Ad oggi, al momento, finora (ep. 952)

Ad oggi, al momento finora (scarica audio)

Giovanni:

Visto che ad oggi non c’è (o meglio, non c’era) ancora un episodio in merito, voglio parlarvi della locuzione “ad oggi” che quando si dà un’informazione può essere molto utile.

Che tipo di informazione? Ne avete una mezza idea?

Si usa per indicare che una determinata informazione o situazione è valida allo stato attuale, al momento in cui state parlando.

Tutto qui? No! Sarebbe teroppo facile…

State riportando la situazione attuale ma spesso si vuole anche evidenziare che le cose potrebbero cambiare in futuro; ci potrebbero essere dei cambiamenti.

Ad oggi” può indicare anche il periodo di tempo fino al momento presente, proprio come “fino ad oggi”.

In pratica, nel caso più comune, quando si utilizza “ad oggi” si intende specificare che ci si sta riferendo al momento attuale, si sta fotografando la situazione attuale oppure fino al momento attuale, senza dire nulla riguardo a ciò che potrebbe accadere in seguito.

Vi faccio qualche esempio:

Vuoi sapere quante proposte di matrimonio ho ricevuto? Ad oggi manco una!

Il nostro hotel ad oggi ha solamente 12 camere, ma dalla prossima stagione ne saranno disponibili altre 5.

Non è ancora terminato il campionato, ma ad oggi il Napoli sembra la squadra più forte.

La nuova variante Omicron: vi spiego cosa sappiamo ad oggi sull’argomento.

Ad oggi Marco non si è ancora fatto sentire da quando è partito per le vacanze.

Ci può essere dunque un riferimento, anche vago, a un periodo di tempo, ma ciò che interessa è fotografare il presente e sottolineare che la situazione è in fase di sviluppo. Tuttavia come detto in molte circostanze va benissimo anche dire “fino ad oggi”.

Ciò che interessa quasi sempre è solo comunicare lo stato attuale dei fatti, non com’era ieri o l’altro ieri o lo scorso anno.

Quindi:

ad oggi il Napoli sembra la squadra più forte.

Potrei comunque dire che fino ad oggi il Napoli è sembrata la squadra più forte.

Il nostro hotel ad oggi ha solamente 12 camere,

Interessa forse il passato? No! Però in questo caso interessa comunicare che la prossima stagione ci saranno camere aggiuntive.

Ad oggi Marco non si è ancora fatto sentire da quando è partito per le vacanze.

In questo caso posso aggiungere anche “fino” e non cambia nulla.

Quante proposte di matrimonio ho ricevuto? Ad oggi manco una!

Anche in questo caso nessun problema dire “fino ad oggi”.

“Ad oggi” si usa spesso per dare il senso dell’aggiornamento costante, come se le cose potessero cambiare da un momento all’altro o magari anche solo per ironizzare, come in quest’ultimo caso.

Se ciò che interessa è solamente il presente, possiamo usare “attualmente” o “allo stato attuale”; se invece ci interessa poco il futuro e vogliamo sottolineare che una situazione non è cambiata dal passato fino al presente, “fino ad oggi” è la scelta migliore.

Voi mi direte: e “finora”? Non va bene finora? Si, certamente. Però Finora lo sapete già usare e infatti è sicuramente il termine più diffuso, soprattutto nel linguaggio informale. Equivale a “fino ad ora” e “fino a adesso”.

A volte si utilizza “al momento“, con un significato analogo a “ad oggi”. Posso tranquillamente usare “al momento” al posto di “ad oggi” , ma si preferisce quando si tratta di possibili cambiamenti da un momento all’altro, magari tra 5 minuti e non tra oggi e domani.

In questo caso la scelta è tra “fino a questo momento” e “al momento”, a seconda se siamo interessati al passato fino ad ora o sul presente.

Es, se siete in un negozio di scarpe in Italia, scegliete le scarpe da acquistare ma purtroppo non c’è il vostro numero.

“Al momento ne siamo sprovvisti” ma oggi pomeriggio saremo nuovamente forniti – vi dice il commesso.

Ma come faccio? Io devo andar via perché ho l’aereo tra due ore!

Il commesso replica:

Al momento mi spiace ma non posso fare altro!

