Fare testo e non fare testo

Fare testo e non fare testo (ep. 1124) (scarica audio)

Trascrizione

non fare testo

Scommetto che l’espressione “non fare testo” non l’avete mai usata!

E allora ve la spiego io!

E’ un’espressione molto usata e significa che qualcosa non può essere presa come esempio valido o rappresentativo in una determinata situazione. In altre parole, il caso in questione è considerato un’eccezione, non una regola, e non si dovrebbe usarlo per trarre conclusioni generali.

Ad esempio:

Dicono che l’università a Roma sia molto difficile, ma Marco ha fatto 9 esami il primo anno.

Risposta:

Ok, ma Marco non fa testo.

Significa che il rendimento di Marco non è significativo o non rappresenta la norma.

In qualche modo Marco non rientra nella categoria dello studente medio. Chiaramente è un complimento in questo caso per Marco.

Un secondo esempio:

La squadra quest’anno gioca malissimo. Lo so, abbiamo vinto l’ultima partita ma quella partita non fa testo, la squadra avversaria era priva di tutti i suoi giocatori migliori.

Qui si afferma che il risultato di quella partita non è significativo, poiché la squadra avversaria non era nelle sue condizioni normali. Non si può prendere ad esempio l’ultima partita per capire se la squadra gioca bene o male.

Ultimo esempio. Parliamo di un film che non ci è piaciuto, ma nonostante questo ha venduto un discreto numero di biglietti. Posso dire:

Il successo di quel film non fa testo, perché è uscito durante le vacanze natalizie quando il pubblico è molto più numeroso.

In questo caso, si dice che il successo del film non è indicativo del suo valore intrinseco, ma è dovuto a una circostanza particolare (le vacanze natalizie).

Il termine “testo” indica qualcosa che può essere preso come modello o base per confronti e analisi.

È come se parlassimo di un testo scritto. In pratica, questa cosa o questa persona che “non fa testo” non è considerato un “testo” valido da cui trarre regole, esempi o conclusioni è non può essere usato neanche come base di confronto o come standard per giudicare altre situazioni.

Quanto alle alternative, se dico ad esempio che una cosa non fa testo, potrei dire, con senso analogo:

Questa cosa non è indicativa

Questa cosa non è rappresentativa

Questa cosa non è significativa

La più adatta dipende del contesto.

Devo dirvi anche che questa espressione si usa molto più spesso con la negazione. Può capitare comunque di trovare qualcosa che “faccia testo.”

Quindi, mentre “non fare testo” indica una situazione eccezionale o non rappresentativa, “fare testo” si riferisce a un esempio autorevole o un modello di riferimento accettato.

Come risposta a qualcuno che ha detto che qualcosa non fa testo, posso dire ad esempio:

Fa testo eccome!

Oppure:

La sua è una opinione che fa testo fino ad un certo punto

Che è un altro modo per dire che qualcosa non fa testo!

Quindi posso usare fare testo per dire che qualcosa è rappresentativo, ma più che altro, “fare testo”, senza negazione, si usa nel senso di dare valore a qualcosa.

Es:

Non leggere quei libri di religione che non si sa da dove vengono e chi li ha scritti. Leggi solamente il vangelo, che è l’unico libro che fa testo, poiché è la Parola di Dio.

Oppure, se acquistiamo qualcosa, è lo scontrino o la fattura che fa testo.

Significa che la fattura è valida come riferimento o prova dell’acquisto e del pagamento In altre parole, ciò che “fa testo” è ciò che conta e ha valore, spesso, un valore legale o formale.

Oppure, nello sport:

Nella decisione su un fallo, è il regolamento ufficiale del campionato che fa testo.

Quindi in una discussione su una regola o una decisione arbitrale, il regolamento ufficiale del campionato è l’unica fonte autorevole.

Chiaramente posso usare “non fare testo” semplicemente come negazione di “fare testo“, e allora in questo caso “non fare testo” si avvicina molto a “non serve a nulla”, “non significa nulla”. È una negazione dell’importanza o dell’autorità di un documento o di una dichiarazione.

Es:

Il verbale scritto a mano durante la riunione non fa testo rispetto al verbale ufficiale redatto dal segretario.

Significa che il verbale scritto a mano non ha lo stesso valore dell’ufficiale redatto dal segretario.

