Vero. Abbiamo già affrontato qualcosa di simile in passato.
Abbiamo già detto infatti che oltre al senso proprio di “non averne più” di qualcosa (“ne” può riferirsi a qualunque cosa, può indicare qualunque cosa), abbiamo anche parlato (già due volte) di locuzioni simili, locuzioni che contengono sia il verbo avere che la particella “ne”.
La prima volta abbiamo parlato di tempo, nell’episodio 524, (es: “ne ho ancora per 1 ora” cioè mi manca ancora un’ora) poi in quello successivo, dove invece abbiamo parlato di non risparmiare nessuno (es: se mi fate arrabbiare non ne avrò per nessuno), cioè non risparmierò nessuno.
In questo caso posso anche aggiungere “più”: non averne più per nessuno, e il senso non cambia molto.
Ma “non averne più”, di cui parliamo oggi, può avere anche un altro significato.
“Non averne più”, in questi casi, può significare essere stanchissimi, quindi si sta parlando, anche se non viene detto, di energie: significa terminare le energie, non avere più energie, fisiche o mentali.
Sapete bene che in genere se usiamo la particella “ne” ci riferiamo a qualcosa di cui abbiamo già parlato.
Es:
Quanti anni hai?
Ne ho 25.
Parliamo di anni in questo esempio.
Stavolta invece, proprio come nell’espressione “non averne per nessuno” non siamo in quel caso.
Oggi parliamo di energie, ma questo lo possiamo capire solamente dal contesto.
“Non averne più” è simile a “essere esausti”. Si usa spesso parlando di sport.
Es:
È stata una partita molto intensa, e al minuto 90°, quando i giocatori avversari non ne avevano più, è arrivato il gol della vittoria.
I giocatori avversari quindi non avevano più energie da spendere, perché evidentemente le avevano spese tutte: non ne avevano più.
È solo leggendo tutta la frase che capiamo il significato.
Altri esempi simili:
I ragazzi non ne avevano più dal punto di vista fisico e mentale, al contrario degli avversari.
All’ultimo km di strada il ciclista è crollato sia psicologicamente che fisicamente, non ne aveva più.
Per oggi non ne ho proprio più, mi devo assolutamente riposare.
Attenzione perché la locuzione non ha esattamente lo stesso senso di “non poternepiù“.
Dire “non ne ho più” non è esattamente come “non ne posso più” perché quest’ultima (che abbiamo visto ugualmente in un altro episodio) può esprimere ugualmente sia una stanchezza fisica che mentale, ma oltre ad essere più adatta per le esclamazioni, spesso è legata alla sopportazione quindi ha quasi sempre un forte contenuto emotivo e di conseguenza c’è solitamente più enfasi.
Potrei dire lo stesso di “averne abbastanza“, ma non lo faccio perché anche in questo caso abbiamo un episodio passato ad hoc.
Diciamo che “non averne più” ha la caratteristica di riferirsi alle energie fisiche, mentali e/o psicologiche ma non si usa quando si parla di sopportazione o di sfoghi personali tipo:
Basta, ne ho abbastanza di te, non ti sopporto più, non ne posso più!
Adesso è il momento del ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:
Peggy: mi pare che “non averne più” sia anche simile a dare fondo a tutte le energie. Mi sbaglio?
Giovanni: bravissima Peggy. È proprio così infatti. Nell’episodio dedicato a “dare fondo” abbiamo visto che significa terminare, finire, esaurire una qualsiasi risorsa. Anche una risorsa economica però.
Irina: bene, vedo che a differenza di me c’è chi riesce a far tesoro degli episodi passati. Che frustrazione…
(ps: nel prossimo episodio parleremo proprio della frustrazione).
Gianni: oggi, dopo avervi spiegato la congiunzione “nonché”, con l’accento sulla e, oggi vediamo la forma staccata: “non che”. Due parole anziché una e niente accento.
Abbiamo visto qualche episodio fa la locuzione “non è che”, vi ricordate?
Ebbene, le locuzioni hanno solamente in alcuni casi un uso e significato simile.
Quando avete un dubbio o un sospetto, e si fa una domanda, in questo caso si deve usare obbligatoriamente il verbo essere. Es:
Non è che per caso hai una penna?
Cos’è quella faccia?! Non è che hai litigato con tuo marito?
Si tratta di linguaggio colloquiale, familiare.
Non possiamo eliminare il verbo essere.
E se invece diamo una risposta?
In questi casi si usa ancora il verbo essere, perché il nostro obiettivo è negare qualcosa per rassicurare la persona con cui parliamo, o giustificarsi con lei, oppure fare una puntualizzazione, una precisazione, fare un chiarimento.
Es: andiamo insieme al cinema domani?
No, purtroppo non posso.
Non vuoi venire al cinema con me? Perché?
No, non è che non voglio/voglia venire, è che non posso. Perché ho un altro appuntamento.
L’uso del verbo essere rafforza la negazione, ma poi devo chiarire ancora meglio:
Non è che… è che…
Non è che.. ma..
Solitamente in questi casi, si usa la forma indicativa, ma è più corretto usare anche il congiuntivo, che tuttavia ha il difetto di aggiungere incertezza, al contrario dell’indicativo.
Es:
Perché mi hai offeso?
Non è che volevo/volessi offenderti, ma tu mi hai provocato.
Se devo rassicurare o giustificarmi devo essere convincente, e l’uso dell’indicativo è sempre preferito nella pratica in questi casi.
Certo, l’uso del congiuntivo nelle domande non è per niente adatto.
Invece quando non uso il verbo essere, non sto facendo una domanda, e non sto neanche rispondendo ad una domanda. Almeno non è detto che stia rispondendo direttamente ad una domanda.
L’obiettivo è ugualmente quello di fare un chiarimento.
Es: sto cercando una casa da acquistare e sto spiegando al venditore che non posso comprarla perché costa troppo cara.
Mi spiace ma credo che io dovrò rinunciare a questa casa. Non che non mi piaccia, per carità, ma è troppo cara per me.
Come vedete sto ugualmente facendo un chiarimento, sto dando una giustifcazione in questo caso, ma il venditore non mi ha fatto la domanda:
Non le piace forse la casa?
In quel caso avrei probabilmente risposto:
Non è che non mi piace, è che è troppo cara per me.
Questa è una risposta diretta alla domanda fatta.
Se non metto il verbo essere invece non sto rispondendo direttamente ma voglio comunque fare un chiarimento, e la frase iniziare rappresenta una cosa da escludere. Come a dire:
Questo non significa che…
Notate che solitamente quando si risponde si usa non solo il verbo essere ma anche la forma indicativa del verbo.
Nell’altro caso non si usa il verbo essere e si usa sempre il congiuntivo. Questo rende la frase anche meno informale.
Notate che spesso si usa negando una proposizione negativa. C’è due volte il termine “non”:
Non è che non…
Non è che non sono sicuro, ma (è che) devo sentire il parere anche di mia moglie prima di acquistare una casa.
Questo serve ad affermare il contrario. Cioè:
Io sono sicuro, ma devo sentire cosa ne pensa mia moglie.
In entrambi i casi, ma soprattutto senza il verbo essere, “ma, “tuttavia”, “però”, si trovano sempre nella seconda parte di queste affermazioni.
Non che io non sia convinto, ma devo vedere se la mia banca mi concede il mutuo.
Non sei convinto?
Non è che io non sono convinto, è che devo vedere se la mia banca mi concede il mutuo.
Questa seconda versione quindi è una risposta a una domanda. La risposta tende a chiarire definitivamente, mentre la prima versione (senza verbo essere) non è una risposta diretta ma si immagina che sia meglio comunque fare un chiarimento.
Ricapitolando, “non che”, scritto in due parole separate, non si usa per fare domande, non si usa neanche per dare risposte dirette, ma semplicemente per chiarire un concetto. Inoltre si usa sempre il congiuntivo e generalmente all’inizio di una frase. Infine è meno informale della forma col verbo essere che abbiamo già spiegato nell’episodio n. 277.
Non che non voglia fare altri esempi, ma adesso sarebbe ora del ripassino quotidiano.
Per concludere posso aggiungere che quando uso “non che“, senza accento, posso in realtà anche inserire “è”, ma se lo uso semplicemente sto negando più fortemente un concetto. Direi però che se uso il verbo essere quando in realtà non occorre, potrebbe sembrare che io mi sia giustificando, come se fosse stata fatta veramente una domanda e io stessi rispondendo.
Dunque in definitiva potrei allora sempre usare il verbo essere, si può fare, ma oltre ad essere più informale, potrebbe sembrare che io mi stia giustificando e magari questo non è nelle intenzioni di chi parla.
Marcelo: grazie Giovanni. Non che io abbia molta voglia di partecipare, considerando la situazione internazionale. Tuttavia questo mi può aiutare a pensare ad altro, nonché, ovviamente, a migliorare il mio Italiano.
Irina: anch’io ho bisogno di pensare ad altro. Distrarsi tra l’altro fa bene anche alla salute. È da quel dì che non stacco un po’ dalle pressioni quotidiane.
Gianni: Nonché, con l’accento sulla e, è una congiunzione che ha un significato simile a “anche”, ma è più vicino a “non solo”, “inoltre” , “per di più”, “in aggiunta”, “come pure”.
Il suo ruolo è spesso quello di evitare una serie di “e”. Altre volte semplicemente chiudere una lista. Questo accade soprattutto nel linguaggio burocratico.
Es
A Roma ci sono molte chiese da vedere, ma anche monumenti, opere d’arte, nonché luoghi storici, musei e piazze.
Si trova quindi sempre alla fine di una frase in cui si fa una lista.
In caso di assenza dal lavoro per malattia, occorre comunicare la propria assenza alla segreteria del personale, nonché giustificare la propria assenza attraverso il proprio medico.
Questo è un esempio di linguaggio burocratico.
In teoria si può usare anche in un contesto familiare ma è un po’ esagerato e in genere non si fa:
Devi mangiare tutto: la pasta, la carne, la verdura nonché la frutta.
In contesti familiari è sicuramente meglio usare “anche”, “e anche”, “senza dimenticare..”
Domani vediamo la forma staccata composta dalle parole “non” e “che”.
Adesso un brevissimo ripasso:
Anthony: avete notato che d’emblée non si parla più di Covid?
Gianni: bisogna risalire al 5 dicembre 2020 per trovare un utilizzo, in un episodio di italiano semplicemente, del verbo risalire.
L’ultimo episodio pubblicato sul sito invece risale solamente a ieri.
A quando risale l’ultima volta che…
Si usa spessissimo in questo modo il verbo risalire. Lo facciamo quando torniamo indietro nel tempo fino ad un momento preciso.
Certo, questo uso del verbo risalire è un uso figurato perché il senso proprio è un altro.
Vediamo quale:
Devo risalire a casa perché ho dimenticato le chiavi.
Bisogna risalire il fiume.
Risalire il fiume significa percorrere il fiume dal basso verso l’alto, cioè controcorrente, mentre risalire a casa prevede l’utilizzo delle scale o dell’ascensore. In questo caso significa salire le scale dopo averle discese.
Si può anche risalire in macchina, a cavallo, in treno, in bicicletta o in aereo con lo stesso senso: scendo dal treno, poi risalgo perché magari mi sono accorto di aver dimenticato la valigia.
Un altro esempio?
Risali subito in macchina! Chi ti ha detto di scendere?
Si può anche risalire in superficie dopo aver fatto un’immersione in acqua.
Risalire si utilizza anche con riferimento al valore di qualcosa (espresso da un numero) che dopo essere sceso e sta nuovamente risalendo, cioè sta tornando al valore precedente:
Stanno risalendo i prezzi delle case.
Le borse stanno risalendo
Anche la temperatura, può scendere, può anche risalire.
Ma l’uso più frequente del verbo è quando si parla di tornare indietro nel tempo e non nello spazio o nel valore.
In questo caso si usa sempre la preposizione “a”:
A quando risale l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore?
Cioè: quando abbiamo fatto l’amore l’ultima volta?
Brutto segno se non riesci a ricordarlo…
Prima del 24 febbraio 2022 bisogna risalire all’11 settembre 2001 per ricordare una data importantissima per il mondo intero.
C’è il senso di ripercorrere all’indietro il tempo, come quando si risale lungo un fiume.
In quest’ultimo caso possiamo usare anche il verbo tornare con lo stesso senso:
Bisogna tornare all’11 settembre 2001.
Generalmente si sta cercando di ricordare qualcosa, di ripensare a qualcosa appartenente al passato.
Un avvenimento, un evento, anche se accaduto una sola volta, può essere indicato in questo modo:
Questo fatto risale a dieci anni fa
Spesso però è accaduto più volte:
L’ultima volta che mia moglie mi ha rimproverato risale a ieri.
Un altro uso figurato interessante è quando si cercano le cause o le origini di qualcosa e per fare questo bisogna ugualmente tornare indietro nel tempo.
Bisogna risalire alle origini dei rapporti tra Russia e America per spiegare l’attacco all’Ucraina.
Sono riuscito a risalire all’errore che ho fatto per capire il motivo del brutto voto nel compito di matematica
La polizia è finalmente risalita al colpevole.
Risalire ad una causa, risalire ale origini di qualcosa è ugualmente un tornare indietro nel tempo alla ricerca di qualcosa; una causa in questo caso.
Adesso facciamo un bel ripassino, in cui Marcelo dall’Uruguay, membro dell’associazione Italiano semplicemente, userà qualche espressione già spiegata. Naturalmente, come sempre, se volete risalire alla singola spiegazione basta cliccare sul relativo collegamento. Vai Marcelo:
Peggy: Gianni, cosa vuol dire “in linea di massima”? E accordi di massima?
Gianni: grazie della domanda. Abbiamo incontrato questo termine “massima” nell’ultimo episodio.
Il termine massima infatti non è solamente il femminile di massimo.
In questo senso si può dire ad esempio:
Ci vuole la massima attenzione quando si guida un’automobile.
Nell’ultimo episodio vi ho fatto degli esempi di un altro uso del termine massima.
La massima è, si è detto, un modo di agire, una norma, un principio nell’agire che viene dall’esperienza. A volte è qualcosa di simile a un detto, un proverbio, ma in ogni caso si tratta di indicazioni genetiche, qualcosa da cui trarre ispirazione.
Possiamo però dire che ci sono due componenti importanti: l’approssimazione e l’importanza.
L’espressione “in linea di massima” esprime proprio il concetto di indicazione approssimativa, un’informazione comunque utile, indicativa, ma non precisa, a volte perché non è possibile che sia più precisa e puntuale, altre volte perché non la si vuole fornire più precisa o perché è inutile andare nel dettaglio.
Es:
Sei d’accordo con me?
Risposta:
In linea di massima sì!
Probabilmente allora, ci sono più punti che mi trovano d’accordo, quantomeno quelli principali, quelli più importanti.
In linea di massima sono d’accordo.
Nel complesso sono d’accordo
In linea generale sono d’accordo
In generale sono d’accordo
Complessivamente sono d’accordo
A grandi linee sono d’accordo
Queste sono risposte equivalenti. Non c’è un pieno accordo, ma in linea di massima sì.
L’accordo riguarda gli aspetti fondamentali, senza considerare i dettagli.
In linea di massima alle 15 sono da te.
Questo utilizzo dell’espressione è anch’esso molto diffuso. Simile a “più o meno” “giù di lì”, “pressappoco” e tutte le espressioni simili. C’è una bella e lunga lezione sull’approssimazione. In questo ultimo esempio dunque c’è solamente la componente dell’imprecisione.
Attenzione perché le ore 15 non è un orario massimo di arrivo, ma una indicazione di massima, ciò indicativa, generale. Potrei arrivare alle 14:45 ma anche alle 15:15.
L’utilizzo più diffuso non è esattamente però come “più o meno” ma riferito alle cose più importanti. Questa è la componente che prevale la maggioranza delle volte.
In linea di massima, tutte le forze politiche italiane concordano sulle sanzioni alla Russia.
La questione potrebbe escludere alcuni aspetti meno importanti sui quali non ci sarebbe pieno accordo. Ma nessuna forza politica è esclusa.
Se invece dicessi più o meno tutte le forze politiche sarebbero d’accordo starei dicendo che qualcuna non lo è.
Arriviamo alla seconda parte dell’episodio.
Parlando di accordi, si parla spesso di “accordo di massima”, che è un accordo sui punti più importanti.
Ma che tipo di accordo è? È un accordo che è stato raggiunto tra le parti, ma non si dice molto di più. Questo accordo è stato raggiunto ma sono ancora da definire i dettagli, dunque è ancora poco preciso, non si è parlato di tutto.
Sì, certo, c’è approssimazione, ma ciò che conta è che sulle questioni più importanti abbiamo raggiunto un accordo.
Restano da definire i dettagli.
Com’è andata con la trattativa di affari?
Risposta:
Per ora abbiamo raggiunto un accordo di massima. Poi vedremo meglio i dettagli.
Nell’espressione in linea di massima comunque possono trovare spazio entrambe le questioni, quella dell’incertezza e quella delle cose che contano.
Avevo detto di dedicare diversi episodi alle locuzioni accordi di massima e in linea di massima, ma forse è stato meglio parlarne un’unica volta.
Giovanni: nell’ultimo episodio (avete visto? L’ho detto ancora una volta!) vi ho detto che avrei parlato dei due termini detto e detta, e così farò.
“A detta di” l’abbiamo già vista proprio nell’ultimo episodio, ma c’è ancora molto da dire.
Ovviamente sarò costretto a parlare del verbo dire, ancora una volta. Infatti “detto” è prima di tutto il participio passato del verbo dire.
Esiste però anche il detto, quindi come sostantivo.
Un detto è infatti qualcosa che viene detto in alcune circostanze. Può essere un motto, un aforisma, un adagio, una massima, un proverbio.
Esistono anche le raccolte di detti famosi.
Secondo un antico detto, chi la fa l’aspetti!
Secondo un detto popolare, al cuor non si comanda.
Dunque un detto è qualcosa che viene detto, da tanto tempo, molto spesso, o da alcune persone.
Prima vi ho accennato al termine massima come sinonimo di detto.
Una massima è una sentenza, un’affermazione che esprime un modo di comportarsi, quindi un comportamento tratto dall’esperienza, quindi esprime un modo di agire, una norma, un principio nell’agire.
È un concetto più leggero del detto e del proverbio, che poi alla fine hanno lo stesso significato in fondo.
Es:
Una massima di ogni allenatore di calcio è che la scelta del portiere e dell’attaccante non si può sbagliare.
Oppure:
Non investire più di quanto puoi permetterti di perdere. Questa è una massima per ogni tipo di investimento.
Poi avete mai sentito parlare di “accordi di massima?”
Oppure dell’espressione “in linea di massima” che sta per “in generale”.
Di queste due espressioni ne parliamo meglio nei prossimi due episodi.
In questo senso, detto è simile a cosiddetto, un aggettivo che indica una convenzione, quasi un’abitudine.
Cosiddetto sta per convenzionalmente detto, da tutti detto così, da tutti chiamato in questo modo, che ha questo nome.
Es:
La cosiddetta anima gemella forse non esiste.
Per ottenere un posto di lavoro, in Italia a volte devi avere la cosiddetta spintarella, il cosiddetto aiutino.
Siamo in una situazione simile di quando usiamo l’espressione “come si suol dire“.
Come aggettivo però posso usarlo anche per dire che qualcuno o qualcosa è stato nominato in precedenza, quindi sopraddetto, suddetto, succitato. Abbiamo già parlato di questo in un episodio dal titolo “di cui sopra”.
Posso quindi dire:
Detto episodio tratta della locuzione “di cui sopra”.
Ne avevo appena parlato, quindi mi riferisco all’episodio in questione dicendo “detto episodio”.
Altri esempi:
C’è una persona che gira nel quartiere e cerca di derubare le vecchiette. Chiunque vedesse detto individuo è pregato di chiamare la polizia.
Si usa anche al plurale e al femminile:
La guerra causa molta incertezza sui mercati mondiali. Detta situazione di incertezza rischia di causare molti danni all’economia.
Quattro persone armate sono entrate in aeroporto. Dettepersone sono molto pericolose.
Recentemente sono accadute cose molto negative per l’Europa: bombardamenti, morti. Detti fatti sono da condannare.
In pratica detti fatti sta per “questi fatti”, “i fatti appena descritti”, “i suddetti fatti”.
A proposito, al singolare “Dettofatto” può significare sia questo fatto, suddetto fatto, il citato fatto, come detto poc’anzi, sia rappresentare una espressione che si usa quando si fa qualcosa in pochissimo tempo: non appena si dice di fare qualcosa, subito si mette in pratica:
Detto fatto!
Si vuole dare l’immagine dell’immediatezza, di qualcosa che si dice e subito si fa.
Simile a“in men che non si dica“, che abbiamo già trattato, ma “detto fatto” è più breve e inoltre funge anche da esclamazione.
“Detto fatto”, in questo senso, sì usa solamente a cose fatte, cioè dopo che effettivamente la cosa detta è stata fatta.
Es:
Visto? Avevo detto che cacciavo mio marito di casa e il giorno dopo già non abita più con me. Detto fatto!
Possiamo anche mettere una virgola tra i due termini, che sono due participi passati, del verbo dire e fare.
Bene, passiamo a “detto questo”, che è un altro modo di usare il termine “detto”.
“Detto questo” significa “adesso che si è detta questa cosa”, oppure “ora che abbiamo parlato di questo”.
È una formula che si utilizza per cambiare discorso, o comunque per chiudete una particolare discussione e iniziare a parlare di altro.
Es: bene, detto questo, adesso parliamo di…
Non dobbiamo cambiare necessarianente discorso, ma anche semplicemente affrontare un altro aspetto della stessa questione.
Es:
Il ragazzo va bene a scuola, si impegna e si vede che studia. Detto questo, dobbiamo parlare anche del suo comportamento perché a volte è molto distratto, parla continuamente con i compagni e segue poco la lezione.
Si potrebbe anche dire:
Una volta che abbiamo detto questo…
Adesso che abbiamo parlato di questo…
Oltre a questa questione..
Poi c’è anche un’altra cosa da dire…
Bene, detto questo, devo dirvi che detto e detta possono anche essere degli utilizzi del verbo DETTARE.
Ma in questo caso la lettera “e” si pronuncia generalmente aperta:
Dètta e dètto.
La pronuncia di DETTARE invece è con la e chiusa.
Es:
Mi puoi dettare ciò che devo scrivere?
Ok, io ti detto il testo e tu lo scrivi.
Dettamelo più lentamente per favore.
Ti ho dettato (e chiusa) tutto il testo.
Non voglio più dettare altro.
Per concludere, torniamo sul verbo dire e sul termine detto.
Sui cruciverba in lingua italiana ma anche sui dizionari troverete molto spesso “detto di”. Si tratta di definire degli aggettivi.
Es. Cosa significa polemico?
Sul dizionario troverete:
Detto di persona che assume un atteggiamento di opposizione.
Poi cerchiamo l’aggettivo “indolente”:
Detto di persona priva di vivacità, fiacca, ottusa, provocatoria, pigra, apatica, svogliata.
È come dire:
È ciò che si dice a proposito di…
È quanto viene detto riguardo alle persone che…
Più semplicemente “detto di”.
“Non è detto che” è l’ultima locuzione di oggi.
Questa locuzione esprime qualcosa che non è certo, e si usa generalmente sia per rassicurare, tipo:
Dai, non essere triste perché Maria ama un altro. Non è detto che non cambierà idea.
Oppure, in senso opposto, per suscitare allarme:
Attenzione a quando si decide di sposarsi. Non è detto che l’amore duri per sempre.
In realtà si usa più in generale per dire che qualcosa non è sicuro, certo:
Non è detto che io debba stare in Italia se non riesco a trovare lavoro. Potrei anche pensare di cambiare nazione.
Al femminile (ma senza “che”) in questo senso, esiste l’espressione:
Non è detta l’ultima parola
Questa espressione si usa quando ci sono ancora possibilità, sebbene siano veramente poche, che qualcosa accada.
Es:
Dicono tutti che non riuscirò mai a fare 10 esami in un anno. Ma io credo che non è detta l’ultima parola ancora.
“L’ultima parola” si usa spesso per indicare un fatto concluso, sul quale non c’è più alcun dubbio.
Dopo quel momento non c’è più tempo per parlare, nel senso di per cambiare le cose. Questo è il senso.
In pratica si usa quasi sempre per esprimere un’eventualità positiva.
Finché nonsarà detta l’ultima parola, io ci crederò! (tra l’altro abbiamo visto l’uso di un “non” pleonastico, che abbiamo spiegato pochi episodi fa)
Il Barcellona sta perdendo 3-0 e mancano 10 minuti alla fine. Secondo me però ancora non è detta l’ultima parola.
Anche se sembra che tuo marito stia facendo il bravo adesso, con lui non è mai detta l’ultima parola.
Adesso ripassiamo brevemente qualche episodio passato per non dimenticare, che ne dite ?
Mary: Purtroppo oggi devo dare forfait. Sono fuori
Giovanni: nell’ultimo episodio (avete fatto caso che spesso inizio così?); dicevo che nell’ultimo episodio abbiamo visto un uso particolare del verbo dirsi.
Mi riferisco a dirsi soddisfatto, dirsi deluso, dirsi dispiaciuto, dirsi d’accordo, eccetera.
Abbiamo detto che questo equivale a “dire di essere” e spesso si tratta di dichiarazioni pubbliche. In ogni caso si esprime una sensazione, una volontà, un’opinione o un’emozione provata da altre persone.
Il verbo dire è interessante perché esiste anche un altro modo per riportare ciò che ha detto qualcun’altro che in questo momento è assente,
Stavolta però non si tratta di emozioni, sensazioni o volontà, ma si tratta quasi sempre di esprimere lo stato dei fatti.
Come stanno le cose? Qual è la verità? Accade spesso che ci siano più verità a proposito di quanto accade o quanto accaduto in passato.
Ecco, in questi casi, quando riportiamo un fatto descritto da un’altra persona (o più persone) per far conoscere, secondo questa persona, come stanno le cose, si usa spesso la locuzione “a detta di”, specialmente quando ci sono versioni diverse della verità
Es:
Siamo preoccupati per la crisi economica per gli effetti sulla nostra azienda, ma a detta del presidente, non ci sarà nessun licenziamento.
Significa che il presidente ha detto, pubblicamente o a qualcuno privatamente, che nessuno sarà licenziato. A detta sua nessuno verrà licenziato.
Ricordate l’espressione “a suo dire“? Questa è abbastanza simile e si usa nelle stesse circostanze. “A suo dire” è più informale e colloquiale.
Proprio come “a suo dire” comunque, si riportano parole di altri quando ci sono pareri diversi o dei dubbi in merito.
La locuzione “a detta di” non si usa che con la terza persona, singolare o plurale.
Se parlo con te, “atuo dire” si usa invece talvolta per ricordare alla persona con cui si parla delle sue parole dette in passato. Più difficilmente troverete utilizzi di “a detta tua”.
Può comunque capitare.
Dunque, “a detta sua/loro” e “a detta di qualcuno” sta per
“secondo quanto detto da lui/lei, loro“, ed è più adatta a riportare lo stato dei fatti che una opinione di una persona.
Potremmo anche dire che è simile a “secondo l’opinione di“. Un’opinione però generalmente è un’interpretazione dei fatti, e prevede delle deduzioni. Può anche essere un giudizio espresso secondo un criterio soggettivo, o una convinzione in materia morale, politica, sociale o religiosa.
Nel caso di “a detta di” c’è di solito da riportare un fatto accaduto. È in tali circostanze che la locuzione “a detta di” è maggiormente adatta.
Ad ogni modo la locuzione si può usare anche in senso più generale.
Es:
Io ti credo, ma a detta di tuofratello le cose sono andate diversamente
A detta di tua madre, Giovanni cucina benissimo.
È naturalmente del tutto simile a “secondo lui/lei” o “per lui/ lei” che sono più informali.
A detta di tutti Roma è una città da visitare almeno una volta nella vita
Dici che non ti piace la mia macchina? A detta dei miei amici è una delle macchine più affidabili e anche di moda del momento.
Naturalmente “a” è una preposizione semplice e dunque non si tratta del verbo avere.
Il termine “detta” è in questo caso un sostantivo.
Vale secondo me la pena di dedicare un episodio (il prossimo) a “detto” e “detta“.
Notate che la locuzione “a detta di” è simile anche a “che lui/lei sappia“, o “per quanto ne sa” di cui abbiamo parlato in due episodi passati, ma queste si usano prevalentemente con la prima persona (che io sappia, per quanto ne so) è poi c’è da dire che in quei casi si vuole evidenziare una conoscenza e anche che le cose potrebbero non essere queste esattamente.
“Per quanto ne so io” quindi evidenzia una conoscenza di un fatto che non si dà per certo ed è del tutto analogo a “per quello che so io“, “per quello che ne sappiamo”, “per quanto ne sappiamo”.
È simile anche a “stando alle sue parole“, “stando a te“, “stando a lui/lei/loro“. In questo caso spesso c’è più diffidenza, o comunque poniamo una certa distanza da queste parole. Anche “stare a” è un episodio passato della rubrica, che si può usare come abbiamo visto anche per riportare opinioni di altri.
Anche “a detta di” a volte può racchiudere comunque un senso di diffidenza.
A detta di Putin, non ci sarà nessun attacco all’Ucraina. Eppure ci sono tantissimi militari lungo il confine. A detta di molti, Putin non dice la verità.
Si pone in ogni caso una certa distanza, perché si tratta di cose che riguardano altre persone e che, se si tratta di fatti, noi non possiamo verificare.
Può bastare per oggi. Adesso non può mancare un bel ripasso all’insegna dell’attualità.
Ulrike: ieri, 24 febbraio 2022, dopo aver visto il telegiornale mi sono detta: sogno o son desta? Dopo due anni e passa di bollettino quotidiano sui morti per Il Covid, adesso ci mancava solo il bollettino di guerra. Che Dio ce la mandi buona.
Marcelo: condivido i tuoi desideri. Dobbiamo fare appello all’intelligenza degli uomini e pregare per la pace.
Mi è venuta in mente quest’idea ieri ascoltando il telegiornale.
La notizia era il riconoscimento delle repubbliche séparatiste da parte del Cremlino.
Parliamo quindi delle forti tensioni internazionali a cui stiamo assistendo in questi giorni.
Ebbene, dopo questa notizia, sia il cancelliere tedesco Scholz che presidente francese Macron si sono detti “delusi”.
“Si sono detti delusi”. Questo mi ha fatto pensare che dovrei parlarvi del verbo dirsi, perché in effetti ha diversi utilizzi interessanti.
Dunque, “dirsi” è la versione riflessiva del verbo dire. Innanzitutto può significare dire a sé stessi (nel senso di pensare tra sé), oppure dirsi qualcosa tra due o più persone.
Es:
Dopo che mia moglie si è messa ad urlare, mi sono detto che forse era meglio non farle più scherzi.
Cosa ti sei detto dopo aver sbagliato il calcio di rigore?
“Mi sono detto” quindi significa “ho pensato”. Significa anche “ho detto a me stesso”.
In genere quando si usa in questo modo si usa al passato.
Se siamo due persone però:
Io e te ci diciamo sempre la verità.
Dirsi la verità è sempre la scelta migliore.
Non è carino dirsi le cose sottovoce.
Tra amici bisogna dirsi tutto.
Cosa si saranno detti Putin e Biden?
Cioè: di cosa avranno parlato? In questi casi, con dirsi, così come con parlarsi, si intende che una persona dice qualcosa all’altra.
Però, dirsi ha anche un altro uso, simile a” dichiararsi” e “dichiarare” cioè dire qualcosa pubblicamente, far sapere a tutti, o comunque dichiarare apertamente qualcosa. Potremmo anche tradurlo come “dire di essere“.
In genere riguarda un sentimento o una sensazione o anche una volontà.
È questo l’utilizzo di cui vi parlavo all’inizio citando il telegiornale.
Macron e Scholz si dicono delusi.
Dunque hanno dichiarato di essere delusi. Hanno detto di essere delusi. Hanno espresso il loro pensiero che riflette il loro sentimento nel confronti di un fatto. Hanno espresso la loro delusione.
Potrei ugualmente dire che:
Macron e Scholz si dichiarano delusi.
Lo fanno in questo caso nei confronti del mondo, quindi attraverso la stampa, attraverso una dichiarazione pubblica.
Non lo fanno certamente uno nei confronti dell’altro.
Questo accade invece se dicessi:
Giovanni e Maria si dicono dei segreti.
Ma non c’è alcun sentimento o sensazione in questa frase.
Vediamo altri esempi:
I professori si dicono soddisfatti dei propri studenti.
L’allenatore si dice entusiasta della prestazione della sua squadra.
Sua santità si dice dispiaciuto per quanto sta accadendo.
Mia figlia si dice contenta dei voti scolastici di quest’anno.
Il dott. Rossi si è detto lieto di poter partecipare a questo incontro.
Il direttore si è detto disponibile ad un incontro.
Ti dispiace hai detto?? Dirsi dispiaciuto non basta!
La platea a cui ci si rivolge cambia di volta in volta.
Si tratta sempre di dichiarazioni, ma non necessariamente fatte alla stampa e alla tv.
I professori sì sono detti soddisfatti dei propri studenti nel corso del consiglio dei docenti.
L’allenatore si è detto entusiasta della prestazione della sua squadra nel corso della conferenza stampa di fine partita.
Sua santità si è detto dispiaciuto di quanto sta accadendo nel mondo attraverso un twitt.
Mia figlia si è detta contenta dei voti non appena ha visto la pagella di fine anno.
In questo caso mia figlia ha detto questo solo a me. È una dichiarazione diversa da quella del papa, di un allenatore. Abbastanza simile alla dichiarazione di un professore.
Certo, spesso si usa per descrivere occasioni importanti, e comunque dichiarazioni vere e proprie, e per le occasioni formali è molto adatta come modalità per esprimere una disponibilità o una qualunque sensazione.
Si usa anche con la negazione:
Il presidente non si dice d’accordo con questa proposta.
Quindi il presidente non si dichiara d’accordo, dice di non essere d’accordo con la proposta.
Mio figlio non si dice contrario ad un trasferimento.
Mia madre non si dice preoccupata della situazione pandemica.
Anche in questi casi parliamo del verbo “dirsi” nel senso di espressione di un sentimento o di una volontà. Potrei sempre usare dichiararsi al posto di dirsi, ma spesso suona troppo formale. A volte poi sembrerebbe un linguaggio giuridico:
L’imputato si dichiara colpevole
Il senso è sempre quello di “dice di essere” (colpevole, in questo caso) ma dichiarare e dichiararsi sono tipicamente verbi adatti ad un’aula di tribunale.
Il presente, “si dice” e “nonsi dice” , ovviamente, si usano anche parlando di educazione o di correttezza. Ma questo non è il verbo dirsi.
Es. parlando di educazione:
Non si dice quanti anni hai ad una signora!
Secondo il galateo non si dice “buon appetito” a tavola.
Parlando invece di correttezza:
Si dice “a me mi piace“? No, non si dice.
Nel senso che non è corretto dal punto di vista grammaticale.
In questi due casi però non c’è una persona che si dice (o che non si dice) esprimendo una sensazione o una volontà. Non si tratta chiaramente di dichiarazioni di qualcuno.
C’è anche un altro modo di usare “si dice”. Anch’esso non riguarda il verbo dirsi.
Quando c’è una voce che gira, quando ci sono chiacchiere, voci di corridoio, quando cioè si sente parlare di qualcosa. In questi casi c’è sempre “che”, quindi non possiamo sbagliarci:
Si dice che tu sia una persona molto paziente. È vero?
Non si dice niente qui? State tutti in silenzio?
Si dice che alla fine di ogni episodio di italiano semplicemente si facciano esercizi di ripasso. Sarà vero?
Ulrike: tra Russia e Stati Uniti siamo ai ferri corti. La situazione è in continuo divenire, ma temo per il peggio. Non me l’aspettavo proprio. E voi?
Marcelo: non mi dirai che ti fa specie che la Russia abbia invaso il territorio del suo dirimpettaio?
Ulrike: Marcelo, stai forse accusandomi di fare la finta tonta la tua domanda era retorica?
Karin: a me non sembra affatto una domanda retorica. Era invece abbastanza sibillina.
Anthony: Adesso noi, qua in Europa, dovremo prendere atto del fatto che continueranno a salire le bollette del gas.
M6: allora mi pare che dovremmo fare di necessità virtù e dare seguito ai tanto discussi piani per sviluppare le fonti di energia rinnovabile. Facendo così ci smarcheremo della nostra dipendenza attuale e favoriremo la protezione dell’ambiente. Un win-win senza dubbio.
Hartmut: si fa presto a dire win win. È arrivato l’americano!
Ci vogliono anni per fare ciò che hai detto. Dovevamo pensarci prima magari.
Giovanni: nell’ultimo episodio vi ho accennato ad un uso particolare di “non”, che però normalmente serve a negare.
Abbiamo visto in particolare alcune frasi:
Non ti parlerò più fino a quando non mi dirai che hai sbagliato!
Vediamo altri esempi simili:
Devi studiare fino a quando non sarai abbastanza preparato.
Camminerò fino a quando non sarò arrivato a casa.
In questi casi si parla sempre di qualcosa che continuerà fino ad un momento preciso, fino ad un certo punto.
Possiamo ovviamente sostituire “fino a quando” e “fino a che” con finché:
Ti bacio finché non ti stanchi
Mangerò finché non sarò sazio
Un non madrelingua però può trovare strano l’uso della negazione “non” in questi casi. In effetti il senso delle frasi non cambia se togliamo “non“:
Non ti parlerò più fino a quando mi dirai che hai sbagliato!
Devi studiare fino a quando sarai abbastanza preparato.
Camminerò fino a quando sarò attivato a casa.
Ti bacio finché sarai stanca
Mangerò finché sarò sazio
Se ricordate abbiamo già incontrato un caso simile nell’episodio dedicato al termine “appena“.
Anche in quell’episodio abbiamo visto che c’è un uso particolare di “appena” in cui la frase ha lo stesso significato con e senza “non“:
Prendo il caffè non appena mi sveglio.
Non appena arrivo a casa mi sdraio sul divano.
In questi casi “appena” come abbiamo visto, ha il senso di “subito dopo“, “subito dopo che”:
Prendo il caffè subito dopo che mi sono svegliato
Subito dopo essere arrivato a casa mi sdraio sul divano.
Anche in questi casi dunque il “non” perde il valore della negazione.
In ognuno di questi casi si parla di “non” pleonastico.
“Pleonastico” significa superfluo, inutile, non necessario. Un aggettivo questo che è in genere usato per descrivere comportamenti.
Anche con “appena“, dunque, posso togliere il “non” (in quanto pleonastico) senza cambiare il senso della frase:
Prendo il caffè appena mi sveglio.
Appena arrivo a casa mi sdraio sul divano.
Direi però che quando si parla di tempo e di eventi che si susseguono rapidamente, il “non” dà un maggior senso di vicinanza tra le due azioni, come a dire “subito dopo” , “immediatamente dopo”.
Ci sono però anche altre occasioni in cui compare questo “non pleonastico“: quando usiamo “per poco” e anche “a meno che” e le sue forme più o meno equivalenti, cioè “salvo che” e “eccetto che“.
Vediamo qualche esempio:
Oggi mi sono svegliato tardi e per poco non perdevo l’autobus.
Anche in questo caso si può togliere il non e il senso non cambia, sebbene a dire il vero si perda ancora una volta quel senso legato al tempo: qualcosa che accade ma solamente per una questione di un tempo brevissimo.
Vediamo con “a meno che”:
Vieni a cena da me? A meno che tu non preferisca andare al ristorante.
Stesso discorso. Togliendo il non va bene lo stesso. In questo caso, non parlando di tempo, non c’è proprio alcuna differenza. Nessuna delle due forme è sbagliata.
Notate che se invece io dico:
Vieni a cena da me? Sempre che tu non preferisca andare al ristorante.
In questo caso il “non” conserva il senso di negazione.
Rafaela: Dunque, cari Khaled e Nadia, state li li peresordire nella nuova vita di coppia. Accettatene tutti gli annessi e connessi. Datevi manforte in ogni momento e circostanza. Assecondatevi a vicenda nei vostri progetti che sono ancora in fieri. Vi auguriamo numerosi successi e una vita con i fiocchi.
Harjit: Buongiorno Khaled e amici!. Per Khaled e Nadia invio i miei auguri di felicità per questa nuova tappa della vita. Che tutti i progetti che hanno immaginato come coppia diventino realtà. Auguri! Ah, dimenticavo, ricorda la frase di ripasso: hai voluto la bicicletta! Ora sai cosa segue!
Albèric: Devo dire che se fossi al tuo posto, probabilmente fino all’ultimo momento avrei dei dubbi in merito. Non voglio dare adito a fraintendimenti, ma è una decisione con la D maiuscola. In queste occasioni comunque, è sempre meglio che i miei amici facciano quadrato attorno a me piuttosto che dirmi “attaccati al tram“!
Marcelo: Khaled, non molto tempo fa abbiamo parlato della vita di coppia e ricorderai che ho pressappoco 48 anni di matrimonio alle spalle. Sento il dovere di tenderti la mano. Ti posso dire che mi ricordo di tutti i momenti di felicità vissuti insieme, ma anche quelli cattivi. Per questi ultimi, devi solo armarti di pazienza. Sii accondiscendente con tua moglie e non deve mai mancare il “sì, amore!” Se c’è amore, anche le giornate no si superano sempre. Il matrimonio è una vera svolta nella vita e va vissuta all’insegna dell’amore, del rispetto reciproco e di Dio. Adesso non voglio più farti sorbire i miei consigli, ma soltanto i miei auguri di una vita piena di amore e felicità!. Questo è quanto.
Giovanni: dopo aver visto la locuzione “mi dirai che“, oggi aggiungiamo un “non” all’inizio.
Ciò che otteniamo è un’altra tipica locuzione che però non rappresenta la semplice negazione di “mi dirai che“.
Sarebbe troppo facile!
Quella di oggi è più semplice da capire e da usare, in quanto esprime meraviglia, curiosità ed allo stesso tempo si esprime qualcosa che si è intuito e che potrebbe risultare vero.
Può trattarsi sia di qualcosa di positivo che di negativo.
Es:
Non mi direte che pensavate che aggiungere “non” a una frase servisse solo per esprimere una negazione?
In senso letterale è così, ma purtroppo o per fortuna non lo è mai.
Vediamo qualche esempio:
Entro in casa e vedo mia figlia che ascolta Beethoven. Le dico subito:
Non mi dirai che ti piace la musica classica!
C’è meraviglia, curiosità. È comunque una domanda che richiede una risposta:
Perché, che c’è di strano?
Questa potrebbe essere la risposta di mia figlia di fronte allo stupore mostrato da me.
Un po’ irritata come risposta?
Può darsi.
In effetti la mia domanda può provocare una reazione irritata.
Non è detto, ma a volte è così, perché spesso c’è ironia in questa locuzione, e questa ironia potrebbe derivare da una contraddizione da cui deriva la meraviglia.
Nell’esempio che vi ho fatto, potrebbe essere accaduto che in passato mia figlia non abbia mai mostrato apprezzamento per la musica classica o che addirittura l’abbia criticata. Questa potrebbe essere la contraddizione di cui parlavo, in questo caso.
A volte non si usa il futuro, ma non cambia nulla se uso la forma presente:
Non mi dire che ti piace la musica classica!
Un altro esempio:
Vedo una mia amica dopo tanto tempo e noto che ha un po’ di pancetta. Meravigliato e incuriosito le dico:
Ciao Emanuela, non mi dirai che sei incinta!
Spesso è qualcosa che non ci si augura, perché per chi parla non sarebbe una cosa positiva se confermata.
Es:
Sento un mio amico per telefono e mi dice che ha qualche problema al lavoro per via del green pass. Io subito gli chiedo:
Non mi dirai che sei un no-vax!
Il mio amico potrebbe irritarsi per la mia meraviglia e ironia. Ha anche intuito che io invece sono favorevole ai vaccini.
Potrebbe rispondermi:
E tu, non mi dirai che sei a favore!
Questa locuzione si usa sempre in questo modo, tranne quando è preceduta dal termine “fino” o “finché”
Non ti parlerò più fino a quando non mi dirai che hai sbagliato!
Io avrò speranza di stare con te fino a quando non mi dirai che è finita per sempre!
Starai in punizione fino a quando non mi dirai che sei pentito!
In questi casi si parla di qualcosa che continuerà fino ad un momento preciso, ossia fino a quando io non sentirò dalle tue parole che hai sbagliato (1° esempio), o che sei pentito (3° esempio), o che è finita per sempre (2° esempio).
Un non madrelingua può trovare strano l’uso della negazione “non” in questi casi.
La questione credo meriti di essere trattata in un prossimo episodio.
Spiegazione odierna terminata.
Adesso ripassiamo. Non mi direte che vi eravate dimenticati del ripasso!
Irina: ci penso io a iniziare questo ripasso, non scomodatevi; non fosse altro che per mettermi alla prova con qualche espressione che mi dà molto filo da torcere. Se poi qualcuno vuole aggiungere qualcosa è benaccetto, sempre che non abbiate paura di sbagliare!
Albéric: castroneria dici Harjit? Invece la sai lunga tu! Sai anche come suscitare l’interesse per l’apprendimento dell’italiano! Poi non potrei mai dire che dici castronerie. Resti pur sempre un’amica e non ti offenderei mai. Poi lo so che lo fai per il meglio di tutti noi!
Giovanni: Benvenuti nell’episodio numero 739 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente“.
Oggi vediamo una simpatica locuzione di cui non troverete una spiegazione in nessun libro e in nessun sito, a parte Italiano Semplicemente.
“Mi dirai che” è la locuzione di cui vi sto parlando, molto colloquiale, che viene usata in una conversazione, generalmente quando si sta effettuando una valutazione di qualcosa, oppure quando si sta esponendo una preferenza, una scelta, un gusto personale.
Si tratta di questioni sulle quali si valutano pro e contro, si discute, si fanno considerazioni in un verso o nell’altro.
Ciascuna persona può dire la sua opinione, ma c’è sempre qualcuno che parla un po’ più degli altri.
Ad alcune persone infatti piace assumere più parti in una conversazione e nel fare una valutazione, nello stesso discorso introducono questioni e aspetti che vanno in direzioni opposte, quasi a voler anticipare la parola di un’altra persona.
Per questo motivo si usa “mi dirai che“, dove si dà del tu al nostro interlocutore, ma si può dare anche del lei senza problemi. In questo caso la locuzione diventa:
(Lei) mi dirà che…
L’uso del futuro fa capire che si sta anticipando qualcosa, qualcosa che l’interlocutore forse sta per dire o anche pensare. Abbiamo già fatto due episodi sul futuro, ricordate? Uno riguarda i dubbi e le allusioni, un’altro riguarda le ipotesi. Attenti a non fare confusione.
In questo caso solitamente si tratta di parlare di questioni poco rilevanti, perché l’obiettivo è invece quello di sostenere la tesi opposta, volendo però dare la sensazione di fare una valutazione obiettiva, che considera anche gli aspetti opposti.
Vediamo qualche esempio.
La tua casa è molto carina e anche grande. Mi dirai che forse è un po’ rumorosa. Perché è proprio davanti alla strada, ma non è una cosa troppo grave.
È simile a dire:
È vero che probabilmente…
Si, forse bisogna anche considerare che…
Certo, c’è anche questo aspetto….
Si, un problema forse potrebbe essere che…
Lei sicuramente starà per dirmi che…
So cosa stai pensando…
Potremmo usare questa locuzione anche solo per evidenziare un aspetto minore che tuttavia non va escluso, oppure per evidenziare il fatto che abbiamo considerato anche quell’aspetto, ma che lo riteniamo secondario.
Si tratta quasi sempre di cose che riteniamo poco importanti e per questo motivo questa locuzione viene pronunciata anche abbastanza velocemente, come a voler dire:
C’è anche questa cosa da considerare, ma conta poco o al massimo c’è da valutarne l’importanza.
Si potrebbe pensare questo, ma passa in secondo piano.
Anche quando mi viene in mente una cosa all’ultimo momento, mentre sto parlando, potrei presentare questo punto con questa locuzione.
L’espressione è seguita solitamente da un però/ma/tuttavia, per riaffermare nuovamente il concetto principale, l’idea prevalente, che va nella direzione opposta di questa considerazione.
Non ti piace Marco ? È carino, molto educato, anche spiritoso. Mi dirai che non è molto alto, ma che vuoi che sia!
Si può usare anche con “voi“:
Sono andato a mangiare in quel ristorante che ci avevate consigliato ma ci hanno letteralmente spennato! Abbiamo pagato 45 euro a testa. Una cifra mostruosa! Certo, mi direte che la qualità ha un prezzo e sono d’accordo ma fino a un certo punto.
Un ultimo esempio:
Io acquisto spesso la pizza precotta perché così mi bastano 5 minuti per avere il piatto pronto da mangiare. Certo, mi direte sicuramente che sono svogliato e che la pizza fatta al momento è migliore, ma non tutti abbiamo sempre il tempo necessario da dedicare alla cucina.
Adesso ripassiamo e cerchiamo di usare alcuni episodi passati parlando proprio di cucina:
Hartmut: Caschi male con la tua dieta Ulrike. Allora se proprio non vuoi sgarrare, per non soffrire nonresta che darti alla macchia. Io invece mi sento in vena di prepararmi un bel risottino ai frutti di mare. Casomai dovessi cambiare l’idea saresti mia ospite ben accetta.
Bogusia:Fermo restando che decidere di iniziare una dieta non è di per sé criticabile, mi fa specie che sia la prima cosa che viene in mente quando si parla di cucina. Datevi una regolata. Sul sito della nostra associazione questo argomento l’abbiamo trattato come si deve. Basta farci una capatina e assieme a Giuseppina e le sue ricette, sfoderare un piatto a buon mercato sarà semplice per tutti, persino per chi sta a dieta.
Marcelo: Fare una dieta? Per me è molto più salutare mangiare di tutto e al contempo fare esercizi fisici, andare in palestra, o quantomeno passeggiare!. È meglio darsi allo sport e mangiare cibi ricchi di fibre e vitamine. Poi bisogna tenere a bada la voglia di carboidrati, dolci e anche moderarsi con l’alcol!. A che pro fare questo sforzo se poi ci facciamo del male? Dopo, quando sarai dimagrito, ti diranno: come ti dona quel vestito! Questo sarà molto edificante!
Giovanni: Benvenuti nell’episodio numero 738 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”. Lo so, sono tanti episodi nei quali sono trattati gli argomenti più disparati, ma non siate disperati per questo. Piano piano ce la potete fare.
Forse qualcuno di voi ha già intuito che oggi ci occupiamo dell’agettivo disparato, che non ha nulla a che fare con l’essere disperato!
L’aggettivo disparato nella lingua italiana si usa in diversi modi. Come significato vuol dire “molto diverso” e infatti “pari” è anch’esso un aggettivo, simile a uguale (es: “abbiamo pari età” cioè abbiamo la stessa età) mentre “dis” serve a alterare il concetto di parità. Quindi disparato in qualche modo indica la mancanza di uguaglianza, o di somiglianza. Pensate anche a disparità. Anche disparità si usa molto spesso. Ce ne siamo occupati nell’episodio 670 parlando di impari e dispari.
Ma vediamo some si usa.
La maggioranza delle volte si usa al plurale, insieme a “più”: i più disparati, le più disparate
Es: Molte persone al mondo hanno bisogno di soldi, e questo per i motivi più disparati.
Detto più semplicemente, ci può essere bisogno di soldi perché non c’è lavoro, perché si hanno tanti figli, perché bisogna acquistare una macchina, eccetera eccetera. I motivi sono diversi.
Quando ci sono molti motivi, posso anche dire che i motivi “sono i più diversi” o anche che sono “i più disparati”. Questa modalità evidenzia ancora di più la varietà, la diversità tra loro.
Es:
Chissà perché mio fratello ha perso il lavoro. Mi vengono in mente le ipotesi più disparate.
Spiegazione: Forse mio fratello ha litigato col capo? Forse non gli piace il suo lavoro? O forse ne ha trovato un altro più remunerativo, cioè dove si guadagna di più? Oppure magari si è licenziato? Oppure è stato licenziato perché ha commesso qualche reato? Sono tante le possibili risposte, le motivazioni possono essere le più disparate.
Le ipotesi che mi vengono in mente sono le più disparate!
Se fisso un colloquio di lavoro, può capitare per i motivi piùdisparati di non potersi recare all’ora e al giorno stabilito all’appuntamento.
Quindi sono molti i motivi che ci possono essere per mancare a questo appuntamento e questi motivi possono essere molto diversi tra loro.
È inutile che io inizi a fare l’elenco di questi motivi, perché non siamo in grado di farlo, tanto potrebbe essere lungo.
Insomma abbiamo capito anche che in fondo disparati motivi non significa altro che molti motivi. Abbiamo fatto altri episodi dedicati a molti, molto, parecchio eccetera, sia nel senso di numerosità (molti motivi ecc.) che nel senso di intensità (sono molto curioso ecc.).
Sicuramente quando si usano le locuzioni “i più disparati”, “le più disparate”, “tra i più disparati” e “tra le più disparate” parliamo di numerosità e non di intensità.
Inoltre potremmo semplicemente usare disparati e disparate, senza “i più”, “tra i più”, “le più” e “tra le più”.
Questi sono semplicemente dei modi per enfatizzare l’incertezza sulle svariate possibilità che esistono, le svariate alternative, i diversi casi, le diverse motivazioni, i moltissimi modi.
Al singolare si usa poco:
Si può comunque dire anche” il modo più disparato” anziché “i modi più disparati”.
Es: Dopo il grande incidente che c’è stato sull’autostrada, le persone hanno cercato di andare in città nel modo più disparato (a piedi, con stradine di campagna, tornando indietro in retromarcia, facendosi venire a prendere da parenti e amici ecc)..
Il film ha visto come attori un gruppo disparato di persone prese dalla strada.
Si intende un gruppo di persone diverse tra loro, e di numerosità incerta.
C’è quindi l’idea della diversità, dell’eterogeneità oltre a quello della numerosità.
