281 – Sorbire

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Sorbire

Trascrizione

Giovanni:

Ecco, state per sorbirvi altri due minuti con Italiano Semplicemente. No, per carità, speriamo non sia così, lo spero… poi se fosse così non stareste ascoltando questo nuovo episodio. Sorbire è il verbo che non avete capito.

Io sorbisco, tu sorbisci, lui sorbisce, noi sorbiamo, voi sorbite, loro sorbiscono.

Si parla ancora una volta di sopportazione e di pazienza, argomento di cui abbiamo parlato anche negli ultimi episodi. Infatti sorbire significa proprio sopportare, ma veramente questo è il suo senso figurato.

Infatti sorbire in realtà significa bere lentamente, bere a piccoli sorsi una bevanda, assaporandola, gustandola, sorseggiandola, cioè un sorso alla volta, un po’ alla volta.

Ma questo sorseggiare, questo bere lentamente, poco di frequente si esprime attraverso l’uso di sorbire. A volte si fa ma non così spesso. Comunque nulla vi vieta di venire in Italia per sorbirvi un buon caffè.

Scherzi a parte, il verbo sorbire si usa quasi sempre quando c’è qualcosa di molto noioso che noi sopportiamo, quando facciamo contro voglia qualcosa. Tutte le cose noiose che siamo più o meno costretti a sopportare si sorbiscono.

una spugna assorbente

Notate come somiglia anche al verbo assorbire. Una spugna assorbe acqua ad esempio. L’acqua entra lentamente nella spugna che si riempe di acqua. Tutti i tessuti in fondo hanno un potere assorbente. Ma, pensate, un po’, l’origine di assorbire è la stessa di sorbire, derivano dalla stessa parola latina.

Ma cosa si può sorbire? Quando si usa sorbire?

Sarà costretto a sorbirmi una riunione in ufficio domani

Evidentemente la riunione sarà molto noiosa. Ho detto “sorbirmi” una riunione, infatti spesso si usa la modalità riflessiva, per sottolineare che sarò io quello che sorbirà la riunione, sono io che dovrò sopportarla. Me la devo sorbire io! Che noia!

un alytro esempio:

Ho dovuto sorbire tante umiliazioni nella mia vita per via del mio cognome

Anche le umiliazioni si sorbiscono infatti. Non possiamo sempre reagire in fondo. E in effetti quando sorbiamo qualcosa la sopportiamo senza reagire. E’ il concetto stesso di pazienza e sopportazione.

Adesso che mi hai invitato a cena dovrai sorbirti le mie chiacchiere

Ci siamo dovuti sorbire 3 ore di lezioni di matematica oggi!!!

Sapete che quando si parla si sorbire qualcosa di noioso spesso si usa anche sciroppare.

Sciroppare viene da sciroppo, nome spesso usato per le medicine che si bevono col cucchiaio… lo sciroppo bisogna berlo per forza, ed allora occorre rassegnazione, pazienza. La mamma ha detto di bere questo sciroppo? Allora bisogna sciropparselo senza fiatare! Un po’ più informale rispetto a sorbirsi ma ha lo stesso significato e si usa sempre in modo figurato.

Sarà capitato anche a voi che vi siete dovuti sciroppare tutta la serata le chiacchiere di una persona molto noiosa…

Ora ripassiamo qualche espressione passata e nel frattempo potete sorbirvi un bel “sorbetto” al limone:

Carmen: Se il prossimo episodio durerà ancora così tanto prendo e mando una bella mail di protesta Giovanni!
Rauno: dai, non mi dire che non sei disposta a lasciar correre!
Hartmut: Non è che sei nervosa per altri motivi?
Mariana: Non hai che da dirlo in questo caso, siamo tutti tuoi amici


L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

280 – Prendere e…

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Prendere e

Trascrizione

Giovanni: non so perché ma è da un po’ di tempo che parliamo di pazienza e di impazienza. Anche quello di oggi è un episodio che si inserisce in questa scia, infatti parliamo dell’espressione “prendere e…” fare qualcosa.

Difficile dare un nome a questa espressione. In realtà si tratta solo di un modo particolare di usare il verbo prendere.

Prendere in genere si usa con gli oggetti: prendere una mela, prendere un coltello, ovviamente si prende con le mani.

Ma si usa anche con le strade: prendere la strada a destra (cioè girare a destra) prendere l’autostrada, prendere la macchina.

In realtà però anche le decisioni si prendono. Ecco allora a questo proposito, quando prendiamo una decisione, se questa decisione si esplicita immediatamente in un’azione, se appena la prendiamo, appena ci pensiamo, subito agiamo di conseguenza, senza pensarci, di solito si tratta di decisioni impulsive, prese di getto, prese all’improvviso, magari perché eravamo stanchi e non ce la facevamo più. In genere però quando si prende una decisione non si agisce subito, semplicemente abbiamo deciso. Non siamo più indecisi.

Alcune volte la decisione si prende perché  la pazienza è finita. Abbiamo visto che se siamo pazienti possiamo lasciar correre, possiamo usare questa espressione particolare.

Invece quando non riusciamo più a lasciar correre, quando non possiamo più sopportare, possiamo usare l’espressione “passi che“, e quando usiamo questa espressione stiamo spiegando quanto siamo stati pazienti a sopportare tante cose prima di decidere che poteva bastare.

Allora, nella stessa situazione, se impulsivamente decidiamo di agire per interrompere qualcosa di fastidioso possiamo dire che prendiamo e agiamo, prendiamo e facciamo qualcosa.

Questo vuol dire che subito agiamo.

Vediamo con qualche esempio:

Non ce la facevo più a sopportare quella noiosa riunione, allora ho preso e me ne sono andato.

Un modo curioso di usare il verbo prendere vero?

All’inizio ho pensato a due motivi per cui usiamo il verbo prendere. Innanzitutto abbiamo appena preso una decisione. Il secondo motivo è che è come se noi prendessimo materialmente le cose che abbiamo con noi e le portassimo via con noi; con questo gesto esprimiamo chiaramente la volontà di andar via e non tornare più.

È come dire:

Ho perso le mie cose e me ne sono andato.

Ma questa seconda spiegazione in realtà è qualcosa a cui ho pensato inizialmente. Poi ho riflettuto meglio e ho pensato che posso anche trovarmi in situazioni diverse: non sempre me ne sto andando da un luogo.

Posso dire ad esempio che se sono con una ragazza:

Eravamo al primo appuntamento, io sono un ragazzo timido ma poi ho preso e l’ho baciata

Voglio così dire che ho preso una decisione all’improvviso. Non c’era niente da “prendere” materialmente, solo la decisione. Poi anche la pazienza in questo caso c’entra poco in realtà.

Insomma l’unica cosa che conta in realtà è che si tratta di una decisione improvvisa. Si, a volte si perde la pazienza, ma altre volte si vuole esprimere la fine di una indecisione. E un’azione immediata.

A volte non sai che fare, non sai qual è la cosa giusta da fare ma poi ti stanchi di questo stato di incertezza e allora prendi e decidi di fare qualcosa.

Ieri sai cosa ho fatto? Ho preso e ho smesso di fumare. Era un anno che ci pensavo.

Mi piacciono troppo quelle scarpe italiane. È vero, sono molto costose, ma se domani avrò il coraggio prendo e me le compro.

Ok, credo di essermi spiegato bene. Ora prima che prendiate e interrompiate l’ascolto, vi faccio ascoltare una frase di ripasso, in modo da non dimenticare le espressioni che abbiamo già spiegato. Se avete dei dubbi sul senso di qualche frase che ascolterete potete tornare sull’episodio in questione e tutto sarà più chiaro.

Ulrike: Ciao amici, spero che non mi dica male oggi e troverò alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente in vena per un ripasso di gruppo.

Sofie: un ripasso a voce dici? Beh…non me la sento proprio. Non è che non abbia voglia di partecipare, penso però di dover destreggiarsi meglio con la lingue italiana prima di cominciare a parlare.

Carmen: Io ho lo stesso problema. Se provo a parlare, ogni due per tre mi sento sguarnita delle parole adatte. Poi anche la mia conoscenza della grammatica è scarsa.

Lejla: Maddai ragazzi/e, ho sentore che si tratti di pretesti. Paventate una figuraccia? È solo un problema psicologico.

Mariana: Giusto, e a maggior ragione dovremmo parlare. Anch’io quando c’era occasione di parlare, spesso mi davo alla fuga. Ora però a ragion veduta raccolgo sempre provocazioni di questo tipo e mi butto.

Emma: Pure io. Una volta  rotti gli indugi mi sono accorto/a che man mano la paura sparisce. Superare questa inutile timidezza è stata una vera svolta nel mio apprendimento della lingua italiana.


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279 – Passi che…

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Passi che

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Giovanni: ecco un altro episodio che ha a che fare con la pazienza. Abbiamo visto “lasciar correre” nell’ultimo episodio, e oggi vediamo un’espressione particolare che si usa quando la pazienza sta finendo, o che si è già avuta abbastanza pazienza, quando si è sopportato molto, troppo, e adesso basta. Adesso non vogliamo sopportare più, adesso la pazienza è finita.

Vi faccio un esempio. Ammettiamo che un ragazzo di nome Marco stia seguendo una lezione di italiano a scuola, ma è arrivato tardi alla lezione, poi non è attento durante la lezione e ad un certo punto il ragazzo si addormenta sul banco.

A questo punto il professore, che non può sopportare tutte queste cose accadute, dice:

Adesso basta Marco. Passi che arrivi tardi alla lezione, passi pure che non stai molto attento quando io spiego. Ma se ti addormenti addirittura durante la lezione, questo è troppo!

In questo esempio il professore pronuncia due volte “passi che”.

Utilizza il verbo passare al congiuntivo.

“Passi che” significa “sono disposto a lasciar correre su questo”.

Perché si usa il verbo passare? Passare indica movimento, proprio come correre. Pensate a quando qualcuno vi chiede il permesso di passare prima di voi, ad esempio in strada, o al supermercato. Voi se siete gentili dite: prego, passi pure, avanti. State dando del lei. Lei passi, passi pure. Passi pure prima di me. State concedendo un permesso perché siete gentili.

Allo stesso modo, quando sopportate qualcosa che non vi piace, voi, se siete pazienti e gentili, sopportate e lasciate correre, cioè lasciate passare questa cosa senza protestare.

Dire “passi che” seguito da qualcosa che mi ha dato fastidio, equivale a dire pertanto: “sono disposto a sopportare questa cosa fastidiosa: “che questa cosa passi”.

Però questa espressione si usa quando si sono sopportate troppe cose, si sono lasciate passare troppe cose, si è lasciato correre su troppe cose. Prima si dicono tutte le cose che si sono sopportare, e alla fine però si dice che ora basta, perché è accaduto qualcosa sulla quale non si può più transigere, non si più sopportare, non si può più lasciar correre.

Quindi rivediamo la frase:

Adesso basta Marco. Passi che arrivi tardi alla lezione, passi pure che non stai molto attento quando io spiego. Ma se ti addormenti addirittura durante la lezione, questo è troppo!

Il professore vuol dire che è disposto a sopportare il ritardo, ed anche che non sta attento durante la lezione, ma non può sopportare che si addormenti durante la lezione.

Si solito si è sempre arrabbiati quando si usa questa espressione o quantomeno irritati.

Vediamo un altro esempio.

Una donna è arrabbiata col marito:

Passi che non ti ricordi del mio compleanno. Passi pure che neanche mi saluti più quando esci di casa. Però non riesco a sopportare che pretendi anche di trovare il pranzo e la cena pronti tutti i giorni.

E voi potreste dirmi: Giovanni, la tua rubrica si chiama due minuti con italiano semplicemente. Ora, noi studenti siamo molto pazienti, e passi che un episodio duri tre minuti, non ci sono problemi. Passi pure che ce ne sia qualcuno della durata di 5 o 6 minuti, ma che tu Giovanni, ogni volta, fai episodi molto lunghi più di due minuti, questo non è giusto.

Avete ragione ragazzi. Allora vi lascio alla frase di ripasso.

Sarò conciso: non è che mi dispiaccia se quest’estate non potrò andare al mare; a me infatti piace molto di più la montagna. Il problema è che a ragion veduta avrei prenotato prima. Ora c’è il rischio che non troverò più posto neanche nelle località più in.

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278 – Lasciar correre

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lasciar correre

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Giovanni: siete dei tipi tolleranti, pazienti, oppure siete assolutamente intransigenti?

Se siete tolleranti, se cioè vi capita spesso di tollerare dei comportamenti di altre persone, se cioè sopportate pazientemente, se siete persone predisposte alla pazienza e al perdono, ebbene, vi capiterà altrettanto spesso di lasciar correre.

Se invece non avete molta pazienza probabilmente non lasciate mai correre di fronte a qualcosa che non vi piace.

Questo accade quando c’è qualcosa che non va, qualcosa di negativo, spesso per colpa di una persona, del suo comportamento, e voi anziché arrabbiarvi o rimproverare questa persona, fate finta di non vedere questa cosa negativa che è accaduta. Preferite lasciar correre, cioè far finta di niente.

Si può usare anche quando si invita a stare tranquilli, per non innervosirsi o per non farsi coinvolgere troppo.

Vediamo qualche esempio

I miei studenti hanno fatto molti errori di pronuncia durante il colloquio ma in quell’occasione ho preferito lasciar correre per non farli emozionare.

Mio figlio ha alzato la voce con me, e non potevo lasciar correre. L’ho messo subito in punizione.

Dopo che l’intervento del presidente è stato contestato, lui non ha lasciato correre ed ha insultato tutti i suoi contestatori.

Vivi e lascia vivere” è un noto proverbio italiano. Il suo significato è che non bisogna interferire, ma invece occorre lasciar correre e girare la testa dall’altra parte se il proprio desiderio è vivere tranquilli.

Un’espressione informale, usata da tutti, sia come invito:

lascia correre, non ti arrabbiare, non dar retta a queste persone

Sia se parliamo di noi stessi:

Se avessi lasciato correre non mi troverei in questa situazione

Siamo stati insultati ma noi abbiamo lasciato correre.

Potete usarla quando volete in occasioni informali.

Più formalmente anziché dire “lascia correre” potreste dire “non si preoccupi” (dando del lei) “sia paziente” oppure usare il verbo transigere e essere transigenti:

Non posso transigere di fronte a questi comportamenti!

Che equivale a dire:

Non posso lasciar correre di fronte a questi comportamenti.

Perché si sua correre?

Sta a indicare semplicemente che non ci si deve fermare a commentare, a riflettere, a discutere.

Ora ripassiamo qualche espressione precedentemente imparata su questa rubrica.

Ascoltiamo Sofie e sua figlia dal Belgio. Sofie è membro del’associazione Italiano Semplicemente.

– Ciao mamma , come mai sei già sveglia a quest’ora? Non ti pensavo cosi mattiniera! Ci sta qualcosa che non ti torna?

– Ciao Emma, hai proprio ragione. Oggi non mi gira bene. Ho passato una notte in bianco.

– Come mai? C’è qualcosa che ti ronza per la testa?

– Ieri, dopo 2 mesi di lavoro a distanza sono tornata in ufficio e li mi sono beccata insulti a destra e a manca.

– Non capisco proprio. Hai sempre dato anima e corpo al tuo lavoro.

– È vero. Ma devo ammettere che lo smart-working non è stato alla mia portata e negli ultimi tempi ho sgarrato un po’. Cosi sono finita nel mirino dei miei giovani colleghi.

– Ma lascia correre e abbi un po’ di pazienza. Gliela farai pagare a tempo debito.

– Eh si, la vendetta è un piatto che va servito freddo!

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277 – non è che…

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Non è che

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Giovanni: Non è che avete due minuti liberi? Oggi vediamo una locuzione che vi piacerà.

Si tratta di qualcosa che non troverete da nessuna altra parte su internet perché è anche difficile da ricercare.

