Questi articoli sono per coloro che hanno già qualche conoscenza della lingua italiana, che riescono cioè a comprendere il linguaggio base, ma hanno ancora molte carenze grammaticali e di espressione.
Un evento adatto a spiegare bene il valore figurato di “scottante”, è l’approvazione della legge n. 833 del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
Il 23 dicembre 1978 il Parlamento italiano approvò una riforma epocale: la sanità diventava un diritto universale, garantito dallo Stato a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito.
Non è da poco considerando che, tanto per fare un esempio, negli Stati Uniti non esiste.
La riforma suscitò immediatamente un dibattito scottante: da un lato c’era l’entusiasmo per un sistema più equo, dall’altro fortissime preoccupazioni sui costi, sull’organizzazione e sul ruolo delle Regioni.
Per molti politici e amministratori la sanità divenne un tema scottante, perché toccava interessi economici enormi, responsabilità dirette e il rischio di errori con conseguenze sociali rilevanti.
Ancora oggi, quando si parla di finanziamento del SSN o di liste d’attesa, il tema resta scottante, proprio perché delicato, sensibile e potenzialmente conflittuale.
Questo esempio aiuta a capire bene il significato figurato di scottante. Un argomento è scottante quando è attuale delicato e rischioso, quando chi lo affronta può “scottarsi”, cioè subire critiche, polemiche o conseguenze politiche e personali. Non è necessario che ci sia dolore o tragedia: basta che la questione sia difficile da maneggiare.
In altri contesti, si può parlare di una inchiesta scottante che un giornalista pubblica con cautela, di una domanda scottante durante una conferenza stampa, oppure di una decisione scottante in ambito aziendale, capace di creare tensioni interne.
Rispetto a cocente, che abbiamo appena trattato, la differenza resta netta. “Cocente” è legato soprattutto al dolore provato: una sconfitta cocente, una delusione cocente, qualcosa che fa male sul piano emotivo.
“Scottante”, invece, a differenza anche di come lo usano i bambini (lo utilizzano quando toccano qualcosa di molto caldo, qualcosa che scotta), indica ciò che è pericoloso o imbarazzante da affrontare, anche se il dolore non è presente.
In poche parole, “cocente” brucia dentro (o fuori, ma solo nel caso del sole) mentre “scottante” brucia se lo tocchi, ma solo in senso figurato, mi raccomando!
Un sole cocente
Un argomento scottante
Un tema scottante
Una delusione cocente
Segue un breve racconto per capire meglio.
Titolo: un tema scottante
Sul far della sera, quando il cielo ardeva di porpora e d’oro, Ser Aldo sostava solo nel cortile del suo cuore. Un segreto gli gravava sul petto come ferro incandescente: dirlo era rischio, tacerlo era pena.
Giunse Livia, lieve come verbo non detto. «Perché tremi?» chiese.
«Perché la verità scotta,» rispose egli, «e brucia chi la stringe a mani nude.»
Allora ella sorrise, e nel sorriso v’era coraggio. «Meglio una bruciatura che una vita al gelo.»
Ser Aldo parlò. Il mondo non crollò. Anzi, parve respirare.
Così appresero entrambi che il silenzio è catena, la parole è fiamma: ferisce, sì, ma illumina il cammino degli uomini.
Un evento storico avvenuto il 22 dicembre 1947 è l’approvazione della Costituzione della Repubblica Italiana da parte dell’Assemblea Costituente.
Dopo il fascismo e la guerra, l’Italia scelse consapevolmente di fondarsi su principi come la libertà, la tutela dei diritti, l’equilibrio dei poteri e la partecipazione democratica.
Quel testo, entrato poi in vigore il 1° gennaio 1948, rappresenta ancora oggi uno dei più importanti lasciti storici e civili del Novecento italiano.
La parola del giorno è lascito. Attenti alla pronuncia.
Rappresenta ciò che viene lasciato. Ma se lascio l’ombrello a casa, quello non è un lascito.
“Fare un lascito” significa lasciare qualcosa di sé, indica ciò che viene lasciato in eredità, materiale o morale, e che continua ad avere valore nel tempo per chi lo riceve.
Indica ciò che viene trasmesso alle generazioni future, non solo in senso materiale (come un’eredità, cioè un lascitotestamentario), ma soprattutto in senso morale, culturale, politico o ideale.
