si usa, sebbene più raramente, anche nel senso di “in considerazione”:

È stato nominato direttore in vista delle sue qualità

Quindi: per via delle sue qualità, in considerazione delle sue qualità.

Infine, di una persona nota, famosa, si dice anche che è una persona o un personaggio in vista. Cioè una persona conosciuta, di cui si parla molto, un’autorità.

Adesso ripassiamo, ma prima lasciatemi dire che ci sono due audio-libri in vista di pubblicazione. Si tratta del quinto audio-libri della. Rubrica dei due minuti contenente gli episodi dal 501 al 600 e la terza parte del corso di Italiano Professionale, che riguarda le riunioni e gli incontri di lavoro.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in preparazione)

Khaled: ho cercato un po’ su internet e ho visto che vi sono molti usi del termine “vista”.

Rauno: basta cambiare la preposizione davanti e abbiamo un significato diverso. Che so: di vista, a vista, da vista, con vista eccetera. Credo che ne avremo ancora per molto prima di saper usare tutti i suoi utilizzi.

Hartmut e Harjit: senza contare i verbi, i sostantivi e le espressioni che derivano dalla vista: avvistare, la svista, a prima vista, eccetera.

Mary: ho sentore che ben presto faremo luce anche su questo.

Italiano Professionale – lezione 35: i verbi da usare durante una riunione

Italiano Professionale – lezione 35: i verbi da usare durante una riunione

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Trascrizione

Giovanni: con questo episodio terminiamo la sezione terza del corso di Italiano Professionale, dedicata agli incontri di lavoro.

Ho pensato che fare una panoramica su alcuni verbi particolari può essere un buon modo di concludere questa sezione, fermo restando che cogliamo come sempre l’occasione di ripassare le passate lezioni, in perfetto stile Italiano Semplicemente.

Avevo pensato ai seguenti verbi: Proporre, accettare, dare credito, diffidare, accordare, riporre, esplicare, emergere, discutere, contestare, criticare, dibattere.

Vediamoli uno alla volta e poi alla fine vi propongo un esempio reale di utilizzo, con qualche frase che vi invito a ripetere. LE VOCI FINALI SONO DEI MEMBRI DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANO SEMPLICEMENTE

DURATA: 20 MINUTI

 

604 Guarda questo!

Guarda questo!

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Giovanni: oggi ci aspetta un episodio più leggero rispetto a quelli visti più recentemente.

Vi propongo una esclamazione che capita spesso di sentire soprattutto in strada, da persone arrabbiate, irritate per qualche cattivo comportamento avuto da altre persone, specie se questo fatto è accaduto nei loro confronti.

Una esclamazione simile l’abbiamo già vista. Sto parlando di “ma guarda tu. Stavolta però non c’è solamente il verbo guardare.

Questa volta invece il termine più importante è “questo“:

Ma guarda questo!

Ma questo che vuole?

Ma l’hai sentito questo?

Ma questa che fa?

Ma questi dove vanno?

Ma da dove vengono questi?

Ma questi che vogliono adesso?

Avevamo già accennato al fatto che in tali esclamazioni “questo” e “questa” sono modi irrispettosi, irriverenti, di indicare una persona che può essere un uomo (questo) oppure una donna (questa). Al plurale ovviamente diventano questi e queste.

Se usiamo “quello” e “quella” è leggermente diverso, perché a volte si esprime solamente curiosità o una lontananza fisica rispetto a chi parla:

Ma quelli chi sono?

Altre volte invece quello e quella, così come quelli e quelle, si usano per porre delle distanze tra me o noi e loro:

Figlio: Papà, alcuni miei compagni mi prendono in giro.

Padre: Lasciali perdere quelli! Sei molto più intelligente di loro.

Inoltre queste persone che vengono indicate in questo modo (questo/a/i/e) in genere non si conoscono. Se invece uso quella/o/i/e, quando si vuole porre delle distanze, invece sono persone conosciute.

So che frequenti la figlia del macellaio. Lasciala stare quella, ché girano brutte voci su di lei.

Non me ne vogliano le figlie dei macellai ovviamente. È solo il primo esempio che mi è venuto in mente.

Nelle esclamazioni, quando uso “questo/a/i/e”, sembrerebbe quasi che manchi un aggettivo però (guarda questo!).

Ma questo cosa?

Questo stupido?

In effetti il senso che si vuole dare è di questo tipo, più o meno.

L’aggettivo mancante, almeno quello più adatto, è generalmente scemo, idiota, imbecille, stupido, insensato, scimunito, pirata della strada, cretino, maleducato e via discorrendo.

Se una macchina invade la mia corsia e sembra venirmi addosso, a me verrebbe spontaneo esclamare:

Ma guarda questo!

Ma che vuole fare questo?

Ma questo che intenzioni ha?

L’aggettivo viene omesso, lasciando all’ascoltatore l’onore di inserire quello più adatto all’occasione.

Oppure se la domenica si incontrano dei ciclisti sulla strada asfaltata (i famosi ciclisti della domenica) che fanno venire un po’ di preoccupazione agli automobilisti che devono superarli, specie se arrivano anche macchine dalla direzione opposta, può venire spontaneo pensare o dire:

E adesso ci mancavano solo questi!

Speriamo che questi si spostino adesso!

Questi sono pericolosi!

Accade spesso anche che, di fronte ad una persona che ci stupisce per la sua maleducazione si esclami:

Ma guarda questo!

Anche ascoltando chi parla in modo strano, magari in un dialetto:

Senti questo come parla!

Può accadere anche che se si interrompe due persone che stanno parlando, una delle due, mostrando irritazione, dica all’altra:

Senti questo che vuole!

In linea teorica potremmo anche esprimere semplice curiosità o meraviglia, e non irritazione verso una persona usando “questo” per indicarla (guarda questo! Senti questo! Che fa questo?) ma non si fa normalmente. Se lo si fa bisogna stare attenti al tono e all’espressione del viso.

Inoltre può accadere che quando si presenta un amico o parente o collega ad altri si possa dire:

Questo è Giovanni.

In genere però il contesto deve essere molto informale. Meglio usare altre formule:

Ti presento Giovanni

Lui è Giovanni

O al limite:

Questo bel ragazzo è Giovanni!

La cosa curiosa di “questo”, quando indica una persona, è che non è detto ci debba essere qualche altra persona accanto a noi a cui ci rivolgiamo. Posso anche essere solo ad arrabbiarmi osservando un comportamento che non mi piace:

Questo adesso mi sente!

Ma questo che sta facendo?

Uno straniero, ascoltando queste parole, potrebbe pensare che questo italiano stia parlando con qualcuno ma in realtà sta solo commentando qualcosa che ha visto fare o dire da qualcuno e questa cosa non è di suo gradimento. Non siamo pazzi però. Non parliamo da soli. Siamo solo italiani 🙂

Adesso un breve ripasso degli episodi precedenti:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Grazie Gianni per l’episodio scorso in cui ci hai introdotto questo modo nuovo di parlare di offese, permalosità, suscettibilità e che dir si voglia, sicché questa direi che è l’ennesima comprova, della ricchezza e bellezza di questa lingua che impariamo. Il rovescio della medaglia è che ce ne vuole di coraggio e pazienza di cui armarsi , per farci inculcare queste frasi. Però ci destreggiamo , eccome, ogni giorno di buona lena. Questo balza subito agli occhi quando si leggono questi ripassi dei membri dell’associazione. Il ripassone dì Doris (che si trova sempre nell’ultimo episodio) è spettacoloso e tutt’altro che farraginoso. A suo modo, ha sforato un po’. Però quando si scrive, i propri pensieri manco si finisce con uno che subito sbuca il successivo. Grazie Doris anche a te, perché con il tuo ragionamento con me sfondi una porta aperta. Peccato che Doris si presenta con i suoi ripassi solo a sprazzi. Adesso, per quanto io voglia averne ancora per molto, mi rendo conto che avete il tempo risicato perciò vi saluto e a presto.

Albéric: fino a un secondo fa questo era un ripasso registrato in toto da Bogusia.

Ulrike: non se ne avrà certamente a male se aggiungiamo qualche frase.

Hartmut: ma quando mai!

Irina: ragazzi. Vorrei partecipare anch’io ma a un tratto mi è venuto in mente che potremmo scatenare l’ira dei visitatori del sito con tutti questi ripassi. Senza contare che siamo a ridosso dei 10 minuti ad occhio e croce.

Mary e Rauno: giusto il tempo di fare un veloce saluto. Ciao!!

603 Aversene a male

Aversela a male

File AUDIO disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Trascrizione

Giovanni: come promesso nell’ultimo episodio, oggi vediamo da vicino l’espressione “Aversene a male“, che meno frequentemente diventa “Aversene per male“. Di solito si usa la preposizione a.

Sono molto frequenti anche le forme “avercela a male” e “averne a male” se la utilizzo in modo impersonale.

Un po’ complicato all’inizio formare delle frasi ma facciamo più esempi in modo che sia più semplice per voi non madrelingua italiana.

L’espressione significa offendersi, che come abbiamo visto nello scorso episodio, è tipico delle persone permalose (che viene da “per male”).

Aversela a male è dunque la versione più diffusa.

Non avertela a male se ti dico che sei un po’ troppo permaloso

Non avercela/avertela/avertene/averne a male se la Juventus perde domani ok?

Non avercela/avertela/avertene/averne a male se la tua fidanzata non ti chiama ogni mezzora!

Spero che Giovanni non se l’abbia a male se non lo invito per la festa del mio compleanno.

Maria se ne ebbe a male quando le confessai che non mi piacciono le donne!

Le ho detto: non te ne devi avere a male per questo! Non devi avertene a male!

Non ve ne abbiate a male se non non dovessi salutarvi. La. Verità è che ho grossi problemi alla vista!

I miei amici se ne ebbero a male quando mi trasferii.

Non avercela/avertene/averne a male, ma dovrò ucciderti

I miei compagni di squadra mi hanno attaccato ma io non me ne sono avuto a male.

Prego chi legga queste poche righe di non avercela/aversela/aversene a male. Non voglio offendere nessuno

È un’espressione simile anon me ne volere” che abbiamo già visto, ma stavolta si pone maggiormente l’attenzione sulla reazione e sull’offesa ricevuta anziché sul risentimento verso una persona (verso di me se dico “non me ne volere).

Non avertene a male (non ti offendere per questo, non fare il permaloso)

Non me ne volere (non essere risentito con me, non offenderti con me).

Però possiamo anche dire che tu ce l’hai a male con me, dove c’è offesa, permalosità e risentimento nei mie confronti al contempo.

Rispetto al semplice uso del verbo offendersi aversela a male è ad ogni modo anche un modo più ricercato di esprimere lo stesso sentimento.

Naturalmente è molto più diffuso, nel linguaggio colloquiale, l’uso del verbo “prendersela“.

Non te la prendere se domani non ti chiamo

Questo è più intimo rispetto e personale a “non ce l’avere a male“, che invece direi che è più distaccato, quasi formale direi.

Ecco, se dovessi dare del lei alla persona con cui parlo o se mi riferisco meno a questioni personali, meglio usare avercene a male piuttosto che prendersela.

Prendersela quindi è più personale e colloquiale.

Se invece volessi essere più empatico e vicino alla persona con cui sto parlando probabilmente dovrei usare il verbo dispiacersi:

Non ti dispiacere se non dovessi modo di farti un regalino ok?

Lo so, “aversene a male” è più difficile. Abbiate pazienza. Però se vi esercitate ce la potete fare.

Io ce l’ho a male con te per ciò che hai fatto.
Ce l’hai a male perché l’affare è andato a monte?

Lei non ce l’ha a male con gli animali, è solo allergico al pelo del gatto!

Lui non deve aversene a male, ma non può andare in Italia senza green pass!

Nessuno deve aversene a male se si dovessero chiudere gli stadi per la pandemia. Sarebbe un atto necessario!

Ci hanno detto che ne abbiamo avuto a male, ma non è vero!

Voi ve ne aveste a male per avermi visto in mutande!

Gli inglesi se ne sono avuti a male per come sono finiti gli europei di calcio.

Adesso ripassiamo. Non vorrei ve ne aveste a male per via della durata dell’episodio…

Abbiamo un bel ripasso realizzato da Doris, che ovviamente è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente. I ripassi, d’altronde, sono ad esclusivo appannaggio dei membri.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Buongiorno. Dacché mi piacciono gli apporti di Bogusia nei suoi ripassi, e vorrei leggerli più spesso, mi sono sentita costretta a dare seguito a un suo appello, richiamo, o per meglio dire, al suo invito, di scrivere qualche riga per non darle buca. Il testo non contiene parole farraginose ma mi sono adoperata comunque per buttare giù qualche termine.

Forte della mia abnegazione e memore dell’utilità di ripassare, comprovata mille volte, sono riuscita alla fine a vincere questa maledetta indisciplina che mi affligge ogni volta quando mi accingo a scrivere qualcosa.

Se vogliamo superare la nostra pigrizia, in primis dunque dobbiamo smettere di battere la fiacca. Approfittiamo degli sprazzi di ispirazione, quando ci sentiamo meno sguarniti di idee e naturalmente dobbiamo ricordare che non tutte le ciambelle riescono col buco.

Con un po’ di assiduità e perseveranza di solito arriva prima o poi uno sprazzo di genio.

Comunque, laddove soffriate davvero di pigrizia come me, c’è un trucco che adopero ogni due per tre e che vi rivelerò subito: fare mente locale nel dormiveglia, la mattina presto.

Per la cronaca: non funziona sempre perché c’è il rischio di assopirsi. Se qualcosa va di traverso però, vi prego, non ve la prendete con me.

Se volete andare sul sicuro invece, l’alternativa è fare una capatina al sito, là dove si trovano tutti gli episodi trattati in precedenza.

Oggi non volevo rischiare nulla e mi sono avvalsa appunto della nutrita lista delle espressioni. Per scrupolo vi avviso che ancora terrò banco per un po’, perché non lo facevo da illo tempore.

La sottoscritta infatti non si fa mai sentire, fermo restando che l’assenza non dovrebbe fare la differenza finché i compiti vengono fatti con disciplina.

In ogni modo, la verità è che per noi stranieri è un po’ po’ di lavoro scrivere qualcosa di decente in una lingua ampiamente sconosciuta. Il tempo usato, di contro, è ben investito seppure spesso i frutti vengano raccolti solo molto più tardi.

Non ho il benché minimo dubbio però che anche chi non ha mai provato può fare un bell’esordio se è appassionato e ci si mette di buona lena. Rimanere a carissimo amico troppo a lungo può essere scoraggiante, per non dire demoralizzante. Non è cosa secondo me continuare col metodo che state seguendo se non funziona.

Non è ovviamente mia intenzione farvi vedere i sorci verdi.

Se un metodo ben ricercato come il nostro esiste perché non seguirlo? Guarda caso proprio oggi ho letto un vecchio proverbio cinese che la dice lunga: un’abilità che non aumenta giornalmente, diminuisce giornalmente.

Con questo vi saluto e vi auguro una buona giornata!

602 Il suffisso – oso

Il suffisso – oso

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Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo ripasso, era l’episodio n. 601, ci è stato chiesto di far luce sul termine farraginoso.

Allora colgo l’occasione per parlare più in generale del suffisso – oso.

Questo suffisso si utilizza non solo con “farraginoso“, ma è presente in parecchi aggettivi.

Pensiamo a generoso, borioso, arioso, formoso, noioso, ambizioso, poderoso, ecc.. ma anche spigoloso, peloso, eccetera.

Questi termini hanno in comune una cosa: c’è una abbondanza di qualcosa, un’abbondanza della qualità espressa dal sostantivo da cui derivano (aria, forma, generosità, spigoli, noia, peli ecc.).

Poi ci sono anche aggettivi che hanno un senso spesso figurato, come fumoso, che può essere una candela che fa fumo (candela fumosa) o un discorso o persino una persona fumosa, che similmente a farraginoso (come vedremo) indica la presenza di qualcosa di poco chiaro, quindi complicato e contorto. Pieno di fumo in senso figurato.

Certo, a volte è più complicato capire pensando al sostantivo. È il caso di favoloso che viene da favola. Ma “è una favola” si usa spesso per indicare qualcosa di bellissimo e indimenticabile.

Oppure pensiamo a permaloso. Da dove viene? Permaloso si dice di una persona che si offende facilmente, che dà prova di una certa suscettibilità risentita. Viene dal termine “male” perché “prende male” (interpreta male) le parole degli altri, nel senso che gli dà una lettura sbagliata, offensiva nei suoi confronti. Esiste infatti anche l’espressione aversela per/a male, che significa sempre offendersi. Ma questa bella espressione meglio se la vediamo bene nel prossimo episodio.

Torniamo a bomba invece. Anche farraginoso è difficile da decifrare per un non madrelingua. Deriva dalla farragine, che è un miscuglio indiscriminato di cose diverse. C’è l’idea della confusione.

Potrei dire ad esempio che un discorso fatto da una persona è molto farraginoso. Quindi è un discorso che si potrebbe dire pieno di concetti diversi, una farragine di concetti diversi tutti mischiati, senza un ordine preciso. Insomma un discorso noioso e confuso. Poco chiaro sicuramente.

Un racconto farraginoso o una tecnica farraginosa, una procedura farraginosa, quindi difficile da applicare, poco chiara. Un oggetto però non può essere farraginoso.

Curioso e anche l’aggettivo spettacoloso, molto simile a spettacolare.

Non è facile riuscire a capire quando usare l’uno o l’altro, e forse non c’è poi una così grande differenza.

Spettacolare è qualcosa di straordinario da vedere, tale da impressionare profondamente, una cosa suggestiva, straordinaria a vedersi e che impressiona profondamente.

Un tramonto spettacolare

Una gara spettacolare

Un incidente spettacolare

Una decorazione spettacolare

Festeggiamenti spettacolari

La vista è sicuramente la cosa più importante per parlare di spettacolarità.

Spettacoloso si tende a preferire quando stiamo dando un giudizio su qualcosa che non solo ci piace molto, ma che che è fuori dell’ordinario, fuori dal normale, eccezionale, non necessariamente legato alla vista:

Un’intelligenza spettacolosa

Un film che ha avuto un successo spettacoloso

L’atleta ha fatto un salto spettacoloso

Direi che con le attività umane che ci colpiscono per la loro eccezionalità sia preferibile usare spettacoloso. Per ciò che è più legato allo spettacolo vero e proprio è certamente più adatto spettacoloso.

Comunque a parte spettacolare e spettacoloso in genere non c’è questa doppia possibilità.

Allora spero che questo episodio non sia giudicato farraginoso, perché sarebbe noioso e poco chiaro.

Vi lascio al ripasso:

Bogusia: E così zitti zitti abbiamo superato i 600 episodi. E che po’ po’di episodi con i fiocchi, permettetemi di dire!
Noi dell’associazione italiano Semplicemente siamo ormai un bel nutrito gruppo di appassionati delle cose italiane, ivi comprese la lingua, la storia e cultura. Mi stupirebbe se ci fosse qualcuno tra noi di diverso avviso. Qualcuno che si imbatte in questo nostro sito, mentre cerca di trovare qualcosa per ingranare meglio con la lingua italiana casca davvero bene . Adesso però bando alle ciance perché in due minuti sono già passati.
Giusto il tempo di chiedervi qualcosa. Ho sentore però che il grosso di voi ne abbia ormai sentito parlare. Si tratta della scoperta a Pompei di una tomba con un corpo parzialmente mummificato, ce l’avete presente?
Si tratta di una scoperta che apporterà molto alla nostra conoscenza del passato. Si tratta di un corpo di un uomo anziano che aveva probabilmente 60 anni e passa ed era per giunta uno schiavo liberato. Pompei non smette di stupire e gli archeologi si aspettano una caterva di nuove scoperte meravigliose da regalare al mondo. Io a mia volta sto scalpitando per sentirne altre il più presto possibile. Per oggi questo è quanto. Ci riaggiorniamo. Ciao.

601 Senza contare

Senza contare

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Trascrizione

Giovanni: così siamo arrivati all’episodio numero 601, senza contare tutti gli episodi che avevamo fatto in precedenza delle altre rubriche presenti su Italianosemplicemente.com.

Oggi vorrei parlarvi proprio dell’espressione “senza contare” che è molto adatta al linguaggio colloquiale, nel senso che si usa normalmente nella vita di tutti i giorni, ma in realtà si usa anche nello scritto.

Contare, di per sé, è un verbo che ha diversi utilizzi. Abbiamo già vistoavere voce in capitolo” e “contare per qualcuno” e anche “tener conto” e “fare la conta“.

Un altro significato è quello che spieghiamo oggi, cioè: mettere nel conto, comprendere in un computo, in un conteggio, o semplicemente considerare.

Es:

Oggi ho speso circa 50 euro, senza contare le monete.

Quindi nel conteggio non ho considerato le monete che ho speso. Se considerassi anche le monete la spesa aumenterebbe.

Quanti siamo a cena stasera? Saremo in sette, senza contare i bambini.

Quindi senza considerare i bambini saremo sette persone. Ma se li consideriamo il numero aumenta.

In questi casi si parla appunto di numeri e non sembra affatto strano usare il verbo contare. Avrei comunque potuto usare anche considerare, conteggiare, prendere in considerazione e mettere nel conto.

Ma non sempre “senza contare” si usa con i numeri.

Es:

Abbiamo dovuto traslocare perché la casa era troppo piccola. I nostri ragazzi stanno crescendo e hanno bisogno di maggiore intimità e libertà personale. La nuova casa è più grande e comoda. Senza contare che è anche vicina all’università e avremo molti meno problemi in futuro.

In questo esempio sto parlando delle motivazioni che ci hanno spinto al trasferimento, a cambiare abitazione. La nuova casa è più grande e per questo l’abbiamo cambiata.

Ma la nuova casa è anche più vicina all’università. Questo è un vantaggio ulteriore derivante dal trasferimento.

Ho usato “senza contare che” perché avremmo comunque scelto questa nuova casa. Anche senza questo vantaggio aggiuntivo.

Se vogliamo, questo è un modo alternativo per aggiungere qualcosa in un discorso; qualcosa che rafforza l’affermazione precedente.

Si può usare sempre in questo senso.

Es: con quello che è successo in Afghanistan recentemente (i talebani che conquistano Il potere a Kabul), è chiaro che Biden ha fatto una figuraccia perché per come sono andate le cose è facile capire che negli ultimi vent’anni sono state fatte scelte sbagliate. Senza contare quello che ancora potrebbe succedere a peggiorare la situazione.

Ecco, in questo caso ho parlato della brutta situazione che si è creata a Kabul che non giova sicuramente all’immagine del governo americano guidato da Biden. Inoltre per rafforzare ciò che ho appena detto, aggiungo che la situazione potrebbe peggiorare ancora di più. Cosa che finora non è stata presa in considerazione:

Senza contare quello che ancora potrebbe succedere a peggiorare la situazione.

Un altro esempio:

Il mio medico mi ha consigliato di non andare al lavoro con lo scooter, perché dice che il rischio di cadere è troppo alto. Senza contare, ha aggiunto, l’inquinamento che si fa sentire di più rispetto ai mezzi pubblici o l’automobile.

Concludendo, potete usare questa espressione al posto di “inoltre“, oppure “si potrebbe considerare anche…“, “potrei aggiungere che…” ma in questo modo voglio essere più convincente.

Esistono anche altre espressioni in parte simili. Qualcuno si sarà sicuramente ricordato di “come se non bastasse“, “per giunta” e “per di più” . Ne abbiamo parlato nell’episodio 366. In questi casi però si tratta quasi sempre di cose negative e la cosa aggiuntiva è sempre abbastanza importante.

Questa nuova espressione di oggi invece punta in particolare ad aggiungere qualcosa in più ma meno importante, una cosa di cui non ci sarebbe neanche bisogno per arrivare alla stessa conclusione. Ma ne parlo lo stesso proprio perché voglio essere più convincente o magari solo perché mi è venuta in mente all’ultimo momento.

Sono già arrivato ad una conclusione, ma se ce ne fosse bisogno aggiungo un ulteriore elemento che la rafforza.

Unitevi alla nostra associazione per continuare a seguire questa rubrica, perché ogni giorno si impara qualcosa di nuovo senza dimenticare le cose già imparate. Senza contare che diventando membri dell’associazione potrete anche partecipare con la vostra voce e partecipare alle discussioni quotidiane sul gruppo whatsapp.

A proposito della voce dei membri…

Bogusia: Buongiorno. Ogni due per tre, mi imbatto in parole nuove di questa bella lingua italiana. Conformemente alla mia fissazione di apprenderla per bene non lascio nulla di intentato per giungere a questo mio obiettivo. Adesso vorrei chiedervi: ve la sentite dì darmi manforte? Quand’anche lavorassi 24 ore su 24 non riuscirei da sola. Una bella caterva di esempi con la parola farraginoso mi andrebbe a genio. Visto che siete gente perbene e ben disposta non mi risponderete picche. Grazie mille in anticipo e buona giornata a tutti voi.

600 Siamo lì

Siamo lì

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Trascrizione

Giovanni: episodio numero 600 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Ricordate l’espressione “lì lì per“? Se ricordate si può usare con il verbo essere oppure stare. Ad esempio:

Sono lì lì per uscire

Stavo li li per uscire

Ero lì lì per entrare

Giuseppina: Gianni stava li lì per finire ma ma sono arrivata io.

Eccetera.

Si tratta come si è visto di azioni imminenti, e l’espressione serve spesso per anticipare un’altra cosa che accade:

Ero lì lì per uscire di casa quando ho sentito delle grida provenire dall’interno.

Bene. Una locuzione simile, che però si usa in modo diverso è la più semplice “siamo lì“.

“Lì” però si presenta una sola volta. Anche in questo caso si scrive con l’accento sulla i, come ad inricare un luogo.

Questa locuzione, beninteso, può essere usata semplicemente per indicare appunto un luogo.

Domanda: Siete arrivati a Roma?

Risposta: sì, siamo lì.

Domanda: Perché voi italiani avete creato una postazione in Afganistan?

Risposta: siamo lì per aiutare le persone. Siamo lì da qualche anno ormai.

Quindi “ci troviamo in quel luogo”, questo è il senso.

Però non si usa solo in questo modo, e tra l’altro “lì” si usa in genere nella lingua italiana per indicare un luogo diverso, più lontano da quello in cui ci troviamo quando parliamo. Normalmente infatti questo luogo lo indichiamo con “qui”.

Potremmo però decidere di usarlo in modo figurato.

Infatti la locuzione “siamo lì” si utilizza spesso per indicare non un luogo in cui ci troviamo, ma in modo figurato, una vicinanza, una prossimità, non necessariamente ad un luogo, ma anche ad un concetto, a un significato, al senso di una parola, o anche vicini ad un numero.

Si utilizza per indicare lo stesso risultato, gli stessi effetti prodotti da due cose non molto diverse tra loro. Diverse si, ma fondametalmente quasi uguali.

Attenzione perché si deve usare solamente la prima persona plurale: “siamo lì“.

Vediamo qualche esempio:

Siamo al ristorante e il conto viene 100 euro.

Allora andiamo a lamentarci col proprietario perché secondo noi dovrebbe essere pari a 99 euro.

Il proprietario potrebbe rispondere:

Vabbé, 100 o 99 euro siamo lì.

Cioè è la sessa cosa, cosa cambia nella sostanza tra 99 e 100 euro?

Oppure io potrei dirvi che, come sapete, gli episodi di questa rubrica durano non due minuti ma qualche volta qualche secondo in più, ma in genere siamo lì, siamo lì intorno ai due minuti, non fa molta differenza.

Potremmo dire che “siamo lì” ha un senso simile a “più o meno”, ma “siamo lì” si usa in senso meno neutro, per esprimere
con decisione che la differenza non produce risultati diversi. Tra l’altro posso anche dire che “siamo più o meno lì“. Stesso significato.

Quindi quando si dice “siamo lì” non ci troviamo in nessun luogo; non è questo che vogliamo dire, e inoltre il “siamo” non si riferisce a “noi”, ma stiamo normalmente rispondendo ad una persona o osservando che due cose sono molto vicine tra loro; una vicinanza nello spazio, oppure nel significato, nel numero eccetera. È quasi come dire “è la stessa cosa”.

È una locuzione informale che spesso si usa in situazioni in cui non si è d’accordo con qualcun altro.

In questi casi, per aumentare il senso della protesta o del disaccordo si potrebbero utilizzare anche altre espressioni particolari tipo “capirai“, “embè“, “e allora?” ed altre.

Attenti anche al tono:

Embè? Siamo lì dai!

Capirai, che differenza c’è? Siamo più o meno lì.

È allora? Siamo lì col significato, mica c’è tutta questa differenza.

Es:

quanti km abbiamo fatto oggi a piedi? Il programma di allenamento ne prevedeva 15.

Risposta: Non so esattamente quanti ne abbiamo fatti ma direi che se non sono ancora 15, siamo lì.

Dovevi restituirmi 25 euro. Me ne hai ridati solamente 20.

Risposta: eh, capirai, siamo lì, non stare a fare il precisino adesso!

Che significa precisino? È come cavilloso?

Si, siamo li col significato, diciamo eccessivamente zelante, cavilloso, troppo attento ai dettagli, ai cavilli, quando invece non si dovrebbe.

Ammettiamo adesso che ci siano due studenti di italiano che vogliono sfidarsi a chi conosce meglio la lingua.

Uno è arrivato all’episodio numero 550 della rubrica e l’altro è arrivato al numero 560. Chi è il più bravo?

Io direi che siamo lì, più o meno siamo allo stesso livello, anche perché la conoscenza della lingua è una cosa complessa.

A presto!

Giovanni: Comunque per la cronaca adesso siamo a 600 e adesso è anche l’ora del ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mary:

Ieri mi girava bene e così ho pensato fosse una buona occasione per mettermi all’opera e abbozzare un bel ripasso. Stavo lì lì per cominciare quando Anto ha preso la parola e ha sfoderato un ripassone coi fiocchi. Una storiella buffa e ricca di una caterva di espressioni della rubrica. Di punto in bianco mi sono sentito/a demoralizzato/a. Non riuscirei mai a scriverne una così, io.

Marcelo:
Ma va’ , per così poco!
Per giunta, è risaputo che Anto è portato per le storielle buffe, poi è mezzo italiano, vuoi che non ci sappia fare con i concetti italiani?

Sergio:
Ben detto Marcelo. Del resto sappiamo bene che anche Mary è all’altezza eccome di fare un bel ripasso. Non c’è bisogno di comprovarlo di episodio in episodio.

Mariana:
Infatti, vai a capire allora perché Mary si senta demoralizzata. Ci sono ripassi e ripassi. Io quando ne vedo uno particolarmente ben riuscito prendo subito spunto, per poter uscirmene con uno degno di nota. A maggior ragione bisogna apprezzare chi riesce a sfruttare al meglio le espressioni che impariamo di volta in volta.

