3 giorni in Italia – Lezione 18: lamentarsi al ristorante

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Sei in Italia, seduto al ristorante. Hai fame, hai ordinato con entusiasmo… e finalmente arriva il piatto. Lo guardi, lo assaggi… e qualcosa non va.

È freddo. È troppo salato. O magari non è nemmeno quello che avevi ordinato.

E adesso?

Oggi vediamo proprio questo: come lamentarsi al ristorante in italiano… senza sembrare maleducati.

Perché sì, gli italiani si lamentano, eccome se si lamentano… ma spesso lo fanno con una certa eleganza, senza attaccare direttamente.

Mettiamoci subito in una situazione concreta.

Ti arriva un piatto diverso da quello ordinato.

La prima reazione potrebbe essere dire: “Questo è sbagliato”.
Ma in Italia è molto più naturale dire:

Mi scusi, forse c’è stato un errore…

Adesso ripeti la frase. Ti lascio il tempo per farlo.

—————————-

Mi scusi, forse c’è stato un errore…

Hai sentito quella parola? “Forse“.
È piccola, ma cambia tutto. Rende la frase più morbida, meno aggressiva. Possiamo usare anche “probabilmente” al posto di “forse”.

Oppure:

Ci dev’essere stato un piccolo errore

Dev’esserci stato un piccolo errore

Se diciamo “dev’esserci stato” o “ci deve essere stato” (sono due forme equivalenti) stiamo ugualmente esprimendo un dubbio, o quantomeno una certezza camuffata da dubbio, tanto per non essere aggressivi.

Proviamo a continuare.

Mi scusi, io avevo ordinato la carbonara… questo mi sembra amatriciana.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, io avevo ordinato la carbonara… questo mi sembra amatriciana.

Qui non stai accusando nessuno.
Stai semplicemente esprimendo un dubbio: mi sembra. È un modo molto italiano di parlare. Ancora una volta, magari ne siamo sicuri che quella sia una amatriciana e non una carbonara, ma meglio esprimersi in questo modo.

Andiamo avanti.

Immagina che il piatto sia freddo.
Dire “questo piatto è freddo”, “questa pasta è fredda” , può suonare un po’ troppo diretto.

Molto meglio dire:

Mi scusi, è possibile scaldarlo un attimo? Non è molto caldo.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, è possibile scaldarlo un attimo Non è molto caldo.

Hai notato? Non solo segnali il problema, ma proponi anche una soluzione.

Questo rende tutto più civile, più collaborativo.

Adesso entriamo in un campo un po’ delicato: il gusto.

Il piatto è troppo salato.

Dire “È troppo salato” può ancora sembrare un giudizio forte.
Un italiano, spesso, direbbe:

Mi scusi, forse è un po’ troppo salato per i miei gusti…

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, forse è un po’ troppo salato per i miei gusti…
Quel “per i miei gusti” è fondamentale.

Non stai criticando il piatto in assoluto. Stai parlando di te.

E questo, nella comunicazione italiana, è molto importante.

Un altro caso tipico.

Non ti piace il piatto.

Molti stranieri dicono: “Non mi piace”.

Non è sbagliato, ma può suonare brusco.

Meglio dire:

Mi scusi, mi spiace ma questo piatto non è proprio di mio gusto.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, mi spiace ma ma questo piatto non è proprio di mio gusto

Oppure:

Non è come me lo aspettavo.

Ripeti.

Sono frasi più sfumate, più diplomatiche.

E poi c’è un’espressione molto utile, quasi universale.

Mi scusi, c’è qualcosa che non va in questo piatto

Ripeti.

—————————-

È vaga, sì, ma proprio per questo è perfetta per iniziare.

Non entri subito nel dettaglio, lasci spazio al dialogo.

Il cameriere potrebbe replicare: Cosa c’è che non va?

È un po’ troppo salato per i miei gusti.

E se vuoi essere ancora più cortese, puoi iniziare così:

Mi scusi se disturbo…

Ripeti.

—————————-

salato

È una formula tipicamente italiana.

Anche se, diciamolo, non stai disturbando: sei un cliente!

Ancora. Vediamo se hai imparato:

Mi scusi, questa birra ha troppa schiuma!

Meglio dire:

Scusi, per i miei gusti, questa birra ha troppa schiuma. È possibile averne una con meno schiuma?