Al singolare potrei parlare di un gruppo eterogeneo di persone e il senso sarebbe lo stesso.
Al femminile stesso discorso:
Nelle feste di paese ci sono le bancarelle che vendono la merce più disparata.
Anche in questo caso posso dire anche “le merci più disparate” e sto ugualmente sottolineando la numerosità e la diversità dei prodotti in vendita.
Dopo aver visto una serie disparata di tutorial, ho deciso di costruire una scrivania in legno.
Notate che quando si usa al singolare lo si fa con il gruppo, la merce, la serie e tutti i sostantivi che indicano una pluralità di oggetti o persone.
Adesso ripassiamo qualche episodio passato, poi commenterò velocemente le frasi utilizzate dai membri dell’associazione.
Irina: gli episodi di italiano semplicemente trattano argomenti tra i più disparati. E chi ce la fa a stare appresso a tutto? Direi che è pressoché impossibile
Sofie: Secondo me dipende tutto da come la vedi. Certo, non è fattibile imparare tutte le espressioni a memoria. tantomeno ricordarsi tutti i dettagli. C’è studio e studio però. Se Gianni ci dà del filo da torcere bisogna prenderla con filosofia,non fosse che per evitare che ci venga il magone quando pensiamo a tutte le volte che abbiamo sgarrato.
Leonardo: Meno male che i tanti esempi che si trovano negli episodi spaziano negli ambiti più diversi della vita, cosìcché vi sia per ognuno di noi qualcosa per poter destreggiarsi meglio. Un metodo veramente edificante quando poi se ne vedono i frutti. E dire che per lo più gli esempi a Gianni vengano estemporaneamente. Ogni tanto accade anche a me.
Marcelo: Dici bene tu Leonardo che sono tanti anni che stai in Italia. Tu sei di un livello più alto degli altri, tanto è vero che spesso sono tuoi i suggerimenti che arrivano per ovviare ai nostri dubbi.
Sofie: dopo aver visto “farla facile” oggi vediamo un’altra locuzione: “dici bene tu“, proprio come Gianni vi aveva anticipato nel corso dell’ultimo episodio.
Ho una bella notizia per voi. Gianni aveva detto che si tratta di una locuzione completamente diversa, mentre in realtà non è poi così lontana da “farla facile“.
Infatti “dici bene tu” possiamo utilizzarla sempre non appena abbiamo ascoltato una persona parlare, che ha espresso una sua opinione su un problema da risolvere – quindi questo non cambia – ma il motivo per cui noi rispondiamo con l’espressione “dici bene tu” non è dovuto (almeno non solamente e non solitamente) a superficialità nella persona a cui stiamo rispondendo, ma vogliamo dire che lui/lei si trova in una situazione diversa e non può per questo motivo capire il problema fino in fondo.
Vediamo qualche esempio:
Non so proprio come fare con mia moglie ché mi controlla continuamente. È inutilmente gelosa. Sono veramente stanco di questo.
Risposta:
Ma dai, che sarà mai, falle un bel regalo e vedrai che si addolcisce e ti assillerà meno di prima.
Io allora rispondo:
Eh, dici bene tu che hai sposato una santa donna!
In genere c’è meno giudizio rispetto a “la fai facile“, e normalmente c’è un tono ironico, con la volontà di fare una battuta e non di dare una risposta seccata. Non sempre però stiamo scherzando. A volte si può essere molto seri.
Dici bene tu ché …
Questo “che” anticipa il motivo per cui ciò che abbiamo appena ascoltato non ci piace, e in genere sottolinea la diversa posizione delle due persone.
La questione riguarda il punto di vista di questa persona, le sue esperienze, cose che possono essere molto diverse da colui che ha il problema di cui stiamo parlando.
Eh, dici bene tu che hai sposato una santa donna!
Quindi tu, che hai sposato una santa donna, cioè una brava donna, non puoi capire il mio problema. Non c’è un giudizio di superficialità, ma si tratta una battuta, e a volte anche di una frecciatinabell’e buona!
Potrei anche dire:
La fai facile tu che hai sposato una santa donna
Non c’è niente di male, ma non si capisce bene se si tratta di una battuta o di una risposta seccata.
Ciò non toglie che posso usare anche farla facile.
Quest’ultima espressione come abbiamo visto non si usa però solo per i problemi e i consigli che non sono benaccetti.
Dicevo che si può essere anche molto seri quando usiamo questa locuzione. Inoltre, come anche “farla facile” ci si può riferire anche a altre persone e non solo a quella con cui stiamo parlando.
Es:
Hai visto cosa ha detto il presidente del consiglio? Ha detto che tutti dobbiamo fare sacrifici personali per affrontare la crisi economica. Dice bene lui che guadagna 10000 euro al mese!
In questo caso sono serissimo e arrabbiatissima. Ugualmente però voglio sottolineare che la situazione del presidente è diversa da quella dell’Italiano medio.
Anche in questo caso potrei usare “farla facile” e “si fa presto a dire”:
La fa facile lui che guadagna 10000 euro al mese.
Si fa presto a dire “bisogna fare sacrifici”
In questo caso direi che le tre espressioni sono assolutamente intercambiabili.
L’espressione “dici bene tu”, “dice bene lui” ecc, contiene quindi una componente ironica o una di giudizio, a volte arrabbiato. Questo può valere anche per le due espressioni simili appena viste. Se volessi una frase neutra da questo punto di vista, potrei dire:
Tu probabilmente non puoi capire perché la tua vita è diversa dalla mia, perché hai avuto esperienze diverse. Tu non hai idea di cosa significhi sentirsi così. Solo chi ha avuto la mia stessa esperienza può capire cosa sto provando.
In questo modo non lancio frecciatine offensive e non sono neanche ironica o arrabbiato. Poi ovviamente dipende anche dal tono che uso.
Questo vale un po’ per tutte le locuzioni, specie quelle colloquiali.
Per questo motivo cercate anche di ascoltare le spiegazioni e anche tutti i ripassi che facciamo. Leggere e basta non basta. E spesso non basta neanche ascoltare perché occorre anche parlare, mettersi alla prova, imparare ad ascoltarsi. In pratica vi ho fatto un riassunto delle Sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.
Bene, sono veramente contenta che oggi ho avuto l’occasione di usare diverse espressioni utili in situazioni simili. Il nostro vocabolario aumenta così ogni giorno di più, e piano piano esploriamo una parte o una strada diversa del mondo della lingua italiana.
Tra l’altro per ricordarsi bene una strada occorre passarci più volte. Per questo motivo facciamo tanti bei ripassi insieme ai nostri cari e bravissimi membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Vero ragazzi? Ne vogliamo fare un altro? Buttiamoci!
Bogusia: Ripassino dici? Vabbè, visto che mi gira bene oggi, mi do subito da fare. Riguardo all’argomento, dobbiamo scegliere noi? La fai facile tu! Vediamo un po’. Io sono per parlare di tempo oggi, perché dove abito io i meteorologi la vedono brutta per la notte a venire. A loro dire ci aspetta un tempaccio, ivi incluso un tornado. C’è allerta meteo, tant’è vero che hanno deciso addirittura di chiedere le scuole. Pare che ne vedremo delle belle domani .
Marcelo: Anche a me, Bogusia, gira bene oggi! Invece qua, parlando del tempo, è veramente bello! Ti passa la voglia di lavorare, della serie dolce far niente!. Allora devo dirti che in questi casi tra lo stare a casa e andare in spiaggia, io sono per la seconda, e sicuramente non mi sentirò assolutamente sacrificato perché qui le spiagge sono grandissime. Dite che sono un fannullone? Ma è nelle cose che di fronte a un tempo simile non ci si senta in vena neanche di passeggiare!
Giovanni: “farla facile” è la locuzione che voglio spiegarvi oggi.
Capita molto spesso di dare consigli osuggerimenti, e capita molto spesso anche che altre persone ci diano dei consigli, non è vero?
Il fatto è che molto spesso, quando c’è un problema, chi dà consigli sul come risolverlo non ha ben chiara la situazione, non ha ben capito tutte le variabili coinvolte e tende a semplificare. Non sempre le cose sono semplici come sembra. Vero?
Proprio in queste situazioni possiamo usare questa espressione: “farla facile”.
Es:
Giovanni: Mi hanno licenziato. Adesso come faccio?
Risposta: Beh, con le tue competenze puoi trovare un altro lavoro.
Giovanni: la fai facile tu!
Questa risposta è come dire:
Non è facile come pensi tu
Non presentarla come qualcosa di semplice, perché non lo è affatto!
Non farla facile, perché non è così facile trovare un altro lavoro in poco tempo.
Normalmente si dà sempre del tu, perché è una espressione colloquiale che si fa solamente con persone con le quali si ha confidenza. Infatti in qualche modo si tratta di una risposta spesso piccata, che esprime un certo fastidio.
Chi la fa facile infatti normalmente è stato superficiale nella sua analisi.
Non c’è stata una attenta riflessione su tutte le cose che comporta la sua conclusione, e spesso questo avviene perché la cosa non riguarda la persona che esprime questa opinione.
C’è stata una certa faciloneria in questa valutazione e per questo solitamente si risponde:
La fai facile!
Non farla facile!
Non farla così facile
Se volessi essere meno piccato dovrei dire ad esempio:
Purtroppo le cose non sono così semplici
eh, Magari fosse così semplice
Forse non hai considerato che…
A volte si aggiunge “tu”:
La fai facile tu!
Ma il senso non cambia.
Può anche diventare:
Facile a dirsi! Difficile a farsi!
A parole è facile!
Facile a parole!
Sono abbastanza simili, anche come livello di confidenza richiesto con la persona a cui vi rivolgete.
L’espressione “farla facile è dunque una considerazione, potrei dire un giudizio che riguarda un’opinione appena espressa da una persona che, secondo chi parla, pecca di superficialità. Probabilmente questa superficialità deriva da un’analisi poco approfondita di una situazione, probabilmente dovuta a mancanza di un vero interesse, o per non aver riflettuto abbastanza, o anche per incapacità di elaborare un problema al fine di trovare una soluzione. Può anche derivare da una mancanza di informazioni importanti a disposizione, la cui analisi avrebbe portato ad una conclusione meno superficiale.
Considerato il grado di confidenza richiesto (mi rivolgo ovviamente ai non madrelingua), state attenti quindi a usare questa espressione perché la potete usare con un amico/a o un parente e lui/lei non si offenderà, ma non usatela con una persona che non conoscete perché in fondo con questa risposta la state giudicando superficiale. Non è piacevole…
Notate che l’espressione di oggi è simile a una che abbiamo già visto: “si fa presto a“.
potrei infatti dire:
Si fa presto a dire che subito troverò un altro lavoro!
Esiste ovviamente anche “farla difficile“, ma questa va interpretata al contrario, come una tendenza a complicare le cose quando non ce n’è bisogno.
Infine, non si deve confondere la locuzione “farla facile” con “dici bene tu“, perché questa è un’espressione con tutt’altro significato (si fa per dire) che vediamo domani.
Adesso facciamo un ripassino veloce, senza pensarci troppo.
Albèric: eh, la fai facile tu, ché sei italiano! Non mi voglio lamentare, per carità, però, benedetto Giovanni, a volte pretendi troppo da noi!
Ulrike: Infatti! Chi ha studiato con attenzione tutte le espressioni che sono state spiegate finora avrà sicuramente pochi problemi a farlo. Io invece sono ancora a carissimo amico con gli episodi!
Hartmut: però ragazzi, vi lamentate sempre, invece di ringraziare! Se vi costa così tanto studiare l’italiano, lasciate stare! Io prendo le distanze dalle vostre lamentele.
Giovanni: allora, in questo momento sono pressappoco le 9, e mi trovo presso la mia abitazione a Roma, negli immediati pressi di Roma. Quasi dimenticavo di dire che sono da qualche anno, presidente presso l’associazione italiano semplicemente.
Avete capito che oggi parliamo di “presso“.
Presso è un’altra parola che i non madrelingua usano veramente poco. Eppure ci sono molte occasioni utili anche per loro:
Studio presso l’università degli stranieri di Perugia.
Mi trovo nei pressi del supermercato
Il mio amico di università per ora vive presso di me, ma a casa mia non c’è molto spazio quindi ha dovuto lasciare parte dei suoi vestiti presso un mio vicino di casa.
Non è molto facile per uno straniero capire esattamente come usare “presso“.
A volte sta per “vicino” , non lontano da un certo luogo:
Abito in un paese presso Milano
Appena arrivati presso la città, vedemmo tantissime luci
Altre volte significa “in/a casa di“, quindi posso dire:
Lui abita presso di me
Lei vive presso i genitori
In questi casi però c’è spesso il senso di qualcosa di temporaneo, quindi ad esempio un ospite che “vive presso di me” o che “sta presso la mia abitazione” ci sta e ci vive solitamente per poco tempo.
In senso figurato, il concetto di vicinanza e prossimità assume sfumature diverse dal senso prettamente spaziale, quindi si può anche dire:
Lavoro presso un’agenzia del lavoro
Accreditare una somma presso il mio conto bancario
Il dottor Bianchi ricopre la carica di direttore presso una catena di supermercati
Biden nomina Joseph Donnelly ambasciatore presso la Santa Sede (un esempio attuale)
La moda si diffonde presso i giovani
Riscuotere fiducia presso qualcuno
In questi casi “presso” risponde a una domanda simile a: dove?
Dove ti viene accreditato lo stipendio?
Risposta: presso il mio solito conto corrente bancario.
Dove lavori come direttore?
Risposta: lavoro presso la banca d’Italia.
Dove sei stato nominato ambasciatore?
Risposta: presso l’ambasciata della Santa sede.
Dove stai facendo pratica?
Risposta: presso un’azienda vicino casa mia
Una delle sfumature del concetto di “vicinanza” la troviamo anche nell’avverbio pressappoco, che viene proprio dal termine “presso”.
Pressappoco significa all’incirca, suppergiù, più omeno, bene o male, giù di lì, approssimativamente.
Sono pressappoco 5 minuti che sto parlando
I nostri figli hanno pressappoco la stessa età
Posso dire una cosa simile anche di pressoché, che però è più vicino a “quasi“. Siamo sempre in un concetto di vicinanza.
Posso quindi usarlo come pressappoco:
Abbiamo pressoché la stessa età.
Oppure come “quasi”:
Abbiamo pressoché finito l’episodio
Vi ho appena accennato al plurale, all’inizio dell’episodio: pressi, che sta per “vicinanze“:
Abito nei pressi di Roma
C’è stato un incidente nei pressi del Colosseo
Dire “nei pressi” equivale dunque a dire “nelle vicinanze” e se vogliamo anche a “nei dintorni”.
Pressi, plurale di presso, si usa solamente in senso spaziale.
Interessante poi è l’avverbio appresso.
Ha sempre a che fare con la vicinanza. Si usa quasi sempre insieme ai verbi portare/portarsi, stare, essere e venire.
Portarsi appresso una cosa è infatti portarla con sé, a volte con un senso di peso, fisico o psicologico.
Quando usciamo insieme non puoi portarti appresso sempre tuo figlio però! Lascialo a casa!
Questi documenti me li porto appresso, così li ho sempre a disposizione.
Portati appresso le chiavi prima di uscire di casa!
Chi è che sta appresso al bambino? Non deve star solo ché si fa male!
Sono 10 anni che ti sto appresso!
In questo caso è come dire che ti sopporto da 10 anni.
La stessa frase può anche significare corteggiare una persona o un cliente, stare dietro. Si usa anche col senso di seguire e non solo le persone:
A questi clienti gli sto appresso da sei mesi.
Abbiamo comprato una casa. Abbiamo aspettato che si abbassasse il prezzo ma le siamo stati appresso un anno intero.
Giovanni va appresso/dietro a Lucia (la corteggia)
Appresso significa seguire anche fisicamente, da vicino, senza allontanarsi troppo:
Tu vai avanti, io ti vengoappresso (ti seguo)
Dai, vienimi appresso! (seguimi)
Appresso si usa anche nel senso di “dopo“:
Come vi mostrerò appresso, questa casa ha due ingressi diversi.
Adesso parlo io e appresso toccherà a Maria.
Parlando di giorni, mesi, settimane ecc, si usa nel senso di successivo:
“Il giorno appresso” infatti significa il giorno successivo, il giorno dopo. Più informale però.
Sono venuto a casa tua sia cinque giorni fa, sia il giorno appresso ma tu non c’eri.
Adesso basta così. Adesso infatti è l’ora del ripasso. Vi ordino di ripassare!
Khaled: senti Giovanni, io non ce la faccio a starti appresso al ritmo di un episodio al giorno! Poi, vuoi anche fare i ripassi, con questi diktat finali. Ma io mi domando e dico: ti rendi conto che siamo stranieri?
Irina: però devi ammettere che col suo diktat finale ti ha fornito un assist perfetto per usare questo termine.
Sofie: può bastare per oggi. Volevo solo partecipare anch’io. Non è il caso di aggiungere altro.
Giovanni: oggi vediamo un verbo molto interessante: spaziare.
Spero che nello spazio di qualche minuto sarò riuscito a terminare la spiegazione di questo episodio.
Ovviamente spaziare deriva da “spazio“.
Cos’è lo spazio? Difficile definire lo spazio in parole semplici.
Potrei dirvi che è una porzione di territorio, oppure che è il luogo dove si trovano tutti i pianeti, le stelle e l’universo.
Ma ognuno di noi occupa uno spazio su questa terra, giusto? Diciamo che tra i tanti usi del termine spazio, ciò che ci interessa dello spazio in questo caso è l’idea della grandezza.
Spaziare infatti significa muoversi liberamente in uno spazio vasto, grande.
Veramente non ha solo questo significato perché vuol dire anche disporre alcuni oggetti a una certa distanza gli uni dagli altri, similmente a distanziare, distribuire in uno spazio. Come a dire che bisogna creare una certa distanza tra un oggetto e l’altro.
Ma oggi voglio spiegare a voi non madrelingua il senso di cui parlavo prima.
Posso dire ad esempio che:
Gli uccelli spaziano nel cielo.
Allo stesso modo:
Gli animali selvaggi possono spaziare liberamente nella foresta.
Il mio sguardo può spaziare sul mare
Dunque anche uno sguardo può muoversi liberamente in uno spazio grande.
La cosa interessante è però che possiamo uscire dal concetto di spazio fisico e parlare in senso figurato, è questo l’uso di spaziare più interessante.
Gli studi di Leonardo da Vinci hanno spaziato dalla pittura alla scultura, dall’architettura, dalla filosofia alla scultura.
Ci sono attori che sanno fare tutto e spaziano dal genere comico al drammatico
Perchè fare satira ed ironia sempre e solo parlando di sesso? Perchè invece non spaziare e far divertire il pubblico anche parlando di altri argomenti?
Quando faccio gli esempi mi piace spaziare da un argomento all’altro.
La nostra azienda vuole offrire un servizio in grado di spaziare tra i più diversi ambiti, grazie al supporto di un team di persone specializzate ognuna in una particolare area di competenza.
Ho passato 10 anni in carcere. In questo periodo ho visitato molti luoghi diversi spaziando con la fantasia.
Bene, adesso credo sia chiaro. Adesso facciamo un ripasso parlando di rapporti di coppia. Cercate anche voi di non spaziare troppo con la fantasia ok?
Irina: raccolgo la provocazione. Dio disse alla donna di non mangiare il frutto proibito. Ma lei non gli ha dato retta. A Dio! Capisci? Figuriamoci a te!
Peggy: detto così sembra quasi che sia una vita interamente sacrificata, ma come dimenticare la prima settimana d’amore?
Marcelo: per me, mai deve essere sacrificata la vita in coppia. E’ nelle cose che possano esserci scontri, ma la si deve prendere con filosofia e con tutti gli annessi e connessi. Per me la cosa più importante è rispettare sempre chi condivide la vita con te, e mai buttare l’olio sul fuoco quando c’è maretta. Devi avere sempre cura delle parole che usi, specialmente a caldo in una discussione! E poi mai usare parolacce! Sono piccoli consigli dopo una vita di coppia con la stessa donna!
Bogusia: Marcelo non posso darti torto. Ci sto su tutto ciò che hai detto. La realtà è però ben diversa oggigiorno. La gente si dà alla fuga alla prima maretta, a discapito dei bambini, che ovviamente ne risentono. Gli adulti spesso e volentieri sono i soliti egoisti. Ma la vita è quello che è. Che vuoi farci.
Giovanni: che bell’aggettivo che è estemporaneo, non è vero?
A me piace molto, forse perché mi piace l’estemporaneità, vale a dire l’improvvisazione, l’inventiva. Rivolgedomi ad un pubblico di persone non madrelingua però devo spiegare perché mi piace questo aggettivo.
Cominciamo a rispondere a una domanda: cosa può essere estemporaneo e perché esiste l’estemporaneità, considerato che esiste anche l’improvvisazione?
Innanzitutto, quando si usa l’aggettivo estemporaneo, quasi sempre è parlando di un discorso o qualcosa di scritto senza una preparazione.
Ma questa è una cosa positiva o negativa?
Voglio sottolineare il fatto che il discorso poteva essere preparato meglio oppure voglio dire che questa improvvisazione è stato qualcosa di positivo?
Potrei chiamarlo anche un discorso Improvvisato, ma quando accade questo normalmente non è niente di positivo.
Se uso estemporaneo, invece, non voglio giudicare negativamente questo discorso, non voglio dire, generalmente, che manca di preparazione.
È molto più probabile invece che mi sia piaciuta questa estemporaneità, perché ha mostrato delle capacità di chi ha fatto questo discorso o ha scritto questo testo.
Se vogliamo giudicare negativamente qualcosa, tra i due aggettivi usiamo sicuramente “improvvisato“.
Un lavoro improvvisato, ad esempio, manca di qualità.
Anche un artista improvvisato sottolinea un lato negativo, similmente a “impreparato“. Si potrebbe pensare che sia una persona che fino ad oggi abbia fatto un altro mestiere.
Probabilmente se qualcosa è improvvisato è stato fatto anche con mezzi improvvisati, con strumenti improvvisati, o mezzi di fortuna. Abbiamo già parlato dei mezzi di fortuna, ricordate?
Non sempre improvvisato però è negativo. Se parlo di uno spettacolo improvvisato o di una improvvisazione, magari voglio sottolineare l’inventiva, la capacità di improvvisare, la fantasia.
Ma il termine improvvisazione è anche sinonimo di faciloneria, dilettantismo.
Sto parlando in questo caso di un atteggiamento o comportamento eccessivamente ottimistico che denota superficialità o scarsa preparazione. Potrebbe anche esserci scarso impegno.
A me questa improvvisazione nel lavoro non piace per niente!
È un lavoro troppo improvvisato, si vede che l’hai fatto di fretta.
Se invece parlo di un artista estemporaneo voglio sottolineare la sua capacità di improvvisare, di creare li per li, sul momento. Senza preparazione, è vero, ma sottolineo stavolta una sua qualità e non un suo difetto.
Esistono i poetiestemporanei, i pittori estemporanei, gli attori estemporanei. Se questi fossero definiti improvvisati non gli farei certamente un complimento.
Tutt’altra cosa è chiamarli estemporanei.
Molte volte è la stessa cosa usare l’uno o l’altro aggettivo.
Io adesso potrei chiedere ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente di registrare delle frasi di ripasso in modo estemporaneo, per vedere se fanno errori.
Potrei ugualmente chiedere loro di improvvisare e sarebbe fondamentalmente la stessa cosa, anche perché il verbo “estemporaneare” non esiste.
Resta comunque il fatto che c’è sempre l’abitudine di usare improvvisato in modo negativo.
Anche estemporaneo comunque si può usare in senso spregiativo.
Può indicare ugualmente qualcosa di superficiale, sbrigativo.
Questo accade soprattutto in alcuni casi, ad esempio con un rimedio estemporaneo, con una trovata estemporanea o una soluzione estemporanea.
Il termine trovata, di per sé, può usarsi sia per qualcosa di geniale che di inopportuno. È simile a idea, ma associata a “estemporanea” indica un’idea uscita fuori all’ultimo momento che lascia il tempo che trova. Se parliamo di un rimedio estemporaneo o di una soluzione estemporanea è ancora una volta simile a “soluzione di fortuna” quindi poco funzionale, poco risolutiva. Insomma qualcosa di non buono.
Peggy: Ragazzi, tra pochi giorni ho un colloquio di lavoro al quale tengo molto, in quanto si tratta di lavorare su un prodotto che è il fiore all’occhiello di una azienda internationale. Sono felicissima, per quanto, io non mi renda ancora bene conto della mia effettiva abilità, e per questo motivo sto vivendo in uno stato di tensione da un pezzo ormai. Ora però la misura è decisamente colma.
Marcelo e Edita: Peggy, ciò che hai detto mi coglie veramente alla sprovvista. Sei sempre stata calma e sicura di te. Solitamente si direbbe che nel tuo mondo non esistano problemi, preoccupazioni, difficoltà o che dirsi voglia. Comunque se ti prenderà tale azienda, bene, altrimenti sarà lei a perdere una persona indefessa e responsabile come te.
Anthony: Dai, Marcelo, non è il momento opportuno per prenderla in giro. Dunque, Peggy, come ti conosciamo tutti, sai bene affontare e giostrare quasiasi tipo di situazione, e vedrai che una volta entrata nel nuovo ambiente, col passare del tempo, riuscirai a destreggiarti se hai volontà e diligenza, quindi stai serena.
Danita: Infatti, Peggy, indossa un abito adatto che ti dona ed esprimiti con calma e con un bel sorriso proprio come fai solitamente. Tra l’altro, non devi avere neanche un pizzico di dubbio sulle tue capacità. Sei veramente in gamba. Credimi che il colloquio andrà per il meglio e diventerai una di loro.
Irina: hei, oggi sembri unaruffiana bell’e buona. Intanto apro una parentesi, mi è balzata agli occhi la parola “abito”. Magari, Peggy, potrai vestirti in modo osè e se ti farà il colloquio un maschio sei a cavallo! Hahaha… Scherzo! Comunque Peggy, non ti preoccupare. Siamo tutti fiduciosi che riuscirai a entrare. In bocca al lupo.
Peggy: Crepi, ragazzi. Grazie assai per avermi dato manforte. Farò del mio meglio e vi farò sapere il risultato. Ciao, a presto.
Giovanni: oggi ci occupiamo di allorché, una congiunzione particolare, non di immediata comprensione e in quanto tale poco usata, per non dire mai, dai non madrelingua.
Allorché si può usare fondamentalmente in due modi diversi. Poi vediamo perché ho detto “fondamentalmente”.
Il primo modo è come sinonimo di “quando“.
Ci siamo già occupati di “quando”, fortunatamente, infatti nell’episodio numero 202 ne abbiamo visto un uso particolare, raccontando qualcosa di accaduto nel passato, per introdurre qualcosa di inaspettato o improvviso.
Ebbene, in tali casi possiamo anche usare allorché, proprio col medesimo significato.
Es:
Era l’inizio del 2010, allorché, mentre mi trovano a casa a cucinare, ho sentito un forte rumore provenire dal sottosuolo. Era il terremoto!
In realtà “allorché” si può usare più in generale parlando semplicemete di qualcosa del passato.
La cosa importante è che “allorché” introduce una proposizione subordinata temporale. Vale a dire che c’è una frase aggiuntiva a quella principale.
Era notte. Suonò il citofono. Era mio fratello, ma io non avevo capito che fosse lui perché non avevo riconsciuto la sua voce. Allorché lo riconobbi, lo feci entrare.
In questo caso non c’è una sorpresa, ma vogliamo dire che ad un certo punto io ho riconosciuto la voce di mio fratello, ed allora l’ho fatto entrare. Questa è la seconda frase che ovviamente è subordinata alla prima.
Questo allora è il secondo modo di usare allorché, che potremmo tradurre come “nel momento in cui“.
Non avevo riconosciuto mio fratello, ma nel momento in cui lo riconobbi l’ho fatto entrare.
Però, quando uso allorché c’è più una conseguenza temporale di eventi.
Infatti la locuzione “nel momento in cui” è vero che si usa con valore temporale nel senso di “nell’attimo in cui”, non appena, quando, dacché.
Es:
Nel momento in cui si accorse di me subito mi salutò.
Però “nel momento in cui” ha un uso più ampio.
Prima di tutto si usa per descrivere un momento preciso, in cui due eventi accadono nello stesso momento, tipo:
Hai chiamato proprio nel momento in cui stavo uscendo
Si tratta di un momento preciso, e in queste occasioni potrei usare anche la locuzione “li liper” (stavo lì lì per uscire quando mi hai chiamato).
Oltre a questo però, “nel momento in cui” si utilizza spesso anche quando si fa una riflessione, una considerazione, nel tentativo di spiegare qualcosa che abbia un senso o una logica.
C’è dunque la volontà di voler esprimere una conseguenza logica (la frase subordinata). Si sta facendo questo tipo di considerazione.
Il termine “allorché” in questi casi si usa meno perché è più materiale, più adatto a descrivere fatti concreti, e poi non si tratta in genere di un preciso e ben identificato momento.
Es:
La crisi mondiale scoppiò allorché si cominciarono a concedere mutui per l’acquisto di case con troppa facilità.
Potrei usare tranquillamente “nel momento in cui” o “quando”. È un fatto, una conseguenza.
Quando faccio un ragionamento invece, come dicevo, meglio preferire “nel momento in cui” .
Nel momento in cui mi dici di amarmi, mi chiedo perché tu continui a tradirmi.
Non sto parlando necessariamente del passato. Sto invece cercando di dimostrare qualcosa o di trovare una spiegazione o trarre una conseguenza.
Nel momento in cui sei convinto delle tue potenzialità, hai molte probabilità di successo.
Allorché, come detto, si usa parlando del passato nei due modi che abbiamo descritto. Qualche volta però, sebbene i dizionari non ne parlino chiaramente, viene usato anche come sinonimo di “qualora” e “se“, “nell’ipotesiin cui“, similmente a “nel momento in cui“, ma stiamo parlando di una possibilità. Siamo nel campo delle ipotesi. Non parliamo necessariamente del passato.
Es:
Ti prego di informarmi se accade qualcosa di importante allorché tu ne venga a conoscenza
È esattamente come dire “qualora”, “nell’ipotesi che”, “nell’ipotesi in cui”, “se dovesse capitare”, “nell’eventualità che”.
Allorché si usa talvolta anche in questo modo ma non suona molto moderno come linguaggio. Comunque è sempre più moderno rispetto a “allorquando“, che è proprio come allorché, ma anche un pochino meno usato.
Potrei darti dei figli allorché tu ne volessi.
Se ci pensate, in fondo, anche “nel momento io cui” può essere usato nello stesso modo, ed in questo caso direi anzi che è molto meglio.
Nel momento in cui mi dovessi innamorare di Maria, non riuscirei a nasconderlo.
Riconoscete facilmente questo uso di “allorché” e “nel momento in cui” perché si usa generalmente il congiuntivo, proprio come si fa normalmente con “se”, e “qualora”, “nell’ipotesi in cui” e tutte le altre modalità che esistono per esprimere una possibilità.
Adesso facciamo un brevissimo ripasso di qualche episodio passato parlando però di futuro, perché solo nel momento in cui si rispolverano di tanto in tanto gli episodi passati (l’ho appena fatto) si riesce poi a usarli senza pensarci più di tanto, proprio come fa un italiano.
A parlare sono i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, come sempre.
Mary: Ah, il futuro! Direi che è veramente imprevedibile! Chi avrebbe mai previsto una pandemia di questa portata ad esempio?
Mariana: in tempi non sospetti, a dire il vero, qualche esperto aveva paventato che si trattasse di una concreta possibilità.
Irina: certo, ma si sente tanta fuffa in giro, ed è nelle cose che certe previsioni non vengano prese seriamente e non abbiano molto risalto in tv.
Marcelo: infatti. Se vai su internet poi è un continuo di allarmismi di ogni tipo. Cosa non si fa per un click? Scusate per la domanda retorica!
Rauno: già, ma come fare dei seri distinguo senza il rischio di diffondere castronerie?
Hartmut: scusate, ma… non doveva essere un ripasso brevissimo? Poi dice perché la gente si lamenta! Benedetto Giovanni!
Anthony: Vabbè dai, in compenso abbiamo imparato qualcosa anche oggi.
Giovanni: Raccontami qualcosa di edificante che hai fatto recentemente o a cui hai assistito recentemente.
Sai rispondere a questa domanda?
Oggi ci occupiamo di questo bell’aggettivo: edificante, che gli stranieri non usano mai.
Ma io vi chiedo: è un peccato che non lo abbiate mai usato ma vedrete che da oggi in poi troverete edificante riuscire a usare questa nuova parola.
Se leggete la sua definizione sui dizionari, non è che sia chiarissima per chi non sappia usare questo termine:
Significa “che induce al bene con il buon esempio” , “che stimola al bene”, “che suscita sentimenti elevati”.
Allora bisogna proprio fare un buon esempio per capire! Anzi ne facciamo più di uno, così per stare sicuri che poi sarà tutto chiaro!
La mia vita è molto edificante
Il ragazzo a scuola ha una condotta edificante
Oggi ho assistito ad uno spettacolo per niente edificante
Ho fatto una lettura molto edificante
Iniziamo dalla condottaedificante di un ragazzo che va a scuola. La condotta è il comportamento dello studente.
Avete capito intanto che l’aggettivo edificante rientra tra quelli, diciamo, “positivi“, quindi sottolinea qualcosa di positivo, perché “edificare” significa anche costruire.
Pensate infatti alla parola “edilizia” e ai lavori “edili“. edificare un palazzo significa costruire un palazzo, tirarlo su, mattone dopo mattone.
In senso figurato allora una condotta edificante è un comportamento esemplare, qualcosa che funge da esempio, che tutti gli altri ragazzi dovrebbero seguire. Questo comportamento invita a fare altrettanto, stimola a fare lo stesso anche ad altri ragazzi.
E’ un grande complimento per il ragazzo che ha questo comportamento.
Una lettura invece, se la definisco edificante, ti dà energia, dà voglia di continuare a leggere, suscita dei sentimenti elevati, ti fa sentire bene, dà soddisfazione, ti fa sentire migliore. Una lettura che apre la mente e ti fa scoprire nuove strade da seguire. Sicuramente è una cosa utilissima.
Avrete notato che in questo caso edificante si avvicina a piacevole, ma c’è in realtà molto di più di un semplice piacere.
Se la mia vita è edificante, potrei dire la stessa cosa.
Non basta piacevole. Allora la vita ha qualcosa in più, perché mi ha dato e continua a darmi molte soddisfazioni.
E’ una vita soddisfacente, appagante, che vale la pena di essere ricordata e che può essere di ispirazione a molte altre persone. Una vita edificante è una vita felice, ricca di soddisfazioni.
Si usa molto spesso anche con la negazione: non edificante, poco edificante, per niente edificante ecc.
Vediamo alcuni esempi:
Oggi al parlamento italiano abbiamo assistito ad uno spettacolo poco edificante.
Cosa è accaduto oggi nel parlamento italiano?
Qualunque cosa sia accaduto, questo viene etichettato come uno spettacolo poco edificante.
Lo spettacolo indica qualcosa a cui hanno assistito molte persone.
Non si tratta certo di uno spettacolo teatrale, non una manifestazione artistica, ma a qualcosa che si è visto accadere capace di suscitare notevoli impressioni emotive.
Stavolta però le emozioni sono state delle brutte emozioni perché lo spettacolo è stato “pocoedificante“, quindi non si sarebbe voluto assistere a un simile spettacolo.
Si tratta di qualcosa che non fa onore ai partecipanti.
Potremmo anche chiamarlo uno spettacolo vergognoso, raccapricciante, indecoroso o anche sconfortante. Possiamo anche parlare, esacerbando ancor più i toni, di uno spettacolo indecente.
Quando accade qualcosa di poco edificante, beh, nessuno vorrebbe essere nei panni degli interpreti, perché è qualcosa di molto negativo, che non giova alla loro reputazione.
Dei calciatori si picchiano durante una partita? Questo è un esempio di spettacolo per niente edificante.
Anche se vedo mio fratello che si mangia un pollo arrosto appena alzato (in pigiama) al posto del cappuccino, magari in piedi davanti al frigo, posso parlare di uno spettacolo poco edificante!
A volte, come in questo caso, si usa in senso ironico, altre volte siamo invece serissimi!
Le cose poco edificanti comunque non ci piacciono per niente, non sono cose belle da vedere, perché si tratta di comportamenti che non insegnano niente a nessuno e denotano spesso una mancanza di valori, di educazione o di decoro, di onore, di cultura (spesso di cultura istituzionale).
I giornalisti lo usano spesso in senso negativo, in uno dei modi che vi ho descritto, nei confronti di politici o comportamenti pubblici deprecabili.
In senso positivo invece si usa spesso parlando di una attività che ci regala qualche tipo di soddisfazione personale.
Allora caro ascoltatore, ti rifaccio la domanda iniziale
Raccontami qualcosa di edificante che hai fatto recentemente o a cui hai assistito recentemente.
Adesso sai rispondere a questa domanda?
Pensateci, ma adesso sentiamo i membri dell’associazione Italiano Semplicemente che, nel momento in cui riescono a usare le espressioni e le parole che vengono spiegate, trovano molto edificante formare dei ripassi. Sentiamo da cosa deriva questo sentimento edificante:
Irina: Infatti è nelle cose che come stranieri dobbiamo industriarci di più al fine di scrivere qualche pezzo comprensibile. Volere comunque è potere. A mio avviso, di errori se ne possono fare e ne faremo, eccome. Hocontezza di quelli ho fatto in passato grazie al confronto con gli altri membri ed alle correzioni ai miei errori.
Albéric: C’è chi dice che non è opportunofare errori, soprattutto se sei un adulto, ma alcontempo ci sono quelli che se ne fregano pienamente delle sbavature e persino degli spropositi.
Sofie: Di sicuro buttare giù qualche frase estemporaneamente può creare uno stress aggiuntivo e non voluto. Per inciso – non ho appositamente detto “involuto” perché questo termine significa un’altra cosa. Comunque, l’estemporaneità è appunto soggetta ad errori, e vengono cosìa galla alcune lacune. é così che deve essere.
Giovanni: vi piace il mare? Non è una domanda scontata perché non a tutti piace il mare. Infatti c’è chi preferisce la montagna.
Se vi piace il mare allora amate sicuramente anche farvi il bagno. Però quando c’è maretta non è il caso di fare il bagno in mare perché significa che il mare è agitato, più agitato del normale, tanto che si immagina possa persino peggiorare la situazione.
È una strana espressione, “c’èmaretta“, che fa riferimento all’aspetto della superficie del mare, caratterizzato da onde irregolari, che sono da considerarsi come uno stadio più movimentato rispetto alle consuete increspature.
Ma non è strana per questo motivo, ma perché si usa anche quando si parla di relazioni umane, quando c’è uno stato di nervosismo, di tensione, per via di un disaccordo, di differenza di vedute su qualche aspetto.
C’è uno stato di tensione, ma non si vuole indicare un ambiente in cui persone urlano, litigano e si insultano, ma un’atmosfera tesa, conseguenza di qualche questione irrisolta che ha determinato una tensione tra diverse volontà e punti di vista. Non c’è ancora stato uno scontro, oppure questo scontro è già avvenuto ma ancora c’è un’atmosfera piuttosto tesa.
In questi casi si parla di maretta.
Vuol dire che le acque sono agitate. Anche questa è un’espressione molto usata nelle stesse occasioni.
Vediamo qualche esempio:
Tra i membri del partito c’è un po’ di maretta dopo le elezioni presidenziali per come è andata a finire.
Questo significa che non c’è un’atmosfera serena nel partito i questione. Qualcosa ha lasciato il segno nelle ultime elezioni presidenziali e ancora non si sono tutti riappacificati.
Chissà, magari la situazione potrebbe peggiorare e il partito potrebbe dividersi in due schieramenti diversi, oppure tra un po’ quando le acque si saranno calmate (un’altra espressione presa in prestito dal mare) tutti andranno nuovamente d’amore d’accordo.
Un altro esempio:
Tra marito e moglie c’è maretta perché i genitori di lui stanno nella stessa casa insieme a loro da tre giorni e sembra vogliano restare ancora qualche giorno.
Questo è un termine che si può usare anche quando non si vuole entrare troppo nei dettagli spiegando una situazione tesa, un po’ di agitazione, di conflittualità, di malcontento e nervosismo tra due o più persone.
Si può usare anche quando si fa una domanda per avere la conferma di una propria sensazione e non si vuole essere troppo indiscreti:
C’è forse un po’ di maretta? Cosa c’è che non va?
Si, c’è un po’ di maretta recentemente tra noi.
In questo modo si può evitare di usare verbi come litigare o discutere:
Avete litigato?
Avete forse discusso per qualcosa?
Anche perché, come detto, si sta parlando di un’atmosfera tesa e non di litigi rumorosi e cose simili. Usare una innocua immagine figurata frappone dunque, in questi casi, una barriera di discrezione.
Si usa spesso come si è visto quando si parla di politica e di rapporti familiari per descrivere momenti difficili, ma va benissimo anche per parlare di dinamiche tra colleghi d’ufficio.
Adesso ripassiamo qualche episodio passato. Ascolterete un dialogo un po’ agitato perché ho chiesto ai membri di creare un’atmosfera con un po’ di maretta.
Peggy: lo volete sapere un segreto che riguarda un mia amica? Però mi raccomando, vi chiedo la massima discrezione.
Peggy: ah è così? Allora te lo dico alla fine del ripasso! Così impari!
Irina: sei proprio un paravento tu! Ci vuoi far stare qui ad aspettare la fine? Allora decreto ufficialmente la fine di questo ripasso!
Bogusia: aspettate aspettate! Voglio solo dire che se si trattasse di me, io vi dico subito che non è colpa mia! È colpa di Hartmut che ha voluto calcare la mano. Io non volevo fare la spia, non volevo dire che…
Ulrike: aspetta, aspetta… ma perché metti le mani avanti Bogusia? Calma, sei in balia delle emozioni! Magari non è di te che Peggy stava parlando! Spero che Peggy voglia sgombrare il campo da ogni dubbio.
Sofie: ah, anche oggi c’è maretta vedo, eh? Vabbè io allora non mi intrometto. Peggy, però anche tu, te ne esci sempre con queste frasi! direi che hai un modo comunque poco ortodosso per fare dei ripassi. Pensaci!
Danita:vivaddio qualcuno dice le cose come stanno!
Rafaela: tu vedi di farti gli affari tuoi! Da dove sbuchi?
Danita: guarda, non mi tange proprio ciò che dici!
Peggy: mamma mia! Andateci piano! Non volevo scatenare questo pandemonio! Era solo uno scherzo! Comunque, strano che Anthony non dica nulla visto che è stato chiamato in causa.
Anthony: dici a me? Che casino che hai fatto! Io me ne starei alla larga per un bel po’ al posto tuo! Poi in merito a Hartmut, ti ho sentito sai? Buon per te se non mi capiti a tiro! Stavolta il ripasso finisce veramente qui.
Karin: eh no! Lasciatemi dire che si direbbe che vi siate dimenticati delle buone maniere oggi! Dunque vi risparmio i miei commenti, perché sarebbero altrettanto inopportuni.
L’ammontare delle entrate supera quello delle spese.
Oggi ci occupiamo del verbo ammontare che però è anche sostantivo.
Si usa spessissimo quando si parla di denaro, in particolare di spese e di entrate.
Ammontare come verbo infatti significa giungere a una certa cifra, arrivare ad una certa cifra che viene indicata nella frase.
L’ammontare allora costituisce il totale di successive aggiunte. Un ammontare è una somma, un totale, un importo complessivo:
l’ammontare delle spese
Solitamente infatti si sta facendo una somma di spese o di entrate, somma che si incrementa, aumenta fino ad arrivare ad una certa cifra, che chiamiamo ammontare.
Il verbo ammontare si usa anche in altri casi al di fuori del denaro, perché può anche significare mettere insieme formando un mucchio, dunque come ammucchiare.
Ammontare la legna.
Non notate un legame con il termine montagna? Formare una montagna di qualcosa, accatastare, ammucchiare.
Solitamente però si usa con le entrate e le spese.
La preposizione da usare è a:
A quanto ammonta la spesa?
A quanto ammontano le spese?
Le spese ammontano a 1000 euro.
La spesa ammonta a 1000 euro.
Potete usare sia il singolare che il plurale.
Il verbo ammontare si può usare anche per indicare il valore economico di qualcosa:
A quanto ammonta il valore del mio appartamento?
Il bonus statale per la ristrutturazione ammonta fino a 1000 euro.
L’assegno unico che lo stato dà alle famiglie con due figli a quanto ammonta?
Il mio patrimonio ammonta a più di un milione di euro.
Lo sapete a quanto ammonta lo stipendio del presidente del consiglio?
Come determinare l’ammontare delle spese per la ristrutturazione?
Cosa determina l’ammontare della parcella di un avvocato?
Le spese mensili per elettricità e gas ammontano a più del doppio rispetto al mese scorso.
L’ammontare degli episodi di italiano commerciale ammonta a 40 finora.
In quest’ultimo caso non parliamo di denaro ma c’è sempre un ammontare, un numero che aumenta e questo è sufficiente a giustificare l’uso del verbo.
Quant’è il conto? A quanto ammonta il conto che dobbiamo pagare?
Anche al ristorante potreste teoricamente fare questa domanda prima di pagare il conto.
Il proprietario probabilmente vi risponderà:
Niente paura, il conto non è molto alto!
Vi vediamo al prossimo episodio di italiano commerciale.
Giovanni: oggi vediamo un’espressione che ha a che fare con l’egoismo. Questa però è una parola molto forte e si usa fondamentalmente per offendere:
Sei un egoista! Pensi solo ai fatti tuoi!
L’egoismo infatti cos’è? Ego significa “io” in latino.
Invece, riguardo al suffisso – ismo, vi posso dire che nelle parole che terminano con – ismo in genere c’è un senso negativo o spregiativo: si tratta di una tendenza, di un modo di fare. In questo caso l’egoismo è la tendenza a pensare troppo a sé stessi, un amore eccessivo ed esclusivo di sé stesso, che porta alla ricerca permanente del proprio vantaggio, dell’interesse personale.
Ci sono anche altre “tendenze” che finiscono con – ismo e che sono cose quasi sempre (non sempre) cose negative. Si pensi al pessimismo, all’estremismo, al qualunquismo, al perbenismo eccetera.
In definitiva essere egoista significa fare i propri interessi senza badare alle conseguenze per gli altri.
È il contrario dell’altruismo.
Ci sono comunque diverse modalità nella lingua italiana per esprimere il concetto di egoismo e spesso si usano immagini figurate.
Ci sono anche termini particolari come ad esempio il termine “tornaconto“.
Gli “interessi personali”, infatti, possono essere indicati anche col termine tornaconto, o “il proprio tornaconto” o “il tornaconto personale”.
Anche il termine tornaconto si usa, sebbene in contesti meno colloquiali, per sottolineare una cura eccessiva verso i propri interessi.
Oggi però vorrei parlarvi dell’espressione “portare acqua al proprio mulino” che ugualmente esprime in un certo modo il concetto di egoismo.
Anche questa espressione significa quindi pensare a sé stessi, pensare solamente ai propri interessi, badare soltanto al proprio tornaconto, ma ha un senso più simile a “cercare di ottenere più vantaggi possibili da una situazione.” che non è affatto detto sia sempre presentato come qualcosa di male.
Vediamo un po’. Il mulino – parlo del mulino ad acqua, o mulino idraulico (infatti esistono anche altri tipi di mulini, come il mulino a vento) è un impianto che serve a sfruttare l’energia meccanica prodotta dalla corrente di un corso d’acqua. L’acqua scorre e le pale del mulino girano.
Questa energia, provocata dal giramento delle pale, viene poi usata per macinare cereali o per altre finalità.
Sta di fatto che però il mulino rappresenti anche un simbolo del vantaggio personale, quindi anche dell’egoismo, dell’opportunismo.
Infatti il mulino ha bisogno dell’acqua, altrimenti niente energia.
Si deve portare acqua al mulino per far girare le pale del mulino. Ho detto pale, con una elle sola. Mi raccomando!
Allora: portare acqua al proprio mulino sta esattamente a indicare un atteggiamento opportunistico, orientato solamente all’ottenimento di un vantaggio personale, senza pensare anche ad altre persone.
Si può usare anche il verbo tirare:
Tirare acqua al proprio mulino.
Il senso non cambia.
Esempio:
Quando si fa una trattativa di affari, ciascuno cerca di portare acqua al proprio mulino.
Se vogliamo, usare questa espressione è un tentativo di ingentilire il concetto di opportunismo o egoismo. Sicuramente è meno offensivo se, rivolgendosi ad una persona, la accusate di pensare solamente a portare acqua al proprio mulino, piuttosto che avvisarla di pensare solo gli affari propri, o espressioni più colorite ancora, o dare dell’egoista o dell’opportunista a questa persona.
Tra l’altro è un’espressione che si può usare in molte occasioni, anche come invito a pensare a sé, quindi in senso positivo.
Anziché dire: “mi raccomando, pensa solo a ottenere più vantaggi possibili da questa situazione“, “punta al tuo massimo risultato personale”, si può dire:
Mi raccomando, pensa a portare più acqua possibile al tuo mulino.
Vediamo qualche esempio attuale direttamente dalle notizie riportate sul web:
Alla Russia non interessa trovare un accordo con l’Ucraina. Sta solo cercando di tirare acqua al suo mulino.
È più italiana la pizza Margherita o gli spaghetti? Difficile scoprirlo perché chi vende la pizza la pensa diversamente da chi fa affari vendendo gli spaghetti. Ognuno tira acqua al suo mulino.
Quindi, in definitiva, spesso non c’è nulla di male nel cercare di tirare l’acqua al proprio mulino. Altre volte si usa questa espressione solo per non offendere o per avere un linguaggio più adatto alle circostanze specifiche.
Ho parlato anche di opportunismo, e questo non è casuale perché anche questo termine è più attenuato dell’egoismo. Infatti l’opportunismo ha il senso di pensare soprattutto al proprio tornaconto, ma ho detto soprattutto e non esclusivamente.
L’opportunista cerca di trarre il massimo vantaggio dalle opportunità del momento, anche rinunciando ai suoi ideali.
Inoltre l’opportunismo ha a che fare con le opportunità, cioè con le occasioni da sfruttare, e sfruttare al meglio un’occasione è ciò che devono fare tutti in fondo, dunque se la vediamo così non è così negativo essere opportunisti, anche se delle volte si procura un danno ad altri.
Nello sport ad esempio non c’è niente di male a essere opportunisti perché sfruttare le opportunità serve a vincere, ovviamente a danno dell’avversario.
Dunque tirate pure l’acqua al vostro mulino pur sapendo che questo potrebbe far girare le pale anche a qualcun altro.
Stavolta però ho sbagliato. Dovevo dire “palle“, con due elle!
Adesso ripassiamo qualche episodio passato con il consueto aiuto dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Irina: in merito mi piace molto una frase che voglio condividere con voi “vi sono egoisti superficiali e vi sono egoisti incalliti; questi ultimi si chiamano altruisti”. Siete d’accordo?
Sergio: Cioè in pratica sta a significare che i veri egoisti, coloro che pensano veramente a se stessi, tirano acqua al mulino degli altri? Pensandoci bene, non mi sembra affatto uno sproposito!
Karin: L’egoismo ha tante facciate, anche in merito all’ambiente. Quando compriamo prodotti monouso, non sostenibile e magari costruito con lavoro minorile, che cosa è?Non lo vogliamo chiamare egoismo questo?
Andrè: sono d’accordo con te, Karin! penso che degno di nota sia anche l’egoismo nella politica! Per me un vero e proprio binomio inscindibile!
Komi e Bogusia: Prende corpo un ripasso valevole di partecipazione, ed io lo prendo come spunto per rientrare nella discussione del gruppo. Non esserci stata per tanto tempo e poi sbucare così senza preavviso, potrebbe essere considerato come un atto di certo egoismo, non lo so. Ditemelo voi. Sono stata alle prese con tanti problemi familiari, cosicchénon riuscivo a concentrarmi su altre cose di sorta. Adesso cerco di rimettermi, però, così, su due piedi, non potrei dire se mi farò viva frequentemente. Forse solamente a sprazzi arriverà qualche fesseriada parte mia. Tanto per non passare del tutto in cavalleria. Non me ne vogliate per questo.
Marcelo: Parlando d’egoismo e delle sue diverse facce, per me un’atteggiamento veramente egoista è disprezzare le cose pubbliche!. Anche il non averne cura, fregandosenedel benessere che ne può conseguire per tutti è una forma di egoismo. Difficile trovare dei muri bianchi completamente intonsie persino delle statue su cui infierisconoi più egoisti. Direi che si deve prendere le distanze da questi comportamenti. Questo è quanto a proposito del mio pensiero
Giovanni: oggi vorrei parlarvi di una locuzione: “è nelle cose” o “sta nelle cose“.
È una locuzione colloquiale che a volte può capitare di incontrare anche nello scritto.
Viene usata per descrivere qualcosa di normale, di naturale.
Si tratta in particolare di un avvenimento.
“Normale” nel senso che è qualcosa di cui non ci si deve stupire, qualcosa che, se dovesse accadere, non dovremmo meravigliarci, perché può accadere, perché le cose possono andare così. E se invece è già accaduto, non c’è ugualmente da stupirsi. È normale.
Si può usare anche al passato:
È/era/sta/stava nelle cose che potesse accadere
Es:
Se tu sei davvero convinta di lasciare tuo marito, fallo pure, ma attenta perché lui è un bell’uomo, e se poi dopo un po’ ci ripensi, è nelle cose che potrebbe trovare un’altra.
Non si vuole dare una certezza, o una probabilità che qualcosa accada, ma solo dire che può accadere, perché si sa come vanno le cose.
Come vedete sto cercando di usare la parola “cose” per cercare di spiegare questa locuzione che la utilizza per indicare, in termini generici, delle conseguenze possibili, di cui non c’è da stupirsi. Perché la vita insegna che certe cose possono accadere.
Si vuole spesso anche trasmettere in qualche modo un senso di incertezza legato agli eventi che accadono uno dietro l’altro, senza legami certi.
