346 – Le ultime parole famose

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Giuseppina: c’è un’espressione italiana che si utilizza quando ci si augura che delle parole non vengano smentite dai fatti. Parliamo di questo argomento in questo episodio della durata di due minuti.

Mi riferisco a quando una persona prova a fare una previsione ottimistica su qualcosa, nella speranza che le cose vadano bene. Bene come si è previsto.

Spesso noi italiani in questi casi amiamo pronunciare delle formule scaramamtiche, nella speranza che non si venga contraddetti dalla realtà. Una si queste formule è “le ultime parole famose“.

Ad esempio:

Domani potremo fare la gita in montagna? Il tempo sarâ buono?

Credo di sì, domani infatti non dovrebbe piovere. Speriamo che non siano le ultime parole famose.

Questo significa: speriamo di non essere smentito dai fatti.

Speriamo che le mie parole non vengano ricordate in futuro come le ultime pronunciate da me prima di morire. Speriamo che queste parole non diventeranno famose, cioè conosciute da tutti proprio per questo motivo.

Questo è il senso ironico dell’espressione.

Ovviamente nessuno perderà la vita, nessuno morirà, quindi non saranno le ultime parole pronunciate. Non è il caso di interpretare seriamente la frase, che invece è ironica

Si può usare anche a posteriori, cioè dopo che le nostre previsioni, purtroppo, non si sono avverate.

Così ad esempio il giorno successivo, alla partenza della gita, appena inizia a piovere potrei dire:

Ecco, chi aveva detto che oggi non pioveva? Le ultime parole famose!

Allora ho superato la durata di due minuti?

Giovanni: non so, vediamo ne riparliamo dopo il ripasso di Ulrike e Anthony. 

Anthony:

Scusate ragazzi se MI FACCIO VIVO di nuovo per scrivere un’altra frase di ripasso. sì è vero! SONO TORNATO ALLA CARICA. Facendo così è chiaro che mi renderò SOGGETTO A scherno da parte di qualcuno. Ma SI DÀ IL CASO CHE non me ne freghi niente. Ho cincischiato troppo lasciando che altri impegni si mangiassero il tempo che mi sarebbe piaciuto passare con voi nel gruppo. ERO troppo RESTIO a partecipare insomma. Avrete già capito allora che ERA ORA di ROMPERE GLI INDUGI. Quindi PRENDO E scrivere di più! Tra le altre cose da integrare nelle mie scritte, MI SONO PREFISSO l’obiettivo di CHIAMARE IN CAUSA un altro membro del gruppo. Per L’ESORDIO di questa mia nuova tradizione, non posso non nominare la grande Ulrike. Niente TIRO MANCINO però! Vorrei solamente che replicasse con una frase di ripasso BELLA LUNGA, colma delle nostre frasi, e fatta A MODO SUO!

Ulrike:C iao a tutti i lettori e ascoltatori della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Se volete sapere qual buon vento mi ha portata nell’episodio di oggi, è stato Anthony, un’ altro membro dell’associazione italiano semplicemente che di punto in bianco mi ha chiamata in causa a rispolverare qualche espressione precedente della rubrica. Vi dico, a prima vista mi sembrava un’idea peregrina, almeno un po’ osè. Spontaneamente volevo rispondere: Anto, che stai facendo, sfacciato, che non sei altro. Poi però a ragion veduta mi sono detta, pazienza Ulrike, ce la farai senz’altro. Ed infatti, mi diceva bene ed ho sfoderato in men che non si dica una bella manciata di espressioni. E per questo posso tranquillamente chiudere qui. Ho raccolto la provocazione di Anto, non potevo farne a meno. Penso sia diventato un ripasso proprio come si deve.

Emanuele: quanto doveva durare questo episodio? 2 minuti? Le ultime parole famose eh?

345 – Dacché

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Giuseppina: l’episodio di oggi è sul termine dacché, un’unica parola che si scrive con due c, l’acca e una e accentata. Dacché si può scrivere anche con due parole staccate “da che”, ma si sa come è fatta la lingua italiana e spesso due parole diventano una sola. E c’è sempre un motivo per questo. Infatti dacché si usa in particolari circostanze e spesso ha lo stesso significato di poiché, dato che, dal momento che, siccome. Es: dacché Giovanni desidera una mela, gliela darò.

Si sta quindi dicendo il motivo per cui si compie un’azione. Dacché esiste anche questo termine occorre spiegarlo anche ai non madrelingua. Esempi di questo tipo se ne possono fare a bizzeffe. C’è anche un uso di dacché che ha a che fare col tempo: Dacché sei andato via, non ci divertiamo più. Significa semplicemente “da quando”. La preposizione “da” si usa però spesso per indicare un cambiamento: Da qui a li Da oggi a domani Da quando non ci sei tutto è cambiato. E infatti dacché ha anche un altro utilizzo, proprio quando i sono dei cambiamenti rilevanti che ci colpiscono. Si usa per indicare la situazione precedente al cambiamento:

Cosa? Ora ami i gatti? Dacché dicevi che li odiavi, adesso li ami?