Dire che la Costituzione è un lascito significa sottolineare che non è soltanto una legge, ma un patrimonio di valori consegnato ai cittadini di oggi e di domani.
Il termine si usa spesso in contesti storici e culturali.
Per esempio, si può dire che la Resistenza ha lasciato in lascito all’Italia il valore dell’antifascismo, oppure che un grande scrittore ha lasciato un lascito culturale fondamentale attraverso le sue opere.
Anche nella vita quotidiana il termine funziona: un insegnante può lasciare ai suoi studenti un lascito di metodo, di rigore o di curiosità intellettuale, pur senza lasciare nulla di materiale.
Si usa dire lasciare in lascito qualcosa.
Il contesto più adatto per usare lascito è quindi quello in cui si vuole evidenziare un’eredità duratura, qualcosa che continua ad avere valore nel tempo e che comporta anche una responsabilità: un lascito non si riceve passivamente, ma va compreso, custodito e, se possibile, migliorato.
Per concludere vi faccio tre esempi:
I miei genitori hanno ricevuto dai nonni un lascito importante: una bella villa al mare.
Alla morte dello zio, i nipoti hanno ricevuto in eredità la casa di famiglia, ma il vero lascito è stato il senso di responsabilità e di rispetto che lui aveva sempre trasmesso loro.
L’opera di Dante rappresenta un lascito culturale immenso: non solo ha influenzato la letteratura italiana, ma ha contribuito a formare la lingua e l’identità del Paese.
Oggi parliamo di una cosa che vi farà sorridere, ve lo garantisco. Parliamo di come noi italiani amiamo giocare con le parole, in particolare con le parti del corpo.
Allora, voi sapete già che in italiano possiamo far diventare le parole più piccole o più grandi, no?
Parliamo dei diminutivi e degli accrescitivi, ma solamente relativi alle parti del corpo. C’è anche un altro episodio dedicato ai diminutivi, ma più generico.
Ad esempio manina è un diminutivo di mano, mentre manona è un accrescitivo.
Possiamo dire “manina” quando è piccola, oppure “manona” quando è grande. Semplice, direte voi. Sì, però…
Questi diminutivi e accrescitivi non indicano sempre e solo la dimensione fisica. Oh no. Sarebbe troppo facile!
I diminutivi come si formano? Come funziona tecnicamente questa cosa? Allora, per fare il diminutivo di solito aggiungiamo -ino/-ina o -etto/-etta.
Mano diventa manina, manetta
Piede diventa piedino
Testa diventa testina
Per l’accrescitivo usiamo -one/-ona:
Mano diventa manona
Testa diventa testone o testona
Naso diventa nasone
Il braccio diventa il braccino o il braccetto.
eccetera
La testina
Partiamo della parola testina. La mano la vediamo dopo.
Ovviamente una testina è una testa piccola, questo è il significato base. Un bambino ha una testina, un uccellino ha una testina. Fin qui tutto normale.
Ma aspettate. Se io dico a qualcuno “usa la testina!” cosa sto dicendo? Non sto mica dicendo che ha la testa piccola! Sto dicendo: ragiona un po’, pensa! È un modo carino, quasi affettuoso, di dire “usa il cervello”.
Ah, e poi c’è “avere una bella testina”. Qui parliamo di qualcuno intelligente, sveglio. Un ragazzo che a scuola va bene, che capisce le cose al volo, diremo: “Eh sì, ha una bella testina quello lì!”. È un complimento, insomma.
Il testone
E adesso veniamo al testone. Qui le cose si complicano un pochino.
Un testone è una testa grande, d’accordo. Ma in senso figurato?
Beh, un testone è anche una persona testarda, cocciuta, che non cambia idea facilmente.
Gianni è proprio un testone, quando si mette qualcosa in testa non c’è verso di fargli cambiare idea!
Vedete? Il testone non è necessariamente una cosa negativa, eh. A volte la testardaggine serve. Quando devi portare avanti un progetto difficile, quando tutti ti dicono di mollare e tu invece continui… ecco, lì essere un testone può essere una qualità!
A proposito, mi viene da fare una piccola divagazione. In Italia abbiamo un proverbio che dice “testa dura come il marmo”. Il marmo, sapete, è una pietra durissima. Ecco, quando qualcuno è particolarmente testardo, usiamo questa espressione. “Hai una testa dura come il marmo!” Non è esattamente un complimento, devo dirlo.
