Questi articoli sono per coloro che hanno già qualche conoscenza della lingua italiana, che riescono cioè a comprendere il linguaggio base, ma hanno ancora molte carenze grammaticali e di espressione.
Durante il solstizio, il sole fa orecchie da mercante ai nostri desideri di luce, e tra parentesi, non si lascia convincere neanche per idea. Sta di fatto che oggi la notte si allunga a dismisura, mentre il giorno si accorcia, manco a dirlo. In fin dei conti, però, questo accade ogni anno, come da copione, ed è un’occasione per faremente locale: in soldoni, la natura ci impone di rallentare.
Molti avrebbero da ridire, perché la poca luce costringe a tirare avanti alla meno peggio, nonostante l’umore vada e venga e le attività quotidiane ci stiano strette. Ma quantomeno il solstizio ci ricorda che il peggio è passato: da domani la luce torna alla carica e poco alla volta le giornate si allungano.
In ogni caso, nonostante tutto, il 21 dicembre rappresenta a tutti gli effetti un giro di boa. È un invito né più né meno a fermarsi, giusto per assaporare il presente, per così dire, senza dare luce e calore per scontati. Sia come sia, tirando le somme, questo giorno è breve, sì, ma non per questo meno significativo.
Per farla breve: oggi il sole resta poco, ma il ripasso quotidiano almeno non è venuto meno. Sarà un contentino, direte voi, ma tant’è: sempre meglio che crogiolarsi nella noia davanti a un camino spento.
Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Questo però non è accaduto in Italia.
Allora prendiamo un altro evento, stavolta accaduto in Italia, sempre il 10 dicembre, come spunto per l’episodio della rubrica “accadde il”.
Parliamo della morte di Luigi Pirandello, avvenuta il 10 dicembre 1936 a Roma, come sapete è stato un grande scrittore italiano, drammaturgo e romanziere, celebre per opere come “Sei personaggi in cerca d’autore”, che contribuirono alla nascita del teatro moderno e del Teatro dell’assurdo.
Con la sua scrittura ha esplorato l’identità, la follia, il confine tra realtà e finzione. E il nucleo di molte delle sue opere ruota attorno a una verità che nessuno può negare o, potremmo dire, che nessuno può “alienare”: la libertà interiore dell’individuo di costruire e raccontare la propria esperienza umana.
Proprio partendo da Pirandello possiamo spiegare, oltre al verbo alienare, anche la parola inalienabile che incontriamo spesso anche nei testi giuridici o filosofici, ma che conserva un significato profondo quando la colleghiamo alla persona e alla sua esperienza umana.
Inalienabile significa qualcosa che non può essere tolto, ceduto, venduto o separato dal suo titolare, proprio perché fa parte essenziale di lui. L’aggettivo nasce dal latino in- (prefisso negativo) e alienabile (cioè “che si può trasferire” o “cedere”). Quindi inalienabile è letteralmente non cedibile, non trasferibile. È un linguaggio giuridico, quindi formale e si usa parlando dì proprietà.
Inalienabile però non si usa solo parlando dì una proprietà che non sì può cedere, ma si usa spesso per i diritti umani (diritto alla dignità, alla libertà), perché sono intrinseci alla persona e non si possono “dare via” come un oggetto. Quindi anche alcuni diritti dell’uomo si dicono inalienabili.
Ecco perché avevo parlato, all’inizio, del Il 10 dicembre 1948, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
I diritti fondamentali dell’uomo vengono definiti proprio così il 10 dicembre 1948, quanto si affermò che tali diritti appartengono all’uomo e non possono essere tolti, ceduti, venduti o rinunciati: sono inalienabili.
Passando a Pirandello, possiamo invece dire che per lui la ricerca dell’identità era qualcosa di inalienabile: ogni persona ha un mondo interiore che nessuno può davvero togliere, nemmeno attraverso regole sociali opprimenti o ruoli fissi. È un uso più “umano” della parola rispetto a quello giuridico formale, ma aiuta voi a capire l’idea profonda: ciò che appartiene all’essere umano nella sua essenza non può essere alienato.
