Un evento storico avvenuto il 22 dicembre 1947 è l’approvazione della Costituzione della Repubblica Italiana da parte dell’Assemblea Costituente.
Dopo il fascismo e la guerra, l’Italia scelse consapevolmente di fondarsi su principi come la libertà, la tutela dei diritti, l’equilibrio dei poteri e la partecipazione democratica.
Quel testo, entrato poi in vigore il 1° gennaio 1948, rappresenta ancora oggi uno dei più importanti lasciti storici e civili del Novecento italiano.
La parola del giorno è lascito. Attenti alla pronuncia.
Rappresenta ciò che viene lasciato. Ma se lascio l’ombrello a casa, quello non è un lascito.
“Fare un lascito” significa lasciare qualcosa di sé, indica ciò che viene lasciato in eredità, materiale o morale, e che continua ad avere valore nel tempo per chi lo riceve.
Indica ciò che viene trasmesso alle generazioni future, non solo in senso materiale (come un’eredità, cioè un lascitotestamentario), ma soprattutto in senso morale, culturale, politico o ideale.
Dire che la Costituzione è un lascito significa sottolineare che non è soltanto una legge, ma un patrimonio di valori consegnato ai cittadini di oggi e di domani.
Il termine si usa spesso in contesti storici e culturali.
Per esempio, si può dire che la Resistenza ha lasciato in lascito all’Italia il valore dell’antifascismo, oppure che un grande scrittore ha lasciato un lascito culturale fondamentale attraverso le sue opere.
Anche nella vita quotidiana il termine funziona: un insegnante può lasciare ai suoi studenti un lascito di metodo, di rigore o di curiosità intellettuale, pur senza lasciare nulla di materiale.
Si usa dire lasciare in lascito qualcosa.
Il contesto più adatto per usare lascito è quindi quello in cui si vuole evidenziare un’eredità duratura, qualcosa che continua ad avere valore nel tempo e che comporta anche una responsabilità: un lascito non si riceve passivamente, ma va compreso, custodito e, se possibile, migliorato.
Per concludere vi faccio tre esempi:
I miei genitori hanno ricevuto dai nonni un lascito importante: una bella villa al mare.
Alla morte dello zio, i nipoti hanno ricevuto in eredità la casa di famiglia, ma il vero lascito è stato il senso di responsabilità e di rispetto che lui aveva sempre trasmesso loro.
L’opera di Dante rappresenta un lascito culturale immenso: non solo ha influenzato la letteratura italiana, ma ha contribuito a formare la lingua e l’identità del Paese.
Oggi parliamo di una cosa che vi farà sorridere, ve lo garantisco. Parliamo di come noi italiani amiamo giocare con le parole, in particolare con le parti del corpo.
Allora, voi sapete già che in italiano possiamo far diventare le parole più piccole o più grandi, no?
Parliamo dei diminutivi e degli accrescitivi, ma solamente relativi alle parti del corpo. C’è anche un altro episodio dedicato ai diminutivi, ma più generico.
Ad esempio manina è un diminutivo di mano, mentre manona è un accrescitivo.
Possiamo dire “manina” quando è piccola, oppure “manona” quando è grande. Semplice, direte voi. Sì, però…
Questi diminutivi e accrescitivi non indicano sempre e solo la dimensione fisica. Oh no. Sarebbe troppo facile!
I diminutivi come si formano? Come funziona tecnicamente questa cosa? Allora, per fare il diminutivo di solito aggiungiamo -ino/-ina o -etto/-etta.
Mano diventa manina, manetta
Piede diventa piedino
Testa diventa testina
Per l’accrescitivo usiamo -one/-ona:
Mano diventa manona
Testa diventa testone o testona
Naso diventa nasone
Il braccio diventa il braccino o il braccetto.
eccetera
La testina
Partiamo della parola testina. La mano la vediamo dopo.
Ovviamente una testina è una testa piccola, questo è il significato base. Un bambino ha una testina, un uccellino ha una testina. Fin qui tutto normale.
Ma aspettate. Se io dico a qualcuno “usa la testina!” cosa sto dicendo? Non sto mica dicendo che ha la testa piccola! Sto dicendo: ragiona un po’, pensa! È un modo carino, quasi affettuoso, di dire “usa il cervello”.
Ah, e poi c’è “avere una bella testina”. Qui parliamo di qualcuno intelligente, sveglio. Un ragazzo che a scuola va bene, che capisce le cose al volo, diremo: “Eh sì, ha una bella testina quello lì!”. È un complimento, insomma.
Il testone
E adesso veniamo al testone. Qui le cose si complicano un pochino.
Un testone è una testa grande, d’accordo. Ma in senso figurato?
Beh, un testone è anche una persona testarda, cocciuta, che non cambia idea facilmente.
Gianni è proprio un testone, quando si mette qualcosa in testa non c’è verso di fargli cambiare idea!
Vedete? Il testone non è necessariamente una cosa negativa, eh. A volte la testardaggine serve. Quando devi portare avanti un progetto difficile, quando tutti ti dicono di mollare e tu invece continui… ecco, lì essere un testone può essere una qualità!
A proposito, mi viene da fare una piccola divagazione. In Italia abbiamo un proverbio che dice “testa dura come il marmo”. Il marmo, sapete, è una pietra durissima. Ecco, quando qualcuno è particolarmente testardo, usiamo questa espressione. “Hai una testa dura come il marmo!” Non è esattamente un complimento, devo dirlo.
Manina e manona
Ah, le mani! Che argomento interessante. Allora, una manina è una mano piccola. I bambini hanno le manine, e quando diciamo “che belle manine!” a un bambino, è un’espressione di tenerezza.
Ma poi… poi c’è un uso direi “politico” di manina che è assolutamente geniale! Quando diciamo che c’è stata “una manina” in qualche affare politico, intendiamo che qualcuno ha interferito, si è intromesso, ha fatto qualcosa di nascosto per influenzare le cose.
Quel contratto non è stato assegnato in modo trasparente, c’è stata sicuramente una manina…”
Capite? La manina è piccola, quasi invisibile, proprio come un’interferenza discreta ma efficace. È bellissimo come uso metaforico, no?
Può esserci l’intervento di una manina anche in ufficio se un documento viene modificato all’ultimo per tutelare qualche interesse particolare.
E la manona? Beh, ovviamente è una mano grande. “Ha delle manone che sembrano pale!” diciamo di qualcuno con mani molto grandi.
Ma c’è anche un significato figurato interessante: dare una manona a qualcuno significa aiutarlo, dargli una mano in modo sostanziale.
Ho bisogno di una bella manona per finire questo lavoro
Vuol dire: ho bisogno di un aiuto consistente, non una cosa da poco.
I piedini
Qui entriamo nel regno della tenerezza! I piedini sono i piedi dei bambini, piccoli e grassottelli. “Che piedini carini!” diciamo ai neonati. È quasi impossibile dire “piedini” senza usare un tono affettuoso.
Però attenzione. “avere buoni piedini” si può usare nel linguaggio sportivo. Significa essere veloce, essere bravo a correre, oppure essere dotati di un’ottima tecnica. Un calciatore con buoni piedini è anche uno che sa muoversi bene in campo.
E poi c’è un’espressione che forse conoscerete: “stare in punta di piedi”. Aspettate, qui non stiamo usando il diminutivo, ma visto che parliamo di piedi… vi spiego lo stesso! Stare in punta di piedi significa letteralmente alzarsi sulle punte per vedere meglio, ma figuratamente vuol dire essere discreti, attenti a non disturbare. “Quando entro tardi a casa, cammino in punta di piedi per non svegliare nessuno.”.
In senso figurato “fare le cose in punta di piedi” significa però agire con molta discrezione, prudenza e delicatezza, per non farsi notare, non disturbare o non creare problemi, proprio come quando si cammina sulle punte per non fare rumore; può anche indicare un approccio cauto e misurato, evitando di sbilanciarsi o prendere posizioni nette, quasi come “non mettere i piedi per terra” se non necessario, ma in modo positivo, con garbo e rispetto.
Altri accrescitivi e diminutivi curiosi
Ora, visto che ci siamo, vi racconto qualche altra curiosità.
Il nasone: un naso grande. E Roma, lo sapete, ha i nasoni! Ma questi non sono nasi di persone, sono le fontanelle pubbliche di acqua potabile che hanno questa forma particolare, come un grosso naso. Geniale, no?
L’occhiolino: un occhio piccolo. Ma “fare l’occhiolino” significa ammiccare, flirtare con qualcuno. “Quella ragazza ti ha fatto l’occhiolino!” – stai attento, ti sta corteggiando! Attenzione poi, non si dice occhino, ma occhiolino. E’ lo stesso che dire “strizzare l’occhio“. A proposito, c’è già un episodio in cui ho spiegato questa bella espressione. Ci sarebbero anche gli occhioni e gli occhietti. Tipo:
Guardava il gattino con i suoi occhietti curiosi
Il suffisso -etto/-etti attenua e rende la parola più tenera, più simpatica.
Lo stesso vale però con occhioni.
Es:
Con quegli occhioni dolci, mi faceva molta tenerezza!
Passiamo al boccone: in realtà dovrebbe essere la “boccona”, e qui vabbene, è una grande bocca, ma il boccone, al maschile, cambia completamente significato! Un boccone non è una bocca grande, ma è un piccolo pezzo di cibo che si può mangiare in un solo morso. “Mangio solo un boccone e arrivo“, cioè mangio velocemente qualcosa.
Ma il boccone si usa in tantissime espressioni. La parola boccone nasce dal gesto concreto del mangiare, è vero, ma nel tempo ha esteso molto il proprio significato. In origine indica la quantità di cibo che si può addentare e masticare in una volta, come in “un boccone di pane” o “mangiare a grossi bocconi”. Da qui derivano numerose espressioni figurate: un boccone amaro è un’umiliazione o un forte dispiacere; buttare giù un boccone dopo l’altro significa mangiare con avidità; contare i bocconi a qualcuno vuol dire essere avari; levarsi il boccone di bocca indica privarsi del necessario per aiutare altri; mangiarsi qualcuno in un boccone equivale ad annientarlo grazie a una netta superiorità.
La juventus si mangerà il Milan in un sol boccone
La juventus farà del Milan un sol boccone
Entrambe le forme sono valide.
In senso figurato, boccone può indicare anche un’offerta molto allettante, qualcosa che “fa gola” e che si vorrebbe accettare senza esitazione.
Es:
Quel lavoro da sogno a tempo indeterminato con stipendio alto è un vero boccone: chi non lo prenderebbe?
Non posso però non parlarvi del “bocconcino“.
Si usa spesso ad esempio “un vero bocconcino” che può riferirsi a una delizia culinaria (come un piccolo morso saporito, spesso di mozzarella di bufala), a una persona molto attraente (in senso figurato). Indica quindi qualcosa di piccolo, appetitoso e di alta qualità, perfetto per un assaggio. Avete mai assaggiato i bocconcini di pollo? Tranquilli, si tratta semplicemente dei chicken nugget 🙂
Sul termine “bocchino” invece andiamo anche sul volgare, perché il significato è legato alla bocca, ma questo non è solamente il, nome del piccolo e sottile cannello per introdurvi il sigaro o la sigaretta da fumare. Indica anche l’imboccatura degli strumenti a fiato, ma è anche il nome volgare della fellatio, vale a dire il nome volgare del “rapporto orale”.
E bocconi? Al plurale cosa succede? Sì, si usa per mangiare, come boccone (tipo: “mangio due bocconi e arrivo”) ma non solo.
Ad esempio “Bocconi”, oltre che il nome di una prestigiosa università di Milano, è anche un avverbio e indica una posizione del corpo. La posizione di chi è disteso con il ventre e la faccia in giù. E’ opposto a supino, cioè a pancia in su.
Quindi “stare bocconi” in italiano significa essere distesi a pancia in giù, con il viso rivolto verso il basso. Per curiosità, tu dormi bocconi, supino o di fianco? Qual è la tua posizione ideale quando dormi?
Poi c’è l’espressione “a spizzichi e bocconi”, molto divertente perché accosta due modi diversi di mangiare poco: lo spizzico, cioè spizzicare, il prendere qua e là piccole quantità, e il boccone, che richiama invece qualcosa di un po’ più consistente. Insieme rendono bene l’idea di un’azione fatta senza ordine, senza continuità e senza mai saziarsi davvero.
Per questo oggi l’espressione si usa quasi sempre in senso figurato: studiare a spizzichi e bocconi, lavorare a spizzichi e bocconi o raccontare qualcosa a spizzichi e bocconi significa farlo in modo frammentato, saltuario e disorganico, spesso perché manca tempo o concentrazione. L’effetto è spesso ironico, perché suggerisce che, proprio come a tavola, non ci si gode né un vero pasto né un risultato completo.
Poi, visto che vi ho parlato di “stare bocconi” e “stare supini“, parlando di posizioni del corpo mi viene in mente anche la parola ginocchioni, che sarebbero grandi ginocchia, è vero, ma in realtà stare ginocchioni (o “stare ginocchione”, al singolare) significa stare “in ginocchio”, cioè con le ginocchia piegate a terra, come quando si prega. Quindi stare ginocchioni, pregare ginocchioni, mettersi ginocchioni, cadere ginocchioni: tutte modalità usate dagli italiani. Talmente usate che, nella versione “in ginocchioni” si possono anche attaccare le due parole e ottenere “inginocchioni“, tutto attaccato, o con grafia unita, come si dice.
Altre parti del corpo?
Potrei dirvi della “linguetta“. Se una persona ha la “linguetta lunga” significa che parla troppo o che non sa tenere un segreto o che parla male delle persone. Dipende un po’ dal contesto.
Che dire delle orecchie? Qui entriamo in un ambito divertente, perché le orecchiette si mangiano; non si ascoltano ma si mangiano: si tratta di una tipologia di pasta e il nome nasce dalla forma, che ricorda piccole orecchie. Le orecchiette nascono in Puglia ma si mangiano ovunque ormai. Gli orecchini invece si indossano, essendo un ornamento che si portano all’orecchio, mentre gli orecchioni sono una malattia, il cui nome in realtà è “parotite“, una malattia tipica dell’infanzia. Il nome deriva dal gonfiore evidente vicino alle orecchie, quindi ancora una volta dall’aspetto fisico, ma con un valore medico e popolare insieme. Non parliamo del recchione invece, o ricchione, che è un termine volgare per indicare un omosessuale: non serve a descrivere ma a offendere.
Finiamo col piedino, perché l’espressione “fare piedino” significa toccare o sfiorare il piede (o la gamba) di qualcuno con il proprio piede, di solito sotto un tavolo, con un’intenzione complice o seduttiva. È un gesto silenzioso, nascosto, che serve a comunicare interesse o intimità senza farsi notare dagli altri presenti. Si può fare piedino anche a letto, al proprio partner, per fare pace o dichiarasi disponibili… fate voi 🙂
Ah quasi dimenticavo il braccino. Abbiamo visto una volta in un episodio l’espressione “avere il braccino corto“, che denota una difficoltà nello spendere, diciamo così. Ma no, diciamo le cose come stanno: chi ha il braccino corto è proprio tirchio!, Un avaro!
Abbiamo anche visto poi un uso particolare del termine braccetto: “andare a braccetto“, cioè più o meno andare d’accordo, ma meglio se date un’occhiatinaall’episodio, tanto per restare in tema 🙂
Un consiglio finale: quando imparate questi diminutivi e accrescitivi, cercate di memorizzarli insieme al loro uso figurato, non solo quello letterale.
Bene, per oggi è tutto. Vi saluto con una piccola sfida: provate a usare almeno uno di questi diminutivi o accrescitivi nella vostra prossima conversazione in italiano. Magari dite a qualcuno “usa la testina!” quando deve risolvere un problema. Vedrete che effetto fa!
L’episodio di oggi è stato già inserito all’interno dell’audiolibro delle espressioni idiomatiche, il terzo della serie, quindi se vi interessa leggere e ascoltare anche gli altri episodi, potete acquistare l’audiolibro da questo sito, nella sezione “shop” in versione PDF e MP3, oppure se preferite la versione cartacea o la versione Kindle, potete andare sulla pagina Amazon di Italiano Semplicemente.
Marcelo: ma lo avete visto il bambino di Marco? Con quegli occhioni spalancati e le manine che si muovono a vuoto ti mette kappaò!
Julien: Ma dai, non mi dirai che sei così sensibile! Passipure che che la tua testolina vada in tilt per cinque minuti, ma poi voglio sperare che tu sappia tornare la persona fredda e logica che tutti conosciamo!
Hartmut: Anche io voglio usare qualche parola imparata oggi. Ove mai ci riuscissi ne sarei felice, ma sono abbastanza testone, quindi provo e riprovo finchè alla fine non ne vengo a capo.
Carmen: ci provo anch’io. Questo lungo episodio, tra braccine corte e testone dure ci ha messo a dura prova! Ho tenuto botta comunque! Adesso vado a cucinarmi le orecchiette!
Vi racconto un episodio importante per la storia dell’Italia perché rappresenta uno dei momenti chiave dell’espansione coloniale italiana in Africa orientale.
Parlo di ciò che accadde il 21 dicembre 1893, quando, nel contesto della guerra mahdista, si svolse in Eritrea la Seconda battaglia di Agordat, uno degli episodi più significativi dell’espansione coloniale italiana nel Corno d’Africa.
In quell’occasione circa 2.300 ascari eritrei, affiancati da 75 militari italiani e guidati dal colonnello Giuseppe Arimondi, affrontarono un esercito molto più numeroso, composto da circa 10.000 combattenti mahdisti.
Per la cronaca, gli ascari eritrei erano soldati locali provenienti dall’Eritrea che venivano arruolati e addestrati dall’esercito coloniale italiano a partire dalla fine dell’Ottocento. Il termine “ascari” deriva dall’arabo ‘askarī’, che significa “soldato”.
Sempre per la cronaca, il nome della guerra deriva dal nome Madhi.
La guerra mahdista fu un lungo conflitto combattuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nel Sudan e nelle regioni vicine. Nacque da un movimento religioso e politico islamico guidato dal Mahdi, che si opponeva al dominio egiziano e britannico e, successivamente, anche alla presenza coloniale italiana.
In questo contesto, la sconfitta di Agordat, dal punto di vista linguistico può essere definita cocente per i mahdisti: inattesa, umiliante e molto dolorosa sul piano militare e simbolico. Non solo una perdita militare, ma un colpo duro al prestigio e alle aspettative di chi si riteneva in netto vantaggio.
L’aggettivo cocente è simile a “doloroso“, ma si associa prevalentemente alle sconfitte.
Sapete che non stiamo parlando del participio presente del verbo “cuocere” che è cuocente, anchesein qualche dialetto diventa cocente, senza la lettera u.
Tornando a “Cocente” nel senso legato al dolore, devo dirvi che non si riferisce al dolore fisico, ma parlo della sensazione di brucioreemotivo e psicologico associato a una battuta d’arresto importante o improvvisa. C’è sempre qualcosa che brucia quindi, ma in senso metaforico.
Per rendere il concetto più chiaro usciamo dal contesto della guerra.
Immagina uno sportivo che sta dominando una gara, è primo per quasi tutto il tempo ma perde negli ultimi metri all’ultimo secondo: la sua delusione è cocente perché non è solo una sconfitta, ma una sconfitta bruciante, che lascia un segno profondo.
Nel linguaggio quotidiano italiano, cocente si usa spesso per evidenziare che la delusione o il danno emotivo sono particolarmente forti, come se “bruciassero” internamente.
È una parola che aggiunge intensità: non è soltanto una brutta esperienza, è un’esperienza che colpisce profondamente chi la vive.
Cosa può essere definito cocente? Una sconfitta ma non solo. Una delusione, un’esperienza ,una delusione,una umiliazione, un rimorso e un rimpianto.
Non si usa per fatti lievi o per dispiaceri superficiali. Porta sempre con sé l’idea di dolore vivo, immediato, quasi fisico.
Proprio per questo è una parola molto efficace e molto usata in italiano, soprattutto nel linguaggio giornalistico, sportivo e narrativo, quando si vuole far sentire al lettore che “fa male davvero”.
Immaginate infine una ragazza pizzaiola napoletana che partecipa ad un concorso negli Stati Uniti per la pizza più buona. Vittoria scontata no? Pensate se la ragazza napoletana arriva seconda dietro un pizzaiolo nato e cresciuto nel Kansas City. Conoscete una sconfitta più cocente di questa?
Proviamo oggi a spiegare “durare da Natale a Santo Stefano” nello stile di Italiano Semplicemente, cioè in modo narrativo, discorsivo e con qualche divagazione linguistica, senza ridurre tutto allo stretto indispensabile, anche perché, quando si parla di espressioni idiomatiche, andare nei meandri della lingua è spesso la vera chiave di volta.
Ringrazio Danielle per avermi suggerito questa bella espressione.
Dunque, che cosa significa “durare da Natale a Santo Stefano”?
L’espressione “durare da Natale a Santo Stefano” è un modo tipicamente italiano per dire che qualcosa dura pochissimo, anzi, quasi niente, come una promessa fatta con pochissima convinzione, tipo “con l’anno nuovo mi metterò a dieta”. Della serie: mai ripromettersi certe cose con leggerezza!
Natale e Santo Stefano, infatti, sono attaccati, 25 e 26 dicembre, quindi potremmo dire che un giorno segue l’altro non appena finisce il primo. Di tempo, tra i due, ce n’è talmente poco che, a conti fatti, si parla di una durata irrisoria.
È un’espressione che funziona perché è ironica e immediata.
In conclusione, “durare da Natale a Santo Stefano”, considerato che si usa sempre per ironizzare, ha l’obiettivo di prendere in giro, smontando con leggerezza delle aspettative, sgonfiando promesse e mettendo sul piatto la realtà dei fatti, perché certe cose, vuoi o non vuoi, si capiscono subito.
Sofie:
Per il 2026, proprio non saprei cosa aspettarmi. Adoggi, sonoalle prese con aspettative contrastanti, perché le domande che mi faccio sono sempre le stesse: come sono messo? A che punto sono con i miei progetti?
Quando si cerca lavoro in Italia, soprattutto per chi non è madrelingua, uno dei momenti più delicati è scrivere una lettera motivazionale o una email di candidatura.
Non si tratta solo di saper scrivere bene in italiano, ma di usare il registro giusto, cioè il livello di formalità adeguato alla situazione professionale.
Cominciamo quindi col chiarire alcuni concetti fondamentali.
Che cos’è una lettera motivazionale?
La lettera motivazionale è un testo scritto che accompagna il curriculum vitae, detto anche CV. Serve a spiegare le motivazioni, cioè le ragioni, i motivi per cui una persona desidera candidarsi per un certo lavoro.
Il verbo motivare significa infatti spiegare perché, dare una giustificazione, rendere chiare le proprie intenzioni. In pratica spiegare i motivi.
In altre parole, la lettera motivazionale risponde a tre domande fondamentali:
Perché mi candido per questa posizione.
Perché penso di essere una persona adatta.
Che cosa posso offrire all’azienda
Il verbo candidarsi
Il verbo candidarsi significa proporsi per un lavoro, presentare la propria domanda. State spedendo una candidatura in effetti.
È un verbo molto usato nel linguaggio professionale.
Esempio:
Mi candido per la posizione di assistente amministrativo.
Sinonimi o espressioni simili:
presentare la propria candidatura
proporsi per un ruolo
fare domanda per un impiego
Struttura della lettera motivazionale
In Italia la lettera motivazionale ha una struttura abbastanza rigida, cioè poco flessibile, che è bene rispettare.
1. L’intestazione
L’intestazione è la parte iniziale del testo.
Comprende:
i dati del candidato, i dati dell’azienda e la data.
Il termine intestazione deriva da testa e indica proprio la parte in alto del documento.
2. L’apertura
L’apertura è la prima frase della lettera.
Qui si usa un saluto formale, ad esempio:
Gentile dott,
Gentile dott.ssa,
Alla cortese attenzione del responsabile delle Risorse Umane
L’espressione “alla cortese attenzione” è molto frequente nel linguaggio formale.
Cortese significa gentile, educato, rispettoso.
3. Il corpo della lettera
Il corpo è la parte centrale, cioè la più importante.
Qui si spiegano: le proprie motivazioni, le competenze e le esperienze professionali
La parola competenze indica ciò che una persona sa fare, le sue capacità pratiche e teoriche, ciò che compete alle proprie capacità.
Sinonimi possibili sono:
abilità, capacità, conoscenze professionali. Date un’occhiata alla lezione n. 38 per approfondire, dedicata alle competenze.
Esempio:
Nel corso della mia esperienza professionale ho sviluppato competenze nell’ambito amministrativo.
4. La conclusione
La conclusione serve a chiudere il testo in modo educato e professionale.
Espressioni tipiche sono:
Resto a disposizione per un eventuale colloquio.
La ringrazio per l’attenzione
La email motivazionale
Molto spesso, sempre più direi, la candidatura viene inviata tramite email.
In questo caso, la lettera motivazionale può essere allegata come documento oppure scritta direttamente nel corpo dell’email.
La email motivazionale deve comunque mantenere un linguaggio formale, frasi chiare e non troppo lunghe eun oggetto preciso
L’oggetto dell’email è la frase che riassume il contenuto del messaggio.
Esempio di oggetto:
Candidatura per la posizione di addetto alla segreteria
Vediamo alcune parole ed espressioni tipiche da comprendere bene.
Posizione = ruolo, posto di lavoro
Disponibilità = possibilità, apertura, volontà
Riscontro = risposta
Selezione = scelta, processo di valutazione dei candidati
Esempio dì uso della parola “riscontro“:
In attesa di un Suo gentile riscontro, Le invio/porgo i miei più cordiali saluti.
È come dire “in attesa di una Sua risposta” che però in questa forma non si usa mai.
Errori frequenti da evitare
Chi studia l’italiano spesso commette alcuni errori tipici:
usare un linguaggio troppo informale;
scrivere frasi troppo lunghe e complicate;
non personalizzare la lettera. Questo può dare l’idea di spedire la stessa e-mail o lettera a chiunque.
– – – – –
Esempio
Adesso vi propongo un modello completo di lettera/email motivazionale, seguito da una breve spiegazione delle parole ed espressioni più complesse, sinonimi e osservazioni sull’uso nel contesto lavorativo italiano.
Modello di lettera/email motivazionale
Oggetto: Candidatura per la posizione di addetto amministrativo
Gentile dott. Bianchi,
mi permetto di sottoporre alla Sua cortese attenzione la mia candidatura per la posizione di addetto amministrativo presso la Vostra azienda.
Sono una persona motivata e interessata a lavorare nel settore amministrativo, nel quale ho maturato una prima esperienza professionale e sviluppato competenze organizzative e comunicative.
Nel corso delle mie precedenti esperienze ho avuto modo di occuparmi di attività di segreteria, gestione della documentazione e contatti con il pubblico, migliorando la mia capacità di lavorare in modo preciso e responsabile.
Ritengo che le mie competenze possano rappresentare un valore aggiunto per la Vostra organizzazione e resto a disposizione per un eventuale colloquio conoscitivo.
RingraziandoLa per l’attenzione, porgo cordiali saluti.
Nome e Cognome
Commento
Oggetto: Candidatura per la posizione di addetto amministrativo
Candidatura = domanda di lavoro
Posizione = ruolo, posto di lavoro
“Gentile dott.ssa/dott. Bianchi”
Se non si conosce il nome:
Alla cortese attenzione del Responsabile delle Risorse Umane
“Mi permetto di sottoporre alla Sua cortese attenzione…”
Questa è una formula tipica del linguaggio professionale italiano.
Mi permetto di = forma attenuata, educata.
sinonimi: desidero, vorrei
Sottoporre = presentare, proporre
Cortese attenzione = attenzione gentile e rispettosa
È una frase molto formale, ma molto usata.
“la mia candidatura per la posizione di…”
Candidatura: come già visto, è il termine tecnico corretto.
È importante specificare sempre il ruolo.
“Sono una persona motivata e interessata…”
Motivata = con forte interesse, con desiderio di impegnarsi
Interessata = coinvolta, attratta dal settore.
Questa frase serve a dichiarare l’intenzione, non a raccontare ancora i dettagli.
“nel quale ho maturato una prima esperienza professionale”
Maturare un’esperienza = acquisire, sviluppare nel tempo
È un’espressione tipica del CV e della lettera motivazionale.
Sinonimi possibili: ho acquisito esperienza, ho sviluppato esperienza,
“competenze organizzative e comunicative”
Competenze = capacità, abilità professionali
Organizzative = legate all’organizzazione del lavoro
Comunicative = legate alla comunicazione con gli altri
Questa è una lista di competenze trasversali, molto apprezzate.
“Nel corso delle mie precedenti esperienze…”
Nel corso di = durante
Precedenti = passate, precedenti nel tempo
È una formula elegante per introdurre il racconto dell’esperienza.
“ho avuto modo di occuparmi di…”
Avere modo di = avere l’occasione di
Occuparsi di = svolgere, gestire
È una modalità molto usata perché non suona arrogante.
“Ritengo che le mie competenze possano rappresentare un valore aggiunto”
Ritengo = penso, considero
È più formale di “penso” o “credo”.
Valore aggiunto = beneficio, vantaggio in più, un punto di forza.
È una rspressione tipica del linguaggio aziendale.
“resto a disposizione per un eventuale colloquio”
Resto a disposizione = sono disponibile
Eventuale = possibile, non certo
Colloquio = incontro di selezione
È una formula di chiusura standard. Come dire che se la persona lo ritiene necessario, sono disponibile.
Un evento storico italiano accaduto il 20 dicembre è l’uscita nelle sale italiane del film La vita è bella di Roberto Benigni, avvenuta proprio il 20 dicembre 1997. La vita è bella è considerato uno dei film più significativi della cinematografia italiana moderna: una commedia ricca di umanità e immaginazione.
Il film racconta l’abilità di un padre, interpretato da Roberto Benigni di proteggere e far sorridere suo figlio anche in circostanze difficili come quelle del campo di concentramento.
La vita è bella è unanimemente considerato un capolavoro. La parola “unanime” è ciò che mi interessa oggi.
Unanime significa condiviso da tutti, senza dissensi. Si usa quando un giudizio, un’opinione o una decisione è la stessa per tutte le persone coinvolte. È un accordo totale. Dire “un giudizio unanime” vuol dire che non ci sono voci contrarie significative. Nel caso del film di Benigni, la definizione di capolavoro è considerata unanime perché è sostenuta da critici, pubblico, istituzioni culturali e riconoscimenti ufficiali. L’avverbio “unanimemente” deriva chiaramente da unanime sta per “in modo unanime”. Per esempio:
Il film fu unanimemente apprezzato dalla critica internazionale.
Qui unanimemente indica che l’apprezzamento non fu isolato o controverso, ma condiviso in modo compatto.
Sono parole frequenti nel linguaggio formale, nei contesti istituzionali, accademici, giornalistici e storici. Si può parlare di una decisioneunanime di una giuria, di un votounanime in parlamento, di un giudizio unanimemente positivo espresso dalla stampa.
Unanime deriva dal latino unanimis, composto da unus (“uno”) e animus (“animo, spirito, mente”). Letteralmente, quindi, unanimis significa “che ha un solo animo”, cioè che pensa e sente come gli altri, che è in perfetto accordo. L’idea di fondo è sempre quella di più persone che diventano, metaforicamente, un solo animo.
Esiste anche “all’unanimità“. Si usa sempre parlando di voti.