In questo modo voglio evidenziare questo cambiamento: prima la situazione era diversa da adesso.

Dacché sembrava dovessi morire dalla stanchezza, adesso vuoi andare a ballare?

È un modo abbastanza veloce di evidenziare un qualcosa che stupisce. Potete usarlo senza problemi nelle modalità che vi ho descritto. Certo, non lo usano tutti gli italiani, ma tutti lo capiscono. Lo usano spesso i giornalisti. Giovanni: ed ora un po’ di ripasso. Scusate se parlo poco ma mi trovo in vacanza in montagna

Anthony: Vedendoti là in montagna MI HA COLTO DAVVERO SUL VIVO. Anzi MI HA COLTO ALLA SPROVVISTA. Eri a Roma e poi come niente fosse sei DI PUNTO IN BIANCO in vetta al Monte Bianco!
E per altro NON TI DICO quanto mi mancano le montagne del nord italia. Se mi invitassi ti raggiungerei in montagna SPESSO E VOLENTIERI ogni estate ma ai tempi del Covid, stando fuori dell’europa, Mi dovrei addirittura SCERVELLARE per trovare il modo di unirmi a voi. E se io ci riuscissi potreste RIVENDICARE il diritto di farmi SOTTOSTARE ad una quarantena di 14 giorni. Naturalmente SAREI DI DIVERSO AVVISO ma avreste comunque ragione voi. Per non FARLA TROPPO LUNGA adesso TAGLIO Corto! Intanto vi auguro buon proseguimento delle vacanze e fate attenzione sulla via del rientro a Roma, MI RACCOMANDO.

344 – Buttalo via!

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Giuseppina: cosa succede quando una cosa non serve più?

Si butta via, cioè si getta, si butta. Il verbo buttare ed anche gettare lo conoscete tutti probabilmente.

Sì usa con l’immondizia, la spazzatura che si getta tutti i giorni.

Chi va a gettare la spazzatura?

Ci penso io a gettarla. In genere si usa gettare se parlo della spazzatura. Buttare che ha o stesso significato si usa maggiormente con le cose che non servono più. Si può aggiungere anche “via”.

Questo armadio ormai è da buttare via. È vecchio.

C’è un’espressione che si usa in diverse parti dell’Italia che si usa invece proprio con un senso opposto quando cioè c’è qualcosa che non è male, che non ha una cattiva qualità, e che quindi può andar bene.

È molto importante l’uso del giusto tono da usare.

Ea:

Per cena nin abbiamo molto per stasera. Abbiamo solo della lasagna al forno.

Della lasagna? Buttala via!

Questo non è affatto un invito a liberarsi dell lasagna, a buttarla, tutt’altro!

La frase equivale a:

Una lasagna non è affatto male.

È che vuoi buttarla via?

Una lasagna? Hai detto niente!

Una lasagna non è per niente male!

Una lasagna? Lo dici come se fosse una cosa cattiva!

Mi va benissimo la lasagna!

Potete usare questa espressione in ogni circostanza quando volete sottolineare la qualità di qualcosa che viene presentata in modo negativo o neutro.

Quest’anno non possiamo andare all’estero. Dobbiamo accontentarci di una vacanza di 15 giorni in Italia.

E buttala via!

Potremo anche dire: mica male!

Ci va benissimo anche così!

Potete usare la frase al singolare o al plurale, maschile o femminile. Il tono è la cosa importante.

Carmen: Tanta gente pretende di cambiare in un giorno.
Per sentito dire bisogna invece tener duro per almeno 21 giorni affinché da un’azione diventi un’abitudine. Altro che storie!
Occorre armarsi di disciplina solo all’esordio, poi si procede a gonfie vele. Ma mi raccomando , non fermartevi. Se sgarrate un giorno durante questo periodo, sareste fritti. Vostro malgrado paghereste lo scotto e dovreste ricominciare daccapo. Io sono ancora a carissimo amico , ma mi sa che stavolta sia la volta buona e la farò diventare un abitudine quella dell’ascolto dei due minuti con italiano semplicemente.

 

343 – Essere a carissimo amico

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Essere a carissimo amico

 

Giuseppina: siamo arrivati all’episodio 343. Niente male vero? Se avete seguito sin dall’inizio questa rubrica, sicuramente ora sarete abbastanza avanti col vostro italiano. Se invece ancora siete a carissimo amico, di strada ne avete ancora molta da fare.

Essere a carissimo amico è l’espressione che vi spiego oggi. Molto simpatica vero? Deriva dalla lingua delle lettere scritte.

