Accadde il 14 luglio 1944: all’acqua di rose

All’acqua di rose (scarica audio)

Trascrizione

Nel linguaggio comune italiano, dire che qualcosa è fatto all’acqua di rose significa che è fatto in modo superficiale, blando, poco efficace, come se non volesse dare fastidio a nessuno, come se mancasse completamente di forza o decisione.

Una crema all’acqua di rose profuma, ma non cura. Una denuncia fatta all’acqua di rose non scuote le coscienze. Una reazione all’acqua di rose è una carezza, quando servirebbe un pugno (metaforico, si intende!).

E allora oggi, per capire quanto possa essere inadeguato affrontare certe cose all’acqua di rose, torniamo a un evento drammatico avvenuto il 14 luglio 1944, durante la Seconda guerra mondiale, nell’Italia del Nord.

Siamo ad Alagna Valsesia, in Piemonte. Un reparto di SS italiane fucila otto carabinieri e sette partigiani, arrestati nei giorni precedenti durante la riconquista della Repubblica partigiana della Valsesia, una delle tante zone liberate temporaneamente dai nazifascisti.

Un’esecuzione fredda, pianificata, senza processo, senza appello. Un atto brutale che lascia un segno profondo nella storia locale e nazionale.

Ecco: davanti a fatti del genere, parlare con mezze parole, fare commemorazioni leggere, usare toni sfumati o dimenticare, sarebbe un modo di agire all’acqua di rose.

Ma ci sono eventi che meritano invece la verità nuda e cruda, la memoria viva, il linguaggio forte, il rispetto pieno.

Per questo, quando si dice che un atto è stato fatto “all’acqua di rose”, si intende spesso una critica: qualcosa che avrebbe dovuto essere fatto con più serietà, più decisione, più coraggio.

E ricordiamolo: l’acqua di rose è profumata, delicata… ma non guarisce le ferite profonde della storia.

Donazione personale per italiano semplicemente

Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale. Per il sito significa vita, per te significa istruzione.

€10,00

Accadde il 13 luglio 1878: per sfregio

Per sfregio (scarica audio)

Trascrizione

Nel 1878, il 13 luglio, quando a Roma passava il corteo funebre di Papa Pio IX, la tensione era alle stelle. Il papato, fino a pochi anni prima, aveva governato Roma e parte dell’Italia centrale, ma ora il potere temporale era finito. L’Italia era diventata unita, e Roma era stata proclamata capitale.

Ma non tutti avevano voglia di riconciliarsi. Quel giorno, un gruppo di anticlericali scatenati si scagliò con rabbia contro il corteo funebre del defunto pontefice, colpendo con pietre e bastoni, urlando insulti e minacciando persino di buttare la bara nel Tevere.

Non fu un’azione politica. Non fu una protesta organizzata. Fu un gesto deliberato e offensivo. Fu fatto per sfregio.

Fare qualcosa per sfregio significa offendere intenzionalmente, per disprezzo, provocazione, o rabbia. Non si agisce per un vantaggio, ma per umiliare, per ferire l’altro simbolicamente o moralmente.

Gettare una bara nel fiume non ha senso pratico. Ma farlo al Papa, nel cuore della Roma che aveva appena smesso di essere papale, significava disprezzare tutta la Chiesa. Non bastava la vittoria politica. Si voleva infangare il nemico anche da morto.

Ecco, questo è proprio ciò che si chiama “un gesto fatto per sfregio”.

Dunque, l’espressione del giorno è: “Per sfregio” e si usa per descrivere un’azione fatta per disprezzo, per offendere deliberatamente o semplicemente per il gusto di farlo.

Esempio moderno: “Mi ha parcheggiato davanti al cancello di casa solo per sfregio!”..

D’altronde lo Sfregio indica una ferita al volto o a una parte del corpo, spesso fatta per umiliare (es. “gli hanno fatto uno sfregio con un coltello”).

E però anche una offesa grave, gesto di disprezzo o umiliazione (es. “quello che ha fatto è stato uno sfregio alla sua dignità”).

Sfregiare invece, come è ovvio, significa ferire il volto di qualcuno, solitamente con uno strumento tagliente.

Oppure umiliare o offendere gravemente qualcuno con un’azione simbolica o provocatoria (es. “ha sfregiato la memoria del defunto con quel gesto”).

Donazione personale per italiano semplicemente

Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale. Per il sito significa vita, per te significa istruzione.

€10,00

Accadde il 6 agosto 1863: dare addosso

Dare addosso (scarica audio)

Trascrizione

dare addosso

C’è un posto, poco fuori Napoli, che pochi conoscono ma che un tempo fu il cuore pulsante della modernizzazione industriale del Regno delle Due Sicilie: l’opificio di Pietrarsa.