Non è che“: questa è la locuzione in questione che ha tanti utilizzi non molto simili tra loro.

C’è una negazione: non.

Questa negazione a volte è una vera negazione, altre volte invece non è proprio così.

Vediamo bene. Una mamma dice al proprio figlio:

Non è che io ti devo dire ogni volta che ti devi alzare presto. Pensaci da solo.

In questo caso la mamma sta enfatizzando il suo pensiero, sta sottolineando la sua volontà. Certo, avrebbe potuto dire più semplicemente:

Io non devo dirti ogni volta che devi alzarti presto. Devi pensarci da solo.

Però nel primo modo, con la frase al negativo sta sottolineando ciò che non vuole che accada. È una modalità colloquiale comunque.

Vediamo un secondo modo.

Se io dico:

Non è che io voglia vantarmi, ma sono il presidente dell’associazione italiano semplicemente.

Questo è sempre un modo informale per negare qualcosa, ma in questo caso è come se volessimo aggiungere qualcosa. In questo caso è come se mi stessi giustificando: nego una affermazione e poi aggiungo qualcosa.

Ci sono mille altri esempi di questo tipo:

Non è che mi stai antipatico, ma a volte sei un po’ maleducato e questo mi dà fastidio.

Non è che a me piaccia sgridarti, ma sei sempre disordinato con le tue cose.

Non è che voglia sembrare ripetitivo, ma se non ascolti e non parli, non imparerai mai la lingua italiana.

Sono tutti esempi analoghi. Si può usare anche il congiuntivo come avete visto.

Vediamo un terzo caso. Abbiamo un sospetto, pensiamo qualcosa, abbiamo un’idea, ma non siamo sicuri.

Maria sembra ingrassata. Non è che è incinta?

Chissà perché Giovanni non ha avvisato che non veniva al lavoro! Non è che ha finito il credito telefonico e non ha potuto avvisare?

In questi casi quindi si tratta di ipotesi non verificate, di supposizioni, e sono poste sotto forma di domanda, come a voler cercare un riscontro, come a dire: che ne dici? Sarebbe possibile?

Vediamo un quarto caso:

Non è che avresti da accendere per favore?

Questa domanda, molto usata dai ragazzi, è un tentativo di usare una forma di cortesia quando si vuole fumare una sigaretta ma non si è provvisti di accendino. Allora si chiede ad altre persone.

Si può anche chiedere:

Hai da accendere?

Avresti da accendere?

Stesso significato.

Posso fare altri esempi simili.

Non è che passi in ufficio dopo? Ho dimenticato la giacca. Se passi puoi prendermela per favore?

Non è che potresti farmi un favore?

Non è che potresti darmi un passaggio?

Anche in questo caso un modo colloquiale per chiedere un favore, o anche fare una semplice domanda, ma capite che la forma negativa non serve a negare qualcosa, ma è solo un modo di essere gentili, come a non voler dare per scontato, per certo, che il favore venga fatto. Una forma di cortesia. Spesso si usa aggiungere “per caso”:

Non è che per caso hai/avresti da accendere?

Non è che per caso hai visto Giovanni?

Posso togliere “per caso” e non succede niente.

Ultimo caso: si usa per chiedere che qualcosa di negativo non sia vero:

Non è che hai lasciato la luce accesa prima di uscire vero? Spero proprio di no!

Non è che non hai finito i compiti?

Non è che mi stai dicendo una bugia?

In questi casi “non è che” equivale a “non vorrei che“, ma mentre la seconda forma richiede in genere l’uso del congiuntivo, la prima richiede sempre l’indicativo.

Non è che avreste un altro minuto da dedicare al ripasso? Non è che siete stanchi?

Sofie: Stanotte ho sognato che prendevo botte a destra e a manca da 10 ragazzi. Ma anche io sono riuscito a dare un calcio.
Carmen: Una magra consolazione però.
Ulrike: ma perché ti hanno picchiato?
Sofie: Volevano picchiare mio figlio e io ho detto: giù le mani!
Carmen: Certo, 10 contro 1 non c’era la più remota possibilità di farcela.
Ulrike: Infatti, meno male che era un sogno.
Sofie: Comunque, laddove mi accadesse veramente, mi vendicherei a tempo debito.
Carmen: È risaputo che sei un tipo vendicativo
Ulrike: Infatti. Io mi sarei dato alla fuga. Tu invece non sei un tipo che lascia correre.

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276 – a destra e a manca

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A destra e a manca

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Emanuele: sapete qual è l’opposto di destra? Certo, è la sinistra!

Questo è chiaro per tutti, esiste ad esempio la mano destra e la mano sinistra.

A proposito, ognuno di noi, o quasi, ha una preferenza nell’uso della mano destra o della sinistra. Lo stesso vale per i piedi. Chi usa la mano destra con maggiore disinvoltura si dice che è destro (destra al femminile).

Io ad esempio sono destro.

Chi invece preferisce usare la mano o il piede sinistro si dice che è… “mancino” . Non si usa dire “io sono sinistro”.

Poi chi sa usarle entrambe indifferentemente si dice “ambidestro“.

La preferenza per la sinistra dunque si esprime col termine “mancino” o “mancina“.

Maradona è stato un calciatore mancino ad esempio perché il piede sinistro era il suo preferito.

Ma perché mancino? Abbiamo già visto insieme in questa rubrica il senso di “tirare un tiro mancino” . Il termine ha vari significati infatti.

Oggi però vorrei parlarvi dell’origine di “mancino”, che viene da “manca”.

C’è una simpatica locuzione italiana che recita così “a destra e a manca” che letteralmente vuol dire “a destra e a sinistra”. Manca quindi sarebbe “sinistra” (al femminile) intesa come contrapposta alla destra. Non ha niente a che vedere col verbo mancare.

Questa locuzione si usa prevalentemente in alcune occasioni.

Ad esempio:

Non riesco a guidare bene quando ci sono macchine che sfrecciano a destra e a manca.

Il senso è che ci sono molte macchine, cioè automobili, che corrono veloci (cioè sfrecciano) dappertutto, ovunque, e questo mi rende difficile la guida, forse per agitazione, per paura.

Oppure:

Sono stato malmenato da un gruppo di ragazzi; erano tanti e non riuscivo a difendermi: arrivavano calci e pugni a destra e a manca.

Quindi ovunque arrivavano colpi, da tutte le direzioni.

Spesso si usa la stessa espressione per rappresentare uno stato di confusione.

Se bevo alcool e sono ubriaco inizio a barcollare a destra e a manca.

Non c’è la volontà di andare in una direzione precisa.

Si, potremmo sempre dire “a destra e a sinistra” ma in questi casi si usa maggiormente il termine “manca” che si usa sempre o quasi sempre nella stessa frase insieme alla destra.

Se inizio a colpire una persona a destra e a manca, la colpisco un po’ alla cieca, senza badare a dove la colpisco, come se fossi cieco, cioè non vedente.

Anche il termine “destra“, in tutti questi casi si può sostituire con un altro termine: “dritta“, però è un po’ meno utilizzato.

In questo caso la frase diventa: “a dritta e a manca“.

Ora ripassiamo con Sofie ed André.

– Ciao Andre, che stai facendo?
– Sono appena riuscito a ritagliarmi del tempo per ascoltare qualche episodio di due minuti con italiano semplicemente.
– Caspita! Ti sei smarcato dal tuo capo ufficio che ti stava incalzando?
– No, siamo tutti chiusi in casa a causa dell’emergenza covid 19. A volte questa chiusura è un tormento ma faccio di necessità virtù e rispolvero il mio vocabolario italiano. Così quando mi troverò a tu per tu con Gianni non mi sentirò più sguarnito di espressioni.
– Andre, secondo me è una magra consolazione questa tua rispolverata. Vai a capire quando verrà consentito l’ingresso nel Belpaese agli stranieri…
– Mi sembra che di Maio abbia detto che sarà possibile a partire dal 3 giugno.
– Il 3 giugno è possibile solo per i paesi membri dell’Unione europea, quindi se vuoi incontrare dal vivo un italiano doc nei prossimi giorni, stai fresco!

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275 – Conciso

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Giuseppina: oggi sarò breve e concisa e riuscirò a stare nei due minuti previsti. Promesso.

Essere concisi, questo è l’oggetto dei due minuti di oggi, significa essere sintetici, significa che si sta dicendo qualcosa (un discorso) o si sta scrivendo qualcosa (un libro, un articolo di giornale) e nel fare questo non si usano molte parole, almeno non più di quanto sarebbe necessario. Equivale a essere brevi; quasi lo stesso significato.

Ma concisi è più formale come termine e se vogliamo essere precisi, conciso è non solo breve, ma anche completo ed efficace. Non ci sono cose non dette o non scritte. Il discorso è completo e chiaro, efficace. In una parola: conciso.

Un’altra differenza rispetto a “breve” è che conciso si può o usare anche per indicare lo stile di uno scrittore o di un giornalista, cioè il modo di scrivere: uno scrittore dallo stile conciso. Un giornalista conciso.

Si potrebbe anche dire uno stile o un discorso essenziale, efficace, asciutto. Non c’è niente di più di quanto è necessario.

Ora ripassiamo.

Carmen (Germania 🇩🇪): Vi risulta facile uscire dalla vostra “zona di conforto” oppure no? Può darsi che a volte risulti difficile, e la fifa abbia la meglio. Probabilmente ci si sente assai insicuri o si ha paura di sbagliare o si temono le difficoltà da affrontare e gli sforzi da fare. Però vale sempre la pena rischiare e osare. Eccome se ne vale la pena! Sia che vada bene o che si fallisca si è fatta un’esperienza da cui imparare. In ogni caso si perdono un sacco di opportunità qualora si eviti di correre dei rischi. Ogni lasciata è persa. Vedrete che col tempo si impara a destreggiarsi sempre meglio, sebbene all’inizio la paura faccia novanta!

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274 – Una magra consolazione

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magra consolazione

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Giovanni: sapete cos’è una consolazione? Quando siete tristi, quando accade qualcosa di negativo, qualcosa di brutto, o quando subite una sconfitta, anche sportiva, cosa potrebbe farvi tornare felici?

Ci vuole una bella notizia, qualcosa di positivo per farvi tornare il sorriso.

Non sempre questo accade, comunque ci può essere qualcosa che allevia la vostra tristezza, qualcosa che fa diminuire il vostro sentimento negativo, qualcosa che vi conforta, che fa parzialmente migliorare il vostro stato d’animo. Queste cose si chiamano consolazioni.

In questi casi molto spesso si usano avverbi come “almeno” o “perlomeno” o “meno male” per indicare un lato positivo della faccenda, un aspetto della storia che migliora un po’ la situazione.

Tipo:

Purtroppo la macchina si è rotta. Peccato perché volevo andare al mare. Meno male che piove.

Sono stato bocciato all’esame di italiano ma almeno ho detto al mio professore cosa penso di lui!

Ecco, queste consolazioni, quando non ci soddisfano per niente, quando sono insufficienti, si possono chiamare “magre consolazioni” che è come dire “piccole consolazioni

Una magra consolazione è pertanto una consolazione che non ci appaga, una consolazione non appagante, una consolazione che non è per niente sufficiente a darci conforto e tirarci su il morale.

ad esempio:

Abbiamo perso ma ho fatto un bel gol. Una magra consolazione comunque.

Lo so, prima o poi dovrò morire. Ma tutti dobbiamo morire prima o poi. Anche questa è una magra consolazione

Si usa questo aggettivo “magra” che solitamente si usa per indicare la magrezza delle persone, riferita quindi all’aspetto fisico: magra è il contrario di grassa.

A proposito, il ripasso di oggi verte proprio su questo argomento. Ascoltiamo Mariana dal Brasile che ha usato alcune delle più recenti espressioni spiegate in questa rubrica che, ve lo ricordo, si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente“.

Mariana: Il mio ripasso verte sulla cura del mio corpo durante l’emergenza coronavirus. Stando a casa, ho avuto più tempo a disposizione così avrei dovuto fare di necessità virtù e fare esercizi quotidiani per prendermi cura del mio corpo. Però non sono mai stata in vena di esercizi e sono ingrassata un po’.

Se esiste una remota possibilità (speriamo sia solo remota) che questa emergenza possa ripetersi, a ragion veduta stavolta sarà diverso.

Ulrike: so che è una magra consolazione Mariana, ma molte altre donne hanno preso qualche chilo durante l’emergenza

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273 – Fare di necessità virtù

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Fare di necessità virtù

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Giovanni:

Probabilmente, non dico sicuramente, avete ascoltato almeno una volta un italiano la frase “fare di necessità virtù“.

Cosa significa?

Intanto vi dico subito che si usa moltissimo in tutta l’Italia.

Il motivo per cui si usa così tanto risiede nel fatto che è una frase positiva, ottimistica. Infatti contiene la parola virtù, che indica i punti di forza, i pregi, i lati positivi, le doti.

Solitamente si parla delle virtù come il contrario del vizio, o anche il contrario dei  difetti- Le virtù sono come i pregi, ma il pregio è più adatto per la singola persona, per indicare i suoi lati positivi, mentre la virtù è un concetto più alto, più nobile.

Le necessità invece sono i bisogni, le esigenze.

Avere una necessità quindi è avere un bisogno, ma è un po’ diverso perché le necessità sono più spesso legate agli obiettivi da raggiungere e quindi agli sforzi da fare per poterli raggiungere, a ciò che è necessario fare per raggiungerli. Un peso insomma, un’incombenza, qualcosa che non si può evitare.

I bisogni invece sono più legati all’esistenza. Spesso comunque si possono usare allo stesso modo.

Allora, fare di necessità virtù significa trasformare una necessità in una virtù.

È una espressione ottimistica perché noi non abbiamo voglia di fare ciò che è necessario fare, ma quando lo facciamo poi spesso impariamo qualcosa, e acquistiamo una virtù che prima non avevamo.

Questo ci spinge, ci esorta a svolgere bene queste attività perché ci sarà una ricompensa alla fine.

Ad esempio:

La quarantena ha costretto gli italiani a lavorare da casa e gli studenti italiani a seguire le lezioni scolastiche da casa. Ma adesso abbiamo tutti imparato qualcosa. Da oggi la scuola e il lavoro in Italia sono cambiati. Possiamo dire che abbiamo tutti fatto di necessità virtù.

Ripeti dopo di me:

Io faccio di necessità virtù

Tu devi fare di necessità virtù

Lui doveva fare di necessità virtù

Noi avremmo dovuto fare di necessità virtù

Voi non avete fatto di necessità virtù

Loro hanno fatto di necessità virtù.

Ora ripassiamo.
Franco (Perù): Ciao a tutti, anche in Perù c’è l’emergenza coronavirus e siamo preoccupati che il contagio si estenda alla foresta, perché molti contagiati si stanno spostando da Lima alla volta delle località interne d’origine. Non è una preoccupazione priva di fondamento.

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272 – su le mani, giù le mani, alzare le mani, cadere le braccia

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Su le mani, giù le mani, alzare le mani, cadere le braccia

Trascrizione

Giuseppina:

Cosa succede quando alziamo e quando abbassiamo le mani?

Avete mai visto film western? In questo genere di film si usano molto le pistole, e capita di sentire frasi come:

Su le mani!

Alzate le mani!

In alto le mani!

Mani in alto!

Questo accade quando una persona ha una pistola e la punta contro un’altra persona, intimandole di alzare le mani.

Anche nel caso di rapine, il rapinatore punta la pistola e chiedere di alzare le mani!

Mani in alto!

Questa è la formula più utilizzata dai rapinatori.

La usano anche i DJ in discoteca, quando incitano tutti i ragazzi a alzare le mani come segno di divertimento.

Su le mani!!!

In questo caso si usa solo questa formula.

Ma le mani possono anche essere abbassate:

Giù le mani!

Sapete che giù è l’opposto di su, e abbassare è l’opposto di alzare.

