Accadde il 15 luglio: scartabellare

15 luglio 2015 (scarica audio)

Trascrizione

Oggi è il 15 luglio. Esattamente questa giornata, nel 2015, nasceva il sito di Italiano Semplicemente. Un progetto nato quasi per gioco, diventato ormai… un lavoro a tempo pieno!

Per festeggiare, ho deciso di fare ordine. Ho aperto vecchie cartelle, documenti, foglietti volanti, registrazioni dimenticate. Insomma, ho iniziato a scartabellare.

Ecco, questo è il verbo del giorno: scartabellare. Un verbo bellissimo, che ha dentro il suono della carta che gira, delle dita che scorrono nervose tra pile di fogli, alla ricerca di qualcosa che magari non troverò mai. Ma la carta non è obbligatoria, anche se conferisce fascino. Si può scartabellare anche tra i file.

Dunque, ho scartabellato tra più di mille episodi, trascrizioni, bozze, idee, messaggi vocali… roba che non finisce più.

Ed è proprio mentre scartabellavo che ho trovato il primo file audio del 2015: la voce emozionata, il microfono non era male, ma l’entusiasmo abbastanza alto. Vi do il Link dell’episodio.

E così, scartabellando, ho anche ritrovato l’emozione di dieci anni fa.

Buon compleanno, Italiano Semplicemente! E grazie a chi mi ha seguito, sostenuto, corretto e… sopportato.

Scartabellare è un bel verbo. Significa sfogliare o cercare in modo disordinato o frettoloso tra documenti, carte, fascicoli o archivi, alla ricerca di qualcosa. È un verbo piuttosto informale, spesso usato con una punta di insofferenza o impazienza.
Esempi:

Ho scartabellato tra vecchi documenti per trovare la ricevuta.

Sto scartabellando tra 10 anni di episodi per fare un po’ di ordine.

Ora ho finito di scartabellare e vi auguro una buona notte.

– – – –

Donazione personale per italiano semplicemente

Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale. Per il sito significa vita, per te significa istruzione.

€10,00

Accadde il 12 luglio: le intemperie

12 luglio 1943 (scarica audio)

Trascrizione

Il 12 luglio 1943, durante la Seconda guerra mondiale, la bellissima città di Agrigento fu colpita da un bombardamento anglo-americano devastante.

In quella giornata, le bombe piovvero sulla città come una grandinata d’odio e fuoco, lasciando dietro di sé oltre 300 morti e centinaia di feriti. Le case, le strade, la vita stessa degli abitanti furono travolti.

Ecco: se pensate alla parola intemperie, forse vi vengono in mente pioggia, neve, vento, temporali.

Tutti fenomeni atmosferici che possono danneggiare cose e persone.

Ma c’è un senso più profondo, più simbolico.

Quel giorno, possiamo dire certamente ad Agrigento, la popolazione fu esposta alle intemperie della guerra.

In questo caso possiamo dire che questo è un eufemismo, ma è interessante notare che questo è un termine molto adatto per essere usato in senso figurato.

Es:
Per anni sono stato esposto alle intemperie della vita.

Nella città colpita dal terremoto ci saranno 2 giorni di festa per dimenticare le intemperie del presente.

Un termine abbastanza generico, se vogliamo, ma molto adatto proprio per questo per indicare le difficoltà, gli ostacoli, le divergenze, anche di opinioni, che spesso causano guai di diverso tipo.

La parola significa “cattiva mescolanza”, almeno nelle sue origini latine, e indica uno “squilibrio” di elementi naturali come caldo e freddo, secco e umido. Si usa sempre al plurale ed è un termine femminile.

– – – –

Donazione personale per italiano semplicemente

Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale. Per il sito significa vita, per te significa istruzione.

€10,00

Accadde l’11 luglio: il vicolo cieco

11 luglio ‘472 (scarica audio)

Trascrizione

In italiano si dice “essere in un vicolo cieco” quando non ci sono più soluzioni, quando in una situazione non c’è via d’uscita.

Un vicolo è una strada molto stretta, spesso tra due file di case.

Un vicolo cieco, invece, è una strada che finisce contro un muro: non si può andare avanti, si può solo tornare indietro.

Metaforicamente, rappresenta quindi una condizione in cui non ci sono soluzioni possibili. Nessuna speranza, nessuna alternativa.

È ciò che accadde all’imperatore romano Antemio.

L’11 luglio del 472 dopo Cristo, l’imperatore Antemio era ormai finito.