Ripeti

—————————-

birra con schiuma

Ancora.

Scusi, il caffè è freddo.

Meglio dire:

Scusi il disturbo, ma il caffè lo preferisco più caldo. Questo è un po’ freddo.

Ripeti

—————————-

Scusi il disturbo, ma il caffè lo preferisco più caldo. Questo è un po' freddo

Alla fine poi, quello che conta davvero non è solo la frase, ma il tono.

Parole come “forse”, “mi sembra”, “per i miei gusti” servono proprio a questo: a rendere la comunicazione più morbida, più umana. Se accompagnate tutto con un sorriso, ancora meglio, ma questo vale in tutte le lingue…

In Italia, lamentarsi è normale.
Ma farlo bene… è un’arte.

E a conti fatti, basta davvero poco per passare da una critica brusca a una richiesta educata.

Levare, levata, levarsi

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episodio 1243

Trascrizione

levata di scudi

Benvenuti a un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di due verbi: levare e levarsi. Del primo verbo ce ne siamo occupati in un episodio dal titolo “levare le tende , ricordate? Quello è un uso figurato però.

Parliamo adesso di quello proprio di levare.

Allora, immaginate di essere a tavola, avete finito di mangiare e prendete il piatto per portarlo via.

In quel momento state facendo un’azione concreta: state levando il piatto.

In altre parole, lo state togliendo, rimuovendo da dove si trova. Questo è il significato più diretto di levare: togliere qualcosa da un posto. È più informale di togliere. Spesso poi ha un contenuto emotivo. Se una persona usa levare al posto di togliere, spesso è leggermente irritato, magari perché ha perso la pazienza.

Tipo:

levati di mezzo ché non vedo la TV!

Leva il piatto dopo che hai mangiato,come te lo devo dire? In tedesco?

Vediamo un altro uso, specie quello riflessivo.

Aprite il giornale, o magari scorrete le notizie sul telefono, e leggete una frase come:

si è levata una polemica.

E qui non c’è più nessun piatto, nessun oggetto da spostare, da togliere. Nessuno ha tolto niente. Eppure qualcosa è successo.

Con levarsi, a meno che non si parla di persone che devono togliersi, quindi come “levarsi”, tipo “levarsi di mezzo”, e a parte l’uso di levarsi nel senso di togliersi (tipo levarsi i vestiti o l’espressione , anche figurata “levarsi di dosso”) entriamo in un altro mondo.

Non si tratta più di togliere, ma di qualcosa che si alza, nasce, emerge, qualcosa che aumenta, spesso all’improvviso e con una certa intensità. Una polemica che “si leva” ad esempio è una polemica che prende forma, che comincia a circolare, che si diffonde tra le persone. È come se si sollevasse nell’aria, diventando visibile a tutti.

Lo stesso vale quando si dice che si è levato un coro di proteste. Non è una sola voce, ma tante voci insieme, che si alzano contemporaneamente. C’è un’idea di movimento collettivo, quasi spontaneo. Nessuno lo organizza davvero: succede, e basta. E’ una sorta di insurrezione.

Questo ci aiuta a capire anche un’espressione molto tipica dell’italiano: la levata di scudi. Qui l’immagine è antica ma molto efficace.

Pensate a dei soldati che alzano gli scudi per difendersi. Trasportata nel linguaggio di oggi, questa immagine descrive una reazione immediata e compatta contro qualcosa che viene percepito come una minaccia o un errore. Quando c’è una levata di scudi, significa che molte persone (non una sola) reagiscono insieme, opponendosi con decisione. Tutti insieme per difendere qualcuno o qualcosa. La levata di scudi si fa sempre in favore di qualcuno o qualcosa che si sostiene collettivamente.

Notate che normalmente non si dice che delle persone hanno levato gli scudi, ma che c’è stata una levata di scudi da parte di un gruppo di persone.

A questo punto la differenza tra i due verbi diventa quasi intuitiva. Levare ha bisogno di qualcuno che compie l’azione e di qualcosa che viene tolto. Levarsi, invece, solitamente è diverso: ciò che si leva non viene rimosso, ma nasce, si diffonde, prende forza.

