Accadde il 28 dicembre 1908: la scrematura e la cernita

La scrematura e la cernita

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Un evento storico italiano molto significativo accaduto il 28 dicembre riguarda il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: alle 5:20 del mattino di quel giorno un violentissimo sisma di magnitudo 7.1 colpì lo Stretto di Messina, radendo quasi completamente al suolo le città affacciate sulle sue coste e causando decine di migliaia di vittime.

Oltre alla scossa duratura e devastante, seguì anche uno tsunami con onde alte fino a 12 metri che aggravò ulteriormente la distruzione. Questo evento non è solo un capitolo doloroso della storia italiana, ma ha segnato anche l’inizio delle prime misure di classificazione sismica e norme antisismiche nel paese.

Adesso che vi ho parlato di un evento Italiano storico importante, vorrei usare questo evento per spiegare la parola “scrematura”.

Non è facilissimo, ve lo anticipo…

Pensiamo agli esperti che analizzarono questo terremoto.

C’erano tante teorie su come prevedere un possibile disastro del genere e allora si può dire che, dopo una catastrofe di quelle proporzioni, gli storici e le istituzioni iniziarono a fare una scrematura delle cause e delle ipotesi sulla ricostruzione.

Occorreva filtrare le informazioni, scegliere ciò che era più importante, scartare voci incongruenti o secondarie, e concentrarsi sulle ragioni principali della distruzione e su come prevenirla in futuro. In questo senso, “scrematura” rappresenta l’atto di separare il materiale rilevante da quello meno rilevante, proprio come si screma il latte per separare la panna.

L’origine è proprio questa.

Espandendo il concetto, possiamo dire che un processo di assunzione, per esempio, l’ufficio risorse umane effettua una scrematura dei curricula: tra centinaia di candidature si selezionano solo quelle che soddisfano i requisiti essenziali, perché non è possibile valutare ogni singolo profilo in modo approfondito.

Oppure, in un’università, prima di ammettere gli studenti a un corso molto richiesto, si può fare una scrematura delle domande di iscrizione attraverso test o punteggi, scegliendo i candidati più idonei e lasciando agli altri la possibilità di iscriversi ad altri corsi.

Un altro esempio quotidiano potrebbe riguardare la selezione delle notizie da pubblicare in un giornale o su un sito web: i redattori operano una scrematura delle potenziali storie, scegliendo quelle con maggiore rilevanza o interesse per i lettori e scartando le notizie meno significative.

In tutti questi contesti, l’idea chiave di scrematura è la stessa: prendere un insieme ampio di elementi e separare ciò che è veramente importante da ciò che non lo è, per prendere decisioni più efficaci o per focalizzarsi sulle priorità.

Dunque la scrematura è una selezione accurata, una cernita, ma con una sfumatura specifica che vale la pena sottolineare.

Quando parliamo di cernita, ti riferisci a un generico processo di scelta o separazione.

Scrematura, invece, richiama l’idea di togliere il “superfluo” da un insieme più grande per trattenere solo la parte più utile, pregiata o rilevante. È un termine che come detto deriva dal mondo del latte (scremare = togliere la panna), quindi porta con sé l’idea di alleggerire o raffinare un insieme, eliminando ciò che appesantisce o non serve.

Per chiarire bene la sfumatura, ecco alcuni esempi dove “scrematura” funziona perfettamente come selezione accurata, ma con quel tono di “filtraggio fine” che la distingue dalla semplice cernita.

Nel mondo del lavoro, quando arrivano 600 candidature per una posizione, il selezionatore non legge tutto subito. Prima fa una scrematura per identificare i 40 profili davvero pertinenti. È una selezione rigorosa, mirata.

L’obiettivo è ridurre drasticamente il numero dei partecipanti, eliminando chi non soddisfa gli standard minimi. Qui la scrematura è quantitativa, necessaria, e serve a rendere gestibile la fase successiva.

