Impelagarsi, mettersi in un pelago (ep. 996)

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Giovanni: tutti noi, prima o poi nella vita, ci capita di impelagarsi in qualcosa.

Non è una cosa piacevole. Questo è bene dirlo subito.

Il verbo “impelagarsi” indica l’atto di coinvolgersi o ritrovarsi in situazioni complesse, in intricati affari, o difficoltà da cui è complicato uscire.

È un termine che esprime il concetto di essere intrappolati o coinvolti in modo involontario in situazioni problematiche. Alcuni sinonimi di “impelagarsi” potrebbero essere “avvilupparsi,” “avvolgersi,” “incastrarsi,” “coinvolgersi in complicazioni,” o “immergersi in situazioni intricate.”

Impelagarsi evidenzia chiaramente il concetto di difficoltà e complicazioni associate a tale avventura.

Si usa anche espressione “mettersi in un pelago.”

Un pelago di guai” è sicuramente quello più usato, ma non è necessario specificare.

Es:

Ti sei impelagato in una relazione con una donna sposata che ti porterà solo problemi.

Se continui a frequentare quelle persone, rischi di impelagarti in un mare di guai.

Non acquistare una casa troppo costosa. Rischi di impelagarti nei debiti.

Mi sono messo in un pelago da cui non uscirò mai.

Ma cos’è il pelago?

Avete presente l’Arcipelago? Si chiama così un gruppo di isole o isolette disposte in prossimità l’una dell’altra. Le galapagos, le Maldive, l’arcipelago delle Isole Hawaii, eccetera. Questi sono famosi arcipelaghi.

Invece il “pelago” rappresenta, nel senso proprio, una porzione di mare aperto. Deriva dal greco e significa proprio “mare”. Rappresenta la vastità del mare.

Posso allora dire, ad esempio:

Il professore si è specializzato nello studio dei vari ecosistemi che si trovano in un pelago

Parliamo quindi di una porzione di mare da qualche parte.

Ma nel senso figurato è simbolo di situazione o vicenda difficile, pericolosa, o anche di quantità eccessiva, che non serve a niente e anzi è qualcosa di nocivo.

Un pelago di guai è dunque una quantità di guai molto grande.

“Mettersi in un pelago di guai” (cioè impelagarsi) quindi significa entrare in una situazione difficilissima dalla quale si fa fatica a uscire.

Il termine pelago però può anche essere usato semplicemenete per indicare qualcosa di grande, vasto, senza confini, e non necessariamente essere legato a guai e problemi.

Es:

La mente dell’artista era come un pelago di creatività, sempre in fermento con nuove idee.

Il viaggiatore si sentì piccolo e insignificante quando contemplò l’immensità di un pelago di stelle nel cielo notturno.

Potete sbizzarrire la vostra creatività nell’uso di questo termine. Chiaramente l’obiettivo deve essere legato a qualcosa possibilmente di immateriale.

Possiamo anche parlare di un “pelago di persone” per indicare che sono tante, ma in genere si usa per dare un tocco di classe, di eleganza, di creatività o di romanticismo a una frase.

A seconda dello scopo della frase, potrei anche usare altri termini soprattutto se parlo di persone.

Ad esempio, Umberto Eco ha detto che con lo sviluppo dei social media si dà la parola a una “legione di imbecilli”.

Qui lo scopo è completamente diverso e Eco ha deciso di usare la “legione“, un termine militare che indica un gruppo molto numeroso di soldati.

In senso più dispregiativo potrei usare “mandria“, che in senso proprio indica un gruppo di “animali”.

Potrei usare anche “combriccola” in altre occasioni e altri termini ancora. Non voglio però impelagarmi in spiegazioni troppo lunghe e nell’evidenziare tutte le differenze che esistono tra i vari termini.

Tra l’altro ci sono anche altri verbi che si avvicinano al verbo impelagarsi, tipo perdersi o impantanarsi.