Ora, alienare e la parola alieno (cioè extraterrestre) sono parole strettamente legate perché condividono una radice latina comune: alienus, che significa “di un altro”, “estraneo”, “altro da sé”.
Da qui alienare ha assunto il significato di trasferire qualcosa ad un altro, di cederlo: “alienare un proprio bene”, significa vendere o cedere una proprietà.
Quando usiamo la parola “alieno” in italiano moderno, spesso intendiamo qualcosa di estraneo, come appunto gli extraterrestri, ma non solo. Parliamo anche di qualcosa di diverso che non ci appartiene, come l’idea di sentirsi fuori posto o estraniati in una situazione sociale.
Quando Pirandello scriveva, rifletteva su come le persone a volte si sentono alienate dalla società: non capite, quasi di un altro mondo, come un personaggio che non riconosce più se stesso nello specchio. In questo senso, puoi dire: “in quella festa mi sentivo un alieno”. cioè ero totalmente diverso dagli altri partecipanti.
In questo episodio colleghiamo così una data storica italiana, la morte di un gigante della letteratura, a un termine che tocca identità, libertà e umanità. E proprio come gli altri episodi di Italiano Semplicemente, attraversiamo la storia, la cultura e la lingua per far emergere il cuore delle parole che usiamo ogni giorno.
Adesso voglio rispolverare qualche episodio passato partendo proprio da questi concetti.
Pensiamo ad esempio alla dignità umana. Sarebbe impensabile “venderla” o rinunciarvi, anche se qualcuno, come visto in altri episodi, tentasse di “prevaricare” o “sopraffare” l’individuo, o di “mettere a tacere” la sua libertà di parola o se tentasse addirittura di “epurarlo”. Ecco un uso corretto del termine: “La libertà di pensiero è un diritto inalienabile”. Ovviamente questo accade nelle società democratiche…
Alienare, a differenza di inalienabile, si usa spesso in contesti patrimoniali: “Ho alienato la mia proprietà”. Se ricordate l’episodio del 6 febbraio, dedicato a “mandarea carte 48”, alienare un bene può essere necessario per evitare un fallimento o un collasso finanziario. Se non volete mandare un affare a carte 48, può servire alienare una vostra proprietà.
L’alienazione è dunque un trasferimento volontario oppure imposto. Alieno invece si incontra anche nella lingua comune: “mi sento alieno nel tuo ambiente, tra tuoi amici”, ovvero mi sento estraneo, fuori posto. È la stessa distanza che, nel linguaggio politico, può portare a definirsi “euroscettici” o “europeisti”, cioè in sintonia o in contrasto con una comunità.
Per rinforzare il significato, posso usare esempi diversi dal contesto dei diritti. In una relazione sentimentale, si può essere gelosi del proprio tempo libero, ma non sarebbe corretto chiamarlo un dirittoinalienabile, perché la parola porta con sé un peso formale che non si adatta allo sfogo colloquiale. Nello sport, invece, la dignità dell’atleta può essere considerata un valore inalienabile, soprattutto quando prima viene “idolatrato” o “messosu un piedistallo” e poi scaricato.
Per spiegare l’espressione “sconfinare nel ridicolo” (cioè oltrepassare il limite del buon senso o della serietà, fino a risultare involontariamente buffi o poco credibili agli occhi degli altri) possiamo partire da un evento storico legato al 9 dicembre, che è significativo per l’Italia e interessante anche per chi, come voi, studia la lingua e la cultura italiana.
Un evento ricordato ogni anno il 9 dicembre è la “Venuta della Santa Casa”. Che nome strano vero?
Si tratta di una festività popolare molto radicata nelle Marche e in parte dell’Umbria.
