I vassalli – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 54)

I vassalli (scarica audio)


Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, certi cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).

È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale nella sua storia.

Il vassallaggio, nell’era del medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che sotto questi aspetti gli era superiore.

Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama, nell’Emiciclo o nei dintorni del Colle. Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.

Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio; una prebenda, diremmo oggi, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore. Il vassallo giurava quindi fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi!

È qui che potremmo usare una modalità moderna, il cosiddetto “approccio vassallo”: un modo di agire, generalmente un approccio “politico” in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia per presidiare, cioè per difendere solo gli interessi del capo. Il vassallo difende il suo capo.

Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende. Insomma, una forma di connivenza sistemica. Ce ne sono tanti di cosiddetti vassalli nel sistema politico italiano e molti sono giornalisti che vanno in TV. È tutto il sistema politico Italiano, come credo anche in altre parti del mondo, che funziona così. Per questo parlavo di connivenza “sistemica”.

Questo approccio vassallo che hanno alcune persone si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti, di cerchiobottisti e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta sempre compatto, immobile. È pieno di vassalli questo gruppo!

Ma che differenza c’è tra un portaborse, un galoppino e un vassallo? I primi due li abbiamo già incontrati se ricordate.
Fondamentalmente il portaborse lavora per il politico, il galoppino lavora per far eleggere il politico e il vassallo lavora per compiacere il politico. Tutti comunque ottengono qualcosa in cambio.

E l’arrivista? Anche questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo? Oppure è il vassallo ad essere arrivista?

Beh, un vassallo può essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, se usa cioè la fedeltà per “arrivare” da qualche parte. Infatti gli arrivisti vogliono diventate qualcuno di importante, vogliono conquistare posizioni.

Ma molti vassalli non sono arrivisti: sono fedeli per convenienza minima (vogliono mantenere la poltrona, ad esempio), non per conquistare nuove posizioni.
Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno: è fedele solo a sé stesso.
E allora può capitare di assistere ad una bagarre in Parlamento con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti che a loro volta si confondono tra i portaborse e galoppini, e può capitare che il codazzo del leader si affanni a inseguire micro-consensi immediati.

In questi scenari, tra prestanome, accuse di malcostume, tangenti, bustarelle o quesiti di par condicio, riaffiora il sospetto che qualcuno stia intrallazzando, magari dalla celebre stanza dei bottoni, dove i colletti bianchi decidono più del dovuto. Quest’ultimo paragrafo è effettivamente difficile da afferrare al volo.

In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente, può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticature istituzionali, chi parla di ingerenza esterna o di deriva autoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, chi pretende moral suasion e chi invoca un minimo di contraddittorio. Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a mera retorica, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi, pesa più dei contenuti.

In certi momenti, quando ci sono solo vassalli, persino una vittoria di Pirro può essere presentata come trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffa prende il sopravvento sulle cose che contano veramente e sui fatti.

Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo e il qualunquismo al posto di un confronto autentico.

E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.

Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi e indovinate perché?

Brevemente, mentre i vassalli erano i grandi feudatari, in rapporto diretto col sovrano, i valvassori sono il ceto feudale intermedio, quindi sono i dipendenti dei vassalli. Non rispondevano direttamente al re, ma a un grande feudatario. Gestivano porzioni importanti di territorio e a loro volta potevano avere uomini alle proprie dipendenze. Rappresentavano il ceto nobile intermedio. Alla base della gerarchia ci sono i valvassini cioè i piccoli feudatari, che sono appunto i dipendenti dei valvassori. Il loro ruolo era prevalentemente locale, ma facevano comunque parte della catena gerarchica feudale.

Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica che esiste nella politica moderna.

Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:

Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.

La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.

La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.

L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.

Ricordo a tutti che per ascoltare tutti gli episodi della rubrica e del sito, occorre diventare vassalli… ah scusate, volevo dire membri dell’associazione Italiano Semplicemente!

Versione più semplice, con spiegazioni aggiuntive.

C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, cioè di dipendenza e sottomissione, cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).

È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale, cioè legato al sistema del feudalesimo, nella sua storia.

Il vassallaggio, nell’era del Medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che, sotto questi aspetti, gli era superiore. In altre parole, un rapporto gerarchico rigido.

Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama (cioè il Senato), nell’Emiciclo (l’aula parlamentare) o nei dintorni del Colle (cioè il Quirinale, la Presidenza della Repubblica).

Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.

Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio, una prebenda, vale a dire un compenso o privilegio, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore, il sovrano ,il re.

Il vassallo giurava fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi! In parole povere: lui obbediva e il signore lo ricompensava in qualche modo.

È qui che potremmo usare una modalità moderna, non sempre esplicitata ma perfettamente riconoscibile, quella dell’approccio vassallo, che è un modo di agire, generalmente un approccio politico in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia, cioè smette di decidere con la propria testa, per presidiare, cioè proteggere e difendere solo gli interessi del capo. Se parliamo di approccio evidentemente non appartiene solo a una persona, ma è un modus operandi tipicamente Italiano.

Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, cioè quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende.

Insomma, una forma di connivenza sistemica, vale a dire la complicità silenziosa dentro un sistema.

