860 Disfare e disfarsi, il disfacimento la disfatta

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Trascrizione

Siete mai stati nei mercatini dell’usato?

Ebbene, li trovate capi d’abbigliamento di cui le persone si sono liberate. Sono capi di seconda mano che si possono acquistare.

Ho appena usato il verbo liberare nella forma riflessiva: liberarsi di qualcosa significa dare via, vendere o gettare qualcosa (o qualcuno) che non vogliamo più.

Es:

Mi devo liberare di tutti questi impegni di lavoro se voglio divertirmi un po’.

Posso usare anche il verbo disfarsi, forma riflessiva di disfare.

Voglio disfarmi di tutte queste cose inutili che ho in casa

L’assassino, dopo aver commesso l’omicidio, di è disfatto del telefono

Ci si può disfare anche di una persona, proprio come liberarsi. Il senso è lo stesso. Significa anche cedere a un’altra persona.

“Disfarsi di” qualcosa o di qualcuno ha questo significato, ma se usiamo il verbo non nella forma riflessiva, il significato cambia. Ma anche disfarsi, se non aggiungiamo “di”, cambia di significato.

Es:

Con l’aumento della temperatura, il pupazzo di neve ha iniziato a disfarsi.

Potremmo dire sciogliersi, distruggersi, squagliarsi. In generale si può disfare qualunque cosa che abbia comportato un sforzo nella costruzione, come il pupazzo di neve, appunto. La neve si scioglie, il pupazzo di neve si disfa.

Avete notate che disfare contiene “fare” con “dis” come prefisso.

Questo prefisso spesso, infatti, rovescia il senso buono o positivo della parola che il prefisso precede. È molto usato in molti termini del linguaggio medico per indicare una alterazione, una malformazione, un’anomalia, un cattivo funzionamento. Pensate alla distrofia ad esempio.

C’è quasi sempre qualcosa che non va quando c’è il prefisso dis.

Allora, davanti a “fare“, che indica una costruzione, questo prefisso indica una distruzione, quindi disfare è il contrario di fare. Lo stesso accade con onore e disonore, simile e dissimile, piacere e dispiacere, la continuità e la discontinuità. Altre volte non è così semplice ma in generale (non sempre) il prefisso dis conferisce un senso negativo.

Esiste l’espressione “fare e disfare” che indica il comportamento di una persona che fa ciò che vuole, costruisce e distrugge, fa e disfa come vuole lei. Es:

Il dittatore è stato abituato a fare e disfare nel suo paese

Un’espressione simile è fare il bello e il cattivo tempo.

Disfare dunque è simile a distruggere, scomporre, sciogliere, liquefare, decadere, disgregarsi.

Non sempre però c’è qualcosa di negativo o qualcosa che non va.

Disfare le valigie è una cosa che si fa alla fine di ogni viaggio.

Significa togliere i vestiti dalle valigie perché siamo tornati a casa o siamo arrivati in albergo. Le valigie si fanno alla partenza e si disfano all’arrivo.

Anche il letto, quando è disfatto, non è una tragedia. Semplicemente bisogna sistemarlo, bisogna rifare il letto, prendere le lenzuola e sistemarle per bene, sistemare i cuscini, rimettere eventualmente la coperta o un copriletto e sistemarlo per bene, proprio come vorremmo trovarlo quando entriamo nella nostra stanza d’albergo.

In genere però, come detto, disfare qualcosa è un’operazione che esprime l’azione contraria del fare, ma in senso negativo.

Parlando di politica, c’è chi vorrebbe disfare l’unione europea.

Il nuovo governo sta disfacendo tutto ciò che ha fatto il governo precedente.

Nello sport si usa spesso:

Non è disfacendo il gioco avversario che si vince.

Parlando di morale e di questioni sociali, si usa spesso il termine disfacimento:

Per disfacimento si intende la rovina di una comunità che non ha più obblighi morali e sociali.

Stiamo assistendo a un lento disfacimento della famiglia nella società contemporanea

Il disfacimento morale della società

In senso materiale possiamo parlare di un corpo, un tempo bellissimo ma in rapido disfacimento con l’età o per colpa di un’alimentazione sbagliata.

