Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Livello Intermedio
Questi articoli sono per coloro che hanno già qualche conoscenza della lingua italiana, che riescono cioè a comprendere il linguaggio base, ma hanno ancora molte carenze grammaticali e di espressione.
Accadde l’11 dicembre: La spocchia
Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Ma tant’è
Ma tant’è (scarica audio)
episodio 1212
Trascrizione
Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Ricordate l’espressione “tant’è vero che”?
Ne abbiamo parlato in un episodio e vi ho spiegato che “tant’è vero che”, come ricorderete, introduce una prova o una conferma di ciò che si è appena affermato.
Serve a rafforzare un’idea, mostrando un fatto concreto che la dimostra. È simile a “a riprova del fatto che”, “lo dimostra il fatto che”, “infatti“.
Esempio:
Era un artista apprezzato, tant’è vero che le sue opere sono esposte nei maggiori musei.
In realtà, non ricordo se ve l’avevo detto, possiamo omettere la parola “vero” e il senso non cambia. È solamente più colloquiale.
Es.
Ho preso troppo sole, tant’è che mi è venuto un bel mal di testa.
Quindi: prima si fa un’affermazione, poi si aggiunge “tant’è vero che” oppure “tant’è che” per presentare un elemento che la convalida.
Oggi vediamo un’espressione apparentemente simil: “tant’è“, decisamente più breve.
“Tant’è vero che” però è diverso da “ma tant’è“, prima di tutto perché stavolta c’è un”ma” davanti, secondo perché “ma tant’è” si usa per concludere un ragionamento mentre “tant’è vero che” va fatto seguire da qualcosa che rende più vera l’affermazione iniziale.
Il fatto dì mettere quel “ma” all’inizio serve proprio a presentare un problema che bisogna accettare, qualcosa di cui prendere atto e basta.
Questa espressione quindi, detto in altre parole, nasce dall’esigenza di commentare ciò che non si può cambiare, con un misto di realismo e rassegnazione.
Attenzione perché non c’è ribellione né disperazione: c’è una constatazione, quasi fatalistica, accompagnata spesso da un gesto delle mani che sembra dire “e che possiamo farci?”.
“Ma tant’è” , come detto, si colloca alla fine di una frase, o comunque a conclusione di un ragionamento, proprio per chiuderlo: serve ad accettare una situazione, anche sgradevole, riconoscendola come inevitabile, magari perché è già accaduta.
Se dico:
Ho studiato per giorni, ma l’esame è andato male. Probabilmente ho studiato poco, ma tant’è.
Sto implicitamente riconoscendo lo sforzo, l’amarezza, ma anche l’impossibilità di cambiare l’esito.
Nel linguaggio quotidiano, “ma tant’è” assume, potremmo dire, il ruolo di una valvola di sfogo attenuata: non urla, non si lamenta. È una resa senza dramma. Diversamente da un’espressione come “pazienza”, che può apparire più neutra, o da “che disastro!”, che veicola un’emozione forte, “ma tant’è” contiene una riflessione se vogliamo dolorosa (non sempre) ma composta.
Somiglia molto a “c’è poco da fare”, “le cose stanno così”, “dobbiamo accettarlo”, e il tono è al massimo dimesso e rassegnato, ma non arrabbiato.
Facciamo qualche esempio per comprenderne l’uso nelle conversazioni:
Quando un caro amico racconta:
Avevo un sogno nel cassetto, poi però non avevo i mezzi per realizzarlo, ma tant’è.
Emerge la consapevolezza dell’impossibilità, la rassegnazione.
Oppure nella vita lavorativa:
Il progetto era valido. Alla fine non è stato finanziato, ma tant’è”.
In politica, nel commentare un provvedimento controverso:
La legge è passata per via dell’assenza di molti senatori in aula. Non è una bella notizia, ma tant’è”.
C’è il sottinteso è che ormai non resta altro che prenderne atto.
Eppure, dietro questa formula linguistica, c’è anche un tratto culturale italiano: la capacità di convivere con il limite, con l’imprevisto, persino con l’ingiustizia, senza necessariamente ribellarsi apertamente. Da questo punto di vista mi pare che siamo molto diversi dai francesi.
È una rassegnazione che può essere criticata o compresa, ma che appartiene alla nostra quotidianità e al nostro modo di raccontare le cose quando non resta nulla da discutere.