Si potrebbe pensare che la locuzione possa trasmettere, in certi casi, anche un senso di fatalismo, cioè di una persona che accetta il suo destino, senza tentare di modificarne il corso.
In realtà però non c’è fatalismo. Al limite può trasmettere una leggera presunzione, come a voler dire che si conosce il mondo e le cose che accadono.
In effetti chi ha un atteggiamento un po’ lezioso, che si crede una persona di mondo, con molta esperienza e che può insegnarti un sacco di cose, può cadere nella tentazione di usare la locuzione “è nelle cose”.
Sto forse esagerando un po’ ma vorrei trasmettervi tutte le mie sensazioni legate a questa espressione.
Tra l’altro “è nelle cose” somiglia anche a “sono cose che capitano” che però si usa per tranquillizzare dopo una disavventura, per consolare una persona, dopo qualcosa che può succedere ad ognuno di noi.
Tipo:
Ti hanno bocciato all’esame? Sono cose che capitano, non ti scoraggiare!
Potrei usare anche “è nelle cose” ma io voglio consolare questa persona e non sembrare l’esperto in materia!
Un altro esempio:
Io e Giovanni siamo sempre stati amici per la pelle, poi, come è nelle cose, è capitato che uno dei due si è innamorato. Non ci vediamo da 30 anni ormai.
Come è nelle cose… Si usa spesso questo inciso all’interno di frasi in cui si descrive qualcosa di accaduto che si poteva immaginare potesse accadere.
Al posto di “è nelle cose” potremmo dire “è normale” oppure “può accadere“, “la storia ci insegna che può capitare” oppure anche l’espressione “ci sta” quando questa esprime una possibilità.
Ci sta che può capitare!
Quest’ultima però, oltre ad essere più informale, ha diversi significati e se volete potete approfondirli dando un’occhiata all’episodio che abbiamo dedicato alla locuzione “ci sta“.
Vediamo un altro esempio:
Hai chiamato il presidente e non ti ha dato un appuntamento come volevi? È nelle cose che un presidente abbia poco tempo a disposizione.
Il verbo essere è usato in modo anomalo perché sembra mancare un soggetto. Cosa “è nelle cose?”
Si sta parlando di qualcosa che, come detto, può accadere, qualcosa di normale.
Se fate una ricerca su internet vedrete che non è facile trovare esempi di utilizzo di questa locuzione, perché “è nelle cose“, possiamo usarla anche in altri modi più semplici:
La bellezza è nelle cose semplici
È nelle cose misteriose che si nasconde il pericolo
Ma in questi casi è chiarissimo il senso: il verbo essere va inteso come “si trova”. Il soggetto poi è sempre chiaro: la bellezza si trova nelle cose semplici; il pericolo si trova nelle cose misteriose.
Lasciate che vi ricordi poi che c’è una certa similitudine con l’espressione “non è cosa” che abbiamo trattato in passato. La similitudine consiste nel fatto che il termine “cosa” ha lo stesso legame con le possibilità, perché, se ricordate, può indicare qualcosa di impossibile o difficilmente realizzabile.
“Non è cosa” si potrebbe anche tradurre, in alcune circostanze, come “non sta nelle cose“, “non è nelle cose“, anche se così facendo si perde il contenuto umorale, legato ad un eventuale stato d’animo negativo, tipico dell’espressione “non è cosa”.
Episodio terminato.
Ora lascio la parola a Ulrike, membro dell’associazione Italiano Semplicemente che vi tratterrà ancora qualche secondo con qualche frase per rispolverare i passati episodi:
Ulrike: Ciao a tutti! Ho appena finito l’episodio dedicato alla locuzione trovare la quadra. C’è molta attualità per via dell’elezione del Presidente della Repubblica. Anche col terzo scrutinio non si è usciti dalla situazione di stallo. Per ora non è visibile in che modo i negozianti dei partiti possano trovare la quadra, il che vorrebbe dire che anche alla quarta si potrebbe vedere la quarta fumata nera. Mi sa che questo modo di votare – passatemi il termine – fa molto italiano, e in quanto straniera non mi sconfinfera proprio. Nonme ne vogliano gli italiani.
Giovanni: Ricordate l’espressione fare quadrato? Non crederete spero di aver finito con questa figura geometrica! Infatti oggi continuiamo a parlare di quadrati, o meglio, di termini simili.
Prendiamola alla larga partendo dal verbo venire:
Quando si ha un problema matematico da risolvere e avete già la soluzione, si deve svolgere il problema e vedere se alla fine il risultato torna. Ma tornare lo abbiamo già spiegato vero? Il verbo che ho appena usato (tornare) possiamo volendo sostituirlo col verbo “venire“.
Il risultato viene
Mi viene!
A te cosa ti viene? Ti viene il mio stesso risultato?
Oppure con la negazione.
Non mi viene il risultato
Non mi viene mai!
Oggi non mi viene niente!
A volte, nelle stesse occasioni, si usa anche il verbo quadrare, specie con la negazione:
Il verbo “quadrare” conviene approfondirlo perché quando qualcosa non “non quadra“, vuol dire molto spesso che abbiamo notato che c’è qualcosa che non va. Potremmo tranquillamente usare il verbo tornare anche in questi casi:
C’è qualcosa che non torna/quadra
Questa cosa non mi torna/quadra
C’è una questione di logica legata alla questione che non torna o che non quadra e questo lo abbiamo visto anche nell’episodio dedicato all’espressione “non mi torna”.
Il verbo quadrare è però anche legato alla fiducia, al convincimento, al dubbio.
Non siamo convinti di qualcosa, abbiamo un dubbio, forse ci potrebbe essere un problema. Stiamo cercando di capire per arrivare a una soluzione convincente oltre che logica.
Allora, anche al di fuori della matematica spesso si dice:
Qualcosa non mi quadra!
Si fanno spesso discorsi sospettosi quando si usa questo verbo:
Ma se i ladri hanno rotto il vetro, ci dovevano essere in pezzi di vetro in camera. Invece era tutto pulito. Qualcosa non quadra!
Quando qualcosa non quadra bisogna ragionare per capire bene le cose.
Ma questo uso di quadrare è molto simile a quello di tornare dell’episodio di cui sopra.
Se torniamo alla matematica, col verbo quadrare si usa anche l’espressione “quadrare i conti“.
In realtà quando si usa il termine conti, la questione è più un problema contabile: numeri che riguardano soldi.
Si parla di contabilità, quindi di conteggi matematici che riguardano delle spese e delle entrate.
Se a fine mese non possiamo spendere più di quanto guadagniamo, c’è evidentemente la necessità di far quadrare i conti. Lo stesso problema si presenta quando le entrate e le uscite di un bilancio devono essere le stesse.
Ugualmente, in senso più generale possiamo usare questa espressione quando ci aspettiamo un certo risultato contabile e questo invece non si verifica.
I conti non quadrano.
Quando i conti non quadrano dunque il problema è generalmente contabile e quando i conti non vengono c’è invece un errore nei conti matematici, anche non contabili.
In contabilità si parla anche di quadratura dei conti. Non è altro che il pareggio fra entrate e uscite in un bilancio. Le entrate sono uguali alle uscite: abbiamo quadrato i conti.
Quando invece, più genericamente, cerchiamo una soluzione ad un problema – quindi usciamo nuovamente dalla matematica – si usa anche un’altra espressione:
Trovare la quadra
Non si tratta di un problema qualunque, ma di qualcosa di complesso, cioè quando ci sono molte questioni coinvolte, anche in contrasto tra di loro.
Si può usare anche in contabilità, ma spessissimo si tratta di trovare un compromesso tra posizioni discordanti. La soluzione che stiamo cercando è qualcosa che sia accettabile per tutti.
In quel caso abbiamo trovato la quadra.
Si usa spesso in politica, quando bisogna mettere d’accordo diverse persone o partiti politici cercando una soluzione che vada bene a tutti.
Vediamo qualche esempio:
Sono in corso le elezioni per eleggere il presidente della Repubblica Italiana. I partiti stanno cercando di trovare la quadra attraverso incontri di gruppo, telefonate e messaggi WhatsApp.
Si può usare il verbo trovare, come avviene più spesso, oppure, più raramente il verbo cercare.
Trovare la quadra
Cercare la quadra
Es:
Un certo calciatore non vuole lasciare la sua squadra della Roma, nonostante il suo rendimento nell’ultimo anno non sia stato elevato. La dirigenza dovrà cercare un’altra squadra che sia accettata dal calciatore (che non vuole una squadra di livello più basso) ma che accontenti anche la moglie del calciatore, a cui piace troppo la città di Roma e non vuole lasciarla. Per trovarela quadra, la dirigenza sta cercando un’altra collocazione in un’altra grande città del centro sud.
Finalmente abbiamo trovato la quadra: il Napoli ha presentato un’offerta per il calciatore e la moglie sembra molto soddisfatta. Finalmente!
Certo, a volte il problema è talmente complesso che è impossibile o quasi trovare la quadra. In questi casi si parla della cosiddetta “quadratura del cerchio“, una espressione che deriva da un problema geometrico irrisolvibile.
Anche questa si usa spesso, per dire che si sta cercando una soluzione, un compromesso tra persone ad esempio, o quando in realtà gli interessi coinvolti sono troppo distanti tra loro. È impossibile trovare la quadra. Allora si sta cercando la quadratura del cerchio. Meglio lasciar perdere in questi casi.
Es: si può fare un programma di governo con l’estrema destra e l’estrema sinistra? Oppure è come cercare la quadratura del cerchio?
Ricapitoliamo
Ricapitolando: se confrontiamo due soluzioni, per verificare la correttezza di un risultato, possiamo usare informalmente il verbo venire (l’esercizio non mi viene). Possiamo usare anche il verbo tornare, ma in questo caso spesso si parla di problemi logici e di coerenza.
Il verbo quadrare possiamo anch’esso usarlo in questi casi, ma è più adatto parlando di contabilità. Ad ogni modo quando qualcosa non quadra c’è ugualmente un problema di logica e coerenza, come col verbo tornare.
Cercare e trovare la quadra si usano invece con problemi complessi, specie (ma non solo) se si tratta di trovare una soluzione con interessi contrapposti, similmente al termine compromesso.
Quando il problema da risolvere ha una complessità tale da ritenersi impossibile o quasi, si parla di quadratura del cerchio.
Se qualcosa non vi quadra tornate indietro e ripetere la lettura, altrimenti ascoltiamo il ripasso degli episodi precedenti.
Peggy: c’è un proverbio napoletano che fa così:
Dio è lungariéllo, ma nun è scurdariéllo.
Vale a dire che Dio può essere lento ad intervenire, ma non è smemorato.
Leonardo: il napoletano mi va a genio ma non mi riesce bene, allora vi faccio sentire un proverbio che origina nella zona centrale del Brasile:
Passarinho que anda com morcego acorda de cabeça para baixo.
In italiano: Uccellino che vuol fare il pipistrello si sveglia capovolto. In pratica si potrebbe dire che è un proverbio che invita a essere sempre se stessi, della serie non provare a essere diverso dalla tua natura, perché se ci provi andrà male.
Sergio: sono d’accordo, perché
La mona aunque se vista de seda, mona se queda
cioè: la scimmia, anche se si veste di seta, pursempre scimmia rimane
Marcelo: Parlando di scimmie, mi viene in mente un proverbio:
a papà scimmia con dare banane verdi
Che vuol dire? Vuol dire che al papà scimmia non lo freghi! Questo proverbio lo ricordo sempre a mio figlio, che ogni due per tretorna alla carica chiedendomi soldi in prestito, giurando di restituirmeli presto! Io però, che sarei la scimmia vecchia di cui sopra, io gli rispondo: a papà scimmia non dare banane verdi … passi che una volta ti dimentichi, passi anche la seconda volta, ma se faccio mente locale, saranno tre volte e passa che mi ripeti la stessa pappardella. Benedetto figlio mio, hai voluto la bicicletta?…e sai come segue!…allora datti una regolata!
Giovanni: dopo aver visto che il verbo donare si può usare anche quando si parla di abiti e di come valorizzano una persona, oggi vediamo un uso particolare del verbo “sbattere“.
Voi non ci crederete ma questo ha ugualmente a che fare con la valorizzazione.
Parliamo in particolare della valorizzazione del viso di una persona.
La domanda è sempre la stessa: come mi sta?
È la risposta a cambiare…
Se andate in un negozio di abbigliamento in Italia e ascoltate i commenti, soprattutto delle donne, quando provano un nuovo abito, magari insieme a delle loro amiche o parenti, sicuramente potreste ascoltare un commento di questo tipo:
Il vestito non è male, ma questo colore ti sbatte un po’!
Il verde mi sbatte secondo te?
Il rosso le sbatte un po’ troppo signora. Provi questo colore che è un po’ più chiaro.
Eccetera.
Si sta parlando di un colore particolare che non valorizza il viso della persona che sta indossando un abito, o un maglione, una camicia, una giacca eccetera.
Non lo valorizza per un motivo ben preciso:
Quando una colore sbatte sul viso di una persona, o anche semplicemente sbatte su una persona, significa che il viso di quella persona, quando indossa quel vestito, appare pallido, smunto, emaciato, smorto. Aggettivi questi abbastanza simili.
Smorto è un aggettivo che non c’è forse neanche bisogno di spiegare, considerato che somiglia a “morto”. Diciamo che in generale significa indica mancanza di luminosità e di vivezza, pallido, sbiadito. Associato ad un viso indica anche malessere a volte.
Emaciato significa molto magro. Si potrebbe dire anche deperito o scavato. Emaciato è un aggettivo spesso associato al viso o all’aspetto di una persona, come anche smunto.
Smunto dà l’idea della fatica, della sofferenza che hanno reso un viso molto magro e pallido.
È chiaro che questi sono aggettivi che descrivono bene una persona che non è molto in salute, perché se lo fosse il viso apparirebbe invece colorito, fresco, in carne e non magro e pallido.
Allora forse è il caso di spiegare anche la locuzione essere “in carne“, che si utilizza per indicare una persona in ottime condizioni di salute, quindi è il contrario di emaciato, sebbene la locuzione “in carne” si possa usare anche per descrivere una persona, non dico grassa, ma leggermente sovrappeso. Un modo più che altro usato per non offendere, ma quasi sempre in realtà si usa per indicare un ottimo stato di salute.
Comunque, qualora un vestito avesse un colore che sbatte, allora in questi casi meglio cambiare colore perché quello che sbatte non valorizza come si deve la persona.
Ma non è detto si tratti di un vestito.
Vuoi farti i capelli biondo platino? Forse bisognerebbe prima vedere l’effetto che fa con una parrucca, perché quello è un colore che “sbatte” molto e non dona a tutte.
Ci sono ad esempio persone dalla pelle molto chiara e che magari non si truccano molto, dunque in quei casi scegliere un colore che “sbatte” o un altro che invece fa l’effetto contrario può cambiare l’aspetto del viso e valorizzarlo notevolmente.
Il verbo sbattere ha molti utilizzi diversi, ma in senso simile si può usare anche in altre occasioni, anche senza che sia un colore a sbattere.
Ti vedo un po’ sbattuto/a, come mai, non hai dormito o lavori troppo?
Stavolta l’aggettivo sbattuto si riferisce all’aspetto in sé, a prescindere dal vestito. Una persona che ha un aspetto sbattuto o che sembra sbattuto, ha dei segni di stanchezza sul viso, magari mostra delle occhiaie che solitamente non ha, oppure è un po’ più pallido del solito o anche più magro rispetto al solito. Stavolta però non c’è un colore che sbatte.
A proposito di colori, si potrebbe dire che in senso assoluto il marrone è un colore che sbatte, quindi ad esempio una parete della mia stanza meglio farla di un altro colore. Anche in questo caso si intende dire che fa un certo effetto negativo, che ha un impatto fastidioso, troppo forte vedere qualcosa di quel colore in alcune circostanze. Il senso di “sbattere” può conservare dunque un senso legato all’irruenza e al forte impatto, come sbattere una porta, facendo rumore. Ma nel caso del colore si tratta di un impatto alla vista un forte effetto dal punto di vista visivo.
Attenzione perché quando si parla dell’aspetto di una persona, un viso o un aspetto sbattuto o una persona sbattuta è completamente diverso da un viso o un aspetto abbattuto, o una persona abbattuta.
Quando una persona è abbattuta, parliamo del verbo abbattersi, che ha a che fare con l’umore e la forza d’animo, specie la forza di reagire alle avversità, ai problemi.
Abbattersi significa, quando accade un evento negativo, diventare pessimisti, perdere le motivazioni, non reagire ai problemi perché si è troppo scoraggiati: si è abbattuti.
Dai, non ti abbattere. Vedrai che la prossima volta andrà meglio.
In questi casi si usa anche anche “buttarsi giù“, che è più informale.
Non ti buttar giù per un esame, non sono questi i problemi della vita!
Anche abbattersi comunque è un verbo che ha usi molteplici, ma un viso sbattuto è un viso pallido di una persona stanca o malata, mentre un viso abbattuto è un viso triste, rassegnato, amareggiato per qualcosa che è accaduto e che lo ha colpito nell’umore e nella voglia di reagire e continuare a lottare.
Anche in questo caso i colori non c’entrano.
Ad ogni modo un colore può solo sbattere e non abbattere.
Adesso piccolo ripasso delle puntate precedenti.
Irina: gentilmente, qualcuno potrebbe farmi un esempio di capitolazione? Potete prendere spunto da qualsiasi avvenimento passato se volete.
Rafaela: non vorrei essere scortese ma si dà il caso che io non mi intenda di storia. Perciò vedi di cavartela da solo con questo benedetto ripasso.
Peggy: Secondo una fonte su internet, uno dei significati del termine capitolazione, è un trattato, contratto, accordo, convenzione o che dir si voglia unilaterale con il quale uno Stato sovrano cede competenze, entro i suoi confini, ai cittadini di uno stato straniero.
Ulrike: in quanto tedesco/a mi viene d’emblée il cosiddetto diktat di Versailles. Per giuntaho presente anche la resa della Germania nazista Quest’ultima capitolazione avviene nel maggio dell’anno 1945, e decreta la fine della seconda guerra mondiale. Sembra che le grandi capitolazioni del ventesimo secolo faccianomolto tedesco.
Marcelo: Io ricordo il 14 Giugno 1982, guerra delle Malvine e dittatura militare. Diciamo la verità. La vogliamo dire? Come tutte le guerre è stata fatta per il meglio della popolazione argentina, però l’unico sacrificato, come sempre, è stato il popolo. Al netto delle ragioni storiche legate all’appartenenza delle isole all’Argentina, più che altro interessò a Margaret Tacher, perché così ha preso due piccioni con una fava: salire nella popolarità del popolo inglese e vincere una guerra. È stata senza dubbio una lotta impari: la NATO contro un esercito amateur. A che pro i militari argentini hanno fatto questa guerra? Per anni abbiamo pagato lo scotto e di risvolti positivi neanche l’ombra!
Ho detto le donne, ma in realtà tutti amano i complimenti.
Tra l’altro non si possono fare complimenti solamente per la bellezza, ma anche per la casa:
Che bella casa, complimenti!
Oppure per i figli:
Lei ha dei figli bravissimi e dolcissimi!
O per un risultato ottenuto:
Complimenti per la laurea!
Ho saputo che ha aperto una nuova sede per la sua azienda. I miei complimenti!
Eccetera.
Ma non voglio divagare troppo oggi.
Oggi vorrei parlarvi del verbo donare, molto adatto quando si fanno i complimenti.
Non esistono infatti solamente le donazioni, cioè quando si offre qualcosa di proprio ad altre persone, come la donazione del sangue, degli organi o le donazioni in denaro. Parlo dell’uso intransitivo del verbo.
Questo vestito ti dona molto.
Oddio come ti dona questo rossetto!
In questo caso donare vuol dire aggiungere grazia all’aspetto di una persona.
Questo vestito ti sta molto bene
Questa è una frase più o meno equivalente.
In pratica il vestito che indossi ti fa bella, ti giova esteticamente, ti rende più bella o magari più giovane, ti fa apparire in modo migliore, fa risaltare i tuoi pregi, esalta le tue caratteristiche più belle del viso, ti valorizza.
Quanti verbi diversi possiamo usare!
Perché allora usare il verbo donare?
È una delle possibilità, però direi che per fare un complimento è molto apprezzato da chi lo riceve. Posso usarlo però anche al contrario.
Quest’abito è bello, ma non ti dona.
Quindi quest’abito non ti sta bene, pur essendo un bell’abito, magari anche di qualità. Però non valorizza il tuo corpo perché risalta i tuoi difetti e non i tuoi pregi.
Un vestito può donare a una persona e allo stesso tempo non donare affatto a un’altra persona.
Un vestito può star bene a una persona e allo stesso tempo non star bene affatto a un’altra.
Donare però è meglio che “star bene”, perché quando un vestito mi sta bene potrebbe anche significare che non ha niente che non va, o che è della giusta taglia o che, al limite, ci sto comodo.
Se invece mi dona allora non c’è dubbio che quel vestito mi fa apparire di aspetto migliore, perché, per via del colore o per altro motivo, mette maggiormente in evidenza i miei pregi, mette in risalto i miei tratti, oppure mi fa sembrare una persona più alta, più magra, esalta il colore dei miei occhi, non mi fa vedere troppo la pancia, eccetera eccetera.
Se invece un abito non mi dona, come anche un trucco particolare o un taglio di capelli – tante cose possono donare o non donare – evidentemente l’effetto è il contrario: un pantalone che mi fa apparire i fianchi troppo larghi, un maglione che mi fa sembrare tropo grasso, una cravatta con un colore che non si abbina con quello dei miei capelli, eccetera; in tutti questi casi questo capo di abbigliamento (ad esempio) si dice che non mi dona, che non mi sta bene addosso.
Notate che il verbo donare si può anche usare in modo transitivo nelle stesse circostanze, però devo specificare. Vediamo alcuni esempi usati sia in un modo che nell’altro:
Questo pantalone ti dona un aspetto più giovanile (transitivo)
Una gonna che dona alle ragazze con i fianchi larghi (intransitivo)
Questo colore le dona tantissimo (intransitivo)
Questa signora ha uno smalto che le dona molta eleganza (transitivo)
Infine una osservazione.
Il verbo donare si può usare in modo transitivo anche al di fuori dei capi d’abbigliamento e della bellezza delle persone.
Questa crema al pistacchio dona qualcosa di molto speciale ai nostri dolci.
Questa cornice dona al quadro un aspetto troppo antico
Perché non appendi un bel quadro? Un quadro può donare ad un appartamento un aspetto più elegante e raffinato.
Vedete che donare allora, nel caso transitivo, è molto simile a dare, fare, far sembrare, oltre che a rendere. Anche conferire si avvicina molto. È più raffinato persino.
Questo taglio di capelli ti conferisce un aspetto molto raffinato.
Questo vestito ti dà un aspetto più aristocratico
No, questa gonna non va bene. Ti rende/fa troppo magra
Questo è un pantalone che ti fa (sembrare) più grassa di quello che sei.
Nel verbo donare, come anche in conferire, che è il più simile, c’è anche il senso di aggiungere una qualità nuova e pregevole.
Si ottiene un qualcosa in più, come se fosse un dono, un regalo.
Giovanni: oggi una locuzione che vi farà sentire molto italiani quando la userete.
Avete mai visto una serie TV? Su Netflix magari? Tutti conoscono le serie TV.
Ebbene, ogni serie TV ha un nome, un titolo, non è vero? E il nome della serie è in qualche modo indicativo – sebbene molto sintetico – del contenuto della serie, di cosa si parla, del tema trattato, del soggetto principale.
A volte il nome non ci dice molto, ma altre volte sì.
Pensiamo a delle serie chiamate ad esempio “Dopo la vita” oppure “Orrore a New York” .
È chiaro che abbiamo qualche indicazione del tema, che ci fa capire qualcosa di questa serie TV, proprio come il titolo di un film, ma non è certamente detto in nessuno dei due casi.
Comunque, la locuzione “della serie” o anche “per la serie” serve per spiegare meglio un concetto, quasi a voler indicare una categoria di appartenenza.
Non c’entrano nulla le serie TV, ma per capire bene questa locuzione meglio se parliamo delle serie TV,
Ogni volta che si usa questa espressione stiamo raccontando qualcosa, un fatto accaduto o il comportamento di una persona a cui vogliamo dare un’etichetta, un fatto a cui vogliamo dare un nome, per far capire bene di cosa si tratta.
In pratica è come se sentissimo la necessità di inventare su due piedi il nome di una serie TV.
Quel fatto, quel comportamento, si potrebbe verificare in una serie TV che abbia un titolo che possa far capire subito che tipo di fatto è, che tipo di comportamento è.
Allora ne inventiamo il titolo su due piedi.
Quando alla TV si assiste ad una presentazione di una puntata di una serie TV si ascolta il presentatore o la presentatrice una frase di questo tipo:
E ora va in onda una nuova puntata della serie “Come mantenere un segreto“
“Come mantenere un segreto” è dunque il titolo della serie in questione. Il primo titolo che mi è venuto in mente.
Ovviamente questa serie TV non esiste, ma se mi capita che, ad esempio, che io confidi un segreto ad un mio amico e poi scopro che il mio amico l’ha raccontato a tutti e dopo due giorni non è più un segreto perché tutti lo conoscono, io mi arrabbierei e potrei chiamare il mio amico e dirgli:
Ehi, ma perché ti sei comportato in questo modo? Della serie “Come mantenere un segreto” eh? Non ti racconterò più niente di personale! Scordatelo!
Un’espressione che si usa spesso per commentare qualcosa di accaduto che si vuole spiegare meglio. Di solito è qualcosa che non ci piace.
Dopo l’espressione “della serie” troviamo quasi sempre un giudizio, nascosto dentro il titolo di una serie TV inventata.
Questa cosa rende l’espressione spesso ironica, ma altre volte il giudizio è anche crudele. Può anche essere una frecciatina nei confronti di qualcuno.
Oggi la mia fidanzata è stata puntualissima. non era mai successo prima. Della serie “mai perdere la speranza“.
Questa è ironica.
Il presidente degli Stati Uniti finalmente si è scusato pubblicamente per le sue dichiarazioni razziste del passato. Della serie “mai dire mai“.
Anche questa è ironica.
Mio marito mi ha lasciato con una telefonata dopo 10 anni di relazione. Della serie “non conti niente per me“.
Questa è meno ironica e sicuramente contiene un giudizio amaro su suo marito. Anzi, ex marito.
Spesso, dopo “della serie” si citano dei proverbi o frasi fatte o delle frasi riconoscibili da tutti che hanno un significato ben preciso, per spiegare quella cosa accaduta, tipo:
Giovanni ha detto che questo episodio sarebbe stato più breve del solito; della serie: “le ultime parole famose“.
I politici di oggi non sono onesti come un tempo. Della serie “si stava meglio quando si stava peggio”
Incredibile, hai visto Maria, bella come il sole, si è fidanzata con quell’uomo anziano con la pancia e senza capelli. Della serie: “al cuor non si comanda”
Visto cosa è successo a Giovanni? Ha divorziato per la terza volta! Mamma mia! Della serie “non c’è due senza tre“
Comunque credo che questa espressione “della serie” sarà molto usata nel futuro nel corso dei nostri ripassi. Non è vero?
Mariana: Ah, della serie “conosco i miei membri“, non è vero?
Giovanni: di cosa ci occupiamo oggi? Oggi vediamo il termine diktat.
Cos’è un diktat? Vi faccio lo spelling: D come Domodossola, I come Imola, K come Kebab, T come Torino, A come Ancora e ancora T come Torino. Questo mi ricorda un episodio di qualche tempo fa dedicato a come ricordare l’alfabeto italiano e come fare lo spelling.
Diktat: finalmente anche un termine tedesco che si usa nella lingua italiana!
Dunque un diktat è una imposizione unilaterale di volontà che esclude la possibilità di negoziati.
Cioè? Ho usato un linguaggio troppo formale?
Beh non dovete stupirvi perché questo termine viene dalla politica. DIKTAT si traduce come “dettato”. Avete presente il dettato di pace? E avete presente il verbo DETTARE? Ce ne siamo occupati tra i verbi professionali. Vi metto un collegamento per approfondire se volete.
In particolare mi riferisco a dettare delle condizioni – delle condizioni di pace in questo caso.
Il diktat quindi è un trattato di pace imposto dai vincitori ai vinti di una guerra.
Quando si esce da una guerra, ci sono dei vincitori e dei vinti. C’è chi vince e c’è chi perde.
Chi vince detta le condizioni di pace a chi perde la guerra. Ebbene, il complesso delle condizioni, cioè l’insieme di queste condizioni, imposto (cioè non negoziato, non concordato, non deciso insieme) dai vincitori o più in generale da una delle parti, in una guerra o in un trattato internazionale, ebbene questo si chiama proprio diktat. E’ un insieme di condizioni imposto.
Notate che nella pronuncia l’accento spesso cade sulla lettera i. Sarebbe corretto se cadesse però sulla a, come nella lingua tedesca, ma in questo modo si rischia di pronunciare una parola che somiglia ad una barretta per fare uno spuntino (kit kat) o a delle caramelle (tic tac).
Cioè in pratica dunque il diktat è una specie di ordine. Un ordine indiscutibile, perentorio, cioè che non ammette replica o discussione, né prevede una trattativa.
Vi ricordate dell’aut aut? C’è una assonanza con diktat, non dico una ripetizione come “aut aut” ma quasi. L’aut aut è, come abbiamo visto, qualcosa di simile, perché in quel caso c’è l’imposizione di una scelta. Ma almeno è una scelta, per quanto sia.
Con un aut aut, come visto, si mette una persona davanti a un’alternativa, obbligandola a scegliere. Si deve scegliere per forza. C’è un obbligo di scelta nella consapevolezza delle conseguenze in entrambi i casi.
Il diktat invece è ancora più perentorio dell’aut aut, infatti quando si impone unilateralmente una volontà, si dice: tu adesso fai questo e basta. Non sei nelle condizioni di trattare, perché decido io.
È un po’ come dire “o così o pomì” (anche questo è un episodio passato). Un modo simpatico di dire più o meno la stessa cosa.
Ricorderete che o così o pomì è un’espressione colloquiale e molto leggera, che si usa in contesti familiari e quindi non certamente in politica e in contesti formali. Tantomeno si può usare dopo una guerra.
Naturalmente non sempre c’è una guerra quando usiamo il diktat. In politica si usa spesso anche in altri casi e possiamo usarla in particolari casi anche quando parliamo di imposizioni e condizioni unilaterali di altro tipo, quando vogliamo parlare di una imposizione di qualunque tipo.
Arriva dal ministro dell’istruzione un diktat imperativo: la scuola non chiude col Covid.
Un ordine bell’e buono direi! Il ministro non accetta repliche. Si fa così e basta! Perché io sono il ministro. Questo il messaggio che vuole dare il giornalista: decisione, autorità, e a volte anche autoritarismo. Dipende dall’occasione. Forse non è questo il caso.
Non è questo un termine che si usa tanto per usarlo. Questo casomai si fa con molti anglicismi, che si usano tanto per far vedere che si conosce l’inglese molto spesso. Altre volte si usano al lavoro per darsi un tono, o perché fa figo usare l’inglese. e a volte in realtà si dimostra proprio il contrario, cioè che non si conosce l’inglese (vedi “smart working” o “box” che si usano con significato diverso in italiano rispetto all’inglese) Comunque vediamo altri esempi:
Dopo le recenti sconfitte sportive della sua squadra, l’allenatore lancia un diktat: ripartiamo da zero!
Stavolta l’allenatore vuole spingere i suoi giocatori, li vuole rimotivare e cerca di stimolarli. E’ un esempio di diktat “positivo” diciamo.
Un politico può imporre una condizione ai suoi alleati presentandola come una proposta, come qualcosa su cui si possa discutere e trattare, ma se gli alleati non la vedono come una proposta, per protestare con questa imposizione (perché è così che la vedono loro) possono dire:
Questo è un diktat, non una proposta!
cioè:
Questa è una cosa che tu ci vuoi imporre, non una proposta!
Ecco, questo è un esempio “negativo” di utilizzo di questo termine. Si denuncia una imposizione spacciata per proposta.
Marcelo: Sono d’accordo che è un compito bello difficile ma non mandiamo tutto a monte solo per questo. Dobbiamo inculcarci nella mente che se trascuriamo alcuni episodi finiremo per dimenticarli. Allora possiamo anche provare a stilarne uno rischiando un po’. Al netto di alcuni errori sicuri credo che il tentativo si possa apprezzare.
Marguerite: È vero che questa lista contiene parecchi termini che non si prestano bene alla composizione di un ripasso, ma comunque non mettiamo le mani avanti. Proviamoci dai. Coraggio!
Hartmut: A dire la verità al ripasso non c’ho ancora messo mano perché ho ancora da portare a termine delle altre cose incaricatemi dal mio capo Albéric.
Sofie: capo? Ancora ancora collega, ma capo proprio no! Lui è un membro come noi.
Anthony e Xin: Ma per l’amor del cielo! Ho visto che quel mascalzone di Albéric ti ha strizzato l’occhio. Come mai ha fatto quel gesto?
Ulrike: Vabbè ragazzi, ormai è andata. Abbiamo preso di mira il povero Albéric ma ormai ci hai sgamato. Poi il ripasso è quasi finito, e bisogna scherzare nella misura in cui questo è utile.
Peggy: Infatti. Abbiamo imboccato una via pericolosa. A valle di questa gag che abbiamo improvvisato, Albéric potrebbe arrabbiarsi di brutto.
Albéric: so stare agli scherzi. Tranquilli. Ma ben presto pagherete un prezzo congruo. Potete starne certi.
Giovanni: È da parecchio tempo che pensavo di fare un bell’episodio dedicato al termine “bene”.
Ci sarebbero tante cose da dire a riguardo, ma questa rubrica si chiama, come sapete, due minuti con Italiano Semplicemente, e voglio avvicinarmi il più possibile a questa durata. Cerco sempre di farlo, a dire il vero, per poi accorgermi quasi sempre che l’obiettivo è troppo ambizioso per essere portarlo a termine così brevemente.
Allora meglio concentrarmi su un singolo uso di “bene“, così ché possiate usarlo facilmente durante i nostri tanto amati ripassi.
L’uso a cui sto facendo riferimento è quando l’avverbio “bene” si utilizza in un tipo particolare di consigli. Dei consigli direi “condizionati”. Vediamo cosa intendo con degli esempi:
Es:
Se fai come dico io, bene, altrimenti ci saranno conseguenze molto negative.
Si fa una pausa prima e dopo l’avverbio. Per questo metto una virgola prima e una dopo.
Questo sembra più una via di mezzo tra un consiglio e una minaccia. Però c’è una condizione iniziale come dicevo: se…
Un altro esempio:
Se volete imparare l’italiano e siete convinti nel seguire i miei consigli, bene, altrimenti sarete destinati a non fare troppi passi in avanti.
Vedete che quando uso bene in questo modo, c’è sempre una condizione iniziale:
se accade A, bene, altrimenti succede B
La prima condizione, che ho chiamato A, è sempre quella più gradita, mentre B è in genere una conseguenza di non aver scelto A:
Se vieni con me, bene, altrimenti mi trovo un’altra compagnia.
Notate come le frasi di cui parliamo appaiono sempre un tantino cariche di nervosismo. Una sfumatura che si coglie solamente se qualcuno ve la spiega, non potendo ascoltare la giusta intonazione. Naturalmente chi sta ascoltando e non leggendo l’episodio può intuire questo senso di nervosismo o irritazione.
L’uso di bene, in questo modo può denotare insofferenza, o anche indifferenza, un atteggiamento di superiorità a volte, o una minaccia velata, o al limite un consiglio ma dato con un certo distacco, indifferenza appunto, oppure qualcosa di detto in modo sbrigativo, come a dire: vedi tu, decidi tu, poi comunque una soluzione alternativa si trova lo stesso, oppure per me è la stessa cosa, basta che decidi:
Dimmi che devo fare. Se vuoi che ti accompagni bene, altrimenti torno a studiare.
Se vuoi studiare ed essere uno dei più bravi, bene, altrimenti meglio che vai a lavorare!
Il contesto è sempre informale. Ancora più informale se uso sennò al posto di altrimenti:
Senti, lo sai come la penso. Se vuoi ascoltarmi, bene, sennò saranno problemi per te e io a quel punto non vorrò saperne niente.
Qualora decidessi di venire con me, bene, altrimenti mi cerco un’altra fidanzata
Se volete conoscere tutti i modi per esprimere questo concetto di condizione, vi raccomando l’episodio dedicato. Vi metto un link all’episodio intitolato: “putacaso ti tradissi?” che tra l’altro è molto divertente.
Anche l’avverbio “bene” non è in realtà insostituibile, perché può essere rimpiazzato (cioè sostituito) da forme più raffinate:
Se ti piace questo lavoro, buon per te, sennò te ne dovrai trovare un altro.
Quindi “buon per te” al posto di bene. È una specifica ma il senso è lo stesso.
Se sarò assunto, ne sarò felice, in caso contrario, pazienza, proverò da un’altra parte.
Ricordate comunque che, qualunque sia la forma che scegliate, può non essere molto carino usare questo tipo di frase che abbiamo visto oggi.
Se volete essere più delicati e educati, magari cercate di preferire altre forme, tipo:
Se vuoi venire con me sarà un grande piacere, altrimenti ti auguro un buon viaggio.
In questo modo, anziché usare “bene” (che potrebbe sembrare sbrigativo e anche un po’ offensivo) usate “sarà un grande piacere” che toglie ogni dubbio.
Analogamente se volete dare a qualcuno la vostra disponibilità all’aiuto, potete dire:
Se non avrai bisogno di aiuto, questa potrebbe essere un’ottima notizia, in caso contrario sarei ben felice di aiutarti.
Anche questo è un modo più cortese e meno ambiguo di comunicare lo stesso concetto, rafforzato da “ben felice”. L’uso di ben, come si è visto nell’episodio dedicato, rafforza, sottolinea un concetto.
Bene, adesso passiamo al ripasso. Chi parlerà è credo Irina, membro dell’associazone Italiano Semplicemente che spero sarà ben contenta di partecipare a questo episodio. Detto tra noi Irina: se parteciperai, bene, sennò mi trovo un altro membro.
Scherzo naturalmente, ma mi piace subito mettervi alla prova!
Irina: Sembrava non mi venisse niente in mente, mentre d’emblée, dai meandri dei miei pensieri è sbucato un ripasso.
Oggi dopo la colazione mi sono spaparanzata sul divano ricordando il mio ultimo pasto italiano. Prima di partire dalla Calabria mi sono recata in un ristorante all’insegna del lusso, inquanto era l’ultima spiaggia per me per assaggiare vero cibo italiano. Va aggiunto che pur essendo un ristorante nuovo per me, la qualità del cibo ha avvalorato le mie speranze. È stata una bella scorpacciata. Cos’ho mangiato? Si fa prima a dire cosa NON ho mangiato. Mi sono abbuffata come si deve. Ho sforato col cibo, senza contare il dolce, ma alla fine tutto è andato per il meglio. Meno male che non ho accusato il colpo è non ci sono stati risvolti inaspettati.
Giovanni: avete fatto caso che man mano che andiamo avanti con questi episodi, inevitabilmente finiamo per toccare argomenti che abbiamo già affrontato? Questo è diventato quasi inevitabile.
Ma in realtà è proprio ciò che deve accadere perché non si finisce di imparare bene un concetto, una parola, un’espressione o una locuzione, fino a quando non abbiamo capito anche tutte quelle che le somigliano, in qualche modo, avendo dei punti in comune.
E’ lo stesso problema che si ha con la pronuncia: quanto è grave un errore di pronuncia?
Non possiamo saperlo finché non conosciamo tutti i possibili termini che somigliano a quello che pronunciamo male.
Se voglio dire MULO e invece dico MURO, è una cosa; completamente diverso è se invece dico CULO!
Scusate, mi sto solo divertendo un po’.
Allora anche oggi, parlando dei cosiddetti risvolti (questo è l’argomento di oggi) non possiamo non rispolverare l’episodio che riguarda il rovescio della medaglia, espressione che abbiamo incontrato qualche tempo fa. Niente di volgare stavolta. Però gli episodi sono legati.
Infatti un risvolto, al singolare, somiglia molto ad un rovescio della medaglia.
Arrivo subito a dirvi che un risvolto è un aspetto di una questione, anzi direi più una conseguenza di un fatto, una conseguenza spesso non del tutto evidente o attesa o prevedibile ma comunque in ogni caso non trascurabile.
Non tutto ciò che accade ce lo aspettiamo vero?
Spesso ci sono tante conseguenze che derivano da nostre azioni o da accadimenti di vario tipo. Qualcuna è prevedibile, altre meno. Qualche conseguenza è più importante, altre sono secondarie.
Ebbene, quando ci riferiamo a una conseguenza di secondaria importanza, possiamo parlare di risvolti.
A volte si usa risvolti anche semplicemente come sinonimo di conseguenze. Però in genere si tratta di qualcosa che non ci aspettiamo, o che deriva da una serie di eventi (anche detta una catena di eventi) che si susseguono uno dietro l’altro (eventi concatenati).
Questi eventi provengono tutti da una causa iniziale: il cosiddetto fattore scatenante. Cosa ha generato tutti questi eventi a catena? Vengono tutti da un’azione, da un fatto accaduto, “il fattore scatenante”. ebbene, tutte queste conseguenze possono essere anche imprevedibili a volte.
Ebbene tutte queste conseguenze possono essere chiamati “risvolti”.
Risvolto è un termine molto usato nei notiziari, nei tg, alla radio e al lavoro, ma decisamente meno nel linguaggio di tutti i giorni.
Il rovescio della medaglia è anch’esso un risvolto, che però ha una caratteristica particolare: ha un effetto totalmente opposto dall’effetto principale.
Infatti ogni medaglia ha due facce, ed una è il rovescio dell’altra (la faccia A e la faccia B), quindi guardano in due direzioni diverse.
Il termine risvolto, pur non essendo l’effetto principale, quello primario, può essere un qualunque altro effetto derivante da quello stesso fatto, anche quello opposto, quindi anche il “rovescio della medaglia”.
In genere ogni risvolto ha un aggettivo che lo qualifica, un’etichetta:
Questa pandemia avrà anche dei risvoltipositivi per l’ambiente.
Difficilmente non ci sono aggettivi. Posso anche dire:
Ci sono stati ulteriori risvolti?
In questo caso l’aggettivo è “ulteriore“.
Questa situazione ha già avuto pesanti risvolti economici, politici e sociali.
Una vicenda dai risvolti drammatici
Chissà se la faccenda accaduta avrà dei risvolti inaspettati?
Normalmente si usa al plurale, ma non c’è problema. Si può usare e infatti si usa anche al singolare.
C’è stato un furto a casa mia. Purtroppo in quell’occasione c’è stato anche un risvolto amaro per il ladro. Il mio cane l’ha morso e non lo voleva più mollare!
Per capire ancora meglio vi dico che finora ho usato il senso figurato del termine risvolto.
Infatti anche i pantaloni hanno un risvolto, o una giacca o un qualsiasi altro indumento.
Infatti il risvolto di un indumento è la parte che si vede quando rovesciamo all’infuori un elemento,
Quando rigiriamo un pantalone vediamo il risvolto del pantalone ad esempio.
Il risvolto di un indumento sta quindi a contatto col corpo prima di essere rigirato.
L’uso che ci interessa però è quello della conseguenza secondaria, quindi il senso figurato.
Adesso ripassiamo. I membri dell’associazione hanno qualcosa da dire sul 17 gennaio, la data odierna.
Peggy: sapete che proprio oggi, nel 1942, nasce Cassius Clay? Si dice sia il migliore di sempre. Con quel farespocchioso che aveva sul ring.
Cat: Poi, per inciso, il suo nome, legalmente cambiato, era Muhammad Ali. Chiamarlo così è una questione di principio. Spero, Peggy, tu non me ne voglia per questa correzione.
Irina: Ecco un fatto secondo me valevole di nota: si dice che Sylvester Stallone dopo aver assistito a uno dei suoi combattimenti abbia ideato il suo film Rocky prendendo spunto dal suo avversario, un pugile che ha tenuto testa ad Alì, mettendolo a dura prova.
Hartmut: I suoi incontri di pugilato – per esempio il “Rumble in the Jungle” contro George Foreman oppure il “Thriller in Manila” contro Joe Frazier – erano spettacoli che affascinavano tutto il mondo. A suo tempo non c‘era uno migliore di lui ma ce n’erano altri che in tempi diversi sono stati del suo stesso livello, come Evander Holyfield oppure Lennox Lewis.
Harjit: Mi sembra Hartmut che te ne intendi di boxe anche se te le cerchi un po’. Anche fossero stati pugili della sua statura, Alì era un re della comunicazione.
Marcelo: Io ricordo più Ali che i Ninja, con tutto il rispetto, ma a che pro confrontare le discipline tra loro? Qui stiamo valutando l’uomo oltre all’atleta. La sua causa contro la guerra del Vietnam da sola vale metà del successo che ha avuto. Altro che storie!
Giovanni: dopo aver visto tout court, visto che ci siamo continuiamo con i francesismi cioè con le parole o elementi o di origine francese che sono entrati nella lingua italiana ma restando in lingua francese. Stavolta tocca a d’emblée.
Si usa, analogamente a quanto avviene nella lingua francese, quando c’è qualcosa che avviene in modo rapido e inaspettato, quindi è abbastanza simile a all’improvviso, di colpo e di primo acchito. Quest’ultima locuzione la ricorderete tutti scommetto.
D’emblée, che un italiano non riesce a scrivere senza controllare come si scrive esattamente, rende bene l’idea della cosa improvvisa perché nella pronuncia è molto veloce e poi faanche abbastanza figo perché si usa qualcosa di francese.
Potremmo anche dire che tout court e d’emblée a volte, possono essere usati nelle stesse occasioni con senso abbastanza simile.
Es:
Sono stato licenziato d’emblée
Quindi sono stato licenziato all’improvviso, su due piedi, senza preavviso.
Hanno cambiato le regole sul Green pass, e il mio Green pass è scaduto d’emblée.
La mia ragazza mi ha lasciato. Mi ha detto: non ti amo più. Così, proprio d’emblée.
Ecco, soprattutto in quest’ultimo esempio, ci sta bene sia d’emblée, che trasmette il senso di una cosa improvvisa, sia tout court, cioè in breve, senza tanti preamboli. Due concetti diversi ma ciò che arriva all’improvviso, spesso non è preceduto da alcun preambolo, alcuna premessa. Ecco perché i due francesismi finiscono per somigliarsi.
In genere quando si usa d’emblée è perché si vuole attirare l’attenzione sulla cosa che è arrivata di colpo.
Ho litigato con un ragazzo, e d’emblée mi sono ritrovato a terra immobilizzato. Era campione di judo!
Purtroppo questa pandemia ormai è diffusissima. Non può essere cancellata d’emblée da un vaccino.
Adesso ripassiamo qualche episodio passato. Ho dato tempo ai membri per prepararlo, quindi non dovete pensare che sia uscito così, d’emblée.
Peggy: Accidenti! Mi si è impallatodi nuovo il cellulare. Visto che oramai io e il cellulare siamo un binomio inscindibile, sono soggetta a disorientamento quando le funzioni di questo oggettino vengono meno. D’altronde, mia madre ancora non ha tenutofede alle parole di comprarmene uno nuovo. Oh! Come sono combattuta ora: me lo compro subito o aspetto mia madre che me lo regala?
Marcelo: Giusto! Rompi gli indugi e completa i compiti, cosi dopo vediamo insieme il programma “Ulisse – Il piacere della scoperta” di Alberto Angela, che ha debuttato in TV nel 1990.
Quanto mi sconfinfera! Un conduttore eccezionale, ha un fare sapiente e, tra l’altro, un certo non so che di affascinante. Dunque, ragazzi, ho accesso la TV sul giusto canale. Lo guardiamo, ok?
Rauno: Hai fatto una domanda retorica! Inutile dirti di no, tantomi pare che tu ti sia già prefisso di guardarlo. Tirisparmio una mia risposta perché sarebbe sibillinae pertanto poco valevole di seria considerazione. Non mi pare comunque che il tuo comportamento sia molto rispettoso.
Harjit: Al di là di tutto, sono d’accordo con Ulrike nel guardare questo il programma di Alberto Angela, che ci aiuta a capire qualcosa circale meraviglie del mondo.
Sofie: Eh certo! Tuttavia, il rovescio della medaglia è la rinuncia a una bella festa all’insegna degli anni ’90 che si sta tenendo a casa di Anna.
Peggy: Raga, finalmente ho finito i compiti. Ahh! Tra 3 secondi inizia il programma. Faccio io il conto alla rovescia! 3. 2. 1, si parte! Mannaggia! La pubblicità ha sforatoil tempo anche questa volta.
Giovanni: oggi vediamo una espressione che si usa abbastanza spesso ma direi che non si tratta di linguaggio popolare.
È molto usata in tv, dai giornalisti e più in generale da persone con una cultura mediamente più elevata.
Vi dico subito che troveremo molti punti in comune con alcuni episodi recenti.
È un’espressione che contiene due parole francesi: tout court, che hanno il significato rispettivamente di “tutto” e “corto“.
In italiano sarebbe quindi “tutto corto“, ma se dovessimo cercare un’alternativa di uso comune, questa sarebbe rappresentata dalla locuzione “in breve“. Però quando cerchiamo di sostituire una parola con un’altra, una locuzione con un’altra, un’espressione con un’altra, ci perdiamo sempre qualcosa.
Vi faccio qualche esempio:
In questa rubrica, chiamata due minuti con Italiano Semplicemente, per riuscire a rispettare la durata degli episodi, devo tout court entrare nell’argomento, senza troppi giri di parole.
Vedete che in questo esempio alla fine ho aggiunto “senza troppi giri di parole”.
In realtà avrei anche potuto evitarle, perché tout court esprime esattamente questo concetto.
Devo farla breve, non devo farla troppo lunga, devo sintetizzare, per poter rispettare la durata dei due minuti. In breve, devo fare ciò che non sto facendo oggi…
Il concetto di brevità espresso da questa locuzione è da intendere in senso molto ampio. In questo esempio che ho fatto ha il senso di “non perdere troppo tempo”, ma in altre circostanze questa brevità può voler dire “non c’è bisogno di specificare”, oppure “bruscamente“, o “senza perdere tempo” o anche “senza spendere parole in più”.
Es:
Sono stato promosso da responsabile del settore alimentare a responsabile del negozio tout court.
In questo caso significa “responsabile e basta”, oppure sono diventato semplicemente “il” responsabile, accentuando col tono l’articolo il.
Un altro esempio:
La mia ragazza ha detto che voleva parlarmi, e appena ci siamo visti mi ha detto “non ti amo più”. Proprio così, tout court.
Un’altra espressione simile è “senza troppi preamboli“.
Il termine preambolo lo abbiamo già incontrato quando abbiamo parlato di previo e previa. Rende abbastanza l’idea del tagliare corto, di andare subito al dunque, di non perdersi in chiacchiere inutili. Abbiamo anche una lezione di Italiano Professionale che riguarda il concetto di sintesi.
Comunque come avete visto dagli esempi, a volte il fatto di non aggiungere altro, può dare un senso aggiuntivo alla frase: una mancanza di delicatezza, oppure completare la frase quando ci si aspetta una specifica (responsabile tout court, direttore tout court eccetera).
Si tratta spesso di qualcosa espresso con una perentoria concisione (abbiamo già visto anche il termine conciso) senza essere accompagnato dai necessari chiarimenti.
Questi chiarimenti sarebbero necessari, sarebbe utile sapere qualcosa in più, anche solo per una questione di gentilezza, educazione o sensibilità. Invece no.
Prima ho detto che è simile all’espressione italiana “senza tanti preamboli“.
Un preambolo inizia con “pre” quindi viene prima, come “precedente”, “previo” eccetera, e infatti rappresenta un discorso introduttivo – questo è un preambolo – una premessa fatta con l’intento (l’obiettivo) di ritardare o di attenuare l’effetto di una rivelazione o di una richiesta.
Allora se dico qualcosa senza tanti preamboli, non voglio attenuare nulla, col risultato però di poter risultare brusco, offensivo anche, indelicato.
Se sono brusco, questo significa che ho detto qualcosa o ho fatto qualcosa che riflette o denota mancanza di tatto o di riguardo, di delicatezza.
La mancanza di preamboli è però solo uno dei significati di “tout court“.
State attenti quando nei prossimi episodi ripasserete questa locuzione.
Ci vuole un contesto in cui magari siete rimasti colpiti o turbati dalla mancanza di una spiegazione, oppure quando, come detto, ci si aspetta una specifica che invece non c’è, o più semplicemente significa “in breve” o “senza fare altro” o anche “semplicemente“.
La pronuncia, l’avete capito ormai è “tu cur” e non c’è bisogno di imitare la erre francese.
Vi faccio altri esempi e poi vi lascio (non posso più dire tout court ormai) al ripasso:
Potrebbe essere utile, per contrastare la pandemia, vietare tout court l’attività fisica all’aperto? Oppure diciamo che bisogna farlo con la mascherina o che bisogna mantenere la distanza di sicurezza?
Non si può parlare tout court di “no vax“, ma distinguere in coloro che sono contrari al vaccino, coloro che sono contro il green pass e coloro che hanno paura dell’ago, dell’iniezione.
Vogliamo impedire tout court ai soggetti non vaccinati di lavorare, senza stare troppo a pensare alle varie categorie?
Per non ingrassare, nessun alimento deve necessariamente essere eliminato tout court
Vedete che è anche simile a “a prescindere” (che abbiamo già trattato) in questa circostanza, perché anche con “a prescindere” è un po’ come dire “senza considerare altro”, “senza distinguere”.
La similitudine con “semplicemente” rende “tout court” anche non molto lontano da, in alcuni casi, “meramente“, “prettamente” e “squisitamente”. Come dimenticare anche questi episodi recenti?
Certo, in questi casi molto spesso manca la componente della mancanza di tatto o di riguardo. Con prettamente prevale la specifica, con meramente prevale lo sminuire un concetto, con squisitamente infine prevale il piacere o la volontà di escludere il resto.