Vogliamo parlare adesso della disfatta?

Una disfatta è una sconfitta militare disastrosa o, in senso figurato, un clamoroso fallimento o una sconfitta sportiva schiacciante.

C’è in qualche modo anche una distruzione anche in questi casi, ma è più un grave insuccesso o una pesantissima sconfitta, quindi comunque dopo una disfatta bisogna ricominciare daccapo. Anche disfatta deriva dal verbo disfare.

Si parla spesso anche della disfatta di un partito alle elezioni. Evidentemente i risultati sono stati disastrosi per quel partito.

Sconfitta e disfatta sono dunque molto vicini come significato. È la gravità della sconfitta, la sua pesantezza che fa la differenza.

Va bene, adesso ripassiamo qualche episodio precedente altrimenti tutto il lavoro fatto finora rischia di essere disfatto nel giro di qualche settimana.

Ulrike: Parlando di politici, molti di loro credono che fanno il meglio per il loro paese, ma sembra che non vedano le eccessive corsie preferenziali, né le bustarelle, e fanno pie promesse per arrivare al governo! E tu come la vedi?

Irina: il problema è che quando devi votare e scegliere, questo voto spesso è un voto di scambio! E quand’è così non c’è possibilità di svoltare per il paese.

Peggy: molte volte penso che queste siano soltanto elucubrazioni mentali, ma il mio contributo oggi deve fungere da campanello d’allarme!

Estelle: I tuoi commenti potrebbero sollevare un polverone di critiche, ma è pur vero che la situazione economica mondiale fa acqua da tutte le parti!

Albèric: sono del tuo stesso avviso, ma meglio stare alla larga della politica. È sempre un di più andare a toccare questi temi scottanti in un ripasso!

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755 Non fare che…

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Trascrizione

Una volta una ragazza mi ha detto:

Non fare che anche quest’anno ti dimentichi del mio compleanno, ok?

Questo è stato solo un pretesto per introdurre l’episodio di oggi. Parliamo della locuzione “non fare che”.

Avete ascoltato un primo modo di usare la locuzione “non fare che”, colloquiale e informale, che suona quasi come una minaccia, almeno dal tono.

È in realtà una specie di raccomandazione e allo stesso tempo un rimprovero, direi anche abbastanza affettuoso. Non esattamente una minaccia quindi.

Si usa solo rivolgendosi direttamente ad una o più persone con cui si ha una certa confidenza, quindi dando del tu se la persona è una sola.

Vediamo altri esempi:

Allora ci vediamo a mezzogiorno ok? Non fate che ritardate come al solito!

Mi raccomando, adesso andiamo dai nonni a trovarli. Non fare che non li saluti, mi raccomando.

Potrei usare, in sostituzione, anche “non è che”, una locuzione che abbiamo già spiegato:

Non è che ritardate come al solito?

Non è che poi ti dimentichi?

Ecc.

Ma stavolta non c’è mai una curiosità o una domanda, ma si tratta sempre e solamente di un rimprovero, quindi non parliamo neanche di una raccomandazione o di un consiglio.

Inoltre in genere si tratta sempre di un rimprovero per una cosa che è già accaduta più volte in passato e che non è piaciuta a chi pronuncia la frase.

Adesso però sarete contenti di sapere che quando utilizzo “non fare che”, come negli esempi precedenti, sto facendo un ammonimento, termine che abbiamo spiegato solamente un episodio addietro.

Vediamo adesso il secondo modo di usare “non fare che” . Vediamo qualche esempio:

Da due anni a questa parte non faccio che lavorare.

Il significato è molto semplice: sono due anni che lavoro, senza fare altro.

“Non faccio che lavorare” è in questo caso un modo per esprimere un malcontento, una situazione negativa, un disagio, una lamentela. Insomma c’è qualcosa che non va e che va o andrebbe cambiato. Quasi sempre è così.

Mio figlio ha scelto la facoltà di ingegneria e non fa (altro) che studiare.

Quindi mio figlio tutto il suo tempo lo dedica allo studio. Studia costantemente. Ora, è chiaro che questo povero ragazzo studia molte ore al giorno e ovviamente non è vero che non fa altro.