All’unanimità significa con il voto favorevole di tutti, senza nessun voto contrario né astenuto. L’espressione si usa soprattutto nel linguaggio istituzionale e decisionale: assemblee, consigli di amministrazione, parlamenti, giurie, commissioni, associazioni. Si usa quando c’è una decisione formale presa da più persone chiamate a esprimersi.
Es:
Il consiglio comunale ha approvato il nuovo regolamento all’unanimità.
La giuria del premio cinematografico ha deciso all’unanimità di assegnare il riconoscimento al film di Benigni.
Il programma di Italiano Semplicemente per il 2026
Il 2026 sarà un anno di continuità e consolidamento, ma anche di ripasso strutturato e di maggiore attenzione all’uso dell’italiano in contesti professionali.
L’associazioneItalianoSemplicemente continuerà infatti a proporre gli episodi delle sue rubriche, ma affiancherà a questo lavoro un percorso mirato di ripasso dell’Italiano professionale, che coinvolgerà non solo gli episodi pubblicati sul sito, ma anche le videochat settimanali riservate ai membri.
Continuità delle rubriche
Nel 2026 proseguiranno regolarmente gli episodi delle rubriche già conosciute dagli iscritti e dagli ascoltatori:
spiegazioni di espressioni idiomatiche, locuzioni e frasi fatte,
approfondimenti lessicali,
episodi narrativi,
rubriche tematiche (come il calcio, italiano commerciale, il linguaggio della politica, ecc.).
L’obiettivo resta lo stesso: migliorare la comprensione dell’italiano reale, quello che si usa ogni giorno, andando oltre la grammatica scolastica e aggiungendo come al solito un po’ dì ironia.
Ripasso dell’Italiano professionale
Accanto a questo lavoro di continuità, il 2026 sarà anche l’anno del ripasso sistematico delle lezioni di Italiano professionale già pubblicate in passato.
Si tratta di contenuti particolarmente utili per chi:
lavora con l’italiano,
studia o vuole lavorare in Italia,
ha bisogno di comunicare in modo chiaro, corretto e appropriato in ambito lavorativo, amministrativo o istituzionale.
Le lezioni di italiano professionale verranno riprese, riorganizzate e valorizzate, con un’attenzione particolare al lessico, alle formule ricorrenti e allo stile tipico dei contesti professionali.
Italiano professionale anche nelle videochat settimanali
La novità più importante riguarda le videochat settimanali: nel 2026 una parte di questi incontri sarà dedicata proprio all’italiano professionale.
Durante le videochat:
si ripasseranno concetti già spiegati negli episodi, in particolare i verbi professionali,
si faranno esempi pratici,
si chiariranno dubbi,
si lavorerà sull’uso concreto, della lingua, anche attraverso domande e interventi dei partecipanti.
In questo modo, lo studio non resterà solo teorico, ma diventerà sempre più attivo e partecipato.
Un percorso pensato per chi vuole fare un salto di qualità.
Il programma 2026 è pensato soprattutto per chi non vuole limitarsi a “capire l’italiano”, ma desidera usarlo bene, in modo consapevole, preciso e naturale, anche in situazioni formali o lavorative.
Il 2026 sarà quindi un anno ideale per consolidare ciò che si è imparato e per rafforzare le competenze linguistiche più avanzate.
Vuoi partecipare anche tu?
Iscrivendoti all’associazione Italiano Semplicemente potrai:
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Descrizione: Prendere una cantonata significa fare un errore grossolano di valutazione o di previsione, convincersi di qualcosa che poi si rivela completamente sbagliato.
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L’impresa di oggi è trovare un contesto storico italiano collegato al 16 dicembre che si possa collegare alla spiegazione del verbo rimuovere.
Beh in realtà il verbo è talmente usato che non si fa fatica ad adattarlo a qualunque evento
Prendiamo allora la giornata nazionale dello spazio, una ricorrenza che si celebra in Italia proprio il 16 dicembre.
Questa giornata è stata istituita per ricordare un evento emblematico nella storia scientifica italiana: il lancio del San Marco 1, il primo satellite artificiale italiano.
Fu un traguardo importante per l’Italia, quindi si deve ricordare questa giornata speciale, o, se vogliamo non bisogna rimuoverla dalla memoria.
Ecco che ho usato senza difficoltà il verbo rimuovere.
È un verbo che si usa sia in senso materiale che figurato.
In senso materiale “rimuovere” significa togliere qualcosa da un luogo perché non serve più o perché deve essere sostituito e perché lì non ci deve stare.
Provate a parcheggiare la vostra auto al centro di un Incrocio. Tempo mezz’ora e arriverà il carroattrezzi per rimuovere la vostra automobile.
Questa è una rimozione nel senso materiale del termine.
In pratica significa portare via qualcosa.
In una stanza si possono rimuovere dei quadri che non piacciono più per far posto a dei nuovi quadri o a un mobile.
Questo uso indica il gesto fisico di spostare quegli oggetti ,portar via quei quadri.
In una casa o in una stanza, puoi rimuovere un mobile per creare più spazio o perché stai cambiando arredamento. Qui “rimuovere” indica ancora lo spostare o togliere qualcosa da dove si trova per un motivo pratico o funzionale.
In un documento o testo, puoi rimuovere una frase che non è corretta o non è più necessaria.
Questo uso è tipico quando si lavora con testi scritti o computer: rimuovere significa cancellare o eliminare parti di testo per rendere la comunicazione più chiara.
In un computer o nel telefono, puoi rimuovere un’applicazione quando non la usi più o quando occupa troppo spazio. Anche qui si tratta di eliminare qualcosa di superfluo o indesiderato.
Non sempre pertanto si tratta di qualcosa di tangibile.
In tutte queste frasi, parliamo dell’eliminazione di qualcosa da una posizione perché non serve più o per fare posto a qualcosa di diverso.
Poi si può rimuovere un post su Instagram o facebook o su X, post che può essere rimosso anche dopo un reclamo o una denuncia.
Anche queste sono rimozioni.
Ma è interessante anche quando, come nel caso della giornata nazionale dello spazio, usiamo il verbo rimuovere nel senso di ricordare o dimenticare qualcosa.
In questi casi, ci sono occasioni in cui il verbo si usa senza specificare il riferimento alla memoria.
Vediamo meglio.
Poco fa ho detto che non sì vuole rimuovere dalla memoria questo evento accaduto il 16 dicembre.
Quindi ho specificato, poiché ho detto “rimuovere dalla memoria“.
Questo non è chiaramente un uso materiale. Se dico che voglio rimuovere qualcosa dalla memoria intendo allontanare dalla coscienza, cercare di non ricordare, mettere da parte mentalmente. Questo uso è molto comune in italiano.
L’azione di rimozione riguarda i ricordi.
In questi casi, l’italiano permette di sottintendere il complemento, cioè di non specificare che cosa viene rimosso, perché il contesto lo rende evidente. Per questo è del tutto naturale dire semplicemente:
“Ho rimosso.”
In una frase del genere, l’ascoltatore italiano capisce che non si tratta di un oggetto fisico, ma di qualcosa di mentale: un ricordo, un pensiero, un evento spiacevole. Rimosso cosa e da dove? Si parla implicitamente di un ricordo rimosso “dalla memoria”.
Questo uso è particolarmente frequente quando si parla di esperienze dolorose, traumi, delusioni o episodi che si preferisce non rivivere. Oppure eventi che occorre ricordare perché è importante non rimuoverli dalla memoria.
Per esempio, se qualcuno racconta un episodio difficile della propria vita e conclude dicendo che oggi non ci pensa più, può aggiungere:
“Ormai ho rimosso”.
Qui nessuno sente il bisogno di chiedere cosa abbia rimosso: è chiaro che si parla di un ricordo.
Questo fenomeno è importante per chi studia l’italiano, perché mostra come il verbo rimuovere possa funzionare anche in modo assoluto, senza complemento espresso, quando il contesto è psicologico o emotivo.
In questi casi, “rimuovere” non significa semplicemente dimenticare in modo passivo, ma compiere, o tentare di compiere, un’azione volontaria di allontanamento mentale.
Ed è proprio questo che rende il verbo particolarmente adatto anche quando si parla di memoria storica, commemorazioni o ricorrenze come la Giornata nazionale dello spazio: ricordare un evento significa anche decidere di non rimuoverlo, cioè di non lasciarlo scivolare nell’oblio(di cui abbiamo parlato in occasione dell’episodio del 5 agosto della rubrica “accadde il”) , un oblio individuale o collettivo.
Concludo l’episodio con due esempi che vi aiuteranno a ricordare meglio l’uso del verbo rimuovere.
Dopo anni di silenzio, ha deciso di raccontare quell’episodio della sua infanzia: fino a quel momento (lo) aveva semplicemente rimosso.
Dopo la sconfitta nel derby, ha spento il telefono, evitando gli amici per due giorni. Ora dice che non ricorda più. Sostiene di aver rimosso…
L’espressione “come da copione” indica che qualcosa accade esattamente come previsto, spesso con ironia per sottolineare la prevedibilità o ovvietà dell’evento.
Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Descrizione: La spocchia indica presunzione, arroganza, disprezzo, superiorità sugli altri. Un termine informale molto adatto per descrivere certe persone.
Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Ne abbiamo parlato in un episodio e vi ho spiegato che “tant’è vero che”, come ricorderete, introduce una prova o una conferma di ciò che si è appena affermato.
Serve a rafforzare un’idea, mostrando un fatto concreto che la dimostra. È simile a “a riprova del fatto che”, “lo dimostra il fatto che”, “infatti“.
Esempio:
Era un artista apprezzato, tant’èvero che le sue opere sono esposte nei maggiori musei.
In realtà, non ricordo se ve l’avevo detto, possiamo omettere la parola “vero” e il senso non cambia. È solamente più colloquiale.
Es.
Ho preso troppo sole, tant’è che mi è venuto un bel mal di testa.
Quindi: prima si fa un’affermazione, poi si aggiunge “tant’è vero che” oppure “tant’è che” per presentare un elemento che la convalida.
Oggi vediamo un’espressione apparentemente simil: “tant’è“, decisamente più breve.
“Tant’è vero che” però è diverso da “ma tant’è“, prima di tutto perché stavolta c’è un”ma” davanti, secondo perché “ma tant’è” si usa per concludere un ragionamento mentre “tant’è vero che” va fatto seguire da qualcosa che rende più vera l’affermazione iniziale.
Il fatto dì mettere quel “ma” all’inizio serve proprio a presentare un problema che bisogna accettare, qualcosa di cui prendere atto e basta.
Questa espressione quindi, detto in altre parole, nasce dall’esigenza di commentare ciò che non si può cambiare, con un misto di realismo e rassegnazione.
Attenzione perché non c’è ribellione né disperazione: c’è una constatazione, quasi fatalistica, accompagnata spesso da un gesto delle mani che sembra dire “e che possiamo farci?”.
“Ma tant’è” , come detto, si colloca alla fine di una frase, o comunque a conclusione di un ragionamento, proprio per chiuderlo: serve ad accettare una situazione, anche sgradevole, riconoscendola come inevitabile, magari perché è già accaduta.
Se dico:
Ho studiato per giorni, ma l’esame è andato male. Probabilmente ho studiato poco, ma tant’è.
Sto implicitamente riconoscendo lo sforzo, l’amarezza, ma anche l’impossibilità di cambiare l’esito.
Nel linguaggio quotidiano, “matant’è” assume, potremmo dire, il ruolo di una valvola di sfogo attenuata: non urla, non si lamenta. È una resa senza dramma. Diversamente da un’espressione come “pazienza”, che può apparire più neutra, o da “che disastro!”, che veicola un’emozione forte, “ma tant’è” contiene una riflessione se vogliamodolorosa (non sempre) ma composta.
Somiglia molto a “c’è poco da fare”, “le cose stanno così”, “dobbiamo accettarlo”, e il tono è al massimo dimesso e rassegnato, ma non arrabbiato.
Facciamo qualche esempio per comprenderne l’uso nelle conversazioni:
Quando un caro amico racconta:
Avevo un sogno nel cassetto, poi però non avevo i mezzi per realizzarlo, ma tant’è.
Emerge la consapevolezza dell’impossibilità, la rassegnazione.
Oppure nella vita lavorativa:
Il progetto era valido. Alla fine non è stato finanziato, matant’è”.
In politica, nel commentare un provvedimento controverso:
La legge è passata per via dell’assenza di molti senatori in aula. Non è una bella notizia, matant’è”.
C’è il sottinteso è che ormai non resta altro che prenderne atto.
Eppure, dietro questa formula linguistica, c’è anche un tratto culturale italiano: la capacità di convivere con il limite, con l’imprevisto, persino con l’ingiustizia, senza necessariamente ribellarsi apertamente. Da questo punto di vista mi pare che siamo molto diversi dai francesi.
È una rassegnazione che può essere criticata o compresa, ma che appartiene alla nostra quotidianità e al nostro modo di raccontare le cose quando non resta nulla da discutere.
In definitiva, “ma tant’è” è un sigillo finale: non cambia il mondo, ma lo riconosce per quello che è. È un’estrema sintesi di accettazione, pronunciata quando ogni tentativo di replica è ormai vano e resta soltanto la realtà dei fatti.
C’è da dire che non sempre si tratta di cose molto negative o tragiche. Spesso parliamo di piccole cose.
Un’ultima nota: “tant’è” non può diventate “tanto è”. Un Italiano non capirebbe in quel caso.
Questo lo potete fare con ‘tanto è vero che”, ma non con”tant’è”.
L’episodio finisce qui, magari avrei potuto essere più breve, come al solito, ma tant’è.
Durante il solstizio, il sole fa orecchie da mercante ai nostri desideri di luce, e tra parentesi, non si lascia convincere neanche per idea. Sta di fatto che oggi la notte si allunga a dismisura, mentre il giorno si accorcia, manco a dirlo. In fin dei conti, però, questo accade ogni anno, come da copione, ed è un’occasione per faremente locale: in soldoni, la natura ci impone di rallentare.
Molti avrebbero da ridire, perché la poca luce costringe a tirare avanti alla meno peggio, nonostante l’umore vada e venga e le attività quotidiane ci stiano strette. Ma quantomeno il solstizio ci ricorda che il peggio è passato: da domani la luce torna alla carica e poco alla volta le giornate si allungano.
In ogni caso, nonostante tutto, il 21 dicembre rappresenta a tutti gli effetti un giro di boa. È un invito né più né meno a fermarsi, giusto per assaporare il presente, per così dire, senza dare luce e calore per scontati. Sia come sia, tirando le somme, questo giorno è breve, sì, ma non per questo meno significativo.
Per farla breve: oggi il sole resta poco, ma il ripasso quotidiano almeno non è venuto meno. Sarà un contentino, direte voi, ma tant’è: sempre meglio che crogiolarsi nella noia davanti a un camino spento.
Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Questo però non è accaduto in Italia.
Allora prendiamo un altro evento, stavolta accaduto in Italia, sempre il 10 dicembre, come spunto per l’episodio della rubrica “accadde il”.
Parliamo della morte di Luigi Pirandello, avvenuta il 10 dicembre 1936 a Roma, come sapete è stato un grande scrittore italiano, drammaturgo e romanziere, celebre per opere come “Sei personaggi in cerca d’autore”, che contribuirono alla nascita del teatro moderno e del Teatro dell’assurdo.
Con la sua scrittura ha esplorato l’identità, la follia, il confine tra realtà e finzione. E il nucleo di molte delle sue opere ruota attorno a una verità che nessuno può negare o, potremmo dire, che nessuno può “alienare”: la libertà interiore dell’individuo di costruire e raccontare la propria esperienza umana.
Proprio partendo da Pirandello possiamo spiegare, oltre al verbo alienare, anche la parola inalienabile che incontriamo spesso anche nei testi giuridici o filosofici, ma che conserva un significato profondo quando la colleghiamo alla persona e alla sua esperienza umana.
Inalienabile significa qualcosa che non può essere tolto, ceduto, venduto o separato dal suo titolare, proprio perché fa parte essenziale di lui. L’aggettivo nasce dal latino in- (prefisso negativo) e alienabile (cioè “che si può trasferire” o “cedere”). Quindi inalienabile è letteralmente non cedibile, non trasferibile. È un linguaggio giuridico, quindi formale e si usa parlando dì proprietà.
Inalienabile però non si usa solo parlando dì una proprietà che non sì può cedere, ma si usa spesso per i diritti umani (diritto alla dignità, alla libertà), perché sono intrinseci alla persona e non si possono “dare via” come un oggetto. Quindi anche alcuni diritti dell’uomo si dicono inalienabili.
Ecco perché avevo parlato, all’inizio, del Il 10 dicembre 1948, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
I diritti fondamentali dell’uomo vengono definiti proprio così il 10 dicembre 1948, quanto si affermò che tali diritti appartengono all’uomo e non possono essere tolti, ceduti, venduti o rinunciati: sono inalienabili.
Passando a Pirandello, possiamo invece dire che per lui la ricerca dell’identità era qualcosa di inalienabile: ogni persona ha un mondo interiore che nessuno può davvero togliere, nemmeno attraverso regole sociali opprimenti o ruoli fissi. È un uso più “umano” della parola rispetto a quello giuridico formale, ma aiuta voi a capire l’idea profonda: ciò che appartiene all’essere umano nella sua essenza non può essere alienato.
Ora, alienare e la parola alieno (cioè extraterrestre) sono parole strettamente legate perché condividono una radice latina comune: alienus, che significa “di un altro”, “estraneo”, “altro da sé”.
Da qui alienare ha assunto il significato di trasferire qualcosa ad un altro, di cederlo: “alienare un proprio bene”, significa vendere o cedere una proprietà.
Quando usiamo la parola “alieno” in italiano moderno, spesso intendiamo qualcosa di estraneo, come appunto gli extraterrestri, ma non solo. Parliamo anche di qualcosa di diverso che non ci appartiene, come l’idea di sentirsi fuori posto o estraniati in una situazione sociale.
Quando Pirandello scriveva, rifletteva su come le persone a volte si sentono alienate dalla società: non capite, quasi di un altro mondo, come un personaggio che non riconosce più se stesso nello specchio. In questo senso, puoi dire: “in quella festa mi sentivo un alieno”. cioè ero totalmente diverso dagli altri partecipanti.
In questo episodio colleghiamo così una data storica italiana, la morte di un gigante della letteratura, a un termine che tocca identità, libertà e umanità. E proprio come gli altri episodi di Italiano Semplicemente, attraversiamo la storia, la cultura e la lingua per far emergere il cuore delle parole che usiamo ogni giorno.
Adesso voglio rispolverare qualche episodio passato partendo proprio da questi concetti.
Pensiamo ad esempio alla dignità umana. Sarebbe impensabile “venderla” o rinunciarvi, anche se qualcuno, come visto in altri episodi, tentasse di “prevaricare” o “sopraffare” l’individuo, o di “mettere a tacere” la sua libertà di parola o se tentasse addirittura di “epurarlo”. Ecco un uso corretto del termine: “La libertà di pensiero è un diritto inalienabile”. Ovviamente questo accade nelle società democratiche…
Alienare, a differenza di inalienabile, si usa spesso in contesti patrimoniali: “Ho alienato la mia proprietà”. Se ricordate l’episodio del 6 febbraio, dedicato a “mandarea carte 48”, alienare un bene può essere necessario per evitare un fallimento o un collasso finanziario. Se non volete mandare un affare a carte 48, può servire alienare una vostra proprietà.
L’alienazione è dunque un trasferimento volontario oppure imposto. Alieno invece si incontra anche nella lingua comune: “mi sento alieno nel tuo ambiente, tra tuoi amici”, ovvero mi sento estraneo, fuori posto. È la stessa distanza che, nel linguaggio politico, può portare a definirsi “euroscettici” o “europeisti”, cioè in sintonia o in contrasto con una comunità.
Per rinforzare il significato, posso usare esempi diversi dal contesto dei diritti. In una relazione sentimentale, si può essere gelosi del proprio tempo libero, ma non sarebbe corretto chiamarlo un dirittoinalienabile, perché la parola porta con sé un peso formale che non si adatta allo sfogo colloquiale. Nello sport, invece, la dignità dell’atleta può essere considerata un valore inalienabile, soprattutto quando prima viene “idolatrato” o “messosu un piedistallo” e poi scaricato.
Per spiegare l’espressione “sconfinare nel ridicolo” (cioè oltrepassare il limite del buon senso o della serietà, fino a risultare involontariamente buffi o poco credibili agli occhi degli altri) possiamo partire da un evento storico legato al 9 dicembre, che è significativo per l’Italia e interessante anche per chi, come voi, studia la lingua e la cultura italiana.
Un evento ricordato ogni anno il 9 dicembre è la “Venuta della Santa Casa”. Che nome strano vero?
Si tratta di una festività popolare molto radicata nelle Marche e in parte dell’Umbria.
Secondo la tradizione cattolica, la casa di Nazareth della Vergine Maria sarebbe stata trasportata dagli angeli fino a Loreto, e per celebrare questo “arrivo”, che risale a secoli fa, si accendono grandi falò la notte tra il 9 e il 10 dicembre in città e campagne, come simbolo di luce e comunità.
Questa ricorrenza è così sentita e visiva da attirare famiglie e visitatori ogni anno, e fa parte della cultura folcloristica italiana.
Supponiamo che un gruppo di turisti, affascinato da questa tradizione, decida di ricreare i falò usando bombole di gas e fuochi d’artificio illegali per “fare qualcosa di ancora più spettacolare”.
Se il gesto diventa pericoloso, esagerato o completamente fuori controllo, la popolazione locale potrebbero dire:
Con tutta questa roba avete proprio sconfinato nel ridicolo!
In altre parole, hanno oltrepassato il limite del festoso e tradizionale per arrivare al grottesco o pericoloso, perdendo di vista il significato della celebrazione.
Questa immagine aiuta a capire come usare l’espressione: non si tratta solo di fare qualcosa di buffo, ma di andare oltre quello che gli altri considerano ragionevole o appropriato per una data situazione.
Si potrebbe anche semplicemente dire “siete ridicoli”o “vi siete ridicolizzati” ma con questa espressione si sottolineare il passaggio dal normale al ridicolo.
Per rendere l’idea ancora più concreta nella vita quotidiana, ecco altri esempi narrativi:
Immaginiamo una cena formale tra colleghi dove qualcuno, invece di presentare la propria idea con calma e chiarezza, inizia a fare imitazioni esagerate di personaggi famosi con voci buffe. All’inizio può far sorridere, ma se continua oltre il limite di ciò che è accettabile per una riunione di lavoro, gli altri potrebbero commentare che questa persona ha sconfinato nelridicolo: ha superato il confine tra simpatia e scarsa professionalità.
Esiste anche “sfiorare il ridicolo”, quando ci si ferma un attimo prima, fino al confine del ridicolo.
In questo caso non si sconfina ma si sfiora il confine, si tocca appena, evitando però di farsi ridicoli completamente. Dunque “sconfinare” nel ridicolo è il passo oltre il confine, l’eccesso che conduce nel ridicolo vero e proprio.
Nella vita di tutti i giorni, uno può sconfinare nel ridicolo anche quando si veste in modo estremamente eccentrico per andare a fare la spesa in un supermercato.
L’espressione si applica quando l’azione, pur magari nata da una buona intenzione, supera la soglia della ragionevolezza e diventa più oggetto di sorpresa o derisione che di apprezzamento serio.
Il verbo sconfinare naturalmente significa letteralmente oltrepassare un confine, cioè superare un limite geografico, fisico o simbolico.
In origine si usa per indicare quando si esce da un territorio stabilito: per esempio, un animale che esce dal suo recinto o un soldato che attraversa il confine di uno Stato senza autorizzazione sta sconfinando.
Da questo senso concreto nasce un uso figurato: sconfinare significa anche superare un limite ideale, come quello del buon gusto, della professionalità, della ragionevolezza o della coerenza.
Quando diciamo “sconfinare nel ridicolo”, intendiamo proprio questo passaggio da un comportamento accettabile a uno eccessivo e imbarazzante, tanto da risultare ridicolo.
Si usa “nel” ridicolo. Non è una prerogativa del ridicolo però.
Si può sconfinare anche nel grottesco, nel personale, ecc. La preposizione serve a introdurre lo spazio metaforico che viene “occupato” una volta oltrepassato il confine: ridicolo, assurdo, tragico, patetico.
È dunque la forma corretta per collegare il verbo all’ambito in cui si entra, proprio come se si attraversasse una frontiera reale, e resta la costruzione standard e naturale nell’italiano contemporaneo.
La parola, anzi, la coppia dì parole del giorno sono forma mentis. Sì tratta dì una locuzione latina.
Significa “il modo di pensare”, “l’assetto mentale” o “la struttura del pensiero”, o se preferite, “la forma della mente” che si ricorda meglio.
Prendiamo spunto da un evento del giorno 8 dicembre: la nascita di Marcello Piacentini, celebre architetto e urbanista italiano, nato a Roma l’8 dicembre 1881.
Marcello Piacentini fu una delle figure più influenti dell’architettura italiana del primo Novecento: fu protagonista della scena architettonica nazionale tra gli anni 1910 e 1940 e divenne ideologo e artefice di quel “monumentalismo di regime” che caratterizzò gran parte dell’architettura durante il periodo fascista.
La sua visione progettuale esprime una forma mentis ben definita: un modo di pensare l’architettura come strumento simbolico di potere, ordine e identità collettiva.
La sua forma mentis consiste nella convinzione che l’architettura debba comunicare valori civici e politici.
Nelle sue opere e nei progetti urbanistici, come quelli per il quartiere EUR di Roma o l’ampliamento della città universitaria (“La Sapienza”), si riflette l’idea che gli edifici pubblici e gli spazi collettivi debbano incarnare la grandiosità, la disciplina e l’unità nazionale.
La sua forma mentis era dì operare al servizio di una visione statale precisa.
Ora vediamo altri contesti per chiarire meglio che cosa significa forma mentis. Nel contesto professionale, ad esempio, un ingegnere assume spesso una forma mentis orientata alla logica, all’analisi quantitativa e alla soluzione sistematica dei problemi.
Questo è il suo modo dì pensare, perché lo ha imparato all’università. La sua mente si è formata in questo modo. Quando affronta una nuova sfida, la sua mente tenderà a scomporre il problema in parti misurabili e a cercare soluzioni basate su dati.
Nel contesto artistico, invece, un pittore può avere una forma mentis che valorizza l’immaginazione, le sensazioni visive e la creatività, portandolo a interpretare uno stesso soggetto con colori e forme molto diverse da quelle di un ingegnere. Tutt’altra forma mentis rispetto agli ingegneri.
Nel mondo accademico, gli studiosi di discipline umanistiche e quelli di discipline scientifiche spesso possiedono forma mentis differenti: mentre lo studioso di letteratura può cercare nessi simbolici e interpretazioni soggettive di un testo, il ricercatore in fisica cercherà leggi universali e modelli predittivi perché è abituato a pensare che la logica e la realtà sia soltanto una: della serie “la matematica non è un’opinione.
Queste differenze non sono negative di per sé, ma mostrano come la forma mentis influisca sulle domande che si fanno, sulle strade che si scelgono per rispondere e sui valori che si privilegiano.
In tutti questi esempi, forma mentis non è solo un sinonimo stilistico di “mentalità”, ma indica il modo profondo in cui la cultura, l’educazione e l’esperienza plasmano, formano, modellano il pensare di una persona o di un gruppo.
Sì usa spesso citare la formamentis anche quando non sì riesce a capire qualcosa, perché questo qualcosa richiede una formamentis diversa dalla propria.
Es:
Per gestire questo progetto serve una forma mentis organizzativa e analitica, diversa dalla mia abitudine più creativa e istintiva.
Qui si sottolinea che capire e portare avanti il progetto richiede un modo di pensare strutturato, che non tutti possiedono naturalmente.
Io ad esempio, che ho una formamentis scientifica, non riesco a capire i film più complessi, mentre mia moglie non ha alcun problema, sebbene non riesca a fare semplici operazioni matematiche a mente.
Abbiamo due forma mentis diverse. In sostanza, forma mentis spiega la differenza tra il modo in cui le persone elaborano informazioni, risolvono problemi o interpretano situazioni, e non tanto il livello di intelligenza o di conoscenza.
Altri modi per dire forma mentis sono modo di pensare, approccio mentale, attitudine o predisposizione mentale, mentalità, modo dì ragionare, struttura mentale, schema mentale, modo di vedere.
Visto che nell’ultimo episodio della rubrica “accadde il” si è parlato del sospiro, oggi non andiamo molto lontano. Restiamo infatti sul tema dei respiri.
Un’espressione interessante è infatti “ad/di ampio respiro“.
Non sto parlando di quando si va dal medico e lui o lei vi chiede dì fare un ampio respiro, dì un respiro profondo, cioè di respirare profondamente, a pieni polmoni.
Non c’entra quindi il respiro in senso letterale. Non si parla di respirazione, di fiato o di polmoni. Il termine è usato in senso figurato e richiama metaforicamente l’idea di ampiezza, apertura.
Un evento italiano legato al 7 dicembre particolarmente adatto a spiegare l’espressione “ad ampio respiro” (oppure di ampio respiro) è la Prima del Teatro alla Scala di Milano, che tradizionalmente inaugura la stagione lirica proprio in questa data, giorno di Sant’Ambrogio, patrono della città. Tutti conoscete il teatro La Scala dì Milano immagino, anche se non ci siete mai stati.
La Prima della Scala è il primo spettacolo della stagione teatrale e non è un semplice spettacolo teatrale, ma un avvenimento culturale e sociale di rilievo nazionale e internazionale: vi partecipano autorità, artisti di fama mondiale e rappresentanti delle istituzioni, ed è seguita dai media di molti Paesi. Anche un modo per alcuni per far parlare dì sé, anche se di teatro non si sono mai interessati.
Comunque sia, fin dalla sua fondazione nel settecento, il teatro in questione è stato un punto di riferimento della lirica mondiale, capace di lanciare carriere e influenzare il gusto musicale ben oltre i confini italiani.
In questo contesto, si può dire che la programmazione della Scala è una visione culturale ad ampio respiro, perché non si limita a soddisfare il pubblico locale o a inseguire il successo immediato, ma mira a incidere sulla cultura musicale internazionale, a valorizzare la tradizione operistica e, allo stesso tempo, a rinnovarla.
L’espressione “di ampio respiro” indica infatti qualcosa di concepito in modo non ristretto, non provinciale, con uno sguardo largo e prospettico, capace di andare oltre l’immediato.
Nel contesto culturale e artistico, si può usare questa espressione parlando dì tantissime cose.
Ad esempio di un festival che mette insieme musica, teatro e arti visive con ospiti da tutto il mondo: un progetto del genere è ad ampio respiro perché dialoga con culture diverse e non resta confinato a un solo ambito. Nel contesto politico o istituzionale, una riforma ad ampio respiro è una riforma pensata per produrre effetti duraturi, non per risolvere solo un problema contingente.
In ufficio si usa spesso e volentieri anche per darsi un tono, usando un linguaggio più elegante.
Se, ad esempio, un ufficio pubblico predispone un questionario per i cittadini, nel linguaggio interno o in una comunicazione ufficiale difficilmente si dirà semplicemente che si tratta di un modulo per raccogliere opinioni.
Più facilmente si parlerà di un questionario ad ampio respiro, volto a raccogliere contributi, percezioni e suggerimenti della cittadinanza, su argomenti diversi.
In questo caso l’espressione serve a presentare l’iniziativa come più strutturata, inclusiva e significativa, anche se nella pratica si tratta magari di poche domande a risposta chiusa. Diciamo che suggerisce che l’iniziativa non è limitata, settoriale o occasionale, ma inserita in una visione più generale, più ampia quindi in questo senso.
