Questa mi giunge nuova (ep. 957)

Questa mi giunge nuova (scarica audio)

Giovanni: dovete sapere che io sono da sempre innamorato della grammatica italiana…

Questa vi giunge nuova, vero?

Infatti questo era solo un pretesto per usare l’espressione di oggi: “questa mi giunge nuova” che significa in parole povere “non lo sapevo”. Si può usare anche al maschile: questo mi giunge nuovo.

Possiamo tradurla in diversi modi comunque:

Questa notizia è una novità per me

Non ne avevo mai sentito parlare.

Per me è una novità assoluta.

Non sapevo che fosse così.

Questa mi coglie di sorpresa.

Mai avrei pensato a una cosa del genere.

Con “questa” si intende questa notizia, questa cosa che hai appena detto. Se usiamo questa espressione generalmente siamo molto sorpresi di ciò che abbiamo ascoltato.

Si utilizza il verbo giungere, simile a arrivare e anche a raggiungere.

Nel caso dell’espressione di oggi, ad arrivare è una notizia.

Il verbo giungere non è difficile da usare. Si può utilizzare sempre al posto di arrivare. Non sempre vale il contrario però. Ad esempio non si dice “questa mi arriva nuova”. Vediamo alcuni esempi equivalenti:

Sono arrivato a casa

Sono giunto a casa

Sono arrivato a Roma

Sono giunto a Roma

Siamo arrivati ad una conclusione

Siamo giunti ad una conclusione

La notizia mi è arrivata solo stamattina

La notizia mi è giunta solo stamattina

I turisti arriveranno/giungeranno alla meta in serata.

Dopo tanti sforzi, è finalmente arrivato/giunto al successo.

Siamo giunti/arrivati alla conclusione che è necessario cambiare strategia.

Le due parti sono giunte/arrivate a un accordo soddisfacente.

Non siamo riusciti a giungere/arrivare a un compromesso.

Il treno è giunto/arrivato alla stazione puntualmente alle 15:00.

Spero di giungere/arrivare in tempo per l’inizio dello spettacolo.

La morte arriva/giunge spesso inattesa.

Le notizie che giungono/arrivano da Kiev non sono molto confortanti.

Come verbi alternativi a “giungere“, oltre ad arrivare, a volte si può usare anche “raggiungere”.

È il caso del raggiungimento di un obiettivo, un risultato.

Infatti si può dire:

Le due parti hanno raggiunto un accordo soddisfacente.

Non siamo riusciti a raggiungere un compromesso.

Un uso interessante del verbo giungere è “giungere al termine”. Il senso è sempre quello di arrivare, ma in questo caso, più dei casi precedenti, l’uso è abbastanza formale.

Siamo giunti al termine della riunione

Come fare a capire quando una relazione è giunta al termine?

L’episodio è quasi giunto al termine

Manca solamente il ripasso.

Parliamo di ciò che non deve mancare in vacanza.

Marcelo: ogni volta che penso alle cose che non devono mancare al momento di preparare le valigie, io mi domando e dico: ma possibile che debba portarmi dietro mezza casa? Devo prendere solo lo stretto indispensabile, cioè: notebook, cellulare, caricatore, i farmaci essenziali, i documenti di viaggio. Poi penso agli indumenti e cerco di ridurli ai minimi termini. Questo è quanto.

Irina: Forse io sono un tipo sui generis, però mi porto poco o niente in vacanza. Non sono affatto assuefatta allo stress cittadino e non voglio portare niente che mi colleghi con la mia vita e il lavoro, indi per cui se mi manca qualcosa la compro.

Ulrike: da sempre ogni volta che devo andare in vacanza, resto a braccia conserte e così lascio a mia marito il compito di fare le valigie. Solo dopo faccio una revisione di quello che ha preparato. Non che io sia un nullafacente. Sono solo un po’ sfaticato.

Estelle: ok portare poche cose, ma per quanto riguarda il cellulare vorrei aprire una parentesi se me lo consentite. Per portarlo lo porterei, ma solo un telefono di cui nessuno conosce il numero. Lo userei solo in caso di emergenza!