La frase non è da prendere alla lettera, ma comunque anche in questo caso siamo in una situazione che non si ritiene normale o equilibrata. Magari la mamma però ne è contenta in questo caso.

Basta! Non fai (altro) che criticarmi per qualunque cosa!

Questa invece è una lamentela evidente e in effetti si usa spessissimo questa modalità per esprimere una critica o una lamentela, un disappunto, un reclamo o una recriminazione.

Questi tuoi amici non fanno che pensare al sesso!

Non fare che adesso anche tu inizi a perdere la testa! Pensa a studiare!

Questo è un cazziatone più che altro!

In quest’ultimo esempio ho usato “non fare che” in entrambi i modi che abbiamo visto oggi.

Prima ho accennato alla recriminazione. Allora tra due episodi parleremo proprio di questo.

Non fate che non lo ascoltate però ok?

Adesso un breve ripasso:

Peggy: hei, abbassa il volume! Per poco non cadevo dal letto! Mi hai spaventato! Che diamine!

Danielle: Cosa? Ma sono le dieci di mattina. Con questo sfogo adesso ti senti meglio? Non mi dirai che hai fatto le ore piccole anche ieri sera!

Ulrike: ragazzi, vedo che c’è maretta anche oggi tra voi due, della serie “un altro fine settimana tranquillo”.

Segue una spiegazione del ripasso

725 Come ti dona!

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Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlare di complimenti.

Si dice che le donne amino i complimenti:

Come sei bella con questo vestito!

Oggi sei più bella del solito!

Che occhi meravigliosi!

Eccetera eccetera

Ho detto le donne, ma in realtà tutti amano i complimenti.

Tra l’altro non si possono fare complimenti solamente per la bellezza, ma anche per la casa:

Che bella casa, complimenti!

Oppure per i figli:

Lei ha dei figli bravissimi e dolcissimi!

O per un risultato ottenuto:

Complimenti per la laurea!

Ho saputo che ha aperto una nuova sede per la sua azienda. I miei complimenti!

Eccetera.

Ma non voglio divagare troppo oggi.

Oggi vorrei parlarvi del verbo donare, molto adatto quando si fanno i complimenti.

Non esistono infatti solamente le donazioni, cioè quando si offre qualcosa di proprio ad altre persone, come la donazione del sangue, degli organi o le donazioni in denaro. Parlo dell’uso intransitivo del verbo.

Questo vestito ti dona molto.

Oddio come ti dona questo rossetto!

In questo caso donare vuol dire aggiungere grazia all’aspetto di una persona.

Questo vestito ti sta molto bene

Questa è una frase più o meno equivalente.

In pratica il vestito che indossi ti fa bella, ti giova esteticamente, ti rende più bella o magari più giovane, ti fa apparire in modo migliore, fa risaltare i tuoi pregi, esalta le tue caratteristiche più belle del viso, ti valorizza.

Quanti verbi diversi possiamo usare!

Perché allora usare il verbo donare?

È una delle possibilità, però direi che per fare un complimento è molto apprezzato da chi lo riceve. Posso usarlo però anche al contrario.

Quest’abito è bello, ma non ti dona.

Quindi quest’abito non ti sta bene, pur essendo un bell’abito, magari anche di qualità. Però non valorizza il tuo corpo perché risalta i tuoi difetti e non i tuoi pregi.

Un vestito può donare a una persona e allo stesso tempo non donare affatto a un’altra persona.

Un vestito può star bene a una persona e allo stesso tempo non star bene affatto a un’altra.

Donare però è meglio che “star bene”, perché quando un vestito mi sta bene potrebbe anche significare che non ha niente che non va, o che è della giusta taglia o che, al limite, ci sto comodo.

Se invece mi dona allora non c’è dubbio che quel vestito mi fa apparire di aspetto migliore, perché, per via del colore o per altro motivo, mette maggiormente in evidenza i miei pregi, mette in risalto i miei tratti, oppure mi fa sembrare una persona più alta, più magra, esalta il colore dei miei occhi, non mi fa vedere troppo la pancia, eccetera eccetera.