599 La giustezza e l’espressione “non raccontarla giusta”

La giustezza e l’espressione “non raccontarla giusta”

(scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: allora avevamo detto che oggi avremmo parlato della giustezza e di una espressione italiana.

Iniziamo dalla giustezza che è la caratteristica delle cose giuste. Semplicemente. Ma l’importante è non confonderla con la giustizia.

La giustezza è la qualità di ciò che è giusto, conveniente o appropriato:

Es:

La giustezza di un provvedimento legislativo si valuta dagli effetti che produce. Altrimenti possiamo dire che è una legge sbagliata. Poi magari è anche giusta o ingiusta. Ma è un altro discorso.

Quindi parliamo della sua adeguatezza, appropriatezza, se vogliamo, la sua bontà.

Allora anziché dire che secondo me Giovanni ha detto una cosa giusta, posso dire:

Devo riconoscere la giustezza delle parole di Giovanni

Attenzione quindi, non possiamo usare la parola giustizia in questo caso.

Un altro esempio:

Devo ammettere che la sua osservazione è giusta.

Esattamente come dire:

Devo ammettere la giustezza della tua osservazione, o del tuo ragionamento.

Probabilmente hai fatto un ragionamento corretto, logico, esatto, quindi giusto. Potrebbe anche darsi che ciò che hai detto risponde al vero.

Se io rivendico la giustezza delle mie azioni, sto dicendo che ciò che ho fatto era giusto che io lo facessi. Non ho sbagliato a comportarmi così.

Se un sindaco di una città decide di mettere le telecamere in una via pericolosa, può dire che questa decisione la ritiene giusta perché ci sono stati dei furti e altri delitti in quella via. Il sindaco pertanto è convinto della giustezza della sua decisione. Era una decisione da prendere.

La giustizia è altra cosa perché c’è di mezzo il diritto di ognuno mediante l’attribuzione di quanto gli è dovuto secondo la ragione o la legge.

Posso dire:

Questa è una legge giusta oppure ingiusta perché alcuni cittadini hanno più diritti di altri. La giustizia è uguale per tutti.

La giustizia infatti è anche un potere pubblico. Quel potere di realizzare il diritto con delle leggi. Per questo esiste il ministero della giustizia.

L’espressione di cui vi parlavo j invece è “non raccontarla giusta“, che è un modo per dubitare delle parole di una persona.

È come dire, usando un linguaggio colloquiale, che una persona o le sue parole non ci convincono,

Quando abbiamo dei sospetti che una persona nasconda qualcosa, tipo un segreto, questa espressione rende benissimo l’idea, soprattutto se questa persona, nei suoi comportamenti o nelle sue parole, non è molto convincente. Potrebbe anche darsi che la sua voce non ci convince oppure c’è qualcosa che non ci torna, forse c’è qualche contraddizione più o meno evidente; evidente quanto basta per farci esclamare:

Giovanni non (me) la racconta giusta! Ha una faccia che non mi piace.

Maria non (me) la racconta giusta. Non si è mai comportata così.

Mi sa che stamani non (ce) l’hai raccontata giusta a me e mamma: dove hai dormito stanotte? Di’ la verità!

Nostro figlio potrebbe non raccontarla/raccontarcela giusta. Dobbiamo verificare!

Perché usiamo “giusta“? Perché le sue parole, o, se vogliamo, la storia che racconta una persona, non sembra giusta, nel senso di logica o sincera, veritiera o poco verosimile.

Non è obbligatorio riferirsi a qualcuno dicendo “non me/ce/ve/te la racconta giusta”. Si può anche dire “non la racconta giusta”.

Si usa al femminile: “giusta“, come si fa in molte altre espressioni tipo:

Farla franca

Dirla tutta

Saperla lunga

Farla finita

Darla a bere

Eccetera. Adesso è il momento giusto direi per un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Ah Giovanni chiedi un ripasso? Volevo ben dire. Stavo giustappunto per sfoderarne uno.

Ulrike: Quindi non ti ha preso mIca in contropiede con questa richiesta? Però, a dire la verità, con il broncio che tenevi oggi sembrava che non ne dovessi avere per nessuno.

Anthony: Questo tuo commento è fuori luogo. Non aveva nessun broncio. Vai a capire perché ti metti ogni tanto a raccontare cose così prive di fondamento.

Mary: Sarà perché Irina si annoia in agosto. Non è mica portata per stare in vacanza. Deve lavorare per ovviare alla sua tendenza di dire stupidaggini. Non me ne volere Irina! Si scherza.

Mary: Allora, ragazzi? Mica sono in vena di stare ad ascoltare il vostro battibecco. Non me la sento proprio.

Marcelo: Ueeè capo, vacci piano! non sarei di certo tu a metterci dei paletti oggi. Qui facciamo come ci pare. Ma veramente non ti reggiamo più!

598 Giusto il tempo, giustappunto

Giusto il tempo, giust’appunto (scarica l’audio)

Trascrizione

Emanuele: questo è l’episodio numero 598, giusto?

Ma è giusto secondo voi farvi questa domanda?

Giusto o no, questo episodio è dedicato proprio a “giusto“. Quindi è dedicato alla giustizia, ma anche all’esattezza e anche alla giustezza.

Allora vi lascio giusto il tempo di riflettere un attimo sul termine giustezza e poi iniziamo con la spiegazione.

Pronti? Ok, allora meglio puntualizzare che oggi non vedremo pooprio tutti gli utilizzi di “giusto“, ma ci occupiamo prevalentemente di alcune locuzioni.

Nel giro di qualche episodio però ce la faremo.

È importante perché questo vi darà modo di imparare alcune modalità espressive utilissime nella vita di tutti i giorni.

Iniziamo da “giusto il tempo di” che significa “solamente il tempo di”.

Questa espressione si utilizza quando si deve invitare una persona ad aspettare che finisca un’attività, dopodiché non ci sarà più altro da fare. Magari questa persona ci sta aspettando e ci chiede:

Sei pronto?

Risposta: si, giusto il tempo di andare in bagno un attimo.

Oppure:

Giusto il tempo di chiudere a chiave la porta

Giusto il tempo di darmi una pettinata.

Giusto il tempo di prendere le scarpe.

Ecc.

Si tratta ovviamente di qualcosa di molto rapido fa fare.

Si può usare anche quando si racconta qualcosa, sempre col senso di “avere appena il tempo di fare qualcosa”:

È dunque simile a un’espressione vista qualche episodio fa:

Neanche il tempo di uscire che è iniziato a piovere

In comune queste due modalità hanno che si indica una piccola quantità di tempo.

Il temine “giusto” in questi casi lo potete sostituire con solo, soltanto o appena.

Una cosa “giusta” infatti non ha a che fare solamente con la giustizia. Come abbiamo già detto a volte si parla di esattezza, precisione. Parlando di una risposta si può dire:

Ho detto giusto?

Cioè ho azzeccato la risposta? Ho indovinato? Ho detto bene?

Se invece al ristorante vi arriva il conto, lo leggete e poi potete dire:

il conto mi sembra giusto!

Qui il senso è un conto adeguato, ma c’è anche il senso di esattezza, precisione, volendo, se confrontate puntualmente ciò che avete preso con ciò che avete pagato.

Il senso della giustizia potete osservarlo invece in frasi tipo:

Non è giusto che mi tratti in questo modo. Cosa ti ho fatto di male?

Non è giusto che io sia punito per qualcosa che non ho fatto. Io non ho colpe!

Prima ho accennato alla locuzione “giusto il tempo”. Esiste anche “giusto in tempo“.

Se sta per passare il treno che devi prendere e proprio quando sta arrivando, anche tu arrivi, posso dirti:

Sei arrivato giusto in tempo!

Oppure:

Sei arrivato giusto in tempo per il dolce

Questa locuzione quindi si usa quando qualcosa accade appena prima o contemporaneamente a qualche altra cosa.

Quindi nel caso appena descritto, proprio appena prima che si sta per mangiare il dolce. Si sottolinea il momento.

Giusto, in tal caso, equivale a “proprio“, “per l’appunto” e si usa per sottolineare il capitare a proposito, proprio al momento giusto. Un attimo dopo sarebbe stato troppo tardi.

Non esiste però solo “giusto in tempo” per esprimere il momento giusto. Esempio:

Incontri un amico e lui ti dice:

Ah giusto te! volevo parlarti!

Che significa: sei arrivato proprio quando stavo pensando che volevo parlarti.

Anche in questo caso posso sostituirlo con “proprio“:

Ah proprio te! volevo parlarti!

Ammettiamo adesso che siete tra amici e state parlando di me e ad un certo punto arrivo io. Voi potreste dire:

Stavamo giusto/giustappunto parlando di te, Giovanni

Giustappunto ha esattamente lo stesso ruolo: sottolineare la coincidenza, il momento giusto.

Proprio adesso stavamo parlando di te

Della giustezza parliamo nel prossimo episodio in cui vediamo anche un’altro uso del termine “giusto”.

Adesso è giusto dedicare un minuto al ripasso degli episodi passati.

Giovanni: aggiudicato per il ripasso, ma prima fatemi dire una cosa. Come avete ascoltato, la registrazione avrebbe avuto bisogno di una bella sgrossata. Però ho voluto lasciarla così per dare maggiore autenticità alla registrazione. Adesso lascio la parola a Anthony con il suo bel ripasso.

Anthony: Ciao ragazzi buongiorno. Butto giù su due piedi, ossia rapidamente un ripasso speriamo con i fiocchi. Gliela date una scorsa? Ovviamente se non avete tempo, come non detto. Però posso dire che una risposta simile mi farebbe specie se pronunciata da un gruppo di persone che si è sempre contraddistinto per la sua passione per la lingua italiana. Siete veramente bendisposti e volenterosi nel dare manforteal prossimo. So che questo ripasso non è niente di trascendentale ma almeno con questo non saremo del tutto sguarniti di un esercizio per non dimenticare quanto già imparato.

597 C’è italiano e italiano

C’è italiano e italiano (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: quando bisogna fare delle distinzioni, c’è una locuzione interessante che potete usare. Abbiamo già visto fare un distinguo, che in particolari frangenti conviene usare in luogo di “fare una distinzione“, specie quando c’è un solo elemento (di solito si parla di persone) diverso dagli altri. Ciò non toglie che si possano fare anche più distinguo. A proposito, conoscete un’altra parola che anche al plurale finisce per “o” come distinguo?

Comunque oggi vediamo un altro modo per fare una distinzione o un distinguo.

Per esempio se qualcuno vi dice che gli italiani sono tutti seduttori, voi potreste rispondere:

Non è proprio così, c’è italiano e italiano.

Vale a dire che non tutti gli italiani sono uguali. C’è quello seduttore e quello timido. Non bisogna generalizzare. Questo è il messaggio di fondo che si vuole trasmettere.

Molto semplice da usare vero? È abbastanza colloquiale come modalità espressiva ma molto efficace, specie come risposta a chi invece vuole fare di tutta l’erba un fascio, altra espressione anche questa molto usata per esprimere una generalizzazione.

Vediamo altri esempi:

Ci sono molti siti web per imparare l’italiano, ma c’è sito e sito, perché non sono mica tutti uguali.

Si può usare con qualsiasi sostantivo. Un uso diverso, tipo con i verbi, non è consigliato.

Io studiavo 5 ore al giorno quando facevo l’università. Ma c’è chi studia persino 9 ore al giorno.

C’è studio e studio però. C’è chi ama studiare in mezzo alla confusione o con la TV accesa ma non credo sia molto produttivo in questo modo.

L’espressione in sé non entra nel merito, non ci spiega il motivo per cui due cose che hanno lo stesso nome sono diverse, quindi bisogna spiegarlo successivamente, a meno che non sia ritenuto necessario.

Si può usare anche al plurale: tutte le regole grammaticali sono importanti?

Direi di no, ci sono regole e regole.

Direi di no, c’è regola e regola.

Potete scegliere la forma che preferite. Anche il tono che usate è importante.

Credo che questa espressione sarà molto usata nei ripassi finali di questa rubrica.

D’altronde non tutte le espressioni sono uguali. C’è espressione e espressione: ci sono quelle che piacciono di più e quelle di meno, quelle più semplici da usare e quelle più ostiche.

A proposito di ripassi, mi raccomando con tutti gli ascoltatori di italiano semplicemente di non saltare i ripassi, perché vale più la pratica che la grammatica. Quello che segue ad esempio contiene 25 espressioni, locuzioni e termini particolari a cui abbiamo già dedicato un episodio.

Ripasso degli episodi precedenti a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

– – –

Bogusia: Vale più la pratica che la grammatica . Su questo non ci piove. Grazie per per avercelo ricordato, Gianni. Io mi arrogo il diritto di dire la mia, di nuovo. Forse non mi compete ma lo faccio lo stesso e credo di averne ben donde trattandosi di un ripasso. Io da insegnante dovrei insistere sullo studio della grammatica, e dire cose tipo “fate le cose per bene“ . Però non sono nata ieri e so che non è sempre possibile con tutti gli impegni e doveri da svolgere. Neanche ai tempi della scuola lo studio della grammatica andava per la maggiore tra gli studenti. Sfondo per caso una porta aperta con voi? Quale insegnante, riguardo alla grammatica, potrei anche aggiungere: imparatela, sempre che possiate e tempo permettendo ovviamente.
Si dà il caso però che la gente oggigiorno disponga solamente di tempo risicato, e bisogna pertanto darsi una regolatacon lo studio della grammatica. Tra l’altro con l’età tanti non se la sentono neanche. Allora perché non provare con le alternative?
Non sia mai detto che dobbiate abbandonare la lingua di Dante!

Sono indisposta ad ignorare le vecchie saggezze proverbiali come quella di cui sopra.

Allora datevi una mossa e ascoltate gli episodi di italiano semplicemente, fatelo come si deve, anche mentre fate altre cose. Cosa fare mentre si ascolta?
In primo luogo iniziate una attività fisica una volta per tutte, tanto più che il cervello all’aria aperta è ben disposto ad apprendere. Ben presto ve ne accorgerete. Altro che storie.

596 Sprazzi

Sprazzi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: cos’è la felicità?

Soprattutto, si può essere sempre felici oppure ci dobbiamo accontentare di sprazzi di felicità?

La felicità, si dice che sia fatta di brevi momenti, di sprazzi, che capitano ogni tanto, all’improvviso.

Avrete sicuramente capito l’argomento del giorno.

Non è l’unico modo questo di usare il termine sprazzo, usata sia al singolare (lo sprazzo) che al plurale (gli sprazzi).

Se volete sapere perché si usa l’articolo lo e gli è semplicemente perché sprazzi inizia per s e poi c’è un’altra consonante. Scusate se ho inserito un elemento grammaticale nella mia spiegazione. Lo facciamo soltanto a sprazzi in italiano semplicemente.

Un altro esempio?

Durante una giornata nuvolosa, il sole potrebbe comparire a sprazzi. Di tanto in tanto uno sprazzo di sole, un raggio vivido ( e improvviso.

Ma qualunque cosa, quando si manifesta saltuariamente, sporadicamente, cioè di tanto in tanto, possiamo dire che si presenta a sprazzi. Se poi aggiungiamo anche l’idea della sorpresa, qualcosa che arriva all’improvviso, ha ancora più senso usare lo sprazzo e gli sprazzi.

Mario è un ragazzo che ha molti momenti di confusione, con sprazzi di lucidità improvvisi.

La squadra solo a sprazzi ha mostrato il gioco richiesto dal suo allenatore.

Capite che c’è differenza rispetto ai tratti, dove manca l’elemento di sorpresa, e permane la saltuarietà, sebbene negli sprazzi sia più accentuata.

Uno sprazzo può quindi accadere di tanto in tanto, quando meno te l’aspetti.

Abbiamo risolto il problema grazie a uno sprazzo d’ingegno di Marco.

Usato al singolare, “tratto” non avrebbe alcun senso, perché è simile a “pezzo” o “porzione” (come il tratto di strada o il tratto di penna), mentre lo sprazzo trasmette l’uscita improvvisa.

A sprazzi” è invece abbastanza simile a “a tratti” ma come detto c’è più sorpresa, più saltuarietà e a volte anche più intensità.

Non ha molto senso pertanto parlare di interruzioni stradali a sprazzi.

Un termine che per questo motivo è molto amato dai poeti e dagli scrittori: sprazzi di pioggia e pioggia a sprazzi, sprazzi di gioia. E gioia a sprazzi, sprazzi di luce e luce a sprazzi e via discorrendo.

Ripasso degli episodi precedenti a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (Stati Uniti): mi piacerebbe avere uno sprazzo di lucidità, per poter comporre frasi di ripasso senza dover faticare così tanto, possibilmente senza scrivere obbrobri.

Ulrike (Germania): dai Irina, non la fare troppo lunga, neanche hai fatto in tempo a dirlo che già un ripasso sta prendendo forma.

Hartmut (Germania): ti sta andando di lusso finora, perché non hai fatto errori di sorta.

Rafaela (Spagna): Si direbbe che tu abbia fatto un corso intensivo. C’hai saputo fare. Il grosso del ripasso ormai è andato. Siamo a cavallo.

Harjit (India): il mio Italiano invece è ancora è quello che è. Ma ormai in effetti siamo a ridosso della fine dell’episodio. Per quanto io voglia ancora averne per molto, mi rendo conto che non c’è più tempo. Ci aggiorniamo domani.

595 A tratti

A tratti (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: proseguiamo con la trattazione, scusate il gioco di parole, del termine “tratto“, stavolta al plurale, nella locuzione “a tratti“.

Vediamo qualche esempio di utilizzo:

La strada presenta interruzioni a tratti

Mi sento molto bene, anche se a tratti avverto un senso di vertigine

Il ragazzo, a tratti, durante la lezione, si distrae.

Pronto? Tu mi senti? La linea non è buona, ti sento a tratti!

A tratti indica qualcosa che si presenta non in forma continua, ma alternandosi con delle pause. Pensate ad una linea che presenta delle interruzioni.

I tratti indicano quindi, ancora una volta, delle parti di qualcosa, cioè di tempo, di strada, di voce, eccetera. Il fatto di usare il plurale (tratti) segnala la ripetizione, in forma discontinua, cioè alternata, con delle interruzioni tra un tratto e l’altro.

Se la strada presenta delle interruzioni per via di lavori in corso, posso dire che ci sono tratti di strada interrotti, oppure che ci sono interruzioni stradali a tratti.

Se non mi sento molto bene perché ci sono alcuni momenti in cui avverto un senso di vertigine, posso dire che a tratti avverto questa sensazione.

Se un ragazzo durante la lezione ci sono dei momenti in cui si distrae e non mi ascolta, posso dire che il ragazzo a tratti presenta delle distrazioni.

Si usa molto spesso al telefono quando la linea è disturbata e riusciamo ad ascoltare solo a tratti cioè solo con interruzioni.

Come hai detto? Ti sento a tratti! Ti richiamo!

Siete attratti dalla lingua italiana?

Attenzione ⚠ perché in questo caso si tratta del verbo attrarre. La pronuncia però è la stessa. Anche “a tratti” si legge così, come se ci fosse una doppia t. Questa si chiama rafforzamento o anche raddoppiamento fonosintattico. È il raddoppiamento di una consonante all’inizio di una parola che dipende dalla parola precedente. Abbiamo dedicato un bell’episodio al rafforzamento in passato.

Si pensi alla differenza nella pronuncia tra:

I piedi

Tre piedi

Mi appresto a terminare l’episodio adesso.

A presto!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Giovanni, immagino che adesso tocchi a noi.

Rauno (Finlandia): bisognerebbe trovare un argomento attinente all’episodio di oggi per fare un ripasso degno di nota.

Rafaela (Spagna): che ne dite degli “sprazzi?” che po’ po’ di parola vero?

Anthony (Stati Uniti): adesso Giovanni si vedrà costretto a spiegarla nel prossimo episodio!

Irina (Stati Uniti): costretto mi pare un parolone! Diciamo che a tempo debito e quando gli girerà potrà decidere di farlo. Ma non è il caso di incalzarlo.

Marta (Argentina): una volta lanciata la sfida staremo a vedere se questa richiesta sarà stata fatta invano.

594 A un tratto

A un tratto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo del tratto, termine che ha un sacco di utilizzi diversi.

Uno di questi è molto utile e proprio adatto alla nostra rubrica dei dei due minuti perché si può usare abbastanza facilmente.

Basta inserirla in un racconto quando si descrive un fatto accaduto.

Si tratta della locuzione “a un tratto” , che in realtà può diventare “in un tratto, “d’un tratto” , “tutto a un tratto“, espressioni che indicano un cambiamento improvviso. Cosa un po’ diversa dal più discorsivo “a un certo punto”.

Vediamo qualche esempio:

Ero a casa e a un tratto ho sentito un forte rumore venire dalla finestra

Stavo percorrendo la strada e dopo una curva, tutto a un tratto è sbucato un gatto in mezzo alla strada

Quindi è simile a all’improvviso, o anche a “in un attimo“, perché questo cambiamento avviene in un tempo brevissimo. Aggiungere “tutto” aumenta la brevità del momento.

Era una bella giornata, quando all’improvviso, il vento cambia. Il cielo, un momento prima sereno, si addensa, assumendo d’un tratto il colore della cenere.

Quindi in un tratto, d’un tratto, tutto in un tratto, il cielo diventa grigio.

In pochissimo tempo il colore del cielo è cambiato. Tutto è successo in un attimo, all’improvviso o il più poetico “d’improvviso”.

Marianna era molto serena ma tutto a un tratto la sua espressione è cambiata.

Si descrive quindi soprattutto un cambiamento, un veloce cambiamento. Questo è l’utilizzo più frequente.

L’Italia aveva sbagliato il rigore decisivo, ma d’un tratto tutto cambiò quando il nostro portiere ricacciò in gola l’urlo degli inglesi.

Apriamo una parentesi sul termine “tratto“, che indica in questo caso una porzione di tempo molto ristretta.

Altre volte lo stesso termine può indicare un tratto di strada, cioè una porzione di strada, di una certa lunghezza.

Non dimentichiamo però che si può trattare di porzione di spazio (un tratto di mare) o anche della parte del carattere di una persona: un tratto del carattere. Poi ci sono i tratti del viso e quelli fatti con la penna.

Ma nell’episodio di oggi si parla solamente di tempo, ed è sempre così quando si usano le locuzioni che abbiamo visto, e raramente può accadere il contrario:

L’incidente è avvenuto in un tratto di strada con poca visibilità.

Per questo si preferisce usare “tutto in un tratto” e “d’un tratto” con l’accortezza in quest’ultimo caso di usare l’apostrofo: d’un tratto.

Così siete sicuri che si tratta di qualcosa accaduto in pochissimo tempo.

Abbiamo già visto “in men che non si dica“, ricordate? La usiamo spesso nei nostri ripassi e il senso è lo stesso, ma l’uso delle locuzioni di oggi sono meno informali e anche più frequenti, anche nei testi letterari, romanzi eccetera.

È il momento del ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: pensavo alle caratteristiche che un piatto deve avere per piacermi. Per me per essere come si deve va messo colore e armonia. Fermo restando che anche il tipo di piatto che si utilizza ritengo sia importante.

Bogusia: a me interessa più la sostanza che la forma. Poi però, mi piace quando c’è qualcosa di croccante nel piatto. La croccantezza dà un certo non so che al piatto.

Ulrike: ma la forma è sostanza! Comunque il gusto dove lo mettiamo? Questo è importante, altro che storie!

Irina: io sono per le cose semplici. Sono le più buone e anche le più insidiose se vogliamo, sempre che si vogliano preparare piatti coi fiocchi. Gli ingredienti! Sono gli ingredienti da che mondo è mondo che fanno la differenza. È risaputo, soprattutto tra gli addetti ai lavori, ivi inclusi i cuochi di tutto il mondo.

Natalia: mi avete fatto venire un languorino! Però, mio malgrado, sono a dieta. Me ne farò una ragione!

M6: per una volta non puoi sgarrare? Vabbé, io preparo due spaghetti aglio, olio e peperoncino. Poi vedi tu

593 Per bene o perbene?

Per bene o perbene (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: le persone perbene sono l’opposto delle persone “per male?”

Non è così purtroppo. Infatti prima di tutto le persone “per male” non esistono, perché questo non ha nessun significato.

Esistono invece le persone “perbene“. Ma chi sono?

Le persone per bene, innanziutto, è preferibile se lo scriviamo in una sola parola: perbene.

Le persone perbene allora forse fanno le cose per bene?

No, neanche questo purtroppo altrimenti sarebbe troppo semplice, no?

Vediamo:

Ci sono molti modi per descrivere una persona perbene utilizzando altri aggettivi o locuzioni.

Si tratta di persone ammodo, a posto, come si deve, corrette, dabbene, oneste.

In modo più ricercato si può anche parlare di una persona proba, un uomo probo, una donna proba, raccomandabile, une persona retta.

Sicuramente però perbene è l’aggettivo più usato, sia parlando di sé stessi che di altri.

Una persona perbene, se vogliamo provare a descriverla, è fondamentalmente una persona ben educata, che si comporta in modo corretto ed onesto. È una persona fondamentalmente di cui ci si può fidare, sebbene l’aggettivo “affidabile” abbia un senso leggermente diverso.

Infatti affidabile si dice di persone su cui si può fare affidamento, degne di motivata fiducia.

Nel caso di persone perbene parliamo prevalentemente di educazione e onestà.

Se dunque qualcuno sospetta che io sia un ladro o una persona disonesta che ha provato a imbrogliarla, si può rispondere:

Io sono una persona perbene, cosa crede?

Guardi che noi siamo persone perbene! Non si permetta, sa!

Si usa soprattutto per tranquillizzare qualcuno che potrebbe avere dei dubbi:

Stai tranquillo, Giovanni è una persona perbene, non un delinquente.

Siamo tutte persone perbene, quindi non alziamo la voce!

Nostro figlio frequenta una ragazza di una famiglia molto perbene.

Tutti vorremmo che i nostri figli frequentino persone perbene

In generale quindi perbene, tutto unito, si utilizza come aggettivo, per descrivere una persona. Si può scrivere anche in due parole, ma si preferisce usare un’unica parola nello scritto.

Se stacchiamo le due parole, normalmente non stiamo descrivendo infatti una persona, ma un’azione, condotta in modo attento e coscienzioso, con scrupolo.

Abbiamo già visto insieme l’espressione come si deve, che può essere usata in entrambi i modi, sia per descrivere una persona che un’azione.

Metti apposto la camera e cerca di farlo per bene, perché dopo vengo a controllare.

Io sono uno a cui piace fare le cose per bene, non in modo approssimativo.

Cercate di fare le cose per benino, così da non rimetterci le mani.

Per benino ha lo stesso significato, e si usa in contesti più colloquiali e meno impegnativi.

Altri esempi:

L’idraulico ha fatto tutto il suo lavoro per bene. Quindi gli ho dato anche qualcosa in più di quanto ha chiesto.

La preposizione per, davanti a bene ha la sua importanza.

Bravo, hai fatto tutto bene

Questa frase ha difatti un senso diverso, perché ci si riferisce alla correttezza, all’esattezza, ad esempio quando si fa un esercizio, se lo si fa bene non c’è nulla di sbagliato.

Invece fare le cose per bene significa farle in modo ordinato, scrupoloso, con attenzione, con precisione, senza sbavature, senza approssimazione e pressapochismo.

Per bene” in questo senso suona spesso come una raccomandazione o un invito alla precisione e all’attenzione quando si fa qualcosa.

Spesso poi anche la professionalità e l’esperienza sono importanti per fare le cose per bene.

Tornando alla domanda iniziale dunque:

Le persone perbene forse fanno le cose per bene?

Non è affatto detto infatti che sia così perché l’onestà è l’educazione, tipica delle persone perbene, non implica precisione, professionalità e esperienza.

Vabbé adesso credo che possiamo dedicarci al ripasso, registrato ben benino da alcuni volenterosi membri dell’associazione Italiano Semplicemente, tutte persone perbene che vanno pazze per l’italiano. Avanti adesso, registriamo questo ripasso e non mi fate arrabbiare!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: leggevo che qualcuno, mi riferisco ad Osho, sostiene che quando ti girano, sfogarsi abbia dei benefici.

Rafaela: probabilmente poi si sarà più rilassati per meditare, ma c’è un rovescio della medaglia evidente.

Sergio: infatti. così facendo si allena il muscolo della rabbia, se possiamo chiamarlo così. Il che mi fa pensare che questa sia una sciocchezza.

Irina e Albéric: anch’io sono di questo avviso. Se la rabbia ha la meglio su di noi, qualcuno potrebbe pagarne lo scotto, ma di contro, schiacciare la rabbia non è produttivo. Bisogna invece gestirla, saperla riconoscere, avere contezza delle proprie emozioni e rendersi conto da dove viene questa rabbia.

Harjit: esprimere i propri sentimenti in modo sano e non arrabbiandosi, ad esempio, può portare grossi risultati e persino rafforzare le relazioni. Peccato che non sia semplice.

592 La Roma bene

La Roma bene (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: un modo interessante e sicuramente poco conosciuto dai non madrelingua italiana di usare il termine “bene” è quando viene associato ad una città, ad esempio quando si parla della Roma bene, oppure di un quartiere o di una zona bene.

Insomma questo, che di solito è un avverbio, viene usato come aggettivo, per indicare una caratteristica di quella città o di quel quartiere o delle persone che abitano lì.

Ma la Roma bene cos’è?

Intanto notate l’articolo femminile singolare “la”.

Quanto al significato, si intende la parte della città di Roma in cui vivono le persone più ricche.

La capitale d’Italia naturalmente è molto grande, e come in molte altre città, succede che ci sia una una forte contrapposizione tra i quartieri ricchi, chiamati appunto la “Roma bene” e i quartieri periferici, le cosiddette “borgate”.

Non in tutte le città esiste una così netta differenza tra quartieri. Bisogna considerare la grandezza e anche la storia di ogni città.

Si parla anche della Milano bene, della Torino bene e anche per altre grandi città italiane.

Vediamo come si usa:

Scoperto traffico di droga nella Roma bene.

Notate quindi che non si dice “a Roma bene” ma “nella Roma bene” in questo caso.

In questa festa ci sono tante persone della Torino bene

Quindi si dice “della Torino bene, e non” di Torino bene”.

Un locale frequentato dalla Milano bene

La mia amica abita in uno dei quartieri bene della città

Si può parare di “un quartiere bene” o anche di “una zona bene”.

C’è anche un film del 1971 intitolato proprio così: “Roma bene“.

Quando si parla della Roma bene, ad esempio, ma questo vale per tutte le città, lo si può fare per diversi motivi. Ad esempio per indicare il tipo di persone che frequentano un locale, persone ricche e per questo anche rispettabili (almeno in teoria).

Si potrebbe anche dire che si tratta di personaggi dell’alta società capitolina (capitolina perché Roma è la capitale d’Italia) o anche di “alta borghesia“.