Invece una cernita è una scelta, ma è anche l’azione del separare cose diverse. Pensiamo all’addetto alla cernita dei rifiuti. Questa persona si occupa di smistare rifiuti industriali: legno, scatoloni, tessuti, tubi di plastica ecc.

Con la cernita si separano cose diverse, spesso per qualità, ma anche per categoria o utilità.

Quando dici cernita, ti riferisci all’atto base di separare elementi diversi tra loro. È un termine neutro, molto “materiale”. Selezionare i pomodori buoni da quelli marci è cernita. Un vivaista che separa i semi più grandi da quelli più piccoli fa cernita. Il focus è sull’atto fisico del distinguere.

In definitiva cernita è un termine più neutro e generale;
scrematura invece è più marcato e implica un filtraggio fine o la riduzione dell’insieme ai migliori.

Accadde il 27 dicembre 1983: indole e indolenza

Indole e indolenza

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Un importante evento storico che voglio raccontarvi o ricordarvi, che cade il 27 dicembre è la visita di Papa Giovanni Paolo II al suo attentatore Ali Agca nella prigione di Rebibbia, a Roma; visita avvenuta il 27 dicembre 1983.

Ricorderete, almeno i meno giovani, che il Papa, ora Santo, era stato gravemente ferito due anni prima in un attentato in Piazza San Pietro da parte dello stesso Agca.

La visita in carcere fu un gesto pubblico di perdono, che ebbe una grande risonanza internazionale, in quanto simbolo di umanità e di pace.

Questo evento offre un contesto ricco per capire il carattere e il comportamento umano: parliamo oggi della parola indole.

La parola indole indica proprio il carattere naturale o la disposizione profonda di una persona. Si potrebbe dire anche la natura, il temperamento dì una persona, la sua inclinazione naturale. Molto colloquialmente si potrebbe semplicemente dire: papa Giovanni Paolo II era fatto così. L’indole è un modo di essere.

In altre parole, questa era la sua indole, la sua inclinazione naturale. Un papa dall’indole buona, caritatevole.

Si parla di indole quando si vuole descrivere come qualcuno tende a comportarsi in generale, non solo in un’azione isolata. Non parliamo di uno stato d’animo.

Per esempio, possiamo dire che l’indole di Papa Giovanni Paolo II era compassionevole e legata al perdono, come dimostrò quando decise di incontrare e perdonare il suo attentatore dopo tutto quello che aveva subito.

Questo rifletteva la sua predisposizione interiore a trasformare il dolore in compassione.

Allo stesso modo, quando in ufficio arriva un nuovo collega e, nel giro di pochi giorni, si capisce che tende ad aiutare spontaneamente chi è in difficoltà, si può dire che ha un’indole collaborativa. Non serve che faccia grandi discorsi: basta osservare come si propone senza essere interpellato, come anticipa i problemi altrui, come smussa le tensioni. È la sua indole a emergere, più dei singoli gesti.

A casa, un genitore può accorgersi che il figlio minore ha un’indole riflessiva. Mentre gli altri bambini del quartiere corrono subito a giocare, lui si prende qualche minuto per osservare ciò che lo circonda, capire che cosa vuole davvero fare e, solo dopo, si unisce agli altri. Non è timidezza passeggera: è proprio la sua indole a guidare il suo modo di muoversi nel mondo.

Dunque indole è tra le altre cose, una parola femminile.

Ma ci sono anche persone dall’indole irrequieta, chi è dì indole ansiosa, eccetera.

E l’indolenza? È come l’indole? Le persone che hanno un’indole particolare, sono, potremmo dire, indolenti?

No, non c’entra proprio nulla in realtà. L’indole è completamente diversa dall’indolenza.

L’indolenza è infatti una tendenza a evitare sforzi, lavoro o responsabilità.

La pigrizia quindi,direte coi. Giusto?

In parte è giusto, infatti l’indolenza un atteggiamento di pigrizia o riluttanza ad agire. Se un collega ad esempio evita sistematicamente di preparare materiali per una riunione perché “non ne ha voglia” e lascia agli altri tutto il lavoro, la sua indolenza diventa un ostacolo al progresso del gruppo.