Se invece un abito non mi dona, come anche un trucco particolare o un taglio di capelli – tante cose possono donare o non donare – evidentemente l’effetto è il contrario: un pantalone che mi fa apparire i fianchi troppo larghi, un maglione che mi fa sembrare tropo grasso, una cravatta con un colore che non si abbina con quello dei miei capelli, eccetera; in tutti questi casi questo capo di abbigliamento (ad esempio) si dice che non mi dona, che non mi sta bene addosso.

Notate che il verbo donare si può anche usare in modo transitivo nelle stesse circostanze, però devo specificare. Vediamo alcuni esempi usati sia in un modo che nell’altro:

Questo pantalone ti dona un aspetto più giovanile (transitivo)

Una gonna che dona alle ragazze con i fianchi larghi (intransitivo)

Questo colore le dona tantissimo (intransitivo)

Questa signora ha uno smalto che le dona molta eleganza (transitivo)

Infine una osservazione.

Il verbo donare si può usare in modo transitivo anche al di fuori dei capi d’abbigliamento e della bellezza delle persone.

Questa crema al pistacchio dona qualcosa di molto speciale ai nostri dolci.

Questa cornice dona al quadro un aspetto troppo antico

Perché non appendi un bel quadro? Un quadro può donare ad un appartamento un aspetto più elegante e raffinato.

Vedete che donare allora, nel caso transitivo, è molto simile a dare, fare, far sembrare, oltre che a rendere. Anche conferire si avvicina molto. È più raffinato persino.

Questo taglio di capelli ti conferisce un aspetto molto raffinato.

Questo vestito ti un aspetto più aristocratico

No, questa gonna non va bene. Ti rende/fa troppo magra

Questo è un pantalone che ti fa (sembrare) più grassa di quello che sei.

Nel verbo donare, come anche in conferire, che è il più simile, c’è anche il senso di aggiungere una qualità nuova e pregevole.

Si ottiene un qualcosa in più, come se fosse un dono, un regalo.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente.

Ripassiamo adesso?
Irina: una domanda di riserva?

Marcelo: Irina, ti sei smarcata subito dalla domanda, neanche ti avesse fatto una domanda personale!

Peggy: a proposito di complimenti, io li adoro, ma a volte è solo tutta fuffa mio malgrado.
Poi il mio ragazzo è molto taciturno in merito. La mia pazienza però è agli sgoccioli. Sono pronta a piantar baracca e burattini e lasciarlo per sempre.

A me non la si fa!

Audio

È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon.

 

Trascrizione

Ciao ragazzi buongiorno e benvenuti su italianosemplicemente.com. Oggi voglio spiegare una espressione che è un po’ complicata da comprendere per uno straniero.

Si tratta dell’espressione “a me non la si fa”. Cinque parole.

Vi spiego subito il significato. Questa frase si usa per esprimere un convincimento. Se dico questa frase vuol dire che io credo che a me nessuno può riuscire ad imbrogliarmi, nessuno può riuscire a fregarmi, a farmi credere qualcosa di falso. Quindi è una frase abbastanza semplice come significato: frasi equivalenti sono:

– a me nessuno mi imbroglia;

– a me nessuno mi frega;

– a me nessuno mi inganna;

– io non sono una persona che si fa ingannare;

– non sono facilmente ingannabile;

– non sono fesso (o fessa);

– non sono uno scemo (o scema)

– non sono nato (nata) ieri. Che è un’ espressione idiomatica. A riguardo, se siete curiosi potete dare un’occhiata alla prima lezione di italiano professionale

Un’altra espressione equivalente è:

– non me la dai a bere. Che è un’altra espressione idiomatica che vi spiegherò alla fine di questo episodio.

Posso ugualmente dire, senza la negazione, ma con lo stesso significato:

– io sono furbo;

– io sono una persona scaltra;

– io mi ritengo una persona molto intelligente.

Eccetera.

“A me non la si fa” è una espressione del tutto equivalente e molto usata nel linguaggio di tutti i giorni. In altre circostanze invece sono più frequentemente utilizzate altre modalità equivalenti di significato, tra quelle viste poco fa.

Passiamo alla spiegazione.

Cominciamo dalle prime due parole: “a me”. A me significa “alla mia persona”, o anche “al sottoscritto”. Semplice quindi.