In definitiva, “ma tant’è” è un sigillo finale: non cambia il mondo, ma lo riconosce per quello che è. È un’estrema sintesi di accettazione, pronunciata quando ogni tentativo di replica è ormai vano e resta soltanto la realtà dei fatti.
C’è da dire che non sempre si tratta di cose molto negative o tragiche. Spesso parliamo di piccole cose.
Un’ultima nota: “tant’è” non può diventate “tanto è”. Un Italiano non capirebbe in quel caso.
Questo lo potete fare con ‘tanto è vero che”, ma non con”tant’è”.
L’episodio finisce qui, magari avrei potuto essere più breve, come al solito, ma tant’è.

Il giorno più corto dell’anno (ripasso)
Ripasso: il giorno più corto dell’anno
episodi 1- 1211
(scarica audio)
Trascrizione
Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Quello che segue è un episodio dì ripasso.
Oggi, 21 dicembre è il giorno più corto dell’anno.
Arriva alla chetichella, quasi di soppiatto, come se volesse sgattaiolare via senza farsi notare. A dirla tutta, molti lo vivono di malavoglia, perché la luce sembra venir meno man mano, fino a lasciarci al buio di punto in bianco. Così spesso ci si fa cogliere dalla notte senza accorgersene.
È un momento dell’anno in cui l’energia sembra venire meno, e la stanchezza può prendere il sopravvento.
Durante il solstizio, il sole fa orecchie da mercante ai nostri desideri di luce, e tra parentesi, non si lascia convincere neanche per idea. Sta di fatto che oggi la notte si allunga a dismisura, mentre il giorno si accorcia, manco a dirlo. In fin dei conti, però, questo accade ogni anno, come da copione, ed è un’occasione per fare mente locale: in soldoni, la natura ci impone di rallentare.
Molti avrebbero da ridire, perché la poca luce costringe a tirare avanti alla meno peggio, nonostante l’umore vada e venga e le attività quotidiane ci stiano strette. Ma quantomeno il solstizio ci ricorda che il peggio è passato: da domani la luce torna alla carica e poco alla volta le giornate si allungano.
In ogni caso, nonostante tutto, il 21 dicembre rappresenta a tutti gli effetti un giro di boa. È un invito né più né meno a fermarsi, giusto per assaporare il presente, per così dire, senza dare luce e calore per scontati. Sia come sia, tirando le somme, questo giorno è breve, sì, ma non per questo meno significativo.
Per farla breve: oggi il sole resta poco, ma il ripasso quotidiano almeno non è venuto meno. Sarà un contentino, direte voi, ma tant’è: sempre meglio che crogiolarsi nella noia davanti a un camino spento.

Accadde il 10 dicembre: alieno, alienare, alienabile e inalienabile
Alieno, alienare, alienabile e inalienabile (scarica audio)
Trascrizione
Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Questo però non è accaduto in Italia.
Allora prendiamo un altro evento, stavolta accaduto in Italia, sempre il 10 dicembre, come spunto per l’episodio della rubrica “accadde il”.
Parliamo della morte di Luigi Pirandello, avvenuta il 10 dicembre 1936 a Roma, come sapete è stato un grande scrittore italiano, drammaturgo e romanziere, celebre per opere come “Sei personaggi in cerca d’autore”, che contribuirono alla nascita del teatro moderno e del Teatro dell’assurdo.
Con la sua scrittura ha esplorato l’identità, la follia, il confine tra realtà e finzione. E il nucleo di molte delle sue opere ruota attorno a una verità che nessuno può negare o, potremmo dire, che nessuno può “alienare”: la libertà interiore dell’individuo di costruire e raccontare la propria esperienza umana.
Proprio partendo da Pirandello possiamo spiegare, oltre al verbo alienare, anche la parola inalienabile che incontriamo spesso anche nei testi giuridici o filosofici, ma che conserva un significato profondo quando la colleghiamo alla persona e alla sua esperienza umana.
Inalienabile significa qualcosa che non può essere tolto, ceduto, venduto o separato dal suo titolare, proprio perché fa parte essenziale di lui. L’aggettivo nasce dal latino in- (prefisso negativo) e alienabile (cioè “che si può trasferire” o “cedere”). Quindi inalienabile è letteralmente non cedibile, non trasferibile. È un linguaggio giuridico, quindi formale e si usa parlando dì proprietà.