Questo approccio vassallo si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti (cioè persone interne al gruppo ma scontente), di cerchiobottisti (persone che cercano di dare ragione a tutti), e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta compatto, immobile, nonostante tutto. L’approccio vassallo ha la meglio.

Vediamo adesso la differenza tra un portaborse, un galoppino e un vassallo.
Detto in breve:

Il portaborse abbiamo visto che lavora per il politico, cioè lo assiste. Gli “porta le borse”, un modo figurato per indicare un aiuto.

Il galoppino lavora per far eleggere il politico, cioè fa campagna elettorale. Il galoppino “galoppa” cioè corre, si affanna, con l’obiettivo di farlo eleggere.

Il vassallo invece lavora per compiacere il politico, cioè gli è servile, vuole che sia contento e gli è fedele.

E l’arrivista? Questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo oppure è il vassallo ad essere arrivista?

Un vassallo è quasi un servitore, quindi può al limite essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, cioè come mezzo per salire di posizione. per conquistate potere, cariche pubbliche magari. Ma il vassallo non tradisce mai il suo signore.

Molti vassalli non sono arrivisti dunque: sono fedeli per convenienza ma si accontentano di mantenere la poltrona, non per conquistare nuove posizioni, non per ottenere altro.

Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno in genere: è fedele solo a sé stesso, cioè alla propria carriera.

E allora, può capitare di assistere a una bagarre, cioè una rissa verbale, in Parlamento, con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti, che a loro volta si confondono tra i portaborse e i galoppini, e può accadere che il codazzo del leader, cioè il suo seguito, le persone più fedeli, si affanni a inseguire consensi immediati, anche se piccoli.

In questi scenari, tra prestanome, accuse di malcostume, tangenti, bustarelle (tutte parole che indicano pagamenti illeciti), o quesiti di par condicio, cioè di equilibrio mediatico, riaffiora il sospetto che qualcuno stia intrallazzando, cioè stia facendo giochi di potere poco trasparenti, magari dalla celebre stanza dei bottoni, vale a dire dal luogo metaforico dove si decide tutto.

In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticature istituzionali (comportamenti o atti pubblici che violano le buone regole del funzionamento istituzionale, pur senza essere necessariamente illegale) e chi parla di ingerenza esterna (interferenza), o di deriva autoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, cioè una forma di protesta tramite abbandono dell’aula parlamentare; chi pretende moral suasion (persuasione istituzionale) e chi invoca, cioè desidera e reclama, un minimo di contraddittorio, cioè una discussione reale.
Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a mera retorica, cioè a parole vuote, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi pesa più dei contenuti.

In certi momenti, quando ci sono troppi vassalli, persino una vittoria di Pirro, cioè una vittoria inutile, può essere presentata come un trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffa, cioè il vuoto, il niente, prende il sopravvento sulle cose che contano veramente.

Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo (atteggiamento ostentatamente muscolare) e il qualunquismo (indifferenza verso la politica) al posto di un confronto autentico.

E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.

Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi, e indovinate perché?

Brevemente:

I vassalli erano i grandi feudatari, cioè i principali signori locali, in rapporto diretto col sovrano;

I valvassori erano il ceto intermedio, cioè i subordinati dei vassalli. Potremmo dire che sono u vassalli dei vassalli.

I valvassini erano i piccoli feudatari, in altre parole i dipendenti dei valvassori, quindi i vassalli dei vassalli dei vassalli.

Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica, cioè il sistema di livelli di potere, che esiste nella politica moderna.

Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:

Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.

La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.

La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.

L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.

Questo episodio è particolarmente ricco di ripassi della rubrica dedicata al linguaggio della politica e per questo può risultare ostico e indigesto per molti stranieri. Allo stesso tempo però consente di rispolverare gli episodi passati e di fare grandi passi in avanti. Abbiate fede e sarete ricompensati :-). Adesso se volete potete mettervi alla prova con il quiz finale. Potete se volete anche scaricare il file PDF con le risposte esatte.

Quiz a risposta multipla

1. Chi era il vassallo nel Medioevo?

A. Chi riceveva una prebenda
B. Chi guidava l’esercito
C. Chi eleggeva il sovrano

2. Cosa caratterizza l’approccio vassallo?

A. Indipendenza politica
B. Difesa degli interessi del capo
C. Equilibrio tra poteri

3. Il sistema dei “pesi e contrappesi” garantisce:

A. Fedeltà al leader
B. Nomine politiche automatiche
C. Bilanciamento dei poteri

4. Il portaborse svolge:

A. Controllo dei bilanci
B. Assistenza diretta al politico
C. Mediazione parlamentare

5. Il galoppino si occupa di:

A. Vigilanza istituzionale
B. Redazione di decreti
C. Campagna elettorale

6. L’arrivista persegue:

A. La fedeltà assoluta al capo
B. Il bene del gruppo
C. La propria carriera

7. I valvassori rappresentano:

A. I piccoli feudatari locali
B. Il ceto feudale intermedio
C. Il sovrano

8. I valvassini erano:

A. Funzionari della corte
B. Piccoli feudatari
C. Grandi feudatari

9. “Intrallazzare” significa:

A. Seguire il regolamento
B. Fare giochi di potere poco trasparenti
C. Mediare tra partiti

10. L’espressione “Aventino” indica:

A. Appello alla Corte costituzionale
B. Alleanza tra gruppi parlamentari
C. Abbandono dell’aula come protesta

11. Il vassallo riceveva:

A. Protezione e benefici economici
B. Comandi militari
C. Solo titoli nobiliari

12. Il vassallo moderno è fedele a:

A. Sé stesso
B. Il capo
C. Il gruppo parlamentare

13. Il “codazzo del leader” indica:

A. Il seguito fedele del leader
B. L’opposizione interna
C. I cittadini elettori

14. I malpancisti sono:

A. Persone scontente dentro un gruppo
B. Gli elettori fedeli
C. Funzionari governativi

15. I cerchiobottisti cercano di:

A. Dare ragione a tutti
B. Difendere il capo
C. Fare campagne elettorali

16. Una vittoria di Pirro è:

A. Una vittoria inutile
B. Una vittoria simbolica
C. Una vittoria militare

17. “Fuffa” indica:

A. Vuoto o parole senza contenuto
B. Un documento ufficiale
C. Una norma vincolante

18. Il celodurismo indica:

A. Atteggiamento ostentatamente muscolare
B. Indifferenza verso la politica
C. Una strategia di alleanze

19. Il qualunquismo indica:

A. Indifferenza verso la politica
B. Uso della violenza politica
C. Obbedienza al capo

20. Il vassallo può essere anche:

A. Un arrivista
B. Un oppositore accanito
C. Un giudice indipendente

Accadde il 31 dicembre 335: incurante e non curante

Incurante e non curante (scarica audio)

Trascrizione

incurante del pericolo

Il 31 dicembre, mentre molte persone sono immerse nella preparazione del cenone con amici e parenti, nella scelta delle lenticchie da mangiare per portare fortuna, o nel conto alla rovescia finale per salutare il nuovo anno, c’è chi racconta storie sul papa San Silvestro, morto proprio in quella data nel 335, e su come questa ricorrenza si sia trasformata nel tempo da una memoria religiosa a una festa popolare.

Durante un’intervista televisiva di fine anno, un giornalista potrebbe commentare: “È sorprendente quanta non curanza molti mostrino rispetto alle origini storiche di San Silvestro, concentrandosi soltanto sui festeggiamenti moderni”.

Cos’è la “non curanza”? Ne abbiamo già parlato in un episodio della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente. La non curanza indica una mancanza ci cura, di attenzione. Indica l’atteggiamento di chi non presta attenzione o non si occupa di qualcosa; è vicino a “disinteresse” o “trascuratezza”.

In questo caso vuol dire che molte persone trascurano o non considerano la storia profonda della ricorrenza.

Se descriviamo una persona che, pur conoscendo la storia di San Silvestro, non ne parla durante la cena con amici perché vuole solo divertirsi, potremmo dire: “Luisa era incurante delle discussioni storiche intorno alla notte del 31 dicembre; le interessava solo brindare”.

Dell’aggettivo Incurante non abbiamo ancora parlato. E’ un aggettivo che qualifica il comportamento di Luisa: lei non si preoccupa di approfondire o di menzionare la dimensione storica. Luisa si disinteressa di questo, non se ne cura.

Al contrario, se qualcuno organizza una piccola presentazione storica per spiegare agli ospiti stranieri chi era San Silvestro e perché si usa chiamare così quella notte, diremo che quella persona si è curata di far capire il significato storico della data. “Curarsi di” qualcosa indica l’attenzione e la responsabilità che ha dedicato a spiegare il contesto culturale agli altri.

Tutto deriva dalla parola “cura”, chiaramente.

Per chiarire ulteriormente queste espressioni con esempi in altri contesti: immagina un gruppo di studenti che deve preparare un progetto per la scuola. Se nessuno di loro legge i libri o presta attenzione alle fonti, qualcuno potrebbe lamentarsi della non curanza con cui affrontano lo studio. Se uno studente è incurante delle istruzioni dell’insegnante e non segue le linee guida, finirà per fare un lavoro scarso. Se invece uno studente si cura di raccogliere fonti affidabili, ordinare le idee e controllare i dettagli, il progetto sarà più solido.

Infine, considera il contesto di una città che deve prepararsi per il grande evento di Capodanno: se l’amministrazione non si cura di organizzare servizi di sicurezza e pulizia, i cittadini potrebbero lamentarsi della non curanza istituzionale nei confronti del loro benessere, e la stampa potrebbe descrivere i funzionari come incuranti dei rischi legati ai fuochi d’artificio, alla folla e alla pulizia delle piazze.

Queste frasi e situazioni aiutano a capire come, in italiano, non curanza, incurante e “curarsi di qualcosa” si usano per descrivere atteggiamenti di attenzione o disattenzione verso compiti, eventi storici, persone e responsabilità.

Il prefisso di incurante si dice “privativo”: in indica assenza, negazione.

La radice invece è curante, participio presente di curare.
Il significato letterale di incurante è quindi di una persona “che non si cura (di qualcosa)”.

