858 Quand’è così

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La locuzione di cui ci occupiamo oggi ha un uso particolare che sicuramente non si trova su internet e nei libri di grammatica italiana. Sto parlando di “quand’è così“.

Si usa in particolare nel caso di scelte obbligate. Si può usare tuttavia anche semplicemente per prospettare una possibilità e descrivere le conseguenze. E’ un’espressione prevalentemente colloquiale.

Vi faccio qualche esempio.

Domenica prossima la Roma affronterà Il Paris Saint Germain. Sappiamo che normalmente parliamo di categorie diverse, perché il Paris Saint Germain è molto più forte, ma nella Roma si respira un forte entusiasmo per via del nuovo allenatore e quand’è così può accadere di tutto.

Dunque in questo caso “quand’è così” sta per “in questi casi”, “in queste occasioni”, “quando accadono queste cose”, “quando si verifica questa eventualità” e si usa per descrivere cosa succede in determinate circostanze.

Il termine “così” rappresenta proprio le particolari circostanze in cui ci troviamo. “Quand’è“, invece, sta per “quando ci troviamo” in queste circostanze, o anche “quando accadono” queste cose.

Un altro esempio:

Una volta ho sentito una forte scossa di terremoto ed io mi trovavo in bagno. In dieci secondi mi sono ritrovato nel cortile. Quand’è così non bisogna perdere tempo ma pensare solo a scappare!

Anche qui “quand’è così” sta per “in questi casi”, “quando accadono queste cose”, “in queste circostanze”.

C’era un forte vento durante la partita e quand’è così ogni tanto capita di sbagliare!

Ogni volta che usiamo questa locuzione è come se stessimo facendo un’eccezione, come se ci trovassimo in una circostanza particolare.

Infatti come dicevo “quand’è così” si usa spesso in dialoghi colloquiali, per presentare un caso particolare, una circostanza non comune, spesso inattesa, e la conseguenza, ciò che ne consegue, è spesso una scelta obbligata, senza alternative.

Si può trattare sia di cose negative che positive.

Es: due amiche, Anna e Margherita discutono di problemi di lavoro

Anna: Al lavoro non mi trovo molto bene con i colleghi e vorrei veramente cambiare attività. Credo che domani andrò a licenziarmi.

Margherita: cosa? Ma non puoi rinunciare allo stipendio per cercare un altro lavoro. sai cosa significa? E poi con i colleghi bisogna avere un po’ di pazienza.

Anna: Lo so, ma sai, Un collega mi ha importunata più volte e sono terrorizzata ormai da mesi che lo faccia ancora! Si tratta del direttore dell’azienda, mica di uno qualsiasi.

Margherita: davvero? Quand’è così ti capisco e credo che tu faccia bene a cercare un altro lavoro.

Quindi “quand’è così“, cioè “se le cose stanno così“, non c’è una scelta migliore di quella che hai detto. L’unica possibilità è cambiare lavoro.

C’è una certa flessibilità nell’uso di questa locuzione. Non abbiate paura di usarla soprattutto all’orale. Meglio ancora però se si parla di circostanze particolari. Comunque provate a usarla anche se non siete sicuri. Quand’è così ogni tanto si sbaglia, ma sicuramente più la userete e meglio sarà.

Adesso vediamo un bel ripasso:

Marcelo: oggi mi sono alzato di buona lena e così ho in programma molte cose da fare. Prima di tutto farò una passeggiata insieme al cane di mia figlia….prenderò anche un sacchetto di plastica, e lo utilizzerò all’uopo!

Ulrike: Ciao presidente. Ascolta, veramente sto lì lì per uscire; giusto il tempo di mettermi in ghingheri, ma non sarà sufficiente anche per un ripassino. Prenditi quello di Marcelo.

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857 Chiamalo fesso!

Chiamalo fesso! (scarica audio)

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Vediamo un’espressione colloquiale che si usa per dare un giudizio sull’operato di una persona. L’espressione è “chiamalo fesso!

Questa persona ha fatto qualcosa, o si è comportata in un certo modo, e chi esprime un giudizio non sta parlando con lui o lei, ma con un’altra persona.

Chiamalo fesso” , o “chiamala fessa” , nel caso di giudizio verso una donna, è una esclamazione colloquiale e pertanto è difficile trovare molti esempi scritti. All’orale si usa però molto spesso.

Parliamo essenzialmente di furbizia e di opportunità.