Spesso, nelle espressioni figurate, è proprio levarsi il protagonista. È il verbo delle polemiche che scoppiano, delle proteste che si accendono, dei venti che iniziano a soffiare all’improvviso. C’è sempre questa idea di qualcosa che prima non c’era, e che a un certo punto si fa sentire.

Alla fine, se ci pensate, è una differenza molto concreta anche quando parliamo in modo figurato: con levare togliamo qualcosa dal mondo, con levarsi qualcosa entra nel mondo e si impone all’attenzione.

E quando sentite dire che si è levata una polemica, non immaginate qualcuno che toglie qualcosa… ma piuttosto qualcosa che si alza, cresce e, nel giro di poco, coinvolge tutti.

Ci sono chiaramente altri usi particolari del verbo levare e levarsi, ma per oggi può bastare così.

Adesso, se chiedo un ripasso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente, spero non si levi una inutile polemica, perché sapete che il ripasso, in questa rubrica, è obbligatorio.

Marcelo: Probabilmente ci sarà stato un grande sconcerto per l’eliminazione, tra i tifosi italiani a seguito dell’eliminazione ai Mondiali di calcio, e a seguire tanta frustrazione.
Prima o poi dovranno però riconciliarsi con la loro squadra del cuore!

Sicuramente il prossimo allenatore sarà tenuto d’occhio dai tifosi e dai giornalisti, e al primo errore, riceverà anche lui una valanga di critiche, mentre probabilmente gli toccheranno solo due parole in croce di elogio in caso di vittoria!

Ma il lavoro ben fatto alla fin fine paga sempre, e il trionfo, maggior ragione ripaga, eccome!
Di sicuro dovrà imparare ad agire sotto la spada di Damocle!

Comunque sia mi piace pensare che non c’è male che per bene non avvenga.

Le elezioni in Ungheria: ripasso

Le elezioni in Ungheria (scarica audio)

episodio di ripasso

Trascrizione

La fate facile voi!

Mettere insieme gli episodi di ripasso fatti finora in un unico discorso per parlare dell’esito delle elezioni in Ungheria è un’impresa che farebbe mandare in pappa il cervello a chiunque, ma non mi tiro indietro, se è vero come è vero che non mi tiro indietro.

Sono il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente!! Sfido io che non mi tiro indietro!

Allora, visto e considerato l’interesse dei nostri membri per la situazione ungherese, cercherò di farvi un quadro completo, visto anche che la situazione in Ungheria è di dominio pubblico, come è giusto che sia.

Ecco l’Ungheria dopo il voto: facciamo un’analisi a bocce ferme.

A priori poteva sembrare l’ennesima sfida senza speranza, ma Péter Magyar ce l’ha fatta. Non è che Orbán non ci abbia provato a portare acqua al proprio mulino usando i media di stato, ma stavolta ha trovato pane per i suoi denti. Magyar, un uomo che si è fatto da sé politicamente dopo aver abbandonato il regime, ha saputo cogliere nel segno.

È nelle cose che, dopo sedici anni, un popolo inizi a sentire la frustrazione e voglia sfatare il tabù dell’invincibilità di un leader.

Non si tratta di un estemporaneo capriccio elettorale; l’entità della vittoria di Magyar è tale da non lasciare spazio a opinabili interpretazioni.

Il cambiamento è radicale. Non a caso il suo nome significa “ungherese“. Chi meglio di lui per rappresentare la sua nazione?

C’è il crollo di un sistema: Orbán è apparso non averne più, quasi ricalcitrante nell’accettare che il suo tempo fosse scaduto. A detta di molti osservatori, il premier uscente ha finito per raschiare il fondo del barile della propaganda, ma questo si è ritorto contro di lui a sua insaputa.

Chi è il vincitore: Péter Magyar non è una pallida imitazione dei politici del passato. È un ex insider che ha deciso di metterci la faccia e non si è limitato al minimo sindacale. Non si è presentato come un esteta della politica, ma come un uomo d’azione pronto a rimediare agli errori del passato.

La reazione dei giornali? In linea di massima, la stampa europea parla di un viatico per una nuova democrazia. Certo, c’è chi fa dietrologia chiedendosi se Magyar non sia un cavallo di Troia, ma esserne certi è difficile: solo il tempo dirà se saprà mantenere la parola.

Cosa bolle in pentola per il futuro?