Altre volte se ne parla per creare una contrapposizione, un contrasto, tra un fatto accaduto e il luogo in cui è accaduto:

La maggiore percentuale di evasioni fiscali si riferisce a zone della Milano bene

Oppure:

Tutti nella Roma bene gli abusi edilizi scoperti.

Normalmente però chi abita in queste zone, non si dichiara un “abitante della Roma bene“, perché sembrerebbe abbastanza ridicolo e anche troppo generico. In questi casi si indica il nome del quartiere, che, come si suol dire, “parla da solo”.

E adesso ripassiamo, cercando di farlo bene, mi raccomando!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: pare che quelli che abitano in un quartiere bene se la tirino un po’. Cioè si atteggiano, si danno delle arie. Insomma, il loro atteggiamento mostra un senso di superiorità, solo perché abitano in un quartiere un po’ più in degli altri.

Hartmut: si hai ragione. Ti guardano dall’alto verso il basso. Come a dire: io non ho niente a che spartire con te!

Ulrike: loro spesso danno del “borgataro” a chi abita in periferia, che ovviamente ci rimangono male.

Rafaela: se dovessi imbattermi in uno di loro, trovandomi a tu per tu lo riconoscerei in un battibaleno, per via del suo fare molto antipatico.

Bogusia: sinceramente io non vi capisco, cosa vi abbiamo fatto noi, gente per bene della Roma bene? Non vedo perché dovremmo risponderne se siamo nati ricchi. Quasi ci fosse qualcosa di male. Valli a capire questi borgatari!

591 Essere ben disposti

Essere ben disposti (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ricordate l’episodio dedicato a “indisposto“?

Bene, come si è visto in quell’episodio, l’aggettivo indisposto ha un significato particolare. Anzi ne ha più di uno, se ricordate. In particolare, essere indisposti significa, tra le altre cose, avere un atteggiamento ostile, sfavorevole verso gli altri. Questo atteggiamento si chiama indisposizione verso il prossimo.

Questa è un attitudine, una caratteristica di fondo di una persona.

Naturalmente esiste anche l’attitudine opposta che si esprime con l’espressione “essere ben disposti” verso gli altri. Si aggiunge “ben”.

Infatti in questo modo non c’è bisogno di aggiungere altro.

Essere ben disposti a fare qualcosa? Volendo sì, come vediamo dopo, ma generalmente si tratta di essere ben disposti verso qualcuno.

Verso tutti?

In genere si, si intende verso tutti. L’essere ben disposti indica pertanto una caratteristica di una persona nei rapporti con gli altri.

Mario è sempre ben disposto

Significa essere piacevole, gradevole, amabile, simpatico. “Una persona ben disposta” si dice a chi si presenta sempre con gentilezza, in particolare facendo non riferimento a una disponibilità specifica, ma in generale a una persona accogliente e gradevole, che non respinge il prossimo.

Quando dico “il prossimo” si intende “tutte le altre persone”.

Ciò non toglie che si possa però specificare:

Marco è sempre ben disposto ad aiutare chi ha bisogno.

In questo caso l’utilizzo di “ben” ha il ruolo di raffirzativo della disponibilità. Ricordate l’episodio dedicato a ben? Li abbiamo spiegato bene questo concetto.

Essere ben disponibili a far qualcosa pertanto è solitamente cosa diversa dall’essere ben disposti.

Infatti non parliamo di disponibilità, ma di “disposizione“, che indica appunto un’inclinazione, un’attitudine evidente sul piano affettivo, morale, intellettuale di una persona. Parliamo di una sua caratteristica.

Una persona ben disposta è dunque una persona che ha una determinata disposizione d’animo nei riguardi di altra persona. Ho detto disposizione d’animo e non disponibilità.

Naturalmente esiste anche un’espressione analoga per indicare chi è mal disposto verso gli altri, cioe chi è “indisposto”.

Considerati i diversi usi di “essere indisposti”, come si è visto nell’episodio dedicato, questa espressione può essere utile per indicare questo tipo di persone che hanno una disposizione d’animo ostile, sfavorevole.

È chiaro che la questione riguarda i rapporti personali e come ci si pone verso il prossimo.

Le persone maldisposte sono chiaramente meno gradite di quelle bendisposte. La maldisposizione (o l’indisposizione) verso il prossimo non paga certamente.

Un’ultima cosa: trattandosi di espressioni particolari, così come avviene di sovente (cioè spesso) nella lingua italiana, si possono scrivere anche unite: bendisposto, maldisposto.

Queste disposizioni d’animo spesso sono rivolte a categorie di persone e non a tutti in generale:

Il nostro capoufficio è sempre maldisposto verso gli estranei

Significa che non si pone bene verso chi non conosce.

Si può usare “verso” oppure “nei confronti di” qualcuno.

Sono sempre bendisposto nei confronti di chi mostra fiducia in me.

Non si deve trattare necessariamente di persone:

Maria si è mostrata bendisposta verso la nostra iniziativa.

Evidentemente Maria è sembrata favorevole all’iniziativa, o quantomeno fornita di buone intenzioni. Sicuramente non sembrava ostile.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike e Harjit: immagino che chi risponde in malo modo siano le persone maldisposte. Sbaglio?

Mary: ovvio, ma sono anche quelle che più facilmente delle altre sono prese a mali parole.

Wilde: che vuoi, d’altronde è risaputo che chi semina vento raccoglie tempesta.

Hartmut e Marcelo: Ma i maldisposti se lo aspettano di essere trattati male, perché ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.

Rauno: io ne ho abbastanza delle persone maldisposte. Che vadano a quel paese. Alla mia età non mi faccio più scrupoli.

Sergio: beh, io la penso come te ma non nego che spesso per quieto vivere faccio buon viso a cattivo gioco.

589 Il suffisso -ata (sostantivi)

Il suffisso – ata (sostantivi)

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Trascrizione

Giovanni: vediamo cosa succede quando il suffisso – ata lo utilizziamo coi sostantivi:

In questo caso parole che terminano con -ata indicano spesso un’azione tipica di qualcuno cioè di una persona specifica o una categoria di persone ad esempio, per indicare un comportamento.

Abbiamo già visto insieme la mandrakata, ispirata a Mandrake.

Analogamente, fare una “bambinata” indica un comportamento tipico dei bambini. Una “ragazzata”  a sua volta è un’azione tipica di ragazzi più grandi.

Simile nel significato è una “cassanata” invece è un termine abbastanza nuovo CHE scherzosamente indica un gesto, un comportamento, una trovata, tipico del calciatore Antonio Cassano.

La cassanata si usa per definire gesti o atteggiamenti fuori luogo al limite della maleducazione o della mancanza di rispetto, specie nel mondo sportivo.

Questo modo di indicare un comportamento tipico rende molto semplice coniare dei nuovi termini se necessario. La cosa importante è che chi ascolta riesca a capire facilmente il rifermento.

Se un vostro amico che si chiama Paolo ha un atteggiamento particolare e ben identificabile, non appena un’altra persona si comporta così possiamo dire che ha fatto una “paolata” proprio per far capire velocemente di che tipo di comportamento si tratta. Ovviamente potete usarlo solo con chi è in grado di capirvi.

Non solo un comportamento tipico però.

Ata con i nomi di può usare anche nel senso di colpire con uno strumento, usare uno strumento, oppure un’azione collettiva a base di qualcosa.

Che vuol dire?

Dare una bastonata, come già visto, significa utilizzare il bastone per colpire, allo stesso modo possiamo dare una mazzata (con una mazza), una sassata (tiriamo un sasso), una spallata, una manata, una cuscinata.

Naturalmente dobbiamo ricordare l’importanza del verbo a supporto, perché spesso ci sono espressioni o locuzioni tipiche: “Prendere una mazzata” ad esempio non è solo ricevere una botta con la mazza, ma anche una brutta notizia che ci fa star male.

Qualsiasi tipo di botta, di colpo, dato o ricevuto, con qualcosa o in una parte del corpo può andare bene: Se quindi una spallata si dà con la spalla, una testata si dà con la testa. Si dà e si riceve, quindi se dico:

Ho sbattuto la testa a terra = ho dato una testata a terra

Passiamo agli strumenti musicali: abbiamo visto che “fare una suonata” utilizza il verbo suonare, ma possiamo attaccare il suffisso -ata anche a degli strumenti:

Fare una sviolinata, dove è coinvolto lo strumento del violino, ha anche una esse in più a far capire che si tratta di qualcosa di diverso rispetto ad un colpo inferto con un violino  (quello si chiama una violinata!)

Infatti una sviolinata (con la esse iniziale) è anche una adulazione smaccata, cioè quando una persona fa i complimenti ad un’altra, quando ne parla molto bene, apertamente, smaccatamente. L’immagine è un concerto in suo onore.

Invece fare una schitarrata (sempre con la esse iniziale) significa solamente suonare la chitarra, magari brevemente, magari in compagnia, ma senza impegno e competizione. A volte è usata anche per indicare la noia e la lunghezza o la sgradevolezza della suonata.

Infine, riguardo all’azione collettiva a base di qualcosa, c’è la spaghettata, un pasto a base di spaghetti, fatto in compagnia di amici.

Che ne dite ragazzi ci facciamo una bella mangiata di spaghetti tutti insieme?

Allora questa possiamo chiamarla una spaghettata.

Preferite una piazzata? Oppure una polentata?

Oppure facciamo una peperonata?

A proposito di peperonata. Questa in realtà non è una riunione di amici che va a mangiare i peperoni, ma semplicemente un piatto a base di peperoni.

Infatti possiamo anche usare -ata anche per indicare un insieme di qualcosa. Se siamo al ristorante e io sto mangiando un piatto di spaghetti, magari una persona vorrebbe assaggiarli.

Mi dai una forchettata?

Non mi sta chiedendo di colpirlo con la forchetta, ma di fargli assaggiare un po’ di spaghetti.

Lo stesso vale per una cucchiaiata (es. di minestra) e una manciata (es. di noci). Una secchiata indica normalmente il lancio di acqua o altro liquido contenuto in un secchio (è un contenitore per liquidi).

 Ho tirato una secchiata d’acqua per spegnere un piccolo incendio.

C’è anche una “pizzicata” (simile a pizzico) che indica una piccola quantità:

Metti una pizzicata di pepe sulla carne!

Una camionata è un’enorme quantità generalmente contenuta in un camion, ma non è detto. Può anche essere semplicemente un modo per indicare una grande quantità:

Per rifare la strada c’è voluta una camionata si sabbia.

Durante la riunione mi è arrivata una camionata di critiche!

Infine, -ata, attaccato ai sostantivi, può usarsi per indicare un periodo di tempo. Abbiamo quindi una giornata, una nottata, mattinata e un’annata. Questi termini si usano normalmente quando si vuole parlare di ciò che accade in quel periodo:

Ho passato tutta la giornata a lavorare

Che brutta nottata che ho passato con il cane che abbaiava!

Questa sarà un’annata strepitosa per i vini!

Durante tutta la mattinata ci sarà bel tempo!

Ma come fare a capire quando un sostantivo con -ata significa un colpo inferto, oppure un’azione tipica, un’azione collettiva a base di qualcosa, un insieme di qualcosa o un periodo di tempo?

Beh, questo si può intuire dal sostantivo: se può essere usato per colpire (martello, martellata) è abbastanza semplice. Un’azione tipica è ugualmente comprensibile (bambinata da bambino, paolata da Paolo). Un insieme di qualcosa è ugualmente abbastanza facile, ma si può confondere, come visto con il colpo (una forchettata). capire la quantità di tempo sembra abbastanza semplice.

Il contesto può essere ironico e comunque sempre colloquiale.

Alcune volte può risultare difficile capire: “un’ammarata” ad esempio è un atterraggio sul mare, ma viene dal verbo ammarare. Anche “una cantonata” è complicato perché deriva da cantone, ma si usa in modo figurato, come ad esempio innamorarsi della persona sbagliata, o semplicemente fare un grosso errore, cadere in un grosso equivoco.

Nel prossimo episodio vediamo cosa succede agli aggettivi. Per il momento ripassiamo qualche espressione passata.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anne France (Francia): Se mi permettete, apro una parentesi divertente. Riguarda il naso del David di Michelangelo. Sapete che gli era stato contestato il naso del David perché giudicato troppo grande e lui fece finta di sgrossare il naso facendo cadere della polvere di marmo che teneva in mano.

Rafaela (Spagna): Ah, e in questo modo chi lo contestava si illuse che veramente il naso fosse stato ridotto nelle dimensioni?

Rauno (Finlandia): esattamente, lì per lì creò l’illusione che il naso fosse stato sgrossato un po’, e così Michelangelo l’ha passata liscia. Chi lo criticava non era proprio all’altezza!

Irina: Evidentemente nessuno ha voluto e potuto sincerarsi che effettivamente la limatura ci fosse stata.

Emma (Taiwan): Una bella mandrakata! Non si diventa qualcuno se non si è anche furbi!

Irina (California): poi lui ne aveva ben donde a non apportare modifiche alla sua opera perfetta! Avercene di artisti come Michelangelo.

Ulrike (Germania): Per diventare qualcuno , si deve allora essere furbi? Come sarebbe a dire? Vabbé, fatti salvi coloro che sono talmente furbi che finiscono in galera! Per la cronaca, cara Emma, la lode della furbizia secondo me – passami il termine – e una grande sciocchezza.

590 Il suffisso -ata (aggettivi)

Il suffisso -ata (aggettivi)

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Trascrizione

Giovanni: Negli scorsi episodi abbiamo visto prima cosa succede con i verbi e poi con i sostantivi. Adesso, per concludere la spiegazione del suffisso -ata, se non ne avete ancora fin sopra i capelli, tocca agli aggettivi.

Spesso, quando aggiungiamo -ata ad un aggettivo, (questa cosa non si fa normalmente con tutti gli aggettivi), ci si riferisce a quell’atteggiamento tipico descritto dall’aggettivo, e si usa normalmente, a supporto, il verbo dare o fare:

Fare una “furbata” ad esempio è una cosa da furbi, è un comportamento da furbi, così come una “paraculata” è un atteggiamento tipico dei cosiddetti “paraculi”, che è un sinonimo leggermente volgare di furbi.

Facile capire come una stronzata sia allora una cosa da “stronzi” (un altro aggettivo che può qualificare una persona, il comportamento di una persona). Non è proprio così, in realtà, come vedremo dopo. “Stronzi” nel linguaggio colloquiale indica persone che si comportano male, scorrettamente dal punto di vista soprattutto morale, specie in ambito di amicizia.

Una genialata (e non una “geniata”) invece  è una cosa che fanno i geni, un atto da geni, simile a una “trovata”, simile a “avere una ttrovata” (qui si usa il verbo avere a supporto). Avere un’idea geniale insomma. Spesso però genialata si usa in modo ironico per giudicare un’idea stupida, quindi tutto l’opposto che una vera genialata!

Una carognata, di contro è un comportamento, un atto tipico delle persone che vengono chiamate “carogne”. E’ un’azione cattiva, che rivela malignità e malvagità d’animo. Le persone che si comportano così vengono chiamate carogne, aggettivo molto usato nei film. Il termine carogna viene usato anche per indicare il corpo senza vita di un animale che si sta putrefacendo. Questo per indicare il valore di tali persone così etichettate.

Rientrano nella categoria di oggi anche le cazzate e le minchiate, atteggiamenti giudicati poco intelligenti, senza senso e spesso dalle conseguenze molto negative. Lo stesso per le “stupidate“, che viene dall’aggettivo stupido. Cretinata deriva invece da cretino.

In definitiva, fare cretinate è tipico dei cretini, fare stronzate, per analogia dovrebbe essere tipico dei cosiddetti stronzi, sebbene non sia esattamente così, visto che gli “stronzi” si comportano scorrettamente con gli altri, mentre fare una stronzata è qualcosa di sbagliato che si può riflettere anche e soprattutto su sé stessi. Lo stesso vale per le “minchiate”, stesso significato di “cazzate”. 

A volte è pertanto difficile capire l’aggettivo di provenienza: se stupidata viene da stupido, cazzata e minchiata non hanno un vero aggettivo di riferimento, ma indicano ugualmente un atteggiamento tipico di una o più persone, cosa che abbiamo visto nell’episodio dedicato ai sostantivi. Stavolta però i sostantivi di riferimento sarebbero… vabbè avete capito!

Adesso basta dire minchiate (si fa per scherzare) e ripassiamo 47 dei tanti episodi passati: 

Anthony: Scusatemi ragazzi se mi arrogo il diritto di prendere la parola per parlare di nuovo del Covid ma in questo periodo da operatore sanitario è assai difficile stare alla larga da questo argomento. Esordisco dicendo che non avrei mai immaginato la misura in cui la gente sarebbe stata restia a questa vera e propria mandrakata che è il vaccino, anche alla faccia dello scempio a cui stiamo attualmente assistendo. Vi capirei se non ci credeste ma mi preme riferirvi che ci sono persino certe zone degli Stati Uniti in cui il grosso della popolazione si rifiuta di vaccinarsi.

Allora taglio corto perché so benissimo che sono solamente pochi sparuti membri a voler sentire un’ulteriore pappardella in merito. Però avendone fin sopra ai capelli del covid, di sfogarmi non ne potevo fare a meno. Non me ne vogliate, mi raccomando.

Bogusia: Ma chi te lo fa fa’? Si dà il caso che la gente ne abbia davvero fin sopra i capelli di questa pappardella sui vaccini. Poi, guarda caso, se ne escono il 5 di agosto…
Tra l’altro, proprio Il 5 agosto di ben 83 anni fa, uscì nelle edicole la rivista che introduceva al popolo la difesa della razza. La pubblicazione in nome della “scienza”. Alcuni illustrissimi scienziati ne avevano scalzati altri. Il paragone c’è? Secondo me si, eccome. Sempre che ne abbiate voglia, date un‘occhiata su Wikipedia. Date una scorsa a questa rivista. Oggi Infieriscono su chi, avendo la libertà costituzionale, sceglie di non vaccinarsi.
E la gente ne ha ben donde, di non vaccinarsi. Il grosso della popolazione l’ha fatta ma i dati ci dicono che i vaccinati sono infettanti e infettati. Io mi sono vaccinata, fin dall’inizio, ci hanno preso per il culo come si suol dire. Neanche abbiamo preso la prima dosi di AstraZeneca, che ci hanno detto che bisognava fermarsi, perché era pericoloso. Non sapevamo che pesci pigliare. Poi queste varianti che si sviluppano, se ne fregano del vaccino. Che efficacia ha Pfizer Biontec? 37 per cento? Volevo ben dire! Adesso ho detto la mia, non me ne vogliate per questo ma non ne posso più di queste, passatemi il termine, supercazzole, tipo: bisogna accelerare le vaccinazioni, acché potremmo dichiararci al sicuro dal virus. Questo è quanto. Vi auguro una buona giornata, sperando che stiate tutti bene.
Adesso non la passerò liscia, vero?😢 Giocoforza arriverà qualche bacchettata. Me ne farò una ragione. 🙃

Monica: il guaio, tra virgolette, della libertà di pensiero è che chicchessia può esprimere la sua opinione senza paura, finché non nuoce ad altri.
Questo vale anche per coloro che gridano alla dittatura dei vaccini.
Se ci fosse una alternativa migliore, scientificamente migliore intendo, per non mandare in tilt gli ospedali, e correre ai ripari mi affiderei a quella. Per ora pare non ci sia. Una cosa è sicura: la democrazia resta la scelta migliore, checché ne dicano i negazionisti di Auschwitz. Non me ne vogliano I terrapiattisti se non li ho menzionati.

Bogusia: Sui negazionisti di Auschwitz non c’è paragone che tenga. Quanto a me non sono mai stata e non sono sono neanche oggi no-vax, negazionista o che dir si voglia . Però, qualcosa non mi torna con questi vaccini.

Harjit: nel mio paese, l’India, mancano posti letto e anche l’ossigeno. Avercene di questi problemi di cui state disquisendo.

 

588 Il suffisso -ata (verbi)

Il suffisso -ata (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: il suffisso – ata è molto interessante perché, come si è visto anche nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, spesso origina parole curiose e insostituibili nel linguaggio colloquiale.

Nell’episodio scorso lo abbiamo visto in abbinamento con verbo dare, e tra l’altro abbiamo visto anche che il suffisso – ata può anche non esserci se il verbo non è della prima coniugazione (are), come “dare una scorsa” ad esempio, o “dare una letta“, dove il verbo in questione è scorrere e leggere rispettivamente, entrambi della seconda coniugazione (ere). Il senso della velocità, dell’azione rapida però resta.

Se analizziamo solamente il suffisso –ata invece, più in generale, possiamo vedere che si può utilizzare anche in altri modi, non solo col verbo dare che funge da supporto.

Inoltre il suffisso -ata si può agganciare a verbi, sostantivi e anche ad aggettivi.

Oggi vediamo come si trasformano i verbi. Nei prossimi due episodi vedremo i sostantivi e poi gli aggettivi.

Con i verbi, nel senso di atto rapido, improvviso o non programmato, si usa a volte anche il verbo fare come supporto, non solo dare, oggetto dello scorso episodio:

Dare un’accelerata (da accelerare)

Fare un’inchiodata (da inchiodare = frenare bruscamente)

Fare un’improvvisata (da improvvisare)

Dare una rinfrescata alla stanza (da rinfrescare, cioè rendere fresco)

Andiamo avanti.

Si può trattare anche di un evento collettivo, e meno spesso anche individuale tipo la tombolata, che si fa giocando a tombola, un gioco che non si può fare da soli.

Il verbo tombolare non esiste, ma esiste “giocare a tombola”.

Allora in questo senso posso anche semplicemente farmi una giocata, intesa come singola scommessa in un gioco. Una giocata è anche un gesto atletico, qualcosa che di solito ha un aggettivo che precede:

Il giocatore ha fatto una bella giocata

Questa giocata non è piaciuta al mister

Potremmo farci una briscolata se giochiamo al gioco della briscola. Col gioco della “scopa” però (è un altro gioco che si fa con le carte napoletane) meglio non usarlo perché come abbiamo accennato nello scorso episodio, fare/farsi una scopata indica l’atto sessuale. Veramente ho dato per scontato che questa fosse cosa nota anche per i non madrelingua visto che le parolacce sono la prima cosa che si impara di una lingua. Ma meglio chiarirlo.

Abbiamo visto infatti che fare/farsi una scopata è diverso da dare/darsi una scopata, per via del doppio senso del verbo scopare.

Anche fare una pisciata è abbastanza volgare, e si riferisce al verbo “pisciare” che significa fare la pipì.

Similmente a fare/si una mangiata o una bevuta trasmette un senso di piacere. Questa del piacere è una caratteristica interessante del suffisso – ata. In effetti piacere e compagnia spesso vanno a braccetto. Possiamo semplicemente anche fare un’uscita serale con gli amici.

In compagnia potremmo fare anche una innocente chattata, cioè potremmo chattare, vale a dire chiacchierare, scambiare due chiacchiere in una chat qualsiasi. Una chiacchierata si fa dal vivo, mentre una chattata si fa col cellulare o col PC. Entrambe sono attività piacevoli in compagnia.

Se preferite potremmo fare una scazzottata, cioè fare a cazzotti, vale a dire picchiarsi, prendersi a pugni. A qualcuno piace anche quest’attività.

Si può anche fare una semplice litigata che non implica necessariamente il picchiarsi. Questo non trasmette piacere, ciò non toglie che una bella litigata può essere anche vista come una cosa utile.

C’è chi preferisce fare abbuffate, cioè abbuffarsi, vale a dire mangiare tanto. Ma per questo si può anche essere soli. Piacevole li per lì, poi si pagano le conseguenze… Se lo facciamo in compagnia pesa meno ed è più divertente, e poi mal comune, mezzo gaudio riguardo alle conseguenze.

I tipi più tranquilli sicuramente preferiscono fare delle belle camminate, e anche queste possiamo farle da soli. In questo caso, come anche in altri, si indica un gesto prolungato oltre che piacevole.

Quindi il gesto può essere veloce come la frenata e l’accelerata o un’inchiodata (una grossa frenata) oppure al contrario prolungato, come la camminata e l’abbuffata. Possiamo anche farci una bella suonata se ne abbiamo voglia. Spesso come visto c’è anche piacere.

È il caso anche di fare/farsi una suonata, che significa prendere uno strumento e suonare. Possiamo farlo da soli o anche insieme ad altri, usando più strumenti.

Prendere una suonata” però ha un altro significato, simile a una sonora sconfitta. Il verbo che si usa di supporto è sempre importante.

Dipende spesso anche dal verbo a cui si aggiunge il suffisso se si tratta di un gesto veloce, prolungato, di piacere o se si tratta solo di un modo informale di usare quel verbo.

Potrebbe essere il caso ad esempio della rimpatriata. Qui c’è piacere ma il verbo è importante: rimpatriare.

Rimpatriare sta per tornare in patria, ma il termine rimpatriata ha un senso più goliardico e ludico, in quanto si usa quando si tratta di rincontrare gli amici d’infanzia, quelli con cui si è cresciuti, che non vediamo da tanto tempo, perché magari ci siamo persi di vista l’un l’altro.

Di tanto in tanto non fa male rivedersi tutti insieme a cena o passare un fine settimana da qualche parte. Questa è una rimpatriata.

Ci sono anche altri verbi che non ho menzionato a cui si può aggiungere il suffisso -ata per conferire un senso particolare ed unico al nuovo termine.

Si pensi ad accorpata o accoppiata e tanti altri termini di questo tipo di cui parleremo un’altra volta.

Domani vediamo cosa succede aggiungendo il suffisso – ata ai sostantivi.

Per il momento meglio darsi una calmata con tutti questi verbi!

Nel frattempo ripassiamo, tengo a dire che il ripasso che state per ascoltare è stato composto da Doris, membro austriaco dell’associazione Italiano Semplicemente. La voci, oltre a quella di Doris, sono altresí di altri membri della nostra associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Può darsi che io sia latitante ma zitta zitta vi seguo quasi ogni giorno

Ulrike: L’abnegazione costante di Gianni ed il recente salto di qualità degli episodi, come si suol dire mi hanno fatto da sprone oggi per scrivere qualche riga.
Mi sembra esiga un po’ di destrezza comporre un testo
che da un lato abbia senso e dall’altro contenga parecchie espressioni, sebbene aiuti che la lista dei termini dei due minuti si allunghi di continuo. Dunque è sempre più fattibile, dacché ci sono un bel po’ di concetti.

Mary: Comunque per tirar fuori delle frasi azzecate su due piedi spesso è richiesta una vera mandrakata.

Hartmut: È facile perdersi nel mare magnum di espressioni,
locuzioni, o modi di dire che dir si voglia, sconosciute se uno non segue gli episodi in modo regolare.

Irina: Strada facendo però si ha modo anche di sorridere di tanto in tanto, anche in virtù dello spirito allegro di Giovanni che ha trasferito sulla piattaforma di Italiano Semplicemente.
Troppi episodi pubblicati? Ma va là! È risaputo che volere è potere.

Mary: Gli episodi sono anche spesso legati da un filo logico, e studiare a casaccio come ho fatto io non è proprio cosa, non approda a nulla, prolunga lo studio inutilmente e ti lascia spesso con un senso di inadeguatezza che a lungo termine incide negativamente sul successo dello studio.

Mariana: In base al fatto che il tempo è sempre risicato e l’energia non basta mai ogni due per tre manco un episodio, salvo poi recuperarlo andando a rotta di collo non appena trovo uno spazio.

Irina: Qualche termine tuttavia va al di là della mia comprensione immediata (cioè esula dalla mia
comprensione, per chi cerca sinonimi come me) e allegramente, li per li, li lascio da parte. Mi faccio un appunto, sempre che non sia
oltremodo stravagante, come ad esempio la parola pasdaran, che mi fa scervellare.
troppo e ascoltare ancora lascia il tempo che trova.

Mariana: Allora vorrà dire che li riprenderò a tempo debito,a prescindere dalla pressione che tutte queste parole mi
causano spesso.
Ad ogni buon conto, un tentativo anticipato (anzitempo) sarebbe inutile e l’avrei perciò fatto
invano.

Mary: Infatti il dispendio di tempo non sarebbe giustificabile; su questo non ci piove. Sono gli apporti degli altri piuttosto che mi avvicinano alla comprensione dei termini più macchinosi.

Komi: Così, via via imparo come vengono usati di solito: in primis
nelle frasi inventate dai membri, poi mi metto a fare pratica con prudenza e man mano mi sento a mio agio usandoli con disinvoltura, avendoli ben digeriti ed internalizzati prima.

Marcelo: Vedete, la tenacia è appagante, cioè chi la dura, la vince; Sarebbe impossibile
altrimenti ricordare questo ingente numero di episodi.

Mariana: A mio giudizio seguire la prima regola d’oro (repetita iuvant) non può essere mai un buco nell’acqua.
Per scrupolo aggiungo inoltre volentieri che incominciare non è mai troppo tardi e l’età non gioca un ruolo fondamentale.

Mary: Al contrario, spesso l’esperienza e la conoscenza delle altre lingue giova nettamente. Altro che storie!

Mariana: Indubbiamente ci sono espressioni a iosa da memorizzare, alcune si ricordano meglio delle altre. Non fa niente però se capita che alcune passano in cavalleria.

Mariana: accade a ciascuno di noi, a patto che vengano rispolverate di volta in volta. Ma pur di imprimirsele questo va fatto, sebbene a volte risulti noioso. Così l’apprendimento è
sostenibile e si riesce a reprimere lo stress.

Irina: Ricordatevi bene pure che non ci sono santi, dovete impiegare un po’ di tempo e bisogna rompere gli indugi se si è bloccati.
Lo studio di una lingua straniera presuppone disciplina e magari
anche un tocco di ambizione.
Occorre seguire un metodo raccomandato, ben provato e le testimonianze di Italiano
Semplicemente parlano chiaro in merito.

Mariana: A furia di scrivere tutte queste lusinghe mi sono venute le vertigini. 🙂

587 Dare un/una

Dare un/una (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Nell’ultimo episodio abbiamo visto la frase “dare una sgrossata“, espressione che in pratica sostituisce il verbo sgrossare.

Il suffisso in -ata in generale è molto interessante nell’italiano contemporaneo: si può applicare a dei verbi, degli aggettivi, dei sostantivi, e  ciò che ne esce fuori sono delle parole che vale la pena si vedere.

Se uniamo i verbo “dare” si tratta spessissimo di un atto rapido, veloce, o improvviso. Altre volte può esprimere un gesto fatto di fretta e in modo approssimativo.