Affacciato sul mare, tra Portici e San Giovanni a Teduccio, questo grande complesso fu inaugurato nel 1840 da Ferdinando II di Borbone per costruire locomotive, binari e carrozze ferroviarie, in un’epoca in cui l’Italia ancora non era unita. Era un vanto, un simbolo di progresso, il primo stabilimento ferroviario italiano.

Ma ventitré anni dopo, nel 1863, proprio il giorno 6 agosto, qualcosa cambiò drasticamente. L’Italia era ormai unificata da poco, e Pietrarsa era passata sotto il controllo dello Stato italiano. Alla direzione dell’opificio venne messo Jacopo Bozza, un uomo tutto d’un pezzo, rigoroso, forse troppo. Bozza decise di riorganizzare l’azienda: riduzione dei salari, aumento dell’orario di lavoro e… licenziamenti a pioggia. Una riforma, diceva lui, necessaria. Un attacco, dissero gli operai.

È a questo punto che si può usare con precisione chirurgica l’espressione italiana “dare addosso”. Sì, perché quegli operai, che avevano costruito con fatica e orgoglio il futuro del Mezzogiorno, cominciarono uno sciopero pacifico per protestare contro queste nuove condizioni insostenibili. La risposta dello Stato non fu il dialogo, ma la violenza.

I soldati arrivarono a Pietrarsa e diedero addosso agli scioperanti: aprirono il fuoco. Sette morti, più di venti feriti gravi. Non si trattava solo di “punire” o di ristabilire l’ordine. Si trattò di una vera aggressione, una repressione che passò alla storia come uno degli episodi più tragici e meno conosciuti del primo periodo postunitario.

Ecco un esempio forte, concreto, drammatico di cosa vuol dire dare addosso a qualcuno. Non solo aggredirlo fisicamente, ma anche attaccarlo in modo sproporzionato, senza possibilità di replica. E non serve arrivare ai fucili: si può “dare addosso” anche con le parole, con le critiche continue, con l’ostilità gratuita.

l’espressione “dare addosso a qualcuno” si usa quindi per indicare un attacco, una forma di aggressione, che può essere fisica, ma anche verbale o psicologica. È un modo di dire molto comune e può essere usato in tanti contesti quotidiani, non solo in casi drammatici come quello dell’opificio di Pietrarsa.

Può riferirsi a un datore di lavoro che tratta male un dipendente, a un gruppo di persone che critica qualcuno ingiustamente, o anche semplicemente a un amico che ci accusa senza motivo. Basta che ci sia un’azione dura e insistente contro qualcuno.

La prossima volta che qualcuno ti critica in modo esagerato, potrai dire: “Perché mi stai dando addosso?”
O magari, ascoltando un telegiornale, capirai meglio espressioni come: “La stampa ha dato addosso al politico” o “I tifosi hanno dato addosso all’allenatore dopo la sconfitta”. Dopo l’espressione si può usare la preposizione a (dare addosso a qualcuno) oppure usare la parola “contro” (dare addosso contro qualcuno).

Pensateci la prossima volta che, in ufficio, vi danno addosso per un ritardo o per un errore che magari nemmeno avete commesso. E ricordate quei lavoratori di Pietrarsa, che con il loro sacrificio hanno scritto, loro malgrado, una delle prime pagine amare dell’Italia unita.

Donazione personale per italiano semplicemente

Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale. Per il sito significa vita, per te significa istruzione.

€10,00

Accadde il 5 agosto 1938: l’oblio

L’oblio (scarica audio)

Trascrizione

oblio

C’è stato un tempo in cui la parola razza compariva nelle leggi italiane.

Era il 1938, e proprio il 5 agosto di quell’anno veniva pubblicato il Manifesto della razza, sul primo numero della rivista “La difesa della razza“. Era l’inizio di una delle pagine più buie della storia italiana, con l’introduzione delle leggi razziali fasciste che discriminavano gli ebrei e altri gruppi ritenuti “non ariani”.

Eppure, per molti anni dopo la fine della guerra, questo fatto è caduto nell’oblio. L’oblio lo abbiamo lincontrato solo due giorni fa e così mi sono detto: non vorrei che ci fosse bisogno di un approfondimento. Allora ho pensato di realizzare subito l’episodio prima che questa idea finisca nel dimenticatoio.

Cadere nell’oblio è un’espressione perfetta per questo evento, per dire che, nonostante la gravità e le conseguenze storiche enormi, se ne è parlato poco, è stato dimenticato o volutamente messo da parte.
Solo in tempi più recenti la memoria di quelle leggi è stata recuperata e affrontata con la dovuta serietà.