Quando diciamo che qualcuno è “incurante”, comunichiamo implicitamente che dovrebbe prestare attenzione ma non lo fa, e questo comportamento è potenzialmente rischioso, scorretto o poco opportuno.

Alcuni sinonimi sono:

  • distratto: rispetto a incurante, che sottolinea la mancanza di attenzione verso qualcosa che meriterebbe cura, non ha una sfumatura negativa. Infatti nella distrazione, semplicemente l’attenzione è altrove, perché spesso avviene in modo involontario. E’ meno giudicante rispetto a incurante

  • disattento: la persona disattenta non presta attenzione quando dovrebbe; è vicino a “distratto”, ma è più legato al compito.

  • negligente: il negligente non adempie ai propri doveri; implica responsabilità mancata. Più grave di “incurante”.

  • superficiale: il superficiale non va in profondità. Resta in superficie senza approfondire. Affronta le cose senza approfondire; riguarda il modo di pensare/agire, non solo l’attenzione.

  • noncurante: attenzione, perché se vogliamo trovare una leggera differenza nell’utilizzo, vi dico che ad esempio se dico a una persona che è non curante degli interessi degli altri, ad esempio, pur essendo molto simile a “incurante”, lo pronuncio spesso con astio, perché la persona non curante di qualcosa lo fa con un tono più volutamente indifferente, quasi di sfida. Incurante in genere è più descrittivo, mentre non curante è più accusativo. Mi spiego meglio: incurante tende a essere più descrittivo nel senso che fotografa un atteggiamento di disattenzione o trascuratezza. Mette l’accento sul comportamento osservabile.
    Esempio: “Andava avanti incurante del traffico”, “affrontò il nemico incurante del pericolo”. Potrei usare anche “noncurante” senza troppi problemi (oppure anche “non curandosi del traffico/del pericolo”), però incurante suona meglio come una constatazione. Non è detto ci sia emozione o giudizio. D’altro canto, non curante/noncurante tende a essere spesso più accusatorio: suggerisce una scelta volontaria, quasi provocatoria, di ignorare ciò che andrebbe considerato.
    Esempio: “Si comportava in modo sfacciato, assolutamente noncurante delle regole.”
    Suona quindi più spesso come un rimprovero implicito.

  • indifferente: l’indifferente, infine, non prova interesse o coinvolgimento emotivo; riguarda più il sentimento che l’attenzione.

Con questo episodio si chiude il percorso della rubrica Accadde il, un viaggio attraverso eventi storici utili per approfondire la lingua italiana in modo naturale e coinvolgente. Per chi desidera continuare a ripassare questi contenuti e ritrovarli periodicamente, il gruppo WhatsApp riservato ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente rappresenta lo spazio ideale: lì gli episodi vengono ripresi, commentati e integrati nel lavoro quotidiano sulla lingua. Se apprezzi questo tipo di contenuti ti invito a diventare membro dell’associazione e a partecipare attivamente alla nostra comunità.

Chiaramente, se vuoi andare avanti da solo, incurante dei miei consigli, fai pure 🙂

Fare a sportellate, calciatore boa – IL LINGUAGGIO DEL CALCIO (Ep. 30)

Fare a sportellate (scarica audio)

Indice episodi del linguaggio del calcio

Trascrizione

Nel linguaggio calcistico, l’espressione “fare a sportellate” ultimamente va abbastanza di moda e ormai fa parte del linguaggio calcistico direi.

L’espressione descrive una fase di gioco in cui due calciatori, spesso un attaccante e il suo marcatore diretto, ingaggiano un duello fisico molto intenso. Il verbo ingaggiare lo spiegherò un’altra volta.

Diciamo per ora che che questi due calciatori lottano fisicamente tra loro per recuperare la palla.

Ma perché richiamare gli sportelli?

Quali sportelli?

Parliamo degli sportelli delle automobili, quelli che si usano per entrare e uscire dall’auto.

L’immagine dunque è quella delle automobili che si urtano con gli sportelli. Immaginate di aprire gli sportelli laterali dell’auto per colpire l’auto che vi si affianca.

Nel calcio la metafora rende bene l’idea di contatti continui, gomitate controllate, spallate, protezione del pallone e uso della forza per guadagnare posizione.

È un modo colorito per dire che nessuno dei due ha intenzione di cedere un centimetro.

Chi sono i calciatori che “fanno a sportellate”?

Per poter davvero “fare a sportellate” servono carattere, fisicità e una certa cattiveria agonistica. Non basta essere forti: occorre saper reggere l’urto, proteggere il pallone, lavorare di corpo e mantenere l’equilibrio anche quando il difensore prova a sbilanciarti.

Tipicamente, i protagonisti di questa espressione sono:

Centravanti potenti, i cosiddetti calciatori “boa” d’area di rigore, che giocano molto spalle alla porta.

L’espressione “attaccante boa” è uno dei modi informali usati nel gergo calcistico per descrivere un certo tipo di centravanti.
È un attaccante molto forte fisicamente, capace di proteggere il pallone tenendo lontani i difensori, proprio come una boa che resta ferma e stabile in mezzo al mare mentre tutto le gira intorno.

Avete presenti le boe vero?