Infine devo dirvi che sia “ad oggi” che “al momento”, più informalmente possono essere sostituiti da un semplice “per ora” o “per adesso”.

Bene ragazzi, l’episodio finisce qui, non voglio farvi una pappardella inutile di ulteriori esempi, quindi spero che coloro che fino ad oggi hanno amato le mie spiegazioni, adesso non cambino idea…

Abbiamo anche ripassato qualche espressione già spiegata. Solo qualcuna direi, perché bisogna tener conto che ad oggi ci sono 1800 episodi e passa.C’era solo l’imbarazzo della scelta.

Alla prossima.

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La sequela (ep. 951)

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Giovanni: oggi vediamo la “sequela” .

Cominciamo da alcuni esempi:

1. La sequela di reati commessi dal criminale ha portato alla sua condanna.

2. La sequela di insulti ricevuti hanno causato un forte danno psicologico.

3. La sequela di malattie che lo hanno colpito da bambino gli hanno causato grossi problemi di salute in età adulta.

4. La sequela di disgrazie subite ha portato la famiglia sull’orlo del baratro.

5. La sequela di furti nella zona ha spinto i residenti a prendere precauzioni.

6. La sequela di vittime ogni settimana sulle strade italiane è impressionante.

7. Il calciatore è stato vittima di una sequela di infortuni che lo ha costretto a ritirarsi dal calcio professionistico.

8. Una sequela di scelte sbagliate ha portato l’azienda sull’orlo del fallimento.

9. la fiducia degli amici e dei familiari è stata distrutta dalla sequela di bugie che ha raccontato.

10. L’adesione “alla sequela di Cristo” implica un forte impegno spirituale e morale.

11. Una sequela di fulmini e temporali ha colpito la zona e ha causato danni a molte case.

12. La morte è stata il risultato della sequela di colpi subiti dalla vittima.

Da questi esempi si capisce facilmente (a parte la sequela di Cristo) che una sequela è una successione, una serie ripetuta di eventi in genere negativi. Questo è l’uso principale del termine.

Si può usare anche, sebbene sia più raro, per questioni non necessariamente negative.

Ad esempio di può parlare di:

Sequela di segnali positivi

Una sequela di parole incomprensibili

La sequela di riforme fatte dal governo non sembra abbia centrato l’obiettivo

In generale però si parla di cose negative.

Usando altre parole si potrebbe dire “un colpo dietro l’altro”, una “serie ininterrotta” di malattie, eccetera.

In medicina però, il termine sequela ha un altro senso. Significa conseguenza, postumo.

Infatti ad esempio esiste la “sequela post-operatoria” che è ciò che segue, ciò che viene dopo, la conseguenza di una operazione.

La sequela post-operatoria allora può includere dolore, gonfiore e difficoltà motorie dopo un intervento chirurgico.
Posso ugualmente dire che:

La diagnosi tardiva della malattia ha causato una sequela di danni nel paziente.

Dunque una sequela si è capito che l’uso principale è nel senso di una serie di reati, insulti, offese, malattie, disgrazie, furti, di vittime, infortuni, errori, bugie.

C’è ancora un altro utilizzo di sequela, nel senso di “seguito” (con l’accento sulla e). È proprio questo il senso della sequela di Cristo.

È proprio questa tra l’altro l’origine del termine dal latino.

Es:

La sequela di Cristo

Mettersi alla sequela di Cristo

Che si riferisce all’adesione e al seguire gli insegnamenti e l’esempio di Cristo.

La frase Indica un impegno a vivere secondo i principi cristiani e a seguire il cammino spirituale indicato da Gesù.

Riguardo al plurale, notate che sequela, essendo una successione, è già un insieme di cose. Verrebbe strano pertanto parlare di “sequele”, eppure a volte si usa, più che altro per enfatizzare.

Troverete spesso anche “le sequela”. Questo si trova spesso soprattutto quando si parla degli insegnamenti di Cristo. Ribadisco però che si dovrebbe dire “la sequela”.

Adesso ripassiamo.

Ulrike: Cerco di tenermi alla larga dalla noia, per lo più con successo. Riesco a evitarla affrontando impegni di qualsiasi tipo. Benché sia roba noiosa, lo faccio sempre con la solerzia che mi contraddistingue. Le rare volte che il tran tran quotidiano mi viene a noia mi salvo in calcio d’angolo uscendomene con un ripasso di qualche espressione della rubrica “due minuti con italiano semplicemente” .