Manina e manona
Ah, le mani! Che argomento interessante. Allora, una manina è una mano piccola. I bambini hanno le manine, e quando diciamo “che belle manine!” a un bambino, è un’espressione di tenerezza.
Ma poi… poi c’è un uso direi “politico” di manina che è assolutamente geniale! Quando diciamo che c’è stata “una manina” in qualche affare politico, intendiamo che qualcuno ha interferito, si è intromesso, ha fatto qualcosa di nascosto per influenzare le cose.
Quel contratto non è stato assegnato in modo trasparente, c’è stata sicuramente una manina…”
Capite? La manina è piccola, quasi invisibile, proprio come un’interferenza discreta ma efficace. È bellissimo come uso metaforico, no?
Può esserci l’intervento di una manina anche in ufficio se un documento viene modificato all’ultimo per tutelare qualche interesse particolare.
E la manona? Beh, ovviamente è una mano grande. “Ha delle manone che sembrano pale!” diciamo di qualcuno con mani molto grandi.
Ma c’è anche un significato figurato interessante: dare una manona a qualcuno significa aiutarlo, dargli una mano in modo sostanziale.
Ho bisogno di una bella manona per finire questo lavoro
Vuol dire: ho bisogno di un aiuto consistente, non una cosa da poco.
I piedini
Qui entriamo nel regno della tenerezza! I piedini sono i piedi dei bambini, piccoli e grassottelli. “Che piedini carini!” diciamo ai neonati. È quasi impossibile dire “piedini” senza usare un tono affettuoso.
Però attenzione. “avere buoni piedini” si può usare nel linguaggio sportivo. Significa essere veloce, essere bravo a correre, oppure essere dotati di un’ottima tecnica. Un calciatore con buoni piedini è anche uno che sa muoversi bene in campo.
E poi c’è un’espressione che forse conoscerete: “stare in punta di piedi”. Aspettate, qui non stiamo usando il diminutivo, ma visto che parliamo di piedi… vi spiego lo stesso! Stare in punta di piedi significa letteralmente alzarsi sulle punte per vedere meglio, ma figuratamente vuol dire essere discreti, attenti a non disturbare. “Quando entro tardi a casa, cammino in punta di piedi per non svegliare nessuno.”.
In senso figurato “fare le cose in punta di piedi” significa però agire con molta discrezione, prudenza e delicatezza, per non farsi notare, non disturbare o non creare problemi, proprio come quando si cammina sulle punte per non fare rumore; può anche indicare un approccio cauto e misurato, evitando di sbilanciarsi o prendere posizioni nette, quasi come “non mettere i piedi per terra” se non necessario, ma in modo positivo, con garbo e rispetto.
Altri accrescitivi e diminutivi curiosi
Ora, visto che ci siamo, vi racconto qualche altra curiosità.
Il nasone: un naso grande. E Roma, lo sapete, ha i nasoni! Ma questi non sono nasi di persone, sono le fontanelle pubbliche di acqua potabile che hanno questa forma particolare, come un grosso naso. Geniale, no?
L’occhiolino: un occhio piccolo. Ma “fare l’occhiolino” significa ammiccare, flirtare con qualcuno. “Quella ragazza ti ha fatto l’occhiolino!” – stai attento, ti sta corteggiando! Attenzione poi, non si dice occhino, ma occhiolino. E’ lo stesso che dire “strizzare l’occhio“. A proposito, c’è già un episodio in cui ho spiegato questa bella espressione. Ci sarebbero anche gli occhioni e gli occhietti. Tipo:
Guardava il gattino con i suoi occhietti curiosi
Il suffisso -etto/-etti attenua e rende la parola più tenera, più simpatica.
Lo stesso vale però con occhioni.
Es:
Con quegli occhioni dolci, mi faceva molta tenerezza!
Passiamo al boccone: in realtà dovrebbe essere la “boccona”, e qui vabbene, è una grande bocca, ma il boccone, al maschile, cambia completamente significato! Un boccone non è una bocca grande, ma è un piccolo pezzo di cibo che si può mangiare in un solo morso. “Mangio solo un boccone e arrivo“, cioè mangio velocemente qualcosa.