Considerata la loro affinità comunque, e anche la loro diversità volendo potrei usarli in una stessa frase. Ci provo:
Il mero concetto di sintesi non basta a spiegare tutti gli usi della locuzione “tout court”. A volte ha uno scopo prettamente legato alla necessità di sintetizzare, altre volte invece racchiude un aspetto squisitamente legato all’indelicatezza. Comunque, a prescindere dai diversi contesti e dai miei esempi, dovrete comunque provare a usare questa locuzione nei prossimi ripassi. Questo vale anche per coloro che amano la grammatica. Il metodo della grammatica, di per sé, pur non potendolo considerare tout court erroneo, non può ritenersi, a mio avviso, esaustivo. Non so se i membri convengono con me, e se questo può servire da pretesto per fare un ripasso di qualche episodio passato.
Giovanni: oggi vediamo un uso particolare della particella ne.
Ne abbiamo parlato già varie volte di questa particella, ma più se ne parla, meglio è. Che ne pensi? Ne convieni? (cioè sei d’accordo?)
Alla fine dell’episodio metterò anche dei collegamenti ai passati episodi in cui abbiamo utilizzato questa particella, ma l’uso di cui vorrei parlare oggi è nelle locuzioni “cosa ne è”, “cosa ne fu”, “cosa ne è stato” e “cosa ne sarà”.
Ricorderete che “ne” si utilizza spesso per sostituire qualcosa nella frase, allora se io dico:
In questi casi, sebbene non ci sia bisogno di ripetere “anni” (perché già sappiamo di cosa si parla) a volte sentiamo il bisogno di specificare e se lo facciamo dobbiamo usare le preposizioni di, delle, degli, eccetera.
Questo non era l’esempio più adatto, ma se io chiedessi: quanti figli hai?
Potrei rispondere: di maschi ne ho due, mentre di femmine ne ho tre.
Sto specificando.
Anche nelle domande a volte si usa questa particella, e alcune volte si specifica:
Io ho 50 anni. Tu invece quanti ne hai?
E quanti ne hai di figli?
Qui, in quest’ultimo caso, sono costretto a specificare altrimenti non si capisce di cosa stia parlando.
Insomma avete capito che anche se uso la particella ne, a volte devo specificare, altre volte è solo un’opzione.
Un altro caso in cui si specifica è quando usiamo “ne” per ricordare qualcosa, per richiamare qualcosa dal passato.
La locuzione di oggi, a parte il tempo (passato, presente o futuro) si usa solo per fare domande.
Esempio:
Marito e moglie parlano del loro passato e la moglie si lamenta col marito perché il loro rapporto non è più quello di tanti anni fa. Secondo lei non c’è più l’amore di un tempo:
Cosa ne è stato del nostro amore?
Cosa ne è stato degli occhi con cui mi guardavi?
Che ne è stato delle nostre cene romantiche, dei nostri discorsi fino alle tre di notte, dei nostri sogni e delle nostre promesse?
Il marito a questo punto, dopo qualche secondo di interminabile silenzio, inizia a sudare…
Il senso di queste frasi è simile a:
Che fine ha fatto il nostro amore?
Che fine hannofatto gli occhi con cui mi guardavi?
Perché non mi guardi più come prima? Neanche le nostre cene sono romantiche come prima, e non parliamo più fino alle tre di notte, e i nostri sogni e le nostre promesse? Qualcosa è cambiato.
Così è molto meno romantico però, meno malinconico, meno sentimentale, meno drammatico (anche per il marito…).
Anche in questi casi siamo costretti a specificare, perché non stiamo rispondendo a nessuna domanda. Siamo noi a fare le domande.
Si ricorda qualcosa che non c’è più, qualcosa che è scomparso, mentre invece non doveva scomparire.
È una domanda, ma quasi sempre somiglia ad una esclamazione, dunque a una domanda retorica.
Questo tipo di espressioni si usano ovviamente non solo con l’amore, ma ogni volta che ci si lamenta, si contesta qualcosa, qualcosa che ci si aspettava (spesso da altre persone) e invece questa cosa oggi non c’è.
Siamo solitamente in polemica con qualcuno. Altre volte invece si ricorda il passato con tristezza e con rimpianto.
Si usa spesso anche in politica:
Che ne è statodelle promesse del sindaco?
Con questa frase si stanno chiedendo spiegazioni.
Come mai il sindaco aveva promesso tante cose e adesso non se ne parla più?
Che fine hanno fatto le sue promesse?
Cioè:
Che ne è stato delle sue promesse
Oppure:
Che ne è stato dei politici di una volta, quelli che amavano la politica?
Si ricorda il passato con rimpianto: oggi non ci sono più i politici di un tempo.
È l’uso del verbo essere che dà questo particolare senso alla frase.
A volte non si tratta di domande retoriche e allora si esprime semplicemente stupore, meraviglia.
Immaginatevi una persona a New York il 12 settembre 2001, il giorno successivo all’attacco alle twin towers. Una persona che si risveglia dopo 24 ore di sonno, che non si è accorta di nulla, si affaccia alla finestra e esclama:
Scusate, ma cosa ne è stato delle torri gemelle?
Una domanda per niente retorica in questo caso.
In tutti i casi, è bene chiarire che si può anche invertire la posizione degli elementi della frase e il senso non cambia:
Cosa ne è stato delle sue promesse?
È identico a:
Delle sue promesse cosa ne è stato?
Lo stesso vale per tutti gli altri esempi.
Riguardo ai tempi, finora ho usato il passato prossimo.
Si possono usare anche altri tempi comunque.
Se ad esempio uso il futuro:
Che/cosa ne sarà di noi?
Che ne sarà di tutti i nostri progetti futuri?
Stavolta sono pessimista riguardo al futuro.
Esprimo un forte pessimismo e questo accade quando c’è un grosso cambiamento che mette in discussione i miei progetti. Qui c’è una forte emotività. Il futuro è in dubbio.
Cosa ne sarà dei nostri figli dopo la pandemia?
Potranno andare a ballare come abbiamo fatto noi?
Cosa ne sarà di loro se ci saranno altre pandemie?
Sia al passato che al futuro comunque il messaggio è sempre negativo. Al futuro c’è apprensione. Vogliamo chiamarla paura?
Il verbo essere gioca un ruolo particolare, e se cambiamo il verbo molto spesso non c’è un senso negativo. Se dico:
Che ne hai fatto dei soldi che ti ho dato ieri?
Resta un senso di accusa e polemica ma questa è una vera domanda.
Il senso altre volte cambia completamente:
Cosa ne pensi di me?
Cosa ne sai di me?
Anche qui si tratta di vere domande.
In realtà se uso il verbo rimanere e restare trasmettono un senso quasi identico rispetto ad essere e spesso si tratta di domande meno retoriche:
Cosa ne resta della nostra casa dopo il terremoto?
Cosa ne rimane di tutti i soldi che abbiamo guadagnato?
Vediamo adesso che al presente si usa praticamente con lo stesso senso del passato prossimo.
Che ne è delle promesse del sindaco?
Come a dire:
Cosa neresta oggi di quelle promesse?
Oggi cosa abbiamo di quelle promesse?
Nella pratica ha lo stesso senso di:
Che fine hanno fatto quelle promesse?
Col passato remoto invece (che/cosa ne fu) si usa parlando di un passato, appunto, remoto, cioè di tanto tempo fa. Semplicemente.
Cosa ne fu delle tre persone che entrarono nelle acque contaminate di Chernobyl?
Cioè: cosa ne è stato, che fine hanno fatto? Si parla però di qualcosa di molto indietro nel tempo, senza più legami col presente.
Adesso vi dico anche che, a proposito dell’importanza della particella ne, a volte (abbastanza raramente) si omette e il senso non cambia.
C’è da dire però che la particella dà alla frase più forza, oltre che maggiore chiarezza, soprattutto se si tratta di una polemica o di paura (al futuro).
Quindi posso dire:
Cosa è stato del nostro amore?
Cosa sarà di noi?
Cosa fu di nostra nonna quando il nonno partì per la guerra?
Al presente invece non si usa omettere la particella ne.
Vi vorrei ricordare, prima di congedarmi, che c’è un episodio interessante in cui abbiamo parlato dei vari modi che esistono per “dispiacersi del passato“. Un episodio che vi potrebbe aiutare ad aumentare ancor più il vocabolario.
Parlare del passato e del tempo che passa vi mette ansia? Ma è sempre meglio che non si fermi, no?
In proposito, abbiamo un bel ripasso:
Marguerite: posso proporvi un soggettodi riflessione? I cinesi dicono che i giorni trascorrono molto velocemente. Che ne pensate? Avete questa sensazione?
Albéric: Un detto valevole di approfondimento perchégli antichi greci dicono a loro volta che il tempo si può paragonare a una ruota che ricomincia ogni volta da capo.
Marcelo: Ma Peggy, “domani è un altro giorno” come dicono i francesi.
Anne France: Anche se è sempre meglio non ridursi all’ultimo se hai in programma di fare qualcosa di importante.
Chi tempo ha e tempo aspetta, tempo perde.
Questo è un altro bel proverbio all’insegna della saggezza.
Rauno: I giapponesi a loro volta dicono: se parli di domani i topi nel soffitto avranno ben donde di ridere. Per dire che nessuno sa di cosa il domani sarà fatto e meglio non fare voli pindarici in merito.
Marguerite: Ma anche io volevo dire la mia! Forse non è che il tempo si acceleri. È che noi siamo sempre più lenti. Io allora mi domando e dico: Ma come fare a essere un po’ meno lenti sicché la ruota giripiù piano?
Ho una voglia smodata di chiudere con una poesia che cista perfettamente:
Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza
Giovanni: caro visitatore di Italiano Semplicemente. So che stai cercando si imparare l’italiano.
Ne sei veramente convinto? Sei determinato? Sei veramente irremovibile? Sei tanto convinto che niente e nessuno potrebbe farti cambiare idea?
Dove voglio arrivare? Ve lo dico subito.
Uno dei modi per esprimere determinazione cioè una definitiva presa di posizione della propria volontà, una decisione irrevocabile, una decisione presa e nessuno riuscirà a farvi cambiare idea è usare l’espressione “tirare dritto“. Si usa spessissimo nei telegiornali.
Essere irremovibili è la modalità che si avvicina maggiormente a tirare dritto. Anche essere fermi e essere decisi vanno abbastanza bene, ma manca sempre l’interferenza dalla quale non ci si fa condizionare.
“DRITTO”, aggettivo, lo abbiamo già incontrato nell’espressione “essere un dritto” ma in quel caso è un sinonimo di furbo e opportunista.
Stavolta invece dritto sta per diritto, inteso come qualcosa di lineare, senza curve, come una strada dritta, come una linea dritta, una linea retta.
L’uso del verbo tirare è alquanto anomalo perché in questo caso sta per “andare avanti“.
Quindi “tirare dritto” ha un senso vicino a “andare avanti in modo diritto”. Ma in che senso?
Si dice proprio così e si usa spessissimo per indicare una decisione presa e sulla quale non si cambia idea, nonostante ci siano pressioni, generalmente provenienti da altre persone, che vogliono farci cambiare direzione.
La strada spesso viene presa a rappresentare le questioni che riguardano le decisioni e la vita:
Basti pensare alle espressioni:
Tornare sui propri passi
Essere sulla strada giusta
Un percorso ad ostacoli
Un bivio importante
Eccetera.
Così quando si tira dritto si intende che non si è disposti a tornare indietro, a cambiare idea, o ad accettare compromessi. Non si è neanche disposti a fermarsi per poi ripartire. Bisogna andare avanti senza esitazione.
Vi faccio qualche esempio:
Il governo, nonostante le pressioni dei vari partiti, tiradritto e, come era stato detto, impone l’obbligo alla vaccinazione a tutti gli italiani.
Un governo dittatoriale? Non esageriamo! In genere tiraredritto esprime convincimento, sicurezza nella propria decisione. Alcune volte può indicare una mal disposizione al compromesso e alla trattativa, ma difficilmente si usa questa espressione per indicare decisioni prese in modo dittatoriale o autoritario, anche perché in quel caso non si apre mai una vera trattativa.
L’espressione si usa normalmente in tutti quei casi in cui una decisione è stata presa e non si mostra disponibilità a cambiare idea.
Al femminile può diventare tirare dritta e al plurale tirare dritti o dritte.
Dico “può” diventare perché in teoria dritto può anche restare così, indicando il percorso da seguire. Nei fatti però si tende a usare, forse maggiormente dritto, dritta, dritti e dritte a seconda del caso.
Attenzione però perché l’espressione si usa anche in almeno altre due circostanze.
La prima è da intendersi in modo materiale es.
Una madre consiglia alla propria figlia adolescente:
Se qualche ragazzo ti fischia e ti dice di fermarti, tu tira dritto, ché non si sa mai!
Come a dire: non ti fermare, non ti voltare neanche: continua per la tua strada.
Ho incontrato un amico abbracciato con una ragazza che non era la moglie. Io l’ho salutato ma lui ha preferito tirare dritto senza dire nulla!
Un terzo utilizzo è invece relativo al giusto comportamento da tenere.
Lo usano sempre i genitori nei confronti dei figli quando non sono soddisfatti del loro comportamento e della mancanza di disciplina:
Tu cerca di tirare dritto, altrimenti sabato non ti faccio uscire con gli amici!
Si parla quindi della cosiddetta giusta “condotta” da avere.
La condotta è il comportamento abituale di un individuo nei suoi rapporti sociali e nei confronti di quello che si considera un comportamento corretto, virtuoso, se obbedisce ai genitori (o ai professori) e fa ciò che loro si aspettano.
Questo è “tirare dritto“, in questo caso.
In realtà è una espressione che potrebbe utilizzarsi anche in senso più generale per indicare la presenza o la mancanza di disciplina, anche volendo a livello lavorativo.
Quindi tirare dritto in quest’ultimo caso equivale più o meno a “comportarsi bene“, e l’opposto di tirare dritto potrebbe essere “fare di testa propria” o “non comportarsi bene“, o anche “non rispettare le regole” o fare qualcosa di diverso da ciò che è stato deciso o ciò che ci si aspetta.
Chi non tira dritto è allora un indisciplinato e merita spesso una punizione.
Spesso si sente dire anche:
Lo addrizzo/raddrizzo io quel ragazzo se non tira dritto!
Ti addrizzo/raddrizzo io a te!
Si tratta di linguaggio familiare e spesso si accompagna questa frase minacciosa (in senso quasi sempre ironico) con un gesto della mano: il palmo teso verticalmente che si muove in su e in giù.
In senso proprio, tirare dritto si può ovviamente usare anche quando si gioca a calcio, a tennis, quando si lancia una palla, un oggetto qualsiasi, anche una freccia, un sasso eccetera: tutti in quei casi in cui “tirare” esprime il movimento di un oggetto lanciato o spinto (o tirato), una palla ad esempio, verso una direzione. In questo caso tirare dritto è l’opposto di tirare storto.
Ma nei tre casi descritti in precedenza siamo in circostanze diverse perché è il verbo tirare che si usa in modo diverso.
Non voglio tirarla troppo per le lunghe come al solito (questa è un’altra delle tante espressioni col verbo tirare, analoga a “farla lunga” che abbiamo già trattato), pertanto vi saluto. Non prima del ripasso però.
Sofie: allora parlo io. Ieri ho incontrato un tizio per strada che mi fa: “scusi, posso farle una domanda? ” ed io: “dica pure”. E poi mi fa: “ma lei chi è? Io la conosco!”. Accidenti, l’ho riconosciuto tardi, era il mio primo fidanzato del liceo… Se sapevo tiravo dritto.
Giovanni: c’era una volta, nell’antica Grecia, un politico e oratore ateniese di nome Demostene.
Demostene era un oratore, quindi professava l’arte oratoria. Si dice oratore anche una persona che possiede le doti necessarie per parlare con una certa efficacia a un pubblico o a un’assemblea. Un oratore è insomma uno bravo a parlare in pubblico.
Cicerone, ad esempio, è stato il più famoso oratore romano, ma anche Demostene in Grecia nonera da meno. Gli oratori fanno le orazioni, che sono appunto dei discorsi pubblici.
Allora, Demostene, in particolare, amava parlare del suo grande avversario: Filippo II di Macedonia. Era il suo bersaglio preferito il re Filippo, che era il re di Macedonia ma anche il padre di Alessandro Magno, per intenderci.
Un’immagine sorridente di Filippo II di Macedonia, ora che Demostene non gli riserva più le sue filippiche
Ne parlava così tanto e con tanta enfasi, che queste orazioni contro di lui vennero chiamate con un nome che è tutto un programma: filippiche.
Quando si dice “un nome che è tutto un programma” si vuole dire, in forma ironica, che dal nome si capisce già tutto.
Ma perché vi sto parlando delle filippiche di Demostene?
Perché il termine filippica è sopravvissuto fino ai giorni nostri, anche se nessuno o quasi ne conosce l’origine.
La filippica nasce dunque come una orazione, o se vogliamo, un discorso pubblico pronunciato con passione, ma è un vibrante discorso di accusa.
Una filippica ha dunque un obiettivo preciso. È una imprecazione contro una persona, una invettiva, un discorso aspramente polemico.
Quando si fa una filippica, o quando si “attacca” una filippica contro qualcuno (si usa spesso, per inciso, il verbo attaccare) si inveisce contro qualcuno, che è il bersaglio della filippica.
A volte si parla anche di paternale, più familiare come termine, o anche di sermone.
La paternale (che viene da padre) però è più intesa come un grave e severo rimprovero da parte di un “superiore” di diverso tipo, come appunto di un genitore con un figlio.
il professore ha fatto una paternale agli studenti impreparati.
Il sermone invece è un discorso sacro, oppure un componimento poetico morale e satirico, ma spesso viene usato per indicare un noioso rimprovero, un lungo discorso fatto per rimproverare una persona.
Anche un semplice lungo discorso può chiamarsi sermone: è monotono e interminabile, anche senza che ci sia un’accusa.
Ogni Natale è la stessa storia: ci dobbiamo sopportare i sermoni del nonno sulla famiglia che non è più come quella di una volta… non ne posso più dei suoi sermoni!
Il sermone quindi è lungo e noioso, la paternale invece è fatta da un “superiore” al fine di rimproverare e correggere altri. Nell’esempio del nonno andava bene usare anche la paternale. Dipende da ciò che si vuole sottolineare.
La filippica invece? Che caratteristica ha?
È più vicina al sermone nel senso che si tratta di un lungo discorso che però è sempre accusatorio, ha sempre un bersaglio, come la paternale, che però è fatta sempre da un “superiore” contro un “inferiore”.
La filippica è anche simile al “pippone“, non molto elegante come termine.
Ricordate l’espressione attaccare ilpippone? Ce ne siamo occupati qualche tempo fa.
Spesso sono intesi nello stesso identico modo, nel senso che anche il pippone può essere fatto (o attaccato) contro qualcuno, ma la caratteristica del pippone, oltre alla lunghezza e la pesantezza, è che si tratta di un discorso unidirezionale, quindi non è prevista una risposta da parte di chi ascolta. È difficile liberarsi da una persona che ti attacca un pippone su un qualsiasi argomento.
Questa è la caratteristica più importante del pippone.
La filippica è anch’essa lunga e noiosa, ma è sempre polemica e accusatoria. È fatta con toni aspri, spesso con risentimento, e non è richiesta l’arte oratoria di Demostene.
Vi riporto alcuni esempi:
Il mio amico mi ha attaccatounafilippica incredibile perché sono arrivato con cinque minuti di ritardo.
Quante persone in tv attaccanofilippiche contro o a favore del green pass?
C’è da dire che se uso il termine filippica, come negli altri casi, sto dando un giudizio negativo al discorso di accusa e significa che non sono d’accordo con chi la fa.
Altri termini simili sono lapredica e la ramanzina.
Anche la predica nasce come discorso di chiesa, fatto da un prete e diretta ai fedeli, per indirizzarli verso la fede, ma più in generale anche la predica assume la forma del lungo rimprovero.
Fare una predica è molto simile a fare la paternale.
Anche con la predica c’è in genere una parte che si sente superiore (non necessariamente però lo è).
Si può trattare anche di una serie di consigli, ma ci sono anche ammonimenti, rimproveri: questo si fa, quest’altro non si fa; non è educato fare questo, mentre è buona educazione fare quest’altro; che sia l’ultima volta che vedo una cosa del genere!
Spesso ci si lamenta di un tono di fastidiosa superiorità quando si parla di una predica ricevuta:
Sono stanco delle tue prediche!
Basta con queste prediche!
Mi vuoi fare la predica anche oggi?
La ramanzina è più leggera, ma resta comunque un lungo rimprovero carico di risentimento e di giudizio dal contenuto spesso su una questione morale:
Mia madre mi ha fatto la solita ramanzina perché mi ha beccato ancora una volta a fumare una sigaretta.
Una ramanzina è lunga come un lungo racconto: un romanzo, appunto.
Si potrebbe aggiungere la pappardella. Manca l’aspetto del lungo rimprovero, del giudizio, ma è un discorso lungo e noioso pure la pappardella, abbastanza vicina al più serioso sermone.
Non la voglio fare troppo lunga adesso. Vi lascio al ripasso del giorno.
Hartmut: vi confido un segreto. Non lo dite a nessuno però perché potrebbe costarmi un’amicizia: ho notato che… no, vabbè, scusate ma… proprio me non me la sento di sacrificare un amico per così poco.
Albéric: a proposito di segreti, ho una voglia smodata di dirvi che… hai ragione, non posso neanch’io abbassarmi a tanto!
Rafaela: ma cosa vi prende oggi? A cosa si deve tutta questa riservatezza?
Irina: secondo me siete solo due paraventi! Ma a me non la si fa! So bene che state alludendo al fatto che Giovanni, in questo episodio, secondo voi ha dimenticato di parlare del cazziatone. Ma siete smemorati? Ne ha già parlato nell’episodio dedicato al verbo cazziare. Sono sicuro che invece che di qui a poco ci avrebbe ricordato che anche il cazziatone è una particolare forma di predica, filippica o ramanzina che dir si voglia. Vero presidente? Vuoi entrare nel merito adesso?
Giovanni: emm… Sì, certo, chiaramente! Mi spiace aver dato adito a dubbi in merito! Grazie comunque Irina, ti devo un favore!
Giovanni: è una buona idea rivederlo. Comunque ti aiuto. In quell’episodio siamo partiti dal concetto di “solo“, “solamente” e “soltanto“, degli avverbi che si imparano abbastanza presto studiando l’italiano.
Questi avverbi servono per limitare, per circoscrivere, per delimitare, per restringere, per contenere, per diminuire o per lamentarsi o accontentarsi.
Ad esempio:
Adriana: Ho mangiato solo poca pasta oggi. Ecco perché di punto in bianco mi è venuta fame!
Harjit: Abbiamo guadagnato solamente 1 euro. Oltretutto dobbiamo fare metà ciascuno…
Peggy: Studio italiano soltanto da qualche mese. Il mio Italiano ancora è quello che è.
Allora, abbiamo visto, alla fine dell’episodio sopracitato, che esiste anche l’avverbio meramente, che talvolta si può usare in alternativa all’aggettivo:
Ad esempio:
E’ una mera questione formale
Può diventare:
È una questione meramente formale
Abbiamo detto poi che mero, mera e meramente si usano come per dire “nient’altro che“, “non c’è altro“, come a voler circoscrivere o limitare il più possibile, a volte per far capire che non c’è alcun pericolo, o che non c’è un secondo fine, che si può stare tranquilli: niente paura.
Si usa quindi per sminuire qualcosa di importanza (non sono io a prendere le decisioni, io sono un mero esecutore).
A volte quindi meramente serve a rassicurare, altre solo per fare chiarezza, per non generare confusione, altre ancora per indicare purezza (es. il mero costo di un prodotto).
Ma – e veniamo all’argomento di oggi – esistono anche altri avverbi, perché non sempre l’obiettivo è uno di quelli appena descritti. Non solo, almeno.
Avrete capito che si tratta di un argomento valevole di approfondimento.
Se ad esempio voglio indicare una caratteristica unica, esclusiva, vale a dire che voglio sempre escludere tutto il resto, ma con l’obiettivo non di sminuire ma di esaltare questa caratteristica, o semplicemente isolarla, beh, allora voglio una cosa diversa rispetto a prima.
Non ha senso allora usare “meramente“. Posso però usare “squisitamente“.
Sapete che squisito è molto simile a buono, anzi “buonissimo”, se parliamo di cibo. Simile a delizioso anche.
Questo cibo è squisito!
E infatti anche “squisitamente” si può usare in cucina, per descrivere un piatto, una pietanza, qualcosa che apprezziamo:
Un piatto squisitamente delicato
Una pietanza squisitamente cucinata
Vogliamo esaltare una caratteristica: la delicatezza ad esempio, o la cucina. È un bel complimento.
Questo è uno degli utilizzi di squisitamente, che ci fa capire che apprezziamo qualcosa.
Allora, in senso figurato, possiamo usarlo anche per altre caratteristiche da esaltare, anche al di fuori della cucina.
Questo piatto ha un sapore squisitamente italiano
Il tuo accento è squisitamente British
La tua casa ha un aspetto squisitamente retrò.
Avrete notato che siamo abbastanza vicini anche a “tipicamente“, perché parliamo a volte di una caratteristica tipica, ma è qualcosa che spesso ci piace molto.
Non è detto che ci piaccia però.
Squisitamente, quando precede una caratteristica, può semplicemente voler dire “in modo del tutto caratteristico“. Non è detto che ci piaccia l’accento british o una casa dall’aspetto retrò.
Quindi è come “tipicamente”, ma ancora di più: molto tipicamente, una caratteristica incredibilmente tipica.
Questa tipicità può diventare unicità, per descrivere caratteristiche uniche, che non possono essere di altri, che non si possono descrivere diversamente.
Insomma si tratta di qualcosa di esclusivo.
Qui arriviamo ad un significato simile a solamente, soltanto, solo, esclusivamente, unicamente, che però sono avverbi “freddi”, che non trasmettono altro che il concetto di limitazione.
Perché insegno italiano? Per ragioni squisitamente legate al piacere di farlo.
La casa è crollata per motivi squisitamente tecnici. Nient’altro.
Sto sempre circoscrivendo, come se usassi esclusivamente, o semplicemente, o soltanto, solamente, ma do maggiore enfasi, senza sminuire però, perché non voglio sminuire, altrimenti userei “meramente” .
Esistono anche le questioni squisitamente teoriche, i motivi squisitamente personali, o un aspetto squisitamente sportivo, politico, tecnico e via dicendo.
In questi casi andrebbe bene anche “puramente“, che come si è visto in certe condizioni è anche però un sinonimo di meramente. Attenzione quindi.
Non sentitevi però obbligati ad usare un avverbio, perché infatti spesso sono intercambiabili. La scelta, all’inizio, cade sempre su solo, soltanto, solamente.
Al massimo, da un livello B1 in poi si usa “esclusivamente” o “unicamente“. Poi però si può sentire il bisogno di aggiungere qualcosa in più.
A volte vogliamo far chiarezza, altre volte rassicurare, altre vogliamo esprimere un piacere.
Ho dimenticato però di parlarvi di “prettamente”
Qui non c’è piacere. Non c’è neanche il senso di sminuire che troviamo in meramente.
Si usa in modo simile quando vogliamo indicare qualcosa di caratteristico, autentico, puro, tipico, anche con l’obiettivo di escludere altre possibilità:
Un’opinione prettamente personale
Come a dire: è solo mia. È riservata, è autentica, genuina.
Il termine “daje” è un termine prettamente romanesco.
È tipico, caratteristico della lingua romanesca. Non si usa altrove.
Dimmi tutte le informazioni su di te, iniziando da quelle prettamente anagrafiche
Anche qui siamo vicini al senso di solamente, solo e soltanto. Somiglia molto a “specificamente” perché si tratta di qualcosa di specifico.
Mi licenzio per questioni prettamente personali.
Allora come ci oganizziamo? Come ci dividiamo i compiti? Giovanni si occupa delle questioni prettamente tecniche. Luca si occupa invece delle relazioni pubbliche. Maria delle questioni prettamente economiche.
È ovvio che c’è meno “emozione” (passatemi il termine) rispetto a “squisitamente” e infatti prettamente ha un uso maggiormente tecnico, anzi direi “prettamente” tecnico.
Altre volte invece squisitamente si usa per fare una distinzione più marcata. Prettamente esprime una specifica caratteristica, mentre squisitamente esclude meglio tutto il resto.
Bene. Dopo questa lunga disquisizione, che spero abbiate gradito, vi saluto.
Ringrazio i membri dell’associazione Italiano Semplicemente che hanno partecipato alle frasi di ripasso e saluti tutti.
Giovanni: oggi, dopo l’ultimo episodio in cui abbiamo parlato del verbo valere, continuiamo a parlare di valore, e in particolare parliamo di “valevole“, un aggettivo che secondo me è valevole di approfondimento.
Valevole è un semplice aggettivo, che però i non madrelingua non usano mai perché in genere non amano avventurarsi ad utilizzare termini di cui non sono sicuri.
Ma Italiano Semplicemente serve proprio a questo, ad esplorare e fare chiarezza, e darvi coraggio e rendere facile ciò che ieri era difficile se non impossibile.
Allora, una cosa è valevole, quando “vale“.
Cioè? Vale in che senso?
Il valore può essere di diverso tipo. Non significa solo denaro. Non si parla di valore solo quando parliamo di soldi, quindi non solo in termini prettamente economici. Ho detto prettamente. Questo ve la spiego domani…
Ad esempio possiamo parlare di utilità, oppure di efficacia, o di validità.
Ma perché valevole non viene usato dai non madrelingua? Prima di tutto perché anche gli italiani non lo usano spessissimo questo aggettivo, e poi, particolare non trascurabile, perché valevole si usa insieme ad una preposizione semplice, che generalmente è la preposizione “di”.
Altre volte invece la preposizione è “per“.
Posso usare quella che voglio?
No, perché dipende dalla frase e da ciò che si intende dire.
Valevole per
Dunque valevole significa essenzialmente “che serve” , che ha valore, validità, efficacia per qualche cosa, per un fine, per un obiettivo, qualcosa che ci permette o che è utile per raggiungere un obiettivo.
Quando usiamo la preposizione “per“, valevole è molto vicino all’aggettivo “valido“.
il biglietto di un autobus è valevoleper un solo giorno
Quindi questo biglietto è valido per un giorno, si può usare solamente in giornata, fino alle ore 24, il biglietto ha validità solamente in quel giorno. Dal giorno seguente non vale più, non è più valido, non è più valevole.
Ugualmente per un abbonamento.
Se invece sto cercando di sostenere un’idea, se sto cercando di dimostrare qualcosa, o di convincere una persona, o sto esponendo la mia opinione, posso cercare degli argomenti che mi aiutino per il mio scopo. Allora cerco gli argomenti più valevoliper il mio scopo.
Uso ancora la preposizione per. Infatti cerco gli argomenti più validi che possono aiutarmi.
Sempre di valore si sta parlando.
Anche nello sport si usa spesso valevole.
Infatti quando si disputa un incontro, quando si partecipa ad uja partita, o a una gara qualsiasi, questa competizione che valore ha? È importante?
È una partita di campionato? Allora è una partita valevole per il campionato.
È un incontro che mi può pernettere di diventare campione del mondo?
Allora è un incontro valevole per il titolo di campione del mondo.
Più semplicemente, se qualcosa vale, se ha valore per me, posso dire che è valevole per me. Anche in questo caso uso la preposizione per.
Valevole di
Vediamo adesso quando usare la preposizione “di“.
Voi adesso state pensando che questa è una lezione di grammatica?
Assolutamente no, altrimenti non stareste sorridendo.
Dunque vediamo qualche esempio con la preposizione di.
Innanzitutto qualcosa di interessante è qualcosa che è valevole di interesse. Molto semplice no? Lo stesso si può dire di qualcosa che è valevole di considerazione.
Si usa spesso anche “valevole di fiducia” che si usa quando si crede che una persona o un’idea o un progetto meritino fiducia.
In qualche modo si parla di aspettative, di fiducia che qualcosa andrà bene, quindi vale la pena accordare fiducia o interesse. Si parla spesso anche di futuro.
“Valevole di” si usa infatti anche quando credete che sia il caso di fare qualcosa, quando credete valga la pena fare qualcosa, quando credete che sia conveniente fare qualcosa, soprattutto se questo “qualcosa” è semplicemente da prendere in considerazione, da approfondire, da studiare.
Crediamo che qualcosa sia interessante, o crediamo che potrebbe essere interessante approfondire un argomento, per i vantaggi che verranno.
Si usa spesso parlare di qualcosa valevole di studio, valevole di approfondimento, valevole di ulteriori ricerche, valevole di ulteriori analisi, valevole di analisi approfondite, valevole di considerazione.
È un aggettivo molto usato al lavoro e ovviamente nel campo della ricerca, dove si crede nel futuro, ma si può usare in molte occasioni in realtà, in modo molto simile a “vale la pena di“:
Ci sono molti argomenti valevoli di ulteriori approfondimenti.
Significa che vale la pena fare ulteriori approfondimenti. Vale la pena approfondire la conoscenza.
Così è più informale, più colloquiale. Se invece uso valevole, sono più professionale. È un linguaggio leggermente più formale. Inoltre “vale la pena” serve a evidenziare il verbo, l’azione, e anche le conseguenze negative, sebbene sopportabili. Invece valevole risalta il valore, un valore tale da meritare attenzione, considerazione, merito, approfondimenti eccetera.
“Valevole di” è del tutto simile a “meritevole di” e anche a “degno di” ma quest’ultimo ha un contenuto spesso più morale:
Non credi che anche io sia degna delle tue attenzioni?
Questo quadro non è assolutamente degno di interesse
C’è un giudizio anche. Ricordate la locuzione “degnarsi di“?
A parte il fatto che “degno” si usa spesso con la negazione (Non sono degno di te), quando entra in campo il giudizio e la dignità stiamo in genere in situazioni diverse. Giudichiamo, quindi stiamo discutendo, magari vogliamo offendere, oppure parliamo di giudizi morali, di qualità personali.
Invece con “valevole di” vogliamo essere obiettivi, non dare giudizi personali tantomeno offendere e giudicare. “Meritevole di” sta in una posizione intermedia.
Con “valevole” il giudizio e la morale non c’entrano dunque. C’entra solo il valore, il merito e la convenienza, che possono fornire un’opportunità, una utilità futura.
Ho trovato un vaso etrusco. Chissà qual è la storia di questo reperto archeologico. Secondo me è molto interessante e valevole di ulteriori indagini.
Si dice che si impari di più mentre il corpo è in movimento. Credo che possa essere un argomento valevole di approfondimento.
Allora vale la pena approfondire! È importante per il futuro e gli svantaggi sono sopportabili o trascurabili.
Allora provate a passeggiare ed ascoltare i podcast di Italiano Semplicemente. Sapete che adesso sono anche su Spotify?
Sto iniziando infatti da qualche giorno a caricare su Spotify gli episodi audio di Italiano Semplicemente, che sono disponibili anche su Apple podcast.
Scusate l’inciso. Ma secondo me questa cosa era valevole di citazione per chi ama ascoltare i nostri episodi.
Adesso se volete possiamo esercitarci con qualche espressione valevole di ripasso, cioè che vale la pena ripassare, così nel futuro riuscirete a memorizzare e faticherete meno a usarle, avendolo già fatto centinaia di volte. Insomma il gioco vale decisamente la candela.
Marcelo: Accidenti a questi benedetti ripassi! Tante volte quando mi sento in vena di abbozzare qualche frase di ripasso, subito mi blocco, rendendomi conto di essere a corto di idee per un argomento valevole di interesse.
Harjit: Ma perché non ci lasciamo ispirare dall’elenco delle espressioni? Propongo di dareun’occhiata alla parola abbozzare. Prima Marcelo ha usato proprio abbozzare. Abbozzare un ripasso è come buttar giù un ripasso e magari poi gli si dà una sgrossata.
Hartmut: le eventuali magagne linguistiche le lasciamo correggere agli addetti ai lavori. Cioè ai madrelingua. Ma ricordiamoci anche dell’altro significato del verbo abbozzare che stranamente non ha nulla a che spartire con la bozza di un ripasso.
Ulrike: Ben dettoHartmut! Di questo altro significato del verbo me ne ricordo bene. Un mio amico italiano, da bambino era un po’ cicciotto e perciò, poverino, doveva subire dispetti e offese da parte dei suoi compagni di classe. Lui mi ha raccontato che sua madre gli consigliava sempre: non te la prendere con loro, abbozza, figlio mio, Prendi e vattene in silenzio, purché non ti picchino.
Peggy: Vale a dire che doveva sopportare gli insulti senza diffendersi, e ingoiare tutte le ingiurie. Allora aivoglia ad abbozzare!
Rafaela: Ma perché abbozzare sempre? Può darsi che questo lasciarcorrere, di far finta di niente, a volte sia una reazione da prendere in considerazione l, ma i bambini devono anche imparare a opporsi alle ingiurie e reagire. Così imparano a darsi una regolata questi sbruffoni.
Irina: ben detto. Imparare a giostrarsela da soli in certe situazioni aiuta a crescere. Poi allimite si chiama il fratello maggiore. Mica possono sempre cavarsela a buon mercato, questi bulli.
Giovanni: c’è un uso del verbo valere che sicuramente gli studenti di lingua italiana conoscono poco. Infatti valere solitamente è associato al valore, specie quello economico.
La mia auto vale 12000 euro.
Ma non c’è solo questo utilizzo.
Vale assolutamente la pena approfondire la questione.
No, non è questa espressione l’argomento di oggi. Comunque ci sono andato vicino, siamo lì perché parlo dell’uso transitivo del verbo valere.
Infatti quando “vale la pena” fare qualcosa significa che conviene fare questa cosa, anche se ogni azione ha un costo, anzi, una “pena”, intesa nel senso di fatica, o comunque come effetti negativi legati all’azione.
C’è anche un’altra espressione:
Il gioco vale la candela
Con senso assolutamente identico, che però in genere si usa con la negazione (il gioco non vale la candela) per esprimere la propria contrarietà a compiere un’azione, o meglio la contrarietà a fare un sacrificio perché non farà ottenere un risultato positivo soddisfacente, proporzionato.
Oppure il famoso detto:
Parigi val bene una messa.
Che sta a significare che vale la pena sacrificarsi per ottenere qualcosa di grande valore.
Ultimamente il termine sacrificioricorre spesso nei nostri episodi, ci avete fatto caso?
Andiamo avanti comunque.
Si parla sempre di convenienza, di qualcosa che ha un senso fare, cioè si tratta di qualcosa di utile.
Più in generale, possiamo usare il verbo valere per indicare che qualcosa può procurare un certo guadagno o risultato positivo, può fruttare un guadagno. Un’azione che permette di ottenere un risultato. Anziché usare “permettere di ottenere” o “fruttare” o “procurare” si può usare valere, seguito dal risultato, in genere positivo, ma non necessariamente.
Si usa prevalentemente al passato.
Le cinque vittorie consecutive mi valsero il primo premio.
Il suo gesto gli valseil plauso della cittadinanza.
Questa vittoria potrebbevalere il titolo di campione d’Italia.
L’ordine è questo: azione, poi valere e poi il risultato. Si può usare riferito ad una persona (mi valse, gli è valso ecc.) oppure, come nell’ultimo esempio, riferito a qualcosa che ha un valore.
Questa vittoria vale lo scudetto
Le numerose bugie che diceva sempre gli valsero il soprannome di Pinocchio.
Quest’ultimo è un utilizzo piuttosto negativo. Il fatto di dire sempre bugie ha portato, come effetto, il fatto che venne soprannominato Pinocchio.
Pinocchio, per chi non lo conoscesse, è un burattino di legno al quale cresceva il naso quando raccontava bugie.
Ogni bugia gli valeva qualche centimetro di naso in più
C’è da dire che più spesso, quando il risultato è negativo, si preferisce usare il verbo “costare“.
Ogni bugia gli costava qualche centimetro di naso in più
Il verbo costare si usa in questo caso in senso figurato, nel senso di comportare dure conseguenze.
Un altro esempio:
Il tuo atteggiamento strafottente ti costerà caro.
Questa sconfitta potrebbe costarti lo scudetto.
Il tradimento a sua moglie gli ècostato il matrimonio.
Vedete che “costare” implica il pagamento di un “prezzo”, che è appunto ciò a cui si rinuncia a seguito dell’azione, quindi la conseguenza negativa.
“Pagare un prezzo” infatti ha anche un senso fugurato.
Il tuo gesto l’hai pagato a caro prezzo!
Quando le conseguenze di un’azione sono negative, posso, come visto prima, anche usare il verbo valere, ma è meno adatto rispetto a costare.
La tua mancanza di voglia di studiare ti è valsa la bocciatura.Sicuramente è preferibile dire:
…ti è costata la bocciatura.
Credo sia abbastanza per oggi che ne dite?
Un esempio in più potrebbe costarmi qualche lamentela o mi varrebbe un ringraziamento?
Aggiungo solamente che a volte si usa la preposizione per
Es:
Una vittoria che valeper lo scudetto.
Vincendo si fanno punti che valgonoper la classifica
Oppure:
Un esame che mi è valso per ottenere la laurea
In questi casi non è sempre la stessa cosa. Una vittoria che vale per lo scudetto non è detto sia la vittoria che da sola permette di vincere lo scudetto.
Spesso vale esprime semplicemente qualcosa di molto importante, che ha un certo valore, ma non è detto sia determinante.
Non è detto sia cioè la vittoria che valse lo scudetto.
Si esprime utilità, qualcosa di vantaggioso per raggiungere uno scopo, simile a servire, anche senza la preposizione per:
I tuoi sforzi non valsero a nulla;
Le ripetizioni valgono a migliorare la pronuncia
Mariana: Cosa sarebbe la lingua italiana senza il verbo fare? L’ultimo episodio di Italiano Semplicemente, il numero 712, per inciso,fa sì che noi non madrelingua possiamo farci capire benché ci manchino a volte alcuni verbi. Bell’episodio, come sempre ben fatto.
Peggy: a me fa un po’ strano veramente usare il verbo fare in questo modo, però senza dubbio fa molto italiano.
Ulrike: Il verbo fare non è che sia difficile da capire, ma occorre fare alcuni distinguo. A volte infatti mi ha dato del filo da torcere. Ricordo ancora quando ho avuto a che fare con la locuzione “avere un fare” Insomma ci vuole tempo, ma va bene così.
Harjit: si, va bene, fatto salvo se, come me, hai una certa fretta. Io devo andare in Italia a lavorare tra un paio di anni. Devo assolutamente imparare a esprimermi come si deve. Fortunatamente ho deciso di iniziare per tempo a studiare la lingua italiana. Non sia mai che poi io debba ricorrere ad un corso accelerato.
Hartmut: per fare una capatina a Roma da turista può andar bene anche un corso qualsiasi per principianti, ma tu, Harjit, puoi fare di necessità virtù con Italiano Semplicemente.
Anche mangiare la pizza fa moltoitaliano. Ancora di più, parlare a voce alta fa italiano, ma anche vestire alla moda.
Ma qual è la cosa che fa più italiano fra tutte?
Pensateci, nel frattempo voglio chiarire questo uso particolare del verbo fare che ho utilizzato più volte finora in questo episodio.
Se qualcosa “fa italiano“, significa che fa sembrare italiano.
Ma non si usa solo per sembrare italiano, ma va bene ogni volta che un certo comportamento, una certa azione, rispecchia delle caratteristiche, caratteristiche che ci fanno pensare a qualcuno, o a una categoria di persone, come anche ad un popolo, come quello italiano, appunto.
Vediamo altri esempi in cui il verbo fare si usa in questo modo:
Oggi volevo indossare dei pantaloni bianchi. Mia moglie però dice che fa troppo uomo di destra, e allora ho preferito non discutere e ho indossato un paio dj jeans.
Somiglia, se vogliamo, al verbo “rendere“, o “somigliare” oppure somiglia a “fa pensare a“.
Es:
Alzare il dito mignolo quando si beve fa molto persona di poca classe.
Quindi se avete un bicchiere in mano e bevete, o anche una tazzina di caffè o una tazza di tè se quando impugnate e sollevate il bicchiere, la tazzina o la tazza, sollevate anche il dito mignolo, si dice che questo sia segno di maleducazione.
Molti in realtà credono che sia segno di nobiltà, ma questo è sicuramente un falso mito. Quindi fa molto maleducato se alzate il dito mignolo in queste occasioni.
Si può dire anche che dà l’idea di una persona poco ben aducata.
Ho un amico che a pranzo mangia spesso hamburger e patatine perché fa molto americano.
Ne ho un altro che indossa sempre una sciarpa kefiah, ché fa parecchio uomo di sinistra.
Mia moglie è una maniaca dello shopping, ma lei mi dice sempre che non mi devo lamentare perché fa molto donna, e questo ha vantaggi e svantaggi.
Ora devo sottolineare una cosa: so che per un non madrelingua non è normale non usare articoli, ma questo invece accade spesso nella lingua italiana. Questo è proprio uno di quei casi.
Quindi “mangiare pasta fa italiano” , e non “fa un italiano” o “fa l’italiano”.
Comunque potete sbizzarrirvi come volete nell’usare il verbo fare in questo modo.
In precedenza abbiamo visto due espressioni che sono legate a questo uso del verbo fare. Mi riferisco a “mi fa strano” e “mi fa specie“. Anche in questi casi abbiamo il verbo fare, che indica però una sensazione personale: “mi sembra strano” in quei casi. Date un’occhiata ai due episodi se non ricordate.
Stavolta non c’è il pronome davanti, perché si tratta di cose che tutti conoscono, si tratta di caratteristiche che sono notoriamente associate ad una categoria. E allora perché mettere il pronome personale?
È interessante, se facciamo ricerche sul web, perché si scoprono caratteristiche tipiche di categorie di tutti i tipi.
Cosa fa molto tedesco? Si scopre che scrivere le parole attaccate fa molto tedesco.
Invece chiamare il classico cornetto col nome di “croissant” fa troppo francese. Forse per questo motivo al nord Italia si preferisce croissant a cornetto.
A proposito. Mangiare la polenta fa molto persona del nord.
Peggy: Credo che se Gianni ha fatto così sicuramente avrà un suo perché. A mio avviso, gli esempi facilitano soltanto la nostra comprensione, a prescindere dall’argomento su cui verte l’episodio. In nessun caso comunque un esempio in più può cagionare danni.
Il verbo ripiegare è quello di cui ci occupiamo oggi.
In realtà avevo un’idea diversa, infatti la mia intenzione era di fare un altro episodio che avevo in mente, ma siccome l’ho dimenticato, ho dovuto ripiegare su un altro argomento.
Proprio questo è l’uso principale del verbo ripiegare. Significa rinunciare all’obiettivo principale o all’obiettivo massimo e così scegliere un secondo obiettivo.
In questi casi posso usare anche altri verbi simili. Infatti, quando scelgo un secondo obiettivo, o a una seconda soluzione, sto ricorrendo ad un secondo obiettivo. Questo però è il verbo ricorrere, che abbiamo già visto tra i verbi professionali.
Come abbiamo visto, anche ricorrere, sempre per la presenza di questa doppia lettera ri, si utilizza in circostanze simili.
Ripiegare però, a differenza di ricorrere, si utilizza non per risolvere un problema, ma semplicente dobbiamo rinunciare (un altro verbo con ri) al primo obiettivo e accontentarci del secondo in ordine di importanza.
In questi casi si parla anche di “soluzione di ripiego“, che è appunto la soluzione, o la scelta che sostituisce la prima a cui rinunciamo.
Se la soluzione À non è disponibile, si ripiega sulla soluzione B.
Vediamo qualche altro esempio?
A Giovanni piaceva Maria, ma Maria amava Giuseppe, così Giovanni dovette ripiegare su Lucia.
Lucia, evidentemente, era meno attraente rispetto a Maria, almeno agli occhi di Giovanni.
Giovanni voleva Maria, ma si dovette accontentare di Lucia e così fece: ripiegò su Lucia.
Anche Lucia però era innamorata di Giuseppe, che però ricambiava i sentimenti di Maria, così a Lucia non restò che ripiegare su Giovanni.
In pratica, sia Giovanni che Lucia rappresentano una soluzione di ripiego l’uno per l’altro.
Che tristezza… 🙂
Di solito, in questi casi, si sente spesso parlare anche di “secondascelta” oltre che di “soluzione di ripiego”.
Vi devo dire però che “secondascelta” è più un concetto commerciale, relativo a prodotti di minore qualità. Ne parleremo meglio nella rubrica che si chiama proprio Italiano Commerciale.
Torniamo invece a ripiegare e alla soluzione di ripiego.
Il termine “ripiego” viene usato anche da solo per indicare una soluzione alternativa.
Per ripiego infatti si intende una soluzione di emergenza o un rimedio, in genere inadeguato. Potremmo chiamarlo a volte un compromesso non molto soddisfacente.
Cercando tra gli episodi precedenti, c’è l’episodio in cui abbiamo parlato di uno strumento “di fortuna“. Ricordate?
Beh in quel caso siamo proprio in una situazione di emergenza e dobbiamo usare ciò che abbiamo in quel momento.
Quando invece usiamo ripiegare e la soluzione di ripiego non è detto che siamo in emergenza. Semplicemente il primo obiettivo è sfumato e allora ripieghiamo sul secondo. Sempre meglio che niente.
Certo, tutti si stanno accontentando, non sono quindi ugualmente soddisfatti, perché a Giovanni piaceva molto più Maria che Lucia ma, suo malgrado, deve ripiegare su Lucia. Così come Lucia, che a sua volta, non potendo avere Giuseppe, ripiega su Giovanni.
Si usa la preposizione “su”.
Perché proprio su?
Cosa importa? Usatela e basta. Su, ragazzi, lo sapete che di grammatica non parliamo qui.
Scherzi a parte,
Vediamo altri esempi:
Le vongole costavano troppo quest’anno, per fare la pasta a capodanno abbiamo dovuto ripiegare sui lupini, che sono più economici, ma anche più piccoli e dal sapore più dolce rispetto alle classiche vongole.
Con questo Covid, molti ristoranti non hanno potuto ospitare clienti nei loro locali e hanno dovuto ripiegare sull’asporto.
L’asporto è ciò che avviene quando cibi e bevande vengono consumate fuori del negozio di vendita.
Ripassiamo adesso:
Anthony: Da qualche tempo a questa parte seguo un sito che si chiama italiano semplicemente. Tu che studi l’italiano, ce l’hai presente?
Marcelo: Ma, scusami, a che pro mi dici questo? Non mi risulta tu che sia mai stato interessato ad approfondire la conoscenza di questa lingua in modo diverso da quello classico, che prevede esclusivamente lo studio della grammatica. Comunque si, lo conosco e lo seguo di buona lena.
Mary: anche io lo seguo e il momento della mia iscrizione è stato il momento topico del mio percorso di apprendimento. Ma mi fa specie che proprio adesso tu voglia sacrificare il tuo libro di grammatica.
Anthony: diciamo che ho visto che fate molti progressi con questi brevi episodi. Dunque credo di aver cambiato idea e credo di averne ben donde. Infatti gli episodi si prestano bene a chi ha il tempo risicato come me.
Edita: Non posso darti torto. Il sito però contiene anche episodi più lunghi.
Ulrike: per inciso, laddove non siate convinti, non dimentichiamo che esiste anche il gruppo whatsapp dei membri dell’associazione.
Peggy: ah si infatti questo misconfinfera molto. Gianni, il creatore del sito insieme a tutto il cucuzzaro, non solo ti danno manforte nel caso di dubbi linguistici, ma fioccano anche le battute
Irina: a me la grammatica piace, a volte però mi dà troppo filo da torcere. Ad imparare si facomunqueprima col metodo proposto dal sito. E poi è più divertente. Poi si conoscono tante persone.
In quell’episodio, tra le altre cose, ho utilizzato anche un’esclamazione:
Ben detto!
Che si usa quando si approva una affermazione con entusiasmo e soddisfazione, specie quando ce n’è veramente bisogno. Spesso poi si accompagna questa esclamazione con un’espressione del viso di compiacimento. Vale a dire che si esprime gradimento, si mostra e si sente un’intima soddisfazione.
Tutto questo però non l’avevo detto!
Meglio tardi che mai allora!
Se ad esempio sono stato licenziato, se cioè ho perso il lavoro, posso dire:
Non mi devo abbattere, devo mettermi subito a cercare un altro lavoro!
Qualcuno, che mi vuole bene ed apprezza le mie parole può dire:
Ben detto! Bravo, così mi piaci!
Che è un po’ come dire: è lo spirito giusto da avere in questi casi! Approvo pienamente ciò che hai detto.
Similmente si utilizza anche “benfatto“:
Mio marito mi ha tradito e io sai cos’ho fatto? L’ho cacciato di casa!
Notate che non c’è alcun verbo davanti. Se ci fosse, sarebbe il verbo avere:
Hai ben fatto!
Ma, generalmente, quando si mette il verbo avere, si inverte:
Hai fatto bene!
Hai fatto bene a lasciarlo!
Avete fatto bene a fare questo
Secondo te ho fatto bene a farlo?
Ma un conto è comunicare un concetto, un altro conto è comunicare un’emozione:
Ben fatto!
C’è approvazione, ma anche sostegno, entusiasmo. C’è emozione.
Che ne dite se adesso cambiamo il verbo ausiliare?
Questo lavoro è veramente benfatto!
Adesso essere è il verbo usato.
Beh, questa frase è da leggere un po’ diversamente, cioè:
Questo lavoro è fatto veramente bene, è ben fatto. Anche qui se usiamo prima ben e poi fatto, c’è più emozione e coinvolgimento rispetto a “fatto bene”.
Torniamo a:
Ben detto!
Cioè: hai detto proprio bene, approvo pienamente ciò che hai detto. C’è entusiasmo e soddisfazione anche in questo caso.
Invece “hai detto bene” può indicare ugualmente una approvazione (con poco entusiasmo in genere) ma più spesso si usa quando qualcosa è corretto, è giusto, quando non ci sono errori:
Dico bene?
Sto dicendo bene?
Hai detto bene, nessun errore!
Per “hai fatto bene” vale lo stesso discorso.
Bene.