Per uno studente straniero è importante notare che “di ampiorespiro” ha quasi sempre una connotazione positiva: richiama l’idea di apertura, lungimiranza e profondità.
Proprio come la Prima della Scala del 7 dicembre, che non è solo una serata di gala, ma l’espressione di una tradizione culturale italiana capace di parlare al mondo.
Un evento storico nella cultura e nello spettacolo italiano collegato al 6 dicembre riguarda la nascita di LuigiLablache, uno dei bassi più importanti dell’opera lirica del XIX secolo, nato a Napoli il 6 dicembre 1794.
Lablache fu un cantante d’opera celebre per la sua voce profonda e agile, amato dal pubblico europeo e interprete di ruoli memorabili nei teatri più importanti d’Italia e d’Europa. La sua carriera fu così significativa che il ruolo di Don Pasquale fu creato proprio per lui dal compositore Donizetti.
Questo personaggio è tuttora noto nell’ambiente lirico per le sue doti comiche e drammatiche.
Prendendo spunto da questo avvenimento possiamo spiegare l’aggettivo sospirato.
In italiano “sospirato” descrive qualcosa che è stato desiderato o atteso con forte intensità e emozione, come un sospiro per l’attesa o l’ansia di veder realizzato qualcosa.
Nel contesto del teatro e dell’opera, un ruolo può essere definito sospirato quando un cantante lo desidera ardentemente, magari per anni, prima di poterlo interpretare sul palco.
Immagina un giovane cantante lirico che per tutta la sua carriera sogna di debuttare al Teatro alla Scala di Milano in un ruolo importante.
Quando finalmente riceve la chiamata, si può dire che quel debutto è il ruolo tanto sospirato della sua vita: non solo un’opportunità professionale, ma un sogno accarezzato con passione e pazienza, quasi come se fosse nato da un lungo susseguirsi di sospiri di desiderio e speranza.
Nel contesto cinematografico, possiamo applicare lo stesso concetto parlando, tanto per fare un esempio, del film Ilsorpasso, una delle opere più celebri della commedia all’italiana uscita nelle sale nel 1962 e considerata un capolavoro del genere.
Se un giovane regista italiano, dopo anni di progetti minori o corti sperimentali, aspira a dirigere un film di grande successo internazionale come questo, il film Il sorpasso potrebbe essere definito il sospirato successo della sua carriera.
Qui “sospirato” simboleggia l’oggetto di un desiderio intenso e prolungato nel tempo, capace di evocare emozioni forti e aspettative.
Per un atleta, la tanto sospirata vittoria di un campionato rappresenta l’obiettivo inseguito con determinazione per molte stagioni.
Per uno studente, il sospiratodiploma è quel traguardo che sembra sempre lontano finché non viene finalmente raggiunto.
In ciascuno di questi esempi, l’aggettivo sospirato non è solo una descrizione neutra di qualcosa desiderato, ma porta con sé l’idea di un desiderio intenso, atteso a lungo e finalmente realizzato.
Notate che generalmente l’aggettivo sospirato viene usato prima del sostantivo per sottolineare il valore emotivo del desiderio: non è un’attesa fredda o razionale, ma carica di sentimento. Abbiamo visto in un passato episodio il senso di mettere l’aggettivo prima del sostantivo.
Il sospirato diploma
La sospirata vittoria
Il sospirato bacio
Quanto alle alternative, potete sempre usare desiderato al suo posto, se volete, oppure agognato o bramato. C’è anche un bell’episodio in merito, per non parlare dell’episodio dedicato ai desideri. E poi esiste anche anelare. Anche qui abbiamo un episodio.
La scelta cambia il registro, l’intensità emotiva e il contesto.
Sospirato richiama il sospiro: un desiderio lungo, paziente, spesso tenero o malinconico, vissuto interiormente. È tipico di contesti affettivi, poetici o anche narrativi.
Una sospirata libertà, una sospirata pace, un sospirato incontro.
Desiderato è il termine più neutro e generale. Indica ciò che si vuole ottenere, senza caricarlo necessariamente di emozione. Funziona bene in contesti sia quotidiani sia formali.
Un desiderato risultato, una desiderata soluzione.
Agognato esprime un desiderio intenso e spesso sofferto, legato a una lunga attesa o a una mancanza profonda. Ha un tono più elevato e drammatico.
Un agognato riscatto, una agognata libertà.
Bramato è ancora più forte: suggerisce impazienza, ardore, talvolta quasi avidità, come la brama dì potere. È meno delicato e più viscerale.
Un bramato successo, una bramata vittoria.
Anelato viene come si è visto da anelare, che in origine significa “respirare affannosamente”. Per questo indica un desiderio intenso, profondo e spesso accompagnato da tensione o fatica, come se mancasse l’aria. È meno tenero di sospirato e meno impulsivo di bramato. Più ricercato.
Una anelata libertà suggerisce qualcuno che ne ha bisogno vitale, quasi fisico.
Un anelato riconoscimento richiama anni di attesa, sacrifici, frustrazione.
Qui magari può essere utile anche chiarire la differenza tra respiro e sospiro. Il respiro è un atto fisiologico, automatico, necessario per vivere: respiriamo continuamente, spesso senza accorgercene. Il sospiro, invece, è un respiro modificato dall’emozione. Si sospira per desiderio, per sollievo, per malinconia, per attesa. Da qui nasce l’aggettivo sospirato: qualcosa che non è solo voluto, ma desiderato con partecipazione emotiva, quasi trattenendo il fiato.
Potete sospirare adesso, perché finalmente l’episodio è finito.
Marco Tullio Cicerone, il 5 dicembre nel 63 a.C., pronuncia la QuartaCatilinaria.
In questa celebre orazione Cicerone, uno dei più grandi oratori, avvocati e filosofi dell’antica Roma, smascherò i piani di una congiura per sovvertire la Repubblica attraverso argomentazioni precise, prove e un’analisi logica dei fatti. Vi dirò tra poco a chi era diretta questa reazione, questo discorso.
Cicerone, in quella occasione,nel Foro Romano, non si limitò a gridare accuse per suscitare emozioni nella folla, ma organizzò il suo discorso con criteri razionali.
Cicerone quel giorno esamina le prove, collega i fatti, anticipa le obiezioni e guida il Senato verso una conclusione basata sulla logica e il rigore argomentativo.
Cicerone dimostò raziocinio.
Cos’è il raziocinio?
Il raziocinio è il processo mentale attraverso cui si ragiona con ordine e coerenza per giungere a una conclusione sostenuta da motivazioni solide.
Spiegare la differenza tra raziocinio e razionalità, termine più noto ai non madrelingua, aiuta a capire meglio il concetto.
La razionalità è una qualità più generale: indica la capacità di agire o pensare in modo conforme alla ragione, evitando contraddizioni e pregiudizi.
È un termine ampio che si applica a come una persona adotta criteri coerenti nel suo comportamento o nel giudizio. Il raziocinio, invece, è il meccanismo concreto attraverso il quale si esercita la razionalità: è il processo di collegare passaggi logici, valutare le prove e giustificare passo per passo una conclusione.
Nel contesto del discorso di Cicerone, la razionalità è l’atteggiamento mentale che spinge a cercare la verità, mentre il raziocinio è lo strumento concreto usato per articolare le argomentazioni nel discorso pubblico. Cicerone non si basa su solo entusiasmo o opinioni popolari: costruisce un argomento motivo per motivo, rendendo evidente a tutti come i pezzi di informazione si incastrano, secondo i criteri della logica.
Per rendere il concetto immediato anche in altri contesti, pensa a una situazione quotidiana: quando scegli un ristorante per una cena con amici, potresti agire razionalmente considerando budget, gusti e distanza.
Ma il raziocinio è il percorso mentale che utilizzi per confrontare opzioni, pesare pro e contro e giustificare la scelta finale con argomentazioni convincenti invece che con un impulso del momento.
Allo stesso modo, se stai decidendo come organizzare il tuo studio per studiare per un esame all’università, non basta “voler fare bene”; devi mettere in sequenza quelle azioni specifiche, come programmare minuti di lettura, pause, revisione di appunti, confrontando le opzioni e scegliendo la più coerente con i tuoi obiettivi: questo è raziocinio, il processo logico che ti porta a una decisione fondata.
Nel quotidiano si usa soprattutto per dare consigli.
Per esempio, in una situazione di rabbia, dire “usa un po’ di raziocinio” suona molto naturale, perché richiama l’idea di un controllo immediato delle emozioni. Dire di usare razionalità è corretto, ma appare più freddo e teorico, come se descrivessi una qualità, non un’azione concreta. La razionalità è più astratta.
Se consigli a qualcuno di valutare bene una scelta di lavoro, “agire con raziocinio” mette l’accento sul processo di valutazione, mentre “agire con razionalità” descrive il fatto che quella persona dovrebbe comportarsi in modo coerente e non impulsivo. Entrambe sono corrette, ma il focus cambia.
Nei consigli pratici e immediati del quotidiano, quindi, raziocinio è più incisivo, perché indica il ragionare in atto. Razionalità è perfetta quando vuoi parlare di equilibrio, coerenza e buon senso come caratteristiche stabili di una persona o di un comportamento.
Infine, vi sareste chiesti cosa sia una catilinaria.
Catilinaria è un sostantivo femminile che indica un discorso pubblico di accusa dura e appassionata, pronunciato per denunciare comportamenti ritenuti pericolosi, immorali o dannosi per la collettività.
Il termine deriva proprio dalle celebri orazioni di Marco Tullio Cicerone, che erano rivolte contro Lucio Sergio Catilina, che era accusato di aver organizzato una congiura contro la Repubblica romana nel 63 a.C.
In quelle orazioni Cicerone smaschera Catilina davanti al Senato usando raziocinio, con un discorso serrato, ricco di argomentazioni logiche, accuse precise e forte tensione morale.
Nel significato moderno, una catilinaria non è più legata solo all’episodio storico, ma indica qualunque invettiva lunga e articolata, spesso pronunciata in pubblico, in cui qualcuno viene attaccato senza mezzi termini. Non è una semplice critica: è un atto di accusa costruito, polemico e spesso solenne. Naturalmente questo è un termine conosciuto solo dalle persone più colte. Molti Italiani non sanno l’origine e l’utilizzo, anche se può essere intuibile.
Nel linguaggio quotidiano si può dire, per esempio, che un insegnante ha fatto una vera catilinaria contro la mancanza di impegno degli studenti, oppure che un giornalista ha scritto una catilinaria contro la corruzione politica. In questi casi il termine suggerisce non solo durezza, ma anche una certa costruzione retorica, quasi da oratore.
In sintesi, catilinaria significa discorso di accusa veemente e strutturato, con un forte intento di denuncia pubblica, e porta con sé un chiaro richiamo alla tradizione culturale e retorica dell’antica Roma.
Una catilinaria dunque è una specie dì invettiva. Questa parola l’abbiamo già incontrata (ma solo di sfuggita) in un episodio dedicato alle finippiche e le prediche.
Ma mentre l’invettiva può essere istintiva, la catilinaria è un’invettiva ragionata, spesso lunga,.
Quando oggi diciamo che qualcuno “ha fatto una catilinaria”, suggeriamo non solo che ha attaccato duramente qualcuno, ma che lo ha fatto organizzando il discorso, quasi come un oratore antico, con l’obiettivo di convincere e smascherare, non solo di insultare.
L’invettiva l’abbiamo incontrata anche parlando del verbo scagliarsi (contro qualcuno). Anche scagliarsi è diverso dalla catilinaria.
È vero che facendo una catilinaria, Cicerone sì scagliò contro il povero Catilina, ma quando ci si scaglia contro qualcuno non sempre si tratta di una catilinaria, anzi, quasi mai. Generalmente, infatti, si perde il controllo, non si agisce con raziocinio ma in preda alla rabbia.
Descrizione:
Nel diritto di famiglia, il capostipite è l’antenato più antico da cui deriva una genealogia ricostruibile.
Nel linguaggio scientifico, il capostipite è la prima specie o il primo ceppo a partire dai quali si sviluppano varianti successive.
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Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Un fatto interessante accaduto in Italia il 3 dicembre è legato ai cosiddetti “Fatti di Mantova“.
Il 3 dicembre 1919, a Mantova, scoppiarono violenti scontri tra dimostranti e forze dell’ordine nel corso di uno sciopero generale. L’origine dei Fatti di Mantova è da collegarsi al cosiddetto “Biennio rosso“, un periodo di forti tensioni sociali e politiche dopo la prima guerra mondiale.
Quel giorno scoppiarono violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine nel contesto di uno sciopero generale nazionale in reazione alle aggressioni subite da deputati socialisti all’uscita dalla Camera dei deputati il 1º dicembre.
Quel giorno furono assaltate armerie, ci furono scambi di colpi d’arma da fuoco e diverse persone persero la vita.
Dopo uquesta giornata, la città doveva ritrovare ordine, ricostruire fiducia e normalità nella vita pubblica.. In un senso figurato, occorreva “risalire la china”, cioè bisognava uscire da una brutta situazione e tornare gradualmente verso la stabilità, la normalità.
La locuzione risalire la china significa dunque superare un periodo negativo e ritrovare una condizione più favorevole.
“China” è la stessa parola che abbiamo precedentemente spiegato nell’episodio dedicato alla “deriva autoritaria” nella rubrica sul linguaggio della politica. Possiamo anche collegarla all’idea di “prendere una brutta piega”. Immagina una strada ripida: quando la situazione sociale, politica o personale prende una piega negativa, sembra essere in discesa, in una “china” sfavorevole; risalire la china significa, in senso proprio, percorrere la strada in salita per lasciare quella fase alle spalle e tornare verso una condizione migliore.
Per chiarire ancora di più, se ad esempio uno studente all’inizio dell’anno accademico riceve voti molto bassi, potremmo dire che ha preso una brutta piega o un andazzonegativo, ma poi, con impegno e studio, migliora progressivamente le sue prestazioni, si può dire che ha risalito la china: ha superato una difficoltà per tornare a buoni risultati.
Allo stesso modo, un’azienda che dopo una crisi economica ritorna a generare profitti sta risalendo la china. Anche nella vita quotidiana, una persona che supera un periodo di malattia o difficoltà personale può essere descritta con questa espressione.
C’è da dire che l’espressione tende a comparire soprattutto quando si parla di un miglioramento graduale dopo un periodo difficile ma non necessariamente tragico come sono stati i Fatti di Mantova.
I giovani non usano quasi mai questa espressione, ma i giornalisti, i commentatori sportivi, gli editorialisti e in generale chi scrive in un registro medio-alto la utilizza spesso. È una espressioneche appartiene più alla lingua scritta, soprattutto quella che vuole risultare precisa, riflessiva o leggermente formale. Lo stesso discorso vale per la parola “crinale” quando lo utilizziamo in senso figurato: prevale decisamente l’uso formale e giornalistico.
Il verbo risalire, invece si può usare in ogni contesto. Si può usare sia in senso proprio sia in senso figurato, ma se usiamo “risalire la china” è solo figurato.
In senso proprio il verbo indica un movimento verso l’alto lungo un percorso già fatto in discesa: risalire il fiume, risalire un sentiero, risalire una vallata. È un gesto fisico, legato a uno sforzo. Risalire vuol dire anche “salire nuovamente” (es: “devo risalire in casa perché ho dimenticato una cosa”).
Anche in questo uso quotidiano è implicita l’idea di un ritorno verso l’alto dopo un movimento precedente verso il basso o verso l’esterno.
Nel figurato, risalire descrive il recupero dopo una fase negativa. Il verbo conserva l’idea dello sforzo e della gradualità. Non si torna su di colpo: si risale lentamente, come lungo un pendio.
Voglio farvi notare infine che esiste anche il verbo “chinarsi” e “chinare“.
Chinarsi significa piegare il busto o la testa verso il basso. È un gesto molto concreto: ci si china per raccogliere qualcosa, per guardare meglio, per mostrare rispetto o, in senso figurato, per sottomettersi. La direzione è sempre discendente, coerente con l’idea di china come pendenza in discesa.
Chinare, transitivo, indica l’azione di far piegare qualcun altro o qualcosa: si può chinare la testa, chinare il capo. Anche in questo caso prevale un significato fisico, associato però a un valore simbolico forte, quello dell’umiltà o della resa. Ad esempio, non bisogna mai chinare il capo di fronte alla prepotenza, all’arroganza e all’ignoranza! Chinare la testa, se parliamo dell’atto fisico di piegare la testa, significa piegare il capo in segno di riverenza, sottomissione o anche semplicemente saluto. In senso solamente figurato significa rassegnarsi, sottomettersi, obbedire.
Oggi vediamo una modalità alternativa per esprimere il concetto di appartenenza e possesso.
Il modo più semplice è, come sapete, usare il verbo avere, o anche possedere.
Es:
Ho una casa a Roma.
Possiedo una casa a Roma
Per parlarvi di questa modalità alternativa vi anticipo che è un pochino più formale.
Allora, partiamo come di consueto da un evento storico accaduto nello stivale.
La data è quella del 2 dicembre. Un evento storico italiano interessante avvenuto il 2 dicembre che può servire da spunto è l’annessione di Treviso da parte della Repubblica di Venezia (o comunque l’ingresso di Treviso sotto il dominio veneziano), avvenuta il 2 dicembre 1338. Siamo ancora molto lontani dall’unità d’Italia, e finora Venezia era soprattutto una potenza marinara; con Treviso iniziava la costruzione del suo “stato di terraferma”.
Il concetto stesso di “annessione” ha a che fare col possesso, anche se non è questa la modalità che avevo in mente. Annettere è una forma politica e territoriale.
Annettere significa incorporare un territorio all’interno di un altro Stato, cioè farlo passare sotto la propria sovranità, includendolo nel proprio dominio.
Il territorio annesso diventa nella disponibilità dello Stato che lo ha assorbito: lo amministra, ne riscuote le imposte, esercita il potere militare e civile, decide le leggi che vi valgono.
In quella data, infatti, la città di Treviso, che era un comune indipendente, viene consegnata a Venezia; da quel momento la Repubblica veneziana potremmo dire che “ha a disposizione”, o che “ha nella propria disponibilità” la città: cioè Treviso, con i suoi beni, il suo territorio, la sua giurisdizione, diventa risorsa e parte integrante, è cioè nella disponibilità della Repubblica di Venezia.
Quindi come avete capito parliamo della “disponibilità”, e in particolare delle forme “avere a disposizione” qualcosa e “avere nella propria disponibilità” qualcosa. Al posto di avere può capitare di trovare anche altri verbi, come il verbo essere o rientrare. Infatti se si ha qualcosa nella propria disponibilità questa cosa è nella propria disponibilità, oppure rientra nella propria disponibilità.
Aggiungere “propria” prima della parola “disponibilità”, o l’aggettivo possessivo mia (nella mia disponibilità), tua, sua, eccetera, conferisce maggiormente l’idea della facoltà di fare ciò che si vuole di questa cosa.
In questo caso abbiamo l’idea del controllo pieno, della facoltà di usare qualcosa liberamente, quasi come se quella risorsa fosse “sotto il tuo comando”. In questo modo si rafforza la sensazione che quella risorsa sia parte del tuo “patrimonio” materiale o funzionale, qualcosa su cui non devi rendere conto a nessuno e che puoi usare a tuo piacimento. Attenzione perché la proprietà potrebbe anche non esserci quando usiamo “avere nella propria disponibilità”.
L’esempio storico che ho fornito non è in realtà l’esempio più calzante per usare “avere qualcosa nella propria disponibilità” perché il contesto più adatto è quello amministrativo/burocratico.
Ad esempio, un’azienda che dice “abbiamo nella nostra disponibilità un magazzino” comunica che quel magazzino appartiene all’azienda oppure che è stabilmente nella sua sfera di controllo.
Quando si parla di risorse, strumenti, mezzi o poteri che si possono usare o disporre liberamente possiamo sempre usare questa forma.
Una azienda può dire di avere nella propria disponibilità un capannone, il che significa che il capannone le appartiene o che può usarlo quando serve. Non è necessario che appartenga all’azienda. In genere è così, ma non è obbligatorio.
Un lavoratore potrebbe essere chiamato dalla propria azienda a dichiarare che il mezzo che utilizza per spostarsi per esigenze di servizio “rientra nella propria disponibilità“. Se volete potete dare un’occhiata ad un documento di esempio. Vi riporto il collegamento.
Se cambiamo contesto, meno tecnico, posso dire che ad esempio uno studente può avere nella propria disponibilità un buon libro e un computer, cioè dispone di strumenti utili per studiare. Ce li ha, li può usare. Non è detto che gli appartengano. Certo, forse usare questa forma non è molto comune in questi casi.
Il contesto più adatto per usare “avere nella propria disponibilità” è come detto quello amministrativo, quando si vuole indicare che si possiede, materialmente o in senso di potere/opportunità qualcosa che si può usare, gestire o sfruttare a proprio piacimento o secondo le proprie necessità.
In contesti non amministrativi/burocratici conviene usare semplicemente “disporre di” qualcosa (come ho fatto poco fa nell’esempio dello stuidente che dispone di strumenti utili per studiare), e il senso non cambia rispetto a “avere nella propria disponibilità”. Usare il verbo disporrepuò infatti significare avere qualcosa in dotazione.
Es: la palestra dispone di una piscina
Oppure, meno formalmente, spesso si usano soluzioni alternative per esprimere lo stesso concetto. possiamo usare ad esempio “essere fornito di” qualcosa.
Il verbo disporrecomunque meriterebbe un approfondimento, ma fortunatamente lo abbiamo già fatto. L’episodio appartiene alla rubrica dei verbi professionali.
Oggi parliamo del verbo ritrarre. In un episodio passato abbiamo appena accennato al senso di questo verbo. In quell’occasione spiegavo il verbo ritrarsi, oltre a ritroso e ritrosia.
Sul verbo ritrarre ho detto solamente che una delle cose che si possono ritrarre è la propria mano, ad esempio, quando non voglio stringere la mano ad una persona che ci sta antipatica: la ritraggo, cioè la tiro indietro, così come posso ritrarre lo sguardo, a magari per timidezza.
Oggi, invece, completiamo il discorso parlando di un altro grande significato del verbo ritrarre, quello legato alle immagini, alle fotografie e all’arte in generale. Non c’è nulla da tirare indietro in questo caso. Qui ritrarre ha un altro senso.
In questo senso, ritrarre significa raffigurare, cogliere con un’immagine, che sia fotografica o pittorica.
Somiglia molto a fotografare. Per questo diciamo, ad esempio:
In questa foto siamo ritratti io e mia madre.
Qui siamo ritratti significa semplicemente che appaiamo nella foto, che l’immagine ci rappresenta. Nella foto appariamo io e mia madre.
Da questo uso deriva naturalmente la parola ritratto: il ritratto è l’immagine di una persona, solitamente il volto, realizzata da un pittore, da un fotografo o da un artista in generale. Un tempo erano quasi sempre dipinti; oggi possono essere foto, caricature, perfino ritratti digitali.
C’è chi ama ritrarre un paesaggio e chi ritrarre una scena in bianco e nero. I fotografi invece, ritraggono i paesaggi o ad esempio le attrici.
Ma c’è un’altra cosa interessante: il verbo ritrarsi, di cui abbiamo parlato la volta scorsa, può essere usato anche in senso riflessivo proprio per dire “farsi un ritratto”.
Perché Arnold Böcklin si è ritratto insieme alla Morte che suona il violino?
Si tratta evidentemente di un autoritratto.
Non si tratta quindi solo di “tirarsi indietro”, ma anche, meno frequentemente, di rappresentarsi in un’immagine. Anche questo può essere ritrarsi.
Questo è solo uno dei significati del verbo ritrarre comunque. Ce ne sono altri e li vediamo in altri episodi.
Adesso ripassiamo un po’. È vicino il Natale quindi parliamo di questo. È Natale, non è vero? Potete parlare se volete degli addobbi natalizi. Scegliete voi comunque.
Totò Schillaci nasce il 1° dicembre 1964 ed è famoso per il mondiale di calcio del 1990 e per i suoi occhi sgranati. Ricordate gli occhi a palla di Schillaci?
Schillaci, occhi a parte, è stato un attaccante fenomenale, ma ogni tanto, come anche altri campioni, ha commesso ovviamente qualche sbavatura nelle conclusioni a rete. Queste sbavature hanno a volte fatto storcere il naso ai tifosi. Niente di grave, no?
La sua carriera è stata splendida. Certo, peccato per come è finito il mondiale italiano del 1990, dove l’Italia era fortissima. Un vero peccato!
Le poche sbavature, come qualche gol sbagliato di troppo, non ne hanno intaccato la leggenda.
Oggi parliamo dunque del termine sbavatura.
Negli esempi fatti la parola sbavatura funziona come una sorta di “macchia leggera” nella sua performance, senza essere un giudizio negativo complessivo.
Somiglia alla parola errore, ma non è esattamente un errore.
Sbavatura deriva dalla bava, cioè la saliva che “scola” o “sbava” fuori dai contorni. Oppure è una traccia che “esce fuori dal bordo”, come la vernice che sborda da una linea, l’inchiostro che si allarga, una stampa non perfetta.
Iniziamo nel dire che è una parola che è più adatta parlando di lavori manuali.
Gli artigiani o gli artisti che scolpiscono la pietra o chiunque debba fare un lavoro che richiede molta precisione, possono fare sbavature.
Il lavoro è quasi perfetto: il legno è ben levigato, la struttura è solida, il colore è uniforme.
Ma su un lato, vicino a una giuntura, si nota una piccola colatura di vernice, quasi invisibile ma presente. Non rovina il lavoro, non compromette nulla, non pregiudica la bontà del lavoro: è solo una piccola imperfezione, una sbavatura.
Ecco il senso della parola:
sbavatura = piccola imperfezione materiale, un difetto minore, spesso legato a manualità, cura del dettaglio o finitura. Un perfezionista comunque proprio non le sopporta le sbavature!
Ma non è grave, non cambia il risultato, ma si vede e rientra nella categoria delle “piccole cose da migliorare”.
È naturale, umano, quasi inevitabile fare una sbavatura.
Essa riguarda più la qualità estetica o la precisione del lavoro che la correttezza del risultato.
È spesso legata a: pittura, artigianato, costruzioni, disegno, cucina, fotografia.
Un altro esempio:
Il tavolo è bellissimo, ha solo una sbavatura di colla su un angolo.”
Si direbbe che il senso della parola sbavatura si avvicini ad errore.
Un errore come sapete è qualcosa di oggettivamente sbagliato, che cambia un dato, un risultato, una misura o un contenuto.
Può essere grave o lieve, ma riguarda la sostanza, non riguarda l’estetica. Ciò non toglie che parlando di una sbavatura si potrebbe parlare di un piccolo errore.
In genere però errore è più grave, anche se piccolo:
Es: Il tavolo è più lungo di un centimetro rispetto allo spazio che abbiamo: questo è un errore.
Ci sarebbero anche un paio di parole simil: refuso e svista.
Refuso, come abbiamo già visto in un episodio, è un tipo molto particolare di errore: un errore di scrittura, come una lettera invertita, una parola incompleta, una doppia mancata. Succede nei testi digitati o stampati.
Esempio:
“Il catalogo ha un refuso: hanno scritto ‘verince’ invece di ‘vernice’.”
La svista poi serve a giustificare un piccolo errore o un refuso.
Invece, se un pittore dipinge una porta: il risultato è ottimo, ma vicino alla maniglia rimane un piccolo segno di pennello più spesso. È una sbavatura.
Una torta è buonissima e cotta bene, ma sul bordo c’è una striscia di crema uscita di lato. È una sbavatura.
Uno scultore lucida una statua: perfetta, ma in un punto si nota un tratto leggermente meno liscio. È anche questa una sbavatura.
Un fotografo stampa una foto splendida, ma in un angolo rimane una lieve ombra indesiderata. Ancora una sbavatura, ma siamo al limite in questo caso.
In tutti questi casi, il lavoro è fatto bene, semplicemente ci sono piccole imperfezioni di finitura.
Dunque l’errore riguarda la correttezza, il “refuso” riguarda solo la scrittura, mentre “sbavatura” riguarda la finitura, la precisione estetica, la manualità.
C’è anche una similitudine con il termine “neo“, parola a sua volta oggetto di un episodio.
Neo e sbavatura, è vero, hanno in comune l’idea di un piccolo difetto che spicca in un contesto comunque buono, ma un neo è difetto vero, spesso di poca importanza ma si nota di più, perché è un limite vero e proprio.
Ad esempio:
A Italia ’90 Schillaci quasi non ebbe sbavature: tutto quello che toccava diventava gol.
Il vero neo della sua carriera, però, fu la difficoltà a confermare quei livelli nelle stagioni successive.
Per spiegare bene la differenza tra fatale e fatidico, che è l’obiettivo di oggi, possiamo partire da un importante fatto accaduto in Italia il 30 novembre, e precisamente voglio parlarvi dall’abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana nel lontano 1786, quando il sovrano, il Granduca Pietro Leopoldo decise di cancellare per sempre quel tipo di condanna. È il primo Stato al mondo ad aver fatto questo. Pensate un po’.
L’influenza dell’ulluminismo fu decisiva per la decisione di Leopoldo.
Pensatori come Cesare Beccaria avevano scritto contro la pena di morte, sostenendo che non fosse né giusta né efficace nel prevenire i crimini. Leopoldo fu influenzato da queste idee e volle applicarle nel suo Granducato. Tanto di cappello!
Possiamo dire che si meritò, qualche anno dopo, il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero, che assunse con il nome di Leopoldo II.
Il Sacro Romano Impero, per la cronaca, era uno Stato di epoca medievale e moderna, nato nel 962 e sciolto nel 1806.
Era un impero cristiano dell’Europa centrale, dominato dagli Asburgo negli ultimi secoli.
Questa data del 30 novembre 1786 è un evento che la Toscana ricorda ancora oggi con la cosiddetta festa della Toscana, come memoria dell’impegno per i diritti umani e per la giustizia.
Bene, fatto l’inquadramento storico, parliamo della differenza tra fatale e fatidico.
Se diciamo che quella riforma fu un momento fatidico, intendiamo che segnò una svolta decisiva, quasi un momento “annunciato dal destino”, che segnò il passaggio a un nuovo modo di concepire la giustizia.
Fatidico, infatti, non è legato alla morte o alla distruzione, come fatale, ma alla profezia, al cambiamento, a un passaggio cruciale.
Fatidico è un aggettivo che viene dal latino fatum e indica qualcosa che annuncia o segna un momento importante, un cambiamento nella vita o nella storia, come se ci trovassimo davanti a qualcosa destinato a cambiare la storia.
C’è da dire fatidico si usa anche scherzosamente, per indicare qualcosa di molto atteso o desiderato.
Es:
Oggi è il giorno che hai aspettato da tempo, cioè “è giunto il giorno fatidico.
Oppure si può parlare di um” momento fatidico”.
Es: il momento fatidico si avvicina, finalmente ti sposerai!
Se invece prendiamo un evento tragico, ad esempio un incidente mortale o una decisione sbagliata che porta a conseguenze irreparabile, useremmo l’aggettivo fatale.
Fatale viene sempre da fatum, ma ne conserva il lato cupo, quello del destino che non perdona.
Un errore fatale è un errore che produce danni irreversibili; un colpo fatale è un colpo mortale. Non necessariamente però deve morire qualcuno. È sufficiente qualcosa di irreparabile.
È un aggettivo che si usa quando la conclusione dell’evento è, appunto, la morte o comunque una perdita grave.
Un errore fatale può costare la vita ma può costare anche la perdita del lavoro o la rottura di un matrimonio o anche la sconfitta in una partita.