Ora che Magyar è in dirittura d’arrivo per formare il governo, dovrà appianare le controversie interne e non impelagarsi in sterili vendette.

Facile? Non vi sfiora l’idea che il compito sia titanico? Suvvia, passare da un sistema targato Orbán a una democrazia liberale non è che si possa considerare una passeggiata di salute.

Mi direte che la strada è in salita, e per essere in salita, è in salita. In effetti l’Ungheria è ancora in alto mare su molti fronti economici.

Ma Magyar sembra avere la prontezza di riflessi necessaria. Non ha voluto edulcorare la pillola: ha parlato di salassi necessari per risanare i conti, senza cercare capri espiatori. Questo mi ricorda un po’ la frase “lacrime e sangue” che si usava qualche tempo fa nella politica Italiana.

Inter nos – ce lo possiamo dire – la vera sfida sarà il rapporto con Bruxelles. Se Orbán era il pomo della discordia, Magyar vuole essere adesso il connubio perfetto tra interessi nazionali ed europei.

Voglio sperare bene, perché se dovesse fallire, il risentimento popolare potrebbe portare a nuove sbandate. Dio ce ne scampi e liberi!!

Detto ciò, non resta che attendere al varco i primi provvedimenti.

Per chiudere in bellezza, usiamo qualche verbo professionale in questo bel ripasso.

Spero di aver saputo circostanziare i fatti così da acclarare ogni vostro dubbio.

Dopo aver disaminato la questione e attenzionarvi ogni dettaglio su queste elezioni, si può evincere che la vittoria di Magyar rispecchi la volontà popolare.

Conviene dunque attenersi a quanto emerso per conseguire una visione d’insieme che non rischi di travisare la realtà, evitando di incorrere in facili populismi che potrebbero arrecare danno alla democrazia.

Detto ciò, non resta che aspettare , collaudare questo nuovo corso, quantificare e qualificare gli effetti delle riforme (potremo farlo solo a posteriori) e pronunciarsi definitivamente solo dopo aver visto se le promesse sapranno corrispondere ai fatti, senza dover ricorrere a vecchi metodi o, peggio, dover rescindere il patto di fiducia con gli elettori.

Tenere d’occhio, tenere sott’occhio

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episodio 1242

Trascrizione

Bene, oggi parliamo di un’espressione molto usata nella lingua italiana: “tenere d’occhio”… e anche “tenere sott’occhio”.

Si tratta di un’espressione figurata, cioè non va interpretata alla lettera. Non significa davvero prendere qualcosa e metterla dentro o sotto l’occhio! Piuttosto, ha a che fare con l’attenzione, con il controllo.

Tenere d’occhio” significa infatti osservare con attenzione, controllare, monitorare qualcosa o qualcuno, spesso con una certa continuità nel tempo.

Facciamo subito qualche esempio, così andiamo dritti al punto.

Se dico: “Tieni d’occhio la pentola!”
sto chiedendo a qualcuno di controllare che non trabocchi, che non si bruci il contenuto.

Oppure: “Tengo d’occhio i prezzi della benzina”
significa che li controllo spesso, magari per capire quando conviene fare il pieno.

Ancora: “Il professore tiene d’occhio gli studenti durante il compito”.

Qui c’è anche una sfumatura di vigilanza, quasi di sorveglianza, per evitare che qualcuno copi.

Adesso vediamo la variante: “tenere sott’occhio”.

Il significato è praticamente lo stesso: controllare attentamente, non perdere di vista.
La differenza è molto sottile, quasi impercettibile. “Sott’occhio” può dare, in certi contesti, un’idea ancora più concreta di qualcosa che è proprio lì, davanti a te, sotto il tuo controllo diretto.

Ad esempio: “Ho tutti i documenti sott’occhio”.

Ecco, la differenza è, oltre al senso più Marcato di vigilanza, che possono usare il verbo avere al posto di tenere. Se uso tenere posso usare entrambe le forme, Mentre se uso avere posso anche usare avere al suo posto.

In questo ultimo esempio si immagina proprio che i documenti siano davanti a me, sul tavolo.

“Tieni sott’occhio il bambino al parco”
anche qui: controllalo bene, non distrarti.

Veniamo ora alla forma personale:
“Ti tengo d’occhio”

Questa frase è molto interessante, perché il significato cambia un po’ a seconda del tono e del contesto.