Quelle palle galleggianti gialle o arancioni che servono a segnalare confini o limiti da rispettare.
Le caratteristiche tipiche di un “attaccante boa” sono il gioco spalle alla porta, grande forza nei duelli corpo a corpo, la capacità di fare a sportellate con il marcatore e chiaramente tiene su la squadra, “fa salire il blocco”, come si dice.
L’attaccante boa smista anche palloni per gli inserimenti dei compagni.

Come esempi potrei citare Lukaku, Osimhen, Didier Drogba, Giroud e Dzeko.

Questi attaccanti usano il corpo per creare spazio, prendere posizione e liberare compagni inseriti.

Parliamo anche di difensori cosiddetti rocciosi; un dell’aggettivo, questo, per descrivere calciatori abituati al corpo a corpo costante e abituati a fare a sportellate.

Un esempio Italiano è Giorgio Chiellini.

Altri esempi possono essere Pepe e Rúben Dias.

Il loro mestiere consiste proprio nel portare l’attaccante su un terreno fisico, dove possono far valere massa e aggressività.

Anche questa è un’espressione interessante: portare uno scontro, un duello, una sfida, su un terreno particolare, fisico in questo caso.

In questo caso la stazza di un calciatore finisce per prevalere su altre caratteristiche.

Ci sono anche calciatori esterni o mezzali particolarmente resistenti, che non disdegnano il duello fisico sulla fascia o nelle zone trafficate del centrocampo, come un centrocampista come Arturo Vidal ai tempi della Juventus.

In tutti questi casi, “fare a sportellate” è quasi un marchio di fabbrica: sono calciatori che trasformano la lotta per la posizione in un’arte.

L’espressione si usa soprattutto in telecronaca o analisi tecnica per indicare che il giocatore non solo contrasta, ma impegna fisicamente l’avversario in modo prolungato.

Qualche frase dì esempio:

Osimhen sta facendo a sportellate con il suo marcatore diretto: prova a girarsi, resiste, ma il difensore non molla.

Ci sono chiaramente modalità alternative per esprimere lo stesso concetto.

Il linguaggio calcistico, sempre molto figurato, ne offre parecchie.

“Ingaggiare un duello fisico” è più neutro, più adatto forse ai commenti tecnici.

“Lottare corpo a corpo” descrive bene il contatto ravvicinato e continuo. Più usata, se vogliamo, ma le sportellate descrivono meglio le caratteristiche di un calciatore.

“Usare il fisico per proteggere il pallone” è una alternativa valida,che non ricorre ad immagini figurate.

Si può usare anche “fare a pugni con il difensore” ma è meno tecnico, più colloquiale. Trasmette l’idea di grande durezza o di un carattere particolare.

Anche “Battagliare” ,“Battagliare con il marcatore” è un modo colorito ma comune nelle telecronache.

Fare a spallate si usa ugualmente, informale.

“Fare a sportellate”, insomma, è un’iperbole calcistica che evoca un’immagine molto concreta e riconoscibile: quella di due giocatori che si sfidano non solo tecnicamente ma anche fisicamente, senza risparmiarsi.

È un modo per sottolineare la parte più “terrena” del calcio, quella fatta di contatti, leve, resistenza e, soprattutto, volontà di prevalere sull’uomo prima ancora che sul pallone.

Al prossimo episodio di Italiano Semplicemente dedicato al linguaggio del calcio.

Ricordo a tutti gli interessati a questa rubrica che per accedere a tutti gli episodi pubblicati sul sito, occorre chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

– – – –

Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!

https://open.spotify.com/show/6LCTjWrtOSQfmCzyC9TfJh

Esprimere le proprie competenze – terza lezione

Audio in preparazione

Leggi la prima lezione dedicata alle competenze e professionalità

programma del corso di Italiano professionale

Trascrizione

Benvenuti alla seconda lezione del Corso di italiano professionale dedicata alle competenze e come esprimerle.

Nella prima lezione del corso ci siamo concentrati sul modo migliore per presentare noi stessi e la nostra esperienza, imparando a esprimere sia la nostra competenza sia, quando necessario, la nostra mancanza di esperienza senza cadere nella trappola della “sufficienza” e del “minimalismo”. Il focus in quel caso erano le espressioni idiomatiche.

Abbiamo visto che un professionista non deve limitarsi a dire cosa sa fare: deve anche saper comunicare come lo sa fare e con quale livello di padronanza.

Vale la pena ricordare che questi due non sono gli unici episodi del corso dedicato al tema delle competenze. Nella quarta sezione del corso, nell’episodio n. 38 lo stesso argomento è stato affrontato dal punto di vista della comunicazione scritta, in particolare nella compilazione del curriculum e nella descrizione del profilo professionale. Lì abbiamo visto formule più adatte alla redazione di un documento formale, mentre nella lezione di oggi restiamo sul piano della comunicazione orale, con espressioni tipiche della presentazione e dell’interazione diretta con colleghi e interlocutori italiani. Questa distinzione tra forma orale e forma scritta è fondamentale per usare sempre la formula più appropriata al contesto.

Questa lezione affronta infatti un altro aspetto fondamentale: la capacità di descrivere il proprio grado di competenza in modo chiaro, calibrato e credibile. In questa fase non basta affermare di essere preparati; è necessario utilizzare le espressioni giuste per trasmettere una valutazione precisa del proprio livello, senza risultare né presuntuosi né insicuri.