Hartmut: per me in vacanza non deve mancare il bidè e l’aria condizionata. Sembra poco, eppure finora mi ha detto sempre male qui in Slovenia.

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“C’era da aspettarselo” e le premesse (ep. 956)

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Giuseppina: abbiamo visto nell’episodio precedente che “c’è da“, seguito da un verbo, normalmente sta ad indicare una necessità, qualcosa che occorre fare.

Chiaramente si può usare anche al passato e al futuro.

Posso dire ad esempio che:

ieri non sono potuto venire alla festa perché c’era da pulire casa.

Oppure, posso dire che:

domani, considerato che arriveranno molti ospiti a pranzo, ci sarà da lavorare molto per preparare il pranzo.

Oggi però vorrei parlarvi di “c’era da aspettarselo” che si usa più frequentemente al passato. Rappresenta un uso particolare di “c’è da”.

Infatti “c’era da aspettarselo” è un’esclamazione che si usa dopo che qualcosa è accaduto. Si tratta di qualcosa generalmente di negativo, qualcosa che non era stato previsto e che quindi ha procurato un effetto negativo di qualche tipo.

A posteriori parliamo di qualcosa di prevedibile. A posteriori – cioè dopo, successivamente all’evento – diciamo che questa cosa che è accaduta poteva essere prevista.

Quindi c’era da aspettarselo significa “Non deve sorprendere” oppure “era prevedibile”, “era nell’aria”.

È un’espressione che si usa a posteriori, quindi si parla di un momento precedente all’evento. Per questo motivo non si usa l’imperfetto.

Se invece parlo di un evento che deve ancora accadere, posso dire ad esempio:

Secondo te domani pioverà?

Cioè, in altre parole:

Secondo te c’è da aspettarsi che pioverà domani?

Secondo te c’è da aspettarsi la pioggia domani?

Oppure:

Marco non è un tipo affidabile. Da lui c’è da aspettarsi di tutto. Stai attento.

Quindi non è molto prevedibile come si comporterà Marco, però è prevedibile che ci potrebbero essere grosse sorprese negative.

Oppure:

Il prossimo campionato di calcio chi lo vincerà? C’è da aspettarsi una sorpresa?

Il verbo aspettarsi è chiaramente diverso dal verbo aspettare.

Aspettarsi esprime un’aspettativa, ciò che ci si aspetta, ciò che crediamo accadrà.

C’è da aspettare” invece esprime un’attesa: bisogna aspettare, è necessario aspettare. Proprio lo stesso utilizzo che ho spiegato nell’episodio precedente.

La forma è al maschile in genere: aspettarselo.

Alcune volte si usa anche al femminile: “Aspettarsela” , ma in questi casi quasi sempre si parla di qualcosa di femminile. Es.

Questo brutta notizia c’era da aspettarsela.

Durante le recenti elezioni qualche sorpresina dal voto c’è da aspettarsela.

Non è ancora arrivata alcuna reazione a questa notizia, ma c’è da aspettarsela nelle prossime ore.

C’erano le premesse” è un’ottima alternativa a “c’era da aspettarselo”, ma è meno informale.

Le premesse si riferiscono alle circostanze, agli elementi o alle condizioni che indicano o preannunciano un possibile risultato o sviluppo futuro.

Se ci sono le premesse affinché accada qualcosa vuol dire che ciò che è accaduto in passato o le circostanze attuali fanno pensare che questa cosa sia probabile che accada.

Se ad esempio vedo tante nuvole nel cielo, se vedo che diventa sempre più scuro, se già si iniziano a sentire dei tuoni e inizia a soffiare un forte vento, posso dire che:

Ci sono le premesse per un forte temporale.

Posso anche dire che:

Tutto lascia pensare che ci sarà un forte temporale.

Tutto lasciava pensare che…

Anche questa è un’ottima alternativa a “c’era da aspettarsi” qualcosa.

C’è da dire però che “c’era da aspettarselo” prevalentemente si usa come commento di una persona delusa o amareggiata per qualcosa.

Oltre alla delusione, potrebbero esserci sentimenti come frustrazione, rassegnazione o insoddisfazione, perché è vero che ciò che è accaduto è in linea con le aspettative, ma evidentemente c’era una speranza che le cose andassero diversamente. Questa è la situazione prevalente quando si usa “c’era da aspettarselo”.