Cadere nell’oblio” (a proposito di cadere, attenzione a dove cade l’accento…) è quindi un modo elegante e grave per dire che qualcosa non viene più ricordato. È stato dimenticato.
Si potrebbe dire che questa cosa è caduta o finita nel dimenticatoio, ma sarebbe troppo leggera come termine. L’oblio spesso fa paura e difficilmente si torna indietro da questo luogo.
Lo si può usare per persone, eventi, opere d’arte, idee.

Qualche altro esempio:

Dopo la sua morte, il pittore è caduto nell’oblio, ma oggi i suoi quadri sono tornati alla ribalta.

Alcuni dialetti regionali rischiano di cadere nell’oblio, se non vengono più tramandati alle nuove generazioni.

La vicenda è stata a lungo taciuta e lasciata cadere nell’oblio, forse per imbarazzo o convenienza politica.

Essere dimenticato, sparire dalla memoria, finire nel dimenticatoio, non essere più ricordato, essere messo da parte, sono tutte modalità simili e spesso utilizzabili ma se vogliamo dare un’idea più cupa e più triste, l’oblio è certamente più adatto.
Quelle rare volte che si torna dall’oblio, come abbiamo visto, si può usare l’espressione tornare alla ribalta, oppure che qualcosa viene riscoperto o che riemerge nella memoria o che riaffiora alla memoria o altre modalità simili.

Accadde il 4 agosto 1983: marciarci

Marciarci – (scarica audio)

Trascrizione

marciarci

Il 4 agosto 1983 è una data che ha segnato un momento storico per la politica italiana: Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano, viene nominato Presidente del Consiglio. È la prima volta, nella storia della Repubblica, che un esponente socialista raggiunge la carica più alta del governo. Un evento simbolico, politico e anche culturale.
Craxi era un uomo deciso, autorevole, con una visione forte dell’Italia, dell’Europa e del ruolo del suo partito. Era considerato da molti un modernizzatore, uno che non aveva paura di mettersi in discussione e di sfidare le vecchie logiche. Ma, come spesso accade in politica, tra il dire e il fare… ci passa il mare.
Ecco che, negli anni successivi, proprio quel potere conquistato con fatica diventa anche una leva per ottenere favori, consensi, vantaggi personali e di partito. Il Partito Socialista cresce, ma insieme a lui crescono i sospetti, i privilegi, le spese pazze, gli appalti pilotati. E più avanti, con Tangentopoli, verrà fuori un sistema diffuso di corruzione di cui Craxi era uno degli ingranaggi principali. era un sistema diffuso e ne abbiamo gia’ parlato in questa rubrica. Non è stata solamente tutta opera sua.
Insomma, lui, come gran parte della classe politica del tempo, ci marciavano.
Ma che significa “ci marciavano”?
L’espressione “marciarci”, in italiano colloquiale, significa approfittare di una situazione in modo furbo, spesso esagerando o calcando la mano per ottenere qualcosa.
Quando diciamo:

Craxi ci ha marciato

intendiamo dire che ha sfruttato la sua posizione, ha tirato un po’ troppo la corda, si è approfittato del sistema, magari oltre ciò che era moralmente accettabile.
Vediamo altri esempi per capirlo meglio:
Un collega si prende una settimana di malattia per un semplice raffreddore?

Mah, secondo me ci sta marciando!

Un bambino cade, si fa un graffietto, e inizia a piangere per un’ora solo per farsi coccolare?

Dai, non ci marciare troppo, che non è niente!

Un amico riceve un piccolo rimborso per un disservizio… e ne approfitta per lamentarsi ancora, sperando in uno sconto extra?

Guarda che ci stai marciando… approfittatore!

Approfittarsi di qualcosa [ un modo alterntivo che spesso pu; sostituire marciarci, ma non funziona sempre. Dipende dal contesto.
es. “Te ne stai approfittando!”

Sfruttare la situazione è una seconda alternativa, ma siamo sempre nell’ambito dell’italiano standard, a differenza del verbo marciarci, che fa parte della lingua informale.
“Calcare la mano” può essere un’altra possibilità.
“Fare la vittima”, quando si esagera per ottenere compassione, è ancora un-altra alternativa.
“Fare il furbo” e molto piu adatta. Possiamo dire che funziona sempre come alternativa.
oppure “tirarla per le lunghe”, quando si prolunga una situazione comoda per non tornare alla normalità
In fondo, “marciarci” non ha sempre un valore gravissimo, ma implica sempre una certa furbizia e una mancanza di onestà. Si può usare per cose serie, come la politica e la corruzione, ma anche per episodi quotidiani e un po’ buffi.

Nel caso di Craxi, però, non si trattava di un raffreddore o di una lamentela in più. Era il potere stesso, gestito e sfruttato come un bene personale.

E quando si esagera, si sa, prima o poi la verità viene a galla.

☕ Se ti piacciono i miei podcast, le spiegazioni e gli episodi speciali, puoi offrirmi un caffè per sostenere il progetto!