Nel mondo del lavoro, infatti, gli interlocutori italiani prestano particolare attenzione a come un professionista definisce le proprie competenze.

Saper dire,ad esempio , di essere “ferrati” in un ambito, ammettere di “avere qualche lacuna”, riconoscere di non essere o stare “sul pezzo” o dichiarare di avere “dimestichezza” con un processo: tutte queste espressioni, che vedremo tra poco, svolgono un ruolo cruciale nella costruzione della fiducia e della credibilità.

C’è anche qualche singola lezione sul sito, fuori dal corso di Italiano professionale, in cui vi ho parlato di qualcuna di queste espressione (vi inserisco anche il collegamento, per comodità) ma oggi voglio inserirle tutte nel contesto professionale.

Iniziamo da un dialogo, in cui alcuni membri dell’associazione parlano dalle proprie competenze. Poi vediamo più da vicino le singole espressioni usate.

Hartmut: Sul nuovo programma io direi di essere abbastanza ferrato, ma ho ancora qualche lacuna sui moduli avanzati.

Albèric: Io, invece, su quella parte non sono proprio sul pezzo: mi arrangio, ma non posso certo dire di dominarla.

Estelle: Per quanto mi riguarda, sulle integrazioni fatte recentemente me la cavo egregiamente; anzi, oserei dire che lì sono piuttosto competente.

Marcelo: In compenso io sono un po’ arrugginito sulla contabilità analitica, dovrei rimettermi in pari e colmare qualche buco.

Julien: Se parliamo di software in generale, invece, lì vado a occhi chiusi: è il settore in cui ho più padronanza.

Karin: personalmente sto facendo progressi, ma al momento posso solo affermare di essere a un livello di base: seguo, capisco, ma non sono ancora esperta.

Carmen: L’importante è capire in quali ambiti si ha davvero dimestichezza e in quali, invece, si è ancora un po’ acerbi: solo così riusciamo a distribuire le attività con criterio.

Bene, adesso che avete ascoltato il dialogo, iniziamo col dire che quando Hartmut , il primo a parlare, dice di essere abbastanza ferrato sul nuovo programma, sta utilizzando un’espressione molto diffusa nel linguaggio lavorativo informale ma ormai accettata anche in contesti più formali. Essere ferrati significa avere una buona preparazione su un argomento, una padronanza acquisita attraverso studio o esperienza. Non indica una competenza massima, ma comunque solida, come se si fosse “armati” di conoscenza. Il termine deriva da “ferrare” (munire di ferro) ma viene usato in senso figurato, contrapponendosi a “profano” o “ignorante“.

Subito dopo, Hartmut parla di qualche lacuna: una lacuna è un vuoto nella conoscenza, qualcosa che ancora manca. È un termine tipico della comunicazione professionale, usato spesso nelle valutazioni delle competenze.

Albèric, al contrario, dichiara di non essere proprio sul pezzo. Questa locuzione è informale e indica una scarsa prontezza o un aggiornamento insufficiente su un tema. Significa, in pratica, non essere preparati come si dovrebbe. Per compensare, Albèric aggiunge che si arrangia: un’altra espressione colloquiale utilissima per descrivere una capacità di cavarsela in modo minimo, senza però dominio vero e proprio della materia. Non a caso Albèric specifica che non può dire di dominarla: dominare un argomento significa conoscerlo a fondo, padroneggiarlo in tutti i suoi aspetti.

Quando interviene Estelle, il registro torna più sicuro: me la cavo egregiamente (cioè in modo egregio) significa che la persona è in grado di svolgere un compito con ottimi risultati. Egregiamente aggiunge un livello di qualità superiore alla media, pur mantenendo un tono abbastanza neutro. Estelle spinge il concetto oltre dicendo che è piuttosto competente: qui il linguaggio diventa pienamente professionale, perché la competenza è un parametro oggettivo nelle valutazioni lavorative.

Marcelo, invece, ammette di essere un po’ arrugginito sulla contabilità analitica.

L’immagine è chiara: come un oggetto che non si usa da tempo e inizia a perdere funzionalità, anche una competenza non esercitata tende a “ossidarsi”. L’espressione è informale, ma molto usata anche tra colleghi. L’obiettivo, dice Marcelo, è rimettersi in pari, cioè tornare al livello di preparazione precedente, aggiornandosi e studiando. Anche luì in fondo, come Albèric, non sta sul pezzo.

L’espressione colmare qualche buco mantiene la metafora delle lacune: si parla di riempire i vuoti nella propria preparazione.

Julien porta un registro diverso, più sicuro. Anche il piglio che dimostra il suo tono squillante lo dimostra: “vado a occhi chiusi”, molto simile a “vado a nozze” (che abbiamo gia visto) significa che svolge certe attività con estrema facilità, senza bisogno di pensarci troppo.

È un’espressione informale, ma molto efficace, spesso usata per comunicare una padronanza naturale o maturata nel tempo. Non a caso Julien parla proprio di padronanza, che è un termine pienamente professionale e rimanda alla capacità di gestire un compito in autonomia e con sicurezza.