Quando scrivete ad un amico, la primissima frase potrebbe essere proprio questa:

Caro amico, oppure carissimo amico

Poi, segue il resto della lettera, che può essere anche piuttosto lunga.

Questa espressione si usa per analogia per indicare che ci si trova solo all’inizio di un lungo percorso: un lavoro, una strada, o una qualunque altra attività.

Quindi siamo abbastanza indietro, abbiamo ancora molta strada da fare.

Quando vi trovate solamente all’inizio di una attività potete perciò usare questa simpatica espressione.

L’idea quindi è che state in ritardo, che vi aspetta ancora molta strada.

Si può usare in ogni contesto, e spesso si usa quando questo ritardo è ingiustificato. Ma non è detto. In generale basta essere in ritardo.

Quanti esercizi hai fatto tu? Io sono al 22-esimo.

Ah, io sono ancora a carissimo amico!

Naturalmente è familiare, informale. Si usa con amici e parenti.

Hai finito col sistemare il giardino?

No, sono ancora a carissimo amico.

Allora noi intanto andiamo al ristorante, ti aspettiamo lì.

Giovanni: adesso ripassiamo.

Chiedo a uno dei membri dell’associazione italiano semplicemente se ha qualche frase per ripassare le espressioni già spiegate. Mi serve un bel ripasso con i fiocchi però!

Komi:

*Mi sto scervellando* ma purtroppo non riesco a *sfoderare* nessuna frase di ripasso *con i fiocchi*. *Vai a capire* perché!
*Mi fa specie* che lo dica proprio io, ma *può darsi che* sia la stanchezza 😑 ? Non sono più *in vena*, *non fosse altro che per questo*. *Perso per perso* comunque *ho provato , dicendomi *hai voluto la bicicletta? Allora pedala*. *come lo trovate questo ripasso? sara la pigrizia? *Pensa un po’* che *per colpa di questo vizio* quasi quasi non *rispolveravo* le espressioni imparate ! *E possibile mai *? Spero di essere riuscita a *risparmiarmi* le vostre accuse.

342 – Dare del

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Giovanni: tutti voi, studenti o amanti della lingua italiana, sapete sicuramente la differenza tra dare del tu, dare del lei e dare del voi.

Questo modo di usare il verbo dare è naturalmente un po’ anomalo, considerando che di solito ci sono oggetti che vengono dati, e tra l’altro quando si dà qualcosa c’è qualcun altro che riceve quella cosa.

In “dare del tu” e “dare del lei” o del voi, dare sta per rivolgersi. Ci stiamo rivolgendo ad una persona.

Un modo simile di usare dare in questo modo è usare gli aggettivi.

Dare dello stupido

Dare dell’incompetente

Dare dell’idiota

Dare del ladro

Se ci avete fatto caso sono tutti aggettivi negativi.

E infatti “dare del” si può usare solamente con le accuse.

Si tratta quindi di giudizi negativi, anzi, di vere e proprie accuse. Si tratta di dire in faccia, o almeno apertamente, un insulto.

Tecnicamente si potrebbe fare anche con i complimenti, ma suonerebbe come una battuta ironica, una specie di presa in giro, più che come un complimento.

“Dare del”, quindi, in poche parole, si usa per insultare o accusare, in genere gravemente, una persona. Per rivolgergli contro un’accusa.

Ci sono simili per esprimere lo stesso concetto.

Se io ti dò del ladro ti accuso di essere un ladro.

Se tu mi dai dell’incompetente mi consideri un incompetente e me lo dici pure.

Se lui dà a te dell’imbecille allora lui ti dice in faccia di essere un imbecille.

Se Carmela dà a Maria della spudorata, allora Carmela insulta Maria dandole della spudorata, dicendole di essere una spudorata.

Si usa spesso questa modalità di giudizio accusatorio quando sono accuse dirette, quando ci si rivolge apertamente ad una persona, anche non direttamente ma attraverso i giornali o altre persone, senza usare mezzi termini e senza fare giri di parole inutili. L’accusa è chiara e diretta.

Si usa in genere verso persone singole e non al plurale, con accuse rivolte a più persone, sebbene in teoria si possa fare senza problemi.

Si parla anche di “affronto” molto spesso in questi casi.

Un affronto è un’offesa, un’ingiuria, un oltraggio, una provocazione.

Se volete saperne di più su questi termini date un’occhiata all’episodio dedicato agli insulti ed alle ingiurie. Così, se qualcuno vi dà dellignorante gli farete sapere tutto ciò che avete imparato.

Komi: non datemi della stupida ma io ho bisogno di fare una domanda: che voi sappiate si può dare dello stupido per interposta persona?

Bogusia: Ho appena parlato con Giovanni e ti ha dato del disattento perché lo ha detto durante la spiegazione.

Khaled: disattento? Cioè? Per via del mio livello tanti termini mi sfuggono.

Iberê: dicesi disattento, una persona che non è stata attenta, concentrata.