Adesso, dopo “ben detto” , passiamo a benedetto.
Notate per prima cosa che la prima “e” è chiusa e non più aperta. Sono tutte chiuse in realtà, anche se nel nord Italia spesso si sentono e aperte, specie la seconda e.
Ciao, mi chiamo Benedètta!
Benedetto comunque non c’entra proprio nulla con “ben detto“, questo lo avete capito già.
Tra l’altro è un’unica parola.
Infatti Benedetto, oltre ad essere un nome maschile (come anche Benedetta, che è un nome femminile) – e si scrive con l’iniziale maiuscola in questo caso – è anche un aggettivo.
Ha a che fare con le benedizioni, certamente. Anche questo lo sapete già.
In chiesa c’è l’acqua benedetta, ad esempio (o almeno prima del COVID c’era). Anche l’ostia è benedetta, perché rappresenta il corpo di Cristo.
Tutte cose che già sapete naturalmente.
Ma in senso figurato, l’aggettivobenedetto e benedetta si usano tantissimo nel linguaggio comune.
Infatti si utilizza generalmente per esprimere un affettuoso rimprovero, oppure quando si vuole evitare di dire parolacce, ma facendo capire chiaramente che c’eravamo quasi…
In questo caso l’affetto non c’entra granché!
Vediamo se sapete distinguere.
Vi faccio qualche esempio.
Un professore chiede a uno studente:
Oggi sei preparato? Vorrei interrogarti.
Lo studente dice che non ha potuto studiare e chiede di spostare ad un’altra occasione.
Il professore:
Ma, benedetto ragazzo, sono già tre volte che rimandiamo. Quando deciderai di metterti a studiare?
Allora? Rimprovero affettuoso o incazzatura mitigata?
Si tratta di un rimprovero affettuoso. Il professore rimprovera, sgrida il ragazzo ma lo fa con affetto, senza essere duro, senza punirlo o maltrattarlo. Se ci fosse solo affetto direi “caro ragazzo“.
Qusto professore probabilmente avrebbe potuto usare parole diverse, ben più pesanti e per niente affettuose:
Ma porca miseria! È già la terza volta!
È solo un esempio.
Secondo esempio:
Esco di casa con la solita fretta e come sempre c’è traffico.
All’ennesimo semaforo rosso che mi scatta sotto gli occhi dico:
Uff… Questi benedetti semafori! Sempre rossi mi capitano!
Lo so, vorremmo dire di peggio, ma stavolta ci tratteniamo.
Questo non è ovviamente un rimprovero affettuoso ma una leggera irritazione. Magari c’è qualcuno vicino a noi e non vogliamo mostrarci isterici di prima mattina!
In quest’ultimo caso al posto di benedetto potrei sbizzarrirmi con altri termini:
Avtrete notato che ho evitato termini ben peggiori!
Allora, ho fatto bene a fare un episodio di questo tipo?
Karin: veramente ben fatto direi, ma, benedetto presidente, so che sacrifichi il tuo tempo per il meglio di tutti noi, ma i due minuti sono passati da un bel pezzo.
Giovanni: oggi parliamo di un argomento molto interessante: come dare enfasi, ciò come enfatizzare, sottolineare, dare rilievo, mettere in risalto un particolare elemento di una frase. Questa è una cosa difficile da fare per un non madrelingua, che normalmente sta più attento ai singoli termini della frase, a non sbagliare i verbi e alla preposizione giusta da usare.
Oggi non ci occupiamo di tutti i modi che esistono per dare enfasi, considerato che questo è un episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente” ma di uno di questi modi.
Dunque, ciò che vogliamo fare è enfatizzare qualcosa in una frase, quindi vogliamo porre in rilievo, cioè mettere in rilievo un elemento della frase.
Lo possiamo fare attraverso la posizione da dare, nella frase, a ciò che vogliamo enfatizzare.
Ad esempio se devo dire a mio figlio che deve sbrigarsi a fare le valigie potrei dirgli:
Le facciamo queste valigie?
Vogliamo farle queste valigie o no?
In pratica ciò che facciamo è mettere ciò che vogliamo enfatizzare nella frase alla fine, mentre all’inizio mettiamo un pronome o una particella (lo, la, li, gli, le, ne, vi, ci) prima o dopo il verbo.
Possiamo farlo col soggetto, come negli esempi visti sopra, oppure con un complemento o altro.
Facendo questa operazione diamo enfasi, mettiamo in risalto ciò che spostiamo alla fine, e i motivi possono essere diversi.
Magari siamo stanchi di ripetere sempre la stessa cosa:
Es. Se qualcuno mi dice:
Che significa dare enfasi?
Io potrei rispondere:
L’ho già detto cosa significa!
L’ho già spiegato questo!
Non è una risposta molto gentile questa.
Oppure sono arrabbiato, oppure voglio stimolare il mio interlocutore a fare qualcosa, voglio incitare una persona, la voglio spingere a fare qualcosa.
Stiamo attenti a quando usiamo questa tecnica perché potremmo risultare poco cortesi, o sembrare irritati quando non lo siamo in realtà.
Es:
Se mia madre mi dice di andare a fare i compiti ed io li ho già fatti, posso rispondere:
Ho già fatto i compiti
Farò domani i compiti
Oppure:
Li ho già fatti i compiti!
Li faccio domani i compiti
Oltre al tono che uso, mettere il pronome “li” davanti enfatizza la risposta, e questo si fa sempre per qualche motivo. Non è detto, ma potrei essere scocciato, irritato nel dover rispondere a una domanda che ritengo inopportuna o fastidiosa.
Attenti quindi. Anche il tono è importante naturalmente. Si usa spesso anche nelle domande.
Vediamo altri esempi:
Che ne dici se quest’anno in vacanza andiamo in Calabria?
Una normale risposta può essere:
siamo stati già molte volte in Calabria
ci siamo già stati molte volte in Calabria!
Oppure, se siamo in fila dal salumiere e una persona non rispetta la fila e vuole passare avanti:
La vuoi rispettare questa fila?
Oppure (attenti) con tono ironico:
Lavogliamo rispettare questa fila? Ne ho già tanti di problemi!
Stavolta lo abbiamo fatto ben due volte, con “la” e con “ne”.
Questo è un invito, non troppo cortese, a rispettare la fila.
Se c’è un’auto troppo lenta davanti a noi e questo ci dà fastidio, potremmo abbassare il finestrino e urlare (non fatelo!)
Allora, ci vogliamo dare una mossa?
Ancora peggio:
Ce la vogliamo dare una mossa?
Se nostro figlio non studia abbastanza:
Lovogliamo aprire questo libro ogni tanto?
Lovogliamo fare qualche esame?
Vedete che spesso, se vogliamo anche fare un filo di ironia, si usa la prima persona plurale (noi) quando invece dovremmo usare la seconda singolare (tu) o plurale (voi). Ma possiamo ugualmente dire, più seriamente:
Vi volete sbrigare?
Ti vuoi dare una mossa? Sono due ore che sto aspettando.
Te la vuoi dare una mossa?
Vuoi fare qualche esame o no?
Glieli vuoi restituire i soldi a tua sorella? Te li ha chiesti già due volte.
I più attenti avranno notato che si tratta anche di domande cosiddette retoriche, perché non sono vere domande. Date un’occhiata all’episodio dedicato alle domande retoriche se non lo ricordate bene. È uno dei primi della rubrica.
Un’altra volta vedremo anche gli altri modi per dare enfasi. Questo secondo me è il più interessante e utile per i non madrelingua.
Allora adesso mi rivolgo ai membri dell’associazione:
Lo vogliamo fare questo ripasso?
Non vi arrabbiate, non volevo essere scortese. Era solo per usare un’ultima volta questo modo per dare enfasi. Non me ne volete.
Peggy: uff, che pizza! Facciamolo, facciamolo, e non preoccuparti ché sarebbe inutile arrabbiarsi con te. Avrai sicuramente la grazia di non criticare i nostri tentativi di ripasso.
Marguerite: forse Peggy voleva solo ripassare un episodio che abbiamo un po’ trascurato perché a volte è difficile trovare il giusto contesto per farlo. Non credo abbia reagito così per ripicca.
Giovanni: beh a volte bisogna fare uno sforzo in più. Ci si aspetta questo dai membri dell’associazione. Qualunque pretesto è benaccetto. Questa è, passatemi il termine, una regola dei ripassi.
Irina: dopo la chiosa del nostro presidente, dobbiamo dimostrargli che siamo pronti a sottostare alla regola di cui sopra.
Hartmut: ben detto! Smarchiamoci da ogni sospetto di mancanza di disciplina.
Giovanni: abbiamo già fatto un episodio che riguarda “perché” , giusto? Anzi ne abbiamo fatto più di uno. Il primo ha riguardato la differenza tra perché e poiché, mentre nel secondo ci siamo occupati di “come mai“. Poi ce ne sono anche altri.
Oggi ne facciamo un altro.
Voi potreste chiedermi:
A che pro farne un altro?
A che pro fare un altro episodio sul termine perché, visto che già ne abbiamo fatto più di uno?
Lo avete già capito, rispondo io, allora a che pro dare una spiegazione?
In realtà, qualcosa da dire c’è ancora. Perché la locuzione “a che pro” è vero che può sostituire “perché” in alcuni casi, ma la questione è più complessa.
Bisogna spiegare bene il termine “pro” che abbiamo già incontrato in un’altra locuzione. Sto parlando di “pro-forma“. Qui è una preposizione, e come tale in genere ha un significato simile a “in favore” o” a favore“. In pratica pro è l’opposto di contro, e si usano spesso insieme:
Tu sei pro o contro la nuova legge?
Io voterò contro il governo, ma molti votano pro.
Pro e contro stanno spessissimo insieme in una frase, anche quando diventa sostantivo:
Bisogna considerare ilpro e ilcontro di una soluzione.
Abbiamo valutato tutti i pro e tutti i contro della nostra scelta?
Cioè abbiamo considerato tutti i vantaggi e tutti gli svantaggi? Pro sta per vantaggi, benefici.
Oltre a pro-forma, ci sono altre locuzioni molto comuni, come promemoria, pro-capite, pro-tempore e in questi casi ha un significato analogo a “per“.
Anche quando fate una donazione, la fate a favore di qualcuno, quindi ad esempio una donazione pro-bambini abbandonati, cioè la fate per questi bambini, a loro favore.
In questi casi comunque è molto più comune usare “a favore di” e “in favore di”.
Fare una donazionea favore di Italiano Semplicemente
Quando invece usiamo la locuzione “a che pro“, in una domanda, non si parla propriamente di benefici, ma di ragioni, motivi.
A che pro la usiamo soprattutto quando non capiamo per niente il motivo, l’obiettivo di un’azione.
Spessissimo c’è anche una nota polemica quando usiamo “a che pro“. In realtà crediamo che non ci sia un motivo valido e che quella scelta abbia soltanto conseguenze negative.
Senza questa nota polemica si potrebbe anche dire “per avere quali benefici?”
Altrettanto usate sono:
A che scopo
A quale scopo
Ma si usano anche:
Qual è il motivo per cui…
Per quale ragione…
Vediamo qualche utilizzo dell’espressione “a che pro” dalle notizie di oggi.
Continuiamo a produrre infinite quantità di plastica, ma a che pro lo facciamo? Non abbiamo un pianeta di riserva in cui andare.
Alcuni virologi, cioè esperti di virus, hanno in questi giorni realizzato una canzoncina a favore dei vaccini. Ma molti si chiedono: a che pro rovinarsi la reputazione? Studiosi seri, medici affermati, che si sono prestati a fare una canzoncina da bambini. A che pro l’hanno fatto?
Per chi è interessato, la canzone si chiama “Sì sì vax”. La trovate su YouTube.
Ovviamente i virologi sono pro-vaccino, e avranno sicuramente valutato pro e contro quando hanno preso questa decisione.
Adesso ripassiamo.
Mariana: bene. Io sono decisamente pro-ripasso. Ne va della memorizzazione delle espressioni precedenti.
Marcelo: io invece sono contro. È vero che coi ripassi si memorizza di più, ma in compenso senza ripassi ho più tempo libero
Ulrike: Il che significa che anche tu Peggy dovevi prendere contezza che l’espressione “ne va di” correva il rischio di passare in cavalleria? Non sarebbe nientedi trascendentale, dato che dal momento della pubblicazione dell’episodio a questa parte, Gianni ci ha offerto una caterva di altre espressioni. Non dobbiamo abbatterci, tantomeno però dobbiamo sgarrare con i ripassi, anzi, secondo me diventano sempre più importanti.
Giovanni: dunque, questo è un tipico episodio di Italiano Semplicemente, in cui cercherò di farvi conoscere qualcosa della lingua italiana. È un tipico episodio anche della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, in cui non riuscirò a rispettare la durata promessa.
Hartmut: Ma questo è anche normale, essendo tu un tipico italiano, che non rispetta le regole. Si direbbe quasi che a stabilirle sia stato qualcun altro…
Giovanni: abbiate pazienza.
Cosa imparerete in questo episodio? Allora siccome tutti conoscete già il significato di tipico, dovrò concentrarmi su un termine simile ma poco conosciuto da chi non mastica italiano quotidianamente. Parlo del termine “topico“.
L’uso prevalente è quando parliamo di tempo.
In particolare, l’aggettivo topico si usa per qualificare quasi sempre un momento, oppure un minuto, un’ora, una giornata.
Un momento topico
Un minuto topico
Un’ora topica
Una giornata topica
Si tratta di un momento importante, decisivo, cruciale, risolutivo per ciò che accadrà dopo, cioè per gli sviluppi successivi.
Mary: dunque è un momento in cui cambiano le cose, un momento di svolta, se vogliamo.
Giovanni: esattamente. Si usa molto nello sport, nel descrivere i momenti salienti di una partita, i momenti in cui accadono le cose più importanti della gara.
Anche una serata tra amici può avere il suo momentilo topico, quello più importante, magari quello in cui accade qualcosa che cambia l’andamento della serata.
Lo stesso si può dire del momento topico di un film. E se perdiamo il momento topico di un film non capiamo nulla.
Possiamo parlare anche di momenti salienti, con lo stesso significato, che si tratti di un film, una serata, una partita o qualsiasi altro evento.
Solo che i momenti salienti sono generalmente più di uno, ed inoltre tante cose diverse possono essere salienti.
Il significato di saliente è anch’esso legato all’importanza, quindi significa notevole, rilevante, oltre che usarsi prevalentemente al plurale: i fatti più salienti di un periodo storico; i punti salienti di un discorso; i tratti salienti di una persona, le caratteristiche salienti di un’opera eccetera.
Se parlo di tempo, posso dire
le fasi più salienti di una gara
O
I momenti salienti di un film
Ma il momento topico è generalmente uno solo, ed è quello in assoluto più importante, quello cruciale. Poi, se un momento è topico, è perché da quel momento le cose cambiano. È un momento determinante per questo motivo. Per questo non è adatto per descrivere altre cose al di fuori della dimensione temporale.
Ma perché topico? Da dove viene questo termine?
Topico viene dal greco topos, che significa luogo, e per questo motivo l’aggettivo topico si usa ad esempio per indicare dei medicamenti da applicare su determinate aree del corpo, tipo le creme antidolorifiche, che sono appunto di uso topico, vanno quindi applicate localmente, sul “luogo” del corpo che fa male.
Ma per luogo si può intendere anche un argomento, un tema, una argomentazione.
E infatti la topica, nella retorica classica, è la ricerca di argomenti generici a cui si può fare ricorso per una determinata dimostrazione, per esporre le proprie tesi, su un certo argomento, per convincere, per persuadere, per insegnare.
Allora topico indica il mezzo dialettico con cui condurre un’argomentazione. Più in generale si definisce topico tutto ciò che riguarda l’arte topica.
Ci sono allora gli scritti topici di Aristotele.
Ma allora perché topico oggi si usa soprattutto per indicare un momento molto importante?
Giovanni: Perché nell’arte topica si cerca di trovare il modo e la situazione giusta, il momento giusto e anche il luogo migliore, per arrivare all’obiettivo, che era per i greci, esporre le proprie idee.
Per questo si parla del momento topico, quello risolutivo, decisivo, cruciale. L’arte della topica è riuscire a trovare il luogo e il momento più adatti e importanti per esporre le proprie tesi.
Tipico invece viene da typos, sempre dal greco dunque, ma typos significa impronta, e ognuno di noi ha la propria impronta. È dall’impronta delle zampe che si riconosce l’animale. Quindi tipico è ciò che rappresenta qualcosa, cioè che lo identifica. Quanto tempo abbiamo impiegato oggi?
Ulrike: qualcosa che si mangia? In tal caso ne assaggio senz’altro uno.
Giovanni: casomai è qualcosa che non si mangia.
Mi spiego meglio. Per sacrificio si intende in realtà un qualcosa di religioso, di sacro. È un gesto rituale con cui qualcosa, o anche un animale o una persona viene consegnata al sacro, viene offerto a Dio. Un gesto a favore di una o più entità sovrumane, divinità, per dimostrare l’adorazione verso di lei. Si rinuncia a qualcosa a favore di una divinità. È un’offerta fatta a Dio. Questo è l’origine del termine sacrificio e uno dei significati.
Ma questo è un concetto abbastanza primitivo (oltre che sacro) del termine.
Giovanni: no, infatti nell’uso più frequente un sacrificio è, più in generale, una rinuncia sofferta. Qualunque rinuncia che ci fa soffrire è un sacrificio.
Ognuno di noi può fare sacrifici allora si rinuncia a qualcosa di importante. Magari facendo un’offerta, o comunque facendolo per qualuno questo sacrificio.
Es.
Se il professore vuole interrogare una persona in classe, qualcuno potrebbe decidere di sacrificarsi a favore dei compagni e farsi interrogare. Non c’è niente di sacro qui, e non ci sono morti né sangue.
Il professore: qualcuno vuole sacrificarsi per i propri compagni?
Il senso è anche un po’ ironico.
Notate anche l’uso della preposizione. L’uso di “a” generalmente contiene qualcosa di sacro o religioso:
Un agnello sacrificato a Dio
“Per” invece è più frequente ma non religioso.
Si è sacrificato per la patria
Un sacrificio per dimagrire
Se facciamo una dieta infatti, dobbiamo rinunciare a qualcosa di buono. Niente dolci, niente cannoli con la la ricotta, niente bucatini alla matriciana!
Hartmut: Facciamo il sacrificio di prendere le distanze da tante cose buonissime.
Giovanni: Qualsiasi privazione o rinuncia per nostra scelta è dunque un sacrificio.
Quanti sacrifici si fanno per i figli? A quante cose rinunciamo per loro?
Tanti vero? Madri e padri che si sacrificano per farli studiare e farli stare in salute.
Non ci pensiamo ché è meglio!
Fare dei sacrifici, significa però anche cercare di risparmiare.
Quest’anno se vogliamo andare in vacanza dovremo fare dei grossi sacrifici.
Dunque anche rinunciare a spendere è un sacrificio.
Esiste anche il verbo sacrificare, che naturalmente ha sempre a che fare con le privazioni e le rinunce. Anche sacrificarsi, come abbiamo già visto in un esempio.
Essendo un verbo generalmente transitivo, bisogna specificare cosa si deve sacrificare, e spesso si indica anche il motivo o la destinazione del sacrificio.
Es.
Il dott. Rossi ha sempre lavorato nella sua vita, ma così facendo ha sacrificato la famiglia per la carriera.
Cioè ha rinunciato alla famiglia perché la carriera era più importante.
Mi sono sacrificato per la famiglia
Stavolta l’ho usato ancora in modo riflessivo.
Ho accettato dei sacrifici per il bene altrui (in questo caso per la mia famiglia) o per un dato scopo.
È invece interessante l’uso dell’aggettivo e sostantivo “sacrificato/a“, in particolare essere sacrificato/a o stare sacrificato/a, riferito a una persona.
Se ad esempio parlo di una persona che fa una vitasacrificata, sta a significare che la sua vita è piena di rinunce e disagi, che fa a meno di tante cose. Queste cose di cui fa a meno sarebbero utili ma deve necessariamente farne a meno, deve necessariamente privarsene, dunque fa un sacrificio, sebbene non proprio volontario, come spesso sono i sacrifici.
Marcelo: Insomma questo poveraccio non si gode certamente la vita. Non bisogna fare voli pindarici per dirlo!
Giovanni: infatti!
Se invece una persona si sentesacrificata, può anche significare che mancano gratificazioni, che si sente sottovalutata, specialmente al lavoro:
Nel mio nuovo lavoro mi sento molto sacrificato.
Le mie qualità non sono utilizzate e io non sto bene in questo lavoro. Mi sto adattando ma soffro.
Anche un oggetto però può essere sacrificato, in più modi diversi:
Quel bel quadro, sul muro della cucina, mi sembra un po’ sacrificato.
Questo significa che è poco valorizzato, proprio come il lavoratore di prima. Sarebbe meglio magari appenderlo altrove, dove si nota un po’ di più e sembra anche più bello.
Oppure (secondo significato):
Per appendere il quadro ho sacrificato le foto dei miei figli.
Il significato qui è diverso perché torniamo al senso “primitivo” del sacrificio, (passatemi il termine) quello di eliminare qualcosa di importante, sebbene non ci sia sacralità in questo caso.
Spesso il senso di disagio diventa scomodità.
In fondo anche la scomodità è una forma di disagio che deriva dalla mancanza di spazio o appunto di confortevolezza, di comodità.
Perché non cambi sedia? Mi sembra che sia un po’ piccola per te, ti vedo che stai un po’sacrificato.
Su un divano da due posti, in tre persone si sta un po’ sacrificati.
in questo appartamento così piccolo siamo (ci stiamo) un po’ sacrificati.
Stare stretti, in questi casi, è sicuramente più utilizzato.
In qualche modo c’è sempre un senso di sofferenza, che questa derivi da una rinuncia, da una scomodità, da un disagio, una sottovalutazione o una mancata valorizzazione. Il sacro non c’entra quasi mai. Ciò che conta è il senso di rinuncia a qualcosa e una conseguente sofferenza di qualche tipo.
Adesso che l’episodio è terminato, fortunatamente non c’è bisogno che nessuno si sacrifichi per fare un ripasso visto che lo abbiamo già fatto all’interno dell’episodio stesso.
Per questo ringrazio Ulrike, Peggy, Hartmut e Marcelo. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.
Giovanni: Per fortuna si è risolto tutto per il meglio.
Quante volte avete letto o ascoltato questa frase?
Ma voi quale frase avreste usato? Mi rivolgo agli studenti non madrelingua italiana naturalmente.
Per fortuna è andato tutto bene!
Questa è la frase più usata in questi casi da chi sta imparando la lingua italiana, ma perché non imparare qualche buona alternativa?
L’uso del verbo risolvere, che in questo caso diventa “risolversi” rientra tra le alternative. Lo possiamo usare ogniqualvolta si trova la soluzione di un qualsiasi problema. Indica spesso anche una conclusione, come proprio in questo caso “risolvere per il meglio“.
Probabilmente siete curiosi riguardo alla preposizione da usare:
si è risolto tutto per il meglio
Perché usare la preposizione “per”?
La preposizione “per” fa pensare in genere a un attraversamento di uno spazio o a un’idea di tramite.
Per andare a casa passo per la Stazione
Cammino per la strada
Però si usa anche in tanti altri modi. In particolare ci interessa soprattutto l’uso in cui si indica un fine, un obiettivo, una conclusione, come nella frase:
Ascolto Italiano Semplicemente per imparare l’italiano
Oppure per indicare il luogo verso cui ci si muove, il luogo di destinazione o una destinazione di qualcosa. Un concetto abbastanza simile:
Prendo l’aereo per Roma
Ho qualcosa per te
Ecco, allora questo si associa bene col verbo risolversi, che come detto può indicare anche una conclusione.
Quando una cosa si risolve per il meglio significa quindi che è andato tutto bene, che alla fine tutto si è concluso nel modo migliore.
“Il meglio” rappresenta la conclusione, come è finita la storia. Tutto è finito nel modo più utile e vantaggioso possibile.
In realtà si può anche evitare di usare il verbo risolvere, infatti si usano spessissimo i verbi essere e andare. In questi casi l’enfasi è sul percorso, sull’evoluzione futura e non sulla conclusione:
Speriamo che le cose vadano (si risolvano) per il meglio
Speravamo che tutto andasse (si risolvesse) per il meglio
Con questo virus prepariamoci al peggio, ma speriamo che le cose vadano per il meglio
Gli affari ultimamente non stanno andando per il meglio
Se ci aiutiamo a vicenda, tutto andrà per il meglio
Attenzione adesso:
Le scelte del presidente sono per il meglio del Paese
L’allenatore ha scelto per il meglio della squadra
Notate che in questi due ultimi casi “per il meglio” non indica il superamento di un problema nel migliore dei modi, ma si vuole indicare un beneficiario ben preciso di una azione. In tal senso, “il meglio” è molto simile a “il bene“:
Devi accettare i cambiamenti, perché sarà per il tuo meglio
I medici decidono sempre per il meglio dei loro pazienti
I buoni agiscono sempre per il meglio degli altri
Adesso, certo di agire per il vostromeglio, vi faccio ascoltare un bel ripasso degli episodi precedenti.
Marcelo: io posso fare del mio meglio per avere la meglio di tutti i problemi, o meglio, farò qualsiasi cosa, affinché le cose vadano per il meglio, a volte non basta però fare la scelta migliore. Meglio che niente comunque…
Cat: Non fare il paravento con me! Micami imbrogli con i giochi di parole sai! Sono tua madre, e in quanto tale,pur di proteggerti devo essere chiara, a costo di ferirti.
Ulrike: infatti. le magagne sono sempre dietro l’angolo.
Hartmut: I buddhisti dicono: a te viene sempre ciò che ti aspetti. Allora, circail nuovo anno, ci tengo a dirvi: aspettatevi il meglio e tutto andrà per il meglio!
Giovanni: Mettetevi comodi, rilassati, tranquilli, perché oggi dobbiamo parlare del verbo scomodare e scomodarsi. Un verbo molto interessante, che difficilmente un non madrelingua utilizza.
Si usa in vari modi, anche in senso figurato, ed anche in senso ironico.
La comodità cosa c’entra?
Quando sono/sto scomodo, significa che sono seduto ma sto un po’ stretto, oppure ho un fastidio, un disturbo. Ma anche una sedia può essere scomoda se non è confortevole. Oppure posso stare in una posizione scomoda.
Può anche significare che una persona non si trova a suo agio.
in questa poltrona si sta scomodi
Ma io posso anche scomodare una persona. Significa causare disagio, fastidio o perdita di tempo a qualcuno; disturbare, importunare, e si usa specialmente in espressioni di cortesia.
Non vorrei scomodarla, ma dovrei passare
Non si scomodi, vado io ad aprire la porta.
In senso meno materiale, meno fisico, spesso si usa nei ringraziamenti o in frasi che si dicono per cortesia, specie se diamo del lei:
Grazie del pensiero, ma non doveva scomodarsi. Non c’era bisogno.
Ci spiace che si sia scomodato per venire a prenderci, avremmo preso un taxi, ma grazie mille!
In questi due casi appena visti (comodità materiale e casi di cortesia) c’è anche una modalità più formale:
Recare incomodo
Mi spiace recarvi incomodo
Scusate, signora, se son venuto a recarvi incomodo
Scomodare una persona però non si utilizza solo in senso materiale e in contesti di cortesia.
Infatti si può usare anche nel senso di “chiamare in causa“, un’espressione che abbiamo già incontrato, ma in questo caso si sta chiamando in causa questa persona senza necessità, senza un vero bisogno.
Chiamare in causa, se ricordate, ha il senso di interpellare o coinvolgere, o anche semplicemente citare in un discorso.
Quindi “scomodare” ha dentro di sé sia “chiamare in causa”, sia la non necessità di farlo. Si usa in particolar modo con personaggi autorevoli, famosi, proprio perché ci sono occasioni in cui non è il caso di chiamare in causa una persona famosa o autorevole o importante per cose di poco conto, cose poco importanti. Vediamo qualche esempio:
Hai un raffreddore e vuoi chiedere un parere al primario dell’ospedale? Direi che non è proprio il caso di scomodare il primario per un semplice raffreddore!
Allora adesso, per concludere, vi dico che non si può scomodare solamente una persona.
Infatti posso usare scomodare in frasi in cui si dà un consiglio, ad esempio, o si fa un rimprovero, quando si pensa che una cosa è esagerata. C’è a volte una nota leggermente ironica in questi casi.
Es:
Questa pandemia da Covid è confrontabile con le pandemie passate della peste, il colera, il vaiolo e il tifo? Oppure non è il caso di scomodare la storia?
Ci sono molte applicazioni sul cellulare che appaiono chiaramente invasive della privacy. Non ci dovrebbe essere bisogno di scomodare la legge per capirlo.
Adesso ripassiamo qualche episodio passato, e per questo scomoderò (non me ne vogliano) qualche membro dell’associazione Italiano Semplicemente. I ripassi però sono importanti perché come dicevano i latini, repetita iuvant. Mi spiace aver scomodato i latini per un semplice ripasso.
Anne France: si stanno avvicinando le nozze d’oro dei miei dirimpettai. Dopo 50 anni di matrimonio escono ancora insieme giorno e notte, e li si vede sempre camminare mano nella mano come un binomio inscindibile.
Irina: Meraviglioso davvero. Si dà il caso che, oggigiorno, è abbastanza raro percepire un’armonia duratura in una coppia. Purtroppo, litigano ogni due per tre prendendo presto una brutta piega nel loro rapporto.
Khaled: Mi sono sposato da due anni a questa parte. Per ora, grazie a Dio, vado ancora d’accordo con mia moglie. Se fortuna vorrà, supereremo anche la crisi del settimo anno.
Ulrike: Non c’è nessuna attinenza tra la fortuna e la relazione sana di una coppia. Dobbiamo avere contezza del fatto che empatia, comunicazioni corrette, rispetto reciproco e via dicendo danno supporto al legame interpersonale.
Lia: ragazzi, pur di ottenere un buon rapporto con il mio futuro marito, accetto di buon grado il consiglio di Ulrike, anzi trasmetterò queste idee anche a lui, e così, come si suol dire, avremmo una vita coniugale felice e contenta a tutti gli effetti.
Hartmut: Per favore, Lia! Si fa presto a dire vita coniugale. Pensa a trovare prima un fidanzato, e poi vediamo!
Peggy: Mamma mia! Che frecciata che le hai lanciato.
Giovanni: benvenuti nell’episodio numero 703 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Cat: Vi va a genio se oggi vediamo la differenza tra essere ridotto male e essere malridotto? Tra l’altro l’avevi promesso Giovanni, due episodi fa. Mica te lo sarai dimenticato!
Giovanni: no, macchédimenticato. Era l’episodio 701. Allora, per spiegare la differenza tra essere ridotto male e essere malridotto forse è bene partire nuovamente dal verbo ridursi. È un verbo pronominale, ma credo possa creare problemi seri a voi non madrelingua.
Ridurre, lo sapete, significa rendere inferiore di numero o dimensioni, diminuire qualcosa. Ebbene anche quando diventa pronominale, resta questa idea della diminuzione.
Giovanni: eh, Infatti Marcelo, giusto. Vediamo quanti modi ci sono per utilizzare questo verbo e vediamo come c’è sempre qualcosa che diventa più piccolo, che diminuisce, che si riduce
Mi sono ridotto lo stipendio.
Il che significa che io ho ridotto il mio stipendio. Me lo sono ridotto da solo.
Giovanni: Certo, era solo per fare un esempio. Allo stesso modo comunque posso ridurmi la lunghezza dei capelli, o posso farmela ridurre dal mio parrucchiere. Forse è meglio…
Cosa succede se però provo a ridurre da solo la lunghezza dei miei capelli? Cosa succede?
Ulrike: Succede che fai un casino! una volta, durante il lockdown l’ho fatto. Vi risparmio la fotografia che è meglio! Se mi avesse visto qualcuno mi avrebbe detto:
Ma come ti sei ridotta? Sei veramente ridotta male!
Giovanni: beh, evidentemente, con una affermazione del genere, il tuo aspetto non doveva essere dei migliori…
Quest’ultimo modo di usare il verbo ridurre e ridursi, come l’ha usato Ulrike, sta ad indicare una nuova condizione, dopo una trasformazione avvenuta in seguito a un intervento. Resta però il senso della diminuzione di qualcosa quindi questa trasformazione ha cambiato qualcosa in peggio. C’è stato un peggioramento.
Questo si esprime anche con “essereridotti” e non solo con ridursi. Lo stesso accade aggiungendo la preposizione in e a al verbo ridurre e ridursi. Oppure aggiungendo “così” , o male/bene/malissimo e altro ancora.
In rutti i casi c’è un cambiamento in peggio. Si parla quindi dello stato successivo (peggiore di prima) ad una azione o semplicemente si osserva una nuova situazione e si valuta molto peggiore della precedente.
Ma cosa hai fatto? Sei bianco in viso, e sei molto dimagrito. Sei ridotto uno straccio!
Sei ridotto proprio male se mi stai chiedendo soldi per acquistare un biglietto dell’autobus!
Chi ti ha ridottocosì? Ti hanno picchiato? Come mai hai i vestiti strappati?
Mi sono ridotto a lavare i piatti. Che vergogna!
Come mai ti sei ridotta in miseria?
Senza vaccino, è ormai dirottoin fin di vita.
Sono ridotto sul lastrico, ti prego aiutami!
Sono ridotto al verde! Non ho più niente!
Questa casa senza una donna si è ridotta un immondezzaio!
Lo specchio è stato ridotto in frantumi.
Ridursiin questo stato non è salutare. Dovresti mangiare di più, o morirai di fame!
Molto spesso, siccome si parla di una nuova condizione molto negativa si usano l’espressioni come:
Che brutta fine che ha fatto Giovanni! Non se lo meritava.
Poveraccio, che finaccia che ha fatto!
Si parla cioè spesso della condizione finale, non solo successiva ad un cambiamento, a voler sottolineare come sia impossibile tornare indietro. Spesso si parla di morte.
Ormai era dirotto pelle e ossa. Poveraccio, che brutta fine che ha fatto!
Ma torniamo all’obiettivo iniziale, che era quello di distinguere malridotto da ridotto male.
Non cambia molto ma malridotto e malridotta si usano soprattutto per valutare la condizione fisica di una persona o la condizione di un oggetto.
Devo acquistare una nuova macchina perché la mia è veramente malridotta.
Malridotto/a significa ridotto in cattivo stato, che reca segni visibili di danneggiamento o di usura.
Se parlo in particolare di condizione fisica e quindi di salute, malridotto significa ridotto in cattive condizioni di salute. Si può essere malridotti a causa di un allenamento troppo intenso, a causa di un incidente o una caduta, o in generale di qualche sventura sofferta o di vizi particolari. Si dice anche malconcio e malandato oppure acciaccato. Molto informale quest’ultimo.
dopo l’incidente ero veramente malridotto.
Sono ancora in po’ acciaccato, non ce la faccio a giocare a calcetto stasera.
Ridotto male e ridotta male vanno bene comunque, ma se lo facciamo si sottolinea maggiormente il cambiamento e c’è maggiore enfasi sul giudizionegativo e sull’azione che ha determinato questo cambiamento negativo. Poi di rado si parla di condizioni fisiche.
Sei proprio ridotto male se pensi di non avere più speranze.
Roma è ridotta malissimo ultimamente: rifiuti dappertutto, inquinamento e mezzi pubblici che non funzionano.
Le scuole italiane sono troppo malridotte. Occorre urgentemente fare qualcosa.
Potete scambiare le due modalità, ma in genere malridotto si usa in senso materialee fisico e “ridotto male” maggiormente in senso figurato, spesso con un giudizio negativo, ma altre volte non si fa per disprezzare. Semplicemente non si tratta di un cattivo stato fisico, ma economico, sociale eccetera.
Se quindi potete giocare a calcetto perché il vostro ginocchio vi fa male, meglio dire che è malridotto. Lo stesso per una casa in pessime condizioni, da pulire perché sporchissima o da ristrutturare perché molto vecchia.
Ma se parlate di una persona che ha perso il lavoro e che se la passa molto male, meglio dire che è ridotto/a male. Ci sono ovviamente altre modalità per dire la stessa cosa o associare a queste espressioni, con sfumature diverse:
Passarsela male, attraversare un brutto periodo, non stare in ottime condizioni, essere messo male, stare e essere a pezzi, stare sull’orlo del baratro, essere distrutto, fare una brutta fine, essere acciaccato, passare un brutto momento, vedersela brutta, eccetera.
Sapete la differenza tra le battute, le barzellette e le freddure?
La vediamo subito perché questo episodio lo dedico alle risate, al divertimento e all’ilarità.
Sono tre cose che fanno ridere, o che vorrebbero far ridere, nel senso che hanno un obiettivo comune, quello di far almeno sorridere una persona.
Una battuta è una breve frase o risposta, o un commento a un fatto che vuole essere in genere spiritoso.
Altre volte invece una battuta può trasformarsi in una cosiddetta frecciata o frecciatina ad una persona.
Apriamo una parentesi sulle frecciatine, che sono dirette ad una sola persona.
Una frecciatina (o frecciata) è una allusione maliziosa, pungente, che serve a “colpire” (proprio come una freccia) una persona, per farle capire qualcosa.
Le frecciatine generalmente non fanno ridere, anzi, si danno, si “tirano” o “lanciano” (proprio come le frecce) a persone alle quali si vuole dare una lezione. È difficile tirare frecciatine, perché solo la persona alla quale è destinata dovrebbe accorgersene, ma spesso anche altri se ne accorgono.
Le frecciatine non possono essere troppo esplicite perché siamo in un contesto in cui non si può dire apertamente ciò che si pensa. A volte basta un’occhiataccia, altre volte basta solo una parola. Questa parola punge, fa male.
Le battute però generalmente sono fatte per divertire.
A volte capita che, facendo una battuta, si ottiene un effetto indesiderato: qualcuno si offende, o si invade troppo la privacy di qualcuno, o si ha un eccesso di confidenza, si urta la sensibilità di una persona, si confida un segreto indirettamente.
Bisogna essere bravi anche per fare battute, qualunque sia l’obiettivo di chi le fa.
Le battute sono molto brevi, e la cosa che dovrebbe far ridere è l’uso di un doppio senso, un riferimento particolare, un gioco di parole, il fatto di ironizzare su un difetto di una persona, eccetera.
In una battuta non c’è una storia, ma è qualcosa di molto breve, e non è un caso che si usi il termine battuta che ha anche il senso di “colpo“.
Poi le battute fanno quasi sempre riferimento ad una o più persone, si riferiscono spesso agli individui presenti e infatti possono risultare offensive. Spesso sono anche volgari e razziste, altre volte maschiliste. Le battute si fanno. Questo è il verbo da usare.
Le battute si fanno spesso per rendere l’atmosfera più allegra, per sdrammatizzare o anche per fare ironia e autoironia.
La Barzelletta è tutt’altra cosa. La barzelletta innanzitutto non si fa, ma siracconta.
La barzelletta è infatti un breve racconto, sempre umoristico, che ha lo scopo di far ridere, e queste risate, se la barzelletta funziona, sono improvvise al termine della barzelletta.
Solo alla fine di una barzelletta si ride, perché ciò che fa ridere nella barzelletta è l’esito finale. È ancora più difficile far ridere raccontando una barzelletta, perché sono molti i fattori coinvolti: saperla raccontare è importantissimo. I tempi comici sono fondamentali. Poi, una barzelletta non va mai spiegata. Poi una barzelletta non si riferisce mai alle persone presenti.
Infine le freddure, che sono delle battute basate per lo più su un gioco di parole.
Non sono dirette a persone presenti in quel momento, né delle storie come le barzellette. Semplici giochi di parole.
Ad esempio:
Siamo a tavola. Il papà non arriva. La mamma dice di iniziare. I figli dicono: ma non dobbiamo aspettare papà?
La mamma dice: zitto tu, che nemmeno eri nato se aspettavo papà!
Questa è una battuta.
Come si chiama l’ape più pesante del mondo?
L’ape peronata.
Questa è una freddura. È un gioco di parole.
È morto l’inventore dei Compact disk, detti CD.
CD Spiace
Anche questa è una freddura.
Vi racconto una barzelletta adesso.
Una ragazzina di 4 anni dice alla zia: come mai tu non hai fatto figli?
La zia, imbarazzata non sa cosa dire. Poi la mamma della bambina interviene è dice: beh, la cicogna non ha ancora portato bambini alla zia.
La ragazzina prontamente ribatte: perché non cambi uccello?
Ecco, questa è una barzelletta. Un po’ osé, ma pur sempre una barzelletta.
Poi esistono anche gli indovinelli, in cui bisogna indovinare qualcosa. Ma gli indovinelli sono si per divertirsi, ma non è detto facciano ridere.
A volte un indovinello è simile a una barzelletta.
Cosa fa un cammello su un tiramisù? Attraversa il dessert!
Questo è un indovinello. Somiglia anche a una freddura.
A volte sono più lunghe e sono dei veri rompicapo:
Può essere passato anche se è presente
Il minestrone
Ci sono anche le cosiddette gag, che si possono fare da soli o in più persone. Una gag fa ridere, ma somiglia più a qualcosa di teatrale, quindi quando si fa una gag, si fa qualcosa di spiritoso e si interpreta una parte, tipo un attore teatrale. Abbastanza breve, in genere è una gag. Fa parte del linguaggio dello spettacolo, lo scopo è suscitare l’ilarità dello spettatore.
Però una gag si può svolgere in ogni luogo e generalmente è qualcosa di improvvisato.
Somiglia molto alla parola siparietto (ne parliamo anche in un altro episodio). Il sipario è la tenda che si chiude e si apre nel teatro. Invece il siparietto è una scenetta, qualcosa di divertente a cui si assiste, ma normalmente è una scena naturale, non fatta apposta per ridere. Può essere un battibecco, una discussione divertente a cena tra moglie e marito che discutono.
Chi assiste potrebbe dire che sono stati intrattenuti con un siparietto tra moglie e marito.
Come se si fosse trattato di una scena teatrale.
Un siparietto però è anche qualcosa di non divertente ma che rappresenta un tipo di relazione o scontro tra due persone, che si vede spesso.
Spesso nelle trasmissioni tv si vedono molti siparietti di questo tipo quando si scontrano due personaggi che la pensano diversamente su un aspetto.
Si parla spesso di “solito siparietto“
Non facciamo il solito siparietto altrimenti le faccio togliere l’audio!
Non voglio assistere al solito siparietto tra destra e sinistra
Il termine siparietto fa pensare al teatro perché un siparietto è un confronto tra due persone, due idee, due punti di vista che però fa emergere cose divertenti o cose che sembrano un po’ teatrali.
Lasciatemi infine accennare alla macchietta. Si parla di macchietta quando vediamo una persona dai tratti o dal comportamento bizzarri e singolari, che suscita ilarità e simpatia. Anche una macchietta fa ridere, e sembra irreale per la sua singolarità. Comunque si parla di una persona.
Fa pensare a una caricatura, un disegno in cui si evidenziano e si amplificano i tratti. Ma si pensa anche ad una vignetta, disegnata per rappresentare una persona buffa, stravagante e bizzarra.
Tuo cugino è proprio una macchietta!
Un tipo particolarmente divertente, per il suo aspetto o per le sue battute.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Rafaela: Posso fare una battuta oppure mi datedel/dellaritardatario/a? Vabbè la faccio lo stesso: Con italiano Semplicemente abbiamo fatto 13! Parlo dei minuti però, quelli dell’episodio di oggi! Peggy: eh? abbiamo fatto 13? Ma scusate, io questa battuta non la capisco perché hai usato un’espressione che ancora non è stata spiegata! In compenso mi hai fatto incuriosire! Sofie: fare 13 significa essere molto fortunati perché abbiamo trovato la soluzione definitiva ad un problema. E’ un’espressione che viene dal gioco del totocalcio, in cui bisogna indovinare 13 risultati di altrettante partite di calcio e quando ciò accade si vincono un sacco di soldi. Si usa spesso fare 13 anche in senso figurato, come nel caso della battuta di Rafaela. Per inciso, Rafaela dovrebbe darsi una regolata e non usare espressioni che nessuno conosce! Khaled: brava! Hai dato una spiegazione concisa, manco fossi tu il professore!
Sofie: benvenuti nell’episodio numero 701 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. In quanto membro dell’associazione Italiano semplicemente sono stata deputata a fare l’introduzione del presente episodio.
Giovanni: grazie mille! Parliamo oggi dei ritardatari. Chi sono i ritardatari? Il ritardatario, al singolare, è chi arriva in ritardo o chi fa qualcosa in ritardo.
Si può trattare di un appuntamento o anche della consegna di un documento o di un lavoro o cose simili.
Quando c’è un orario da rispettare o una scadenza di qualunque tipo, ci possono essere i ritardatari, cioè le persone che arrivano dopo quella scadenza, o che non rispettano quella scadenza.
Es:
A scuola si arriva entro le ore 8.10. I ritardatari non saranno ammessi in classe.
Bogusia: I ritardatari nel pagamento delle tasse saranno passibili di multa.
Giovanni: Non solo una persona può essere ritardataria, ma anche una cosa che tarda ad arrivare può chiamarsi ritardataria.
L’importante è che sia superato il limite di tempo prefissato, o anche un limite che si ritiene oggettivamente oltrepassato.
Una lettera ritardataria può arrivare anche con anni di ritardo.
Non c’è in teoria un limite per l’arrivo di una lettera, ma se arriva dopo anche un mese possiamo parlare di una lettera ritardataria.
Attenzione perché esiste anche l’aggettivo “tardivo“.
Non sono le persone ad essere tardive (se non in senso ironico, nel senso di poco intelligente) ma le azioni e le decisioni che arrivano colpevolmente in ritardo.
La decisione di iniziare il lockdown è stata tardiva e il virus si è diffuso.
Si parla di qualcosa di tardivo quando c’è un’azione che doveva avere uno scopo ma arrivando troppo tardi risulta inefficace.
Un uomo si potrebbe pentire del tradimento nei confronti di sua moglie. Ma quando si pente è troppo tardi. Abbiamo un pentimento tardivo.
Tardivo si usa anche in alcune occasioni particolari, parlando di piante o frutti che germogliano o maturano in ritardo. È in pratica il contrario di precoce.
Precoce e tardivo, come opposti, si usano anche con riferimento allo sviluppo intellettuale dei bambini. Quelli più lenti sono tardivi, mentre i bambini che dimostrano di essere in anticipo dal punto di vista dei ragionamenti e dell’intelligenza si dicono precoci.
C’è dunque un anticipo o un ritardo nello sviluppo (a volte anche in senso fisico) rispetto alla norma.
Ritardatario invece in genere si usa nei confronti delle persone, soprattutto quando arrivare tardi a un appuntamento o fare cose in ritardo diventa una cattiva abitudine.
Sei il solito ritardatario!
Ma l’oggetto dell’episodio non era in realtà solo quello di spiegare la differenza tra tardivo e ritardatario, ma anche quello di spiegare l’espressione “ridursi all’ultimo”.
Quando una cosa si riduce diventa più piccola.
Quando si arriva tardi o si fa qualcosa in ritardo, ormai è troppo tardi, ma quando ci siriduce all’ultimo significa che, avendo molto tempo a disposizione per fare qualcosa, si aspetta sempre l’ultimo momento. In questo modo c’è un forte rischio che sia troppo tardi. È il tempo a disposizione a ridursi, ma qui usiamo ridursi con riferimento alla persona, come se fosse proprio lei a ridursi, a diventare più piccola.
Es:
Cosa aspetti a vestirti? Perché ti riduci sempre all’ultimomomento? Così arriveremo tardi!
Questo significa che questa persona aspetta troppo per vestirsi. Aspetta l’ultimo momento utile, perde tempo prezioso.
In poche parole questa persona si riduce all’ultimo momento. Il termine “momento” può essere sostituito da “minuto” o “secondo”, oppure si può semplicemente dire “ridursi all’ultimo”. È sufficiente.
Se ti riduci all’ultimo è chiaro che poi nella fretta potresti dimenticare qualcosa.
Si dice anche “ridursi alla fine” con lo stesso significato. Sono forme che si usano prevalentemente all’orale.
Dobbiamo fare le cose per tempo, perché se ci riduciamo alla fine divento ansioso.
Attenzione, perché ho detto che bisogna fare le cose “per tempo” e non “in tempo“. Parliamo anche di questo oggi.
La differenza tra “per tempo” e “in tempo” è sottile perché se le cose le facciamo “per tempo” le facciamo ben prima della scadenza, per essere sicuri di fare in tempo a raggiungere l’obiettivo,
Marguerite: è risaputo che facendo le cose per tempo si può ovviare anche ad eventuali inconvenienti.
Giovanni: non ne siamo sicuri ovviamente ma nel dubbio è meglio farle il prima possibile. Questo è il senso di “per tempo”.
Se invece facciamo le cose “intempo” significa che parliamo di una certezza, ad esempio del passato, o di un obiettivo, quello di terminare prima della scadenza, cioè “in tempo“.
Hai fatto in tempo a prendere il treno?
Fortunatamente si, perché ero uscito di casa per tempo. A me non piace ridurmi all’ultimo nel fare le cose.
Vedete dunque che ridursi all’ultimo è esattamente l’opposto rispetto a fare le cose per tempo.
Abbiamo un certo periodo di tempo per fare qualcosa. Se lo facciamo il prima possibile (cioè per tempo, lasciandoci un margine di tempo in più) abbiamo molte più probabilità di arrivare in tempo.
Khaled: Se invece cincischiamoe ci riduciamo all’ultimo, è molto probabile che arriveremo tardi.
Giovanni: infatti. Un altro esempio:
Abbiamo un esame il 30 aprile. Se ci riduciamo all’ultimo nello studio, forse non faremo in tempo a superarlo e magari a prendere un bel voto.
State attenti perché ridursi viene usato anche in altri modi.
Lo vediamo in un prossimo episodio. Per oggi devo pensare soprattutto a ridurre la durata dell’episodio.
Giovanni: benvenuti nell’episodio numero 700 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Parliamo proprio del numero sette. Un numero? Non c’è dubbio su questo. Tranquilli, non voglio smontare le vostre certezze.
Voglio cogliere però l’occasione per dirvi alcune cosette di questo numero che possono risultare interessanti.
Partiamo dall’articolo. Cominciamo dal singolare.
Oltre a “il sette” che esprime il numero nudo e crudo, esiste anche “La Sette” , ma in questo caso si sta parlando di un canale tv. La maggioranza delle volte in questo caso si scrive LA7 scrivendo il numero attaccato all’articolo.
Poi, riguardo al plurale, se dopo c’è un sostantivo, l’articolo normalmente deve accordarsi:
I sette fratelli
Le sette sorelle
Eccetera.
Comunque ci sono eccezioni. Esiste infatti anche un’altra “la”sette. Ad esempio:
La sette giorni
Ma, direte voi, non si dice “i sette giorni”?
Certo, ma non è proprio la stessa cosa. Questo vale anche per gli altri numeri. Non solo per il numero sette.
La due giorni
La tre giorni
La quattro giorni
Eccetera
L’articolo la si usa solamente quando si parla di eventi, manifestazioni che hanno una durata di due giorni o tre giorni o quattro eccetera.
La sette giorni pertanto è generalmente un evento qualsiasi che dura sette giorni.
Dico “generalmente” perché si può parlare in realtà di qualunque cosa che duri un certo numero di giorni, non solo di eventi veri e propri.
Si legge ad esempio che la sette giorni può essere una dieta della durata di sette giorni.
Quindi anziché dire “la dieta dei sette giorni“, se stiamo parlando di diete potremmo dire “la sette giorni”. Questo significa che ne abbiamo già parlato, e chi ascolta capisce che si tratta di una dieta, proprio come quando parliamo di una festa o un evento di una certa durata:
La due giorni di Agliana
Che ad esempio è un evento sportivo, una gara ciclistica.
Di “due giorni” ce ne sono moltissime soprattutto riguardo ad eventi sportivi. Basta fare una ricerca su internet.
La maggioranza delle volte si parla di eventi, feste, manifestazioni. Si usa in particolare nelle notizie.
Si è chiusa la sette giorni di “giardini in festa”
che è appunto una manifestazione di sette giorni.
Il Festival Internazionale della Robotica si svolge dal 27 settembre al 3 ottobre a Pisa. Durante la sette giorni si parlerà anche di medicina e chirurgia.
Esiste anche:
“Milano Food Week”, la sette giorni dedicata al gusto.
Anche questa è una manifestazione.
Si può comunque parlare anche dei sette giorni e non della sette giorni:
La dieta dei sette giorni
Le battaglie dei sette giorni
Eccetera
In questi casi però si specifica di cosa si sta parlando: diete e battaglie. Generalmente non si tratta di eventi e manifestazioni.
Questo comunque vale anche per gli altri numeri. Ma restiamo sul numero sette.
In sette giorni si dice si sia creato il mondo e per questo motivo esiste la “settimana“. Ma il sette è il numero che rappresenta un sacco di cose:
I sette vizi capitali
Biancaneve e i sette nani
I sette re di Roma
I sette colli di Roma
I sette chakra
Sette, d’altronde, è il numero buddhista della completezza.
Sette sono anche i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio.
Per non parlare della “settimaarte” cioè il cinema. Perché settima?
Perché la prima arte è l’architettura,
la seconda arte è la Musica,
la terza arte è la Pittura,
la quarta arte è la Scultura,
la quinta arte è la Poesia,
la sesta arte è la Danza
Sette sono anche le note musicali e sette sono anche gli anni di sfortuna quando si rompe uno specchio.
Ci sarebbe molto da dire sul numero sette. Ma a noi interessa il 700 in realtà, come il numero dell’episodio di oggi.
Il numero 7 simboleggia, tra l’altro, anche la conoscenza, lo studio, l’apprendimento e l’insegnamento. La cosa inizia a diventare interessante. Ah, quasi dimenticavo le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente! Sarà un caso?
Lo zero invece simboleggia la scelta, il potenziale e le nuove opportunità.
E allora cosa dire del numero 700? Il numero 700 unisce l’apprendimento alle opportunità e quindi rappresenta l’utilità e le opportunità che possono arrivare dall’apprendimento.