Giù le mani” però è un’espressione idiomatica, che si utilizza quando qualcuno si vuole impadronire di una cosa che ci appartiene. Quando vuole prendere una cosa nostra.

Quindi con questa espressione non si sta dicendo necessariamente al nostro interlocutore di abbassare fisicamente le mani, ma si sta invitando, in un modo alquanto brusco e deciso, a non prendersi qualcosa che non gli appartiene.

Se sono a pranzo con mio fratello e lui sta per prendere qualcosa dal mio piatto, per fermarlo posso dirgli:

Fermo! Giù le mani dal mio cibo!

é importante usare da, dal, eccetera.

Giù le mani dalla mia pasta

Giù le mani dai miei carciofi!

Cioè: non toccare la mia pasta, non prendere i miei carciofi! Non ti appartengono, non è roba tua!

In senso meno materiale posso ugualmente usare questa espressione:

Se il mio direttore vuole abbassare il mio stipendio, posso dirgli:

Giù le mani dal mio stipendio!

Si usa molto anche come slogan, quindi è una frase usata in politica molto spesso e anche sui giornali. È come dire:

Questo non si tocca, lasciate stare questo perché è prezioso per me.

Per difendere le pensioni, ad esempio, si può dire:

Giù le mani dalle pensioni di anzianità!

Se il governo vuole fare una legge per mettere una tassa sui biglietti del cinema, chi non è d’accordo può dire:

Giù le mani dal cinema!

Poi mi viene 8n mente che azare le mani ha altri due significati.

Il primo è picchiare, fare del male a qualcuno attraverso schiaffi, pugni o anche con dei calci.

Ci sono uomini che alzano le mani con le donne, ad esempio, cioè le picchiano, e spesso le uccidono anche.

Le persone tranquille invece, pacate, calme, non alzano mai le mani con nessuno.

Quando in una discussione una persona inizia a usare le mani perché le parole non gli bastano più, allora l’altra esclama:

Non alzare le mani!

Se alzi le mani ti denuncio!

Una occasione ancora diversa per alzare le mani è per dimostrare che è inutile andare avanti, proseguire, in qualcosa. Meglio non insistere.

Quando una situazione è tale che secondo me qualsiasi mia azione sarebbe inutile posso dire:

A questo punto io alzo le mani!

Le mani alzate rappresentano una resa, un arrendersi a qualcosa che non ha rimedio.

Se un calciatore vuole lasciare una squadra anche se gli viene offerta qualsiasi cifra, a questo punto meglio alzare le mani. Inutile insistere, non c’è niente da fare.

Se poi c’è anche sconforto, sorpresa e delusione, allora diciamo:

Mi cadono le braccia!

Questa volta sono le braccia a andare giù. Però si usa il verbo cadere.

Sono dieci volte che ti spiego questa cosa semplicissima e tu ancora non hai capito. Mi fai cadere le braccia!

Questa è una delusione, una forte delusione, ma anche una resa. Anche qui è inutile insistere. Le braccia però è come se cadessero da sole, tanta è l’inutilità dei propri sforzi.

Ora ripassiamo e Carmen ci aiuterà perché ha preparato una bella frase ricca di espressioni:

Carmen:

L’inizio dell’anno nuovo e i propositi sono un binomio inscindibile. Ma avete presente il motivo per cui i propositi, che so, dieta, esercizio fisico: ogni due per tre vanno a monte?

E che i risultati non balzano subito agli occhi, sembra propio così, che non portino nessun apporto a prima vista . Invece, nessuno sforzo è invano, pertanto via via c’è un crescendo di progresso . Coloro che non si rendono conto che bisogna amarsi di pazienza per raggiungere il traguardo, prima o poi prendono una brutta piega, a discapito dell’avanzamento in tutti i campi della vita. Si tratta di facili obiettivi da raggiungere quotidianamente, indi per cui non occorre un forte impegno e propio questo è il segreto del successo.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

271 – curare, curarsi, avere cura

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curare, curarsi, avere cura, prendersi cura

Trascrizione

Giovanni: mi è stato chiesto, da uno dei membri dell’associazione, di spiegare la differenza tra curare, curarsi e avere cura. Allora io, avendo cura dei membri, cercherò di spiegarlo nel più breve tempo possibile.

Curare è più semplice da spiegare. La prima cosa che a me viene in mente è curare un paziente, nel senso che se una persona è malata può essere curata, cosicché possa guarire.

Ma curare non significa solo occuparsi di persone malate, ma di qualsiasi altra cosa, basta avere cura di qualcosa o qualcuno. Se curiamo qualcosa o qualcuno, vuol dire che ci occupiamo di questa cosa, che sia materiale o meno, che sia un oggetto o una persona.

Molte cose possono quindi essere curate: l’abbigliamento, le amicizie, gli affari, il proprio aspetto, i propri difetti. Ognuno cura ciò che vuole, ed ognuno ha cura di ciò che vuole.

Ripeto: Ognuno cura ciò che vuole, ed ognuno ha cura di ciò che vuole.

Ma allora che differenza c’è tra curare ed avere cura?

Molto spesso nessuna differenza. Posso curare il mio aspetto e posso aver cura del mio aspetto. Ma questo può funzionare qualche volta, non sempre.

Avere cura di qualcosa in generale ha un senso maggiormente affettivo. Quando una cosa è importante è bene averne cura. Avere cura di qualcosa è occuparsi amorevolmente, come quando abbiamo cura dei nostri affetti, dei nostri cari, ma posso anche aver cura dei miei affari, e in questo caso è solo perché ci tengo, sebbene sia solamente io a beneficiarne. Si usa anche “prendersi cura” di qualcosa o qualcuno, con un senso ancora più affettivo, quasi di gelosia direi.

Mi prenderò cura di te.

Che è ancor più forte di “avrò cura di te”.

Riguardo alle malattie, curare ha un significato diverso da aver cura. Curare significa superare una malattia, superare uno stato di cattiva salute. Mentre aver cura è solo mostrare interesse, prestare attenzione, mostrare vicinanza, affetto, a prescindere dal risultato finale.

Il senso di curare, essendo meno legata all’affetto è spessissimo usato similmente a “occuparsi di” qualcosa.

Curare una mostra, curare l’edizione di un libro, curare dei particolari aspetti di una qualsiasi questione. In questi casi è come occuparsi di queste cose, o anche organizzare o gestire qualcosa in virtù di certe competenze.

Curare in questo senso è molto usato nel lavoro, nell’arte e nella didattica. Si sente spesso dire:

La rubrica di italiano per ispanofoni sarà a cura di Davide

Il corso gratuito è a cura di Giovanni.

Significa che Davide (o Giovanni) curerà tutti gli aspetti relativi al corso, che sarà tenuto da lui. Lui lo organizza, lui fa le lezioni, lui si occupa di tutto ciò che riguarda il corso. Sarà lui a curare tutti gli aspetti.

Se passiamo a curarsi, si parla di se stessi. “Io mi curo“, semplicemente significa che voglio guarire. Per questo mi curo.

Ma se io “non mi curo di” qualcosa, quindi con le negazione è una espressione che si usa quando non si vuole tenere in considerazione, considerare importante qualcosa. Spesso si usa verso le persone che non bisogna ascoltare, o delle cose che dicono queste persone. Simile a “non badare a“.

Non ti curare delle persone che parlano male di te.

E’ uscito di casa senza curarsi di chiudere la porta.

Di solito si usa al negativo, ma posso anche dire ad esempio_

Gli studenti dovranno curarsi di superare l’esame

I ristoratori devono curarsi di pulire e sanificare i locali

Qui c’è invece un senso di responsabilità, di qualcosa che si deve fare.

Al negativo si usa di più, come dicevo, anche perché si può usare anche come una forma di accusa, per sottolineare la mancanza di attenzione, di cura:

Non ti sei è mai curato di darmi una risposta!

Non ti sei degnato – stesso significato, ma più elegante. Non ti sei mai scomodato di rispondermi. Anche scomodarsi è utilizzato ma curarsi è e resta più elegante.

Ora ripassiamo con cura con l’aiuto di Doris, membro dell’associazione.

Doris (Austria): Desta l’interesse dei membri quando il presidente lancia un nuovo apporto sul sito Italiano Semplicemente. Un’associazione che si interessa di aiutare i suoi membri a fare progressi con la lingua italiana. Il suo supporto è irrinunciabile per quelli che si interessano ad imparare l’Italiano con tutti gli annessi e connessi. Le sette regole d’oro funzionano solo quando si tiene al metodo la cui efficacia è quasi inconfutabile. La dedizione e la disciplina però sono imprescindibili e non conviene andare in tilt se non si raggiungono immediatamente gli stabiliti obiettivi personali. Armarsi di pazienza è il primo passo verso il successo nello studio. Hai visto mai che anche tu abbia adocchiato questa bellissima lingua, la lingua di Dante e ti decida ad impararla? Se sì, fatti sentire e ti accoglieremo di buon grado nel nostro gruppo! Almeno per me, nulla quaestio di fronte a una richiesta da parte tua.

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270 – Interessare

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Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo del verbo interessare?

Che ne dite, vi interessa? Se vi interessa, evidentemente trovate questo argomento interessante, quindi la cosa attira, attrae il vostro interesse, o meglio ancora: suscita il vostro interesse.

Il verbo suscitare è molto adatto quando si parla di interesse ed anche di emozioni.

Ti interessa questa cosa?

Grazie, mi interessa. Riposta esatta.

Grazie, a me interessa. Risposta esatta.

Grazie a me mi interessa. Risposta sbagliata: “a me mi” non si può dire in generale; è una delle prime cose che si insegnano ai bambini.

A me mi, a te ti, a lui gli, a lei le, a noi ci, a voi vi, a loro gli. Sono tutti errori comuni tra i giovanissimi.

Questo di dimostrare interesse verso qualcosa è il modo più comune di usare questo verbo, ma non l’unico.

Posso usare “interessare” anche per indicare un particolare tipo di interesse, quando teniamo molto a qualcosa, quando ci importa molto di qualcosa, quando teniamo a cuore qualcosa.

Quella ragazza mi interessa.

C’è da dire però se una cosa ti interessa non significa sempre che questa cosa è interessante per te, che suscita il tuo interesse. Infatti può anche significare che ti riguarda, che ti tocca direttamente.

In questo caso quindi potremmo anche non provare interesse per un qualcosa che, ad ogni modo, interessa anche noi.

Ad esempio:

La legge interessa tutti.

La sicurezza sanitaria interessa tutti i cittadini.

Non ho detto “interessa a” tutti i cittadini, ma “interessa tutti” i cittadini. Ha un senso diverso, simile ma diverso, perché è come dire riguarda, coinvolge tutti i cittadini.

Lo stesso senso lo troviamo anche in frasi come:

Voglio parlarti di una cosa che interessa la tua azienda.

Ho un dolore alla gamba che interessa la parte posteriore.

Anche in questo caso, sebbene si parli di dolore, ci si riferisce non ad un interesse, ma più ad un interessamento.

Negli infortuni questo si usa spesso, quindi anche in generale nella scienza medica:

La parte del corpo interessata all’infortunio.

Il covid 19 può avere un interessamento neurologico.

Poi esiste anche interessarsi a qualcosa, che è come provare interesse, quindi essere attratti da qualcosa.

Da giovane mi sono interessato alla politica.

È esattamente come dire “ho provato interesse” nella politica, mi sono avvicinato alla politica, mi sono appassionato di politica.

Interessarsi si usa anche come occuparsi di qualcosa, avere cura di qualcosa o qualcuno:

Maria ha detto al direttore che il suo stipendio è troppo basso. Lui ha risposto che si interesserà personalmente per fare in modo che lo stipendio venga aumentato.

Quindi il direttore si occuperà personalmente di questa faccenda che interessa Maria.

Ho usato interessarsi e interessare nella stessa frase. Ora, se la cosa è di vostro interesse, ascoltate carmen che ha preparato un bel ripasso:

Carmen:

C’erano una volta due ranocchi e una pentola di panna, dove, loro malgrado caddero dentro. La pentola era grande, ragion per cui non ce la fecero ad uscire. Si trovarono pertanto nei guai. Uno dei due ranocchi aveva sentore che fosse inutile combattere e preferì arrendersi, ovviamente pagandone lo scotto con la propria vita. L’altro invece non se la sentì di mollare, aveva un temperamento pervicace, così, strinse i denti e tornò alla carica continuando a scalciare di buona lena. Beato lui, perché la panna iniziò via via a trasformarsi in burro e perciò il ranocchio riuscì a salvarsi in calcio d’angolo saltando fuori della pentola. Una storiella all’insegna della tenacia: d’altronde è risaputo: chi la dura la vince.

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269 – Remoto

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Re moto
disegno di Doris (Austria)

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Emanuele: C’era una volta, tanto tempo fa, un re. Il suo nome era Moto. Tutti lo chiamavano remoto. Il suo regno si trovava in un luogo molto remoto, e le possibilità di raggiungerlo erano altrettanto remote. Fortunatamente il re aveva una connessione remota e poteva collegarsi da ogni parte del mondo. Un giorno però si ruppe il PC e dovette tornare in ufficio. Questa è una leggenda che viene dal passato. E precisamente dal passato remoto 😀

Giovanni: avete ascoltato la storia del re Moto, raccontata da Emanuele. Un modo divertente per vedere insieme tutti i significati del termine “remoto”, noto più che altro per via del “passato remoto”. Chi studia la lingua italiana sa di cosa sta parlando: il passato remoto è un tempo verbale dell’indicativo e si usa per indicare un fatto avvenuto nel passato, un fatto che si è concluso, un fatto terminato, e quindi senza legami di nessun tipo con il presente. Emanuele ha utilizzato il passato remoto all’interno della storia, quando dice che un giorno però si ruppe il PC e il re Moto dovette tornare in ufficio. Emanuele ha utilizzato il passato remoto di rompere e di dovere.

Quindi remoto indica una lontananza nel tempo, ma in realtà la lontananza è di carattere sia cronologico, sia spaziale, sia psicologico, perché come ho detto è un passato con il quale non ci sono più legami oggi, nel presente.

Spaziale perché un luogo lontano, laddove sia molto ma molto lontano, può essere chiamato un luogo remoto, e con questo termine si vuole indicare anche che questo luogo è difficilmente raggiungibile. Remoto o remota, o anche remoti, al plurale sono termini che si usano in generale per la lontananza di ogni tipo.

Se un ricordo è un remoto ricordo, questo ricordo è lontano, si riferisce a tanto tempo fa, ed è anche difficile da ricordare, come un luogo che è difficilmente raggiungibile.

Quando nella storia si parla delle possibilità remote di raggiungere il regno del re, si intende che questo regno si trovava in un luogo difficile da raggiungere, e le possibilità di farcela sono basse, molto basse, remote, appunto.

Lo stesso concetto si può applicare a dei pericoli, che sono remoti quando sono potenzialmente dei pericoli, ma la probabilità che si verifichino è molto bassa.

Il pericolo che piova nel mese di agosto è molto remoto in Italia.

Le possibilità che Giovanni riesca a stare nei due minuti previsti dalla rubrica sono remote.

Infine, si parla di una connessione remota, e cos’è questa connessione remota?

Questa è una terminologia informatica, molto usata negli ultimi tempi, che indica il collegamento ad un PC, un computer che si trova in un luogo diverso da quello in cui ci troviamo. Stabilire una connessione remota serve quindi a collegarsi ad un computer. Ora ripassiamo alcune espressioni passate.