Pensate che questo aggettivo può essere usato anche per descrivere una persona dall’attrazione irresistibile, che, possiamo dire, può far commettere un errore fatale a un’altra persona: parlo della classica “donna fatale”, ma anche in quel caso si percepisce una sfumatura di pericolo.
La differenza, dunque, è nella natura del destino che viene evocato: fatidico è il destino come rivelazione, momento decisivo, svolta importante; fatale è il destino come esito negativo, inevitabile e spesso distruttivo.
Anche altri esempi aiutano a fissare la distinzione.
Un ragazzo che supera un concorso che gli cambierà la vita potrebbe dire che quello è stato un giorno fatidico, perché da lì in poi tutto è cambiato.
Un motociclista che sbaglia una curva potrebbe parlare invece di un istante fatale, perché quel gesto ha provocato un danno irreparabile.
Chi decide di trasferirsi all’estero e trova lì l’amore della vita può ricordare quel viaggio come un momento fatidico; chi perde tutto per una scelta impulsiva potrebbe parlare di una scelta fatale.
Ricapitolando, l’origine dei due aggettivi è dunque la stessa: fatum, ciò che “è stato detto” dagli dèi, cioè il destino. Fatale però riprende l’idea del destino ineluttabile e spesso funesto; fatidico invece richiama l’idea di qualcosa di profetico, che anticipa un passaggio importante.
E così, tornando al 30 novembre 1786, possiamo dire che quella decisione del Granducato fu un gesto fatidico, perché aprì una strada nuova nella storia della civiltà giuridica. Nulla a che vedere con un gesto fatale, che invece descriverebbe un evento drammatico, rovinoso, un punto di non ritorno nel senso negativo del termine.
Dopo il Granducato di Toscana, che come ho detto fu il primo Stato moderno ad abolire la pena di morte con legge nel 1786, fiversi altri Stati e territori nel corso dell’Ottocento e del Novecento seguirono quella scelta. Ad esempio, nel XIX secolo San Marino, uno tra i più antichi; anche alcuni stati europei come Paesi Bassi, Portogallo, e Romania eliminarono la pena capitale.
Poi, nel corso del XX e XXI secolo, il fenomeno si è diffuso largamente e oggi molti Stati nel mondo, ad esempio la quasi totalità dell’Europa, non applicano più la pena di morte.
Terminiamo con un ripasso
Possiamo dire che il Granducato di Toscana fu foriero di un cambiamento storico, perché la sua decisione di abolire la pena di morte anticipò e annunciò una tendenza che altri paesi avrebbero seguito in seguito.
In questo episodio di Italiano Semplicemente voglio affrontare un problema comune degli stranieri non madrelingua: la pronuncia e la scrittura delle preposizioni con l’apostrofo, a cui abbiamo dedicato in passato anche due episodi “l’apostrofo nella lingua oitaliana: prima parte“, “seconda parte“). C’è anche un episodio per principianti nella rubrica “primi passi“.
Ho notato infatti che molti stranieri non madrelingua tendono a sbagliare sia la scrittura che la pronuncia in questi casi. Nel caso della scrittura, l’errore consiste spesso nel cambiare la preposizione, così ad esempio, “la casa dell’amico di Paolo” diventa “la casa del Amico di Paolo”, omettendo l’apostrofo, e cambiando la preposizione, che da “dello” diventa “del”. Lo stesso vale per all’, nell’, sull’, dall’. La pronuncia in questi casi non dovrebbe essere staccata, e infatti l’apostrofo si usa proprio per questo: per non staccare le due parole. Ad esempio:
Vado all’aeroporto.
Arrivo all’università.
Sono all’ingresso.
Mangiamo all’aperto.
Ci vediamo all’angolo.
Passo all’azione.
Allora oggi vi racconto un evento recente che riguarda qualcosa di molto “italiano” per cercare di correggere questo piccolo difetto. Con l’occasione ripassiamo anche altri episodi passati e facciamo degli esercizi di pronuncia.
Vi parlo della recente conferenza sull’Italofonia (attenzione, ho detto “sull’italofonia, e non sul italofonia”. (Ripeti dopo di me: conferenza sull’italofonia).
Bene, intanto che significa italofonia?
Italofonia significa “l’insieme delle persone e dei Paesi in cui si parla l’italiano”, sia come lingua madre sia come lingua straniera.
Si tratta della prima Conferenza Internazionale dell’Italofonia, durante la quale è stata istituita la Comunità dell’Italofonia, (Ripeti dopo di me: comunità dell’italofonia) con l’obiettivo di promuovere la lingua italiana nel mondo come lingua di dialogo, cultura e identità.
In occasione di questo evento, molti commentatori, da addetti ai lavori a cittadini, hanno sicuramente pensato all’uso della nostra lingua oggi (Ripeti dopo di me: hanno pensato all’uso della nostra lingua).
Non so in realtà se sia stato discusso anche della necessità di rafforzare lo studio e la cura dell’italiano, (Ripeti dopo di me: la cura dell’italiano). In particolare questo sarebbe stato utile per contrastare errori frequenti: dall’uso scorretto dell’apostrofo a imprecisioni lessicali (Ripeti dopo di me: dall’uso scorretto dell’apostrofo).
Di sicuro si è parlato dell’italiano come “lingua della pace” (Ripeti dopo di me: si è parlato dell’italiano)
Questa situazione appare ai miei occhi come una bella occasione per fare un personale “mea culpa” per non aver affrontato prima questo argomento e per riflettere su come si scrive e si parla correttamente la lingua italiana.
Mi raccomando, se non l’hai ancora fatto, di ripetere ad alta voce le frasi che di volta in volta ti propongo. In questo modo ti potrai accorgere nell’immediato di eventuali errori nella pronuncia (Ripeti dopo di me: nell’immediato).
Alla notizia di questa conferenza, mi sono detto: “Vada per l’impegno di valorizzare l’italiano”, perché credo che l’italofonia non sia soltanto una questione di orgoglio, ma anche di responsabilità.
All’occorrenza (Ripeti dopo di me: all’occorrenza) cioè quando qualcuno dei nostri amici all’estero mi chiederà come parlare “bene” l’italiano (Ripeti dopo di me: amici all’estero) non mi basterà proporre una parvenzadi conoscenza solida: che me ne faccio di frasi preconfezionate se poi non si avverte la differenza tra “all’improvviso” e “al l’improvviso”? (Ripeti dopo di me: all’improvviso).
Invero, mi ritrovo a pensare che molti stranieri non madrelingua probabilmente siano in alto mare, perché ignorano che l’apostrofo non è un’opzione, ma una questione d’ortografia che può fare la differenza. Secondo un’indagine recente, quasi sette italiani su dieci commettono errori grammaticali (figuriamoci gli stranieri!), dall’apostrofo al congiuntivo, dalla punteggiatura alla concordanza (Ripeti dopo di me: dall’apostrofo al congiuntivo).
Così, all’indomani della conferenza, (Ripeti dopo di me: all’indomani della conferenza) ho deciso di farci un bell’episodio. Voglio metterci la faccia, mi sono detto, perché posso aiutare i non madrelingua a migliorare la pronuncia e a farli scrivere facendo meno errori possibili.
Voglio che quelle parole, quelle costruzioni, quelle preposizioni articolate suonino come musica all’orecchio di chi ascolta (Ripeti dopo di me: musica all’orecchio di chi ascolta).
E se qualcuno osa dire “questo non l’hai spiegato bene”, in futuro saprò rispondere con cognizione di causa.
Allora, bisogna dire anche la regola, anche se normalmente le regole non sono all’ordine del giorno in Italiano Semplicemente. (Ripeti dopo di me: non sono all’ordine del giorno).
Quando la preposizione semplice + un articolo determinativo si combina con un sostantivo o pronome che comincia per vocale, l’articolo si elide e l’apostrofo è obbligatorio: dell’italiano, all’occorrenza, dell’amore (Ripeti dopo di me: dell’italiano, all’occorrenza, dell’amore).
Per alcuni stranieri poi la capacità di pronunciare correttamente queste particolari forme è il proprio “tallone d’Achille” (Ripeti dopo di me: il tallone d’Achille). In questo caso si tratta di preposizione semplice apostrofata.
Allora, personalmente, vorrei che questo episodio, che parte da un evento reale, attuale, suoni come un “campanello d’allarme” (Ripeti dopo di me: campanello d’allarme), un invito a non dare per scontato l’italiano, a non ricorrerealle scorciatoie dell’approssimazione o della comodità (Ripeti dopo di me: le scorciatorie dell’approssimazione).
Spero che questo tipo di episodi vi faccia piacere e all’occorrenza, non mancherò dall’aggiungerne altri (Ripeti dopo di me: all’occorrenza) allargando via via l’orizzonte dell’apprendimento e dell’italofonia (Ripeti dopo di me: l’orizzonte dell’apprendimento e dell’italofonia).
Continuate ad esercitarvi, restando all’ascolto degli episodi di Italiano Semplicemente (Ripeti dopo di me: restando all’ascolto) perché dall’esperienza nasce sempre qualcosa (Ripeti dopo di me: dall’esperienza nasce sempre qualcosa), e così sull’onda dell’entusiasmocontinueremo all’infinito (Ripeti dopo di me: sull’onda dell’entusiasmo continueremo all’infinito).
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Il 26 novembre 1972 nelle Marche, una regione da visitare assolutamente (ve lo dico fuor di metafora) si verificò il terremoto di Montefortino, un evento drammatico, come potete immaginare.
Questo, lo avrete anche questo immaginato, è utile come spunto per capire l’espressione “fuor di metafora”, che significa semplicemente “senza mezzi termini”, “esplicitamente”, cioè lasciando da parte ogni immagine figurata e tornando alla realtà dei fatti.
Di immagini figurate ne uso spessissimo su italiano semplicemente, sopratutto perché l’obiettivo è spiegare il significato di espressioni figurate.
Se dico che “quel giorno la terra sembrò un gigante che si sveglia”, sto usando una metafora.
Ma se subito dopo aggiungo: “fuor di metafora, molte case ebbero crepe e diverse famiglie furono evacuate, con sofferenze indicibili”, allora sto chiarendo ciò che accadde davvero, in termini letterali.
L’espressione si usa in particolare quando in un primo momento abbiamo parlato in modo metaforico e poi, successivamente, vogliamo essere chiari.
Possiamo usare questa espressione nella conversazione quotidiana, ma è più adatta nella scrittura formale o in occasioni professionali, quando serve evitare equivoci.
È un modo elegante per dire “parlando chiaro, ecco cosa intendo davvero”.
Poi esistono modalità apparentemente simili come “fuori dai denti” e “senza peli sulla lingua“, “dire pane al pane, vino al vino” che però riguardano il tono e hanno più a che fare con la franchezza e la schiettezza: significano dire qualcosa con franchezza brusca, spesso senza troppi filtri, quasi brutalmente.
Non ha a che fare con le metafore, ma con il modo schietto di parlare.
Usare “fuor di metafora” anziché “al di fuori di ogni metafora” invece è una scelta di stile, non di significato. È più elegante e suona anche meglio. Non trovate?
Bentrovati a tutti gli ascoltatori di Italiano Semplicemente.
Oggi cogliamo l’occasione della giornata contro la violenza sulle donne per ripassare qualche episodio passato della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente” e non solo.
Davanti al Ratto di Proserpina di Bernini (mica pizza e fichi) dove per la prima volta una lacrima si palesa sul volto di una donna scolpita nel marmo, è impossibile non fare presente che quella goccia è, oltre ad arte pura, anche indiceemblematico di una violenza che, con tutto che qualcuno la ritenga opinabile o soggettiva, è invece inerente alla storia dell’umanità, quasi insita in certi comportamenti che, a dir poco, passano il segno e trascendono ogni giustificazione.
E mentre un’orda di giustificazioni velleitarie continua a imperversare: “era un altro tempo”, “si faceva così”, “non esageriamo”, “è una questione di DNA, gli uomini non possono farci niente”, io, ilqui presente Giovanni, mi chiedo: cosa bolle in pentola se ancora oggi, sui social, c’è chi pontificasenza cognizione di causa, chi predica bene e razzolamalissimo, chi cerca di infinocchiare l’ascoltatore con dietrologie e montature che non stanno in piedi?
Sulle prime, uno può pensare che sia soltanto un andazzo, una sbandata collettiva, ma poi la sequenza delle notizie parla chiaro: una cosa tira l’altra, da cosa nasce cosa, e si ricade negli stessi errori, corsi e ricorsi storici che lasciano una caterva di rancore e animosità. Sfido io che poi qualcuno si fascia la testa e chiede il “beneficio del dubbio”, come se l’accortezza e il rispetto fossero optional.
Visto e considerato tutto ciò, sarebbe bene che, a bocce ferme, ognuno facesse il proprio mea culpa e smettesse di crogiolarsi nell’idea che la violenza sia inevitabile, una sorta di destino atavico. Non è così: bisogna smetterla di sentirsi “arci” qualcosa, tipo arcistufo delle lamentele, di mostrarsi profusamente offesi al minimo richiamo e di targare ogni critica come attacco personale.
Perché, se non vado errato, alla fine le donne non devono spuntarla, non devono cavarsela “per il rotto della cuffia”: devono semplicemente vivere, indenni, senza dover sondareil terreno ogni volta che escono, senza ritrovarsi teatro di prepotenze, senza subire il dispendio emotivo di chi le costringe a tenerebotta giorno dopo giorno.
E allora sì, davanti a quella lacrima scolpita, è bene fissare un punto, una sorta di tagliando morale: il rispetto non è opinabile, non è contestabile e non dovrebbe essere oggetto di trattativa. È il minimo sindacale per una società che voglia definirsi civile.
Detto ciò, che ciascuno se la segni e se la leghi al dito: quella lacrima, nel marmo, è lì per ricordarci che la violenza, ieri come oggi, non è arte, non è mito, non è storia: è una vergogna! Diciamolo una volta per tutte!
Marcelo: Oggi è la Giornata contro la violenza sulle donne, e come uomo, penso che sia fondamentale creare consapevolezza, rompere gli indugi e promuovere azioni concrete affinché tutti possano comprendere che si tratta di una lotta che spetta a ognuno di noi.
Anne Marie: Sono assolutamente d’accordo con te! Dichiaro guerra all’indifferenza di fronte a qualsiasi tipo di violenza: fisica, psicologica, sessuale, economica, e chi più ne ha, più ne metta.
José: A chi lo dici! Ho visto personalmente come mia zia subiva diversi tipi di violenza, con tutti gli annessi e connessi! Le sue preghiere si libravano in cielo ogni sera perché i suoi figli non se ne rendessero conto! Quando suo marito è morto, lei è sembrata rinascere e da quel momento si è consacrata alla difesa delle donne!
Julien: Grazie per aver condiviso tutto questo. So che questa è una crociata che deve continuare, e ognuno di noi può fare la differenza. Prendere posizione contro la violenza è un caposaldo che nessuno dovrebbe abbandonare!
Carmen: L’impegno delle istituzioni, della scuola, della famiglia e dei social può contribuire a una maggiore consapevolezza e a essere la garanzia di una cultura di rispetto e eguaglianza.
Bentrovati a tutti gli ascoltatori di Italiano Semplicemente. Siamo a Malaga, novembre 2024. Settimana dal 18 al 24 novembre.
Tranquilli, anche a Malaga l’Italia c’entra, eccome!
Parliamo di tennis e di coppa Davis. Già nel 2023 la coppa era stata vinta dall’italia, ma evidentemente non bastava agli azzurri.
In campo ci sono Jannik Sinner e Matteo Berrettini, che battono l’Olanda 2-0 e sollevano la Coppa Davis 2024 per il secondo anno consecutivo.
Poi, come sappiamo, arriverà anche il trionfo del 2025, questa volta a Bologna, in casa, tanto chequalcuno arriverà a parlare persino di “era azzurra della Davis”.
Ed è proprio prendendo spunto da queste vittorie che oggi parliamo della locuzione “atteso che”. Una locuzione piuttosto formale. Si può scrivere anche in un’unica parola: attesoché, con l’accento sulla e finale.
Ma attenzione: “atteso”, in questo caso, non ha nulla a che fare con l’atto di attendere, di “aspettare qualcuno” o “aspettare qualcosa”, come attendere la prossima vittoria.
È una formula più che altro giuridico-amministrativa, alquanto formale, usata quindi in documenti ufficiali, delibere, regolamenti, e raramente nel parlato comune.
Se lo fate, per carità, è italiano corretto, ma insomma, non c’è bisogno, visto che esistono le alternative più colloquiali già citate: visto che, considerato che, dato che, tenuto presente che (meno informale), e le ancora più colloquiali siccome e poiché.
Un esempio adatto pottrebbe essere:
Atteso che Giovanni non possiede tutti i requisiti previsti per poter essere considerato un professore di italiano, la sua domanda è inammissibile.
Tornando alla coppa Davis, un giornalista o un esperto di tennis potrebbe comunque affermare:
Attesoché l’Italia aveva già trionfato nel 2023, la stampa internazionale guardava con grande attenzione alla Final 8 del 2024.
Poi, attesoché Berrettini rientrava da un infortunio ma mostrava un’ottima condizione, il capitano Volandri decise di schierarlo nella finale.
Nel 2025 invece, atteso che la finalissima si è disputata in casa, a Bologna, la squadra ha sentito una motivazione diversa.
Vediamo però altri esempi non sportivi, in contesti più adatti, per far capire bene l’uso di questa locuzione.
Attesoché i fondi sono limitati, il Comune approva solo i progetti considerati urgenti.
Attesoché la riunione non è più rimandabile, si convoca il personale per domani alle 9.
Atteso che il richiedente adesso possiede tutti i requisiti, la domanda può essere accolta.
Noterete che queste frasi hanno tutte la stessa struttura:
-una premessa certa e oggettiva,
-una conseguenza, spesso formale e spesso decisa da un’autorità.
“Atteso che” si usa quindi preferibilmente:
– in atti ufficiali,
– in delibere di enti pubblici,
– in verbali, determine, ordinanze, regolamenti,
– in comunicazioni istituzionali o in testi che vogliono imitare quel tono.
Nel linguaggio normale, quotidiano, risulterebbe troppo pesante o addirittura ironico:
Atteso che hai fame, ti faccio un panino.
Molto comico, poco naturale.
Atteso che piove, portati l’ombrello.
Suona come una parodia della burocrazia.
Il motivo per cui “atteso che” non significa “aspettato che” è che” atteso”, qui, è un participio passato antico.
È una forma cristallizzata del linguaggio giuridico.
In poche parole, è un “atteso” che non fa attendere nessuno.
Insomma, atteso che ormai l’Italia è una potenza mondiale della Coppa Davis, atteso che questa espressione continua a creare dubbi agli stranieri, e atteso che da una competizione tennistica si può sempre imparare qualcosa…
Beh, direi che oggi abbiamo messo un altro tassello nel nostro vocabolario avanzato.
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Descrizione:
La “visita intramoenia” è una visita privata che avviene all’interno di una struttura pubblica italiana. Vediamo le informazoini utili per gli stranieri e le differenze di prezzo, anche rispetto “al pronto soccorso”
Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Oggi parliamo dell’espressione “A chi lo dici!” molto usata da tutti gli italiani di ogni età.
Avete notato il tono? In questo modo è chiaramente una esclamazione e non una domanda.
È una frase tipica dell’italiano colloquiale.
È molto breve, immediata, ed è perfetta per creare complicità con la persona con la quale si sta parlando.
Naturalmente “A chi lo dici!” è una risposta a una persona e più o meno significa:
“Lo so bene anche io!”.
Simile anche a “Sfondi una porta aperta!”, di cui ci siamo già occupati. La somiglianza in questo caso sta però solamente nel senso che anche questa crea complicità.
Il vero significato, quello più vicino è “hai ragione, ci sono passato anch’io.”
Non è dunque una vera domanda: la forma interrogativa è solo apparente. È una domandaretorica, se vogliamo essere precisi.
Ma quando si usa? Domanda lecita direi.
Si usa quando sentiamo qualcosa che conosciamo bene, qualcosa come un problema, un’esperienza avuta, positiva o negativa, perché anch’io ho avuto quel problema, anch’io ho avuto quell’esperienza di cui stai parlando, anch’io ci sono passato, e in questo modo si esprime complicità.
È l’uso più frequente quando vogliamo mostrare solidarietà o vicinanza all’altra persona.
Esempio:
Sono stanchissimo.
A chi lo dici! Sto per addormentarmi in piedi.
Oppure:
Non vedo l’ora che arrivi il weekend.
A chi lo dici! Questa settimana sembra infinita.
Posso usarla anche per rispondere a un’osservazione ovvia con tono ironico, sempre per manifestare accordo.
Es:
Il caffè italiano è il migliore.
A chi lo dici!
Cioè: “È evidente!”
Oppure:
Bisognerebbe fare più esercizio per stare in forma.
A chi lo dici!
Sottinteso: “Lo so, lo so…”
Attenzione, molto spesso è come dire: “Lo dici a me?”
Questa variante però, può anche avere tutt’altro significato cioè
“Stai parlando proprio con me? Sei sicuro di non aver sbagliato persona?”
Può dunque esprimere una polemica, come a dire: io sono l’ultima persona a cui puoi dire questa cosa.
Es:
Sei sempre in ritardo.
Lo dici a me?
Simile, spesso, a frasi come “da che pulpito viene la predica“, che abbiamo già incontrato nell’episodio dedicato alla predica a predicare e al predicozzo.
“A chi lo dici!”, invece, esprime sempre accordo, non polemica.
In caso di polemica sarebbe, casomai:
A chi lo hai detto?
Nel senso di: ripeti ciò che hai detto se hai il coraggio.
C’è un senso di sfida anche. Poi cambia anche il tono, ovviamente, tra polemica e empatia.
Un’altra alternativa a “a chi lo dici!” e “eh, sapessi io!”.
In queste occasioni si può usare anche una parolina magica a voi già nota: figurati! Questo è un uso particolare di “figurati”, ed anche non molto frequente a dire il vero. In passato questa parola l’abbiamo incontrata come alternativa a Grazie o “che sarà mai“. Non è questo il caso, in cui invece voglio confermare le parole del nostro interlocutore, dicendo che anche io so di cosa parla.
Ultimo esempio:
Gli italiani parlano velocissimo! Io ho tante difficoltà a capire tutto.
A chi lo dici! Anche noi che viviamo qui da anni abbiamo problemi.
E poi usate un sacco di espressioni!
“non dirlo a me! È più forte di noi.”
Ecco, questa è ancora un’altra modalità molto simile, come “lo dici a me?”.
Va bene adesso passiamo al ripasso del giorno.
Marcelo: Ciao amici!… Apro le danze io! Dopo aver dato una sbirciata ai giornali, la notizia del piano di pace proposto da Trump per la Russia e l’Ucraina mi ha preoccupato moltissimo
Estelle: a chi lo dici! Anche se vivo agli antipodi e sembro essere lontano da tutto, la guerra porta inconvenienti ovunque.
Karen: e poi appare evidente che ci troviamo in un vicolo cieco!
Angela: Sono d’accordo con te e credo che la UE sia costretta a metterci la faccia adesso, abbandonando quell’atteggiamento all’acqua di rose che ha tenuto finora.
Edita: Sono più di tre anni che portiamo questo fardello! Sarà la volta buona?
Carmen: Eh sì… La UE sembra aver finito di orbitare attorno agli Stati Uniti sulla difesa, e da qualche tempo a questa parte sta abbracciando l’idea di prendere le redini per trovare un piano alternativo, al fine di evitare il rischio che la mediazione americana ponga condizioni inaccettabili per Kiev.
José: Finora tutti abbiamo pagatodazio con questa guerra!
Julien: Il prezzo dell’energia, l’aumento dei biglietti aerei, gli alimenti… insomma tutto! E sembra acqua fresca per i politici!
Anne Marie: infine, ma non per importanza, una UE unita, senza fazioni e frange, può diventare l’elemento cardine per una pace giusta.
Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Oggi parliamo dell’aggettivo avulso. Per fare questo ho incaricato tre membri dell’associazione Italiano Semplicemente; per la precisione Estelle, Marcelo e Khaled, che seppur vivendo chi in Francia, chi in Uruguay, chi in Egitto, si sono organizzati e mi hanno proposto un testo per l’episodio di oggi.
Marcelo: Bella proposta quella di Gianni di metterci alla prova nello scrivere un episodio di due minuti!
Estelle: Dopo aver cercato un modus operandi, ci siamo messi all’opera: un lavoro di concerto. Pian piano, le ricerche si sono sviluppate e le idee sono germogliare.
Khaled: Niente di eclatante, però pian piano siamo venuti a capo dell’esercizio.
Senza pretenziosità ma con fierezza, presentiamo questo lavoro: un bel modo di alzare l’asticella dell’apprendimento della lingua italiana.
Giovanni: Iniziamo dunque.
Gianni, un dolce bambino di otto anni, pedalava come un supereroe… diciamo come un supereroe alle prime armi, finché il marciapiede non decise di tradirlo.
Questa storiella si conclude con un sorriso storto, un dente avulso e zero dignità!
L’avulsione dentale si verifica quando un dente viene completamente espulso dal suo alveolo: si ritrova staccato, strappato dalla gengiva.
Che brutta immagine vero?
Avulso è proprio la parola del giorno. Deriva dal latino avellĕre, composto da a- (via) e vellĕre (strappare), cioè “strapparevia”.
Avete presentequei pezzi di legno sulle sponde dei fiumi, depositati in seguito a eventi meteorologici, mareggiate o piene? Possiamo chiamarli “legname avulso”.
C’è da dire però che nessun italiano o quasi usa la parola avulso associandolo al legno o ai denti. L’aggettivo si usa praticamente sempre in senso immateriale. A meno che non si parli di persone.
In poche parole, un elemento avulso è un elemento isolato da un gruppo, un contesto oppure dalla società.
È una parola ricercata, certo, ma se volete impressionare qualche italiano all’ascolto, prima o poi vi capiterà l’occasione giusta per usarla.
Vediamo un altro uso noto agli appassionati di calcio.
Il papà di Gianni, per consolarlo, potrebbe dirgli: Gianni, andiamo allo stadio a vedere la Roma, la nostra squadra del cuore… pare che se vinciamo saremo primi nella classifica avulsa.
Ma papà, cos’è una classifica avulsa?
Domanda legittima direi!
Risposta:
Quando più squadre hanno lo stesso punteggio in campionato, si confrontano i risultati degli scontri diretti.
Chi ha vinto più partite tra quelle squadre sta avanti in classifica!
Praticamente per decidere quale squadra merita di stare avanti in classifica si considerano solamente le partite giocate tra quelle sole squadre.
Evviva, papà! La classifica è nostra, abbiamo vinto e siamo avanti nella classifica avulsa! Dobbiamo festeggiare!
Ricordate: avulso significa “staccato”, “isolato” da qualcosa.
Per esempio:
Il direttore, durante il suo discorso per l’anniversario dell’azienda, ha raccontato una barzelletta completamente avulsa dal tema della serata.
Oppure:
A volte riceviamo critiche per frasi dette senza cattive intenzioni. In quei casi possiamo dire che si tratta di una critica avulsa, cioè fuori contesto.
Es:
Ho detto che Maria è molto efficiente sul lavoro… e anche un vero schianto!
Qualche giorno dopo ho ricevuto una critica per quella frase. Ma era una critica avulsa: era stata estrapolata dal contesto.
Un altro esempio:
Un membro del gruppo IS, dopo un lungo periodo di pausa, potrebbe sentirsi un po’ avulso dall’attualità:
Con tutto il lavoro che avevo, mi ero allontanato dalla chat del gruppo… ora che sono tornato, mi sento un po’ avulso dal gruppo, con tutto quello che è successo senza di me!
E infine, avulso può anche descrivere una persona distratta o assente, magari persa nei propri pensieri, come se fosse scollegata da ciò che la circonda.
Es:
Oggi mi sento un po’ avulso scusate, sono poco concentrato.
In sintesi, avulso si usa per indicare qualcosa (o qualcuno) che è separato, isolato, fuori contesto: una frase in un discorso, un commento fuori luogo, una persona che si sente esclusa da un gruppo o distante dalla realtà per distrazione o preoccupazione.
È auspicabileche nessuno si senta mai avulso dal gruppo, né che perda un dente per imparare una nuova parola!
Per concludere, attenzione alla pronuncia: la parola è avùlso, con l’accento sulla seconda sillaba, non àvulso.
Ripetete dopo di me: avùlso, avùlsa.
E adesso vediamo un ripasso delle espressioni già imparate. Per non sentirsi avulsi dal gruppo, parecipate al ripasso.
Christophe: Ho letto con attenzione il documento. Il capo, a ragione, dice che l’ultimo paragrafo sembra avulso dal contesto generale del rapporto; poco ci manca – ah aggiunto – che trascendaproprio il tema principale.
Marcelo:Sfido io! Quell’introduzione di dati non richiesti, inserita deliberatamentelì, risulta così avulsa da rendere il documento discutibile.
Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Oggi parliamo dell’espressione “che io ricordi” e voglio dedicare questo episodio alla nostra Marguerite, che si trova in ospedale. Tanti auguri Marguerite! Sei sempre nei miei pensieri.
A proposito di ricordi, abbiamo trattato in passato “che io/tu sappia“, e per quanto io ricordi, non avevo accennato, in quella occasione, a questa modalità simile: “che io ricordi”, o “che tu ricordi” eccetera.
È simile perché inizia sempre con “che”, e si usa sempre il congiuntivo. Cambia solamente il verbo.
“Che io ricordi” è un’espressione simile a “che io sappia”, ma non proprio uguale, perché fa appello alla memoria personale e non alla conoscenza.
Quindi è simile anche a “per quanto ne so” ma in realtà possiamo sostituirla solamente con “secondo la mia memoria“, o, come ho fatto all’inizio, con “per quanto ricordi” e anche a “se la memoria non mi inganna“.
È utilizzata per introdurre un’affermazione basata sulla propria memoria, suggerendo che potrebbero esserci altre persone con ricordi diversi, o che la mia memoria si sbagli.
Potrebbe quindi darsi che io mi sbagli.
Quindi il significato è: “Per quanto io riesca a ricordare” oppure “a mia memoria“. Sì, si dice anche così: “a mia memoria“.
Si usa per dare un’opinione basata su ciò che una persona ricorda, ammettendo implicitamente che la propria memoria potrebbe non essere completa o accurata.
Esempio:
Che io ricordi, non siamo mai stati in quel ristorante, ma potrei sbagliarmi.
Analogamante a “che io sappia”, tutti gli italiani usano il congiuntivo in questo caso. È veramente raro incontrare “che io so” e “che io ricordo“.
Questo però accade solamente se la frase contiene un dubbio. Ecco, in questi casi, cioè quando esiste un dubbio, la frase non ha una premessa, ed inizia proprio così “che io ricordi“.
Se invece dico ad esempio:
Quella vicenda è la cosa più vecchia che io ricordo nella mia vita.
In questo secondo caso la frase non inizia con “che io ricordi”, ma il verbo ricordare si riferisce direttamente a un fatto preciso del passato.
Qui non c’è dubbio, non c’è incertezza: sto semplicemente raccontando qualcosa che effettivamente ricordo. In questi casi, l’uso dell’indicativo rafforza l’idea che non si abbiano dubbi. Non è obbligatorio, ma di sicuro nella realtà dei fatti si fa in questo modo.
Quindi, quando “che io ricordi” si trova all’inizio della frase, ha una sfumatura dubitativa, quasi come dire: “per quanto mi ricordi”, o “a memoria mia”.