Allora questo mi sembra un chiaro invito a continuare con l’ascolto degli episodi di italiano Semplicemente.
Avrete così l’opportunità di apprendere sempre più cose della lingua italiana.
Che ne dite?
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente l
Komi: ci mancherebbe che adesso smettiamo! Dopo tutta la fatica che abbiamo fatto, tanto vale arrivare almeno fino all’episodio 5000, sempre che Gianni sarà disposto a supportarci fino a quel punto.
Olga: io non sono affatto provato! Anzi direi che vado alla grande! Adesso finalmente inizio ad ingranare!
Giovanni: Tra i termini italiani più curiosi rientra sicuramente la “fuffa“.
Si usa soprattutto quando qualcosa crediamo che non abbia alcun valore, specie se pretende di averne.
Questa cosa che stiamo giudicando molto male, è la maggioranza delle volte qualcosa che si mostra, come ad esempio un tipo qualsiasi di arte. Potrei dire ad esempio, se non mi piace per niente l’arte contemporanea, che l’arte contemporanea è tutta fuffa.
Si parla sempre di qualcosa che si vorrebbe “vendere”, tra virgolette. Metto le virgolette perché si può trattare di merce, di oggetti, di prodotti che valgono poco, ma la maggioranza delle volte si tratta di parole, di cose dette da qualcuno che non valgono nulla, e che spesso vengono pronunciate con lo scopo di imbrogliare le persone.
Quando si tratta di vera merce, la fuffa è merce cosiddetta anche “dozzinale”, di scarsissimo o nessun valore. In questi casi si parla anche di ciarpame, di paccottiglia. Roba che non vale niente e che invece viene spacciata per roba di valore. Ma in realtà è tutta fuffa. Se parliamo di cose che si dicono, come dichiarazioni, affermazioni o argomentazioni varie, il loro scopo è convincere le persone per qualche motivo ma fatte con l’intento di ingannare. Si tratta di cose anche dette inconsistenti, senza capo né coda oltre che ingannevoli. Nel momento in cui si dice che si tratta di fuffa, o di “tutta fuffa”, è come dire:
Questa roba non ha alcun valore, non lasciatevi ingannare,
Non ha detto nulla e quello che ha detto sono solo chiacchiere
Vuole ingannarci con tutti questi paroloni.
Non c’è sostanza nelle sue parole
Sono solo chiacchiere, non credete a queste cose
In pratica non c’è alcun fondamento nella fuffa, oppure non ha alcun significato, o sono cose prive di sostanza.
Lui una persona competente? Ma è tutta fuffa!
Un termine che si può usare per commentare una dichiarazione pubblica di un politico, o tutte le cose che teniamo in soffitta e che sono da gettare.
Oppure le promesse che fa un ragazzo a una ragazza (o viceversa) se non crediamo per niente che si tratti di cose credibili.
Un termine che sicuramente dà colore alla nostra affermazione ma che risulta molto offensivo se lo utilizziamo per commentare ciò che ha detto o scritto una persona.
Potremmo chiamarle anche sciocchezze, stupidaggini, amenità, chiacchiere, stronzate, luoghi comuni e chi più ne ha, più ne metta. Ma nella fuffa, se si parla di cose dette, c’è la componente dell’imbroglio che è prevalente e che la rende unica nel suo genere.
Allora cosa ha detto il direttore? Ci aumenterà lo stipendio come ha promesso? Oppure è stata la solita fuffa di fine anno?
In campagna elettorale tutti promettono meno tasse. Fuffa! Solo fuffa.
Sveglia! E’ tutta fuffa!!
A me ad esempio in quest’ultima frase dà molto fastidio la parola “sveglia”, che si sente spessissimo sulla bocca di persone che cercano sempre di venderci fuffa!
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Peggy: scusate la parola “uffa” ha qualcosa a che fare con la fuffa? Ha ugualmente il senso di imbroglio o giù di lì?
Rauno: Per quanto mi risulti, se dici “uffa” stai semplicemente sbuffando! Ti stai forse annoiando?
Marcelo: Aspettate che controllo… dunque dunque… il dizionario non lo trovo. Mi sa che si fa prima a vedere su internet!
Sofie: mi sa di sì, ma attenti ai siti farlocchi, ché ce ne sonosvariati. C’è un sacco di fuffa nella rete!
Irina: Se un italiano mi dice che sono una paravento, io cosa dovrei rispondere?
Giovanni: beh, non è detto che tu debba preoccuparti Irina, perché magari questa persona stava solo scherzando. Poi comunque non è così grave.
Questo termine infatti, se utilizzato per qualificare una persona, è abbastanza simile a furbo.
Il termine in realtà ha diversi significati e vale la pena di vederli insieme.
Quello di indicare un particolare tipo di furbizia è sicuramente l’uso più familiare, ma dobbiamo dire che con questo utilizzo l’aggettivo più usato è in realtà un altro: paraculo o paracula.
Paravento ne è un forma un pochino più gentile. Inoltre non cambia al maschile e femminile.
Infatti paraculo si dice di una persona scaltra e opportunista. Quindi è un mix tra furbizia e egoismo.
La persona paracula (o paraculo, anche la femminile) si “para” il sedere (culo) cioè si ripara, cioè si protegge il sedere. Naturalmente il proprio sedere è la parte del corpo che simboleggia il punto debole, dove puoi essere colpito.
Quindi chi si para il culo si sta proteggendo, sta facendo il suo interesse, infischiandosene degli interessi degli altri, spesso nascondendo le proprie azioni con furbizia.
Pararsi il culo/sedere è in realtà anche un’altra espressione, con un uso leggermente diverso che vedremo in uno dei prossimi episodi.
Per descrivere un bambino furbetto è più adatto comunque paravento piuttosto che paraculo, proprio perché non vogliamo offenderlo, ma solo evidenziare una sua caratteristica di furbizia e magari anche un po’ di malizia.
Che paravento che sei! Riesci a cavartela sempre con l’astuzia!
Tuo figlio è proprio un paravento! Trova sempre una scusa per giustificare le sue marachelle!
Paravento può sostituire paraculo ogni volta che vogliamo attenuare il senso di egoismo o non offendere.
Ma il paravento è anche una specie di mobile che serve ad esempio a ripararsi dal vento. Parare è simile a riparare, ma parare si usa più spesso in senso figurato.
Il paravento è dunque una sorta di parete flessibile, adattabile e orientabile, a seconda delle esigenze, che può anche servire per nascondersi dalla vista degli altri.
Ancora, il termine paravento si utilizza anche per indicare una complicità nei confronti di comportamenti poco ortodossi o illeciti.
Quindi una persona si dice che può fare o servire da paravento a qualcuno.
La funzione di questa persona è proteggerne un’altra in qualche modo, ma si tratta di nascondere un’attività illecita, irregolare, facendola sembrare regolare.
In questi caso si ripara non dal vento ma dalla legge, e se una persona funge da paravento a/per qualcuno, è suo complice. Quindi ne copre le malefatte, le irregolarità, magari agevolandole, quindi aiutando questa persona.
Quindi esiste il paravento come mobile, come persona furba e opportunista, in sostituzione di paraculo, e esiste l’espressione fare/servire/fungere da paravento a/per qualcuno quando si “coprono” (il verbo non è casuale) le irregolarità di un’altra persona.
Anne France: assolutamente sì ma vedi di non farla troppo lunga. Sono personalmente per le lezioni che non sforino i tempi a loro dedicati.
Edita: io sono di diverso avviso però. Spero che me lo permettiate. Ma ho veramente una voglia smodata di ascoltare l’italiano perché l’ascolto è proprio l’ausilio che mi serve per portare sempre più in alto il mio italiano. Quindi Giovanni esageri pure con le spiegazioni dei termini.
Hartmut: in ogni caso ragazzi, non c’è bisogno che esprimiamo il nostro parere al riguardo. Tanto lui andrà avanti come gli pare facendo marameo all’idea di sottostare al limite di 120 secondi. Vedete, lui è romano a tutti gli effetti e per via della sua romanità lui non ha niente a che spartire con la puntualità.
Peggy: questo fatto mi giunge nuovo ragazzi. Allora si può concludere che la romanità e la puntualità stanno agli antipodi?
Ulrike: Ma che puntualità d’Egitto? Più che altro è un tipo loquace. E quando si tratta della giornata della voce (cioè il giovedì) non vorrete essere da meno spero. Quindi parlate a ruota libera!
Peggy: avete ascoltato un ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni: giusto. Brava Peggy. Ed io non voglio essere da meno!
Smodato infatti significa eccedente i limiti. Una cosa smodata è esagerata, eccessiva.
Esempio:
Giovanni ha un desiderio smodato di successo
Mario ha sempre avuto una fame smodata
Anche una persona può essere definita smodata.
Parliamo di chi oltrepassa certi limiti.
Non è mai qualcosa di positivo quando si parla di qualcosa di smodato.
Una persona che fa uso smodato di alcool è incapace di farne a meno. Esagera, va oltre i limiti, non ha freni, non si regola quando beve bevande alcoliche.
C’è chi ha una voglia smodata di dolci e ugualmente non si tratta di qualcosa di normale, che si riesce a controllare.
Viene dalla parola modo. La lettera iniziale ha valore sottrattivo, quindi si potrebbe dire che “non c’è modo” di contenere qualcosa di smodato.
Si potrebbe anche usare l’aggettivo sfrenato/a.
Un desiderio smodato di gloria.
Una voglia sfrenata di sesso
Manca il senso della misura. Anche questa è una espressione che si usa molto spesso:
Quando mangi non hai mai il senso della misura
Oppure:
Ho mangiato oltremisura
In pratica ho esagerato, ho mangiato troppo.
Sono stato smodato nel mangiare
Non bisogna bere smodatamente
Cioè:
Non bisogna bere in modo smodato
Paola è smodatamente ambiziosa.
Paola è ambiziosa oltremisura
Mario eccede sempre i limiti, è sempre smodato
C’era un chiasso smodato nel ristorante
C’è una differenza, se vogliamo, tra l’uso della smodatezza e il termine oltremisura.
Sono entrambe indicativi di esagerazione e di eccesso, ma la smodatezza in genere riguarda una caratteristica di una persona. Invece l’avverbio oltremisura ha un senso di straordinarietà o di eccezionalità: stavolta si è andati oltre la misura, cioè oltre l’ordinario, la normalità.
Di conseguenza quando si mangia in modo esagerato in una singola occasione meglio usare oltremisura, mentre se lo si fa sempre, allora meglio dire che si è smodati nel mangiare, ciò non toglie che io possa ugualmente dire che in un’occasione particolare si è mangiato in modo smodato o smodatamente.
Le esagerazioni e gli eccessi sono invece termini più generici che vanno bene in ogni occasione.
Poi c’è anche la smisuratezza, che si avvicina molto alla smodatezza, nel senso che quando una cosa è smodata può definirsi anche smisurata, ma la smisuratezza non contiene necessariamente un giudizio morale.
L’universo, ad esempio, è smisurato, dunque è grandissimo, grande oltre ogni misura, ma semplicemente perché non si può misurare.
Possiamo ugualmente dire che Lionel Messi è smisuratamente bravo à giocare a calcio. Ma così dicendo Cristiano Ronaldo si potrebbe arrabbiare oltremisura.
Avete pertanto capito che la smodatezza ha anche la prerogativa di essere prevalentemente usata per descrivere dei difetti.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Irina: dovete sapere che ogni domenica, nella nostra bella associazione, si legge un brano della letteratura italiana. Ieri è toccato di nuovo a Moravia. Questo racconto, intitolato “Tirato a sorte” mi è piaciuto molto. Bello vero?
Sofie: Eccome! Bel racconto, tanto quanto la lettura di Giuseppina. Un grazie a lei da tutti noi. Il suo apporto per noi è sempre importante. Quanto all‘apprendimento ci va sempre di lusso nel gruppo whatsapp dell’associazione.
Marcelo: le ho viste anch’io. Io a mia volta, vorrei parlare di alcune parole nuove per me: ciancicato, rimbeccare, immusonita, scorfano, imbronciato e impuniti.
Il fatto è che il legame con la fortuna non è molto evidente
Vi faccio alcuni esempi e poi cerchiamo di capire insieme cosa c’entri la fortuna.
Molte persone arrivano in Italia a bordo di imbarcazioni di fortuna.
Sono riuscito a sostenere un esame universitario in una stanza d’albergo, con una connessione internet di fortuna.
Abbiamo riparato la macchina rotta con strumentidi fortuna
Ho finito la benzina. Sono tornato a casa con mezzi di fortuna
C’era una tempesta e il pilota ha dovuto tentare un atterraggio su una pista di fortuna
Forse avrete già capito che quando si parla di qualcosa “difortuna” si sta parlando di un qualcosa di improvvisato o che costituisca un ripiego in caso di necessità.
Se parlo di imbarcazioni di fortuna voglio esprimere il senso di precarietà, di insicurezza e del pericolo che si corre usando una tale imbarcazione. Può trattarsi ad esempio di una vecchia e malridotta barchetta.
Se abbiamo riparato la macchina rotta con strumenti di fortuna, abbiamo usato non dei veri strumenti professionali, ma qualcosa che abbiamo trovato all’ultimo momento e che abbiamo usato a questo scopo.
Magari al posto di un martello abbiamo usato un sasso, ad esempio.
Se ho finito la benzina e sono tornato a casa utilizzando dei mezzidi fortuna, magari ho fatto l’autostop, oppure mi ha dato un passaggio un signore a cavallo, o un ragazzo con la sua bicicletta.
Se infine stavo volando su un aereo e arriva una tempesta di vento, se l’aereo si trova in pericolo di cadere il pilota potrebbe optare per un atterraggio su una pista di fortuna, magari su una strada o su un prato.
Si può parlare in questo caso di atterraggiodi fortuna, sperando che le cose vadano bene.
Questo è il motivo dell’uso della parola fortuna. Dunque non siamo fortunati se tentiamo un atterraggio di fortuna, ma semplicemente speriamo di riuscire lo stesso a ottenere un risultato. Serve un po’ di fortuna per farlo, ma non è detto che arriverà.
C’è sempre improvvisazione, un modo di far fronte ad una necessità con ciò che si ha, con i mezzi à disposizione e questo porta solitamente ad una conclusione positiva.
Anche nell’esempio dell’esame universitario fatto col computer in una stanza d’albergo usando una connessione internet difortuna, si parla di una cosa che è andata a buon fine, che è finita bene, si è risolta positivamente nonostante le condizioni non fossero favorevoli.
Questa quindi è una locuzione che si può usare sempre in casi simili in cui si improvvisa (solitamente con successo) una soluzione in mancanza degli strumenti più adatti ma trovando qualcosa in sostituzione, non potendo fare altrimenti, considerate le circostanze.
C’è sempre un problema da risolvere.
Questa locuzione si collega con un’altra espressione che abbiamo già visto: “fortuna vuole“. In alcuni casi infatti si possono usare in modo simile:
Es:
L’aereo stava finendo il carburante e nelle vicinanze non c’era una pista di atterraggio. Fortuna ha voluto che il pilota ha potuto usare un’autostrada come pista di atterraggio di fortuna.
Non sempre la locuzione “di fortuna” è legata al successo però.
Lo abbiamo visto con l’esempio dell’imbarcazione di fortuna, che trasmette, come detto, la pericolosità del viaggio, e spesso la tragicità, considerando che molte di quelle imbarcazioni di fortuna si rovesciano.
Il sostantivo da usare prima della locuzione può essere singolare plurale (imbarcazione, mezzi, strumenti, connessione ecc) a seconda del caso.
E voi, avete mai improvvisato qualcosa con mezzi di fortuna?
Albéric: beh, ci sono dei giorni particolari in cui proprio non è cosa ed è meglio starsene a casa al sicuro.
Hartmut: la sfortuna secondo me non esiste. Si fa presto a dire sfortuna. La verità è che bisogna organizzarsi e stare sempre sul chi vive perché un inconveniente può sempre accadere.
Irina: non dire amenità. Può capitare a tutti che non si abbiano gli strumenti più adatti. Metti che adesso ad esempio ti si rompe il cellulare. Non mi dire che ne hai uno di ricambio in tasca!
Peggy: Avete Appena ascoltato un ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni: oggi vediamo un termine molto divertente: marameo.
Si tratta di una parola scherzosa in cui si imita il verso del gatto (miao).
È una parola che si usa in senso di sfida e che si pronuncia imitando il verso del gatto ed eventualmente poggiando il pollice della mano sulla punta del naso (o volendo anche sulle orecchie) e agitando velocemente le dita tese.
Si fa anche con due mani, in fila sul naso o sulle orecchie, una a destra e una a sinistra.
È una vera presa in giro, scherzosa però.
Fare marameo è simile a dire:
Così impari!
Un’espressione che abbiamo incontrato recentemente.
Non ha però esattamente lo stesso utilizzo, perché non ha né valore di rimprovero né si pronuncia per dare una lezione.
Si tratta in realtà di una parola che esprime soddisfazione per qualcosa che è accaduto, e che invece non soddisfa affatto l’altra persona alla quale si fa marameo.
Si usa spesso con i bambini, quando ci si rincorre, cioè quando un bambino cerca di prendere l’altro.
Se un altro bambino cerca di prendermi, io scappo, fuggo, e mentre scappo gli dico:
Marameo!
È un messaggio di sfida dunque come a dire:
Sono qui, vieni a prendermi! Tanto non ci riesci!
Oppure:
Io ho vinto e tu hai perso!
Un altro esempio:
I giorni scorsi mia figlia aveva un compito in classe molto impegnativo, ma proprio quel giorno gli studenti hanno scioperato. Così la professoressa ha dovuto, suo malgrado, rimandare il compito.
Nel gruppo whatsapp della classe, appena appresa la notizia dello sciopero, uno studente ha avuto la sfacciataggine e il coraggio di fare marameo alla professoressa. Per farlo ha usato una “faccina” di WhatsApp.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Edita: certo che ci vuole una bella faccia di bronzo per fare marameo alla professoressa!
Giovanni: dopo aver visto i verbi ficcarsi e schiaffarsi, un verbo altrettanto informale, che si usa spesso in famiglia è spaparanzarsi. Un altro verbo riflessivo.
Spaparanzarsi deriva dal dialetto napoletano e significa sdraiarsi o sedersi molto comodamente, abbandonando il corpo in una posizione rilassata e spesso anche scomposta.
La frase più comunemente usata è:
Spaparanzarsi sul divano
Appena entro a casa stasera mi spaparanzo sul divano. Non vedo l’ora!
Oggi vado al mare e mi spaparanzo sulla spiaggia!
C’è anche la versione spaparacchiarsi.
Dopo pranzo ci siamo spaparacchiati sulla veranda a prendere il sole. Non ti dico come si stava bene!
C’è il senso della goduria, del piacere, del rilassamento totale e meritato.
Non c’è quasi mai quella connotazione negativa che invece sta nel verbo schiaffarsi, che, nonostante talvolta si usi con senso simile, è quasi sempre inteso un atto di egoismo e menefreghismo.
Se volessi criticare una persona che sta spaparanzata sul divano userei un altro verbo: il verbo stravaccarsi. Molto familiare anche questo.
Sono due ore che te ne stai stravaccato sul divano. Non mi dai una mano a sistemare casa?
Chissà perché si usa l’immagine della vacca! Povera vacca!
Dicevo che nella posizione spaparanzata c’è anche un forte senso di scompostezza.
La scompostezza in generale esprime disordine, mancanza di equilibrio, mancanza di attenzione o di cura.
È l’opposto della compostezza. Quindi una cosa scomposta è priva di compostezza, e se parliamo di una posizione del corpo vuol dire che non è rispettosa dell’opportuna decenza. È sconveniente, è sguaiata.
Vuoi stare in una posizione più composta per favore?
Stai composto quando ti siedi!
Scomposto infatti è un aggettivo che spesso viene associato alla posizione di qualcuno o qualcosa quando non è ordinata, diritta, corretta.
Anche i capelli o la pettinatura spesso vengono definiti scomposti:
Dove vai con i capelli così scomposti? Datti una pettinata!
Siediti composto, quando imparerai l’educazione? Stai diritto con la schiena!
Spaparanzarsi comunque ribadisco che esprime generalmente una pura goduria, una rilassatezza completa, e normalmente non si usa per rimproverare qualcuno per l’eccessiva scompostezza assunta su una poltrona, una sedia o un divano.
Adesso un breve ripasso:
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Marguerite: sarà pure una posizione goduriosa, ma quando mio figlio si schiaffa davanti alla tv e si spaparanza sul divano a me viene subito il nervoso. Altro che storie!
Karin: Colpa tua che non l’hai educato come si deve!
Giovanni: Oggi vediamo la frase “prendere le distanze“, una espressione che abbiamo già accennato in un episodio dedicato al verbo prendere.
In quell’episodio non vi ho però detto proprio tutto tutto.
Ho spiegato che “prendere le distanze” da qualcosa significa stare lontano da qualcosa o allontanarsi da qualcosa, similmente a mantenere le distanze.
Non si tratta di una distanza necessariamente fisica.
Si usa infatti per indicare un disaccordo, quindi le distanze si prendono soprattutto da un’opinione, da una frase, da una affermazione, da un’accusa, da una critica, da un’opinione. Insomma si prendono le distanze da qualcosa che viene detto. Anche quando le distanze vengono prese nei confronti di una persona, ci si riferisce alle sue affermazioni oppure a qualcosa di accaduto, per non essere coinvolto personalmente.
Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”, io sono “di diverso avviso“. Anche quest’ultima espressione l’abbiamo già vista insieme, e “avviso” sta per opinione, punto di vista, pensiero. Comunque “prendere le distanze” è decisamente più forte dell’essere di diverso avviso. Può anche essere simile a “io non ne so nulla e non ne voglio sapere nulla”.
La usano spesso i personaggi politici, quando devono dichiarare di non trovarsi d’accordo con una certa opinione o un certo comportamento. Lo fanno evidentemente per motivi politici, e devono farlo se vogliono prendere una posizione netta nei confronti degli elettori.
Spesso si leggono sui giornali frasi di questo tipo:
l’Unione europea prende le distanze dalle affermazioni razziste del deputato europeo
Il principe Henry prende le distanze da Carlo dopo lo scandalo che ha interessato suo padre
Il ministro della giustizia prende le distanze dalle dichiarazioni del suo presidente
Perché non tutti i leader di partito prendono le distanze dai no-vax?
Quindi fondamentalmente prendere le distanze da qualcuno o qualcosa esprime un disaccordo.
C’è da dire però che questa espressione può avere anche un secondo significato.
Se dico ad esempio:
Bisogna prendere le distanze per cambiare prospettiva.
Si vuole dire che bisogna allontanarsi da qualcosa affinché possiamo capire meglio, affinché la prospettiva si allarghi.
Si usa l’immagine della lontananza fisica: più ci si allontana, più si allarga il campo, più siamo in grado di vedere tutto ciò che circonda un aspetto. Tutti gli annessi e connessi sono maggiormente evidenti. Se siamo troppo vicini invece è facile che qualcosa ci sfugga. Per osservare bene qualcosa occorre quindi prendere le distanze da essa.
Da questo punto di vista allora è bene prendere le distanze anche dai problemi per avere una visione più chiara e non lasciarci travolgere.
In generale, per avere una visione allargata e più chiara di qualcosa è bene prendere le distanze. Sia per essere emotivamente meno coinvolti, sia per non restare imprigionati nel proprio schema di pensiero, all’interno del quale non si riescono a vedere nuove soluzioni.
La “prospettiva” di cui parlavo prima non è altro che questo: La visione che si ha di un fatto in rapporto ai punti di vista.
Adesso per ripassare gli episodi passati vi propongo il verbo saltare. Come possiamo usarlo?
Ripasso a cura dei membri dell’associazione italiano Semplicemente
Albèric: devo aver saltato l’episodio perché non ricordo affatto di averlo letto. Aspettate che vado a buttare un occhio alla lista… credo di aver saltato parecchi episodi perché ho avuto un po’ da fare ultimamente.
Sofie: e da dove salti fuori tu? E’ da tempo immemore che non ti facevi vivo! Scusate volevo dire che è da illo tempore, ma tanto avete capito che è la stessa cosa vero?
Marguerite: vero, l’ultima volta aveva detto di fare un salto a casa e poi è scomparso. Vai a capire cosa è successo! La capatina è durata un po’ troppo!
Albèric: va bene, va bene, ve lo dico. In verità non dovevo fare nessun salto a casa. Avevo un appuntamento con una amica… sembrava avesse intenzioni serie, ma poi è saltato tutto! Chissà cosa non gli sconfinferava di me!
Giovanni: oggi chiudiamo il cerchio sulle sciocchezze, sulle fesserie e sulle amenità. Lo facciamo attraverso questo episodio, in cui voglio parlarvi del termine castronerie e anche del termine sproposito.
Le castronerie sono più utilizzate delle amenità nel momento in cui vogliamo indicare qualcosa di palesemente sbagliato che è stato detto o fatto da una persona.
Rispetto alle amenità è meno offensivo, e infatti si usa molto più spesso il termine castroneria per indicare qualcosa di sbagliato detto o fatto dalla persona stessa:
Per favore, se dicessi castronerie fatemelo notare.
Ho fatto una castroneria per distrazione. Abbiate pazienza.
In pratica, quando le amenità sono menzionate per indicare sciocchezze evidenti, lo si fa per amplificare il senso della sciocchezza, a scopo denigratorio o offensivo.
Le castronerie invece sono ugualmente dei grossi errori, riferito a cose che si dicono o che si fanno, ma sono la “versionegentile” della sciocchezza.
È un termine meno adatto però per indicare errori nelle azioni, cioè azioni sbagliate, che comportano un effetto negativo. Per quello sicuramente il termine “stronzate” è insostituibile, sebbene indubbiamente rientri tra le volgarità. Tra l’altro ci sono anche le “minchiate” e le “minchionerie“, oltre le le “cazzate”, altrettanto volgari ma ugualmente molto utilizzate.
Non è un caso che castroneria non abbia invece niente di volgare.
Si può usare, similmente alla castroneria, anche il termine sproposito, oppure si può parlare di errore grossolano o marchiano. Queste due ultime modalità, specie l’errore grossolano, sono le più adatte alla forma scritta.
Prima di parlare dello sproposito però vorrei terminare la spiegazione sulle castronerie.
A differenza delle amenità, si usa solamente per indicare dei grossi errori. Invece amenità, se ricordate, si usa anche in senso positivo, con un significato simile a “piacevole“.
Passiamo adesso all’errore grossolano, o, se vogliamo, all’errore marchiano.
Si tratta di due termini simili. Un errore si dice grossolano quando è dovuto a ignoranza o inesperienza, o mancanza di abilità e di preparazione specifica. Senza contare che grossolano può indicare non solamente un errore ma anche una lavorazione eseguita senza precisione, oppure qualcosa di rozzo, di sgradevole, riferendosi a persone o a modi di comportarsi.
Rimanendo in tema di errori però, questo si dice grossolano quando denota una impreparazione o superficialità.
Marchiano è abbastanza simile, un errore madornale, cioè un grossissimo errore, tale da suscitare stupore e indignazione. Un errore inconcepibile e imperdonabile. Marchiano è un termine che si usa esclusivamente per gli errori e gli sbagli.
Passiamo a sproposito.
Sproposito è un termine ugualmente interessante, perché ha due significati diversi.
Da una parte indica un’azione o qualcosa che si dice completamente sbagliato ed evidente, oppure qualcosa di irragionevole, proprio come castroneria ma direi più grave perché quando si dicono spropositi (si dicono, non si fanno) spesso si fanno figuracce, tanto è grossa la scemenza detta.
Dall’altra, lo sproposito è l’ennesima modalità per indicare una grossa quantità, specialmente di denaro:
La mia nuova automobile è costata uno sproposito!
Attenzione all’articolo.
Cioè è costata tantissimo denaro, è costata una quantità di denaro spropositata.
Ho detto una quantità “spropositata”.
Un aggettivo, quest’ultimo, che si usa anch’esso per una enorme quantità, una quantità esagerata (di denaro o di altro), oppure una grandezza esagerata, qualcosa di esageratamente grande.
Giovanni ha un naso spropositato.
Mario prima della dieta aveva una pancia spropositata.
Ricordate che “spropositi” vogliono l’articolo “gli“, come sproposito vuole “lo“, e questo accade come tutte le parole con la lettera esse seguita da una consonante. E infatti la lettera p è una consonante.
Lo, so, ho aperto una parentesi grammaticale, e a molti farà piacere, ma solitamente non lo faccio mai, anche per paura di scrivere castronerie.
Scherzi a parte, c’è poi la locuzione “parlarea sproposito” e con questa terminiamo l’episodio. Parlare a sproposito, oppure rispondere a sproposito significa parlare, dire qualcosa di cui non c’è assolutamente bisogno, parlare troppo, o inutilmente, facendo gaffe e figuraccea ripetizione. Una locuzione che si usa in senso fortemente negativo.
Per fare un complimento ad una persona, magari un collega, si può dire ad esempio che non parla mai a sproposito, nel senso che ciò che dice è sempre importante e vale sempre la pena di ascoltarlo.
Adesso ripassiamo, altrimenti verrei accusato di aver fatto l’ennesimo episodio lungo in modo spropositato, o spropositatamente lungo.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Harjit: Una settimana fa ero ancora acarissimo amico con lo shopping per i regali di Natale ma dopo gli acquisti fatti durante il fine settimana sono ormai a cavallo.Di questo passo avrò proprio tutto entro due o tre giorni.
Peggy: Vedo che sei proprio pari pari tua mamma. lei si organizzava sempre bene e quindi stava sempre giusta con i tempi. si vede che ha avuto un forte ascendentesu di te.
Bogusia: Per quanto mi riguarda invece, tutta questa preparazione e essere in anticipo con i regali non mi tange minimamente. Mio malgrado sono solita procrastinare. Fintantochénon sento la pressione proprio sotto Natale non riesco a trovare la motivazione giusta per avventurarmi nella zona dello shopping.
Rafaela: Condivido la tua difficoltà. Non appena arrivo tra tutta quella gente mi dà di volta il cervello e non riesco a raccapezzarmi. Cioè sebbene io pianifichi tutto prima di uscire di casa quando mi trovo in mezzo a quel trambusto e il viavai di gente non capisco più dove andare e cosa comprare.
Hartmut: Anch’io ragazzi sono per evitare le zone affollate, non perché non mi sconfinferi il caos dei negozi ma per la mia fifa blu di beccarmi la nuova variante. Quest’anno e anche quello precedente per inciso, ho fatto incetta di regali su Amazon e su alcuni altre piattaforme online.
Irina: Ma io e te siamo dirimpettai. Sai qual è il rovescio della medaglia nel ricevere i pacchi direttamente a casa nostra? Corriamo il rischio che lo squinternato del palazzo che vive al primo piano ce li rubi nell’androne non appena consegnati. Buon Natale anche a lui.
Giovanni: avete mai sentito parlare delle magagne?
La magagna è un difetto nascosto. Ma non è un difetto (di solito) di una persona, ma di un prodotto. È un difetto che altera, cioè modifica sgradevolmente la purezza o l’integrità di un prodotto.
Si tratta di una imperfezione, in genere fisica. Più in generale una magagna è dunque qualcosa che non va e che potrebbe sfuggire poiché non è evidente. Se non ce ne accorgiamo potrebbe essere una bella fregatura!
Si parla quindi soprattutto di imperfezioni di prodotti che non sono visibili esternamente, ma che sono tali da alterarne la qualità o diminuirne il valore o il pregio.
Vi faccio degli esempi:
Quando si acquista un appartamento bisogna stare attenti a tutte le magagne. Magari l’impianto elettrico è completamente da rifare, magari il terreno è instabile e potrebbe crollare l’appartamento, oppure c’è qualche grosso difetto nell’impianto idraulico.
Bisogna stare attenti a tutte le magagne possibili.
Analogamente quando si vende un appartamento molti preferiscono nascondere le magagne, per non far scendere troppo il prezzo.
Ma come mai questa bicicletta costa così poco? C’è forse qualche magagna?
Ciò che voglio sapere è se c’è qualcosa che non va in questa bicicletta, che è stato nascosto.
Le magagne in genere si scoprono quando è tardi.
Il prodotto sembra perfetto e invece ecco che spunta una magagna!
Si parla di magagne anche quando compriamo la frutta. Una mela con la magagna è una mela guasta, bacata. La magagna non si vede da fuori, però c’è. Avete mai aperto una noce che sembrava perfetta e invece…
Si parla di magagne anche con riferimento ai problemi fisici, anche derivanti dall’età.
Ho qualche magagna da risolvere e poi sarò in perfetta forma.
Ha 90 anni e zoppica? Chi non ha le sue magagne alla sua età?
Anche un semplice problema può essere una magagna:
Ho qualche magagna da risolvere in ufficio. Non so se riesco a uscire per le 18.
Un termine sicuramente informale ma assai usato da tutti.
Ho conosciuto una ragazza di 30 anni, bellissima e libera. E’ anche ricchissima oltre che molto simpatica sai? Chissà quali magagne nasconde!
Harjit: Ma di che cosa state parlando? Non è il caso di dimagrire prima di Natale! Questo, lo so, sarà il colpo di grazia per la mia bilancia. Ma da che mondo è mondo i buoni propositi si fanno a gennaio!
Emma: posso dire la mia? Talvolta dopo una settimana di duro lavoro, mi viene voglia, come forma di auto-compenso, di prepararmi un antipasto gustoso. Lungi da me dal mettermi a dieta! non se ne parla neanche! Avete presente la polenta fritta con gorgonzola e pancetta piacentina? È una bontà che non vi dico!
Giovanni: Oggi, sperando che la cosa sia di vostro gusto, vorrei proporvi un verbo adatto a esprimere gradimento o mancanza di gradimento. Il verbo è sconfinferare
Vi sconfinfera?
Se vi sconfinfera, allora sicuramente trovate questo verbo gradevole, quindi vi aggrada, vale a dire che vi va a genio.
Se ricordate l’espressione “andare a genio“, potete stare tranquilli, perché sconfinferare la potete sempre usare in sostituzione.
Quando qualcosa ci piace, incontra i nostri gusti, va sempre bene usare questa espressione, ricordandoci che comunque è sempre una modalità informale, direi abbastanza simpatica anche, ma non è il caso di usarla con sconosciuti o in contesti formali o al lavoro.
Cominciamo a dire che “non mi sconfinfera“, quindi con la negazione, si usa di più rispetto a “mi sconfinfera“.
Quando una cosa non mi sconfinfera, potrei dire che non si confà ai miei gusti, non corrisponde ai miei gusti. C’è qualcosa che non va, che non mi convince, che non mi piace, ma è un modo abbastanza leggero di esprimere questa mancanza di gradimento.
Ovviamente se invece qualcosa mi sconfinfera, è l’opposto. Il tono è colloquiale, a volte buffo e sicuramente amichevole.
Ci sono molti verbi abbastanza simili. Per rendere bene l’idea del significato, dovete sapere che sconfinferare trasmette anche un senso di fiducia, quindi è simile a ispirare.
Se una persona, istintivamente, mi ispira fiducia, posso dire ad esempio che mi sconfinfera, o che ha una faccia che mi sconfinfera.
Leggermente meno informali sono verbi come ammaliare, intrigare, invogliare, solleticare, stuzzicare, ma qui c’è anche il senso del desiderio, cosa che non c’è nel verbo sconfinferare.
Spesso “mi sconfinfera” possiamo tradurlo come “mi piace l’idea“.
Vi sconfinfera l’idea di andare al cinema?
Assolutamente analogo, anche come grado di familiarità, e più vicino nel significato è il verbo sfagiolare, molto simpatico anche questo.
Vediamo qualche altro esempio:
Vi sconfinfera il modo di insegnare italiano che utilizza Italiano Semplicemente?
Agli amanti della grammatica sicuramente non sconfinfera per niente un metodo che la mette in secondo piano!
Dunque vi piace? Vi va a genio? Incontra i vostri gusti? È di vostro gradimento? Si confà ai vostri gusti? Vi aggrada?
L’arredamento di questa casa nonmi sconfinfera. Devo assolutamente cambiare qualcosa e renderlo più moderno.
Vi piacciono gli spaghetti? Ci sono mille ricette, mille modi diversi di mangiarli, e potete usare il condimento che più vi sconfinfera.
Ascolta, domani avevo pensato di andare a vedere l’ultimo film della Walt Disney al cinema. Pensaci. Vedi se ti sconfinfera la cosa e fammi sapere.
Adesso ripassiamo, e se vi sconfinfera, potremmo parlare di filosofia.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Irina: cioè dovremmo parlare della concezione della vita? Che pesantezza!
Hartmut: Gli stoici credono che molto spesso noi non siamo capaci d‘influenzare gli eventi del mondo e persino le nostre vite private. Allora per non risentire del destino potenzialmente infame e destreggiarci con tutto ciò che accade, dovremmo controllare le nostre opinioni sugli eventi. Questa è la chiave, a loro dire, verso la felicità e il successo. Cosa ne pensate?
Peggy: Interessante! A pensarci meglio però, sono solo parzialmente d’accordo con questi concetti. Preferisco più credere che uno, volendo, possa dare seguito ai propri desideri. Io la vedo così. Si può riuscire a influenzare gli eventi soprattutto nelle nostre vite private.
Tra l’altro, credo quanto mai che un nostro semplice sorriso possa avere la sua influenza sul prossimo, e magari successivamente su qualche evento della sua vita.
Marcelo: Sono d’accordo che fintantoché c’è dedizione e costanza è possibile raggiungere uno scopo, ma la felicità è un percorso, e se si è capaci di vivere virtuosamente, magari i beni materiali non saranno una preoccupazione costante e ilgrosso della vita trascorrerà liscia.
Giovanni: Oggi vediamo l’espressione “in tempi non sospetti“, molto usata.
Iniziamo dai sospetti, plurale di sospetto.
Il sospetto
I sospetti
Il sospetto è una sensazione simile al dubbio.
Avere un sospetto dunque è simile a avere un dubbio.
La differenza è che si tratta di un dubbiopericoloso che non riguarda una propria azione, ma deriva dall’osservazione della realtà.
Qualcosa potrebbe risultare pericoloso per noi. Per questo motivo sospetto è non solo un sostantivo ma anche un aggettivo:
Un tipo sospetto ad esempio è una persona che non conoscete e che non sembra innocuo, anzi, sembra poco rassicurante, incute forse un po’ di paura, oppure abbiamo paura che possa imbrogliarci. Il pericolo potrebbe essere di qualsiasi tipo.
Attenzione a non confondere l’aggettivo sospetto con sospettoso. Sospettosa è la persona che ha il sospetto, è la persona che ha paura che ci possa essere un pericolo.
Sospetto invece è l’aggettivo che diamo alla cosa che crediamo possa portarci questo pericolo.
Anche un rumore può essere sospetto.
Ho sentito un rumore sospetto venire dalla cucina non saranno mica i ladri?
Una cosa sospetta dà adito a dubbi, tanto per usare il termine adito, che abbiamo visto recentemente.
Si tratta di dubbi sulla potenziale pericolosità che potrebbe arrivare da questo sospetto che abbiamo.
Se sento un odore sospetto, magari può essere puzza di bruciato e ho paura che sia un incendio.
Un dolore sospetto invece può farmi sospettare che io abbia qualcosa di grave.
Avrò una malattia grave? Forse sto per morire?
Già, perché esiste anche il verbo sospettare.
Sospettare significa pensare che possa accadere qualcosa di negativo o pericoloso o che sia già accaduto perché ho fatto dei ragionamenti che mi hanno portato a pensare questo.
Non sono sicuro, ma posso avere un forte sospetto, cioè essere quasi sicuro di qualcosa.
Sospetto che sia stato tu a tradirmi!
Non puoi sospettare di me!
Nella frase “in tempi non sospetti” comunque, sospetti è aggettivo. I “tempi” indicano un non specificato momento o periodo nel passato.
Per la precisione, i tempi di cui si parla erano diversi dal momento attuale, perché a quei tempi non c’era qualcosa che adesso invece c’è, o non si sapeva ancora qualcosa che oggi invece si sa, e a quei tempi, visto che erano diversi, era difficile dire o fare alcune cose che invece, se dette o fatte oggi, sarebbe normale.
Vi faccio un esempio:
Oggi sappiamo che mettere la mascherina ci protegge contro il covid. Due anni fa in Italia nessuno portava la mascherina perché il virus non era ancora conosciuto.
Eppure conosco una persona che in tempi non sospetti diceva sempre: bisogna mettere la mascherina per non prendere malattie infettive.
Ecco, questa persona non lo dice solo adesso di indossare la mascherina, ma lo diceva anche in tempi non sospetti, cioè prima, quando non era normale dirlo, quando non sembrava essere pericoloso.
Quindi questa persona era un precursore.
Si chiama così chi dice delle cose che solo nel futuro troveranno una conferma.
Solo chi dice delle cose che si riveleranno vere molto tempo dopo può dire di averle dette in tempi non sospetti.
Ma perché “non sospetti?” Perché nessuno può sospettare che a quei tempi si potesse sapere qualcosa del covid. Tutto qui.
L’espressione si usa solamente con la negazione.
Altri due esempi:
Cinquant’anni fa, in tempi non sospetti, c’era già qualche studioso che parlava di riscaldamento globale.
Anche in questo caso si parla di precursori, che sanno immaginare e sanno prevedere prima degli altri.
Oggi è facile convincersi della validità del metodo usato da Italiano Semplicemente per insegnare la lingua italiana ai non madrelingua. In tempi non sospetti però ricordo come Lya, il primo membro dell’associazione Italiano Semplicemente, si disse entusiasta di questo metodo mentre c’erano molte persone che invece dicevano che insegnare la grammatica fosse la cosa più importante.
Ripassiamo?
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Bogusia: Giovanni, ieri ho letto la parola orpelli, non è che la potresti spiegare una volta?
Irina: te la spiego io! Gli orpelli sono tutte le cose inutili che vengono utilizzate per esaltare qualcosa. Benché vogliano dare un’apparenza, questo risulta in contrasto con la verità. In pratica gli orpelli hanno la pretesa di abbellire, rendere migliore qualcosa, ma non ci riescono, cosicché risultano di troppo.
Albéric: ad esempio Giovanni nei suoi episodi cerca di evitare inutili orpelli che non servono a niente, magari dei paroloni che non aiutano a fornire una spiegazione utile.
Marcelo: molto simile alla parola fronzoli. Vero?
Giovanni: ragazzi, per la cronaca sarei io la persona deputata a dare spiegazioni qui. Mi volete rubare il mestiere? Ma io non lo so!
Peggy: comunque vorrei sgombrare il campo da sospetti. Capisco che la spiegazione di Irina possa darluogo a polemiche, ma conoscendo Irina, è chiaramente un’accusa indebita, lei asuo modo voleva semplicemente partecipare a un ripasso.
Giovanni: dopo aver visto “si fa prima” parliamo oggi di “si fa presto“. Si tratta di una locuzione molto particolare, che naturalmente la maggior parte delle volte non è da interpretare alla lettera.
Infatti “si fa presto” ha anche un uso molto semplice.
Si fa presto a fare un video col cellulare e pubblicarlo su YouTube.
Cioè ci vuole poco tempo.
“farepresto“, come significato principale ha proprio quello di svolgere “In breve tempo” un’attività.
Si fa presto a pulire una piccola stanza.
Fai presto che abbiamo fretta!
Bisogna far presto altrimenti perdiamo il treno!
La mattina mi alzo sempre molto presto.
In quest’ultimo esempio non si parla di tempo impiegato a fare qualcosa, e infatti non c’è il verbo fare. Ma torniamo a “far presto“.
Quando si parla in modo impersonale, “si fa presto” non si usa solamente per indicare che un’attività richiede poco tempo.
Vediamo qualche esempio e poi vi spiego il significato:
Adesso che siamo tutti vaccinati contro il covid siamo al sicuro.
Si potrebbe rispondere:
Si fa presto a dire sicuro. La verità è che non c’è nessuna certezza. E poi con tutte queste varianti, ogni sei mesi dobbiamo vaccinarci nuovamente.
Un altro esempio:
Conosco una ragazza che vive negli Stati Uniti che dice che c’è una pizzeria, sotto casa sua, che fa la pizza napoletana.
Un italiano potrebbe commentare: si fa presto a dire pizza napoletana.
Attenzione anche al tono con cui vengono pronunciare queste frasi. Il tono deve aiutare a dare il segnale di una protesta, una critica contro qualcosa che è stato appena detto.
“Si fa presto a dire…” è molto simile a “non dire così”, oppure “è facile dire…” oppure “questo non è detto sia vero”.
Quindi si sta contestando, criticando ciò che si è sentito, perché le cose probabilmente stanno diversamente o potrebbero stare diversamente. Si stanno sollevando dei dubbi.
“È troppo facile dire questo” , oppure “aspettiamo a trarre facili conclusioni“, “non è così semplice“, “non credo sia vero“, “credo che la questione sia più complicata di così“, “non dovresti dire così”, “non è il caso di dire questo”, “non ne sarei così sicuro” o anche “io ci andrei piano”.
Queste sono delle altre possibili alternative a “si fa presto a dire...”.
In questa espressione però si ripete il termine che si ritiene sbagliato, o meglio frettoloso, oppure si ripete una parte della frase. Dico frettoloso perché quando si dice qualcosa di fretta, lo si fa prima del dovuto, quindi “presto“. Si parla sempre di tempo impiegato, in tal caso a dire qualcosa, quindi qualcosa detto troppo presto, senza pensare.
Es:
Adesso che sono laureato ho risolto tutti i miei problemi e posso iniziare subito a lavorare!
Eh, si fa presto a dire problemi risolti! Forse è proprio adesso che iniziano i veri problemi.
Hai letto dieci libri di grammatica e credi di saper parlare l’italiano?
Si fa presto a dire che adesso lo sai parlare!
Sono innamorato!
Si fa presto a dire amore!
A volte però non si usa il verbo dire, ma un altro verbo. In questo caso si tratta comunque di un giudizio, di una critica, di un’opinione che riguarda una decisione ritenuta sbagliata o una frase ritenuta affrettata, detta senza pensare troppo:
Es:
Chi non va bene a scuola è un somaro e va sempre bocciato.
Risposta: si fa presto a giudicare! Che ne sai tu dei problemi delle persone?
Ho visto il mio fidanzato che si abbracciava con una ragazza. Traditore!
Risposta: ma dai, si fa presto a pensare male, magari era una sua amica!
Adesso facciamo un bel ripasso delle lezioni precedenti grazie ad alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Hartmut: si fa presto a dire ripasso! Mica è facile costruire un ripasso in quattro e quattr’otto!
Khaled: sì fa prima ad aspettare che sia tu a farne uno. Poi noi registriamo. No?
Irina: sarà pure vero, ma poi bisogna impegnarci personalmente ogni tanto. Questo non significa fare un ripasso allabuona, ma anche laddove ci siano molti errori, è proprio così che si impara.
Edita: scusate ma io sono facile alla distrazione e sto pensando alla frase “un ripasso in quattro e quattr’otto!”. Ma che significa?
Danita: quando fai qualcosa in quattro e quattr’otto la fai velocemente. 4 + 4 fa otto. È un’operazione facile da fare. È veloce, non c’è bisogno di stare a pensarci troppo.
Albéric: ah, allora si fa presto a fare le cose in quattro e quattr’otto! Ma alla precisione non ci pensa nessuno? Scusate ma ho la fisima della precisione.
Trascrizione completa disponibile solo per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (Entra – Registrati)
Descrizione
Vediamo un termine da usare in sostituzione di “stronzate” (troppo volgare), sciocchezze, fesserie, stupidaggini. Un termine che può indicare anche piacevolezza.
Oggi potremo occuparci proprio di “si fa“, due piccole paroline che messe insieme si possono usare in diversi modi, sia semplicemente come ho fatto io, sia mettendole insieme a qualche altro termine. In questo modo si formano alcune locuzioni che hanno un significato particolare, come:
Oggi vorrei parlarvi di “si fa prima“, una locuzione informale che si può usare quando soprattutto parliamo del tempo che occorre per fare qualcosa.
Stiamo in particolare facendo un confronto.
Quanto tempo occorre per andare a Roma con la macchina?
Una possibile risposta potrebbe essere:
Perché andarci in macchina? Si fa prima con l’aereo!
Avrete sicuramente capito che “si fa prima” sta per “si impiega meno tempo“, “occorre meno tempo“.
Quindi stiamo facendo un confronto che riguarda il tempo. Qual è la strada più veloce? Si fa prima da questa strada o da quest’altra?
Attenzione però, perché “si fa prima” può indicare anche una sequenza di operazioni, e non un’operazione che richiede meno tempo rispetto a un’altra.
A esempio:
Nelle espressioni matematiche si fa prima la moltiplicazione o la somma?
La risposta è:
“Si fa prima la moltiplicazione” e dopo la somma.
Stiamo dando un ordine. Prima si fa la moltiplicazione e poi (cioè dopo) la somma.
Oppure:
Cosa si fa prima di spedire una lettera? Prima si scrive e poi si spedisce. Mi pare chiaro.
Anche in questo caso stiamo dando un ordine di operazioni da fare.
Attenzione quindi a queste due modalità di intendere “prima“. Si può intendere un ordine – e in questo caso prima di contrappone a dopo – oppure “prima” indica un minor tempo per fare qualcosa.
Naturalmente in entrambi i casi stiamo parlando in modo impersonale.
Vi faccio notare però che a volte “si fa prima” si può usare anche in senso ironico, quando voglio sottolineare una eccessiva complessità di qualcosa, inoltre spesso si fa riferimento, anche senza fare ironia, anche alla minore complessità, a una maggiore facilità, una minore difficoltà nel fare qualcosa anziché un’altra. Non parliamo necessariamente di tempo.
In Italia si fa prima a fare un figlio che a prendere la patente.
Questo è un uso ironico. Voglio dire che prendere la patente di guida è particolarmente complesso, impegnativo o richiede molto tempo. In confronto, ci vuole meno tempo a fare un figlio!
Che pizza, l’autobus non passa! E’ un’ora che aspettiamo! Si fa prima a andare a piedi!
Si tratta di linguaggio informale, questo è bene chiarirlo.
Quando una squadra non vince, si fa prima a cambiare l’allenatore piuttosto che tutti i calciatori.
Quest’ultimo esempio fa riferimento più che alla velocità, cioè al minor tempo, direi piuttosto alla semplicità di una scelta rispetto ad un’altra.
Ho acquistato un oggetto del valore di 1 euro su Amazon, ma non funziona. Si fa prima a ricomprarlo che a chiedere la sostituzione!
Degli amici calabresi mi hanno invitato a pranzo. Volete sapere cosa ho mangiato? Si fa prima a dire cosa NON ho mangiato!
Questo è un altro esempio ironico in cui uso “prima” per indicare qualcosa che richiede meno tempo e/o meno impegno.
Questa modalità di utilizzo di “prima” spesso si usa per dare un consiglio a una persona o come semplice considerazione, ma in questo caso non è più impersonale:
Tuo marito ti tradisce? Vuoi che cambi il proprio comportamento? Hai deciso di portarlo a fare psicoterapia? Vuoi riconquistarlo attraverso della lingerie sexy? Ma non fai prima a cambiare marito? Non è più facile?
Si è rotta la macchina quindi sono rimasto a piedi a 500 metri da casa. Chiamo i soccorsi? Faccio una telefonata a mio fratello che mi viene a prendere? Oppure faccio prima andare a casa a piedi?
Se volessi esprimermi in modo meno informale, a seconda delle circostanze, potrei dire:
E’ più conveniente che io torni a piedi (anziché dire “faccio prima a tornare a piedi”)
Credo ti convenga cambiare marito! (e non “fai prima a cambiare marito”)
E’ preferibile dire cosa non ho mangiato (anziché “si fa prima a dire cosa non ho mangiato).
Si parla quindi di “convenienza” in generale, non necessariamente di tempo impiegato o da impiegare.
A volte si sostituisce “prima” con “meglio“, ma sicuramente è bene usare “si fa meglio” quando si parla di qualità di una scelta:
Il pane si fa meglio a mano che con la macchina impastatrice.
Anziché dire stupidaggini, nella vita spesso si fa meglio a tacere
Si parla quindi di una scelta migliore rispetto a un’altra.
Altre volte il confine tra qualità e convenienza è meno evidente, e allora si potrebbe dire ad esempio:
Siamo a 500 metri da casa. Si fa meglio a andare a piedi piuttosto che chiamare un taxi.
Si potrebbe rispondere:
Non so se sia meglio, sicuramente si fa prima a piedi!
Domani vediamo “si fa presto“. Nel frattempo si è fatto tardi… allora ripassiamo!
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Rafaela: è un audio-libro pensato per chi vuole imparare come descrivere i tratti del carattere delle persone. Un capolavoro, altro che storie, ed io sicuramente non mi ritengo una ruffiana dicendo così.
Bogusia: sapete che proprio oggi mi è capitato di imbattermi in un oroscopo per l’anno venturo. Lospunto per leggerlo era il titolo che iniziava con la frase di due minuti con italiano semplicemente. La sorte e la mia insaziabile curiosità hanno voluto che io lo leggessi, vai a capire perché. Vi dico cosa diceva l’oroscopo: Altro che cattiva sorte. Il 2022 sarà una pioggia d’oro per questi segni baciati dallafortuna e ricompensati dalle stelle: Leone e pesci . Perché mi ha colpito? Si dà il caso che siamo in tanti nell’associazione ad essere nati sotto il segno dei pesci, ivi incluso il nostro professore. Non so se ci andrà veramente di lusso l’anno prossimo (perinciso, anche io sono dei pesci) o se dovremo venir meno alle nostre aspettative inmerito, ma spero che sia la verità. Auguro a tutti i leoni e pesci buona fortuna, ma mi raccomando, stiamo in campana con questo virus.
Oggi ci occupiamo di una modalità particolare che si può ugualmente usare per esprimere una conseguenza, o un effetto.
Abbiamo visto anche la locuzione “per via di“, e nello stesso episodio abbiamo parlato anche di “grazie a” , “per merito di” , “per colpa di” .
Queste ultime sono sicuramente le più utilizzate dagli italiani e anche da voi non madrelingua.
