Durare da Natale a Santo Stefano

Durare da Natale a Santo Stefano

episodio 1213

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Proviamo oggi a spiegare “durare da Natale a Santo Stefano” nello stile di Italiano Semplicemente, cioè in modo narrativo, discorsivo e con qualche divagazione linguistica, senza ridurre tutto allo stretto indispensabile, anche perché, quando si parla di espressioni idiomatiche, andare nei meandri della lingua è spesso la vera chiave di volta.

Ringrazio Danielle per avermi suggerito questa bella espressione.

Dunque, che cosa significa “durare da Natale a Santo Stefano”?

L’espressione “durare da Natale a Santo Stefano” è un modo tipicamente italiano per dire che qualcosa dura pochissimo, anzi, quasi niente, come una promessa fatta con pochissima convinzione, tipo “con l’anno nuovo mi metterò a dieta”. Della serie: mai ripromettersi certe cose con leggerezza!

Natale e Santo Stefano, infatti, sono attaccati, 25 e 26 dicembre, quindi potremmo dire che un giorno segue l’altro non appena finisce il primo. Di tempo, tra i due, ce n’è talmente poco che, a conti fatti, si parla di una durata irrisoria.

Si può usare ad esempio, per tutta risposta, magari con una punta di ironia, quando qualcuno giura e spergiura che qualcosa durerà, ma poi, vedendo la mala parata, propendiamo per l’esatto contrario. E magari lo facciamo a ragion veduta, visto e considerato che è già accaduto in passato.

Esempio:

Ha detto che questo accordo durerà anni.

Sì, certo… da Natale a Santo Stefano.

Qui l’espressione è anche, se vogliamo, un campanello d’allarme: segnala che non ci fidiamo, che questo accordo non promette nulla di buono e che, a meno che non succeda qualcosa di straordinario, non durerà. Magari poi gli strascichi non mancheranno.

Si usa anche parlando di oggetti fragili o dì relazioni effimere, amori fugaci.

È un’espressione tremendamente aderente alla mentalità italiana, che tende a ridurre ai minimi termini certe illusioni.

Potrebbe anche non essere un giudizio fine a sé stesso, qualora lasciasse il segno, perché chi ascolta sa come andrà a finire e che presto dirà “tanto tuonò che piovve. Insomma, quell’iniziativa era destinata a andare in fumo.

Spesso, come la promessa di mettersi a dieta non appena inizia l’anno nuovo, viene detta sotto Natale, magari alla vigilia, quando si fanno bilanci, quando si promette senza voler tornare sulle proprie decisioni, ma quando poi si prende atto della amara realtà, si resta quasi impalati, e ci si rende conto dì aver fatto male i conti.

È un’espressione che funziona perché è ironica e immediata.

In conclusione, “durare da Natale a Santo Stefano”, considerato che si usa sempre per ironizzare, ha l’obiettivo di prendere in giro, smontando con leggerezza delle aspettative, sgonfiando promesse e mettendo sul piatto la realtà dei fatti, perché certe cose, vuoi o non vuoi, si capiscono subito.

A questo punto, facciamo un bel ripasso con l’aiuto di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Sofie:
Per il 2026, proprio non saprei cosa aspettarmi. Ad oggi, sono alle prese con aspettative contrastanti, perché le domande che mi faccio sono sempre le stesse: come sono messo? A che punto sono con i miei progetti?

Marcelo:
Anch’io sono incerto. A dir poco, riguardo ai sogni da realizzare nel 2026 sono in alto mare! Forse dovrei essere però più ottimista ed evitare di fasciarmi la testa da solo.

Ulrike:

Non so voi, ma io vedo le avvisaglie di un anno foriero di cambiamenti a livello mondiale.

Julien:

Purché però si smetta di remare contro e almeno qualcuno riesca ad avere il polso della situazione, diamine!

Carmen:
A me invece pare che il 2026 possa essere propizio. Un’aspettativa opinabile, a quanto vedo!

Karin:
Anch’io, e detto ciò, voglio sperare che il 2026 non sia solo una brutta copia dell’anno passato, ma finalmente la volta buona. Questa speranza, non me ne volete, non me la leva nessuno.

Ma tant’è

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episodio 1212

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Ricordate l’espressione “tant’è vero che”?