Vi lascio invece al ripasso di oggi dove i membri dell’associazione Italiano Semplicemente parlano del loro rapporto con la musica.

Anthony: Apprezzo un’ampia gamma di musica però non è mai stato nelle mie corde fare il musicista e quindi non ho mai dato seguito a questo mio apprezzamento. Rimane una fonte di rammarico nella mia vita. Fortunatamente però ho scoperto di essere votato alla medicina, e con queste competenze riesco almeno a campare. Sarà per la prossima vita!

Ulrike: Se penso al mio rapporto con la musica, in primo luogo mi viene in mente il lungo periodo della mia infanzia e adolescenza in cui suonavo il violino. Benché portata per lo strumento, almeno a parere dei miei insegnanti insistenti, dopo 8 anni di studio e competizioni musicali, per tutta risposta e senza remore ho chiuso per sempre la custodia del violino.

Marcelo: Da piccolo, alle scuole elementari, ero volto agli studi di musica e mi piaceva! Eccome! Ero parte di un complesso musicale e suonavo il tamburo. Col tempo e senza che nessuno caldeggiasse un mio futuro dedicato allo strumento, ho smesso il mio rapporto con la musica. Vai a capire perché! Ora, a posteriori e a ragion veduta, posso dire che è molto importante assecondare un bambino nello sviluppo dei suoi gusti e inclinazioni. Peccato!

Andrè: non so che ne pensate, ma quando esco con gli amici per una cena o per fare un aperitivo nel posto dove andiamo deve per forza esserci la musica dal vivo, sennò nisba! Non importa il ritmo, sebbene io sia un po’ nostalgico e preferisca le musiche degli anni 60 70 e 80! Se poi è anche musica brasiliana ben venga!

Una pallida e una fedele imitazione (ep. 995)

Una pallida e una fedele imitazione (scarica audio)

Giovanni: Sì, “pallida”, come avete letto nel titolo, è un aggettivo che può essere utilizzato anche per descrivere un’imitazione. Lo abbiamo già visto parlando di idee, ricordate l’espressione non avere la più pallida idea?

Ma cos’è una imitazione? Il termine “imitazione” può avere diversi significati a seconda del contesto in cui viene utilizzato:

L’Atto di imitare si riferisce ad esempio nel copiare o riprodurre il comportamento, l’aspetto, le azioni o le caratteristiche di qualcun altro. Questo può riguardare persone, oggetti, stili, suoni, ecc. In ogni paese ci sono imitatori, comici che imitano il presidente, l’attore, il personaggio famoso.

L”imitazione può essere una riproduzione che assomiglia o si avvicina all’originale, ma non è l’originale stesso.

Nel settore artistico, l’imitazione può riguardare l’arte di riprodurre o reinterpretare opere d’arte, stili o movimenti artistici esistenti.
Nel mondo del design, l’imitazione può riferirsi alla creazione di prodotti che assomigliano o sono ispirati a prodotti esistenti, spesso per scopi commerciali.

Noi in Italia ne sappiamo qualcosa, perché i prodotti italiani sono spesso imitati, e in genere con scarso successo. Parmigiano, scarpe, vestiti eccetera.

Quando una imitazione non si avvicina all’originale, potremmo usare diversi aggettivi o modalità per descrivere questo.
Uno dei modi è usare l’aggettivo “pallida“. Una pallida imitazione.

In genere, viene impiegato per sottolineare che l’imitazione non è molto convincente o non ha catturato adeguatamente le caratteristiche dell’originale. Ad esempio, se qualcuno fa un’imitazione di una celebrità e questa imitazione non è molto accurata (un aggettivo meno informale questo) potresti dire che è “pallida” nel senso figurato che manca di vivacità o dettagli. È importante notare che “pallida” è usato in senso critico e è considerato un termine negativo quando si parla di imitazioni.

Es: la crostata che ho fatto è una pallida imitazione di quella che sa fare mia moglie.