Può essere:

neutro o protettivo:
“Stai tranquillo, ti tengo d’occhio io” mi prendo cura di te, vigilo su di te.

Oppure può essere leggermente sospettoso:
“Ti tengo d’occhio…” attenzione, non mi fido del tutto.

Anche quasi minaccioso (ma spesso scherzoso):
“Eh, ti tengo d’occhio!”. Cioè guarda che controllo quello che fai!

Quindi, come spesso accade in italiano, non è solo la frase in sé che conta, ma l’intonazione, il contesto, la relazione tra le persone. Siamo alle solite direi!

Possiamo dire, in definitiva, che:

tenere d’occhio = controllare, osservare con attenzione nel tempo

tenere sott’occhio = anche controllare da vicino, avere sotto controllo diretto

Sono espressioni molto comuni e utilissime nella vita quotidiana. A conti fatti, se impari a usarle bene, farai un bel passo avanti nella comprensione dell’italiano parlato.

Adesso ripassiamo, se volete tenendo sott’occhio la lista degli episodi passati.

Marcelo: Mi sbilancio!
Apro io le danze! Non si può fare a meno di fare un ripasso se il presidente ti chiama in causa!
Spero di non avervi colto in contropiede, e ricordatevi: un ripasso al giorno, toglie l’italiano di torno! Dai amici, fatevi vivi!

André: Cari amici italiani, ancorché dolorosa, la non qualificazione della nazionale italiana al Mondiale non può sorprendere, c’era proprio da aspettarselo da una squadra poco avvezza a reagire nei momenti decisivi, incapace di levarsi di dosso le proprie insicurezze e di elevare il livello del gioco quando più serviva! E, per carità, non facciamo di Gattuso il capro espiatorio

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Conciliante, conciliare, riconciliarsi

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episodio 1241

Trascrizione

Oggi parliamo di una parola alquanto interessante: conciliante. Vi servirà, o meglio, potrebbe esservi utile conoscere questo aggettivo perché ce ne sono tante di persone concilianti.

Immaginate una persona che, in una discussione accesa, non alza la voce, non prende posizioni rigide, ma cerca invece di calmare gli animi, di trovare un punto d’incontro, di mettere tutti d’accordo. Ecco, quella è una persona conciliante.

Ma cosa significa esattamente?

Conciliante è un aggettivo, questo è chiaro, che descrive chi ha un atteggiamento disponibile, pacato, aperto al dialogo, e soprattutto orientato alla riconciliazione, cioè a ristabilire l’armonia tra persone in disaccordo.

La parola conciliante inizia per con,non a caso.

Una persona conciliante quindi:

  • evita lo scontro diretto
  • cerca soluzioni condivise
  • tende a smussare gli angoli nn o, per usare un’espressione a voi nota, tende ad appianare le controversie.

Non è necessariamente una persona debole, attenzione. Essere concilianti non significa cedere sempre, ma piuttosto avere l’abilità di gestire i conflitti con intelligenza e misura.

Vediamo ora il legame con il verbo conciliare. Perché c’è un legame

Cosa? Non avete mai utilizzato questo verbo? Beh, da una parte può essere una buona notizia, sapete?

Il verbo conciliare significa, da una parte, proprio questo: mettere d’accordo, far tornare in armonia, rendere compatibili cose o persone che sembrano in contrasto. Anche cose, non solo persone.

Ad esempio:

  • Cerco di conciliare lavoro e famiglia
  • È difficile conciliare due opinioni così diverse

Da questo verbo deriva direttamente l’aggettivo conciliante. Dunque, una persona conciliante è, letteralmente, una persona che tende a conciliare, cioè a creare accordo. Ma come avete appena capito, si possono conciliare anche le cose della vita. Non solo lavoro e famiglia, ma uno studente potrebbe voler conciliare studio e lavoro, oppure amore e studio.

Se parliamo di conciliare applicato alle persone, possiamo anche dire che una persona ha un atteggiamento conciliante, oppure un tono conciliante. Pensate a qualcuno che dice:

Cerchiamo di capirci

oppure:

Troviamo una soluzione che vada bene a tutti

Questo è un tipico linguaggio conciliante.