Sicuramente però la locuzione che voglio spiegarvi oggi voi non la utilizzate praticamente mai:
Dare luogo a
Oppure
Dar luogo a
Anche questa locuzione serve ad esprimere una conseguenza. Non esprime necessariamente una colpa o un merito di qualcosa che accade, ma semplicemente un effetto, un risultato, che può essere negativo o positivo.
Nella maggioranza dei casi però, questo bisogna dirlo, “dar luogo” esprime una conseguenza poco gradevole, diciamo negativa, non desiderabile, a volte solo potenziale.
Eppure nei dizionari leggiamo che dare luogo significa lasciarpassare una persona, oppure cedere il proprio posto a qualcuno. Quindi ad esempio:
dare luogo a una persona anziana
Bisogna dire che però in questo modo sicuramente non si usa molto spesso.
I dizionari ci dicono anche che dare luogo significa anche fare intervenire, fare seguire, fare in modo che qualcosa accada.
Posso dire ad esempio:
Bisogna dar luogo a un cambiamento
Cioè: bisogna far sì che avvenga un cambiamento, bisogna agevolare un cambiamento, occorre favorire un cambiamento.
È un modo poco informale, sicuramente, di esprimersi, ed è parecchio usato nei telegiornali e nelle dichiarazioni fatte dai personaggi politici italiani, quando si esprime la volontà di favorire qualcosa, quando si vuole permettere qualcosa:
Occorre dar luogo a interventi immediati per combattere la crisi.
Vedete che si usa in fondo anche con un senso simile a “fare“, oltre che favorire e permettere. C’è spesso un invito all’azione.
Il modo più diffuso, ad ogni modo, resta quello legato alle conseguenze, con un senso simile a “generare“, “produrre“, “causare“:
Oggi sono previste intense precipitazioni, che possono darluogoa frane e smottamenti del terreno.
Quindi in conseguenza della forte pioggia (intense precipitazioni) si potrebbero verificare frane e smottamenti del terreno, crolli.
Le ultime decisioni del governo potrebbero dar luogo a forti proteste
Anche qui è simile, generare, produrre e causare. Potrei anche dire:
Alle ultime decisioni del governo potrebbero seguire forti proteste
Quindi “dare luogo” si può usare correttamente nel senso di permettere, favorire, come abbiamo detto, ma questo uso è abbastanza appannaggio di un certo tipo di linguaggio, più adatto al lavoro e al linguaggio dei politici e giornalisti.
L’uso più frequente di “dareluogo” è invece, è bene ribadirlo (cioè confermarlo), nel senso di generare, produrre come risultato.
Vediamo altri esempi e poi ripassiamo gli episodi precedenti:
Le ultime dichiarazioni del presidente hanno dato luogo ad accese polemiche.
Meglio non parlare troppo oggi alla riunione, per non dar luogo ai tuoi colleghi di accusarti come al solito.
Non devono vederci insieme, sarebbe un male per me se dessi luogo a pettegolezzi.
Non hai parlato troppo chiaro. Le tue parole daranno sicuramente luogo a tante interpretazioni.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Edita: oggi è arrivato il freddo e la neve in Italia. Possiamo dire che è arrivato l’inverno a tutti gli effetti.
Irina: in California ci sono 21 gradi invece. Ma non voglio farvi rosicare!
Peggy: è vabbè allora sapete che facciamo? La prossima estate, covid permettendo, andiamo tutti a Roma alla riunione dei membri di Italiano Semplicemente. Sempre che Giovanni sia d’accordo.
Sofie: io verrò sicuramente e porto anche tutto il cucuzzaro, cioè marito e figli.
Giuseppina: può capitare che un termine specifico che si usa in un gioco trovi il modo di entrare nel vocabolario per essere usato in situazioni particolari.
È il caso del termine cucuzzaro, che deriva da cocuzza, che in dialetto calabrese e siciliano significa zucca.
Nel “gioco del cucuzzaro” si pronuncia appunto la frase “tutto il cucuzzaro”, e il cucuzzaro in quel gioco è la persona che conduce il gioco, ma si rappresenta la persona che vende le zucche.
Dunque il cucuzzaro è una persona, nel gioco del cucuzzaro.
Nel linguaggio informale invece, quando si dice questa frase: tutto il cucuzzaro, si intende “tutto quanto” o “tutti quanti” in riferimento a persone o anche a cose.
Ovviamente è una modalità scherzosa, quindi è simile ad altri termini più o meno simili che si usano in queste occasioni, come combriccola e banda, riferito a persone e armamentario e ambaradan (riferito a cose).
Anziché dire tutta la famiglia al completo, o tutti quanti i figli, si potrebbe così usare “tutto il cucuzzaro”.
Vediamo qualche esempio:
Siete invitati a cena stasera.
Dobbiamo venire soli o portare tutti e 5 i figli?
Portate pure tutto il cucuzzaro, c’è da mangiare in abbondanza!
Quindi l’espressione si usa per estendere a tutti o a tutto, cioè a una collettività o un gruppo, un invito o qualunque altra cosa.
Altro esempio:
Stanotte nel quartiere la polizia ha arrestato una ventina di persone per traffico di stupefacenti.
Chissà se hanno arrestato anche il dott. Bianchi o qualcuno della sua famiglia.
Si, altroché, non solo lui, ma pare abbiano preso tutto il cucuzzaro, altro che qualcuno!
Un ultimo esempio, che sottolinea ancora una volta il senso di estendere qualcosa a più persone (quasi sempre) o cose:
Io alle prossime elezioni non vado a votare, perché non c’è alcuna differenza secondo me tra destra, sinistra, centro e tutto il cucuzzaro. Sono tutti uguali!
In questo caso sto estendendo il mio pensiero a tutte le forze politiche, nessuna esclusa.
In questa occasione come in altre è un po’ come dire “anche tutto il resto”, “e tutti gli altri“. Si tratta appunto di un’estensione fatta con senso dispregiativo o semplicemente con un tono ironico.
Anche stavolta le zucche, anzi le cocuzze non c’entrano niente!
Adesso ripassiamo.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Irina: vi propongo un argomento che darà luogo a accese discussioni: secondo voi, può essere giustificabile una avventura extraconiugale?
Marcelo: mi prendi in contropiede, perché non ho mai pensato neanche a sposarmi, figuriamoci al tradimento.
Hartmut: non sbagli, ma non vorraimicaeludere la sua domanda. Vero? In merito all’espressione dare luogo, evidentemente un motivo ci sarà perché è stata utilizzata.
Karin: va bene, allora per non dare adito a polemiche, rispondo che per me, l’unico caso in cui si possa tradire il proprio partner è che lui ne sia a conoscenza e che sia d’accordo.
Sofie: beh, sicuramente questo non sarebbe qualificabile come tradimento a tutti gli effetti, sicuramente però, per sgombrareil campo da ogni dubbio sul mio pensiero, non accetto il tradimento per ripicca. E poi, scusate l’inciso, ma ci sarebbe anche un’altra espressione che non è mai stata spiegata prima: dare adito. E mifa specie che sia stata proprio Karin a farlo, che prima si lamentava tanto per l’espressione “dare luogo” .
Marguerite: non è che stiamo mettendo troppa carne al fuoco? Oh no, l’ho fatto anch’io!!
André: va beh ragazzi, ma la domanda di Irina sui tradimenti mi sembrava interessante. Nessun altro vuole raccogliere la sfida? Io dico che il tradimento non si giustifica mai, fatto salvo se sono io a farlo.
Ulrike: ah, André, se tanto mi dà tanto, questo significa che l’hai già fatto! Vero?
Peggy: Personalmente, se mi venisse chiesto non sarei mai accondiscendente. In caso contrario non so se sarei mai disposta a tollerare una cosa simile, in quanto credo che uno se lo fa una volta, poi lo farà anche una seconda, una terza e cosi via. Spesso e volentieri, tale comportamento avviene per via dell’insoddisfazione che, col tempo, deriva dal rapporto di coppia, che come sappiamo esclude rapporti extra-coniugali. Quando due persone hanno deciso essere fedeli e prendersicura amorevolmente l’uno dell’altro e poi accade questo, allora, a questo punto, ritengo sia meglio trasformare la relazione coniugale in una di amicizia.
Giovanni: oggi, in questo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente vediamo il termine riserva.
Ampiamente utilizzato nella lingua italiana, quella di tutti i giorni, ma in generale sia nella lingua formale che informale.
La riserva esprime un concetto semplice: qualcosa che potrebbe servire, che potrebbe essere utile per diversi motivi, ma che inizialmente non viene utilizzato. Si utilizza solamente in caso di necessità.
Questo è il significato principale, poi ce ne sono alcuni particolari che appartengono a usi specifici.
Ma vediamo invece l’uso di cui vi ho parlato.
Nello sport, la riserva è costituita da ciascuno degli atleti che partecipano a gare e campionati solo in caso di indisponibilità di un titolare.
Quindi ad esempio nel calcio la riserva è fatta da calciatori che entrano e giocano solo se l’allenatore decide sia il caso. Si chiama più comunemente “panchina” in questo caso, perché questi calciatori stanno seduti in attesa di entrare in campo.
Anche nel linguaggio militare, la riserva è l’insieme delle persone che potrebbero partecipare ad una eventuale guerra ma che in questo momento non sono militari, ma persone normali. Non si sa mai!
In macchina invece “stare/trovarsi in riserva” indica che abbiamo poco carburante a disposizione, quindi si accende la spia rossa della riserva, il che significa che dobbiamo fare rifornimento al più presto altrimenti resteremo senza carburante.
Allora adesso passiamo alla “domanda di riserva” chedà il titolo all’episodio di oggi.
Una espressione che si utilizza in caso di necessità.
Ma quale sarebbe questa necessità?
Si tratta in realtà di una espressione scherzosa, che si usa normalmente quando c’è una domanda scomoda, o difficile, alla quale non vogliamo rispondere o preferiremmo non rispondere.
Una domanda si dice “scomoda” quando reca disagio, o imbarazzo o disturbo.
La domanda potrebbe anche essere compromettente, cioè impegnativa, ma nel senso che rispondendo a questa domanda potrebbe derivare un certo rischio o danno, specie per la reputazione di chi risponde. Tipo:
Ma lei ha mai avuto a che fare, nella sua vita, con la mafia?
Oppure:
Hai qualche strana fantasia sessuale?
Sei mai stato infedele?
Si può semplicemente non rispondere a domande di questo tipo, oppure, per buttarla sul simpatico, potete rispondere così:
Non c’è una domanda di riserva?
Un ultimo esempio:
Ciao, com’è andata ieri sera con Paola? So che era il vostro primo appuntamento. Dai raccontami!
Risposta: Hai una domanda di riserva?
Questo tipo di risposta è chiaramente un modo ironico ed anche molto chiaro per dire che qualcosa è andato storto (cioè è andato male). Meglio non parlarne quindi.
È una battuta che si può fare anche con domande meno impegnative, tipo:
Come stai?
Come butta? (molto giovanile)
Come è andata al lavoro oggi?
Che mi racconti di bello?
In tutti questi casi è accaduto qualcosa di brutto o negativo e preferiamo non parlarne.
Un altro esempio:
Una ragazza, in piena notte, sveglia il suo fidanzato e gli chiede:
Ma tu, sinceramente – guardami negli occhi – mi ami?
Quale risposta miglioredi:
Unadomandadi riserva?
Marguerite: Adesso ripassiamo? Niente domande di riserva stavolta.
Peggy: certo, anche perché quella che hai appena fatto è una domanda retorica.
Giovanni: Dopo aver provato a spiegarvi, nell’ultimo episodio, uno degli utilizzi del verbo provare, oggi ne vediamo un altro.
Essere provato, infatti, è completamente diverso da aver provato.
Essere provati significa semplicemente essere stanchi, ma è una stanchezza che può essere di due tipi diversi.
Può essere una grande stanchezza, quindi essere provato è come essere stanchissimo, essere esausto, non avere più energie.
Il secondo uso si riferisce imvece ad una stanchezza diversa, non solo fisica ma anche mentale. Si può trasmettere anche un senso di sofferenza.
Ecco che allora una persona provata può esserlo perché non ha più le energie, fisiche o mentali, ma si può dire anche di persone che recano i segni di esperienze difficili o dolorose:
È una famiglia provata dalle disgrazie
Quest’uomo è visibilmente provato dagli anni
Sono veramente provato. Dopo 25 esami all’università e il dottorato non vedo l’ora di iniziare a lavorare.
Posso anche dire che:
Un contadino può essere provato dalla fatica
In questo caso si parla di fatica, ma non necessariamente di fatica di una giornata di lavoro, bensì quella di una vita di lavoro e sacrifici.
Provato è quindi un aggettivo, proprio come stanco e esausto, e si usa solo per le persone o al limite per un animale, che so, ad esempio un asino provato dalla fatica o un qualunque animale provato dagli anni, provato dall’età.
Potrebbe sembrare che non ci sia nessun legame col verbo provare, inteso come sperimentare, tentare.
Ma vediamo la frase seguente:
I ragazzi, dopo quattro ore di maratona, sono stati provati dallo sprint finale.
Oppure:
L’ultima salita mi ha provato!
In questo caso, essere provati da qualcosa si avvicina a “essere messi a dura prova” , o semplicemente “essere messi alla prova” .
Quando qualcosa ci mette alla prova, questa è una sfida da vincere, ed è una sfida molto difficile da vincere.
Non è sicuro che si riuscirà a vincere, perché la sfida ci metterà alla prova, ci metterà a dura prova.
La prova sarà dura e solamente provando si può verificare se possiamo veramente farcela.
La cosiddetta “prova” è infatti un sinonimo di sfida, qualcosa da superare, qualcosa che ci impegnerà duramente.
Dunque possiamo sentirci provati dopo che qualcosa ci ha messo a dura prova dal punto di vista fisico o mentale, ci ha estenuati.
È vero o no che la lotta contro il virus ha messo alla prova i sistemi sanitari di tutto il mondo?
È anche vero che tutti noi ma soprattutto i medici che sono in prima linea sono provati da due anni di lotta contro il Covid.
Notate che normalmente si usa il verbo essere, ma possiamo anche usare sentirsi:
Mi sento provato dalla fatica
Ci sentiamo provati da tanti anni di lavoro
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Irina: Ciao a tutti. Vorrei rispondere a Marcelo e complimentarmi con lui per i suoi bei ripassi che ha fatto di recente. Riprendendo il suo discorso sull’attività fisica e l’alimentazione, direi che schiaffarsi sul divano dopo aver mangiato, magari dopo aver anche sforato col cibo, è una cosa normale da fare, no? Non sono un medico ma l’attività fisica dopo un pranzo abbondante direi proprio che sia il caso di evitarla.
Karin: Sì, lo penso anch’io. Trenta e anche passa minuti per il riposo, dopo aver mangiato a crepapelle credo sia la mossa giusta da fare altro che storie!
Hartmut: concordo. Va bene ogni tanto mangiare e divertirsi, ma si dà il caso che il colesterolo non si possa prendere alla leggera.Avete sicuramente ben presente il fatto che la cattiva qualità del sonno può essere un campanello di allarme per il colesterolo alto, vero? Livelli alti, appunto, possono causare disturbi del sonno.
Peggy: Io veramente ne faccio anche qualcuno in più di peccatuccio di gola, ma in compenso faccio molta attività fisica. Per tenere abada il colesterolo poi mangio 5 porzioni di frutta e verdura al giorno e al contempo cerco di scegliere cibi ricchi di fibre come il pane integrale, legumi e cereali.
Bogusia: ho capito, volete farmi sentire in colpa perché non so resistere a patate arrosto e salsicce? Ma non è colpa mia. Tra la mia voglia di moderazione e le salsicce che mi dicono “mangiami” la sfida è impari.
Ulrike: non me lo dire! Con me un piatto non resta mai Intonso! Inoltre sono di un goloso pazzesco! Ma da domani, quant’è vero Iddio, mi metto a dieta!
Sicuramente ciascuno di voi, all’interno dell’attività in cui lavora, è deputato a svolgere determinate mansioni. Non è vero?
Essere deputati è l’argomento di oggi.
Il termine deputato, direte voi, è un sostantivo, perché i deputati sono coloro che compongono il ramo inferiore del Parlamento italiano (detto appunto Camera dei deputati) oppure anche coloro che fanno parte del Parlamento europeo. Anche loro si chiamano deputati. In quel caso si può dire “essere un deputato”.
Ma deputato è anche un aggettivo, infatti è simile a “incaricato di un compito“, quindi si tratta di una persona destinata a una mansione specifica. Ma non è detto si tratti di una persona
Una commissione deputata al controllo
Un gruppo di lavoro deputato a redigere un contratto
Un luogo deputato allo svolgimento di riunioni
Un organo deputato alla riproduzione
Vedete che si usano sempre le preposizioni a, al, alla, agli, allo, alle, alle.
A cosa sei deputato nella tua azienda?
E’ un po’ come chiedere: cosa fai? Di cosa ti occupi nello specifico? Quali sono le tue responsabilità?
Oppure:
A cosa serve quest’aula? A cosa è deputata? Cosa ci si fa in quest’aula?
A cosa serve la milza?
Il suo compito è di produrre globuli bianchi, è l’organo deputato a ripulire il sangue dai globuli rossi invecchiati.
Oppure:
Gli anticorpi sono deputati alle difese immunitarie
Le fibre bianche sono deputate agli sforzi brevi ed intensi
Le agenzie di viaggio sono deputate allo svolgimento di servizi
Il difensore, in una squadra di calcio. è deputato a ostacolare gli attaccanti
Capite bene che è un aggettivo che si usa poco nel linguaggio di tutti i giorni, dove si usano preferibilmente frasi diverse:
A cosa serve?
Chi se ne occupa?
Che attività fanno?
Esiste anche il verbo deputare, anch’esso abbastanza formale.
Colui che deputa, decide il compito di qualcuno o qualcosa, quindi è simile a “designare” per lo svolgimento di un incarico o di una missione o di un compito qualsiasi
Deputare un lavoratore a un compito specifico
Chi è stato deputato a fare le pulizie?
Chi è stato deputato a rappresentare il governo in Europa?
Da sempre sono io la persona deputata a questo incarico
Adesso passiamo al ripasso del giorno, per il quale ho deciso di deputare Marcelo.
Giovanni: buongiorno amici. Oggi vediamo un’espressione molto curiosa:
Essere/stare sul chi vive.
Con stare sul chi vive si indica quel particolare stato d’animo caratterizzato da una tensione tale che lo fa stare molto attento a qualsiasi cosa gli accada intorno.
Si usa il il verbo vivere perché bisogna stare svegli, attenti, concentrati alle cose che accadono.
L’origine è il linguaggio militare: simile a “stare in guardia”, essere pronti a fronteggiare qualsiasi avvenimento o imprevisto; si intende un imprevisto sgradevole. Qualcosa potrebbe accadere da un momento all’altro.
Nel linguaggio militare, quando una sentinella vede qualcuno, chiede: “Chi vive?”
Con questo segnale la sentinella intimava a questa persona di farsi riconoscere.
Intimare è un verbo anch’esso molto usato nel linguaggio militare e sta per ordinare in modo perentorio: intimare l’alt a qualcuno; intimare di fermarsi, intimare di farsi riconoscere. E’ un ordine a tutti gli effetti.
Si utilizza anche nella giustizia nel senso di far conoscere a una persona una decisione di una autorità, nel senso di notificare in nome dell’autorità:
intimare lo sfratto a un inquilino
intimare a un teste di presentarsi a un’udienza eccetera.
Anche la polizia può intimare a delle persone di alzare le mani, oppure un arbitro di calcio, che rappresenta un’autorità in campo, può interrompere il gioco e invitare lo speaker ad intimare ai tifosi di smettere con i cori razzisti. E’ simile anche al verbo ingiungere, di cui ci occuperemo nel corso di Italiano Professionale.
Intimare non ha nulla a che fare con l’intimità naturalmente, sebbene l’origine sia la stessa.
Ma torniamo a bomba: “Stare sul chi vive” si usa ugualmente anche nel linguaggio militare e l’espressione “stare sul chi va là“, ha lo stesso significato ma è più informale.
Chi va là!
Significa la stessa cosa: chi c’è? Chi è? Chi c’è là? Quindi anche questo è un modo per intimare a qualcuno di farsi riconoscere in ambito militare.
Se usciamo da questo mondo però, che è ciò che ci interessa, le due espressioni “stare sul chi va là” “stare sul chi vive” si usano come dicevo nel senso di stare molto attenti a qualsiasi cosa accada.
Se siamo ad esempio con una tenda in mezzo al bosco, di notte bisogna stare sul chi vive, perché non si sa mai cosa può accadere. Un animale si potrebbe avvicinare alla tenda, degli insetti potrebbero entrare, il vento potrebbe portar via la tenda, oppure potrebbe allagarsi eccetera.
Se partecipo ad un concorso e da un giorno all’altro potrebbe uscire la data del colloquio, ma non si sa esattamente quando uscirà; allora bisogna stare sul chi vive perché altrimenti potremmo dimenticare di controllare.
Naturalmente un non madrelingua è abituato, in tutti questi casi, ad usare “stare attento” o “stare concentrato“, o “prestare attenzione”, ma queste modalità sono più adatte ad uno studente che deve seguire una lezione, o a una persona che guida l’automobile e deve prestare attenzione mentre guida.
Invece “Stare in guardia” è una espressione che si avvicina maggiormente a “stare sul chi vive“, perché ha ugualmente a che fare col pericolo. Significa assumere un atteggiamento di vigile attesa e difesa. E’ adatto a un pugile che deve stare attento a non farsi colpire dall’avversario, ma si usa normalmente per indicare qualsiasi tipo di pericolo.
Esiste anche “guardarsi le spalle” se questo pericolo può arrivare da qualcuno che ti tradisce.
In famiglia un genitore può esortare il proprio figlio a stare sul chi vive quando esce per andare in un posto potenzialmente pericoloso. Stavolta meglio usare il verbo “esortare” e non intimare. Esortare sta per spingere, spronare, cercare di indurre a un certo comportamento, facendo leva sugli affetti e magari sulla ragione. Si può usare anche “incitare” (come fanno i tifosi allo stadio).
Ti esorto alla prudenza
Ti esorto a essere prudente.
Ti esorto a stare sul chi vive
Suona un po’ formale nel caso del genitore col figlio. Magari in casi come questi meglio “invitare“:
Stare sul chi vive è, tra tutte, l’espressione meno popolare, e, se vogliamo, quella più usata anche nel caso di un pericolo non fisico, non legato alla vita, ma anche, molto più genericamente, può indicare una attesa vigile, vedendo ciò che accade, prima di fare qualcosa, come nel caso del concorso: biusogna stare sul chi vive in attesa di fare la domanda di partecipazione.
Il fatto che sia legato anche all’attesa lo dimostra il fatto che si usa spesso insieme a “per ora“, “per il momento“. Es:
Per ora meglio stare sul chi vive. Vediamo cosa succede e poi vedremo cosa fare.
Non prendiamo decisioni azzardate. Stiamo sul chi vive per il momento e se qualcuno prova a dire qualcosa, sapremo cosa rispondere.
Che ne dite se adesso ripassiamo? Vi esorto ad ascoltare il seguente ripasso dalle voci di alcuni membri dell’associazione, che stanno sempre sul chi vive in attesa che gli chieda sempre qualcosa da registrare!
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Marcelo (Argentina): Oggi non mi sento in vena di fare la solita passeggiata. Ci sono motivi? Sicuramente ma non è stato così facile capirli. Ho dovuto fare mente locale, e così ho trovato la causa principale. Ieri sera abbiamo cucinato un arrosto e credo di aver esagerato. A pensarci bene ho sforatocol cibo, col bere e perfinocol dolce. Il piacevole rovescio della medaglia è stato di aver condiviso un giorno con famiglia ed amici. Molto divertente.
Anne France (Francia): Condivido pienamente la tua sensazione di essere restiia passeggiare oggi. Purtroppo però sono un medico e sono giocoforzaandare di nuovo alla carica. Ci sono i nuovi pazienti qua per le prime visite. Non vi dicoquanto mi piacerebbe rificcarminel letto.
Anthony (Stati Uniti): ah sei medico? Allora a ragion veduta, credo che sarà meglio per la tua salute farla la passeggiata.
Hartmut (Germania): parli bene tu, con quello che hai mangiato! Ma se sei veramente convinto, qui ti voglio! Adesso dai il buon esempio tu. Hai voluto la bicicletta?
Giovanni: buongiorno amici, ho una novità da darvi!
Da oggi i nuovi membri dell’associazione Italiano Semplicemente potranno scegliere un tutor, vale a dire una persona che parla la loro stessa lingua, che fa già parte dell’associazione e che li potrà aiutare.
In questo modo tutto sarà più facile per i nuovi membri, anche se il loro livello non è molto alto.
Il tutor li aiuterà a prendere confidenza col sito e soprattutto con il gruppo whatsapp dell’associazione per poter iniziare a comunicare con tutti noi che ne facciamo già parte.
Di cosa si parla oggi nel gruppo?
Dove posso trovare sul sito questo episodio?
Avete già parlato di questo argomento?
Come faccio a partecipare con la mia voce agli episodi di italiano semplicemente?
Queste sono alcune delle domande più frequenti.
Spero che questa sia una novità gradita da tutti gli ascoltatori e lettori di italiano semplicemente che ancora non si sono iscritti all’associazione.
I nostri tutor parlano tutte le lingue del mondo, quindi a ciascuno il suo. Quando qualcuno vorrà iscriversi potrà subito indicare la persona che preferisce, altrimenti potrà sceglierla dopo, oppure potrà fare tutto da solo se conosce già italiano semplicemente e ha un sufficiente livello di italiano.
Allora bando ai convenevoli, adesso vi presento Sofie, che avete già ascoltato in numerosi episodi passati.
Sofie parla perfettamente l’italiano ma parla anche il fiammingo poiché è di nazionalità belga.
Lei è appunto uno dei tutor dell’associazione.
Lascio allora la parola a Sofie per l’episodio di oggi.
Qualche tempo fa abbiamo fatto un episodio sul termine “parola“.
Abbiamo accennato, in quell’occasione all’espressione “mettere una buona parola” su una persona.
Questa è un’espressione che si usa molto in Italia, soprattutto quando si parla di lavoro, ma non solo.
Si cerca di aiutare qualcuno, ad esempio ad essere assunto, a trovare un lavoro, oppure a ricevere un favore, una cortesia. Non si tratta necessariamente di qualcosa di illegale, perché in quel caso si preferiscono altre espressioni.
Si usa prevalentemente al futuro ma anche al presente indicativo, sempre però parlando di qualcosa che accadrà in futuro, oppure al passato.
Se io metterò una buona parola su di te vuol dire che parlerò bene di te, cercherò di aiutarti.
La parola è “buona“, cioè serve ad aiutare qualcuno, e la parola buona si “mette”, si mette “su qualcuno” oppure si “spende”, come il denaro.
Questo ad indicare il valore dell’atto, il valore del favore fatto a questa persona, sulla quale viene spesa una buona parola, o sulla quale viene messa una buona parola.
Vediamo qualche esempio:
Ti prego, mi aiuti a ottenere questo lavoro? Ci metti una buona parola tu su di me?
Certo, stai tranquillo. Spenderò qualche buona parola a tuo favore. Parlerò bene di te e dirò che sei una persona onesta e volenterosa.
Oppure:
Paolo ha messo una buona parola su di te con il regista per farti ottenerere almeno una parte nel prossimo film.
Un calciatore della Juventus ha messo una buona parola per l’acquisto di un suo ex compagno di squadra.
Mio figlio vorrebbe entrare a far parte del nostro gruppo, ma non so se il nostro presidente sia d’accordo. Ci puoi mettere una buona parola tu? Te ne sarei grata!
Sapete che io stessa sto registrando questo episodio grazie a qualcuno che ha speso buone parole per me con Giovanni. Quindi ci risentiremo spesso.
Si può dire anche mettere una buona parola sul mio conto, o sul tuo conto, o sul conto di qualcun altro.
Ho spesouna buona parola sul tuo conto col direttore
Speriamo che qualcuno metta una buona parola sul mio conto anche per il prossimo episodio
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Karin: c’è una strana parola, UMARELL, originaria dal dialetto bolognese, che anche molti italiani non conoscono ma è una parola italiana a tutti gli effetti, essendo entrata nel dizionario italiano molto recentemente.
Marcelo: deriva dalla parola uomo, o meglio, da ometto, che può diventare omarello.
Cat: Avete presente quei signori anziani che si aggirano con le mani dietro la schiena per i cantieri dei lavori, facendo domande, dando suggerimenti o criticando le attività che vi si svolgono? Questo è un umarell.
Peggy: mah, sarà! io non mi sono mai imbattuta nel mio paese in uno di questi signori, tantomeno in questa strana parola.
Ulrike: beh, si dà il caso che in Italia la temperatura spesso consenta di stare in giro senza problemi.
Infatti significa liberare, vuotare un luogo o un ambiente da ciò che lo occupa
sgombrare l’appartamento
Sgombrare il solaio
Sgombrare la cantina da tutti i mobili
Si usa la preposizione da per indicare le cose da togliere, da eliminare, da portar via fisicamente.
Le cose che ingombranti, cioè che ingombrano, vanno sgombrare, vanno rimosse, vanno portate via.
Sgombrare quindi esprime un’azione legata ad un fastidio, una necessità: eliminare qualcosa da un luogo.
Questo qualcosa da sgombrare può anche essere qualcuno:
I dimostranti sono stati invitati a sgombrare la piazza
Bisogna far sgombrare gli inquilini dall’appartamento prima di venderlo.
La polizia ha sgombrato l’area
Qui c’è anche il senso di disperdere, evitare una concentrazione di persone in un luogo.
Se questo luogo è il cielo possiamo dire:
Il vento ha sgombrato le nubi
In questo modo il cielo diventa sgombro dalle nubi, così come una piazza diventa sgombra dai manifestanti.
Passiamo adesso al senso figurato. Infatti se non vogliamo liberare uno spazio fisico come un appartamento o una piazza, ma vogliamo liberare la mente dai pensieri, posso dire:
Devo sgombrare la mente da tutte le preoccupazioni per concentrarmi sull’esame.
il mio cuore non si è ancora sgombrato dal ricordo di lei…
Ogniqualvolta ci sono pene o turbamenti o preoccupazioni di cui vogliamo liberarci possiamo usare il verbo sgombrare o anche sgomberare, un verbo quasi identico che però trova più utilizzo nelle frasi dal senso figurato.
Nel caso di dubbi, sospetti, equivoci o pericoli che possono ugualmente dar fastidio in molte occasioni, si usa spesso:
Sgomberare il campo
Per vincere le elezioni occorre sgomberare il campo da ogni sospetto sulla mia onestà.
Si usa spesso in ambito professionale:
Prima di effettuare l’acquisto vorrei sgomberare il campo da ogni eventuale dubbio da parte sua. Mi faccia pure tutte le domande che desidera.
Cominciamo con lo sgomberare il campo da equivoci. I nostri prodotti sono di una qualità superiore.
Per sgomberare il campo da tutti i dubbi, le estendo la garanzia a 10 anni.
Adesso ripassiamo:
Bogusia: La stagione degli sport invernali sta lì lì per iniziare e queste gare sulla coltre bianca, eccome se mi interessano! Personalmente li seguo con interesse e in primo luogo il salto con gli sci. Ho sentore che molti di voi siano a disagio su questo argomento visto che con la neve non avete molto a che spartire. Laddove abbiate questa passione avrete sicuramentepresente nomi come Ryoyu Kobayashi, Karl Geiger, Markus Eisenbichler, Anze Lanisek, Kamil Stich, Stefan Kraft, Halvor Granerud. A me ronzano per la testa una bella caterva di questi nomi. Io provengo dalla regione in Polonia dove normalmente inizia la coppa del mondo, maschile, di salto con gli sci. La città si chiama Wisła. Quest’anno iniziano in Russia. È risaputo che la neve in Russia sia meno restia a cadere vero? Hanno iniziato proprio oggi, il 19 novembre a Nizny Tagil. Dove Kamil Stoch, polacco, si aggiudicanla qualificazione meritando il plauso dei giornali. Di contro vengono eliminati a sorpresa atleti come Zajc dalla Repubblica Ceca e Stefan Kraft, austriaco. Partenza a razzo di Kamil Stoch, autore di un salto praticamente perfetto. Non ci avrei scommesso neanche per sogno, vista la sua età e la stagione precedente. Nel giro di poche settimane credo ne vedremo delle belle. In quanto polacca auguro soprattutto a Kamil la sfera di cristallo. Però mi devo ficcare nella testa che lo sport è quello che è e tutto è possibile. Kamil Stoch ha iniziato perfettamente, ma di qui a direche vincerà ce ne vuole. Nel caso di sconfitta ci rimarrò male però bisogna prenderla con filosofia. Questo è quanto.
Vedo però una mano alzata. Prego Bogusia, suggerisci pure l’argomento del giorno.
Bogusia: Ciao ragazzi, io non batto la fiacca, anzi. Però di volta in volta mi viene voglia di leggere qualcosa di leggero, qualche libro giallo o poliziesco che dir si voglia. A volte mi sento un’anima in penae penso che sia tempo sprecato.
Devo ammettere che questa volta però non me ne pento. Non solo ogni due per tremi imbatto nelle frasi che impariamo con due minuti di Italiano Semplicemente, ma spuntano continuamente frasi nuove. Visto che il libro che sto leggendo verte sulla criminalità, voglio sincerarmi riguardo alla loro funzionalità.
Che razza di frase è mai questa? Di primo acchito, dopo aver letto le spiegazioni diverse, pensavo che avesse quasi lo stesso significato di saltare di palo in frasca cioè cambiare spesso l’oggetto del discorso, parlare o scrivere senza nesso logico. In effetti qualcosa c’è di simile. Però mi prende un po’ alla sprovvista il fatto che questo significato, così pare, può diventare positivo quando qualcuno riesce a destreggiarsi, cioè riesce a giostrarsela con le parole talmente bene che al di là del filo conduttore del discorso principale, mostra notevoli capacità digressive, e così riesce ad inserire, senza fare figuracce, anzi, direi uscendone con successo, altri argomenti apparentemente senza alcun nesso.
Ho letto che la frase è stata coniata prendendospunto dal poeta greco Pindaro e dalla sua poesia. Forse vale la pena di ritagliarsi del tempo per andare a vedere di cosa si tratta.
Voi invece spesso e volentierivedo chene parlate. Allora vedodi smetterla di parlare e scappo. Ciao.
Anthony: Grazie Bogusia, argomento interessante. I voli pindarici, lo hai detto tu stessa, è una locuzione usata per indicare, in un qualsiasi discorso scritto o parlato, un passaggio da un argomento a un altro, ma si tratta di effettivamente una digressione dall’argomento principale.
Con digressione si intende una deviazione del discorso, nel quale vengono a inserirsi temi o argomenti più o meno lontani da quello centrale.
Giuseppina: Si usa il termine volo perché solitamente si prende l’aereo per spostarsi il luoghi lontani. Questa è l’immagine della lontananza, ma una lontananza concettuale e non fisica.
In effetti ci sono similitudini col saltare di palo in frasca, e quest’ultima espressione l’abbiamo già spiegata in un passato episodio. La differenza in effetti sta (a volte) nell’abilità riconosciuta a chi riesce a fare voli pindarici per collegare degli argomenti apparentemente molto lontani. La lontananza c’è e rimane, ma quando si usa l’espressione fare dei voli pindarici, spesso si apprezza il tentativo fatto e anche il risultato ottenuto. Altre volte invece non lo si apprezza affatto.
Ulrike: Altre volte ancora, e questa è una grande differenza rispetto all’espressione “saltare di palo in frasca” , la locuzione si usa per indicare dei passaggi troppo arditi, rischiosi, a volte prematuri, che è meglio non fare.
Ad esempio:
Un calciatore di una squadra di calcio potrebbe pensare che dopo 5 vittorie di fila si possa ambire a vincere lo scudetto.
L’allenatore però potrebbe replicare dicendo che è meglio non fare voli pindarici e restare con i piedi ben saldi per terra.
Irina: Quindi in questo caso la locuzione fare voli pindarici ha un senso simile a restare attaccati alla realtà, non fare il passo più lungo della gamba. Questa è un’altra espressione che Si può usare in occasioni simili quando si azzarda, cioè si rischia molto, oltre le proprie possibilità
Si potrebbe anche usare, similmente, al posto di montarsi la testa.
Ulrike: Sapete che montarsi la testa significa porsi un obiettivo troppo ottimistico, credere troppo nelle proprie possibilità. Si utilizza in contesti spesso offensivi, di giudizio sull’operato di una persona.
Una ragazza lo potrebbe dire a un suo spasimante ad esempio. Uno che non deve fare voli pindarici con lei. Sarebbe un po’ offensivo dire che non si deve montare la testa.
Cosa ti sei messo in testa? Ti sei montato la testa forse? Non sei il mio tipo!
Anthony: Invece fare i voli pindarici si potrebbe usare nel senso di non correre troppo, non lavorare troppo con l’immaginazione.
Si, mi piaci, ma meglio non fare voli pindarici, è solo una settimana che usciamo insieme. Vacci piano!
Giuseppina: Riguardo alle due occasioni diverse con cui normalmente si usa l’espressione di oggi, l’uso citato dai dizionari, l’unico, resta però il primo, legato alle digressioni da un argomento.
Es:
Ho dovuto farevoli pindarici per riuscire a giustificare il mio comportamento.
Inutile che cerchi di fare voli pindarici con questa disinvoltura per passare da un argomento all’altro. Ti ho chiesto di spiegarmi una cosa ben precisa. Mi sembra evidente che non sei preparato.
Giovanni: episodio 674 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Oggi vediamo un’espressione comunissima, che sta sulla lingua di tutti gli italiani, ma direi almeno dai vent’anni in su.
Sto parlando dell’espressione “a tutti gli effetti”.
Iniziamo da a. La prima parola è una preposizione, e non un verbo. Quindi si scrive senza la lettera h.
Poi vediamo gli “effetti” . Effetto è un termine che ha più significati. In genere indica dei risultati, quindi ad esempio si contrappone alla causa. Causa ed effetto.
Si sente spesso parlare di causa ed effetto. Ci sono anche gli effetti personali a dire il vero, e poi ci sono una serie di locuzioni e altri significati. Abbiamo dedicato anche un episodio alla causa ed effetto.
Abbiamo già incontrato, in un precedente episodio, la locuzione “in effetti“, che è equivalente a proprio, in realtà, davvero, effettivamente.
Anche questa in qualche modo si riferisce a un risultato, o meglio a qualcosa di reale, che esiste, perché si usa quando riscontriamo qualcosa nella realtà.
Ma passiamo all’espressione di oggi “a tutti gli effetti” che ha un significato simile a “da ogni punto di vista” , “in ogni aspetto”.
Ha quindi a che fare con la completezza ma anche con la causa e l’effetto, quindi ancora una volta con i risultati.
Ammettiamo ad esempio che per diventare un italiano vero occorrano due cose: un parente italiano di secondo grado e un periodo di residenza in Italia di tre anni.
Un brasiliano ad esempio, che sia nipote di un italiano, dopo un solo anno di residenza in Italia non è ancora italiano a tutti gli effetti, perché mancano ancora due anni di residenza per potersi considerare italiano a tutti gli effetti.
Per produrre degli effetti, potremmo dire, gli anni di residenza in Italia devono essere tre. Quindi solo a quel punto il ragazzo brasiliano potrà considerarsi italiano a tutti gli effetti, quindi sotto tutti i punti di vista.
Non bastava il nonno italiano. Da sola, questa caratteristica non produce effetti. Questo è solo uno degli aspetti rilevanti. Sotto l’altro aspetto, quello della residenza in Italia, invece occorrono tre anni. Finalmente, passati i tre anni, si diventa italiani a tutti gli effetti.
Questa è un’espressione che si può usare in mille occasioni.
Es:
Il percorso per diventare avvocato a tutti gli effetti è durato quasi otto anni dal momento dell’iscrizione all’università.
A volte l’espressione si può utilizzare anche in modo un po’ più “leggero” diciamo, senza necessariamente prevedere dei passaggi obbligatori. Ad esempio potrei dire che:
Giovanni ormai è un professore a tutti gli effetti, cioè, potrei anche dire pienamente, completamente. In questo caso specifico mi riferisco all’esperienza di Giovanni, che sarei io. Questo però non significa che io sia veramente un insegnante.
Più ufficialmente è da intendere invece che un testo di legge, una volta uscito in gazzetta ufficiale è una norma validaa tutti gli effetti.
Paolo ha 18 anni, ormai è un uomo a tutti gli effetti.
Quest’ultimo è altrettanto ufficiale, visto che con la maggiore età (cioè dai 18 anni) si è maggiorenni per legge. Ciò non toglie che Paolo potrebbe non essere maturo per certi versi, nei suoi comportamenti eccetera.
Però potrei anche dire che Paolo, se fa qualcosa che dimostra la sua maturità, dimostra di essere un uomo a tutti gli effetti.
Insomma, normalmente l’espressione va interpretata come una completezza di caratteristiche che sono necessarie per arrivare ad un risultato, ma altre volte nel linguaggio colloquiale si usa in modo meno categorico.
Adesso ripassiamo qualche episodio passato.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Ulrike: in Germania siamo messi male con l’infame Covid. Troppo tardi i responsabili hanno deciso di prendere spuntodalle misure che in Italia sono già in vigore. Siamo a più di 50.000 nuovi casi In un solo giorno e ciò nonostante è un continuo titubare e dibattere sul da farsi. Fra poco mi metto in viaggio alla volta diBerlino. Oggi ho telefonato al mio medico di base. Il mio turno per la terza dose è solo il 10 di gennaio.
Giovanni: episodio 673 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Oggi mi aiuterà Irina, membro della nostra associazione, che ha una voce piuttosto squillante.
Irina (California): Mi rivolgo oggi a tutti coloro che credono che si possa imparare una lingua solamente attraverso lo studio della grammatica:
Volete ficcarvi in testa che bisogna parlare?
Scusate ma per introdurre l’episodio di oggi ho dovuto ricorrere ad un rimprovero!
Ficcare è l’argomento di questo episodio.
Questo è un altro verbo che si usa solamente nel linguaggio familiare, come anche schiaffare, che abbiamo visto nell’episodio scorso.
Ficcare significa ancora una volta mettere, ma è più vicino a inserire, o meglio inserire a forza, far entrare, far penetrare, spingere all’interno con forza.
Es:
Ficcare un chiodo nel muro
Normalmente diremmo “piantare un chiodo nel muro”, ma ficcare è anch’esso adatto in quanto il chiodo si spinge con un martello quindi si usa la forza.
Posso usarlo anche nel senso di penetrare, conficcarsi, simile a infilarsi:
Mi si è ficcata una spina nel piede
Vale a dire che mi è entrata una spina nel piede.
Un altro esempio:
Dove avrò ficcato le chiavi? Non le trovo!
In questo caso è in sostituzione di “infilare”, ma anche i più semplici “mettere” e “nascondere”.
Si può anche usare “andare a finire” in questi casi:
Dove si saranno ficcati i miei occhiali?
Dove sono andati a finire i miei occhiali?
Dove avrò messo gli occhiali?
Se dite “dove avrò ficcato” o “dove si saranno ficcati” non cambia.
Si usa di frequente anche il cerbo “cacciare“.
Giovanni:
Dove si sono cacciate le chiavi?
Dove avrò cacciato le chiavi?
Chissà dove si sono cacciate!
Anche “cacciare“, usato in questo modo è informale naturalmente.
Un altro esempio con ficcare, ma in senso figurato:
Non ficcare il naso nei miei affari!
In questo caso questa frase significa “impicciarsi” (altro verbo informale) o anche “non farsi gli affari propri” ma in generale ficcare si usa anche nel senso di agire in modo da trovarsi coinvolti in una situazione negativa.
Ficcare poi, se usato in modo riflessivo diventa ficcarsi:
Significa mettersi in un posto, infilarsi, cacciarsi da qualche parte.
Es:
Vado a ficcarmi nel letto!
Cerca di non ficcarti nei guai, come al solito!
Quindi simile a “mettersi” e “infilarsi“, anche in modo figurato.
Avrete notato che il verbo ficcare si usa quasi sempre in contesti negativi: una spina nel piede, dei guai, non trovo più qualcosa, farsi gli affari altrui, situazioni in cui si rimprovera una persona ecc.
L’unico esempio che si salva è “ficcarsi nel letto” che è piuttosto piacevole.
Va bene allora adesso ripassiamo attraverso la voce di alcuni membri dell’associazione.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Khaled (Egitto) è Irina: Le mie giornate sono strane a volte. Talora si fa subito tardi senza accorgermene e sono combattuto/a. tra la voglia di schiaffarmi sul divano e quella di fare una chiacchierata. Adesso ad esempio vorrei raccontarvi di un incontrotanto inaspettato quanto commovente avvenuto poc’anzi.
Marcelo (Argentina): Stavo lì lì per uscire da un emporio affollato quando all’improvviso mi sono sentita chiamare da una persona che, di primo acchito, mi sembrava sconosciuta.
Harjit (India): se volete, un’altra volta vi dirò che tipo di donne siamo diventate col passare degli anni. Imparerete su di noi di tutto e di più. Già, perché col tempo non si resta intonse né nel fisico, né nella mente. In compenso con l’età, scusate l’inciso, aumenta l’esperienza. Buttala via!
Giovanni: episodio 669 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Parliamo di figure geometriche?
Cerchi, triangoli, trapezi, rombi. Pentagoni e esagoni, tanto per citarne alcuni. Ma è il quadrato quello che ci interessa oggi.
Infatti esiste l’espressione “farequadrato” che non ha nulla a che fare con la geometria se non in senso figurato.
“Fare quadrato“, che si scrive e si pronuncia senza alcun articolo, (mi raccomando), significa proteggere.
In genere si fa quadrato attorno ad una persona, per proteggere questa persona, ma si può fare quadrato anche attorno ad una squadra, un gruppo di persone o anche attorno a un’azienda.
Si usa in particolar modo quando c’è una situazione difficile per questa persona, dove tanti altri potrebbero attaccarla, offenderla, insultarla, licenziarla, accusarla.
Questa persona è in difficoltà, ma fortunatamente per lei dispone di amici che vogliono aiutarla.
Queste persone si uniscono a lei e restano compatti per proteggerla da attacchi esterni di qualsiasi tipo.
Eh sì perché per fare quadrato non si può essere da soli.
Infatti l’immagine è raffigurata da tante persone che si dispongono attorno a qualcosa da proteggere, formando un quadrato.
L’espressione viene dal linguaggio militare.
Ilquadratoè un battaglione, un corpo di soldati disposti in modo da formare unquadrato in modo da poter far fronte sui quattro lati. In quel caso si trattava di proteggere sé stessi dagli attacchi esterni, ma nel linguaggio di oggi significa generalmente proteggere qualcosa o qualcuno che si trova minacciato o in qualche forma di pericolo.
Se ad esempio un allenatore di calcio è accusato dalla stampa di non vincere abbastanza, i tifosi possono decidere di fare quadrato attorno al loro mister, dimostrando così di voler proteggerlo, di essere solidali con lui, di dargli l’appoggio e il supporto di cui ha bisogno.
Si tratta di un sostegno psicologico o morale per superare un momento di difficoltà.
Si aiuta questa persona, ci si prende cura di lei o di lui, la si assiste in caso di necessità, ma soprattutto la si protegge, la si soccorre, la si sostiene e la si tutela.
Questo episodio mi dà l’occasione di anticipare una bella novità che riguarda i futuri membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Sapete che quando entra un nuovo membro dell’associazione nel nostro gruppo whatsapp, spesso accade che sia un po’ intimidito, che abbia paura di parlare per paura di sbagliare e che non riesca a seguire bene i discorsi.
Allora, per far sì che i nuovi membri si sentano protetti e assistiti, abbiamo deciso di affiancargli un tutor, una persona che magari parli la sua stessa lingua e che possa supportarlo in caso di bisogno prima che si sia perfettamente inserito nel gruppo.
Ovviamente non c’è nessun pericolo che qualcuno lo prenda in giro o che faccia brutte figure, perché siamo tutti pronti a fare quadrato attorno ai nuovi membri per farli sentire a loro agio, ma sicuramente una persona che parli la sua stessa lingua sicuramente può aiutare i primissimi tempi, anche per chiarire dubbi di qualsiasi altro tipo: il sito web, le videochat che facciamo una volta a settimana, come partecipare agli episodi quotidiani eccetera.
A proposito di partecipazione agli episodi. Ecco cosa hanno prodotto oggi i membri dell’associazione come ripasso degli episodi precedenti.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Khaled (Egitto): Buona giornata a tutti. La proposta sull’integrazione dei nuovi membri mi interessa molto. Il mio esordio con Italiano Semplicemente è avvenuto 3 anni fa o giu di lì. Il metodo sviluppato da Gianni è il migliore che ci sia, e tutti i membri che partecipano hanno un fare assolutamente gradevole e è facile sentirsi a proprio agio nel gruppo.
Cat (Belgio):
Accogliere in modo migliore i nuovi membri può comunque permettere loro di integrarsi più velocemente.
Indimiditi o con un livello insufficiente per reagire in tempo, succede che per via dei numerosi messaggi nel gruppo, delle lezioni quotidiane e considerate le varie rubriche che esistono nel sito, ci potrebbe volere tempo per capire bene, per cercare le parole giuste, ecc.
Mary (Stati Uniti):
Spesso l’argomento della chat è anche cambiato nel momento in cui la risposta è pronta per essere inviata!
Cat (Belgio):
Potrebbe sembrare pertanto fuoriluogo una risposta in quel momento! Peccato! Proverò un’altra volta… (i principianti poi sono lenti a rompere gli indugi).
La chat è comunque lo strumento perfetto per comunicare. Essere in contatto con un tutor sempre pronto a tendere la manosarà utilissimo. Anche per una persona anziana come me!
Peggy (Taiwan):
A volte io mi vergogno di intervenire senza essere sicura di capire tutte le sfumature delle varie discussioni. Dunque rimango troppo spesso nascosta ascoltando i più bravi che chiacchierano!
Irina (California):
È così che, tra l’altro, imparano anche i bambini! Interagire di più sarebbe fantastico!
Per colpa di Italiano Semplicemente sono diventata insofferente al classico studio della lingua e devo dirvi grazie di tutto. Grazie a Giovanni e compagnia bella, perché mi permettete di migliorare il mio italiano sempre di buona lena!
Giovanni: episodio 667 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Parliamo ancora di lamentele e di lamenti. Sperando che non vi lamentiate per questo!
Vediamo un’espressione molto frequente nel linguaggio colloquiale, che si usa normalmente quando ci si lamenta di qualcosa che si ripete spesso, troppo spesso, o anche se non c’è una interruzione.
Un professore in classe potrebbe lamentarsi degli studenti che parlano durante la lezione e potrebbe dire:
Basta adesso. Mi sono stancato di questo continuo parlottare!
Basta, è un continuo parlare, adesso fate silenzio!
Sento un continuo bisbiglio, volete smetterla?
È un parlare continuo, dovete fare silenzio!
Spesso è sufficiente dire, col giusto tono:
È un continuo!
Non c’è bisogno di specificare di cosa si sta parlando, della cosa che continua e che ci dà fastidio. Poi lo abbiamo già detto probabilmente nella frase precedente.
Per usare espressioni che ho già spiegato potrei dire:
Si esprime una lamentela ma anche una stanchezza, una sopportazione che sta per terminare o è già terminata.
Come si è visto, se decido di specificare, solitamente si usa mettere un verbo all’infinito, o un sostantivo:
È un continuo lamentarsi!
È una continua lamentela!
È un continuo bisbiglio!
È un continuo lamento!
Possiamo naturalmente anche invertire:
È un lamento continuo!
Oppure posso usare “continuazione“, sempre informale, ma è meno frequente:
Si lamenta in continuazione
Accade in continuazione
È una continuazione
“In continuazione” significa proprio questo: senza interruzione.
Rompi le scatole incontinuazione! È un continuo! Basta, io chiedo il divorzio!
Ci sono rumori in continuazione
È una continuazione con questi lavori!
È un continuo con questi rumori, non se ne può più!
A proposito del termine continuazione, “unacontinuazione“, come dicevo, si può usare anche in luogo di “uncontinuo“, nel caso di lamentele, ma a volte si sta parlando della continuazione di qualcosa, cioè del prosieguo di qualcosa.
Abbiamo già parlato del prosieguo se ricordate, e abbiamo visto come le lamentele non c’entrino nulla in quel caso.
Anche la continuazione (molto simile a prosieguo) soprattutto con l’articolo “la” davanti, si usa in genere in altri casi, non parlando di lamentele.
Vediamo qualche esempio:
Questo libro è la continuazione del precedente libro, uscito lo scorso anno.
Quando esce la continuazione del film che abbiamo visto?
In generale la continuazione è la prosecuzione nel tempo o anche nello spazio di qualcosa.
Nello spazio, si può parlare ad esempio di un muro che è lacontinuazione cioè il proseguimento di un altro muro.
Oppure:
La continuazione dell’opera di Dante Alighieri
La continuazione della guerra
La continuazione della malattia
La continuazione del reato
Qualunque cosa che prosegue, che quindi ha un prosieguo, ha una continuazione, che è un sinonimo, come anche “il continuare” , “il prolungamento” , “la prosecuzione” e “il proseguimento”.
A seconda delle varie circostanze possiamo usare l’uno o l’altro.
Se in particolare vi state lamentando, come si è detto, potete usare preferibilmente “uncontinuo“.
Si usa spesso anche “dicontinuo” per esprimere una lamentela, ma solo dopo un verbo:
Fai errori di continuo
Rompi le scatole di continuo
Basta adesso! Sbagli di continuo. È un continuo di errori!
E adesso, come d’abitudine, come naturale proseguimento dell’episodio, vi propongo un bel ripasso delle espressioni precedentemente spiegate. Si parla di donne e di classifiche.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Irina (California): pare che Beatrice, quella di Dante Alighieri, per intenderci, risultasse la nona donna più bella di firenze. Mi fa ancora più strano che Dante una volta si accontentò della numero trenta in un suo celebre sonetto.
