Smanettare (ep. 1072)

Smanettare

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Sapete qual è l’abilità degli informatici? La loro abilità consiste nel fatto che sanno smanettare.

Smanettare nell’uso più comune, significa saper utilizzare il computer con grande abilità, con una certa disinvoltura.

In particolare si utilizza quando una persona riesce a risolvere problemi più o meno complessi, sperimentando soluzioni, cercando soluzioni usando i vari programmi del computer.

Si può usare anche quando si sa usare bene il cellulare con lo stesso senso. E non solo il cellulare.

È un verbo informale che chiaramente fa riferimento alle “mani”.

Come a dire che cliccando di qua e di là, provando prima una cosa e poi un’altra si riesce facilmente a risolvere dei problemi.

Vediamo qualche esempio:

Sono due ore che stai smanettando col telefonino. Ma cosa stai facendo così concentrato?

Il cancello automatico non funzionava bene. Ho dovuto smanettare un po’ col telecomando per capire come funzionasse.

Questo è uno smartphone molto adatto per chi riesce a smanettare e usare tutte le funzioni.

È un po’ complicato installare questo programma. Però se smanetti un po’ vedrai che ce la puoi fare.

È interessante che esiste anche l’aggettivo, che indica una persona appassionata di informatica, che riesce e si diverte a modificare le varie funzioni del proprio computer o dei software che vi sono installati, o a muoversi con disinvoltura tra le varie funzioni di un dispositivo elettronico e magari anche ad aggiungere funzioni nuove. Chi ha queste abilità viene chiamato “smanettone“.

Teoricamente però smanettare deriva anche da “manetta“, un termine associato alla velocità.

Infatti andare a manetta significa andare a tutta velocità. È chiaramente informale anche questa espressione.

Allora smanettare può anche significare andare molto velocemente, proprio come “andare a manetta”.

Infatti quando si guida una moto di usa la mano destra per accelerare.

Una modalità alternativa è “andare a tuffo gas” “o anche “andare a tutta birra“. Si tratta di forme alternative a “andare a tutta velocità“.

In realtà però, almeno personalmente, non mi pare di aver mai visto o sentito usare il verbo smanettare in questo modo, per indicare velocità.

E voi sapete smanettare? Siete degli smanettoni? Parliamo quindi di competenze informatiche. Come ve la cavate?

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Jennifer: Fra mio figlio ed io non c’è confronto quando parliamo di competenze informatiche. Lui smanetta gli aggeggi come se avesse sviluppato un sesto senso; è davvero uno smanettone. Purtroppo io sono un dinosauro perso nel mondo della tecnologia. È come se quasi mi mancassero le sinapsi necessarie per comprendere come funzionano le cose che utilizzano la tecnologia dei computer. Ce l’ho messa tutta per imparare ma sfortunatamente anziché diventare abbastanza competente i miei figli sono convinti che io possieda “un’energia storta” che non lascia indenne alcun dispositivo che è nelle mie vicinanze.

Marcelo: La competenza informatica è oggi un requisito fondamentale per quasi tutti i lavori. Un viatico indimenticabile direi! Non c’è colloquio di lavoro che non includa domande sul livello raggiunto. Non essendo nato nell’era digitale, il mio consiglio è lasciare la paura da parte e mettersi in gioco! All’inizio sembrerà duro, però man mano che ci impegniamo tutto diventerà liscio come l‘olio! Suvvia, non vi pentirete amici! Almeno così è stato il mio percorso. Bisogna seguire delle tappe, un passo alla volta, così di tappa in tappa Si diventa sempre un po’ più più bravi! Fatevi sotto!

L’aggettivo “atavico” (ep. 1071)

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Sapete qual è il male atavico degli italiani? C’è chi dice sia l’individualismo.

Altri dicono che il male atavico degli italiani sia l’incoerenza.

Altri ancora dicono che sia il camaleontismo. Per altri ancora è l’indifferenza. Per alcuni siamo persino ondivaghi, cioè vaghi, imprecisi, che cambiano spesso opinione, quindi siamo mutevoli, instabili. Questi sarebbero tutti mali atavici di noi italiani.

Ma, prima di tutto, cosa significa male atavico?

Atavico è un aggettivo che non si usa per descrivere solo un male. Dentro alla parola atavico c’è “avi” che significa antenati, progenitori.

In generale atavico o atavica descrive una caratteristica, un tratto, un elemento, una radice. Qualcosa che dipende o è legato alla cultura e alla vita dei nostri progenitori, i nostri avi.

