341 – Che tu sappia

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Trascrizione

Giovanni:

Che io sappia

che tu sappia

che lui sappia

che noi sappiamo

che voi sappiate

che loro sappiano

Sapere come si usa il verbo sapere in questo caso?

Mi riferisco al congiuntivo presente del verbo sapere, molto usato quando si chiedono informazioni.

Scusa, mi sai dire dov’è Giovanni?

Risposta:

Che io sappia, oggi usciva alle 13, quindi ancora dovrebbe essere in ufficio.

Che io sappia” significa, in questa frase,”per quanto ne so io“.

In pratica si sta dando una risposta, cercando però di spiegare che le proprie conoscenze potrebbero essere sbagliate. E’ come dire: “io so che lui oggi usciva alle 13, ma non so se poi ha cambiato idea” ad esempio. Questo è uno dei modi per usare il congiuntivo.

Insomma non si tratta di risposte certe, sulla quale si possa fare affidamento completo. Non si usa però con tutti:

Si usa anche con tu:

Che tu sappia, Giovanni è ancora in ufficio?

é come dire: non voglio la certezza, ma tu cosa ne sai? Hai qualche informazione in merito? Hai saputo notizie da lui o da qualcun altro?

La risposta non è impegnativa.

Potrei anche chiedere semplicemente: Giovanni è ancora in ufficio?

Se chi risponde è sicuro della risposta può dire:

Sì, l’ho appena visto!

Certo, ci ho appena parlato

No, oggi non è venuto

Se invece non è sicuro ma sa qualcosa può dire:

Che io sappia oggi non veniva in ufficio, però controlla, non si sa mai.

Difficile usare “che lui sappia” o “che lei sappia” perché questa modalità si usa per dire un’opinione personale o per chiederla ad un’altra persona.

Posso dire “che lei sappia” ma sto dando del lei ad una persona anziché del tu.

Non si usa neanche con noi: “che noi sappiamo”. Si preferisce in questi casi usare al limite:

“Per quanto ne sappiano noi”.

“Che voi sappiate” invece si usa spesso perché si stag facendo una domanda a un gruppo di persone (almeno due):

Ciao ragazzi, che voi sappiate oggi si va a cena a Roma vero?

Una possibile risposta:

Per quando ne sappiamo noi sì, la cena è confermata per le ore 21.

Ugualmente “che loro sappiano” è difficile usarlo, semplicemente perché non posso parlare a nome di altri.

Qui di “che io sappia” è l’inizio di una risposta non impegnativa e “che tu sappia” sono l’inizio di risposte sulle quali si dichiara il proprio stato di conoscenza dei fatti, senza avere alcuna certezza che sia la risposta giusta.

Khaled: Io vorrei rivendicare il diritto di non usare il congiuntivo!

Komi: esistono dei modi per evitare il congiuntivo forse?

Xiaoheng: ne esistono parecchi. Date un’occhiata all’episodio “come evitare il congiuntivo“, non fosse altro che per rivedere un episodio molto utile.

340 – Salvo poi

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Salvo poi

Trascrizione

Giovanni: Ricordate che abbiamo parlato di “fare salvo” qualcosa? Lo abbiamo visto nell’episodio n. 170 di questa rubrica.

Ebbene, il termine salvo si usa spessissimo anche nell’espressione “salvo poi“. Il termine salvo infatti si usa come abbiamo visto per introdurre una eccezione.

Quando le eccezioni riguardano i comportamenti, l’espressione “salvo poi” arriva in nostro soccorso, quindi ci può aiutare a parlare di eccezioni in modo molto elegante e spessissimo in modo ironico. In tal caso si tratta di contraddizioni.

L’uso di “salvo poi” infatti è quasi esclusivamente dedicato a frasi ironiche.

Vediamo qualche esempio:

C’è un politico italiano che pubblicamente afferma che bisogna indossare sempre le mascherine per contrastare il coronavirus, salvo poi dimenticarsi di indossarla ogni volta.

Potrei anche dire:

Ma poi si dimentica sempre

Però poi si dimentica sempre

Nonostante questo, si dimentica sempre

Voglio quindi evidenziare una contraddizione. Questo è il mio obiettivo.

Come a dire: “non è un caso che accade questo“. L’ironia sta nell’utilizzare il termine “salvo” per introdurre quella che potrebbe sembrare una eccezione o una casualità. Invece non lo è.

A volte si usa “salvo poi” non necessariamente per fare ironia ma per instillare un sospetto, per far dubitare di questo, di questa casualità, che casualità potrebbe non essere.

Vediamo altri esempi:

Il professore di grammatica italiana mi diceva che il mio metodo per insegnare la lingua era sbagliato, e mi criticava, salvo poi affermare, qualche anno dopo, che se non si ascolta e non si parla è impossibile imparare a comunicare.