Cioè: è tutta un’altra cosa, non somiglia per niente, non ha niente a che vedere, ha un sapore e un aspetto totalmente diverso dalla crostata di mia moglie, ma mentre le modalità che ho appena usato possono significare sia che sono migliori, sia il contrario, dire che è una pallida imitazione non lascia spazio a alcun dubbio. La mia crostata è una ciofeca!

Al contrario, se somiglia moltissimo all’originale, potrei usare l’aggettivo “fedele“.

Una fedele imitazione è un complimento perché dimostra un alto livello di abilità nell’imitare o riprodurre qualcosa con grande precisione.

Una “fedele imitazione” si riferisce a un tipo di imitazione o riproduzione che è molto accurata e precisa nell’imitare l’originale. In questo caso, l’imitazione è così simile all’originale che cattura in modo dettagliato le caratteristiche, le qualità o le peculiarità dell’oggetto o del soggetto che si sta imitando.

Una fedele imitazione cerca di replicare l’originale nel modo più esatto possibile, in modo che possa essere difficile distinguerla dall’originale.

È proprio uguale all’originale, tale e quale, spiccicata, una fotocopia, pari pari all’originale, sputato. Alcune di queste sono più informali (pari pari, spiccicato, sputato) ma tutte implicano che non c’è alcuna differenza apprezzabile tra la riproduzione e l’originale.

Ma che ne pensano i membri dell’associazione Italiano Semplicemente delle imitazioni? Avete esempi da farmi per ripassare gli episodi passati?

Sofie: Spero che le imitazioni che si fanno di Papa Francesco, che a me piacciono molto, non siano un tabù da nessuna parte. Sono davvero divertenti. A proposito, di imitatore (involontario) di Sua Santità ne abbiamo uno anche noi dell’associazione.

Marcelo: Cari fratelli, forse Sofie allude al sottoscritto?
Scherzi a parte,
quando parliamo di imitazioni dobbiamo tener conto di diversi aspetti. Il primo è il più importante, e, se vogliamo, riguarda l’apprendimento. I bambini difatti imparano proprio per imitazione e anche gli adulti in fondo, ma in misura minore. Il problema è l’imitazione intesa nel senso di voler spacciare qualcosa per l’originale. Queste cose se le osservi nei dettagli, però, non sono mai perfettamente conformi all’originale. Qui gatta ci cova quasi sempre e se ci caschi! … povero te!
Ah dimenticavo di ricordarvi di pregare per me!

André: Avete mai visto Gianni giocare a calcetto? il nosso presidente conosce come pochi i segreti di questo sport! Durante le partite spesso ci regala una caterva di dribbling e assist. Mi chiedo se se la senta di fare l’imitazione di Leo Messi.

Rompere e sfatare un tabù (ep. 994)

Rompere e sfatare un tabù (scarica audio)

tabù

Giovanni: Per spiegare il termine tabù, vi ricordo che è stato usato in uno degli ultimi episodi, all’interno di un ripasso. La frase era la seguente:

Estelle (Francia): Non vorrei stigmatizzare tutto un popolo, ma è risaputo che i francesi sono reticenti a rivelare i loro stipendi. Parlare di denaro è tabù come se guadagnare denaro fosse qualcosa di sconveniente. Questo sebbene le persone lavorino tanto. in altri paesi invece è un simbolo di riuscita personale. Vai a capire!

Giovanni: evidentemente Estelle, di cui avete appena ascoltato la voce, conosce già il termine tabù.

Quando qualcosa è tabù, parliamo di un argomento sensibile. Parliamo di un tema delicato. Tabù somiglia a “vietato”, ma parliamo di qualcosa che ha a che fare con qualcosa che, in quel luogo, per quella persona, per quella determinata circostanza, pone un particolare tipo di ostacolo, e questo ostacolo ha normalmente a che fare con la “morale”.