Insomma, atavico è qualcosa che è nel sangue, nel dna di un popolo, qualcosa che è stato trasmesso dalla cultura, dagli usi e dai costumi di un popolo.

Se qualcosa è atavico, vuol dire che risale agli antenati, che deriva dagli avi.

Quindi l’aggettivo viene associato a caratteristiche o comportamenti che sembrano risalire a tempi antichi, ereditati dai progenitori o dalle origini ancestrali di una persona o di una cultura.

Ho detto origini “ancestrali”. In effetti ancestrale è un sinonimo di atavico. Possiamo usarlo senza problemi al suo posto. In più la forma femminile è uguale a quella maschile.

Vediamo qualche esempio con atavico:

In Grecia, la pratica del teatro tragico ha radici ataviche che risalgono all’antica tragedia greca.

In Italia, la passione per il cibo e la convivialità sono tratti atavici che si riflettono nella cultura culinaria e nelle riunioni familiari.

In Francia, la tradizione del vino e della gastronomia è un elemento atavico che ha radici profonde nella cultura nazionale.

In Germania, la tradizione della birra e dei mercatini natalizi è un tratto atavico che riflette l’importanza della convivialità e delle festività nella cultura tedesca.

In Inghilterra, il folklore e le leggende antiche sono parte integrante della cultura, con origini ataviche, che risalgono ai tempi dei miti e delle leggende medievali.

In Norvegia, il legame con la natura e le tradizioni vichinghe sono elementi atavici che influenzano la cultura lo stile di vita norvegesi.

In generale, la pratica della superstizione è un tratto atavico che può essere riscontrato in molte culture, manifestandosi attraverso credenze e rituali che hanno radici antiche.

L’aggettivo “atavico” inevitabilmente si usa parlando di popoli e culture. Volendo si può usare anche per descrivere caratteristiche biologiche o comportamenti che sembrano avere radici profonde nella storia evolutiva di una specie.

Vi ricordo poi il termine “retaggio” che è chiaramente legato all’aggettivo “atavico”. Direi che atavico però viene da più lontano, è più radicato nel passato e si usa di più parlando di popoli.

Adesso parlatemi di un tratto atavico della vostra cultura usando qualche episodio passato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Estelle: La chiave di volta per capire il mio retaggio familiale risiede probabilmente nel valore che diamo al lavoro. Da sempre i miei genitori mi hanno trasmesso l’importanza dello sforzo per raggiungere gli obiettivi da prefiggersi.

Marcelo: Io, cari amici, come argentino, direi che la nostra eredità è senz’altro influenzata dalla cultura spagnola fin dalle origini. Così, tutto è stato tramandato per secoli. Ma nel secolo XIX e alle porte del secolo XX, i governi argentini hanno promosso una corrente migratoria molto importante. A quel tempo, l’Argentina era un paese ricco e promettente, e questo portò all’arrivo di tanti italiani, francesi, tedeschi, russi, britannici e di altri paesi. Questo ha implicato che l’Argentina si è trasformata in un crogiolo di culture e quindi è difficile individuare un unico retaggio.

Inoltrare e inoltrarsi (ep. 1070)

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Cos’hanno in comune un bosco, la primavera e una email? La risposta risiede nel verbo inoltrare.

Infatti ci si può inoltrare in un bosco, la primavera può essere inoltrata e si può inoltrare una email.

Le tre frasi condividono il concetto di “avanzare” in qualcosa. Nel primo caso, ci si inoltra nel bosco, quindi si avanza, ci si addentra nel bosco, nel secondo caso si inoltra la stagione primaverile cioè ci troviamo nel pieno della stagione primaverile e nel terzo caso si inoltra un’email, cioè si invia una e-mail che abbiamo ricevuto.

Quindi c’è un legame tra le tre frasi. Tutte e tre implicano un movimento o un progresso in avanti in un determinato contesto.

Nel caso del bosco, inoltrarsi nel bosco significa penetrare all’interno del bosco, ma si può dire lo stesso di un territorio, quindi inoltrarsi è simile a addentrarsi in qualcosa. Es.

La ragazza si inoltrò nella foresta.

Quindi non solo la ragazza è entrata nella foresta ma è andata “oltre”. È entrata nella foresta ma è penetrata dentro e ha fatto anche un po’ di strada. C’è un po’ il senso del pericolo in questo caso.

Ad ogni modo ciò che conta è che la ragazza non si trova all’inizio del suo percorso. Si è inoltrata, cioè è andata avanti (oltre l’inizio) in modo significativo.

