424 Dare fondo

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Una delle parole italiane che hanno più utilizzi diversi è la parola FONDO.

Uno di questi utilizzi è nella frase “dare fondo” o “dar fondo”.

Si usa prevalentemente (ma non solo) in due diversi ambiti, quando si parla di energie, intese come forze, e quando si parla di soldi. In entrambi 8 casi si parla di risorse: fisiche o economiche.

In tutti i casi “dar fondo” significa terminare, finire, esaurire.

È un’espressione molto usata in entrambi i casi perché con la frase dar fondo a tutte le energie si vuole trasmettere l’idea di arrivare fino alla fine, con un senso di fatica, di impegno, di sofferenza, mentre nel caso dei soldi il senso è quello di terminare, esaurire completamente ogni risorsa economica.

Ad esempio:

Per vincere la gara di corsa ho dato fondo a tutte le mie forze.

Sicuramente dar fondo a tutte le energie o forze indica un impegno molto forte ed alla fine si è completamente esausti, completamente privi di forze.

In senso economico invece il senso è negativo, infatti per esprimere lo stesso concetto si può esprimere con verbi ed espressioni come:

bruciare, buttare, consumare dilapidare, disperdere, dissipare, gettare al vento, mandare in fumo, mangiare, polverizzare, scialacquare, scialare spendere e spandere, sperperare e sprecare.

Sono tutte modalità legate ad un utilizzo negativo del denaro. Non c’è solo il concetto di finire tutti i soldi, ma quello anche del modo sbagliato di usarli.

Si può usare solo preposizione a, al, alla, allo, agli, alle, ai.

Dar fondo al proprio patrimonio

Dar fondo a tutte le risorse

Dar fondo alle energie

Dar fondo ai risparmi di famiglia

Dar fondo agli ultimi dolci natalizi

Dar fondo allo stipendio

Dar fondo ai propri beni

Una cosa importante da dire, per capire bene questa frase, è che una volta che abbiamo dato fondo a qualcosa, non resta più nulla. Nessuna energia, nessuna forza, nessun bene, nessun patrimonio.

Adesso che siamo arrivati in fondo all’episodio non ci resta che ripassar

Rafaela: il 2020 sta perfinire. Vuoi per il Virus, vuoi per la morte di Maradona e di altri personaggi famosi, sarà annoverato tra gli anni peggiori.

Ulrike: è da un pezzo che si parlava di una pandemia mondiale comunque.

Hank: fermo restando che non credo a queste cose, i gufi ogni tanto c’azzeccano.

423 Ci scappa

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Giovanni: Anche oggi ci scappa un episodio di due minuti con Italiano Semplicemente.

Ho appena usato il verbo scappare.

Tutti voi conoscete il verbo scappare, che significa lasciare un luogo velocemente. Questo è il modo più comune di usare questo verbo:

Scusate ho un impegno, devo proprio scappare.

Appena abbiamo sentito la scossa di terremoto siamo scappati tutti di casa.

Un ragazzo è scappato dalla scuola.

Eccetera.

Scappare ha anche sensi un po’ diversi e non sempre ha a che fare con la velocità. Come nel caso di scappare dalla scuola.

Si può anche scappare dalle proprie responsabilità.

Il verbo si può usare ancora in senso diverso.

Posso dire ad esempio che mi è scappato il cane. Dico che “mi” è scappato perché magari è colpa mia, oppure è scappato da casa, è fuggito, o semplicemente perché è il mio cane che è scappato.

Però può scapparmi anche un film al cinema che invece volevo vedere. Questo significa che non mi sono accorto che al cinema davano quel film ma me ne sono accorto tardi. Quindi mi è scappato.

Anche in senso proprio, un ladro può scappare alla polizia. Il senso è simile.

In questo caso si può usare anche sfuggire allo stesso modo.

Hai visto il film in TV ieri sera?

No, mi è sfuggito.

In fondo il senso non è molto diverso. Se dico che:

Il ladro è sfuggito alla polizia.

C’è sempre l’idea del breve tempo a disposizione, come in scappare.

Io invece il film non me lo sono lasciato scappare. Era da tempo che volevo vederlo.

Anche qui c’è il senso di prendere qualcosa velocemente, quando ad esempio abbiamo poco tempo ma non ci riusciamo.

Anche le occasioni possono scappare ad esempio. Infatti non capitano tutti i giorni in quanto occasionali.