Ma il boccone si usa in tantissime espressioni. La parola boccone nasce dal gesto concreto del mangiare, è vero, ma nel tempo ha esteso molto il proprio significato. In origine indica la quantità di cibo che si può addentare e masticare in una volta, come in “un boccone di pane” o “mangiare a grossi bocconi”. Da qui derivano numerose espressioni figurate: un boccone amaro è un’umiliazione o un forte dispiacere; buttare giù un boccone dopo l’altro significa mangiare con avidità; contare i bocconi a qualcuno vuol dire essere avari; levarsi il boccone di bocca indica privarsi del necessario per aiutare altri; mangiarsi qualcuno in un boccone equivale ad annientarlo grazie a una netta superiorità.
La juventus si mangerà il Milan in un sol boccone
La juventus farà del Milan un sol boccone
Entrambe le forme sono valide.
In senso figurato, boccone può indicare anche un’offerta molto allettante, qualcosa che “fa gola” e che si vorrebbe accettare senza esitazione.
Es:
Quel lavoro da sogno a tempo indeterminato con stipendio alto è un vero boccone: chi non lo prenderebbe?
Non posso però non parlarvi del “bocconcino“.
Si usa spesso ad esempio “un vero bocconcino” che può riferirsi a una delizia culinaria (come un piccolo morso saporito, spesso di mozzarella di bufala), a una persona molto attraente (in senso figurato). Indica quindi qualcosa di piccolo, appetitoso e di alta qualità, perfetto per un assaggio. Avete mai assaggiato i bocconcini di pollo? Tranquilli, si tratta semplicemente dei chicken nugget 🙂
Sul termine “bocchino” invece andiamo anche sul volgare, perché il significato è legato alla bocca, ma questo non è solamente il, nome del piccolo e sottile cannello per introdurvi il sigaro o la sigaretta da fumare. Indica anche l’imboccatura degli strumenti a fiato, ma è anche il nome volgare della fellatio, vale a dire il nome volgare del “rapporto orale”.
E bocconi? Al plurale cosa succede? Sì, si usa per mangiare, come boccone (tipo: “mangio due bocconi e arrivo”) ma non solo.
Ad esempio “Bocconi”, oltre che il nome di una prestigiosa università di Milano, è anche un avverbio e indica una posizione del corpo. La posizione di chi è disteso con il ventre e la faccia in giù. E’ opposto a supino, cioè a pancia in su.
Quindi “stare bocconi” in italiano significa essere distesi a pancia in giù, con il viso rivolto verso il basso. Per curiosità, tu dormi bocconi, supino o di fianco? Qual è la tua posizione ideale quando dormi?
Poi c’è l’espressione “a spizzichi e bocconi”, molto divertente perché accosta due modi diversi di mangiare poco: lo spizzico, cioè spizzicare, il prendere qua e là piccole quantità, e il boccone, che richiama invece qualcosa di un po’ più consistente. Insieme rendono bene l’idea di un’azione fatta senza ordine, senza continuità e senza mai saziarsi davvero.
Per questo oggi l’espressione si usa quasi sempre in senso figurato: studiare a spizzichi e bocconi, lavorare a spizzichi e bocconi o raccontare qualcosa a spizzichi e bocconi significa farlo in modo frammentato, saltuario e disorganico, spesso perché manca tempo o concentrazione. L’effetto è spesso ironico, perché suggerisce che, proprio come a tavola, non ci si gode né un vero pasto né un risultato completo.
Poi, visto che vi ho parlato di “stare bocconi” e “stare supini“, parlando di posizioni del corpo mi viene in mente anche la parola ginocchioni, che sarebbero grandi ginocchia, è vero, ma in realtà stare ginocchioni (o “stare ginocchione”, al singolare) significa stare “in ginocchio”, cioè con le ginocchia piegate a terra, come quando si prega. Quindi stare ginocchioni, pregare ginocchioni, mettersi ginocchioni, cadere ginocchioni: tutte modalità usate dagli italiani. Talmente usate che, nella versione “in ginocchioni” si possono anche attaccare le due parole e ottenere “inginocchioni“, tutto attaccato, o con grafia unita, come si dice.
Altre parti del corpo?
Potrei dirvi della “linguetta“. Se una persona ha la “linguetta lunga” significa che parla troppo o che non sa tenere un segreto o che parla male delle persone. Dipende un po’ dal contesto.