Ne abbiamo parlato in un episodio e vi ho spiegato che “tant’è vero che”, come ricorderete, introduce una prova o una conferma di ciò che si è appena affermato.

Serve a rafforzare un’idea, mostrando un fatto concreto che la dimostra. È simile a “a riprova del fatto che”, “lo dimostra il fatto che”, “infatti“.

Esempio:

Era un artista apprezzato, tant’è vero che le sue opere sono esposte nei maggiori musei.

In realtà, non ricordo se ve l’avevo detto, possiamo omettere la parola “vero” e il senso non cambia. È solamente più colloquiale.

Es.

Ho preso troppo sole, tant’è che mi è venuto un bel mal di testa.

Quindi: prima si fa un’affermazione, poi si aggiunge “tant’è vero che” oppure “tant’è che” per presentare un elemento che la convalida.

Oggi vediamo un’espressione apparentemente simil: “tant’è“, decisamente più breve.

Tant’è vero che” però è diverso da “ma tant’è“, prima di tutto perché stavolta c’è un”ma” davanti, secondo perché “ma tant’è” si usa per concludere un ragionamento mentre “tant’è vero che” va fatto seguire da qualcosa che rende più vera l’affermazione iniziale.

Il fatto dì mettere quel “ma” all’inizio serve proprio a presentare un problema che bisogna accettare, qualcosa di cui prendere atto e basta.

Questa espressione quindi, detto in altre parole, nasce dall’esigenza di commentare ciò che non si può cambiare, con un misto di realismo e rassegnazione.

Attenzione perché non c’è ribellione né disperazione: c’è una constatazione, quasi fatalistica, accompagnata spesso da un gesto delle mani che sembra dire “e che possiamo farci?”.

Ma tant’è” , come detto, si colloca alla fine di una frase, o comunque a conclusione di un ragionamento, proprio per chiuderlo: serve ad accettare una situazione, anche sgradevole, riconoscendola come inevitabile, magari perché è già accaduta.

Se dico:

Ho studiato per giorni, ma l’esame è andato male. Probabilmente ho studiato poco, ma tant’è.

Sto implicitamente riconoscendo lo sforzo, l’amarezza, ma anche l’impossibilità di cambiare l’esito.

Nel linguaggio quotidiano, “ma tant’è” assume, potremmo dire, il ruolo di una valvola di sfogo attenuata: non urla, non si lamenta. È una resa senza dramma. Diversamente da un’espressione come “pazienza”, che può apparire più neutra, o da “che disastro!”, che veicola un’emozione forte, “ma tant’è” contiene una riflessione se vogliamo dolorosa (non sempre) ma composta.

Somiglia molto a “c’è poco da fare”, “le cose stanno così”,dobbiamo accettarlo”, e il tono è al massimo dimesso e rassegnato, ma non arrabbiato.

Facciamo qualche esempio per comprenderne l’uso nelle conversazioni:

Quando un caro amico racconta:

Avevo un sogno nel cassetto, poi però non avevo i mezzi per realizzarlo, ma tant’è.

Emerge la consapevolezza dell’impossibilità, la rassegnazione.

Oppure nella vita lavorativa:

Il progetto era valido. Alla fine non è stato finanziato, ma tant’è”.

In politica, nel commentare un provvedimento controverso:

La legge è passata per via dell’assenza di molti senatori in aula. Non è una bella notizia, ma tant’è”.

C’è il sottinteso è che ormai non resta altro che prenderne atto.

Eppure, dietro questa formula linguistica, c’è anche un tratto culturale italiano: la capacità di convivere con il limite, con l’imprevisto, persino con l’ingiustizia, senza necessariamente ribellarsi apertamente. Da questo punto di vista mi pare che siamo molto diversi dai francesi.

È una rassegnazione che può essere criticata o compresa, ma che appartiene alla nostra quotidianità e al nostro modo di raccontare le cose quando non resta nulla da discutere.

In definitiva, “ma tant’è” è un sigillo finale: non cambia il mondo, ma lo riconosce per quello che è. È un’estrema sintesi di accettazione, pronunciata quando ogni tentativo di replica è ormai vano e resta soltanto la realtà dei fatti.

C’è da dire che non sempre si tratta di cose molto negative o tragiche. Spesso parliamo di piccole cose.