Quando invece si trova all’interno di una frase più lunga, come “la cosa più vecchia che io ricordo”, il significato è letterale e il verbo si usa spesso all’indicativo, non al congiuntivo.
Facciamo qualche altro esempio:
Che io ricordi, Maria non è mai venuta a trovarci.
Cioè: forse sbaglio, ma non mi pare che sia mai successo.
Questo è un profumo che io ricordo fin da bambino.
Cioè: ne sono certo, fa parte dei miei ricordi d’infanzia.
Come vedete, basta una piccola variazione per cambiare il senso.
Un’ultima curiosità: a volte si sente dire anche “per quanto ne ricordi” (analogamente a “per quanto ne sappia”) ma questa forma è meno comune e un po’ più letteraria. Più formalmente si dice anche “salvo errore/i”. Un’ultima alternativa è “stando a quanto ricordo” o “stando alla mia memoria”.
Adesso, come facciamo sempre nella rubrica “due minuti con italiano semplicemente”, tocca al ripasso degli episodi precedenti. Cominciano a diventare parecchi questi episodi, e sapete che molto spesso capita che io stesso non ricordi di aver trattato un certo argomento. Meno male che c’è qualche membro dell’associazione che ha la memoria più lunga della mia. Adesso ripassiamo quindi qualche episodio passato, parlando di vacanze natalizie in Italia.
Marcelo: quest’anno vorrei concedermi una scorpacciata di paesaggi innevati in Trentino-Alto Adige.
Anne Marie: a me l’entitàdella spesa non spaventa. Piuttostomi manca la voglia!
Karin: Certo, un po’ il freddo dà fastidio anche a me, ma una buona voltadovrei smettere di rimandare e prenotare. La mia ritrosia mi blocca però.
Estelle: Io resto fedeleal Lazio, che saràpure poco appetibiled’inverno, anche perché il traffico è un delirioa Roma, ma la capitale resta teatrodi un’atmosfera natalizia ineguagliabile.
Christophe: Io, come al solito, metto sul piatto la Sicilia. La gente è affabilee molto più avvezzaall’ospitalità rispetto al nord.
Ciao a tutti, e benvenuti a un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.
Il 2 novembre è il giorno della Commemorazione dei defunti, una ricorrenza profondamente radicata nella cultura italiana, che segue la festa di Tutti i Santi del primo novembre di cui abbiamo parlato nel precedente episodio.
È un giorno di silenzio, questo, di riflessione e di memoria.
Le famiglie, almeno quelle più rispettose della tradizione, si recano al cimitero, portano fiori, accendono candele, e nel silenzio di questi luoghi può anche capitare di sentire… uno spiffero.
Sì, avete capito bene: uno spiffero.
Immaginiamo una giornata fredda di novembre.
In una piccola cappella di campagna, le candele tremano per un leggero spiffero che entra da una finestra socchiusa.
Il termine spiffero indica una piccola corrente d’aria che entra da una fessura o da una finestra non perfettamente chiusa.
È un’aria leggera, ma fastidiosa, soprattutto quando è fredda. Lo spiffero può provocare anche un leggero rumore.
Il bello infatti è che la parola “spiffero” sembra quasi imitare il suono del vento che entra: spiff… spiff…
È un termine onomatopeico, e già per questo molto espressivo.
Spesso si dice:
Chiudi quella finestra, passa uno spiffero tremendo!
È una frase tipicamente italiana, che in inverno si sente di frequente.
Ma in italiano, come spesso accade, da un significato concreto ne nasce uno figurato. Parlo del verbo spifferare.
Così, “spifferare” non vuol dire “lasciar entrare aria”, ma “lasciar uscire parole che dovevano restare dentro”.
Significa cioè, rivelare un segreto, magari involontariamente. Magari sottovoce, generando anche un suono simile al vero spiffero.
È un po’ come “rivelare” o “spiattellare“. Si usa in modo informale (non lo utilizzate in occasioni formali) per dire che qualcuno ha rivelato cose che dovevano rimanere segrete.
Giovanni organizza una festa di compleanno a sorpresa per la moglie, che però è stata avvisata da qualcuno.
Giovanni si arrabbia:
Chi ha spifferato la sorpresa?
Bene, ecco il momento in cui potremmo dire che qualcuno ha spifferato la notizia. Cioèha fatto uscire l’informazione prima del tempo, come uno spiraglio da cui passa l’aria. Bel verbo, vero?
Non so quanto siate aggiornati sul divertimento in Italia, ma il 30 ottobre, ogni anno, la città di Lucca, in Toscana, si trasforma in un universo fantastico.
Draghi, samurai, streghe, supereroi e maghi affollano le strade: è il Lucca Comics & Games, la più grande fiera italiana dedicata ai fumetti, ai videogiochi e al cosplay.
Il Lucca Comics & Games si svolge ogni anno tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, di solito intorno al ponte di Ognissanti (1º novembre).
In pratica inizia intorno al 29 o 30 ottobre e termina il 1º, 2 o 3 novembre, a seconda di come cadono i giorni della settimana.
E proprio qui, tra maschere e travestimenti, possiamo parlare di una parola interessante: sotterfugio.
Già, perché tra i visitatori, oltre ai veri appassionati, non mancano i furbetti che cercano qualche sotterfugio per evitare le lunghe file o per entrare senza biglietto.
C’è chi dice di “essere con l’organizzazione”, chi mostra il braccialetto dell’anno scorso, chi si infila nel gruppo di un amico con la speranza che nessuno controlli troppo.
Tutti questi sono piccoli sotterfugi.
Ma che cos’è, precisamente, un sotterfugio?
La parola viene dal latino subterfugium, formato da subter che significa “sotto”, e fugere, cioè “fuggire”.
Letteralmente sta per “fuggire sotto”, o meglio “scappare di nascosto”.
Oggi si usa per indicare un espediente nascosto, un trucco, un artifizio con cui si cerca di evitare un problema o un dovere, con un pizzico di furbizia. Non c’è una persona che scappa in realtà, che fugge, ma qualcuno che sfugge ad una regola, ad un dovere.
Per esempio, se un cosplayer si cambia costume e partecipa due volte allo stesso concorso fingendo di essere un’altra persona, ecco: quello è un sotterfugio!
Un cosplayer, per chiarezza, è una persona che interpreta un personaggio, di solito proveniente da fumetti, film, serie TV o videogiochi.
Oppure, se qualcuno dice “non ho sentito la guardia che mi chiedeva il biglietto”, è ancora un sotterfugio, un modo elegante per dire una bugia tattica.
Tra i sinonimi troviamo: espediente, stratagemma, trucco, scappatoia, artifizio.
Ma “sotterfugio” ha qualcosa di più: ci fa immaginare un’azione compiuta “sotto il tavolo”, di nascosto, senza farsi vedere. E infatti, si usa anche in contesti seri:
Il politico ha trovato un sotterfugio per evitare di rispondere alla domanda.
“Basta sotterfugi, serve chiarezza.
A Lucca, invece, i sotterfugi sono quasi parte del divertimento.
In fondo, una maschera serve proprio a nascondere qualcosa, no?
Insomma, la parola sotterfugio si usa quando qualcuno sfugge a un problema o a un obbligo in modo astuto ma non del tutto onesto.
È più forte di espediente e più “furtivo” di stratagemma.
Si usa spesso poi in senso figurato, anche in situazioni quotidiane:
Ha usato un sotterfugio per non pagare la multa.
Non cercare sotterfugi: ammetti l’errore.
Insomma, il sotterfugio è la via nascosta, il trucco “sottobanco”, il piano B che non si dice ad alta voce.
Era il 29 ottobre 1922. Quel giorno, l’Italia si trovò a una svolta storica: per molti era ormai certo che stava per iniziare ufficialmente l’Era fascista, il cui inizio ufficiale avverrà due giorni dopo, il 31 ottobre 1912, quando Benito Mussolini giurò come capo del governo. Altro che notte di Halloween!
Era esattamente l’indomani dell’inizio della marcia su Roma. Ne abbiamo parlato proprio ieri.
Un cambiamento che, per molti, arrivò come un fulmine a ciel sereno;per altri, come l’esito naturale di un lungo processo politico. Ma della portata della marcia su Roma e delle sue tragiche conseguenze se ne ebbe contezza solo qualche anno più tardi, in realtà.
Tra i corridoi di qualche ministero, potete, se volete, immaginare un funzionario che, con tono bonario, cercava di spiegare la novità ai colleghi:
D’ora in poi, signori, dovremo contare gli anni in modo diverso. Questo non è più l’anno 1922 ma siamo nell’anno I. Non preoccupatevi: non cambia la paga, solo la data!
Ecco, bonario è proprio questo: un atteggiamento mite, affabile, benevolo.
Attenzione perché non si usa normalmente “essere una persona bonaria”, ma parliamo del suo atteggiamento, del modo di fare di una persona. Può capitare comunque di dire che una persona è un tipo bonario o una tipa bonaria.
Una persona che fa qualcosa in modo bonario non si arrabbia facilmente, e se deve rimproverare qualcuno, lo fa con dolcezza, anche magari con un sorriso sulle labbra. Questa persona è pronta a considerare gli errori altrui con umanità e comprensione. Si usa proprio in queste occasioni l’aggettivo bonario, cioè nel descrivere il comportamento di una persona di fronte all’errore di un’altra.
Lo stesso funzionario di cui sopra, forse, rispondeva anche bonariamente a chi protestava:
Capisco, capisco, non è semplice… ma vedrete che ci farete l’abitudine alla nuova data, altrimenti dovrete abituarvi anche all’olio di ricino… O così o pomì, insomma, non si poteva scegliere diversamente.
“Bonariamente” è dunque l’avverbio. Possiamo dire “in modo bonario”, oppure “bonariamente”.
Se vogliamo, possiamo anche dire, a seconda della qualità che emerge maggiormente: con pazienza, con indulgenza, senza durezza.
Si può dire, per esempio:
Il professore mi ha corretto bonariamente.
Cioè senza rabbia, anzi, con spirito costruttivo.
Mia nonna, con tono bonario, mi ricordava di mettere il cappotto d’inverno.
Spesso l’atteggiamento bonario riesce dove la severità fallisce: perché disarma, avvicina. Sicuramente crea fiducia.
Dunque ricordiamolo:
Comportarsi in modo bonario non significa essere deboli, ma semplicemente forti nella calma, e agire bonariamente vuol dire far prevalere la comprensione sulla rigidità.
Sapete che esiste anche l’avviso bonario?
Questo però non preannuncia nulla di buono!
L’avviso bonario è infatti una comunicazione “gentile” del Fisco che invita il contribuente, cioè il cittadino italiano, a sanare errori senza sanzioni pesanti: un modo bonario, potremmo dire, di risolvere il problema.
È chiamato “bonario” proprio perché è un invito gentile nel senso che serve a dare la possibilità di rimediare spontaneamente prima che venga emesso un atto di accertamento vero e proprio, che comporterebbe sanzioni ben più pesanti.
Partiamo dal verbo levare, che significa togliere, ma in questo caso è simile anche sgomberare e persino a smontare, visto che parliamo di tende.
Per tende intendo quelle del campeggio, dove si può dormire, e non le tende della finestra, che si usano per la privacy o per riparare dal sole.
Un tempo, quando i soldati vivevano negli accampamenti, smontare la tenda significava prepararsi a partire. Era il segnale che la missione in quel luogo era finita. Oggi, nessuno vive più in tenda, o quasi, ma l’espressione è rimasta viva nel linguaggio quotidiano, anche se in senso figurato.
Ad esempio, siete a una festa noiosa, la musica è alta, la gente parla di calcio e voi non capite nulla.
A quel punto, qualcuno vi guarda e dice:
Io quasi quasi levo le tende, va’!
Vuol dire semplicemente: me ne vado, me ne torno a casa, me la squaglio.
Oppure, pensate a un coinquilino che non paga mai l’affitto. Il padrone di casa lo avvisa:
Se non paghi entro domani, ti tocca levare le tende.
In questo caso, “levare le tende” è un modo colorito ma chiaro per dire sloggiare, andarsene definitivamente, liberare il campo, sgommare, squagliarsela. La scelta dipende un po’ dall’occasione.
E poi ci sono i casi più ironici. Per esempio, quando un politico perde le elezioni:
Dopo la sconfitta, ha levato le tende e non si è più fatto vedere in televisione.
O quando un collega viene trasferito:
Ha levato le tende e si è spostato al nord, dicono per amore.
Persino in famiglia si usa. Se la suocera è in visita da una settimana e finalmente riparte, il genero può dire, magari sottovoce:
Era ora che levasse le tende!
Naturalmente, in tono scherzoso, o almeno si spera!
A volte, però, l’espressione può essere usata in senso poetico o malinconico:
Finita l’estate, i turisti levano le tende, e il paese torna silenzioso.
Insomma, “levare le tende” è un modo simpatico, a volte ironico, per dire che qualcuno se ne va, lascia un luogo, magari per chiudere una fase della sua vita.
Un consiglio: non usatelo in contesti troppo formali. Davanti a un direttore, meglio dire:
Mi congedo.
e non:
Levo le tende.
Adesso ripassiamo qualche espressione passata.
Marcelo: apro le danze io! Si dà il caso che oggi 31 ottobre si celebri Halloween, una festa di origine celtiche aquanto leggo sul web. Detto ciò, devo aggiungere che nel contesto del cristianessimo, si collega alla vigilia della festa di Ognissanti del 1º novembre!
Ci sarà qualcosa in comune? Che ne dite?
Estelle: Eh già, e pensare che da qualche anno a questa parte anche in Italia si festeggia alla grande! Dolcetti, travestimenti, zucche ovunque… insomma, una vera americanata, ma divertente.
Anne Marie: Oggi è stato un continuoandirivieni di bambini mascherati che bussano alle porte. Che bello!
Karin: Beh, di qui a poco arriverà pure Natale, e allora tra panettoni e luminarie, non ci sarà più tregua!
Julien: Io comunque resto un po’ scettico… più che altro perché mi sembra tutto molto commerciale, ecco.
Edita: In compenso, devo dire che certi trucchi e maschere sono squisitamente artistiche: c’è chi ha davvero stoffa!
Il 28 ottobre 1922 è una data chiave della storia italiana: la Marcia su Roma, grazie alla quale Benito Mussolini e il Partito Nazionale Fascista presero il potere qualche giorno più tardi.
Fu un momento altamente simbolico, perché segnò la fine dello Stato liberale e l’inizio della dittatura.
L’azione di Mussolini fu però altamente rischiosa, ma anche altamente calcolata, poiché puntava a ottenere il potere con la forza solo apparente.
Il nuovo regime si definì altamente patriottico e altamente organizzato, ma la realtà si rivelò altamente repressiva e altamente disumana, soprattutto con le leggi razziali.
L’avverbio “altamente”, oggetto dell’episodio odierno, serve proprio a dare forza a un giudizio o a un’emozione, amplificandone il significato.
Può essere usato in contesti formali (“un evento altamente significativo”) ma anche in espressioni colloquiali.
È dunque un modo più enfatico per dire “molto“.
Una delle modalità più comuni ma per niente professionale è “fregarsenealtamente”, che significa “non interessarsene per niente”, come in:
Mussolini se ne fregò altamente delle regole democratiche.
Qui “altamente” rafforza l’indifferenza, come a dire “in modo totale”, “senza il minimo scrupolo”.
Dà molta enfasi all’esclamazione. Può esprimere astio, rancore e persino disprezzo.
Si usa spesso nel linguaggio informale, ma è una eccezione rispetto agli usi descritti in precedenza, più adatti per un uso giornalistico o tecnico. Si trova spesso usato anche nei manuali di istruzioni dei dispositivi elettrici.
Qualche esempio preso dal web:
È altamente rischioso lasciare il dispositivo a portata dei bambini.
Educazione sessuale a scuola: vietarla è altamente pericoloso.
Anche se non richiesto, è altamente consigliato indossare scarpe chiuse.
Nei prossimi anni è altamente probabile che l’uomo metterà nuovamente piede sulla luna
L’acciaio è un materiale indispensabile, ma la sua produzione è altamente inquinante.
Mio marito accende la luce e la radio di prima mattina e se ne frega altamente se io sto dormendo.
Il 27 ottobre 1986 papa Giovanni Paolo II convocò ad Assisi i rappresentanti di circa sessanta religioni del mondo, tra cui il Dalai Lama, per una giornata di preghiera per la pace.
Fu un evento storico, simbolico che è passato alla storia come lo “Spirito di Assisi“.
Questo episodio mi è utile per spiegare il verbo intrigare. Non però perché è adatto però ma esattamente l’opposto. Questo mi aiuterà a spiegare espressioni come “mi intriga“.
Il verbo intrigare in origine significava “intrecciare trame”, “fare intrighi”.
L’uso più comune è figurato: qualcosa è intrigante quando stimola curiosità o attrazione, soprattutto quando c’è un pizzico di mistero.
Intrigante è chiaramente un aggettivo, simile a affascinante, curioso, ma anche misterioso.
Esempio:
Il modo in cui si guardano quei due è davvero intrigante.
Intrigare è dunque il verbo che significa più o meno suscitare interesse o attrazione.
Esempio:
Quella persona miintriga: non so spiegare perché.
“Mi intriga”, che il 23 aprile non abbiamo trattato, è molto simile a (è una forma colloquiale, beninteso) “mi incuriosisce, mi attira in qualche modo”.
Ora la domanda è: in quali contesti si può usare?
Ora, l’incontro di Assisi fu un evento storico nobile e spirituale, ma, diciamolo, non è il contesto più adatto per usare né “intrigante” né “mi intriga”.
Specie l’espressione “mi intriga” , (o ti intriga, eccetera) infatti, si usa più spesso in ambito personale o sentimentale, per descrivere situazioni o persone che suscitano attrazione, curiosità o fascino.
Meglio che faccia allora degli esempi tipici:
L’ho conosciuto ieri sera: ha qualcosa di intrigante. Mi intriga parecchio.
Non so se mi piace quella ragazza, ma mi intriga assai!
C’è un’atmosfera intrigante tra loro due…
In altri casi si possono usare anche in senso più neutro, ad esempio per un film, un mistero, un oggetto interessante che potrei acquistare o un’idea originale. Nel linguaggio comune c’è quasi sempre una sfumatura di seduzione o comunque di interesse personale, che aumenta quando si personalizza: “mi intriga”.
Al limite potrei anche dire che quell’incontro di Assisi è, secondo me, intrigante, nel senso che suscita una certa curiosità, ma è un modo che potrebbe essere definito alquanto laico e direi poco ortodosso da alcuni.
Infine una domanda: non vi intriga l’idea di far parte dell’associazione Italiano Semplicemente? Oltre a migliorare il vostro italiano, conoscerete molte persone con la stessa vostra passione e potrete, anzi potremo, visitare insieme l’Italia. Pensateci!
Per spiegare il verbo soffiare in tutti i suoi usi, partiamo dal 26 ottobre 1860, quando nei pressi di Teano, in Campania, è precisamente in provincia di Caserta, Giuseppe Garibaldi consegnò idealmente il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II, riconoscendolo come re d’Italia.
Questo fu un gesto simbolico, come se Garibaldi avesse “soffiato via” le ultime ceneri del vecchio potere borbonico, lasciando spazio a una nuova fiamma: quella dell’Unità d’Italia. L’Unità d’Italia infatti viene ufficialmente proclamata il 17 marzo 1861, quindi pochi mesi dopo l’Incontro di Teano.
Ma passiamo al verbo soffiare.
Nel suo uso più semplice, soffiare significa emettere aria dalla bocca o muoversi come il vento.
Esempio:
Il vento soffiava forte tra i vessilli dei garibaldini.
Garibaldi soffiò via la polvere dal suo cappello.
Ma come accade spesso in italiano, il verbo ha sviluppato molti usi figurati, vivaci e spesso ironici.
Soffiare qualcosa a qualcuno ad esempio vuol dire sottrarre o rubare questa cosa.
Tipo:
Marco mi ha soffiato l’idea del progetto.
Il difensore ha soffiato il pallone all’attaccante.
Giovanni ha soffiato la fidanzata a Giuseppe.
In tutti questi casi, si “porta via” qualcosa con astuzia o rapidità, potremmo dire come fa il vento.
Ci si può soffiare anche il naso. Soffiarsi il naso è un’operazione che si fa quando si ha il raffreddore. Serve un fazzoletto per soffiarsi il naso.
Poi c’è l’espressione “Soffiare sul fuoco” che ha un senso proprio e uno figurato.
Letteralmente significa emettere aria per ravvivare una fiamma.
Potrei dire ad esempio che Garibaldi, accampato con i suoi uomini, soffiava sul fuoco per riaccendere la brace.
Un gesto antico, concreto, che serve a riaccendere ciò che sta per spegnersi.
In senso figurato, invece, vuol dire alimentare un sentimento o una tensione, spesso negativa:
I giornali soffiavano sul fuoco dell’entusiasmo patriottico.
Con le sue parole ha soffiato sul fuoco della rabbia popolare.
Chi “soffia sul fuoco” non sempre vuole bruciare qualcosa: può incoraggiare o esasperare una situazione già accesa, proprio come il vento che fa divampare la fiamma.
Ricollegando il verbo all’evento di Teano, quel 26 ottobre 1860, Garibaldi “soffiò via” le ultime resistenze al nuovo regno, ma allo stesso tempo soffiò sul fuoco dell’unità nazionale, alimentando la passione e l’orgoglio di un popolo che si scopriva, per la prima volta, italiano.
Il 25 ottobre 1867 ebbe luogo a Roma, nel quartiere di Trastevere (per la precisione a via della Lungaretta 97), l’assalto al lanificio del patriota Giulio Ajani da parte delle truppe pontificie.
Perché?
Siamo ancora negli anni immediatamente precedenti alla presa di Roma del 1870.
L’Unità d’Italia era stata già compiuta qualche anno prima, nel 1861, ma la città simbolo, Roma, cioè la futura capitale, era ancora governata dal Papa.
Ebbene, quel giorno del 1867 all’interno del lanificio erano riuniti circa quaranta patrioti, compresi i coniugi Giuditta Tavani Arquati e Francesco Arquati e il loro figlio dodicenne Antonio, che preparavano un’insurrezione, una rivolta contro il dominio pontificio.
L’attacco e la repressione portarono alla morte di Giuditta, del marito e del figlio.
Prendo spunto da questo episodio storico per spiegare la parola preludio, come avevo promesso nell’ultimo episodio.
Quel raduno clandestino, quelle munizioni nascoste, l’attesa e la tensione che precedevano l’arrivo della forza armata, tutto questo fu un preludio allo scontro, cioè un momento preparatorio, carico di anticipazione, che indicava che qualcosa di decisivo stava per accadere.
Dunque il preludio indica qualsiasi evento o segnale che anticipa e prepara ciò che sta per accadere.
Il preludio introduce e prepara una azione maggiore, ma non è ancora l’azione stessa. Il preludio viene prima. Per questo motivo usiamo una parola che inizia con “pre”.
In narrativa o in un discorso, usare la parola preludio aiuta a costruire l’atmosfera, la tensione, l’aspettativa.
Il preludio può essere un suggerimento, un segnale, la “calma prima della tempesta”.
Vediamo altri esempi.
Quel vento caldo di scirocco era il preludio di un temporale improvviso.
Il loro primo sguardo fu il preludio di una storia d’amore intensa.
Il sogno inquieto di quella notte fu il preludio del dramma che stava per compiersi.
Il preludio è anche e soprattutto una introduzione strumentale. In pratica parliamo di un brano musicale che introduce un componimento musicale più importante.
Infatti Il termine deriva dal latino praeludium (da prae- “prima” + ludere “suonare, giocare”), e significava letteralmente “suonare prima”.
Da questo uso musicale, il significato si è poi esteso a tutto ciò che anticipa o prepara qualcosa di più importante. In genere si usa per una guerra, un temporale, un amore, una catastrofe, ma anche un discorso.
I più giovani non usano e probabilmente neanche conoscono questa parola. Preferiscono usare parole come inizio, anticipo, segnale.
Invece rimane vivo nel linguaggio musicale (es. Preludio in do maggiore di Bach), in quello giornalistico o politico (“Le dimissioni del ministro sono il preludio a una crisi di governo”), e anche nel linguaggio poetico o narrativo, dove dà un tono più solenne o raffinato.
Si può comunque usare anche nel linguaggio di tutti i giorni per alzare l’asticella nel registro linguistico.
Chi di voi, d’altronde, non ha mai dato un bacio che si è rivelato poi il preludio di una storia d’amore?
Il 24 ottobre 1922, a Napoli, migliaia di camicie nere si radunarono per un grande incontro. Non era comunque una sfilata di moda.
Le “camicie nere” erano i miliziani fascisti che sostennero Benito Mussolini negli anni Venti.
Il loro nome deriva dall’uniforme nera che indossavano. D’altronde dovevano far paura.
Sono nate come gruppi paramilitari e parteciparono a violenze e intimidazioni politiche contro gli oppositori del fascismo, contribuendo alla conquista del potere da parte di Mussolini con la Marcia su Roma del 1922.
Questo raduno del 24 ottobre era il preludio della Marcia su Roma, che sarebbe avvenuta pochi giorni dopo.
Preludio significa… vabbè ve lo spiego il prossimo episodio.
In quell’occasione, qualcuno, più prudente degli altri, potrebbe aver detto:
«Meglio non agire adesso, sarebbe prematuro».
Una parola, “prematuro”, che viene spesso usata proprio per indicare qualcosa che avviene prima del momento giusto, prima del tempo opportuno.
E infatti, il prefisso “pre” serve proprio a questo: a indicare anteriorità nel tempo.
Infatti “prevedere” significa vedere prima,
“preparare” è fare prima, un
“preavviso” è un avviso dato prima.
Allo stesso modo, “prematuro” deriva dal latino praematurus, cioè “maturo troppo presto”.
In senso figurato, si dice che una decisione è prematura quando viene presa senza che ci siano ancora le condizioni giuste. Insomma quando si pensa che non sia ancora il caso di prendere questa decisione. Magari domani o in futuro, quando le condizioni saranno più favorevoli.
Ad esempio:
«Parlare di vittoria del campionato adesso, che siamo a metà campionato, sarebbe prematuro.»
«Non possiamo festeggiare, è ancora prematuro trarre conclusioni.»
«Il suo entusiasmo è stato un po’ prematuro, visto che l’esame non l’ha ancora passato!»
Ma “prematuro” si usa anche in senso proprio, non solo figurato.
Si parla, per esempio, di parto prematuro o di bambino prematuro, cioè un bambino nato prima del tempo previsto, prima del normale compimento della gravidanza.
Un bambino prematuro richiede cure particolari proprio perché non è ancora completamente “maturo” dal punto di vista fisico.
Ecco quindi che, in ogni contesto, la parola “prematuro” mantiene sempre un’idea di anticipo e di incompletezza: qualcosa che arriva prima del dovuto, quando non è ancora il momento.
Anche la parola che abbiamo incontrato all’inizio: preludio, inizia con il prefisso -pre. Vabbè, domani ve la spiego.
Il 23 ottobre 1867, durante la battaglia di Mentana, i volontari garibaldini tentarono di conquistare Roma per completare l’unità d’Italia, ma furono sconfitti dalle truppe pontificie, sostenute dai francesi.
Si chiama battaglia di Mentana perché avvenne nei pressi dell’omonimo borgo vicino a Roma, lungo la via Nomentana, dove Garibaldi cercò invano di aprirsi la strada verso la capitale.
Era un tentativo prematuro, precedente alla celebre Brecciadi Porta Pia del 1870 (di cui abbiamo già parlato in altri episodi), che avrebbe poi segnato la fine del potere temporale dei papi. Anche del potere temporale abbiamo parlato.
Perché uso, apriamo una parentesi, questa forma verbale “che avrebbe poi segnato…”?
La frase significa:
“La Breccia di Porta Pia del 1870 che (in seguito, tre anni dopo) segnò la fine del potere temporale dei papi.”
Il condizionale passato (avrebbe segnato) crea un effetto di distanza temporale e di anticipazione, come se il narratore (cioè io, in questo caso) guardasse gli eventi da fuori, consapevole di ciò che accadrà in seguito. Io già so cosa accadde anni dopo. Per questo motivo e in queste occasioni si può utilizzare il condizionale passato. Volete altri esempi?
Beh, credevo non me li avreste chiesti, ma se insistete…
Se avessi saputo che vi sarebbe stato utile fare altri esempi, sono sicuro che ne avrei fatti a bizzeffe.
Chiudiamo la parentesi grammaticale e andiamo avanti.
Nonostante la disfatta, i garibaldini combatterono con accanimento, cioè con una tenacia ostinata e quasi disperata.
Allora parliamo del senso di “accanito”. È accanito chi mostra una passione o determinazione intensa e duratura. Si dice infatti, ad esempio, “fumatore accanito”, “accanito lettore”, “accanito tifoso”, “accanito lavoratore”, “accanito difensore della libertà”: l’aggettivo descrive un comportamento costante e perseverante, quasi mai violento, ma a volte eccessivo o ossessivo.
Il verbo accanirsi, invece, dà maggiormente il senso dell’origine: “diventare come un cane rabbioso”, cioè aggredire o insistere con furia. Oggi accanirsi si usa per indicare un atteggiamento ostinato o rabbioso: “si accanì contro il nemico”, “si accanisce a dimostrare di aver ragione”, “il destino si è accanito contro di lui” (sebbene il destino non abbia una sua volontà, si usa spesso), “si accanisce nello studio pur di superare l’esame”.
Abbiamo già trattato, se ricordate, il verbo infierire.
Bisogna dire che, nonostante a volte possa utilizzarsi uno al posto dell’altro, accanirsi è un po’ diverso da infierire, che indica crudeltà o ferocia verso chi è già in difficoltà: si può “infierire su un avversario sconfitto”, “infierire con le parole”, ma non certo dire “fumatore infierito”, perché fumare molto non è un atto di cattiveria, bensì di ostinazione. Quindi accanirsi sottolinea l’ostinazione, mentre infierire sottolinea la crudeltà.
Il 22 ottobre 1969 in Italia andò in onda la prima puntata di Rischiatutto, il celebre quiz televisivo condotto da Mike Bongiorno.
Un programma che fece la storia, e che possiamo sfruttare per parlare proprio di quell’uso della preposizione “per” in espressioni come “saperlo/darlo per certo” o “darlo per scontato”.
Immaginiamo Mike che, con il suo stile inconfondibile, chiede a un concorrente:
Signor Rossi, lei lo sa per certo?
Cioè: ne è sicuro? Ne ha la certezza assoluta?
Il “per” qui introduce il modo o la misura della conoscenza, come in “per davvero” , “per intero” , “per sbaglio” .
In altre parole, “sapere per certo” equivale a “sapere con certezza”.
“Per certo” viene quindi usato per esprimere un’affermazione con sicurezza, come sinonimo di “certamente“.
E quando Mike, davanti a una risposta sbagliata, commentava:
Eh, questa risposta l’ha data per scontata ma è sbagliata!
Intendeva dire che il concorrente ha creduto che fosse ovvia. Anche qui “per” esprime un rapporto di valutazione soggettiva: “ha preso qualcosa come scontato”, cioè “ha considerato per (come) vero o ovvio”.
Si usa spesso la frase “dare qualcosa per certo”, ad esempio: “te lo do per certo”. È un modo naturale in italiano parlato per dire
“ti assicuro che è vero”, “ne sono assolutamente sicuro”, “puoi fidarti di quello che ti dico”.