Inizialmente, il termine “tabù” (che deriva dalla lingua polinesiana, in particolare dalla lingua tahitiana) era utilizzato per riferirsi a pratiche culturali o religiose che vietavano o proibivano determinati atti o oggetti per ragioni sacre o culturali. Nel tempo, il termine è stato adottato in altre lingue e ha assunto un significato più ampio, riferendosi a qualsiasi cosa che sia considerata proibita o vietata per motivi morali, sociali o religiosi.

Oggi è un termine ampiamente utilizzato per riferirsi a argomenti, pratiche o concetti considerati sensibili o vietati in una determinata cultura o società.

Un “argomento tabù“, ad esempio, è un argomento di cui non si parla, o si parla con estrema difficoltà. E’ un argomento o una questione che è meglio evitare o trattare con cautela in una determinata situazione o contesto.
Ci sono diversi modi alternativi per indicare questo tipo di argomenti:

  • Tema delicato.
  • Materia vietata.
  • Tema/Soggetto controverso.
  • Discorso proibito.
  • Materia off-limits.
  • Conversazione inappropriata.
  • Argomento non idoneo.
  • Discussione da evitare.
  • Argomento spinoso

Ciò che è considerato un argomento tabù in una determinata società o cultura può derivare dalle credenze morali e dalle norme etiche di quella società. Estelle poco fa parlava del fatto che parlare del proprio guadagno è tabù in Francia. C’è una sorta di barriera morale.

La morale è una guida per ciò che è considerato giusto o sbagliato da un punto di vista etico. Gli argomenti tabù spesso riguardano questioni che vengono percepiti come moralmente sensibili, e il desiderio di evitare tali argomenti può derivare dalla volontà di rispettare le convinzioni e i sentimenti degli altri o di evitare conflitti morali o etici.

Tuttavia, è importante notare che le concezioni di ciò che è morale o immorale possono variare notevolmente tra le culture e le persone. Quindi, ciò che è considerato un argomento tabù in una cultura potrebbe non esserlo in un’altra.

Tabù si usa spesso soprattutto in queste circostanze, per evidenziare particolarità, prerogative specifiche. Non si parla solamente di argomenti di cui si può o non si può parlare, ma anche di cose che non è accettato che vengano fatte. Vediamo qualche esempio:

  1. Per alcune religioni, c’è un forte tabù contro il consumo di carne di maiale.
  2. Per alcuni, la sperimentazione sugli animali è considerato un tabù etico, mentre per altri è accettata per scopi scientifici.
  3. Nella nostra famiglia, è da sempre considerato un tabù parlare delle questioni sessuali personali.
  4. Gli uomini possono portare la gonna? In Italia è tabù, ma gli scozzesi non la pensano allo stesso modo.
  5. La squadra della Roma andrà a giocare a Torino contro la Juventus. Un campo in cui la Roma non vince da 10 anni. Stavolta la Roma spera di rompere il tabù.

Rompere il tabù” ho detto. Infatti si usa dire così quando si cerca di superare questo ostacolo, questa restrizione. Nel caso della partita di calcio, chiaramente, non si tratta di una questione morale; semplicemente quello di Torino è da sempre un campo difficile per vincere per la Roma, dunque è proibitivo (più che proibito) vincere a Torino contro la Juventus.

Posso chiaramente usare anche “superare il tabù” con lo stesso senso. Oppure si può dire infrangere un tabù.

Ma lo sapete, a proposito, che le borsette da uomo – le cosiddette pochette – forse non saranno più un tabù?

Personalmente non sarò io a rompere questo tabù!

Posso fare altri esempi:

La società sta finalmente rompendo il tabù sull’uguaglianza di genere, promuovendo l’uguaglianza salariale e l’accesso alle opportunità professionali per uomini e donne.

Vi dirò che oltre che rompere o infrangere un tabù, si usa molto anche “sfatare un tabù“. C’è di mezzo il fato. Ma perché chiamare in causa il fato?