Può anche essere un modo per porre le distanze da qualcuno o qualcosa:

Ho saputo che Giuseppe ha avuto un incidente. C’era da aspettarselo però: si ubriaca spesso con gli amici e prima o poi doveva accadere.

Va bene adesso ripassiamo qualche episodio passato.

Ulrike: Non riesco a smettere di pensare ai miei rimpianti per non aver studiato abbastanza. Ad oggi è una delle cose di cui sono più pentito.

Marcelo: Puoi sempre continuare adesso però. Meglio tardi che mai! Vedrai che questa sarà la volta buona! Ci vorrà molta solerzia da parte tua chiaramente.

Rauno: Non è mai facile però studiare da adulti, soprattutto se hai una famiglia sul groppone!

Estelle:. Come sei pessimista! Vuoi stroncarlo così? Non c’è di che stupirsi allora di quanto poco hai ottenuto nella vita!

Rafaela: vedo che c’è sempre maretta qui ! Se queste sono le premesse, meglio che questo ripasso finisca qui!

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C’è da fare o va fatto? (ep. 955)

C’è da fare o va fatto (scarica audio)

Giuseppina:

Ricordate l’episodio dedicato alle locuzioni “c’è di che” e “non c’è di che”?

Abbiamo visto in particolare frasi come:

Non c’è di che stupirsi

Non c’è di che meravigliarsi

Non c’è di che vergognarsene

Non c’è di che stare allegri

Ecc..

Vi ho detto che il senso è sempre simile: “non c’è motivo di…“, “non c’è ragione di…“.

Senza negazione, si è detto, il senso può essere opposto e a volte ironico, oppure può esprimere il senso di qualcosa di sufficiente per giustificare una conseguenza di qualche tipo.

Oggi aggiungo che de usassi la preposizione “da” il senso può essere simile ma vi sarebbe meno enfasi.

Quindi possiamo tranquillamente anche anche dire:

Non c’è da stupirsi se in ladro uscito di prigione torni a rubare.

Non c’è da meravigliarsi se un adolescente abbia voglia di uscire con gli amici la sera.

Vuoi lasciare il tuo partner perché ti tradisce? Non c’è da vergognarsene.

C’è da preoccuparsi se il mio cane abbaia. Non lo fa mai inutilmente.

Eccetera.

In pratica sparisce “che” quando utilizzo “da”.

Molto spesso però “c’è da“, seguito da un verbo all’infinito, si usa per esprimere il senso del dovere, di qualcosa che bisogna fare, che occorre fare, similmente all’uso del verbo andare (es: va fatto, va detto ecc) con cui però si usa il participio passato. Abbiamo visto in un episodio passato questo uso del verbo andare

Stavolta aggiungo che nel caso di “c’è da” si esprime più la necessità, mentre con il verbo andare prevale il senso dell’obbligo o del dovere (o del divieto, con la negazione).

Vediamo esempi simili:

Questa cosa va fatta (obbligo))

C’è da fare questa cosa (Necessità, bisogno)

Il biglietto va acquistato solo online (obbligo)

C’è da acquistare il biglietto (Necessita, bisogno)

All’università c’è molto da studiare (Necessità, bisogno)

L’esame di statistica va fatto obbligatoriamente (obbligo)

Va detto che sei simpatico

C’è da dire che sei simpatico

In quest’ultimo caso usare le due forme è indifferente. Il senso è lo stesso: aggiungere qualcosa per meglio esprimere il nostro pensiero, come aggiungere una precisazione necessaria.

Usare il verbo andare (va detto, va fatto, va precisato, eccetera) è simile a “si deve fare, si deve dire ecc) ed è un po’ più forte rispetto a “andrebbe fatto”, “andrebbe detto”, “si dovrebbe fare”, “ci sarebbe bisogno di” ecc.

Per aumentare il senso del dovere ancora un po’ si può aggiungere “assolutamente“. Es:

Questo bagno va assolutamente pulito prima che arrivino gli ospiti.

Se invece dico che “c’è da pulire questo bagno” esprimo più che altro una necessità: qualcuno dovrà pulirlo. È necessario.