Deriva dal latino indolentia che significa ‘assenza di dolore’. Questo ci aiuta poco però.

Si tratta di una abituale tendenza all’inerzia, quindi di una apatia persistente.

L’indolenza non è proprio come la pigrizia però, perché, tra l’altro, una persona indolente può essere molto irritante.

La pigrizia può essere episodica, bonaria, persino simpatica in certi casi: “oggi ho voglia di non fare nulla”. È uno stato temporaneo, quasi leggero. Non è detto sia persistente. Non è detto sia abituale.

L’indolenza, invece, è un atteggiamento più profondo e costante. Non indica solo mancanza di energia o scarsa voglia, ma una resistenza attiva al fare, al partecipare, al prendere responsabilità.

Proprio questa resistenza rende la persona indolente spesso irritante per chi la circonda. Non è solo “non far nulla”, ma far pesare agli altri il fatto di non far nulla.

Pensate a dei coinquilini.

«Luca, è da tre giorni che il bidone della plastica è pieno. Puoi portarlo giù tu stavolta?»
«Uff… adesso? Magari più tardi.»
«Più tardi quando? Tra un mese? Ci passo sempre io, non è possibile.»
«Ma dai, non essere così agitato. Tanto non scappa nessuno.»
«Non è questione di agitazione, è che non fai mai nulla. Mai.»
«Sì, ma perché te la prendi così? È solo un sacchetto…»

Ecco. Indovinate quale dei due inquilini è indolente.

È chiaramente quello che evita sistematicamente le incombenze quotidiane, lasciando che sia l’altro a occuparsene e non mostrando mai né senso del dovere né reazione alle lamentele.

La sua riluttanza a muoversi o decidere, unita al tono distaccato, rende evidente l’aspetto irritante dell’indolenza.

Accadde il 26 dicembre 1194: in ultima istanza

In ultima istanza

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Per introdurre la locuzione “in ultima istanza“, si può partire da un episodio storico italiano avvenuto il 26 dicembre 1194, quando nacque a Jesi l’imperatore Federico II di Svevia, figura centrale del medioevo europeo e destinato a diventare uno dei sovrani più influenti d’Europa.

Fu anche promotore della scuola poetica siciliana, che, non è da poco, fu il primo movimento poetico unitario della letteratura italiana, che elevò il volgare siciliano illustre a lingua letteraria.

Fu riformatore del diritto e, cosa importante per spiegare la locuzione, fu anche interlocutore costante del papato.

È proprio raccontando la sua ascesa che si può chiarire l’uso della locuzione.

Molti fattori contribuirono alla sua legittimazione come erede del Regno di Sicilia: l’origine normanna della madre. Questo contò.

Contò anche l’appoggio di parte dell’aristocrazia e la debolezza politica di altri pretendenti.

Tutti elementi che giocarono a suo favore, non c’è dubbio.

Tuttavia, in ultima istanza, fu la volontà papale a risultare decisiva, perché la Chiesa rivestiva un ruolo arbitrale nell’Europa del tempo e poteva sancire o negare la legittimità di un sovrano.

La locuzione indica dunque ciò che conta davvero quando tutti gli altri elementi sono stati considerati e ridotti all’essenziale: il fattore determinante, il giudizio finale, la scelta conclusiva che chiude ogni discussione.

Si può anche dire che il senso è simile ad espressioni più colloquiali come “in fin dei conti”, “alla fin fine“, ” alla fine dei conti”, “in definitiva” , ” a conti fatti”, “alla fine”. Anche la parola “soprattutto” somiglia alla locuzione.

Dobbiamo anche distinguere la locuzione dalla semplice parola “istanza”, che abbiamo già trattato nel corso di Italiano professionale nel senso di “richiesta formale” o “domanda” o necessità, in senso burocratico o giuridico. In ultima istanza non c’entra con questo significato tecnico. L’istanza, qui, non è un modulo o un atto o una necessità, bensì un livello di giudizio, un momento conclusivo della valutazione. Riguarda quindi il valore logico e gerarchico di un ragionamento.