Era ormai alla fine della sua corsa. Tradito, abbandonato, assediato a Roma dal generale Ricimero, cercò rifugio nel luogo più sacro della città: la basilica di San Pietro. Un gesto disperato, un estremo tentativo di salvarsi.

Sperava che, entrando in chiesa, sarebbe stato salvo. Ma fu trovato e decapitato lì, sul posto.

Antemio era davvero in un vicolo cieco: non poteva fuggire, non poteva trattare, non poteva più fare nulla.

Oggi, usiamo questa espressione anche in situazioni meno drammatiche, per esempio:

Con questo lavoro mi sento in un vicolo cieco. Devo assolutamente cambiare.

Oppure:

La relazione non funziona più, siamo in un vicolo cieco.

Quando lo sentite, ricordate Antemio… e magari cercate una via d’uscita prima che sia troppo tardi!

– – – –

Donazione personale per italiano semplicemente

Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale. Per il sito significa vita, per te significa istruzione.

€10,00

Accadde il 10 luglio: forzoso, forzato e forzuto

10 luglio 1992 (scarica audio)

Trascrizione

forzuto, forzato e forzoso

Oggi voglio parlarvi della“ forza da tre punti di vista differenti.

Per farlo possiamo partire da un evento accaduto il 10 luglio 1992, quando il governo Amato applicò un prelievo forzoso retroattivo del 6‰ dai conti correnti degli italiani. Non ci credete? È veramente accaduto invece.
Un fatto rimasto impresso nella memoria collettiva.

Vediamo innanzitutto la differenza tra gli aggettivi forzato e forzoso.

Forzato indica qualcosa che è stato costretto a verificarsi o a essere fatto, ma non solo per via di una legge o regola. Può essere anche metaforico.

Usi tipici:
Un comportamento forzato è non spontaneo o poco naturale:
Un sorriso forzato (= non sincero)
Un addio forzato (= si è dovuti andare via)

Nel caso di “riposo forzato” o “esilio forzato“, siamo stati costretti, non avevamo scelta.

Forzato e forzata (al femminile) si usano nche quando si utilizza un termine, una parola, una espressione, ma l’occasione non sarebbe proprio quella ideale, oppure sarebbe più adatto un altro termine o un’altra espressione. ebbene, quello possiamo definirlo un “uso forzato”. Spesso negi episodi parlo di usi forzati, se ci avete fatto caso.

“Forzoso” invece indica qualcosa imposto da un’autorità, da una legge, da una norma, quindi obbligatorio o, si dice anche coattivo . È un aggettivo tipico del linguaggio giuridico e amministrativo.
Quindi un Prelievo forzoso è un prelievo imposto dallo Stato, come nel caso del 1992.
Un esproprio forzoso, analogamente, è quando lo Stato ti toglie un bene dandoti un determinato indennizzo.
Forzoso ha un tono molto più tecnico e impersonale rispetto a “forzato”.

Poi ci sarebbe anche l’aggettivo “forzuto” che è il terzo della lista, che spero non confondiate con i due precedenti, se non per l’origine della parola. Qui non si parla di obblighi o imposizioni, ma di muscoli. Un forzuto (e una forzuta) è una persona particolarmente forte, robusta, capace magari di sollevare pesi o spezzare catene. È un termine popolare, spesso usato con tono scherzoso o ammirato.

Se dici che qualcuno è forzuto, stai parlando della sua forza fisica, non certo di un decreto o di un provvedimento.

Ecco perché dire “prelievo forzuto” farebbe sorridere: sembrerebbe l’intervento di un energumeno in banca, piuttosto che un atto normativo dello Stato. Un prelievo forzato., invece, è un’azione imposta, senza il consenso del titolare del conto. Se un ladro ti convince a fare un prelievo di denaro da un ATM, quello è un prelievo forzato. ma se lo stato se li prende direttamente dal tuo conto, allora diventa forzoso.

– – – –

Donazione personale per italiano semplicemente

Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale. Per il sito significa vita, per te significa istruzione.

€10,00

Accadde il 9 luglio: il plebiscito

9 luglio 1978 (scarica audio)

Trascrizione

plebiscito 9 luglio Sandro Pertini

Il 9 luglio del 1978, l’Italia viveva un momento difficile. Erano anni di tensione, di piombo, di terrorismo e di profonda sfiducia verso le istituzioni. Ne abbiamo parlato varie volte in questa rubrica.
Soltanto due mesi prima, il 9 maggio, era stato ritrovato il corpo di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse, proprio nel cuore della Capitale.