C’è poi una sfumatura interessante: a volte si può usare conciliante anche in senso leggermente critico. Ad esempio, se una persona evita sempre il conflitto, qualcuno potrebbe dire:

È fin troppo conciliante

intendendo che forse manca un po’ di fermezza.

Dunque, come spesso accade, tutto dipende dal contesto.

Riassumendo:

  • conciliare è il verbo: mettere d’accordo
  • conciliante è l’aggettivo: che tende a mettere d’accordo

E, alla fin fine, essere concilianti è spesso una qualità preziosa, soprattutto nei rapporti umani, dove, come sappiamo, i contrasti non mancano mai.

Ma sapete che conciliare è anche applicabile alle multe.

Sì, proprio così.

Nel linguaggio amministrativo e giuridico, conciliare può significare anche chiudere una controversia pagando una somma ridotta, evitando così ulteriori problemi, ricorsi o procedimenti.
In questo caso si parla spesso di conciliazione.

Facciamo un esempio molto semplice.

Ricevete una multa. A questo punto avete diverse possibilità:
potete fare ricorso
oppure potete conciliare, cioè accettare la sanzione e pagarla, spesso con una riduzione

In Italia, ad esempio, esiste la possibilità di pagare una multa entro 5 giorni con uno sconto.

Questo, in un certo senso, è un modo di conciliare: si evita il conflitto con l’amministrazione e si chiude la questione rapidamente.

Dunque, anche qui ritroviamo l’idea centrale del verbo conciliare: evitare lo scontro e trovare un accordo, anche se in questo caso l’accordo è tra il cittadino e lo Stato.

Esistono anche i verbi riconciliare e riconciliarsi.

Riconciliare è esattamente ciò che fa la persona conciliante, mentre riconciliarsi significa semplicemente fare pace dopo un litigio, ristabilire un rapporto che si era interrotto o deteriorato.

Ad esempio:

Dopo anni di silenzio, si sono riconciliati

Ho litigato con un amico, ma poi ci siamo riconciliati

Qui entra in gioco un elemento temporale molto importante:
mentre conciliare può anche riferirsi a mettere d’accordo due elementi qualsiasi (idee, esigenze, interessi), riconciliarsi implica quasi sempre che prima c’era un’armonia, poi un conflitto, e infine un ritorno all’armonia.

Quel prefisso ri- è decisivo: indica proprio il ritorno a una situazione precedente.

Possiamo quindi vedere una sorta di percorso:

conciliare è mettere d’accordo (anche per la prima volta)

riconciliarsi invece sta per tornare d’accordo dopo una rottura.

E naturalmente esiste anche il sostantivo: riconciliazione.

Interessante anche una sfumatura più profonda, quasi interiore: ci si può riconciliare non solo con una persona, ma anche:
con il proprio passato
con una scelta fatta
persino con se stessi

Ad esempio:

Col tempo mi sono riconciliato con quella decisione.

Qui non c’è un’altra persona, ma c’è comunque un conflitto… interno.

E allora, se conciliare è un po’ come costruire un ponte,
riconciliarsi è tornare a percorrerlo, dopo che era stato interrotto.

Marcelo: Di volta in volta discuto con un amico di politica e mi fa arrabbiare il suo modo di pensare. Anche se so di essere un po’ fumino, torno presto sui miei passi.

Carmen: Le controversie non mi piacciono e cerco di appianarle, però se non riesco nel mio intento preferisco non avere ragione e riconciliarmi con il mio amico.

André: Siamo in tempi di guerre, conflitti ogni due per tre che nascono dall’incapacità di ascoltare davvero l’altro: ognuno parla, ma pochi lo fanno in modo conciliante.

Julien: Eppure, anche nei momenti più bui, c’è sempre qualcuno che prova a conciliare posizioni opposte, magari intervenendo sommessamente, senza clamore, ma con una forza silenziosa che lascia il suo strascico nel tempo.

Karin: Sono i casi di Nelson Mandela o di Mahatma Gandhi.
Sono proprio queste persone a essersi distinte per il loro coraggio morale: non quello delle armi, ma quello della parola e dell’empatia.

Nancy: Perché alla fine, se davvero vogliamo uscire dal ciclo infinito della violenza, l’unica strada possibile è riconciliare ciò che è stato diviso, ricucire le ferite e restituire umanità là dove sembrava perduta.

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