Ulrike: Vi dico, che bel po’po’ di espressioni interessanti qua, ormai siamo giunti alla puntata 269! E voi, le puntate precedenti, le avete tutte presenti? Io no, sono troppe, ragion per cui ogni due per tre mi vedo costretta a ricorrere al supporto delle frasi di ripasso. Che poi mi continuino a sfuggire, che volete… a maggior ragione devo ritagliarmi del tempo per rispolverarle. Un giorno riuscirò ad usarle senza dover più scervellarmi, hai visto mai.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

re moto
Disegno di Xiaoheng

268 – Perso per perso

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Giovanni: L’espressione che vi spiegherò oggi è “perso per perso“, che si utilizza informalmente in situazioni  negative, quando le cose vanno male e allo stesso tempo c’è ancora qualcosa che possiamo fare per ridurre i danni, quindi.

Facciamo qualche esempio di situazioni negative, un esempio di cose che vanno male; anzi, forse dovrei parlare di una situazione ormai compromessa.

Quando una situazione è compromessa vuol dire che non c’è niente da fare per salvarla.

Ecco il primo esempio:

Mi ha detto il professore che non riuscirò a superare l’esame. Allora, perso per perso, scherziamoci su.

Quindi, visto che non riuscirò a superare l’esame, cioè considerato il fatto che che non riuscirò a superare l’esame, a questo punto, tanto vale che che ci scherziamo sopra.

Perso per perso” però è più immediata come espressione: ma perché si dice “perso per perso”?  Il motivo risiede nel fatto che questa strana locuzione si usa per confrontare le due situazioni: in questo caso la prima situazione è l’esame che non sarà superato (magari con conseguente tristezza) e l’esame che non sarà superato ma con uno stato d’animo positivo. In entrambi i casi la situazione è negativa, cioè abbiamo “perso”, quindi “perso per perso” indica che abbiamo perso in entrambi i casi.

Come a dire: almeno ridiamoci su, almeno scherziamoci sopra, tanto, perso per perso, non vale la pena arrabbiarsi o essere tristi.

Che faccio, ci vado a fare l’esame? Il professore mi ha detto che sarò bocciato.

Certo, perso per perso non ti costa niente provare.

Questa situazione negativa è probabilmente irrimediabile, e allora si cerca di ridurre i danni. Questo è il senso della locuzione.

A dire il vero, talvolta capita di incontrare altre parole al posto di “perso”, ma la frase ha lo stesso identico significato.

In effetti nell’esempio precedente si poteva dire:

Bocciato per bocciato, non ti costa niente provare.

E’ più raro incontrare queste ultime frasi ma può capitare. In alcune occasioni è persino più conveniente usare una parola diversa perché non sempre si tratta di situazioni compromesse, non sempre la cosa è molto negativa. Alla fine dell’episodio vi faccio un esempio su questo tipo di frase alternativa.

Altri due esempi adesso, velocemente:

La squadra della Roma stava perdendo 3-0 e allora, perso per perso, ha cercato almeno di salvare l’orgoglio senza farsi travolgere dall’avversario.

Il paziente stava morendo e allora, perso per perso, abbiamo provato un nuovo farmaco in fase di sperimentazione.

Insomma quando c’è ancora qualcosa da salvare in una situazione “persa” tra virgolette –  meglio dire compromessa – potete usare questa espressione.

Vabbè, abbiamo superato ancora una volta i due minuti, allora, superato per superato, ascoltiamo un bel ripasso delle espressioni precedenti dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:

  1. Amelia: A Ragion veduta Giovanni, avresti potuto chiamare la rubrica “5 minuti con Italiano Semplicemente”. Sei sempre il solito!
  2. Ulrike: Sei in vena di polemiche?
  3. Sofie: Credo stesse scherzando. Cercava solo di dare il suo quotidiano apporto.
  4. Doris: A maggior ragione dovrebbe evitare certe battutine, no?
  5. E’ una domanda retorica questa?
  6. Io credo di sì, perché la domanda iniziale era proprio fuori luogo!
  7. Vai a capire perché discutiamo spesso in questi ripassi!
  8. Lejla: Possiamo smorzare i toni adesso?
  9. Camille: Ma non è così inutile discutere sapete? Ho trovato il rovescio della medaglia!!
  10. E quale sarebbe? meglio dirlo a scanso di malintesi!
  11. Io lo so: è che il rovescio della medaglia questi ripassi, al di là delle discussioni, non andranno a discapito degli stranieri che ascoltano. Anzi!

Giovanni: Quindi se avessi saputo prevedere che avrei superato sempre i due minuti (a ragion veduta), è vero, avrei potuto chiamare la rubrica in modo diverso. So bene che Amelia non era in vena di polemiche, come ha ipotizzato Ulrike, cioè non aveva voglia di fare polemiche, era solo uno scherzo. L’apporto, cioè l’aiuto, cioè il contributo portato da tutti voi che avete registrato queste frasi è molto importante. A maggior ragione, ha detto Doris, Amelia avrebbe potuto evitare certe battutine, il che significa che proprio perché volava dare un apporto, questo era un motivo in più per non fare polemiche. Non si trattava di una vera domanda, quella di Doris, quindi certamente di una domanda retorica, cioè dalla risposta scontata. C’è chi, come … dice che la polemica iniziale di Amelia fosse fuori luogo, cioè non appropriata, cioè inappropriata e c’è anche chi non si spiega il motivo di queste discussioni (…) e infatti dice: vai a capire perché discutiamo spesso quando facciamo questi ripassi.  Di fronte a questa situazione arriva Lejla, dalla Bosnia Erzegovina, che invita tutti a smorzare i toni, cioè Lejla vorrebbe riportare la discussione su dei toni pacati, senza alzare la voce e senza accusarsi. Alla fine Camille trova un lato positivo però in questa discussione, cioè trova il rovescio della medaglia. E quale sarebbe? A scanso di equivoci, cioè per evitare che qualcuno intenda diversamente, il rovescio della medaglia viene indicato da … che dice che, al di là delle discussioni, cioè a prescindere dalle discussioni, senza pensare alle discussioni, gli stranieri che ascoltano questo ripasso non saranno dispiaciuti, quindi tali discussioni, seppur fossero vere, non sarebbero andate a discapito dell’apprendimento.

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267 – A ragion veduta

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a ragion veduta

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Giovanni: L’episodio di oggi ha a che fare con le decisioni e i dubbi. In che senso?

Nel senso che si può essere più o meno sicuri di qualcosa, come una decisione da prendere di qualsiasi tipo, e aver avuto un’esperienza in passato può aiutare sicuramente. Soprattutto se questa esperienza è direttamente collegata con questa decisione da prendere, come se si trattasse della stessa decisione, da prendere come se conoscessimo già cosa accadrà.

Ovviamente non sarà mai così, ma c’è un’espressione in questi casi che si può usare per esprimere questo concetto, il concetto di relativa sicurezza di quanto accadrà e che quindi la decisione da prendere è più facile. l’espressione è: “a ragion veduta“.

Ancora un episodio su questa parola dunque, la ragione, che abbiamo già incontrato due volte finora (a maggior ragione e ragion per cui).

Il termine “veduta” a cosa serve? Sta lì proprio per questo motivo: sta a significare che abbiamo già “visto” come funziona e la ragione, cioè il nostro cervello, ci aiuterà a trarre beneficio dall’esperienza passata. Abbiamo quindi già un’idea di ciò che potrebbe accadere. La “ragione” è “veduta”, il che significa che abbiamo visto qualcosa che ci può aiutare a prevedere il futuro.

Facciamo qualche esempio:

Oggi, a ragion veduta, in tutto il mondo avremmo potuto prendere misure preventive per combattere il coronavirus.

Vale a dire: se avessimo saputo ciò che sarebbe accaduto avremmo agito diversamente. Avremmo potuto limitare il contagio. A ragion veduta l’avremmo fatto.

Oppure:

Io e tante altre persone abbiamo sbagliato a fidarci di Giovanni, ma tu adesso a ragion veduta sai come comportarti.

Tu adesso sei in una condizione diversa, tu sai cose che noi non sapevamo, noi abbiamo sbagliato, ma tu sulla base delle esperienze da noi vissute, considerate queste nostre esperienze, saprai meglio di noi come comportarti.

Voi mi direte: posso anche dire allora:

Adesso che lo so posso comportami così

Adesso che ne so di più posso prendere una decisione più ponderata

Siccome adesso conosciamo meglio il problema, possiamo risolverlo

In teoria potete usare anche queste frasi, ma non sono molto eleganti come frasi.

Poi la locuzione “a ragion veduta” si adatta bene a molte circostanze diverse e difficilmente troviamo una espressione equivalente sempre valida:

Ne parlo a ragion veduta (cioè so quello che dico, conosco i fatti)

Decideremo a ragion veduta (decideremo quando sapremo come fare)

Fidatevi di noi: parliamo a ragion veduta (fidatevi perché abbiamo dei motivi validi per sostenere le nostre idee).

Pensavo che tu parlassi a ragion veduta.

Dà il senso dell’affidabilità “parlare a ragion veduta”; anche il senso dell’esperienza, ma bisogna saper distinguere la “ragion veduta” con, ad esempio, la “cognizione di causa“, espressione simile che vediamo nel prossimo episodio.

Infine mi raccomando, bisogna dire e scrivere “ragion” e non “ragione“, come nell’espressione “ragion per cui” che abbiamo già visto nell’episodio n. 176.

Adesso ripassiamo alcune puntate precedenti:

Ulrike: Sono rimasta impressionata dall’efficacia delle frasi di ripasso.
Lejla: Vero, sono un supporto notevole per rinfrescare la memoria.
Camille: Anche il nostro apporto però è importante, no?
Khaled: Certo, senza di quello che sorta di associazione sarebbe?
Cristine: Ragazzi a proposito. Andiamo in Italia quest’estate? Inizio ad essere insofferente a casa mia! Oppure avete paura del virus?
Hartmut: Io non sono pronto a raccogliere la provocazione!!! Ho rispetto del virus.

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266 – Essere in vena

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Essere in vena

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Giovanni: Benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Episodio n. 266. Ma siccome oggi non sono in vena di spiegazioni lascio la parola ai membri dell’associazione.

Ulrike (Germania): Facciamo di nuovo un lavoro di gruppo? Ve la sentite? Vi propongo un episodio di ripasso di qualche puntata precedente che al contempo verte su una spiegazione di una nuova locuzione.
Sarà un compito esigente direi, dovremo darci da fare. Allora, siete in vena di partecipare?

Leyla (Bosnia): Buona idea direi. E mi pare tu abbia appena usato un’espressione interessante che varrebbe la pena di spiegare. Essere in vena, appunto. Cominciamo subito, me la sento proprio.

Bogusia (Polonia): Te la senti hai detto? Sai Lejla, avresti potuto dire anche che ne sei in vena, proprio per dire che ti trovi nelle condizioni buone, che sei disposto/a e ti senti forte, pronto e predisposto per affrontare questo compito.

Andrè (Brasile): Eccomi anch’io ragazzi! non vi dico quale coincidenza! Proprio ieri una mia amica italiana ha usato questo modo di dire. Lei mi pareva triste ed io cercavo di rasserenarla un po’, allo ho fatto qualche battuta ma lei si mostrava restia e mi ha detto: ti prego, lasciami un po’ in pace guarda, non sono per niente in vena di queste battute.

Rauno (Finlandia):
Perché però in vena ? La vena è un vaso sanguigno che porta il sangue al cuore. Nelle vene scorre il sangue.
Mi pare che le vene non abbiano nulla a che spartire con lo stato d’animo della tua amica.
Qualcuno sa, da dove deriva questo modo di dire?

Sofie (Belgio): Allora, io ho fatto qualche ricerca e ho trovato un pezzo interessante sull’origine del modo di dire essere in vena, cosicché ora si può riuscire a capacitarsi del significato.

Ascoltate:
Nei tempi antichi i medici usavano tastare il polso dei pazienti per valutare il loro stato di salute e per scoprire se il malato fosse “in buona vena”, ovvero se si trovasse in uno stato che lasciava prevedere una guarigione in breve tempo.

Emma (Taiwan): Interessante, buona ricerca Sofie. Ecco perché quando oggi diciamo “mi sento in vena di fare questa cosa” significa che ci sentiamo nelle condizioni migliori per affrontare con successo una situazione o un’iniziativa. Il contrario sarebbe sentirsi totalmente privo di energia, di volontà. Potrei dire: oggi proprio non mi va, non me la sento, non ne ho voglia. Oppure non sono in vena.

Doris (Austria): Bene amici, ho capito, vi siete spiegati bene. Ora mi sento dello spirito giusto, cioè sono proprio in vena di ripetere alcune parole passate della rubrica. Ciao, alla prossima e grazie a Giovanni, bontà sua, per averci dato il suo beneplacito per questa attività ivi incluse le correzioni laddove siano venuti a galla degli errori.

Giovanni: complimenti, proprio un bell’episodio ragazzi, ricco di frasi di ripasso. A proposito, con questo episodio mi avete fatto venire in mente una battuta: sapete cosa dice una goccia di sangue cadendo a terra? Oggi non sono in vena!

E adesso visto che mi avete sostituito nella spiegazione, tocca a me fare una frase di ripasso:

Laddove voi vi sareste aspettati una cazziata da parte mia per aver commesso molti errori, mi complimento invece con voi e peccato che non lo facciamo spesso. Ma vedrete che a questo punto, bontà vostra, potrete supportarmi più frequentemente, ovviamente tempo e voglia permettendo. Un saluto a tutti.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

265 – A maggior ragione

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a maggior ragione

Trascrizione

Giovanni:

La ragione è dei fessi

Quante volte la ragione ha torto!

La ragione non è nulla senza l’immaginazione

Queste solo alcune frasi sulla “ragione“, delle presunte verità, o delle frasi celebri sulla ragione.

La ragione. Cos’è la ragione?

Il modo più facile per usare questo termine è nella frase:

Avere ragione, che è il contrario di avere torto.

Io ho ragione, tu hai ragione e eccetera.

Avere ragione quindi significa avere un pensiero che si dimostra vero osservando la realtà.

Ci sono tantissime locuzioni col termine “ragione” con 1000 sfumature diverse. Oggi vediamo “a maggior ragione”, che è una locuzione che si usa in modo simile a un’altra espressione che abbiamo già visto nella puntata n. 234: tanto più. Le due espressioni si usano nelle stesse occasioni, esprimono lo stesso concetto, ma le frasi si costruiscono in modo diverso.

Si tratta ancora una volta di esprimere un concetto che voi ritenete valido, aggiungendo un argomento ancora più valido, che ne rafforza la validità.

Vediamo qualche esempio con entrambe le locuzioni

Dobbiamo sempre mettere la mascherina, a maggior ragione (tanto più) a casa se ci sono anziani o malati.

Dobbiamo sempre stare attenti alla pulizia delle mani, a maggior ragione (tanto più) adesso con questo virus.

Stesso concetto, stesso significato. E’ come dire: “anche perché“, che probabilmente voi stranieri usate di più. Ma “anche perché” si usa meno quando state cercando di convincere qualcuno.

Francesco oggi non vai a scuola perché fa troppo freddo. A maggior ragione non ci va neanche Giovanni perché è stato male nei giorni scorsi.

Qui si fa un confronto tra Francesco e Giovanni. Il freddo è un motivo valido per non andare a scuola, ma Giovanni ha anche un motivo in più per non andarci: è stato male quindi a maggior ragione meglio che se ne stia a casa.

Francesco e Giovanni, oggi non andate a scuola perché fa troppo freddo. Tanto più che Giovanni è stato anche male nei giorni scorsi.

Spesso si usa anche come esclamazione:

Domanda: Bisogna mettere la mascherina in casa se siamo solo io e mio nonno?

Risposta: lo devi fare a maggior ragione!

In questo “tanto più” è più difficilmente utilizzabile, anche perché “a maggior ragione” è più convincente.

Infine, è bene dire che “a maggior ragione“, non solo si usa in modo analogo a “tanto più“, ma in alcune circostanze ha anche lo stesso significato di “tantomeno“, e questo lo abbiamo già visto nella spiegazione di tanto più.