Vediamo un primo esempio:

Io e mio fratello parliamo di un nostro amico di nome Mario.

Io: Hai visto Mario recentemente?

Risposta: No, ma so che non riusciva a trovare lavoro in Italia e allora ha provato ad andare all’estero per vedere se ci riusciva. Voleva lavorare come pizzaiolo in Australia, e quando andava a chiedere di lavorare nelle pizzerie, diceva di chiamarsi Pasquale e di abitate a Napoli. Pasquale è infatti un nome tipicamente napoletano e Napoli come sapete è la patria della pizza. Così lo hanno subito assunto.

Replica: Ah, chiamalo fesso!

Sapete che “fesso” è un aggettivo, molto negativo come senso, perché una persona si dice fessa quando è ingenua, quando tutti riescono a imbrogliarla. Insomma una persona fessa non è per niente furba.

L’astuzia, come si suol dire, non sa neanche dove sia di casa (cioe non sa neanche dove abiti).

Un aggettivo questo che abbiamo già usato all’interno di italiano semplicemente. La prima volta parlando delle bugie, la seconda parlando delle fesserie, la terza volta nell’espressione “a me non la si fa“.

Allora, nell’esempio fatto sopra, Mario si è comportato da furbo, non certo da fesso.

Dicendo di chiamarsi Pasquale e di abitare a Napoli, ha aumentato la probabilità di trovare un lavoro come pizzaiolo in Australia.

Chiamalo fesso ha dunque un senso simile a “non è certo stato fesso”, “non si è certamente comportato da fesso”, oppure “ciò che ha fatto è proprio una cosa da furbo”.

Si dice “chiamalo”, come a dire “non puoi chiamarlo fesso”, “prova a dire che è stato ingenuo”, oppure “non si può dire che si sia comportato da persona poco furba”, “lo vuoi chiamare fesso?” “mica è stato fesso!”.

Queste sono frasi dal senso molto simile a “chiamalo fesso!”.

“Chiamalo fesso” è però un’esclamazione più veloce e arriva subito. Basta prestare attenzione al tono che usiamo quando pronunciamo questa esclamazione .

In luogo di “fesso” potremmo usare altri eggettivi più o meno simili, come stupido, rincoglionito, ingenuo.

Con queste esclamazioni si fa un apprezzamento di questa persona, si esprime un giudizio positivo, si sta infatti dicendo che si è comportata da persona furba, anche se la cosa può riguardare un fatto negativo. Potrei dire ad esempio:

L’assassino, dopo aver ucciso 10 persone, si è vestito da vecchietta, e in questo modo è riuscito a non essere notato dalla polizia. Chiamalo fesso!

Anche se chi parla è una persona onesta e tranquilla, si può ugualmente fare un apprezzamento sulla furbizia di questo assassino, che ha avuto un’idea geniale.

Ricordate l’esclamazione “buttalo/a via“?

Le due esclamazioni sono abbastanza simili anche se si usano in occasioni diverse.

Andate a dare un’occhiata a questo episodio così avrete un’idea ancora più chiara dell’espressione di oggi.

Adesso un ripasso. Parliamo della guerra in Ucraina.

Marcelo: questa guerra ha preso un andazzo che non mi piace!

Irina: anche se vedremo la malaparata non sapremo proprio cosa fare…

Peggy: Qualche campanello d’allarme c’è già stato e col nucleare non si scherza.

M4: non è che queste sono solo elucubrazioni mentali?

M5: vedremo, ma se saremo colti da un freddo intenso, quest’inverno, vai a capire quanto spenderemo!!

M6: “tranquilli, tutto passerà velocemente” dice il mio dirimpettaio. Ma ho paura che questa sia una pia illusione…

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856 Vedere la mala parata

Vedere la mala parata (scarica audio)

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Un’espressione molto curiosa che si usa quando le cose si mettono male è vedere la mala parata.

Adesso vi spiego meglio.

Ricorderete sicuramente la locuzione rendersi conto. Espressione di largo utilizzo, adatta per mille occasioni, che si può usare anche quando ci si accorge che le cose stanno per andare male.

Es:

non ti rendi conto che la temperatura si sta alzando sempre di più?

Abbiamo visto insieme anche prendere atto, un’altra locuzione, abbastanza simile ma spesso usata in contesti più formali e professionali ma che si può usare ugualmente quando ci si accorge che le cose stanno per andare male. Es:

Dobbiamo prendere atto che la situazione climatica mondiale sta peggiorando di anno in anno.