Secondo la tradizione cattolica, la casa di Nazareth della Vergine Maria sarebbe stata trasportata dagli angeli fino a Loreto, e per celebrare questo “arrivo”, che risale a secoli fa, si accendono grandi falò la notte tra il 9 e il 10 dicembre in città e campagne, come simbolo di luce e comunità.
Questa ricorrenza è così sentita e visiva da attirare famiglie e visitatori ogni anno, e fa parte della cultura folcloristica italiana.
Supponiamo che un gruppo di turisti, affascinato da questa tradizione, decida di ricreare i falò usando bombole di gas e fuochi d’artificio illegali per “fare qualcosa di ancora più spettacolare”.
Se il gesto diventa pericoloso, esagerato o completamente fuori controllo, la popolazione locale potrebbero dire:
Con tutta questa roba avete proprio sconfinato nel ridicolo!
In altre parole, hanno oltrepassato il limite del festoso e tradizionale per arrivare al grottesco o pericoloso, perdendo di vista il significato della celebrazione.
Questa immagine aiuta a capire come usare l’espressione: non si tratta solo di fare qualcosa di buffo, ma di andare oltre quello che gli altri considerano ragionevole o appropriato per una data situazione.
Si potrebbe anche semplicemente dire “siete ridicoli”o “vi siete ridicolizzati” ma con questa espressione si sottolineare il passaggio dal normale al ridicolo.
Per rendere l’idea ancora più concreta nella vita quotidiana, ecco altri esempi narrativi:
Immaginiamo una cena formale tra colleghi dove qualcuno, invece di presentare la propria idea con calma e chiarezza, inizia a fare imitazioni esagerate di personaggi famosi con voci buffe. All’inizio può far sorridere, ma se continua oltre il limite di ciò che è accettabile per una riunione di lavoro, gli altri potrebbero commentare che questa persona ha sconfinato nelridicolo: ha superato il confine tra simpatia e scarsa professionalità.
Esiste anche “sfiorare il ridicolo”, quando ci si ferma un attimo prima, fino al confine del ridicolo.
In questo caso non si sconfina ma si sfiora il confine, si tocca appena, evitando però di farsi ridicoli completamente. Dunque “sconfinare” nel ridicolo è il passo oltre il confine, l’eccesso che conduce nel ridicolo vero e proprio.
Nella vita di tutti i giorni, uno può sconfinare nel ridicolo anche quando si veste in modo estremamente eccentrico per andare a fare la spesa in un supermercato.
L’espressione si applica quando l’azione, pur magari nata da una buona intenzione, supera la soglia della ragionevolezza e diventa più oggetto di sorpresa o derisione che di apprezzamento serio.
Il verbo sconfinare naturalmente significa letteralmente oltrepassare un confine, cioè superare un limite geografico, fisico o simbolico.
In origine si usa per indicare quando si esce da un territorio stabilito: per esempio, un animale che esce dal suo recinto o un soldato che attraversa il confine di uno Stato senza autorizzazione sta sconfinando.
Da questo senso concreto nasce un uso figurato: sconfinare significa anche superare un limite ideale, come quello del buon gusto, della professionalità, della ragionevolezza o della coerenza.
Quando diciamo “sconfinare nel ridicolo”, intendiamo proprio questo passaggio da un comportamento accettabile a uno eccessivo e imbarazzante, tanto da risultare ridicolo.
Si usa “nel” ridicolo. Non è una prerogativa del ridicolo però.
Si può sconfinare anche nel grottesco, nel personale, ecc. La preposizione serve a introdurre lo spazio metaforico che viene “occupato” una volta oltrepassato il confine: ridicolo, assurdo, tragico, patetico.
È dunque la forma corretta per collegare il verbo all’ambito in cui si entra, proprio come se si attraversasse una frontiera reale, e resta la costruzione standard e naturale nell’italiano contemporaneo.
La parola, anzi, la coppia dì parole del giorno sono forma mentis. Sì tratta dì una locuzione latina.