“Non”, che è la terza parola, è una negazione di ciò che segue, cioè di “la si fa”.

“Non la si fa” è la negazione di “la si fa”.

In effetti è questa la parte più difficile: “la si fa”. Cosa significa?

Ebbene cominciamo dal verbo fare, cioè dall’ultima parola: “fa”. Io faccio, tu fai, lui fa, noi facciamo, voi fate, loro fanno. Come sapete il verbo fare ha molti significati. In generale significa agire, costruire, mettere insieme, eccetera.

Posso dire ad esempio:

– oggi Giovanni fa la pasta per tutti!

Quindi qui ho usato il verbo fare per dire “fare la pasta”, nel senso di mettere l’acqua sul fuoco, il sale nell’acqua e dopo un po’ buttare la pasta nell’acqua. Quindi in questo significa preparare la pasta.

Oppure posso dire a mio figlio:

– Vai a fare i compiti, che è tardi!

In questo caso fare i compiti significa svolgere i compiti. I compiti sono quello che i maestri o i professori, a scuola, dicono ai bambini, agli studenti, da fare a casa per i giorni successivi. Devono fare i compiti, devono svolgere i loro compiti.

Quindi il verbo fare è molto generico, può essere sostituito da altri verbi più specifici, ma la sua genericità fa sì che il verbo fare si presta bene ad essere usato anche in espressioni idiomatiche o espressioni tipiche, ad esempio:

– farsene una ragione;

– farla franca;

– farla finita;

– fare le moine

Eccetera.

Poi il verbo fare si usa molto spesso in senso riflessivo:

farsi un livido (cioè farsi male, procurarsi un livido, su un braccio ad esempio, cadendo)

farsi una casa (cioè comprare una casa, procurarsi una casa);

farsi la ragazza (cioè stabilire una relazione, un rapporto con una ragazza);

farsi da mangiare (cioè prepararsi da mangiare, cucinare per sé stessi);

farsi i fatti propri (cioè pensare a, occuparsi delle questioni personali).

Questi sono tutti utilizzi diversi di “farsi”.

Attenzione perché “farsi” va usato con una certa cautela, con una certa attenzione: usarlo nella forma riflessiva infatti è più difficile, perché “farsi”, nel linguaggio informale, può anche significare “drogarsi”, cioè assumere delle sostanze stupefacenti. Ma può significare anche “comprarsi”, come abbiamo visto nella frase “farsi una casa”.

Ma nella frase che dobbiamo spiegare oggi abbiamo “si fa”.

“Si fa” può avere più significati in diverse frasi. Ad esempio se dico:

– mio figlio si fa i compiti. Sto usando il verbo fare nella forma riflessiva: farsi i compiti. Quindi questo significa: mio figlio sta svolgendo i suoi compiti.

Analogamente posso dire:

– mio figlio si fa da mangiare. Cioè prepara per sé stesso da mangiare.

Una frase equivalente è quindi: mio figlio si prepara da mangiare. Lo fa quindi per sé stesso, non per altre persone.

Mio figlio “si fa” invece, senza aggiungere altre parole dopo, significa semplicemente che mio figlio “si droga”. Attenzione quindi: “mio figlio si fa” e basta vuol dire che mio figlio assume, prende, delle sostanze stupefacenti, proibite, illegali, che fanno male alla salute.  Attenzione al verbo fare quindi, che può essere pericoloso quando lo usiamo in senso riflessivo.

Quindi se diciamo “mio figlio si fa tutti i giorni” vuol dire che mio figlio si droga tutti i giorni. Se invece diciamo “mio figlio si fa tutti i giorni i compiti”, quindi se specifichiamo cosa si fa mio figlio, allora il significato cambia completamente. Nel primo caso “mio figlio si fa”, cioè “fa sé stesso”, che è una espressione idiomatica: farsi=drogarsi. Nel secondo caso “mio figlio si fa i compiti” è il verbo fare in senso riflessivo”: fa per sé stesso i compiti, come farsi da mangiare, farsi la pasta, farsi la fidanzata, eccetera. Questo era importante specificarlo.