Quando è una stagione ad essere inoltrata stiamo invece usando il verbo il senso figurato.

Significa giungere a una fase avanzata della stagione, quindi ancora una volta non all’inizio ma la stagione è iniziata già da un po’ di tempo.

Es:

L’ultima volta che ci siamo visti era autunno inoltrato.

È primavera inoltrata e ancora non si vedono alberi fioriti. Che strano!!

Infine, l’unico uso transitivo del verbo inoltrare è relativo al linguaggio burocratico.

Nel linguaggio burocratico infatti inoltrare può significare due cose.

Significa trasmettere un messaggio in via gerarchica, quindi analogamente a diramare, distribuire ad altri.

Ma significa anche inviare a qualcuno una e-mail ricevuta.

Quest’ultimo è l’uso più comune.

Si può quindi inoltrare una direttiva (un tipo di comunicazione) agli uffici competenti, nel senso di inviare, trasmettere, diramare, ma molto più spesso si inoltra un’email a qualcuno a cui può interessare il contenuto di quel messaggio. Ci siamo già occupati della differenza tra inviare, mandare, spedire, inoltrare. Date un’occhiata se volete.

È bene ribadire che se si inoltra una email a qualcuno vuol dire che qualcuno quella e-mail l’ha inviata a noi, e noi a nostra volta la inviamo ad altri.

Es:

Ho ricevuto una email dal direttore. Te la inoltro, dimmi che ne pensi.

Avrete notato la somiglianza tra inoltro e inoltre. Falso allarme comunque.

“Inoltro” e “inoltre” sono due parole che hanno significati e utilizzi diversi.

Un “Inoltro” indica infatti l’azione di inviare qualcosa (simile a invio), come un messaggio o un documento, a un’altra persona o destinazione.
Inoltre” invece è un avverbio che significa “in aggiunta a quanto detto”, “oltre a ciò” o più semplicemenete “anche” e “poi”.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata. Parliamo di attività sportive.
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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Tra le attività che mi piacciono di più si trovano il campeggio e il trekking. Molte volte mi sono inoltrato nei meandri di boschi intricati, con pericoli dappertutto, però fortunatamente ne sono uscito indenne in tutte le occasioni.

Camille: Da annoverare tra le cose importanti in quegli sport ci sono i bastoni per l’arrampicata, una bottiglia per l’acqua, occhiali da sole, cappello e una gavetta con dei medicinali di base, il minimo imprescindibile.

Danielle: ma da avere sempre all’occorrenza c’è anche alcol, bende, aspirina, cerotti adesivo, ecc., è poi occorre buonumore: un buon viatico per tutte le attività.

Edita: Avete iniziato ad accarezzare l’idea di esordire in questa disciplina? Suvvia amici! Non esitate. Non ve ne pentirete mai!

L’aggettivo indenne (ep. 1069)

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faceless firemen by building on fire
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Mi è stato suggerito da Camille, un membro dell’associazione Italiano Semplicemente, di fare un approfondimento sul termine “indenne“.

Ebbene, l’aggettivo indenne deriva dal termine “danno“. Come sapete, un danno è una diminuzione, più o meno grave di efficienza, di consistenza o di valore, dovuta a cause fortuite o anche volontarie. Esistono poi diversi tipi di danni. Esistono danni morali e danni materiali, ma anche e soprattutto danni economici. Quando subiamo un danno economico abbiamo un effetto economico negativo conseguente dall’azione di qualcuno o da un fatto e così “subiamo un danno” normalmente quantificabile in un certo numero di euro o altra valuta.

Esiste anche il danno fisico, relativo alla salute. In medicina, è un termine usato come sinonimo di lesione, disfunzione, alterazione.

Es: subire un danno celebrale o un generico danno al fisico.

Ebbene, “indenne” è un aggettivo che sta ad indicare un’assenza di danni. Quindi se io non subisco alcun danno dal verificarsi di un evento, posso dire che sono indenne o che sono uscito indenne da questo evento. Il prefisso negativo “in” è usato in questo caso per esprimere valore contrario, e viene premesso soprattutto ad aggettivi che esprimono concetti graduabili, tipo incapace, incerto, inefficace, insicuro, inutile.

Anche indenne è un esempio dell’uso di questo prefisso, anche se “danno” è un sostantivo,

Passiamo ai verbi che si utilizzano quando parliamo di danni.