C’è una contraddizione anche qui, che evidenzia un ripensamento sospetto. Il messaggio è: adesso il professore ha cambiato idea.

Potrei anche sostituire “salvo poi” con “per poi” o anche “e poi“, o anche “e invece poi” (l’invece serve a evidenziare la contraddizione) ma si perde un po’ il senso ironico. Allora magari se vogliamo essere più seri non usiamo “salvo poi” ma una di queste tre forme

Non puoi trattarmi male per poi dire che mi ami!

Diceva di non aver fame, e poi si è mangiato 1 kg di fettuccine!

L’amore è una sciocchezza, diceva Giovanni, salvo poi farsi 12 ore al mese di viaggio per andare a trovare la fidanzata brasiliana.

Notate che dopo “salvo poi” ci va un verbo o all’infinito o nella forma riflessiva:

forma riflessiva  significa: Salvo farsi, salvo mangiarsi, salvo aversi eccetera.

Lo stesso se usiamo “per poi” se vogliamo esprimere lo stesso concetto, mentre “e poi“, sempre se vogliamo esprimere una contraddizione, richiede generalmente l’indicativo:

Dicevi che non volevi andare a Roma i vacanza e poi scopro che hai passato tutte le ferie nella capitale!

Xiaoheng (Cina): dici sempre che l’episodio sarà di due minuti, salvo poi scoprire che non è così! Anche questo è bello lungo!

Komi (Congo): ma è per via della complessità della spiegazione, abbi pazienza!

Rauno (Finlandia): io non ho commenti da fare circa l’episodio di oggi.

339 – Per via di, per merito di, grazie a, per colpa di

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Episodio collegato: Esprimere le conseguenze. Causa ed effetto

Trascrizione

Giovanni: mi capita, a volte, mentre mi scrivo con degli amici non madrelingua italiana, di veder confondere l’utilizzo delle diverse modalità che si possono usare per “imputare” qualcosa qualcuno o a qualcosa. Imputare, come verbo, ha a che fare con la causa e con l’effetto.

Mi spiego meglio.

Se dico:

È merito tuo se sto imparando l’italiano velocemente.

È colpa mia se non stai bene.

Grazie a te sono un uomo felice.

Per via del temporale non sono potuto uscire di casa.

C’è sempre una causa e un effetto. Se l’effetto è negativo parliamo di colpa, o anche di causa.

È colpa tua se sono malato

Sono malato per colpa tua

Sono malato per causa tua

Hai causato tu la mia malattia.

Hai provocato tu la mia malattia

Hai determinato tu la mia malattia

Hai prodotto tu la mia malattia.

Con la colpa si punta il dito molto di più, causare invece è meno forte, e i restanti verbi usati sono in realtà utilizzabili anche se l’effetto è positivo. A parte provocare.

Se l’effetto è positivo si parla di merito, generalmente.

È merito mio se sei felice

Sei felice per merito mio

Il merito è mio se sei felice

Ma posso dire anche:

Sono io l’artefice della tua felicità

Sono stato io a determinare la tua felicità.

In realtà però determinare e produrre hanno diversi usi ma parlando di causae effetto sono prevalentemente usati se si parla di cose logiche, tecniche o materiali.

Cosa ha determinato la sconfitta della Juventus?

Il terremoto è stato prodotto da una esplosione.

La distruzione del bosco è stata prodotta dagli incendi estivi.

Una cosa importante da dire è che il passaggio da causa ed effetto richiede l’uso di verbi diversi a seconda se si vuole indicare la causa o l’effetto.

Prima ho usato il verbo imputare, che significa quindi attribuire, ascrivere. Si indica in questo modo la causa.

Imputo a te il fallimento

L’inquinamento è da ascivere al nostro comportamento sbagliato

Non attribuire a me la colpa.

Per indicare invece l’effetto si usano verbi diversi:

Provocare un incendio

Causare un danno

Determinare il fallimento

Produrre un disastro.

L’uso del giusto verbo dipende pero anche dal tipo di effetto, positivo o negativo.

Parlando di merito, quinsi se l’effetto è positivo, questo si può può attribuire o imputare o ascrivere:

È merito tuo se sono salvo.

È grazie a te se sono salvo.

Imputare è abbastanza neutro. Si può imputare sia un merito che una colpa.

Non imputare a me i tuoi fallimenti. Cioè:

Non dare la colpa a me, non colpevolizzare me, non dire che è colpa mia.

Quindi dire che una cosa “è merito” di qualcuno significa che è grazie a lui che si è avuto l’effetto positivo.

La colpa invece si può sostituire con altri termini più difficilmente.

Al massimo potrei usare demerito, ma generalmente non si usa dire “è demerito mio, è demerito tuo eccetera. Si usa invece dire:

Questo è un mio demerito

L’unico tuo demerito è di non aver studiato abbastanza.