Inalienabile però non si usa solo parlando dì una proprietà che non sì può cedere, ma si usa spesso per i diritti umani (diritto alla dignità, alla libertà), perché sono intrinseci alla persona e non si possono “dare via” come un oggetto. Quindi anche alcuni diritti dell’uomo si dicono inalienabili.
Ecco perché avevo parlato, all’inizio, del Il 10 dicembre 1948, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
I diritti fondamentali dell’uomo vengono definiti proprio così il 10 dicembre 1948, quanto si affermò che tali diritti appartengono all’uomo e non possono essere tolti, ceduti, venduti o rinunciati: sono inalienabili.
Passando a Pirandello, possiamo invece dire che per lui la ricerca dell’identità era qualcosa di inalienabile: ogni persona ha un mondo interiore che nessuno può davvero togliere, nemmeno attraverso regole sociali opprimenti o ruoli fissi. È un uso più “umano” della parola rispetto a quello giuridico formale, ma aiuta voi a capire l’idea profonda: ciò che appartiene all’essere umano nella sua essenza non può essere alienato.
Ora, alienare e la parola alieno (cioè extraterrestre) sono parole strettamente legate perché condividono una radice latina comune: alienus, che significa “di un altro”, “estraneo”, “altro da sé”.
Da qui alienare ha assunto il significato di trasferire qualcosa ad un altro, di cederlo: “alienare un proprio bene”, significa vendere o cedere una proprietà.
Quando usiamo la parola “alieno” in italiano moderno, spesso intendiamo qualcosa di estraneo, come appunto gli extraterrestri, ma non solo. Parliamo anche di qualcosa di diverso che non ci appartiene, come l’idea di sentirsi fuori posto o estraniati in una situazione sociale.
Quando Pirandello scriveva, rifletteva su come le persone a volte si sentono alienate dalla società: non capite, quasi di un altro mondo, come un personaggio che non riconosce più se stesso nello specchio. In questo senso, puoi dire: “in quella festa mi sentivo un alieno”. cioè ero totalmente diverso dagli altri partecipanti.
In questo episodio colleghiamo così una data storica italiana, la morte di un gigante della letteratura, a un termine che tocca identità, libertà e umanità. E proprio come gli altri episodi di Italiano Semplicemente, attraversiamo la storia, la cultura e la lingua per far emergere il cuore delle parole che usiamo ogni giorno.
Adesso voglio rispolverare qualche episodio passato partendo proprio da questi concetti.
Pensiamo ad esempio alla dignità umana. Sarebbe impensabile “venderla” o rinunciarvi, anche se qualcuno, come visto in altri episodi, tentasse di “prevaricare” o “sopraffare” l’individuo, o di “mettere a tacere” la sua libertà di parola o se tentasse addirittura di “epurarlo”. Ecco un uso corretto del termine: “La libertà di pensiero è un diritto inalienabile”. Ovviamente questo accade nelle società democratiche…
Alienare, a differenza di inalienabile, si usa spesso in contesti patrimoniali: “Ho alienato la mia proprietà”. Se ricordate l’episodio del 6 febbraio, dedicato a “mandare a carte 48”, alienare un bene può essere necessario per evitare un fallimento o un collasso finanziario. Se non volete mandare un affare a carte 48, può servire alienare una vostra proprietà.
L’alienazione è dunque un trasferimento volontario oppure imposto. Alieno invece si incontra anche nella lingua comune: “mi sento alieno nel tuo ambiente, tra tuoi amici”, ovvero mi sento estraneo, fuori posto. È la stessa distanza che, nel linguaggio politico, può portare a definirsi “euroscettici” o “europeisti”, cioè in sintonia o in contrasto con una comunità.
Per rinforzare il significato, posso usare esempi diversi dal contesto dei diritti. In una relazione sentimentale, si può essere gelosi del proprio tempo libero, ma non sarebbe corretto chiamarlo un diritto inalienabile, perché la parola porta con sé un peso formale che non si adatta allo sfogo colloquiale. Nello sport, invece, la dignità dell’atleta può essere considerata un valore inalienabile, soprattutto quando prima viene “idolatrato” o “messo su un piedistallo” e poi scaricato.