Inoltre può scappare anche una parolaccia o una qualsiasi parola dalla bocca. Non volevo dire quella parola ma mi è scappata involontariamente. Qui c’è il senso della mancanza della volontà.

Anche uno schiaffo può scappare.

Non volevi dare uno schiaffo a tua moglie vero? Ti è scappato?

Si, giuro che mi è scappato, non volevo!

Poi c’è un modo particolare di usare scappare (o scapparci).

All’inizio ho detto che anche oggi ci scappa un episodio. È come dire che anche oggi riusciamo a fare un episodio, troviamo il tempo di farlo.

È come dire riuscire a ottenere, ad avere, venire fuori, anche con sforzo e fatica.

Quando qualcosa di non programmato, o di poco probabile, diventa probabile, posso dire che “ci scappa”.

In questo caso quindi “ci scappa” significa che si riesce a fare qualcosa o a ottenere qualcosa di inaspettato e spesso di piacevole.

Se è bel tempo oggi forse ci scappa una partita a calcetto.

Siamo andati a vedere un film e ci sono scappate anche due risate.

È simile a rimediare ma c’è maggiormente il senso della piacevole sorpresa inaspettata.

Siamo andati a Roma, abbiamo visto 5 musei in un giorno e ci è scappata anche una visita al Colosseo.

Quest’anno sono riuscito a risparmiare molto denaro, quindi a Natale ci scappa forse anche la macchina nuova.

Infine, posso usare “ci scappa”, non solo quando scappa la pipi (quando è urgente!) e non solo per qualcosa di inaspettato e piacevole, ma anche con qualcosa di non voluto, cioè di involontario:

C’è stata una rissa fuori dal ristorante e c’è scappato il morto.

In Italia si dice spesso che a volte i problemi non vengono mai affrontati se non ci scappa il morto.

Adesso però parliamo di qualcosa di più piacevole.

Probabilmente sono passati due minuti (aivoglia!) ma ci facciamo scappare anche un bel ripasso.

Mariana: Giovanni ha dimenticato di dire che fare una scappata in un luogo è come fare una capatina.

Bogusia: giusto, un suggerimento però che potevi anche fargli prima. Ma meglio tardi che mai.

Ulrike: il buon senso però vuole che non si debbano alzare i toni.

Rafaela: Qualcuno potrebbe restarci male.

Puntare i piedi

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Nell’ultimo episodio, il n. 421, vi avevo detto che avrei spiegato il termine anzi, ma poi mi sono ricordato di averlo già fatto. Vi invito a leggerlo ed ascoltarlo perché hanno partecipato anche i miei figli. E’ un episodio del 2016. Spero che  non punterete i piedi e pretendiate che io lo spieghi di nuovo vero?

Allora oggi possiamo vedere “puntare i piedi” che ho appena utilizzato.

I bambini puntano spesso i piedi quando fanno i capricci. Vogliono assolutamente una cosa e niente e nessuno può riuscire a convincerli a cambiare idea. “Puntare i piedi” in pratica significa non cambiare idea, rimanere ostinatamente sulle proprie posizioni.

Ma perché i piedi? I piedi si puntano quando non ci si vuole muovere da quel posto.

L’immagine è quella di restare fermo, puntigliosamente, in una convinzione.

Si dice spesso anche “impuntarsi”, come se piantassimo una punta a terra per non muoversi.

Ci sono molti verbi che si possono usare al posto di questa espressione: incaparbirsi, incaponirsi, insistere, intestardirsi, ostinarsi, ed anche l’espressione “tenere il punto“. Quest’ultima è meno informale ma il senso è identico: non cedere per ostinazione.

Queste frasi si usano quando c’è una forte pressione esterna ma nonostante questo si resiste, si tiene il punto, si puntano i piedi, non si cede a queste pressioni. C’è il senso della resistenza e della caparbietà.

Chi punta i piedi quindi non vuole cedere, non vuole demordere, non vuole desistere, non vuole mollare, non vuole arrendersi. 

Spesso accade perché questa persona che punta i piedi si è offesa, se l’è presa per qualche motivo, è un po’ risentita per chissà quale ragione.

Adesso ripassiamo:

Xiaoheng: si batte la fiacca oggi? Nessuno se la sente di fare un ripasso?

Ulrike: Ma va! Abbassiamo i toni. Certo che anche oggi ci gira bene per fare un ripasso.