Membro anonimo: attenzione! Questo che segue è un ripasso di finzione, qualsiasi somiglianza con la realtà è pura coincidenza!

A proposito di annoiarsi, mia moglie è fuori città per affari e ci rimarrà per una settimana! Guarda caso ieri sera mi sono incontrato con una mia vecchia fiamma che non vedevo da tempo! Immagino sia single e – si fa per dire – é una donna bellissima! Allora devo confessare che restare da solo per così tanto tempo mi fa sentire un’anima in pena. Allora, benché io non sia avvezzo al tradimento, mi domando e dico: che male mi farabbe una rispolverata alla memoria all’insegna dei vecchi tempi?”

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Andare in bambola (ep. 950)

Andare in bambola (scarica audio)

andare in bambola

Giovanni: “Andare in bambola” è un’espressione informale che indica una perdita di lucidità mentale o una situazione in cui una persona si trova in uno stato di confusione o smarrimento.

Si usa solitamente quando qualcuno diventa confuso o non riesce a ragionare chiaramente. Si tenga sempre presente la logica legata all’uso di “andare in” che abbiamo spiegato due episodi fa, parlando dell’espressione andare in pezzi, andare in malora e in frantumi.

Anche questa rappresenta una condizione in cui ci si può trovare.

Un’alternativa formale a questa espressione potrebbe essere “perdere la capacità di ragionare” o “essere preso da uno stato di confusione mentale“.

Un’ espressione informale simile è “andare in tilt“, di cui ci siamo già occupati, e anche “perdere le staffe” che abbiamo incontrato nell’episodio legato alle arrabbiature, anzi, alle incazzature! Ci sono mille modi per descrivere una condizione simile, ma in questo caso non stiamo parlando di arrabbiarsi, ma di lucidità mentale:

Vediamo qualche esempio:

    • Durante l’esame, sono andato completamente in bambola e non riuscivo a ricordare nulla;
    • Dopo l’incidente, l’autista è rimasto in bambola (o imbambolato) e non riusciva a parlare;
    • Durante la presentazione, il mio collega è andato in bambola e ha dimenticato tutte le sue parole;
    • Il progetto era così complesso che molti membri del team sono andati in bambola, non riuscendo a trovare una soluzione;
    • Il portiere dopo quell’errore è andato in bambola per il resto della partita e l’allenatore ha dovuto sostituirlo col portiere di riserva;
    • Dopo aver subito una serie di sconfitte, la squadra sembra essere andata in bambola e non riesce più a trovare la motivazione;

Andare il tilt direi che è più appropriata in situazioni di stress.

Andare in tilt“, nell’uso figurativo, si riferisce a una persona che perde il controllo emotivo o che smette di funzionare correttamente a causa di un eccesso di stress, pressione o frustrazione.

Invece “andare in bambola” si concentra sulla confusione o sulla perdita di lucidità mentale. Ad ogni modo sono espressioni abbastanza simili.

Ma perché si usa il termine bambola?

Tutti voi sapete che la bambola è un oggetto di solito realizzato in plastica, porcellana, stoffa o altri materiali, che rappresenta una figura umana, spesso simile a un bambino o a una bambina.

Le bambole sono giocattoli tradizionali per i bambini, soprattutto di sesso femminile.

Il termine “bambola” potrebbe essere usato per riferirsi a una persona che perde il controllo del proprio corpo, come una bambola che viene maneggiata senza coordinazione. Questa associazione potrebbe riflettere la perdita di capacità di coordinazione o di movimento di una persona in uno stato di confusione o smarrimento.

Si potrebbe pensare anche all’assenza di reazione o espressione: Una bambola di pezza o un pupazzo possono avere un aspetto immobile e privo di emozioni. Quindi, “andare in bambola” potrebbe indicare una persona che sembra senza reazione o priva di espressione emotiva, come se fosse diventata una bambola.