Adesso passiamo all’espressione di oggi.

Vedere la malaparata (o mala parata, con due parole staccate) significa proprio “rendersi conto”, “prendere atto” che la situazione è complicata, sta peggiorando sempre di più.

Non solo. Quando vedo la mala parata significa che prevedo, immagino, che questa situazione possa avere sviluppi, pericolosi, dannosi, tanto da dover prendere provvedimenti subito.

Quando vediamo la mala parata lo facciamo sempre prima che accada qualcosa di negativo. Riusciamo in qualche modo a capire che è meglio scappare, o prendere provvedimenti simili, per evitare il peggio.

L’espressione è molto colloquiale ma in effetti non è facile capire per un non madrelingua quando usarla e anche perché si utilizzi la “mala parata”. Se non vogliamo essere informali possiamo però usare il verbo degenerare:

la situazione sta degenerando.

Altri modi colloquiali sono frasi tipo: le cose si mettono male, vedere le brutte.

Mala” indica la negatività della situazione. Pensate al termine malavita.

La mala parata sta per “cattiva evoluzione”, cioè il peggioramento di una situazione.

Per comprendere il termine “parata” può aiutare il fatto che esiste il verbo “parare”, simile a “riparare”, cioè rimediare a qualcosa si negativo, riuscire a fronteggiare, a contrastare qualcosa di negativo.

Può aiutare anche la locuzione “andare a parare”, che ugualmente indica una negativa evoluzione. Es:

Dove vuoi andare a parare con questi discorsi?

Quest’ultimo locuzione si usa soprattutto parlando di discorsi dei quali non si capisce bene l’obiettivo, ma che in qualche modo ci preoccupano e non sembra vadano verso qualcosa di positivo.

Allora la “malaparata” è una cattiva conclusione, quindi si sta parlando di una situazione in rapido peggioramento e del fatto che questo si riesce ad intuire prima, perché ci sono dei chiari segnali. Ecco perché si usa il verbo “vedere” la mala parata.

Come ho detto è una espressione colloquiale, adatta soprattutto per descrivere i comportanenti delle persone che, vedendo la mala parata, cercano di evitare che accada il peggio.

Particolarmente adatta, come espressione, per descrivere atteggiamenti egoistici.

Es.

Francesco, dopo che moglie e figli hanno iniziato a tossire e starnutire, ha visto la mapaparata e si è trasferito da sua madre per paura del covid.

Quindi Francesco ha intuito che anche lui avrebbe potuto ammalarsi, proprio come la moglie e i figli, che, iniziando a starnutire e tossire hanno mostrato dei probabili sintomi del Covid.

Allora, per sicurezza, Francesco ha preferito trasferirsi per qualche giorno da sua madre.

Adesso, nell’esercizio di ripasso che state per ascoltare, ascolterete un altro utilizzo di questa espressione “vedere la mala parata”:

Anthony: ragazzi, mi dispiace darvi la notizia che il nostro presidente è rimasto gravemente ferito per via di una rissa a Parigi in cui è stato coinvolto. A suo dire stava lì per una conferenza.

Hartmut: in che senso scusa? Com’è possibile che il nostro capo indefesso, che si contraddistingue per il suo costante lavoro, sfoderando episodi appaganti al nostro desiderio di imparare per bene l’italiano, si sia lasciato coinvolgere in una rissa? Qualcosa non quadra.

Ulrike: a me infatti non risultava alcuna conferenza. Madonna che brutta piega che ha preso!

Estelle: scusate ma credo sia un po’ ingeneroso saltare subito a questa conclusione. Magari si è solo trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. È cascato malee basta.E fu così che ci siamo giocati il presidente!

Peggy: Scusate l’eufemismo ma non è che sia già partito e buonanotte ai suonatori?

Edita: per carità! Ragazzi non scherziamo! Adesso c’è solamente da sperare che i medici francesi con una mandrakata lo rimettano in sesto.

Giovanni: scusate se vi interrompo, ma Anthony, essendo un tipo altamente sui generis, si è fatto venire strane idee, come al solito. Basta con le elucubrazioni mentali. La conferenza c’era, eccome! È vero che c’è stata una manifestazione e anche una rissa in città, ma non appena ho visto la mala parata me la sono data e sono riuscito a scappare perfettamente intonso.