Significa “il modo di pensare”, “l’assetto mentale” o “la struttura del pensiero”, o se preferite, “la forma della mente” che si ricorda meglio.
Prendiamo spunto da un evento del giorno 8 dicembre: la nascita di Marcello Piacentini, celebre architetto e urbanista italiano, nato a Roma l’8 dicembre 1881.
Marcello Piacentini fu una delle figure più influenti dell’architettura italiana del primo Novecento: fu protagonista della scena architettonica nazionale tra gli anni 1910 e 1940 e divenne ideologo e artefice di quel “monumentalismo di regime” che caratterizzò gran parte dell’architettura durante il periodo fascista.
La sua visione progettuale esprime una forma mentis ben definita: un modo di pensare l’architettura come strumento simbolico di potere, ordine e identità collettiva.
La sua forma mentis consiste nella convinzione che l’architettura debba comunicare valori civici e politici.
Nelle sue opere e nei progetti urbanistici, come quelli per il quartiere EUR di Roma o l’ampliamento della città universitaria (“La Sapienza”), si riflette l’idea che gli edifici pubblici e gli spazi collettivi debbano incarnare la grandiosità, la disciplina e l’unità nazionale.
La sua forma mentis era dì operare al servizio di una visione statale precisa.
Ora vediamo altri contesti per chiarire meglio che cosa significa forma mentis. Nel contesto professionale, ad esempio, un ingegnere assume spesso una forma mentis orientata alla logica, all’analisi quantitativa e alla soluzione sistematica dei problemi.
Questo è il suo modo dì pensare, perché lo ha imparato all’università. La sua mente si è formata in questo modo. Quando affronta una nuova sfida, la sua mente tenderà a scomporre il problema in parti misurabili e a cercare soluzioni basate su dati.
Nel contesto artistico, invece, un pittore può avere una forma mentis che valorizza l’immaginazione, le sensazioni visive e la creatività, portandolo a interpretare uno stesso soggetto con colori e forme molto diverse da quelle di un ingegnere. Tutt’altra forma mentis rispetto agli ingegneri.
Nel mondo accademico, gli studiosi di discipline umanistiche e quelli di discipline scientifiche spesso possiedono forma mentis differenti: mentre lo studioso di letteratura può cercare nessi simbolici e interpretazioni soggettive di un testo, il ricercatore in fisica cercherà leggi universali e modelli predittivi perché è abituato a pensare che la logica e la realtà sia soltanto una: della serie “la matematica non è un’opinione.
Queste differenze non sono negative di per sé, ma mostrano come la forma mentis influisca sulle domande che si fanno, sulle strade che si scelgono per rispondere e sui valori che si privilegiano.
In tutti questi esempi, forma mentis non è solo un sinonimo stilistico di “mentalità”, ma indica il modo profondo in cui la cultura, l’educazione e l’esperienza plasmano, formano, modellano il pensare di una persona o di un gruppo.
Sì usa spesso citare la formamentis anche quando non sì riesce a capire qualcosa, perché questo qualcosa richiede una formamentis diversa dalla propria.
Es:
Per gestire questo progetto serve una forma mentis organizzativa e analitica, diversa dalla mia abitudine più creativa e istintiva.
Qui si sottolinea che capire e portare avanti il progetto richiede un modo di pensare strutturato, che non tutti possiedono naturalmente.
Io ad esempio, che ho una formamentis scientifica, non riesco a capire i film più complessi, mentre mia moglie non ha alcun problema, sebbene non riesca a fare semplici operazioni matematiche a mente.
Abbiamo due forma mentis diverse. In sostanza, forma mentis spiega la differenza tra il modo in cui le persone elaborano informazioni, risolvono problemi o interpretano situazioni, e non tanto il livello di intelligenza o di conoscenza.
Altri modi per dire forma mentis sono modo di pensare, approccio mentale, attitudine o predisposizione mentale, mentalità, modo dì ragionare, struttura mentale, schema mentale, modo di vedere.