Carmen: E per giunta, senza remore, ci buttiamo a capofitto nel lavoro

Olga: vero, ma riguardo al parlare ho sempre un groppo in gola quando devo fare una registrazione.

Sofie: questo la dice lunga sull’importanza di questi ripassi e di parlare spesso . Se non lo facciamo rischiamo di mandare a monte ciò che abbiamo imparato.

Anthony: Ma va! Non gufare. Sulla scorta di ciò che abbiamo detto fino ad ora, si vede che ci destreggiamo bene qua nell’associazione .

421 In primo luogo

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L’espressione di oggi è “in primo luogo“, che si può utilizzare in ogni circostanza. Ciò che conta è che stiate parlando di priorità.

Vediamo qualche esempio:

Come risolviamo il problema dell’inquinamento?

In primo luogo si dovrebbe fare un accordo internazionale.

Questa è la cosa più importante: fare un accordo tra tutte le nazioni del mondo.

Allora “in primo luogo” è un modo per sottolineare l’importanza di una cosa.

E’ simile a “innanzitutto” ed anche a “prima di tutto” che però sono un pochino più informali.

Anzitutto“, quasi uguale a “innanzitutto”, è un altro modo anch’esso meno informale per esprimere una priorità.

“Anzi” infatti significa “innanzi”, cioè “che precede”, quindi che sta “davanti”, si intende davanti per importanza. Quindi è la prima cosa in ordine di importanza. Ma questo lo vediamo meglio nel prossimo episodio.

In primo luogo, tra tutte le modalità indicate è la più formale e la più adatta alla forma scritta, anche nel caso di importanti email di lavoro.

E’ una formula che si utilizza semplicemente per introdurre un argomento che si ritiene fondamentale in una serie di questioni. E’ fondamentale usare la preposizione “in” sebbene per uno straniero può sembrare strano. Si tratta di una locuzione, quindi non bisogna farsi troppe domande ma imparare come si usa l’intera locuzione. Ad esempio:

Se crolla un ponte, in primo luogo bisogna vedere se qualcuno è rimasto ferito. In secondo luogo bisogna capire come è potuto accadere, in terzo luogo è necessario verificare le responsabilità.

Ma la cosa più importante è vedere se qualche persona ha subito danni, se è rimasta ferita o uccisa nell’incidente. Per questo motivo utilizzo la locuzione “in primo luogo“.

Notate che si usa anche dire “in ultimo luogo“, per indicare non necessariamente la cosa meno importante, ma spesso è solo una cosa da non dimenticare,o che serve a terminare un discorso o una serie di cose da dire. Quindi è una cosa anch’essa importante. A volte si potrebbe dire anche: “per ultimo“, o “ultimo, ma non per importanza” o anche “per concludere“.

“In primo luogo” si utilizza ogni volta che siamo in contesti abbastanza formali, oppure stiamo scrivendo un documento dove analizziamo una serie di aspetti, un insieme di cause, una lista di problemi, qualunque cosa abbia bisogno di ordine per iniziare a ragionare su come affrontare una questione. Quindi il bisogno di dare un ordine a questioni serie giustifica l’uso di “in primo luogo”.

Non è il caso allora di usare sempre “in primo luogo”, e anche “in secondo luogo” eccetera, proprio perché il contesto può non esser così serio e formale. In questi casi meglio usare “innanzitutto”, e “poi” o “inoltre”, oppure anche “prima di tutto” o “per prima cosa”. Ad esempio:

Innanzitutto vi ringrazio per la vostra attenzione, e poi voglio dirvi quanto sono felice di essere qui in questo momento.

Se non riuscite a imparare la lingua italiana la responsabilità è prima di tutto del vostro professore. Inoltre bisogna vedere se siete coinvolti e motivati nell’apprendimento.

In ultimo luogo… anzi meglio dire “per finire“, che è più informale, vi lascio al ripasso del giorno.

Anthony: siamo arrivati all’episodio 421 ragazzi! Questo significa che nel giro di 1 anno saremo arrivati almeno a 700.

Ulrike: sì, fermo restando che non dimentichiamo come si usano tutte queste espressioni

Carmen: Il problema non si pone se continuiamo ad ascoltare i nuovi episodi via via

Rafaela: infatti, in fondo basta dedicare 10 minuti al giorno all’italiano. Che sarà mai!