Che dire delle orecchie? Qui entriamo in un ambito divertente, perché le orecchiette si mangiano; non si ascoltano ma si mangiano: si tratta di una tipologia di pasta e il nome nasce dalla forma, che ricorda piccole orecchie. Le orecchiette nascono in Puglia ma si mangiano ovunque ormai. Gli orecchini invece si indossano, essendo un ornamento che si portano all’orecchio, mentre gli orecchioni sono una malattia, il cui nome in realtà è “parotite“, una malattia tipica dell’infanzia. Il nome deriva dal gonfiore evidente vicino alle orecchie, quindi ancora una volta dall’aspetto fisico, ma con un valore medico e popolare insieme. Non parliamo del recchione invece, o ricchione, che è un termine volgare per indicare un omosessuale: non serve a descrivere ma a offendere.
Finiamo col piedino, perché l’espressione “fare piedino” significa toccare o sfiorare il piede (o la gamba) di qualcuno con il proprio piede, di solito sotto un tavolo, con un’intenzione complice o seduttiva. È un gesto silenzioso, nascosto, che serve a comunicare interesse o intimità senza farsi notare dagli altri presenti. Si può fare piedino anche a letto, al proprio partner, per fare pace o dichiarasi disponibili… fate voi 🙂
Ah quasi dimenticavo il braccino. Abbiamo visto una volta in un episodio l’espressione “avere il braccino corto“, che denota una difficoltà nello spendere, diciamo così. Ma no, diciamo le cose come stanno: chi ha il braccino corto è proprio tirchio!, Un avaro!
Abbiamo anche visto poi un uso particolare del termine braccetto: “andare a braccetto“, cioè più o meno andare d’accordo, ma meglio se date un’occhiatinaall’episodio, tanto per restare in tema 🙂
Un consiglio finale: quando imparate questi diminutivi e accrescitivi, cercate di memorizzarli insieme al loro uso figurato, non solo quello letterale.
Bene, per oggi è tutto. Vi saluto con una piccola sfida: provate a usare almeno uno di questi diminutivi o accrescitivi nella vostra prossima conversazione in italiano. Magari dite a qualcuno “usa la testina!” quando deve risolvere un problema. Vedrete che effetto fa!
L’episodio di oggi è stato già inserito all’interno dell’audiolibro delle espressioni idiomatiche, il terzo della serie, quindi se vi interessa leggere e ascoltare anche gli altri episodi, potete acquistare l’audiolibro da questo sito, nella sezione “shop” in versione PDF e MP3, oppure se preferite la versione cartacea o la versione Kindle, potete andare sulla pagina Amazon di Italiano Semplicemente.
Marcelo: ma lo avete visto il bambino di Marco? Con quegli occhioni spalancati e le manine che si muovono a vuoto ti mette kappaò!
Julien: Ma dai, non mi dirai che sei così sensibile! Passipure che che la tua testolina vada in tilt per cinque minuti, ma poi voglio sperare che tu sappia tornare la persona fredda e logica che tutti conosciamo!
Hartmut: Anche io voglio usare qualche parola imparata oggi. Ove mai ci riuscissi ne sarei felice, ma sono abbastanza testone, quindi provo e riprovo finchè alla fine non ne vengo a capo.
Carmen: ci provo anch’io. Questo lungo episodio, tra braccine corte e testone dure ci ha messo a dura prova! Ho tenuto botta comunque! Adesso vado a cucinarmi le orecchiette!
Vi racconto un episodio importante per la storia dell’Italia perché rappresenta uno dei momenti chiave dell’espansione coloniale italiana in Africa orientale.
Parlo di ciò che accadde il 21 dicembre 1893, quando, nel contesto della guerra mahdista, si svolse in Eritrea la Seconda battaglia di Agordat, uno degli episodi più significativi dell’espansione coloniale italiana nel Corno d’Africa.
In quell’occasione circa 2.300 ascari eritrei, affiancati da 75 militari italiani e guidati dal colonnello Giuseppe Arimondi, affrontarono un esercito molto più numeroso, composto da circa 10.000 combattenti mahdisti.
Per la cronaca, gli ascari eritrei erano soldati locali provenienti dall’Eritrea che venivano arruolati e addestrati dall’esercito coloniale italiano a partire dalla fine dell’Ottocento. Il termine “ascari” deriva dall’arabo ‘askarī’, che significa “soldato”.
Sempre per la cronaca, il nome della guerra deriva dal nome Madhi.