Oppure, se hai acquistato un prodotto ma non hai lo scontrino o la fattura ma solo un foglio scritto a mano, si può dire:

Questo foglio non fa testo in caso di rimborso.

Significa che il promemoria scritto a mano non ha valore ufficiale o non può essere usato come prova per il rimborso.

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Angela: Accidenti a voi! Giovanni ha chiesto un ripasso e nessuno gli sta dando ascolto!! Vogliamo che continui a predicare nel deserto? Io vi odio!

Anne Marie: Cosa? Ti invito a non trascendere! Che maniere! Che sarà mai, per un ripasso!

Nara: Pare anche a me che si sia passato il segno stavolta!!

Julien: Questo comportamento mi sembra abbastanza emblematico e secondo me riflette un problema personale.

Estelle: modi a parte, Angela ha ragione e il suo tono è da biasimare, ma magari si è solo fatto prendere un po’ la mano.

Dare da pensare

Dare da pensare (ep. 1123) – scarica audio

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Trovo interessante fare un approfondimento su alcune espressioni comuni nella lingua italiana, che condividono la struttura “dare + da + verbo all’infinito”, dove l’azione espressa dal verbo provoca un effetto su chi la riceve.

In particolare vorrei soffermarmi su: dare da pensare, una espressione informale di uso comune.

“Dare da pensare” significa suscitare riflessione o preoccupazione in qualcuno. In questo caso è questo l’effetto provocato.

Quando qualcosa o qualcuno “dà da pensare”, induce una persona a riflettere, a porsi delle domande, a considerare un problema o una situazione con maggiore attenzione.

Ad esempio, se una persona nota un comportamento strano in un amico, potrebbe dire che quel comportamento “gli dà da pensare”, nel senso che lo spinge a riflettere sul motivo o sulle possibili cause di quel comportamento. Il primo dà è con l’accento (verbo dare) mentre il secondo è la preposizione da, quindi senza accento.

Il verbo dare si usa, in questa locuzione, in modo figurato, non in senso materiale. La stessa cosa accade, ad esempio, con “dare preoccupazioni“.

Con “dare da pensare” spesso c’è del sospetto, ma può anche esserci preoccupazione. In alcuni casi la linea tra le due sensazioni è sottile, poiché entrambe portano a riflettere più a fondo su una situazione.

Un certo comportamento o situazione fa sorgere dubbi o sospetti, inducendo a riflettere su possibili cause nascoste o intenzioni poco chiare.

Ad esempio, “Il suo comportamento evasivo mi dà da pensare” suggerisce che potrebbe esserci qualcosa di sospetto dietro quel comportamento.

In altri contesti, “dare da pensare” può indicare preoccupazione o anche inquietudine. Ad esempio, “Questi sintomi insoliti mi danno da pensare”: significa che la persona è preoccupata e riflette su cosa potrebbero significare quei sintomi.

Altri modi alternativi per esprimere lo stesso concetto sono:

Far pensare“, che probabilmente è quella più usata. Se usiamo questa forma spesso c’è un “che” a seguire.

Es

La tua faccia mi fa pensare che tu sia arrabbiato

Normalmente invece, se usiamo “dare da pensare”, la frase finisce lì.

Oppure, a seconda dell’occasione:

Far riflettere.

Sollevare dubbi.

Destare preoccupazioni.

Indurre a riflettere.

Stimolare la riflessione.

Suscitare interrogativi.

Spingere a pensare.

Ognuna di queste modalità può essere usata a seconda del contesto per trasmettere l’idea di un concetto o di un fatto che induce a pensare più profondamente.

Ad ogni modo, “dare da pensare” non è l’unico esempio della costruzione “dare da” seguita da un verbo all’infinito.

“Dare da fare” ad esempio, significa impegnare qualcuno in un’attività o in un lavoro, spesso in modo intenso. Ad esempio, “Questo progetto mi dà molto da fare” significa che il progetto richiede molto impegno e lavoro.

Molto più usato è “dare da mangiare/bere” che utilizza il verbo dare in modo più materiale, ma si può usare anche in senso più ampio.

Innanzitutto infatti si può usare quando si offre cibo o bevande a qualcuno. Ad esempio, “Devo dare da mangiare al cane” significa che bisogna nutrire il cane.