Con i danni si può usare il verbo subire ma anche il verbo patire. Quindi indenne significa anche che una persona o qualcosa non patisce alcun danno:

Con indenne invece si usano principalmente i verbi: rimanere, restare e uscire:

Fortunatamente dal terremoto ne sono uscito indenne

La crisi finanziaria mondiale ha dimostrato che nessuna economia può rimanere indenne dalle conseguenze dei problemi globali.

Ho stipulato l‘assicurazione per restare indenne rispetto agli infortuni sul lavoro

Maria è uscita indenne dall’incidente

Comunque indenne fortunatamente ha anche dei sinonimi. A seconda dell’occasione possiamo usare incolume, illeso o sano e salvo. Oppure salvo, intatto, integro, e anche “perfetto”.

Dicevo che “indenne” si usa anche per le cose e non solo per le persone:

es:

L’incendio ha devastato la chiesa ma il quadro è rimasto indenne.

La pandemia ci ha insegnato inoltre che “indenne” è anche un sinonimo di “immune” quando si parla di contagio.

Es:

Ci sono alcune zone italiane risultate completamente indenni dall’epidemia

Quanto alle differenze con i termini simili, “illeso” può essere usato in contesti simili a “indenne” e “incolume“, ma talvolta porta con sé un senso di fortuna o miracolo nel non essere stato danneggiato, come “uscire illeso da un incidente automobilistico”. Intonso invece, sebbene abbia un suono simile, si usa generalmente in contesti diversi, come abbiamo visto, quando si tratta di qualcosa di mai utilizzato, più che di qualcosa di non danneggiato.

Anche “scampare da un pericolo” trasmette un senso simile. Si potrebbe dire lo stesso dei verbi cavarsela. Se invece riusciamo a prevenire questo pericolo prima che si manifesti, allora possiamo usare il verbo “scongiurare” a meno che non si tratti di qualcosa di ineluttabile

Oggi vorrei che il ripasso quotidiano vertesse sulla felicità. Pare che il paese più felice sia la Finlandia. E questo perché i finlandesi si godono appieno le piccole gioie della vita, come l’aria pulita, l’acqua cristallina e le passeggiate nei boschi. Che ne pensate?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Andrè: Da che mondo è mondo gli esseri umani cercano la felicità! Secondo me la definizione di felicità è soggettiva, anzi direi addirittura che la felicità non esiste ma che esistono i momenti felici! Per quanto riguarda la felicità dei finlandesi, che vuoi che ti dica, sarà perché non soffrono con il caldo soffocante? A proposito, qualche giorno fa la sensazione termica percepita era di 62 gradi a Rio de Janeiro! Non vi dico che sono morto, ma poco ci manca!

Lei vede o veda? (ep. 1068)

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Quando si dà del lei a una persona, sapete tutti che in genere si tratta di una persona che non si conosce, oppure di una persona importante, come un professore, un dirigente o anche semplicemente un collega con cui per rispetto o per formalità o abitudine si è deciso di avere un rapporto di questo tipo.

Ai ragazzi normalmente non si dà mai del lei e neanche tra loro i ragazzi si danno del lei, conseguentemente fino all’età si 18-20 anni una persona difficilmente usa lei al posto di tu.

Oggi, in particolare, voglio parlarvi dell’uso del verbo vedere in una precisa circostanza legata proprio al “lei”.

Iniziamo dal “tu”.

Quando si dà del tu (ma anche del lei) e si sta cercando di spiegare bene un concetto, può capitare di usare il verbo vedere in senso figurato. Si usa senza soggetto davanti.

Es:

vedi Giovanni, se ti dico queste cose è solo per darti un consiglio da amico.

C’è da dire che i giovani difficilmente usano il verbo vedere in questo modo. È un modo di esprimersi poco giovanile, e “vedi”, seguito spesso dal nome della persona con cui si parla (vedi Giovanni, vedi amico, ecc.) è qualcosa che si può semplicemente omettere perché ciò che aggiunge alla frase è solamente un tentativo di ingentilire la frase, oppure si usa per fare una battuta ironica o per darsi un tono, per sembrare più colto o superiore al nostro interlocutore. Per questo motivo attenzione al tono che usate.

In effetti a volte a me dà fastidio quando una persona mi parla e inizia la frase con “vedi”. Sembra quasi che si senta il bisogno di spiegarmi meglio un concetto, come se non avessi capito o che io abbia bisogno di riflettere perché sono stato troppo impulsivo o precipitoso. Suona anche un po’ compassionevole a volte, come a dire: te lo spiego meglio….