Vediamo meglio:

Questa operazione, consistente nell’utilizzare il verbo dare possiamo farla quindi in molti casi:

Vai più veloce, dai una accelerata! – Che equivale a “accelera”  

Vado a darmi una lavata – Vado a lavarmi

Credo che adesso sia il caso di darmi una mossa – Credo che adesso sia il caso di sbrigarmi/muovermi

Datti una regolata – Ti devi regolare

Analogamente: “ti devi svegliare” può diventare “datti una svegliata*.

Si tratta sempre di linguaggio informale.

Notate che si usa anche con i verbi riflessivi come si è visto con regolarsi, svegliarsi, lavarsi.

Analogamente

Datti una pettinata – Pettinati

Vado a  dare una sbirciatina – vado a sbirciare

C’è da dire che spessissimo siamo di fronte a delle locuzioni che assumono un significato diverso dal semplice utilizzo del verbo.

E’ il caso di “dare un’occhiata“, e anche di “dare una sbirciatina” che esprimono anche il concetto di un’azione veloce, fugace, rapida oppure improvvisa. Solitamente è sempre così.

Altre volte usare il verbo dare esprime, oltre alla velocità, un rimprovero:

Datti una pettinata ogni tanto!

Anche “darsi una regolata” esprime un po’ di fastidio:

Ti devi dare una regolata” non è esattamente come “devi regolarti”. Oltre ad essere più informale, c’è un contenuto emotivo più intenso: malumore, poca sopportazione, fastidio in chi pronuncia questa frase. Se ricordate questa espressione l’abbiamo già spiegata nell’episodio n. 365

Nel caso di “dare un’occhiata” c’è più leggerezza oltre alla velocità, nel senso che un’occhiata è poco impegnativa. Oltre al fatto che “occhiare” non significa semplicemente vedere o guardare, quindi questa è una locuzione dal significato proprio.

 “Dare una controllata” o “dare una controllatina”  è un’altra locuzione informale abbastanza diffusa.  Sta per “controllare”, ovviamente, ma è in genere un controllo veloce, specie se utilizzo “controllatina”. Molto simile all’occhiatina.

Mi dai una controllatina all’olio della macchina per favore? Ho paura sia da cambiare!   

Voi chiederete: ma tutti i verbi finiscono con – ata? 

No, rispondo io, questo dipende dal verbo. Solo e finisce con are (prima coniugazione. Per la seconda coniugazione cambia la parte finale, ma non il senso quando c’è il verbo dare. Lo abbiamo visto con “dare una scorsa”, ricordate? Lo stesso vale per il verbo leggere: “dare una letta”. 

Lo stesso per “darsi una mossa/smossa“, (verbo muovere o smuovere) che non è esattamente come muoversi, ma significa sbrigarsi, spicciarsi:

Su ragazzi, diamoci una mossa/smossa, è ora di uscire!

Suffisso a parte, I verbi in cui si può usare dare in abbinamento sono molti, e ogni volta siamo nel linguaggio informale.

Dai un’abbassata alla voce! (cioè “abbassa la voce”)

Dai un’alzata al sedile ché è troppo basso! (cioè “alza il sedile”)

Bisogna dare una rispolverata gli episodi passati! (cioè “bisogna rispolverare gli episodi passati”)

Dai una sistemata alla stanza, ché arrivano ospiti oggi! (esprime quindi anche gesti frettolosi, fatti di fretta e in modo approssimativo)

Bisogna dare una ripassata in padella alle verdure così diventano più croccanti (ripassare in padella delle verdure, o qualcos’altro, significa far rosolare brevemente un cibo in olio o burro)

Bisogna dare una scorsa agli episodi per vedere se tutti sono numerati, per favore.

Anche “dare una scorsa” (il verbo qui è scorrere, come si è visto) rientra in questa tipologia  di modi di utilizzo del verbo “dare” e infatti abbiamo visto, nell’episodio dedicato, che anche in questo caso si esprime velocità.

Solitamente infatti si vuole trasmettere il senso dell’azione veloce.

Attenti che ci sono devi verbi in cui si usa il verbo fare, ma la velocità non c’entra nulla, sebbene si tratti sempre di linguaggio informale.

Farsi una bevuta, farsi una mangiata, farsi una bella risata, farsi una fumata e anche farsi una scopata. In genere si aggiunge un aggettivo per dare maggiore colore ed espressività:

Mi sono fatto una gustosa bevuta!

Mi sono fatto delle grosse risate!

Cerchiamo di farci una bella mangiata stasera!

Il verbo è importante però. Si corre il rischio di fare delle brutte figure se lo si sbaglia.

Capite bene che “darsi una scopata” ha tutto un altro significato!

Questo accade quando possiamo usare entrambi i verbi dare e fare, ma che, malauguratamente, le due espressioni hanno diverso significato, come in questo caso.

Notate anche che à volte un/uno/una indica un numero, come:

Dare una spinta“.

È pur vero però che viene dal verbo spingere. 

Lo stesso vale per dare una bastonata.

Quindi si possono anche dare due o tre spinte o bastonate. Il verbo bastonare esiste ma “dare una bastonata” sta solitamente per “colpire una volta col bastone”. 

Lo stesso vale per dare una pugnalata, una coltellata, una mazzata, una coltellata, una manata e via dicendo. Si usa sempre uno “strumento” e si dà un colpo usando questo strumento. Niente a che fare con la velocità e la fretta. Tra l’altro qui stiamo usando il suffisso dopo dei sostantivi e non dopo dei verbi. 

Nei casi visti in precedenza invece, un, uno e una non sono propriamente dei numeri, come “dare una guardata” o “darsi una mossa“, “darsi una regolata“, “darsi una lavata” eccetera. 

Altre volte il senso è duplice: una sola azione e anche molto veloce

Dare una sterzata.

Una sterzata è un’improvviso cambiamento di direzione.

Ad esempio posso dare una sterzata al volante.

Voglio comunque esprimere qualcosa di veloce, sempre in modo informale, sebbene si tratti di una sola azione in questo caso.

Altre volte può sembrare un’azione singola e invece non è detto che lo sia:

Il cane mi ha dato un’annusata per capire se mi conosceva!

Annusare sapete che significa odorare aspirando forte l’aria col naso.

Apparentemente potrebbe sembrare che il cane mi abbia annusato una sola volta, in realtà anche in questo caso “dare un’annusata” esprime ugualmente un’azione veloce, ma non necessariamente si deve trattare di una singola aspirazione col naso!  

Vabbè ragazzi, allora adesso diamo una ripassata agli episodi scorsi?

La prossima volta approfondiamo meglio il suffisso “ata” perché usando il verbo dare abbiamo ristretto l’ambito di utilizzo. Vediamo allora nel prossimo episodio come usare in senso più generale il suffisso “ata“.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Ulrike: Siamo alle solite Gianni chiede un ripasso. Mettiamo che io te ne spedisca uno, Gianni, e di punto in bianco vengono a galla delle imperfezioni, magari qualche piccolo errore, o forse non è del tutto comprensibile, cosa facciamo? Io direi in questo caso tu mi dovrai una bella sgrossata. Non sei d’accordo? Vabbé, o così o pomì

Giovanni: certo Ulrike, vai tranquilla ché te lo sgrosso io. A dire il vero stavolta non ce n’è neanche bisogno. D’altronde non ho mai fatto scempio dei vostri ripassi. Quando verranno a galla problemi grossi però sarà giocoforza fare grossi cambiamenti! 

Emma: a proposito. La mia città dovete sapere, adesso è piena di rotatorie: un vero scempio al paesaggio. Considerato il crescendo di proteste a cui stiamo assistendo, speriamo che la smettano di fare rotatorie. 

Rafaela: scempio? La parola scempio mi giunge nuova. Una volta spiegata però saprò risponderti.

Irina: uno scempio è qualcosa di obbrobrioso, ma anche una grave deturpazione, che rovina, quasi una violenza, motivo di una sdegnata disapprovazione, come nel tuo caso. Si usa spesso quando si rovina il paesaggio in modo indegno e riprovevole, magari per motivi pratici ma a discapito della bellezza e della natura.

Mary: a proposito di scempi. Io ne ho visti parecchi in vita mia. Più volte ho visto discariche a cielo aperto al centro della mia città, il fiume che era diventato verde per via dell’inquinamento, per non parlare di alcune opere urbanistiche tipo alti palazzoni orribili, esteticamente molto discutibili.

Mariana: che vuoi, non siamo mica tutti uguali. Il che però non vuol dire che dobbiamo darci per vinti.

 

586 Sgrossare, sgrossata

Sgrossare, sgrossata (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ieri abbiamo visto come usare “il grosso“, quando grosso è sostantivo, quindi non aggettivo.

Oggi vediamo sgrossare, che è ovviamente un verbo, che può delle volte significare “togliere il grosso“, come vedremo fra un po’. Era perciò necessario spiegare prima il concetto di “grosso” inteso come la maggioranza, la maggior parte, come abbiamo visto.

Sgrossare però nella maggioranza dei casi ha il più semplice significato di togliere qualcosa. Ma cosa?

Beh, dipende da cosa viene sgrossato.

Infatti il verbo è transitivo. Dobbiamo specificare cosa sgrossiamo.

Ciò che si toglie in genere non serve, giusto? Si tolgono le parti inutili, che non servono.

Allora possiamo sgrossare un pezzo di legno o di marmo, ed è simile a ripulire, togliere le sporgenze, renderlo più liscio questo pezzo di legno o di marmo.

Però in senso figurato possiamo anche sgrossare un discorso, un articolo, un documento, per renderlo più leggibile, per eliminare ciò che non serve.

A volte si usa anche in sostituzione a “abbozzare“, quando si tratta cioè di delineare in una forma provvisoria e preliminare uno scritto, un’opera, tipo: “sgrossare un articolo” quindi saremmo all’inizio della preparazione e non in fase di rifinitura, di ultimazione e di limatura dei dettagli. Ma quasi sempre l’operazione di sgrossare si fa alla fine, quando appunto si toglie il superfluo, ciò che è inutile, ciò che non serve.

Attenzione quindi perché non stiamo dicendo che dobbiamo togliere la maggior parte del marmo o delle parole di un documento. Dobbiamo solo togliere ciò che non serve, ciò che eccede rispetto all’utilizzo ottimale di ciò che vogliamo sgrossare.

Abbiamo detto che in genere quando dobbiamo dare una sgrossata a qualcosa, il più del lavoro è fatto. La sgrossata è un perfezionamento, una fase finale, una “limatura“. Si usa anche questo termine, che viene dall’uso della lima, che serve appunto a limare. La lima infatti è un utensile che serve a lavorare il metallo o altri materiali duri, come le unghie anche. Nel gergo letterario poi la “lima” diventa anche l’attività volta a correggere e perfezionare un’opera letteraria, che verrebbe più naturale chiamare, come ho fatto anch’io, “limatura“.

Nel linguaggio colloquiale sgrossare si dice, come si è appena visto, anche “dare una sgrossata“, una locuzione che si può usare in realtà per molti altri verbi. Lo stesso vale per “dare una limata”, con lo stesso identico risultato.

Questo episodio è quasi perfetto. Ha solo bisogno di una sgrossata.

Anche il verbo ripulire, può sostituire facilmente sgrossare, come limare posso dire:

Dai una ripulita al documento e spediscimelo per email.

Affronteremo quest’uso del verbo dare in un episodio apposito comunque.

Torniamo a sgrossare.

Si può usare anche con le persone, sempre in modo figurato.

Giovanni è bravo, ma ha bisogno di una sgrossata.

Significa che si deve un po’ sgrossare, cioè deve diventare meno rozzo e grossolano, deve ingentilirsi. Ad esempio deve vestirsi in modo più elegante, deve imparare a parlare bene, a non usare il dialetto eccetera.

Si usa anche nelle abilità, nel senso di perfezionarsi, diventare più bravo, quindi sgrossarsi diventa simile a impratichirsi, perfezionarsi in un’arte o in una disciplina.

Il senso se ci pensate è sempre lo stesso: togliere ciò che non serve ma in questo caso anche aggiungere ciò che serve.

La tua tecnica canora va solo un po’ sgrossata.

Devi sgrossarti leggermente e diventerai molto bravo a suonare il pianoforte.

Alcune volte, dicevo, può usarsi anche nel senso di togliere il grosso, senza che questo sia giudicato inutile.

Hai ancora molto da lavorare?

Si, abbastanza, ma ciò che conta non è finirlo entro oggi. Posso anche solo dare una bella sgrossata al lavoro, così domani lo finisco.

In questi casi voglio rendere qualcosa meno grosso, meno grande. Certamente però sgrossare e sgrossata si usano maggiormente per indicare l’inutilità delle cose che vanno eliminate, la parte meno utile di qualcosa.

Se il vostro capo dice che bisogna dare una sgrossata al personale, iniziate a preoccuparvi…

Sperando che questo non accada, vi auguro un buon ripasso. Ascoltiamo la voce di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente che hanno utilizzato sapientemente le espressioni imparate per compiere delle frasi:

Ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: vi dispiace se oggi disquisiamo un po’ sui difetti insopportabili di una persona? Sempre che ne abbiate voglia!

Bogusia: Benissimo, amo disquisire di pregi e difetti. Vi prego solo di non fare riferimenti a chicchessia. Per il resto qualunque difetto è benaccetto.

Harjit e Sofie: Secondo me l’invidia è il difetto peggiore. Ma anche l’ignoranza, In effetti mi sfugge il senso del verbo disquisire. Una spiegazione sarebbe d’uopo.

Rauno: disquisire è discutere con piacere e a lungo di qualcosa. Io comunque non ho mai sopportato il rancore o il risentimento che dir si voglia.

Irina: Io di me stessa non sopporto l’apatia. Avete presente quando una persona non mostra interesse o motivazione verso nulla? Questo è odioso perché non riesco a fare nulla, non ci sono santi, neanche fossi paralizzata.

Sofie: io sono insofferente verso coloro che pensano solamente ai propri interessi e il proprio bene, gli egoisti per l’appunto. Se mi imbatto in una tale persona non resta che darmi alla fuga.

585 Il grosso

Il grosso (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ciao a tutti amici di ItalianoSemplicemente.com e benvenuti nell’episodio n. 585 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. 585 episodi sono tanti, è vero, soprattutto per chi inizia oggi. Per chi invece ha già ascoltato e letto il grosso degli episodi, è tutto più facile.

Oggi ci occupiamo proprio del termine “grosso” quando questo non un aggettivo ma un sostantivo.

Prima parlavo del grosso degli episodi, cioè della maggioranza degli episodi, della maggior parte degli episodi.

Si tratta della parte quantitativamente più rilevante, più grossa di qualche cosa.

Solitamente si usa “la maggior parte” o “la maggioranza” ma potete usare tranquillamente anche “il grosso“, sempre al maschile singolare.

Oltre alla maggioranza, se vogliamo sottolineare il concetto di superiorità numerica, esiste anche l’espressione “la stragrande maggioranza”.

Tipo:

La stragrande maggioranza degli italiani è contrario alla pena di morte.

Ma “stragrande” non si usa solamente per indicare una maggioranza in un gruppo. Infatti significa anche semplicemente molto grande, straordinariamente grande, similmente a strafelice, straricco ecc.

Al concerto c’era una stragrande quantità di persone

Il grosso quindi implica l’esistenza di un gruppo o di qualcosa ben identificabile che si può dividere come il tempo, il lavoro eccetera.

È leggermente meno usato, anche perché un pochino più informale, ma lo usano tutti, anche i giornalisti e gli insegnanti.

A che punto sei del lavoro?

Ho iniziato da poco, il grosso del lavoro è ancora da fare;

Anche parlando di numeri quindi, per indicare la parte più numerosa di un insieme più grande:

il grosso della popolazione italiana si è vaccinata

Il grosso della classe è preparata

Per le persone è abbastanza frequente, e in effetti si presta bene ad essere usato per indicare la parte di un gruppo di persone, quindi per indicare la maggioranza del gruppo: in particolare si usa molto nello sport e nel linguaggio militare:

La squadra comprende il grosso dei calciatori dello scorso anno

Il grosso degli atleti di tutte le discipline non partecipa alle olimpiadi.

Il grosso del pubblico ha già lasciato lo stadio

Il ciclista ha staccato il grosso del gruppo che lo inseguiva

Sapete che esiste anche il verbo sgrossare? Ce ne occupiamo domani.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: quali sono i valori morali più importanti per voi? Voglio sapere solo i primi tre. Per me sono coerenza, lealtà e rispetto. Spero di non suscitare proteste per questo.

Harjit: il tuo appello non è stato fatto invano. Da parte mia direi che il più importante è la spiritualità. Segue la libertà e la gratitudine. Ciò non toglie che ci siano anche altre cose molto importanti per me.

Io metto la salute al primo posto. Se questo non è un valore, allora dico la virtù per eccellenza. cioè la forza di volontà. Poi la modestia e l’autostima.

Emma: interessante. questo la dice lunga su di te. Riguardo me, a dispetto delle apparenze, metto al primo posto la passione. Non si direbbe vero?

Ulrike: Lasciatemi sfoderare l’empatia e la pazienza. Come li vedete voi questi due pregi morali?

Mary e Hartnut: Vai a capire perché finora nessuno ha menzionato la gentilezza. Secondo me è una forma di eleganza. La gentilezza si indossa come un vestito di alta moda. E c’è ancora chi la confonde con la debolezza, il che mi stupisce ogni volta.

584 Che dir si voglia, arrogare e rivendicare

Che dir si voglia, arrogare e rivendicare (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi voglio provare a prendere due piccioni con una fava, cioè à fare un breve episodio con un duplice obiettivo. Vediamo se ci riesco.

L’episodio è intitolato “Che dir si voglia” che è un’espressione che si utilizza quando parliamo di qualcosa che possiamo indicare in diversi modi, usando nomi diversi ma equivalenti in quello specifico contesto.

Questo è il primo argomento di discussione di oggi.

Il secondo è la differenza c’è tra il verbo arrogare e rivendicare.

Allora vi dico che questi sono due verbi simili, ma c’è una differenza sostanziale.

Arrogare ricorda molto l’aggettivo “arrogante”. Non è un caso perché il verbo si usa quasi esclusivamente nel senso di pretendere, attribuire a sé stessi quel che in realtà non è dovuto.

Si parla quindi di sé stessi, di attribuire a sé stessi, o di dare a sé stessi qualcosa di positivo: un merito, un diritto, un privilegio, quando però non è dovuto, quando non è il caso, quando non è giusto, o quando non è opportuno o che dir si voglia.

La persona che si arroga qualcosa è pertanto, nell’uso comune, una persona che non ha titolo per farlo, compie una forzatura. Possiamo considerarlo, passatemi il termine, un arrogante, o insolente o supponente” o che dir si voglia, sebbene questo non sia l’aggettivo più adatto.

Forse si potrebbe chiamare una persona pretenziosa, esagerata, sfacciata o che dir si voglia.

Invece rivendicare è un verbo che innanzitutto ha un senso giuridico. Infatti si può rivendicare una proprietà, cioè cercare di recuperare il possesso di una proprietà, come un appartamento, che è illegalmente detenuto da altri. Ma l’appartamento è mio, allora io lo rivendico!

Rivendicare è quindi, giuridicamente, un atto con cui si vuole accertare una verità, un diritto che non viene riconosciuto.

Nell’uso quotidiano però rivendicare si usa similmente a reclamare e contestare quando c’è di mezzo un merito qualunque o anche un diritto qualunque, senza necessariamente chiamare in causa la legge o un giudice.

Se siamo convinti di avere un merito ma gli altri non ce lo riconoscono, possiamo rivendicare questo merito, come a dire:

È merito mio se abbiamo vinto!

Sono stato io che ho fatto vincere la squadra!

Lo stesso per un diritto:

Perché non mi fate parlare? Rivendico il mio diritto di parlare!

Quando una persona quindi protesta per un diritto o un merito non riconosciuto, sta rivendicando il suo diritto o il merito in questione.

Rivendico il successo ottenuto come una mia esclusiva vittoria!

Altre persone però, amici o colleghi che dir si voglia, potrebbero non essere d’accordo:

Vuoi arrogarti il merito della vittoria? Tutti hanno partecipato alla vittoria, non solo tu!

Ecco, direi quindi che la differenza tra rivendicare e arrogare, al di là dell’uso giuridico pertanto dipende dall’opinione personale o dal punto di vista, che dir si voglia.

Avete anche capito, o compreso che dir si voglia, che l’espressione “che dir si voglia” si può usare in molti contesti, ciò che conta è che state usando dei termini o verbi o frasi o aggettivi o che dir si voglia che sono indifferenti nell’interpretare il senso della frase. Possiamo usare uno dei termini a scelta, senza problemi.

Allora adesso vorrei che uno dei membri, una delle persone appartenenti all’associazione o che dir si voglia, utilizzasse qualche espressione già trattata come forma di ripasso. Nessuno si può arrogare il diritto di parlare per primo però, ok? Anzi facciamo una cosa. Facciamo che a parlare sia solo Bogusia.

Bogusia: Buongiorno, scusate ma mi voglio arrogare il diritto di dire la mia sull’argomento di cui sopra.
Voi direte, e lo riconosco, che non mi compete, ma è stata mia l’idea di sollevare la differenza tra arrogare e rivendicare. Quindi la rivendico. Non me ne vogliate per questo tono, non voglio apostrofare nessuno. Da parte sua, Giovanni, manco ho fatto in tempo a proporre questa spiegazione che gli ha dedicato un episodio.
Questo è quanto, o tutto, che dir si voglia.

583 Vorrà dire che

Vorrà dire che (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: se un giorno dovessi dirvi: “oggi niente episodi”

Una vostra risposta potrebbe essere:

Vorrà dire che ripasserò qualche episodio passato.

Ho appena usato una locuzione diffusissima in tutt’Italia:

Vorrà dire che..

Si può usare ogniqualvolta si apprende una notizia, ogni volta che si viene a conoscenza di qualcosa di inaspettato e si vuole esprimere una conseguenza di ripiego, un rimedio, una soluzione alternativa.

Accidenti è finito il sale!

Vorrà dire che mangeremo la pasta sciapa!

Sciapa vuol dire insipida, senza sale appunto.

È come un modo per adeguarsi ad un cambiamento, perché è successo qualcosa di inaspettato, che ci sorprende (non una bella notizia generalmente) ma subito possiamo esprimere una soluzione che tende a rassicurare e a non drammatizzare. Altre volte si usa in modo ironico.

Albert ha scoperto che non basta studiare la grammatica per imparare a parlare l’italiano.

Beh, vorrà dire che adesso anche lui ascolterà e parlerà un po’ di più in futuro.

L’Italia ha vinto inaspettatamente l’oro olimpico nei 100 metri. Vorrà dire che per una volta gli altri dovranno accontentarsi del secondo e terzo posto.

Attenzione perché “vorrà dire che” si usa anche per esprimere una conseguenza logica, intuitiva.

Io non voglio vedere mentre gli italiani battono i calci di rigore. Se poi tutti voi esulterete vorrà dire che abbiamo vinto.

In questo caso voglio dire che la vostra esultanza sarà la dimostrazione pratica della nostra vittoria.

Nell’episodio di oggi voglio invece sdrammatizzare o ironizzare:

Ti hanno licenziato? E allora? Cos’è quella faccia da funerale? Vorrà dire che adesso troverai un lavoro ancora migliore!

Vorrà dire che“, in questi casi, non equivale a “vuol dire che”, sebbene a volte, ma più raramente, si usa anche il presente al posto del futuro con lo stesso senso.

Infatti “vuol dire che” generalmente sta per “significa che”, che si usa generalmente quando si spiega qualcosa (spesso, giocoforza, lo uso anche io nei vari episodi).

Altre volte la forma al presente, come quella al futuro, è legata alle conseguenze, ma non in senso ironico o rassicurante.

Ad esempio:

Se dovessi essere licenziato, questo vuol/vorrà dire che non potrò più comprarmi una macchina nuova, almeno per il momento.

Questa è solo una conseguenza logica, niente di ironico o legato a soluzioni alternative accettabili.

Se invece dico:

A quell’antipatico di Giovanni si è fusa la Ferrari nuova ! Ben gli sta! Vorrà dire che per un po’ dovrà accontentarsi della sua bicicletta.

Qui c’è ironia.

Figlio: Papà, mi hanno bocciato all’esame per la patente.

Padre: Va bene, vorrà dire che lo rifarai e che la tua ragazza dovrà aspettare un po’ prima di essere scorrazzata a destra e a manca!

Anche qui c’è ironia.

Sono andato oltre i due minuti? Vorrà dire che per l’ennesima volta dovrete portare pazienza!

Spesso, come in questo caso, “vorrà dire che” esprime il senso di essere costretti a accontentarsi, senza fare drammi o tragedie greche. Si può allora utilizzare, volendo, anche il termine “pazienza“:

Anche quest’anno niente vacanza all’estero per colpa del Covid! Pazienza. Vorrà dire che resteremo in Italia.

Adesso ripassiamo. Siete pronti per un ripasso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Oggi mi sento quanto mai piena di energia. Come mai che sbuchi con questa domanda? Eccome se siamo pronti. Ce la facciamo in men che non si dica, Non c’è scusa che tenga.

Komi: visto? Neanche hai chiesto ché subito hai trovato volontari pronti ad aiutarti. Manco ci fossimo messi d’accordo.

Hartmut: Neanche mi sveglio ché mi imbatto in questi messaggi. Neanche avessimo fissato un appuntamento.

Harjit e Mary: Io invece, non riesco. Vi saluto. Non lascio mai nulla di intentato per cimentarmi con le frasi nuove, però stavo proprio li li per uscire. scappo. Di nuovo.

Emma: perché mai te la vuoi filare? Io sto ancora a rispolverare episodi del 2020. Farò ancora ancora in tempo a ripassare 10 episodi al giorno se mi impegno Teniamo duro!

582 indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso

Indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso (scarica l’audio)

Video YouTube con sottotitoli

Indicazioni stradali lingua italiana

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo di indicazioni stradali. Ci occupiamo del linguaggio che si utilizza in automobile quando si danno indicazioni stradali.

Dove bisogna andare? Dritto, a destra o a sinistra?

In particolare mi interessano le espressioni e i verbi adatti per indicare una strada da prendere, cioè una strada in cui andare, in cui voltare o girare.

Vai a destra, vai a sinistra, vai dritto sono sicuramente le indicazioni più diffuse in questo senso.

Che faccio adesso? Vado a destra? Oppure vado dritto?

No, vai a sinistra che si taglia.

Anziché usare il verbo andare possiamo anche, come visto prima, usare prendere:

Prendi questa strada a destra

Prendi la prima a sinistra

Dopo l’incrocio, prendi a sinistra, poi al semaforo prendi a destra.

Prendi l’autostrada dopo l’incrocio

Prendere una strada significa quindi andare in una strada, girare per quella strada, voltare in una certa direzione.

Si può indicare anche una destinazione:

All’incrocio prendi per Roma

Dopo il semaforo prendi per Napoli

Prendi la prima a destra e poi prendi per Roma

Sapete che a volte si usa anche un altro verbo: imboccare.

Questo verbo normalmente si usa con i bambini, quando si fa mangiare un bambino.

Imboccare è introdurre il cibo nella bocca di chi non sia in grado di portarvelo da sé, come un bambino.

Bisogna imboccarlo perché non sa ancora mangiare da solo

Nelle indicazioni stradali, imboccare si usa come “prendere”.

Significa quindi avviarsi e procedere in una certa direzione, immettersi in una strada.

Così come si porta il cibo nella bocca di un bambino, si può guidare un’automobile in una certa direzione:

Imbocca questa strada, è più veloce!

Prendi a destra, poi imbocca l’autostrada.

Stai attento perché tra un po’ dovrai imboccare l’uscita dell’autostrada

A volte questo verbo si usa anche in senso figurato, quando la strada di cui si parla è un comportamento, quando sembra che una persona abbia preso una strada giusta o sbagliata, intesa come una scelta, un percorso di vita:

Il ragazzo ha imboccato la strada giusta. Ha finalmente capito che bisogna prima studiare e poi pensare al piacere.

Tornando alle strade, imboccare si usa quando si prende una strada, quando ci si avvia in una direzione, mentre quando si vuole indicare l’uscita si può usare anche sboccare:

Io imbocco l’uscita come mi hai detto, ma dove sbocca questa strada?

Questa strada sbocca in una piazza.

Come dire che questa strada porta, conduce in una piazza. Andando per questa strada, alla fine si arriva in una piazza.

Andando in questa direzione si sbocca a piazza Navona

La manifestazione prima ha preso questa via di fronte a te, per poi sboccare in piazza del Popolo.

Un verbo questo che si usa anche per i corsi d’acqua:

Questo fiume sbocca nel mare tra 10 km.

Questi tre ruscelli sboccano tutti nello stesso fiume.

Si può usare anche il verbo confluire, certamente più corretto, ma meno usato nel linguaggio stradale. Si può anche dire:

Dove porta questa strada?

Dove va a finire questo fiume?

Interessante poi è quando ci sono più possibilità, e allora l’indicazione potrebbe includere il motivo per cui occorre o conviene prendere una direzione anziché un’altra.

Ad esempio:

Prendi a destra ché tagli di un paio di chilometri.

Vai a sinistra ché avanti c’è traffico. Si allunga un po’ ma così accorciamo di qualche minuto.

Andando a destra si taglia. Se invece vai dritto allunghi di parecchio. Non ti conviene.

Secondo il navigatore meglio prendere a destra, sennò si allunga.

Girando a sinistra si accorcia.

Dopo la rotatoria volta a destra, così tagliamo qualche minuto.

Sicuro che così si accorcia? A me pare che si allunghi andando a destra.

Visto? Siamo arrivati prima per aver tagliato il traffico sulla strada principale. Questa scorciatoia non la conosce nessuno! Si abbrevia di molto.

Una scorciatoia è una strada che ci permette di accorciare la lunghezza di un percorso.

Prendendo una scorciatoia, si accorcia, cioè si taglia. Tagliare è più informale ma molto utilizzato. Potete usare accorciare o tagliare senza problemi, anche se per “tagliare” è vero infatti che normalmente si usa un coltello o le forbici.

Accorciare è più adatto sicuramente, perché significa rendere più corto, cioè ridurre la lunghezza di qualunque cosa, quindi anche una distanza.

Si può accorciare un percorso, ma ovviamente possiamo accorciare anche un vestito, un discorso, i capelli, e anche… un episodio !

Anche abbreviare ha lo stesso significato di accorciare e tagliare. Attenti però perché è lo stesso verbo che si usa nel senso di troncare una parola usando un’abbreviazione, tipo dott. al posto di dottore. Questa è appunto una abbreviazione che non si usa per i percorsi.

Una scorciatoia, è bene dirlo, è diversa da una deviazione.

Deviazione viene da deviare, cioè “uscire dalla via”, cioè modificare la propria direzione, uscire dalla via principale. Così facendo si fa o si prende una deviazione, che non è stata prevista ma permette ugualmente di raggiungere l’obiettivo finale.