Demerito è anche un po’ più leggero rispetto a colpa. Spesso è legato a cose non fatte o non dette.

Un ultimo modo per imputare è usare “per via di“.

“Per via di” non è legato alla colpa ed al merito, ma solo al rapporto tra causa e effetto.

Per via di questo temporale non possiamo andare al mare.

Per via di un malinteso non abbiamo raggiunto un accordo

Perché non hai tempo per imparare l’italiano? Per via dei tuoi figli?

Quando la “causa” è legata a persone, ma non vogliamo incolparle, possiamo usare “per via”. Quando invece non ci sono persone di mezzo ma la causa è un fatto accaduto – di solito un problema – ha ancora meno senso usare la colpa e il merito.

In questi casi “per via” è molto adatto. Simile a “per effetto”, che però richiede sempre una specifica.

Per effetto della pandemia siamo tutti chiusi in casa.

“Per via” è infatti usato anche quando non vogliamo specificare troppo la causa, o quando gli effetti non sono molto negativi. Parliamo più che altro di ostacoli o problemi arrivati all’ultimo minuto.

Devo rimandare l’appuntamento per via del lavoro.

Per via di un impegno il direttore non sarà alla riunione.

Per via della complessità dell’episodio ho impiegato molto tempo a realizzarlo.

338 – È quello che è

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Trascrizione

Giovanni: Restiamo sul linguaggio informale, quello più usato dagli italiani tra italiani.

Anche perché il linguaggio di un madrelingua mediamente è quello che è, e non possiamo parlare troppo liberamente, troppo velocemente o in modo troppo complicato quando parliamo con uno di loro.

È quello che è”. Questa è l’espressione di oggi.

Questa espressione come si usa? Può essere usata in diversi modi.

Freud diceva che ognuno è quello che è non perché lo vuole, ma perché qualcosa nella vita lo ha reso tale.

In questo caso la frase indica le caratteristiche di una persona o di una cosa e non possiamo parlare di una espressione particolare. Equivale a:

è ciò che è

ha le caratteristiche che ha

è così com’è

è ciò che vedi

è così come lo vedi

eccetera

Ad esempio:

Mario è quello che è perché lo hanno ben educato

Potrei dire:

Mario è così gentile sei perché lo hanno ben educato

Mario è così com’è perché lo hanno ben educato

Mario è in questo modo perché lo hanno ben educato

Mario ha questo modo di fare perché lo hanno ben educato

Un secondo modo di usare “è quello che è”, più particolare del primo, è quando sto dando un giudizio non positivo. E questo è il modo in cui “è quello che è” assume un significato preciso:

Perché la Roma non vince mai scudetti?

Perché la Roma è quello che è, e i giocatori sono quello che sono.

Come a dire: niente di che, niente di rilevante, nessuna qualità particolare, nessun livello elevato.

Si usa questa frase quando non ci deve aspettare più di tanto, quando si devono avere pretese non troppo alte, quando le aspettative non possono essere troppo elevate, quando non si deve essere troppo pretenziosi.

I pretenziosi sono coloro che pretendono troppo, coloro che sognano troppo ma che invece devono tenere i piedi a terra.

Allora posso dire che:

Non ti devi arrabbiare se un italiano spesso non rispetta tutte le regole, perché gli italiani sono quello che sono.

Sia ben chiaro: frasi di questo tipo possono essere abbastanza offensive, anche perché è come se si stesse dicendo una cosa che tutti conoscono, una cosa nota, uno stato dei fatti.

Non sempre, a dire il vero, si tratta di giudizi necessariamente negativi. A volte la notorietà, o meglio lo stato dei fatti, è l’unica componente o comunque è il fattore più importante da considerare.

In Brasile fa caldissimo in certi periodi dell’anno. Purtroppo la temperatura in Brasile è quello che è.

In casi come questo si tratta sempre di aspettative che non possono essere diverse, nel senso:

Cosa ti aspettavi? Pensavi che in Brasile facesse freddo?

Insomma si tratta di cose che non si possono cambiare: sono così, sono quello che sono, e bisogna accettarle. Potrei anche dire:

Giovanni è quello che è, non ti puoi lamentare se spesso si distrae e non sta attento. E’ sempre stato così: accettalo!

Anche in questo caso si tratta di cose che non si possono cambiare.

Allo scritto difficile trovare esempi di utilizzo di “è quello che è“, sia nel primo caso che nel secondo, anche perché la frase spesso termina con un verbo, oppure c’è una virgola e questo, come sapete bene, non succede mai, o quasi mai.

L’espressione si può estendere anche al verbo “volere“, con lo stesso senso di “non aspettarsi cose diverse”, “non pretendere cose diverse”. La componente negativa è abbastanza attenuata. Abbiamo già visto una frase simile: “che vuoi“. Andate a vedere se non la ricordate.