L’uso del termine “fato” suggerisce che ciò che è considerato un tabù è stato storicamente considerato immutabile o inevitabile, ma ora qualcosa o qualcuno sta cercando di modificarlo o superarlo. Sfatare infatti significa dimostrare inconsistente o falsa una credenza, una convinzione radicata nella massa.

Il senso è simile a rompere, ma è più legato alle credenze e al coraggio o alla forza che ci vuole per cambiare le cose. Si tratta in genere di superare ostacoli culturali, sociali o morali e di rendere accettabili discussioni o azioni che erano precedentemente considerate inaccettabili o proibitive (come la vittoria della Roma a Torino). Diciamo che “sfatare un tabù” è più o meno come “rompere un tabù” , ma si sottolinea maggiormente come delle persone o delle opere contribuiscano a rompere delle barriere sociali o culturali associate a determinati argomenti o questioni, aprendo la strada a una maggiore comprensione e accettazione.

Es:

Con una ricerca approfondita, uno scienziato potrebbe sfatare il tabù che circonda la medicina alternativa, dimostrando che alcuni trattamenti possono avere effetti benefici basati su prove scientifiche.

L’artista ha sfatato il tabù dell’arte erotica, esponendo opere provocatorie che sfidano i pregiudizi e promuovono la libertà di espressione.

La scrittrice ha scritto un libro che sfata il tabù del divorzio, offrendo una prospettiva compassionevole e realistica sulla fine di un matrimonio.

Il film ha sfatato il tabù dell’omosessualità nell’industria cinematografica, presentando con sensibilità storie d’amore tra persone dello stesso sesso.

Adesso chiedo ai membri dell’associazione se mi vogliono parlare dei loro tabù.

Marcelo: In famiglia abbiamo deciso di non scendere a compromessi riguardo a certi argomenti: parlare di politica, religione, educazione dei figli, vaccinazioni e via discorrendo: tutti argomenti rigorosamente tabù. Se nessun disattende questa norma, viviamo in pace. Altrimenti, apriti cielo!

Andrè: benché agli occhi del mondo possa sembrare una sciocchezza, parlare di sesso nel mio paese (il Brasile) è ancora un tabù.

Il verbo rimediare (ep. 993)

Il verbo rimediare (scarica audio)

Giovanni: oggi io e Elettra parleremo del verbo rimediare. Non è un caso che mi sia venuto in mente proprio questo verbo. Vedremo alla fine perché.

Rimediare è un verbo che ha due utilizzi diversi.

Elettra: Innanzitutto, rimediare significa aggiustare una situazione negativa o problematica. Ha un significato molto simile al verbo risolvere.

Giovanni: Il termine “rimedio” è chiaramente collegato a questo utilizzo di rimediare.
Infatti, ad esempio, se dico che occorre rimediare a una brutta situazione, significa che bisogna trovare un rimedio a questa brutta situazione, cioè bisogna risolvere un problema trovando una soluzione. Somiglia abbastanza a “recuperare“.

Il rimedio chiaramente arriva dopo che un problema si è verificato e serve a riportare la situazione allo stato precedente o quantomeno a attenuare gli effetti del problema.

Elettra: Dopo che si è rimediato a un problema, bene che va, siamo nelle stesse condizioni di prima che il problema si verificasse, non certamente in una situazione migliore.
Vediamo qualche esempio:

Ho dimenticato il mio portafoglio a casa, ma ho rimediato prendendo dei soldi in prestito da un amico.

In questo caso, il problema è rappresentato dall’aver dimenticato il portafoglio. Il rimedio è consistito nel farsi prestare dei soldi da un amico.

Giovanni: Oppure:

Se hai rotto il vaso, puoi rimediare incollandolo insieme

Certo, in questo caso il rimedio non è così efficace, ma meglio che niente. Ad ogni modo non si riuscirà ad ottenere un risultato migliore di prima. Al massimo non si vedrà la differenza rispetto a prima.

Mi sono dimenticato dell’anniversario di matrimonio. Come rimediare?

In questi casi basta un bel gioiello!