In senso più ampio posso dire che: “il mio lavoro dà da mangiare a tutta la mia famiglia”.

Per “dare da lavorare” vale un discorso simile a “dare da fare”:

Il mio capo mi ha dato da lavorare fino a tardi

L’industria tessile ha dato da lavorare a 100 operai.

Non si usa molto ma anche “dare da dire” è un altro esempio.

Informalmente significa suscitare critiche o pettegolezzi. Ad esempio, “Quel vestito stravagante dà da dire alla gente” significa che quel vestito fa parlare le persone, spesso in modo critico.

Adesso ripassiamo. Vi do un po’ da fare.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Il conflitto tra Russia e Ucraina ha preso una piega che non mi piace.

Cristophe: infatti! Sulle prime si pensava che il conflitto finisse presto.

Julien: ora però, riflettendo sull’evolversi della situazione, dà molto da pensare e darà da fare ai leader europei e americani per come evitare che il conflitto degeneri in una contesa globale.

Ulrike: Ricordando le parole del poeta Omero, “lieve è l’oprar se in molti è condiviso”. I leader mondiali dovrebbero cooperare per trovare una soluzione pacifica, altrimenti ognuno dovrà fare il proprio mea colpa!

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Visto e considerato

Visto e considerato (ep. 1122) (scarica audio)

Trascrizione

I termini “visto” e “considerato” possiamo molto spesso utilizzarli l’uno al posto dell’altro.

Posso ad esempio dire:

Visto che sono a Roma, vado a trovare Giovanni

Ma anche:

Considerato che sono a Roma, vado a trovare Giovanni

Usando “visto” la frase appare un pochino più colloquiale.

Come sappiamo, “visto” è il participio passato del verbo “vedere”.

Chiaramente il verbo vedere si usa per indicare che qualcosa è stato percepito visivamente, cioè visto, ma in senso figurato, come nel nostro caso, significa che qualcosa è stato compreso o notato e in base a questo si prende una decisione o si desume una conseguenza.

Ad esempio:

Visto il tuo comportamento, non posso fidarmi di te.

“Considerato” invece è il participio passato del verbo “considerare”. Indica che qualcosa è stato valutato, preso in esame o ponderato. Molto simile a “visto”.

Ad esempio:

Ho considerato tutte le opzioni prima di decidere.

Ma a noi interessa di più il seguente esempio:

Considerato il contesto, la tua reazione è comprensibile.

Un uso particolare dei due termini riguarda poi alcune tipologie di testo.

All’interno di un decreto legge, una circolare amministrativa o altri documenti ufficiali, i termini “visto” e “considerato” hanno significati specifici e distinti, utilizzati in diverse sezioni del documento per scopi diversi.

Visto” è utilizzato per richiamare normative, disposizioni legali, decreti precedenti, o altri documenti che sono rilevanti per la materia trattata nel decreto o nella circolare.

Di solito, la sezione “Visto” appare all’inizio del documento, prima di entrare nel merito delle disposizioni specifiche.

Es

Visto l’articolo 32 della Costituzione…

Visto il Decreto Legislativo n. 165/2001…

In pratica, si fa riferimento a norme o atti già esistenti che costituiscono la base giuridica per il nuovo provvedimento.

Considerato” viene utilizzato invece per introdurre le motivazioni, le circostanze o le valutazioni che giustificano l’adozione del provvedimento. È una sorta di premessa che spiega il contesto e le ragioni per cui si rende necessaria l’emanazione del documento.

Es.

Considerato che è necessario garantire la tutela della salute pubblica…

Considerato che le attuali circostanze richiedono un intervento urgente…

Serve quindi a esporre le ragioni o gli obiettivi che giustificano il provvedimento.

Usciamo dal contesto normativo e torniamo alla vita quotidiana.

Esiste un’espressione in cui sono presenti entrambi i termini.

L’espressione è “visto e considerato”.

Questa frase viene spesso utilizzata per introdurre una conclusione o una sintesi dopo aver esaminato i fatti o le circostanze. Ad esempio:

Visto e considerato tutto quello che è successo, penso che dovremmo cambiare strategia.

In frasi come questa, potrei usare anche solamente uno dei due termini e il senso sarebbe lo stesso. Non si tratta però di una inutile ripetizione.