È una formula che combina due elementi:
“dare qualcosa per…” cioè considerare, ritenere, assumere come;
“per certo”, cioè con certezza, senza dubbio.
Ecco qualche esempio tipico:
Te lo do per certo: domani scioperano tutti.
Non lo so per sentito dire, te lo do per certo, lo so per certo.
Te lo do per certo, l’hanno già assunto.
In sostanza, “te lo do per certo” è come dire “ti garantisco che è così”, ma con un tono più spontaneo, colloquiale.
Attenzione adesso.
Anche in “dare per scontato” si usa il verbo dare, nello stesso senso di fornire una informazione, ma dare per scontato significa considerare ovvio, ritenere che non serva una conferma o spiegazione.
È una certezza presunta, spesso senza verificarla.
Esempi:
Ho dato per scontato che venissi anche tu! Invece non sei venuto.
Non dare mai per scontato l’affetto degli altri.
Qui “dare” ha il senso di accettare come vero o sicuro a priori, senza pensarci. In questi casi è molto più comune usare “per scontato”. Non sarebbe sbagliato usare “per certo” ma normalmente si preferisce “per scontato”.
In generale “dare per certo” esprime una certezza basata su fatti o una sicurezza personale. Si usa per rassicurare, per eliminare ogni dubbio.
Invece “dare per scontato” esprime una certezza presunta, senza verifica, spesso con leggerezza o disattenzione. Si preferisce usare per dare consigli, o per delegare ad altri una responsabilità.
Es:
Non devi dare per scontato che io capisca subito ciò che dici.
Davo per scontato che tu venissi al mio matrimonio. E invece…
Il 21 ottobre del 1972, era una notte tra sabato e domenica e l’Italia si svegliò con una certezza amara.
Sulle linee ferroviarie che portavano verso Reggio Calabria, diverse bombe sono esplose quasi simultaneamente.
Quelle linee erano percorse da treni carichi di operai e sindacalisti diretti a una grande manifestazione nazionale, organizzata per chiedere giustizia sociale e unità del Paese, dopo mesi di tensioni legate ai cosiddetti “fatti di Reggio”, nome attribuito a una sommossa popolare avvenuta a Reggio Calabria dal luglio del 1970 al febbraio del 1971, in seguito alla decisione di collocare il capoluogo di regione a Catanzaro. Infatti più d’una città aspirava a diventare capoluogo di regione.
Ebbene, fino a quel momento, qualcuno aveva ancora il dubbio, o la speranza, che gli scontri e i sabotaggi degli anni precedenti fossero terminati, o che fossero solo episodi isolati, espressioni marginali di un disagio locale.
Ma con quella notte, il quadro si fece chiaro.
Da quel giorno si assodò, cioè divenne certo, indiscutibile, che la tensione politica e sociale in Italia aveva raggiunto livelli pericolosi, e che dietro a certi episodi c’erano vere e proprie strategie di destabilizzazione.
Il verbo “assodare”, infatti, si usa proprio quando qualcosa, come un fatto, un’ipotesi, un sospetto, diventa certo, provato, confermato, cioè anche assodato.
Questo è un utilizzo figurato del verbo assodare, che significa, nel senso proprio, rendere sodo. C’è qualcosa che si compatta, che si indurisce, si solidifica.
Assodare le uova, ad esempio, significa farle cuocere in acqua bollente senza sgusciarle, senza togliere il guscio. Ci vogiono circa 7 minuti per renderle sode, cioè per assodarle.
In senso figurato parliamo invece di una verità che diventa provata, verificata, non più incerta.
Proprio come in quel 21 ottobre 1972, quando la realtà si mostrò di colpo sotto gli occhi di tutti.
Si può dire, ad esempio
È ormai assodato che dietro quegli attentati c’erano questioni politiche.
Con le indagini successive si assodò che non si trattava di semplici incidenti.
In entrambi i casi, ciò che prima era ipotetico diventa verità riconosciuta.
Fu così anche in molti altri campi:
nella scienza, per esempio, si assoda un principio solo dopo che è stato dimostrato;
nel diritto, si assodano i fatti quando sono sostenuti da prove certe;
nella vita quotidiana, diciamo che è assodato che il caffè del mattino ci aiuta a iniziare la giornata.
Attenzione però: “assodare” ha un tono formale.
Nel linguaggio comune si preferisce dire confermare, stabilire, verificare o rendere certo.
Ma quando si vuole dare forza e solennità all’idea di una verità finalmente chiara, assodare è il verbo giusto.
Dopo quella notte del 1972, in Italia fu chiaro, fu assodato, che la violenza politica non era più un’ombra lontana, ma una realtà presente, inquietante, concreta.
E da quel punto, la storia prese un’altra direzione.
Il 20 ottobre 1595 nasceva a Roma Virginio Cesarini, un nome di sicuro poco noto ai più, ma molto importante nella cultura del Seicento.
Fu poeta, scrittore e uomo di scienza, proprio come Galileo Galilei, che abbiamo anche citato in un divertente episodio dedicato ai cosiddetti “massimi sistemi“.
Cesarini fu uno dei primi membri dell’Accademia dei Lincei, quella stessa cerchia di intellettuali che difese proprio Galileo Galilei quando le sue idee cominciarono a suscitare sospetti e ostilità. Ricordate la storia della terra che gira attorno al sole?
Era un tempo in cui bastava poco per intaccare la reputazione di un uomo.
Una parola mal interpretata, un’opinione troppo libera, una lettera finita nelle mani sbagliate… e l’onore di un intellettuale poteva venire intaccato, cioè danneggiato, compromesso, minato.
Non parliamo di distruzione completa: intaccare non significa “distruggere”, ma “ferire leggermente”, “corrodere”, “scalfire”. Quest’ultimo è un’ottima alternativa a “intaccare”, e persino più forte come effetto espressivo, perché una scalfitura è meno evidente di una tacca.
Il senso di intaccare (e anche di scalfire) può essere sia fisico che figurato.
Il danno c’è, ma non è definitivo: resta la possibilità di recuperare, di riparare, di risanare. In senso figurato però si usa più spesso con la negazione: non intacca, non intaccare, eccetera. Lo stesso vale per scalfire.
Riguardo all’origine di “intaccare”, bisogna tener presente il senso della parola tacca.
Una tacca è un piccolo segno, incisione o taglio fatto su una superficie.
È una parola concreta, da cui deriva il verbo intaccare:
Esempi:
Ho fatto una tacca sul coltello per riconoscerlo.
Il mobile ha una tacca sul bordo.
Quindi in senso figurato possiamo dire che nel Seicento, una voce o una diceriapotevano intaccare l’onore di un uomo di scienza come Cesarini, anche se il suo valore intellettuale restava intatto.
Ah, forse a qualcuno sarà venuta in mente la “zonaCesarini“. No, quello è un altro Cesarini. Ne abbiamo parlato in un bell’episodio per spiegare l’espressione in questione.
Tornando al Cesarini del ‘500, non è l’unico caso in cui usare intaccare. Quello è stato solo un piccolo pretesto per parlarvi di questo verbo molto usato.
Oggi, nel linguaggio quotidiano, usiamo intaccare per parlare di qualcosa che subisce un danno parziale, oppure che non lo subisce:
La crisi ha intaccato i risparmi di molte famiglie.
Quel sospetto non ha intaccato la fiducia tra colleghi.
L’umidità ha intaccato il muro del salotto.
Ecco quindi che questo verbo unisce il mondo materiale a quello morale: possiamo intaccare un bilancio, una reputazione, una superficie, o persino una relazione d’amicizia.
Virginio Cesarini morì giovane, a soli 29 anni, ma la sua figura rimase un simbolo di lealtà e cultura.
La sua memoria, a differenza della sua salute, non fu mai davvero intaccata dal tempo.
Il 19 ottobre 1979 in Italia si tenne il primo sciopero dei controllori di volo, che portò alla crisi dell’ITAV (Istituto per l’assistenza ai voli) che poi è divenuto ENAV, che sta per Ente Nazionale per l’Assistenza al Volo, un’azienda italiana il cui compito principale è garantire la sicurezza e anche l’efficienza del traffico aereo in Italia.
Il compito dei controllori di volo è evitare che gli aerei si scontrino, che mantengano le distanze di sicurezza e quindi guidarli nei percorsi corretti. Senza controllori di volo, capite bene che non si può far funzionare un aeroporto.
Ora, immaginiamo che, durante quel giorno, così come accade anche oggi, alcune dichiarazioni pubbliche relative al lavoro dei controllori non siano state esattamente delle belle parole.
Quindi possiamo dire che queste dichiarazioni siano state giudicate da qualcuno “deprecabili”, cioè degne di biasimo (ci siamo già occupati del biasimo e del verbo biasimare, ricordate?) oggetto di forte condanna, perché magari intaccavano (questo verbo lo vediamo un’altra volta) il decoro istituzionale, offendendo l’opinione pubblica o minando la fiducia nel servizio.
Oggi ci occupiamo di deprecabile.
La parola deprecabile indica qualcosa che merita di essere deplorato, condannato, biasimato moralmente. Non è solo “sbagliato” (secondo chi parla) ma è qualcosa che suscita una certa disapprovazione morale.
È un comportamento deprecabile, ad esempio, quello di diffondere deliberatamente notizie false su un ente pubblico, danneggiandone l’immagine.
È deprecabile anche che un dirigente si appropri indebitamente di fondi dell’ente che amministra. Una vera vergogna in questo caso. A volte deprecabile non è così forte.
È deprecabile che, in una discussione, si facciano insulti gratuiti contro persone che non hanno violato nulla. Anche l’aggettivo gratuito è stato oggetto di un episodio passato. Così come deliberatamente e anche indebitamente.
Quello di oggi è anche un episodio di ripasso.
In genere deprecabile si usa per atti gravi dal punto di vista etico o morale, non per errori banali (in quel caso diremmo “sbagliato”, “inopportuno”, “fuori luogo“.
Esempi:
In ambito sportivo: un comportamento antisportivo come insultare l’arbitro o gli avversari può essere definito deprecabile.
In ambito politico è deprecabile che un parlamentare si permetta di offendere deliberatamente colleghi senza motivo.
In letteratura o nell’arte: se un critico fa commenti gratuiti, offensivi o irrispettosi verso l’opera altrui, possiamo dire che quei commenti sono deprecabili.
Certo, è un aggettivo un po’ formale, non si usa in famiglia ma perlopiù (cioè soprattutto) per fare dichiarazioni pubbliche.
A seconda del contesto si possono usare sinonimi più o meno forti:
Biasimevole
Condannabile
Riprovevole
Disdicevole
Ripugnante (più forte)
Vergognoso (ancora più forte, emotivo)
Deprecabile, come avrete immaginato) significa che si può deprecare, che è un verbo che esiste, ma è poco usato. Significa esprimere disappunto, deplorare.
È un verbo formale, letterario: “deprecò pubblicamente le violenze”, “deprecare le azioni ingiuste”, eccetera.
Più frequentemente si preferisce usare verbi come “condannare”, “biasimare”, “deplorare”.
Il 18 ottobre 1912, nella tranquilla città svizzera di Losanna, precisamente nel quartiere di Ouchy, l’Italia e l’Impero Ottomano firmarono un trattato che avrebbe messo fine alla guerra italo-turca.
Era una guerra iniziata un anno prima, nel 1911, quando l’Italia, desiderosa di espandersi come le altre potenze europee, aveva deciso di conquistare la Libia, che allora faceva parte dell’Impero Ottomano.
Sul piano militare, l’Italia vinse sì la guerra, ma non fu una vittoria semplice e senza effetti collaterali.
Costò molti soldi, molte vite umane e lasciò, diciamo così, un sapore amaro in bocca.
Il trattato, infatti, riconosceva all’Italia il controllo di alcuni territori che più tardi sarebbero diventate la Libia. Però formalmente la sovranità restava ottomana.
Insomma, una pace un po’ strana, che lasciò insoddisfatti molti.
E fu proprio allora che iniziarono i mugugni. È questa la parola del giorno.
Sì, perché gli italiani non protestarono apertamente: non ci furono rivolte, né grandi manifestazioni, ma si sentivano, ovunque, dei borbottii, delle critiche a bassa voce, come un ronzio di sottofondo.
Si diceva: «Abbiamo speso tanto per una guerra che non ci ha dato nulla di certo!»
oppure: «È questa la nostra grande vittoria?»
Ecco, questi borbottii, questi brontolii, queste lamentele sommesse, si chiamano anche così: mugugni.
Il verbo corrispondente è mugugnare.
Chi mugugna non urla, non si ribella, ma non è contento.
È quella tipica reazione italiana, soprattutto ligure (infatti deriva dal genovese “mugugnu”) direbbero alcuni, fatta di sospiri, smorfie e piccoli commenti ironici.
Si può mugugnare al lavoro, quando arriva una nuova regola che non piace, ma non si ha voglia di discutere.
Si può mugugnare in famiglia, quando si accetta una decisione ma con un po’ di malumore. Simile è, lo avete capito, borbottare, ma il mugugno è più silenzioso, spesso poi si usa in senso figurato.
Si può mugugnare anche tra amici: «Andiamo al mare?» — «Sì, vabbè, ma c’è troppa gente… uffa, non mi va tanto». Ecco un bel mugugno estivo.
Nel 1912, dunque, l’Italia intera mugugnava: non abbastanza soddisfatta per esultare, ma troppo stanca per protestare davvero.
Una pace accolta con silenzio, con malumore, con mugugni,appunto.
Quindi quando qualcuno si lamenta sottovoce, senza alzare la voce, possiamo dire che sta mugugnando.
Mugugno, al singolare, capita di incotrarlo, ma è un termine che si usa normalmente al plurale.
Due esempi:
Durante la riunione di condominio si sentivano solo mugugni e sguardi scettici: nessuno voleva pagare di più, ma neppure dire apertamente che non era giusto.
Luca mugugnava tra sé ogni volta che il capo gli chiedeva di restare oltre l’orario per fare un po’ di straordinario. Luca non protestava, ma il fastidio si capiva benissimo.
Il 17 ottobre del 1797, in un piccolo paese del Friuli chiamato Campoformio, oggi Campoformido, veniva firmato un trattato che avrebbe cambiato la storia d’Italia.
Il Trattato di Campoformio, infatti, segnò la fine della Repubblica di Venezia e la nascita della Repubblica Cisalpina, aprendo la strada, seppur indirettamente, all’idea di un’Italia unita.
Ma oggi non vogliamo parlare di politica o di Napoleone.
Partendo proprio da quel giorno, parleremo invece della parola volume, che, curiosamente, si presta benissimo a più interpretazioni… proprio come un trattato pieno di clausole e articoli!
Immaginate la sala dove Napoleone e i diplomatici austriaci si riunirono per firmare.
Un grande salone, il soffitto alto, le pareti che risuonano di voci e di passi. Quel salone aveva un grande volume: cioè molto spazio interno, tanta aria dentro.
In geometria, il volume è proprio la misura dello spazio tridimensionale occupato da un corpo o contenuto in un ambiente.
È ciò che si calcola in metri cubi.
Per esempio:
Questa stanza ha un volume di 60 metri cubi.
Il volume di un parallelepipedo come si calcola?
Il volume del tuo portabagagli quanto misura?
E se parliamo di costruzioni, il sinonimo più usato è cubatura.
Ma anche un trattato internazionale, in un certo senso, ha un suo volume.
Non parliamo più di spazio, ma di quantità di affari, di transazioni.
Così nasce l’espressione volume d’affari: cioè l’ammontare delle operazioni economiche di un’impresa.
Possiamo dire:
Il volume d’affari dell’azienda è aumentato del 10%”
I sinonimi più usati in questo caso sono fatturato e giro d’affari.
È un indicatore chiave per valutare la dimensione di un’azienda.
Torniamo per un attimo in quella sala di Campoformio.
Immaginate le voci dei diplomatici.
Se qualcuno non si fa sentire, che fa? Può alzare il volume della voce.
Ecco un altro significato: volume come intensità del suono.
Nella vita di tutti i giorni lo usiamo sempre:
Puoi abbassare il volume della TV?
Alza un po’ il volume della musica, non si sente nulla!
In questo caso il volume non ha nulla a che vedere con lo spazio o con i soldi:
riguarda quanto forte o piano è un suono.
Ma “volume” si usa anche in un modo più… estetico.
Avete presente le dame del Settecento, con le parrucche altissime e gonfie?
Ecco, loro avevano capelli voluminosi.
Il volume qui è la pienezza, la densità, la quantità apparente di qualcosa: più volume hai nei capelli, più sembrano folti.
Oggi diremmo:
Questo shampoo dà volume ai capelli.
Mi piacciono le acconciature voluminose.
Sinonimi? Pienezza, corposità, spessore.
E infine, non dimentichiamoci che “volume” può anche essere… un libro.
Il trattato stesso di Campoformio, rilegato e firmato, poteva essere definito un “volume”.
In editoria, infatti, un volume è un tomo, una pubblicazione rilegata che fa parte di una collana o di un’opera più ampia.
Ho comprato il primo volume dell’Enciclopedia Italiana.
Quel trattato è un volume importante nella storia europea.
Sinonimi: libro, tomo.
E anche in senso figurato
Per estensione, “volume” può indicare una grande quantità di qualcosa:
Partiamo dal senso proprio.
Quando ci si fa la barba, noi maschietti, possiamo decidere come passare il rasoio. In quale verso intendo.
Sapete bene che il pelo cresce in una direzione precisa.
Cambia un po’ da persona a persona direi.
Radersi “a pelo” significa passare il rasoio nel verso del pelo, cioè nella stessa direzione in cui crescono i peli. È un modo più delicato e meno irritante per la pelle.
Radersi “a contropelo”, invece, vuol dire passare il rasoio in direzione opposta alla crescita del pelo.
Bisogna andare “contro” la direzione del pelo.
Il risultato è una rasatura più profonda, ma anche più aggressiva. Potrebbe generare irritazioni ed anche piccole ferite se non si sta attenti.
Da questa immagine concreta nasce il senso figurato dell’espressione.
Dire che si fa pelo e contropelo a una persona (o anche a una azienda o organizzazione) significa analizzarla o anche interrogarla a fondo, in tutti i dettagli, senza lasciar correre nulla.
Si può usare, ad esempio, per dire che un giornalista ha messo qualcuno “sotto torchio” , gli ha fatto mille domande, oppure che un investigatore ha esaminato un caso minuziosamente, da ogni angolazione.
Ad esempio:
Il revisore ha passato i conti dell’azienda. Gli ha fatto pelo e contropelo.
L’intervistatore ha fatto pelo e contropelo al politico su tutte le questioni più scomode.
Non è mai molto piacevole quando qualcuno ti fa pelo e contropelo. Proprio come può essere una rasatura a fondo. Può irritare, infastidire, indispettire, far arrabbiare.
In definitiva, usare questa espressione informale vuol dire non accontentarsi della superficie, ma andare a fondo, anche a costo di dare un po’ fastidio.
Adesso spero non vi irritiate se vi chiedo, cari membri, di fare un bel ripasso coi fiocchi.
Julien: Un ripasso vuoi? Reduceda una notte in bianco, non me la sento proprio. Sai che c’è? Adesso mi metto su una sdraio e schiaccio un pisolino pomeridiano. Spero che questo rifiuto non ti faccia prendere i 5 minuti.
Estelle: Non è questione di pudicizia, ma non faccio ripassi da illo tempore. Per mancanza di allenamento temo di cacciarmi inun ginepraio e non vorrei scaderenella vostra stima.
Marcelo: Invece io, dopo la mia passeggiata e l’allenamento in palestra sono completamente Kappaò! Nonostante questo, la sfida di fare un ripasso è sempre un invito da non sprecare, e mi destala voglia di fare del mio meglio. E fu così che, via via, il ripasso prese forma! Visto? Detto ciò, vi saluto con un buffettovirtuale!
Un episodio storico italiano avvenuto il 16 ottobre, oltre al mio matrimonio (che è storico ma solo per me e mia moglie), è il rastrellamento del ghetto di Roma (16 ottobre 1943). Episodio di tutt’altro tipo, tra l’altro.
Truppe tedesche, con la collaborazione del regime fascista, arrestarono e deportarono oltre mille ebrei della comunità romana verso i campi di sterminio.
Questo evento può servire da «esempio-emblema» per comprendere il senso dell’espressione “esacerbare gli animi”.
In quel contesto, politiche razziste, propaganda e retoricadell’odio non solo alimentarono la paura e la violenza, ma esasperarono le tensioni nella società, contribuendo a una radicalizzazione che degenerò in deportazioni e atrocità. Tremendo.
Ma cosa significa “esacerbare gli animi”? Non avrei trovato alcun modo di spiegarlo partendo dal mio matrimonio, mentre l’episodio del 1943 si presta bene.
Letteralmente, il verbo esacerbare significa rendere qualcosa più acuto, più aspro, dunque simile a peggiorare, in questo caso, “gli animi”, ovvero i sentimenti, le emozioni delle persone. Si dice sempre al plurale: animi, perché ci devono essere due persone o due gruppi per poter usare questa espressione. L’espressione ha qualche affinità con “mettere zizzania” ma la differenza principale è che la zizzania viene messa dall’esterno, cioè ci vuole una terza persona che mette zizzania tra due persone o due gruppi di persone.
Usare “esacerbare gli animi” significa provocare un’escalation emotiva: accrescere rancore, rabbia, tensioni, astio, provocando reazioni più dure, polarizzazione, contrasti accesi.
Se la seconda guerra mondiale non vi piace, nessun problema perché gli animi possono essere esacerbati anche in contesti quotidiani. Non ci vuole poi molto a farlo.
In politica, un oratore che usa frasi estremiste o toni incendiari può esacerbare glianimi degli elettori, creando divisioni più profonde tra le fazioni.
In un gruppo di lavoro, se qualcuno critica pubblicamente in modo aggressivo un collega, può esacerbare gli animi nella squadra, provocando rancori, risentimenti e conflitti.
In ambito sociale, posso dire che dopo un incidente tra comunità diverse, dichiarazioni stereotipate o provocatorie dei media possono esacerbare gli animi della popolazione, intensificando la paura e la diffidenza reciproca. Sicuramente si dovrebbe cercare di placare gli animi, non esacerbarli.
Se non vi piace l’espressione, magari avete paura di non pronunciare bene il verbo esacerbare, potete usare anche “aggravare la situazione“, “esasperare la situazione“, “intensificare i conflitti” , “fomentare le parti“, “alimentare i conflitti” , “radicalizzare le tensioni“.
Verbi invece che esprimono un senso contrario sono: placare, calmare, mitigare, distendere, sedare, sempre seguiti da “gli animi”.
Ad esempio, possiamo dire:
Le autorità hanno cercato di placare gli animi convocando un incontro pubblico.
Oppure:
La retorica aggressiva ha aggravato il conflitto tra le parti. Esacerbare gli animi non è mai una buona idea.
Quando due fratelli litigano è buona norma da parte dei genitori non esacerbare mai gli animi ma cercare di placarli.
Attenzione infine agli “animi”. C’è differenza tra animi e anime. Le anime al massimo si salvano o si perdono.
Ecco come potremmo spiegare il significato e l’uso dell’espressione “di turno”, prendendo spunto da un riferimento storico italiano.
Il 15 ottobre 1822, il re di Sardegna Carlo Felice di Savoia istituì l’Amministrazione forestale, destinata alla custodia e alla tutela dei boschi, che poi divenne il Corpo Forestale dello Stato.
Il Corpo Forestale dello Stato è un’istituzione tipicamente italiana.
Dunque il protagonista di turno oggi è il Corpo Forestale dello stato, cioè un corpo speciale delle forze dell’ordine dedicato alla tutela dell’ambiente, delle foreste e della fauna.
In molti Paesi non esiste un corpo analogo: spesso le stesse funzioni vengono svolte dalla polizia ambientale, o da enti locali. In Italia, invece, per oltre 150 anni, i “forestali” sono stati gli agenti che proteggevano il patrimonio naturale nazionale.
Ad ogni modo il Corpo Forestale dello Stato, come corpo autonomo, non esiste più dal 1º gennaio 2017.
In quella data è stato assorbito dai Carabinieri, per ridurre la frammentazione e i costi.
Ma cosa c’entra tutto questo col turno?
Semplicemente possiamo dire che il corpo forestale dello stato è il protagonista di turno della rubrica “Accadde il”.
L’idea è che la parola “turno” introduce una sorta di rotazione o successione: oggi “tocca” a lui, domani toccherà ad altri.
L’espressione di turno si usa per indicare “quello che è designato per quel momento”, “quello a cui tocca in quel momento”. Implica un senso di rotazione, alternanza, o semplice ruolo assegnato per un’istanza particolare.
“Sono di turno”: io sono quello che oggi ha il compito assegnato (ad esempio al lavoro, in un ufficio, in un negozio).
Evidentemente è stata stabilita una turnazione tra diversi lavoratori c’è chi è di turno la mattina, chi il pomeriggio o chi fa il turno di notte. Vengono detti turnisti coloro che lavorano con i turni.
Un “turnista” è una persona che lavora quindi secondo un’organizzazione del lavoro a turni, alternandosi con altri dipendenti per coprire un orario che supera le normali 8 ore giornaliere, come nelle aziende che operano 24 ore al giorno.
Es: Chi è di turno domattina alla reception?”
La locuzione “di turno” si usa comunque anche in senso più ampio. Quando non si tratta di lavoro, normalmente parliamo del caso e di un qualche tipo di alternanza, quando c’è qualcosa di ciclico diverso dal turno lavorativo.
Es: parlando del lotto, ogni settimana ci sono vincitori. Sui vincitori dell’ultima lotteria, potrei dire:
“chi sono i fortunati di turno?”: parliamo di chi quel giorno ha vinto al gioco del lotto. “Di turno” perché il gioco del lotto si ripete continuamente tutte le settimane.
Se invece capita un evento negativo ma ripetitivo e qualcuno, per caso, ne subisce le conseguenze, potrei parlare del “malcapitato di turno”: chi quel giorno subisce una sventura.
Ad esempio, se il capo in ufficio è sempre molto nervoso e ogni giorno tratta male i suoi colleghi di lavoro, chissà a chi toccherà oggi, cioè chissà chi sarà il malcapitato di turno. È un evento ripetitivo e anche il caso gioca un ruolo importante. Non si sa chi sarà il malcapitato di turno, o il fortunato di turno nel caso della lotteria.
Se invece tutti i giorni ospito una persona a casa mia, abbiamo “l’ospite di turno”: chi ospitiamo oggi, chi è “in programma” oggi. Stavolta c’è magari un programma, ma non è detto. Può anche essere casuale, come nel caso del malcapitato di turno.
Oggi vi parlo di un personaggio italiano nato il 14 ottobre 1921 Luciano Lama.
Lama era un sindacalista e politico, segretario generale della CGIL per moltissimi anni (dal 1970 al 1986), noto per i suoi discorsi pubblici forti ma equilibrati, che raramente “scadevano” in insulti, volgarità o banalità.
Quest’ultima frase mi offre l’occasione per spiegare un uso particolare del verbo scadere.
Dire che “un discorso sta scadendo” significa che un momento prima era autorevole o rispettabile — come spesso lo erano i dibattiti di Lama, e poi inizia a degenerare, magari diventando eccessivo, indistinto, sguaiato o vuoto di argomenti.
Questo uso probabilmente risulterà un po’ insolito per i non madrelingua, che normalmente usano scadere solamente per indicare la data di scadenza dei prodotti, come ad esempio i prodotti alimentari. È la data consigliata da chi produce il prodotto, che indica il giorno oltre il quale si consiglia di non consumare più quel prodotto perché, appunto, è scaduto.
Oggi però parliamo di scadere in un altro senso, sempre legato al peggioramento di qualcosa comunque. In particolare parliamo di scadere in qualcosa. L’uso della preposizione in suggerisce una trasformazione. Infatti scadere in qualcosa è simile a trasformarsi in qualcosa.
Parliamo però di una trasformazione in qualcosa di negativo, una trasformazione peggiorativa, per questo motivo usiamo il verbo scadere seguito dalla preposizione “in”.
“Scadere” quindi nel senso piu ampio di “peggiorare / degenerare / perdere qualità”.
Più precisamente “scadere” nel senso di “essere sul punto di superare un limite / un confine negativo”
Infatti per usare scadere nel senso di perdere qualità, posso anche non usare la preposizione “in”.
Esempi:
“La qualità del servizio sta scadendo”.
Indica che il servizio peggiora nel tempo.
Però posso anche indicare il confine negativo. Se infatti dico:
“La nostra conversazione sta scadendo”.
Non uso la preposizione in.
Significa che la conversazione si sta deteriorando, sta perdendo spessore, magari – attenzione – sta degenerando in banalità o monotonia.
Vedete che ho utilizzato la preposizione “in”: sta scadendo o sta degenerando in banalità o monotonia. Sto quindi indicando con precisione i termini della trasformazione.
Sta scadendo in cosa? Sta scadendo in banalità.
Sct degenerando in cosa? Sta degenerando in monotonia.
Cioè sta diventando banale, si sta trasformando in qualcosa di banale o monotono.
Un’altra precisazione.
Usare “scadere” in questo senso è un modo raffinato e quasi elegante per esprimere una trasformazione in qualcosa di negativo, una sorta di decadimento progressivo, spesso morale o qualitativo, che avviene senza brusche rotture ma con una lenta perdita di equilibrio, misura o valore, mostrando in definitiva la pochezza (episodio del 7 giugno) di certi ragionamenti.
Quando diciamo:
“La conversazione sta scadendo”,
non intendiamo che sia improvvisamente diventata pessima, ma che sta lentamente perdendo tono, serietà o anche profondità.
Si potrebbe usare “peggiorare” o “diventare volgare“. Questa però è una modalità più sfumata e colta che non fa male imparare ad utilizzare.
Nel 1978, tra il 10 e il 13 ottobre, a Ferrara, si tenne un simposio dal titolo un po’ enigmatico: “La vitalità delle compagini storiche”.
Ferrara, per chi non la conoscesse, si trova nel nord Italia, in Emilia-Romagna, tra Bologna e il delta del Po, non lontano dal mare Adriatico.
In questo simposio, si trattava di un momento per fare il punto della situazione sul rapporto fra città e campagna, sul loro equilibrio e su come le scelte umane potessero – o dovessero – rispettare certi ritmi naturali.
Era un periodo in cui si cominciava a riflettere seriamente sull’urbanizzazione, sul consumo del suolo e anche sulla necessità di lasciare alla terra il tempo di respirare. Si potrebbe dire che quel convegno fu, de facto, un precursore dei moderni dibattiti ecologici.
E qui colgo l’occasione per far entrare in gioco la nostra espressione di oggi: “non si muove foglia che Dio non voglia” alla quale abbiamo accennato in un recente episodio.
Un modo di dire antichissimo, che troviamo già nella tradizione contadina italiana, e che significa, letteralmente, che niente accade se non è nella volontà di Dio. Il movimento della foglia rappresenta la cosa più piccola e insignificante.
Ebbene, neanche questa piccola cosa può accadere se Dio non vuole. Questo il senso.
Durante quel palinsestodi incontri ferraresi, qualcuno avrebbe potuto farsi interprete di questa filosofia naturale, sottolineando come la natura, in fondo, si regoli da sé.
Non si muove foglia – diremmo oggi – che l’equilibrio naturale non voglia.
Le stagioni, le piene dei fiumi, la crescita dei raccolti: tutto segue un ordine più grande, un pilastroinvisibile dell’universo, che l’uomo può osservare o ignorare, ma non stravolgere senza pagarne le conseguenze. Oggi ce ne accorgiamo più che mai, dopo decenni in cui ci siamo comportati come se non ci fosse un domani.