Elettra: Passiamo invece al secondo utilizzo, familiare ma molto diffuso.

Rimediare, in questo senso, significa riuscire a ottenere qualcosa, e normalmente si usa quando non si ha la più pallida di quanto si riuscirà a ottenere.

Una verbo equivalente ma meno informale è “racimolare“. Una terza opzione è “raccapezzare“. Anche “procacciarsi” è simile.

Es

Rimediare un po’ di soldi

I mendicanti chiedono l’elemosina nella speranza di rimediare qualcosa per poter mangiare

Oppure:

Ho dimenticato il mio ombrello, ma sono riuscito a rimediarne uno in prestito da un collega.

Non c’era alcuna garanzia di riuscire a trovarne uno.

Giovanni: Quando si rimedia qualcosa (attenzione, ho detto quando si rimedia qualcosa, non “a qualcosa” – ecco un modo per riconoscere il primo dal secondo utlizzo), o meglio, quando si cerca di rimediare qualcosa, è perché questa cosa ci serve e quindi si cerca. Dopo la ricerca, se si riesce ad ottenere un risultato, si può dire che si è riusciti a rimediare qualcosa. In genere il risultato non è troppo positivo, ma non è detto. A volte si usa anche al posto di “cercare” o “trovare“.

Es:

Mi serve un cacciavite, riesci a rimediarmelo?

Cioè: me ne riesci a rimediare uno, me lo trovi? Me ne trovi uno?

Un altro modo informale di esprimere lo stesso concetto, ma solo nel primo utilizzo del verbo, è attraverso l’espressione “metterci una pezza“. Anche “riparare” si usa spesso con lo stesso significato.

Comunque, tornando al secondo utilizzo, se non otteniamo nulla passiamo sempre dire di non essere riusciti a rimediare nulla.

Es:

Sono andato in cerca di funghi porcini oggi ma non ho rimediato nulla, se non un bel raffreddore.

Stavolta, la seconda volta, l’ho utilizzato in senso ironico: ho rimediato solo un bel raffreddore. Non era certamente questo ciò che stavo cercando. In questo caso, cioè nell’uso ironico, spessissimo si usa il verbo beccare.

Non ho trovato funghi ma in compenso mi sono beccato un bel raffreddore

Elettra: Spesso si usa in senso ironico.

Es:

Se non abbassi la musica a mezzanotte, rimedierai una bella denuncia per schiamazzi notturni.

Continua a prendere in giro la mia squadra e rimedierai un calcio nel sedere!

Credo che nella prossima partita l’Italia rimedierà una sonora sconfitta.

In senso non ironico, invece posso dire ad esempio:

Mi servono delle sedie perché ho ospiti cena. Vedo se riesco a rimediare qualcosa al mercatino dell’usato.

Giovanni: Ma perché vi ho detto, all’inizio, che mi è venuto non a caso in mente questo verbo?

Perché Elettra, per la sua collaborazione negli episodi di italiano semplicememte, ha rimediato ben 44 euro, grazie a due generose donazioni.

Due gentili signore che ringraziamo calorosamente hanno infatti risposto all’appello fatto nell’ultimo episodio.

Chi gradisce la collaborazione di Elettra puo chiaramente contribuire indicandolo nell’oggetto della donazione con paypal, oppure si può donare tramite indicando la mail italianosemplicemente@gmail.com

Elettra: grazie anche da parte mia. Adesso ripassiamo gli episodi passati parlando di rimedi. La parola ai membri dell’associazione.

Estelle: ragazzi come possiamo fare per rimediare agli errori quando componiamo i ripassi? Per quanto sto attenta, il mio tentativo è difficilmente scevro da errori.

Hartmut: meno male che Giovanni o qualche membro più avanzato ci mettono una pezza, altrimenti stiamo freschi…

Karin: però quantomeno non rimediamo mai cazziatoni da nessuno per questo!