Ulrike: Da illo tempore ho voglia di visitare la Sicilia. A detta di tanti, che sono stati lì, varrebbe nettamente la pena, anzi, sarebbe persino un dovere. Allora, un giorno, con ogni probabilità, sarò in grado di partire alla volta della Sicilia. Magari alla prossima riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

André: Si dà il caso che, così come Urike, uno dei miei sogni sia fare un giro per la Sicilia e per la Sardegna! Casomai ci dovessi pensare spero non sia una ipotesi peregrina.
Allora! Ditemi voi, ragazzi se siete d’accordo con me!

Carmen: Eh André‚ aggiudicato! Posso immaginare che anche gli altri la pensano come noi. Mi sa che la tua proposta sarà benaccetta da parte di tutti. Se Gianni ci proporrà la Sicilia presumibilmente saranno in tanti a dare il loro beneplacito. Nulla quaestio da parte mia! Quest’incontro (sempre che il sogno si avvererà) sarà senz’altro coi fiocchi, ragion per cui sarà annoverato tra le più straordinarie riunioni di sempre. Mica pizza e ficchi. Insistiamo affinché questa proposta non passi in cavalleria!

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Andare in bianco (ep. 949)

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Giovanni:
Andare in bianco. Questa espressione piacerà a molti perché entriamo in un campo più attraente degli altri: la sessualità. Nello scorso episodio vi ho fatto una panoramica sulle espressioni di questo tipo, in cui c’è “andare in“. Oggi però con questa espressione parliamo di sesso! Siete contenti?

Infatti nel contesto dei rapporti sessuali (ma non solo, come vedremo), l’espressione “andare in bianco” può significare non riuscire a avere un rapporto sessuale nonostante l’intenzione o l’opportunità. Può ad esempio indicare una mancata erezione maschile o una difficoltà nell’avere un rapporto sessuale completo e soddisfacente. Questa è sicuramente una delle cose che vengono in mente a proposito di “andare in bianco”.

Non riguarda solo gli uomini però. Questa espressione può essere utilizzata per descrivere una situazione in cui uno o entrambi i partner non riescono a raggiungere l’atto sessuale desiderato o a ottenere soddisfazione sessuale. Può verificarsi per una varietà di motivi, come ansia, stress, problemi fisici, mancanza di desiderio o una qualche disfunzione sessuale. Qualcosa non è andato nel verso giusto!

Si usa anche per descrivere situazioni in cui due persone hanno un appuntamento e il finale non è quello atteso da una delle due persone, che, erroneamente, si aspettava una conclusione che invece non c’è stata. E’ andata male!

In questi casi chi va in bianco non rimane chiaramente soddisfatto.

L’altra persona invece è quella che “manda in bianco” la prima.

Si potrebbe pensare che la persona che manda in bianco l’altra persona dica: Non c’è trippa per gatti!

Vediamo qualche esempio:

Maria mi ha mandato in bianco stasera.

È la prima volta che vado in bianco. Che delusione. Sarà stata l’emozione!

La prima notte di nozze siamo andati in bianco!

Come si capisce da quest’ultimo esempio, si può andare in bianco anche in due.

Andare in bianco pertanto può significare non ottenere i risultati sperati in un appuntamento oppure non riuscire a avere un rapporto sessuale per motivi legati allo stress, all’emozione eccetera.

La scelta del colore bianco è probabilmente dovuta al fatto che è un colore che più degli altri rappresenta l’assenza di qualcosa, per via dell’assenza di colore, sebbene anche il bianco sia un colore a tutti gli effetti.

In realtà la sessualità e i rapporti di coppia non sono gli unici ambiti in cui si può usare questa espressione, poiché “andare in bianco” può significare in generale non raggiungere un obiettivo o non ottenere alcun risultato nonostante gli sforzi fatti.

Ad esempio, se un venditore non riesce a concludere una vendita nonostante i suoi tentativi, si può dire che è andato “in bianco”. In pratica non ha ottenuto nulla: è tornato a mani vuote.

Anche in ambito sportivo possiamo usarla per indicare una mancata vittoria a una competizione.

Le squadre italiane, nonostante tre finali europee, sono andate in bianco.

Dunque tre finali ma neanche una vittoria: zero risultati.

Se vogliamo poi, “andare in bianco” può indicare vestirsi di bianco in una particolare occasione.

Es:

La presidentessa, all’appuntamento con il Papa, è andata in bianco.

Significa che si è vestita con abiti bianchi.

E voi ragazzi, siete mai andati in bianco?