Karin offre un punto di vista più prudente: dice di trovarsi a un livello di base. L’espressione è usata spesso nei contesti formativi e indica una conoscenza elementare, sufficiente per orientarsi ma non per operare in modo esperto. “”Sto facendo progressi” dice Karin, il che suggerisce un percorso di crescita, mentre “seguo, capisco, ma non sono ancora esperta” descrive bene la fase intermedia che molti professionisti attraversano quando affrontano nuove mansioni.

Infine, Carmen introduce due concetti chiave: dimestichezza (concetto già esplorato) e essere acerbi. Avere dimestichezza significa come visto muoversi con sicurezza in un’attività, grazie all’abitudine e all’esperienza. È una competenza pratica, non necessariamente teorica. Essere acerbi, invece, richiama l’idea del frutto non ancora maturo: una competenza non ancora sviluppata a dovere.

Carmen conclude sottolineando l’importanza di distribuire le attività con criterio: espressione formale che indica l’uso della razionalità, della pianificazione e della coerenza nella gestione delle risorse umane. Similmente si potrebbe dire di usare la testa, più informale indubbiamente, o il più neutro “usare la logica” o “con raziocinio” o “con razionalità”.

Anche se ho un po’ divagato nel finale, spero che questo approfondimento vi sia piaciuto. Grazie mille ai membri che hanno partecipato.

L’episodio finisce qui e ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi del corso di Italiano nn professionale occorre chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Accadde il 30 dicembre 1848: la corrispondenza

La corrispondenza (scarica audio)

Trascrizione

Un evento storico italiano realmente accaduto il 30 dicembre che possiamo usare per spiegare la parola corrispondenza, oggetto dell’episodio di oggi, è lo scioglimento della Camera del Regno di Sardegna nel 1848: in corrispondenza di questa data, infatti, si verificò un fatto politico significativo durante le rivoluzioni che attraversarono la penisola italiana nel 1848.

Regno di Sardegna

Nel 1848 l’Italia non era ancora unificata e il Regno di Sardegna (che comprendeva Piemonte e Sardegna) fu protagonista di riforme e scontri per l’indipendenza nazionale. Proprio in corrispondenza del 30 dicembre di quell’anno, il parlamento del Regno di Sardegna fu sciolto, una misura presa nel pieno di tensioni politiche e sociali: i mazziniani (i seguaci di Giuseppe Mazzini) dopo aver ottenuto successi elettorali, spingevano per la ripresa della guerra contro l’Austria, mentre le circostanze interne ed esterne rendevano incerta la direzione futura del Regno.

La locuzione “in corrispondenza di” – iniziamo da questa locuzione – indica un allineamento temporale o spaziale tra due elementi.

Mi spiego meglio: quando diciamo “in corrispondenza di questo giorno storico”, intendiamo che l’azione (lo scioglimento della Camera) è collegata al momento preciso del calendario (30 dicembre 1848). Infatti è avvenuto proprio questo giorno. In questo caso si parla di corrispondenza esatta. La coincidenza è un caso particolare di corrispondenza.

Questa espressione “in corrispondeza di” può aiutarci tutte le volte in cui vogliamo esprimere connessioni, legami tra eventi o posizioni: può essere usata per tempi, luoghi o altri riferimenti che “corrispondono” l’uno all’altro.

Se mi fa male il ginocchio, ad esempio, posso dire al mio medico che avverto dolore in corrispondenza del ginocchio.

Il medico dirà: ah, come parli bene!

Scherzi a parte, questo è un uso pienamente appropriato della locuzione, soprattutto in contesti formali, sanitari o descrittivi. Chiaramente nel linguaggio comune potresti dire più semplicemente “ti fa male il ginocchio” o che “senti dolore al ginocchio”.

Quando si studia l’ambiente, potresti dire: I picchi di inquinamento dell’aria si verificano in corrispondenza delle ore di punta del traffico, cioè durante i momenti della giornata nei quali il traffico è più intenso e l’inquinamento aumenta.

In geografia, si potrebbe spiegare: In corrispondenza della dorsale alpina il clima è molto più rigido rispetto alle valli circostanti, indicando come la posizione geografica (la dorsale alpina) corrisponde a particolari condizioni climatiche.

In ingegneria o architettura, potresti dire: I carichi più elevati si osservano in corrispondenza dei pilastri portanti, sottolineando che dove ci sono i pilastri (il riferimento spaziale) si concentra il peso maggiore, il carico maggiore. Infatti senza pilastri la struttura cade, crolla. I pilastri servono a questo.

Un’informazione stradale:

Devi voltare a destra in corrispondenza del palazzo delle finanze.

Cioè: quando vedi quel palazzo, proprio a quell’altezza, volta a destra.

In tutti questi casi “in corrispondenza di” serve quindi a collegare due elementi.

L’evento storico del 30 dicembre 1848 è uno dei tanti eventi che avrei potuto scegliere per l’episodio di oggi.

Adesso faccio una panoramica sulla parola corrispondenza, che non si usa solamente in questo caso.