La guerra mahdista fu un lungo conflitto combattuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nel Sudan e nelle regioni vicine. Nacque da un movimento religioso e politico islamico guidato dal Mahdi, che si opponeva al dominio egiziano e britannico e, successivamente, anche alla presenza coloniale italiana.
In questo contesto, la sconfitta di Agordat, dal punto di vista linguistico può essere definita cocente per i mahdisti: inattesa, umiliante e molto dolorosa sul piano militare e simbolico. Non solo una perdita militare, ma un colpo duro al prestigio e alle aspettative di chi si riteneva in netto vantaggio.
L’aggettivo cocente è simile a “doloroso“, ma si associa prevalentemente alle sconfitte.
Sapete che non stiamo parlando del participio presente del verbo “cuocere” che è cuocente, anchesein qualche dialetto diventa cocente, senza la lettera u.
Tornando a “Cocente” nel senso legato al dolore, devo dirvi che non si riferisce al dolore fisico, ma parlo della sensazione di brucioreemotivo e psicologico associato a una battuta d’arresto importante o improvvisa. C’è sempre qualcosa che brucia quindi, ma in senso metaforico.
Per rendere il concetto più chiaro usciamo dal contesto della guerra.
Immagina uno sportivo che sta dominando una gara, è primo per quasi tutto il tempo ma perde negli ultimi metri all’ultimo secondo: la sua delusione è cocente perché non è solo una sconfitta, ma una sconfitta bruciante, che lascia un segno profondo.
Nel linguaggio quotidiano italiano, cocente si usa spesso per evidenziare che la delusione o il danno emotivo sono particolarmente forti, come se “bruciassero” internamente.
È una parola che aggiunge intensità: non è soltanto una brutta esperienza, è un’esperienza che colpisce profondamente chi la vive.
Cosa può essere definito cocente? Una sconfitta ma non solo. Una delusione, un’esperienza ,una delusione,una umiliazione, un rimorso e un rimpianto.
Non si usa per fatti lievi o per dispiaceri superficiali. Porta sempre con sé l’idea di dolore vivo, immediato, quasi fisico.
Proprio per questo è una parola molto efficace e molto usata in italiano, soprattutto nel linguaggio giornalistico, sportivo e narrativo, quando si vuole far sentire al lettore che “fa male davvero”.
Immaginate infine una ragazza pizzaiola napoletana che partecipa ad un concorso negli Stati Uniti per la pizza più buona. Vittoria scontata no? Pensate se la ragazza napoletana arriva seconda dietro un pizzaiolo nato e cresciuto nel Kansas City. Conoscete una sconfitta più cocente di questa?
Proviamo oggi a spiegare “durare da Natale a Santo Stefano” nello stile di Italiano Semplicemente, cioè in modo narrativo, discorsivo e con qualche divagazione linguistica, senza ridurre tutto allo stretto indispensabile, anche perché, quando si parla di espressioni idiomatiche, andare nei meandri della lingua è spesso la vera chiave di volta.
Ringrazio Danielle per avermi suggerito questa bella espressione.
Dunque, che cosa significa “durare da Natale a Santo Stefano”?
L’espressione “durare da Natale a Santo Stefano” è un modo tipicamente italiano per dire che qualcosa dura pochissimo, anzi, quasi niente, come una promessa fatta con pochissima convinzione, tipo “con l’anno nuovo mi metterò a dieta”. Della serie: mai ripromettersi certe cose con leggerezza!
Natale e Santo Stefano, infatti, sono attaccati, 25 e 26 dicembre, quindi potremmo dire che un giorno segue l’altro non appena finisce il primo. Di tempo, tra i due, ce n’è talmente poco che, a conti fatti, si parla di una durata irrisoria.
È un’espressione che funziona perché è ironica e immediata.
In conclusione, “durare da Natale a Santo Stefano”, considerato che si usa sempre per ironizzare, ha l’obiettivo di prendere in giro, smontando con leggerezza delle aspettative, sgonfiando promesse e mettendo sul piatto la realtà dei fatti, perché certe cose, vuoi o non vuoi, si capiscono subito.
Sofie:
Per il 2026, proprio non saprei cosa aspettarmi. Adoggi, sonoalle prese con aspettative contrastanti, perché le domande che mi faccio sono sempre le stesse: come sono messo? A che punto sono con i miei progetti?