Si può fare solo quando si afferma qualcosa ma in forma negativa. Solo in questi casi tantomeno può essere uguale a “a maggior ragione” e “tanto più“. Ad esempio:
Tu non puoi a casa nostra perché è pericoloso. Tantomeno tu mamma, che hai una certa età. In questi casi si può anche dire:

A maggior ragione tu mamma

Oppure

Anche tu mamma, tanto più che hai anche una certa età.

Ora ascoltate una bella frase di ripasso, vale la pena farlo, anche perché sono già passati i due minuti. Sofie dal Belgio ha qualcosa da dire riguardo al coronavirus.

Sofie (Belgio): C’è chi dice “Pentola guardata non bolle mai” ma oggi è finalmente arrivato: il 4 maggio, giorno della ripartenza graduale dopo l’incubo del Covid19!
Ma vai a capire cosa sia questa ripartenza “con cautela”. Regione che vai, fase due che trovi.
Certo, ogni Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) è passibile di modifiche ma quando provo a capacitarmi della situazione mi dà di volta il cervello.
Affetti stabili, congiunti, fidanzati, parenti di sesto e di quarto rado e affini.
Qualcuno si sente in vena di aiutarmi a ricostruire il mio albero genealogico?
No, scherzo, state tranquilli, mi rendo conto che è difficile.
Anche qui in Belgio c’è moltissima confusione; che vuoi, è da 11 mesi che stiamo senza governo.
Se aspettiamo che tutti rispettino le regole che cambiano ogni due per tre, stiamo freschi!

Giovanni: in Belgio non rispettate le regole? Beh, allora a maggior ragione non lo facciamo neanche in Italia, tanto più che non amiamo neanche tanto farlo!

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

264 – Supporto

Audio

Supporto, aiuto, Apporto, ausilio

Trascrizione

Giovanni: e dopo l’apporto vediamo il supporto, in questo duecentosessantaquattresimo episodio della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Io sono Giovanni e sono qui a supportarvi, voi invece a (o per) sopportarmi.

Scherzi a parte, il supporto è un altro modo per indicare un aiuto.

Se state ascoltando questo episodio state di certo utilizzando un supporto audio; se state solamente leggendo non vi state avvalendo di alcun supporto audio ma sicuramente di un supporto video, magari lo schermo del vostro cellulare.

Ma il supporto è come l’apporto?

E supportare è come apportare?

Si, il supporto è come l’apporto e anche come l’aiuto, si usano allo stesso modo, ad es:

Avrai il mio aiuto

Avrai il mio supporto

Avrai il mio apporto

Ma il termine supporto si usa quando vogliamo indicare un sostegno, una base, qualcosa su cui appoggiarsi, qualcosa o qualcuno che ci sostiene, e infatti proprio sostenere è all’origine del supporto e del verbo supportare.

Il supporto, è vero, si usa anche in sostituzione dell’aiuto, ma è una via di mezzo tra l’aiuto e l’ausilio. Ricordate l’ausilio? Lo abbiamo visto nell’episodio 120 di questa rubrica. Anche l’ausilio è una forma di aiuto, ma è più tecnico come termine, e poi non c’è il verbo “ausiliare” come abbiamo già visto in quell’episodio.

Supportare invece esiste e si usa come aiutare, nel senso che si aiuta una persona, e si supporta una persona, mentre se ricordate non si può apportare una persona. Però possiamo dare aiuto, dare (un) supporto o dare (un) apporto.

Ma perché usare il verbo supportare?

Supportare inizia per “su”. Un caso?

No!

Quindi supportare serve a portare su, come quando ci si appoggia sulla spalla di un amico per alzarsi, per portarsi su, per alzarsi.

Quindi una squadra ha bisogno del supporto dei tifosi. Ha bisogno di essere supportata.

Tutti abbiamo bisogno del supporto di un amico quando siamo tristi. Bisogna supportare gli amici al bisogno.

Gli anziani spesso hanno bisogno di supporto per camminare. Un semplice bastone in questo caso li può supportare, ma meglio sicuramente un supporto umano e psicologico.

Anche un supporto informatico o tecnico serve ad aiutarci. E questo può essere sia l’aiuto di un tecnico esperto, sia un oggetto come un computer.

Un’azienda ha sicuramente bisogno di essere supportata dallo Stato, altrimenti fallisce.

Aiuto è più facile da usare, d’accordo; aiutare va sempre bene in ogni caso, ma col supporto di Italiano Semplicemente potete fare passi in avanti. L’apporto che posso darvi con questi episodi spero vi sia utile ma se non vi basta il mio, probabilmente può esservi di ausilio anche il contributo dei membri dell’associazione che state per ascoltare, in questo caso André e Mariana dal Brasile.

Andrè:

Vedo un crescendo nell’apprendimento della lingua italiana in questo gruppo, tant’è vero che molti dei membri se la sentono spesso di partecipare alle videochat organizzate da Giovanni. Si dà il caso che ci siano diversi livelli di conoscenza, ad esempio, Anthony e Natalia sono quasi madrelingua e direi anche che Ulrike e la Grammatica Italiana costituiscano un binomio inscindibile! Sono stato impegnatissimo nelle ultime settimane, ragion per cui non ho ancora partecipato alle videochat. Coronavirus permettendo tornerò alla carica tra pochi giorni, quindi ragazzi non lasciate che il cervello vi dia di volta e rimanete sempre membri di Italianosemplicemente. E non dimenticate, fate una donazione quando potrete! Sarà un ottimo ausilio a supporto del sito.

Mariana: Puntiamo sull’aiuto di tutti.

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263 – Apporto

Audio

Apporto ed apportare

Trascrizione

Giovanni: quanti modi ci sono per indicare un aiuto?

Abbiamo già visto che possiamo dare manforte ad una persona. Ricordate l’episodio n. 150? A dire il vero abbiamo anche visto tendere la mano nell’episodio 72.

Oggi vediamo una terza forma, l’apporto, ad esempio dare un apporto o fornire un apporto e domani ne vedremo una quarta: il supporto.

Iniziamo quindi dall’apporto e da apportare, che è un verbo simile a portare (senza la a e con una sola p), quindi, analogamente a portare, si può anche apportare qualcosa, ma non qualcuno, come l’aiuto. Le persone sono si possono apportare.

Non posso dire quindi “io ti apporto” perché non funziona come aiutare. Ho bisogno di specificare cosa si apporta. Proprio come le cose materiali.

Quindi io posso apportare un aiuto se c’è bisogno ma posso anche apportare altro, non solo un aiuto. La cosa importante per usare questo verbo è che siano cose immateriali. Solo quelle possono essere apportate.

Posso apportare modifiche ad un documento, posso apportare il mio contributo in un lavoro di gruppo.

Posso anche dire che tu hai apportato importanti novità.

Posso anche dire che l’attività sportiva apporta benefici alla salute.

Anche i benefici non sono oggetti.

Quindi è vero che apportare è simile ad aiutare ma è simile anche ad aggiungere e dare.

Spesso poi, anche con le cose immateriali si usa portare, sebbene questo verbo sia più adatto per le cose materiali.

Posso anche dire:

La pandemia apporta problemi al mondo intero.

Anche i problemi si possono apportare

Vedete che è simile anche a procurare, causare, arrecare. Il, verbo si può usare sempre sia in positivo che in negativo quando c’è qualcosa che causa o che influenza o aiuta o contribuisce a qualcos’altro. C’è un’influenza quindi, in generale.

Il termine apporto invece equivale all’aiuto ma in senso meno umano e più tecnico. Si usa molto al lavoro.

Il tuo apporto è stato determinante.

Cioè il tuo contributo è stato determinante. Ciò che hai portato tu ha prodotto risultati positivi.

Si sente spesso parlare dell’apporto della scienza al progresso dell’uomo ad esempio.

Posso anche dire che il mio ufficio non ha dato nessun apporto specifico ad un certo lavoro.

Le persone il cui apporto è fondamentale per la rubrica due minuti con italiano semplicemente sono sicuramente i membri dell’associazione italiano semplicemente che hanno realizzato queste frasi di ripasso, frasi alle quali anche io ho apportato alcune modifiche.

Doris (Austria): Bontà vostra Permettendo, do seguito all’invito di scrivere qualche frase di ripasso. Hai visto mai che questa volta riesco a farne una sulla falsariga degli altri membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Scriverne una è fattibile, basta ritagliarsi un po’ di tempo. Per noi il valore aggiunto di queste frasi è alto, poiché impariamo un sacco e al contempo ci aiutiamo reciprocamente ad avanzare e lentamente aumentare i propri livelli. Non dobbiamo avere fifa di non essere all’altezza di buttare giù qualcosa che sia accettabile. Oltretutto, è risaputo che ripassare regolarmente aumenta l’efficacia dello studio. Si deve ovviare alla pigrizia e rompere gli indugi. Volendo, si può anche fare un appunto nel calendario per non scordarsi.

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262 – Alla volta di

Audio

alla volta di

Trascrizione

Giovanni: Abbiamo già incontrato 2 volte il termine “volta” negli episodi di due minuti con Italiano Semplicemente. E con questo episodio è già la terza volta!

La prima volta è accaduto nell’episodio 117, quando abbiamo visto “una volta“, poi abbiamo visto “dare di volta il cervello“.  A dire il vero abbiamo anche visto “svoltare“. che contiene ugualmente la “volta”, un termine che indica sempre un cambiamento: un cambiamento di direzione: svoltare a destra; ma anche un cambiamento di qualsiasi altra cosa: “una volta entrato in casa mi sento al sicuro”, “una volta spiegato un termine, è più chiaro”, o “dare di volta il cervello” che come abbiamo visto è un cambiamento nel ragionamento, che da razionale diventa irrazionale, da logico a illogico.

Bene, se invece diciamo che vogliamo andare in una certa direzione, posso usare il termine volta in questo modo:

Voglio partire alla volta di Roma

Oggi vediamo questa espressione: “alla volta di”, che significa verso quella direzione, verso Roma in questo caso.

Non si usa proprio tutti i giorni questa espressione, ma quando lo si fa c’è sempre un motivo. Il motivo è legato all’avventura, nel senso che quando si parte alla volta di qualche luogo, qualunque esso sia, si sta prendendo la direzione verso una meta. Si parte verso un obiettivo, verso un luogo che vogliamo raggiungere, e questo si fa solo con i luoghi e soprattutto quando si sta per affrontare un viaggio incerto, come se il futuro potesse riservare delle sorprese. Noi dicendo di partire “alla volta di” stiamo solo dicendo che vogliamo raggiungere questo luogo, ma normalmente dico:

vado a Roma

Parto per Roma

Sto per partire per Roma

Mi sto avviando verso Roma

Se invece dico parto alla volta di Roma, allora voglio esprimere avventura, futuro incerto, oppure eccitazione, voglia di scoperta.

Si può usare in vacanza:

Ora, una volta visitata Roma, partiremo alla volta di Napoli!

Iniziò il viaggio alla volta di una città sconosciuta.

Oppure parlando di guerra:

i soldati partirono alla volta di Berlino

Ma sapete che più raramente si usa anche con le persone e non solo i luoghi.

Giovanni è venuto alla mia volta

Cioè verso di me, per raggiungermi.

Attenzione perché “alla volta” non basta per indicare la volontà di partire per un luogo, ma bisogna aggiungere “di” o “del”, dello eccetera.

Se non metto questa preposizione “alla volta”  ha un uso diverso:

Facciamo uno alla volta, bisogna entrare due alla volta,  tre alla volta, eccetera. In questo caso indica la numerosità di un gruppo che compie un’azione insieme: uno alla volta vuol dire prima una persona, poi un’altra, non due insieme, altrimenti avrei detto “due alla volta”.

Adesso, uno alla volta, ripassiamo alcune delle espressioni già spiegate:

  1. Secondo me questa pandemia non finirà più! Altro che storie!
  2. Non gufare per favore, che non vedo l’ora di uscire di casa!
  3. Infatti. Abbiamo già accusato il colpo abbastanza direi!
  4. Io non ne ho risentito per niente, anzi!!

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261 – Aggiudicare

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Aggiudicato!

Trascrizione

Giovanni: Dovete sapere che quando mi viene chiesto da una persona non madrelingua di spiegare una nuova frase, espressione, parola o verbo particolare, io spesso, di fronte a una proposta di questo tipo, rispondo “ok”, “va bene”, “sì, mi piace”, oppure “d’accordo, credo anch’io valga la pena di spiegare questa cosa”. Altre volte invece mi piace rispondo: Aggiudicato!

Questa risposta ha lasciato a volte perplesso qualcuno, che evidentemente ha capito che volevo ugualmente esprimere un assenso alla sua proposta quindi ha capito che il mio era un sì, ma non ha capito bene perché ho usato il verbo aggiudicare.

Allora, il verbo ha più utilizzi a dire il vero, ma in questo caso, quando lo suo come una esclamazione: aggiudicato, aggiudicata, aggiudicati, aggiudicate, sto usando un linguaggio tipico delle aste.

Sapere cos’è un’asta? Un’asta è quando si mette in vendita qualcosa: un oggetto, un appartamento, un quadro eccetera, ma la persona che farà l’acquisto sarà quella persona che offrirà il prezzo più alto:

Chi si aggiudicherà il quadro? Se lo aggiudicherà chi offre la maggiore quantità di soldi, chi farà l’offerta migliore. Allora se un quadro viene venduto all’asta per 1000 euro, il venditore riceve le offerte e dà alcuni secondi di tempo alle altre persone per offrire di più:

500 euro!

Chi offre di più?

700 euro!

700 e 1, 700 e 2…

1000 euro!

1000 euro e 1, 1000 euro e 2… 1000 euro e tre!

Aggiudicato per 1000 euro!

Il quadro quindi è stato venduto per 1000 euro, e l’acquirente, cioè colui che lo ha acquistato, se lo è aggiudicato per 1000 euro. Si dice così perché c’era una specie di competizione, di gara, un’asta in questo caso.

Allora informalmente, nel linguaggio di tutti i giorni, quando si accetta qualcosa, quando si riceve un’offerta, anche se non c’è nessuna asta, nessun acquisto, si usa dire: aggiudicato! Un’esclamazione che sta per ok, sì, va bene, ma è quasi come dire “hai vinto!”. Si usa questa esclamazione quando si vuole dare soddisfazione a chi propone qualcosa. Si tratta di rispondere a delle proposte, più che a delle offerte.

Attenzione a non confondere aggiudicare, tutto attaccato con ” a giudicare” scritto con due parole staccate, oppure a non confondere aggiudicato (una sola parola) con “ha giudicato” (verbo avere + giudicato): la pronuncia è la stessa ma la frase fa capire che si tratta di due verbi diversi: aggiudicare nel primo caso, giudicare nel secondo caso:

A giudicare dalla tua espressione non hai capito molto di quello che ho detto.

In questo caso uso “giudicare“: “A giudicare dalla tua espressione”, è come dire “giudicando dalla tua faccia”, “dovendo dare un giudizio basandomi sulla tua espressione”, oppure “guardando la tua espressione”. Il verbo è giudicare, non aggiudicare.

Oppure:

Ho giudicato giusta la tua offerta.

Quindi è come dire: il mio giudizio sulla tua offerta è positivo. Sto usando il verbo giudicare, non aggiudicare. Io ho giudicato. il verbo aggiudicare non c’entra.

Tua madre mi ha giudicato male.

Anche qui, detto velocemente ha la stessa pronuncia. Ancora una volta uso giudicare. Tua madre ha dato un giudizio sbagliato su di me. Adesso vediamo una frase di ripasso, proprio una di quelle che quando mi è stata proposta ho risposto così: aggiudicata!