La parola corrispondenza ha un’idea centrale molto semplice: due cose che si rispondono l’un l’altro, si collegano o coincidono tra loro. Questo lo abbiamo visto, ma da questa idea di base derivano i vari significati.

Nel linguaggio più comune, la corrispondenza è innanzitutto lo scambio di lettere o messaggi scritti. Quando si dice che “è arrivata la corrispondenza”, si parla di posta; quando due persone “mantengono una corrispondenza”, significa che si scrivono con continuità.

Ad esempio, tutta la mia corrispondenza che ho avuto in passato con le mie fidanzate, stanno in un cassetto segreto!

Il termine indica anche una coincidenza o un accordo tra elementi. Per esempio, si può notare la corrispondenza tra un dato dichiarato e un documento ufficiale, oppure la corrispondenza tra quello che si è promesso e quello che poi si fa davvero. In questo caso il termine esprime una forma di coerenza o di equivalenza. Le due cose corrispondono.

Quante volte capita di dire nella vita:

Non mi pare ci sia corrispondenza tra queste due cose

Non vedo la corrispondenza!

Strano, non c’è corrispondenza tra il testo di questo episodio e le parole di Giovanni.

A volte, in effetti, non c’è piena corrispondenza tra lo scritto e l’orale perché magari aggiungo qualcosina mentre parlo, o sostituisco una parola con un’altra.

C’è poi, come detto, la corrispondenza nel senso di posizione, cioè un collegamento spaziale: si può avvertire un dolore in corrispondenza del ginocchio, oppure dire che un edificio è stato costruito in corrispondenza della vecchia porta della città. Qui la parola aiuta a indicare il punto preciso in cui avviene qualcosa.

Ancora: nel mondo dei trasporti la corrispondenza è la connessione tra due mezzi, come quando un treno arriva a un orario che permette di prendere subito l’autobus successivo. Anche qui ritorna l’idea del collegamento. Si chiama più spesso “coincidenza” in questo caso specifico.

Es: devo andare a Roma partendo da Milano, ma devo scendere a Bologna e prendere la coincidenza per Roma.

Infine, in ambito più letterario o culturale, si parla di corrispondenze quando due cose diverse si richiamano, come certe immagini della natura che sembrano riflettere stati d’animo umani. È un uso meno quotidiano ma mantiene lo stesso concetto di fondo.

Es: Se un autore alterna capitoli brevi e frenetici con capitoli lunghi e riflessivi, si può dire che questa alternanza è in corrispondenza con le fasi emotive del protagonista, come se la forma stessa del testo rispondesse al suo percorso interiore.

In tutte queste situazioni la parola “corrispondenza” ruota sempre attorno alla stessa idea: un rapporto tra due elementi che si allineano.

Ah, quasi dimenticavo i corsi per corrispondenza!

I corsi per corrispondenza sono una forma di istruzione a distanza in cui lo studente non frequenta le lezioni in presenza, ma riceve il materiale di studio tramite posta o, oggi, tramite mezzi digitali. L’idea nasce quando non esistevano Internet e piattaforme online: gli istituti inviavano libri, dispense ed esercizi direttamente a casa dello studente, che poi rispediva gli elaborati completati per essere corretti.

Il punto centrale è che l’apprendimento avviene a distanza, senza contatto diretto e continuativo con i docenti. Lo studente studia in autonomia e invia i propri lavori in ritardo, appunto “per corrispondenza”.

Oggi il concetto è quasi del tutto sostituito dai “corsi online”, ma il termine rimane per indicare qualsiasi percorso formativo svolto “a distanza” e con scambi non immediati tra studente e insegnante.

Analogamente, esistono le vendite per corrispondenza, che sono quelle in cui la merce, offerta tramite un catalogo, viene poi spedita in contrassegno postale.

Interessante anche l’uso giornalistico. Infatti si chiama corrispondenza ogni relazione su avvenimenti locali inviata da un “corrispondente” al proprio giornale. Si chiama corrispondenza dall’estero“. Un corrispondente dall’estero è un giornalista che vive o si trova stabilmente in un altro Paese e che invia notizie alla redazione del suo giornale in patria.

Concludo con la corrispondenza univoca e biunivoca, un concetto alquanto matematico direi. Univoca viene da “uno” e biunivoca viene da “due”.

Questo è un concetto che comunque si può spiegare in modo semplice, mantenendo l’immagine della “corrispondenza” come rapporto tra due elementi.

Dunque, un esempio molto intuitivo di corrispndenza univoca è quello dei mesi e del numero dei giorni: a “febbraio” corrisponde un numero preciso di giorni, a “giugno” corrisponde un altro numero, e così per tutti i mesi. Ogni mese ha il suo numero di giorni, ma lo stesso numero di giorni (come 30) corrisponde a più mesi. Dunque il rapporto funziona bene in una direzione sola: dal mese al numero dei giorni. Ogni mese ha un solo numero di giorni, mentre invece lo stesso numero di giorni ce l’hanno più mesi. Solo nel caso di febbraio c’è corrispondenza biunivoca, perché è l’unico mese ad avere 28 giorni.

L’episodio finisce qui e ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi della rubrica “Accadde il” , come anche a tutti gli altri pubblicati sul sito, occorre chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Vi aspettiamo!

corrispondenza