Quasi sempre è questo il senso di “c’è da”: quello della necessità. Altre volte si torna al concetto che abbiamo visto nell’episodio dedicato a “c’è di che”, quindi quando ce n’è a sufficienza per giustificare qualcosa, come nel caso di “c’è di che” oppure, con la negazione, nel senso di “non c’è motivo/ragione di…”

Dipende anche dal verbo e dal contesto.

Es:

C’è da fare attenzione quando si guida (bisogna fare attenzione, è necessario)

C’è da svuotare la stanza prima di iniziare a pulirla (bisogna svuotarla, è necessario)

Ogni volta che vedo un film di Gigi Proietti, c’è da morir dal ridere (ce n’è abbastanza per ridere a crepapelle)

Non c’è da festeggiare quando vinci una competizione ma non mostrando spirito sportivo (non c’è una vera ragione per festeggiare).

Sulla guerra non c’è da discutere, siamo tutti contrari (non c’è motivo di discutere)

Poi ci sono alcune volte che il senso può essere particolare:

Qui non c’è da mangiare (si intende non c’è “niente” da mangiare, con “niente” che è sottinteso)

C’è da bere per tutti (tutti possono avere qualcosa da bere, ci sono abbastanza bevande per tutti)

Non c’è niente da fare con te. Non vuoi proprio capire! (in questo caso “niente” è obbligatorio, non si può sottintendere)

Riassumendo: a parte alcuni casi particolari, “c’è da” (es. c’è da fare) esprime quasi sempre una necessità, similmente all’uso del verbo andare (es. va fatto) dove è più forte il senso del dovere o dell’obbligo.

Altre volte invece “c’è da” ha un senso simile a “c’è di che”, ma con meno enfasi.

Adesso ci sarebbe da fare un ripasso per chiudere l’episodio in bellezza. Che ne dite?

André: Quando ho saputo che Gianni sarebbe andato in vacanza, ecco cosa ho pensato: Guarda, il nostro Schettino lasciarà la nave IS, se ne fregherà di noi! Idea che si è dimostrata peregrina questa che mi è venuta in mente! Si dà il caso invece che Gianni stia continuando a chiarire tutti i nostri dubbi e addirittura è riuscito a ritagliarsi del tempo e creare dei nuovi episodi! Quanto sono stato prevenuto! Non dimentichiamo comunque che Ulrike e Anthony gli hanno dato manforte, eccome!

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La volta buona, la buona volta (ep. 954)

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Giuseppina: Non è la prima volta che ci occupiamo di una locuzione che contiene la parola “volta”. Abbiamo anche visto, in un episodio, quando mettere l’aggettivo prima e quando dopo il sostantivo. Ma stavolta il discorso è diverso.

Stavolta però vediamo la differenza tra la “volta buona” e la “buona volta”.

Non è la stessa cosa? – Direte voi – no, rispondo io. Sono simili ma non si possono usare una al posto dell’altro perché cambia lo stato d’animo, cambia il sentimento che c’è dietro. Vediamo perché.

La volta buona: Questa espressione si riferisce a un momento opportuno o favorevole per fare qualcosa. Viene usata quando si desidera indicare che è giunto il momento giusto per agire o per ottenere un risultato desiderato.

Ad esempio, se tu mi stai dicendo che domani avrai un colloquio di lavoro, si potrebbe dire: “Spero che questa sia la volta buona che riuscirai a trovare un lavoro”.

Evidentemente hai già avuto altre occasioni, altre opportunità, altri colloqui, ma sono andati male, allora spero che questa sarà la volta buona. C’è ottimismo.

La buona volta è simile, ma esprime un sentimento radicalmente diverso.

Nella stessa occasione di prima, potrei dire:

Rouscirai, una buona volta, a far emergere le tue qualità?

Non c’è ottimismo qui, ma c’è un rimprovero, una sensazione quasi di malessere, come se avessi perso la pazienza.

La “buona volta” si utilizza sempre in questo modo: per sgridare, per rimproverare, per rammaricarsi di qualcosa.

Basta, smettila una buona volta di far rumore la mattina!

Finiscila una buona volta di promettere cose che sai di non mantenere.