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855 Mettersi in ghingheri e agghindarsi

Mettersi in ghingheri e agghindarsi

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Trascrizione

Come ci si veste nelle occasioni speciali? Ve lo dico io: ci si veste in modo elegante.

Se voglio esprimere lo stesso concetto in modo scherzoso invece possiamo dire che ci mettiamo in ghingheri. Quindi in queste occasioni importanti ci si deve mettere in ghingheri.

Il verbo mettere è quello normalmente usato per vestirsi:

Mettersi i jeans

Mettersi un bel vestito

Mettersi giacca e cravatta

Mettersi le scarpe.

Ecc.

Riguardo all’uso della preposizione in, posso anche dire:

Mettersi in jeans

Mettersi in giacca e cravatta

Mettersi in divisa

Mettersi in abito sportivo

Si usa “in” come ad indicare un tipo di vestito, una modalità precisa.

“Mettersi in” si usa anche, fate attenzione, al di fuori dell’ambito degli indumenti, ad esempio nelle locuzioni:

Mettersi in proprio, mettersi in gioco, mettersi in discussione, mettersi in pari.

Comunque, anche mettersi in ghingheri, come detto prima, riguarda un modo di vestirsi.

È un modo informale per dire vestirsi bene, vestire elegante, mettere i vestiti migliori, e, perché no, gioielli, abito lungo e scarpe col tacco nel caso di donne.

In realtà non c’è neanche bisogno di usare il verbo mettere.

Vediamo qualche esempio:

Stasera mettiti in ghingheri che ti porto a cena fuori in un ristorante chic.

Ho visto tua figlia tutta in ghingheri che andava al teatro.

Si può anche dire che questa è una maniera ricercata di vestirsi.

Oppure, se vogliamo restare sullo scherzo e sul linguaggio colloquiale, possiamo usare il verbo agghindare. Non troppo lontana, se notate, alla parola ghingheri.

Quindi mettersi in ghingheri equivale ad agghindarsi.

Bisogna agghindarsi per bene quando si va a una cena di lavoro.

Ehi, ma dove vai così agghindata stasera? Primo appuntamento?

Sia mettersi in ghingheri che il verbo agghindarsi si adattano bene nel caso di abbigliamento molto evidente, quindi parliamo di un abbigliamento “vistoso“.

Un abbigliamento vistoso si nota molto facilmente, attira lo sguardo, sia per i colori accesi, sia per l’eleganza.

Il verbo agghindare si può usare anche parlando di una stanza, una sala da ricevimento, nel caso di un evento particolarmente importante:

Devo ancora agghindare la sala per ricevere gli ospiti, poi tutto sarà pronto per il matrimonio

Normalmente però si usa sempre con le persone usando la forma riflessiva:

Potevi agghindarti un po’ per il mio compleanno, no?

Dove sta Maria?

Ha detto che scende tra poco, si sta ancora agghindando per bene.

Meglio chiarire ancora una volta che mettersi in ghingheri e agghindarsi sono forme colloquiali e meglio non usarle con persone che non si conoscono perché non c’è la confidenza necessaria.

Adesso un bel ripasso degli episodi precedenti da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Ciao amici, Gianni ci ha chiamato in causa per fare un ripasso. Mi dispiace però perché oggi non posso aiutarlo. Se ce lo avesse detto prima, avrei potuto dare il mio contributo. Normalmente sono propenso a partecipare, però sono sicuro che voi farete un ripasso con i fiocchi anche senza di me

Irina: Quanto a me, di buon grado ti darei manforte con qualche frase di ripasso, se non fosse che sono ancora occupata per via di un impegno ugualmente importante. Sto preparando gli esercizi per un remoto episodio della rubrica due minuti con italiano semplicemente

Estelle: ragazzi, a costo di fare figuracce, voglio partecipare anch’io al ripasso di oggi.

Peggy: devo dirvi che a leggere le vostre frasi mi sono venute le madonne! Va a capire come mai tanti termini che avete detto, mi risultano poco familiari. Ora mi rimbocco le maniche e vado a rispolverare gli episodi che sono finiti nel dimenticatoio.

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854 Il polverone

Il polverone

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Agli amanti della pulizia e ai maniaci dell’ordine non piacerà l’episodio di oggi perché è dedicato alla polvere, anzi al polverone!!

Tutti voi sapete cos’è la polvere, ma se non lo sapete, sappiate che si tratta di minutissime particelle che sono sollevate e trasportate dal vento, e che si posano sugli oggetti.