Un’ultima nota: “tant’è” non può diventate “tanto è”. Un Italiano non capirebbe in quel caso.

Questo lo potete fare con ‘tanto è vero che”, ma non con”tant’è”.

L’episodio finisce qui, magari avrei potuto essere più breve, come al solito, ma tant’è.

Il giorno più corto dell’anno (ripasso)

Ripasso: il giorno più corto dell’anno

episodi 1- 1211

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Quello che segue è un episodio dì ripasso.

Oggi, 21 dicembre è il giorno più corto dell’anno.
Arriva alla chetichella, quasi di soppiatto, come se volesse sgattaiolare via senza farsi notare. A dirla tutta, molti lo vivono di malavoglia, perché la luce sembra venir meno man mano, fino a lasciarci al buio di punto in bianco. Così spesso ci si fa cogliere dalla notte senza accorgersene.
È un momento dell’anno in cui l’energia sembra venire meno, e la stanchezza può prendere il sopravvento.

Durante il solstizio, il sole fa orecchie da mercante ai nostri desideri di luce, e tra parentesi, non si lascia convincere neanche per idea. Sta di fatto che oggi la notte si allunga a dismisura, mentre il giorno si accorcia, manco a dirlo. In fin dei conti, però, questo accade ogni anno, come da copione, ed è un’occasione per fare mente locale: in soldoni, la natura ci impone di rallentare.

Molti avrebbero da ridire, perché la poca luce costringe a tirare avanti alla meno peggio, nonostante l’umore vada e venga e le attività quotidiane ci stiano strette. Ma quantomeno il solstizio ci ricorda che il peggio è passato: da domani la luce torna alla carica e poco alla volta le giornate si allungano.

In ogni caso, nonostante tutto, il 21 dicembre rappresenta a tutti gli effetti un giro di boa. È un invito né più né meno a fermarsi, giusto per assaporare il presente, per così dire, senza dare luce e calore per scontati. Sia come sia, tirando le somme, questo giorno è breve, sì, ma non per questo meno significativo.

Per farla breve: oggi il sole resta poco, ma il ripasso quotidiano almeno non è venuto meno. Sarà un contentino, direte voi, ma tant’è: sempre meglio che crogiolarsi nella noia davanti a un camino spento.

Ritrarre

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episodio 1211

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo del verbo ritrarre. In un episodio passato abbiamo appena accennato al senso di questo verbo. In quell’occasione spiegavo il verbo ritrarsi, oltre a ritroso e ritrosia.

Sul verbo ritrarre ho detto solamente che una delle cose che si possono ritrarre è la propria mano, ad esempio, quando non voglio stringere la mano ad una persona che ci sta antipatica: la ritraggo, cioè la tiro indietro, così come posso ritrarre lo sguardo, a magari per timidezza.

Oggi, invece, completiamo il discorso parlando di un altro grande significato del verbo ritrarre, quello legato alle immagini, alle fotografie e all’arte in generale. Non c’è nulla da tirare indietro in questo caso. Qui ritrarre ha un altro senso.

In questo senso, ritrarre significa raffigurare, cogliere con un’immagine, che sia fotografica o pittorica.

Somiglia molto a fotografare. Per questo diciamo, ad esempio:

In questa foto siamo ritratti io e mia madre.

Qui siamo ritratti significa semplicemente che appaia­mo nella foto, che l’immagine ci rappresenta. Nella foto appariamo io e mia madre.

Da questo uso deriva naturalmente la parola ritratto: il ritratto è l’immagine di una persona, solitamente il volto, realizzata da un pittore, da un fotografo o da un artista in generale. Un tempo erano quasi sempre dipinti; oggi possono essere foto, caricature, perfino ritratti digitali.

C’è chi ama ritrarre un paesaggio e chi ritrarre una scena in bianco e nero. I fotografi invece, ritraggono i paesaggi o ad esempio le attrici.

Ma c’è un’altra cosa interessante: il verbo ritrarsi, di cui abbiamo parlato la volta scorsa, può essere usato anche in senso riflessivo proprio per dire “farsi un ritratto”.

Su un sito leggo ad esempio:

Perché Arnold Böcklin si è ritratto insieme alla Morte che suona il violino?

Si tratta evidentemente di un autoritratto.

Non si tratta quindi solo di “tirarsi indietro”, ma anche, meno frequentemente, di rappresentarsi in un’immagine. Anche questo può essere ritrarsi.