Deciditi una buona volta! Vuoi imparare veramente l’italiano oppure no?

La “volta buona” non possiamo usarla in questo modo. Esprime ottimismo, speranza. Chiaramente possiamo usarla anche in senso ironico. Vediamo qualche esempio:

Mio figlio ha studiato molto. Questo esame all’università lo ha già fatto due volte. Speriamo che sarà la volta buona.

Non credi di aver mangiato abbastanza stasera? È la volta buona che ti senti male, vedrai!

Questo però non è un rimprovero? Direte voi.

Si, certo, però stavolta sono ironico, e la “buona volta” si usa sempre quando si è arrabbiati, delusi, amareggiati.

Per una buona volta, vuoi stare zitto?

Ok, la finisco qui allora. Avremo occasione di ripassare queste due locuzioni tante volte in futuro.

Adesso ripassiamo:

Marcelo: Oggi vorrei fare un ripasso in onore di mia nipote Juana, giocatrice di rugby niente poco di meno che nella Nazionale Spagnola Under 18. Dio permettendo tra poche ore giocaranno la finale Europea contro la Francia. Penso che le starà dando di volta il cervello con tanta emozione adosso. La sua sarà sicuramente una prestazione della Madonna! Scusatemi, ma il mio orgoglio è traboccante!

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C’è di che, non c’è di che (ep. 953)

C’è di che, non c’è di che (scarica audio)

Giovanni:

C'è di che

Ricordate la locuzione “non avere di che“? Oggi ne vediamo una simile, dove si usa la forma impersonale.

Cosa si risponde a una persona che ci dice “grazie”?

Una delle possibili risposte è: “non c’è di che“, che è una risposta simile a “di niente” e “figurati”, “non preoccuparti”, “non c’è problema”, “non fa niente”, “non è un problema” e anche “prego“.

Si tratta semplicemente di una risposta di cortesia a chi ringrazia.

Non c’è di che” potremmo considerarla come l’abbreviazione di “non c’è motivo di ringraziarmi“, oppure anche di “non c’è di che ringraziare“, sebbene quest’ultima potrà apparire come alquanto strana come risposta ad un non madrelingua italiana.

In realtà “non c’è di che ringraziare” è del tutto analoga ad altre locuzioni simili che si usano molto spesso. Basta cambiare il verbo. Es:

Non c’è di che stupirsi

Non c’è di che meravigliarsi

Non c’è di che vergognarsene

Non c’è di che preoccuparsi

Non c’è di che vantarsi

Non c’è di che stare tranquilli

Non c’è di che stare allegri

Ecc..

Il senso è sempre simile: “non c’è motivo di…“, “non c’è ragione di…” e il concetto che si vuole esprimere è quello di una cosa scontata, che non dovrebbe determinare una preoccupazione, una vergogna, uno stupore eccetera.

Vediamo qualche esempio:

Non c’è di che stupirsi se un attaccante nel gioco del calcio possa essere acquistato alla cifra di 100 milioni di euro, considerando quanti soldi muove il mondo del calcio.

In Italia la democrazia è molto apprezzata. Non c’è di che meravigliarsi considerando cosa è successo quando c’era la dittatura.

Hai sempre pagato le tasse? E allora? Non c’è di che vergognarsene! Anzi, devi andarne fiero!

Mio figlio si è fatto una canna! Mia moglie dice che non c’è di che preoccuparsi, ma io mi preoccupo lo stesso! Mio figlio però se ne vanta e lo sta dicendo a tutti. Ma secondo me non c’è di che vantarsi per una cosa del genere.

La cosa interessante è che si usa questa modalità anche senza la negazione. Es:

In Italia ogni coppia fa mediamente poco più di un figlio. C’è di che riflettere!

Vuol dire che questa cosa fa riflettere, nel senso che viene da pensare ai motivi e alle conseguenze di questa realtà.

Spesso, quando non c’è la negazione, si utilizza in modo ironico, quindi la negazione ci dovrebbe stare ma non c’è. Es:

Le temperature stanno aumentando di anno in anno. C’è di che stare allegri, non credete?

Chiaramente in realtà non c’è proprio nulla di che stare allegri, cioè non c’è motivo di stare allegri!