Nel linguaggio comune, però, l’espressione si è spostata su altri terreni, assumendo talvolta un tono ironico.
Se, per esempio, in un’azienda tutti fanno solo ciò che decide il capo, qualcuno potrebbe dire:
Qui non si muove foglia che il direttore non voglia.
Un modo per indicare che nessuno osa prendere in mano le redini o fare un passo senza l’approvazione di chi comanda.
Oppure, parlando di politica o di potere:
Non si muove foglia che il partito non voglia.
In questo caso, la “divinità” è sostituita da un’autorità terrena, davanti alla quale molti preferiscono farsi piccoli piccoli, magari per non cadere in disgrazia.
Ma prima dei membri, si faceva nell’antica Grecia. Il simposio era infatti un banchetto conviviale, in cui filosofi, poeti e politici discutevano di temi elevati – l’amore, la virtù, la giustizia.
Il più famoso simposio resta quello di Platone, dove ciascun partecipante espone il proprio pensiero sull’amore (éros).
Col passare dei secoli, il termine ha mantenuto un’aura di serietà e autorevolezza, ma oggi si usa per indicare un convegno scientifico o culturale, dove studiosi e ricercatori si confrontano e, in certi casi, riescono persinoa non scadere in una pantomimaaccademica.
Il 9 ottobre 2021, a Roma, ci fu un episodio piuttosto acceso: l’assalto alla sede della CGIL (la maggiore organizzazione sindacale per il diritto dei lavoratori) da parte di alcuni manifestanti contrari al Green Pass. I famosi no-vax.
Eravamo in piena era Covid, ricordate?
Ora, tranquilli: non voglio parlare di politica e tantomeno di virus, ma di lingua italiana.
Perché tra la folla di quel giorno c’era sicuramente qualche malcapitato.
Chi è un malcapitato?
Chi sono i malcapitati. Beh, intanto si scrive in una sola parola, anche se è l’unione delle parole “mal” e “capitato”.
Il malcapitato è una persona che capita – ahimè – nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
Quando poteva capitare un altro, è capitato proprio lui o lei, la malcapitata.
Il malcapitato, infatti, non ha colpe: è solo la vittima del caso.
Immaginate un passante qualunque, magari un povero turista tedesco in vacanza a Roma.
Magari stava fotografando una bella scritta “CGIL” pensando fosse un monumento… e zac! Si ritrova in mezzo ai manifestanti, ai giornalisti, e magari finisce pure in TV, accusato di essere uno dei capi.
Ecco, quello è un malcapitato.
Un altro esempio più comune:
«Il professore se la prese col malcapitato studente».
Cosa significa? Che il povero studente, senza sapere perché, finisce nel mirino del professore.
Forse ha sbadigliato, forse era semplicemente il primo della fila.
Insomma, la sfortuna ha voluto che toccasse proprio a lui.
Il bello è che il malcapitato non fa nulla per meritarselo.
È il destino, o meglio, il caso, a decidere.
È capitato male, appunto.
I sinonimi?
Puoi dire sventurato, disgraziato, sfortunato.
Ma “malcapitato” è più delicato, meno drammatico.
Un disgraziato può essere anche una brutta persona, mentre un malcapitato è quasi sempre una vittima innocente.
Il contrario, naturalmente, è un fortunato. Non esiste infatti la parola “bencapitato”.
Quello che si trova al posto giusto nel momento giusto.
Insomma: il malcapitato e il fortunato sono due facce della stessa medaglia, due modi diversi di “capitare”.
E chissà, forse anche quel 9 ottobre Dario Fo, se fosse stato vivo, ci avrebbe scritto sopra una bella commedia, piena di equivoci e malintesi.
Perché, in fondo, il “malcapitato” è un personaggio tipico della vita e del teatro: quello che paga per tutti, senza aver fatto niente.
Per la cronaca,Dario Fo è stato insignito del premio nobel per la letteratura nell’anno 1997, sempre il 9 ottobre.
L’8 ottobre 1881 nasceva VincenzoPeruggia, un uomo che passò alla storia per aver portato via dal Louvre nientemeno che la Gioconda.
Ricordate vero?
Ne abbiamo già parlato in questa rubrica.
Un gesto, questo, che fece scalpore in tutta Europa — potremmo dire eclatante, addirittura — ma che oggi ci serve solo come punto di partenza per parlare di un’espressione curiosa: fare qualcosa a comando.
Questa locuzione si usa quando qualcuno compie un’azione non per iniziativa personale, ma perché gli è stato ordinato o chiesto da qualcun altro.
In altre parole, agisce solo quando riceve un ordine, un segnale o una richiesta esplicita.
È un po’ come dire che non si muove foglia se non c’è un comando dall’alto.
(Non sapete che significa “non si muove foglia”? Nessun problema: ce ne occuperemo abreve!)
Dunque, se immaginiamo che Peruggia (che si scrive come la città umbra Perugia, ma con una erre in più) avesse rubato la Gioconda perché qualcuno glielo avesse ordinato — magari un committente nascosto, un collezionista aumm aumm, uno di quelli che amano l’arte più della legge — allora potremmo dire che lo fece a comando.
Ma se lo fece di sua spontanea volontà, allora no: in quel caso agì per conto proprio, seguendo un impulso indomito, senza che nessuno lo spingesse o lo guidasse.
Nel linguaggio comune, dire che una persona “fa qualcosa a comando” può avere varie sfumature. Può significare che è pronta, reattiva, obbediente: il cane che “si siede a comando”, l’allievo che risponde subito quando il maestro lo chiama, il dipendente che esegue un compito appena il capo glielo assegna.
Ma può anche avere un tono più critico o ironico: si usa per chi si fossilizza nel ruolo di esecutore, che non fa nulla di sua iniziativa, che si muove solo quando gli altri glielo dicono.
In casi estremi, potremmo definirlo un atteggiamento servile — e non semplicemente servizievole, come direbbe qualcuno più indulgente, nel tentativo di edulcorare un comportamento.
Insomma, “fare qualcosa a comando” è un po’ come “fare qualcosa su ordine”, “su richiesta” o anche “a richiesta”, così usiamo la stessa preposizione.
La differenza è che “acomando” suggerisce una risposta immediata, quasi automatica: qualcuno parla, e tu agisci, senza battere ciglio. Una richiesta è ben diversa da un comando. Infatti una richiesta lascia libertà di scelta; un comando invece impone un’obbedienza immediata.
E per chi pensa che non sia poi così difficile agire a comando… beh, provate a sorridere a comando quando vi chiedono di farlo per una foto alle sette del mattino!
Il titolo di questo episodio è “Smammare” della serie “quando è ora di andarsene”.
Partiamo come al solito da una data significativa. Il 7 ottobre 1513, quando nei dintorni di Vicenza, si combatté la battaglia di La Motta, tra l’esercito veneziano e le truppe spagnole. I veneziani, guidati da Bartolomeo d’Alviano, provarono con coraggio a fermare l’avanzata nemica, ma alla fine capirono che non c’era più nulla da fare.
E allora — come diremmo oggi — hanno dovuto smammare.
Sì, perché “smammare” è proprio questo: andarsene di corsa, spesso per evitare guai, o semplicemente perché non se ne può più.
È un termine informale, colloquiale, anche un po’ ironico, che si usa quando si lascia un luogo o una situazione senza troppi complimenti.
Immagina un soldato veneziano nel 1513: le cose vanno male, le palle di cannone fischiano sopra la testa, e lui pensa: “Sai che c’è? Io smammo.” E via! Si ritira, magari correndo tra i vigneti, lasciando dietro di sé il fumo della battaglia.
Oggi “smammare” si usa in tantissimi contesti, anche quotidiani.
Se sei a una riunione che non finisce mai, con qualcuno che parla da mezz’ora del nulla, potresti sussurrare al collega:
“Io smammo, non ce la faccio più.”
Oppure sei a casa tua e un ospite non ne vuole sapere di andarsene. Sono già le due di notte, sbadigli, accenni con delicatezza:
“Oh, guarda che domani mi devo alzare presto…”
Ma lui continua a raccontarti della sua giovinezza negli anni Ottanta.
Allora, nel tuo pensiero, la parola è una sola: “speriamo che smammi il prima possibile!”
In senso più ironico o amichevole, si può dire anche ai figli o al partner:
“Dai, smamma un po’ adesso, fammi respirare!”
cioè “lasciami in pace per un momento, vai da un’altra parte”.
“Smammare” è informale, ma ci sono tanti modi per dire la stessa cosa con sfumature diverse.
Se vuoi essere più neutro, puoi dire “andarsene” o “uscire”.
Se vuoi esprimere fretta o urgenza, puoi usare “tagliare la corda” o “darsela a gambe levate”.
Se invece vuoi essere più colorito, magari un po’ volgare ma efficace, puoi dire “levarsi dalle palle” o “sloggiare”.
E in contesto familiare, affettuoso, come tra amici o genitori e figli, si può dire anche con tono scherzoso:
“Dai, adesso smamma, vai a studiare!”
Dunque il 7 ottobre 1513, quando i veneziani capirono che la battaglia di La Motta era persa, hanno smammato — cioè si sono ritirati, se ne sono andati per evitare il peggio.
E da allora, in fondo, ogni volta che ci troviamo in una situazione che ci sta stretta, possiamo fare lo stesso: smammare, come niente fosse, e tornare a respirare.
L’origine di “smammare” è curiosa e un po’ colorita. Deriva dall’attaccamento alla mamma, quindi smammare è in origine qualcosa come diventare indipendente, allontanarsi dalla mamma.
Col tempo, il significato si è esteso in senso figurato: non solo “lasciare casa”, ma in generale andarsene da un luogo o da una situazione, spesso in fretta o con un po’ di fastidio o di sollievo.
Un buon evento storico italiano non tragico del 6 ottobre è l’inizio del primo campionato italiano di Serie A a girone unico, avvenuto proprio il 6 ottobre 1929.
Immagina la giornata del debutto della Serie A a girone unico: un cambiamento importante nel calcio italiano — per la prima volta le squadre non erano separate per girone geografico, ma tutte le 18 partecipanti giocavano in un unico campionato.
Eppure, nonostante fosse un cambiamento storico, è probabile che molti tifosi, calciatori, società abbiano vissuto quella giornata “come niente fosse” nello svolgimento pratico: le partite si sono giocate, con la solita emozione, con spettatori che andavano allo stadio, giornali che davano i risultati, si festeggiava la vittoria, si soffriva la sconfitta, come sempre. Solo col senno di poi si è capito quanto quell’evento fosse davvero “storico”.
L’espressione “come nientefosse”, che ho appena utilizzato, significa fare qualcosa o reagire a qualcosa con naturalezza, come se niente di speciale fosse accaduto; in altre parole, come se non ci fosse stato nessun disturbo, nessuna emozione particolare, nessuna alterazione. In pratica per semplicità si omette “se” e la parola finale, che può essere “accaduto” o “successo” o “avvenuto”.
Vi faccio qualche esempio in cui si può usare “come niente fosse”, in vari ambiti:
“Dopo tanto tempo, sei tornato a suonare la chitarra come niente fosse. Che bravo!”
Significa che hai ripreso subito con la stessa scioltezza, come se non avessi mai smesso.
“Quando ha parlato davanti a 500 persone, l’ha fatto come niente fosse, non aveva nessun segno di nervosismo”
Quindi questa persona ha gestito la situazione con calma.
“Ha sbagliato un rigore, ma al secondo tiro si è comportato come niente fosse”
Quell’errore pertanto non l’ha scoraggiato.
Un attore che dimentica la battuta, ma improvvisa e va avanti senza che il pubblico se ne accorga: recita “come niente fosse”.
Spesso si usa anche per lamentarsi o per esprimere stupore. Es:
Dopo quello che hai detto ieri sul tuo ufficio, che non vuoi andare più a lavorare, che avresti denunciato tutti e bla bla bla, adesso, come niente fosse, prendi lo zaino e vai in ufficio?
È un’espressione abbastanza informale, che si usa quasi sempre nella forma orale. Sarebbe strano trovarla in libri accademici o tecnici. Direi anzi impossibile. Si usa spesso però in articoli giornalistici e nelle chat private.
Il 5 ottobre 2014 si giocò a Torino una partita che ancora oggi molti tifosi ricordano: Juventus–Roma, finita 3 a 2 per i bianconeri.
Una partita di quelle che si definiscono… da stropicciarsi gli occhi!
Già, ma cosa vuol dire esattamente questa espressione?
Immagina di vedere qualcosa di così bello, incredibile o inaspettato che non ti sembra vero. Ti viene spontaneo strofinarti gli occhi, come per dire: “Ma sto sognando o è tutto reale?”
Ecco, quando qualcosa suscita questo tipo di stupore, si dice che è da stropicciarsi gli occhi.
Torniamo alla partita.
In campo c’erano giocatori straordinari: Totti, Tevez, Pogba, Vidal, Pjanić, Chiellini.
Un concentrato di talento, tecnica e personalità.
I gol si susseguivano come in un film d’azione: Tevez, rigore di Totti , un botta e risposta continuo, fino al 3-2 finale, deciso da un tiro di Bonucci nel finale.
Ogni azione sembrava disegnata da un pittore, ogni passaggio era una pennellata.
E per chi guardava da casa o allo stadio, era davvero uno spettacolo da stropicciarsi gli occhi: tanta intensità, tanta qualità.
L’espressione si può usare anche fuori dal calcio.
Se vedi un paesaggio mozzafiato, una di quelle albe che sembrano dipinte da un artista, puoi dire:
“Che panorama… da stropicciarsi gli occhi!”
Se un amico si presenta alla festa elegantissimo, vestito di tutto punto, e non lo riconosci, puoi esclamare:
“Ma guarda un po’, sei da stropicciarsi gli occhi!”
O ancora, se un cuoco prepara un piatto così bello che sembra un quadro, prima ancora di assaggiarlo penserai:
“Solo a vederlo, è da stropicciarsi gli occhi!”
Di può dire anche di una bellissima donna o un bellissimo uomo: così belli da stropicciarsi gli occhi.
La posizione “da” si usa perché indica l’effetto che qualcosa produce: “da” introduce una conseguenza emotiva o istintiva.
Si usa spesso in italiano in questo modo:
una giornata da ricordare
una pizza da leccarsi i baffi
un film da non credere
una partita da stropicciarsi gli occhi.
In pratica significa “così bello / buono / incredibile che ti viene da…”.
Si usa anche “da non credere” ma stropicciarsi gli occhi è più specifica per la vista.
Il verbo stropicciare significa sfregare, strofinare una superficie o una parte del corpo. Quindi stropicciarsi gli occhi vuol dire sfregare i propri occhi. Lo si può fare per effetto del sonno, quando si ha voglia di dormire, spesso durante uno sbadiglio, oppure proprio quando non crediamo a ciò che vediamo.
In fondo, ogni volta che la realtà supera le aspettative, che la bellezza o la bravura lasciano senza parole, si può usare questa espressione.
E quella sera del 5 ottobre 2014 anche i tifosi più esigenti avranno pensato la stessa cosa:
“Che partita, ragazzi… da stropicciarsi gli occhi!”.
Il 4 ottobre 1964, il presidente del Consiglio Aldo Moro inaugurò ufficialmente l’Autostrada del Sole, completando il collegamento tra Milano e Napoli.
Un’opera gigantesca, simbolo dell’Italia del boom economico.
Un sogno — quello di unire il Paese da nord a sud — che finalmente prese corpo.
Ecco, appunto: quando qualcosa prende corpo, spesso è opera di una persona, e si dice che questa persona le ha dato corpo. “Dare corpo a qualcosa” significa proprio rendere concreto un progetto, un’idea, un desiderio.
L’Italia, fino a quel momento, aveva immaginato una strada che collegasse tutte le sue regioni principali. Ma il 4 ottobre 1964 quell’idea presecorpo: divenne una realtà fatta di ponti, asfalto e caselli.
Un esempio perfetto, direi, di come si possa dare corpo a un’idea.
Ora, attenzione: “dare di corpo”, anche se simile nella forma, ha un significato completamente diverso, e molto più… fisiologico.
Una semplice preposizione in più può fare la differenza!
Dare di corpo è infatti una alternativa a “andare di corpo” ma questo non ha niente a che fare con dare corpo a qualcosa.
Questi infatti sono due modi popolari, ma correttu, per dire “fare la cacca”, cioè espellere i propri bisogni corporali.
È più corretta e più utilizzata col verbo andare (andare di corpo) ma a volte si utilizza il verbo dare (dare di corpo).
Qui potrebbe nascere un bel malinteso però!!
Sappiate che è una di quelle espressioni che si usano per evitare termini più diretti o volgari.
Dovrei andare in bagno ” è chiaramente un’altra alternativa, ma lascia spazio all’immaginazione, no!
“Devo fare un bisogno” è anch’essa una alternativa, anche questa un po’ vaga.
“Devo fare un bisogno quello grande!”. Così sarei più chiaro ma insomma non è il massimo/
Per esempio:
“Scusate, torno subito, devo dare di corpo.”
Bisogna dire che comunque lo diciamo, se parliamo di un bisogno impellente, difficile risultare eleganti e agli stesso tempo molto chiari.
“Il bambino non è ancora andato di corpo oggi.”
“Quel cane non va/dà di corpo da due giorni, meglio portarlo dal veterinario.”
Quindi, se nel 1964 l’Italia dava corpo all’Autostrada del Sole, un automobilista bloccato nel traffico avrebbe potuto, al contrario, aver bisogno di dare di corpo… ma per tutt’altra necessità!
Due espressioni uguali nella forma, ma opposte nel contenuto: una riguarda la realizzazione di un progetto, l’altra la liberazione dell’intestino.
Vediamo altri esempi utili
“L’artista ha dato corpo alla sua visione interiore con una scultura in marmo.”
“Il bambino si è sentito meglio dopo essere andato di corpo.”
“L’azienda ha dato corpo a un piano industriale ambizioso.”
“Il gatto non dà/va di corpo da due giorni, sono preoccupato.”
Il 3 ottobre 1839, a Napoli, veniva inaugurata la prima ferrovia italiana, quella che collegava Napoli a Portici. Solo poco più di sette chilometri di binari, ma bastarono a cambiare la storia dei trasporti nel nostro Paese.
Si racconta che non fu affatto facile arrivare a quel traguardo. Tra difficoltà tecniche, costi imprevisti e diffidenze di chi vedeva nel treno un mostro sbuffante e pericoloso, i promotori dell’opera dovettero impegnarsi e alla fine di riffa o di raffa l’opera è stata completata.
Ecco, proprio questa espressione – di riffa o di raffa – si usa quando si vuole dire che si farà qualcosa in un modo o nell’altro, anche superando ostacoli, anche con qualche espediente, purché si raggiunga l’obiettivo.
Un po’ come dire in un modo o nell’altro, in qualche modo, e anche “con ogni mezzo”, “a tutti i costi”. A volte si usa anche “per forza o per amore” oppure “volente o nolente”.
Nessuno oggi saprebbe dire con certezza da dove venga questa formula un po’ buffa: “di riffa o di raffa”.
Tenete presente che una riffa è una lotteria, quindi ha a che fare col sorteggio e la fortuna.
Quindi il gioco di parole potrete indicare un risultato ottenuto per pura fortuna oppure per qualunque altra ragione.
L’origine comunque è incerta. Quel che è certo è che l’uso risale a molti secoli fa, e ancora oggi resiste, specialmente nel linguaggio familiare o scherzoso.
Così, se uno studente decide che di riffa o di raffa supererà l’esame, significa che si impegnerà fino in fondo, anche studiando la notte prima, anche affidandosi un po’ alla fortuna.
E se un politico promette di portare a termine una riforma di riffa o di raffa, ci sta dicendo – magari senza rendersene conto – che farà di tutto, ma proprio di tutto, per riuscirci.
Un genitore potrebbe dire:
Ti metti quella giacca e basta! Fattela andar bene di riffa o di raffa, non si discute!
cioè: o la metti di tua volontà, o te la faccio mettere io per forza!
Tornando alla nostra ferrovia Napoli-Portici, possiamo dire che fu il frutto di una determinazione che andava oltre la tecnica: un progetto che di riffa o di raffa doveva essere realizzato, per portare l’Italia verso la modernità.
E infatti ce la fecero: alla fine,
il 3 ottobre 1839, il primo treno italiano partì davvero.
Oggi, quando usiamo questa espressione, evochiamo quello stesso spirito: la tenacia di chi non si arrende, anche davanti alle difficoltà.
Perché a volte, nella vita, come nella storia, l’importante non è come si arriva alla meta, ma arrivarci, di riffa o di raffa.
Massimo Gramellini nasce il 2 ottobre 1960. Dedichiamo a lui la puntata di oggi.
Massimo Gramellini è un giornalista e scrittore, noto per riflessioni personali, commenti che spesso scavano sotto la superficie.
Non vorrei si offendesse per questo, ma ho pensato a lui per spiegare la parola paturnia.
Pensando al suo modo di scrivere, lo si può immaginare con le paturnie: riflette, si interroga, a volte rimugina. Non è detto sia triste, ma è qualcuno la cui testa non smette mai di pensare: la sera prima di un articolo, quando sta cercando l’idea giusta, quando qualcosa non torna. Le sue paturnie sono quelle che possono produrre pensieri profondi, una certa malinconia creata anche da nostalgia o rimpianto, ma anche dalla curiosità, dall’introspezione.
In definitiva, non c’è un motivo per offendersi per questo :-).
Vediamo altri esempi di contesti in cui una persona può avere le paturnie, che è un termine abbastanza informale.
Prima di un cambiamento importante nella vita (trasferirsi, cambiare lavoro, fine di una relazione): sei eccitato, ma hai dentro le paturnie – “Andrà bene?”, “Mi mancherà qualcosa?”, “E se sbaglio?”
Quando sei malinconico senza motivo preciso: guardi vecchie foto, pensi a persone, a momenti passati; le paturnie sono quei momenti in cui ti senti un po’ giù, ma non hai una ragione concreta.
Durante situazioni politiche o sociali instabili: magari c’è un evento nazionale che promette cambiamenti: programmi nuovi, promesse, crisi economica… la gente ha le paturnie – preoccupazioni, speranze, dubbi su come andrà.
In arte o nella creazione: uno scrittore che deve iniziare un libro; un pittore con la tela bianca; il musicista che non trova la melodia: le paturnie creative sono quelle idee che girano, senza trovare subito pace.
Sinonimi? Ce ne sono molti in realtà.
Ecco alcuni sinonimi (più o meno vicini) di paturnie, a seconda del contesto:
Quando indica malumore o tristezza immotivata si avvicina molto a:
malinconia
tristezza
umor nero
cattivo umore
noia esistenziale
Quando indica preoccupazioni o fissazioni mentali invece siamo vicini a:
Paturnie si usa quasi esclusivamente nella forma plurale. Probabilmente deriva dalla combinazione di “patire” (soffrire) e “Saturno“, il pianeta associato in astrologia alla malinconia.
Il 1° ottobre 1860 è stato il giorno della battaglia del Volturno, combattuta dalle truppe di Garibaldi contro l’esercito borbonico: un episodio centrale del Risorgimento italiano.La battaglia del Volturno fu un vero ginepraio militare e politico.Garibaldi si trovava in una posizione difficile:aveva un esercito formato in gran parte da volontari, poco addestrati e male equipaggiati;si scontrava con truppe borboniche più organizzate e ben armate;il terreno, lungo il fiume Volturno, era accidentato e paludoso — un ginepraio anche in senso quasi letterale;e soprattutto, la situazione politica era confusa: Cavour e Vittorio Emanuele II osservavano con prudenza, pronti a intervenire ma senza esporsi troppo.Garibaldi, insomma, si era cacciato in un bel ginepraio: rischiava di perdere tutto ciò che aveva conquistato in pochi mesi.Ma grazie alla sua tenacia e alla fedeltà dei suoi uomini, riuscì a districarsi (un verbo legato all’immagine del groviglio) e a vincere la battaglia, aprendo la strada all’unificazione del Regno d’Italia. Comunque sia avete capito che la parola del giorno è ginepraio. La parola ginepraio deriva da ginepro, una pianta spinosa che cresce in cespugli fitti e aggrovigliati.Un ginepraio, in senso proprio, è dunque una macchia di ginepri, cioè un terreno pieno di cespugli e rami intrecciati, difficili da attraversare senza graffiarsi o restare impigliati.Il sinonimo più comune è sterpaio, un luogo ingombro di rami secchi e vegetazione intricata.In senso figurato, cacciarsi in un ginepraio significa entrare in una faccenda complicata, piena di ostacoli o di difficoltà, dove ogni mossa può peggiorare la situazione invece di risolverla.È una metafora perfetta per quelle situazioni in cui tutto si intreccia e sembra impossibile trovare una via d’uscita chiara.Vediamo altri esempi di uso di “ginepraio”.
Ho provato a chiedere un rimborso al Comune, ma tra moduli, firme, e richieste diverse… mi sono cacciato in un ginepraio!Marco voleva aiutare due colleghi a chiarirsi, ma ora si ritrova nel mezzo di una discussione infinita: si è cacciato in un ginepraio pazzesco!Avevo solo aggiornato un programma, ma ora non mi funziona più niente… un vero ginepraio informatico!
L’espressione “cacciarsi in un ginepraio” è vivacemente figurativa: ci fa immaginare una persona che entra in una boscaglia di spine e rami aggrovigliati, dove ogni passo può complicare la situazione.Proprio come Garibaldi sul Volturno, chi riesce a uscirne dimostra coraggio, intelligenza e determinazione.Notate che si usa quasi sempre il verbo cacciarsi. Perché?Si dice quasi sempre “cacciarsi in un ginepraio” perché il verbo cacciarsi sottolinea l’idea di entrare da soli, spesso per errore, in una situazione spiacevole o complicata.È un verbo riflessivo che implica una certa responsabilità personale: chi “si caccia” in un ginepraio, non ci finisce per caso — ci si mette da sé, magari per imprudenza, curiosità o eccesso di fiducia.Si può usare in modi simili:Cacciarsi nei guaiCacciarsi in un pasticcioCacciarsi in una brutta situazioneIn tutti questi casi, il verbo suggerisce movimento e coinvolgimento diretto, come se la persona entrasse fisicamente dentro un groviglio di problemi da cui poi è difficile uscire.
Il 30 settembre 1948 uscì nelle edicole italiane il primo albo di Tex, il famoso fumetto creato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini.
In quel contesto, Tex fece da contraltare ad altri generi editoriali e fumettistici dell’epoca. Nel dopoguerra, infatti, in Italia circolavano molti fumetti d’avventura e di intrattenimento leggero, spesso senza grandi pretese morali. Tex, con il suo eroe western che difende i deboli, l’ambientazione epica e i valori di giustizia e lealtà, offriva qualcosa di diverso: non solo evasione, ma anche una dimensione etica e coerente. Per questo si può dire che Tex fece dacontraltare agli altri fumetti più spensierati o privi di profondità narrativa.
“Fare da contraltare” significa assumere il ruolo di contrappeso o di controparte, cioè rappresentare un elemento che, per contrasto o equilibrio, mette in risalto l’altro.
Fare da: indica svolgere una funzione, avere un ruolo.
La preposizione “da” è essenziale per capire l’espressione fare da contraltare.
In italiano, quando usiamo fare da + sostantivo, indichiamo che qualcosa o qualcuno svolge la funzione, il ruolo, la parte espressa da quel sostantivo.
Ad esempio, “fare da guida” sta per svolgere il ruolo di guida.
“Fare da specchio” significa comportarsi come uno specchio, avere la funzione di uno specchio.
“Fare da esempio” quindi significa servire come esempio.
Contraltare è il sostantivo in questione. Nel senso di controparte, qualcosa che bilancia o mette in rilievo un altro elemento.
In altre parole, quando qualcosa “fa da contraltare” a qualcos’altro, non è per forza in conflitto, ma crea un rapporto di confronto o di equilibrio. È come mettere qualcosa su uno dei due piatti di una bilancia.
Si tratta di un’espressione tipica di un registro formale o medio-alto: giornalismo, critica culturale, analisi politiche, saggi. In un contesto colloquiale, si usano più spesso alternative come “fare da contrappeso”, “fare da opposto”, “essere la controparte”. Spesso si usano anche locuzioni come “per contro” e “di contro”, locuzioni che sono state oggetto di un episodio all’interno della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Vediamo altri esempi:
L’opposizione fa da contraltare al governo, sollevando critiche e proponendo alternative.
I mercatini rionali fanno da contraltare ai grandi supermercati, con prodotti freschi e genuini.
In coppia, la mia passione per il calcio fa da contraltare alla mania di mia moglie per le serie TV: alla fine litighiamo solo per chi tiene il telecomando!, ma vince sempre lei.
Il 29 settembre è la data in cui, secondo il calendario liturgico cattolico, si celebra la festa di San Michele (e degli arcangeli).
Questa ricorrenza ha nel tempo assunto una certa importanza simbolica, sia religiosa sia popolare, collegandosi anche a tradizioni contadine, festività locali, usi popolari e riferimenti al passaggio stagionale (fine dell’estate, inizio dell’autunno).
In tal senso, potremmo dire che la festa di San Michele “ha assunto contorni” più ampi: cioè, nel corso dei secoli, quella che era una festa liturgica da calendario ecclesiastico è andata via via assumendo anche contorni civili, folklorici, agricoli, comunitari — con feste paesane, sagre, tradizioni locali legate al raccolto o alla transumanza. In altre parole, l’evento ha assunto significati multipli.
Questa evoluzione è un buon esempio per spiegare l’uso dell’espressione assumere contorni.
“Assumere contorni” significa che qualcosa — un’idea, un progetto, un evento, un fenomeno — comincia a delinearsi, a definirsi, a manifestare una forma più chiaramente riconoscibile.
Prima era “qualcosa di indefinito, vago, impreciso”; poi “assume contorni” significa che si sta facendo percepire più chiaramente, che prende caratteri più distinti e riconoscibili.
Si potrebbe dire: “cominciare a prendere forma” o “definire i contorni”.
Perché usare il verbo assumere?
È un verbo che significa “prendere su di sé”, “assumere una qualità o un carattere”. È un verbo un po “alto” / neutro-soprattutto formale. C’è anche un episodio dedicato a questo verbo nel corso di Italiano Professionale. Veramente ce ne sarebbe anche un altro, dedicato all’espressione “assumere una posizione“.
Contorni: letteralmente, i confini, i profili, i margini che definiscono la sagoma di qualcosa, la forma.
Metaforicamente, i “contorni” sono gli elementi che definiscono caratteri, limiti, aspetti di qualcosa.
Quando diciamo che qualcosa “assume certi contorni”, stiamo usando una metafora visiva: come se quell’idea o fenomeno fosse una figura disegnata su un foglio bianco che fino a quel momento era solo uno schizzo vago e che ora si sta delineando meglio.
Il verbo assumere si usa perché ben si adatta al “prendere” una forma: “assumere una forma”, “assumere dimensioni”, “assumere contorni” — tutte espressioni che usano il verbo assumere per indicare che qualcosa si dota di una qualità, una forma, un carattere che prima non aveva o non era evidente.
L’espressione “assumere contorni” è più tipica di un registro medio-alto / formale.
Si trova spesso in testi giornalistici, saggi, articoli storici, analisi, discorsi, mentre in un parlato colloquiale si preferirebbero di solito espressioni più semplici (es. “cominciare a prendere forma”, “iniziare a delinearsi”, “diventare più definito”).
Detto ciò, in contesti informali può comparire, ma suona un po più ricercata rispetto a locuzioni più colloquiali.