Peggy (Taiwan): speriamo che La trentesima non abbia rosicato troppo. Scusate la finezza. Sempre poi che fosse a conoscenza di una tale classifica.
Ulrike (Germania): Vai a capire questo modo di annoverare le donne in una classifica di questo genere. Èrisaputo che la bellezza sta nell’occhio di chi guarda. Elencare le donne secondo la loro bellezza non ha alcun senso e non merita alcun plauso, benché qui si parli del sommo poeta.
Marcelo (Argentina): Lo scultore Phidias ha fatto di peggio però (sifa per dire ovviamente) Phidias ha voluto creare la bellezza ultima e non si è voluto curare del parere di chicchessia. Pare che ne abbia avuto ben donde, infatti per far sì che attraverso il suo progetto venisse a galla il suo genio, ha preso le parti più belle di diverse donne per raffigurarne una perfetta. Non ti curar di lor, ma guarda e passa… avrebbe potuto essere il suo motto!
Anthony: episodio 666 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Si, lo so, il numero può far pensare alla morte, al diavolo, ma di qui a dire che non valga la pena di leggerlo e ascoltarlo ce ne vuole.
Cosa ho detto?
Ho detto: di qui a dire che non valga la pena di leggerlo e ascoltalo ce ne vuole!
Spieghiamo questa frase.
Ricorderete sicuramente l’episodio dedicato all’espressione “ce ne vuole” di qualche tempo fa. Ce ne vuole in questi casi si può anche sostituire con “ce ne passa“. Per l’uso della particella ce invece abbiamo unaltro episodio interessante.
“Ce ne vuole” come si è detto, può avere, come in questo caso, un significato simile a “non basta“, “non è sufficiente“, “ci vuole altro“, “è necessario qualcosa in più“.
La prima parte dell’espressione è invece “di qui a dire“, che volendo può diventare “da qui a dire” o anche “da questo a dire“.
Si usa questa espressione quando riteniamo che una cosa non è sufficiente, che non basta a trarre una conclusione.
Se io vi dico che da qui a Milano ci sono 1000 km, indico una distanza tra qui, cioè dove mi trovo ora, e la città di Milano. Potrei dire anche:
Da qui a Milano ce ne passa di distanza!
Cioè: c’è molta distanza da qui a Milano.
Faccio esattamente la stessa cosa quando parlo di trarre una conclusione, di arrivare ad una conclusione.
Stiamo parlando di causa e effetto o semplicemente di derivare una cosa da un’altra per logica. Con “ce ne vuole” o “ce ne passa” indico una distanza.
Es:
Il fatto che io abbia una foto insieme a una persona significa che siamo amici?
Risposta: no, non necessariamente, non è sufficiente per dire questo, ci vuole altro, giusto?
Es:
Ho una foto che mi ritrae insieme a un calciatore famoso, ma di qui a dire che siamo grandi amici ce ne passa!
Ci vuole altro per arrivare a questa conclusuone, non è sufficiente fare una foto insieme per essere grandi amici.
Forse se ci fosse “ancora” la frase sarebbe più chiara.
Ancora ce ne vuole
ancora ce ne passa
Un altro esempio:
È vero, ho offerto un caffè a una ragazza pur essendo fidanzato, ma di qui a dire che l’ho tradita (ancora) ce ne vuole!
Solitamente però “ancora” non è presente nella frase.
La seconda parte parte dell’espressione non è obbligatoria:
Di qui a dire che l’ho tradita mi sembra esagerato.
Di qui a dire che l’ho tradita mi pare troppo.
Inoltre il verbo dire può anche diventare pensare o ipotizzare, immaginare, credere, sospettare, dare per scontato, dare per certo
Di qui a pensare che l’ho tradita ce ne vuole.
Di qui a dare per certo che io sia un traditore ce ne passa
Di qui a sospettare che abbia tradito mia moglie ce ne vuole di immaginazione.
Quanto alla preposizione “di“, non deve stupire che si preferisca alla preposizione “da“, perché lo abbiamo già notato in altre occasioni, come nell’espressione “di lì a poco“, (oppure “di qui a poco”) e anche nell’espressione “giù di lì“. Questo si fa perché qui e lì non indicano dei luoghi in questi casi.
Ciò non toglie che (sebbene sia meno usato) si possa anche utilizzare la preposizione “da“:
da qui a dire che…
E comunque anche con i luoghi spesso si può usare “di” o “da” indifferentemente:
Di/da qui non si passa (luogo)
Di/da qui in avanti devi comportarti bene (tempo)
Di qui passò Papa Francesco (luogo)
Va bene allora adesso ripassiamo qualche espressione precedentemente spiegata.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Sergio (Argentina): durante la visita in Italia di Bolsonaro, in occasione del G20, il presidente brasiliano ha detto: “Sono stato commosso di ammirare la Torre de pizza”
Con questo ha fornito un assist a coloro che lo criticano sempre.
Ulrike (Germania):
In che senso? Finalmente qualcosa che lo rende più simpatico, ossia più umano. Ma certo, è pur sempre Bolsonaro. Speriamo che il popolo brasiliano gli darà il benservito, non appena sarà giunto il momento della resa dei conti.
Iberê (Brasile): da lui me l’aspettavo proprio! qualche tempo fa uno dei suoi ministri ha scambiato il nome dello scritore Kafka per Kofta, quel cibo di origine mediorientale! Non è il caso di aggiungere altro. Non voglio infierire.
Peggy (Taiwan): non voglio polemizzare, Ma io mi domando e dico: com’è possibile che i sostenitori di Bolsonaro siano ancora dal 30% degli elettori brasiliani?
In quell’episodio Gianni vi diceva che questo uso del futuro non è quello classico, ma si usa nel linguaggio colloquiale come risposta a “grazie” e che di conseguenza ha un significato simile a prego, figurati, si figuri, figuriamoci, non c’è problema, non è niente, non preoccuparti per così poco.
Più in generale, un’espressione di questo tipo si può usare per sminuire, cioè per diminuire, far sembrare di minore importanza, per limitare volutamente il valore di qualcosa o le qualità di qualcuno, non solo per diminuire il valore di qualcosa che è stato fatto per qualcuno, come è il caso della risposta ad un ringraziamento.
Questo lo facciamo per non mettere in imbarazzo, per cortesia, per non far pesare a qualcuno un favore che abbiamo fatto e quindi diciamo che ciò che abbiamo fatto non è un grosso favore. Lo stiamo quindi sminuendo.
Quindi più in generale con “che sarà mai” possiamo sminuire tutto ciò che vogliamo e non solo rispondere a un ringraziamento.
Es:
Giovanni ha creato un sito per insegnare l’italiano agli stranieri, e ci sono più di mille episodi.
Risposta: E che sarà mai?
Che significa: che ci vuole a fare un sito così? Tutti ne sono capaci, non è una grossa fatica.
In questo modo, con questa risposta, si sminuisce il lavoro di Giovanni.
Altro esempio:
Francesco ha fatto 10 esami all’università il primo anno.
Risposta: che sarà mai!
Cioè: non è difficile, tutti sono capaci di farlo, non è un grosso risultato.
Un’espressione simile a “capirai“, di cui ci siamo ugualmente occupati in passato. Trattasi sempre di un’espressione colloquiale.
Stiamo sempre sminuendo, deprezzando, svalutando, svilendo. Tutti verbi abbastanza simili. Anche il verbo screditare è abbastanza vicino come significato.
Abbiamo visto poi in un altro episodio che il futuro si può usare anche per fare fare ipotesi.
Oggi allarghiamo ancora di più il campo e vediamo che possiamo usare il futuro anche per dubitare di qualcosa e alludere a qualcosa.
Non siamo molto lontani dal senso di sminuire. Conoscete già il significato di alludere perché abbiamo dedicato un bell’episodio anche a questo verbo.
Infatti se tu mi dici una cosa, se io non ci credo molto posso rispondere:
Sarà!
Dici? Sarà!
Che è simile a “non ci credo”, “secondo me non è così sicuro che sia vero”, o anche “sei sicuro?”, “ne sei certo?”, oppure “sarà vero?”.
Ma se dico solamente “sarà!” non è una domanda in realtà, ma una esclamazione con cui si mette in discussione la veridicità di qualcosa.
Spesso c’è anche della malizia in questa risposta, come a voler dire qualcosa tra le righe. Sto alludendo a qualcos’altro.
La frase equivalente più vicina a “sarà” è “io non ne sarei così sicuro”. Si vuole instillare il dubbio anche in altre persone molto spesso.
Notate anche il tono con cui si pronuncia:
Sarà!
Es:
Nostra figlia è stata fuori tutta la notte. Ha detto di aver dormito da un’amica.
Se io non ci credo molto e credo che, anzi, lei abbia dormito a casa di un ragazzo, la risposta perfetta è:
Sarà!
Allora avrete capito che c’è un collegamento tra tutti questi utilizzi del futuro perché come ho detto dubitare è simile a sminuire e mettere in discussione e dubitare.
Quindi il futuro si può usare per fare ipotesi, ma anche per cercare di capire qualcosa, spesso per dare un’interpretazione, che riguarda il passato o il futuro. Posso mettere in discussione qualcosa o fare delle semplici ipotesi sul passato o futuro e anche per alludere.
Ci sono sempre questioni dubbie.
Se ad esempio mia moglie mia dice:
Perché ti rivolgi a me con questo tono?
Io, che non mi sono accorto di aver usato parole o un tono sbagliato, potrei rispondere:
Cosa avrò mai detto?
Che avrò detto mai?
Quindi sto mettendo in discussione quando detto da mia moglie, sto dando un’interpretazione personale a ciò che è successo, alle parole che ho detto. Spesso c’è un tono piccato, offeso. C’è anche sorpresa.
Oppure se vedo mia moglie con un po’ di pancetta, posso dirle:
Ehi, non sarai mica incinta!
Anche qui attenti al tono perché è una specie di domanda ma potrebbe non essere pronunciata col tono interrogativo.
Il senso è diverso da quando uso il futuro per fare ipotesi.
Quanto ci vuole per attivare a Roma da qui?
Ma. Non saprei, ci vorranno un paio d’ore.
In questo caso sto facendo una stima, un’ipotesi su quanto tempo potrei impiegare. Ne abbiamo già parlato.
Quanti anni ha tuo cugino?
Avrà più o meno 30 anni.
Se dico così non sono affatto sicuro di questo. Sto facendo un’ipotesi che ritengo possibile, una stima. Usare il futuro al posto del presente indicativo aumenta il senso del dubbio.
Questo significato particolare, legato al dubbio e alle ipotesi si può avvicinare molto conunque al senso di sminuire.
Vediamo ad esempio:
Mi sento male, credo di aver esagerato con la la pasta che ho mangiato al ristorante.
Risposta: cosa? Quanta pasta avraimai mangiato?
In questo caso sto mettendo in discussione le tue parole, e c’è sia il senso del dubbio che quello di mettere in discussione ciò che hai detto.
Notate che aggiungere “mai” è quasi obbligatorio per sminuire qualcosa ma solo per sminuire, per mettere in discussione e non esattamente per fare ipotesi o per esprimere un dubbio.
Sono stanchissimo?
Risposta:
E che avrai fatto mai? Non fare l’esagerato!
Naturalmente questo tipo di risposte, mettendo in discussione le parole del vostro interlocutore, posso anche risultare offensive.
Con questo è tutto.
Cosa avete detto? Non starete mica pensando che l’episodio è troppo lungo!
Giovanni: si, credo stiano tutti pensando esattamente questo, ivi inclusi i membri dell’associazione.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Ulrike (Germania): non starai mica scherzando Gianni. Che avremmo mai fatto per meritare tali allusioni? Noi non ci lamentiamo per la durata. In compenso potremmo lamentarci per le accuse ricevute, manco avessimo mai dubitato di te.
Olga: credo di aver capito. Stiamo ripassando gli episodi passati vero? Scusate se talvolta sono dura di comprendonio.
Marcelo (Argentina): non voglio tediarvi con un ripasso ulteriore, tantomeno essere indiscreto, ma questo episodio mi darà molto filo da torcere e vorrei finirla qui.
Irina (California): bravo/a , così avrò anche il tempo di dare una scorsa agli episodi che sono stati citati oggi.
Giovanni: Oggi al 100% l’episodio durerà meno di due minuti. Promesso.
Qualcuno potrà esclamare :
Allelùia!
È proprio su questa parolina che verte l’episodio di oggi.
Allelùia, nel linguaggio colloquiale, significa “era ora“, oppure “finalmente!”.
È ovviamente ironico, perché allelùia è una formula religiosa, e rappresenta un canto di gioia, una formula liturgica ripresa dall’ebraico che si ripete durante la celebrazione della messa.
È utilizzata però anche come esclamazione, nel momento in cuiaccade qualcosa che aspettavamo da tempo, da molto tempo, o comunque nel caso di ritardo eccessivo rispetto al normale.
Lo si fa in senso ironico ma allo stesso tempo molto spesso esprimiamo una forte contrarietà, un fastidio.
Equivale ad un ringraziamento a Dio, tipo:
Sia lodato il Signore!
Se ad esempio mio figlio riesce, dopo due anni, a prendere la prima sufficienza in matematica io esclamerò:
Alléluia (guardando verso il cielo)
Come a dire: finalmente, era ora, meglio tardi che mai! Sia lodato il Signore!
Traspare il mio disappunto, oltre alla mia ironia, per il rendimento scolastico non soddisfacente di mio figlio e non traspare molto la mia soddisfazione derivante da questa notizia, che in fondo sarebbe una bella notizia.
Per questo motivo può essere offensivo se usate questa esclamazione in risposta ad una notizia che vi dà una persona, proprio perché esprime un fastidio, una contrarietà, quasi a voler dire che ormai questa cosa che è accaduta non serve più a nulla.
Se un’amica ad esempio vi dice:
Finalmente avrò un figlio! Sono rimasta incinta!
Molto meglio farle gli auguri ed abbracciarla che esclamare “allelùia!”.
Meglio se lo usate in occasioni diverse, tipo quando aspettate un autobus alla fermata e si presenta dopo un’ora e mezza di attesa.
È arrivato! Alléluia!
Fine dell’episodio. Non dite alléluia!!
Ripassiamo un po’ invece:
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Marcelo (Argentina): c’è una frase abbastanza conosciuta in Francia. L’ha detto un autore famoso: Albert Camus. Ce l’avete presente? Eccola: «Dare i nomi sbagliati alle cose è contribuire alla miseria del mondo».
Peggy (Taiwan): Un bel dibattito amici! A me sembra che Camus volesse solo dire che il mondo sarebbe più bello se avessimo maggiorecura di descriverlo con attenzione.
Giovanni: episodio 663 della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente. Buongiorno! Oggi non vi prometto che riuscirò a soddisfare tutte le vostre richieste, in special modo quella dei due minuti di durata dell’episodio, ma in compenso imparerete una nuova locuzione che potrete usare in ogni circostanza. La locuzione in questione è “in compenso“.
“In compenso” si usa, lo avere capito, per compensare, cioè per pareggiare, bilanciare, o meglio per ristabilire un equilibrio.
Compensare è un verbo con molti significati, ad esempio, per dirne uno, è legato alle retribuzioni (ne abbiamo parlato in un episodio dedicato proprio a questo argomento) e se vogliamo avvicinarci ad un’altra espressione che abbiamo già spiegato, c’è “rifarsi con gli interessi“, in cui c’è una compensazione persino eccessiva, ma che comunque ci soddisfa pienamente. In effetti il verbo “rifarsi“, che, a parte il significato di cambiare i connotati, (anche di questo abbiamo già parlato) fa pensare proprio a una compensazione, perché si tratta di supplire a qualcosa di negativo, si tratta di bilanciare un evento negativo con uno positivo e cose simili.
La compensazione di cui parliamo oggi è molto semplice, perché la locuzione “in compenso” si usa normalmente sia nel linguaggio di tutti i giorni sia al lavoro, purrestando una forma più adatta sicuramente all’orale piuttosto che allo scritto.
Vediamo qualche altro esempio. Mia figlia mi dice:
Oggi non ho finito i compiti, in compenso però ho pulito la mia stanza.
Non mi posso lamentare secondo lei più di tanto! Almeno la stanza l’ha pulita. Certo, sarebbe stato meglio se avesse finito anche i compiti ma accontentiamoci!
E’ chiaro che quando si usa “in compenso” si fa qualcosa o avviene qualcosa che serve a ristabilire un equilibrio. se non avesse finito i compiti e basta sarebbe stato peggio, no? Accontentiamoci!
Non abbiamo fatto gol, ma in compenso siamo stati bravi in difesa. Potrebbe dire un allenatore di calcio.
Potremmo anche usare “almeno”
Non abbiamo fatto gol, ma almeno siamo stati bravi in difesa.
In effetti questa sostituzione potremo sempre farla, ma diventa più colloquiale ancora.
Mangiare al McDonald non è molto salutare – lo sapete – ma in compenso si possono incontrare tanti giovani per fare amicizia
Il mio amico Giovanni non è molto spiritoso ma in compenso mi aiuta tutti i giorni a fare i compiti
Verrebbe quasi voglia di usare “ma” o “però“, che sono più semplici. Non è sbagliato ma perché non arricchire la lingua visto che ci siamo?
“In compenso” si usa spesso in abbinamento con “sebbene” o “anche se“, che servono a preparare l’ascoltatore a un bilanciamento che faremo successivamente proprio usando “in compenso“.
Sebbene mi sia dilungato un po’, in compenso ho mantenuto la promessa iniziale (spero)
Teoricamente la locuzione “in compenso” si può usare anche nel senso di “come compenso“, ma in questo caso ci riferiamo ad un pagamento:
Ho lavorato tutto il giorno e in compenso ho ricevuto 200 euro.
In questi casi è sicuramente meglio usare “come compenso” cioè “come pagamento”
Adesso, anche se siete stanchi, in compenso sarete soddisfatti del seguente ripasso, che verteanche sui verbi professionali.
Ascoltiamo allora Ulrike, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che utilizza ben 11 verbi e 3 espressioni della rubrica dei due minuti co Italiano semplicemente.
Ulrike (Germania): Abbiate pazienza amici, ma non potevo fare a meno di volgeredi nuovo l’attenzione ai verbi professionali. Perché? Solamente per adempiere al mio desiderio di poter adoperarli quando sempre si presenta l’occasione. Con questo scopo mi sono messa all’opera fruendodelle spiegazioni che offre Gianni con il fantastico corso di italiano professionaleche consta ora di ben settanta verbi professionali. Non so se questo mio progetto riscuoterà interesse, ma basta che lo prendiate come proposta da vagliarein merito al proprio apprendimento. Spero che ripassi di questo tipo non cagionino alcun disappunto, anzi mi auguro che abbiate voglia di suffragarel’idea e di investireogni tanto un po’ di tempo allo studio dei verbi professionali. Un investimento assai proficuo, commisuratosenz’altro allo sforzo profuso. Questo è quanto!
Giovanni: buongiorno, oggi ci occupiamo di un verbo: lamentarsi, che è un verbo particolare perché oltre all’utilizzo in senso riflessivo ha anche un uso non riflessivo: lamentare.
Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)
Giovanni: ricordate l’episodio dedicato alla locuzione allavolta?
Ebbene, talvolta nella lingua italiana sapete cosa succede se dal singolare passiamo al plurale?
Accade che il significato cambia completamente.
È proprio il caso di “alle volte” che non ha niente a che fare con le partenze, le destinazioni e i viaggi, e neanche con i turni, come è il caso di alla volta.
Infatti il senso è lo stesso di qualche volta, alcune volte, a volte, talvolta, talora, ogni tanto, delle volte.
Queste sono tutte modalità più o meno equivalenti, abbastanza semplici. Poi ci sono anche forme più complesse, come
di quando in quando,
di tanto in tanto,
occasionalmente,
saltuariamente
Si parla sempre di una frequenza medio-bassa, qualcosa che accade meno frequentemente rispetto ad altro.
Se la frequenza scende ancora verso il basso possiamo dire:
Poche/pochissime volte
Raramente/rarissimamente
Molto raramente
Ogni morte di papa
Se invece sale:
Ogni due per tre
Quasi sempre
Eccetera.
Vediamo alcuni esempi con allevolte:
Normalmente sono gli uomini a regalare i fiori alle donne, ma alle volte accade anche il contrario.
Vi piacciono le ciambelle? Sapete che alle volte non vengono col buco!
In genere sono molto soddisfatto degli episodi di italiano semplicemente, ma alle volte capita che cambierei qualcosa per renderlo un po’ più chiaro.
Avrete capito che “alle volte” è più discorsivo rispetto alle forme equivalenti.
Si usa meno spesso rispetto ai più semplici “qualche volta” e “alcune volte” ed è ancora meno importante sottolineare il numero delle volte. È simile a “può capitare“.
“Alle volte” si usa prevalentemente, non dico per singole le eccezioni, ma per eventi comunque poco frequenti.
Normalemente il ripasso degli episodi precedenti lo facciamo alla fine di ogni episodio, anche se alle volte l’abbiamo fatto nel corso della spiegazione.
Riguardo invece a talora, è la versione più letteraria e elegante di talvolta.
Da notare infatti che lo usano molto spesso i letterati (spesso anche senza la a finale (talor), seguita da parola che inizia con consonante), ma si usa spesso anche negli articoli accademici, nelle riviste scientifiche e quindi nelle pubblicazioni importanti. Questo non significa che non si possa usare parlando di cose di tutti i giorni. Talora lo faccio anch’io.
Invece talvolta, che ha sempre il significato di “qualche volta” e talora, si usa talora insieme a “talaltra“. Talaltra significa “altre volte“, “qualche altra volta“, “altre ancora“.
Quindi anziché dire:
Qualche volta ascolto italiano semplicemente per divertirmi, qualche altra volta per imparare.
Posso dire:
Talvolta ascolto italiano semplicemente per divertirmi, talaltra per imparare.
Adesso ripassiamo, perché come direbbe il poeta Petrarca:
se talorv’assale un dubbio, meglio rivolgersi indietro a ciascun passo…
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Harmut (Germania): La vita è quella che è. Talvolta si ride, talaltra si piange.
Edita (repubblica Ceca): ehi ragazzi, ricominciamo con gli argomenti pesanti? Faccio appello al vostro senso dell’umorismo, vi prego!
Marcelo (Argentina): no, non capisco un’acca di grammatica. Qual è la differenza?
Albèric (Francia): semplice. Puoi mettere l’acca purché si tratti del verbo avere.
Marcelo (Argentina): allora vorrà dire che vado ha casa (con l’acca), perché è mia la casa!
André (Brasile): bravo Marcelo, mi hai rubato le parole di bocca. Ma ho la sensazione che il grosso dei visitatori non sia abbastanza spiritoso da capire la tua battuta.
Peggy (Taiwan): hummm… molto spesso capisco le barzellette, ma alle volte, come in questo caso, mi risulta difficile. Ci penserò.
Adriana (Bulgaria): Ormai non c’è più tempo per i ripassi. Se ne riparla domani. Nel frattempo cerco di capire anch’io la barzelletta, che per ora mi sfugge.
Giovanni: questo episodio lo dedichiamo all’aggettivo intonso, sicuramente poco conosciuto e soprattutto usato da voi studenti non madrelingua.
Un aggettivo che si può usare per descrivere pochissime cose, tipo un libro, o qualcosa da mangiare, o i capelli o la barba di una persona. Cosa hanno in comune queste cose?
Intonso deriva dal verbo tosare, e significa “non rosato“.
La tosatura è l’operazione di togliere la lana (il vello) alle pecore, o del pelo di altri animali, e riguarda anche le siepi quando vengono curate e tagliate. Ironicamente si usa anche per i capelli:
Ti sei tosato i capelli?
Quindi qualcosa di non tosato, in senso figurato, può essere rappresentato da qualcosa che non è stato ancora toccato, usato, e non solo tosato o tagliato.
Quindi un libro che non è stato mai letto possiamo dire che è ancora Intonso.
To ho regalato un libro lo scorso anno ma sono sicuro che è ancora intonso
A dire il vero nel caso del libro, quando è intonso è perché il processo di taglio delle pagine non è stato ancora terminato, quindi è impossibile leggere un libro intonso poiché è impossibile sfogliarlo.
In realtà però si usa normalmente quando un libro non è stato ancora letto e in pratica è ancora nuovo, in ottime condizioni.
Infatti non à caso questo aggettivo si può usare anche quando si mette in vendita qualcosa e si vuole assicurare i potenziali acquirenti che il prodotto è integro e mai usato.
Vendesi amplificatore Intonso anni ’80
Vendesi collana di enciclopedia intonsa.
Vendesi 100 quaderni intonsi a quadretti
Eccetera
Anche qualcosa da mangiare, se non l’ha toccato nessuno, possiamo definirlo così:
Questa treccia di mozzarella avanzata dal catering è ancora intonsa.
Quindi non è stata ancora toccata da nessuno e in particolare neanche è stata affettata. È ancora intera.
Direi che l’aggettivo in generale funge da assicurazione per fare in modo che una persona possa essere interessata a questo oggetto.
Anche dei capelli molto lunghi possono definirsi intonsi. Lo stesso per una barba molto incolta.
Sono due anni che i tuoi capelli sono intonsi!
Oppure possiamo usarlo quando ci si potrebbe aspettare che qualcosa sia stato oggetto di modifica ma invece non è così:
Una vettura del 1900 è stata messa a nuovo. Soltanto il sistema di trazione è rimasto intonso.
Cioè è rimasto quello che era all’inizio, quando è stato costruito. Nessuno l’ha mai modificato.
A proposito, se avete un libro di grammatica ancora intonso, mettetelo pure in vendita. Con Italiano Semplicemente non ne avrete mai bisogno.
Spesso un oggetto intonso si intende anche ancora confezionato. Questa è una differenza rispetto all’aggettivo intatto e anche integro. Un oggetto intatto è esente da manomissioni, contaminazioni, danni, ma non è prerogativa dei soli oggetti:
il patrimonio è ancora intatto (cioè nessuno ha speso nulla)
Il mio onore è intatto (nessuno mi ha ancora disonorato)
l’edificio è rimasto intatto dopo il terremoto (non si è danneggiato);
I nostri diritti restano intatti (non sono stati compromessi, sono quelli di prima, non si sono ridotti)
Integro è molto simile a intatto ( si riferisce alla completezza degli elementi relativi alla propria interezza e funzionalità e anche questo aggettivo non è solo per gli oggetti:
conservare integre le proprie forze
Un oggetto integro è invece non rotto, ancora intero è funzionante.
In definitiva in generale, se parliamo di oggetti, intatto e integro non dà garanzia di non utilizzo.
Adesso ripassiamo:
Allora facciamolo con Irina dalla California, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che si è dilettata nella costruzione e nella registrazione della frase che state per ascoltare:
Giovanni: questo episodio lo dedico a un uso particolare della preposizione di che nessuno vi spiegherà mai. Nessuno tranne italiano semplicemente, ovviamente.
Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)
Giovanni: il verbo INCORRERE è il numero 71 dei verbi professionali. La trascrizione e il file audio MP3 sono disponibili per i soli membri dell’associazione.
In questo episodio parliamo per la seconda volta di “pur“, ma in un modo diverso rispetto a quando l’abbiamo fatto la prima volta.
La prima volta che abbiamo incontrato “pur di” che, come abbiamo visto, si può usare quando vogliamo indicare un risultato minimo che dobbiamo ottenere. “Pur di” sta per “purché si avveri un fatto” o un desiderio, oppure “purché si raggiunga un certo risultato.”
Oggi invece vediamo “pur sempre” che è una locuzione dal significato simile a “comunque“, nel senso che, dopo aver fatto una affermazione, “pur sempre” precede una seconda affermazione con la quale si riconosce un valore, una qualità, una caratteristica, oppure si esprime qualcosa che si verifica nonostante ciò che viene espresso nella frase principale.
Es:
Mio padre è molto anziano, ma è pur sempre in ottime condizioni fisiche e mentali
Non mi piacciono per niente alcuni leader politici, ma non desidero certamente la loro morte. Sono pur sempre degli esseri umani.
Lo so, Giovanni risponde male a tutti recentemente, ma io devo aiutarlo, resta pur sempre un mio caro amico.
I figli non vogliono quasi mai fare il percorso di vita desiderato dai loro genitori. Questa resta pur sempre una loro scelta.
Se ci pensiamo, ogni volta, quando usiamo questa locuzione, in qualche modo si stabilisce un minimo, si riconosce qualcosa che nonostante ciò che abbiamo detto, resta valida. Ancora una volta abbiamo a che fare con un minimo di qualcosa, come nell’uso di “pur di”. Stavolta il nostro obiettivo è limitare le conseguenze della frase principale, quindi far capire che ciò che abbiamo detto nella frase principale non impedisce qualcosa.
Si può usare il verbo essere:
Gianni è pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!
Oppure il verbo resta o rimanere, e in questo caso possiamo anche eliminare “pur”, che tuttavia serve a rafforzare il concetto:
Gianni resta pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!
Gianni rimane pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!
Gianni resta/rimane sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!
Può comunque capitare che davanti a pur sempre troviate: bisogna, occorre, dobbiamo, si deve ecc.
Es:
Lo so che non sei stanco, ma dovrai pur riposare un po’!
Immagino siate soddisfatti della lezione di oggi, ma bisognerà pur ripassare gli episodi passati anche stavolta, o no?
Quindi la parola passa si membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Irina (California): Ragazzi vi propongo di esporre i vantaggi e gli svantaggi nell’essere single, cioè, da solo, vale a dire non sposato e non fidanzato, ossia scapolo o celibe che dir si voglia nel caso di un uomo e zitella o nubile nel caso di una donna.
Albèric (Francia): beh il primo vantaggio dello stare da solo è che non devi rendere conto a nessuno di ciò che fai. Buttalo via!
Peggy (Taiwan): ma da soli ci si sente soli, o no? Nessuno di cui avere cura e nessuno che si prende cura di te! E poi non puoi neanche condividere le bollette!
Hartmut (Germania): ma almeno non sarai cazziatotutti i giorni per qualche presunto sgarro o errore che hai commesso! Per non parlare dei numerosi aut autche ho ricevuto!
Ulrike (Germania): io, a ragion veduta, se tornassi indietro mi sposerei qualche anno più tardi.
Sofie (Belgio): io sono attualmente libera, ma guardandomi attorno, per non saper né leggere né scrivere, non credo mi sposerò mai, ma questo non significa che resterò sola.
Marcelo (Argentina): ma cosa dite tutti quanti? I vostri sono pensieri privi di fondamento! La vita di coppia è bellissima. Se non si condivide la nostra vita con una persona, che senso ha vivere?
Andrè (Brasile): Sono d’accordo con te Marcelo. Inoltre credo che se io non fossi sposato sarei ormai nell’aldilàda un pezzo! Avevo uno stile di vita un po’ matto, spesso sopra le righe. Mi ha messo il guinzaglio corto mia moglie!
Cat (Belgio): É vero André, io sono stata combattuta nello sposarmi, ma ora, che ho sforato i 40 anni di vita matrimoniale, ti dico che devi tenere a bada i tuoi sentimenti di rabbia nelle situazioni difficili. Non voglio rispolverare tutte le situazioni che ho vissuto. Sono passati molti anni, ma è successo in men che non si dica. Comunque devo aprire un parentesi. A scanso di equivoci, anche se abbiamo passato molti momenti difficili, mai abbiamo lasciamo nulla di intentato per recuperare. Ci sono alcuni che ci dicono: ome avete fatto? Meritate tutto il mio rispetto, con la R maiuscola! Ci saranno pure vantaggi nell’essere single, ma ormai per me non è più il caso di elencarli…
Giovanni: abbiamo dedicato fino ad oggi svariati episodi al termine “quanto“. Abbiamo visto la differenza tra quantomeno e tantomeno, poi la locuzione in quanto tale, poi abbiamo spiegato anche questo è quanto, poi in quanto, tanto quanto, poi ancora per quanto, quanto mai e infine quanto ti devo. Tutte questi modi diversi di usare “quanto” semplicemente perché quando uniamo “quanto” a diverse preposizioni, si dà luogo a locuzioni particolari con significato proprio, di tipo limitativo, causale, concessivo, Oggi vediamo “quanto a“, equivalente a “in quanto a“. Si tratta di una locuzione che introduce una limitazione, cioè serve a specificare a cosa mi sto riferendo, a cosa sto facendo riferimento. Vediamo qualche esempio e poi vediamo quante modalità ci sono per esprimere lo steso concetto:
La partita, (in) quanto a spettacolo, non ha deluso le aspettative In questa frase la parte principale è: “La partita non ha deluso le aspettative”
Poi però sento il bisogno di specificare meglio. Da quale punto di vista la partita non ha deluso? In che senso? Di cosa sto parlando in particolare? Risposta:
Vedete quanti modi diversi ci sono, alcuni dei quali li abbiamo già incontrati nell’episodio dedicato a “circa” (era il numero 212 della rubrica). Stavolta usiamo “quanto“, seguito però dalla preposizione “a” che assume un ruolo determinante, fondamentale nel dare il senso limitativo alla locuzione. Infatti “in quanto” (senza la preposizione a) o anche ad esempio “in quanto che” hanno altro significato, simile rispettivamente a perché, poiché e dal momento che. “In quanto” (sempre senza preposizione a) come abbiamo visto nell’episodio 437, può anche assumere un significato simile a “quale“, “come”, “in qualità di”. Occorre fare altri esempi, potrei dire. Lo faccio io in quanto presidente dell’associazione.
Oggi dovete fare tutti 100 esercizi come compito a casa. Quanto a te, Giovanni, domani ti interrogherò. Quindi preparati.
“Quanto a te, Giovanni”. Anche in questo caso posso sostituire la locuzione con “riguardo a te”, “per quanto riguarda te”, “relativamente a te”, “per quanto concerne te”.
Il tuo tema di italiano, in quanto a fantasia, è eccezionale. Quanto alla grammatica però, ci sono troppi errori.
Ho fatto due specifiche diverse in questo caso, ho dato due giudizi su due questioni diverse, la fantasia e la grammatica.
Quanto a chiarezza, gli episodi di questa rubrica sono molto ben fatti, ma in quanto alla durata, non riesco ancora a stare nei due minuti promessi.
Notate una cosa importante. Quando uso una preposizione articolata, in realtà molto spesso (non sempre) potrei anche non farlo, quindi “quanto alla durata” può diventare “in quanto a durata” e anche “quanto a durata“. Quest’ultima è leggermente più colloquiale ma ugualmente utilizzata anche nello scritto. “In” all’inizio si può mettere oppure no. Senza è più colloquiale. Lo stesso dicasi per la scelta di usare “a” al posto di “al”, “allo” alla”, “alle”, “agli”. Più colloquiale con “a” ma non si può sempre usare la preposizione semplice. Vediamo altri esempi per capire meglio:
Allora ci vediamo più tardi ok? In quanto al problema di cui stavamo parlando, ne discutiamo domani.
In questo caso “al” non può diventare “a” perché mi sto riferendo a uno specifico problema (il problema di cui stavamo parlando)
Com’è Francesco, simpatico? Oppure vi ha creato problemi? Risposta: Guarda, (in) quanto a problemi, ce ne ha creati parecchi, ma non è affatto antipatico. direi un po’ troppo esigente. Vuoi sapere com’è andata la tua gara? Allora, in quanto a/al tempo direi benissimo, (in) quanto invece a/alla disciplina, può ancora migliorare. Come va quanto a lavoro? Risposta: non ho molto da fare recentemente Quanto al nuovo lavoro, come va? Risposta: va tutto bene, grazie
Voi mi chiederete adesso: ma quanto dura questo episodio? E quando arriverà il ripasso quotidiano? Risposta: Quanto alla durata, ho avuto bisogno di un po’ più di tempo. Quanto invece al ripasso, arriva subito. Le voci sono come sempre quelle dei membri dell’associazione. Quanto a noi, ci sentiamo domani.
Irina (California): Oggi ragazzi è veramente un tempaccio qui. Ha diluviato tutta la notte salvoun’oretta stamani.
Peggy (Taiwan): anche da me piove. Non sarebbe un problema se non fosse che non poso fare lavatrici. Comunque da qualche minuto a questa parte ha smesso.
Edita (Repubblica Ceca): Il cielo da me non si prestaa facili previsioni. A momenti ci sono nuvole, a momenti scompaiono. Le previsioni dicono che pioverà ma ancora non c’è nessun temporale in vista.
Rafaela (Spagna): dai che ci scappa ancora un’altra frase!
Ulrike (Germania): Eseguo l’ordine di continuare. Ma l’argomento mi va di traverso un po’. Un discorso sul tempo, dai… siamo alla frutta? Comunque il tempo è quello che è anche qui in Italia. Volevo fare una passeggiata ma visto che piove, come non detto!
Marcelo (Argentina):non sia mai detto che rinuncio alla passeggiata! anche in caso di acquazzone,quant’è vero Iddio, alla passeggiata non ci rinuncio!
Giovanni: una locuzione italiana tra le più usate è sicuramente “più che altro“.
Si può usare in qualunque tipo di discorso e contesto, e si usa semplicemente per mettere in risalto un aspetto.
In genere stiamo dando una spiegazione, oppure stiamo solo rispondendo ad una domanda.
L’obiettivo però è sempre quello di risaltare, evidenziare una cosa rispetto al resto.
La locuzione non usa termini strani o figurati. Infatti “più che altro” significa esattamente questo:
In misura maggiore rispetto al resto
Soprattutto
Prevalentemente
Maggiormente
Principalmente
In prevalenza
In misura prevalente/preponderante/maggiore
“Altro” rappresenta tutto il resto che viene messo in secondo piano.
Es:
Mio figlio pratica più che altro calcio.
Questo significa che mio figlio pratica diverse attività sportive, diversi sport, ma prevalentemente calcio, soprattutto calcio, maggiormente calcio, principalmente calcio, in misura maggiore calcio.
Perché farsi il vaccino Covid?
Qualcuno potrebbe rispondere:
Più che altro è una questione di rispetto per gli altri.
Perché non farsi il vaccino?
Coloro che sono contrari potrebbero dirvi che più che altro è una questione di principio.
Questo significa che entrambe le persone hanno più motivi per farsi o non farsi il vaccino, ma vogliono mettere in evidenza il motivo più importante. Poi volendo si può aggiungere altro.
In effetti “più che altro“, pur essendo equivalente a “soprattutto“, che è la forma più usata, si usa soprattutto quando si dà una spiegazione, qualunque essa sia, e si vuole evidenziare l’aspetto più importante. Perché usare più che altro allora, visto che ci sono molte alternative?
Questa locuzione direi che è un po’ meno tecnica, meno fredda delle altre e più colloquiale, molto adatta quindi ad essere usata in dialoghi e scambi di opinioni.
Spessissimo precede “perché” e “per“:
Perché studio l’italiano?
Più che altroperché mi piace, poi anche perché quando vado in Italia è certamente molto utile.
Più che altro per piacere.
Adesso volete sapere perché facciamo dei ripassi alla fine di ogni episodio?
Più che altro lo facciamo per usare le espressioni già imparate, ma anche per divertirci, per parlare e anche per sforzarci nell’usare l’inventiva e l’immaginazione.
In questo ripasso rispolveriamo anche qualche lezione di Italiano Professionale, che i membri possono trovare su google drive o anche sul sito con username e password. Per tutti gli altri la soluzione è diventare membri.
Daria (Russia): Buongiorno a tutti!
Ecco il mio tentativo di fare un ripasso delle lezioni di Italiano professionale. A dire il vero mi mancava l’opportunità di usare l’italiano pertanto vi propongo questo ripasso senza indugi.
Allora, permettete che mi presenti.
Mi chiamo Daria, vivo a Mosca e lavoro in un’azienda farmaceutica americana.
A dire il vero, ho cambiato lavoro due mesi fa e adesso faccio del mio meglio per imparare a svolgere le mie nuove mansioni.
Ho una certa esperienza in campo farmaceutico e mi sono fatta le ossa nel mercato russo.
Adesso lavoro per un gruppo di paesi e ci sono tante cose da imparare.
Il mio capo è una donna e si trova a Londra. Con il suo aiuto sto cominciando a prenderci la mano e tra non molto diventerò un’esperta internazionale.
I miei colleghi sono anche di altri paesi come Italia, Turchia, India. Tutti sanno il fatto loro e sono molto aperti a condividere esperienze.
Come tante altre persone siamo costretti a lavorare da casa a causa della pandemia. Per compensare la mancanza del “contatto di persona” facciamo numerose discussioni online e abbiamo creato un forte clima di feducia, ma ad onor del vero c’è anche una problematica legata alla communicazione online: mi rimane pochissimo tempo a disposizione per fare il lavoro. Ma come fare? Forse si deve andare dritti al punto e non perdere tempo per discussioni vuote?
Come fate voi? Vorrei sentire anche altre opinioni basate sulla vostra esperienza di lavoro online.
Albéric (Francia): A me non vanno molto a genio le videochat. Preferisco sempre scrivere. Ma spesso mi vedo costretto a partecipare facendo del mio meglio per tagliare cortoquando possibile. Il più delle volte spengo la videocamera, una magraconsolazione…
André (Brasile): ciao Daria, sicuramente ti è venuto un po’ di magone nel tuo primo giorno di lavoro, sbaglio? Devo dirti che io lavoro presso un
laboratorio analisi, quindi siamo più o meno nello stesso settore, ma non ho mai fatto il mio mestiere
in modalità on-line! quindi purtroppo non vedo come aiutarti! credo che tu debba semplicemente tener fede ai tuoi principi. Sono sicuro che te la caverai benissimo.
Giovanni: come usare il nome di Dio senza fare peccato, senza bestemmiare e neanche dar troppo fastidio a nessuno?
Ci sono varie locuzioni che nel linguaggio colloquiale vengono utilizzate dagli italiani e oggi vi parlerò di “quant’è vero Iddio“.
Iniziamo da Iddio, che si scrive con l’iniziale maiuscola come segno di rispetto. Iddio è una variante di Dio, usata per lo più con tono solenne o anche solamente enfatico:
Tipo:
Iddio padre onnipotente, salvaci dal male!
Nel linguaggio familiare però si usa più frequentemente per enfatizzare, come reazione a qualcosa:
O Signore Iddio!
O santo Iddio!
Soprattutto se accade qualcosa all’improvviso, che ci spaventa, o se ascoltiamo una brutta notizia, possiamo usare queste due espressioni.
Altrettanto diffusa, soprattutto tra le persone più anziane c’è anche:
O Madonna santissima!
O Maria santissima!
L’espressione quant’è vero Iddio si usa invece quando si esprime un forte convincimento.
È in realtà una specie di giuramento, una promessa che si fa a sé stessi o ad altri, una promessa talmente solenne che siete disposti a chiamare in causa Dio.
Questo accade sempre come reazione ad un fatto, che vi spinge a reagire per far sì che questo fatto non accada più o per risolvere il problema definitivamente. C’è qualcosa che ci ha stancato e che va risolto definitivamente.
Quindi ad esempio se dei ragazzi giocano a pallone sotto la mia finestra e la colpiscono proprio con una pallonata, rompendola, questo potrebbe farmi molto arrabbiare.
Magari sono diverse volte che li avviso dicendo loro che non si può giocare li e che è pericoloso, ma senza ottenere alcun risultato.
Quando però sento il vetro andare in mille pezzi grido:
Quant’è vero Iddio stavolta chiamo i carabinieri!
Quant’è vero Iddio stavolta glielo buco ‘sto pallone!
È curioso l’inizio: quant’è vero…
Si sta usando il termine “quanto“, per fare un confronto tra qualcosa di vero, qualcosa di indiscutibile e la mia promessa. Quanto si può usare per fare confronti:
Ho tanti anni quanto te
Io sono intelligente quanto te
Oppure:
Mangio quanto ne ho voglia
Ecc.
Allora “quanto è vero Iddio chiamo i carabinieri” è qualcosa di simile a:
Così come è vero che esiste Dio, allora io chiamerò i carabinieri.
Se è vero che esiste Dio, allora faccio questa cosa.
“Quanto è” diventa “quant’è“, con l’apostrofo, ma volendo si può scrivere anche separatamente con due parole.
Con questa espressione pertanto si fa una specie di promessa, ci si ripromette di fare qualcosa, sebbene poi nella realtà questa promessa spesso non venga mantenuta.
Pertanto la frase spesso resta solo una minaccia, magari per spaventare una persona o metterla in guardia per il futuro.
Quante volte ho sentito mia madre dire:
Quant’è vero Iddio stavolta t’ammazzo!
Lo ha detto più volte al nostro gatto quando rubava il cibo dal tavolo.
Ma il gatto è ancora vivo!
Allo stesso modo, al posto di Dio, si usa il proprio nome:
Quant’è vero che mi chiamo Giovanni, adesso me la paghi!
Come dire: prometto che me la pagherai, e questo è vero quanto è vero che io mi chiamo Giovanni. Si fa anche qui un confronto per dare credibilità alla propria affermazione.
Nessuno può mettere in dubbio il mio nome giusto? E neanche l’esistenza di Dio.
Naturalmente se ci sono altre cose che ritenete più credibili rispetto a Dio o al vostro nome, potete usarle come termine di paragone:
Quant’è vero che sono tuo padre, tu non uscirai più con i tuoi amici la sera per un mese!
La cosa che conta veramente è che siate arrabbiatissimi e che desideriate fortemente un cambiamento.
Adesso ripassiamo qualche episodio precedente. Ma prima un saluto speciale a Daria dalla Russia, che si unita nuovamente al nostro gruppo whatsapp dell’associaizone. Daria ha partecipato in passato a molti episodi. Allora ti dico bentornata e anche che questo ripasso è dedicato a te:
Anthony (Stati Uniti): siamo felici che la nostra amica moscovita Daria sia tornata alla carica. Non mi fa mica specie in realtà. Gli studenti d’italiano dappertutto nel mondo hanno preso atto che questo gruppo va per la maggiore tra chi vuole imparare a parlare l’italiano come si deve. Dacché siamo così in tanti qua nell’associazione, non siamo mai sguarniti di persone con cui interagire e da cui imparare.
Peggy (Taiwan): questi ripassi poi non sono mai un pro forma, perché è proprio con i ripassi che le espressioni si fissano nella mente.
Marcelo (Argentina):benché bisogna fare mentelocale per ricordarle tutte. Meno male che abbiamo un indice di riferimento altrimenti il grosso degli episodi non li ricorderei.
Karin (Germania): abbiamo superato i 650 episodi, senza contare che ce ne sono tanti altri che si trovano in altre rubriche. I membri più indefessi li hanno tutti a mente.
Daria (Russia): allora dovrò correreai ripari perché sono mancata troppo a lungo. Ah, ho dimenticato di qualificarmi! sono io Daria, ma mi avrete sicuramente riconosciuta dall’accento. E grazie del vostro caloroso saluto. Bando alle ciance però. Adesso prendo e micimento subito con gli episodi che mi sono persa!
Giovanni: Ecco un’altra espressione che sarà molto usata nei vostri ripassi in quanto molto semplice e al contempo adatta a essere usata in molte occasioni.
L’espressione è “essere alle prese con” qualcosa o qualcuno
Molti studenti già la conosceranno sicuramente ma vale sicuramente la pena di spiegarla.
Già conosciamo (si fa per dire) i molteplici usi del verbo prendere nella lingua italiana, e per coloro che vogliono farsi un’idea di quanto ho appena detto vi consiglio di dare un’occhiata all’episodio dedicato al verbo prendere.
Essere alle prese con qualcosa, come vi dicevo, è molto semplice perché significa essere impegnati in un’attività che presenta delle difficoltà o quantomeno comporta molto tempo.
Tutto qui.
Esempio.
Sono quasi due anni che l’intera umanità è alle prese con un virus.
Sapete di cosa sto parlando vero?
I poliziotti sono alle prese con dei manifestanti no-vax che stanno creando problemi.
Mia madre è sempre alle prese con le faccende domestiche.
Sono stato fino alle 21 alle prese con un cliente.
L’espressione non si usa per tutte le attività ma solo quelle lunghe e/o impegnative.
Pertanto non potete dire che, ad esempio, siete alle prese con l’ascolto di un album dei Pink Floyd poiché trattasi di un’attività piacevole.
Si deve usare sempre la preposizione “con” o le preposizioni articolate col e coi e al limite cogli, collo, colla e colle, sebbene queste ultime tre generalmente non si usano e si preferisce usare con lo, con la e con le.
Sono alle prese con lo (collo) scarico del water che non vuole funzionare
Sono alle prese col la (colla) prova di grammatica
Sono alle prese con le(colle) solite faccende domestiche
Sono alle prese coi(con i) vicini che si lamentano dei rumori
I calciatori sono alle prese cogli (con gli) impegni delle squadre nazionali.
Per due giorni sono stato alle prese col (con il) solito problema alla schiena
La parola adesso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che sono stati alle prese con ripassi impegnativi recentemente. Anche questo non è da meno direi.
Marguerite (Francia): pare che il Covid stia riprendendo vigore. Troppi pochi vaccini ancora. Fintantoché non l’avremo sconfitto non sarò tranquillo.
Ulrike (Germania): io sono molto facile al contatto con gli altri, amo la vita sociale. Quanto ancora potrò resistere? Se penso alla vita che facevo prima mi viene subito il magone.
Cat (Belgio): Non so se e quando riuscirò a farmene una ragione di questa situazione. Vivere all’insegna della malattia e della distanza sociale? Proprio non è cosa per me!
Marcelo (Argentina): per farcela occorre vaccinarsi di più, altrimenti forniamo un assist al virus che crea varianti in continuazione!
Marguerite (Francia):Se è vero com’è vero che i virus vanno sconfitti con i vaccini, bisogna cercare di convincere questi no-vax, che pensano che siamo tutti stupidi. Il fatto è che probabilmente ciascun dal proprio cuor l’altrui misura. A parte gli scherzi, bisogna capire da cosa nasce questa ribellione, qual è il malessere sociale che ha causato questi movimenti di protesta. Io non sono per la discriminazione a prescindere.
André (Brasile): credo che il problema sia che ci sono ancora molte persone che se ne fregano del COVID. Soprattutto i giovani.
Giovanni: Oltre che unire l’utile al dilettevole, di cui ci siamo occupati nell’ultimo episodio, c’è anche un’altra espressione abbastanza simile per esprimere la soddisfazione che si ottiene da un’azione. Infatti un’espressione idiomatica italiana molto diffusa per esprimere l’ottenimento di un duplice obiettivo attraverso un’unica azione, raggiungere due scopi con una sola azione. è prendere due piccioni con una fava.
Una strana espressione a prima vista, ma cominciamo dalla fava. La fava è una pianta leguminosa, quindi produce dei legumi, simili ai fagioli e simile ai fagiolini come aspetto. Ebbene, pare sia proprio la fava che era un tempo utilizzata per cacciare i piccioni selvatici. un metodo abbastanza crudele. Dunque ogni piccione mangiava una fava e così veniva catturata attraverso un filo legato alla fava stessa.
Non credo fosse possibile usare una sola fava per catturare due piccioni, ma tant’è che questa è l’espressione che viene usata quando si vogliono ottenere due risultati con una sola azione.
Vi faccio qualche esempio:
Facendo un episodio ogni giorno, riesco a prendere due piccioni con una fava: essere utile per molti stranieri che vogliono migliorare la conoscenza della lingua italiana e allo stesso tempo avere l’opportunità di parlare con persone di tutto il mondo. Infatti di questo episodio come anche degli altri ne parliamo nel gruppo whatsapp dell’associazione.
Se domani vado al mare, posso prendere un po’ di sole e rilassarmi e magari potrei prendere due piccioni con una fava se incontro quella ragazza che mi piace tanto.
Un duplice obiettivo con una sola azione. A proposito di “duplice“. Deriva da “due” ed è analogo a “doppio”.
Analogamente esiste anche triplice che viene da “tre” e quadruplice che viene da “quattro”.
Es:
I documenti vanno presentati in duplicecopia
Quindi è necessario presentare due copie dei documenti.
Si potrebbe anche dire:
La nostra azione ci permette di conseguire/ottenere un duplice effetto
Il criminale ha commesso un duplice omicidio
Il nostro obiettivo è duplice: insegnare la lingua e far divertire gli studenti. Anzi è anche triplice: lo facciamo senza ammazzare gli studenti di grammatica!
Qualcuno si starà chiedendo come si chiamano questi aggettivi dal numero 5 in poi. In realtà il loro uso è rarissimo, tanto che anche gli italiani è difficile che li conoscano: quintuplice, sestuplice, settemplice, ottuplice…
Non ci pensate che è meglio. Piuttosto, adesso che avete imparato una nuova espressione, con questo episodio potete prendere due piccioni con una fava ripassando qualche episodio passato. La parola ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Edita (Repubblica Ceca): In inglese non tiriamo le fave ai piccioni. In compenso ammazziamo gli uccelli con le pietre. Si dice dice infatti “kill two birds with one stone“. Scusate se la mia non è una signora pronuncia. E aggiungo che in Repubblica Ceca, per esprimere: “prendere due piccioni con una fava, diciamo: “uccidere due mosche con un colpo”.
Andrè (Brasile): in portoghese invece a cascar male sono i conigli (matar dois coelhos com uma cajadada só).
Ulrike (Germania): in Germania siamo più buoni e abbiamo preso di mira le mosche come in Repubblica ceca. Si dice infatti (zwei Fliegen mit einer Klappe schlagen)
Irina (Russia): comunque prendere i piccioni usando una fava mi sembra un metodo poco ortodosso e per giunta poco rispettoso verso gli animali. In russo comunque questo proverbio viene come: “uccidere due lepri con un sparo”. Anche noi non ci andiamo piano con questi poveri animali.
Marguerite (Francia): Noi siamo i più buoni di tutti: il modo di dire francese che è: “faire d’une pierre deux coups“. Da noi tutte le bestie la passano liscia.
Harjit (India): neanche a noi va a genio fare del male agli animali, e quindi usiamo l’espressione “una freccia due bersagli” con nessuna allusione alla caccia.
Peggy (Taiwan): a casa mia si dice “un’alzata, due prese” ma anche “un arco, due aquile” purché gli amanti degli animali non si arrabbino. Forse avrei dovuto sincerarmene e dire la seconda frase previa autorizzazione!