Analizzando infatti più accuratamente la frase, potremmo dire “visto” implica che si è preso atto di qualcosa, mentre “considerato” implica che ci si è riflettuto sopra. C’è stata una riflessione.

Questa dunque è una locuzione che prepara il terreno per una conclusione, che introduce una decisione basata su una riflessione.

Usare semplicemente “Visto” è un modo più semplice e diretto e può andar bene lo stesso anche se non usiamo “considerato” quando introduciamo una causa o una motivazione.

È spesso usata nel linguaggio quotidiano e in contesti meno formali.

Non sono venuto alla festa visto che ero stanco.

Non sono venuto alla festa vista la stanchezza che avevo.

In fondo possiamo usare “visto” al posto di perché, poiché o “in quanto”.

Visto e considerato che” spesso è più formale, ma in contesti normali rinforza la giustificazione.

Può essere usata per sottolineare che una decisione o un’azione è stata attentamente valutata sulla base di più considerazioni.

Spesso si trova in testi legali, amministrativi o in contesti formali.

Es:

Visto e considerato che il contratto non è stato rispettato, abbiamo deciso di recedere dall’accordo.

Possiamo quindi usare “visto” in modo più colloquiale e diretto, mentre “visto e considerato” aggiunge un livello di formalità o si usa per enfatizzare in contesti informali, per sottolineare qualcosa.

Si presta ad esempio per usata anche nel corso di un litigio o una discussione accesa per far valere le proprie ragioni, specialmente quando qualcuno vuole rafforzare il proprio argomento o dimostrare che la propria posizione è ben ponderata.

In un contesto di questo tipo, questa espressione può servire a sottolineare che l’altra persona non ha tenuto conto di determinate circostanze o che le proprie decisioni sono basate su una valutazione attenta e ragionata.

Ad esempio, in un litigio potresti sentire frasi come:

Visto e considerato che tu non hai mai rispettato i nostri accordi, non vedo perché dovrei fidarmi ancora di te.

Qui, l’uso di “visto e considerato” serve a dare peso all’argomento, quasi a formalizzare la lamentela e a mettere l’accento sulla valutazione dei fatti precedenti.

Quindi, “visto e considerato” può essere utilizzato per rendere il discorso più perentorio e per sottolineare che una certa decisione o reazione è stata presa dopo un’attenta riflessione su quanto accaduto.

Adesso, visto e considerato che sono stato un po’ prolisso, facciamo un breve ripasso dedicato agli episodi precedenti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Sono un fervente sostenitore dell’iniziativa privata! Conosco molte persone di successo che si sono fatte da sé.
Trovo una caratteristica che accomuna coloro che hanno ottenuto il successo da soli: protrarre le azioni per raggiungere il loro scopo con tenacia e senza mai mollare, nonostante i possibili fallimenti che possono ostacolare questo percorso.
Credo che il loro proverbio sia: chi la dura, la vince!

Ulrike: Ciao Giovanni, non riesco a mostrarmi restia nei confronti della tua richiesta di un ripasso. Anzi, a mio parere sarebbe un atto ingeneroso, visto e considerato che da par tuo te ne sei appena uscito con un episodio con la È maiuscola, vale a dire un lavoro coi fiocchi che merita il nostro riconoscimento. E come la vedete voialtri? Per la cronaca amici: guai se qualcuno mi desse della ruffiana.

Anthony: Ti do, cara Ulrike, della ruffiana tranquillamente e senza remore poi Giovanni mi risponderà in malo modo con un cazziatone bell’e buono. Riesco addirittura a presagire le sue parole: ce ne fossero di membri come lei e meno coatti come te, Antò.

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Fare da sé, farsi da sé

Fare da sé, farsi da sé (ep. 1121) (scarica audio)

Trascrizione

Fare da sé” è un’espressione italiana che significa “fare qualcosa autonomamente,” cioè in autonomia, senza chiedere aiuto o dipendere da qualcun altro.

Si può usare ad esempio quando una persona decide di affrontare un compito o risolvere un problema esclusivamente con le proprie forze e capacità.

Si usa prevalentemente In situazioni quotidiane, tipo:

Non mi serve l’aiuto di nessuno, faccio da me.

Oppure:

Se voglio un aiuto? No grazie, faccio da me.