Comunque non è un “vedi” che è legato alla vista, ma è un Invito all’ascolto o alla riflessione. Un uso simile, nel senso che è sempre figurato, è quando si dice “io la vedo così”, “tu come la vedi?.

Ci siamo già occupati di queste frasi.

Questo, se diamo del tu.

Invece se diamo del lei, “vedi” diventa “vede”, oppure “veda” .

Abbiamo due possibilità quando diamo del lei. Quale delle due forme è corretta? Vedi o veda?In realtà si ritengono corrette entrambe. Anche se “vede” è molto più diffusa.Vediamo qualche esempio con vedi, vede e veda.

Vedi Marco, ti dico questo perché ti voglio bene. Se continui a arrabbiarti sempre così per ogni stupidaggine, può salirti la pressione o anche prenderti un infarto.

Vedi Laura, ciò che voglio dirti è che non è giusto giudicare una persona solo per le sue azioni passate.

Se diamo del lei invece:

Vede signora Bianchi, io mi fido di Giovanni a differenza di lei semplicemente perché mi fido delle persone in generale.

Vede Dottor Rossi, se le dico questo è perché so come sono andate le cose, si fidi.

Veda Signor Presidente, credo che bisogna analizzare la questione da diversi punti di vista.

Come capite, si sta cercando di spiegare bene qualcosa e si invita a “guardare”, a “vedere” la realtà per come la vede chi parla. È anche un modo per sembrare più riflessivi.

Poi c’è anche un altro uso particolare. In questo caso “veda” non si utilizza.

Mi riferisco a quando dico all’interlocutore che le cose stavano o stanno proprio nel modo come dico io. Es:

Vedi che avevo ragione io?Vede? Avevo ragione io.

Vede che in fondo non era cosi difficile?

Anche in questi casi è un vedere figurato.

Poi a volte la vista però sembra entrarci un po’:

Vedi come come sei bella quando sorridi?

In questi casi veda, come ho detto, non si usa.

Poi invece c’è anche un caso in cui, quando si dà del lei, si usa solamente “veda”, ma il contesto è differente.

Parliamo della locuzione “vedere di”. Attenzione perché in questo caso non ci rivolgiamo con gentilezza. Ce ne siamo già occupati in un episodio, ma in quella occasione non ho fatto esempi dando del lei.

Esempio:

Veda di stare zitto!

Veda di sbrigarsi se non vuole essere licenziato!

Veda un po’ di farsi gli affari suoi!

Si tratta della forma imperativa presente del verbo vedere. Però stiamo dando del lei.

Riassumendo, quando si usa il “lei”, sia “vede” che “veda” sono corretti quando si dà una spiegazione, ma “vede” è più comune e si usa in situazioni più o meno formali, mentre “veda” è più letterario e ancora più formale.

Entrambe le forme sono considerate corrette nella lingua standard ma “vede” è decisamente più utilizzato.

Non si usa “veda” ma solo “vede”, però, quando invito una persona a osservare che qualcosa era proprio come dicevo io.

Infine si usa solamente “veda” nella locuzione “vedere di”.

Adesso vedete di fare un ripasso come si deve.

Parliamo dell’Italia. Quale luogo dell’Italia preferite e perché.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Scegliere il mio posto preferito dell’Italia, nevvero, è la decisione più difficile per un innamorato del bel paese. Quanto è vero Iddio che quest’estate prendo un aereo e ci vado! Però, se mi vedessi costretto a scegliere un posto, sceglierei la Toscana. È un posto che mi fa impazzire, perché? Per la belleza dei suoi tramonti, i suoi vigneti, la qualità del vino, i crostini di fegatini, il tartufo nero, il pecorino, e chi più ne ha più ne metta! E voi, che ne dite, mai stati in Toscana?

Jennifer: Vedi Gianni, per noi che amiamo l’Italia è difficile scegliere un posto specifico. L’Italia è gremita di posti bellissimi. Se mi permettete di predicare un po’, sceglierei il luogo dove vivo ora, l’Aruzzo. Fuori dalla finestra vedo gli infiniti uliveti punteggiati di case isolate. All’orizzonte c’è il Corno Grande, che fa parte del Grand Sasso, ancora innevato e ad est si vede il mare. Oggi sulla schiena sento il calore del sole. Scrivendo questo ignoro che il giardino è un disastro e che la schiena non vuole affrontare il lavoro che è un dovere. Nel momento in cui dovessi scegliere tra qui e Manchester non ci sarebbero dubbi, rimarrei qui. Ho già dato e sono felice in pensione.