Per sviluppare un vaccino contro il corona-virus ci vogliono i tempi che ci vogliono, non si può pretendere che con un mese o due si riesca a trovare.

Potrei dire ugualmente che “i tempi di attesa sono quelli che sono“. Stesso senso della frase.

Komi: Allora? sono passati i due minuti, no? E’ mai possibile che ti debba sempre aspettare?

Mariana: ci vuole il tempo che ci vuole!

Komi: anche la mia pazienza è quello che è!

Mariana: non la fare tropo lunga e aspetta! L’amore è anche attesa!

Komi: ma stavolta stai tardando di brutto!

Mariana: hai voluto la bicicletta?

Komi: era meglio una moto! Altro che storie!

337 – Ancora Ancora

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Trascrizione

Giovanni: cosa succede quando si ripete una parola due volte?

Potremmo fare tanti esempi, e abbiamo già visto insieme ad esempio l’espressione “zitto zitto”, e oggi ne spieghiamo un’altra:

Ancora ancora. Che significa?

Ve lo dico subito:

Quando si è disposti ad accettare qualcosa, ma non più di questo, o quando riusciamo a raggiungere un livello accettabile, ma non di più, o non qualcosa di diverso, possiamo usare “ancora ancora”.

È più facile spiegarlo con degli esempi, ma ripetendo la parola “ancora”, il significato è praticamente l’opposto rispetto a “ancora”, che da sola significa “di più”, “in più”.

Ancora ancora quindi è simile a “al massimo“, “al limite“.

Si usa per fissare un limite in modo informale, colloquiale. Inoltre si parla anche di qualità a volte, nel senso che questo massimo accettabile, questo limite tollerabile è un limite anche qualitativo. Di più o diversamente non possiamo accettarlo, o non è sufficiente, non basta.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni ancora ancora potrebbe riuscire a spiegare 10 espressioni idiomatiche in 10 minuti, ma è lo stesso per gli altri professori di italiano?

Vedete che in questo modo “ancora ancora” è come dire che Giovanni potrebbe riuscirci, probabilmente ci riuscirebbe al limite, oppure “bene o male”, “in qualche modo” potrebbe riuscirci, ma non un numero maggiore di 10. Oltre anche Giovanni avrebbe difficoltà.

Quindi “ancora ancora” esprime una misura, un limite massimo oppure minimo, accettabile. Una qualità minima necessaria, un numero abbastanza alto o abbastanza basso, eccetera.

Quante ragazze riusciresti a frequentare contemporaneamente senza farti scoprire?

Dunque, ancora ancora 2 ragazze potrei riuscirci per qualche settimana, ma sicuramente non di più di due ragazze.

È molto colloquiale come modalità, ed a volte si usa anche “tanto tanto” con lo stesso significato.

A volte anche “pure pure” può capitare di sentire.

Attenti perché “in qualche modo” e “bene o male” hanno un uso più ampio.

Se dico:

In 10 minuti ancora ancora posso riuscire ad arrivare a casa, ma non di meno.

Posso usare in questo caso anche “in qualche modo” o “bene o male” è in generale posso farlo sempre.

Ma il contrario spesso non si può fare:

In qualche modo sono riuscito a fare l’esercizio.

Bene o male sono riuscito a fare l’esercizio.

In tali casi non posso usare “ancora ancora” perché non c’è l’idea di un minimo o un massimo accettabile, tollerabile.

Poi, tra l’altro, non si usa al passato ma solo al presente o al futuro, meglio ancora. Infatti “ancora ancora” esprime anche incertezza, una possibilità, ma nessuna certezza. Potremmo sostituirlo anche con “forse” con probabilmente” per questo motivo.

Quindi per il passato non va bene. Se lo faccio è sbagliato, tipo:

Ieri ancora ancora sono riuscito a fare 10 esercizi, ma ho faticato parecchio.

In tal caso posso solo dire bene o male, in qualche modo, a malapena. Sto esprimendo un massimo ma anche la fatica che ho fatto per raggiungerlo. Non c’è incertezza.

Va bene, basta così.

Proprio non riesco a fare episodi di due minuti soltanto. Ancora ancora di 3 o 4, spesso 5. Di meno è veramente difficile.

Pazienza.

Khaled: va bene Giovanni, non farla lunga con questa durata, a noi interessa poco. Anche questo episodio è bello ricco di contenuti. Che vuoi, mica si può fare tutto in due minuti!

Giovanni: Forse è anche il caso di dire che l’utilizzo di “ancora ancora” è più adatto quando dopo si aggiunge un “ma”…

Tipo: per gli episodi ancora ancora 5 minuti possono andar bene ma 10 minuti non è accettabile!

Quando non c’è un “ma” il messaggio da trasmettere è comunque lo stesso, ma deve essere scontato o enfatizzato con il tono della voce.