Bogusia (Polonia):

Vai a capire perché non ho voglia di uscire oggi, considerando il mio amore per la natura. È ben risaputo che per ovviare al pericolo di contagio è meglio starsene a casa, però, che vuoi, normalmente, non me la sento di tenere a bada la voglia di uscire. Oggi però, nonostante il sole splendente e le temperature miti forse il mio corpo, a mia insaputa, ha sentore del cambiamento del tempo. Sembra infatti che domani pioverà, Dio permettendo. Così dicono i meteorologi, e se non accadrà, a loro dire la raccolta agricola di questo anno è passibile di danneggiamento.
Poi con la pioggia non sarà più peccato starsene a casa e allora non mi resterà che costruire delle frasi di ripasso come si deve.

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260 – Dare di volta il cervello

Audio

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Trascrizione

Giovanni: Quando siete arrabbiati, in lingua italiana, ci sono molte espressioni che potete usare, e queste espressioni molto spesso si usano solamente in queste occasioni. Probabilmente questo accade un po’ in tutte le lingue. Una di queste espressioni è “dare di volta il cervello”.

Quando ad una persona dà di volta il cervello significa che è impazzito, che è diventata pazza, ma in realtà si usa quando si sta parlando con una persona che fa qualcosa di illogico, qualcosa di irrazionale, che ha delle gravi conseguenze. Quindi anziché esclamare: ma sei impazzito?

Spesso si dice:

Ma, dimmi una cosa: ti ha dato di volta il cervello?

E’ una domanda retorica ovviamente, non una vera domanda, come a dire:

Ma cosa hai fatto? Come ti è venuto in mente?

Cosa ti è passato per al mente? Perché l’hai fatto?

Ti ha dato di volta il cervello?

A volte si tratta di un gesto sconsiderato, di un gesto inconsulto, fatto senza riflettere e senza valutare le possibili conseguenze delle proprie azioni. Un gesto avventato, scriteriato, imprudente.

Di fronte a questi gesti, a questi atteggiamenti, spesso viene spontaneo esclamare

Ti ha forse dato di volta il cervello?

Di solito si pone sotto forma di domanda, ma può capitare di trovare anche delle classiche esclamazioni:

A Paolo deve aver dato di volta il cervello per comportarsi in quel modo

Dare di volta significa rovesciare, capovolgere, quindi quando dà di volta il cervello, il cervello si capovolge, si vuole dare questa immagine figurata, ma significa perdere la ragione.

Normalmente quando si parla di qualcuno che è impazzito si dice semplicemente così, che è impazzito. Dare di volta il cervello si usa invece appunto quando si è stupiti, e spesso adirati, arrabbiati, perché le conseguenze erano chiare, e questo gesto sembra proprio fatto senza ragione.

Il termine volta si utilizza perché dà il senso del cambiamento. Anche il verbo volgere ha anche questo significato. Ma anche il termine volta indica cambiamento: questa volta, stavolta, si usa quasi sempre per indicare un cambiamento.

Ripassiamo adesso alcune espressioni spiegate nelle puntate precedenti.

Xiaoheng: Non vedo come possa riuscire a tenere a bada la voglia di fare una chiacchierata con voi. Facciamo un ripasso insieme?

Ulrike: Ottimo! Me la sento anch’io. Vi è qualcun altro fra i membri dell’associazione italiano semplicemente che vuole partecipare?

Rauno: Domanda retorica mi pare. Certo! Questi ripassi di gruppo hanno veramente un certo non so che

Bogusia: Infatti! Che poi ci si debba scervellare un po’, pazienza.

Camille: Infatti, direi che ci si può divertire insieme e al contempo ingranare con la lingua italiana.

Andrè: Ogni tentativo di ripasso è benaccetto per Gianni.

Khaled: Quindi nessun tentativo è fuori luogo.

Anthony: Non dobbiamo che provare quindi.

Emma: laddove ci siano errori, li correggerà lui.

Andrè: Quantomeno non dobbiamo fare tutto da soli.
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259 – Non avere che da…

Audio

Trascrizione

Giovanni: Quanti modi ci sono per dire “solo questo”, “solamente una cosa”, e frasi di questo tipo?

Ti devo dire solo una cosa

Prendiamo questa frase ad esempio.

Potremmo sostituire solo con soltanto o solamente oppure con unicamente, o semplicemente, ma potete anche usare la congiunzione “che”. In questo modo:

Non ti devo dire che una cosa.

Questa frase è una forma alternativa di:

Non ti devo dire nulla, tranne una cosa

Quel “che” quindi può essere usato per introdurre un’eccezione. In fondo si tratta di una eccezione. Abbiamo già visto nella puntata 170 che per introdurre un’eccezione si usa spesso anche “fare salvo“.

Nessuno può entrare, tranne te.

Può diventare:

Non può entrare nessun altro che te.

Tu sei quindi una eccezione.

Ma quando si usa in pratica questa forma? Possiamo farlo sempre? È solamente una alternativa a fare salvo?

No, non è solamente un’alternativa a fare salvo.

Potete usarla in molte occasioni anche per sottolineare un’esclusiva, o un onore, ma il modo migliore per usarla è per spingere qualcuno ad un’azione. Lo vediamo dopo, ma più in generale ci sono anche altre forme equivalenti:

Non può entrare nessun altro all’infuori di Giovanni.

Nessuno eccetto Giovanni

Nessuno salvo Giovanni

Nessuno fuorché Giovanni.

Sono tutte forme equivalenti.

Il termine fuorché, se ci pensate, contiene fuori ma anche che.

Questo ci conferma come “che” si possa usare per esprimere eccezioni.

Dicevo però che la forma con “che” si usa soprattutto quando si vuole dare un’idea di facilità, di semplicità, quando volete invitare qualcuno a fare qualcosa, qualcosa di semplice. Se volete dire che basta poco, che ci vuole poco, solo una cosa, una piccola cosa, allora possiamo dire:

Dai, non aver paura di parlare in italiano, è facile, non devi far altro che provare.

Oppure:

Non hai da fare altro che provare.

Non devi fare altro che provare

Non hai che da provare

Non devi che provare

Non ti resta che provare

Non resta che provare

Queste ultime forme sono quelle più brevi e forse le più difficili per voi stranieri da capire.

Si usano molto spesso quando si vuole spingere qualcuno a fare qualcosa, per convincerlo che basta una sola cosa da fare. Poi nient’altro.

Non sai se Paola ti ama? Non hai che da chiderglielo. Non devi che chiederglielo. Non ti resta che chiederglielo.

Adesso vorreste una frase di ripasso delle puntate precedenti? Non avete che da ascoltare gli esempi che seguono:

Mariana (Brasile): ho un problema a cui ovviare nel più breve tempo possibile. Vorrei smarcarmi da un ragazzo che mi dà fastidio. Qualcuno potrebbe essermi di ausilio?

Xiaoheng (Cina): potrebbe aiutarti mio fratello che fa il poliziotto. Sarebbe un aiuto per interposta persona.

Ulrike (Germania): se vuoi posso darti anche io manforte.

Camille (Libano): hai visto che solidarietà? Poi dice gli amici a che servono!

Natalia (Colombia): già! Che poi non ci incontriamo così spesso non vuol dire nulla.

Bogusia (Polonia): incontri dal vivo intendi? O intendevi tutti gli incontri, ivi inclusi quelli per telefono o anche gli incontri virtuali?

Emma (Taiwan): se vogliamo anche un SMS è un modo per sentirci vicini.

RAN (CINA): ma torniamo a bomba. Cosa voleva quel ragazzo? Se ti tallona fisicamente ti consiglio uno spray al peperoncino 🌶

Giovanni: uno spray al peperoncino è sicuramente un buon rimedio. Anche per mantenere una certa distanza in questo periodo. Non abbiamo che da provare!

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Non avere che da - non dovere che

258 – Fuori luogo

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Essere fuori luogo, sentirsi fuori luogo

Trascrizione

Giovanni: Quando una persona dice di essere fuori luogo, o di sentirsi fuori luogo, cosa intende? Cosa vuole dire?

Il luogo è un termine che conoscete perché indica una località, un posto, un punto preciso, ma è anche un termine molto usato nelle locuzioni italiane, per formare frasi di significato diverso. Una di queste è appunto “fuori luogo”. Poi ne vedremo anche altre in questa rubrica di due minuti con Italiano Semplicemente.

Se qualcosa, e non solo qualcuno, è fuori luogo, non è mai una bella notizia. Significa che è poco appropriato alla circostanza, si dice spesso anche inopportuno, inadatto, poco consono. Quest’ultima è la versione formale di fuori luogo.

Se si tratta di una persona, si può anche dire che una persona si sente fuori luogo. Meglio usare il verbo “sentirsi” se si esprime una sensazione. Questo accade quando questa persona non si sente a suo agio in una situazione, si sente a disagio quindi, per diversi motivi: non si sente coinvolta, le altre persone sono molto diverse da lei, eccetera.

Si può trattare però anche di una battuta, di qualcosa che si dice per essere simpatici, magari in un gruppo di persone, ebbene, questa battuta può essere fuori luogo, nel senso che non era il caso di dirla. Forse perché mette in imbarazzo qualcuno, forse perché l’ambiente richiedeva un comportamento diverso, magari si tratta di una battuta su una persona importante e quindi c’è stata una eccessiva confidenza, una confidenza fuori luogo.

Scusami se te lo dico, ma hai fatto veramente una battuta fuori luogo.

Di fronte ad una battuta fuori luogo, e quindi inopportuna, inappropriata, sicuramente qualcuno ti guarderà male, perché l’atmosfera che si è creata è un po’ imbarazzante.

Badate bene che quando si dice qualcosa di fuori luogo., qualcosa che appare fuori luogo, questo qualcosa che si dice potrebbe tranquillamente non essere inappropriato in altre occasioni. Però in quel caso era sicuramente fuori luogo.

Comunque si può trattare non solo di persone che si sentono fuori luogo o cose che si dicono essere fuori luogo. Tutte le cose inopportune, inappropriate e non adatte alle circostanze sono fuori luogo. Quindi può essere fuori luogo anche portare tua madre ad una festa tra amici.

Facciamo altri esempi:

Hai fatto una sceneggiata fuori luogo!

Non fare lo spiritoso. Il tuo è veramente un sarcasmo fuori luogo.

Le dichiarazioni del direttore erano fuori luogo in quel contesto.

Ma le persone normalmente potrebbero anche usare parole diverse per indicare un atteggiamento o qualcos’altro di fuori luogo, cioè non adatto alla circostanza. Allora ascoltiamo alcune frasi equivalenti. Le ascoltiamo da alcuni membri dell’associazione, che per l’occasione useranno anche espressioni che abbiamo già imparato. Così facciamo anche il ripasso.

Lejla: Secondo me non hai fatto una battuta divertente! Se vogliamo‘ potevi anche evitare!

Lia: Hai creato un po’ di imbarazzo sai? Era un posto troppo “in” per le tue spiritosaggini.

Maria Lucia: Non credi di aver esagerato? Non hai così tanta confidenza con il direttore per dire queste cose. Se si arrabbia poi te la vedi tu con lui!

Natalia: Non era proprio il caso di dire certe cose a cena col professore di nostro figlio. Non vorrei che questa cosa vada a suo discapito.

Ulrike: Le polemiche che ci sono state sono state esagerate, secondo me si potevano evitare. Non passerà di certo in cavalleria!

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257 – Vai a capire

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Vai a capire - Chissà

Trascrizione

Giovanni: oggi un episodio dedicato alla comprensione. Si tratta del n. 257 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Abbiamo iniziato circa un anno fa, e vai a capire quando finirà questa rubrica, se finirà!

Vai a capire” è l’espressione del giorno. Avete certamente capito che si tratta di una espressione che esprime incertezza. E’ certamente colloquiale come espressione, ed oltre ad essere un modo per esprimere incertezza, è quasi un invito personale, perché “vai a capire” sembra essere un invito a capire, un invito personale rivolto alla persona con la quale si parla, dando del tu a questa persona: vai a capire.

Quindi sarebbe tu vai a capire, ma in realtà non è un invito personale rivolto a te, con cui sto parlando. Esprime invece una incertezza che voglio manifestare non come una mia incertezza, ma come una incertezza generale, una incertezza di tutti.

Vediamo qualche esempio.

Vai a capire da quando è iniziata la diffusione del coronavirus in Europa.

Cioè: nessuno lo sa, è molto complicato scoprirlo. Quindi non sto dicendo, come potrebbe sembrare, che io voglio che tu vada a capire questo, perché non è un invito personale o un ordine. E’ solo un modo alternativo per dire: “chissà“, un termine che riassume da solo il senso della frase “vai a capire“.

Chissà da quando è iniziata la diffusione del coronavirus in Europa.

Una frase del tutto equivalente.

Una frase che non possiamo cambiare in nessun modo. Non possiamo dare del lei dicendo:

Vada a capire…

Non si usa questa forma. Se lo facciamo diventa un invito personale ad informarsi su qualcosa.

Coloro che hanno dei dubbi sull’origine del virus potrebbero dire:

Vai a capire se ci stanno nascondono qualcosa.

Anche in questo caso si esprime un qualcosa difficile da capire, un’informazione che potremmo non sapere mai se è vera oppure no. Chi potrà dirlo con certezza? Chissà quale sarà la verità!

Non si può neanche usare il voi:

Andate a capire… anche questo non si può dire, altrimenti sarebbe ancora interpretato come un invito personale.

Neanche “dovreste andare a capire” va bene, e nessun’altra forma.

Insomma, sia che parliate ad una persona che a più di una, sia che parliate del futuro, sia del presente che del passato, l’unica forma da usare è “vai a capire”, che è spesso sostituibile con “chissà”. Ci sono poi vari modi per usare “chissà”:

Chissà che, chissà chi, chissà dove, chissà come, chissà mai.

Quando uso “vai a capire“, però, cambia spesso il tono, che non è un tono esclamativo, ma lascia la frase un po’ sospesa, quasi in attesa di una risposta. Altre volte semplicemente è più interrogativa, esprime maggiormente una incertezza sulle molteplici possibilità o sull’impossibilità di qualcosa.

Vai a capire che fine ha fatto Giovanni – chissà che fine ha fatto Giovanni!

Vai a capire chi è stato a rubarmi la macchina – Chissà chi è stato a rubarmi la macchina!

Vai a capire dove sia finita la mia penna – Chissà dov’è finita la mia penna!

Vai a capire come abbia fatto Maria a innamorarsi di Alfredo – Chissà come ha fatto Maria a innamorarsi di Alfredo!

Vai a capire se mai riusciremo a risolvere il problema dell’inquinamento – Chissà mai se riusciremo (oppure: chissà se mai riusciremo) a risolvere il problema dell’inquinamento!

Chissà, notate bene, si scrive tutto in una parola, e si usa in modo diverso da “chi sa” scritto in due parole. Attaccato è una esclamazione, staccato è una domanda. La pronuncia però è la stessa.

Vai a capire se Giovanni riuscirà mai a rispettare la durata dei due minuti in un episodio.

Chissà! Vedremo. Chi sa di voi a quale minuto siamo arrivati? Ve lo dico io… 5 minuti e 48 secondi.

Poi un’altra differenza con chissà è che chissà si usa più spesso per esprimere dubbi, come: forse, mah, probabilmente, può darsi.

Comunque non abbiamo ancora ripassato. Allora facciamolo:

  1. Ma io non ho mai capito una cosa Gianni, tu dici che questi episodi durano due minuti, ma intendi due minuti ivi compreso il ripasso? Sei sempre poco chiaro Giovanni, lasciatelo dire.
  2. Beh, adesso smorziamo i toni però! Fai una seduta di Yoga per rilassarti!
  3. Arrabbiarsi fa male alla salute. Poi dice perché lo Yoga è tanto diffuso. C’è troppa gente nervosa!
  4. Tanto più che fare Yoga abbassa anche la pressione.
  5. È risaputo. Lo so persino io che non mi sono mai interessato.
  6. Beh, io invece, quale esperta di arti orientali, non possono non saperlo.
  7. Farà pure bene alla salute, ma tra il lavoro, le lezioni di italiano, i ripassi, lo sport, accompagnare i figli di qua e di là, fare anche Yoga proprio non è cosa! Adesso vi saluto perché ho la macchina parcheggiata in divieto di sosta. Sono passibile di multa!!