C’è da dire però che la polvere è anche usata come simbolo di una sconfitta subita.

Non è un caso che se in una corsa automobilistica, ad esempio, se un pilota fa mangiare la polvere agli avversari, questo vuol dire che li ha battuti tutti, e questa frase è anche umiliante per gli sconfitti.

La polvere viene alzata dalla macchina che sta davanti a tutte (la prima) e dunque gli altri, stando dietro, sono costretti a “mangiare la polvere“.

Questo è il senso, figurato fino ad un certo punto!

Due volte nella polvere, Due volte sull’altar” diceva il poeta Manzoni nella poesia (il 5 maggio) dedicata a Napoleone, alludendo alle due grandi sconfitte subite, quella di Lipsia del 1813 e quella definitiva di Waterloo del 1815.

Se invece usiamo l’espressione “alzare un polverone” o “fare un polverone” ci riferiamo a situazioni diverse. Non parliamo di sconfitte e umiliazioni.

Parliamo invece di confusione. Torniamo in qualche modo al concetto di ordine e pulizia, ma non dal punto di vista materiale. O meglio, non sempre.

Infatti queste sono espressioni che si usano quando una persona crea molta confusione e disorientamento.

Fare, alzare e sollevare un polverone significa pertanto creare confusione e disorientamento, suscitare una gran quantità di polemiche, spesso allo scopo di allontanare la verità.

Ovviamente posso alzare, sollevare un polverone anche materialmente, sollevando una gran quantità di polvere.

Spesso, nel senso figurato, alzare un polverone è un atto volontario, proprio fatto con l’obiettivo di diminuire la “visibilità“, quindi vedete l’immagine della visibilità che rappresenta la verità che si vuole nascondere cercando di sollevare un polverone.

In realtà però si può alzare un polverone anche nel senso di generare proteste, sollevare polemiche, o animare una discussione introducendo un argomento scottante.

Vi dirò che questo modo di usare il polverone è anche più diffuso.

Qualcuno potrebbe stupirsi dell’uso dei verbi alzare e sollevare. In realtà si usano normalmente anche con la polvere vera e propria:

Cerca di non sollevare la polvere con le scarpe.

Con quel ventilatore stai facendo alzare un sacco di polvere!

Infatti la polvere si trova a terra e da lì può sollevarsi, può essere alzata.

Vediamo qualche frase in cui usiamo il polverone in senso figurato:

Le dichiarazioni del ministro sollevano un polverone nello schieramento di sinistra (polemiche, discussioni)

Stai alzando un polverone su questa storia che in realtà a me risulta molto chiara. Come mai? (volontà di nascondere la verità)

Sul nuovo stadio in costruzione qualcuno prova a sollevare un polverone e polemiche per impedire l’inizio dei lavori (qualcuno prova a creare molta confusione con l’obiettivo di creare ostacoli e problemi)

Alla riunione, la protesta di Giovanni ha sollevato un polverone (ha generato accuse, repliche e polemiche)

L’espressione, quando si descrive la volontà di nascondere la verità, è abbastanza simile all’espressione “buttarla in caciara“, più informale e colloquiale, di cui abbiamo già parlato qualche tempo fa. Date un’occhiata all’episodio che non fa male.

Adesso ripassiamo:

Estelle: non riesco a capacitarmi della vittoria d’Annie Ernaux per il Premo Nobel della letteratura! Avrei preferito Houellebecq, nonostante non ho letto nemmeno una solo riga scritta da quella donna.

Khaled: Madonna! Ma perché giudicare un autore senza conoscerlo! Per prendere una posizione è necessario avere argomenti oggettivi.
Devo ammettere che non sono dello stesso avviso di Albéric. Non mi piace Houellebecq. Non trovo chiaramente un filo conduttore nel suoi romanzi, i discorsi sembrano troppo slegati l’uno dall’altro e spesso usa anche volgarità.

Ulrike: Ciao Khaled. Neanche per sogno giudicherei un autore o un’autrice o le loro opere senza conoscerle, fermo restando però, che un giudizio per un’autrice che dà voce alle donne, mi sconfinfera già di per sé. Ma questo è un ingenuo sentimento di solidarietà femminile e non ha niente a che spartire con una valutazione del suo valore letterario. Questo è quanto per conto mio.

Marcelo: Ho chiesto su questa autricce al mio collega e per tutta risposta mi ha detto che a lui non piace, ma de gustibus... vedi tu!

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