Questo è solo uno dei significati del verbo ritrarre comunque. Ce ne sono altri e li vediamo in altri episodi.

Adesso ripassiamo un po’. È vicino il Natale quindi parliamo di questo. È Natale, non è vero? Potete parlare se volete degli addobbi natalizi. Scegliete voi comunque.

Marcelo: per essere Natale è Natale, ma a guerra ancora in corso, in Ucraina da qualche anno ce lo siamo dimenticato.

Julien: quanto agli addobbi, a me piacciono molto, soprattutto se illumati a dovere. Un po’ di luci ci vogliono, vivaddio.

Ulrike: in Italia gli addobbi sono diventati appannaggio dei più ricchi, però se sai cercare se ne trovano anche a buon mercato.

Carmen: al centro di Roma gli addobbi attirano un’orda di curiosi, a ragione direi. Al netto di qualche salasso per le tasche, in Germania si decora profusamente, ma con stile. Non ci sono santi: la finezza è d’obbligo.

Christophe: a casa mia mi sono accollato l’onere di fare l’albero di natale e il presepe. Mio figlio se n’è proprio fregato!

Hartmut: chiamalo fesso! È una faticaccia fare questi lavoretti per un giovane ragazzo.

José: che non abbia voglia di fare l’albero, ancora ancora lo posso capire, ma voglio sperare che almeno la notte di Natale l’abbia passata in famiglia.

L’italofonia e la pronuncia delle preposizioni apostrofate

L’italofonia e la pronuncia delle preposizioni apostrofate (scarica audio)

Trascrizione

PRONUNCIA DELL'ITALIANO

In questo episodio di Italiano Semplicemente voglio affrontare un problema comune degli stranieri non madrelingua: la pronuncia e la scrittura delle preposizioni con l’apostrofo, a cui abbiamo dedicato in passato anche due episodi “l’apostrofo nella lingua oitaliana: prima parte“, “seconda parte“). C’è anche un episodio per principianti nella rubrica “primi passi“.

Ho notato infatti che molti stranieri non madrelingua tendono a sbagliare sia la scrittura che la pronuncia in questi casi. Nel caso della scrittura, l’errore consiste spesso nel cambiare la preposizione, così ad esempio, “la casa dell’amico di Paolo” diventa “la casa del Amico di Paolo”, omettendo l’apostrofo, e cambiando la preposizione, che da “dello” diventa “del”. Lo stesso vale per all’, nell’, sull’, dall’. La pronuncia in questi casi non dovrebbe essere staccata, e infatti l’apostrofo si usa proprio per questo: per non staccare le due parole. Ad esempio:

  • Vado all’aeroporto.

  • Arrivo all’università.

  • Sono all’ingresso.

  • Mangiamo all’aperto.

  • Ci vediamo all’angolo.

  • Passo all’azione.

Allora oggi vi racconto un evento recente che riguarda qualcosa di molto “italiano” per cercare di correggere questo piccolo difetto. Con l’occasione ripassiamo anche altri episodi passati e facciamo degli esercizi di pronuncia.

Vi parlo della recente conferenza sull’Italofonia (attenzione, ho detto “sull’italofonia, e non sul italofonia”. (Ripeti dopo di me: conferenza sull’italofonia).

Bene, intanto che significa italofonia?

Italofonia significa “l’insieme delle persone e dei Paesi in cui si parla l’italiano”, sia come lingua madre sia come lingua straniera.

Si tratta della prima Conferenza Internazionale dell’Italofonia, durante la quale è stata istituita la Comunità dell’Italofonia, (Ripeti dopo di me: comunità dell’italofonia) con l’obiettivo di promuovere la lingua italiana nel mondo come lingua di dialogo, cultura e identità.

In occasione di questo evento, molti commentatori, da addetti ai lavori a cittadini, hanno sicuramente pensato all’uso della nostra lingua oggi (Ripeti dopo di me: hanno pensato all’uso della nostra lingua).

Non so in realtà se sia stato discusso anche della necessità di rafforzare lo studio e la cura dell’italiano, (Ripeti dopo di me: la cura dell’italiano). In particolare questo sarebbe stato utile per contrastare errori frequenti: dall’uso scorretto dell’apostrofo a imprecisioni lessicali (Ripeti dopo di me: dall’uso scorretto dell’apostrofo).