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

255 – smorzare i toni

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Trascrizionesmorzare i toni

Giovanni: Oggi vediamo “smorzare i toni“, un’espressione che si usa quando c’è una discussione animata, quando delle persone discutono, non litigano necessariamente, ma i toni diventano un po’ alti, ed allora bisogna smorzarli. Si dice spesso anche “abbassare i toni“, equivalente ma meno formale.

I toni diventano alti non significa che le persone parlano ad alta voce, non solamente almeno, ma che la discussione sta per degenerare. Si dice così quando il dialogo, il normale confronto tra idee e opinioni degenera cioè cambia, si modifica in peggio, quindi peggiora e va verso una discussione confusa, animata, in cui a volte una persona parla sopra la voce dell’altra senza farsi problemi, oppure quando si inizia ad accusare l’altra persona di dire il falso, di dire bugie. Certo, solitamente si alza un po’ la voce in questi casi, ed il tono delle voci si alza, come anche la tensione.

Smorzare è abbassare, è simile anche a soffocare, spegnere.

Emanuele: Volevo dire che ci sono anche altri sinonimi di smorzare: attenuare, attutire, temperare, diminuire, ridurre, affievolire.

Giovanni: Si sente spesso usare questa frase nelle trasmissioni televisive, in occasione di confronti tra personaggi politici, ma si può usare anche se c’è una sola persona che parla. Io potrei rivolgermi a questa persona che parla ma che sta iniziando a usare parole poco cortesi verso qualcuno, e potrei dire: ti invito a smorzare i toni, un modo abbastanza formale per dire: stai calmo, non ti agitare, abbassa la voce, non perdere la pazienza, cerca di essere più moderato, sii meno esuberante, potresti essere offensivo, cerca di usare termini più pacati. Ecco, l’invito a smorzare i toni, equivale ad usare dei toni pacati. Termine usato spesso negli stessi contesti, sempre abbastanza formali.

Non è quindi un’espressione usata in famiglia o tra amici ma come dicevo si usa spesso in TV, nelle trasmissioni televisive, nei faccia a faccia, ed anche in parlamento o al senato. Il presidente si può rivolgere ai parlamentari in questo modo: smorziamo i toni, siete invitati a smorzare i toni, si richiede una maggiore pacatezza nei toni.

Lo stesso invito può essere fatto dal conduttore della trasmissione a chi sta alzando i toni durante il dibattito televisivo: vi invito ad usare toni più pacati.

In famiglia invece si usano altre espressioni:

Per favore ragazzi non esageriamo adesso! Calmi!

Ragazzi, ci vuole un po’ meno enfasi ok?

Ragazzi, non si discute in questo modo, state un po’ degenerando adesso.

Adesso invece ripassiamo.

Bogusia: Buongiorno a tutti, sono di nuovo qui, Bogusia, polacca e al contempo membro dell’associazione culturale italiano semplicemente. Non riesco a tenere a bada la voglia di condividere con voi le informazioni che riguardano il crocifisso di San Marcello al Corso che ha cominciato a fare capolino sui social. Pare che abbia un certo non so che. Lo faccio naturalmente sulla falsariga degli episodi precedenti, visto che il crocifisso si trova a Roma nella omonima chiesa e direi che forma un binomio inscindibile con la capitale.
Voi ve ne siete accorti? Non ho ben presente se tutti voi abbiate seguito la preghiera di Papa Francesco davanti a questo crocifisso in piazza San Pietro, insolitamente sguarnito di fedeli. Senza cincischiare mi sono prefissa di mettermi all’opera.
Si dà il caso che la chiesa di San Marcello al corso fosse andata distrutta nella notte tra il 22 e il 23 maggio del 1519. Tradizione (e fortuna) hanno voluto che l’unico manufatto a sopravvivere dall’incendio fosse un crocifisso ligneo che decorava l’altare maggiore. Fu subito, di punto in bianco ritenuto miracoloso dalla popolazione.
Questa sua luminosa fama crebbe quando nell’agosto del 1522, il cardinale spagnolo Raimondo Vich, per scongiurare una pestilenza che era scoppiata a Roma, volle portare il crocifisso in processione in tutta la città. Il rito durò nientepopodimeno che diciotto giorni e terminò con l’ingresso nella Basilica di San Pietro.
Dopo aver letto tantissimi articoli mi ha preso alla sprovvista il fatto che, conformemente a oggi, a causa della pestilenza era vietato accalcarsi, con tutti gli annessi e connessi. A un certo punto il cardinale Vich decise di mettersi di traverso, rompere gli indugi e correre ai ripari. Una mozza azzeccata, tant’è vero che migliaia di persone si accalcarono per seguire il corteo portando in processione penitenziale il crocifisso di San Marcello al Corso dalla Basilica di San Pietro. Secondo le cronache di allora la peste scomparve quei giorni da Roma. Una grazia venuta dal cielo? Si tratta di sciocchezze? Di fesserie? Cose da medioevo, e chi ne ha più ne metta? Io non credo.
Fatto sta che oggi accusiamo il colpo della “peste” dei giorni nostri non solo a Roma ma il mondo intero ne subisce gravemente le conseguenze. Dobbiamo fermarci anche noi e smarcarci dalla presunzione. Non mi risulta che siamo già a cavallo riguardo al vaccino o farmaci per sconfiggere il virus. Forse dobbiamo svoltare in un’altra direzione, conformemente alla decisione del vescovo di allora? Dio permettendo ovviamente.
Magari non è ancora tardi per chiamarlo in causa.
Altrimenti stiamo freschi! Altro che storie!

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

254 – Poi dice…

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Poi dice

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Episodio 254 della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Poi dice che ci sono pochi episodi in questa rubrica…

Oggi ci occupiamo proprio di frasi di questo tipo, che contengono l’espressione “poi dice che”.

È un po’ strano scriverla, ed infatti si usa all’orale solitamente perché è una di quelle espressioni che per poterle capire è importante ascoltarle; ascoltare il tono che si usa intendo.

Questa espressione si usa quando si vuole confermare oppure smentire qualcosa, qualcosa che si dice, cioè qualcosa che alcune persone dicono.

In pratica qualcuno potrebbe mettere in circolazione delle notizie, notizie che possono essere vere oppure false. Si può trattare anche di stereotipi, di cose che si sentono dire da anni, tipo: gli italiani non hanno voglia di lavorare, i tedeschi sono persone precise eccetera.

Allora se ad esempio io conosco alcuni italiani che sono lavoratori infaticabili, che lavorano giorno e notte, potrei commentare dicendo:

Ecco, guarda queste persone come lavorano giorno e notte. Poi dice che gli italiani non lavorano…

È una frase, un’esclamazione che serve a smentire questa credenza sbagliata. Non è vero che gli italiani non lavorano. Guarda queste persone!

Il tono è importante perché in teoria potrei anche essere ironico e con questa esclamazione voglio confermare questa credenza, questa cosa che si dice degli italiani.

Ecco, guarda che sfaticati questi italiani davanti a te. Poi dice che gli italiani non lavorano…

Se la cosa che si dice è molto conosciuta posso anche abbreviare.

Poi dice gli italiani…

Non c’è bisogno di aggiungere altro, basta il tono e se non basta, uno sguardo un po’ ironico e sarcastico.

Posso fare altri esempi:

Guarda tuo figlio. Ha detto che rientrava alle 10 invece si presenta a mezzanotte. Poi dice perché non ti fidi di lui…

Questo è un esempio un po’ diverso: si usa per dare una risposta scontata. Per mostrare con un esempio concreto qualcosa che ho detto, o che dici spesso. Sarebbe come dire: ecco, vedi perché non mi fido di mio figlio? Lo capisci adesso? Ma in questo caso non è una domanda, o almeno non sempre. Posso anche fare una esclamazione: poi dice perché non ti fidi di tuo figlio! Se è una domanda, se la pongo con il tono di una domanda, in realtà non è una vera domanda: è una domanda retorica (ricordate?)

Accidenti che casino che hai fatto!! Poi dice perché ti arrabbi!

Alla fine della frase si possono mettere dei puntini di sospensione oppure un punto esclamativo.

Molto spesso è una espressione che si usa per lamentarsi, come in questo caso, quindi pronunciata con tono polemico. Anche quando voglio confermare o smentire qualcosa il tono è un po’ polemico, perché ciò che accade in quel momento e che si sta commentando, è una prova di qualcosa che si dice sempre o spesso, e che molte persone mettono in discussione, dicono che non è vero, dicono che è sbagliato pensare queste cose. Ed invece? Ecco, guarda! Poi dice che… Poi dice come mai… poi dice perché….

Altri due esempi:

Ma guarda che bella giornata oggi a Londra! Poi dice che qui piove sempre!

Lo sapevo che quel cane mi avrebbe morso. Poi dice come mai non sopporto i cani!

Mi trovo sempre benissimo quando vado in vacanza in Italia. Poi dice perché ci vuoi andare tutti gli anni!

Ma una domanda nasce spontanea: chi è che lo dice? Di chi si sta parlando? Chi è che “dice”?

A volte si tratta di stereotipi, come ho detto, di credenze, di voci che girano, altre volte si sta parlando di una persona specifica, ed allora il tono è più ironico. Forse sto parlando di mia moglie o di mio marito che mi sta ascoltando mentre dico questa frase.

In questi caso potrei usare un tono più serio:

Quindi non mi chiedere il motivo per cui preferisco l’Italia!

E non mi chiedere più perché ho paura dei cani!

Ma noi italiani amiamo scherzare ed essere ironici, giusto? Poi dice perché ti piace Italiano Semplicemente…

Bogusia (Polonia): È ormai ben risaputo il fatto che con tutti questi dispositivi che abbiamo a disposizione, imparare le lingue straniere è molto più semplice.
Ho iniziato la mia avventura con l’italiano con un grosso dizionario a portata di mano, perdendo il tempo sfogliandolo di buona lena. Mi sono scervellata tanto per capire come ovviare a questo spreco di tempo . Un giorno ho trovato italiano semplicemente e di punto in bianco ho capito che faceva proprio al caso mio. Bisognava solamente dare seguito alle sette regole d’oro. E funzionava, eccome se funzionava. Qualora qualcuno cercasse qualcosa di ancora più adeguato, sta fresco!

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

Video con sottotitoli

Botta e risposta

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Trascrizione

Buongiorno amici di ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni ed oggi siamo qui per fare un esercizio particolare: un esercizio di botta e risposta. Adesso vi spiego cosa significa.

Ogni tanto bisogna che anche voi parliate un po’.

Allora diremo una frase ciascuno. Botta e risposta. Io la botta e voi la risposta.

Io cioè dirò la prima frase e voi direte la seconda. Ma non vi farò domande a cui rispondere… ma allora cosa dovete dire voi?

Dovete dire la mia stessa frase ma più breve, usando ci, ne, lo, vi, ti, eccetera, come se sapessimo di cosa stiamo parlando. Una cosa che si fa sempre nelle conversazioni per evitare di fare ripetizioni.

Io ovviamente darò la risposta dopo di voi.

Ad esempio. Se io dico:

Io devo parlare con te di quella cosa

Voglio evitare di dire “con te di quella cosa”

Voi dite:

Devo parlartene.

Oppure:

Te ne devo parlare

Altro esempio:

Io: Dobbiamo andare in quel luogo e parlare con loro (“con loro” e “in quel luogo” non voglio dirlo)

Voi: Dobbiamo andarci e parlargli

Mi sono spiegato? Adesso rispondete voi ok? Io vi dico cosa dovete abbreviare. Pronti e via!

  • Fai entrare lui – fallo entrare
  • Fai entrare lui nella macchina – faccelo entrare
  • Mettiamo le nostre mani nelle tasche – mettiamocele in tasca
  • Mettiamo le caramelle in tasca – mettiamole in tasca
  • Mettiamo qualche caramella in tasca – mettiamone qualcuna in tasca
  • Mettiamo la caramella dentro – mettiamola dentro
  • Mangiamo ancora altre mele – manogiamone ancora (mangiamocene ancora)
  • Voi vi dovete rendere conto di questo – rendetevene conto
  • Lavatevi bene le mani- lavatevele bene
  • Arruffa il pelo al gatto – arruffagli il pelo
  • Puoi dare un bacio a lui? – puoi baciarlo?
  • Versate un po’ d’acqua sul fuoco – versateci un po’ d’acqua
  • Versate un po’ d’acqua sul fuoco – versatene un po’ sul fuoco
  • Bisogna sperimentare il vaccino – bisogna sperimentarlo
  • Sbucciate le mele – sbucciatele
  • Sbucciate qualche mela – sbucciatene qualcuna
  • Andiamo al mare – andiamoci
  • Andiamo via – andiamocene
  • Mandiamo via loro – mandiamoli via
  • Mandiamo via qualcuno di loro – mandiamone via qualcuno
  • Lui salta sulla scala – lui ci salta sopra
  • Bisogna saltare le verdure in padella – bisogna saltarle in padella
  • Bisogna saltare le verdure in padella – bisogna saltarci le verdure
  • Io sono qui – io ci sono
  • Io sono in casa – io ci sono
  • Io sono presente – io ci sono
  • Io sono vicino a te – ti sono vicino
  • Fatti regalare qualche fiore – fattene regalare un po’/qualcuno

L’episodio termina qui, grazie a tutti per aver ascoltato e parlato in questo episodio di botta e risposta.

Adesso ascoltiamo la voce di Liliana di nazionalità moldava 🇲🇩 , membro dell’associazione Italiano Semplicemente che ha voluto provare a rispondere anche lei a qualche frase di botta e risposta di prima. Invito tutti voi a fare lo stesso per esercitare la lingua.

A proposito di membri c’è un nuovo membro dal Perù, si chiama Franco a cui do il mio bemvenuto.

Allora ascoltiamo anche la voce di Franco che ha voluto subito provare mettersi alla prova con una frase per ripassare alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Vai Franco. Prima Liliana e poi Franco però.

Franco: buongiorno a tutti, io sono Franco, il nuovo membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Volevo dire che laddove possa essere utile sono pronto anche io a registrare una frase di ripasso. Ah, dimenticavo di dire che sono peruviano. Avete presente il Perù?

Ulrike: Ciao Franco! Il Perù? Vuoi che non l’abbiamo presente? Vabbè, non con tutti gli annessi e connessi, questo devo ammettere quantomeno per me.

Grazie anche ad Ulrike, con la quale condivido la risposta.

Colgo l’occasione infine per ringraziare i donatori che aiutano italiano semplicemente tramite paypal.

Per donare basta cliccare sul link che vi inserisco sul sito oppure indicare l’email italianosemplicemente@gmail.com.

Voglio fare un regalo speciale a tutti i donatori: l’ultimo audio-libro di espressioni idiomatiche, cosi sarà più facile e meno noioso stare a casa in questo brutto momento dominato dal coronavirus. Tanti episodi da leggere ed ascoltare durante il tempo libero (non potete dire di non avere tempo libero in tempi di coronavirus!)

Basta una qualsiasi donazione, di qualsiasi importo e riceverete sulla vostra email il link per scaricare tutti i file audio in formato mp3 delle spiegazioni e il file pdf dell’audiolibro.

Un saluto e grazie a tutti.

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Le particelle: Ci, ce, gli, ce, lo, li, si – alla fine dei verbi

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Buongiorno amici di ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni ed oggi siamo qui per fare un esercizio particolare: sarà essenzialmente un esercizio di ripetizione e di domande e risposte. Ricordatevi sempre della regola n. 6 per imparare l’italiano: l’importanza delle domande e risposte.

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L’argomento è utilizzare: ce, si, ci lo, la, gli, ne eccetera. Lo abbiamo fatto altre volte, intendo parlare di queste particelle.