Di solito la deviazione si prende quando c’è un incidente sulla strada principale, o più traffico del solito, o c’è un cambiamento di programma e ad esempio bisogna accompagnare una persona in un luogo che non si trova sul percorso precedente. Con la deviazione di solito si allunga rispetto alla scorciatoia, con la quale si abbrevia sempre il percorso.

Allora la finiamo qua? Non prima di un bel ripasso. Ascoltiamo:

Ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: avete visto le olimpiadi di Tokyo? Ieri l’Italia ha vinto ben due medaglie d’oro!!

Harjit: gli italiani in questo 2021 stanno facendo un figurone ! Anche i più addetti ai lavori sono abbastanza meravigliati.

Mariana: c’è anche chi rosica abbastanza per questi successi degli azzurri, soprattutto per la vittoria ai 100 metri di Jacobs che ha dato il benservito a chi si meraviglia del suo successo.

Anthony e Mary: un giornalista se ne è uscito con “un progresso difficile da spiegare”, alludendo al doping, probabilmente.

André: una svolta notevole quella di Jacobs. È diventato qualcuno all’improvviso e qualcun altro non l’ha digerito. Se ne dovranno fare una ragione!

581 Neanche + congiuntivo

Neanche + congiuntivo (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi continuiamo a occuparci di “neanche”

Voi potreste rispondermi:

Neanche ne avessimo bisogno come il pane!

In questa risposta c’è proprio l’uso di neanche di cui parlavo.

Ricordate l’episodio dedicato a “quasi“?

L’uso è abbastanza simile, in effetti basta sostituire quasi con neanche, oppure “manco” , o “neppure”.

In quell’episodio abbiamo detto che “quasi” sta per “come se“.

Possiamo fare lo stesso con neanche, e il senso non cambia:

Mi hai guardato come se fossi un alieno

Mi hai guardato quasi fossi un alieno

Mi hai guardato neanche fossi un alieno

Mi hai guardato manco fossi un alieno

Mi hai guardato neppure fossi un alieno.

Neppure si usa meno frequentemente, mentre manco è il più informale.

L’uso di neanche e manco, a differenza di quasi, è specifico però anche in altre situazioni, quando si fa notare una esagerazione, di fronte alla quale si mostra stupore.

Perché mi hai insultato? Neanche ti avessi detto qualcosa di male!

Cioè: mi hai insultato come se ti avessi avessi detto qualcosa di male. Ma in questo caso voglio enfatizzare la tua esagerazione, e farti notare che probabilmente neanche in quel caso avrei meritato un insulto.

Perché in Italia si vuole inserire per legge l’obbligo di vaccinazione per il personale sanitario? Manco il Covid fosse la prima causa di morte!

Voglio dare un punto di riferimento, un punto limite, al di là del quale sarebbe accettabile, ma siamo proprio al limite, ciò che trovo esagerato.

C’è un altro episodio che abbiamo dedicato a queste situazioni, quello dedicato alla locuzione “ancora ancora“, come ricorderete è simile a “al massimo“, e “al limite“.

Giovanni gira sempre con un cappello e gli occhiali da sole, manco fosse una stella del rock che non vuole farsi riconoscere.

Mia moglie mi ha cacciato di casa perché sto sempre al telefono. Manco l’avessi tradita!

Carlo era emozionatissimo durante la nostra prima esibizione al Piano bar, manco fossimo stati allo stadio olimpico di Roma.

Ci siamo mangiati tutto. Neanche avessimo digiunato da due mesi!

In questi casi usare “quasi” è meno enfatico e per niente adatto per esprimere, anche ironicamente, un’esagerazione. Manco e neanche risultano anche più informali e più adatti pertanto a dialoghi con amici.

L’episodio finisce qui. Adesso un breve ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Giovanni ha dimenticato di dire che per dare questo significato particolare a “neanche” basta sincerarsi del fatto che il verbo che segue si trovi al congiuntivo.

Mariana: poco male comunque, visto che il titolo dell’episodio è proprio “neanche più congiuntivo”. Poi lo sai che parlare di grammatica non lo fa impazzire. Ogni tanto ne parla, ma mai più del dovuto.

Ulrike: invece ho sentito dire che il prossimo episodio riguarda un aggettivo. Che voi sappiate, questo ha un fondamento di verità?

Lia: quale che sia, per me va bene. Sempre che sia alla nostra portata.

Bogusia: credo che saremo stupiti ancora una volta. Me lo sento proprio. Chi non si fida può comunque dare una sbirciata alla lista degli episodi.

Hartmut: la lista degli episodi futuri intendi? Ma quella è puramente indicativa, mi farebbe strano che venisse rispettata alla lettera. Bisogna aspettare pazientemente per vedere.

Rauno: staremo a vedere. Però la pazienza non serve. Neanche dovessimo aspettare un anno!

580 Neanche… che….

Neanche… che…. (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: lo so cosa state pensando. State pensando che cosa ci sarà mai di strano in “neanche” per giustificare un episodio dedicato a questo avverbio o congiunzione.

Se ricordate lo abbiamo già incontrato nell’espressione “neanche a farlo apposta, in cui l’uso di neanche è quello più conosciuto: neanche equivale a nemmeno, usati entrambi per escludere qualcosa. Lo stesso vale per “manco”, più informale.

In particolare neanche indica una ripetizione o un aumento di negazione rispetto a una precedente negazione:

non sono a casa e neanche mia moglie;

Io non ho capito e neanche tu.

A volte si usa anche nel senso di persino:

Neanche un miracolo riuscirebbe a farmi parlare italiano correttamente

Ma l’uso che mi preme evidenziare è quando indichiamo qualcosa che accade subito dopo un’altra.

Si usa per sottolineare a volte la velocità con cui accade, altre volte la concomitanza di due eventi.

Neanche arrivo a casa che suona il telefono.

Osserviamo questa frase.

Significa che non appena arrivo a casa, immediatamente subito dopo, suona il telefono.

Non si sta dando un’indicazione precisa, non è detto che appena apriamo la porta sentiamo il telefono suonare, ma ciò che conta è la velocità, la concomitanza.

In realtà per capire il senso di frasi come queste occorre capire il contesto di riferimento.

Nell’esempio fatto, occorre aggiungere una premessa, altrimenti è poco chiaro. Ad esempio:

La mia amica Maria mi ha mandato un SMS dicendo: forse avrò bisogno del tuo aiuto tra poco. Ho un problema.

Accidenti! Io allora mi sono mostrato disponibile e le ho detto di chiamarmi a casa tra un po’ per spiegarmi bene a voce.

Neanche arrivo a casa che suona il telefono.

Ecco: con questa frase voglio sottolineare la contemporaneità di due eventi, il mio arrivo a casa e la telefonata, che è arrivata subito dopo il mio arrivo, più o meno contemporaneamente.

È una modalità colloquiale, discorsiva, adatta per i racconti, per le storie, per riportare le cose accadute, e lo facciamo per aumentare l’attenzione dell’ascoltatore e per rendere fluido il racconto, allo stesso modo di alcune altre locuzioni che abbiamo visto: al che, il che, a suo modo, volendo, se vogliamo, eccetera.

Ma vediamo altri esempi per capire meglio:

Ho avuto una discussione con un omone oggi in un parcheggio. Neanche mi giro che mi arriva un calcio nel sedere!

Avete capito sicuramente una cosa: la presenza di “che” è fondamentale per comprendere il significato della frase.

In questo caso quindi voglio dire che non appena mi sono voltato di spalle, quest’uomo mi ha dato un calcio nel sedere.

Non ha niente a che vedere col senso della negazione ripetuta sopracitata.

Il senso è:

non faccio in tempo a voltarmi che subito dopo mi è arrivato un calcio.

Si può in effetti anche sostituire neanche con “non”: “non faccio in tempo a… che… “.

In questo modo il senso sembra però leggermente diverso, perché detto così il calcio potrebbe arrivare anche prima di aver completato l’azione di voltarmi. Non è molto importante però in realtà la tempistica.

Diciamo che si dà il senso della quasi contemporaneità di due eventi. Poco prima, poco dopo o contemporaneamente è la stessa cosa.

Altri esempi:

Le previsioni del tempo davano probabilità di pioggia al 50%. Ho deciso di non prendere l’ombrello puntando sulla fortuna. Ovviamente neanche esco che arriva il diluvio universale.

Come dire: appena esco inizia a povere. Così però è più enfatico e per questo anche un po’ ironico.

Si può usare anche “nemmeno” o “manco” (più informale) al posto di neanche. Non cambia nulla.

Ho raccomandato a mio figlio di 11 anni di fare attenzione con i fornelli del gas quando è solo in casa. Non ci crederai, ma manco esco che mi chiamano i vicini perché sentono puzza di gas!

Giovanni è sempre velocissimo nel fare nuovi episodi. Manco finisce di scriverne uno che subito pensa al successivo.

Infatti proprio adesso mi viene in mente un altro uso particolare di neanche, che vediamo allora nel prossimo episodio.

Adesso ripassiamo. Invito almeno un membro dell’associazione a proporre qualcosa:

Ripasso degli episodi passati a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: Avete visto come Giovanni mi ha chiamato in causa per scrivere un ripasso? Visto che ero particolarmente impegnato oggi stavo per rifiutare gentilmente l’invito con un “come non detto” . Ma poi mi sono detto “la mia partecipazione nel gruppo è contraddistinta dal comporre ripassi stracolmi di sciocchezze, Che danno farei se ne sfoderassi un altro?

Irina: hai raccolto la provocazione come sempre allora? Direi che ti sei anche contraddistinto per la tua prontezza a metterci del tuo nel gruppo. A me sembra un apporto molto gradito dai membri.

Khaled: c’e’ qualche idea che ti ronza per la testaper non dimenticare le espressioni passate? Magari commentare su quanto sono benaccetti e benvenuti i nuovi arrivati nell’associazione?

Ulrike: questa sì che è una buona idea. Non è mica peregrina come l’ultima volta.

Lia: guarda caso siamo alle solite con te. Anche quando gli fai un complimento lo fai da dritto. Trovi sempre un modo per prenderlo di mira, poveraccio.

Komi: allora ragazzi, al di là del solito tentativo di Ulrike di far andare di traverso ripassi a Anthony , che ne dite se dessimo una scorsa alla lista degli episodi passati?

579 Diminutivi, spregiativi e vezzeggiativi:

Diminutivi, spregiativi e vezzeggiativi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: una domanda che spesso pongono i visitatori di Italiano Semplicemente:ma quanti diminutivi ci sono nella lingua italiana?

La barbetta, lo stanzino, il capoccione, il ragazzetto, il vinaccio, pienotto, poveraccio, benone, la bestiaccia, alberello e tanti altri termini.

Quando vogliamo indicare una caratteristica particolare, spesso in italiano si ricorre, anziché agli aggettivi, ai suffissi, cioè modifichiamo una parola alla fine, aggiungendo qualcosa

Si parla di alterazione. Alterare significa modificare.

La caratteristica che si vuole evidenziare spesso è la dimensione, piccola o grande. Altre volte c’è un giudizio: una cosa brutta, bella, delicata. Una caratteristiche di questo tipo. Altre volte però il termine indica un particolare tipo di oggetto, che non risponde necessariamente alla regola generale dell’uso di quel particolare suffisso.

Si cambia la parte finale di una parola, che in genere è un sostantivo ma può anche essere un verbo o anche spessissimo un aggettivo o un avverbio.

Ecco allora che si possono formare delle parole a partire da altre.

Si tratta quasi sempre di linguaggio colloquiale, di termini che si usano all’orale.

La parte finale che si aggiunge si chiama suffisso. La parte iniziale non cambia in questi casi.

Come cambia la parte finale?

Quali e quanti suffissi esistono?

Non molti ma neanche pochi:

Ino” è il più diffuso.

Un tavolino ad esempio è un tavolo in cui si usa il suffisso “ino”. Si tratta di un piccolo tavolo, ma in realtà un tavolino non è solamente un piccolo tavolo, ma indica anche quella tavola su cui si scrive e si studia, quindi è un nome normalmente usato per particolari tipi di tavoli.

Sempre con “ino” c’è anche piccolino, che viene da piccolo. Gli aggettivi in generale che finiscono con ino indicano, con ironia o meno, una caratteristica di una persona o un oggetto. Questa caratteristica si riferisce in genere alle piccole dimensioni ma c’è spesso una nota di simpatia e di affetto. Ma non sempre.

Un ragazzo piccolino ad esempio è solamente non troppo alto di statura.

Un giochino invece? Spesso è un piccolo gioco, ma altre volte è qualcosa con cui ci si diverte, come un gioco, ma poco impegnativo, oppure un modo per giudicare negativamente il comportamento di una persona:

Non fare questi giochini con me! Non sono uno stupido!

Invece ci sono termini che indicano cose specifiche come il pannolino che chiamiamo così perché esiste anche il pannolone. Il primo è per i bambini, è più piccolo, e il secondo è per gli anziani, più grande. Non esiste il “pannolo” però.

Il termine “birichino” analogamente, non deriva da nessuna parola. Si tratta di un ragazzo o bambino vivace e impertinente, che fa i dispetti e che non obbedisce, è un po’ indisciplinato. Comunque si addice spesso ai bambini, che sono piccoli.

Comunque generalmente “ino” si usa per indicare una piccola dimensione, cosi come “one” è per le grandi dimensioni. Le cose di piccole dimensioni però terminano anche con “etto“.

Se prendiamo una stanza, uno stanzone è una grande stanza, mentre una piccola stanza la chiamiamo stanzetta, e parliamo solamente delle dimensioni, mentre lo stanzino è sempre una piccola stanza, un ambiente di piccole dimensioni, ma senza finestre, quindi buio, adibito però a ripostiglio o spogliatoio. Un oggetto che non usiamo lo mettiamo nello stanzino e non nella stanzetta.

Questo accade con molti termini.

Ragazzino e ragazzina indicano un ragazzo/a che è nell’età dell’adolescenza o della giovinezza. Spesso si usa per indicare semplicemente l’età:

È un ragazzino di 10 anni.

Oppure per giudicare comportamenti:

Ti comporti come un ragazzino viziato.

È un bravo ragazzino

È un ragazzino giudizioso e obbediente

Esiste però anche il ragazzaccio. Il suffisso “accio” si usa sia per giudicare la cattiva qualità, sia come forma amichevole.

Se il ragazzone ad esempio indica un ragazzo grande o alto, più del normale, un ragazzaccio si usa per indicare simpaticamente una persona che si comporta a volte in modo infantile solo per divertirsi, magari un ragazzo che fuma, beve alcool e cambia partner continuamente.

Non sempre accio è pertanto uno spregiativo.

Pensiamo a fisicaccio che indica un fisico muscoloso o agile. Tutt’altro che qualcosa di negativo.

Accidenti che fisicaccio che ti è venuto!

Givanni è un ragazzaccio, ma è molto simpatico!

La maggioranza delle volte però accio indica cose scadenti, di bassa qualità:

Attento alle stradacce di campagna ché si rompe la macchina.

Quella signora è una vecchiaccia invidiosa!

È successo un fattaccio oggi a scuola: hanno picchiato un insegnante.

Il quel quartiere è pieno di donnacce!

Si tratta quasi sempre di giudizi negativi: con una donnaccia ci si riferisce alle abitudini sessuali, se invece parlo di vecchiaccia si parla di cattiveria pura. Se parlo di scarpacce parlo di scarpe di bassa qualità, mentre le parolacce sono parole da non usare perché volgari e offensive. Un fattaccio è un brutto fatto.

L’episodio si chiama diminutivi, dispregiativi e anche vezzeggiativi perché i diminutivi servono a ridurre (non solo le dimensioni), a diminuire qualcosa, in genere le dimensioni (tavolino, bambino, ecc) mentre i vezzeggiativi sono una particolare forma di diminutivo, perché l’immagine della piccolezza è accompagnata dalla simpatia o dalla grazia. Vezzeggiare infatti significa trattare con tenerezza, con affetto.

Non solo ino quindi, ma anche etto e uccio:

È nato un bel maschietto!

No, ci siamo sbagliati, è una femminuccia!

Che bel nasetto che ha quel bambino.

Ha una boccuccia molto carina

Che tesoruccio che sei stato a regalarmi le rose 🌹

Se parliamo di spregiativi, oltre che accio, come suffisso per dare un’immagine negativa c’è anche – ucolo, accio, uccio, astro, aglia:

Giovanni non è una persona onestà ma solo un omuncolo insignificante.

Questi suffissi, aggiunti in genere a sostantivi o aggettivi, esprimono valore diminutivo con un senso peggiorativo, e molto raramente affettivo:

Non ascoltare il giudizio delle persone a cui non stai simpatico. Si tratta di gentucola (piccole persone, di poca importanza)

Peppe non è uno scrittore, scrive solo su giornarucolo di paese. Niente di importante.

Tutt’altra cosa che dire: il mio è un giornalino per ora ma se ci comportiamo bene possiamo crescere.

Che gentaglia che ci sta in questo posto. Andiamo via subito! Veramente un postaccio! (un brutto posto)

Attenzione perché non sempre è così. La vestaglia ad esempio è un indumento che si indossa in camera, maschile o femminile, più o meno lunga, tenuta chiusa da una cintura allacciata in vita o, per la donna, anche da una fila di bottoni. Non c’è niente di male nell’indossarla.

Riguardo ad uccio, si è detto che esprime affetto, questo quasi sempre: tesoruccio, caruccio (che è simile a carino) ma raramente può diventare spregiativo:

Paolo è un impiegatuccio del comune di Roma.

Poi c’è da dire che succede anche che dal maschile al femminile si aggiunge un diminutivo e le dimensioni non c’entrano granché:

Sapone, saponetta

Sigaro, sigaretta

Palazzo, palazzina

Una cosa curiosa è quando usiamo due suffissi insieme:

Palo, paletto, palettino

salto, saltello, saltellino

quadro, quadretto, quadrettino

Casa, casetta, casettina

Mora, moretta, morettina

Bestia, bestiola, bestiolina

uomo, omaccio, omaccione

Stanza, stanzetta, stanzettina

Altre volte non esiste il passaggio intermedio:

Fiore, fiorellino (non c’è fiorello)

Buono, bonaccione

Bonaccione è interessante perché si usa per descrivere le persone buone, ma anche di indole semplice e mite. Si usa anche quando queste persone hanno un aspetto imponente, ma per questo non sono da temere:

Pietro sembra cattivo. È alto e grosso ma è un bonaccione.

Per sapere quale diminutivo usare, per un non madrelingua non è facile, perché bisogna leggere molto e conoscere bene la lingua per sapere alcune differenze.

Basti pensare al fiore. Un piccolo fiore non si chiama fioretto perché questo è una specie di promessa a Dio, un sacrificio, una astinenza, un atto di rinuncia fatto volontariamente per devozione, per fede. Se faccio un fioretto alla Madonna faccio una promessa alla Madonna, ad esempio prometto di non fare piu l’amore con nessuno.

Un fiorino invece oltre ad essere una moneta è anche un tipo di macchina. Il fioruccio invece non si usa proprio. Allora un piccolo fiore si chiama solamente fiorellino. Ma bisogna saperlo.

Lo stesso vale per altri sostantivi e aggettivi. Bisogna praticare per capire quale suffisso usare.

Per i nomi delle persone è molto frequente l’uso di un diminutivo:

Paolo può diventare, per gli amici, Paoletto, Paolino, Paolone, Paoluccio.

Questo vale per ogni nome di persona: Franceschina, Marchetto eccetera.

Esistono comunque anche altri suffissi più rari: – ello:

Adesso sei grandicello, puoi iniziare a cucinare da solo che ne dici?

attolo

Omiciattolo ad esempio è come omuncolo nel significato.

otto, come – one, può formare accrescitivi, qualcosa di grande nelle dimensioni o nelle caratteristiche, ma otto è particolare perché si usa per dare ambiguità, nel senso che non è ben chiaro se stiamo sottolineando un accrescimento o una diminuzione. Dipende dal caso. In effetti qualcosa di barzotto di trova in uno stato intermedio.

Può dirsi barzotto un tempo meteorologico variabile, come anche una persona un po’ ubriaca. O anche delle uova cotte a metà sono, se vogliamo, barzotte.

Con i sostantivi dipende. Un cipollotto è inteso come più piccolo di una cipolletta o cipollina, mentre un barilotto è inteso come più grande d’un bariletto.

Poi in quanto ambiguo si presta bene a situazioni scherzose: scemotto e cretinotto al posto di scemo e cretino. È meglio o peggio? Dipende dal l’occasione.

Quanto detto finora ci fa capire che non esiste una regola per capire esattamente quando un suffisso indichi una cosa precisa, senza sbagliare. Pazienza!

Credo sia abbastanza per oggi che ne dite? Spero che avete apprezzato l’episodio, in tal caso ho fatto un figurone, altrimenti una figuraccia.

Adesso ripassiamo:

Irina: sono stata colpita dal termine accattivante, che è stato usato nella lezione dedicata ai suggerimenti, nel corso di Italiano Professionale. Una spiegazione non lascerebbe il tempo che trova secondo me. Mi dispiacerebbe se passasse in cavalleria.

Bogusia: va detto subito che non ha niente a che fare con la cattiveria.

Harjit: infatti, invece è simile a attraente. È qualcosa che cattura la nostra attenzione e interesse. A volte ispira simpatia e fiducia, altre volte c’è una sfumatura di furbizia, come un sorrisetto accattivante.

Flora: in virtù di questa spiegazione, adesso credo che non perderò occasione per usare “accattivante“, laddove ovviamente sia adatto.

Hartmut: non abbiamo che da aspettare allora…

Ulrike: Questo è un ripasso particolare, senz’altro degno di nota. Abbiamo preso due piccioni con una fava, cioè rispolverato qualche espressione già trattata e al contempo letto e ascoltato una concisa lezione sull’aggettivo accattivante. Veramente impressionante, bravissimo Gianni, ma come si fa a non iscriversi all’associazione italiano semplicemente?

Bogusia: È il nostro professore indefesso, appunto, che ci propone una caterva di idee per ingranare con l’italiano. Non molla neanche nel caso di duri di comprendonio come siamo talvolta e va avanti cercando di inculcarci qualcosa anziché darci il benservito. Avercene di professori come Gianni

578 Dare una scorsa

Dare una scorsa (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: Quante volte capita che non abbiamo il tempo di leggere con attenzione un documento o una email o dei messaggi whatsapp e siamo costretti a dare solamente una scorsa?

Ho dato solo una scorsa veloce alla email che mi hai mandato!

Una scorsa pertanto è lo scorrere in fretta uno scritto, leggendolo a tratti e rapidamente:

Mi piace dare una scorsa al giornale per leggere almeno le notizie principali.

C’erano 300 messaggi nel Gruppo whatsapp e ho dato una scorsa per vedere se c’erano dei messaggi rivolti a me

Molto spesso, soprattutto in contesti familiari, si usa anche:

Dare una guardata

Questo è però più simile a controllare. Si può quindi dare una guardata alla posta elettronica, ma anche dare una guardata al bambino mentre la mamma è fuori a fare la spesa. Anche l’occhiata e l’occhiatina si usano nel senso anche di controllare.

Mi dai una guardata al pupo mentre sono via?

Dai un’occhiata alla casa mentre sono in vacanza?

Ho dato un’occhiatina e mi è sembrato che sia finito il caffè

Anche “dare una letta” è molto diffuso, ma, come la scorsa, si usa solo per i documenti scritti.

Dai una letta ogni tanto alle notizie per restare aggiornato.

Ho dato una letta veloce a ciò che mi hai spedito. Oggi leggerò più attentamente e ti faccio sapere le mie osservazioni.

Dare una scorsa” ovviamente utilizza il verbo scorrere. È il participio passato femminile.

Posso anche dire: ho scorso i messaggi, ho scorso le pagine velocemente, che è esattamente come “ho dato una scorsa”.

Si scorre velocemente, dall’alto verso il basso, ma senza prestare troppa attenzione ai dettagli.

Le modalità alternative sopracitate sono ugualmente valide, anche se abbastanza informali per i documenti scritti. Va comunque sempre usato il verbo dare.

Nella pronuncia, mi raccomando la o chiusa di scorsa, altrimenti sembrerà stiate parlando della scorza, (con la o aperta) cioè della buccia del limone, o il guscio di alcuni frutti, che viene chiamato anche così: scorza. Si scrive però con la zeta e non con la esse.

Fatemi un favore, date una scorsa all’episodio e segnalatemi se ci sono errori di battitura.

Adesso ripassiamo:

Ripasso degli episodi passati a cura del membri dell’associazione italiano semplicemente

Albéric: ciao ragazzi. Io ascolto spesso musica sapete? Influisce molto sul mio umore. Ho letto che è meglio ascoltare musica che fare all’amore.

Komi: ah, e me lo dici solo ora? Mi prendi in contropiede perché ero già pronto per invitarti a cena e ti ho già comprato un mazzo di rose…

Emma: a questo punto vediamoci tutti a casa mia. Io preparo le cuffie e il CD dei Maneskin. Ne ho solo per un’ora ancora ma poi sono pronto.

Irina: non vorrei spegnere gli entusiasmi ragazzi, ma io, e spero non me ne vogliate per questo… Avrei un appuntamento e.. ho già ascoltato troppa musica in vita mia!!

577 Ci si vede

CI SI VEDE (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: una cosa che mi ha colpito quando studiavo il francese è che si usa la forma impersonale al posto della prima persona plurale. Infatti accade la stessa cosa nella lingua italiana:

“Andiamo” può diventare “si va”. Questo accade tra amici e parenti e in generale fa parte del linguaggio colloquiale.

Che ne dite, si va a fare una corsetta oggi?

Lo stesso accade con gli altri verbi. Mi interessa in particolare il verbo vedersi, utilizzato quando ci si saluta:

Ci si vede domani

È equivalente a “ci vediamo domani”.

Questa è una modalità usata in tutt’Italia. In Toscana però in particolar modo, perché questa abitudine, tipica del linguaggio colloquiale, è diffusissima per tutti i verbi.

Ho scelto il verbo vedersi perché è la forma riflessiva di vedere e quindi è più complicato. Bisogna infatti aggiungere la particella ci.

Allora, che si fa, ci si vede domani? (che facciamo, ci vediamo domani?)

Quando ci si vede?

Ci si vede in giro

Da quanto tempo non ci si vede? Saranno almeno due anni.

Spesso si sente (e molto raramente si legge anche) “ci si rivede“.

Non c’è in realtà molta differenza, semplicemente “ci si rivede” vuol dire “ci si vede di nuovo/un’altra volta”, ma possono essere usati nello stesso contesto e quindi direi che sono perfettamente intercambiabili. Infatti l’unica occasione in cui “ci si rivede” non andrebbe bene è nel caso di un primo incontro tra due o più persone.

Questa forma colloquiale non è adatta comunque al lavoro e in generale in contesti formali, dove si può semplicemente usare un “arrivederci“, o “a domani“, “ci vediamo domani”.

Un’ultima cosa che riguarda l’uso di ci e si. Si potrebbe pensare che si possano scambiare le due particelle ci e si. Questo invece non si può fare. L’unica sequenza ammessa è “ci si”, mentre “si ci” non si usa mai.

Quindi si deve dire:

Ci si aspetta al parco per l’appuntamento

Ci si vede alle 10 in punto.

Ci si pensa un po’ e poi ci si sente su whatsapp

Questa regola vale sempre, ogniqualvolta ci e si, si incontrano:

Ci si mette un’ora per arrivare a Roma

Ci si può andare in questa strada?

Allora ci si vede al prossimo episodio.

Adesso ripassiamo, e con l’occasione, commentiamo anche due verbi che abbiamo trovato all’interno di un racconto di Moravia dal titolo “il delitto perfetto“, una lettura che abbiamo fatto all’interno del gruppo whatsapp dei membri dell’associazione.

Ripasso degli episodi passati a cura del membri dell’associazione italiano semplicemente.

Mariana: ragazzi, ci sono alcuni verbi riflessivi che mi fanno vedere i sorci verdi. Si tratta di rimetterci e inoltrarsi.

Harijt: beh, meno male che sei un membro dell’associazione altrimenti ti avrei invitato ad attaccarti!

Sofie: ma cos’è, vi siete dati al linguaggio di strada oggi?

Komi: ti aiuto io su inoltrarsi. Dunque inoltrarsi è simile a andare. Dipende però dalla frase e dal contesto. Se ci si inoltra nella foresta o in un bosco si sta entrando in profondità nel bosco. In generale è come iniziare un cammino e si può usare anche per altre attività. Ad esempio ci si può inoltrare nello studio di una lingua. Spesso ci si inoltra in discussioni inutili o complicate, o se vogliamo, in un’impresa troppo difficile.
Chi si inoltra nella lettura ha iniziato a leggere qualcosa ed è già andato oltre un certo livello iniziale. Magari ha letto 100 pagine e passa.
Come verbo, spesso è anche usato per esprimere pericolo. È infatti pericoloso inoltrarsi nel bosco. Significa che sei andato oltre il dovuto e anche che te le cerchi.

Irina: già, e ci si può persino rimettere la pelle in questi casi. Ho usato il verbo rimetterci: “rimetterci la pelle” è, tra l’altro, un’espressione che si è già spiegata in questa rubrica. Da non confondere con rimettersi. Non ci rimetti nulla, se non ricordi bene, a dare un’occhiata all’episodio. È un episodio abbastanza recente, non è da illo tempore che è stato spiegato.

Ulrike: Una spiegazione con i fiocchi Komi. Ma senti, hai detto inoltrarsi è un po’ come iniziare un cammino. Hai presente che nel racconto di Moravia di cui sopra in un simile contesto viene usato il verbo avviarsi. Ho sentore che abbia lo stesso significato. Ma può darsi che ci siano delle sfumature.

Emma: sfumature dici? Veramente avviarsi è solo l’inizio di qualcosa. Un inizio è un avvio. Se vai un po’ oltre però, tanto che tornare indietro non è poi così facile, nel caso del bosco, allora significa che dopo esserti avviato, ti sei anche inoltrato. Ad esempio chi si è appena avviato nella lettura e nell’ascolto degli episodi di questa rubrica, è diverso da chi si è già inoltrato nella lettura da un pezzo.

576 Sì, far sì, di sì, se sì, sì che, signorsì

Sì, far sì, di sì, se sì, sì che, signorsì (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: tutti voi, studenti non madrelingua o amanti della lingua italiana, o entrambe le cose, sapete bene il significato di ““. Lo conoscete vero? Siete sicuri?

Sì, lo so che lo conoscete. Ma non fino in fondo forse. Infatti se ho deciso di dedicare un episodio a questo avverbio evidentemente c’è qualcosa che ancora neanche immaginate.

Oggi allora facciamo una panoramica, cercando di farla abbastanza veloce però per non far torto al nome della rubrica (due minuti con Italiano Semplicemente).

Nel senso di risposta affermativa, sì si contrappone a quella negativa (no), ma possiamo notare alcune cose utili da sapere.