Di sicuro si è parlato dell’italiano come “lingua della pace” (Ripeti dopo di me: si è parlato dell’italiano)

Questa situazione appare ai miei occhi come una bella occasione per fare un personale “mea culpa” per non aver affrontato prima questo argomento e per riflettere su come si scrive e si parla correttamente la lingua italiana.

Mi raccomando, se non l’hai ancora fatto, di ripetere ad alta voce le frasi che di volta in volta ti propongo. In questo modo ti potrai accorgere nell’immediato di eventuali errori nella pronuncia (Ripeti dopo di me: nell’immediato).

Alla notizia di questa conferenza, mi sono detto: “Vada per l’impegno di valorizzare l’italiano”, perché credo che l’italofonia non sia soltanto una questione di orgoglio, ma anche di responsabilità.

All’occorrenza (Ripeti dopo di me: all’occorrenza) cioè quando qualcuno dei nostri amici all’estero mi chiederà come parlare “bene” l’italiano (Ripeti dopo di me: amici all’estero) non mi basterà proporre una parvenza di conoscenza solida: che me ne faccio di frasi preconfezionate se poi non si avverte la differenza tra “all’improvviso” e “al l’improvviso”? (Ripeti dopo di me: all’improvviso).

Invero, mi ritrovo a pensare che molti stranieri non madrelingua probabilmente siano in alto mare, perché ignorano che l’apostrofo non è un’opzione, ma una questione d’ortografia che può fare la differenza. Secondo un’indagine recente, quasi sette italiani su dieci commettono errori grammaticali (figuriamoci gli stranieri!), dall’apostrofo al congiuntivo, dalla punteggiatura alla concordanza (Ripeti dopo di me: dall’apostrofo al congiuntivo).

Così, all’indomani della conferenza, (Ripeti dopo di me: all’indomani della conferenza) ho deciso di farci un bell’episodio. Voglio metterci la faccia, mi sono detto, perché posso aiutare i non madrelingua a migliorare la pronuncia e a farli scrivere facendo meno errori possibili.

Voglio che quelle parole, quelle costruzioni, quelle preposizioni articolate suonino come musica all’orecchio di chi ascolta (Ripeti dopo di me: musica all’orecchio di chi ascolta).

E se qualcuno osa dire “questo non l’hai spiegato bene”, in futuro saprò rispondere con cognizione di causa.

Allora, bisogna dire anche la regola, anche se normalmente le regole non sono all’ordine del giorno in Italiano Semplicemente. (Ripeti dopo di me: non sono all’ordine del giorno).

Quando la preposizione semplice + un articolo determinativo si combina con un sostantivo o pronome che comincia per vocale, l’articolo si elide e l’apostrofo è obbligatorio: dell’italiano, all’occorrenza, dell’amore (Ripeti dopo di me: dell’italiano, all’occorrenza, dell’amore).

Per alcuni stranieri poi la capacità di pronunciare correttamente queste particolari forme è il proprio “tallone d’Achille” (Ripeti dopo di me: il tallone d’Achille). In questo caso si tratta di preposizione semplice apostrofata.

Allora, personalmente, vorrei che questo episodio, che parte da un evento reale, attuale, suoni come un “campanello d’allarme” (Ripeti dopo di me: campanello d’allarme), un invito a non dare per scontato l’italiano, a non ricorrere alle scorciatoie dell’approssimazione o della comodità (Ripeti dopo di me: le scorciatorie dell’approssimazione).

Spero che questo tipo di episodi vi faccia piacere e all’occorrenza, non mancherò dall’aggiungerne altri (Ripeti dopo di me: all’occorrenza) allargando via via l’orizzonte dell’apprendimento e dell’italofonia (Ripeti dopo di me: l’orizzonte dell’apprendimento e dell’italofonia).

Continuate ad esercitarvi, restando all’ascolto degli episodi di Italiano Semplicemente (Ripeti dopo di me: restando all’ascolto) perché dall’esperienza nasce sempre qualcosa (Ripeti dopo di me: dall’esperienza nasce sempre qualcosa), e così sull’onda dell’entusiasmo continueremo all’infinito (Ripeti dopo di me: sull’onda dell’entusiasmo continueremo all’infinito).

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