Un evento che come abiamo visto aveva scioccato il Paese.

Fu proprio in questo contesto drammatico che, il giorno successivo all’ottava votazione, il Parlamento elesse un uomo che riuscì a riavvicinare le istituzioni ai cittadini, a ridare fiducia a un’Italia ferita. Quell’uomo si chiamava Sandro Pertini, e venne eletto con 832 voti su 995, un plebiscito.
Chi era Sandro Pertini?

Nato nel 1896, Pertini era un uomo schietto, antifascista della prima ora, partigiano, esiliato, più volte incarcerato durante il regime di Mussolini, e poi protagonista della Resistenza. Dopo la guerra, aveva ricoperto vari ruoli istituzionali, ma fu soprattutto come Presidente della Repubblica (dal 1978 al 1985) che lasciò un segno indelebile nel cuore degli italiani.

Pertini non era il classico presidente “di rappresentanza”. Parlava alla gente, visitava le carceri, incontrava gli operai, andava dove nessun presidente era mai andato prima. E lo faceva con un tono diretto, semplice, empatico.

Forse l’immagine più viva che molti italiani conservano di lui è quella di Sandro Pertini in tribuna, l’11 luglio 1982, allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid, mentre l’Italia vinceva i Mondiali battendo la Germania per 3 a 1. Il presidente, con la pipa in mano, saltava in piedi, esultava come un tifoso qualunque.

Ad ogni modo, mettiamo le emozioni da parte per un attimo e focalizziamo l’attenzione sulla parola plebiscito.

La sua elezione, benché avvenuta all’ottava votazione, avvenne con un plebiscito: 832 voti su 995.
Plebiscito è un termine che, anche se nato in un contesto politico, oggi si usa in senso più ampio per descrivere qualunque scelta acclamata da una larghissima maggioranza.

Ma per capire bene di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro… di qualche millennio.
La parola plebiscito deriva dal latino “plebiscitum”, che significa deliberazione della plebe.
Era una decisione votata dai concilia plebis, cioè le assemblee popolari della plebe romana, il ceto più basso della Roma antica. All’inizio queste decisioni non avevano valore vincolante per i patrizi, cioè per la nobiltà, ma con la legge Hortensia del 287 a.C. i plebisciti ottennero valore di legge per tutti i cittadini.
Quindi, in origine, il plebiscitum era letteralmente una legge decisa dal popolo. Una manifestazione di democrazia diretta, in cui non c’erano intermediari: la volontà collettiva diventava legge.

La parola plebe quindi, che dà origine a plebiscito, indica in questo contesto il popolo in generale, ma si tratta di quella parte del popolo di Roma antica dedita un tempo ad attività commerciali, che nei primi secoli della Repubblica non godeva dei diritti dei cittadini, riservati invece ai patrizi (proprietari terrieri). Anche oggi si usa per indicare la parte peggiore del popolo, la più arretrata o abbrutita.
Oggi la parola plebiscito indica quindi una maggioranza schiacciante, un voto del popolo quasi all’unanimità, non più semplicemente il voto da parte dei cittadini.

Col tempo, il significato si è allargato. Oggi “plebiscito” si usa anche in contesti non politici, per indicare una scelta o un consenso quasi unanime.
Esempi:

La nuova presidente ha ricevuto un plebiscito di consensi: 50 voti a favore e una scheda bianca, la propria.
L’iniziativa ha ottenuto un plebiscito di consensi sui social.
Tra tutti i candidati, il preside ha scelto Marco con un plebiscito da parte della commissione.

In tutti questi casi, non c’è nessun voto ufficiale, ma il termine serve a rendere l’idea della forza e dell’unità del consenso.

Modalità simili?
Potremmo parlare di “acclamazione” cioè una approvazione corale, spesso spontanea, senza voto (es. “eletto per acclamazione”).
Anche “quasi unanimità” è simile, ma in questo caso c’è sempre un voto, l’espressione di una preferenza e questa, se è unanime è senza alcuna eccezione. Se invece è quasi unanime possiamo dire che è un plebiscito.
Possiamo anche dire “maggioranza schiacciante“, simile a plebiscito, ma più neutro e più numerico.
Volendo vanno bene anche “Successo travolgente/ trionfo/ trionfo popolare“, termini più enfatici, che suggeriscono entusiasmo, ma non sempre indicano una votazione.

– – – –

Donazione personale per italiano semplicemente

Se vuoi e se puoi, aiuta Italiano Semplicemente con una donazione personale. Per il sito significa vita, per te significa istruzione.

€10,00