André: una domanda retorica, direi!

Peggy: Nel caso volessi una risposta di punto in bianco dovrei risponderti picche. Ho sentore che sia un’espressione da prendere con le molle. Ma non ne sono sicuro/a, ragion per cui me ne devo sincerare prima di rispondere.

Andrè: Voci false e tendenziose hanno ventilato che quando sei venuto in brasile sei appunto andato in bianco per tua scelta, perché secondo te non c’erano ragazze all’altezza dei tuoi gusti, ma non te ne preoccupare! Di fronte a una tale menzogna mi vedo costretto a smentire questa bufala assurda! La verità tutti noi la conosciamo! Gianni ha occhi solo per sua moglie!

Giovanni: confermo! Qualcuno insinua anche che avrei fatto cilecca! Pensa un po’! Roba da matti, guarda!

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Andare in pezzi, in malora, in frantumi, In fumo (ep. 948)

Andare in pezzi, in malora, in frantumi, In fumo (scarica audio)

Giovanni:
Andare in pezzi. Voglio parlarvi di questa espressione perché può essere interessante tra l’altro discutere sul motivo per cui si usa la preposizionein” dopo andare.

Abbiamo già visto in altri episodi “andare in tilt”,andare/essere/trovarsi in bolletta” e “andare/essere in rosso. C’è una logica comune. Vediamo quale.

Riguardo al significato, “andare in pezzi” probabilmente è abbastanza intuitivo per voi non madrelingua italiana: “andare in pezzi” viene utilizzato per indicare una rottura, qualcosa che si distrugge, che si spezza.

Ci stiamo allontanando un po’ rispetto all’ultimo episodio in cui abbiamo parlato del verbo “stroncare“. Ad ogni modo non siamo così lontani.

Se avete in mano un bicchiere e vi cade a terra, probabilmente il bicchiere andrà in pezzi, cioè si romperà, si disintegrerà.

Il fatto è che in senso figurato si usa anche per descrivere situazioni, stati d’animo o persone che sono in una condizione di rottura, disgregazione o profonda crisi.

Si parla spesso di qualcosa di irreversibile, qualcosa dalla quale non si può tornare indietro.

Questo è un elemento comune rispetto a “stroncare“.

Per via di questa irreversibilità, spesso si usa anche il verbo finire: finire in pezzi, che si usa soprattutto in senso figurato.

“Andare in pezzi” è più o meno equivalente a “andare in frantumi“. I frantumi infatti sono piccoli pezzi di un oggetto che in precedenza erano uniti e formavano un unico oggetto.

I pezzi possiamo chiamarli frantumi o anche frammenti e solitamente si parla di oggetti fisici.

Sia i pezzi che i frantumi si usano però anche in senso figurato.

Es:

Il mio smartphone si è rotto e è andato in (mille) pezzi dopo essere caduto a terra.

Con i “pezzi” spessissimo si usa “mille pezzi”. Non si usa però con i frantumi.

La mia relazione è andata in frantumi quando ho scoperto di essere stato tradito.

Durante il terremoto, molti edifici sono andati in frantumi.

Un’altra espressione interessante è “andare/finire in malora“, abbastanza simile all’uso di “andare in pezzi/frantumi”.

C’è a volte una piccola differenza perché “andare in malora” può indicare sia un’azione o una situazione in cui qualcosa o qualcuno viene distrutto (proprio come andare in pezzi/frantumi), ma anche quando qualcosa viene rovinato o ridotto in uno stato di disastro o decadenza. Andare in malora può essere utilizzata per descrivere una situazione che si aggrava fino a raggiungere un punto critico. C’è il senso del tempo che passa e le cose peggiorano sempre più, fino a raggiungere una situazione irreversibile.

La domanda è: perché usiamo la preposizione in?

Infatti normalmente “andare in” si utilizza in altre circostanze dove è più comprensibile il motivo del suo utilizzo.

Cos’hanno in comune andare in pezzi, andare in malora e andare in frantumi con andare in bici, andare in bagno, andare in pensione, andare in palestra, andare in Italia, eccetera?

Nel caso delle espressioni “andare in pezzi”, “andare in malora” e “andare in frantumi”, la preposizione “in” viene utilizzata per indicare lo stato negativo raggiunto: uno stato di disfacimento, rottura o distruzione di qualcosa. Se ci pensate anche andare in bolletta, amdare in rosso e andare in tilt rispondono alla stessa logica: c’è una condizione negativa in cui ci si trova.