Possiamo raddoppiare: sì sì!

In questo modo lo rafforziamo.

Ti sei ricordato di chiudere la porta prima di uscire di casa?

Risposta: sì sì!

Come dire: certo, stai tranquillo, sono sicuro di questo.

Posso anche dire:

Ma sì!

Sì, certo!

Ovviamente sì

Sì, senz’altro

Che ugualmente rafforzano l’affermazione. Spesso “ma sì” si usa quando qualcuno insiste troppo.

Ti sei lavato le mani?

Ma sì, sono tre volte che me lo chiedi.

Oppure quando ci si vuole concedere qualcosa:

Andiamo al cinema stasera?

Ma sì, perché no! Andiamo!

Se seguito da “che” si usa per fare una distinzione, per far notare una differenza oppure sempre per rafforzare un sì:

Sei incinta? Veramente? Questa sì che è una bella notizia.

Questo sì che è un albergo, mica come quello di ieri!

Per rafforzare::

Certo che sì!

Vuoi sapere se sono felice! che lo sono!

È un sì convinto, e questo può essere rassicurante, ma anche offensivo, o almeno un poco indelicato:

Ti sei ricordato di chiamare tua madre?

che mi sono ricordato, cosa credi? Ho una memoria di ferro, non lo sai?

che lo so, mica volevo offenderti.

Un po’ più informale rispetto a “certo che“.

Lo stesso senso lo otteniamo anche mettendo il “sì” alla fine, ma senza “che” . Attenti anche al tono:

Mi sono ricordato sì!

Questa può essere una risposta piccata, che manifesta irritazione, per aver dubitato di qualcosa.

Sai fare questo esercizio?

Risposta: lo so fare ! Mica sono scemo!

Sempre associato a “che“, ha un senso simile a “eppure“, ma ci deve essere anche la congiunzione “e”:

Perché sei uscito senza giacca? È ovvio che adesso hai freddo.

E sì che te l’avevo detto!

Come dire: io te lo avevo detto, ma non ci hai creduto.

C’è una constatazione:

Mi hanno rubato la macchina! E sì che mi avevi avvertito che questa era una zona pericolosa.

Questo ha un significato diverso, se ci pensate, alla locuzione “e dire che“, di cui ci siamo già occupati, dove c’è una contrapposizione tra ciò che sembrava e la realtà. Di fatto però anche “e dire che” può usarsi allo stesso modo:

Adesso hai freddo? E sì che te lo avevo detto che dovevi prendere la giacca.

Adesso hai freddo? E dire che te lo avevo detto che dovevi prendere la giacca.

Si può usare anche con la preposizione “di“:

Le ho chiesto di sposarmi. Lei ha risposto di sì

Mi ha detto di sì

Ci sono poi frasi particolari che sono vicini ad un sì:

pare proprio di sì

Sembra di sì

speriamo di sì

Col verbo fare non si usa però la preposizione “di“, perché non bisogna parlare:

Se ti fanno delle domande, fai sì con la testa.

Cioè: di’ di sì con la testa.

A proporosito di fare sì. Questa può diventare una locuzione: far sì, che significa “fare in modo“:

Bisogna far sì che ci sia giustizia in questo paese.

Devi far sì che tuo figlio non corra alcun pericolo. Proteggilo.

Può anche essere un sostantivo:

Vuoi sposarmi? Voglio un sì!

Il tuo è un sì o un no?

Si usa anche per rispondere al telefono o quando mostriamo disponibilità. In questo caso si deve usare con intonazione interrogativa.

Al telefono sta per “pronto!” o “dica!”

?

Si può usare al posto di *eccomi!”,” avanti!”,”desidera?” ad esempio se bussano alla porta o se qualcuno ci chiama o se sta per dirci qualcosa e noi vogliamo mostrare disponibilità.

A volte significa “tanto“, “così tanto“, “talmente“, se davanti ad un aggettivo. Questo senso si trova abbastanza spesso nella letteratura e nella poesia:

Era sì bella e colta che tutti la desideravano.

È però un uso sicuramente passato di moda, sebbene sia compreso ancora da tutti.

Sempre davanti ad un aggettivo, qualche volta può significare “nonostante questo“:

Era sì molto bella, ma non era molto colta.

Ho sì mangiato, ma ho ancora molta fame.

Come dire: nonostante io abbia già mangiato, ho ancora fame. È vero che era bella, ma non era molto colta, istruita.

C’è sempre un ma o un però in questi casi.

Si usa anche in modo ironico:

Scommetto che sposeresti un uomo ricco anche se bruttissimo!

Risposta:

Sì, domani!

Sì, credici!

Sì, aspetta!

In pratica la risposta è no. Non si ha quindi nessuna intenzione di fare ciò che è stato richiesto.

Un altro modo ironico è per sostituire “sempre“:

Mi chiama un giorno sì e l’altro pure. Che pizza!

Sbaglia un giorno sì e l’altro pure.

Si usa spesso insieme al no:

Allora? Sì o no?

Giovanni fa lezione un giorno sì e uno no (cioè a giorni alterni).

Vado a lavorare un giorno sì e uno no.

Non hai risposto né si né no alla mia domanda

Quando è preceduto da “se” significa “in caso affermativo” :

Non so se passerò l’esame. Se sì, ti mando un whatsapp. Se no, spengo il telefono.

Ovviamente “se no” sta per “in caso negativo”.

Allora, se prima credevate di sapere il significato di sì, adesso sì che siete confusi vero? E sì che vi avevo avvertito!

A proposito di confusione: non confondete sicché, unico termine, con “sì che” (due parole).

Poi ci sono parole particolari come signorsì (o signór sì), un avverbio composto di signore e sì che si usa nell’esercito, tra militari, quando si obbedisce ad un ordine di un superiore.

È equivalente a sissignore, anche questo tutto attaccato, con due esse centrali. In particolare questa parola si usa anche per conferire (dare) una carica intensiva a un’asserzione (un’affermazione) :

Allora, hai deciso di lasciarmi?

Sissignore! ho proprio deciso di lasciarti. Non ne posso più.

Come a dire: sono molto deciso in questo, qualcosa in contrario?

La forma staccata si usa invece quando signore è accompagnato da altra parola.

Sì, signor colonnello

Sì, signora maestra

Adesso ripassiamo, prima che vi arrabbiate.

Ripasso degli episodi passati a cura del membri dell’associazione italiano semplicemente

Hartmut e Mary: una volta ho sognato che parlavo tutte le lingue del mondo. Non ti dico quanto ero felice!

Ulrike: mi rodo sempre dalla rabbia sempre quando vedo qualcuno molto disinvolto con le lingue. Sarei ben felice di essere al suo posto.

Albéric: bisogna però esserci portati. Non è che tutti abbiamo le stesse capacità.

Irina: dite? Sarà! comunque io conosco solo la mia lingua e riesco a giostrarmela dappertutto nel mondo. Non me ne volete ma questa ossessione per le lingue non la capisco.

Lia: grazie, tu parli l’inglese!

Mariana: Irina, a me questa che hai detto mi pare veramente una stupidaggine. Lo studio di una lingua straniera, al di là della funzione di cavarsela viaggiando, serve a capire la cultura di un popolo, ossia conoscere la gente del paese. Senza di questo, viaggiare è inutile, quasi, se mi passate il termine, una supercazzola.

575 Infierire

INFIERIRE (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: Sapete che ci sono tantissimi termini, verbi espressioni o locuzioni nella lingua italiana che hanno origine dal mondo animale?

Uno di questi è il verbo infierire.

Infierire viene infatti da fiera, che rappresenta un animale selvatico e feroce, cioè una belva.

Sapete che gli animali, se sono feroci, significa che sono aggressivi, aggrediscono e lo fanno ovviamente per sopravvivenza.

La ferocia è una caratteristica degli animali carnivori, cioè che mangiano carne. La ferocia è aggressività selvaggia, bestiale, appunto.

Quando un animale feroce aggredisce la sua preda per mangiarla, non ha pietà: si avventa contro di lei (verbo avventarsi, cioè scagliarsi, vale a dire lanciarsi, gettarsi, piombare sulla preda, balzare sulla preda velocemente) e la uccide. L’animale, si può dire, infierisce contro la sua preda, e infierire significa accanirsi con particolare violenza e ferocia contro qualcuno.

Notate che anche accanirsi è un verbo che deriva dal cane, quindi anch’esso ha origine animale. Sarebbe come comportarsi come un cane, con la stessa sua crudeltà. Povero cane.

Ma poniamo la nostra attenzione sul verbo infierire, perché, proprio come accanirsi, è di uso comune.

Naturalmente si tratta di due verbi che non si usano solamente parlando di animali.

Il verbo infatti si usa prevalentemente per indicare una insistenza ingiustificata in un’azione che provoca un danno a qualcuno.

Il verbo insistere è abbastanza vicino come significato ad infierire, ma insistere manca della componente “animale”, una componente di eccesso, di durezza esagerata, eccessiva. A volte, con infierire, c’è persino crudeltà, masochismo, quasi una voglia di fare del male fine a sé stesso, solo per il gusto di farlo. Cosa questa che non appartiene agli animali ovviamente, che semplicemente agiscono secondo natura.

Vediamo qualche esempio:

Il professore di italiano non soltanto ha bocciato lo studente, ma ha voluto infierire su di lui, facendolo vergognare davanti a tutti gli altri studenti per la sua impreparazione.

Questo professore è stato quindi un po’ cattivo, si è comportato in modo eccessivamente duro con questo studente. Non solo l’ha bocciato ma ha anche infierito su di lui, perché non gli bastava bocciarlo, ma ha voluto dargli una lezione davanti a tutti gli altri studenti.

Ha esagerato? In genere sì se usiamo il verbo infierire. C’era bisogno di infierire? Probabilmente no, ma evidentemente il professore non era di questo avviso.

Il verbo si usa prevalentemente con le persone, che infieriscono con i loro comportamenti su altre persone, in genere inermi, che cioè non hanno modo di difendersi. Non possono fare nulla. Può bastare questo, questa incapacità di difendersi per giustificare l’uso del verbo infierire.

Infierire è dunque “andare oltre” un certo limite mostrando durezza e mancanza di empatia o sensibilità:

Perché infierisci su quella povera formica, cosa ti ha fatto di male?

Adesso basta, non trattare cosi male tuo figlio. Ti ha già chiesto scusa per il suo errore. Perché infierire su di lui?

Una donna ha ricevuto 150 coltellate, ma nonostante questo, l’imputato ha dichiarato che non voleva infierire su di lei.

Dei ragazzi sono stati picchiati mentre dormivano. Ma chi è stato ad infierire in questo modo su di loro?

Ti sei accanito contro di me? Ti piace infierire? Ci provi gusto?

Non si usa solo con le persone però:

Anche una malattia, un terremoto, un uragano, una qualunque calamità naturale, quando si manifesta con particolare violenza, si può dire che infierisce, perché colpisce la popolazione che non può fare nulla per difendersi e che magari ha già altri problemi.

Il virus continua ad infierire sul mondo intero. Questo virus è senza pietà.

Dopo il terremoto, arriva anche il temporale ad infierire contro la popolazione.

Adesso ripassiamo. So che avete capito. Non voglio infierire.

Ripasso degli episodi passati a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:

Khaled: ciao a tutti. Mi chiedo se sia meglio amare o essere amati, dovendo per forza scegliere. Come la vedete voi?

Komi: senz’altro meglio essere amati. Mi fa sentire più sicuro. Che poi così non ci si emozioni, me ne farò una ragione. Preferisco non soffrire, altro che storie!

Irina: di contro però va detto che questa sicurezza va a scapito della vera felicità. No! Meglio amare, mi fa sentire vivo/a. Sempre che però io non sappia di non essere amato/a.

Ulrike: sono d’accordo. Tra l’altro l’amore dato non è mai perso, vale a dire che non si ama mai invano. Ciò non toglie che anche essere amati abbia i suoi vantaggi.

Sofie: si tratta in entrambi i casi di rapporti che sono giocoforza destinati a finire. Chi ama, prima o poi darà il benservito all’altro, e ne ha ben donde.

Mariana: spesso accade anche il contrario però, e chi ama ci rimane fregato, fermo restando che lo era già prima, secondo me.

Irina: Comunque io, per non saper né leggere né scrivere, preferisco fare incetta di uomini, con buona pace dei moralisti, bigotti e bacchettoni. Prima o poi uno da amare e che mi ama lo trovo!

Anthony: davvero? Non ti ci facevo!!

574 Rosicare

Rosicare (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: un verbo molto usato tra i giovani è rosicare.

Un verbo che ha due utilizzi.

Il suo senso proprio ha anche fare con la bocca, anzi con i denti.

Con i denti infatti non solo si può mordere, masticare o azzannare qualcosa, ma anche rosicare qualcosa.

La cosa che si rosica normalmente è un osso.

Significa rodere a poco a poco, rosicchiare.

Si può rosicare una pannocchia, si può anche sgranocchiare una pannocchia, oppure un torsolo di mela ed altro.

Rosicchiare è più usato ma ha solo un uso proprio, mentre rosicare è più informale, inoltre l’utilizzo di rosicare va oltre il senso di mordere poco a poco, cioè mordere un poco alla volta qualcosa, consumandolo gradualmente, proprio come fa un cane col suo osso.

Oltre al famoso proverbio “chi non risica non rosica” che abbiamo già visto insieme e che significa che bisogna rischiare per ottenere qualcosa, esiste un uso figurato del verbo rosicare.

Sta per rodersi per la rabbia, per la gelosia o per l’invidia. Esprime un sentimento negativo caratterizzato dal fatto che non si accetta qualcosa che è successo e questo ci fa stare male.

C’è un personaggio dei fumetti, (il nome del fumetto è Topolino, o Mickey Mouse per la precisione), personaggio che si chiama Rockerduck, che quando provava questo sentimento di rabbia,si mangiava letteralmente dei cappelli.

Succedeva quando era molto arrabbiato per qualche vittoria economica ottenuta dal suo rivale Paperon de Paperoni, a suo danno. Questa rabbia veniva sfogata materialmente rosicando, cioè rosicchiando dei cappelli uno alla volta, consumandoli un morso alla volta per la rabbia. Rockerduck quindi rosicava per la sconfitta.

È proprio rosicare il verbo che si usa in casi di rabbia, ma prevalentemente tra i giovani. Potremmo collegare il verbo rosicare anche all’ultimo episodio in cui abbiamo visto il verbo attaccarsi, infatti chi si attacca, spesso poi rosica per questo.

Non si tratta di cose molto importanti in realtà, ma di questioni abbastanza futili, poco importanti veramente, che però da giovani hanno il loro peso.

Es: I giocatori inglesi hanno rosicato per la vittoria dell’Italia agli Europei 2020, tanto che lo hanno dimostrato togliendosi la medaglia dal collo durante la premiazione.

La vittoria degli avversari spesso provoca rosicamento, cioè rabbia mista a delusione per una sconfitta che poteva essere invece una vittoria.

Un modo altrettanto diffuso per chiamare questo sentimento prevede l’uso del verbo rodere.

Es:

Mi rode per la sconfitta di ieri.

Vedo che ti rode parecchio per aver perso la sfida.

Rodere (o rodersi), però, ha un senso più ampio e si può usare in più modi in diverse occasioni.

Oltre che, ancora una volta, avere il senso proprio di staccare con i denti delle piccole parti di un corpo duro, quindi proprio come rosicchiare e rosicare, es.

Rodere un pezzo di pane secco

Significa anche logorare, deteriorare. C’è qualcosa che si consuma, si deteriora, si logora.

Allora posso dire che “la ruggine rode il metallo”.

Come vedete il senso di rodere, fin qui, non ha un contenuto emotivo.

Però come detto, nelle relazioni umane, rodere si usa soprattutto per indicare un risentimento, una sensazione di fastidio, di dispiacere che non riesco a fermare.

Non c’è però necessariamente invidia, dispiacere perché qualcun altro ha ottenuto qualcosa e noi no.

Es:

Mi rode di non poter fare le vacanze quest’anno

Come dire: mi dà fastidio, mi provoca malessere e non posso far nulla per questo.

Il legame col senso proprio, quello legato al consumare qualcosa, si riferisce al fatto che quanto ti rode per qualcosa si sta consumando sé stessi, si sta facendo del male a sé stessi. Qualcosa ci sta logorando, consumando, deteriorando.

C’è qualcosa che ci tormenta, che ci strugge.

Posso dire:

Rodere di gelosia o rabbia

Rodere per la gelosia o per la rabbia

Posso usare anche la forma riflessiva:

Rodersi di/per gelosia/rabbia

Se uso rosicare siamo più in ambito di rabbia dovuta a una sfida persa, una competizione andata male e quindi di invidia.

Se non sappiamo perdere, se non accettiamo la sconfitta, non possiamo fare altro che rosicare. Questo rosicamento possiamo dimostrarlo in diversi modi: un silenzio prolungato, uno sguardo arrabbiato, un urlo verso il cielo, un gesto di stizza, devastando la stanza, insulti a destra e a manca, o un gesto di mancata sportività, proprio come quello dei giocatori inglesi che si sono tolti la medaglia dal collo.

Chi ha un atteggiamento di questo tipo viene chiamato rosicone.

Es:

Non fate i rosiconi, può accadere di perdere. Bisogna accettare la sconfitta.

Non si parla sempre di sconfitte vere e proprie però.

Si può trattare anche di pura invidia per i successi altrui. Successi di qualsiasi tipo. Gli ingredienti fondamentali sono due:

1) Quel successo era alla mia portata, potevo anche ottenerlo io

2) Non riesco a accettare, a digerire questa sconfitta.

La ragazza che mi piace si fidanza con un mio amico? Facile rosicare in questi casi. Difficile essere felici per lui. Potevo essere io al suo posto

Sarei potuto essere felicissimo e invece è toccato a lui.

Anche questa è una sconfitta.

Spesso si prende in giro chi rosica. È quello che accade con gli sfottò tra tifosi: si cerca di far rosicare sempre di più chi ha perso.

Tra bambini piccolissimi si usa anche cantare delle canzoncine per far sì che gli altri rosichino:

Io ho vinto e tu no!

Io ho la mamma bella e tu brutta, pappappero!

Adesso ripassiamo:

Ripasso degli episodi passati a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Ragazzi mi dispiace ma come sapete sono mancata alla chiacchierata di ieri. Mi è sfuggito qualcosa degno di nota?

Anthony: Eh sì! Hai perso una conversazione vivissima perché sono corsi in molti a partecipare alla conversazione. A quanto pare molti membri scalpitavano per tornare alla carica. Persino Giovanni era in buona forma dopo la sua pausa ludica al mare.

Ulrike: Io invece non sono totalmente d’accordo. Non hai perso granché. Tanto per cambiare c’era Antò a attaccare il solito pippone rispondendo a un dubbio posto durante la conversazione.

Irina: vedo che non siete d’accordo in toto. Ché mi sono persa qualcosa?

Mariana: secondo me dovresti assolutamente fare il possibile per ritagliarti il tempo necessario per partecipare ai nostri incontri video, sempre che tu abbia ancora voglia di migliorare il tuo italiano adoperando le 7 regole d’oro.

Irina: Hai ragione. La prossima volta riuscirò a collegarmi. Non c’è santo che tenga.

573 Attaccarsi

Attaccarsi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno ragazzi, c’è una cosa che non dirò mai a nessuno che mi chiederà un consiglio o mi darà un suggerimento su un nuovo episodio:

Attaccati!

Questa è una risposta abbastanza diffusa in tutt’Italia, ed è molto informale.

La versione più conosciuta anche dai non madrelingua è invece:

Arrangiati!

Non è però esattamente la stessa cosa, poiché, come si sa, le espressioni più informali hanno un contenuto emotivo irriproducibile in altro modo.

Il senso è quello, da una parte, di mostrare avversione o antipatia, dall’altra quello di liberarsi di un problema.

Attaccati!” è dunque un invito ironico o polemico ad arrangiarsi e anche rassegnarsi.

Arrangiarsi invece è sicuramente più morbido e può stare anche per “fare del proprio meglio”, “riuscire in qualche modo a farcela”.

Infatti posso anche dire ad esempio:

Voi andate in taxi, non vi preoccupate per me, io mi arrangio e in qualche modo arriverò.

Oppure:

Come te la cavi in cucina? Sai cucinare?

Risposta: mi arrangio.

Come a dire: qualcosa riesco a fare, non sono una schiappa, me la cavo abbastanza.

Arrangiarsi, altre volte, è più simile a “adeguarsi” e, ancora meglio, “rassegnarsi“, quando si perde un’occasione e si rimane male, si resta delusi. Ma spesso bisogna aggiungere qualcosa in più, proprio per indicare quel senso di liberazione, di sfogo e di antipatia, se ad arrangiarsi sono altre persone.

Ecco allora che arriva in nostro aiuto il verbo attaccarsi!

Attaccarsi infatti, usato nella forma di un invito, indica una situazione in cui una persona rimane senza alcuna soddisfazione e si deve conseguentemente rassegnare.

Ci sono vari modi per indicare queste situazioni nella lingua italiana, come ad esempio “restare scornato“, cioè senza le corna.

C’è da dire che attaccarsi ha ovviamente più significati, e nel senso proprio significa afferrare qualcosa, prendere qualcosa.

Questa espressione molto sintetica, composta da una sola parola (attaccati!) deriva infatti in realtà dalla più nota “attaccarsi al tram” che ha lo stesso significato: restare senza soddisfazione, perdere un’opportunità, restare deluso per aver perso un’occasione propizia, soprattutto se invece altre persone hanno ottenuto qualcosa.

Vediamo qualche esempio:

Siamo in discoteca, ci sono due belle ragazze che ballano.

Li vicino ci sono tre ragazzi che vogliono approcciare queste ragazze. Il problema è che sono tre e le ragazze solamente due.

Uno dei tre fa: io ci provo con la bionda.

Un altro dei tre replica: allora io ci provo con la mora.

E il terzo allora fa: ed io mi attacco?

Oppure:

Ed io mi attacco al tram?

Questa è una risposta equivalente, e sarebbe come dire che voi salite sul tram e siccome non c’è posto per me, io mi attacco al tram!

L’origine infatti è proprio questa.

Sapete che un tempo i tram, quei mezzi di trasporto cittadini simili ai treni, possedevano delle sporgenze esterne che potevano utilizzarsi dalle persone che erano in ritardo e che quindi letteralmente si “attaccavano” al tram in corsa.

Ci sono ovvianente anche modalità volgari per esprimere lo stesso concetto, ma ve le risparmio.

Altri esempi:

Molti studenti si iscrivono alla facoltà di medicina ogni anno, per questo motivo si fa un test d’ingresso per selezionare i più meritevoli. Gli altri, ovviamente, si attaccano!

Usate questa modalità solo con gli amici, non perché sia un’espressione volgare, ma perché esiste un’espressione molto volgare con lo stesso senso che inizia proprio così: attaccati al c***o!

Volete un ripasso adesso? Tranquilli, non userò l’espressione di oggi!

Ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: Ragazzi sta prendendo corpo l’ipotesi di un nuovo dpcm entro la fine della settimana. I dettagli dello stesso hanno preso forma nella scia della recente impennata di casi legati al diffondersi della variante Delta.

Irina: Ho letto anch’io le diverse indiscrezioni pubblicate sui giornali. Sembra che il governo risponderà con tutta una serie di complesse regole. In extrema ratio, per evitare nuove chiusure, si sta valutando anche la vaccinazione obbligatoria.

Hartmut: Sì. Mi risulta che il decreto verterà sulle nuove regole per l’uso della certificazione verde, la cosiddetta Green pass. E fossi in te non mi preoccuperei più di tanto. Tanto più complesse sono le regole, meno sono attuabili e più velocemente saranno abbandonate.

Sofie: solamente poche settimane fa eravamo in molti a cantar vittoria. Ormai ci troviamo di nuovo In una corsa alle vaccinazioni entro l’arrivo dei periodi freddi in cui ci tappiamo in casa.

Komi: e dire che ci sono ancora dei no-vax!!

Albéric: Non me ne volete ma io personalmente sia di questa pandemia che dei “no vaxne ho fin sopra i capelli. Non so se riuscirò ad abbozzare questa situazione molto più a lungo.

Mariana: Io ho la soluzione che farà per te però. Scarica la tua green pass e prendi e vai in Molise, alla riunione di Italiano Semplicemente. C’è pochissima gente e tanto verde. Se tanto mi dà tanto, lì vai sul sicuro.

572 Volevo ben dire

Volevo ben dire (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno ragazzi, nell’ultimo episodio abbiamo parlato di “ben“, se ricordate.

Oggi allora vediamo l’espressione “volevo ben dire” una frase con cui si vuole dire che un fatto era stato previsto oppure che ero sicurissimo che accadesse o anche che non poteva non accadere:

Nonostante tutti dicessero che la Francia fosse la squadra più forte, alla fine ha vinto l’Italia. Volevo ben dire!

Cioè: lo dicevo io, lo sapevo io, io lo avevo detto, mi pareva strano il contrario.

Può essere una esclamazione in cui si rivendica con fierezza la propria capacità di prevedere come si sarebbero svolti i fatti, o la propria intuizione.

Oppure equivale semplicemente a “lo sapevo”, “immaginavo fosse così”, perché era una cosa ovvia secondo me o logica, una cosa in ogni caso che non mi stupisce per niente.

Giovanni, tu abiti vicino Roma?

Certo. Rispondo io. Proprio a Roma.

Volevo ben dire” può essere la tua risposta, che è un po’ come rispondere:

Lo immaginavo

Mi sembrava infatti fosse così

Non mi stupisce per niente

Magari ha riconosciuto un po’ l’accento.

Tutto chiaro?

L’episodio termina qui, dunque ci vediamo al prossimo ok?

Ah no, dimenticavo il ripasso, a cura dei membri dell’associazione italiano semplicemente.

Ulrike: ah, volevo ben dire! Quando mai un episodio finisce senza ripasso!

Irina: era uno scherzetto di Giovanni, che ne ha sempre uno pronto per noi, sempre che non sia stata una giornataccia per lui.

Hartmut: per suscitare interesse c’è bisogno anche di questo. Meglio diItaliano Semplicemente non c’è niente.

Sofie: non è che stiamo esagerando con i complimenti?

André: ma è risaputo che siamo sul sito dedicato ai non madrelingua per antonomasia.

Mariana: Esatto. Quindi non è un caso che faccia anche al caso mio,in quanto brasiliana.

571 Ben

Ben (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno ragazzi, vi ricordate dell’episodio dedicato all’espressione “Averne ben donde“? Significa, come ricorderete sicuramente, qualcosa di simile a “avere una ragione molto valida” per fare qualcosa.

Il termine “ben” presente nell’espressione sottolinea, come abbiamo accennato in quell’episodio, la validità del motivo. Potremmo dire che è simile a “molto”, “assai”, “parecchio”.

È vero che “ben” è la forma troncata di “bene”, ma nei suoi utilizzi solo qualche volta ha a che vedere con “bene” .

Se dico:

Se ben ricordo, lo scorso anno siamo stati in Danimarca.

In questo caso “ben” sta per “bene” e “se ben ricordo” significa “se ricordo bene”.

Questa inversione, questo scambio di posizione con bene si presenta ogni volta, in questo caso, spesso anche in parole dove “ben” si attacca a qualcos’altro e forma dei termini particolari: e forma un’unica parola: benvoluto, benservito, benacetto, eccetera

Sono un presidente benvoluto dai membri dell’associazione = sono un presidente a cui i membri vogliono bene.

Questo episodio mi sembra ben riuscito

Francesco è sempre ben vestito

In Europa non siamo ben messi con il covid in questo 2021

Gli italiani ultimamente non sono ben visti in Inghilterra (poco rispetto, poco apprezzamento)

Se ho ben capito ciò che vuoi dire, mi stai dicendo che mi dai il benservito?

Ben presto riusciremo a sconfiggere la pandemia

In questo “ben presto” ad esempio, ben “sta” per “molto” e non c’entra nulla con “bene”.

Invece “se ho ben capito” significa esattamente “se ho capito bene”.

Sono ben stufo di questi italiani che vanno in giro per il mondo a dire che sono i più forti a giocare a pallone!

Hanno vinto ben due volte ai calci di rigore in quest’ultimo campionato europeo di calcio.

Delle espressioni molto usate “Vorrei ben vedere!” e “lo puoi ben dire“, che meritano un episodio a parte per essere ben spiegate.

È proprio un bel tipo Giovanni vero? (un tipo particolare)

Secondo me invece è solo un italiano ben istruito (con una buona istruzione).

Ma adesso siamo ben stanchi di questo episodio!

Ben detto!

Allora concludiamo ben benino l’episodio con un bel ripasso!

Infatti sono passati ben 4 minuti dall’inizio dell’episodio e sarete ben stanchi di questa rubrica!

Si usa spessissimo con i numeri, come ho appena fatto, per sottolineare proprio il numero, per dire che è un numero relativamente elevato, un numero notevole:

Questa notte ho dormito ben 12 ore

Giuseppe ha avuto ben 26 figli, con ben 4 mogli diverse!

Solo il tempo per dirvi che esiste anche “mal” opposto a “ben” a cui dedichiamo un episodio tra qualche giorno. Consideratelo un debito nei vostri confronti.

Adesso ripassiamo:

Ripasso degli episodi passati a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mariana: a proposito di debito, se ben ricordo, sempre che la memoria non mi inganni, ti dovevo 20 euro vero?

Lia: brava, bisogna sempre restituire il dovuto.

Anthony: no, non mi devi niente, ti sbagli. Quando mai ti avrei prestato dei soldi?

Albéric: sicuramente si riferisce alla scommessa vinta sugli europei di cui sopra…

Ulrike: io sto sempre alla larga dalle scommesse. Ci si può rimettere anche la pelle se si mette male.

Lia: verissimo, per quanto, chi di noi almeno una volta nella vita non ha fatto una scommessa?

Irina: allora, ne abbiamo ancora per molto ragazzi? Scusate la mia fissazione di rispettare i tempi brevi di questi episodi, ma nella misura in cui si dà un nome ad una rubrica, poi bisognerebbe vedere di rispettarlo questo nome. Altrimenti illudiamo tutti i seguaci di Italiano Semplicemente.

570 Sempre che

Sempre che (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno ragazzi, oggi facciamo un episodio velocissimo, spero non vi dispiaccia. Naturalmente credo che vi faccia piacere perché spesso capita invece di dilungarmi un po’ troppo.

Allora oggi vediamo una locuzione, “sempre che” è la locuzione in questione che ha (quasi) lo stesso significato di “purché“.

Serve quindi a introdurre una condizione.

Ad esempio:

Oggi ti vengo a trovare, sempre che tu sia d’accordo.

Esattamente come dire:

Oggi ti vengo a trovare purché tu sia d’accordo.

Oggi ti vengo a trovare a condizione che tu sia d’accordo.