Posso anche decidere di svolgere un’attività domestica, un lavoro manuale, o qualsiasi altra attività senza assistenza.

Es:

Non ho bisogno di lezioni extra, preferisco fare da me

Posso usare la locuzione anche se una persona sceglie di prepararsi autonomamente per un esame o di lavorare su un progetto senza collaboratori.

In senso figurato si usa ugualmente molto spesso:

In un mondo in cui tutti pensano solo a sé stessi, bisogna imparare a fare da sé.

Rispetto alle alternative si usa in particolare per sottolineare l’indipendenza o l’autosufficienza.

Le possibili alternative possono essere:
“Agire/fare da solo” che enfatizza l’assenza di aiuto esterno. Usare il verbo agire in luogo del verbo fare, è comune nel linguaggio giornalistico quando si commentano ad esempio i reati:

Il ladro ha agito da solo.

Agire dunque è più formale.

Nella quotidianità c’è comunque una differenza tra “fare da sé” e “fare da soli”. Infatti si preferisce usare “fare da sé” quando c’è un contenuto emotivo, tipo una lamentela, un malcontento, una rivendicazione o una ripicca.

Provvedere da sé/soli” è un’altra possibilità, e può indicare l’autosufficienza in ambiti più specifici, come il sostentamento o la gestione di sé stessi.

Tipo:

Per fare la spesa e cucinare, in assenza di mia madre, ho dovuto provvedere da me (oppure provvedere da solo).

Si può usare anche “fare per conto proprio”, che ha un significato simile, ma può avere una sfumatura di l’individualismo. Meno colloquiale rispetto a “fare da sé”.

Es:

Marco ha deciso di fare per conto proprio (o fare per conto suo) e avviare un’attività, senza coinvolgere i suoi amici nel progetto.

In questo esempio, “fare/agire per conto proprio” indica che Marco ha scelto di agire autonomamente, prendendo le proprie decisioni e assumendosi la responsabilità delle sue azioni.

Io faccio per conto mio

Tu fai per conto tuo

Lei fa per conto suo

Noi facciamo per conto nostro

Voi fate per conto vostro

Loro fanno per conto loro

Esiste poi il cosiddetto “Fai da te”.

Questa espressione si può usare sia per dire a qualcuno che deve fare qualcosa in autonomia. (es:

Meglio che fai da te piuttosto che farti aiutare da Giovanni), sia come frase invariabile se riferita a lavori manuali, bricolage o riparazioni o preparazioni casalinghe.

In questi casi si parla del “fai da te”. Abbiamo dunque il fai da te, che è dunque una attività.

L’espressione si presta bene in tutti i contesti in cui l’indipendenza e l’autonomia sono valorizzate o necessarie.

Il “fai da te” è un’attività a tutti gli effetti, in cui una persona esegue lavori manuali o artigianali senza l’aiuto di professionisti, utilizzando le proprie abilità e strumenti. Questo termine come ho detto si applica a una vasta gamma di attività, come riparazioni domestiche, costruzioni, decorazioni, lavori di giardinaggio, e persino la realizzazione di mobili o oggetti.

Es:

Avete mai provato il latte di soia fai da te?

Tornando all’espressione “fare da sé”, si può anche questa personalizzare:

Io faccio da me

Tu fai da te

Lui/lei fa da sé

Noi facciamo da noi

Voi fate da voi

Loro fanno da loro.

Non dimentichiamo poi che esiste anche l’espressione “farsi da sé“.

“Farsi da sé” è un’espressione italiana che significa costruire il proprio successo o realizzare qualcosa grazie alle proprie forze, capacità e iniziativa, senza dipendere dagli altri o dall’aiuto esterno. “Farsi” nel senso di costruire il proprio percorso da soli.

È spesso usata per descrivere persone che hanno raggiunto una posizione di rilievo, successo o indipendenza attraverso il proprio impegno, il lavoro duro e la determinazione, partendo magari da una condizione di svantaggio o senza risorse iniziali significative o raccomandazioni.

Es:

Giovanni è un imprenditore romano che si è fatto da sé.

Evidentemente nessuno ha aiutato Giovanni a costruire la sua carriera e tutto ciò che ha realizzato è esclusivamente merito suo.