Una cosa importantissima da dire è che finora ho sempre detto, ho sempre specificato la persona che compie l’azione, la persona che “fa”. In tutti questi casi, quando è presente il soggetto della frase, “si” serve a usare il verbo fare in senso riflessivo, nel senso di farsi, fare per sé stesso, preparare per sé stesso.

Nella frase di oggi però “a me non la si fa” non si dice chi è che fa, non si specifica chi è che compie l’azione; non si specifica la persona che compie l’azione.

Come mai? Perché non si specifica? Perché non c’è scritto la persona che compie l’azione, la persona che fa? E cosa succede se non c’è il soggetto della frase?

Succede che il significato della particella “si” cambia completamente. In questo caso non c’è nessuno che sta facendo qualcosa per sé stesso; invece si sta parlando in senso generale.

La parola “si”, che è un pronome, qui, nella frase di oggi non indica la terza persona singolare, che abbiamo visto finora: Mario si mangia una mela, Giovanna si beve un bicchiere di vino, eccetera, e non stiamo neanche usando il passato remoto, tipo: lui si mangiò una mela, lei si guardò allo specchio, mio padre si lesse un libro.

Invece la particella si, nel nostro caso, serve a parlare in generale, tipo: “qui si mangia bene”, “in questo ristorante si mangia benissimo”, “in questo albergo si sta molto comodi”. Eccetera.

Questo è il senso della particella “si” nella frase “a me non la si fa”. E potete riconoscere questo significato semplicemente perché manca il soggetto alla frase e c’è il verbo al presente: “si mangia”, “si sta”, “si beve”, “si dorme”, “si riposa” eccetera. In questo caso è “si fa”: “a me non la si fa”. Manca il soggetto e verbo al presente.

Bene, andiamo avanti.

Abbiamo spiegato il verbo “fare”, (e vi ho detto di fare attenzione) poi il significato della particella “si”: “si fa” significa che in generale si fa. Non stiamo parlando di nessuna persona in particolare, in quanto manca il soggetto, non c’è un soggetto esplicito.

Tralasciamo per ora il pronome “la” che si trova nella frase. Che è una parte importantissima.

Concentriamoci sulla frase “si fa”, oppure “non si fa”, per capire come usare “si” in senso generale, in frasi senza soggetto.

Vi faccio alcuni esempi. Potete dire a vostro figlio di due anni che non deve fare la pipì fuori dal water. Puoi dirgli ad esempio: questo non va fatto! Non si fa la pipì fuori da water.

Potete anche dirgli: no! Questo non si fa! Hai fatto ancora una volta la pipì fuori dal water? Ti ho detto mille volte che questo non si fa!

Quindi significa che è sbagliato farlo, non si fa, cioè non è una buona cosa fare questa cosa, comportarsi in questo modo, assumere questo atteggiamento, adottare questo comportamento: non si fa.

“Ma nella frase “a me non la si fa” c’è anche il pronome “la”: “a me non la si fa”, che è il contrario di “a me la si fa. Perché c’è “la”?

Questa è la parte più importante della spiegazione.

Il motivo è che con il pronome “la” si sta indicando qualcosa. Stiamo parlando di un fatto, di un comportamento. Ed usiamo il pronome femminile, anche se non ci sarebbe nessun motivo di farlo. Ma in italiano si fa spesso. Se pensiamo alle frasi:

  • Falla finita!
  • smettila!
  • piantala! oppure
  • “la vuoi piantare?”,
  • “la vuoi fare finita?”,
  • “perché non la pianti?”.
  • Mi stai dando fastidio, ti chiedo se per favore la fai finita di infastidirmi”,
  • “la smetti?”,

oppure anche

  • “la stai facendo troppo lunga”.

Potrei fare mille altri esempi di questo tipo. Insomma si usa sempre il femminile per riferirsi indirettamente a un atteggiamento, un comportamento, e usiamo “la” sia prima che dopo il verbo: piantala, la pianti, finiscila, la finisci. Eccetera. Sono sempre inviti, suggerimenti, che rivolgiamo direttamente alla persona con la quale stiamo parlando.

Lo stesso avviene nella frase “a me non la si fa”. A me, cioè al sottoscritto, alla persona che parla, “non la si fa”.

Allora: non c’è il soggetto, quindi parliamo in generale. “A me”, “non la si fa”. La prima parte “A me” è facile: al sottoscritto.