Ecco alcuni esempi.
«Il dibattito sulle riforme costituzionali ha iniziato ad assumere contorni più precisi dopo gli interventi dei gruppi regionali.»
Prima era un discorso vago; poi, con le proposte concrete, ha assunto una forma più definita.
«Il piano di sviluppo per il nuovo quartiere sta assumendo contorni interessanti: sono già stati fissati i confini delle aree verdi e la distribuzione delle infrastrutture.»
«La mostra ha cominciato ad assumere contorni originali quando si è deciso di inserire opere interattive e performance dal vivo.»
«La sua idea di una vita più sostenibile ha assunto contorni concreti quando ha iniziato a ridurre gli sprechi e a usare mezzi pubblici.»
In tutti questi casi, “assumere contorni” indica che qualcosa di vago o potenziale si sta trasformando in qualcosa con linee e caratteristiche più distinte.
Un buon evento da cui prendere spunto oggi è l’invio dell’ultimatum italiano all’Impero Ottomano (i turchi) il 28 settembre 1911, che fu uno degli atti preparatori della guerra italo-turca per la conquista della Libia. Oggi la Libia ovviamente non è più parte dell’Italia, ma questa è una storia lunga.
In quella data, il governo italiano (guidato da Giolitti) consegnò un ultimatum all’Impero Ottomano con richieste che, se non accettate entro 24 ore, avrebbero portato alla guerra. Per la cronaca, un ultimatum è una comunicazione (in questo caso diplomatica) normalmente scritta con cui uno Stato pone a un altro Stato delle condizioni precise, spesso con un tempo limite per accettarle.
Era un momento delicato: decisioni diplomatiche, valutazioni su rischi e benefici, considerazioni sull’opinione pubblica, su alleanze, su conseguenze internazionali, militari, economiche.
Questo evento è utile per parlare di “senso critico”, perché coinvolge proprio l’uso ragionato del giudizio: il governo non prende una decisione a cuor leggero, ma valuta vari elementi, fa proiezioni, confronta informazioni, decide su basi diplomatiche oltre che politiche. In pratica serviva avere un elevato senso critico.
Cosa significa avere “senso critico”?
“Senso critico” è un’espressione composta da due parole:
Senso: qui inteso come una capacità. Quella di percepire, giudicare, capire; è l’attitudine, l’uso di facoltà intellettuali. Bisogna usare la testa.
Critico: non nel senso di “criticare sempre e negativamente”, ma nel senso di “analitico”, “riflessivo”, “che non accetta passivamente, che valuta, che confronta”.
Quindi il “senso critico” indica quella capacità di pensare in modo autonomo, di non accettare tutto ciò che viene detto, ma di interrogare, valutare fonti, distinguere fra ciò che è ben fondato e ciò che non lo è; considerare implicazioni, alternative, conseguenze.
Nel caso dell’ultimatum del 1911, i decisori politici dovevano valutare non solo le ragioni (economiche, strategiche, di prestigio nazionale), ma anche i rischi di guerra, le reazioni internazionali, il costo umanitario e finanziario.
Dovevano considerare le conseguenze a breve e a lungo termine: occupazione, gestione della colonia, resistenza locale, rapporti con le potenze europee.
Questo è senso critico applicato: non reagire d’impulso, ma con analisi, confronto e prudenza.
Altri esempi:
A scuola o all’università, uno studente che non accetta semplicemente ciò che il libro di testo o il professore dice, ma controlla le fonti, cerca documenti originali, mette a confronto opinioni diverse, verifica dati. Questo studente ha uno spiccatosenso critico. Si usa spessissimo l’aggettivo spiccato in questi casi. Vuol dire elevato, evidente.
Quando si legge una notizia online, è sano chiedersi: chi è la fonte? È affidabile? Ci sono conflitti d’interesse? C’è conferma da più parti? Chi condivide tutto senza pensarci non ha senso critico.
Un manager che decide una strategia non solo su intuizione, ma analizzando dati, rischi, costi, alternative. Decisamente è dotato di senso critico.
Chi non ha per niente senso critico accetta passivamente quello che viene detto o proposto, senza porsi domande.
Questa persona senza senso critico non fa analisi né alcuna valutazione.
Potrei dire anche che è un credulone, perché crede a tutto senza verificare.
Meno informalmente direi che parliamo di
Conformismo.
Un conformista si adegua all’opinione comune senza riflettere.
Oppure è superficiale. Si ferma all’apparenza senza approfondire.
Prendiamo spunto da un evento realmente accaduto in Italia il 27 settembre 1943, cioè l’inizio delle famose Quattro giornate di Napoli, quando la popolazione insorse contro l’occupazione tedesca.
In quei giorni drammatici, la città di Napoli era oppressa dai nazisti e i cittadini soffrivano per fame, violenze e distruzioni.
Prima dell’insurrezione, molti napoletani vivevano con l’auspicio che gli Alleati, già sbarcati nel Sud Italia, arrivassero presto a liberarli.
Auspicio significa infatti “speranza, desiderio,aspettativa positiva per il futuro”, spesso espressa in modo solenne o collettivo.
Abbiamo un episodio in cui vi ho spiegato il verbo paventare in cui ho accennato al verbo auspicare, che ha il significato opposto. In un altro episodio invece abbiamo parlato dei modi per esprimere i desideri.
Nel nostro caso: l’auspicio dei napoletani era che la guerra finisse e che la libertà tornasse nella loro città.
Quando però l’attesa diventò insopportabile, i cittadini stessi decisero di reagire: uomini, donne, ragazzi, combatterono e riuscirono, in soli quattro giorni (le quattro giornate, appunto) a scacciare le truppe tedesche.
Guardando a quell’evento con gli occhi di oggi, possiamo dire che era auspicabile che il popolo trovasse la forza di ribellarsi.
Auspicabile significa “desiderabile, conveniente, ciò che sarebbe bene che accadesse”.
Non era sicuro che la rivolta riuscisse, ma era auspicabile che il coraggio collettivo portasse finalmente alla libertà.
Quindi: L’Auspicio è la speranza, il desiderio (l’auspicio dei napoletani era la libertà).
Auspicabile è ciò che è desiderabile o da ritenersi positivo (era auspicabile che la popolazione si liberasse dall’oppressione).
Concludo dicendo che In teoria al posto di auspicabile si potrebbe usare la parola “sperabile” (cioè che si spera) ma questa parola, purtroppo o per fortuna – chi può dirlo – non si utilizza molto. Direi quasi per niente. Mi era venuto persino il dubbio che non esistesse.
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Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi vi spiego un’espressione italiana molto usata da tutti, ma proprio da tutti gli italiani, ma la cosa strana è che non trovate, ad oggi, una spiegazione completa da nessuna parte. Non c’è dizionario o sito web che abbia mai spiegato l’espressione “sai che c’è?”, almeno non in tutte le sfumature che vedremo oggi.
Dunque, l’espressione “sai chec’è” e si usa soprattutto in contesti colloquiali.
Può avere più sfumature a seconda del tono e della situazione, ma in generale serve per varie situazioni. Direi tre situazioni diverse.
Ad esempio per introdurre una decisione improvvisa o definitiva.
È come dire “in fondo… sai che ti dico?”, “e allora facciamo così”.
Sai che c’è? Non ci vado più, ho cambiato idea.
Sai che c’è? Mi prendo una pausa, non ne posso più.
Qui dà l’idea di una presa di posizione spesso dopo un’esitazione.
Si usa anche per sottolineare qualcosa di sorprendente o inaspettato,come “indovina un po’” o “vuoi sapere la verità?”.
Sai che c’è? Alla fine aveva ragione lui.
Sai che c’è? Mi piace davvero questo lavoro.
Qui serve a dare enfasi, quasi a preparare l’altro a una rivelazione.
Una terza situazione è quando siete polemici o ironici. In questi casi può accompagnare una frase in cui si esprime fastidio o rassegnazione.
Sai che c’è? Fai come ti pare!
Sai che c’è? Non me ne importa nulla.
In questo caso equivale a “a dire il vero…” oppure “tanto vale…”.
Sono possibili anche mix tra le tre situazioni. Molto spesso infatti siete stufi di una situazione pesante, noiosa e annunciate una vostra decisione con tono polemico.
Sai che c’è? È chesono proprio stufo e adesso vado a vivere da solo. Sono proprio stufo di discutere tutti i giorni con i compagni di università su quanto tempo si può stare In bagno!
Ah, quasi dimenticavo di dirvi che se si parla con più persone si può anche dire: “sapete che c’è?”. Stessi utilizzi.
Avrete capito che di solito non si usa come domanda vera (“Sai che c’è?” “Sai quale fatto c’è?”), ma come frase fissa introduttiva, quasi come intercalare. È dunque una domanda retorica,quantomeno nella maggior parte dei casi.
Non serve pertanto per ottenere una risposta (nessuno ti dirà “no, non lo so, che c’è?”), ma per introdurre un pensiero, una decisione o una presa di posizione.Spesso si pronuncia con tono deciso, risoluto, o anche arrabbiato.
Funziona un po’ come una frase fatta di apertura, che cattura l’attenzione e prepara a quello che segue.
Sapete che c’è? Me ne vado!
Cioè: non chiedo all’altro o agli altri di spiegarmi “che cosa c’è”, sto solo annunciando una decisione.
Invece, usata alla lettera (Sai che c’è? Nel senso di “Sai che cosa è successo?”), esiste, si può usare anche così, ma è molto meno comune, più neutra e di sicuro meno espressiva. Poi il tono da usare in questo caso è diverso, più pacato e soprattutto c’è il tono interrogativo.
Andiamo al cinema stasera. Sapete che c’è?
Va bene, adesso, prima di ripassare un po’ le espressioni già spiegate, ricordo a tutti i visitatori che possono diventare membri di Italiano semplicemente, e inn questo modo possiamo discutere insieme sul gruppo WhatsApp, fare domande e, di tanto in tanto, viaggiare insieme ad altri membri in Italia in incontri organizzati dal sottoscritto.
Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione
Christophe: ciao ragazzi, vi scrivo velocemente perché ho una riunione. Mi sono fiondatoseduta stante in questa riunione perché mi pareva impellente, ma ho la sensazione che il progetto faccia acqua da tutte le parti.
Marcelo: Non posso che darti ragione: a differenza di altri lavori, questo sembra un caso a sé stante e mi pare abbastanza inutile.
Ulrike: Finora comunque tutti gli incontri sono stati solo un pannicello caldo. La crisi delle vendite sta persino peggiorando.
Hartmut: Casomai, la butto lì, possiamo ricominciare ex novo, rivedendo tutto disana pianta, invece di accavallare idee che non stanno in piedi.
Anne Marie:Con ogni probabilità, però, iniziare tutto daccapo richiederà un dispendio enorme di energie: non so se ne varrà la pena.
Karin: Stante la situazione attuale, già gravosadi suo, non resta che rischiare. Cerchiamo almeno di ridurre il progetto ai minimi termini.
Carmen: E allora, sapete che c’è?Delle due l’una: o ci buttiamo a capofitto e proviamo a salvarlo, oppure accettiamo la disfatta e la chiudiamo qui.
Nel 1896, il 26 settembre a Trento, si svolse il primo congresso antimassonico internazionale.
La parola congresso viene dal latino congredi, che significa “incontrarsi, andare insieme”.
Oggi comunque congresso vuol dire una riunione ufficiale e solenne, a cui partecipano molte persone (studiosi, politici, medici, rappresentanti di istituzioni, ecc.) per discutere di un argomento comune.
Esiste anche il termine congregazione, che indica un gruppo di persone riunite per uno scopo preciso, spesso religioso. Non è tanto un incontro temporaneo, come il congresso, ma più una comunità o un corpo stabile. Ad esempio, posso dire:
la congregazione religiosa si riunisce ogni settimana per pregare.
La massoneria invece, come abbiamo visto in altri episodi, è un’organizzazione molto antica e riservata, fatta di gruppi o logge segrete, che hanno avuto un ruolo storico nella politica e nella cultura europea. Per questo il congresso del 1896 era detto antimassonico: serviva cioè a criticare e contrastare la massoneria.
Ora, non pensiamo a quel congresso come a un incontro che risolse tutto subito. Al contrario, fu una fase direi interlocutoria.
L’episodio di oggi è dedicato principalmente a questo gruppo di parole: interlocutorio, interlocuzione, interloquire.
Riunione interlocutoria vuol dire che non si arrivò a conclusioni definitive, ma ci si limitò a discutere, a confrontarsi, a preparare decisioni future.
E qui ci viene utile spiegare il prefisso inter-.
In latino inter vuol dire tra, in mezzo.
Interlocutoria significa “tra una cosa e l’altra”, una fase di passaggio.
Interlocuzione: parliamo di uno scambio di parole.
Interloquire significa “parlare tra persone”, “rispondere in un dialogo”.
Durante quel congresso, infatti, ci fu molta interlocuzione tra i partecipanti. In altre parole: lunghi scambi di opinioni, interventi, repliche.
E non mancò chi volle interloquire, cioè intervenire nella discussione, magari per puntualizzare o per esprimere dissenso.
Per rendere più chiara la differenza:
Se un giudice emette una sentenza interlocutoria, è una decisione temporanea, che sta in mezzo al processo, prima di quella finale.
Se un ministro è in interlocuzione con i sindacati, vuol dire che sta parlando, trattando, ma non c’è ancora un accordo.
Se io interloquisco con te, semplicemente dialogo, rispondo o mi inserisco nella conversazione.
Parole simili? Al posto del verbo interloquire, molto formale, si può usare:
Dialogare: parlare insieme, in modo più neutro.
Conferire: parlare in un contesto ufficiale.
Negoziare: parlare per raggiungere un accordo.
Dibattere: discutere anche con toni accesi.
Ecco, il congresso di Trento del 1896 ci ha dato la scusa per entrare dentro queste parole: interlocutorio, interlocuzione e interloquire.
Tutte con il prefisso inter-, che richiama l’idea del “tra”, dello scambio, del “mezzo”.
Vediamo qualche esempio in altri contesti:
Il confrnto che si è svolto tra il governo e i sindacati dei lavoratori è stato un confronto interlocutorio.
Significa che non si è arrivati a una decisione definitiva, ma si è trattato di un momento di discussione preliminare.
Parlando di una interlocuzione, possiamo dire ad esempio:
Per realizzare il Ponte sullo Stretto che collegherà la Calabria e la Sicilia, la Corte dei Conti ha chiesto alcuni chiarimenti su costi, norme ambientali e sulle stime di traffico. Il ministero afferma che si è trattata di una normale interlocuzione.
Significa che la comunicazione con la Corte dei Conti è una fase di confronto preliminare, non una condanna né un’approvazione definitiva.
Vediamo interloquire:
America e Europa sono pronti a interloquire sui dazi che vuole imporre Trump.
Significa che sono disponibili a discutere e scambiarsi opinioni, prima di prendere decisioni definitive.
In pratica, nessuna decisione finale sui dazi è stata ancora presa. Ci sarà un dialogo, uno scambio di vedute tra le due parti.
Questo dialogo serve a chiarire posizioni, proporre modifiche e preparare eventuali accordi futuri.
Notate che oltre a “inter”, il finale è “loquire“.
Loquire deriva dal latino loqui, che significa “parlare”.
Quindi letteralmente: “parlare tra”, cioè parlare scambiandosi parole con qualcun altro, dialogare.
Avrete notato che sono una persona abbastanza loquace, sbaglio? Vuol dire che parlo molto. Non è un insulto, ma se fossi troppo loquace, fino all’esaurimento, allora sarei logorroico.
Questo proprio non vorrei si dicesse di me!
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All’Oktoberfest di Roma, svolto dal 23 al 25 settembre 2022 (non è stato l’unico, per la cronaca), tra birre, wurstel e musica bavarese, c’era anche chi arrivava con un piccolo segreto personale.
Alcuni, infatti, dicevano:
«Io ho fatto un fioretto: niente birra per un mese».
E allora ci si chiedeva: che senso ha venire a una festa della birra e poi rinunciarvi? Proprio qui entra in gioco il termine fioretto.
Fare un fioretto, in italiano, significa compiere una rinuncia volontaria, un sacrificio personale, spesso come promessa legata a un valore religioso o morale. Non si tratta di una grande privazione: in genere è qualcosa di piccolo, come rinunciare a un dolce, a un vizio, o – in questo caso – a un boccale di birra. L’origine del termine si lega all’idea di offrire un fiore, un gesto semplice e simbolico, che diventa metafora di una rinuncia consapevole.
In origine un fioretto è un atto di promessa realizzato nei confronti di Dio, che obbliga moralmente a compiere una certa azione, sia per ripagare un beneficio ricevuto da essa, sia per una semplice questione di fede e devozione. È un piccolo sacrificio, un impegno che di solito viene offerto a Maria, a Gesù o a un santo qualunque.
Oggi però il “fioretto” può essere usato anche in senso laico.
Es:
«Ho fatto il fioretto di non lamentarmi per una settimana»
oppure:
«Per un mese niente social dopo cena».
Questo è decisamente più duro 🙂
In tutti i casi, è un piccolo sacrificio volontario, un impegno preso con sé stessi.
Ma tornando all’Oktoberfest di Roma, mentre qualcuno (pochi) si dedicava ai propri fioretti, altri subodoravano che stesse per accadere qualcosa di insolito. I camerieri correvano, gli organizzatori parlavano sottovoce, e chi era attento già lo intuiva: subodoravano un colpo di scena. E infatti, poco dopo, comparve a sorpresa una band bavarese che animò la serata.
Il verbo subodorare ha un sapore antico: deriva dal latino sub-odorari, cioè “fiutare sotto”, “sentire appena un odore”. Da qui il significato figurato: percepire, intuire, avere un sospetto, spesso vago ma insistente. Si dice:
«Subodoro un aumento delle tasse»
oppure
«Ho subodorato che volesse nascondermi qualcosa».
In alternativa, possiamo usare sinonimi come intuire, sospettare, avere un presentimento, fiutare. Qualcuno di voi – e concludo – avrà certamente pensato a “avere sentore“, un episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
C’è una differenza perché subodorare ha un tono un po’ più ironico o sospettoso, mentre avere sentore è più neutro, e formale: significa ricevere un avviso, un indizio, anche minimo, che lascia presagire qualcosa. Poi, non è necessariamente negativo. Posso anche dire che
Ho avuto sentore che la riunione verrà anticipata.
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Il 22 settembre 1907, a Genova, fu un giorno che molti ricordarono a lungo. Quel giorno doveva essere una festa: il varo del piroscafo Principessa Jolanda. La folla era radunata, gli ufficiali, i costruttori, i giornalisti. Tutti aspettavano di vedere scivolare in mare questa nave imponente, simbolo del progresso e dell’ingegno italiano.
Ma pochi minuti dopo l’ingresso in acqua, accadde qualcosa di imprevisto. La nave iniziò a inclinarsi lentamente, poi sempre di più, fino a capovolgersi e affondare davanti agli occhi di tutti. Nessuna vittima, per fortuna, ma il disastro fu totale.
Ora, immaginate gli ingegneri navali, i responsabili del cantiere e le autorità presenti: sicuramente avranno passato un brutto quarto d’ora.
Stavolta i minuti sono 15, un quarto d’ora, appunto. Ma parliamo di un brutto quarto d’ora.
In questo senso il quarto d’ora può essere solo un brutto quarto d’ora.
In comune con i cinque minuti, che se ricordate si riferiva ad una arrabbiatura incontrollata, c’è il fatto che non dobbiamo essere fiscali.
Non parliamo neanche stavolta di letteralmente quindici minuti, ma di comunque un periodo breve e intensissimo, pieno, stavolta di imbarazzo, tensione, paura.
Generalmente il finale è sempre positivo, nel senso che è solo un periodo breve ma che ha provocato forti emozioni. Negative si intende.
Ecco il senso dell’espressione italiana “passare un brutto quarto d’ora”: vivere un momento difficile, spiacevole, magari imbarazzante o stressante, che però non dura a lungo. Non si parla di mesi di sofferenza, ma anche di un attimo sgradevole, intenso e faticoso.
Pensate a uno studente che viene interrogato senza aver studiato: anche lui passa un brutto quarto d’ora davanti al professore. Oppure a un dipendente che deve giustificarsi col capo per un errore commesso. O ancora a un figlio che deve confessare ai genitori di aver rotto un oggetto prezioso. Sono tutte situazioni brevi, ma che lasciano il segno.
Posso anche dire:
Dopo quello che ha fatto, appena torna a casa mio marito, gli faccio passare un brutto quarto d’ora!
Può sembrare una minaccia vero?
Il “brutto quarto d’ora” però non è mai eterno. Dopo quel momento critico, tutto torna alla normalità.
Meno male direi!!
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Il 21 settembre 1904 terminò in Italia il primo sciopero generale. Ricordate lo sciopero dei minatori in Sardegna, vero?Ebbene, per molti lavoratori, quell’evento rappresentò un momento di grande partecipazione collettiva: una vera e propria apoteosi del movimento operaio, perché in quei giorni si ebbe il culmine, il punto più alto, della loro lotta e della loro compattezza.
Qui la parola apoteosi non significa “trasformare in dio” come nel latino e nel greco antichi (apothéōsis = elevazione a divinità), ma indica il momento più alto, solenne, entusiasmante di un evento o di una vicenda.
Es:
Il concerto si è chiuso con l’apoteosi del pubblico in piedi che applaudiva per dieci minuti.»
Cioè: il culmine dell’entusiasmo, il trionfo.
La vittoria ai Mondiali è stata l’apoteosi della carriera di quel calciatore.
Cioè: il punto più alto, il coronamento della sua carriera.
La festa di matrimonio si è conclusa con un’apoteosi di fuochi d’artificio.
C’è stato quindi un finale grandioso, spettacolare.
Espressioni alternative per rendere lo stesso concetto ce ne sono chiaramente.
A seconda del registro linguistico possiamo usare Il culmine, il punto più alto, il momento più intenso. Ancora più vicino è la parola trionfo.
Abbastanza vicine sono le espressioni “il non plus ultra”, “il top”, “il massimo”
In sintesi, quando diciamo “apoteosi”, ci riferiamo a un momento che supera tutti gli altri per intensità, grandezza o bellezza, diventando un vero trionfo.
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Siamo nell’anno 1905. Il film “La presa di Roma” (considerato il primo vero film italiano) celebrava un momento simbolico del Risorgimento: l’ingresso delle truppe italiane avvenuto a Roma il 20 settembre 1870, con la famosa “Breccia di Porta Pia”. Ricordate vero?
Per molti italiani patrioti, quel giorno fu motivo di orgoglio nazionale.
Per il Papa e per una parte del clero, invece, i soldati del Regno d’Italia erano invisi , cioè odiati, ostili, avversati: rappresentavano, come abbiamo detto varie volte, la fine del potere temporale della Chiesa.
Possiamo quindi dire:
Il film di Alberini celebrava un episodio glorioso per l’Italia, ma allo stesso tempo ricordava un momento in cui i soldati italiani erano invisi al Papa e a molti cattolici.
Oppure, con un esempio diverso:
Un governo inviso al popolo difficilmente riesce a durare a lungo.
Qualche altro esempio:
Mussolini era inviso a molti intellettuali, che non condividevano la sua ideologia.
Quel collega è inviso a tutti: non collabora mai e critica sempre.
Il nuovo regolamento è inviso agli studenti, che lo trovano troppo severo.
Inviso al re, il poeta visse in esilio.
L’eroe, pur celebrato dal popolo, rimase inviso ai nobili di corte.
Il suo spirito libero lo rese inviso a chi amava le regole.
La grammatica come sapete è invisa al sottoscritto. Nonostante tutto riesco a sopportare chi crede che non se ne possa fare a meno.
Avere capito che inviso significa che provoca un sentimento diffuso di ostilità o di odio. Significa malvisto, guardato con sentimento di avversione o di odio: l’inviso tiranno; governo, ministro inviso al popolo.
Giovanni si rende inviso a tutti i membri per la sua prepotenza; è una persona invisa.
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In questa giornata avviene il ritiro delle truppe francesi da Roma, evento che segna la fine di un periodo di profondo sconvolgimento per la città e offre un esempio perfetto del concetto di tornare in auge.
L’espressione “Tornare in auge” significa che qualcosa o qualcuno, dopo un periodo di declino o dimenticanza, riacquista popolarità, successo o importanza. Per questo si usa il verbo tornare.
Il termine auge deriva dal latino e indica il punto più alto o il massimo splendore.
Nel caso di Roma, la città era stata strappata al dominio temporale di papa Pio VI il 10 febbraio 1798 dal generale francese Louis Alexandre Berthier. Pochi giorni dopo, il 15 febbraio 1798, era stata proclamata la Repubblica Romana, una repubblica sorella della Prima Repubblica francese, che aveva interrotto secoli di governo papale e aveva instaurato un nuovo ordine politico e sociale.
La ritirata delle truppe francesi non fu solo un evento militare, ma simboleggiò la restaurazione del potere papale, riportando Roma a un ruolo di stabilità e all’identità che le apparteneva da secoli. Questo ritorno in auge non fu un semplice ripristino – parola interessante anche questa – ma una rinascita che segnò un passo fondamentale per la riconquista del suo ruolo politico e religioso.
L’espressione viene usata in molti ambiti:
Nel mondo della moda potrei dire che un capo di abbigliamento, come un vecchio modello di pantaloni, dopo anni di obliotorna in auge grazie a un designer che lo reinterpreta in chiave moderna.
Nel mondo dello spettacolo invece un attore che ha avuto un periodo di successo e poi è stato dimenticato può tornare in auge (o anche alla ribalta, un’espressione simile che abbiamo già incontrato) con una performance eccezionale in un nuovo film.
Nel settore tecnologico, il vinile, dato per morto con l’avvento dei CD e della musica digitale, recentemente è tornato in auge, diventando un oggetto da collezione e un simbolo di qualità sonora.
Espressioni simili.
Altre espressioni che hanno un significato simile includono:
Tornare alla ribalta: Indica un ritorno sotto i riflettori, l’attenzione pubblica. Risorgere dalle ceneri, che suggerisce un ritorno alla vita dopo una distruzione o un fallimento totale.
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Avete presente la canzone “Torna a Surriento“? E’ un grandissimo successo a cui si ispirò anche il grande Elvis Presley con il suo brano “Surrender“. Dovete sapere che il 15 settembre 1902, quando l’allora presidente del consiglio Zanardelli arrivò a Sorrento, fu annunciato che il brano era stato composto, per ricordare a Zanardelli di mantenere la promessa di far realizzare una serie di opere pubbliche necessarie a Sorrento, tra le quali la più importante era la rete fognaria all’epoca inesistente. Il brano in realtà fu soltanto riadattato per l’occasione. Una bella furbatavero? In realtà la sua composizione risale a qualche anno prima.
Ad ogni modo quel 15 settembre chissà quanta gente era accorsa in piazza per accogliere il presidente del Consiglio:
“Quanta folla c’era?”
“Eh… a spanne direi un migliaio di persone!”
Naturalmente nessuno li aveva contati uno a uno: è una stima, appunto “a spanne”.
Questa, se non si fosse capito, è l’espressione del giorno.
Dire che qualcosa si calcola “a spanne” significa fare una stima approssimativa, “a occhio e croce”, si potrebbe dire usando un’espressione più usata, quindi senza l’ausiliodi strumenti precisi o dati esatti. È un’espressione comunque colloquiale, informale, molto usata nella vita quotidiana.
Esempio pratico: se ti chiedono quanto sia larga una stanza e tu rispondi “mah, a spanne direi quattro metri”, stai facendo una valutazione basata solo sulla percezione, non su un metro o su una misura esatta.
Tutte indicano approssimazione, ma “a spanne” è particolarmente vivace perché richiama il gesto fisico delle mani che si aprono “a spanna” per dare una misura indicativa.
Una spanna infatti è la distanza intercorrente fra la punta del pollice e quella del mignolo della mano allargata al massimo. Oggi si usa di più “un palmo” che è la stessa misura, circa 20 cm. Invece “una spanna” è una espressione per indicare una misura piccola, o addirittura minima e irrilevante.
La corsa l’ho vinta io ma per una spanna!
Cioè: ho vinto la corsa, ma di pochissimo, con un vantaggio minimo.
Si tratta quindi di una misurazione grossolana, fatta a occhio o senza precisione.
Spesso si sente anche “stima spannometrica“, cioè fatta a spanne.
Es:
Quanti erano alla festa? Vuoi una stima spannometrica: un centinaio direi
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Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi voglio parlarvi di cosa accade quando prendono (o vengono) i cinque minuti.
È un altro modo interessante di utilizzare il verbo prenderein modo figurato.
Non c’è nessuno qui che “prende” fisicamente i cinque minuti, chiaramente. Anche perché il tempo è intangibile. Non si può prendere; non si può afferrare fisicamente. Ma d’altronde, il verbo prendere sappiamo che si usa spessissimo in senso figurato. Questo è uno dei tanti casi.
L’espressione italiana “prendere i cinque minuti” significa avere un improvviso scatto d’ira, perdere la pazienza, compiere un gesto impulsivo, senza pensarci troppo. Di questa espressione non ne abbiamo mai parlato finora, neanche in episodi come “mille modi per arrabbiarsi” o quello dedicato ai verbi incazzarsi e scazzarsi.
Si usa in questo modo:
Mi prendono i cinque minuti (a me).
Ti prendono i cinque minuti (a te).
Gli/le prendono i cinque minuti (a lui/lei).
Ci prendono i cinque minuti (a noi)
Vi prendono i cinque minuti (a loro)
Gli prendono i cinque minuti (a loro, sia maschile che femminile).
Non si dice semplicemente “prendono i cinque minuti” senza specificare chi: bisogna indicare il soggetto a cui accade.
A meno che non diciate frasi di questo tipo:
Quando prendono i cinque minuti possono accadere cose pericolose.
In questo caso parlo in generale. E’ come dire: quando ad una persona prendono i cinque minuti…
Notate che si dice “i cinque minuti” e non solamente “cinque minuti”, come si fa solitamente col tempo (es: appena ho cinque minuti finirò quel lavoro).
Questi infatti sono dei particolari cinque minuti, e per questo ci vuole l’articolo.
È un’espressione informale, colloquiale, usata nella lingua di tutti i giorni. Non è adatta a situazioni formali, a testi scritti ufficiali o a contesti professionali, dove si preferiscono giri di parole come “ho perso la calma” o “ho reagito impulsivamente”.
Es:
Ieri in ufficio mi sono presi i cinque minuti e ho detto tutto quello che pensavo al capo.
Ogni volta che sento quella canzone, mi prendono i cinque minuti e cambio subito stazione.
Stavo cucinando tranquillo, poi, dall’odore di bruciato, mi sono presi i cinque minuti e ho buttato via tutto.
Quando mi chiamano con i call center, mi prendono sempre i cinque minuti e riattacco bruscamente.
Attenzione ad usare il verbo essere al passato: mi sono presi, ti sono presi, gli/le sono presi, eccetera.
Espressioni simili sono:
“Perdere le staffe” (più neutra, usata anche in contesti semi-formali).
“Andare in escandescenze” (più forte, più letterario o burocratico).
Anne Marie:Io so la soluzione! Si finisce sempre per scervellarsi, ma ho trovato come tenere a bada i miei cinque minuti! Quando mi prendono i cinque minuti, respiro, conto fino a dieci e alla fine non dico nulla… morale della favola: evito discussioni inutili e mi salvo la giornata!
Anna: Soluzione singolare direi! io invece accendo la moka e mi preparo un caffè: alla fin fine la caffeina è più innocua di una litigata!