Un sinonimo in italiano potrebbe essere “autodidatta“, anche se autodidatta riguarda specificamente l’apprendimento, come a dire che una persona autodidatta ha imparato tutto da solo, mentre “farsi da sé riguarda non solo l’apprendimento, ma l’intero percorso di una persona che costruisce la propria carriera, successo o status sociale partendo dalle proprie forze.

Adesso vediamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Meglio che facciate da soli, perché, come dice il proverbio, “chi fa da sé fa per tre!”.

Estelle: Per la cronaca, il mio cane, James è un bassotto, cioè un cane da caccia. Questo ha la sua importanza per il seguito del racconto.
Lo cercavo ma non lo trovavo, come se fosse svenuto nel buio. Dopo qualche istante lo vidi nascosto in un angolo, con lo sguardo colpevole. Ero sbalordita, aveva una coda tra i denti! Aveva ingerito alla chetichellaun topo. Niente da fare. Dopo qualche tentativo infruttuoso per fargli rendere l’animale, sentii il rumore spaventoso delle ossa che si rompevano sotto le zanne. Non sussistevano dubbi, aveva mangiato il topo.
Non vi dico il mio disgusto!

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Alla chetichella

Alla chetichella (ep. 1120) (scarica audio)

Trascrizione

Il termine chetichella si usa unicamente nella locuzione “alla chetichella“.

Fare qualcosa alla chetichella significa farlo di nascosto, senza farsi vedere, senza farsi scorgere né udire.

Abbiamo già visto in un episodio il senso dell’utilizzo della preposizione articolata “alla” che, ricordo, si può usare per indicare una modalità, un modo o una tecnica per svolgere un’azione. Tra l’altro abbiamo incontrato altre volte espressioni e locuzioni che utilizzano la stessa preposizione, tipo prendere alla leggera.

La locuzione colloquiale di oggi, in particolare, si utilizza per indicare azioni compiute in modo furtivo, senza farsi notare.

Voglio aprire una parentesi sull’aggettivo furtivo, che ho appena usato.

Fare qualcosa in modo furtivo non significa necessariamente che ci sia un furto e dunque che ci sia anche un ladro.

Entrambi i termini furtivo e furto condividono però l’idea di agire in segreto o di nascosto.

Nel contesto di un furto, il ladro agisce in modo furtivo (o furtivamente) per non essere scoperto.

Allo stesso modo, fare qualcosa “in modo furtivo” si riferisce in generale a qualsiasi azione compiuta con l’intento di passare inosservati, anche se non riguarda necessariamente un crimine come il furto. Chiusa parentesi.

Ad esempio, si potrebbe dire “Giovanni è entrato in stanza alla chetichella” per indicare che Giovanni è entrato nella stanza senza farsi vedere dagli altri senza che gli altri lo sappiano.

Si possono fare tante cose alla chetichella.

Es:

È uscito di casa alla chetichella
Te ne sei andato alla chetichella.

Si può anche dire che questa persona se n’è andata via in modo discreto.

Spesso questa locuzione si utilizza per con una connotazione leggermente scherzosa o affettuosa. Si può usare anche per criticare o prendere in giro una persona.

Vediamo altri esempi:

Il presidente, prima di lasciare il posto al suo successore, ha nominato alcuni dirigenti alla chetichella.

Ho cancellato alcuni post sul mio account Instagram alla chetichella, ma i miei fans se ne sono accorti.

Si potrebbe anche dire fare qualcosa “zitto zitto“, molto usata anche questa locuzione. Ce ne siamo occupati nell’episodio n. 301 di questa stessa rubrica. Non che io mi ricordi il numero dellì’episodio… l’ho dovuto cercare!

Oppure si può fare qualcosa “di soppiatto” o anche “senza dare nell’occhio”. Anche queste sono modalità molto usate.

Non è che anche i membri dell’associazione Italiano Semplicemente hanno esempi di cose fatte alla chetichella? Con l’occasione usate alcune parole o espressioni che avete già imparato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marcelo

Marcelo: Da ragazzi, pur di non essere scoperti quando arrivavamo a casa all’alba, dopo aver fatto bagordi, io e mi fratello entravamo alla chetichella.
Il segreto consisteva nell’allacciare prima di uscire le piccole campanelle fissate alla porta d’ingresso, così non suonavano!
Cosa non si fa per non svegliare i genitori!

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