Oppure:

Un mio amico ha 4 cani nel cortile, tutti senza museruola. Ogni volta che vado a trovarlo, quando mi apre il cancello c’è di che stare tranquilli!

Anche qui, in realtà ci sono molti motivi per avere preoccupazione!

Non sempre però si vuole esprimere ironicamente il senso opposto. Es:

La giornata oggi è cominciata malissimo! Appena mi sono alzato sono scivolato e sono caduto. Poi mi sono rovesciato il caffè addosso, poi ho dimenticato l’ombrello e mi sono bagnato dalla testa ai piedi. Adesso sono solamente le 12 e fino a questa sera c’è di che stare all’erta!

Quindi fino a stasera devo stare molto attento perché mi possono capitare ancora tante cose negative. Si tratta di un modo di enfatizzare il messaggio.

Quando non c’è la negazione c’è il senso del “motivo abbastanza valido”, o il senso della quantità che giustifica una risposta o una reazione o una conseguenza. Es:

Moltissime persone, su TikTok, pubblicano dei video in cui preparano delle ricette con degli abbinamenti assurdi. Si tratta di preparazioni molto fantasiose ma c’è di che far rabbrividire gli amanti del cibo italiano o della dieta mediterranea.

La frase “C’è di che far rabbrividire gli amanti del cibo italiano” significa che l’azione o la situazione descritte nella frase sono così stravaganti o inappropriate da poter provocare disgusto o sconcerto tra le persone che seguono la dieta mediterranea o che apprezzano l’alimentazione sana e tradizionale associata a quella dieta.

Quindi potremo dire che gli amanti del cibo italiano “hanno un motivo abbastanza valido” per potersi stupire e restare disgustati di fronte a queste preparazioni.

C’è dunque il senso della “quantità” di qualcosa o di un certo “livello” raggiunto, tale da giustificare una reazione o una conseguenza.

Vediamo altre frasi simili:

Molti italiani adulti sbagliano l’uso del verbo avere e non sanno mettere la lettera “h” correttamente (io ho, tu hai eccetera). C’è di che far saltare sulla sedia un professore di italiano!

Siete mai stati ad un matrimonio nel sud Italia? C’è di che fare indigestione!

Quindi gli insegnanti di italiano hanno un motivo abbastanza valido per saltare sulla sedia (per lo stupore) e gli invitati a questi matrimoni hanno abbastanza cibo da sentirsi male.

Altri esempi:

L’agenda dell’incontro è chiara e molto vasta, e quindi c’è di che parlare.

Il senso della “quantità” qui è molto evidente: “c’è di che parlare”, cioè ci sono molti argomenti di cui parlare.

Moltissimi insegnanti prediligono le spiegazioni di pura grammatica: c’è di che farsi venire il mal di testa ascoltandoli!

Come a dire: ci sono motivi abbastanza validi affinché possa insorgere un bel mal d testa!

Quest’estate in tutt’Italia ci saranno tantissime feste: sagre comunali, concerti, spettacoli in piazza. Insomma, c’è di che divertirsi, ma soprattutto c’è di che dare qualità al proprio tempo libero.

Chiaramente, se esiste “c’è di che” e “non c’è di che” esiste anche “ci sarà di che” e “non ci sarà di che”. Questo vale per il futuro ma vale anche per il passato: “c’è stato di che”, “non ci fu di che” eccetera.

Es:

Ci sarà di che divertirsi la prossima estate

Finché continuiamo a non fare nulla contro il riscaldamento globale, non ci sarà di che sperare.

Non c’è stato di che stupirsi quando il Presidente del consiglio si è dimesso, dopo tutte le figuracce che ha fatto!

10 anni fa non ci fu di che essere allegri quando perdemmo tutti i nostri risparmi.

Bene allora oggi, come forma di ripasso degli episodi precedenti, ripetete dopo di me le seguenti frasi:

Ad oggi non abbiamo ancora programmato le vacanze estive. Non c’è di che andarne fieri!

Dopo la sequela di incidenti che ho avuto la scorsa settimana, c’è di che farsi benedire.

Ciao, alla prossima

Alla prossima.

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