La seconda parte “non la si fa” significa che in generale nessuno la può fare a me: “Nessuno può farmela”.

Questa è una versione più semplice della frase “a me non la si fa”: “nessuno può farmela”.

In alternativa posso dire:

– “a me nessuno la fa”. In questo caso inserisco “nessuno” e quindi devo togliere “si”: se inserisco il soggetto devo togliere “si”, “nessuno” è il soggetto, ed è un soggetto generico, quindi il significato non cambia.

-a me nessuno la fa = a me nessuno mi frega = a me nessuno mi imbroglia = a me nessuno mi inganna.

Però la parola “la”, che è un pronome, si trova solamente nella frase “ a me nessuno la fa” o “a me non la si fa”.

La, in questo caso, serve a identificare, in senso ampio, in senso largo, qualcosa di negativo, un atteggiamento di qualcuno, in generale, che vuole imbrogliarmi, vuole ingannarmi. In poche parole “vuole farmela”.

Se quindi credo che tu mi voglia ingannare, posso dirti:

– vuoi farmela? Attento, perché a me nessuno la fa!

Questo è un avviso, un avviso, un consiglio che io sto dando a te.

– attento amico, a me nessuno mi frega, nessuno mi imbroglia, io sono furbo, sono guardingo, sono attento, quindi a me nessuno può farmela. Capite il senso del pronome “la”

Ugualmente posso dire:

– vuoi farla proprio a me? A me nessuno la fa! A me nessuno è mai riuscito a farla. A me non la si fa!

Ci sono quindi diversi modalità espressive. Per esercitarci ancora ripetete dopo di me le seguenti frasi:

– A me nessuno mi frega!

– a me nessuno la fa!

– nessuno può farmela!

– nessuno me la può fare!

– nessuno può riuscire a farmela!

– a me non la si fa!

– Anche se credi di potermi fregare, attento amico, perché a me non la si fa!

Al contrario possiamo dire:

– mi fregano tutti!

– mi fregano sempre tutti!

– tutti me la fanno!

– tutti riescono sempre a farmela!

– a me tutti me la fanno!

– A me la si fa molto facilmente!

– tutti riescono a farmela facilmente!

Ovviamente posso anche cambiare e parlare di altre persone:

Se parlo di te: a te nessuno la fa!, a te non la si fa!

Se parlo di lui (o lei): a lui nessuno la fa!, a lui non la si fa!

Se parlo di noi: a noi nessuno la fa!, a noi non la si fa!

Se parlo di voi: a voi nessuno la fa!, a voi non la si fa!

Se parlo di loro: a loro nessuno la fa!, a loro non la si fa!

Devo dire che è un bell’allenamento oggi per la ripetizione!

Infine concludiamo con la frase “a me non la dai a bere”, che come avevo anticipato all’inizio dell’episodio è del tutto equivalente a “ a me non la si fa”.

Questa frase ha la stessa costruzione, e “darla a bere” è un’ espressione idiomatica che significa imbrogliare, ingannare: a me non mi inganni = a me non la dai a bere, cioè a me non la fai bere, ed ovviamente “berla”, viene dal verbo bere, qui è usato con il verbo dare: “dare a bere” per dire “far credere vera una cosa falsa”.

Bene ragazzi, finisce qui l’episodio di oggi.

Spero di essere stato chiaro.

Se volete discutere con me e con un gruppo molto motivato di persone di questa ed altre espressioni idiomatiche vi suggerisco di entrare a far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente, dove nessuno ve la darà a bere, tutt’altro direi! Abbiamo un gruppo Whatsapp dove tutti i giorni parliamo, ascoltiamo e impariamo tutti l’uno dall’altro, oltre alle decine di lezioni di Italiano Professionale già disponibili.

Ovviamente ci sono io che vi aiuto quando avete bisogno.

Se siete interessati cliccate sul link che inserisco in questo episodio oppure andate sul sito italianosemplicemente.com e inviatemi la richiesta di iscrizione all’associazione.

Vi aspettiamo!

Un saluto da Giovanni ed al prossimo episodio!

Ps: Grazie delle vostre donazioni