Il verbo successivo è sempre al congiuntivo, proprio come con purché.

È solo più colloquiale rispetto a purché e inoltre quando si usa, molto spesso ci accorgiamo che c’è bisogno di aggiungere una condizione, cosa a cui non avevamo pensato prima.

Di conseguenza anche il tono della voce trasmette questa condizione venuta in mente solo all’ultimo momento. Per questo motivo una frase difficilmente inizia con “sempre che“.

Es:

Domani andiamo a vedere un bel film horror, naturalmente sempre che a te faccia piacere!

È anche molto simile a “se” e “qualora”, o a “solamente se”, se ci pensate bene.

Un’altra particolarità di “sempre che” è che si usa anche in senso ironico. Si gioca un po’ col tono della voce, un po’ fingendo improvvisazione.

Es:

Ci sposiamo tra una settimana, sempre che tu sia d’accordo caro!

Alle ore 20 saremo al ristorante puntualissimi, sempre che mia moglie trovi subito il vestito adatto alla serata.

Invece più seriamente potrei dire:

La riunione dei membri dell’associazione italiano semplicemente si terrà nei primi giorni di settembre, sempre che la variante Delta non ci giocherà qualche brutto scherzo!

Notate che abbiamo già spiegato “purché” nell’episodio 432, e abbiamo visto che anche purché si usa per indicare che qualcosa è necessario, ma non è in genere una condizione improvvisata:

Ti pagherò, purché poi tu sparisca per sempre

Sto ponendo una condizione molto importante per me. Sto fissando una condizione irrinunciabile. È un patto, un accordo, quindi “a patto che“, e “a condizione che” andrebbero benissimo per sostituire “purché”, ma in questi casi non ha molto senso usare “sempre che“.

Invece ha senso dire:

Ti posso dare 1000 euro, sempre che a te vada bene.

Riesco sempre a rispettare i due minuti di tempo per un episodio , sempre che poi non mi vengano in mente cose aggiuntive importanti da aggiungere

Proprio come in questo caso.

Ripassiamo adesso?

Ripasso delle espressioni precedenti a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: tranquillo, non te ne vogliamo per questo, ma almeno non ci prendere in giro. Sapevi benissimo di non farcela.

Sergio: perché non cambi il nome alla rubrica una volta per tutte?

Anthony: io ho una soluzione dimostratasi molto efficace più volte: non importa la durata, basta inserire qualche esempio divertente.

Mariana: vediamo di farla breve ragazzi, siamo arrivati a quattro minuti e passa!

569 Non me ne volere

Non me ne volere

(scarica audio)

Trascrizione

Trascrizione a cura di Lejla e Bogusia, membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Giovanni:

Buongiorno ragazzi, come state? Allora visto che sto facendo una bella passeggiata sulla spiaggia, potrebbe essere una buona idea, spiegare un’espressione, una locuzione italiana abbastanza in uso.

Non fa parte esattamente del linguaggio colloquiale, quindi del linguaggio di tutti i giorni.

È un linguaggio un po’ meno informale, ma si può usare anche nei contesti puramente formali. Diciamo che sta in mezzo tra il linguaggio formale e quello informale.

L’espressione, la locuzione in questione è volerne a qualcuno o più usata ancora non volerne a qualcuno.

Come si usa questa espressione? Si usa in questo modo:

non me ne volere.

Tu non me ne volere

io non te ne voglio

tu non me ne vuoi.

Non ce ne vogliate

Non ce ne vogliano (se mi riferisco a lor).

Cosa significa e come si usa questa espressione?

Avete presente la frase “voler bene” o “voler male” a qualcuno?

Voler bene vuol dire desiderare il bene di una persona e voler male significa desiderare il male di una persona.

Allora io potrei dire: non mi voler bene oppure non mi devi voler male.

Volendo potrei dirlo, ma “non mi voler bene” non si usa (ovviamente).

“Non mi devi voler male” in qualche occasione si può anche usare, ma in realtà non è questa espressione che si utilizza in generale.

Però “non me ne volere” ha più o meno lo stesso significato di “non mi devi voler male”.

L’espressione di oggi non è così ricca di sentimento negativo. Infatti desiderare il male di una persona significa odiarla.

In realtà “non me ne volere”, ad esempio, si utilizza per episodi particolari, per qualcosa che accade che può dar fastidio.

In conseguenza di questo, tu potresti essere arrabbiato. Se io faccio qualcosa che a te può dispiacere potrei dire “non me ne volere per questo” .

Cioè non essere risentito per questo con me.

Che non significa non mi voler male, non desiderare il mio male, significa invece: non essere risentito, non te la prendere.

Ecco, non te la prendere è simile a non me ne volere.

“Non me ne volere” è una versione più elegante, più formale di “non te la prendere” .

Il verbo prendersela è molto più utilizzato nella comunicazione colloquiale, tra l’altro si usa anche nei confronti di tutte le persone: non prendertela con me. cioè non è colpa mia.

Ecco, si chiama anche in causa la colpa nel caso di prendersela.

Ma non è il caso di “non me ne volere” . Perché non me ne volere significa non ti arrabbiare, non offenderti per questa cosa che ho fatto.

Allora vediamo qualche esempio di utilizzo.

Io potrei ,nella rubrica di due minuti di italiano semplicemente, fare un episodio come questo, molto lungo, molto più lungo del dovuto direi, molto più lungo dei due minuti, e so che molte persone ci tengono al rispetto di questa regola, ci tengono a ascoltare episodi brevi perché hanno poco tempo ad esempio e non dico che si offendono se ci sono episodi più lunghi; non si offendono, però sono un po’ contrariato.

È una cosa abbastanza leggera. Allora io potrei dire: ragazzi, non me ne volete per questo, oppure: non me ne vogliate (se mi rivolgo a voi con maggiore rispetto).

Non me ne vogliate, già so che farò un episodio più lungo di due minuti, allora dico: non me ne vogliate se dovessi fare un episodio più lungo di due minuti.

Alla fine potrei dire: non me ne volete se ho fatto un episodio più lungo di due minuti. Non me ne dovete volere, spero non me ne vogliate, spero non me ne volete. Più o meno hanno lo stesso significato ma “non me vogliate”, come dicevo, è una forma più rispettosa.

Indica una speranza che voi non ve la prendiate, che voi non siate arrabbiati, che non siate irritati, che voi non siate risentiti.

E non me ne volete se io sto registrando questo episodio sulla riva del mare, se c’è qualche rumore di fondo.

Spero che nessuno me ne voglia per questo.

Si può usare questa espressione, questa locuzione, anche e soprattutto nelle occasioni più formali, nel corso di presentazioni, conferenze, riunioni di lavoro, ma si può utilizzare comunque anche tra amici senza nessun problema.

Nessuno si scandalizzerà se un amico mi dice “non me ne volere”.

se ad esempio siamo in vacanza, e avevo promesso ad un mio amico che saremo andati io e lui e basta. Poi a un certo punto si inserisce un’altra persona che vuole venire con noi e gli dico: vieni pure con noi.

Così poi devo informare il mio amico e gli dico: non me ne volere ma anche Giuseppe è voluto venire con noi.

Spero che tu non me ne voglia per questo. E lui potrebbe rispondere: non ti preoccupare, non te ne vorrò per così poco.

È un modo diciamo un po’ meno colloquiale di “prendersela” ad esempio, molto meno colloquiale di altre espressioni più utilizzate. Però sappiate che è molto utilizzato nelle trasmissioni televisive e nei telegiornali, nei confronti tra uomini politici in tv, nelle notizie riportate su internet, su Google news e può capitare che questa locuzione crei dei problemi soprattutto per la presenza della particella né.

Non me ne volere.

Volere è un verbo che in genere pretende di specificare che cosa si vuole.

In realtà si sta parlando del risentimento, si sta parlando di una offesa nei miei confronti, quindi:

non me ne volere

Io no te ne voglio

tu non me ne vuoi,

lui non ce ne vuole (a noi)

lui non te ne vuole (a te)

non ve ne vogliamo (noi a voi)

non te ne vogliamo (noi a te)

non me ne volete (voi a me).

non gliene vogliamo (noi a loro)

non ce ne vogliono (loro a noi)

non ve ne vogliono (loro a voi)

Bene, credo sia abbastanza, spero che non me ne vogliate se ho insistito su questo concetto.

Adesso un breve ripasso.

Ripasso episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Komi: Ieri, parlando con un amico, mi fa: l’Inghilterra non mi è piaciuta per niente dopo la finale degli europei 2020. La Sconfitta non è stata benaccetta.

Bogusia: e dire che il fair play è una loro invenzione.

Lejla: vabbè, prima o poi se ne faranno una ragione. Questa sconfitta gli è andata un po’ di traverso

Irina: sicuramente la vittoria era alla loro portata, ma forse pensavano che fosse dovuta per viadel fatto che la partita si giocava a casa loro.

Mariana: Vabbé, in quanto padroni di casa, a maggior ragione avrebbero dovuto comportarsi come si deve.

568 Di cui sopra

Di cui sopra (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete presente l’episodio di italiano semplicemente in cui vi ho spiegato l’espressione “andare a rotta di collo“?

Ebbene, oggi avrei voluto parlare, nella rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente, del verbo scapicollarsi, verbo molto curioso e colloquiale per indicare, tra le altre cose, un’azione fatta di fretta, oppure farsi molto male.

Ebbene, stavo per iniziare a scrivere questa spiegazione, quando mi sono accorto che l’episodio di cui sopra conteneva anche la spiegazione di questo verbo.

A questo punto devo ripiegare su un altro argomento.

Che ne dite se parliamo proprio della locuzione “di cui sopra“?

L’ho già usata in questo episodio e per farlo ho dovuto ricorrere ad uno stratagemma, come avete visto.

Di cui sopra” è una locuzione che si può usare in ogni contesto, ma soprattutto è adatta nello scritto, all’interno di documenti scritti, come appunto questo episodio.

Prima infatti ho detto, parlando del verbo scapicollarsi:

mi sono accorto che l’episodio di cui sopra conteneva anche la spiegazione di questo verbo.

L’episodio “di cui sopra” significa l’episodio di cui ho parlato prima, l’episodio che ho citato in precedenza, l’episodio suddetto, l’episodio che è stato nominato, l’episodio sopraddetto, anzidetto, sopraccennato, suaccennato, succitato o summenzionato (che hanno un uso burocratico), sunnominato.

Sopra” pertanto, sta per prima, precedentemente.

È particolarmente adatta allo scritto perché quando si scrive lo si fa da sinistra a destra e dall’alto verso il basso.

Quindi ciò che è stato già scritto si trova sopra rispetto a ciò che è scritto successivamente.

“Di cui sopra” quindi equivale a “di cui ho parlato prima” , “di cui si parlava prima” , “che è stato citato precedentemente” , “di cui si discuteva in precedenza” .

Questo “di cui” si può usare anche per indicare cose che seguono in un documento, e come si può immaginare si scrive solitamente “di cui sotto“:

Così potreste leggere:

Durante la conferenza si parlerà di lingua italiana, seguendo Il programma di cui sotto:

5 agosto: la lingua formale e informale

6 agosto: i dialetti italiani

Eccetera.

Questo è un esempio.

Potremmo anche dire: il programma che segue, il programma seguente, il programma come di seguito descritto.

Vediamo adesso qualche esempio di utilizzo della locuzione “di cui sopra”:

Domanda: Vieni alla riunione stasera?

Risposta: Oggi sono molto impegnato, infatti sono stato invitato a due conferenze e dovrò fare un lungo viaggio. Pertanto mi spiace ma non potrò partecipare alla riunione per i motivi di cui sopra.

Quindi: non potrò partecipare alla riunione per i motivi di cui ho parlato in precedenza, i suddetti motivi, i succitati motivi eccetera.

Il termine “suddetto” è anch’esso molto utilizzato per evitare di ripetere il nome di una persona (prevalentemente di usa con le persone) o anche di altra cosa.

Di cui sopra” però si usa maggiormente non per riferirsi a delle persone, ma è più specifico per far rifermento a qualcosa già riportato in precedenza in un documento.

E adesso ripassiamo un po’:

Ripasso episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:

Mariana: stavo pensando ai vantaggi legati all’ascolto di un audio-libro rispetto ad un libro cartaceo. Lì per li non mi veniva niente in mente poi ho pensato al fatto che la mia vista si stanca facilmente e posso anche chiudere gli occhi mentre ascolto.

Hartmut: di contro un libro di carta ha sempre un suo perché. Sarà lo sfogliare le pagine o che so io!

Ulrike: Io terrò fede ai libri cartacei. Può darsiche l’ascolto susciti emozioni particolari, però non sgarrerò. Tra l’altro perché la voce narrata spesso e volentieri mi ha fatto cadere anzitempo tra le braccia di Morfeo.

Irina: con me sfondi una porta aperta! Poco male comunque perché italiano semplicemente ha realizzato anche libri cartacei. Ce ne sono 10 e passa per tutti i gusti.

567 Ho corso o sono corso?

Ho corso o sono corso? (scarica audio)

Trascrizione

Giuseppina: Un non madrelingua spesso ha un problema: I verbi ausiliari.

Questo problema poi è ancora più grande quando i verbi ausiliari da usare possono essere più di uno.

Questa è una caratteristica di alcuni verbi che esprimono movimento, tipo correre e volare. Non tutti i verbi di movimento. comunque hanno questa caratteristica.

Camminare ad esempio vuole solamente avere: ho camminato tutta la notte.

Andare invece vuole solamente essere: sono andato a Roma

Partire vuole essere: sono partito per Roma.

Oggi però parliamo di correre e volare soprattutto.

Vediamo qualche esempio con correre e volare così da capire quando usare avere oppure essere:

Appena sono caduto, tutti sono corsi in mio aiuto.

Abbiamo volato tutta la notte per raggiungere Roma

C’era un forte vento e il cappello mi è volato via dalla testa

Ho corso per un’ora al giorno per perdere peso

Siamo corsi subito a casa appena abbiamo saputo che c’erano stati i ladri

Avete capito la differenza?

Se il movimento avviene per un motivo preciso, se l’azione avviene per ottenere un risultato o semplicemente non per mettere in risalto l’azione del verbo nel suo svolgersi, allora uso essere.

Quindi se faccio una corsa in bagno perché ho mal di pancia devo usare il verbo essere:

Sono corso in bagno perché avevo mal di pancia

Se invece corro per esprimere un movimento fine a sé stesso si deve usare avere:

Abbiamo corso per un’ora.

Avete volato tutta la notte.

Siamo volati in vostro aiuto

Siamo corsi tutti in strada appena abbiamo sentito la scossa di terremoto.

Abbiamo corso molto durante la partita e siamo molto stanchi

Notate anche che si usa “abbiamo corso” e “siamo corsi”, in cui cambia anche il verbo correre.

Ci sono poi casi particolari che rappresentano delle espressioni tipiche, delle locuzioni che bisogna accettare così come sono, senza pensare a ciò che vi ho appena detto. Ad esempio:

Avete corso un grosso pericolo

Abbiamo corso molti rischi

Sapete che anche muovere, – anch’esso esprime movimento – è particolare.

Anche in questo caso si può usare essere o avere:

Ho mosso la testa per voltarmi

Non hai mosso un dito per aiutarmi

Mi sono mosso perché non riuscivo più a stare fermo

Sono mosso da una gran voglia di vincere

Carlo si è mosso subito in suo aiuto

Ci siamo mossi dalla spiaggia non appena ha iniziato a piovere

In questo caso è più facile capire la differenza perché se si tratta di cose, di oggetti o di parti del corso devo usare avere:

Muovere un dito, un braccio, la testa, il tavolo eccetera.

Invece se si parla di persone (o animali), quindi quando parliamo del verbo muoversi, devo usare essere. Ovviamente anche un oggetto si può muovere senza l’azione di nessuno. Quando c’è un terremoto ad esempio si muovono anche gli armadi.

Mi sono mosso

Ti sei mosso

Si è mosso

Ci siamo mossi

Vi siete mossi

Si sono mossi/e

Adesso mi devo muovere perché è l’ora del ripasso.

C’è qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente che si muove sempre in mio aiuto non appena chiedo di comporre qualche frase di ripasso degli episodi precedenti dalla voce di Komi.

Ripasso episodi precedenti

Komi:

Volete sapere cosa mi è successo oggi ?
Questa mattina, mentre passeggiavo, mi sono imbattuto in due amiche d’infanzia. Siccome le conoscevo fin troppo bene, a dire il vero, all’inizio ho cercato di eluderle, anche per via della loro smania di fare sempre pettegolezzi. Così ho fatto finta di non averle viste.
Mio malgrado però mi ha detto male e non ci sono riuscito. Infatti mi sono venute incontro con entusiasmo, salutandomi e dandomi un colpetto sulle spalle.
Una mi fa: è mai possibile che Giovanni farà una rubrica di italiano semplicemente per i cinesi?
Io allora le faccio: Ma ti pare! È un tipo piuttosto creativo e fantasioso. Non mi fa per niente specie se si becca una fissazione di questo genere.
Poi l’altra mi fa: Ti ricordi – alzando la voce per suscitare la mia attenzione – la nostra amica Giulia? Quella appena appena reduce dalla luna di miele il mese scorso? Ebbene, ieri ha litigato con suo marito di brutto, e alle fine ha preso e se n’è andata di casa, perché pare che non reggesse più le sue fisime.
Mi domando allora quale sia la mia fisima. Di primo acchito penso di non averne alcuna, ma poi ripensandoci bene, forse forse sono un pochino ipocondriaca, sopratutto dopo esami di controllo della salute. Punto sempre i piedi per avere una seconda opinione per sincerarmi sul mio stato di salute al fine di scongiurare il pericolo di ammalarmi.

Questo è quanto!

566 Le fisime, le fissazioni, le idee fisse, le ossessioni

Le fisime, le fissazioni, le idee fisse, le ossessioni (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: chi di voi non ha almeno una fissazione?

Quando qualcosa si fissa in testa e non se ne va più, abbiamo una fissazione. Questo è il termine più utilizzato per indicare un pensiero fisso, un’idea fissa. Pensiamo solo a questo, o comunque ci pensiamo molto spesso, ci pensiamo troppo, trascurando altre cose importanti.

Per questo diciamo che è un’idea “fissa“, un pensiero “fisso” : non se ne va dalla nostra testa, si fissa in testa.

Le fissazioni si fissano in testa e influenzano i nostri comportamenti.

La fissazione è un’ossessione, è una ostinata ed esclusiva applicazione della mente su un pensiero. Possiamo chiamarla mania, idea fissa, ossessiva, o appunto un’ossessione.

Un’ossessione veramente è qualcosa di più grave di una semplice fissazione. Oltre che un concetto psichiatrico, comunemente un’ossessione rappresenta un motivo grave e persistente di preoccupazione.

Infatti nei casi più gravi si manifesta sotto forma di idee, parole, immagini persistenti nella mente al di fuori della sua volontà.

Un uomo o una donna possono avere l’ossessione della gelosia, la paura di perdere il proprio partner per colpa di altri. Non possono farci niente per combatterla. È più forte di loro.

Un’ossessione quindi in genere è più grave di una fissazione ma spesso, soprattutto per fare enfasi, si può usare il termine ossessione per delle fissazioni, per cose meno gravi.

C’è chi è ossessionato dalla pulizia, potremmo dire, ma più propriamente si può essere ossessionati dal sospetto, dalla gelosia.

Un’ossessione quindi è un tormento insistente sul piano psichico, che provoca uno stato continuo di angoscia. Un’ossessione ci perseguita.

Tra l’altro, come avete visto, esiste anche il verbo ossessionare.

Sono ossessionato dalla pulizia

Ho un’idea che mi ossessiona da ieri: ladri che entrano in casa e mi uccidono.

Non mi ossessionare con le tue continue domande sulla grammatica!

È abbastanza simile a infastidire in molti casi, ma più forte.

Bene, la fissazione si usa in genere quindi per cose più leggere.

La pulizia è una classica fissazione.

C’è chi ha la fissazione di essere spiato da google

Questa diventa un’ossessione per monte persone che non si danno pace al pensiero della privacy personale e deila sicurezza dei propri dati.

Ho un amico che ha ogni anno una fissazione diversa. Prima I tatuaggi, poi la palestra, adesso lo yoga. Si fissa continuamente senza mai trovare un equilibrio.

Non parliamo di chi è fissato per le donne o per il sesso!

Le fissazioni informatiche sono anch’esse abbastanza diffuse. Il desiderio di avere sempre l’ultimo iphone ad esempio.

Passiamo alle fisime.

Questo è un termine che i non madrelingua non usano ma è molto usato dagli italiani perché una fisima è sì una fissazione, una idea fissa, ma c’è un giudizio negativo sull’idea, sulla fissazione, che viene giudicata priva di serio fondamento nella realtà.

Non c’è l’enfasi sull’ccessiva attenzione ma sull’inutilità, sulla poca serietà, o anche sulla stupidità di questa fissazione.

Ne ho abbastanza delle sue fisime! Adesso basta!

Hai chiuso la porta? Scusa se te l’ho già chiesto ma questa è una mia fisima! Non farci caso.

Può anche essere intesa come un’idea stravagante, un desiderio o una aspirazione un po’ strana.

Mi è venuta una strana idea da qualche giorno: fare una rubrica di Italiano per i cinesi. C’è chi dice che è una mia fisima. Vedremo.

Maria è piena di fisime. Ha bisogno di qualcuno che la aiuti a capire la realtà.

Mio figlio è fuori dal mondo. Ha solo 16 anni ma qualcuno che frequenta la sua palestra gli ha messo in testa un sacco di fisime sul suo futuro.

E voi, avete delle fisime?

Albéric: La mia fisima consiste nel verificare ogni parola nuova in diversi dizionari per sincerarmi del fatto che il senso non cambi. Non sia mai detto che ci siano più significati.

Komi: Ho la fisima di contare, cioè controllare parecchie volte gli spiccioli che tengo in mano per sincerarmi che sia veramente e esattamente la somma dovuta da pagare.

565 Mi fa

Mi fa (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un interessante uso del verbo fare, un uso particolarmente adatto quando si tratta di raccontare qualcosa di accaduto: “mi fa“.

Ci siamo già occupati in altri episodi di situazioni di questo tipo: raccontare un dialogo avvenuto tra me e un’altra persona o tra persone.

Una volta abbiamo parlato di riportare e raccontare un discorso o qualcosa di accaduto in passato.

Un’altra volta abbiamo visto la locuzione “al che” e anche questa, come si è visto, è una locuzione particolarmente utilizzata ed adatta quando si racconta un episodio, un aneddoto, un dialogo avvenuto in cui ci sono coinvolte solitamente più persone.

Oggi vediamo “mi fa”, “gli fa”, “le faccio”, “gli ho fatto”, “le fa”, “ci hanno fatto” eccetera, in cui si usa il verbo fare.

Vediamo come si usa attraverso un esempio di racconto di qualcosa di accaduto.

Si tratta di linguaggio informale, colloquiale, quindi molto probabilmente un non madrelingua non conosce questa modalità espressiva.

L’altro giorno, parlando con il giornalaio, mi ha detto che avrebbe chiuso la sua edicola. Al che io gli rispondo: come mai?

E lui mi fa: sono troppo anziano per proseguire. Vado in pensione finalmente.

Allora io gli faccio: ma i tuoi figli? Non possono proseguire loro a lavorare qui?

E lui mi fa: no, loro preferiscono studiare e fare gli ingegneri.

Troppo faticoso lavorare in edicola? Gli fa una signora arrivata in quel momento.

E lui le fa: beh, lavorare in edicola è più faticoso che stare al computer.

Ed io: mi spiace, allora spero che ci vediamo presto.

Così l’ho salutato e me ne sono andato.

In questo racconto ho usato più volte la locuzione: mi fa, gli faccio, le fa.

Mi fa” significa semplicemente: “mi ha detto” , e “gli fa” sta per “gli ha detto” (a lui). “Le fa” sta per “le ha detto” (a lei, di sesso femminile).

Si usa normalmente l’indicativo presente (mi fa) del verbo fare, amche se si tratta di qualcosa accaduto in passato.

Può comunque accadere di ascoltare:

Io gli ho fatto, lui mi ha fatto, lei mi ha fatto, eccetera.

Non si usa quasi mai nelle domande, ma anche in questo caso, sebbene rarissimamente, potreste ascoltare:

E lui che/come ti ha fatto?

Cioè: lui cosa ti ha detto? Cosa ti ha risposto? In questo caso si preferisce usare il passato prossimo.

Come avete visto nel dialogo all’inizio dell’episodio, a volte, specie se questa locuzione si è già usata più volte, per velocizzare il racconto si omette il verbo fare ed anche il pronome:

Ed io: mi spiace, allora spero che ci vediamo presto

Il significato è lo stesso.

Altre volte si toglie solo il pronome, sempre per velocizzare il racconto. Stesso significato.

Io gli faccio: tu non puoi venire con noi!

E lui fa: e perché?

Ed io: perché ci stai antipatico

Questo “e lui fa” è analogo a “e lui ha risposto”, “e lui ha replicato”. Un modo veloce di raccontare un botta e risposta.

Attenzione perché ci sono molti altri utilizzi, ma con tutt’altro significato, di “mi fa” e compagnia bella di cui abbiano parlato oggi.

Mi fa schifo la pizza

Mi fa specie che non ti piace la pizza

Mi fa strano tornare a Roma dopo vent’anni

Ti fa impressione la vista del sangue

Lo fa impazzire il vino rosso

Vi fa piacere se veniamo a trovarvi?

Nostro figlio ci fa disperare

Vincere gli europei mi fa stare bene

Chi non sa perdere mi fa pena

Eccetera. Qualcuna di queste frasi tra le altre cose sono locuzioni che abbiamo già spiegato.

In questi casi “fare” è abbastanza simile a “provocare“, dunque non sostituisce “dire” ma si usa per rappresentare un’emozione, un sentimento personale.

Anche:

Mi fa male la testa

Ha un significato diverso. Stavolta simile a “avvertire” (avverto un dolore alla testa).

Per oggi può bastare così.

Ora ripassiamo un po’.

Bogusia

Benvenuta a Mary, nuovo membro dell’associazione Italiano semplicemente. Un nuovo membro suscita sempre molto interesse nel gruppo WhatsApp dell’associazione.

Irina
Eccome se ci interessano i nuovi membri. E in quanto membri noi stessi ci piacerebbe sapere di più di Mary; senza voler incalzarla, il che potrebbe causare fastidio.

Lia
Infatti, teniamo conto che ci vuole un po’ di tempo per sentirsi al sicuro in un nutrito gruppo di persone sconosciute.

Mariana
Hai proprio ragione Lia. Quando sono entrata nel gruppo whatsapp dell’associazione non ci capivo un’acca e non mi sentivo per niente all’altezza.

Hartmut

Non appena mi sono fatto vivo nel gruppo, i membri mi hanno dato il benvenuto ed in men che non si dica è svanita la fifa. Finalmente sono stati rotti gli indugi.

Komi
Ormai è un anno e passa dacché mi sono Iscritta all’associazione. Memore dei primi tempi, ero sempre agitata in balia dell‘insicurezza, quand’anche mi sforzassi. La paura di uscirmene con parole poco ortodosse ha sempre la meglio su di me. Come si suol dire, il carattere è quello che è, non ci posso fare nulla. Così è passato un bel pezzo di tempo.

Via via,strada facendo, la situazione si è messa molto meglio.

Non credo nei miracoli ma nei fatti concreti. Grazie alle 7 regole d’oro, grazie a Gianni e tutti i membri dell’associazione.
Se continuiamo così, faremo tanta strada senz’altro. Coraggio ragazzi!

564 Quanto le devo?

Quanto le devo (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio, vi ho appena accennato all’utilizzo del.verbo dovere quando si parla di denaro.

Può risultare in effetti molto utile ad uno straniero quando viene in Italia conoscere questo utilizzo del verbo dovere.

Quando si deve effettuare un pagamento, al ristorante normalmente si chiede il conto:

Il conto, grazie.

Ci può fare il conto per favore?

Vorremmo il conto grazie.

In alternativa si può anche dire:

Vorremmo pagare il conto

Possiamo pagare?

Quant’è?

Quant’è il conto?

Ci prepara il conto?

Un’altra modalità prevede l’utilizzo del verbo dovere:

Quanto le devo?

Quanto le dobbiamo?

Quanto vi devo?

Quanto vi dobbiamo?

Se abbiamo un debito possiamo dire:

Vi devo venti euro

Se avevo un credito:

Tu mi dovevi 5 euro.

Infatti non si usa chiedere:

quanto dobbiamo pagare?

In pratica il secondo verbo, “pagare” o “dare“, in questo caso, viene omesso.

Questo uso del verbo dovere però non vale solo per i pagamenti e non solo per i verbi dare e pagare.

Una frase altrettanto diffusa è:

Mi devi un favore

Ti devo un favore

Mi dovete un favore

In questi casi è il verbo “fare” che viene omesso. È un po” come dire:

Ti sono debitore

Ti devo restituire questo favore che mi hai fatto.

Un modo, se vogliamo, di ringraziare una persona per un favore che abbiamo ricevuto da lei.

Ad ogni modo l’uso di dovere come verbo transitivo significa “essere tenuti a dare o a restituire qualcosa“.

Quindi:

“ti devo 10 euro” significa sono tenuto a darti 10 euro. Sto dando del tu, altrimenti avrei detto “le devo 10 euro”.

“Le dobbiamo un favore” sta per “siamo tenuti a farle un favore. Stiamo dando del lei in questo caso.

Anche con le scuse si usa spessissimo:

Mi dovete delle scuse

Cioè: siete tenuti a scusarvi con me, dovreste scusarvi con me. Mi aspetto delle scuse da parte vostra.

Anche in questo caso, potrei dire “mi dovete fare le scuse”, “dovete farmi le vostre scuse” ma in realtà non si usano queste forme alternative, sebbene non siano da considerarsi scorrette.

In definitiva, per i pagamenti, per le scuse e per i favori, questo uso di “dovere” e molto utilizzato da tutti gli italiani e consiglio a tutti gli stranieri di provare ad utilizzarlo.

Si può usare anche in altro modo, la cosa che conta è che si esprima un obbligo:

Ti devo una cena

In questo caso magari abbiamo perso una scommessa in cui c’era una cena in palio per il vincitore.

Per scherzo si può anche dire:

Mi devi un bacio

Mi devi una serata in discoteca

Se un amico ti offre un caffè, un modo di ringraziare può essere:

Ti devo un caffè

Si può usare anche in modo più esplicito:

Ti devo dei ringraziamenti

Questo equivale a dire “grazie”, ma si sottolinea maggiormente la gratitudine.

Come verbo transitivo in realtà si usa anche in modo diverso. Il senso però è sempre essere debitore di qualcosa, ma anche (attenzione) riconoscere come merito altrui un risultato positivo.