In una discussione familiare sulla scelta di trasferirsi o meno, si possono considerare mille fattori, dal lavoro ai figli alla qualità della vita; ma si potrebbe dire che, in ultima istanza, la decisione dipende dal benessere complessivo della famiglia.

In un contesto economico, un’impresa può adottare strategie, marketing e innovazioni, ma riconoscere che, in ultima istanza, è la fiducia dei consumatori a determinarne il destino.

Riuscite a immaginare quante volte potete usare questa locuzione?

Ma attenzione. La parola “ultima” suggerisce anche un altro utilizzo.

Si può usare “in ultima istanza” anche come “ultima possibilità pratica”. In realtà, questi due usi, sebbene diversi, sono parzialmente sovrapposti.

Nel senso più rigoroso, come detto, in ultima istanza indica il fattore decisivo, ciò che conta davvero quando tutto il resto è stato valutato.

Tuttavia, anche in contesti meno formali, la locuzione viene talvolta reinterpretata come “l’ultima soluzione disponibile”, ossia come l’ultima carta da giocare quando tutte le altre hanno fallito.

Quando una persona prova varie strategie senza successo, può dire che, in ultima istanza, proverà una soluzione estrema o residuale. Sarebbe l’ultimo tentativo. Della serie: o la va,o la spacca!

Posso proporre però un esempio a metà strada tra i due sensi.

Si immagini un gruppo di amici che sta organizzando una cena insieme, come succede spesso nelle comitive,almeno quelle italiane.

All’inizio cercano di trovare un accordo sul ristorante: qualcuno vuole la pizza, qualcuno il sushi, qualcuno insiste per la trattoria di sempre. Passano venti minuti a discutere nel gruppo WhatsApp, provano a fare un sondaggio, poi a votare a maggioranza. Niente funziona: continuano a non mettersi d’accordo.

A un certo punto, uno di loro propone la soluzione che di solito tengono come risorsa estrema: andare tutti a mangiare a casa di Marco, perché Marco cucina bene, ha un salotto grande, e soprattutto è l’unico che non si lamenta mai. Si sporcherà casa ma pazienza. Magari i genitori di Marco si arrabbieranno, ma pazienza.

In questo contesto si può dire che, in ultima istanza, scelgono di andare da Marco.

La frase ha qui entrambi i significati sovrapposti.

Nel primo senso, in ultima istanza significa che, dopo aver considerato tutte le preferenze e aver valutato il rischio di litigare per una sciocchezza, la decisione finale, quella che chiude la discussione, è accettare l’ospitalità di Marco, perché è la soluzione che garantisce la pace del gruppo; la soluzione residuale che funziona sempre.

Nell’uso quotidiano, c’è da dire che il secondo uso prevale.

In medicina, un paziente può seguire diverse terapie farmacologiche e fisioterapiche; quando nulla funziona, il medico può proporre, in ultima istanza, un intervento chirurgico. La logica è quella della successione di tentativi che culmina in una soluzione estrema o definitiva; non quella più importante, ma quella che dev’essere preceduta da altre, magari perché si tratta della soluzione più rischiosa. Quindi si decide di provarla per ultima.

Pensate anche al cosiddetto “Prestatore di ultima istanza“, cioè la banca centrale che interviene per salvare le banche in crisi. È il ruolo della BCE nell’euro zona, ad esempio.

Accadde il 24 e 25 dicembre 1914: gli uni e gli altri

Descrizione:
Parliamo della tregua di natale del 1914, durante la Prima Guerra Mondiale, e con l’occasione vi parlo dell’uso de “L’un l’altro” e di “gli uni e gli altri”

Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE

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63 – La busta paga- ITALIANO COMMERCIALE

Descrizione

L’episodio di oggi è dedicato alla busta paga. Per non dimenticare però gli episodi passati del corso di Italiano commerciale, utilizzerò molti termini già spiegati finora.

Italiano commerciale

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