Edulcorare (ep. 992)

Edulcorare (scarica audio)

Giovanni: chi di voi prende il caffè senza zucchero?Elettra: io non lo prendo proprio il caffè. Almeno non da solo. Non ancora.Giovanni: beh, tu a 17 anni ancora puoi farne a meno. Credi che lo prenderai con o senza zucchero?Elettra: credo che senza zucchero non ce la farei. È troppo amaro.Giovanni: dai, prova. L’ho fatto proprio adesso. È caldo caldo.Elettra: ok….Ah che amaro! Possibile edulcorare un po’?Giovanni: Edulcorare? Vuoi edulcorare il caffè?Elettra: Si, non mi piace così. Voglio metterci un po’ di dolcificante.Giovanni: ok, ma vuoi spendere qualche parola in più su questo verbo? Non credo che i nostri amici conoscono.Elettra: sì, va bene.Giovanni: ok, prego. Ti lascio la parola. Allora dovete sapere che Elettra ha deciso di aiutarmi con gli episodi di italiano semplicemente perché ha detto che vorrebbe una “paghetta”. Si chiama così la piccola somma di denaro che diamo periodicamente noi genitori ai figli, bambini o adolescenti, come nel caso di Elettra, affinché lei gestisca in autonoma le proprie spese.Allora ho pensato: fai un lavoretto per me, aiutami con gli episodi e se i visitatori vogliono farti un regalo, una piccola donazione, quella sarà la tua paghetta. Sennò, in alternativa, te la darò io, come sempre.Così le tue uscite con gli amici saranno meno “amare”. Possiamo dire così?Elettra: speriamo. Allora per edulcorare le mie uscite iniziamo con lo spiegare questo verbo.Edulcorare significa rendere dolce, cioè dolcificare, nel caso del caffè.Giovanni: perché? Cos’altro si può edulcorare, oltre al caffè, alle bevande eccetera? Cos’altro si può usare edulcorare?Elettra: perché questo verbo, stavolta l’ho usato in senso proprio, ma generalmente non si usa così.In genere, quando parliamo di “dolcezza” posso dire ad esempio:

Questa bevanda è stata edulcorata con aspartame o con altro dolcificante.

Con lo zucchero non si usa generalmente. Si usa zuccherare in quel caso.Invece il senso figurato è
rendere meno grave o sgradevole, quindi come attenuare.Allora posso edulcorare una notizia, posso edulcorare un fatto, possiamo cioè usare edulcorare per attenuare la gravità di un fatto, per farlo sembrare meno grave di quello che è.Magari posso farlo non dicendo alcuni particolari o dando un’interpretazione ottimistica di qualcosa che è accaduto o che è stato detto.Giovanni: facciamo qualche esempio che ne dici?Elettra: lo sento spesso usare in politica, tipo che un politico ha cercato di edulcorare una certa situazione, cercando di far sembrare meno gravi i problemi economici del paese.Quindi questo politico vuole far sembrare che le cose non vanno così male. I politici edulcorano spesso i fatti.Oppure possiamo parlare di un film, magari un film estremamente violento, così violento che così non andrebbe mai in TV.Allora la televisione fa una versione edulcorata di questo film per renderla adatta a un pubblico più giovane. Così vengono eliminate le scene più violente.Giovanni: bene, grazie mille Elettra, speriamo che la tua collaborazione duri a lungo. Allora ci vediamo al prossimo episodio. Chi vuole contribuire alla paghetta si Elettra basta indicarlo quando si fa la donazione con PayPal.Se volete potete usare il Link sul sito, altrimenti la e-mail è italianosemplicemente@gmail.com.Grazie a tutti per la generosità.Adesso ripassiamo parlando proprio di paghetta.André: Io ricordo la paghetta che mi dava mio padre, che non era molto alta. In compenso mi ha insegnato il valore dei soldi! Ho imparato anche a fissare il mio tetto di spesa. Tutto bello, fatto salvo quando dovevo tagliare l’erba d’estate, erba che cresceva in continuazione! Se ci ripenso, povero me!