Lo stesso vale per “andare in fumo“, e “andare in rovina” e altre espressioni simili.

Amdare in fumo si può utilizzare per descrivere una situazione in cui tutti gli sforzi, i piani o le aspettative vanno perduti o si dissolvono. Ad esempio, se una persona investe tutti i suoi risparmi in un’azienda che poi fallisce, si potrebbe dire che i suoi risparmi sono andati in fumo.

“Andare in fumo” si concentra sulla scomparsa o l’annullamento di qualcosa e non sulla distruzione.

Invece andare in rovina è analoga a andare in malora ma c’è meno enfasi sul finale e si concentra sul processo di declino e deterioramento di qualcosa nel corso del tempo.

D’altra parte, tornando a quanto detto prima, “andare in bici”, “andare in bagno”, “andare in pensione”, “andare in palestra”, “andare in Italia”, ecc. descrivono azioni, attività, condizioni o luoghi specifici in cui qualcuno si trova o qualcosa viene fatto.

Volendo fare un discorso generale, in tutti i casi menzionati, “in” viene utilizzata per indicare un’attività, una condizione o un luogo in cui qualcosa o qualcuno si trova o è destinato.

Dunque quando un bicchiere va in frantumi, adesso il bicchiere è distrutto. Si trova in questa condizione. Quando si va in palestra invece si parla di un’attività, un’azione e anche un luogo di destinazione, analogamente a andare in Italia.

Andare in bici è invece una semplice attività. Andare in pensione indica una condizione, quella in cui ci si trova quando si finisce di lavorare.

Esiste anche “andare in estate”, “andare in inverno” ecc. In questi casi si indica il periodo in cui si svolge un’attività. È un uso diverso dai precedenti.

In questo contesto, “in estate” significa “durante l’estate” o “nel periodo estivo”.

“Vado in vacanza in estate” significa quindi “Vado in vacanza durante l’estate”.

Infine mi viene in mente l’espressione “andare in bianco” ma questa la vediamo nel prossimo episodio perché merita più attenzione. Lo stesso vale per altre espressioni tipo andare in bambola o andare in bestia. Ce ne sono anche altre chiaramente.

Adesso ripassiamo.

Ripassiamo parlando di libri in italiano che avete letto? Che ne dite?

Carmen: Vi metto sul piatto la mia proposta di ripasso: ho appena iniziato la lettura del famigerato libretto “il caffè sospeso” di De Crescenzo. Per ora mi piace un mondo, tuttavia non tutti concordano col mio parere: taluni critici letterari l’hanno stroncato in malo modo. Devo dire che in quanto critici di mestiere probabilmente ne avranno ben donde, ma non posso fare a meno di dissentire. Almeno per ora.

Albéric: Quanto a me, sto finendo il libro «Sottomissione» di Michel Houellebecq, un autore da annoverare tra i più controversi. Ha ideato una finzione dove un partito islamico abbastanza moderato riesce a prendere il potere in Francia. Un’ipotesi peregrina bell’e buonadireste? Eh, chi lo sa? Puo’ darsi che accadrà un giorno o l’altro. Comunque a questo autore non piace altro che provocare ideando situazioni future alquanto inverosimili. Lui, tra l’altro, è anche un cinico critico della modernitàe non ne ha per nessuno; per questo mi piace così tanto.

André: i miei preferiti sono i libri che raccontano delle storie della seconda guerra mondiale e soprattutto le vicende dei sopravvissuti nei campi di concentramento! Si dà il caso che siano libri che mi danno molte emozioni, ragion per cui ogni due per tre piango mentre li leggo. “Se questo è un uomo” di Primo Levi è uno di quelli più belli che io abbia mai letto! Un libro mozzafiato. Mentre lo leggevo avevo sentore che forse non ce l’avrei fatta a finirlo!

Marcelo: devo dire che una volta ero in lettore accanito, adesso invece che ho superato gli anta da un pezzo, preferisco ascoltare audiolibri o leggere piccoli racconti! Mi dispiace non poter fare un commento interessante su libri e scrittori. Non me ne volete.

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