Oggi però mi interessa soprattutto quando inseriamo queste particelle e pronomi alla fine del verbo per riferirci a qualcosa. Senza dare troppe spiegazioni, passiamo subito alla pratica, come si compete a chi rispetta le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Io dunque dirò una frase normale, una frase per esteso, parlando di qualcosa (non importa cosa) mentre voi dovete dire la stessa frase dando per scontato la cosa di cui parliamo. Capita spessissimo in una conversazione di riferirsi alla cosa di cui parliamo non attraverso il suo nome ma usando una di quelle particelle alla fine, attaccandole al verbo.

Non si tratta di vere domande, in realtà, ma di due tipi di frasi diverse, ma l’importante è far lavorare il cervello.

Ad esempio se io dico “mangiare la mela” voi dovete dire “mangiarla“. “La” mela, quindi: mangiarla. “La” va alla fine del verbo.

Ad esempio in una frase posso dire: ecco la mela ma non mangiarla tutta. Non posso dire: ecco la mela ma non devi mangiare tutta la mela; per non ripetere “la mela” dico semplicemente: non devi mangiarla.

Se invece io dico “mangiare uno spicchio di mela” voi dite: “mangiarne uno spicchio“.

Se dico: “Noi ci mangiamo un po’ di mele” voi dite: “mangiamone un po’” (oppure mangiamocene un po’)

Mangiamone o mangiamocene: in questo caso è più difficile perché ho messo insieme sia la persona che compie l’azione (noi) che la mela (usiamo ne perché è una parte della mela): Posso anche dire:

  • mangiamoci un po’ di mela (la mela la scrivo)

Se invece dico “ce la mangiano noi la mela” voi dite: “mangiamocela“, oppure mangiamola (Ce anche in questo caso è facoltativo, anche nella domanda).

Tutti chiaro? Usate ce, ne, ci, lo, gli eccetera a seconda della frase.

Ho notato che si tratta di un ostacolo difficile anche per gli stranieri più bravi.

Allora un gioco di questo tipo può aiutare.

Iniziamo:

Noi dobbiamo ricordare quelle ragazze.

Voi rispondete senza nominare la parola “ragazze” (che prevede l’articolo le) e senza di dire “noi” ma facendo riferimento a noi ed alle ragazze alla fine del verbo:

Ricordiamocele, oppure Dobbiamo ricordarcele. Ce le dobbiamo ricordare (che è la stessa cosa).

È importante questo esercizio perché bisogna saper distinguere le cose tra loro, a seconda ad esempio che siano divisibili o meno, o altre regole che è inutile spiegare perché quello che conta è praticare e ripetere come vi dico sempre. Tutto verrà in automatico.

Bene continuiamo. Vi darò il tempo per rispondere e poi rispondo io.

Prendi la penna: Prendila.

Prendi la penna per me: prendimela

Prendete la penna per voi: prendetevela

Andiamo a Roma: andiamoci

Andate a Roma: andateci

Mordi la mela: mordila

Mangia una parte della mela: mangiane una parte

Scrivi una storia: scrivila

Scrivi una parte della storia: scrivine una parte

Scriviamo il libro insieme: scriviamolo insieme, scriviamocelo insieme

Spedisci una e-mail a Giovanni: Spediscigli una e-mail, spediscigliela

Raccomanda quel ristorante a Maria: Raccomandale quel ristorante, raccomandaglielo.

Spedisci la cartolina: spediscila

Spedisci a noi una cartolina: spediscici una cartolina. Spediscicela. 

Manda i saluti: mandali

Manda i saluti a lui: mandagli i saluti, mandaglieli

Chiedi un bacio a Giovanna: chiedilo a Giovanna, chiediglielo

Dammi i soldi: dammeli

Alcune persone si mangiano le unghie. Non è normale (in questo caso dovete usare “si” alla fine del verbo mangiare): non è normale mangiarsi le unghie. Alcune persone lo fanno.

Attenzione con la terza persona:

Mario deve dare i soldi a noi: Mario deve darceli, ce li deve dare, ce li dia.

Mario deve dare i soldi a te: Mario deve darteli, te li deve dare, te li dia.

Mario deve dare i soldi a Maria: Mario deve darglieli, glieli deve dare, glieli dia

Mario deve dare i soldi a me: Deve darmeli, me li devi dare, me li dia!

Fate i compiti: fateli.

Fai i compiti: falli

Alcuni si fanno dei problemi a parlare in pubblico. E’ segno di poca esperienza. (usare “si”: Farsi dei problemi a parlare in pubblico è segno di poca esperienza.

Devi farti carico di quel lavoro: fatti carico di quel lavoro, fattene carico.

Mangia tutto il cibo: mangialo tutto!

Responsabilizza tuo figlio: responsabilizzalo.

Attenti sempre alla terza persona:

Quella madre deve responsabilizzare il figlio: che lo responsabilizzi, che responsabilizzi suo figlio (con la terza persona non posso mettere lo alla fine).

Dovrei andare sul sito: dovrei andarci.

Andiamo via da qui: andiamocene.

Noi ci occupiamo di loro: occupiamocene.

Devi ritrovare la pazienza: ritrovala.
Ci devi riprovare: riprovaci

Voi vi occupate di lui: occupatevene.

Siete voi che dovete occuparvi di lui: occupatevene voi!

Sono io che mi occupo di lei: me ne occupo io.

Devi occuparti di lei: occupatene tu!

Devo fare la pasta al dente: devo farla al dente. Che la facciano al dente.

Dillo a lui: diglielo.

È lui che si deve occupare di lei: se ne occupi lui. Se ne deve occupare lui, deve occuparsene lui.

Occorre che qualcuno si occupi del problema: Qualcuno se ne deve occupare. Occorre occuparsene.

Mettiamo il sale sulla pasta: mettiamocelo sopra.

Attenzione questa è più difficile:

Dovete aver cura di questa cosa: dovete averne cura, abbiatene cura

Difficile?

Proviamo le ultime volte:

Andate via: andatevene

Vogliamo parlare di questa cosa? Vogliamo parlarne? Parliamone.

Mettiamo il pantalone nell’armadio: mettiamolo nell’armadio. Mettiamocelo.

Devi ridare la fiducia a noi: ridacci la fiducia, ridaccela

Bene amici spero vi sia piaciuto questo episodio. Grazie a tutti dell’ascolto. Spero ce l’abbiate fatta.

Per chi è interessato e vuole approfondire la pronuncia, tutti i giovedì facciamo questi esercizi nel gruppo Whatsapp dell’Associazione Italiano Semplicemente. Fate richiesta di adesione e saremo felici di avervi tra noi. E’ possibile aderire anche se si rappresenta una scuola o un istituto dove si studia italiano.

Ciao a tutti da Giovanni.

Del resto

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E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Video

Trascrizione

Bogusia: buongiorno e benvenuti, cari ascoltatori di radio Italiano Semplicemente. La Polonia ha adottato una legge che prevede la chiusura dei negozi e i grandi supermercati tutte le domeniche entro il 2020. La legge difficilmente sarà digerita dalla popolazione; del resto anni fa è stata proposta la stessa legge (di iniziativa popolare) e neanche a suo tempo ha ricevuto pareri positivi. Insomma, stop allo shopping domenicale in Polonia.

Giovanni: grazie Bogusia per questa interessante notizia dalla Polonia. L’informazione di Italiano Semplicemente non ha confini e comunque non avevo ancora salutato.

Buongiorno ragazzi come va? Immagino che l’ultimo episodio che abbiamo fatto, quello dedicato ai dubbi vi abbia impegnati molto: 36 minuti sono tanti e del resto vi avevamo abituati ad episodi più brevi.

Allora torniamo alle nostre buone abitudini. Oggi un episodio più breve, del resto, si sa, a me piace variare, ed a italiano semplicemente, del resto, piace sempre stupire l’ascoltatore o il lettore, che dir si voglia.

Allora l’episodio di oggi lo dedichiamo alla locuzione DEL RESTO.

È la seconda volta che vediamo una locuzione avverbiale, dopo aver visto TRA L’ALTRO, col quale abbiamo inaugurato questo nuovo tipo di episodi.

Del resto: due parole, la prima è una preposizione articolata: del che si forma dall’unione della preposizione semplice di e dall’articolo il.

Resto è la seconda parola. Il resto è più di una cosa: solitamente si usa quando si acquista qualcosa. Se siamo al ristorante ed è il momento di pagare il conto di 98 euro, ad esempio. Se paghiamo con una banconota da 100 euro, ci viene dato il resto pari a due euro. 98+2 fa 100.

Oppure se faccio 7 diviso 2, fa 3. Il risultato è 3 ma avanza 1, che è il resto della divisione.

Quindi sette diviso tre fa due col resto di uno. Uno è il resto.

Il resto quindi è ciò che avanza, è qualcosa in più.

Quando diciamo del resto, in una qualsiasi conversazione, come ho fatto anche io all’inizio dell’episodio, vuol dire infatti che stiamo aggiungendo qualcosa in più. Stiamo fornendo un’informazione aggiuntiva oltre a quanto detto in precedenza.

Così è da interpretare l’utilizzo del termine “resto” in questa locuzione avverbiale: qualcosa in più.

Quando potete usarla questa locuzione? La potete usare ogni volta che state parlando o scrivendo e volete comunicare qualcosa, volete arrivare ad una conclusione, volete convincere le persone a cui vi rivolgete di un vostro pensiero. Ed alla fine aggiungete qualcosa preceduto dalle due parole “del resto”.

Io all’inizio vi ho detto che 36 minuti sono tanti, sono lunghi da ascoltare e, del resto, eravamo abituati ad episodi più brevi. Potrei quindi utilizzare semplicemente INOLTRE, o anche OLTRETUTTO, ed infatti è questa la caratteristica delle locuzioni avverbiali: sono formate da più parole ma possono essere sostituite da un semplice avvebio, che in questo caso è proprio INOLTRE o OLTRETUTTO. Ma perché usiamo del resto allora?

Lo facciamo per dare forza al discorso e per convincere chi ci ascolta, e non per fare una semplice lista di motivazioni che possono sostenere la mia idea: in questo caso userei INOLTRE. Dopo l’avverbio INOLTRE possono seguire più cose e poi non è detto che il mio obiettivo sia quello di convincere qualcuno. OLTRETUTTO invece è più vicino a del resto. Con OLTRETUTTO anche vogliamo rafforzare quello che stiamo dicendo:

Perché mi sono licenziato? L’ho fatto perché era un lavoro faticoso e oltretutto era poco remunerato.

Mi sono offeso con te perché mi hai insultato ed oltretutto lo hai fatto davanti a tutti i miei amici. Oltretutto significa “oltre a tutto il resto” , o anche “come se non bastasse”, quest’ultima è la frase più usata probabilmente quando siamo arrabbiati.

Quando usiamo “del resto” siamo in situazioni simili, ma siamo meno arrabbiati rispetto all’utilizzo di OLTRETUTTO o “come se non bastasse”. È come dire: è questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. C’è quindi un eccesso, una esagerazione, un qualcosa di sbagliato, di eccessivo che vogliamo sottolineare.

L’uso di del resto è invece molto frequente quando dobbiamo giustificare un pensiero o un’azione, ma non si tratta di contestare un’esagerazione. Non c’è qualcosa da contestare, ma c’è un’azione da giustificare. In realtà abbiamo già spiegato il nostro punto di vista, abbiamo già espresso il nostro pensiero. Ora bisogna solamente aggiungere una piccola cosa in più che supporta, che aiuta a capire meglio la nostra decisione, il nostro comportamento, il nostro atteggiamento. Ecco che “del resto” giunge in nostro aiuto.

36 minuti sono tanti e del resto eravamo abituati ad episodi più brevi.

Il fatto che voi foste abituati ad episodi brevi rafforza l’affermazione che 36 minuti siano tanti. Se invece io vi avessi abituato ad ascoltare episodi di lunghezza simile, 36 minuti sarebbero stati la tegola. Niente di cui stupirsi quindi: tutto come al solito.

Poi ho detto:

Oggi facciamo quindi un episodio più breve, del resto, si sa che a me piace variare, ed a italiano semplicemente, del resto, piace sempre stupire l’ascoltatore.

In questo caso quindi, il fatto che a me piaccia cambiare, variare la durata e la tipologia degli episodi è una cosa nota, conosciuta da tutti; si sa, e questo sostiene la frase precedente, dà maggiore credibilità alla frase: “oggi facciamo quindi un episodio più breve” giusto?

D’altronde, d’altra parte e peraltro sono altri eventuali sostituti di del resto. Quali le differenze? Non direi che ce ne sono molte in questo caso, se non che del resto è, secondo me, più convincente quando l’obiettivo è sostenere una tesi. Probabilmente una seconda differenza è che d’altronde, d’altra parte e peraltro si usano per introdurre ulteriori elementi esterni da considerare senza necessariamente avere l’obiettivo di sostenere una stessa tesi. Magari vogliamo semplicemente aggiungere elementi esterni, come le stesse parole lasciano immaginare: altro, parte.

Posso dire ad esempio che dovrei cercare di terminare questo episodio al più presto perché vi avevo promesso che sarebbe stato piu breve, anche se non credo vi faccia male ascoltare, d’altra parte più esempi facciamo meglio è per voi. D’altronde non è facile spiegare una locuzione avverbiale, come del resto non è facile in generale il mestiere dell’insegnante. Peraltro non ho neanche ancora curato l’aspetto della ripetizione e quindi credo di aver trascurato la settima regola d’oro, del resto, non si può essere perfetti. Tra l’altro, mi viene in mente che anche d’altro canto è una locuzione simile, come d’altro lato anche, più usata ed equivalente. Ma in questi casi si introduce un altro punto di vista, un altro lato da cui guardare lo stesso aspetto: secondo me questa tipologia di episodi è molto interessante ma d’altro canto, molti di voi potreste pensarla diversamente. Se c’è la sfida calcistica Roma-Liverpool dico che la Roma è una squadra molto forte ma d’altro lato anche il Liverpool lo è. Mi farebbe piacere se vincesse la Roma ma, d’altro canto, molti ascoltatori di questo episodio potrebbero essere tifosi del Liverpool, che ha molte probabilità di vincere, del resto, è una squadra più abituata della Roma ai palcoscenici internazionali.

Attenzione perché può capitare che del resto non sia da interpretare come locuzione avverbiale. Vi faccio solo un esempio: vi trovate al ristorante (quello di prima), quando avevate un resto di due euro. Decidete di lasciarli al cameriere come mancia e il cameriere guarda i due euro e dice: vi risponde: mi lasci due euro come mancia? Io, del resto, non ci faccio niente, oppure: io del tuo misero resto, non ci faccio niente! Cosa ne faccio del tuo resto?

Spero sia chiaro come esempio. Questo esempio che ho appena fatto non c’entra nulla con la locuzione avverbiale “del resto”.

Ci sono, invece, modalità diverse in ambito commerciale e professionale per esprimere lo stesso concetto di “del resto” Si tratta sempre di confermare, di giustificare e di avvalorare qualcosa che abbiamo appena detto, e sappiamo bene come sia difficile usare la lingua italiana quando dobbiamo convincere un cliente o un fornitore ed allo stesso tempo essere educati, gentili e professionali. Ho usato il verbo avvalorare, ad esempio, ma questo è un altro episodio (come convincere un cliente) che fa parte del corso di italiano professionale, dedicato ai membri dell’associazione culturale italiano semplicemente.

L’episodio di oggi invece finisce qui, adesso devo scappare perché ho alcuni giri da fare e credo ci sia molto traffico, del resto, abito a Roma. Non c’è da stupirsi. Un saluto a tutti e grazie per le vostre donazioni. Chi di voi è interessato ricordo inoltre che esiste l‘associazione italiano semplicemente che vi aspetta. Ciao a tutti.