In questo caso indico sia di chi è il merito sia il risultato ottenuto:

Gli devo tutto ciò che ho

Non ti devo niente (non solo denaro)

Se aggiungiamo la preposizione “a“, indichiamo più esplicitamente la persona o la cosa che ha il merito o la colpa (ne abbiamo parlato anche nello scorso episodio):

Devo al mio medico se ho smesso di fumare.

A chi lo devo? Lo devo al mio medico

L’Italia deve la vittoria al suo portiere

Devo la mia ricchezza ad una scommessa vinta

Devo il mio fisico al mio impegno quotidiano

In questo caso quindi si sta dando il merito (o la colpa) a qualcuno o qualcosa.

Sto attribuendo, ascrivendo un merito o una colpa, tanto per usare verbi diversi:

Anche a Dante Alighieri si deve la bellezza della lingua italiana

A chi dobbiamo la distruzione della città?

Cioè: chi è stato a distruggere la città? Chi è il colpevole?

Dobbiamo ai nostri politici la disastrosa situazione del debito pubblico italiano.

Adesso ripassiamo.

Irina: l’Italia ha avuto la meglio degli inglesi nella finale degli europei di calcio. Ai rigori è sempre una lotteria, mafortuna ha voluto che il portiere più forte fosse italiano.

Lejla: È stata una partita con i fiocchi da parte degli azzurri. Durante il primo tempo però, sotto di un gol e col tifo contro, avevo una fifa blu che alla fine gli azzurri avrebbero accusato il colpo.

Ulrike: poi nel secondo tempo la desiderata svolta! I giocatori italiani hanno sfoderato tutta la loro classe. Non vi dico quanta tensione!

Komi: La squadra italiana si contraddistingue per un portiere egregio. Donnarumma ha salvato un nutrito numero di gol. Da quanto mi risulta, Donnarumma non era molto conosciuto prima di questo europeo. Sembra sbucato dal nulla un nuovo eroe italiano . Fortissimo. Su questo non ci piove!

563 Dovuto

Dovuto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlarvi di un curioso utilizzo del verbo dovere. Riguarda l’uso del participio passato: dovuto.

Avete mai ascoltato o letto frasi come:

Niente di dovuto

È dovuto

Qualcosa di dovuto

Non è dovuto da parte mia

È tutto dovuto secondo lui

Tutto gli è dovuto

Normalmente “dovuto” si usa come verbo ausiliare:

Ho dovuto fare una cosa

Sei dovuto andare via presto

Ha dovuto scusarsi

Abbiamo dovuto dirgli la verità

Eccetera

In questo caso invece non stiamo usando dovere come ausiliare di un altro verbo.

Qualcosa di dovuto, in questo caso, è qualcosa che per qualche motivo, si deve fare, è qualcosa che ci si aspetta, che rappresenta un dovere.

Es: il rispetto verso i genitori è qualcosa di dovuto

Lasciare la mancia non è dovuto

Non è dovuto da parte mia pagare il conto dell’hotel in anticipo

Cioè: dobbiamo rispettare i genitori, loro meritano di essere rispettati in quanto genitori. Tutti i genitori meritano rispetto.

Lasciare la mancia non è obbligatorio, non è un dovere. È invece una facoltà.

Non devo pagare il conto in anticipo. Se voglio posso farlo ma solo se voglio.

Come aggettivo indica quindi qualcosa che compete giustamente, che spetta, qualcosa che si deve fare per qualche motivo.

Spesso si usa anche al posto di “spettante“, cioè che spetta:

Ho appena venduto la mia automobile, e adesso vado a riscuotere la somma dovuta.

Cioè la somma spettante, che spetta; la somma che mi compete.

Può essere usato anche come sostantivo per indicare la somma da pagare a titolo di compenso o di restituzione.

dare/pagare il dovuto

Cioè pagare quanto si deve, niente di meno e niente di più.

Si può usare quando si vuole indicare una cifra giusta:

Bisogna dare sempre il dovuto a chi fornisce un servizio

Ma le frasi più interessanti per chi non è madrelingua sono quelle che ho detto e scritto all’inizio, tipo:

Tutto gli è dovuto

Niente ti è dovuto

Si usano in particolare quando si protesta con qualcuno che pretende da noi certi comportamenti, come se questo gli spettasse, come se questo fosse dovuto, come se gli/le fosse dovuto.

Maria si comporta come se tutto le fosse dovuto

Giovanni crede che tutto gli sia dovuto, ma niente è dovuto da parte mia.

Si usa il verbo essere, a volte “fosse dovuto” e altre volte “sia dovuto”, “è dovuto”, “sono dovuti/e” eccetera.

Ho divorziato da mia moglie in quanto credeva che tutto le fosse dovuto

Per te è come se tutto fosse dovuto

Attenzione a non confondere con “dovuto a“, che si usa per dare spiegazioni, per trovare un motivo, per spiegare qualcosa:

La mia pancia è dovuta alla mia cattiva alimentazione.

Questo significa che la mia alimentazione è la causa della mia pancia.

Vediamo altri esempi con l’espressione di oggi:

Maria è una persona che tende a porre se stessa al centro del mondo e che crede tutto le sia dovuto.

Ovviamente gli si usa per gli uomini e le per le donne.

Un buon cliente di un ristorante è colui che rispetta i proprietari, non chi pensa che tutto gli sia dovuto solo perché è un cliente.

Adesso ripassiamo. Qualcuno, non voglio fare nomi, dovrebbe impegnarsi a costruire un ripasso per questo episodio.

Irina: se alludi a noi, siamo pronti. Ma non illuderti che non faremo errori

Hartmut: Macché errori! Ce ne freghiamo ché sbagliando s’impara

Mariana: Avete presente le 7 regole d’oro? Facciamone tesoro e in men che non si dica parleremo come i madrelingua.

Komi: Ah Mariana , non sei tu quel membro che spesso e volentieri ci dice che di trovarsi ancora a carissimo amico per poi però uscirsene con frasi di ripasso che meritano tutto il nostro plauso?

Emma: Eccome no! A volte, bisogna fare il finto tonto per poi rivelarsi avendo la testa sulle spalle

562 Provocare, causare, suscitare, indurre, determinare, generare, produrre

Provocare, causare, suscitare, indurre, determinare, generare, produrre (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: quale verbo scegliere quando ce ne sono più di uno che possiamo usare?

Questo è un dubbio che ci viene sempre, anche perché ogni verbo ha un suo perché, ha le sue caratteristiche, tecniche di utilizzo e di forza, o caratteristiche emotive. Un concetto viene espresso diversamente quando usiamo verbi diversi.

Oggi vediamo un gruppetto di verbi abbastanza simili che si usano parlando di causa e effetto.

I verbi in questione sono provocare, causare, suscitare, indurre, determinare, generare e produrre.

Abbiamo già dedicato un bell’episodio alla causa e all’effetto, ma oggi vediamo in particolare questi verbi.

Iniziamo da causare che significa determinare un fenomeno, un fatto o una situazione, per lo più con effetti dannosi o spiacevoli.

Bisogna spesso indicare cosa viene causato e questa cosa è negativa, rappresenta qualcosa di spiacevole e solitamente si indica anche chi o cosa ha causato questa conseguenza negativa.

Il verbo causare pertanto si usa preferibilmente per questo motivo, per indicare il colpevole o l’effetto causato dal colpevole.

Chi ha causato questo brutto incidente automobilistico?

Come dire: di chi è la colpa?

André (Brasile): Bolsonaro ha causato la rovina dei brasiliani!

Questi sono due esempi, in cui si vuole sottolineare una specifica colpa.

Nel verbo determinare invece non c’è necessariamente colpa o un effetto negativo. Si vuole sottolineare solamente una qualunque conseguenza.

Significa produrre come effetto.

Es:

Le molte assenze al lavoro hanno determinato il licenziamento di un lavoratore.

Il brutto voto all’esame è stato determinato dai troppi errori grammaticali.

I lavoratori non sono riusciti a trovare un accordo con l’azienda e questo ha determinato scioperi e manifestazioni.

Si vuole sottolineare più la conseguenza, generalmente negativa, piuttosto che la colpa di qualcuno o un danno provocato.

Lo stesso vale per produrre, che tra l’altro ha più significati, ma se lo usciamo per indicare una conseguenza è spesso utilizzato in contesti più tecnici e scientifici.

La pandemia ha prodotto molti danni all’economia.

L’uomo negli ultimi 100 anni ha prodotto conseguenze devastanti sull’ambiente.

Ascoltare musica ad alto volume può produrre effetti negativi all’udito.

Causare è molto simile a provocare, nel senso che significa causare un fatto ma anche un’azione o anche una reazione.

Si può quindi provocare un incidente o un danno, e in questo caso si indica l’origine, cioè la colpa, in modo analogo a causare, ma il senso della colpa è più attenuato, mentre aumenta la componente legata all’origine di un risultato negativo, senza necessariamente sottolineare la colpa, anche perché non sempre si tratta di persone:

Un terremoto può provocare gravi danni alle abitazioni

Si tratta spesso di una reazione fisica o emotiva, uno stimolo:

Il pepe provoca lo starnuto

Il raffreddore provoca la tosse

Un cattivo odore può provocare il vomito

La maleducazione degli studenti provoca la collera dei professori

La ricchezza provoca l’invidia di molte persone

Ho una spina nel piede che mi provoca atroci dolori

Quando provochiamo una persona invece stiamo cercando di generare una sua risposta, una reazione però che nasce dalla rabbia, dall’irritazione.

Significa molestare una persona con parole o con atteggiamenti che offendono o irritano.

In questo caso l’unico verbo da usare è provocare:

Se continui a provocarmi con tutte queste offese saranno guai per te!

Non lo provocare, sai bene che si arrabbia sempre quando lo prendi in giro.

Molto simile a stuzzicare o punzecchiare.

Anche generare e originare sono abbastanza simili, anche perché sono anch’essi legati all’origine, alla nascita di qualcosa che produce un risultato, che però non deve essere necessariamente negativo:

Questo episodio ha generato molti dubbi sugli stranieri.

Si è generato un gran fuoco in pochi minuti.

La rissa è stata generata da un apprezzamento fatto alla fidanzata di un ragazzo molto geloso.

La terra genera una grande varietà di piante

Questa situazione genera in me molti sospetti

Utilizzo “originare” quando voglio sottolineare l’inizio, l’origine (originare da…):

Il litigio si era originato da un banale malinteso

Ma posso usarlo anche per indicare la conseguenza, tenendo sempre presente l’origine, il punto di partenza:

Questa decisione ha originato molte discussioni

Suscitare è sicuramente il verbo più interessante, e anche il meno utilizzato dai non madrelingua.

Vi consiglio di usarlo se parliamo di reazioni, e soprattutto se parliamo di sensazioni e emozioni.

Si può suscitare una reazione fisica ma soprattutto emotiva:

La notizia ha suscitato uno scandalo senza precedenti

Il suo atteggiamento strafottente suscita in me sentimenti e pensieri che non vorrei avere

L’aumento dei contagi suscita preoccupazione

Ogni volta che mio figlio rientra tardi mi suscitano pensieri terribili

Veder giocare Maradona suscita forti emozioni

Passiamo ad indurre.

Questo è il più difficile da spiegare. Viene da guidare, condurre, quindi è come una spinta a fare qualcosa:

Basta col cellulare adesso. Non indurmi a togliertelo per sempre!

C’è un compagno di mio figlio che lo induce spesso a parlare durante la lezione.

Si tratta quindi di determinare un comportamento o a un atteggiamento, simile a spingere.

Una medicina può indurre sonnolenza

Si utilizza spesso la preposizione a oppure in:

Il dittatore induceva il popolo all’odio verso gli altri popoli.

Sei molto bella sai, ma fai la brava, non indurmi in tentazione.

Si usa anche quando si parla di prostituzione:

Indurre una ragazza a prostituirsi

Esiste anche un reato:

induzione alla prostituzione

Anche se in questo caso sarebbe molto più adatto il verbo costringere o obbligare.

In realtà però il verbo indurre si usa spesso per indicare un’azione capace di condizionare la volontà a un certo atteggiamento o comportamento.

indurre una ragazza al matrimonio tramite inganno

Indurre un lavoratore a dimettersi

Indurre alla corruzione

Indurre una persona a commettere un reato attraverso false promesse o ricatti

Se vogliamo essere precisi, esistono anche scaturire e derivare.

Scaturire generalmente ha a che fare con l’acqua o altri liquidi che escono fuori da qualche parte, cioè scaturiscono, hanno origine da..

Es:

L’acqua scaturisce dalla sorgente

le lacrime scaturiscono dagli occhi

Ma in senso figurato si usa per indicare una conseguenza che deriva, scaturisce.

Quindi:

Dalle ricerche sono scaturite novità interessanti.

Sia derivare che scaturire sottolineano l’origine: scaturire da, derivare da.

Derivare è più simile a venire, provenire, mentre scaturire è più un “venir fuori”, originare, nascere:

Un incendio scaturito da un mozzicone si una sigaretta.

La fantasia e la creatività italiane scaturiscono dalla varietà dei popoli che hanno abitato il territorio italiano

La sua cultura deriva da anni e anni di studio

L’Italiano deriva dal latino

Derivare e scaturire hanno quindi poco a che fare con le colpe e le cose negative.

Adesso vediamo un breve ripasso da alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente; un ripasso che spero susciterà interesse verso l’associazione.

Ulrike: quanto mai utile conoscere gruppi di verbi simili. Per ora però non c’ho capito un’acca. Dovrò riascoltare un paio di volte.

Sofie: quanto a me, mi risulta sempre difficile capire al primo ascolto. Come tutti credo.

Emma: ma quando mai! Conosco più di una persona che capisce tutto al primo ascolto. Ma io e loro siamo agli antipodi.

561 Come non detto

Come non detto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ciao ragazzi, come state? Vi va oggi di vedere insieme un’espressione italiana?

Ho giusto qualche minuto di tempo da dedicarvi.

Ho appena espresso un mio proposito, una mia volontà.

Capita spesso di fare dei programmi riguardanti il futuro, proprio come questo che ho appena fatto io con voi.

Ma come si sa, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.

Cosa dire in questi casi? Cosa posso dire quando accade qualcosa che smentisce immediatamente ciò che ho appena detto?

Ebbene questa è una delle tante situazioni in cui si può dire: “come non detto“, che è l’abbreviazione di “come se non fosse stato detto” oppure “fate finta che ciò che ho appena detto io non lo abbia mai detto”, “scusate, ho sbagliato a dire questo” eccetera.

Potrei anche aver dimenticato qualcosa che mi viene in mente subito appena ho finito di pronunciare la frase.

Es:

Oggi possiamo andare al cinema che ne dite?

Ah, no, adesso che ci penso ho un impegno! Allora come non detto. Al cinema ci andiamo domani?

Potrebbe anche accadere qualcosa di inaspettato che cambia tutto:

Es: sto guardando una partita in TV e la Roma sta vincendo contro il real Madrid.

Allora dico: come è forte la Roma vero? Questa volta vincerà sicuramente.

Proprio in quel momento fa un gol il real Madrid.

Come non detto!

Un ultimo esempio:

Anche stavolta volevo fare un episodio di due minuti, non più lungo, per dare un senso al nome della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente ma come non detto, perché è abbastanza arduo spiegare un concetto in pochissimo tempo senza lasciare dubbi di chi ascolta o legge.

Almeno ascoltiamo un ripasso che renderà l’episodio più piacevole perché non sia mai detto che qualcuno si lamenti perché non riesce a memorizzare tutti gli episodi della rubrica.

Anthony: Ragazzi ieri parlavo con e mentre cazzeggiavamo ha sfoderato un’idea un po’ così. Mi fa
Irina: so che sei restio a farlo ma ogni tanto devi fare uno strappo alla regola e guardare della TV spazzatura. È un ottimo metodo per imparare la lingua che parla l’italiano medio.

Anthony: La mia risposta? Sì potrebbe dire che l’ho apostrofata come si deve. Le ho anche detto “cosa ho fatto per finire nel mirino dei tuoi consigli così abbaglianti.”

Irina: Ma pensa te! Come sarebbe a dire che dovresti guardare una roba simile. Sei un tipo che usa verbi come apostrofare ed eseguire e poi aggettivi tipo abbagliante, quando, che so, fare e strepitosi andrebbero bene.

Sofie: e perché mai ti è venuta l’idea di risponderle picche a questa richiesta e addirittura con un tono così aggressivo? Del resto, non mi risulta una proposta così improbabile. Ha un certo fondamento. Tra l’altro mi piacerebbe quanto mai guardare qualsiasi programma con lei. Sarebbe una mera scusa per . . .

Mariana: allora . . . torniamo a bomba. immagino che non si sia data per vinta. Una volta, mi ha proprio tallonato di brutto cercando di convincermi di qualcosa che non mi andava a genio Alla fine, vista la sua insistenza, mi vedevo costretto a dare forfait.

Per il ripasso di oggi ragazzi questo è quanto!

39 – Prodotti fallati – ITALIANO COMMERCIALE

Italiano commerciale per non madrelingua

indice degli episodi

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Descrizione

oggi ci occupiamo di prodotti fallati e ripassiamo anche alcuni episodi passati. Infatti siamo all’episodio n. 39 della rubrica di Italiano commerciale e si inizia a sentire il bisogno di qualche ripasso.

In ambito commerciale si sente spesso parlare di prodotti fallati, di merce fallata.

560 Non sia mai detto

Non sia mai detto (scarica l’audio)

 

Trascrizione

Giovanni: adesso che abbiamo iniziato a parlare dell’avverbio “mai“, non sia mai detto che lasciamo la discussione a metà senza esaurire tutti i suoi utilizzi.

Non sia mai detto.

Questa espressione è praticamente equivalente a “non sia mai“, di cui ci siamo già occupati.

Una differenza è che “non sia mai” è più spesso usata ironicamente, mentre “non sia mai detto” si utilizza maggiormente in contesti meno scherzosi, anche parlando di sé stessi.

Ma iniziamo da “non è detto che“, in cui usiamo il verbo ESSERE all’indicativo. Questa locuzione si usa per non escludere una possibilità, per eventi che si possono verificare, ma più che altro che non si può escludere che non si verificheranno in futuro.

Es:

Il cielo sembra sereno, sgombro dalle nuvole, ma non è detto che domani non pioverà.

Quindi stiamo considerando come possibile una precipitazione piovosa per domani, sebbene oggi sembri che non sarà così.

Se invece usiamo il congiuntivo “sia” piuttosto che “è”, il significato cambia completamente, perché stiamo sempre parlando di qualcosa che potrebbe accadere, ma questo qualcosa è negativo, qualcosa che non ci piace, che ci potrebbe creare problemi in futuro, e allora noi, per allontanare questo pericolo, facciamo qualcosa che scongiuri questa possibilità.

Il verbo scongiurare lo conoscete perché abbiamo già visto insieme “scongiurare un pericolo“.

Quindi per scongiurare, per allontanare questa possibilità oppure per minimizzarne le conseguenze future, facciamo qualcosa oggi.

Quindi:

meglio prendere l’ombrello, non sia mai detto che piove.

Ecco, questa è una prima differenza rispetto a “non sia mai“, che invece si usa prevalentementema non solo, in senso ironico. La seconda differenza è che questa cosa negativa che potrebbe arrivare potrebbe essere un giudizio, qualcosa di “detto” che non voglio sia detto.

Quindi “non sia mai detto” è un augurio, un desiderio, esattamente come “non sia mai” ma si usa soprattutto per scongiurare il pericolo di un giudizio negativo.

Es:

Andiamo al ristorante stasera. Offro io per tutti. Non sia mai detto che sono uno spilorcio.

Cioè: offrirò io la cena perché non vorrei che qualcuno dicesse che sono una persona attaccata al denaro.

Uno degli invitati potrebbe rispondere:

Va bene, facciamo come dici tu, non sia mai che diventi nervoso.

In questo caso non si tratta della paura di un giudizio, quindi l’espressione da usare è preferibilmente “non sia mai“, infatti c’è anche dell’ironia.

Spero sia tutto chiaro. A proposito di congiuntivo. Ho saputo che c’è un bel ripasso in proposito.

Khaled: Ho appena scoperto un’interessante uso del congiuntivo che ha fatto venire a galla le mie lacune grammaticali…

André: Mi sa che con questo modo verbale, imparare tutte le regole lascia il tempo che trova.

AlbéricMa dimmi tu, perché mai vorresti imparare tutto a memoria. C’è qualcosa che non torna con te quando cerco una logica in ciò che dici

UlrikeHo sentore che vogliate fare una capatina nel mondo della grammatica. Io non vi accompagnerò, non perché non me la senta, tanto per chiarire che sono qua per divertirmi.

EmanueleChe classe! Ti sei appena contraddistinta per l’uso del congiuntivo di cui si parlava!!!

IberêVuoi che non provo a cimentarmi con le difficoltà della lingua? Mi sembra di essere a cavallo con l’apprendimento.

Irina: Forse dovrei tatuarmi le sette regole d’oro in modo tale che non le dimentichi mai.

Emma: Non dire sciocchezze! Non bisogna andare a questi estremi ma il tuo impegno comunque è degno di nota.

Anthony: Il nostro ripasso in gruppo ha preso forma. Abbiamo sfoderato e rispolverato qualche espressione precedente proprio come si deve. Gianni potrebbe dire: qui vi volevo!

559 Perché mai?

Perché mai? (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: continuiamo ad esplorare il mondo del “mai“, questo avverbio che può essere accoppiato con tante altre parole assumendo significati diversi.

Tra queste accoppiate c’è anche “perché mai“.

E perché mai io non dovrei spiegarvi il significato?

Sapete bene tutti che “perché” si usa prevalentemente per fare domande.

A volte, per dare alla domanda un tono di opposizione, per esprimere un disaccordo o anche solo stupore, si può mettere davanti a “perché” la congiunzione “e” oppure ci si mette un “ma“.

Se l’opposizione o lo stupore sono ancora maggiori di fronte a un comportamento o a qualcosa che abbiamo appena ascoltato, possiamo unirlo anche a “mai“:

Perché mai?

E perché mai?

Ma perché mai?

Es:

Ieri sei venuto a Roma? E perché mai non mi hai avvisato? Ti avrei offerto un caffè e potevamo fare due chiacchiere.

Ma perché mai avrei dovuto disturbarti, sono venuto con la mia famiglia, e eravamo 8 persone! Non volevo crearti fastidi.

Ma perché parli di disturbo e di fastidi?

Quindi si ha una domanda, a volte retorica, che oltre a essere una domanda esprime una reazione, un disaccordo, una opposizione, un contrasto o anche un semplice stupore:

Perché mai hai deciso di fare 6 figli?

Risposta: ho acquistato dei contraccettivi tutti non funzionanti. Io vorrei sapere perché mai non li controllano prima di metterli in vendita?

Ricordate che per esprimere semplice curiosità meglio usare “come mai” in vere domande in cui non c’è ostilità e quindi non c’è la pretesa, l’obbligo di una risposta. Obbligo che invece sussiste con “perché”, come si è detto nell’ultimo episodio.

In “perché mai” spesso non c’è quest’obbligo perché spesso si tratta di esclamazioni sotto forma di domanda. Non c’è neanche troppa curiosità, ma semplicemente contrasto, opposizione, diversità di vedute. Anche il semplice stupore è raro, perché quel forte stupore nasce da un’idea contraria.

L’episodio finisce qui, adesso un breve ripasso di quelli precedenti.

Mariana:
Ma ditemi voi ragazzi se è mai possibile che il nostro presidente Bolsonaro non faciliti le persone nel prendere il vaccino contro il Covid.

Ulrike: Credi che lui cambierà atteggiamento nel futuro? O terrà fedeai suoi principi?

Mariana: Ma ti pare che cambierà! Queste persone sono indisposte a qualsiasi cambiamento.

Iberê : Si, certo. Pare che il nostro presidente abbia chiesto una tangente di un dollaro per dose di vaccino e sembra abbia anche ignorato 57 email della Pfizer. Ma nonostante questo non sarai un po’ prevenuta nei suoi confronti?

Hartmut: da che mondo è mondo, i dittatori non cambiano mai idea!

Irina: ognuno ha la sua idea, siamo in democrazia. Io sono del suo stesso avviso, ragion per cui, chiunque sia insofferente alla sua politica se ne faccia una ragione.

558 Perché o come mai?



Perché o come mai? (scarica l’audio)

Video

Come mai, perché

Trascrizione

Giovanni: Perché non esiste un solo modo per dire “perché“?

Ad esempio, molti studenti non madrelingua, pur consapevoli della somiglianza tra perché e “come mai“, usano sempre perché e mai “come mai”. Ma Come mai?

Iniziamo da questo dunque.

Sapete che “perché” si può utilizzare sia per fare domande che per dare risposte.

Perché non mi inviti a cena stasera?

Risposta: Perché non ho soldi.

Ebbene, qui c’è già una prima differenza, infatti “come mai” non si può usare per dare risposte.

Allora quale differenza esiste tra perché e come mai quando si fanno domande?

Ci sono più differenze.

Una prima è che perché si può usare anche al posto di “che ne dici di…” quindi per fare delle proposte.

Che ne dici se stasera andiamo a ballare?

Perché stasera non andiamo a ballare?

È una proposta, posta sotto forma di domanda.

Non posso usare “come mai” in questo caso, e il motivo è che “come mai” si può usare solamente per chiedere spiegazioni, giustificazioni, e non per fare proposte.

Es:

Giovanni: Ho un po’ di mal di pancia oggi. Da ieri sera in realtà non sto bene.

Emanuele: e come mai?

Giovanni: ho mangiato le Cozze ieri.

Emanuele, usando “come mai” mi ha chiesto una spiegazione, ha voluto conoscere il motivo del mal di pancia, ma la sua può essere una semplice curiosità.

A questo fine si può usare anche perché, ma perché ha un uso più ampio, perché si usa anche in domande che pretendono una risposta, non solo per semplici curiosità.

Vediamo come potrebbe continuare questa conversazione:

Perché non andiamo dal Medico a farti visitare?

Questa è ancora una proposta.

Perché non mi hai detto subito che stavi male?

Questa domanda pretende una risposta. Potrei usare “come mai”, ma sarebbe meno efficace come domanda.

Non te l’ho detto perché non sono una persona che ama lamentarsi.

Questa è una risposta. Non posso usare “come mai”.

In definitiva, le caratteristiche di “come mai” rendono questa locuzione molto più adatta rispetto a “perché” nelle conversazioni quotidiane, in cui si parla senza necessariamente discutere o pretendere una risposta.

“Come mai” è molto meno impegnativo da questo punto di vista; esprime tranquillità, curiosità ma non si tratta mai di un rimprovero.

Perché” infatti, nelle domande dirette, quindi quando non si usa per fare proposte o per rispondere, trasmette una maggiore “ansia”, passatemi il termine, a chi riceve la domanda:

Perché non me l’hai detto?

Perché non sei andato a scuola?

Perché vuoi lasciarmi?

Perché mi dai fastidio?

Perché non rispondi al telefono?

Per questo motivo, nelle discussioni, nei litigi, si usa sempre “perché”.

Poi ci sono anche altre differenze, infatti perché ha altri utilizzi e funzioni che “come mai” non ha.

Ad esempio, usata come congiunzione o sostantivo posso dire:

Ascolta gli episodi di italiano semplicemente perché possa migliorare il suo italiano, ma forse questi episodi sono troppo avanzati perché tu possa comprenderli. Il perché lo capirai ascoltandone uno.

Non possiamo usare “come mai” in questi casi.

Adesso abbiamo un bel ripassone da parte di Emma, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Se mi domandate il perché della bravura di Emma, beh.l… la risposta già la conoscete!

Emma: Le cose, spesso e volentieri, accadono quando nemmeno le cerchi.
È da un pezzo ormai che non lo faccio, ma tanti anni fa ho partecipato ad un gruppo di cammino, guidato da volontari che spesso si contraddistinguono per i loro comportamenti.
Un giovedì pomeriggio come tanti altri, l’orologio scoccava le 17:00, ed in io stavo scalpitando per partire. Quella era la prima volta, in particolare, che ci andavo con la mia dirimpettaia Stefania. Non vi dico come ero felice. Avercene di compagne come lei.
Mentre aspettavo Stefania in macchina, è passata una signora, una tizia che avrà avuto un’età di sessanta e passa anni.
Mi ha guardata male, quasi si fosse svegliata con il piede sbagliato e quel giorno sembrava non averne per nessuno. Piuttosto che risponderle per le rime, anzi, proprio per distinguermi dal tuo atteggiamento, le ho fatto un cenno di saluto e al contempo pensavo che tutto sarebbe finito lì. Di contro, il destino non era evidentemente d’accordo con me, e infatti, mentre stavo per mettere la macchina in moto, ho sentito un “Boom”, il che, li per li mi ha preso in contropiede. Fatto stache non sono stata in grado di capacitarmi immediatamente di quanto fosse avvenuto. Di primo acchito, ho pensato ad un problema tecnico. Poi come se non bastasse, in men che non si dica mi è arrivato il secondo “Boom”. A quel punto, non mi restava altro che scendere dalla macchina immediatamente, per verificare di persona preoccupandomi molto.
La signora, con un’espressione apparentemente meno aggressiva questa volta, di nuovo è comparsa davanti a me, vicino al baule della mia macchina. Non sono riuscita a venire subito a capo della situazione, salvo poi vedere che una parte della macchina era stata danneggiata, e guarda caso, a poca distanza da lì si trovava anche la macchina della signora. Come si suol dire, sono caduta dalle nuvole, quando, a decifrare questa confusione, vivaddio, è stata ancora la stessa signora, che
ha confessato di aver tamponato la mia macchina per via di una distrazione.
Cosicché abbiamo deciso che avremmo passato tutta la faccenda all’assicurazione, nella speranza che la storia sarebbe stata chiusa una volta per tutte. Detto questo, ci siamo salutate e ci siamo lasciate i numeri di telefono, da usare nella misura in cui avessimo avuto bisogno l’una dell’altra.
Quando si è fatto buio, ho raccontato tutto quanto a mio marito. Per quanto mi sforzassi di non preoccuparmene, memore dell’ultimo incidente in cui non compilammo il foglio dell’assicurazione che quindi non rimborsò il danno, non ci riuscivo, perché pensavo che mi avrebbe in qualche modo apostrofato, e magari mi avrebbe perfino presa a mali parole, per via dell’incidente.
Sarebbe stata la solita solfa: “sta’ attenta quando guidi, sta’ alla larga da qualsiasi imprudenza, quale che sia”.
Non vi dico che noia e che barba!
Invece mi ha detto: “Bella mossa, così l’assicurazione pagherà, non c’è santo che tenga. Brava!”
Appena quelle parole sono state pronunciate, manco a farlo apposta, è iniziato a fioccare.

Una mera coincidenza? Vattelappesca! Trattasi comunque di due eventi rarissimi!!